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STORIA DEL CRISTIANESIMO

A
1- Gesù e le origini del cristianesimo
Gesù di Nazareth (Betlemme 4 a.C. – Gerusalemme 30 d.C.) nato sotto il regno giudaico di Erode, le sue
convinzioni sono sintetizzate nel Padre Nostro, invocazione che rivolge a Dio. Gesù inizia la sua predicazione
dopo essersi fatto battezzare da Giovanni il Battista, entrambi sono distanti dalla gerarchia sacerdotale
giudaica, fondata sulla Torah. Gesù mette in guardia da un’osservanza puramente formale della Legge, il
suo messaggio è originale e rivoluzionario, insegna e compie guarigioni nel giorno di sabato, scaccia i
mercanti dal Tempio e predica l’imminenza del Regno di Dio (già presente in quanto Gesù è quel Regno).
L’annuncio del Regno di Dio, non coincide con le attese giudaiche della restaurazione del regno di Davide
(12 tribù di Israele divise Roboamo 2 tribù fedeli a YHWH – Geroboamo 10 tribù cadute nell’idolatria). Gesù
sceglie 12 discepoli, come il numero delle tribù, essi sono gli “apostoli”, gli inviati perché sia restaurata la
casa di Israele, che consiste nell’unità di riconoscere l’unico vero Dio. In tre anni Gesù percorre Galilea e
Giudea, entrando raramente nelle città, parla aramaico e manifesta un grande carisma, usa detti e parabole
nelle predicazioni, svolge l’attività di esorcista capace di liberare dalle forze demoniache, guarire e
resuscitare le persone. I destinatari della sua predicazione sono i peccatori che esorta a cambiare vita, i
privilegiati del Regno sono gli umili/giusti/puri/operatori di pace che chiama beati. Gesù viene creduto dalla
gente essere Elia, tornato dai morti o un altro profeta redivivo, ma il discepolo Pietro, in un’intuizione lo
riconosce come: “il Cristo il Figlio del Dio vivente”. L’attività di Gesù lo porta ad essere condannato a morte
come sobillatore politico, dalle autorità giudaiche sotto Ponzio Pilato, i suoi compagni lo abbandonano e
Gesù muore in croce e viene sepolto. Ma successivamente si diffonde l’annuncio della sua resurrezione,
predetta ai discepoli, questo è stato possibile perché Gesù è veramente il Cristo, il Figlio di Dio. Egli è il
Messia annunciato dalle Scritture, inviato per redimere l’umanità dalla schiavitù del peccato, dalla morte e
dal potere di satana. Le fonti più antiche sulla sua resurrezione sono le Lettere di Paolo, in cui egli afferma
che Gesù è apparso a tutti gli apostoli, a più di 500 uomini e infine a Paolo stesso.

Questo è il fondamento di fede delle prime comunità cristiane di Gerusalemme, le cui testimonianze sono
prima orali poi scritte, le vicende sono note grazie agli Atti degli Apostoli, il modello di vita è caratterizzato
dalla piena condivisione dei beni e delle ricchezze. I membri delle comunità di dividono in:

 Nazorei: giudei credenti in Gesù, che si attengono ancora alle tradizioni ebraiche, osservano la
Torah e frequentano il Tempio. Essi rappresentano una sorta di eresia/setta all’interno del
giudaismo.
 Ellenisti: giudei credenti in Gesù, di lingua e cultura greca, più distaccati dalle tradizioni e usanze
ebraiche. Emblematico il caso di Stefano, il primo martire cristiano, lapidato a morte perché predica
contro il culto del Tempio.
 Gentili: uomini e donne credenti in Gesù, provenienti dalle genti, privi cioè di rapporti etnici e
culturali con i giudei, pagani convertiti al cristianesimo.

I capi delle prime comunità sono Pietro, Giovanni e Giacomo detto “fratello di Gesù”, esplodono divergenze
per quanto riguarda la pratica della circoncisione, per entrare a far parte della comunità.

Saulo/Paolo (Tarso 5-10 d.C. – Roma 64-67 d.C.) giudeo ellenista e cittadino romano, parla e scrive in greco
ma conosce anche l’aramaico, formato a Gerusalemme presso il rabbi Gamaliele. Inizialmente Saulo
perseguita i cristiani e approva la lapidazione di Stefano, ma lungo un viaggio verso Damasco subisce un
accecamento e ode la voce di Gesù: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti”. Viene guarito successivamente da
Anania, discepolo di Gesù, e subito battezzato; convertito si dedica completamente all’annuncio del
Risorto. Paolo entra in polemica con i nazorei, a proposito della questione della circoncisione (concilio di
Gerusalemme), da lui ritenuta non indispensabile, ma le due parti rimangono contrapposte. Paolo
inizialmente si rivolge ai giudei, accusati di aver “ucciso il Signore Gesù e i profeti”, ma la loro
evangelizzazione non dà risultati; così si rivolge a “suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti”
secondo i profeti. Per questo è chiamato l’apostolo delle genti, la sua missione si divide in tre lunghi viaggi
in cui percorre Siria, Asia Minore e Grecia:

 Primo viaggio con Barnaba, fermandosi nelle città vi costituiscono “ekklesiai” ovvero
comunità/chiese, raggiunge Cipro e Galazia.
 Secondo viaggio prima con Sila e poi con Timoteo, raggiunge Atene e Corinto.
 Terzo viaggio dove si ferma per 2 anni ad Efeso, per poi ritornare in Grecia e a Gerusalemme.

Paolo organizzatore instancabile, viaggia per annunciare Gesù, avviare e visitare comunità già avviate, la
sua attitudine è polemica ed irruenta, nei confronti dei giudei insensibili all’annuncio, contro i primi cristiani
fossilizzati nell’osservanza della Legge, contro gli ateniesi filosofi che lo deridono e se ne vanno al sentir
parlare di resurrezione. Al termine del terzo viaggio Paolo viene aggredito a Gerusalemme, da giudei
osservanti, e condotto a Cesarea per essere processato. Egli fa ricorso a Roma, in quanto cittadino, dove
viene trasferito nel 61 d.C., infine dopo 2 anni di arresti domiciliari viene messo a morte, come Pietro, ed
entrambi lì sepolti. Paolo oltre ad essere missionario è anche eccezionale teologo, tra i più autorevoli della
storia del cristianesimo, gli vengono attribuite 14 Lettere:

 7 autentiche: 1°Lettera ai Tessalonicesi, 1° e 2° Lettera ai Corinzi, Lettera Filemone, Lettere ai Galati,


ai Filippesi e ai Romani.
 3 incerte: 2° Lettera ai Tessalonicesi, Lettera agli Efesini e Lettera ai Colossesi.
 4 opera di altri: 1° e 2° Lettera a Timoteo, Lettera a Tito, Lettera agli Ebrei.

La Prima Lettera ai Tessalonicesi tratta della parusia, cioè della presenza del Signore Gesù, che si
manifesterà di nuovo nella pienezza della gloria, in un tempo ritenuto assolutamente imminente. L’attesa
del ritorno del Signore, viene vissuta in maniera quasi febbrile dai cristiani dei primi secoli, inoltre per Paolo
la memoria di Gesù va celebrata nella “cena del Signore”. Gli atti compiuti da Gesù, nell’ultima cena con i
discepoli, sono da ritenersi istitutivi di un rituale rigoroso:

 Presentazione del pane e del vino.


 Recita preghiera di ringraziamento (Eucaristia).
 Frazione del pane e invito a mangiare e a bere.

Ciò consiste nel nutrirsi del corpo e del sangue di Gesù Cristo, che è misteriosamente presente, in attesa
della sua venuta. I primi credenti si riuniscono in case private, nel giorno successivo al sabato, per celebrare
in memoria del giorno della resurrezione di Gesù. Nella Prima Lettera ai Corinzi Paolo attribuisce a Gesù il
titolo “Signore” (Kyrios) ovvero fede nella Signoria sul mondo da parte del Risorto, che comporta anche
quella nella resurrezione dei corpi. L’ekklesia è percorsa da tensioni e conflitti, alcuni sono convinti di aver
ricevuto un carisma profetico e tendono a prevalere sugli altri. Paolo interviene affermando che tutti i
carismi vanno valorizzati, in quanto sono doni dello Spirito di Dio: la sapienza, la fede, il dono delle
guarigioni, i miracoli, la profezia, il discernimento degli spiriti e il dono delle lingue. La Chiesa di Corinto
deve essere per Paolo, come un corpo in cui ciascun membro riconosca e valorizzi gli altri, evitando
disfunzioni e fratture interne. Nella Lettera ai Filippesi si distinguono per la prima volta funzioni e ruoli,
vengono citati nel saluto iniziale di Paolo e Timoteo, vescovi (guardiani) e diaconi (servitori). Paolo affronta
la novità che comporta la fede in Cristo, rispetto alla fede nel Dio degli ebrei. Ci sono due tipi di Legge,
quella mosaica secondo cui si è “sotto la Legge” e quella messianica secondo cui si è “sotto la Grazia”. La
Legge non basta a rendere giusti gli uomini, solo la fede in Gesù Cristo giustifica e porta alla salvezza. Nella
Lettera ai Romani Paolo paragona il popolo eletto di Israele, depositario della Rivelazione, che si ostina a
non accettare Gesù come Messia, alla vicenda biblica di Isacco, che toglie la primogenitura a Esaù per darla
a Giacobbe. I giudei stanno correndo lo stesso rischio, come dice il profeta Osea: “chiamerò mio polo quello
che non era mio popolo”. Tuttavia Paolo prospetta l’immagine di un ulivo coltivato (discendenza di Israele),
piantato da Dio, e dei rami selvatici (i gentili) innestati sull’albero, come una graduale inclusione in esso di
tutto il creato, per questo alla fine “tutto Israele sarà salvato”. Alla figura di Paolo e alle sue Epistole venne
attribuito valore autoritativo, oggi si è solito chiamarle “pastorali” nella liturgia della lettura.

I Vangeli (buona novella) vennero prodotti a partire da raccolte di detti e parabole di Gesù, accuratamente
memorizzati dai discepoli tramandati oralmente. I tre Vangeli detti “sinottici”, che si possono leggere in
parallelo tanti sono i punti in comune, sono:

 Il Vangelo di Marco, scritto in greco intorno al 70 d.C. e destinato ai cristiani romani, ritenuto
essere il più antico.
 Il Vangelo di Matteo, scritto in greco composto a partire dal Vangelo di Marco e una Fonte Q.
Destinato a giudei cristiani, conosce bene la geografia dei luoghi in cui è vissuto Gesù, molto
polemico nei confronti dei farisei, scribi e maestri della Legge.
 Il Vangelo di Luca, scritto in greco anch’esso composto a partire dal Vangelo di Marco e una Fonte
Q. Destinato ai gentili, Gesù è presentato in maniera ambivalente, sia in rottura che in linea con il
giudaismo, a cui conferisce l’universalismo.

Questi Vangeli attribuiscono a Gesù una profezia apocalittica, riguardante gli eventi finali che coincidono
con la caduta di Gerusalemme 70 d.C., il Vangelo di Marco potrebbe essere stato scritto poco prima di tale
evento, mentre i Vangeli di Matteo e Luca sicuramente dopo. I sinottici indicano Gesù come il “Messia”, ora
come “il Figlio dell’uomo” o come “il Figlio di Dio”, questo mostra la consapevolezza del mistero della sua
identità, che successivamente diventerà motivo di controversie dottrinali.

 Il Vangelo di Giovanni, scritto in greco agli inizi del II secolo, si distacca dagli altri dal punto di vista
della genesi e della dottrina e propone una meditazione profonda della persona di Cristo.

Giovanni presenta Gesù come il Logos, il Verbo di Dio, che “era in principio presso Dio” e per mezzo del
quale “tutto è stato fatto”. Il prologo segna l’abbandono dell’orizzonte dottrinale ebraico, infatti i giudei
ritenevano che la Sapienza, “artefice di tutte le cose”, avesse assunto forma storicamente visibile nella
Legge. Giovanni afferma invece che la Sapienza creatrice è il Verbo che, pur non perdendo le prerogative
divine, “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” rivelando la sua Gloria in Gesù Cristo, Sapienza
incarnata che sostituisce la Legge. Da quando il divino è entrato nel mondo, l’adorazione di Dio non è più
riservata a santuari e a luoghi sacri, il Padre infatti può essere adorato ovunque rivolgendosi a Lui “in spirito
e verità”. Per Giovanni il Regno di Dio è già presente, per entrarvi bisogna seguire Gesù Cristo e risalire con
Lui alla dimensione divina, occorre dunque “rinascere dall’alto” infatti “quello che è nato dalla carne è
carne e quello che è nato dallo Spirito è spirito”, il cristiano sa di non essere del mondo in quanto la sua
vera patria è quella celeste.

 Il Vangelo di Tommaso, scritto in lingua copta agli inizi II secolo, significativo dal punto di vista
dottrinale ed in sinergia con la Fonte Q.

Tommaso presenta 114 detti segreti (loghia) di Gesù, destinati ad una circolazione esoterica e iniziatica, a
volte oscuri e paradossali. Il tema principale è il mistero del Regno, che irrompe all’improvviso e
all’improvviso svanisce per chi non lo abbia colto al volo, per altri aspetti il Vangelo di Tommaso presenta
punti in comune con il Vangelo di Giovanni nel rappresentare Gesù come la luce e la vita del mondo.

2- Confronto tradizione ebraica


Dispersione dei nazorei (62-66 d.C) fatta coincidere con la lapidazione di Giacomo o con l’inizio della rivolta
antiromana, sfociata poi nella guerra giudaica, in cui nel 70 d.C. Gerusalemme viene assediata e distrutta in
gran parte, il Tempio viene abbattuto e mai più ricostruito, si distinguono quattro grandi gruppi di matrice
giudeocristiana:

 Nazorei insediati in Giudea.


 Ebioniti insediati in Palestina.
 Elcasaiti insediati in Mesopotamia.
 Ebrei insediati ad Alessandria.

Fra questi spiccano gli ebioniti, essi praticano la circoncisione e l’osservanza della Legge e considerano
Paolo come il traditore per eccellenza, esaltando Pietro. A questi ambienti vanno fatti risalire il Vangelo dei
nazorei (ebraico/aramaico), il Vangelo degli ebioniti (greco) e il Vangelo degli ebrei (greco). La caduta di
Gerusalemme e la distruzione del Tempio sono eventi drammatici, Gesù infatti era morto e risorto a
Gerusalemme, centro della redenzione finale, e lì si sarebbe dovuto manifestare nell’imminente parusia.

Apocalisse (rivelazione-disvelamento) termine che deriva dal greco, il più antico esempio biblico risale al
Libro di Daniele, profeta vissuto ai tempi della deportazione in Babilonia. Le visioni di Daniele hanno un
linguaggio criptico e allusivo, e preannunciano “l’abominio della desolazione nel luogo santo”, cioè la
profanazione del Tempio nel 167 d.C. ad opera di Antioco. Nei Vangeli sinottici, Gesù stesso aveva
annunciato “l’abominio della desolazione” e una grande tribolazione, a cui ci si può sottrarre fuggendo
“verso i monti”. Nell’Apocalisse di Giovanni, identificato essere l’autore del quarto Vangelo, scritta alla fine
del I secolo d.C. vengono raccontante una serie di visioni. Il testo è pervaso da una febbrile attesa del
ritorno di Cristo “il tempo infatti è vicino” e “Sì vengo presto!”, il linguaggio è evocativo e vengono ripresi
simboli e figure dal Libro di Daniele. Giovanni presenta Gesù come l’Agnello di Dio immolato, le sofferenze
dei fedeli si aggiungono a quelle di Cristo in un disegno provvidenziale di salvezza. Il conflitto cosmico che
oppone gli angeli di Dio alle potenze del male (drago, la bestia e i falsi profeti) è destinato a risolversi con la
vittoria finale delle forze del bene. Il messaggio mira a consolare e rafforzare le comunità cristiane nelle loro
sofferenze, le quali subiscono persecuzioni da giudei, funzionari romani e oligarchie locali. Roma viene
indicata essere “la nuova Babilonia”, “la bestia”, “la grande prostituta” il suo trionfo è solo apparente e
temporaneo, bisogna attendere la punizione divina sui malvagi e la vittoria degli eletti. Giovanni adotta la
divisione della storia umana in 6 millenni di opere e 1 di riposo, contrassegnato dall’avvento del Regno di
Gesù sulla terra. Durante questo periodo, Satana è incatenato da parte dell’Arcangelo Michele, gettato
nell’abisso e rinchiuso per mille anni. Allo scadere dei mille anni, Satana viene liberato dalla sua prigione e
impazza furioso sulla terra, i popoli di Gog e Magog scatenano l’ultima offensiva contro “i santi e la città
amata” Gerusalemme, ma infine sono sconfitti dal fuoco celeste. Giovanni vede in fine “un cielo nuovo e
una terra nuova” e una “Gerusalemme nuova” scendere dal cielo “in essa non vidi alcun Tempio: il Signore
Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo Tempio”.

Bar Kochba (II secolo d.C. – Betar 135 d.C.) “Figlio della stella” a capo della rivolta antiromana del 132-135
d.C., scoppiata a seguito di disposizioni antigiudaiche emesse dall’imperatore. Egli è un uomo di grande
forza fisica e notevoli capacità militari, indicato come il Messia che avrebbe liberato Gerusalemme dagli
invasori romani. La rivolta dura tre anni e si conclude con la disfatta dei giudei, a cui viene imposto di
lasciare la città con il divieto di farvi ritorno. I nazorei invitati da Bar Kochba a prender parte alla rivolta, si
rifiutano di assumere un ruolo attivo e unirsi a lui. Tuttavia la conclusione fallimentare dei giudei porta
anche alla loro dispersione e allontanamento dalla città, che diventa una provincia romana. Quando più
tardi si formano nuove comunità cristiane nella città di Gerusalemme, i loro capi non vengono più dal
giudaismo i cosiddetti “vescovi della circoncisione” cessano di essere i dirigenti.

Giustino (Flavia Neapolis 100 d.C.– Roma 165 d.C.) di origine pagana non consce l’aramaico, scrive in greco
e latino molto attivo a Roma, la sua produzione dottrinale è un’apologetica cristiana, apre una scuola in cui
insegna filosofia. Nel Dialogo con Trifone racconta la sua conversione, avvenuta dopo essere passato
attraverso lo studio dello stoicismo, del pitagorismo, della filosofia peripatetica ed infine del platonismo da
lui considerato come il culmine della filosofia antica. Il dialogo è un confronto tra un cristiano (Giustino
stesso) e un ebreo di cultura filosofico-socratica (Trifone), che mira a rafforzare i cristiani nelle loro
convinzioni e a far breccia nei giudei per convertirli. Giustino afferma che il Regno atteso dai cristiani, sarà
instaurato a Gerusalemme, richiamandosi all’Apocalisse di Giovanni, ma Trifone obbietta che Gesù non può
essere il Messia perché le sue promesse non si sono realizzate. Giustino replica che i giudei non capiscono
che le Scritture annunciano di una doppia venuta del Messia: “una prima in cui si dice che è sofferente,
senza gloria e crocifisso, una seconda in cui apparirà dai cieli nella gloria, quando l’uomo dell’apostasia,
perpetrerà con audacia sulla terra ogni iniquità contro noi cristiani”. Dunque per Giustino i giudei hanno
frainteso le Scritture, il Messia che attendono è già venuto una prima volta, la seconda verrà per
contrastare il nemico dei tempi finali. Il mistero contenuto nella Bibbia può essere compreso solo se in
riferimento a Gesù, il Messia venuto e destinato a tornare. Giustino scrive una Prima Apologia e una
Seconda Apologia, egli si rende conto della debolezza delle filosofie pagane, data dalla loro incapacità di
diffondersi presso tutti i ceti sociali. A Cristo invece prestano fede non solo filosofi, ma anche gente comune
e semplice, disposta addirittura ad affrontare il martirio, ciò dipende dal fatto che il cristianesimo è la piena
rivelazione di Dio. Giustino avverte che tra Rivelazione e alcune teorie filosofiche pagane (creazione del
mondo, immortalità dell’anima) sussistono delle convergenze, egli spiega queste coincidenze, non con la
teoria del plagio delle Scritture, ma con la teoria del “Logos spermatikos” (Ragione seminale). In ogni uomo
sono presenti particelle/germi di verità del Logos divino, i filosofi hanno potuto enunciare alcune verità,
come Socrate e Platone, perché in essi era presente una parte di questa ragione divina. Il Logos per
Giustino, si manifesta ed opera già prima della venuta di Cristo, questo fa sì che la filosofia pagana venga
vista come propedeutica e preparatoria alla rivelazione cristiana, dando così il via alla “ellenizzazione del
cristianismo” ossia introduzione in esso di elementi di provenienza tradizione classica.

La Bibbia dei Settanta (Alessandria III secolo a.C.- 116 a.C.) fin dagli inizi rappresenta per i cristiani, la fonte
primaria di conoscenza e apprendimento della Bibbia ebraica, traduzione in greco operata da settanta ebrei
bilingue, per impulso del re d’Egitto Tolomeo che ne voleva una copia nella Biblioteca di Alessandria.
Nominata così in allusione ai settanta anziani che accompagnarono Mosè al Sinai per ricevere la Torah,
l’impresa tuttavia potrebbe essere nata anche dalla preoccupazione di mantenere viva la conoscenza delle
Scritture, o semplicemente per esaltare la religione e la cultura ebraica. I traduttori dovettero inventare un
nuovo linguaggio, creando termini grechi e attribuendo nuovi significati a termini esistenti, effettuando una
sorta di battesimo filosofico delle Scritture. Questa impresa mette in luce un fenomeno di “ellenizzazione
dell’ebraismo”, la realizzazione dei Settanta modernizza la stessa tradizione ebraica, tuttavia le gerarchie
sacerdotali di Gerusalemme manifestano ostilità contro di essa, soprattutto quando il testo venne utilizzato
dai cristiani, commissionando a loro volta diversi rifacimenti per contrastarne l’affermazione.

Filone

Didachè (Siria entro il I secolo d.C.) testo greco prodotto in ambienti giudeocristiani, riporta
l’insegnamento dei dodici apostoli di Cristo e propone istruzione di base sulle forme di vita e liturgia
cristiane. L’insegnamento è fondato sulla “catechesi delle due vie”, la via dei vizi e dei peccati opposta alla
via dei precetti divini, il candidato alla vita cristiana a cui si accede attraverso il battesimo, si deve
impegnare ad evitare i primi e a praticare i secondi; come afferma il cristiano ateniese Aristide: “i cristiani
più di tutti hanno trovato la verità: infatti riconosco Dio fattore e creatore di tutto[…]Non commettono
adulterio né fornicazione, non testimoniano il falso[…]i loro uomini e le loro donne si astengono da ogni
unione illegale e impudicizia e si sostengono a vicenda nella grande speranza verrà”. Un altro autore
anonimo che si rivolge “A Diogneto” testimonia: “i cristiani non si differenziano dagli altri
uomini[…]uniformandosi alle usanze locali mostrano il carattere mirabile e straordinario[…]Dimorano sulla
terra, ma sono cittadini del cielo[…]i cristiani svolgono nel mondo la stessa funzione che svolge l’anima nel
corpo[…]l’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; anche i cristiani abitano nel mondo ma non sono del
mondo.”; comune ai due testi è l’insistenza sullo stile di vita morale dei cristiani, con riferimenti al Decalogo
(dieci precetti dati da Dio a Mosè).

3- Mistero divino ed esegesi gnostica


Misteri di salvezza (metà II secolo d.C.) del cristianesimo forniscono risposte e orientamenti sulla genesi
dell’universo, sulle ragioni del male e della sofferenza, sul comportamento morale e sul destino finale degli
uomini, promettono redenzione eterna rivolta a tutti (universalismo) senza distinzione e preclusioni di etnia
o ceti sociali (proselitismo). Giustino da una testimonianza della liturgia eucaristica e del suo svolgimento: I
cristiani si radunano e leggono le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti, segue un’ammonizione ed
esortazione del presidente dell’assemblea e una preghiera comune. Sono quindi portati pane, vino e acqua
ed il presidente prega e rende grazie (eucaristia) su di essi, l’assemblea risponde “Amen”, pane e bevande
consacrati (corpo e sangue di Cristo) sono poi distribuiti ai presenti e inviate agli assenti attraverso diaconi;
chi può dona offerte che sono destinate per orfani, vedove, poveri, carcerati.

 Prima parte del rito “liturgia della parola”, è aperta a tutti.


 Seconda parte del rito “preghiera eucaristica”, riservata solo a coloro che sono stati lavati nel
battesimo.

Il battesimo è il sacramento, che solo il vescovo può conferire, attraverso cui si entra in comunità piena con
quanti sono già stati liberati dal potere di Satana, secondo i racconti evangelici Gesù era stato annunciato a
Maria dall’arcangelo Gabriele; la credenza in un cielo popolato da intelligenze e messaggeri angelici era
comune. L’opera redentrice del Cristo presuppone la guarigione dal peccato e la liberazione dagli spiriti
maligni: demoni emissari di Satana “l’arcangelo caduto”, scacciato dal cielo perché aveva preteso di
rivoltarsi contro l’Altissimo e paragonarsi a Lui. Nel rito battesimale le invocazioni che mirano ad esorcizzare
dal potere di Satana, risultano di primaria importanza, il sacramento viene somministrato solo a coloro che
sono stati lungamente istruiti come catecumeni e ritenuti idonei a riceverlo.

Gnosticismo (inizi II secolo d.C.) è un movimento di salvezza dalle origini oscure (cristiane/pagane),
contraddistinto da una concezione dualistica della sostanza divina e umana, secondo cui il cosmo è
intrinsecamente malvagio perché creato da un secondo dio o demiurgo ignorante contrapposto al primo
dio o assolutamente trascendente, a cui è possibile accedere soltanto attraverso la “gnosi” (conoscenza)
rivelata a pochi eletti, capace di penetrare nei misteri divini. In ambito cristiano tale conoscenza viene
contrapposta alla “pistis” (credenza), indicante l’atteggiamento devoto e umile che non pretende di scavare
nel mistero attraverso percorsi privilegiati, ma accoglie Dio affidandosi a lui con semplicità e atteggiamento
di fiducia, la “gnosi” è la pretesa di conoscere troppo da cui bisogna prendere le distanze. Lo gnosticismo
viene considerato il primo movimento eretico all’interno del cristianesimo, ma paradossalmente di estrema
importanza per lo sviluppo dottrinale di quest’ultimo. I maestri più rilevanti sono Basilide in Siria,
Carpocrate ad Alessandria, Valentino e Tertulliano a Roma. La speculazione gnostica gira attorno alla
distinzione radicale tra due mondi, quello della luce/perfetto e quello delle tenebre/imperfetto. Valentino
riprendendo le posizioni neoplatoniche interpreta Dio come l’Abisso, predicabile solo per via negativa, da
cui si emana a cascata una seria di principi divini gerarchici, inoltre tra Dio e il mondo esistono degli
intermediari che chiama “eoni”. Si tratta di sostanze divine ed eterne derivate da Dio, le quali costituiscono
il Pleroma (pienezza divina), gli eoni sono 30 in totale, come gli anni che Cristo ha trascorso nel suo
nascondimento prima di manifestarsi pubblicamente, l’ultimo è Sophia, la sapienza. Essa viene presa dalla
passione di unirsi direttamente al Padre per conoscerne la grandezza, ma questo comporta un’instabilità
nel rigoroso ordinamento gerarchico: il peccato di Sophia; ne determina la sua espulsione dal Pleroma. La
crisi del Pleroma viene successivamente superata dall’intervento dell’eone Limite, che riporta Sophia alla
sua condizione originale, tuttavia quest’ultima ha però prodotto, extra-Pleroma, una sostanza amorfa che
costituisce la materia, pura potenzialità intrinseca a tutto ciò che si trova fuori dalla pienezza divina.
L’ombra di Sophia, afflitta per essere stata estromessa invoca Cristo, il Logos, che le invia lo Spirito per
aiutarla a risalire nel Pleroma e liberarla dalla passione. Ma questa risalita genera un ulteriore cascata di
sostanze, la prima delle quali è il demiurgo ignorante, produttore del mondo materiale. Da ciò deriva che il
demiurgo è estraneo alla perfezione divina, in quanto generato al di fuori di essa per una colpa commessa,
la sua natura fondamentalmente negativa genera un mondo alla rovescia, che è soltanto copia della copia.
Per Tolomeo invece egli non è né buono né malvagio, ma svolge un’azione mediatrice nel gettare un ponte
tra l’umano e il divino, per preservare che il Pleroma sia contaminato dal contatto diretto con il mondo
sensibile. Quest’ultimo è contrassegnato dalla contingenza, dalla corruttibilità, dal male e dalla sofferenza e
gli uomini gettati nella lontananza della pienezza divina sono divisi in tre categorie:

 Materiali, destinati alla corruzione per natura (ebrei e pagani)


 Psichici, che possono accedere alla salvezza solo parzialmente (cristiani)
 Spirituali, destinati a salvarsi per natura (gnostici)

L’esistenza umana è concepita come un percorso di liberazione delle passioni e dal male, come testimonia
un passo di Valentino: “Abitano nel cuore molti spiriti che non permettono all’uomo di essere puro […] il
cuore finché non è oggetto di cura è impuro, abitazione di molti demoni, ma quando il Padre, il solo buono,
rivolge verso di lui il suo sguardo, viene santificato e risplende di luce.”

Chiesa di Roma (metà II secolo) comunità di maggior rilievo, la tradizione secondo cui a Roma sono stati
uccisi e sepolti gli apostoli Pietro e Paolo, gli conferisce un grande prestigio. Intorno al 140 d.C. Valentino si
propone come vescovo, ma non riesce ad affermarsi, Marcione considerato anch’egli gnostico, fece parte
della chiesa fino alla sua espulsione nel 144 d.C., le sue posizioni sono parzialmente simili a quelle dei
valentiniani dai quali si distingue per la pretesa di staccare completamente il cristianesimo dalla matrice
ebraica. Inizia così a profilarsi in ambito cristiano un orientamento antigiudaico, anche se già presente in
parte in ambito paolino; tuttavia per il profilarsi di un antigiudaismo propriamente cristiano, occorre fare
riferimento alla Lettera di Barnaba prodotta tra il 130-132 d.C., così intitolata per conferirne autorevolezza,
ma si tratta in realtà di un’opera pseudo-epigrafica di un autore cristiano sconosciuto. Essa polemizza
aspramente contro i giudei, accusandoli di non aver compreso la volontà di Dio: “Abramo padre dei non
circoncisi […] padre di tutte le genti che per quanto non circoncise credono in Dio”. L’alleanza fra Dio e il
popolo eletto, viene ritenuta infranta per sempre quando Mosè, sceso dal monte Sinai, vide che il popolo si
era messo ad adorare un vitello d’oro; ruppe allora le tavole di legno su cui Dio gli aveva fissato i precetti.
Quella rottura segna la conclusione immediata e definitiva dell’alleanza, infatti l’unica alleanza in vigore è
quella stabilità da Gesù, il cui sacrificio (unico gradito a Dio) toglie di mezzo la religione fondata sui sacrifici,
olocausti e offerte di cui Dio non ha bisogno. La conseguenza è che Legge mosaica e Antico Testamento non
vanno presi alla lettera, bensì riferiti a Gesù Cristo e alla Chiesa da lui instaurata. Il sedicente Barnaba
esclude i giudei dal piano di salvezza, a differenza di quanto aveva affermato Paolo, la sua è stata perciò
definita “teologia della sostituzione” in quanto un nuovo popolo prende definitivamente il posto del
vecchio. Questa linea viene assunta e sviluppata all’estremo da Marcione, per il quale l’opposizione fra
giudei e cristiani è insanabile, il Dio degli ebrei non è il Dio dei cristiani, si tratta di due divinità diverse. I
primi adorano il Dio della Bibbia che dopo aver creato il mondo ha caricato l’uomo del peso della Legge; i
secondi credono in Dio Padre buono che ha inviato sulla terra il Figlio, Gesù Cristo per liberare l’uomo dalla
schiavitù della Legge. Nel 140 d.C. Marcione propone di abbandonare la Bibbia ebraica e sostituire ad essa
come testo sacro dei cristiani una raccolta di scritti comprendente per lui, il Vangelo di Luca e dieci Lettere
di Paolo introducendo la nozione di “nuovo testamento”; si apre così una fase nuova nella progressiva
acquisizione del cristianesimo, di un profilo autonomo dal giudaismo. Il canone delle Scritture cristiane è
definito in un arco di tempo assai ampio, le discussioni a riguardo si protessero dal II al IV secolo d.C., nel
tentativo di trovare consenso fra le principali Chiese (Roma, Alessandria, Cartagine, Lione e Vienne) un
accordo iniziale comprende:
 I Vangeli sinottici, Il Vangelo di Giovanni, gli Atti degli Apostoli, 13 Lettere di Paolo, la Prima Lettera
di Pietro e la Prima Lettera di Giovanni.
 L’Apocalisse di Giovanni invece è questione controversa.

Taziano (Assiria 120 d.C. – 180 d.C.) allievo di Giustino compone in greco il Diatèssaron, un racconto
unitario dei quattro Vangeli eliminando le ripetizioni a suo parere inutili. L’originale è andato perduto, la
versione siriaca divenne testo evangelico di riferimento per le Chiese di lingua siriaca fino al V secolo.
Apologeta cristiano, considera la filosofia greca un plagio della Sacra Scrittura, secondo Taziano è tramite la
Creazione che noi conosciamo l’esistenza di Dio e la sua potenza, Egli proferisce il Verbo, senza separarsi da
Lui, e a sua volta il Verbo produce la materia, operando come il demiurgo platonico. Ma il Dio di Taziano
non trova la materia già fatta, come nel caso del demiurgo, e neanche la crea dal nulla, ma la proietta da sé
come una sua creatura. Le prime proiezioni del Verbo sono gli angeli ed essendo essi proiezioni, mancano di
perfezione e non posseggono il Bene per essenza, ma lo realizzano per volontà. Con la ribellione di Satana
alla volontà di Dio, ne consegue necessariamente che una parte del creato viene esclusa dal rapporto col
Verbo, compresi gli uomini, che seguirono questi angeli ribelli diventando mortali.

Ireneo (Smirne 130 d.C. – Lione 202 d.C.) vescovo di Lione, scrive un trattato Contro le eresie e la falsa
gnosi, in cui compie una critica sistematica delle concezioni di Marcione. Contro la gnosi egli afferma che il
Dio della Bibbia e Dio Padre sono lo stesso Dio, anzi l’unico Dio, con questo Ireneo conferma piena autorità
e valore alla Scrittura ebraica in quanto Rivelazione divina, ma la riduce al rango di Antico Testamento. Il
Nuovo Testamento comprende per lui:

 I Vangeli sinottici, Il Vangelo di Giovanni, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di Paolo, le Lettere di
Giovanni, di Giacomo, di Pietro, di Giuda e l’Apocalisse di Giovanni.

Consapevole dei limiti della conoscenza umana, Dio si è rivolto all’umanità con una strategia suddivisa in
due tempi: prima il timore, poi l’amore. Giustino accusava i giudei di non capire le Scritture, Marcione
affermava che la nuova alleanza aveva sostituito la vecchia, Ireneo invece sceglie un’altra via integrando la
Bibbia ad un ruolo propedeutico in vista della pienezza della Rivelazione divina in Gesù Cristo. Egli inoltre
continua sulla linea di Giustino, mantiene l’attesa del Regno e ne spiega il ritardo affermando che il ritorno
di Gesù, dovrà essere preceduto da quello del nemico dei tempi finali, l’Anticristo a cui Ireneo attribuisce i
tratti dei numerosi avversari diabolici evocati nella Bibbia (figlio della perdizione, la bestia) si ergerà a
predicare a Gerusalemme e verrà dalla tribù di Dan, una delle dieci tribù che avevano rotto l’unità del regno
di Davide. Per Ireneo ogni filosofia è matrice di eresia la vera filosofia è quella rivelata da Cristo, la verità è
un blocco unitario indivisibile, meglio non conoscere quello che Dio ha deciso di non rivelare, in quanto
nessuno può conoscere la verità senza di Lui. Tutto ciò che Gesù ha assunto è stato riscattato e quindi
redento, con questo Ireneo mira a screditare la gnosi e include la carne nel progetto salvifico di Dio; inoltre
inserisce un elenco dei vescovi di Roma a cui guardare, come garanzia della tradizione e dell’unità della
dottrina per scongiurare i tentativi di gnosi ed eresia. “somma ed antichissima ed a tutti nota, fondata e
costituita in Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo. A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità
(propter potiorem principalitatem), è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi,
poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata”

Vangeli apocrifi (ciò che è nascosto/falso) testimonianza riguardanti la vita e insegnamenti di Gesù rimaste
fuori dal canone biblico cristiano, in questi Vangeli vengono affrontati aspetti anche del tutto trascurati dai
canonici, i quali raccontano dettagliatamente riguardo gli ultimi tre anni di Gesù, ma dicono poco sulla sua
vita precedente:

 Protovangelo di Giacomo, racconta prevalentemente l’infanzia di Gesù.


 Vangelo di Nicodemo, racconta riguardo la passione di Gesù.
 Vangelo di Bartolomeo, racconta discesa agli inferi di Gesù e altri eventi.
 Vangelo della Transizione di Maria, racconta l’assunzione in Cielo di Maria.
 Vangelo di Filippo, scritto gnostico, riconducibile all’insegnamento di Valentino.
 Vangelo di Giuda, scritto gnostico, tratta di un discorso segreto fra Gesù e Giuda Iscariota,
paradossalmente “il traditore” è considerato essere il detentore privilegiato di una particolare
rivelazione.
 Atti personali, ogni apostolo ha propri “atti” che celebrano la sua missione e il martirio per la fede,
legando il suo nome alle origini di una Chiesa determinata.

Ippolito (Asia Minore 170 d.C. – Sardegna 238 d.C.) vescovo orientale scrive Confutazione di tutte le eresie
e Su Cristo e l’Anticristo, in quest’ultima opera narra che l’Anticristo sedurrà ed ingannerà giudei e cristiani,
fino a che non verrà tolto di mezzo al tempo della Parusia, anche per Ippolito la seconda venuta di Cristo
tarda perché avverrà solo per contrapporsi all’azione del nemico dei tempi finali. Egli calcola la nascita di
Gesù è avvenuta 5.500 anni dopo la creazione del mondo, perciò per arrivare alla fine del sesto millennio
(dal momento in cui scrive), mancano ancora trecento anni, indicati come il tempo effettivo di attesa
perché si manifesti il Signore nella gloria. Nel Commento a Daniele Ippolito racconta che alcuni vescovi
portano i loro fedeli nel deserto per prepararsi al ritorno di Gesù, altri ancora hanno convinto i fedeli a
lasciare lavoro, beni e famiglia per prepararsi al giudizio imminente facendo leva su pretese profetiche. In
questo contesto egli dichiara che il tempo della profezia si è ormai concluso con gli apostoli, l’eredità dei
profeti spetta agli esegeti/teologi della Bibbia, viene così tolto fondamento ad ogni esperienza di tipo
profetico-estatica. Ippolito in confronto con Callisto, che vien eletto papa, genera uno scisma nel 217 d.C.
lasciando la comunione della Chiesa di Roma e venendo eletto antipapa, da una ristretta schiera di seguaci
da lui chiamati "Chiesa".

Montano (Turchia II secolo d.C.) fondatore di un movimento profetico-apocalittico “montanismo”, egli si


presenta come un messaggero divino e raccoglie attorno a sé un gruppo di discepoli fra cui alcune donne,
Massimilla e Priscilla, quest’ultima proclamava di aver appreso direttamente da Cristo, in una visione
estatica, che la nuova Gerusalemme stava per discendere dal cielo. La convinzione di vivere nei tempi finali
spinse a comportamenti estremi improntati su uno stile di vita rigoroso, che per i montanisti consisteva in
scelte di ascesi e di mortificazione del corpo, di continenza sessuale e digiuno alimentare.

Tertulliano (Cartagine 155 d.C.- 220 d.C.) avvocato e teologo, si converte al cristianismo e compone
numerosi scritti: Ad nationes, l’Apologetico e il De praescriptione haereticorum. Nel 207 d.C. aderisce al
montanismo ostile ad ogni forma di mondanità, censore dei costumi femminili e avverso agli spettacoli
teatrali. Attinge a dottrine filosofiche, facendosi sostenitore di una forma di materialismo, riallacciandosi
allo stoicismo sostiene che tutto ciò che esiste è materiale, compresa l’anima. Da cui scaturisce il
“traducianismo” secondo cui l’anima essendo derivato materiale dei genitori, trasmette al figlio anche la
macchia del peccato. Egli condanna duramente i filosofi pagani “che cosa hanno in comune Gerusalemme e
Atene, l’Accademia e la Chiesa, gli eretici e i cristiani?” dopo Cristo ed il Vangelo la filosofia diventa, per
Tertulliano, curiosità inopportuna peccato capitale dei pagani, così l’intera tradizione filosofica si configura
come la “tradizione dell’errore”, nessuno può arrivare alla verità senza Dio.

Chiesa di Roma (metà III secolo d.C.) in questo periodo prevalgono come vescovi uomini pratici su teologi,
nel 217 d.C. Callisto si afferma su Ippolito, nel 251 d.C. Cornelio prevale su Novaziano, quest’ultimo non
accetta la nomina del rivale e dà luogo ad uno scisma. A questo periodo risalgono i primi sinodi (riunioni) e
concili, inoltre la Chiesa di Roma mantiene con le offerte dei fedeli 154 membri del clero e 1500 tra vedove,
orfani e poveri. Inizialmente ritenuto sufficiente il battesimo per la salvezza eterna, ma gradualmente si
afferma la convinzione che esso non poteva bastare nei casi di peccato grave, compiuti dopo averlo
ricevuto. Il peccatore doveva essere liberato dalle potenze demoniache, grazie all’intervento di un esorcista
(circa 1/3 del clero romano risulta essere composto da esorcisti), inoltre era necessario pentirsi per i peccati
commessi ed espiarli attraverso una penitenza.
Clemente (Atene 150 d.C. – Cesarea 215 d.C.) si converte al cristianesimo in età adulta, viaggia molto per
migliorare la propria istruzione e si lega a vari maestri fra cui Panteno ad Alessandria a cui succede nella
direzione della scuola cristiana nel 190 d.C., in questo periodo scrive numerose opere fra cui: l’Esortazione
ai greci (conversione dei pagani) e il Pedagogo (Cristo unico vero maestro). Sotto la sua guida, la scuola
alessandrina diviene molto nota lo stesso Origene si forma in teologia presso di essa. Egli intende mostrare
come la dottrina cristiana sia superiore ad ogni filosofia pagana, e al tempo stesso contenga quanto di più
alto è stato elaborato nella tradizione greca. Clemente ricorre a volte alla teoria del plagio delle Scritture,
altre sulla linea di Giustino, alla scintilla divina che ha condotto i filosofi ad ammettere l’esistenza di un
unico Dio. Clemente identifica la nozione stoica di assenso con quella di fede, che per lui è alla base della
stessa scienza dimostrativa. Pertanto il cristiano è il vero gnostico, il vero sapiente possessore di un sapere
rivelato direttamente dal Logos divino, che consente di giudicare correttamente ogni cosa.

Origene (Alessandria 185 d.C. – Cesarea 254 d.C.) allievo di Ammonio Sacca e condiscepolo di Plotino,
decide di seguire alla lettera l’esortazione evangelica (su quanti si fanno eunuchi per amore del Regno) al
punto da evirarsi, a causa di ciò viene deposto e privato del sacerdozio. Egli si divide tra insegnamento
scolastico diurno e contemplazione notturna, allestisce una propria edizione della Bibbia detta Esaplaria
che racchiude l’intero testo tradotto in sei versioni differenti impaginate su sei colonne parallele. In questo
periodo la Bibbia comincia a circolare nei lezionari, codici contenenti le letture tagliate e ordinate per l’uso
liturgico, Origine sotto l’influenza di Filone adopera la filosofia come strumento utile per interpretare la
Scrittura a cui ci si può approcciare in tre diversi modi: letterale, morale e mistico se guidati dallo Spirito; ciò
che conta è trascendere la lettera per andare verso i misteri spirituali celati in essa. Nel Commento al
Vangelo di Giovanni Origine descrive il Figlio come generato eternamente dal Padre, prendendo così le
distanze dalla dottrina dell’emanazione che comporta un depauperamento della sostanza divina, il Figlio
corrisponde al “secondo dio” dei sistemi neoplatonici incaricato di manifestare ed esprimere l’infinità
potenza del Padre “non c’è stato un momento in cui il Figlio non fosse”. Origine contribuisce alla
costruzione della dottrina trinitaria, Il Padre è la fonte della vita che Egli comunica al Figlio, nella sua
generazione eterna, e continua allo Spirito, ricorrendo al termine “ipostasi” per indicare le persone divine.
L’aspetto più originale però è la “teologia processuale” con la quale difende l’assoluta unicità e bontà di
Dio, il male non ha consistenza ontologica e non è legato alla materia, per questo il male è solo transitorio e
ha solamente una funzione medicinale per la creazione. Basandosi sul racconto della Genesi, Origene
scorge due modalità di creazione:

 Una condizione di beatitudine in cui le nature razionali sono create “a immagine e somiglianza di
Dio” da cui esse decadono per libera scelta.
 Una in vista della caduta, una sorta di “seconda creazione”, in cui Dio dota gli uomini di tuniche di
pelle cioè del corpo materiale.

Lo scopo finale di questo processo cosmico che comprende tutte le anime, preesistenti alla produzione del
mondo materiale, è di essere destinate alla fine, a fare ritorno a Dio, questo ritorno universale è
“l’apokastasis” ristabilimento della condizione originaria, per cui ogni spirito caduto, compreso il Diavolo e i
suoi demoni saranno infine redenti e ricondotti a Dio. Per queste posizioni egli sarà condannato come
eretico poiché Dio veniva privato del senso della giustizia retributiva, inoltre egli intende la resurrezione
finale come un evento puramente spirituale, che non comprende la sostanza corporea.

4- Da Nerone a Costantino
Nerone (Anzio 37 d.C. – Roma 68 d.C.) imperatore di Roma governa con la madre Agrippina e con l'aiuto di
Seneca, filosofo stoico, e di Afranio Burro, prefetto del pretorio, responsabile di delitti e atteggiamenti
dispotici. Accusa di congiure contro di lui o crimini vari, la stessa madre, la prima moglie e Seneca che è
costretto a suicidarsi, oltre a vari esponenti della nobiltà romana, e molti cristiani. Per la sua politica assai
favorevole al popolo, di cui conquista i favori con elargizioni e giochi del circo, disprezza il Senato romano
ed è avverso alla classe aristocratica. Nerone accusa dell'incendio i cristiani, che vengono arrestati e
condannati in massa, per evitare dicerie che lo ritengono come il vero responsabile; fra il 64-67 d.C.
200/300 cristiani vengono messi a morte, tra cui anche san Pietro e san Paolo. Nerone avrebbe ordinato la
decapitazione di Paolo di Tarso e secondo la tradizione cattolica, anche la crocifissione di Pietro. Infine,
qualche anno dopo, abbandonato anche dai pretoriani e dall'esercito, viene deposto dal Senato e, dopo un
primo tentativo di fuga, vistosi perduto si toglie la vita nei pressi di Roma. Nell’Apocalisse di Giovanni è
riportata la profezia: “Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d’uomo; e il
suo numero è 666”, in alcuni interpreti si diffonde l’opinione che, in tale numero, si potesse scorgere il
crittogramma “Nerone”. Nel III secolo d.C. in concomitanza con nuove persecuzioni, riaffiora il prototipo
dell’imperatore anticristiano, fino al punto da sostenere che Nerone non fosse morto o che Dio lo avesse
resuscitato per fargli completare la sua azione diabolica in veste di Anticristo. Queste leggende entrano in
circolazione, fra il II e il IV secolo d.C. per mezzo degli Oracoli sibillini (12 libri) in cui sono scritte profezie “ex
eventu” dopo il verificarsi dell’evento, ma anche autentiche predizioni future, incentrate soprattutto in
ambito delle attese messianiche giudaiche che alcuni compilatori cristiani manipolano, in modo da far
riferire gli annunci messianici a Gesù. Nell’Impero romano sono presenti una moltitudine di culti, consentiti
purché non interferiscano con l’ordine stabilito e l’autorità imperiale, in questo contesto il giudaismo può
costituire un problema per la sua matrice monoteistica incompatibile con il culto semidivino
dell’imperatore. Il conflitto era stato evitato grazie all’attribuzione della qualifica “religio licita” alla religione
ebraica, poiché i giudei avevano appoggiato Cesare nella campagna d’Egitto, mostrando così che il loro
culto non è di per sé in contrasto con la fedeltà a Roma. Il distacco dei cristiani dal giudaismo non permette
loro di usufruire del medesimo privilegio, essi si trovano infatti esposti al rischio di essere considerati
negatori del culto imperiale e considerati sovvertitori dell’ordine stabilito.

Atti dei martiri (167 d.C. – 180 d.C.) composti a scopi di edificazione spirituale e di propaganda, i testi
descrivono violenze, sofferenze e resistenze inflessibili dei martiri, fra i più importanti il Martirio di
Policarpo, le Lettere delle Chiese di Lione e Vienne e gli Atti dei martiri di Scili. Dal III secolo d.C. per i defunti
considerati “beati” vengono costruite tombe cruciformi o mausolei circolari, il culto delle reliquie si fonda
sulla credenza che, chi la vede e la tocca entra misteriosamente in contatto con il divino, in quanto l’anima
del martire è già in Cielo in contemplazione di Dio, mentre il suo corpo è rimasto in terra. Un'altra vicenda
di martirio è narrata nella Passione di Perpetua e di Felicita, diario di prigionia della ventiduenne Perpetua
in cui racconta il processo, la permanenza in carcere e le visioni estatiche che illuminano i suoi ultimi giorni
si vita. Essa è consapevole di morire per la fede, incurante delle possibili vie di fuga, della pena per il padre
e dell’amore per il figlio appena nato. Nel II d.C. le ragioni della scelta di testimoniare la fede fino alla morte
(martirio), sono oggetto di valutazioni diverse. Per gli gnostici la morte del martire è una scelta insensata da
rifiutare, perché ciò che conta è il destino dell’anima e non del corpo, Eracleone distingue tra confessione
espressa nella fede e nello stile di vita (per coerenza) e confessione espressa a parole in pubblico (per
celebrità). Nell’ambito dei movimenti come il montanismo, il martirio al contrario è esaltato e perfino
sollecitato, mentre Clemente e Origene prendono le distanze.

Ignazio (Siria 35 d.C. - Roma 114 d.C.) vescovo detto l’Illuminatore, convertito al cristianesimo da Giovanni
apostolo, nel 69 d.C. ad Antiochia viene nominato secondo successore di Pietro. Condannato a morte
imprigionato e condotto a Roma per esservi divorato dalle fiere (bestie feroci). Nell’epistolario a lui
attribuito, nella Lettera di Ignazio ai Romani supplica di non impedire il suo martirio: “lasciate che sia pasto
per le belve, per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono il frumento di Dio, macinato dai
denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo […] se incerte non volessero le costringerò”

Policarpo di Smirne (Smirne 69 d.C. – 155 d.C.) vescovo, teologo e discepolo di Giovanni apostolo, ci è
giunta la Lettera di Policarpo ai Filippesi in cui per la prima volta si mostrano comunità, dotate di figure con
responsabilità specifiche. Essa inizia con delle esortazioni alle virtù, indicando gli insegnamenti da
trasmettere alle donne, alle vergini, ai giovani, unite ai doveri che riguardano i diaconi e i presbiteri. Ai
giovani, in particolare, si raccomanda di tenersi lontani: "dalle passioni di questo mondo, perché ogni
passione fa guerra allo spirito […] siano sottomessi ai presbiteri e ai diaconi come a Dio e a Cristo […]
riguardo ai presbiteri, si raccomanda loro di visitare gli infermi, di occuparsi dell'assistenza alle vedove e agli
indigenti oltre che alla riconciliazione dei peccatori, cercando di ricondurre gli sviati". Catturato durante la
persecuzione e rifiutatosi di sacrificare all'imperatore, viene condannato ad essere arso vivo, ma visto che
miracolosamente le fiamme non lo consumano, in fine è ucciso con un colpo di pugnale. Dopo la sua morte
gloriosa i suoi compagni, ne raccolsero i resti per conservarli con venerazione, iniziano così i primi culti
cristiani delle reliquie (ossa, oggetti, frammenti di abiti).

Cipriano (Cartagine 210 d.C. – Sesti 258 d.C.) grande oratore più che pensatore e teologo, si converte al
cristianesimo facendo voto di castità e vendendo i suoi beni, poco dopo viene acclamato vescovo di
Cartagine dal popolo, muore martire durante le persecuzioni degli imperatori Decio (250 d.C.), Gallo (253
d.C.) e Valeriano (258 d.C.) che impongono ai sudditi l’obbligo di sacrificare agli dei di Roma. L’offerta
sacrificale deve essere compiuta davanti a una commissione di cinque membri che, in seguito, avrebbe
rilasciato il libellus, una sorta di attestazione di fedeltà. Cipriano si nasconde inizialmente in un luogo sicuro,
rimanere a Cartagine avrebbe significato sollecitare la morte e lasciare la Chiesa senza governo. Una parte
del clero cede, altri scappano; Cipriano dal suo rifugio consiglia i confessori e scrive eloquenti elogi sui
martiri. Sono conseguenti reazioni di estrema resistenza e altre di compromesso e cedimento da parte dei
cristiani, a Cartagine la maggioranza dei fedeli cade nell'apostasia sacrificando, alcuni non sacrificano ma
corrono ad acquistare i libelli, certificati che provano che lo hanno fatto. Cipriano propone che i libellatici
possano essere riammessi, se in pericolo di morte, da un presbitero o da un diacono, ma gli altri avrebbero
dovuto attendere la fine della persecuzione, quando si sarebbero potuti convocare dei concili a Roma e a
Cartagine per prendere una decisione comune. All'inizio del 251 d.C. la persecuzione cala d'intensità, i
confessori vengono liberati e si riesce riunire un concilio a Cartagine. Le Chiese devono fare i conti da un
lato con i confessori, e con quanti sono usciti vivi dalla prigionia e dalle torture non piagatisi a sacrificare,
dall’altro con i “lapsi” (caduti) coloro che hanno rinnegato la fede in Cristo e si sono piegati a sacrificare agli
dèi. I primi godono di un prestigio morale, a volte superiore a quello dei vescovi stessi, i secondi sono
considerati dei traditori. Cipriano scrive una lettera per denunciare, Novato, ed il suo diacono Felicissimo
che accusano Cipriano di aver abbandonato il gregge e di essersi dato alla fuga, inoltre dispongono
riammissioni dei lapsi tramite indulgenze generali, in nome dei confessori (abuso). L'argomento della
lettera viene sviluppato più approfonditamente nel trattato De Ecclesiae Catholicae Unitate che Cipriano
legge al concilio, e grazie a cui riesce ad ottenere il supporto dei vescovi contro lo scisma originato da
Felicissimo e da Novato. L'unità di cui Cipriano si sta occupando non è tanto l'unità dell'intera chiesa,
quanto l'unità da mantenere all'interno di ogni diocesi tramite l'unione con il vescovo. L'unità della Chiesa,
infatti è garantita dall'unione dei vescovi che "sono incollati l'uno all'altro", quindi chiunque non è con il suo
vescovo è fuori dalla chiesa e non può essere unito a Cristo: il prototipo del vescovo è Pietro, il primo
vescovo. Nel periodo del concilio arriva una lettera che annuncia l'elezione di un nuovo papa, Cornelio.
Vengono inviati a Roma due vescovi, affinché acquisiscano ulteriori informazioni. Nel frattempo, giunge un
altro messaggio con la notizia che Novaziano, il più eminente fra il clero romano, è stato eletto antipapa.
Poco dopo, insieme al rapporto dei due vescovi tornati da Roma, che testimoniano la regolarità
dell’elezione di Cornelio, giunge proprio una sua lettera, in cui questi si lamenta del ritardo nel suo
riconoscimento papale. Cipriano scrive a Cornelio spiegando il suo comportamento prudente ed aggiunge
anche un'altra lettera ai confessori che sono i principali sostenitori dell'antipapa. Invia inoltre copia dei suoi
due trattati, De Unitate e De Lapsis (composto subito dopo l'altro), con l'auspicio che i confessori le
leggessero e capissero le implicazioni di uno scisma. I confessori si schierano dalla parte di Cornelio, ma la
confusione all'interno della chiesa cattolica è terribile. Nessun altro evento in questi primi tempi dimostra
così chiaramente l'enorme importanza del papato. Cipriano afferma che Novaziano "assume il primato" ed
invia i suoi nuovi apostoli in molte città, dove ci sono vescovi ortodossi, provati dalla persecuzione, osa
crearne di nuovi affinché li sostituiscano. All'inizio dello scisma non viene sollevata alcuna questione di
eresia e Novaziano, dopo essersi proclamato papa, enuncia solamente il suo rifiuto di perdono per i lapsi. Il
principale sostenitore dell’antipapa è il presbitero Novato che, a Cartagine, sta riconciliando
indiscriminatamente i lapsi senza la dovuta penitenza. La sua adesione al partito rigorista ha il risultato di
indebolire a Cartagine l'opposizione a Cipriano. Felicissimo invece si difende per un certo periodo;
ottenendo persino che cinque vescovi (scomunicati e deposti) consacrassero un certo Fortunato in
opposizione a Cipriano, per non essere emarginati dalla fazione di Novaziano, che ha già insediato un suo
vescovo a Cartagine. Costoro fanno appello persino a Cornelio, ridicolizzando la loro presunzione; questa
ambasciata rimane infruttuosa ed il partito di Fortunato e di Felicissimo si dissolse velocemente. Riguardo ai
lapsi i concili decidono che ogni caso avrebbe dovuto essere giudicato a sé e che i libellatici avrebbero
dovuto essere riammessi in comunione dopo un variabile, ma lungo, tempo di penitenza, mentre coloro
che realmente hanno sacrificato, dopo una vita di penitenza, avrebbero potuto ricevere l'Eucaristia in punto
di morte. Tuttavia una nuova persecuzione, causa la convocazione nel 252 d.C. di un nuovo concilio, in
questa occasione si decide di riammettere immediatamente tutti coloro che stanno facendo la penitenza,
affinché possano essere fortificati dall'Eucaristia. Durante la persecuzione di Gallo e Valeriano, la chiesa di
Roma è nuovamente messa alla prova, ma l'intera chiesa di Roma, rimane salda e confessa all'unanimità la
fede: nel 253 d.C. Cornelio muore in esilio a Civitavecchia. Un'altra questione è quella del battesimo:
Tertulliano, in precedenza, aveva argomentato sul fatto che gli eretici non avevano lo stesso Dio, lo stesso
Cristo dei cattolici, quindi il loro battesimo era nullo. In questo periodo si usa ribattezzare i montanisti che
tornano alla Chiesa; ci si chiede allora se il battesimo dei novazianisti possa essere riconosciuto o debba
essere ripetuto. La risposta di Cipriano arriva verso il 255 d.C. affermando che devono essere trattati alla
stregua di tutti gli altri eretici. Tuttavia molti altri vescovi non usano tale pratica, essi rimangono nella
fedeltà all'uso romano di un solo battesimo. Il concilio Cartaginese del 256 d.C. (61 vescovi) si spiegano al
papa i motivi per cui si usa ribattezzare e argomentando che questa è una faccenda in cui i vescovi sono
liberi di decidere. Stefano il papa, non è d'accordo e pubblica immediatamente un decreto in cui impone
che non deve essere fatta alcuna "innovazione", ma deve essere osservata la tradizione romana
dell'imposizione delle mani sugli eretici convertiti in segno di assoluzione. Questo provvedimento,
evidentemente indirizzato ai vescovi africani, conteneva alcune severe censure su Cipriano stesso. Nel 256
d.C. si riunisce a Cartagine un concilio ancora più grande in cui tutti sono d'accordo con Cipriano; Stefano
non viene neanche menzionato. Il resoconto del concilio ci è giunto nella corrispondenza di Cipriano con il
titolo di Sententiae Episcoporum. Ma, ai messaggeri inviati a Roma con questo documento, il papa rifiuta
un'udienza e nega persino ospitalità. Stefano muore nel 257 d.C. e gli succede papa Sisto II che,
certamente, in comunione con Cipriano si accetta la pratica del doppio battesimo. Ad Oriente, l'uso di
ribattezzare gli eretici, proviene dal fatto che molti di loro non credono nella Trinità e, probabilmente, non
usano neppure la giusta formula. La pratica sopravvisse per secoli, almeno nel caso di alcune eresie prima
di essere condannata come sacrilega. Cipriano è mandato nel 257 d.C. in esilio, e successivamente nel 258
d.C. rifiutandosi di sacrificare agli dei di Roma, viene martirizzato.

Mani (Ctesifonte 216 d.C. – Ben Lapat 274 d.C.) profeta, predicatore e fondatore del manicheismo; in
Mesopotamia egli diffonde una dottrina in cui confluiscono elementi di matrice ebraica, cristiana, buddista
e gnostica. Mani è uno gnostico di stampo valentiniano, secondo lui la salvezza arriva solo attraverso la
conoscenza: la sua dottrina puramente razionale pretende di possedere una risposta per tutto, e di poter
spiegare l'origine, la composizione ed il futuro dell'universo. Il suo messaggio viene diffuso in Occidente ed
in Oriente da missionari, incentrato sul problema del male che non può provenire da Dio, deve dunque
venire dal regno delle tenebre continuamente in lotta con il regno della luce che ne subisce violenza, due
sostanze divine Bene/Male contrapposte in perenne conflitto fra di loro. Il manicheo si impegna a sottrarsi
al male intrinseco alla materia, con un percorso di ascesi e di rifiuto totale delle passioni e della carne. A
queste persecuzioni segue un periodo di tranquillità, assicurato dal decreto di tolleranza dell’imperatore
Gallieno (261 d.C.), per riprendere con l’ultima grande persecuzione avviata da Diocleziano, prima contro i
manichei e dal 303 d.C. contro i cristiani che dura fino al 311 d.C. alla proclamazione dell’editto di Galerio
che conclude definitivamente ogni azione contro i cristiani.
Ario (Libia 256 d.C. – Costantinopoli 336 d.C.) prete, maestro e teologo le sue dottrine riguardanti la Trinità
in particolare i rapporti tra Padre e Figlio, l’unità di Dio è incompatibile con la pluralità delle persone divine.
Secondo Ario il Figlio è simile al Padre, ma soltanto quest’ultimo è veramente e pienamente Dio in quanto
l’unico ingenerato. Ario afferma che tutto ciò che esiste al di fuori del Padre è per questo motivo inferiore a
Lui, il primo caso è quello del Figlio tramite per la creazione degli altri esseri, che per quanto divino sia
rimane anch’Egli una creatura. A sostegno di questa tesi egli ricorre all’identificazione del Figlio con la
Sapienza, del Libro dei Proverbi, in cui si afferma che essa era stata fatta/creata da Dio all’inizio della sua
opera.

Costantino il Grande (Naisso 272 d.C. – Nicomedia 337 d.C.) successore di Diocleziano, imperatore di Roma
dal 306-337 d.C., la vicenda attraverso cui egli approda al cristianesimo è piuttosto ambigua. Non si sa se la
sua conversione è stata autentica o politica, certamente tutta l’azione del suo governo è incentrata
all’adesione del cristianesimo come religione dell’Impero. Costantino, nel conflitto contro Massenzio (306-
312 d.C.) il quale occupa Roma e se ne assicura il favore degli dei, risponde innalzando al rango divino il
defunto padre Costanzo, così elevando sé stesso al rango di figlio di dio, sostenendo che gli fosse apparso
Apollo. Tuttavia per competere contro Massenzio, avrebbe avuto bisogno di un dio più potente e
universale, che incontrò nel Dio dei cristiani. La conversione avviene prima della battaglia presso il ponte
Milvio a Roma (312 d.C.): Lattanzio racconta che, Costantino la sera prima vide in sogno il monogramma di
Cristo X, ricevendo la promessa divina che se lo avesse fatto incidere sugli scudi dei soldati avrebbe vinto;
Eusebio narra invece che a Costantino e al suo esercito sarebbe apparsa una croce luminosa, con la scritta
“in questo segno vincerai”. Nel 311 d.C. Galerio che aveva continuato l'attività di persecuzione in Oriente,
concesse ai cristiani il perdono, la libertà di culto e, implicitamente, lo status di religio licita con l’editto di
Serdica (o Editto di Galerio). Nel 313 d.C. sconfitto Massenzio, Costantino passa a Milano ed emette d’intesa
con il collega Licinio (successore di Galerio), un editto (editto di Milano) che stabilisce libertà di culto e
restituisce alla Chiese i beni confiscati, dichiarando così l’Impero aperto a tutte le forme di culto religioso,
scegliendo per sé il cristianesimo. Da allora in avanti sarebbe stato il cristianesimo a fornire il nucleo
identitario all’impero, che le antiche tradizione romane non erano più in grado di garantire. Per oltre
vent’anni Costantino si impegna a lungo in questo senso, attribuendo responsabilità civili a vescovi, ed
elevando sé stesso al grado di “pontefice massimo”: rappresentante supremo dell’unico Dio, massima
istanza di riferimento ecclesiastica oltre che imperiale. Nel 325 d.C. Costantino riunisce il concilio di Nicea,
primo concilio ecumenico (universale), a cui partecipano circa trecento vescovi. L’imperatore allora
neppure battezzato, lo inaugura con un discorso in cui si presenta come l’uomo più importante dopo la
cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden. Infatti sostiene che Dio si è servito di lui per liberare l’umanità dalla
schiavitù del peccato, arrogandosi così la funzione di supremo delegato terreno dell’unico Dio e la
presidenza del concilio. Viene detto “vescovo dei vescovi” e “isoapostolo” come attesta il suo monumento
funebre, sarcofago posto al centro di altri dodici vuoti rappresentanti quelli degli Apostoli. Nel 330 d.C.
diventa nuova capitale dell’Impero Costantinopoli, al quale dal punto di vista ecclesiastico viene conferita
autorità al pari di Roma. Costantino si fa battezzare nell’imminenza della morte, da Eusebio di Nicomedia
vescovo ariano, se l’avesse fatto prima avrebbe dovuto sottomettersi all’autorità vescovile per la remissione
dei peccati compiuti; i suoi successori Costanzo II (ariano), Giuliano (anticristiano) e Valente (cristiano).
Costantino avvia costruzioni ecclesiastiche nelle principali località dell’Impero, all’inizio le liturgie dei
cristiani si sono tenute in abitazioni private (es Dura Europos) ed altri edifici adibiti per il culto religioso. A
Roma viene iniziata la costruzione della basilica di San Pietro, a Costantinopoli viene eretta quella di Santa
Sofia e a Gerusalemme del Santo Sepolcro. Nei centri più importanti (Milano, Costantinopoli, Gerusalemme)
non è presente solo una chiesa ma due, poste a distanza ravvicinata, questo fenomeno è detto della
“cattedrale doppia”. Per funzioni liturgiche processionali, a Gerusalemme sono state erette il Martyrium
(pianta rettangolare a 5 navate) e l’Anastasys (pianta circolare con cupola che racchiude il sepolcro di
Gesù). Le pratiche processionali, sotto la guida del vescovo, sono svolte per passaggio da una basilica
all’altra, durante la domenica memoria del “giorno del Signore” e della sua Resurrezione. A Milano questa
solenne processione, avviene solamente nella notte di Pasqua, in cui è possibile ricevere il battesimo
rievocando così suggestivamente, il passaggio da una vita all’altra.
Concilio di Nicea (325 d.C.) la convocazione del concilio punta al rafforzamento del profilo unitario delle
Chiese sul piano dottrinale e liturgico, secondo la linea di Paolo per cui l’ecclesia costituisce un unico corpo,
di cui Cristo è il capo e i fedeli sono le membra. Dunque Il concilio si pone come suprema istanza universale
regolatrice e unificatrice. Il dibattito principale riguardano le tesi di Ario, alle quali vengono contrapposte
quelle di Atanasio patriarca di Alessandria, il quale sostiene la consustanzialità del Padre e del Figlio che è
generato non creato, unica sostanza in due persone differenti. Quest’ultima risulta vittoriosa ed Ario viene
condannato dal concilio che emette una confessione di fede il Credo di Nicea, firmata da tutti i vescovi
presenti. Un'altra questione discussa è la definizione della data della Pasqua a causa della necessità di
distaccarsi nettamente dal giudaismo. Il calendario liturgico inizia a rappresentare un punto di riferimento
imprescindibile, per modellare la propria vita cristiana, su quella di Gesù, ripercorrendone il percorso. In
questo contesto la Pasqua viene fatta coincidere con la Resurrezione, fissandola alla prima domenica
successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Tuttavia le decisioni di Nicea non si affermano
uniformemente e immediatamente, lo stesso arianesimo rimane insediato ai vertici dell’Impero nel corso
del secolo successivo. Intorno alla metà del IV secolo si diffonde anche il culto del Natale, in Occidente
viene fisso il 25 dicembre, in sostituzione della festività del “Sole”, mentre in Oriente il 6 gennaio. I
Patriarchi sono vescovi a capo di sedi molto prestigiose, a loro volta suddivise in province (metropoliti),
articolate in diocesi (vescovi). Le sedi episcopali a cui viene riconosciuta dignità patriarcale sono Antiochia,
Roma e Alessandria; a Gerusalemme l’autorità patriarcale viene riconosciuta solo nel secolo successivo.

Eusebio di Cesarea (Palestina 263 d.C. – Cesarea 339 d.C.) studia nella stessa scuola di Origene, diviene
vescovo di Cesarea nel 313 d.C. e consigliere di Costantino, scrive la Storia ecclesiastica apologia
storiografica che va da Gesù fino a Costantino. Eusebio rappresenta la storia della Chiesa come un martirio
ininterrotto, fino al soccorso di Costantino, il cui regno è presentato come la realizzazione di quello
messianico. In questa prospettiva l’attesa della Parusia diventa superflua, la Chiesa in trionfo è già quella
attuale, l’attesa escatologia viene di conseguenza orientata ad un senso ultraterreno, in vista del
ricongiungimento con Dio nel Regno Celeste. Nella Vita di Costantino viene esaltato il profilo cristiano
dell’imperatore, più che i trionfi politici e militari, un’impresa non proprio agile (responsabile uccisione
suocere, moglie e un figlio oltre a numerosi omicidi politici). Eusebio celebra Costantino come “vicario di
Dio” in terra, divenendo così l’artefice di una “teologia politica” con conseguenze per la gerarchia
episcopale che comincia ad essere integrata nelle istituzioni dell’Impero, cui a sua volta penetra nella sfera
del sacro.

5- Forme di vita e cristianesimo IV e V secolo


Si iniziano a profilare forme di vita monastica cristiana, in cui si mira a raggiungere la perfezione spirituale.
Pertanto si pratica una severa autodisciplina, seguendo gli insegnamenti evangelici sul distacco, del perfetto
seguace di Gesù, dal mondo e dalle sue tentazioni. In questa prospettiva il monaco è un asceta che si
impegna a conservare la purezza in quanto condizione essenziale, insieme alla preghiera, per incontrare il
divino.

Ieraca (Leontopoli 340 d.C.) avvia una comunità monastica, intendendo la purezza come una fondamentale
rinuncia della sessualità, secondo l’ideale rappresentato dalla condizione angelica. In ambito giudaico e
cristiano vengono detti “encratiti” (padronanza di sé), coloro che disprezzano la sessualità e il matrimonio e
praticano digiuno, astinenza e povertà; atteggiamento di radicale distacco dal mondo carnale.

Antonio (Heracleopolis 251 d.C. – Egitto 356 d.C.) il più celebre eremita considerato il fondatore del
monachesimo anacoretico (eremitico). Le sue testimonianze sono offerte direttamente da alcune sue
lettere e dalla Vita di Antonio, scritta da Atanasio di Alessandria. Rimane orfano prima dei vent'anni, con un
patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sente ben presto di dover seguire
l'esortazione evangelica: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi e dallo ai poveri". Così,
distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile di vergini, si dà alla vita solitaria che
già altri “anacoreti” facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.
Successivamente si trasferisce in una necropoli vicina, e nel 285 d.C. si stabilisce in una fortezza
abbandonata per circa vent’anni, infine si reca nel deserto roccioso del Mar Rosso. In questi luoghi subisce
le offensive del demonio, che lo attacca manifestandosi nelle forme più impreviste, mettendolo
continuamente alla prova “Di notte lo turbava e di giorno lo molestava, a tal punto che coloro che
vedevano si accorgevano della lotta tra i due”. Punto decisivo dello scontro relativo al controllo
dell’alimentazione “l’ombelico del ventre” considerato essere il punto di irradiazione dei vizi peggiori.
Scrivendo la Vita di Antonio Atanasio, dà il via a un nuovo genere letterario, l’agiografia monastica, dopo
Costantino i martiri appaiono appartenere al passato, c’è bisogno di un nuovo modello una figura eminente
di vita evangelica da imitare. La biografia di Antonio presenta il monaco come “nuovo martire”, che lotta
per la fede resistendo alle persecuzioni dei demoni e alle tentazioni della carne. Antonio prega e lavora (ora
et labora) con le proprie mani, e il frutto del lavoro in parte “lo dedicava a procurarsi il pane, il resto lo
spendeva per i poveri” modello alternativo rispetto agli asceti dediti alla preghiera ininterrotta, gli “euchiti”
incuranti di qualsiasi aspetto materiale. Antonio polemizza contro gli ariani, che equipara a demoni
contaminatori, queste espressioni di condanna risultano funzionali al disegno antiariano di Atanasio, che
presenta Antonio come alfiere della battaglia.

Pacomio (Tebe 292 d.C. – Egitto 348 d.C.) considerato il fondatore del monachesimo cenobitico
(comunitario) e del suo regolamento, Pacomio stabilisce il suo primo monastero cenobitico a Tabennisi nel
323 d.C., il primo ad unirsi a lui è il fratello maggiore Giovanni, e ben presto più di cento monaci. Anche se
Pacomio a volte fa da lettore per i pastori vicini, né lui né alcuno dei suoi monaci diviene sacerdote; nel 333
d.C. viene visitato da Atanasio, che vuole ordinarlo sacerdote, ma Pacomio fugge da lui. Poco prima della
sua morte si diffondono molteplici monasteri cenobi con diverse centinaia di monaci; ed intorno al 420 d.C.
questo numero crebbe enormemente per un totale di nove cenobi pacomiani con settemila monaci. Essi
nascono generalmente in aree non rivendicate da nessuno (deserti, villaggi abbandonati, necropoli), nel
cenobio i membri trascorrono insieme alcuni momenti della giornata (preghiera, pasto e attività
produttive). La Bibbia viene vista come fonte di ispirazione e prescrizione comportamentali, per disciplinare
strutture del genere occorrono regole scritte e condivise.

Shenute (Egitto 348 d.C. – 466 d.C.) abate e vescovo, riprende il modello pacomiano e lo riformula
fornendo regole più severe al proprio monastero di Atripe. La forma di vita cenobitica esige che lo sforzo di
conseguire la purezza si estenda dall’individuale al collettivo, gli assalti dei demoni sono infatti rivolti contro
tutta la comunità, di cui mirano a distruggere l’equilibrio e l’armonia. I rischi principali sono legati ad un
cattivo uso del ventre, perciò bisogna tenere a bada il “ventre collettivo” del cenobio ed evitare i contatti
fisici e la condivisione di spazi privati per preservarsi dalle tentazioni della carne. Gesù è stato per i discepoli
un maestro di verità e di vita, nel cenobio tale funzione viene assunta dall’abate (padre), che sovraintende
alla vita dei monaci e alla loro dimensione spirituale, in vista della perfezione. L’abate è profondamente
coinvolto nel percorso esistenziale dei monaci, nell’aiutarli a discernere ciò che è bene da ciò che è male.

Aphu (Ossirinco – IV secolo d.C.) monaco pastore che vive da solo con una mandria di bufali, figura
singolare dotata di eccezionale autorevolezza, si fa vedere in città una volta all’anno durante la festa
pasquale. In una di queste occasioni nel 399 d.C. ascolta proclamare una lettera dal patriarca Teofilo, le cui
dottrine enunciate non lo convincono, si narra che egli discese quindi fino ad Alessandria per discutere delle
tesi, convincendo Teofilo delle sue ragioni.

I Padri Cappadoci sono influenzati da Origene riprendendo la dottrina della doppia creazione e della
redenzione universale; e da Porfirio che interpreta la divinità assolutamente semplice è una “Monade
triplice” monade composta da tre ipostasi distinte, che formano lo stesso un’unità poiché hanno la stessa
sostanza, la stessa volontà e dimorano l’una nell’altra e si mescolano senza confondersi. Insieme
combinano il loro rilievo intellettuale per offrire un contributo teologico decisivo nei confronti della
questione ariana e dottrina della Trinità, distinguendo tra ousia (sostanza) per indicare l’insieme delle
proprietà comuni e hypostasis (ipostasi/persona) per riferirsi alla dimensione individuale. Nel loro pensiero,
viene rifiutata la posizione gerarchica delle tre ipostasi divine, in cui “il principio superiore ne genera uno
inferiore”, esse stanno sullo stesso livello e hanno la stessa dignità ontologica.

Basilio di Cesarea (Cappadocia 330 d.C. – Cesarea 379 d.C.) vescovo iniziatore di “fraternità laicali”, scrisse
l’Asceticon che comprende più testi: Regole ampie, Regole brevi e Regole morali tutte destinate alle
“fraternità” comprendenti sia uomini che donne. Basilio chiama i membri della comunità, semplicemente
cristiani o “fratelli”, la loro separazione dal mondo consiste nel separarsi dal mondo peccatore. Lo stile di
vita del cristiano deve essere lo stesso sia in pubblico che privato, lontano da qualsiasi ipocrisia, improntato
sull’odio del mondo, del rinnegamento di sé, oblio del proprio passato e rimozione di ogni volontà non
conforme a quella divina. Nel 374 d.C. apre un ostello per cristiani, detto “Basiliade”, per ospitare pellegrini,
infermi e bisognosi di cure; dotandolo di infermieri e medici. Basilio riprende spunti dalla filosofia di Plotino
affermando che il processo di generazione è eterno, il Logos è generato al di fuori del tempo senza subire
una perdita di perfezione, ne avviene alcuna alterazione della sostanza del Padre. Basilio contribuisce in
modo determinante alla dottrina dello Spirito Santo, secondo lui lo Spirito possiede in pieno la natura
divina e non va confuso con le altre due persone divine: “Egli procede dal Padre come il soffio procede dalla
bocca”.

Gregorio di Nissa (Cappadocia 335 d.C. – Nissa 394 d.C.) fratello di Basilio e vescovo, il più importante per
quanto riguarda l’aspetto filosofico, nel Discorso catechetico grande espone una serie di dottrine cristiane
(Trinità – peccato – Incarnazione e Redenzione – battesimo – eucaristia). Egli insiste prevalentemente sulla
teologia negativa per sottolineare la radicale trascendenza di Dio. Ne consegue l’impossibilità di conoscere
l’essenza divina da parte dell’uomo, neppure in un’estasi mistica o nella visione beatifica dopo la morte, è
possibile superare questo limite.

Gregorio di Nazianzo (Nazianzo 329 d.C. – 390 d.C.) vescovo amico comune di Basilio e Gregorio, egli
sostiene che per esprimere le tre ipostasi si può ricorrere ai termini: natura, persona, individualità per
cogliere al meglio di diversi modi di agire all’interno della Trinità, ed i rapporti reciproci di relazione
(Padre/ingenerato – Figlio/generato – Spirito/emanato). Gregorio rileva con fastidio e disappunto che a
Costantinopoli un numero elevato di laici non acculturati pretendono di esprimersi su delicate questioni
teologiche. Egli condanna questa “follia della teologia metropolitana” asserendo che per occuparsi di
queste tesi è necessaria una competenza specifica.

Priscilliano di Avila (Galizia 340 d.C. – Treviri 385 d.C.) membro del ceto senatoriale viene nominato
vescovo nel 381 d.C., raccoglie attorno a sé un gruppo di laici vincolati ad un regime di vita ascetico. La sua
predicazione gli procura ostilità e accusa di manicheismo, superstizione e magia causa delle accuse da parte
dei vescovi di Spagna e Aquitania. Priscilliano si reca alla corte imperiale per difendersi, ma viene
condannato a morte, il vescovo Martino di Tours tenta invano di evitargli l’esecuzione, a sua volta criticata
da Ambrogio vescovo di Milano. Priscilliano è il primo caso di un vescovo considerato eretico inquisito e
ucciso dalla comunità ecclesiastica. La polemica attorno a Priscilliano tocca questioni come: lo stile di vita
del clero e il ruolo da riconoscere alle donne aspiranti alla perfezione evangelica.

Girolamo (Stridone 347 d.C. – Betlemme 420 d.C.) monaco, teologo e traduttore, Il rigore morale di
Girolamo è decisamente favorevole all'introduzione del celibato ecclesiastico. La sua impresa di traduzione
viene indicata come la Vulgata, su incarico di papa Damaso I, affronta il compito di rivedere la traduzione
dei Vangeli e successivamente le versioni della Vetus latina (Bibbia latina), a partire dalla traduzione dei
Settanta. Egli si trasferisce a Betlemme per migliorare la conoscenza dell’ebraico e si dedica alla vita
ascetica e allo studio intensivo della Bibbia. Girolamo comincia con il tradurre dal greco in latino gli
Esaplata di Origene in una prima versione comprendente:

 Libro dei Salmi, Giobbe, Proverbi, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste e Cronache.
Successivamente si cimenta nella traduzione della Scrittura in lingua originale, dall’ebraico in latino, ma non
arriva a tradurre tutto l’Antico Testamento. Fanno dunque parte della Vulgata traduzioni latine che non
devono niente a Girolamo quali:

 Vetus latina, Lettere paoline, Atti degli Apostoli, Apocalisse prodotte nel V secolo d.C. ex novo.

In realtà Girolamo non conosce così bene l’ebraico, come dimostra il celebre errore nel tradurre un passo di
Esodo, che descrive Mosè raggiante mentre scende dal Sinai con le tavole della legge. In realtà il termine
“keren” significa sia raggio di luce che corno, infatti egli fraintendendo traduce l’aspetto di Mosè come
cornuto. L’importanza della sua impresa sta innanzi tutto nel metodo filologico, che mira a stabilire la
hebraica veritas, ovvero a comprendere il testo biblico nella sua versione originale letterale e storica.

Marcella (Roma 325 d.C. – 410 d.C.) matrona a capo di una comunità di vergini consacrate, appartenente
ad una famiglia molto in vista, rimane vedova sette mesi dopo il matrimonio e decide di consacrarsi a Dio
dandosi alla vita ascetica. Forma comune alle vergini consacrate è la permanenza prolungata nella casa di
famiglia, la riduzione al minimo delle apparizioni pubbliche e la frequenza delle pratiche di preghiera.
Diviene amica di Girolamo con cui condivide la passione per la Bibbia e la teologia, tenendo scambi di
lettere.

Ambrogio e Siricio (IV secolo d.C.) elogiano le scelte ascetiche delle donne, inoltre il primo sollecita anche il
clero alla continenza sessuale, esaltando la virtù della castità. Fino al IV secolo d.C. nessuna disposizione
canonica obbliga, i vescovi e i preti sposati, a non avere rapporti con le proprie mogli. A partire da
quest’epoca per impulso di Ambrogio a Milano e Siricio a Roma si inizia a vietare ai diaconi e ai preti di
sposarsi dopo l’ordinazione, e di astenersi dai rapporti sessuali con le mogli, vivendo come “fratello e
sorella”.

Nella Storia ecclesiastica, vengono indicati i diversi luoghi verso cui gli apostoli erano partiti per
evangelizzare il mondo e dove avevano subito il martirio. Tommaso (in Persia e India), Andrea (in Scizia),
Giovanni (in Asia Minore), Pietro (a Roma), Marco (in Egitto) e Taddeo (in Siria). Difficile stabilire quanto ci
sia di vero, tuttavia questa tradizione conferisce prestigio alle Chiese, legandole alla missione specifica
dell’apostolo, dandone un diritto di indipendenza pur essendo in comunione tra di loro. La Cronaca di
Arbela (VI secolo d.C.) testo siriaco, racconta delle prime persecuzioni anticristiane in Siria, sollecitate dalla
casta sacerdotale dei Magi, per cui i cristiani erano percepiti come rappresentanti della religione
dell’Impero nemico. Le Chiese dell’Adiabene sono le prime ad essere perseguitate fra il 340 – 351 d.C. al
tempo del sovrano Sapore II, che ordina di distruggere gli edifici e uccidere i cristiani. Uno dopo l’altro tre
vescovi della capitale imperiale Seleucia-Ctesifonte, sono messi a morte dopo di che la sede rimane vacante
per quarant’anni. Solo nel V secolo d.C. quando a corte prevalgono le preoccupazioni di arginare il potere
dello zoroastrismo, si inizia a profilare una linea di apertura nei confronti del cristianesimo. Il vescovo
Maruta indice così nel 410 d.C. un concilio a Seleucia, la Chiesa persiana si riorganizza intorno al
metropolita di Seleucia-Ctesifonte che assume il titolo di katholikos (inferiore al patriarca, superiore al
metropolita). A Edessa il cristianesimo si afferma fin dal II secolo d.C., grazie all’adesione del re Abgar IX e
consolidato quando la regione viene incorporata nell’Impero romano. Nisibi, in Mesopotamia, invece
rimane lungamente contesa fra romani e persiani e dopo la sconfitta e la morte in battaglia dell’imperatore
Giuliano, il suo successore Gioviano è costretto a cederla con notevoli contraccolpi per la tenuta del
cristianesimo in Oriente. Le conversioni più significative avvengono al tempo di Costantino, sollecitate da
ragioni di opportunità politica e orientamento a omologarsi con l’Impero. In Siria vengono allestite
traduzioni di singoli libri dell’Antico Testamento, e per il Nuovo Testamento si fa inizialmente ricorso al
Diatessaron di Taziano, una prima traduzione siriaca dei Vangeli è il Vetus Syra e il suo stadio successivo la
Peshitta.

Gregorio l’Illuminatore (Cesarea 257 d.C. – Armenia 322 d.C.) studia a Cesarea dove diviene cristiano,
torna in patria e agli inizi del IV secolo d.C. converte il re Tiridate III il cui passaggio al cristianesimo
comporta anche quello dell’Armenia. La leggenda cristiana vuole che a seguito delle sue persecuzioni
contro i cristiani, il re armeno viene colto da una terribile malattia, dalla quale nessun medico di corte
riesce a curarlo. Quando la sorella del re ha un sogno che le parla dei poteri miracolosi del predicatore
imprigionato nelle segrete, il re rifiuta inizialmente la proposta, ma alla fine cede e viene guarito per
intercessione di Gregorio. Da quel momento la fede cristiana diviene elemento costitutivo dell’identità
armena, e l’episcopato passa di padre in figlio agli eredi di Gregorio che era divenuto vescovo.

Nino (296 d.C. – Georgia 338 d.C.) predica ed introduce il cristianesimo in Georgia, dopo aver compiuto
diverse guarigioni miracolose converte dapprima la regina Nana e successivamente il re pagano Mirian III.
Egli perso in un bosco fitto ed immerso dalle tenebre durante una battuta di caccia, trova la strada della
salvezza solo dopo aver invocato il "Dio di Nino". Mirian dichiara nel 327 d.C. il cristianesimo religione
ufficiale e Nino continua le proprie attività missionarie tra i georgiani fino alla sua morte. (opere di
evangelizzazione già state introdotte grazie agli apostoli Andrea, fratello di Pietro, e Simone lo Zelota).

Frumenzio (Tiro IV secolo d.C. – Axum 383 d.C.) nella Lettera di Costanzo II del 356 d.C. si racconta della
sua missione apostolica in Etiopia, egli si reca ad Axum dal re etiope e lo converte al cristianesimo.
Successivamente si reca ad Alessandria per sottomettersi al patriarca e diventa vescovo di Etiopia e al suo
ritorno viene chiamato "rivelatore della luce" e "padre pacifico". La Chiesa etiopica si caratterizza per la
conservazione di pratiche alimentari ebraiche per lungo tempo (divieti di mangiare carne di maiale, animali
morti soffocati e il sangue), e per l’impronta giudaica contenuta nel canone delle Scritture (Libro di Ezra,
l’Apocalisse di Enoch e l’Ascensione di Isaia).

Wulfila (Turchia 311 d.C. – Costantinopoli 383 d.C.) “Lupetto” il padre visigoto e la madre cappadoce,
cresce da cristiano, otre al goto conosce il latino e il greco, viene inviato più volte come ambasciatore a
Costantinopoli. Nel 348 d.C. Eusebio di Nicomedia, lo nomina vescovo presso i goti, all'inizio la sua missione
di evangelizzazione fallisce e il re Atanarico scatena una persecuzione contro i goti cristiani, che li costringe
a migrare oltre il Danubio. A capo di questa tribù di contadini goti cristiani, Wulfila si dà alla traduzione
della Scrittura per usi liturgici, dal greco al gotico. Ma il gotico fino a quel momento non conosce la forma
scritta, esiste solamente come lingua parlate, così Wulfia inventa un alfabeto gotico per l’opera di
traduzione.

Tradizioni liturgiche divergenti riguardo la celebrazione eucaristica e il calendario annuale, in Oriente si


profilano la scuola di Alessandria e la scuola di Antiochia. In Occidente oltre alla tradizione romana si
affianca quella ambrosiana e gallicana; gli unici sacramenti affermatisi fin dagli inizi sono: il battesimo e
l’eucaristia. Il battesimo inizialmente riservato solo a candidati adulti, preparati attraverso un lungo periodo
di formazione. Ma il sacramento viene dilazionato, e gli adulti spesso si mantengono in condizione di
catecumeni per un tempo indeterminato, in modo da poter poi usufruire del battesimo in punto di morte.
Per contrastare tale abitudine le Chiese introducono fra IV e V secolo d.C. la pratica del battesimo dei
bambini. La celebrazione eucaristica viene detta messa dalla formula: Ite, missa est. Dal V secolo d.C. si
delineano tre fasi fondamentali: la processione d’ingresso, l’offerta del pane e del vino, la comunione. La
preghiera del Padre Nostro viene inserita, prima/dopo la frazione del pane.

6- Il cristianesimo religione dell’Impero romano


I goti conoscono il cristianesimo nella tradizione ariana e si suddividono in due categorie: ostrogoti (goti
orientali) e visigoti (goti occidentali). Nel 378 d.C. l’imperatore Valente viene sconfitto nella battaglia di
Adrianopoli, in Tracia contro i visigoti, e ucciso mentre cerca di fuggire. Il suo successore Teodosio (379-395
d.C.) nel drammatico momento, prende due decisioni importanti:

 proclama nel 380 d.C. l’Editto di Tessalonica in cui il cristianesimo viene riconosciuto come religione
dell’Impero e viene vietata ogni altra credenza religiosa. Questo inaugura una nuova fase politica-
religiosa dell’Impero, con l’istituzione della domenica come giorno festivo, inoltre i vescovi e
membri del clero viene riconosciuta una condizione privilegiata nell’ambito fiscale e giudiziario in
forme di esenzione.

 convoca nel 381 d.C. il concilio di Costantinopoli con la condanna definitiva dell’arianesimo e del
macedonianismo (che non riconosceva la divinità dello Spirito Santo) con la confessione del Credo
niceno-costantinopolitano che estende la consustanzialità del Padre e del Figlio allo Spirito Santo.

Viene stilato un elenco di gerarchia istituzionale delle Chiese in cui Costantinopoli viene considerata la
“nuova Roma” ed elevata al di sopra Alessandria, ciò crea tensioni fra le varie Chiese in quanto lo stesso
patriarca di Roma ribadisce il suo primato sulle altre. Su tutti spicca la condizione dei vescovi, dato il
privilegio di non poter essere citati in tribunale, ma di poter essere giudicati solo da altri vescovi. Essi
vengono legittimati, in virtù della loro fama di santità, a svolgere compiti giudiziari, anche per quanto
riguarda la giustizia penale, salvo i casi di omicidio, in un apposito edificio audientia episcopalis. Inoltre i
vescovi si occupano di costruzioni di monumenti, prigioni cittadine, riparazione mura e benedizioni armi.
Viene così avviato un regime composto da due gerarchie: il regnum e il sacerdotium che si trovano a
collaborare insieme e a competere riguardo a confini e responsabilità. Per arginare la crescita esponenziale
dei poveri all’interno di Costantinopoli, ed evitare le conseguenze sociali devastanti della fame (motivo di
rabbia e insurrezioni popolari), in tempo di carestia gli imperatori distribuiscono cibo a spese del tesoro
pubblico. Inoltre la costruzione di grandi opere pubbliche, come gli edifici ecclesiastici, risolve in parte la
disoccupazione e il problema del salario per operai non specializzati. I vescovi si occupano nell'assistenza
dei poveri al di fuori della capitale, lo stesso Basilio di Cesarea diviene pioniere dello xenodochein. Gli
xenodocheia istituti di carità iniziano a proliferare in Occidente e in Oriente raffigurandosi come ospizi per
pellegrini, case di prima accoglienza e ospedali.

Ambrogio (Treviri 340 d.C. – Milano 397 d.C.) nato da famiglia di alti funzionari imperiali, lui stesso diventa
nel 370 d.C. governatore. Nel 374 d.C. viene acclamato vescovo dal popolo pur non essendo neanche
battezzato, dopo la nomina a vescovo Ambrogio prende molto sul serio il suo incarico e si dedica ad
approfonditi studi biblici e teologici introducendo le dottrine di Origene nell’Occidente. Privo di timori nei
confronti degli stessi vertici dell’Impero, avversario del paganesimo romano, che dimostra in quegli anni gli
ultimi segni di vitalità, si scontra con il senatore Simmaco che chiede il ripristino dell’altare e della statua
della dea Vittoria rimossa dalla sede del Senato. Reagisce alla strage compiuta a Tessalonica, dai soldati di
Teodosio, i quali reprimono una rivolta popolare nel sangue, condannando la strage e scomunica
l’imperatore da cui pretende e ottiene un’umiliante penitenza pubblica. Si oppone al giovane imperatore
Valentiniano II e a sua madre Giustina, nella costruzione di due basiliche dedicate agli ariani, ancora
maggioritari fra i laici. Oltre la metà dei suoi scritti è dedicata all'esegesi biblica, che egli affronta seguendo
un'interpretazione prevalentemente allegorica e morale delle Scritture. Ambrogio rilegge le virtù
tradizionali alla luce del Vangelo: la fides (lealtà) diventa la fede in Cristo, la prudenza include la devozione
verso Dio, esempi di fortezza divengono i martiri; alle virtù classiche si aggiungono le virtù cristiane: la
carità, l'umiltà e la pietà. Scrive il De obitu Theodosii, in cui racconta il ritrovamento della croce di Gesù a
Gerusalemme, da parte di Elena la madre di Costantino. Secondo questa leggenda sono stati trovati anche
due chiodi della crocifissione, uno fuso nel diadema di Costantino, l’altro trasformato nel morso per il suo
cavallo. Tale per Ambrogio è la funzione della Chiesa nei rapporti con l’imperatore: unita nella battaglia ma
destinata ad esercitare una salutare funzione di freno.

Agostino (Tagaste 354 d.C. – Ippona 430 d.C.) la conoscenza della vita di Agostino risulta decisiva per la
comprensione del suo pensiero, le vicende sono narrate da lui stesso nelle Confessioni. La madre Monica è
cristiana, figura fondamentale per lo sviluppo delle vicende del figlio. Agostino studia retorica ma non
apprende il greco, si lega ad una donna da cui ha un figlio Adeodato e aderisce al manicheismo divenendo
uditore per circa nove anni. Successivamente si reca a Roma per insegnare retorica, per poi giungere a
Milano dove incontra Ambrogio e assiste alle sue prediche. In questo periodo si allontana dal manicheismo
e si avvicina al neoplatonismo, ed il cristianesimo inizia a sembrargli conciliabile con tali dottrine filosofiche.
Nel 386 d.C. avviene la conversione, si narra che egli recatosi in un giardino in piena crisi ode una voce che
intima “Prendi e leggi” interpretato come un segno divino Agostino apre la Bibbia e cade su un passo di
Paolo di Tarso: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle
contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue
concupiscenze”. Il seguente testo lo convince della sua scelta a lungo rinviata, così chiude la relazione con la
donna con cui convive e si fa battezzare a Milano da Ambrogio. Decide di ripartire per l’Africa per dedicarsi
ad una vita monastica e contemplativa, ma successivamente viene ordinato prete (in maniera analoga a
quella di Ambrogio) e nel 395 d.C. viene eletto vescovo di Ippona. Centrale nella sua vicenda esistenziale il
ruolo della grazia divina, per quest’ultima entra in polemica contro il monaco Pelagio, il quale sostiene che
l’uomo può raggiungere la salvezza con le sue sole forze e di libera iniziativa, senza l’aiuto di Dio. Secondo
Agostino invece, il peccato compiuto dai progenitori (originale) ha talmente corrotto la natura umana, da
ridurre l’umanità alla condizione di “massa dannata”. Non ha quindi senso confidare in un riscatto operato
dagli sforzi umani, solo la grazia divina può redimere la massa peccatrice attraverso percorsi e ragioni
inaccessibili alla ragione e del tutto svincolati da qualsiasi merito. Agostino ne esce vincitore vedendo
condannate le dottrine di Pelagio, nel 418 d.C. durante il concilio di Cartagine. Sullo sfondo della sua
concezione negativa dell’umanità in quanto segnata dal peccato, si comprende la svalutazione del governo
terreno, sintetizzabile nella celebre espressione del De Civitate Dei: “Tolta di mezzo la giustizia, che cosa
sono i regni, se non grandi latrocini?”. Ai cultori delle antiche tradizioni, sostenenti che Roma è stata
saccheggiata perché aveva abbandonato gli antichi dei pagani per il Dio del cristianesimo. Agostino
risponde con la composizione del De Civitate Dei (22 libri) ricordando che mali e calamità hanno colpito
Roma anche durante i tempi delle antiche tradizioni. L’opera è una concezione della storia come
dispensazione nel tempo della divina Provvidenza, difatti le vicende umane sono un permanente terreno di
scontro fra due città:

 La città terrena, costituita dai pagani schiavi del peccato e in preda alle potenze del male, incapaci
di compiere la Volontà Dio, si oppongono ad essa.
 La città di Dio, costituita dalla Chiesa comprendente l’intero popolo dei veri cristiani fedeli a Dio,
che non coincide con la Chiesa storicamente visibile.

Solo Dio “che vede nel segreto” sa dove passano i confini fra le due città, che saranno messi in luce nell’ora
del giudizio finale, dove gli abitanti della città di Dio saranno salvati e gli altri condannati. La storia è divisa
in sette età, che vanno dalla Creazione all’avvento di Gesù Cristo, la sesta dalla sua venuta fino al giudizio
finale ed infine la settima è il giorno senza fine riservato ai beati nella loro condizione ultraterrena. Il regno
millenario coincide con il tempo storico aperto dal “Verbo fatto carne venuto ad abitare in mezzo a noi”
continuato con l’istituzione della Chiesa peregrina sulla terra in lotta contro le potenze maligne. Agostino si
impegna a fondo anche contro lo scisma donatista, i seguaci del vescovo Donato, formatisi dopo la
persecuzione di Diocleziano, caratterizzati da un atteggiamento intransigente nei confronti dei lapsi (vescovi
che avevano consegnato i testi sacri e cristiani che avevano sacrificato agli dèi). Secondo i donatisti i lapsi
non devono essere riammessi, e la Chiesa dovrebbe essere composta solamente di puri senza mescolarsi
con gli impuri. Agostino rimprovera questi atteggiamenti, criticandone l’aspirazione settaria, poiché la
Chiesa è un’organizzazione per le grandi masse, peccatori inclusi. Nel concilio di Cartagine del 411 d.C. i
donatisti vengono condannati e le loro chiese confiscate. Egli denuncia anche i circoncellioni monaci
itineranti che praticano una forma di vita che Agostino squalifica come “vagabondaggio ipocrita e ozioso”.
Questo perché contrasta con il suo ideale di stabilità racchiuso nel Praeceptum o Regola di Sant’Agostino e
con il suo impegno per la diffusione di un ordine monastico fondato sulla vita in comune.

Orosio (Braga 375 d.C.-420 d.C.) prete discepolo e collaboratore di Agostino, scrive le Storie (417-418 d.C.)
in cui concepisce la storia umana consapevole del ruolo universale di Roma, come centro e perno delle
vicende, ne esalta gli imperatori Traiano e Teodosio. Ma mostra anche come la storia di Roma sia un
percorso ininterrotto di violenze, guerre, sopraffazioni e ingiustizie. L’opera di Orosio ha notevole diffusione
nelle biblioteche medievali, in molti manoscritti è intitolata Storie contro i pagani, in realtà il termine entra
in uso solo agli inizi del V secolo d.C. a opera di autori cristiani come Agostino, e acquisisce una tonalità
polemica e svalutativa. I pagani sono infatti coloro che continuano a praticare i culti tradizionali considerati
attardati, marginali e campagnoli, i “pagi” sono infatti i villaggi. In realtà culture, credenze e culti non
cristiani sono ancora vivaci e continuano a persistere non rassegnandosi alla scomparsa, conflitti fra pagani
e cristiani si scatenano in varie regioni. I più aspri ad Alessandria dove nel 391 d.C. il patriarca Teofilo ordina
la distruzione del tempio Serapeo e dell’annessa biblioteca, al suo posto si insedia un monastero
pacomiano.

Ipazia (Alessandria 360 d.C. – 410 d.C.) matematica, astronoma e filosofa, succede al padre
nell'insegnamento di queste discipline nella comunità alessandrina, come discepolo ha Sinesio vescovo di
Tolemaide. Per quanto riguarda il suo pensiero filosofico ella si ferma ad esporre il modello neoplatonico di
Plotino, senza creare nessun sistema originale. L'omicidio di Ipazia, da parte di una folla di cristiani in
tumulto, serve a dare una lezione e un avvertimento ai pagani che ancora occupano alcuni posti chiave
nell'amministrazione della città, e che tentano di mantenere in vita la cultura ellenica tradizionale.

Nell’Impero cristianizzato il giudaismo è l’unico rifiuto importante che ancora persiste, quella che prima era
stata una “discussione in famiglia” ora è sentita come un insulto pubblico nei confronti di Dio e della vera
fede. A partire da Teodosio i giudei vengono esclusi da funzioni pubbliche e dal servizio militare con il
divieto di acquistare schiavi di altre etnie. A Callinico nel 388 d.C. i cristiani, istigati dal vescovo, incendiano
la locale sinagoga, Teodosio si lamenta annunciando che si sarebbe dovuto provvedere alla ricostruzione,
ma Ambrogio relativizza l’episodio, assumendosene la responsabilità morale e stigmatizzando la pretesa
dell’imperatore ritenuta sacrilega. La questione di fondo è la responsabilità della morte di Gesù attribuita al
popolo ebreo, crimine di estrema gravità trattandosi di deicidio, aggravato dall’ostinazione di non
riconoscere Gesù come il Messia (il Cristo “l’Unto”) e Signore dell’universo. Lo stesso Agostino afferma nella
Città di Dio che i giudei sono deicidi e per tale colpa sono stati puniti da Dio con la fine del loro regno,
nonostante ciò vanno preservati e tutelati come testimoni inconsapevoli della verità del cristianesimo, e
resistendo nell’attesa del loro Messia, i giudei diventano i custodi ciechi delle Sacre Scritture. Essi sono
divenuti utili apologeti della verità del cristianesimo, se non ci fossero loro infatti qualcuno potrebbe
pensare che i passi biblici siano stati prodotti a posteriori, da cristiani, per attestare la messianicità di Gesù.

Giovanni Crisostomo (Antiochia 349 d.C. – Comana 407 d.C.) vescovo di Costantinopoli e teologo, la sua
eloquenza e le sue doti retoriche nell'omiletica gli valgono l'epiteto “bocca d’oro”, il suo zelo e il suo rigore
sono causa di forti opposizioni alla sua persona. Nelle Omelie contro i Giudei in un forte atteggiamento
antigiudaico sostiene che le sinagoghe sono “caverne di ladri e tane di animali rapaci e sanguinari” i giudei
sono infatti “animali che non servono per lavorare ma solo per il macello” e i cristiani non devono avere
“niente a che fare con quegli abominevoli giudei, gente rapace, bugiarda, ladra e omicida”.

Codice teodosiano (commissionato 429 d.C.- in vigore 439 d.C.) il codice garantisce l’esistenza della
religione-setta giudaica, ma ne osteggia la presenza nella società. Sono loro consentite le assemblee di
culto, rispettate le festività e il riposo del sabato; come per il clero cristiano anche per i loro sacerdoti e
funzionari sono previste esenzioni. Dall’altra parte i cristiani sono diffidati dal convertirsi alla religione
ebraica e a frequentare le loro assemblee. Si stabilisce che si possano riparare vecchie sinagoghe ma non
costruirne di nuove, il culto ebraico appartiene ormai ad un passato fossilizzato.

Agli inizi del V secolo d.C. fra le sedi patriarcali di Alessandria e Antiochia esplose un conflitto per la
supremazia sulla sede di Costantinopoli.

Nestorio (Turchia 386 d.C. – Egitto 451 d.C) patriarca di Costantinopoli e teologo cristologico, nel 428 d.C.
afferma la totale separazione delle due nature del Cristo, quella divina e quella umana, negandone l'unione
ipostatica. Afferma pure che Maria ha generato l'uomo Gesù, e non Dio, per cui rifiuta a Maria il titolo di
“Madre di Dio” (Theotókos), riconoscendola solo come "Madre di Cristo" (Christotókos), e afferma che colui
che è nato da Maria è solo un uomo in cui Dio poi discese come discese nei profeti. Riconosce la presenza in
Cristo, piuttosto che di due nature, di due persone (Dio e uomo), unite dal punto di vista morale più che
sostanziale, il corpo di Gesù sarebbe stata una sorta di "tempio dello Spirito" in cui è stata accolta la
divinità.

Cirillo di Alessandria (Teodosia 377 d.C. – Alessandria 444 d.C.) patriarca di Alessandria e teologo
cristologico, muove contro Nestorio critiche dogmatiche, si oppone all'espressione di “Maria madre di
Cristo” (Christotokos) e sostiene quella di “Maria madre di Dio” (Theotokos) accusandolo di accentuare
troppo la componente umana a scapito di quella divina. Conia la formula dell’unione sostanziale
nell’Incarnazione di natura umana e divina in Gesù Cristo (vero Dio e vero uomo).

Concilio di Efeso (431 d.C.) decreta la condanna di Nestorio e la sua deposizione, questa campagna
dogmatica comporta una rottura importante nel cristianesimo Orientale. Nestorio abbandona la sfida e
torna alla vita monastica, ma i suoi seguaci si riorganizzano oltre i confini dell’Impero. Inoltre la Chiesa di
Persia in polemica con la Chiesa Imperiale, riconosce la legittimità del matrimonio ai vescovi e adotta, nel
sinodo del 486 d.C., la linea cristologica di Nestorio, emancipandosi così sul piano dottrinale e disciplinare.

Il papa prima della metà del II secolo d.C. e forse anche più tardi, non viene riconosciuto alcun primato al
vescovo di Roma. Dopo Ireneo, Ambrogio conia la famosa espressione: ubi Petrus, ibi Ecclesia (la Chiesa
esiste unicamente ove è riconosciuto il primato di Pietro, cioè del papa). Inoltre, tale primazia è indicata già
nei primissimi concili della Chiesa: al Primo concilio di Nicea viene riconosciuta la preminenza di alcune sedi
patriarcali in modo canonico tra le quali Roma ha un particolare primato. La sede di Roma sarebbe stata
fondata da Pietro apostolo e da Paolo di Tarso, che lì martirizzati e sepolti. Il vescovo di Roma comincia ad
essere designato “papa”, dalla fine del IV secolo d.C., i patriarchi di Costantinopoli cercano di mettere in
discussione il primato del patriarca di Roma. Il papa è comunque sottoposto alla giurisdizione imperiale, di
fatto è un suddito dell’imperatore, le stesse vicende di papi recatisi a Costantinopoli e tenuti prigionieri lo
confermano. Pur in tale condizione di dipendenza, la sede romana difende e consolida il proprio prestigio e
autorità nei confronti delle sedi rivali

Leone I (Toscana 390 d.C. – Roma 461 d.C.) Nel Tomus ad Flavianum (patriarca di Costantinopoli) il papa
prospetta un punto di incontro fra le dottrine cristologiche contrapposte, assumendo così un ruolo da
mediatore. Leone ha un’alta consapevolezza di sé in quanto successore di Pietro esaltando proprio questo
aspetto facendo leva sull’affermazione di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e
le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che
legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Il passo
precedentemente interpretato da Cipriano: intendendo le parole dette a Pietro come indirizzate a lui e
attraverso di lui a tutti gli altri discepoli. Leone invece accredita l’interpretazione favorevole al primato
assoluto di Pietro e quindi del suo successore, contrassegnando un patrimonio genetico della Chiesa di
Roma. La rivendicazione viene sostenuta e celebrata ricorrendo a dottrine esegetiche e teologiche,
immagini e rituali conservati e tramandati, fondando una plurisecolare memoria legittimante. Un aspetto
particolarmente importante è l’attività legislativa del papa, con le prime raccolte di canoni e decretali
(lettere papali), contenenti risposte di grado autoritario nei confronti di questioni giuridiche e disciplinari.

Concilio di Calcedonia (451 d.C.) il dogma cristologico viene definitivamente fissato, gli oltre 500 vescovi
riuniti condannato la dottrina del monofisismo, secondo cui la natura di Gesù è unicamente divina
(sostenuta da Diosoro successore di Cirillo). Contro di essa viene eretto il dogma della dottrina diofisismo:
in cui la natura umana e quella divina sono unite senza separazione o confusione, anzi con armonia
nell'unicità della persona del Figlio. Vengono inoltre emessi i primi canoni riguardanti i monaci,
favorendone una vita monastica stabilmente legata ad un luogo (in linea con Agostino), ponendo istituzioni
e attività monacali sotto il controllo economico dei vescovi. In Egitto e in Siria la Chiesa mantiene un profilo
indipendente (monofisismo) causando ulteriori lacerazioni intra-ecclesia.

7- Vescovi, monaci e sovrani V e VI secolo


Nella prima metà del V secolo d.C. in Britannia, le invasioni di angli e sassoni dalla Germania, comportano la
scomparsa del cristianesimo in buona parte della penisola. Il cristianesimo si è insediato in Irlanda, grazie al
vescovo Palladio e al missionario Patrizio, aprendosi a credenze e riti locali radicate nelle tradizioni celtiche.
L’organizzazione ecclesiastica fece perno soprattutto su abati e badesse più che sui vescovi, considerato un
titolo onorifico. I primi insediamenti monastici, in Gallia e in Italia, sono stati fondati da uomini che hanno
letto le storie dei monaci orientali. Il monastero di Lerins (405 d.C.) viene avviato in Provenza da Onorato,
che diviene inseguito metropolita di Arles, gli succede Ilario, principale centro di formazione
dell’episcopato.

Giovanni Cassiano (Dobrugia 360 d.C. – Francia 435 d.C.) monaco e sacerdote, fonda un monastero
maschile e uno femminile a Marsiglia, il modello monastico è descritto nelle sue Collationes (Conferenze).
Insiste soprattutto sull’ideale della stabilitas per indicare il legame del monaco con il monastero, tale
ancoraggio può essere saldo solo se il monaco ha una stabilità interiore. L'intento di Cassiano è quello di
soffermarsi su quel che occorre per condurre una vita nella repressione delle passioni, ai fini del
raggiungimento dei massimi gradi della perfezione dello spirito. Opponendosi al disordine del peccato
(fornicatio) e dell’inutile smania di sapere (curiositas). Nel suo De Incarnatione Domini contra Nestorium
Giovanni Cassiano cerca di dimostrare l'esistenza, in Cristo, delle due nature (umana e divina) nella
medesima persona.

Benedetto da Norcia (Norcia 480 d.C. – Montecassino 547 d.C.) monaco fondatore dell’ordine
benedettino, inizia il suo percorso ascetico in una grotta impervia del Monte Taleo, dove vive da eremita
per circa tre anni. Conclusa l'esperienza eremitica, accetta di fare da guida ad altri monaci in un ritiro
cenobitico presso Vicovaro. Si reca poi a Subiaco dove rimane per quasi trent'anni, predicando la Parola del
Signore e accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri,
ognuno con dodici monaci e un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. La Regola di Benedetto ha
uno stretto legame con la Regola del Maestro, sulla cui base Benedetto parte a edificare la sua, nella quale
si organizza nei minimi particolari la vita dei monaci: obbligo delle sette fasi della preghiera quotidiana e
della recita dei 150 Salmi nell’arco della settimana. Ciò diede nuova e autorevole sistemazione alla
complessa, ma spesso vaga e imprecisa, precettistica monastica precedente. I due cardini della vita
comunitaria sono il concetto di stabilitas inteso come l'obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso
monastero, e la conversatio, cioè la buona condotta morale, la pietà reciproca e l'obbedienza all'abate, il
"padre amoroso". Una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata
durante la quale la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto “ ora et labora” di Antonio. Tale
regola ha nel medioevo una diffusione straordinaria; Benedetto concepisce l’idea dell’esperienza monastica
come un ritiro dal mondo e dalla corruzione della vita pubblica. Benedetto vuole i suoi cenobi come luoghi
di ritiro, di preghiera, di lavoro e di meditazione.

I vescovi iniziano ad avere una funzione di tutela delle popolazioni, assicurando la loro difesa morale e
materiale, contro carestie e assedi. Papa Leone I nel 452 d.C. cerca di convincere gli unni invasori a
risparmiare Roma, questo rilievo sociale si afferma in un nuovo “modello di santità” per cui molti vescovi
vengono celebrati come patroni. Fino al XII secolo il riconoscimento della santità/beatitudine di una
persona spetta di norma al vescovo, che ne sancisce la fama senza ricorre ad altre autorità oltre la propria.

Martino di Tours (Ungheria 316 d.C. – Tours 397 d.C.) soldato nel 335 d.C. incontra un mendicante
seminudo, vedendolo sofferente taglia in due il suo mantello militare e lo condivise conlui. La notte
seguente vede in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare dire ai suoi angeli: “Ecco qui
Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito”. Il sogno ha un grosso impatto emotivo
su Martino che si battezza e diviene monaco, successivamente vescovo nel 371 d.C. per volere dei cittadini.
La sua morte, avviene in fama di santità anche grazie ai miracoli attribuitigli, e segna l'inizio di un culto. Tra i
miracoli che gli vengono attribuiti, ci sono anche tre casi di risurrezione, venendo designato “Colui che
resuscitò tre morti”.

Perpetuo di Tours (Aquitania V secolo d.C. - Tours 490 d.C.) vescovo di Tours noto per la sua grande
venerazione nei confronti di Martino, trasferendola dal piano letterario a quello architettonico. In questo
senso avvia la costruzione di una gigantesca basilica intorno alla sua tomba, aggiungendo scritture incise
sulla pietra destinate per rivolgersi il grande afflusso di pellegrini.

Gregorio di Tours (Alvernia 538 d.C. – Tours 594 d.C.) vescovo di Tours, l’educazione di Gregorio è limitata
a quella strettamente cristiana, ignorando le arti liberali e i classici pagani. Anche se aveva letto Virgilio,
ammonendo che “Non dobbiamo riferirci alle sue fiabe menzognere, affinché non si ricada sotto la
sentenza della morte eterna”. Nelle Storie de Santi pone l’accento alla potenza guaritrice del corpo del
morto, raccontando che i resti di San Martino, attirano pellegrini soprattutto nei giorni dell’anniversario
della morte. Le persone per la maggior parte sono malati e infermi, in viaggio per la grazia della guarigione.

Clodoveo (Tournai 466 d.C. – Parigi 511 d.C.) re dei franchi, si fa battezzare convertendo con se il popolo,
passando direttamente dal paganesimo al cristianesimo cattolico. Lo stesso Gregorio di Tours racconta la
sua conversione a modello di quella di Costantino, infatti come l’imperatore al ponte Milvio, anche
Clodoveo prima di una battaglia incerta, avrebbe invocato il Dio dei cristiani e ottenuto grazie a lui la
vittoria. Cercando di mettere anche sullo stesso piano il battesimo dei due, questa leggenda permette a
Gregorio di presentare Clodoveo come il “nuovo Costantino”. Il re dei franchi neo-battezzato, comincia a
convocare sinodi e concili, il più importante il sinodo di Orleans del 511 d.C. in cui si discute delle istituzioni
e amministrazioni ecclesiastiche e della disciplina clericale. Si propone cosi per le Gallie, lo stesso modello
costantiniano fra sovrano e vescovi, da cui entrambe le parti ne escono potenziate.

Bertrando di Le Mans (Autun 553 d.C. – Le Mans 623 d.C.) vescovo di Le Mans nel 587 d.C., dove fonda un
monastero, un ospedale e una chiesa molto legato a Clotario II re della Neustria. Dal suo testamento ci
giungono alcune informazioni, soprannominato “il Corvo glorioso” per esaltare il suo profilo di valoroso
combattente, si nota che il vescovo tipico del mondo franco, non è più un asceta e difensore della civitas,
ma è un compagno del sovrano. Con cui condivide la passione per la guerra e per la caccia, fedele al re,
Bertrando ne condivide le fortune, la sconfitta nella guerra e infine la rivincita nel (613 d.C.). Clotario II
ricompensa il fedele compagno con enormi donazioni, Bertrando a sua volta destina la sua eredità alla
chiesa di Le Mans, alla basilica dei Santi Pietro e Paolo da lui stesso fondata e numerose altre chiese; quindi
a singoli preti, diaconi e parenti. Inoltre i beni sono rivolti anche allo xenodochium da lui eretto e per il
sostentamento di poveri di un oratorium dedicato a San Michele. In cambio egli richiede che tutti gli eredi
preghino “per i miei peccati da espiare”, il suo nome doveva essere ricordato nella memoria liturgica,
giungendo a prevedere una comunità di schiavi che continuassero a pregare per lui e a prestare servizio alla
sua tomba.

Nel VI secolo d.C. altri vescovi creano istituti di assistenza e di carità, per usufruirne o poveri avrebbero
dovuto iscriversi in un apposito registro. I marticulari, coloro che attingono a tale servizio, si insediano in
ruoli di servitori a disposizione della struttura ecclesiastica.

Giustiniano (Tauresio 482 d.C. – Costantinopoli 565 d.C.) autocrate privo di scrupoli, rappresenta per
eccellenza la figura dell’imperatore cristiano. Nel 529 d.C. ordina il battesimo di tutti i pagani dell’Impero,
sotto minaccia di sequestrare i beni e dimetterli dalle loro posizioni, e vieta la divulgazione e
l’insegnamento di dottrine non cristiane. A seguito di tale provvedimento chiude la celebre Accademia
platonica, Damascio e Simplicio, due filosofi neoplatonici, sono così costretti a lasciare Atene. Guardando al
modello di Costantino, Giustiniano si impegna soprattutto nella costruzione di nuove chiese, l’impresa più
importante con la ricostruzione della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli che nel 562 d.C. viene
restaurata e riconsacrata alla presenza dell’imperatore, di uno splendore tale da essere aggiunta alle “sette
meraviglie del mondo”. All’interno giorno e notte i chierici recitano i Salmi, i laici vengono disposti in settori
separati tra uomini e donne, mentre l’imperatore assiste da un settore privato. La lettura della Sacra
Scrittura viene proclamata su uno spazio ovale sopraelevato, il lettore alla fine rientra percorrendo la strada
a ritroso, tenendo elevato il libro per permettere ai fedeli di poterlo baciare. Il lampadario centrale illumina
i marmi e i mosaici, che riflettono la luce altamente sfolgorante, tale assetto raffigura una teologia estetica
imperniata sul concetto di Dio come luce direttamente inaccessibile, riflessa per gerarchie molteplici.
Considerandosi il supremo rappresentante di Dio in terra, Giustiniano si impegna ad accelerare i processi di
sacralizzazione della figura dell’imperatore, mirando ad estendere la sua autorità su tutte le questioni
terrene. Condanna così le dottrine origeniane, riguardo la sua concezione trinitaria, la dottrina della
preesistenza delle anime e la visione escatologica universale dell’apocatastasi. Questo è causa di diverse
lacerazioni all’interno della Chiesa, Giustiniano, nella sua autorità di legislatore ecclesiastico, scrive nel 543
d.C. un trattato antiorigenista e un editto per ricucire i rapporti coi monofisiti. Si tratta della “condanna dei
Tre Capitoli”, testi scritti oltre un secolo prima da tre vescovi, nonché maestri della scuola teologica di
Antiochia. Ottenuto l'assenso dei vescovi d'Oriente, Giustiniano, volendo chiudere la questione in breve
tempo, convoca il pontefice direttamente a Costantinopoli nel 546 d.C. papa Vigilio viene prelevato e
trattenuto forzatamente, al fine di ottenere la sua controfirma al decreto. Vigilio inizialmente giudica
l'editto imperiale in contrasto con il concilio di Calcedonia e si rifiuta di firmarlo, ma alla fine sotto le
pressioni della corte imperiale nel 548 d.C. è costretto ad aderire. Subito i vescovi d'Occidente e dell'Africa
respingono il documento pontificio, dall'Africa arriva addirittura una scomunica al papa, dando così il via
allo “scisma dei tre capitoli”. L'imperatore convoca il concilio ecumenico a Costantinopoli 553 d.C. a causa
dell'assenza del pontefice partecipano molti più vescovi orientali che occidentali, in questa sede vengono
condannati i tre Capitoli , l'origenismo e infine il nestorianesimo. Nelle costituzioni Novellae Giustiniano
vieta espressamente ai giudei di leggere la Deuterosis (la seconda Legge), infatti le loro dottrine non si
limitano alla Legge scritta ma comprendono anche un secondo insegnamento, tramandato oralmente e
fissato per iscritto nel Talmud. Sembra dunque che i giudei non si limitano a rimanere nei confini fossilizzati
in cui li si vuole lasciare, per garantire l’ortodossia cristiana.

Pseudo-Dionigi Areopagita (inizio VI secolo d.C.) filosofo che si presenta falsamente come l'ateniese
"Dionigi, membro dell'areopago", nominato negli Atti degli Apostoli. Egli rivendica costantemente
un'autorevolezza inferiore solamente a quella degli apostoli e si dichiara presente al discorso che Paolo
tiene all'Areopago, in quell'occasione si converte al cristianesimo e successivamente diventa vescovo di
Atene. l’errata attribuzione consacra il suo valore dottrinale e negli scritti del Corpus Areopagiticum
descrive una visione gerarchica, specificamente neoplatonica, in cui la realtà e la conoscenza discendono
dal principio Sommo della creazione, tramite le intelligenze angeliche sino ai gradi infimi della materia. Tale
gerarchia si riflette nell'ordinamento piramidale della Chiesa e nella sua liturgia, l'uomo può conoscere il
principio divino, e ascendervi, tramite due vie:

 La prima è quella della teologia affermativa (o catafatica), per cui a Dio, essendo questi causa di
tutte le cose, può essere riferito ogni attributo di ogni singolo ente.
 La seconda via, superiore alla prima, è la teologia negativa (o apofatica), per cui Dio, trascendendo
ogni cosa del mondo, può essere compreso solo per sottrazione, negando via via tutti i possibili
attributi.

Dio, tuttavia, si pone oltre, alla teologia affermativa e alla negativa, quella superlativa che le trascende
entrambe in un mistico slancio in cui la mente supera ogni distinzione tra oggetto e soggetto, tra pensiero e
pensato: "Se uno, avendo visto Dio, ha capito ciò che ha visto, non ha visto Dio, ma qualcuna delle sue
opere che esistono e che si conoscono".
Teodorico il Grande (Austria 454 d.C. – Ravenna 546 d.C.) re ostrogota di confessione ariana, insediatosi a
Ravenna in un ambiente di cristiani cattolici. Il nuovo imperatore Giustino I diede inizio alla sua personale
crociata contro l'arianesimo, poiché inconciliabile con la fede cattolica e del resto dichiarata eretica dal
concilio di Nicea. Fedele a questa sua linea ostile nei confronti dell'eresia ariana, nel 524 d.C. decreta che i
luoghi di culto allora usati dagli ariani vengano consegnati alla Chiesa cattolica. Teodorico, convinto di
un'intesa segreta tra l'impero di Costantinopoli e i suoi cortigiani, reagisce con violenza facendo uccidere
alcuni dei suoi più preziosi collaboratori, tra cui il filosofo Severino Boezio. In seguito Teodorico costringe
papa Giovanni I a recarsi a Costantinopoli per chiedere la revoca del decreto imperiale, successivamente
imprigionato viene lasciato morire in carcere.

Boezio (Roma 475/477 d.C. – Pavia 525 d.C.) filosofo intellettuale, diviene console entrando nelle grazie
del re Teodorico, in questo periodo scrive numerose opere su temi teologici. Nel 524 d.C. Boezio viene
incarcerato ingiustamente, con l’accusa di aver tramato ai danni del sovrano, qui in carcere prima di morire
compone la Consolatio philosophiae. L’opera è un dialogo fra lui e Filosofia in cui vengono analizzati i
problemi della presenza del male nel mondo, della vanità della vita e dei beni materiali e della provvidenza
divina. Le circostanze della morte di Boezio contribuiscono a consacrarne la fama di santo.

Cassiodoro (Scolacium 485 d.C. – Scolacium 580 d.C.) un altro aristocratico e intellettuale romano legato a
Teodorico, che riesce a fuggire dalle sue epurazioni, mantenendo un ruolo di consigliere defilato. Nel 540
d.C. si ritira nella sua terra nativa in Calabria, fondando un centro monastico. Il Vivarium importante officina
scrittoria nella produzione ed esportazione di codici biblici di grandi dimensioni. Cassiodoro compone le
Institutiones, una piccola enciclopedia contenete le nozioni indispensabili alla formazione del cristiano.
Opera divisa in due parti:

 Institutiones divinae che offre illustrazione diversi libri della Bibbia, accompagnata dai commenti
dei Padri della Chiesa.
 Institutiones humanae che presenta una sintesi dei saperi proveniente dalla tradizione pagana, e
dalle arti liberali.

Libri pontificali sono da comprendere nella prospettiva della Chiesa del sud (Roma) e la Chiesa del nord
(Milano-Ravenna) in cui vengono registrati nomi, date e gesta dei pontefici-vescovi, in celebrazione della
propria memoria e prestigio. Prevale come notorietà il Liber pontificalis della Chiesa di Roma, l’opera
“somiglia a un bosco, che si infittisce in alcune parti e si fa più rado in altre”. Prende inizio da Pietro
apostolo, per proseguire con Lino, Ceto e Clemente, direttamente ordinati da lui, nei corsi dei secoli il libro
viene costantemente aggiornato (fino a Pio II).

Gregorio I (Roma 540 d.C. – Roma 604 d.C.) il suo registro di lettere ne contiene oltre 847, monaco prima
di diventare papa nel 590 d.C., vocazione che cerca di mantenere attiva anche durante il pontificato,
fondando monasteri in Sicilia e trasforma la propria casa in un monastero dedicato a Sant’Andrea. Nel 594
d.C. i longobardi assediano Roma, allontanandosene solo dopo che Gregorio paga un tributo, perché la città
venga risparmiata. Gregorio riesce ad esprimere una produzione letteraria di eccezionale livello dottrinale,
e ad estendere il prestigio e l’influenza della Chiesa romana. La sua produzione esegetico-teologica
(Commento morale al Libro di Giobbe, Omelie, Commento al Libro di Ezechiele, Commento al Cantico dei
Cantici), pastorale (Regola pastorale rivolta al profilo e ai compiti del vescovo) e agiografica gli assicurano
per secoli, autorità non inferiore a quella di Agostino. Gregorio si accosta alla Sacra Scrittura con la
convinzione che, la comprensione di quest’ultima, cresca nel corso della storia avanzando verso i tempi
finali “la Scrittura cresce con chi la legge”. Gregorio afferma sulla scia di Agostino, che il tempo dei miracoli
si è concluso con Gesù e gli apostoli, tuttavia nei Dialoghi le vicende narrate sono ricche di episodi
miracolosi da non confondere come concessione ad una “mentalità popolare” ma come strumento della
pastorale del papa. Infatti il testo facendo leva sugli episodi stupefacenti e soprannaturali, si sforza di
recuperare entro il cristianesimo i culti pagani dei luoghi e della natura diffuso nelle campagne. In questo
modo viene strappato al regno del diavolo il magico, e attribuito ai taumaturghi cristiani, al servizio di Dio
da lui ispirati e sorretti. Inoltre i Dialoghi forniscono un’alternativa agli esempi di santità tradizionali,
abbandonando il modello del martire, su cui spicca Benedetto. Da uomo di governo Gregorio punta a
rafforzare la Chiesa di Roma dando il via alla questione dello “Stato della Chiesa” e del “Patrimonio di san
Pietro”. Sul punto di vista diplomatico Gregorio riesce a fare leva su Teodolinda, sposa del re longobardo
Autari, scrivendole diverse lettere e inviandole una copia dei Dialoghi. Risposatasi con l’ariano Agiulfo, il
loro figlio Adaloaldo viene battezzato secondo rito cattolico; alla fine del VII secolo d.C. viene completata
l’adesione dei longobardi al cattolicesimo. Il prestigio di cui Gregorio gode è attestato dalla richiesta di
Virgilio arcivescovo di Arles, di poter essere insignito del titolo di vicario papale e del pallium. Gregorio
tuttavia cerca di imporsi inutilmente all’uso del titolo “patriarca ecumenico” di Costantinopoli che si pone
allo stesso livello del pontefice, senza ottenere nessun risultato. Per quanto riguarda l’evangelizzazione
ottiene invece risultati, soprattutto in Inghilterra, dove nel 596 d.C. invia il monaco Agostino con un folto
gruppo di monaci, il quale entra in legami con la famiglia reale e fissa lì la sua dimora, diventando vescovo
di Canterbury. Il profilo della Chiesa inglese rimane a lungo per questo contrassegnata dalla matrice
monastica.

Beda (Inghilterra 673 d.C. – 735 d.C.) il “Venerabile” scrive la Storia ecclesiastica delle genti dell’Anglia
come per i Dialoghi di Gregorio, anch’essa è ricca di fatti soprannaturali e miracolosi. Unisce il racconto
delle vicende che hanno caratterizzato le vicende della storia della penisola: arco cronologico che va da
Giulio Cesare ai suoi tempi. Egli è fedele alla Chiesa di Roma e si preoccupa innanzi tutto di trascrivere nel
suo libro le lettere dei papi. L’autore vuole narrare le vicende della nuova evangelizzazione, dedicando
speciale attenzione alla liturgia, uniformando la data della Pasqua secondo il calendario romano.

Il monachesimo a partire dal VI secolo d.C. si divide tra il culto di San Patrizio e quello di Santa Brigida,
quest’ultima venerata in tutta Irlanda come figura semidivina.

Colombano (Navan 540 d.C. – Bobbio 615 d.C.) monaco irlandese, fonda una regola monastica che si
compone di due scritti: la regula monachorum, in 10 capitoli (obbedienza, silenzio, digiuno, disprezzo dei
beni terreni, ripudio della vanità, castità, preghiera, discrezione, mortificazione di superbia e orgoglio, buon
esempio) e la regula cenobialis, con numerosi capitoli relativi alle penitenze per le colpe dei monaci.
Comprende l'obbligo per i monaci di esercitarsi ogni giorno anche nel campo culturale e di leggere e
copiare i libri, istituendo scriptoria e biblioteche nei monasteri. Si sposta sul continente prima in Gallia e poi
in Italia perché, da asceta rigoroso, non si trova a proprio agio nel cristianesimo paganeggiante che vi si è
affermato in Irlanda. Questa prospettiva della peregrinatio è ben divergente da quella della stabilitas
teorizzata da Cassiano e da Benedetto.

In linea di principio il monastero nasce per volere del vescovo o di famiglie regnanti, come il caso del
monastero misto di Barking, fondato nel 680 d.C. dal vescovo di Londra. Per le donne il monastero non è
l’unica forma di vita religiosa, a volte alcune restano in casa nelle loro famiglie come sanctimoniales (ancelle
di Dio). Il monastero deve essere fornito di beni in modo da assicurare il sostentamento dei residenti, in
modo tale che ci si possa dedicare liberamente alle attività di contemplazione e preghiera. In questa
prospettiva si va a configurare l’aspetto della disciplina e della pratica della penitenza per ogni peccato
commesso, queste pene si presentano come vere e proprie tariffe; “penitenza tariffata”. I libri penitenziali
contengono dettagliati elenchi di peccati e omissioni con precise prescrizioni per porre rimedio, un peccato
commesso nel pensiero viene considerato dello stesso rilievo di uno effettivamente compiuto. In generale
pratiche di digiuno per giorni, settimane, mesi o anni a seconda della gravità del peccato. Il digiuno può
essere commutato in preghiere con la recita dei Salmi, nei Libri penitenziali di Colombano, rivolti
specialmente ai laici, la commutazione avviene con la preghiera del Padre Nostro. I monaci possono
subentrare ai laici nelle penitenze, versando a loro una somma di denaro essi si impegnano a pregare e a
celebrare per il penitente. La penitenza viene stabilita nella confessione, con la penitenza pubblica in caso
di peccati particolarmente gravi.
Recaredo I (... – Toledo 601 d.C.) re dei visigoti, sconfigge gli svevi si converte al cattolicesimo mirando alla
riconciliazione nazionale nel segno della comune confessione di fede. Nel III Concilio di Toledo del 589 d.C.
si stabiliscono i principi del nuovo credo religioso del regno visigoto e del suo sovrano, che giura fedeltà alla
nuova confessione in una dichiarazione solenne.

Isiodoro (Cartagena 560 d.C. – Siviglia 636 d.C.) vescovo spagnolo, dopo la conversione dei visigoti al
cattolicesimo, scrive il trattato La fede cattolica contro i Giudei considerando la loro dispersione e la perdita
della loro libertà, come un bene desiderabile. Dopo tale pubblicazione il re Recaredo I, emette un ordine di
persecuzione e conversione forzata nei confronti di tutti i giudei del regno. Nel IV concilio di Toledo del 633
d.C. si sancisce l’alleanza fra episcopato romano e monarchia visigota, affermando il carattere sacro dei re
con la loro unzione christi. Inoltre si pone fine alle conversioni forzate degli adulti ebrei, ma chi già
battezzato sarebbe dovuto restare cristiano e i bambi costretti ad essere allontanati dalle famiglie ed
educati in ambiente cristiano.

Eraclio I (Cappadocia 575 d.C. – Costantinopoli 641 d.C.) imperatore che dà il via a diverse campagne
militari e sconfigge i persiani nel 627 d.C. nella battaglia di Ninive. Volendo celebrare la sua vittoria nel
segno di Costantino, il simbolo della croce viene assunto come motivo fondamentale della sua propaganda
imperiale. Occupando Gerusalemme nel 614 d.C. i persiani, si erano impadroniti della leggendaria croce
rinvenuta da Elena, pertanto Eraclio ne pretende la restituzione portandola nel 629 d.C. a Costantinopoli e
nel 630 d.C. di nuovo a Gerusalemme. Ribadisce così il legame costitutivo fra Impero e croce, per fondare e
legittimare il potere su di essa legato al simbolo della duplice natura di Gesù Cristo. In questo periodo si
formano scritti delle cerchie imperiali, come il Romanzo siriaco di Alessandro rifacimento del celebre
Romanzo di Alessandro, imperatore macedone trionfatore contro i persiani di Dario. L’intento è quello di
paragonare Eraclio ad Alessandro, destinato a sua volta a creare l’impero universale portando tutti i
cristiani e giudei alla retta fede. Tuttavia Eraclio incontra una serie di insuccessi, contro i monofisiti avanza il
monoergismo (due nature una energia divina) e successivamente il monotelismo (due nature una solo
volontà divina), senza ottenere risultati. Nel 634 d.C. impone a tutti i giudei dell’Impero di essere battezzati,
ma nel 636 d.C. viene sconfitto dagli arabi musulmani nella battaglia sul fiume Yarmuk. Questi ultimi si
impadroniscono di Siria, Palestina, Persia ed Egitto dimezzando così l’estensione dell’Impero che rinuncia
definitivamente ai progetti di cristianizzazione universale da romano l’Impero diventa bizantino.

8- L’espansione islamica
Maometto (La Mecca 570 d.C. – Medina 632 d.C.) secondo la tradizione tramandata da Isiodoro, gli arabi
sono discendenti di Ismaele primogenito di Abramo avuto dalla schiava Agar, entrambi scacciati nel
deserto, benedicendo al loro posto il secondo genito Isacco avuto dalla moglie Sara. L’Islam attribuisce ad
Abramo un ruolo di eccezionale rilievo, presentandolo come un monoteista che si è sottomesso all’unico
Dio, quindi il primo musulmano. Islam significa proprio sottomissione all’unico Dio “Allah”, e si pone come
la restaurazione della fede abramitica da cui gli ebrei e i cristiani sono allontanati. A questo proposito
Maometto inizia la sua predicazione, affermando di operare in base a una rivelazione ricevuta, secondo la
tradizione, in una grotta sul monte Hira, in cui gli appare l'Arcangelo Gabriele che gli comunica di essere
stato prescelto da Dio come suo messaggero e ultimo dei profeti. Allah gli manifesta il Corano, terza ed
ultima rivelazione divina dopo la Torah ed il Vangelo, difatti l’Islam condivide aspetti e usanze con
l’ebraismo e il cristianesimo: il digiuno, le osservanze alimentari, la circoncisione, il riposo settimanale e il
divieto di rappresentare il divino in qualsiasi forma al fine di evitare l’idolatria. Anche l’Islam riconosce
Gerusalemme come la Città santa, la quale costituisce meta di pellegrinaggio per la primitiva comunità
islamica, per poi essere sostituita dalla Mecca. Il Viaggio Notturno di Maometto in cui viene svegliato da un
angelo e accompagnato, dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, sorvolando la voragine infernale, ascendendo
ai Sette Cieli dove incontra i Profeti, per ascendere ancora al cospetto di Dio e avendone per Suo
onnipotente volere una visione beatifica del tutto straordinaria. In quanto l'infinità e la potenza divina ne
rendono inaccessibile la conoscenza diretta all’uomo, e i musulmani sono chiamati a proclamare questa
fede a tutti i popoli con tutti i mezzi. Maometto muore a Medina la terza Città santa, dopo aver compiuto il
Pellegrinaggio detto anche il "Pellegrinaggio dell'Addio".

Per comprendere i rapporti costitutivi e conflittuali fra musulmani, ebrei e cristiani occorre tenere presente
la comune rivendicazione di Abramo come unico patriarca, sia il rilievo di Gerusalemme come la Città sacra.
Gli autori cristiani sostengono che la formazione di Maometto sia stata influenzata da elementi cristiani e
manichei, mentre recenti studi ipotizzano che il Corano ha avuto origine in un contesto giudeo-cristiano. In
esso è citato più volte Gesù, dove viene riconosciuto come un profeta, il maggior prima di Maometto, e
onora Maria come la Vergine. Il Corano si riferisce al Vangelo come di un solo testo, indizio di una
conoscenza immediata per mezzo del Diatessaron di Taziano. Le critiche principali dei musulmani nei
confronti dei cristiani, sono la loro pretesa di considerare Gesù come Dio, cadendo così nel politeismo e di
ritenere sé stessi figli prediletti di Dio, cadendo così nell’errore degli ebrei. L’occupazione islamica comporta
tentativi forzati di conversione delle popolazioni, cristiani ed ebrei vengono sottoposti ad un patto di
protezione, la dhimma, per cui si esige il pagamento di un’imposta in cambio: del diritto di residenza, del
rispetto dei patrimoni/edifici e delle pratiche di culto. La dinastia sunnita fissando la capitale a Damasco nel
661 d.C., si impadronisce delle 42 chiese cittadine lasciandone solo 14 ai cristiani; la cattedrale di San
Giovanni Battista viene per metà adibita a moschea e per metà lasciata santuario cristiano. Fino al 705 d.C. i
due culti convivono, quando il califfo al-Walid la fa demolire per inglobarne i resti in una nuova grandiosa
moschea. Il figlio al-Malik divenuto califfo fa costruire sulla roccia della spianata del Tempio di
Gerusalemme, la Cupola della Roccia: edificio monumentale che proclama il trionfo dell’Islam sull’Impero.
Attraverso un’iscrizione afferma l’unicità di Dio, nega la divinità di Gesù Cristo e proclama lo status
profetico di “Muhammad”, contemporaneamente il califfo alza l’imposizione tributaria nei confronti dei
non mussulmani. In quest’epoca nascono in ambienti cristiani testi apocalittici, come l’Apocalisse dello
Pseudo-Metodio, il testo mira ad evitare che i cristiani passino all’Islam, affermando che il dominio degli
avversari è transitorio.

Giovanni Damasceno (Damasco 676 d.C. – Mar Saba 739 d.C.) ritenuto il più importante difensore della
figurazione cristiana con i tre Discorsi apologetici contro l'iconoclastia, il primo teologo dell'immagine. Nei
tre Discorsi l’operatività della immagine emerge a tutti i livelli della realtà e si impone come analogia
fondamentale per la comprensione del mondo. Riguardo al divieto, contenuto nel Libro dell’Esodo, di
rendere culto idolatrico, si oppone a difesa delle immagini sacre osservando che, il divieto dell’Antico
Testamento si riferisce agli ebrei, ma non ai cristiani in quanto essi conoscono il volto di Dio, che si è
rivelato e fatto uomo nella persona di Gesù Cristo. Nei confronti dell’Islam contro la sua pretesa di
rappresentare una verità maggiore, Giovanni la interpreta come un’eresia cristiana.

Yazid II (Damasco 690 d.C. – Irbid 724 d.C.) califfo nel 721 d.C. emana un decreto iconoclasta che prende il
nome di “Editto di Yazīd”, con il quale egli richiede la distruzione di tutte le rappresentazioni umane ed
animali, croci cristiane e immagini varie in tutto il califfato (i cristiani dei territori conquistati erano stati
accusati di idolatria dai musulmani). Impedendo la diffusione di ogni immagine sacra, croce compresa, gli
arabi colpiscono duramente la religione cristiana nella sua autorità e dignità.

Leone III Isaurico (Turchia 675 d.C. – Costantinopoli 741 d.C.) l'imperatore a causa delle disgrazie e
cataclismi recenti, si convince che Dio sia in collera con i bizantini perché adorano le icone religiose, cosa
contraria alla Legge di Mosè. Nel 726 d.C. sotto la pressione dei vescovi iconoclasti e in seguito a un
maremoto che lo convince ancora di più, si inizia a battere contro le immagini religiose. Con l'editto del 730
d.C. ordina la distruzione di tutte le icone religiose, in alleanza con il patriarca Anastasio, che considera la
venerazione delle icone forma di idolatria. Il decreto viene respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo papa
Gregorio III nel novembre 731 d.C. riunisce un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Leone
Isaurico intende sradicare il culto delle icone, per sostituire ad esse la croce, il simbolo inserito da
Costantino come patrimonio dell’Impero cristiano, sottolineando che chi dipinge Cristo (l’icona per
eccellenza) ne circoscrive l’inaccessibile divinità, entro una dimensione sensibile e limitata. Inoltre si mira a
colpire la devozione popolare, grazie a cui i monaci accrescono la loro ricchezza economica e numerica. Nel
691 d.C. viene indetto il concilio in Trullo a Costantinopoli, in cui si cerca di rafforzare il ruolo dei vescovi sui
monaci, contrastare i riti pagani e perseguitare gli eretici; fra questi ultimi spiccano i pauliciani, setta
dualista che presta fede unicamente al Nuovo Testamento, rifiuta il battesimo e ogni forma di gerarchia
ecclesiastica.

I musulmani conquistano Cartagine nel 695 d.C. e nel 711 d.C. parte della penisola iberica, vengono fermati
dai franchi che bloccano la loro espansione. Anche in questi territori, i cristiani e gli ebrei vengono posti
sotto la protezione della dhimma. Inoltre si favoriscono i matrimoni fra cristiani, rendendo difficili quelli
misti; gli ebrei invece vivono in propri quartieri detti “città dei giudei” in cui ciascun individuo riesce a fruire
più agevolmente dei servizi richiesti all’osservanza dei precetti ebraici. I cristiani vengono detti mozarabi
cioè arabizzati, come avvenuto a Damasco, anche la basilica di San Vincenzo di Cordova viene inizialmente
divisa in due per poter essere usata sia come chiesa che come moschea. Successivamente l’emiro arabo
acquista la parte restante, in cambio del permesso di costruire altre chiese, viene vietato ai cristiani di
suonare le campane, esprimersi pubblicamente al di fuori della preghiera e fare proseliti. Le comunità
cristiane sono rette da un loro comes (conte-amministratore) e da un censor (giudice-mediatore).

Eulogio (Cordova 800 d.C. – Cordova 859 d.C.) rifiuta l'assimilazione culturale con gli arabi-musulmani,
forma un gruppo di cristiani conosciuti come i “martiri di Cordova” che nel 859 d.C. scherniscono il Corano e
insultano il profeta Maometto, votandosi così al martirio, per aver infranto il divieto di blasfemia e vengono
condannati a morte dalle autorità islamiche. Alvaro di Cordova compagno di Eulogio, bolla Maometto come
pseudoprofeta e Anticristo dell’apocalisse.

9- Cristianesimo e franchi
Carlo Martello (Belgio 690 d.C. – Francia 741 d.C.) re dei franchi dinastia merovingia, investito della carica
“maestro di palazzo”, nel 732 d.C. Carlo affronta gli eserciti musulmani a Poitiers, facendone una strage
sconfigge e uccide il califfo. Nel 739 d.C. riconquista Arles, seminando il terrore tra i nemici e
riconquistando fino a Marsiglia, così l’avanzata dei musulmani viene fermata totalmente. Sul fronte
ecclesiastico incontra una forte resistenza, avendo egli espropriato molte terre di diocesi e monasteri, più
prudente nei confronti della Chiesa franca in generale, cercando un miglior rapporto diretto con il Papato.
Carlo Martello stringe un legame con papa Gregorio III ricevendo le chiavi della tomba di San Pietro, come
segno di una richiesta di protezione personale.

Pipino il Breve (Jupille, 714 d.C. – Saint Denis 768 d.C.) figlio di Carlo Martello, diviene re dei franchi in
seguito a una congiura, deponendo il sovrano merovingio Childerico III e facendosi ungere una prima volta
dal metropolita Bonifacio. Pipino volle rinforzare tale patto, al punto che nel 754 d.C. il papa Stefano II si
reca a Parigi per proclamare Pipino “patrizio dei romani”, ripetendo l’unzione nell’abbazia di Saint Denis,
vengono unti anche la moglie e i figli (il futuro Carlo Magno). La duplice unzione di Pipino sembra rifarsi
direttamente ad un passo biblico del re Davide d’Israele, la cui ascesa al posto di Saul era stata consacrata
dal sommo sacerdote Samuele. Secondo la Bibbia unto per eccellenza è il Messia, dunque l’unzione
attribuisce al nuovo sovrano prerogative messianiche e da quel momento inizia a rappresentare il sigillo
della sacralità del re. L’unzione esprime l’idea che il re sia scelto direttamente da Dio, come rivela il Salterio
di Carlo il Calvo (842-869) in cui si trova ritratto un personaggio incoronato fra due colonne sotto il frontone
di un tempio, da cui scende la mano di Dio, che sfiorando la corona del sovrano la benedice col suo favore.

Eventi eclatanti come la consacrazione di un re e la celebrazione di un concilio, esigono comportamenti


rigorosi e contrassegnati da rituali e cerimonie. Nel medioevo la comunicazione orale e quella visiva hanno
un rilievo importante, lo scrivere è affidato esclusivamente a cerchie limitate di monaci e chierici. Le
sacralizzazioni del potere dovevano avvenire in forme visibili e teatrali, per comunicare facilmente il
significato agli strati socialmente bassi. Infatti i rituali contribuiscono a produrre e diffondere credenze
popolari, come il celebre caso dei re taumaturghi. In Francia e in Inghilterra si afferma la convinzione
mantenutasi per secoli, che il sovrano legittimo ha il potere di guarire con il tocco delle mani dalla scrofola,
infiammazione tubercolare delle ghiandole del collo. Così esaltando il carattere soprannaturale della
regalità, il rituale dell’imposizione delle mani contribuisce alla sacralizzazione della figura del sovrano in una
concezione mistica. L’ordinamento gerarchico si vuole fissato dal Dio biblico, per questo i sovrani e gli
intellettuali cristiani dell’epoca tendono ad enfatizzare l’Antico Testamento a scapito del Nuovo
Testamento.

Stefano II (Roma 715 d.C. – Roma 757 d.C.) con l’unzione di Pipino il papa instaura un nuovo legame con il
sovrano, mirando così a sottrarsi al potere dei longobardi, mentre questi lo stanno liberando dal controllo
bizantino. Stefano II teme l’espansione bizantina che minaccia di ridurlo a semplice metropolita, sotto
questo punto di vista vanno viste le tre campagne militari (754-756-777 d.C.) dei franchi per annientare il
potere longobardo. Le ventidue città dell’Italia centrale, donate da Pipino a Stefano II, costituiscono
l’embrione del “Patrimonio di San Pietro”.

La rinascita o riforma carolingia è intesa come la spinta al rinnovamento istituzionale, ma anche morale e
disciplinare dei comportamenti e dei costumi. L’intesa fra Pipino e il papa comporta convocazione regolare
di concili volti a disciplinare ed elevare la moralità del clero e a renderlo consapevole dei sacramenti che
amministra, Bonifacio ricorda dei preti celebrare “nel nome della patria, della figlia e dello Spirito Santo”. Si
mira ad accentuare la distanza dei chierici dai laici raccomandando:

 Al clero - l’uso di vesti diverse, la proibizione di portare armi, di avere animali per la caccia, di bere
nelle taverne, di partecipare a spettacoli di mimi e giullari e a banchetti nuziali.
 Al popolo laico – riposo domenicale, la santificazione della festa attraverso la partecipazione alla
messa, proibizione rapimento prematrimoniale della donna e le nozze fra parenti.

Paolo Diacono (Friuli 720 d.C. – Montecassino 799 d.C.) per ottenere la liberazione del fratello, scrive in
onore di Carlo Magno un'epistola nel 782 d.C. Ad regem. Ottiene ciò che chiede, ma come condizione entra
a corte; fra i protagonisti della rinascita carolingia con Alcuino. Viene incaricato, grazie alle sue abilità e alla
sua conoscenza della patristica, di compilare un Humiliarium, cioè una raccolta di omelie per le singole
feste dell'anno. Paolo successivamente abbandona la corte e si fa monaco a Montecassino scrive: La Storia
dei Longobardi, la Storia Romana, Gesta Episcoporum Mettensium e Gesta dei vescovi di Metz. In
quest’ultima opera si racconta di Crodegagno metropolita di Metz, per riformare la vita e il comportamento
dei suoi chierici stende una Regola dei canonici, ispirata alla Regola di San Benedetto. I canonici sono
chiamati a vivere con il vescovo in spazi comuni e a dormire in uno stesso dormitorio e a mangiare in una
stessa mensa. A seguito di tali disposizioni le cattedrali cominciano a configurarsi come monasteri urbani.

Alcuino (York 735 d.C. – Tours 804 d.C.) monaco e teologo, nel 781 d.C. passa al servizio di Carlo Magno e
nel 799 d.C. confuta, con la tecnica della disputa, le tesi del vescovo Felice il promotore dell'eresia
adozionista (che considera Gesù una creatura speciale inviata da Dio). Sotto impulso di Carlo realizza il più
celebre tentativo di revisione e diffusione della Bibbia, nel tentativo di produrlo il più corretto possibile,
dove per “corretto” si intende la scelta di non usare la Vetus latina come riferimento. Alcuino allestisce sei
esemplari della Bibbia usando le versioni di Girolamo ovvero la Vulgata, rettificando la grammatica,
eliminando errori e correggendo barbarismi ortografici. Diviene abate di San Martino di Tours e l’abazia si
afferma come il centro più importante di produzione di manoscritti biblici, i prodotti che ne escono sono
considerati di lusso.

Carlo Magno (742 d.C. – Aquisgrana 814 d.C.) si pone come paladino della diffusione del cristianesimo e
strenuo difensore della cristianità ortodossa, ne sono prova le guerre contro i Sassoni e gli Àvari, intraprese
con intento missionario per evangelizzare e convertire i popoli pagani. Carlo non è particolarmente
competente di temi teologici, ma si circonda a corte dei massimi intellettuali contemporanei; schierandosi
così in prima linea contro le eresie e le deviazioni, compreso il problema dell'iconoclastia-culto delle
immagini, questione con cui si trova in contrasto con Costantinopoli. L’imperatrice Irene d’Atene si era
autoproclamata autocrate dei romani, ma il fatto di essere una donna non permette a Carlo Magno di
riconoscerne il potere, e in alleanza con il papa Leone III, si fa incoronare imperatore dei romani nel 800
d.C. durante la notte di Natale. L'imperatrice Irene si rifiuta di accettare il titolo di imperatore a Carlo
Magno, considerando l'incoronazione ad opera del papa un atto di usurpazione di potere. Tale evento
accentua la lacerazione ecclesiastica e politica tra Occidente e Oriente e segna l’inizio di un nuovo secolo,
secondo i calcoli della Rivelazione il settimo e ultimo millennio della storia del mondo. Carlo rivendica a sé
stesso il compito per l’incoronazione del figlio Ludovico, prescindendo dal papa quale mediatore nella
trasmissione del potere imperiale. Un falso documento prodotto in quel periodo, il Constitutum Costantini,
Il teso è diviso in due parti:

1. La prima riprende dalla leggenda di Silvestro riguardo al battesimo di Costantino e della sua
miracolosa guarigione dalla lebbra.
2. La seconda la donazione di Costantino che conferisce a papa Silvestro e ai suoi successori, la
supremazia sugli altri patriarchi e su tutte le Chiese di Dio in tutto il mondo.

Falsamente attribuito a Costantino in realtà di origine monastica, comincia a circolare entro le collezioni di
canoni, dette successivamente Collezioni pseudo-isidoriane comprendenti anche false decretali papali e falsi
capitolari. Si ritiene che siano state prodotte dall’abate Pascasio Radberto, a sostegno delle prerogative
degli ecclesiastici contro le autorità imperiali, vengono diffuse lungo il Medioevo a fondamento del potere
papale.

Leone III (Roma 750 d.C. – Roma 816 d.C.) un'insurrezione contro di lui, capeggiata dai nipoti e sostenitori
del defunto pontefice Adriano I, che lo accusano di essere assolutamente inadatto alla tiara pontificia, in
quanto "uomo dissoluto". In un attentato catturano Leone III e lo rinchiudono in un monastero, ma egli
riesce a fuggire e successivamente si reca presso il re Carlo Magno. Nel 799 d.C. Leone rientra a Roma,
accolto trionfalmente dal clero e dalla popolazione con l’aiuto di Carlo che a sua volta entra in città nel 800
d.C., invocando il suo ruolo di protettore della Chiesa di Roma. Convoca un concilio che sentenzia il papa
come la massima autorità in materia di morale cristiana, così come di fede, solo Dio può giudicarlo. Leone si
dichiarò disposto a giurare la propria innocenza sul Vangelo, venendo confermato legittimo rappresentante
del soglio pontificio.

Ludovico il Pio (Francia 778 d.C. - Germania 840 d.C.) alla morte del padre nell'814 d.C. eredita l'Impero
carolingio e viene incoronato nuovamente da papa Stefano IV con l'olio nell'816 d.C. facendo così tornare
prerogativa del papa l’incoronazione imperiale. Una delle riforme primarie fu accertarsi che tutti i
monasteri aderissero alla Regola di Aquisgrana ispirata alle indicazioni di Agostino e Crodegnano (obbligo
del celibato e pratiche comunitarie) e in un concilio ad Aquisgrana stabilisce una riforma ecclesiastica per
separare potere spirituale e potere temporale. Nel 822 d.C. viene costretto a fare pubblica penitenza per
aver causato la morte di Bernardo suo nipote, screditandosi così agli occhi dell'aristocrazia e riducendo
notevolmente il suo prestigio come governante. I Danesi si convertono nel 826 d.C. pacificamente al
cristianesimo poiché il re Harald diviene vassallo dell’imperatore Ludovico, che a sua volta diviene suo
padrino in occasione del battesimo. Nel IX secolo d.C. quasi tutti i popoli dell’Occidente hanno accolto il
cristianesimo.

Benedetto di Aniane (Francia 750 d.C. – Aquisgrana 821 d.C.) avvia un monastero in Francia nel 780 d.C.,
concepisce un disegno di omologazione e centralizzazione dei monasteri. Nel 817 d.C. presiede il concilio
monastico di Aquisgrana in cui si stabilisce che tutti i monaci devono imparare a memoria la Regola di
Benedetto. Il progetto non si applica immediatamente, molte comunità continuano ad essere sottoposte a
“regole miste”.
I sovrani pipinidi e carolingi, si considerano personalmente investiti di responsabilità religiose e disciplinare
nei confronti dei sudditi, secondo i fondamenti teoretici di Agostino, Gregorio Magno e Isiodoro.

Smaragdo (Irlanda, 760 d.C. – 840 d.C.) abate di Saint-Mihiel scrive la Via regia (genere letterario delle
esortazioni ai sovrani note come “specula principis”) e la destina a Ludovico il Pio, insistendo sul
fondamento divino dell’autorità del sovrano. Smaragdo fa leva per rivendicare tale diritto su un’esegesi di
Rm 13,1 “Non c’è autorità se non da Dio”.

Giona di Orleans (Aquitania 760 d.C. – Orleans 843 d.C.) vescovo di Orleans e letterato, scrive
Sull’istituzione regia nel 831 d.C. indirizzato al re Pipino I d’Aquitania, ponendo invece l’accento sul servizio
e ministero a cui è chiamato il re. Escludendo il carattere sacro della regalità, Giona delimita i confini del
potere regio ed esalta aspirazioni dell’episcopato di cui è rappresentate.

Dhuoda (800 d.C. – 843 d.C.) colta principessa scrive il Manuale avvalendosi di passi biblici in cui esorta il
figlio a pregare non solo in chiesa e gli presenta le virtù a cui è cristianamente chiamato.

La lingua comune parlata è il latino, viene compresa da tutti senza richiedere una particolare formazione.
Dalle fine del VIII secolo d.C. l’uso della lingua volgare comincia ad essere raccomandato nella catechesi,
nella recita del Padre Nostro e del Credo: affinché il senso venga colto dai fedeli. Lo stesso Agostino aveva
scritto il De doctrina christiana non per i soli chierici ma per un pubblico colto, interessato ad apprendere
l’interpretazione biblica. Tuttavia la cultura dei laici e degli aristocratici è prevalentemente orale, la
trasmissione della tradizione è affidata a giullari, mimi e attori che li ricordano con le loro perfomance nelle
feste e ricorrenze. In un contesto di rilancio della cultura scritta su quella ludica si vieta ai chierici di essere
spettatori di tali opere definite oscene e turpi.

In età carolingia per assicurare la comprensione delle Scritture occorrono scuole:

 Scuole cattedrali sotto la guida del vescovo, istituite per i chierici collegate direttamente alla chiesa.
 Scuole monastiche sotto la guida dell’abate, istituite per i monaci e i bambini oblati alla vita
monastica.

Nelle scuole cattedrali e monastiche lo studio inizia dalle cosiddette “sette arti liberali”:

 Il trivium – grammatica, retorica e dialettica.


 Il quadrivium – aritmetica, geometria, astronomia e musica

Incmaro di Reims (Francia 800 d.C.- 882d.C.) metropolita di Reims, il percorso formativo richiesto ai chierici
deve garantire che alla fine ciascun prete conosca almeno:

 Il Credo, il Padre Nostro, il canone della messa, il Libro dei Salmi e le formule battesimali-
benedizione-esorcismo.

Per quanto riguarda i monaci che siano in grado di espletare:

 Preghiera e lettura quotidiana dei Salmi prescritti dalla Regola di Benedetto.

I Salmi sono il testo base per l’alfabetizzazione dei monaci, li si studia sillaba per sillaba, quindi parola per
parola fino ad essere impressa nella memoria. Questa tecnica è detta ruminatio attraverso cui il monaco
assimila lentamente le Scritture. Il lavoro di trascrizione richiede una specifica competenza, avviene negli
scriptoria edifici annessi alle chiese o alle cattedrali, in cui gli scribi scrivono sotto il diretto controllo
dell’abate o del vescovo. Ci si preoccupa soprattutto di ricopiare messali e testi liturgici, Lettere di Paolo,
Vangeli e Salmi.

Carlo il Calvo (Francoforte 823 d.C. – Brides-les-Bains 877 d.C.) imperatore illuminato, promuove il livello
di conoscenza delle lingue e della ricerca teologica, cerchia ristretta di intellettuali a corte. Affida la
traduzione delle opere dello Pseudo-Dionigi l’Areopagita a Ilduino, abate di Saint-Denis, ma l’impresa si
rivela essere troppo complessa. Carlo si rivolge allora al maggior intellettuale dell’epoca, Giovanni Scoto.

Giovanni Scoto Eriugena (Irlanda 815 d.C. – Francia 877 d.C) si dedica alla traduzione e al commento del
Corpus degli scritti dello Pseudo-Dionigi l’Areopagita e di altri autori. La disputa teologica sulla
predestinazione divina contro Godescalco di Orbais, che sostiene l’idea della gemina praedestinatio ovvero
la compresenza in Dio di una duplice predestinazione: buoni al premio eterno e malvagi alla dannazione
eterna. Con ciò Godescalco ipotizza uno stretto determinismo che mette a rischio la nozione di libero
arbitrio, inoltre può contare sul supporto delle autorità patristiche. Infatti Agostino stesso aveva mostrato
la capacità di Dio di conoscere prima dei tempi il destino dei buoni e dei malvagi. Nel De praedestinatione,
l’argomentazione che Giovanni Scoto usa contro l’eretico, è l’evidenza della summa semplicitas della
sostanza divina, in cui tutto coincide, compreso “essere” e “volere”. Per questo motivo, poiché Dio è uno,
sarà uno anche il suo volere. Da ciò deriva che Dio crea in quanto è, e che la sua creazione volontaria non
può che essere buona. Ne deriva l’impossibilità da parte di Dio di predestinare le sue creature al male, e di
privare del libero arbitrio gli uomini. Nel 849 d.C. al concilio di Quierzy, Godescalco viene condannato. Il
Periphyseon ultima opera di Eriugena:

1. La natura increata e creante, Dio Padre (non creato-crea), il principio primo eterno, immutabile,
sommamente semplice.
2. La natura creata e creante, il Verbo divino/Figlio di Dio (creato-crea), il luogo nel quale risiedono i
pensieri di Dio, ovvero le “idee divine”, coeterne a Dio e Sua manifestazione.
3. La natura creata e non creante, il mondo (creato-non crea), tutta la realtà posta nello spazio e nel
tempo, che sarebbe l'esteriorizzazione delle idee divine.
4. La natura non creata e non creante, Dio (non creato-non crea) concepito come ciò verso cui l'intero
Creato tende, come meta e fine del mondo, poiché tutto ciò che proviene da un principio tende
naturalmente a farne ritorno.

In modo particolare l’uomo è chiamato ad impegnarsi nello sforzo filosofico e di fede nella Redenzione
operata da Cristo, per riconquistare la pienezza divina che il primo uomo ha spezzato, contribuendo così al
ritorno dell'universo a Dio, oltre la molteplicità caotica del mondo.

Pascasio Radberto (Francia 785 d.C. – Corbie 865 d.C.) monaco e abate, scrive il De Corpore et Sanguine
Domini, convinto che la verità ha a che fare con l’oggetto, principio di non contraddizione, e poiché nella
consacrazione eucaristica Cristo è veramente presente, pane e vino sono veramente corpo e sangue di
Cristo.

Ratrammo (Francia 800 d.C. – Corbie 868 d.C.) monaco e filosofo, parte invece da una diversa idea di
verità, intesa come manifestazione completa di un oggetto a un soggetto che lo conosce pienamente. Ma
poiché nell’eucaristia non si dà conoscenza piena del corpo e del sangue di Cristo, il termine più adeguato
è: figura.

Alfredo il Grande (Regno unito 849 d.C. – 899 d.C.) re del Wessex capo militare, argina le incursioni dei
vichinghi in Inghilterra, fino a che li vince e costringe il loro capo Guthrum al battesimo. Anche letterato
traduce dal latino in antico inglese la Regola pastorale di Gregorio e incoraggia numerose traduzioni dei
Salmi e dei testi di Agostino, Orosio, Boezio e Gregorio. In questa prospettiva valorizza il plurilinguismo
lamentando che non ci sono persone in grado di celebrare la messa in inglese.

Nuove mete di pellegrinaggio si vanno via via ad aggiungere a quelle tradizionali (Roma, Gerusalemme e
Tours), il culto degli angeli esprime in modo speciale la devozione all’Arcangelo Michele, protettore
dell’Impero ma celebrato anche in Occidente in quanto vincitore di Satana. Il culto di San Michele si
sviluppa:
 In Puglia San Michele sul monte Gargano.
 In Normandia sul Mont Saint-Michel.
 In arca subalpina San Michele della Chiusa.

Altro celebre santuario di Santiago de Compostela, la leggenda che Giacomo fratello di Giovanni membro
della prima comunità di Gerusalemme, si fosse spinto a predicare nella penisola iberica. Nel 847 d.C.
Teodormito vescovo di Iria sposta la propria sede a Compostela, intorno al sepolcro del santo apostolo
dove si riteneva ci fossero i suoi resti facendo avviare la costruzione di una cattedrale. Nel IX secolo in
quell’area prendono forma piccoli regni, pertanto la situazione cristiana risulta frammentata e i loro stessi
confini vengono attaccati dai mussulmani. Questi scontri sono alimentati da entrambe le parte in nome
della riconquista religiosa, in questo quadro Compostela e la sua cattedrale vengono saccheggiate nel 997
d.C. dal comandante arabo al-Mansur. Santiago diviene meta di pellegrini provenienti da paesi lontani, il
lungo viaggio del pellegrino è generalmente compiuto a piedi, e si completa dove sono costudite le reliquie
del santo. Le reliquie sono trafficate, donate e rubate in quanto ritenute detentrici di forze taumaturgiche
capaci di irradiarsi positivamente su coloro che ne entrano in contatto. In genere le reliquie sono sistemate
nell’altare centrale o lungo le navate laterali, in modo che i pellegrini possano passarvi davanti.

Guglielmo il Pio (865 d.C. – Brioude 918 d.C.) sovrano franco fonda in Borgogna l’abazia di Cluny nel 910
d.C. che si caratterizza sul piano spirituale per l’osservanza della Regola di Benedetto e per le preghiere
comunitarie. La costruzione dell’abazia sorge per iniziativa di privati (sovrani e signori) preoccupati per la
salvezza della propria anima; i beni immobili di questo genere godono dell’immunità giuridica. Devoto agli
apostoli Pietro e Paolo, Guglielmo il Pio affida l’abazia direttamente a loro, il percorso della nomina
dell’abate è affidato ad una rappresentanza qualificata di monaci. Il percorso di autonomia si completa
quando Cluny, ottiene l’esenzione nel 998 d.C. impedendo qualsiasi intromissione del vescovo. L’abazia si
sviluppa così con il suo peculiare modello: l’ordo Cuniacensis che si estende a tal punto da arrivare alla fine
del XI secolo d.C. a governare mille insediamenti. Si fonda una vera e propria ecclesia Cluniacensis la cui
autorità rimane nelle mani dell’abate e i monasteri fanno capo direttamente a lui. L’abate di Cluny viene
indicato come “l’abate degli abati”, questo evento apre la strada alla rivendicazione conosciuta come
“libertas ecclesiae” da intendere come l’esenzione dall’autorità vescovile, legame diretto con Roma e
modello innovativo indipendente.

10- Missioni e cultura IX e XI secolo


Niccolò I (Roma 800 d.C. – 867 d.C.) altamente consapevole di essere il successore di Pietro, tenta di
conferire egemonia alla Chiesa romana perché “maestra, madre e capo di tutte le Chiese”, il papa rivendica
per sé un ruolo universale di giudice spirituale e guida nei confronti di Costantinopoli. Nel 858 d.C.
l’imperatore Michele III destituisce il patriarca Ignazio sostituendolo con Fozio, il papa interviene nella
difficile questione affermando il proprio diritto e la propria supremazia decisionale. Tale evento comporta la
scomunica di Fozio che reagisce a sua volta scomunicando il papa Niccolò, generando così lo “scisma di
Fozio” che contribuisce al processo reciproco di allontanamento tra Oriente e Occidente. Questa rottura
viene accentuata sul piano dottrinale dalle differenze sul Credo, i greci infatti sostengono che lo Spirito
procede solo dal Padre, mentre i latini aggiungendo il termine Filioque intendono che lo Spirito procede
“dal Padre e dal Figlio”. Gli immediati successori di Niccolò non si manifestano all’altezza e la Chiesa
romana precipita in vari conflitti, in un sinodo si arriva pure ad esumare il cadavere di papa Formoso (897
d.C.) il quale viene spogliato delle vesti e gettato nel Tevere.

Ottone I (Wallhausen 912 d.C. – Memleben, 973 d.C.) il sovrano sassone svolge alcune campagne militari
in Europa, coronate dalla vittoria sugli ungari le quali pongono condizioni per nuove iniziative missionarie.
Nel 962 d.C. viene incoronato imperatore a Roma da papa Giovanni XII il quale emette il Privilegio di
Ottone, che pone formalmente l’elezione del pontefice sotto il controllo imperiale. Anche se il termine
"Sacro Romano Impero" non viene usato fino a 200 anni dopo, Ottone il Grande viene considerato il
fondatore e ricordato come il primo in una successione di Imperatori di varie dinastie. Gli obiettivi di Ottone
I erano sostanzialmente tre:

1. Costituire una dinastia, in modo da ovviare alle problematiche relative alle successioni nel Sacro
Romano Impero.
2. Istituire i vescovi-conti, in verità già presenti nell'Impero carolingio. Il fatto che questi non
potessero avere successori legittimi implicava il fatto che i feudi loro destinati, benché vitalizi,
erano destinati a ritornare nella disponibilità dell'imperatore.
3. Contrastare in Italia il potere dell'Impero bizantino, in modo da proporsi come i legittimi
rappresentanti dell'Impero romano d'Occidente.

Vengono promossi i propri candidati al papato, nessuno dei nove papi che si succedono, dal regno di
Ottone I a quello di Ottone III (quarantennio), riesce a condurre il proprio pontificato tranquillamente.
Alcuni vengono imprigionati, altri condotti all’esilio o alla fuga, Giovanni XIV viene assassinato. L’ultimo
della serie è Silvestro II insediato da Ottone II, i due coltivano un accordo di rilancio del ruolo universale di
Roma, tuttavia spinti alla fuga con loro si pone fine a tale progetto e alla stessa dinastia sassone a cui
subentra quella dei Salii.

Il cristianesimo giunge in:

 Ungheria grazie al matrimonio nel 995 d.C. della principessa Gisela con il principe Stefano, che
fonda lo Stato e la Chiesa di Ungheria diventando re nel 1000 d.C. circa.
 Boemia grazie a re Venceslao che muore martire nel 935 d.C. nell’intento di cristianizzazione del
paese, continuato dai suoi successori Boleslao I e Boleslao II; nel 972 d.C. Praga che diviene sede
vescovile.
 Polonia grazie a re Miecislao I (935 d.C. – 992 d.C.) che accoglie il missionario Adalberto di Praga
(956 d.C. – 997 d.C.), quest’ultimo diventa vescovo di Praga, e il fratello Gaudezio successivamente
arcivescovo.
 In Danimarca, Norvegia e Svezia fra il X – XI secolo d.C. consolidandosi tramite missionari bizantini
che si spingono verso l’Europa nordorientale.
 In Rus di Kiev grazie a Vladimir I (958 d.C. – 1015 d.C.) che dal paganesimo si converte al
cristianesimo nel 988 d.C. il cosiddetto “battesimo della Rus”, Kiev diviene sede metropolita sotto il
patriarca di Costantinopoli.

In questi territori i confini tra cristianesimo e paganesimo rimangono a lungo incerti, con frequenti ricadute
nel paganesimo da parte delle popolazioni appena convertite. Va considerato il timore per gli antichi dèi
abbandonati, così i culti pagani sopravvivono spesso accanto alla nuova fede cristiana in forme
sincretistiche. La trasmissione della fede avviene in forme primitive, puntando innanzitutto sul battesimo,
l’insegnamento catechetico ha un ruolo secondario a causa delle difficoltà linguistiche.

La Chiesa è ripartita in province in cui i metropoliti (arcivescovi) esercitano funzioni di controllo sui vescovi
e di mediazione in caso di conflitti, il centro del governo ecclesiastico è la diocesi. Essa comprende
cattedrale, edifici collegati (chiese, pievi, oratori, cappelle e monasteri); i diritti di battesimo e di sepoltura
sono nelle mani dei vescovi locali. Le sedi arcivescovili sono:

 In Italia cinque (Milano, Ravenna, Aquileia, Grado e Benevento).


 In Germania sei (Magonza, Treviri, Colonia, Amburgo, Salisburgo e Magdeburgo).
 In Francia nove – in Borgogna sette – in Inghilterra due – in Ungheria due – in Polonia una.

Sinodi diocesani mirano all’istruzione e al controllo nei confronti del clero e del popolo, il vescovo
amministra la giustizia ecclesiastica. Il sostentamento del clero, il mantenimento dei poveri e degli edifici
ecclesiastici è assicurata dalla decima, stabilita da Pipino il Breve e confermata da Carlo Magno. I preti di
campagna sono economicamente e socialmente i più svantaggiati e la loro principale rendita è costituita dai
terreni parrocchiali, il divieto di non poter prendere moglie e avere figli è un fattore di impoverimento.

Guido di Le Puy (…-Le Puy 996 d.C.) monaco e poi vescovo nel 975 d.C., a causa del proliferare di violenze
contro enti ecclesiastici e strati indifesi della popolazione, raccoglie i nobili e contadini della diocesi
impegnandoli sotto giuramento a rispettare i beni della Chiesa e dei poveri e a restituire quelli di cui si sono
abusivamente impossessati. Il movimento per la pace mira a tutelare i beni mobili e immobili della diocesi e
soggetti indifesi come monaci, commercianti e contadini attraverso la creazione di apposite milizie della
pace composte da cavalieri, popolo e chierici. Nel XI secolo d.C. si tengono sinodi per far cessare le violenze
e le ruberie fra i cristiani, i cosiddetti appelli alla “tregua di Dio” dove almeno in alcuni giorni della settimana
non si devono compiere faide e uccisioni in ricordo della Passione.

Abbone di Fleury (Orléans 945 d.C. – La Réole 1004 d.C.) abate e filosofo, la filosofia deve mirare a
comprendere la perfezione di Dio attraverso la percezione dell'armonia della creazione divina. Nel 998 d.C.
scrive l’Apologeticus in cui divulga un ordinamento della Chiesa che risulta dominante, presentandola come
tripartita in tre ordini: monaci, chierici e coniugati.

Adalberone di Laon (947 d.C. – Laon 1030 d.C.) vescovo scrive il Carmen ad Rodbertum Regem, un
poemetto in forma dialogica divide la Chiesa secondo uno schema funzionale sempre in tre ordini: monaci
(oratores), guerrieri (bellatores) e lavoratori (laboratores).

Tali schemi ideali non si realizzano, tuttavia hanno una rilevanza riguardo all’ordo monastico e al
contribuirsi del diffondersi tra chierici e laici di modelli di vita cristiana ascetici ed elitari. I monaci si
dedicano allo studio della Bibbia per trovare risposta alle proprie esigenze spirituali, fin dagli inizi del
cristianesimo i passi biblici si interpretano secondo differenti piani di lettura:

 Il senso storico-letterale che si preoccupa di comprendere il significato proprio dei testi e delle
vicende narrate.
 Il senso spirituale che sviscera i misteri più nascosti trascendendo la lettera.
 Il senso allegorico per trarne insegnamenti riguardanti il mistero della salvezza.
 Il senso morale per trarne indicazioni di vita.
 Il senso anagogico per trarne una dottrina escatologica o contemplativa.

La lettura monastica della Bibbia si fonda su un rigoroso ascetismo e sul distacco dal mondo, per esigenze di
meditazione, edificazione e celebrazione dello stile di vita. I monaci hanno un ruolo decisivo nella
storiografia, fin dall’Alto Medioevo scrivono necrologi, trascritti su calendari nella ricorrenza annuale dei
defunti per ricordarli nella preghiera giornaliera. Negli spazi lasciati vuoti del calendario, si registrano i
principali avvenimenti del monastero e del territorio, nascono così gli Annali monastici:

 La Cronanca di Montecassino va dalle origini 529 d.C. fino al 1075 d.C. anno in cui Leone monaco
archivista e bibliotecario, ne avvia la stesura, compendiante la storia del monastero e dei
longobardi.

I monaci si ritengono privilegiati rispetto agli altri cristiani in vista del conseguimento della salvezza, la
stessa conformazione del monastero manifesta tale convinzione. Nella struttura è presente Il giardino
dell’Eden da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso, un albero al centro simboleggia l’Albero della vita, e
il chiostro principale racchiude un orto e un frutteto che funge da cimitero e sta a dimostrare la fede nella
resurrezione dei monaci sepolti. La rappresentazione del monastero come riproduzione del Paradiso
celeste, porta alcuni gruppi di laici a vivere in prossimità “ad portas” e a praticare l’eremitismo vivendo di
elemosine. Questo per godere del vantaggio spirituale generato dalla vicinanza ai monaci, che con le loro
preghiere e le loro lacrime, considerate un carisma divino, donavano sulla terra un’esperienza di
beatitudine celeste.
Romualdo (Ravenna 951 d.C. - Fabriano 1027 d.C.) di origine nobile, decide di farsi monaco e fonda un
insediamento eremitico Camaldoli, consolidando così antiche convinzioni sulla superiorità della vita
eremitica rispetto a quella cenobitica, che viene retrocessa alla condizione di tappa preparatoria in vista
della più rigorosa solitudine. Romualdo cerca la solitudine per praticare la sua devozione verso Dio.
Camaldoli si organizza in modo da ospitare anche fratelli laici, dediti prevalentemente al lavoro manuale ma
impegnati a seguire il modello di Romualdo nel digiuno, nel silenzio, nell’autodisciplina corporale.

Pier Damiani (Ravenna 1007 d.C. – Faenza 1072 d.C.) studia le arti liberali e ne diviene un rinomato
maestro, durante l'insegnamento matura l'idea di dedicarsi alla vita monacale. Divenne ben presto magister
dei novizi e successivamente viene nominato cardinale e vescovo di Ostia. Si trasferisce a Roma, a stretto
contatto col Papa per operare la sua azione riformatrice contro la simonia e il nicolaismo. La vita monastica
da lui praticata è tra le più dure: autoflagellazione, penitenze, quantità minime di cibo e lavoro manuale. La
sete di scienza è per Damiani, una forma di idolatria, che distoglie l'uomo dal vero bene, che è la
contemplazione di Dio. È il tema della vana curiositas: dove il mondo è solo la manifestazione di Dio, una
teofania, non c'è necessità di indagare il creato in quanto tale, ma solo di ammirarlo come "traccia" della
potenza divina. La cupidigia del sapere è paragonata ad una tentazione diabolica, come quella che spinse
Eva a mangiare il frutto dell'Albero della Conoscenza. A sostegno di questa tesi Damiani porta appunto i
brani della Bibbia e dei Vangeli, a mostrare che Dio affida sempre la predicazione della sua parola a uomini
ignoranti e semplici, come appunto i pescatori. Pier Damiani parte da una affermazione fatta da San
Girolamo, riguardo al fatto che Dio non fosse in grado di restituire la verginità ad una donna che la avesse
perduta. Ciò significa in pratica che Dio non può cambiare il passato. L'attribuire un qualche tipo di
impotenza a Dio, sembra a Pier Damiani una affermazione che non si può fare con leggerezza. Ciò che
soprattutto gli preme è arrestare l'arroganza di quei teologi che pongono la divinità al di sotto della logica,
dimenticando la totale trascendenza di Dio che è quindi al di fuori della portata della ragione umana.
Ciononostante egli fa appello proprio alla ragione per mostrare che, se bene usata, essa può servire anche a
riportare all'umiltà quelli che, proclamandosi sapienti giungono a dire di Dio che non può fare qualcosa. Il
fatto che fino ad ora nessuna vergine sia mai “risorta” dopo caduta, non è affatto prova che Dio non sia
capace di farlo come dimostra la nascita miracolosa di Cristo, per cui non si può più dire che Dio non è in
grado di far partorire una vergine. L'unica cosa che Dio non può fare, né sa come fare è il male ma ciò non è
da intendersi come una impotenza, bensì come perfezione della volontà divina. Usando quelle che Damiani
chiama "le invincibili ragioni della fede", egli argomenta che non solo Dio può far risorgere "nel merito" una
vergine caduta, ma che può farlo anche fisicamente, cioè "nella carne”. Inoltre se Dio ha voluto e permesso
qualcosa nel passato, è perché questo qualcosa è comunque buono o in vista di un bene futuro, e in quanto
tale non può essere annichilito. Dio è al di sopra dei principi della logica e della legge naturale, e rende
quindi impossibile per l'uomo, che è invece soggetto all'ordine razionale, la comprensione piena del divino.
Emergono qui i limiti della ragione umana, con l'implicazione che Dio sia svincolato dal principio di non-
contraddizione.

Giovanni Gualberto (Firenze 995 d.C. – Passignano 1073 d.C.) diventato monaco il suo impegno si dirige a
difendere la Chiesa dalla simonia e dal nicolaismo. I suoi primi avversari sono il suo stesso abate, Oberto,
nominato suo superiore dopo la morte dell'abate Leone e il vescovo di Firenze Atto, entrambi simoniaci.
Non essendo incline ai compromessi e non riuscendo ad allontanarli dalla città preferisce ritirarsi in
solitudine, nel 1036 d.C. dopo varie peregrinazioni insieme ad alcuni monaci giunse a Vallombrosa.

Stefano di Grand (Thiers 1046 d.C. – Monte Muret 1124 d.C.) figlio del visconte di Thiers, matura la propria
vocazione entrando in contatto con l’eremitismo, nel racconto agiografico Vita Stephani si racconta della
sua scelta del Vangelo come unica forma di regola di vita religiosa, si ritira nella boscaglia di Muret nel 1076
d.C., vivendo in solitudine in penitenza e austerità molto rigorose. Trascorre le sue giornate recitando i
Salmi, inginocchiato e prostrato a terra, inoltre si dedica ai colloqui con i numerosi visitatori che vengono a
trovarlo. Intorno a lui si radunano molti discepoli per la sua fama di santità, si fonda così la "Congregazione
di eremiti" a cui impone uno stile di vita basato su di un’estrema povertà.

11- La Chiesa romana dell’XI secolo e nemici


Enrico III (1016 d.C. – Bodfeld 1056 d.C.) re nel 1046 d.C. in occasione del sinodo di Sutri si reca in Italia per
risolvere una grave crisi, originata dall'elezione di tre papi (Gregorio VI, Benedetto IX e Silvestro III) eletti da
diverse famiglie romane. Li depone tutti e tre e al loro posto eleva il vescovo di Bamberga, con il nome di
papa Clemente II nel 1046 d.C. nello stesso anno il giorno di Natale, Enrico III viene incoronato imperatore
ed il papa gli conferisce il diritto “principatus in electione papae” di designare il candidato alla carica
pontificia, tornado così a rivendicare il potere di Ottone I. Si reca allora nell'Italia meridionale per sostenere
i diritti imperiali su quelli che i ducati longobardi e per trovare un accordo con i normanni, e dopo Clemente
II sceglie altri due papi.

Leone IX (Eguisheim 1002 d.C. – Roma 1054 d.C.) papa, si circonda di ecclesiastici che assumono posizioni
di comando nella Chiesa romana, tra loro il monaco Umberto di Moyenmoutier poi cardinale vescovo di
Silva Candida, e il suddiacono Ildebrando poi cardinale e papa con il nome Gregorio VII, molto vicino a loro
anche Pier Damiani. Con Leone IX la chiesa inizia ad organizzarsi in forme nuove attraverso sinodi pasquali
annuali, il papa si adopera per introdurre ed affermare ovunque l’ordinamento liturgico romano. La linea
riformatrice di Leone si esprime soprattutto nella campagna contro simoniaci e preti concubinari:

 Simonia indica la pratica di comprare e vendere i sacramenti, che in quanto beni spirituali non
possono essere commerciati, sia la compravendita degli uffici ecclesiastici. Il riferimento originario è
a Simone il Mago degli Atti, che aveva cercato di comprare dagli apostoli il potere di imporre le
mani, ovvero il dono dello Spirito. Poiché i sacramenti sono strumenti della salvezza divina, la
simonia è bollata non solo come peccato di corruzione, ma anche come sacrilegio. Diffusa ormai da
secoli, la pratica ripetutamente vietata e condannata da molti concili, papi e re (lo stesso Enrico si
mostra molto sensibile alla lotta). Nell’Adversus symoniacos, Umberto di Silva Candida condanna
come simoniaca qualsiasi attribuzione di uffici ecclesiastici da parte di laici, e qualsiasi assunzione di
obblighi da parte di vescovi nei confronti di laici, relazione su cui si fonda la stessa cristianità.
 Nicolaismo, per indicare la presenza nel clero di preti sposati o concubinari. L'uso di questo termine
sembra sia stato originato dalla convinzione che gli appartenenti alla setta dei nicolaiti, quasi un
millennio prima, usassero prendere parte a riti sessuali di carattere orgiastico. Il nome deriva da
Nicola di Antiochia, uno dei primi sette diaconi della Chiesa di Gerusalemme, eletti dal gruppo dei
discepoli e a cui gli apostoli imposero le mani.

Leone IX cerca inoltre di contrastare i preti concubinari, introducendo il divieto per i fedeli romani di
frequentarli; Pier Damiani che per primo si scaglia contro i nicolaiti nel Liber Gomorrhianus denuncia e
combatte l’omosessualità e la sodomia del clero. La campagna per la purificazione del clero da
contaminazioni mondane raggiunse risultati effettivi in Italia, Francia e Germania cambiando il volto della
Chiesa che vuole imporre per il suo clero purezza e disciplina monastica. In questo contesto si diffonde la
pratica della celebrazione quotidiana, probabilmente per combattere il traffico di danaro e le relazioni
sessuali motivi di grande impurità, incompatibili con la liturgia eucaristica. Leone IX cerca di consolidare la
potenza della Chiesa romana sul territorio, contrastando l’insediamento dei normanni e affrontandoli
militarmente. Sconfitto a Civitate nel 1053 d.C. viene catturato e liberato dopo otto mesi di prigionia, per la
Chiesa romana i normanni costituiscono ora il nuovo interlocutore che sostituisce i bizantini. Alla morte di
Leone IX, mentre il successore non è ancora stato eletto, tre legati a Costantinopoli nel 1054 d.C. si
affrettano a scomunicare il patriarca Michele Cerullario che risponde scomunicandoli a sua volta.

L’effettiva rottura tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente è riconoscibile dal confronto tra i concili
ecumenici, in totale ventuno:
 I primi otto da Nicea 325 d.C. a Costantinopolitano IV 870 d.C. sono stati svolti in lingua greca a
Costantinopoli, convocati per iniziativa dell’imperatore/imperatrice mentre il papa non prese
personalmente parte a nessuno di essi.
 A seguito della rottura del 1054 d.C. i successivi tredici concili ecumenici, vengono svolti tutti in
latino e in Occidente su convocazione del papa.

Niccolò II (Chevron 980 d.C. – Firenze 1061 d.C.) papa emette nel sinodo pasquale del 1059 d.C. un decreto
sull’elezione papale mirante a regolarizzarne la procedura, la quale spetta ai cardinali vescovi della Chiesa
romana, che a loro volta coinvolgono i cardinali preti e quindi il rimanente clero-popolo. Vengono così
ristabilite le tradizionali prerogative chiedendo solo di approvare quanto già stabilito, il decreto tace inoltre
sulle prerogative a suo tempo agli Ottoni e ad Enrico III. Così facendo Niccolò attribuisce ai cardinali vescovi
il ruolo decisivo che precedentemente spettava ai sovrani. I cardinali sono un corpo scelto di chierici
abilitati a determinate funzioni e all’uso di abiti liturgici in particolari circostanze. Il termine ha origini
remote e sono discusse, per alcuni deriva da “incardinare” in riferimento al diritto di compiere servizi
liturgici; per altri da “cardo” in riferimento alla chiesa del vescovo cardine delle altre chiese.

Niccolò II nomina tre gruppi:

 I cardinali vescovi che oltre a governare le proprie diocesi, hanno il compito di assistere il papa nei
servizi liturgici della basilica del Laterano, la domenica e i giorni festivi. Di qui il loro numero
inizialmente stabilito in sette come i giorni della settimana.
 I cardinali preti titolari delle antiche chiese romane poste all’interno delle mura e aventi funzione di
parrocchie.
 I cardinali diaconi che sovraintendono a funzioni caritative ed economiche, per i bisogni dei
quartieri della città.

Inizialmente il Decreto da privilegio ai cardinali vescovi nelle procedure di elezione del papa,
successivamente tutti e tre i gruppi sono sullo stesso piano di responsabilità. Per affermarsi contro la
nobiltà romana, Niccolò fa appello alla potenza militare dei normanni, concedendo a Roberto il Guiscardo il
titolo di “duca di Puglia, Calabria e, in futuro, con l’aiuto di Dio e di san Pietro, della Sicilia”, ottenendo da
lui un giuramento di fedeltà. Il papa in realtà non ha alcun diritto di attribuire tale titolo e si suppone faccia
leva sulla Donazione di Costantino, o forse sui privilegi carolingi e ottoniani che riconoscono al vescovo di
Roma tale potere. Così i normanni considerati fino ad allora usurpatori, ricevono dal papa una
legittimazione delle loro conquiste. Da un lato Niccolò attenua la pressione del re di Germania e delle
famiglie romane, dall’altro ottiene protezione militare che risulta decisiva anche per l’elezione del
successore Alessandro II.

A Firenze e a Milano si profilano movimenti anti simoniaci e anti nicolaiti, animati da richiami di un ritorno
alle origini, alla “forma della Chiesa primitiva” cioè al modello della condivisione comunitaria dei beni della
vita apostolica insegnati negli Atti.

Pietro Igneo (Firenze XI secolo d.C. – Albano Laziale 1089 d.C.) l'episodio si inserisce nella lotta contro
l'investitura simoniaca del vescovo di Firenze, Pietro Mezzabarba, condotta da Giovanni Gualberto
fondatore della congregazione vallombrosana. Il Mezzabarba, difeso tra l'altro anche da Pier Damiani, fa
fare una strage nel Monastero Vallombrosano spina nel fianco del suo controllo sulla città di Firenze,
suscitando grande scalpore. Nel 1068 d.C. Pietro, per dimostrare l'attendibilità delle tesi sostenute da
Giovanni Gualberto, che documentano la simonia del Mezzabarba, si sottopone volontariamente al
"Giudizio di Dio", camminando su una distesa di carboni ardenti ne resta miracolosamente indenne. Per
questo motivo fu detto Igneo, e immediatamente fatto oggetto di una particolare devozione popolare. In
seguito al clamoroso episodio, papa Alessandro II accetta le tesi dei vallombrosani e depone Mezzabarba;
Pietro Igneo viene eletto successivamente vescovo e cardinale di Albano.
Ariberto (Intimiano 970/980 d.C. – Milano 1045 d.C.) arcivescovo di Milano porta il potere temporale
vescovile a livelli mai raggiunti prima. Nel 1028 d.C. un gruppo di laici comprendenti la contessa di Monte
Forte, avviano un modello di vita apostolica fondato sulla comunione dei beni, sull’astensione dei rapporti
sessuali, sulla preghiera e sul digiuno. Il programma di vita è ispirato a un ideale monastico di liberazione da
ogni contatto impuro, il problema innovativo è il fatto di essere praticato da laici che continuano a vivere
nella società. L'arcivescovo viene a sapere di questa comunità eretica che interpreta anche in modo
allegorico il dogma trinitario e nega la necessità dei sacramenti e quindi del clero. Nello stesso anno, come
reazione invia forze militari ad espugnare il castello di Monforte: l'intera popolazione della zona viene
deportata a Milano e arsa sul rogo.

Arialdo (Cucciago 1010 d.C. – Isolino Partegora, 1066 d.C.) diacono milanese conoscitore delle arti liberali
e della Bibbia. Nel 1056 d.C. insieme a Landolfo Cotta membro dei canonici del duomo, rende Milano teatro
delle iniziative del movimento dei patarini (da pata: panno di uso casalingo). La loro volontà di riformare la
vita del clero simoniaco e nicolaita assume come obiettivo polemico l’arcivescovo Guido di Velate. Arialdo
impone al clero milanese di sottoscrivere un documento in cui i preti promettessero di allontanare le mogli
e di vivere in castità. Attraverso Erlembaldo, il suo braccio destro per le azioni militari, Arialdo comincia ad
intervenire anche nel mondo monastico milanese. I laici patarini iniziano ad emettere vere e proprie
sentenze di condanna contro i chierici che ritengono indegni, e li allontanano dalle loro chiese. Nel 1059
d.C. papa Niccolò II manda a Milano una delegazione che, sotto il controllo di Pier Damiani, esamina il clero
appoggiando le rivendicazioni patariniche. Nel 1066 d.C. il papa consegna ad Erlembaldo, ormai subentrato
ai vertici del movimento, il vessillo di san Pietro (simbolo della sovranità della Chiesa) come segno della sua
rappresentanza. Questo diviene causa di ribellione, e nei durissimi scontri Arialdo viene catturato dagli
uomini dell’arcivescovo di Milano, che lo torturano a morte. Il papa Niccolò di contro scomunica Guido di
Velate che costretto ad abbandonare l’episcopato, designa come suo successore il chierico Goffredo da
Castiglione, subito istituito dal re Enrico IV di anello e pastorale. Erlembaldo gli contrappone come
arcivescovo Attone, che tuttavia è subito costretto a dimettersi a causa dei tumulti, e Goffredo viene infine
consacrato a Novara. La campagna contro la simonia del clero si presenta come un’apertura ad una nuova e
radicale messa in discussione delle nomine episcopali. La concessione dell’anello e della pastorale
rappresentano l’elemento costitutivo del rituale d’investitura, detto “atto di vestizione”.

Gregorio VII (Sovana 1020/1024 d.C. – Salerno 1085 d.C.) cardinale Ildebrando viene acclamato papa dal
popolo romano, già principale consigliere di Niccolò II e di Alessandro II, ne prosegue la lotta contro la
simonia e il nicolaismo. Al suo nome viene tradizionalmente associato il concetto di riforma gregoriana, ma
il suo governo è rivolto anche alla centralizzazione romana. Egli rivendica e promuove il primato del trono
di Pietro con il Dictatus papae del 1075 d.C. esalta le prerogative spettanti esclusivamente al papa. Il suo
primato diviene una verità di fede e il suo potere riceve il ruolo di principio costituente della Chiesa. Chi
non è in comunione con il papa si trova di fatto (ipso facto) fuori di essa, la fede diventa obbedienza e la
libertà della Chiesa disponibilità a seguire il comando di Roma. Il registro delle lettere papali di Gregorio VII
mostra i mezzi e i modi con i quali persegue i propri progetti: convocazioni frequenti di vescovi a Roma,
ristrutturazione delle chiese in senso piramidale, incremento della possibilità per i chierici di potersi
appellare al papa. Questo progetto si realizza incontrando resistenze fra i vescovi, che il papa scomunica in
sede sinodale. Tale registro di lettere rivela anche le relazioni del papa con i re e i principi cristiani, il
rapporto decisivo è quello con Enrico IV re di Germania, Italia e Borgogna. L’alleanza fra i due passa per
periodi di tregua e fasi burrascose: Enrico IV si occupa di arginare la minaccia dei principi tedeschi; Gregorio
le opposizioni episcopali in Italia e Germania. La prima rottura avviene nel 1075 d.C. a seguito della nomina
da parte di Enrico IV, del nuovo arcivescovo di Milano Tedaldo, sollecitata dai nemici dei patarini ed
effettuata senza tenere conto della pretesa papale sulla consacrazione episcopale. Il papa rivendica
l’autonomia e la superiorità del:
 sacerdotium (l’ambito spirituale dominio dei chierici), rispetto al regnum (l’ambito temporale
dominio dei laici).

Enrico IV considera inaccettabile una tale pretesa; nel 1076 d.C. in una grande assemblea a Worms, accusa
Gregorio VII di averlo privato del privilegio paterno nell’elezione papale e di aver cercato di strappargli il
regno d’Italia, mettendogli contro vescovi e lo depone. Gregorio VII reagisce in maniera inaudita, a sua volta
scomunica il re e scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà nei suoi confronti. Ottone vescovo di Frisinga
nella Cronaca, riporta “Leggo e rileggo le gesta dei re romani, ossia degli imperatori, e non riesco a trovarne
uno che sia stato scomunicato o privato del regno dal pontefice romano prima di costui”. A quel punto
Enrico, minacciato militarmente dai principi tedeschi, abbandona le sue posizioni per non perdere il regno e
nel 1077 d.C. a Canossa si riconcilia con il papa. Tuttavia la tregua è di breve durata, infatti nel 1080 d.C.
segue una seconda scomunica papale, a cui Enrico IV risponde deponendo nuovamente il pontefice e
contrapponendo l’arcivescovo Guiberdo, eleggendolo papa con il nome di Clemente III. Liberatosi
militarmente degli oppositori in Germania, il re allestisce una spedizione militare e scende in Italia per
regolare definitivamente i conti con Gregorio VII. Nel 1084 d.C. entra trionfalmente a Roma e Clemente III
viene intronizzato a San Pietro la Domenica delle Palme, il quale procede immediatamente
all’incoronazione imperiale. Gregorio VII asserragliato a Castel Sant’Angelo viene liberato e trasferito a
Salerno, dove muore l’anno dopo. Gregorio VII può essere visto come precursore della moderna laicità
occidentale, in virtù della netta distinzione fra potere spirituale e temporale. In verità egli intendeva
separare le funzioni del sacerdotium da quelle del regnum, evitando che quest’ultimo interferisse con il
primo. Il Dictatus papae infatti rivela il suo intento di ridefinire i confini del sacro all’interno della Chiesa,
desacralizzando la figura del re ed esaltando la sacralità del papa. Tale progetto apre in Occidente una
profonda crepa nella cristianità, fino a quel momento tutto sommato armonica e unitaria. Fra sacerdotium
e regnum viene introdotta una dialettica che rende i rapporti fra i rappresentanti molto più conflittuali,
rispetto a quelli fra patriarca e imperatore di Costantinopoli.

Enrico V (Germania 1081 d.C. – Utrecht 1125 d.C.) figlio e successore di Enrico IV, le posizioni gregoriane
sulla questione dell’investitura vengono riprese e ribadite da papa Urbano II nel 1095 d.C. al concilio di
Clermont, primo tentativo d’intesa fra i due poteri fallisce. Successivamente Enrico V si impegna con il papa
Pasquale II a rinunciare al diritto di investitura degli ecclesiastici, a liberare le proprietà ecclesiastiche e a
restituire il “Patrimonio di San Pietro”. A sua volta il papa ordina ai vescovi di restituire i regalia, cioè beni
materiali e immateriali di cui sono detentori, perché possano darsi esclusivamente alla cura pastorale. In
realtà Pasquale II non rinuncia a niente di suo, mentre intima ai vescovi di rinunciare ai loro beni;
quest’ultimi reagiscono e il privilegio non entra in vigore. L’accordo definitivo viene trovato fra Enrico V e
papa Callisto II nel 1122 d.C. con il Concordato di Worms, su modello di quello precedente. Esso afferma il
principio della non ingerenza del sovrano nell’elezione di vescovi e grandi abati, che devono essere eletti
dalle rispettive istanze. L’imperatore rinuncia alla concessione di anello e pastorale, riservandosi di
intervenire per la sola concessione dei beni temporali.

Roberto il Guiscardo (Altavilla 1015 d.C. – Cefalonia 1085 d.C.) condottiero normanno contro i musulmani
nella conquista del 1072 d.C. di Palermo. Lo storico Goffredo Malaterra, racconta che il cristianesimo non è
ancora del tutto scomparso e risulta presente, dopo oltre due secoli di dominazione musulmana. Maggiore
consistenza mantenuta dal monachesimo, i vescovi che vengono nominati sono tutti normanni, provenienti
dagli stessi guerrieri conquistatori. Di fatto l’insediamento della gerarchia e delle sedi diocesane, risponde
ad esigenze di controllo politico, militare e fiscale del territorio. Solo successivamente partono istanze di
evangelizzazione, e di recupero del cristianesimo romano di un popolo islamizzato. Il papato ristabilisce la
propria autorità sulla Sicilia sostituendosi al patriarca di Costantinopoli, ma non riesce ad assumere il
controllo sulle nomine. Il papa Urbano II nel 1098 d.C. sì rassegna a riguardo e conferisce al sovrano
normanno Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, il titolo di legato papale per la Sicilia. Il sovrano
normanno così assume privilegi e spazi di intervento ben superiori a quelli riconosciuti dalla Chiesa romana
in generale. A causa della vastità e differenza di soggetti che vivono in Sicilia (lingua, etnia e cultura diversa)
i normanni si comportano con prudenza, promuovendo nuovi centri latini e rinunciando a tentativi massicci
di cristianizzazione forzata dei musulmani.

Alfonso VI (Santiago 1043 d.C. – Toledo 1109 d.C.) re di Leon e di Castiglia, nel 1085 d.C. entra
militarmente da trionfatore a Toledo contro i musulmani; vittoria emblematica nel quadro di propaganda
della riconquista. Viene ripristinata immediatamente la sede metropolitica della Chiesa visigota, affidata al
cluniacense Bernardo.

Urbano II (1040 d.C. – Roma 1099 d.C.) in Medio Oriente nel 1071 d.C. la situazione sembra invece volgere
a favore dei musulmani, sconfitto l’esercito bizantino occupano parte dell’Anatolia, riconquistando
contemporaneamente la Siria e Gerusalemme. Lo stesso Gregorio VII all’inizio del suo pontificato vagheggia
una spedizione in Oriente, di cui si immagina a guida dell’esercito diretto in Terra Santa. La predicazione
effettiva della crociata è proclamata nel 1095 d.C. da papa Urbano II in occasione del concilio di Clermont.
L’effettiva conquista di Gerusalemme avviene nel 1099 d.C. e ne giunge notizia dallo scritto di Roberto
Monaco. Si ritiene che la crociata sia stata originata, più che per la liberazione dell’Oriente cristiano dal
controllo musulmano, per ristabilire la tradizione dei pellegrinaggi. Risulta in ogni caso riduttiva tale
interpretazione, che vuole presentare la crociata come un “pellegrinaggio in armi”. Si configura nell’ambito
della crociata, anche un appello di papa Urbano II rivolto alle forze cristiane d’Occidente, che chiede loro di
far tacere ogni conflitto e discordia per prendere la via del Santo Sepolcro e sottrarne il territorio al popolo
infedele. Urbano II fa leva sul richiamo alla pace fra i cristiani per tradurlo in un appello alla guerra contro i
musulmani: Gregorio VII nel 1080 d.C. chiede a Roberto il Guiscardo di dedicare una “guerra per Dio” il
giorno che normalmente i normanni lo dedicano al digiuno e alla “pace di Dio”. Guiberto di Nogent un
monaco cronista della prima crociata, nel Dei gesta per Francos, parla per la prima volta di prelia sancta,
ovvero guerra santa. Tale titolo esprime le motivazioni fondamentalmente religiose di chi ne prende parte,
e soprattutto che l’impresa risponde ad un comando divino in vista della parusia. In questo senso il concetto
di “guerra santa” si pone al culmine di uno sviluppo teoretico e pratico, già teorizzato da Agostino nell’idea
di “guerra giusta”, di sacralizzazione della guerra. La novità fondamentale è nel soggetto principale che
conferisce alla guerra il suo carattere sacrale: che non è l’imperatore ma il papa. Nella mobilitazione hanno
notevole peso la predicazione della penitenza e la richiesta della disponibilità al martirio. Ai partecipanti si
ricorda che raggiungere la Gerusalemme terrena significa raggiungere la Gerusalemme celeste. Una
propaganda “irredentista” presenta la Terra Santa come territorio cristiano, occupato da infedeli ma
destinato ad essere restituito da Dio ai suoi legittimi possessori. Inoltre valgono per i crociati le promesse di
indulgenza, dei peccati compiti e della protezione dei familiari.

Pietro l'Eremita (Amiens 1050 d.C. – Liegi 1115 d.C.) predicatore capace di coinvolgere e trascinare con sé
una gran folla di strati popolari, facendo leva su toni fortemente antigiudaici. Garantisce protezioni agli
ebrei in cambio di contributi a sostegno finanziario della crociata. A questa massa umana radunata, si
uniscono anche le truppe condotte da Gualtiero Senzaveri, che compiono contro gli ebrei sistematiche
violenze, ricevendo sostegno dai cristiani locali. I vescovi si preoccupano di prendere gli ebrei sotto la loro
protezione; a Spira vengono fatti trasferire in tempo in fortezze rurali. A Worms alcuni cercano rifugio
presso cristiani, ma quando si sparge la voce che gli ebrei hanno bollito il cadavere di un cristiano e versato
il liquido nell’acquedotto per avvelenare la cittadinanza, vengono uccisi. Vicende analoga succedono a
Magonza, Colonia e Treviri con i vescovi locali sempre impegnati a cercare di tutelare le comunità ebraiche
e le loro sinagoghe. Il papato fin da Alessandro II cerca di arginare e prevenire i massacri, sostenendo che è
empio voler annientare gli ebrei, in quanto sono protettori della grazia di Dio e perciò meritano un
trattamento differente da quello riservato ai musulmani. In questa prospettiva il papa sostiene che i
cristiani non devono attaccare gli ebrei, mentre possono muovere legittimamente guerra contro i
musulmani. Alberto di Aquisgrana nel Historia Hierosolymitana racconta che il commettere violenza contro
gli ebrei è inteso come un servizio che contribuisce alla crociata, in quanto anch’essi sono nemici della
cristianità. Si può capire come il concetto di crociata sia generico, lo stesso “prendere la croce” viene esteso
nelle iniziative ostili assunte dai cristiani d’Occidente contro quelli d’Oriente e dalla gerarchia ecclesiastica
contro gli eretici paragonati agli ebrei. Passati da Costantinopoli nel 1097 d.C. i quattro contingenti formanti
l’esercito dei crociati, prendono Antiochia e Gerusalemme, insediando un patriarca latino mentre Goffredo
di Bouillon assume il titolo di “primo difensore e custode del Santo Sepolcro”. La conquista di Gerusalemme
favorisce l’intensificarsi dei pellegrinaggi, in cui il maggiore afflusso si verifica durante la Settimana Santa,
con una gran ressa davanti al Santo Sepolcro.

12- Movimenti intellettuali del XII secolo


Il movimento intellettuale che percorre le società occidentali del XI secolo d.C. viene incrementato dalle
nuove conoscenze dei testi aristotelici. Lo studio della Bibbia e della patristica cristiana, si lega allo studio
della dialettica e della logica. In materia di teologia in questo periodo il termine sacramentum inteso come
“segno di un mistero nascosto”, assume un significato più tecnico e circoscritto nei sacramenti. Ovvero gli
strumenti di salvezza che la Chiesa dispone, in quanto depositaria dell’immenso patrimonio di meriti
accumulato da Cristo redentore. Tra XI e XII secolo d.C. il papato non ha solamente una funzione di freno al
movimento intellettuale ma cerca di tenersi collegato ad esso, valorizzando le figure di rilevo.

Berengario (Tours 999 d.C. – La Riche 1088 d.C.) studia arti liberali a Chartres, dal 1040 d.C. arcidiacono di
Angers, anche studioso di teologia, commenta le Scritture con l’ausilio dello strumento della dialettica.
Berengario è noto per la polemica del 1046 d.C. con Lanfranco da Pavia sull’eucarestia, in particolare sulla
modalità con cui Cristo, sarebbe presente nel pane e nel vino consacrato dal sacerdote. Berengario nel De
sacra coena adversus Lanfrancum, riportando le nozioni aristoteliche di sostanza e accidente, afferma che
se una sostanza muta, mutano anche le sue proprietà, che sono intrinsecamente legate a essa. Dunque se
nell'eucaristia le sostanze del pane e del vino mutassero realmente, dovrebbero mutare anche le proprietà
accidentali (sapore-odore-colore). Ma dal momento che questo non avviene durante la consacrazione, per
Berengario, il pane e il vino sono soltanto un simbolo di realtà spirituale, un signum sacrum. Nella disputa
Berengario ha la peggio, e viene condannato prima nel 1050 d.C. da Leone IX e poi a nel 1059 d.C. da
Niccolò II.

Lanfranco (Pavia 1005 d.C. – Canterbury 1089 d.C.) abate a Caen e successivamente arcivescovo di
Canterbury, si forma allo studio delle artes, non condanna la dialettica, che ritiene possa aiutare a
comprendere anche i misteri divini, ma afferma che essa deve sottomettersi all'autorità delle Scritture
quando entri in conflitto con esse. Nel De corpore et sanguine Domini, in conflitto contro Berengario,
sostiene che dopo la consacrazione il pane e il vino si trasformano realmente nel corpo e nel sangue di
Cristo, pur conservando le primitive apparenze. A questa conclusione non giunge però con le armi della
logica ma con la fede e con l'autorità dei Padri della Chiesa, alla quale è necessario che la dialettica si
sottometta. Il sinodo romano di Pasqua del 1079 d.C. stabilisce le tesi di Lanfranco in quella che sarà
successivamente detta transustanziazione.

Bruno di Colonia (Colonia 1030 d.C. – Serra San Bruno 1101 d.C.) maestro di logica alla scuola cattedrale di
Colonia e poi a quella di Reims dove ha come allievo il futuro papa Urbano II. Lasciata la scuola Bruno si
ritira in un eremo nel massiccio di Chartreuse, avviando una forma di eremitismo comunitario detta
“certosino”. Bruno in realtà avvia la Chartreuse senza creare un ordine religioso, affidando le sue intenzioni
di vita ascetica solo alcune lettere e non scrive nessuna Regola. Nelle Consuetudini scritte da Guigo, il
quinto priore della Chartreuse, si offre il presupposto legislativo su cui papa Innocenzo II istituisce nel 1133
d.C. l’ordine eremitico certosino. Nel XII secolo d.C. il termine ordo intende l’ordinamento a cui le case di
religiosi sono legate in osservanza della medesima disciplina canonica. Dalle Consuetudini si rivela che
esistono due comunità distinte:
 domus superior, con chiostro e chiesa propri, riservata ai monaci che abitano in celle individuali
secondo un regime di vita eremitico. Dediti all’ascesi, alla preghiera e all’attività scrittoria.
 domus inferior, ospita i frati conversi che vivono in comune, principalmente impegnati nel servizio
degli eremiti. Praticano pastorizia, agricoltura e dispongono di una propria cappella aperta anche ai
laici,

Nel 1089 d.C. Bruno raggiunge a Roma, il suo vecchio studente ormai divenuto papa, che gli offre la sede
metropolitica di Reggio Calabria, reclamata dall’arcivescovo Basilio legittimamente nominato dal patriarca
di Costantinopoli. La contro nomina di Bruno da parte di Urbano II, rientra nel disegno di romanizzazione
del Mezzogiorno; Bruno si insedia a Reggio, ma rinuncia presto alla sede ritirandosi sulle serre calabresi. Qui
avvia una nuova esperienza eremitica, ispirata al modello precedente ma priva di legami.

Anselmo D’Aosta (Aosta 1033 d.C. – Canterbury 1109 d.C.) allievo di Lanfranco, diviene monaco
nell'abbazia di Notre-Dame du Bec e, grazie alle sue qualità di uomo di fede e fine intellettuale ne diviene
presto priore, e nel 1078 d.C. abate. Si rivela un abile amministratore e, avendo intrattenuto alcune
relazioni con il regno d'Inghilterra, nel 1093 d.C. viene chiamato da re Guglielmo II, per ricoprire la carica di
arcivescovo di Canterbury. Negli anni successivi, dapprima sotto il regno di Guglielmo II, quindi di Enrico I,
ricopre un ruolo rilevante nella lotta per le investiture che vedeva contrapposti i sovrani d'Inghilterra e il
papato. Grazie al suo lavoro politico e diplomatico, svolto in accordo con il programma riformista
gregoriano e finalizzato a garantire alla Chiesa l'autonomia dal potere politico, la questione si risolse infine
con un compromesso piuttosto vantaggioso per i religiosi. La riflessione filosofica e teologica di Anselmo,
caratterizzata dal primario ruolo riconosciuto alla ragione nell'approfondimento e nella comprensione dei
dati di fede, si articola su diversi problemi: dimostrazioni a priori e a posteriori dell'esistenza di Dio, indagini
sui suoi attributi, analisi di questioni di dialettica e di logica sulla verità e sulla conoscibilità di Dio, studio di
problemi dottrinali come quello circa la Trinità o quelli legati al libero arbitrio, al peccato originale, alla
grazia e in generale al male. Le opere maggiori di Anselmo, il Monologion è una meditazione filosofica nata
all' interno di una comunità di monaci. Negli anni immediatamente successivi approfondisce la sua
speculazione filosofico-teologica nel Proslogion ed in seguito scrive De grammatico, De veritate, De
libertate arbitrii e De casu diaboli. Negli ultimi anni scrive il Cur Deus homo, De conceptu virginali et
originali peccato, De precessione Spiritus Sancti e il De concordia.

Guglielmo di Champeaux (Champeaux 1070 d.C. – Châlons-en-Champagne, 1121 d.C.) arcidiacono di Parigi
e maestro della scuola cattedrale di Notre-Dame, si ritira con alcuni discepoli alle porte di Parigi presso una
cappella dedicata a san Vittore, dando così inizio ai “canonici regolari di San Vittore” e alla stessa scuola di
San Vittore. Diviene poi vescovo di Châlons-en-Champagne, prende parte alla lotta per le investiture,
appoggiando le posizioni della Chiesa e rappresentando papa Callisto II nel concilio di Mousson. Nelle opere
che ci sono pervenute, sostiene che i bambini che muoiono non battezzati sono necessariamente dannati,
essendo l'anima infetta dai peccati del corpo e afferma che la volontà di Dio non può essere oggetto di
discussione. In logica è il principale assertore nel medioevo della concezione realistica degli universali. Gli
universali secondo Guglielmo di Champeaux esistono nella mente di Dio "Ante rem" come modelli
trascendenti delle cose particolari. Esistono "In re" come forme sostanziali delle cose, e "post rem" come
concetti esistenti nell'intelletto umano.

Esperienze analoghe si profilano in Italia e Germania, nel 1095 d.C. vengono approvati i “canonici regolari di
Saint-Ruf”, e un canonico di nome Norberto, avvia una congregazione di canonici regolari detti
“premostratensi”, nel 1126 d.C. è proclamato arcivescovo di Magdeburgo. In questi e numerosi altri ordini
canonici il proposito di vita si fonda sulla norma detta Regola di sant’Agostino, che gode di nuova fortuna.

Roberto d’Arbrissel (Arbrissel 1047 d.C. – Orsan 1117 d.C.) compiuti gli studi a Parigi, dopo essere stato
canonico a Rennes, si ritira a vita eremitica. Successivamente inizia a predicare poveramente, con capelli e
barba incolti a piedi nudi, seguito da penitenti dei due sessi. Fonda nel 1101 d.C. il "doppio monastero",
maschile e femminile, di Fontevraul secondo la Regola di Benedetto, prima di riprendere la predicazione
lascia la guida alla priorissa Petronilla. Ella assume il governo abbaziale del complesso monastico che si
espande notevolmente, circa una quarantina alla sua morte.

Pietro di Bruis (Bruis 1095 d.C. – Saint-Gilles1131 d.C.) ex prete nel 1105 d.C. inizia a proclamare che
soltanto i quattro evangelisti sono degni di fede e gli altri libri del Nuovo Testamento, vengono da lui
contestati in quanto ritiene le Epistole scritte da uomini e non emanazione diretta della parola di Gesù
Cristo. Egli rigetta anche l'autorità del Vecchio Testamento, così come i testi dei padri della Chiesa e,
beninteso, le dottrine della Chiesa. Disprezza, infine la gerarchia e il clero e non esita a predicare la violenza
e a mettere anche in pratica il suo insegnamento contro i preti e i monaci. Sul piano dottrinale si oppone
alla Chiesa su numerosi argomenti: rifiuta innanzitutto il battesimo dei bambini perché per lui unicamente
la fede personale può condurre alla devozione verso Dio, e i bambini in tenera età non possono averla al
momento del battesimo. Non accetta la dottrina della transustanziazione e nega ogni valore dei sacramenti,
per lui le chiese non servono a niente in quanto la Chiesa di Dio non è costituita da pietre ma dall'unione
dei fedeli. Rifiuta di vedere nella croce un simbolo sacro perché, per lui lo strumento della morte del Cristo
non può essere adorato né venerato; le croci devono essere, dunque distrutte in pezzi e bruciate. Per
questo viene messo al rogo come eretico, ma un decennio più tardi le sue idee vengono rilanciate da un
seguace, un ex monaco di nome Enrico: predica contro le pratiche di astinenza, cui contrappone il valore
positivo della sessualità.

Pietro Abelardo (Le Pallet 1079 d.C. – 1142 d.C.) narra i casi (fino al 1129 d.C.) della sua vita in una lettera
detta comunemente Historia calamitatum mearum. Dapprima scolaro di Roscellino, passa poi a Parigi alla
scuola di Guglielmo di Champeaux; critica la soluzione nominalistica data dal suo primo maestro alla
questione degli universali, e impugna l'opposta soluzione realistica data da Guglielmo. Dopo un periodo
iniziale d'insegnamento a Melun e a Corbeil, torna a Parigi e il successore di Guglielmo gli cede la cattedra
di Notre-Dame. Successivamente apre una propria scuola di dialettica a S. Genoveffa. Poi per perfezionarsi
in teologia, si reca alla scuola di Anselmo di Laon, e nel 1113 d.C. torna alla cattedra di Notre-Dame. Al
periodo di questo insegnamento appartiene il suo disgraziato amore per Eloisa, bellissima e colta nipote del
canonico Fulberto, il quale si vendica di Abelardo facendolo evirare. Abelardo si rifugia nel convento di S.
Dionigi, ed Eloisa in quello di Argenteuil. Più tardi Abelardo riprende l'insegnamento a Nogent-sur-Seine,
ma il De unitate et trinitate divina, scritto intorno al 1120 d.C. lo fa comparire come eretico di fronte al
Concilio di Soissons (1121 d.C.), che dà il libro alle fiamme. Dopo altre peripezie, Abelardo fonda a Troyes la
casa del Paracleto, cioè una nuova scuola, che poi cede a Eloisa, espulsa con le altre monache dal
monastero di Argenteuil. Nel 1136 d.C. riprende l'insegnamento a Parigi dove ha come scolari Giovanni di
Salisbury e Arnaldo da Brescia, ma contro di lui si leva Bernardo abate di Clairvaux, che fa condannare le
sue dottrine da un sinodo riunito a Sens (1141 d.C.). Abelardo si appella al papa Innocenzo II, ma Bernardo
lo previene facendolo scomunicare; trascorre l'ultimo periodo della sua vita nell'abbazia di Cluny, presso
Pietro il Venerabile che si adopera per la sua riconciliazione con la Chiesa. Fra i suoi allievi ci sono tre papi:
Celestino II (nella cui biblioteca tiene libri di Abelardo), Alessandro III e Celestino III. La divergenza
fondamentale fra Bernardo e Abelardo è il concetto di caritas: per il primo presuppone l’unanimitas, cioè
l’uniformità di giudizi e scelte; per il secondo esige la discretio, cioè l’esercizio equilibrato e prudente del
discernimento. (continua manuale filosofia medievale.)

Bernardo di Clairvaux (Fontaine-lès-Dijon, 1090 d.C. – Ville-sous-la-Ferté 1153 d.C.) fonda il monastero di
Clairvaux, che ben presto diviene il maggiore centro cisterciense, e nel 1115 d.C. la sua Schola Christi. Si
oppone strenuamente contro i due mali che imperano a Parigi la “nuova Babilonia”, la vendita della scienza
nelle scuole, e i tentativi di “rendere certa la fede”. La sua opposizione alla cultura delle scuole non è
tuttavia quella di un uomo alieno dalle problematiche del suo secolo, né tanto meno quella di un incolto.
L'eleganza del suo eloquio gli merita da parte di Giovanni di Salisbury la definizione di “doctor mellifluus”
(le cui parole sono come miele). Oltre che nei Sermons, scritti dal 1115 d.C. all'anno della morte, Bernardo
espone le sue idee in opere come il De diligendo deo, il De gratia et libero arbitrio, il De gradibus humilitatis
et superbiae e il De baptismo. Personaggio di grande rilievo nella vita culturale ed ecclesiastica del suo
tempo, dedica alcuni dei suoi scritti a Guglielmo di Saint-Thierry e ad Ugo di San Vittore. Fra i suoi avversari,
oltre ad Abelardo e Gilberto di Poitiers, spicca la figura di Arnaldo da Brescia, che ci permette di
sottolineare come l'impegno di Bernardo non si limita al campo della cultura, ma comprende anche un
intervento sulla politica del suo tempo. Nel 1148 d.C. al concilio di Reims ottiene la condanna per le
questioni di teologia trinitaria di Gilberto Porrettano, ormai divenuto vescovo. Queste vicende rivelano il
peso che ormai Bernardo ha assunto nella Chiesa di Francia, grazie alla sua martellante strategia di
denuncia e di lotta nei confronti di ogni innovazione, che come tale va guardata con sospetto. Più che
competenze teologiche le sue iniziative si rivelano su di un profilo polemico, attento alla comunicazione e
alla retorica e alla propaganda. Bernardo è un cistercense, il termine deriva dal latino e si riferisce alla
località da cui prende inizio la nuova forma di vita: Citeaux dove Roberto, già fondatore dell’abbazia
cluniacense, avvia intorno al 1098 d.C. con i suoi monaci, una nuova esperienza. Il testo legislativo è la
Charta caritatis dove si riconosce l’osservanza della Regola di Benedetto, i cistercensi pongono al centro
della loro vocazione la solitudine e il lavoro. Creano aziende agricole dette “grange”, affidate a laici
nell’amministrazione con all’interno contadini e servi. Ma la loro novità fondamentale è sul piano
istituzionale, con l’abbandono del tradizionale impianto monocentrico, imperniato sul governo di una sola
abbazia, per uno policentrico, imperniato su un’abbazia madre (Citeaux) e quattro abbazie figlie (Clairvaux,
Morimond, La Fertè, Pontigny) generatrici a loro volta. Si crea così un sistema nuovo, articolato ma nel
contempo ordinato secondo una catena di dipendenze, dove le decisioni più importanti sono riservate agli
abati durante la riunione. Un altro aspetto innovativo rispetto alla vocazione originaria è rappresentato
dall’incontro con il mondo cittadino, la forma di vita cistercense si inserisce bene nel tessuto istituzionale,
economico e politico. Bernardo in particolare valorizza il rapporto con il papato, da cui ha copertura e
appoggio e di cui influenza decisioni e orientamenti dottrinali. La convinzione centrale di Bernardo da
Chiaravalle è di tipo nettamente integralista; la Chiesa deve mantenere e rafforzare il suo primato nella vita
del mondo, sia continuando ad affermare i valori teocratici, sia ampliando i confini della cristianità.
Bernardo predica la seconda crociata del 1146 d.C. ne ridefinisce l’orizzonte per trasformarla in un fattore
costitutivo della Chiesa, lo stesso papa Callisto II afferma che combattere contro i musulmani ha lo stesso
che combattere in Terra Santa. Il concilio Lateranense nel 1123 d.C. precisa che, i crociati possono
guadagnare indulgenze e fare ammenda dei propri peccati partecipando al “servizio di Dio” a Gerusalemme
come in Spagna. In questa prospettiva Bernardo scrive una Epistula in laudem novae militiae, a sostegno
dell’ordine dei templari. Per tutto l’Alto Medioevo la militia Christi è stata intesa come la lotta intrapresa
dall’aspirante santo per resistere agli assalti diabolici; Bernardo teorizza la militia Christi come impegno
attivo dei cristiani nella lotta contro i musulmani e gli eretici. I cavalieri templari si raccolgono verso il 1119
d.C. intorno al patriarca di Gerusalemme, inizialmente impegnati a proteggere con le armi i pellegrini, lungo
il percorso fra la costa e Gerusalemme. La seconda crociata (1147-1149 d.C.) viene proclamata e indetta a
seguito della caduta di Edessa, affidata al comando di Luigi VII di Francia e di Corrado III di Germania.
Dandosi come obiettivo l’assedio di Damasco, i capi della spedizione compiono un errore militare e politico,
come si legge nella Cronaca di Morigny. Il re di Francia “non accetto i consigli che avrebbe dovuto
accettare”, a stento riesce a raggiungere Gerusalemme e a restarci per un anno, non facendo niente di utile
e di degno, da poter essere ricordato per la Francia. Bernardo si è a tal punto identificato con la crociata, da
dover poi compiere una dolorosa autocritica nel De consideratione, per averla predicata prospettandola
come un successo ma rivelatosi invece un fallimento. Si tratta di un’opera destinata a un suo monaco poi
divenuto papa Eugenio III, l’abate di Clairvaux vi esalta il ruolo del pontefice e in quanto “unico vicario di
Cristo, che deve presiedere a tutti i popoli” nella sfera spirituale. Per Bernardo il potere spirituale spetta al
clero e il potere materiale ai soldati, che tuttavia devono esercitarlo tenendo conto del volere del clero.
Contro le pretese dei logici di penetrare nel mistero, Bernardo propone un’altra strada di comprensione del
divino: la via dell’amore mistico. L’anima del fedele, memorie dell’immagine divina che ha in sé, tende a
ricongiungersi a Dio attraverso un percorso che, lungo i gradi dell’umiltà e della verità, giunge fino all’estasi.
In questa prospettiva Bernardo e i cistercensi rilanciano l’insegnamento mistico e spirituale di Origene;
esaltano le dimensioni affettive ed emozionali a scapito di quelle puramente razionali: riscoprono il Cantico
dei Cantici come preannuncio della venuta di Gesù Cristo, lo Sposo cui l’anima è destinata ad unirsi.
Bernardo è particolarmente famoso per la sua devozione alla Vergine Maria, in quanto portatrice nel suo
grembo del divino stesso, ascesa all'umiltà nella debolezza della sua realtà umana, esempio e speranza per
tutti, avvocata e protettrice, come colei che dell'umanità conosce e comprende tutti i limiti e tutta
l'inevitabile fragilità.

Ildegarda di Bingen (Bermeshein 1098 d.C. – Bingen 1179 d.C.) fin da bambina subisce fenomeni visionari,
legati ad uno stato di salute molto fragile. Trascorse tutta la sua lunga vita nel contesto monastico: oblata
all’età di sette anni presso l’abbazia benedettina di Disibodenberg nella regione del Reno, dove riceve
un’educazione accurata, diviene in seguito maestra delle monache e poi badessa. Crea una fondazione
femminile nuova e, successivamente, una seconda fondazione ad Eibingen. Esercita la medicina e
consigliera spirituale non solo di monaci e monache, ma anche di sovrani e potenti laici ed ecclesiastici. Le
sue opere principali sono i tre scritti profetici: Liber Scivias "conosci le vie del Signore", il Liber vitae
meritorum e il Liber divinorum operum. L’opera naturalistica invece Liber subtilitatum diversarum
naturarum creaturarum, indaga gli aspetti sottili delle nature diverse delle creature. Ildegarda compone
anche musica su propri testi: una raccolta di liriche ispirate a figure sacre (fra cui spicca Maria,
“fiammeggiante aurora”), la Symphonia harmoniae caelestium revelationum; e una sacra rappresentazione
di contenuto morale, Ordo virtutum. Nei suoi libri profetici e naturalistici Ildegarda espone idee
cosmologiche di grande rilievo e di notevole originalità ed elabora una visione profetica della storia. Il suo
approccio alla conoscenza della realtà non segue la modalità scolastica di lettura e commento dei testi, ma
si basa sull' esperienza intuitiva di cui essa riferisce il carattere visionario in più luoghi della sua opera. Le
visioni sono considerate di origine divina e portatrici di conoscenza nell’ambito della natura, della storia e
della vita spirituale umana: i diversi livelli di significato delle visioni (letterale, allegorico, tropologico) sono
esposti da Ildegarda in ampie spiegazioni, da lei ricondotte ad una costante ispirazione divina che si serve
come tramite del suo “fragile corpo di donna”. La sua esperienza è dunque propriamente profetica, non
una mistica unione dell' anima con Dio, ma l' assunzione di un ruolo di intermediaria fra Dio e l’umanità del
suo tempo. Bernardo da Chiaravalle, venuto a conoscenza delle sue visioni, ne riconosce subito
l’importanza per la propria opera di riforma, in cui si oppone frontalmente alla nuova cultura delle scuole.
Nella terza visione dello Scivias Ildegarda presenta un' immagine del cosmo dalla “forma di uovo”, che
conferisce realtà fisica al simbolo tradizionale della vita del mondo, presente anche in una fonte importante
della cultura delle scuole basata sulle arti liberali, il De nuptiis Mercurii et Philologiae. Procedendo verso
l'interno della struttura incontriamo i vari strati cosmici degli elementi, analoghi a quelli della cosmologia
tradizionale ma con due importanti differenze: l’elemento superiore, il fuoco, si sdoppia in un fuoco
luminoso e un fuoco nero, per rendere ragione della duplicità delle forze, positive e negative che
s’intersecano nel macrocosmo. Fra queste hanno un ruolo rilevante, oltre naturalmente al sole e ai pianeti
della tradizione astronomica, i venti che convergendo verso il centro, la terra, esercitano la loro funzione
primaria nel conferire vita e movimento a questa complessa struttura . Nel Liber divinorom operum la forma
del cosmo, generato nel petto di una figura divina a carattere antropomorfo, è costituito da una figura
umana, che rappresenta il microcosmo. Ildegarda afferma la superiorità dell’uomo sulle creature spirituali
angeliche, perché nella duplice composizione – anima e corpo - che rispecchia la divinità e l’umanità di
Cristo, risiede la possibilità che l’umanità ha di collaborare con Dio:

 con l’opera della creazione, mediante la generazione, che porterà il numero degli uomini a colmare
il posto lasciato vuoto dagli angeli ribelli, ricostituendo la pienezza del creato.
 con l’opera della salvezza, mediante il perfezionamento morale e spirituale dell’umanità al seguito
di Cristo nella storia, che porterà alla piena vittoria sul demonio alla fine dei tempi.
La storia, infatti è lo svolgimento delle vicende dell’intero creato, dalla caduta dell’angelo ribelle alla vittoria
finale sull’Anticristo. All’essere umano è possibile inoltre sperimentare, nell’armonia della voce,
l’esperienza immediata dell’unità di anima e corpo, che tende a riprodurre la perfezione dell’umanità prima
del peccato originale: nella musica e nel canto la ricomposizione della dualità infatti è già in atto e il fine
della vita umana è realizzato: “il corpo attraverso la voce canta con l'anima lodi a Dio ”.

Giovanni Scoto Eriugena (Irlanda 810 d.C. – Francia 877 d.C.) manuale filosofia medievale.

Ugo di San Vittore (Ducato di Sassonia 1096 d.C. – Parigi 1141 d.C.) manuale filosofia medievale.

Riccardo di San Vittore (Scozia 1110 d.C. – Parigi 1173 d.C.) manuale filosofia medievale.

Andrea di San Vittore (Inghilterra XII secolo d.C. – Wigmore 1175 d.C.) autore di commentari biblici
riguardanti libri dell’Antico Testamento, avvia un percorso mai tentato prima di lui, si rivolge a sapienti
ebrei per apprendere da loro il significato originario dei testi biblici. Entro una società in cui ebrei e cristiani
vivono ancora in armonia, la sua figura si rende analoga a quella di Girolamo. Tuttavia il suo resta un caso
isolato, il numero di trattati antigiudaici allestiti nel XII secolo d.C. sono superiori al numero di quelli
prodotti in tutti i secoli precedenti.

Pietro Alfonsi (Huesca 1076 d.C. – 1140 d.C.) scrive il Dialogus Petri et Moysi: Pietro e Mosè vi
rappresentano i due volti dell’autore, prima e dopo la sua conversione dall’ebraismo al cristianesimo.
L’opera denuncia gli errori degli ebrei e propone argomenti per ottenere la conversione al cristianesimo.
Secondo Alfonsi, il loro principale errore consiste nella concezione antropomorfica di Dio, per tale critica si
riferisce alla loro doctrina, cioè al Talmud. Pietro è il primo autore cristiano a usare testi rabbinici in chiave
antiebraica. Rimarcando la distanza fra Bibbia e giudaismo rabbinico, imprime nuova forza alla polemica
contro gli ebrei. Risalgono a questi anni le prime accuse di omicidi rituali di cristiani mosse nei loro
confronti: nel 1144 d.C. a Norwich, formulata per un delitto e nel 1171 d.C. a Blois. Questo è causa di
massacro a numerosi membri della locale comunità ebraica, da parte della popolazione cristiana. La
leggenda dell’omicidio rituale si fonda sulla convinzione che agli ebrei occorra sangue di un cristiano per
impastare il loro pane pasquale nella Settimana Santa. Rapimenti e uccisioni di bambini possono così essere
attribuiti a esigenze liturgiche macabre e sanguinarie, e offrono una spiegazione per i delitti inaccettabili,
proiettandone la responsabilità al di fuori della comunità dei cristiani per auto purificarsi. Inoltre si accosta
la figura del bambino innocente a quella di Gesù agnello innocente, riproponendo così l’immagine degli
ebrei come deicidi.

Pietro il Venerabile (Alvernia 1094 d.C. - Cluny 1156 d.C.) eletto abate di Cluny nel 1122 d.C. si dedica alla
riorganizzazione dei monasteri, giovandosi anche di uno scelto gruppo di collaboratori. Teorizza che gli
ebrei non vanno uccisi, ma solo perché devono essere conservati come Caino in una condizione servile, in
una vita peggiore della morte. Le loro vite devono essere risparmiate, ma il denaro deve essere loro
confiscato e reso disponibile per la crociata. Nell’Adversus Iudaeorum inveteratam duritiem usa toni ancora
più duri, dove cita per noma il Talmud e lo condanna esplicitamente. Tale caratteristica rivela che Pietro si
documenta di fonti non cristiane, in questo contesto si spiega la traduzione del Corano, che fa
commissionare. L’impresa segna un salto di qualità nella conoscenza dell’Islam; un compito che Pietro
avverte come urgente, anche perché ritiene che i musulmani costituiscano la metà dell’umanità. Bernardo
nel 1146 d.C. predicando la seconda crociata in Renania, memore delle violenze subite dagli ebrei durante
la prima, scongiura che non si ripeta nuovamente lo stesso caso e invoca la loro protezione. A partire da
Callisto II, i papi emettono a protezione degli ebrei lettere bollate, impropriamente definite “bolle”, in
quanto dotate di un sigillo pendente (bulla). La più antica conservatasi è la Sicut Judaeis di Alessandro III, in
cui il papa dichiara di prendere sotto la sua protezione gli ebrei: stabilendo che non siano forzati ad
accettare il battesimo, feriti o uccisi, non siano privati delle loro proprietà e disturbati durante le loro
celebrazioni.
Graziano (1080 – Bologna 1145 d.C.) celebre maestro della scuola giuridica bolognese, riprende il Decreto
di Burcardo, vescovo di Worms e scrive il Decreto di Graziano che mira a raccogliere e confrontare e
armonizzare la legislazione canonica. L’opera viene tramandata in due redazioni, per quanto non sia mai
stata assunta come codice normativo da parte della Chiesa, si impone come punto di riferimento giuridico
ed ecclesiologico. Viene resa oggetto di glosse, cioè di note di commento da parte di studiosi i “glossatori”. I
primi centri di studi giuridici sono a Bologna e Parigi e nel 1070 d.C. si aggiunge Oxford.

Pietro Lombardo (Novara 1100 d.C. – Parigi 1160 d.C.) studia dapprima a Reims e poi a Parigi, dove si trova
già alla scuola di San Vittore nel 1135 d.C. presentato da Bernardo da Chiaravalle. Tuttavia è forse anche
allievo di Abelardo, e diviene poi maestro della scuola cattedrale. Nel 1148 d.C. è uno dei giudici del
processo di Reims, in cui sono condannate le tesi teologiche di Gilberto Porretano. Agli anni 1150-52 d.C.
risale la redazione della sua opera principale, i quattro libri delle Sententiae; scrive inoltre opere di
commento biblico, fra cui un commento alle Lettere di Paolo, e diversi sermoni. Muore poco dopo essere
stato eletto vescovo di Parigi.

Le Sententiae

Pietro Lombardo non intende fare oggetto di riflessione i presupposti ontologici ed ermeneutici del suo
pensiero; gli interessa piuttosto offrire un panorama il più completo, organizzato e fruibile possibile delle
verità della fede cristiana. I quattro libri delle Sententiae sono suddivisi ricorrendo alle distinzioni
agostiniane tra cose (res) e segni (signa), e tra godere (frui) e usare (uti):

 Il primo tratta sulla Trinità (cosa di cui godere).


 Il secondo tratta su creazione, angeli, caduta e grazia (cose di cui fare uso).
 Il terzo tratta su Incarnazione e virtù (cose di cui godere di cui fare uso).
 Il quarto tratta sui sacramenti e escatologia (i segni).

Nel concilio Lateranense del 1215 d.C. la raccolta di Pietro Lombardo viene approvata ufficialmente; in
conseguenza di ciò, diviene il libro di testo su cui si struttura l’insegnamento nella facoltà teologica delle
nascenti università. Gli studenti di teologia devono seguire le lezioni sulle Sententiae del Lombardo e poi,
come baccellieri, esercitarsi nelle dispute (quaestio) relative, prima di passare allo studio della Sacra
Scrittura. Si va nel frattempo a precisare la dottrina divenuta poi classica, dei sette sacramenti: battesimo,
confermazione, eucaristia, penitenza, ordine sacro, matrimonio ed estrema unzione. Si fissano anche i
confini dei regni ultramondani sottostanti il Paradiso: viene inventato il Limbo, luogo destinato ad
accogliere i bambini non battezzati, e viene attribuito un carattere spaziale al Purgatorio, destinato alla
purificazione dei peccatori in vista della loro ricompensa eterna. Fin dall’antichità si riteneva che il ritorno
del defunto a Dio esigesse un’adeguata purificazione, ma solo a Parigi negli ambiti scolastici di Pietro
Comestore, viene coniato il termine Purgatorio da “fuoco purgatorio” a luogo ultraterreno. La nascita del
Purgatorio contribuisce indirettamente a rafforzare e ad affinare le pratiche di confessione dei peccati.
Monaci e maestri iniziano ad alimentare tali prospettive sul piano dell’immaginario, sostenendo le nuove
dottrine con la produzione di una letteratura di sogni e visioni dei luoghi ultramondani.

I catari (“uomini buoni”) denunciati come eretici da una rete di monaci collegati a Bernardo di Clairvaux, e
confutati nei tredici Sermoni contro gli errori dei catari del monaco Egberto, fratello della mistica Elisabetta
di Schonau. Questa è discepola di Ildegarda di Bingen, che nel suo Libro delle opere divine nel 1163 d.C.
denuncia i catari come agenti diabolici e anticristiani. Le radici religiose e dottrinali dei catari: riprendono
dottrine gnostico-marcionite, manichee e pauliciane sopravvissute in Oriente e riprese in Macedonia nel X
secolo d.C. dal prete Bogomil. La genesi remota va quindi riportata a chiese, movimenti e dottrine di
matrice cristiana dei primi secoli. Caratteristica dei bogomili è la rappresentazione del dramma cosmico in
termini dualistici: essi stessi si ritengono “spiriti caduti” precipitati nel mondo diabolico, in quanto creato da
Satana, artefice di ciò che è visibile e transitorio, come i corpi; invece Dio ha creato ciò che è permanente e
invisibile, come le anime. In Occidente tale concezione viene articolata in due diverse versioni:

 moderata, per cui Satana è l’angelo di Dio caduto perché infedele.


 radicale, per cui Satana è un dio, identificabile con il Dio creatore dell’Antico Testamento in lotta
con il Dio redentore del Nuovo, predicato da Gesù.

Si affermano entrambe e il messaggio promosso è quello di radicale ascetismo e di lotta interiore, in vista
della liberazione dei singoli dal male. Per i catari il testo di riferimento è il Nuovo Testamento, visto come il
vero annuncio di salvezza, da perseguire lungo un percorso di purificazione imperniato sul disprezzo del
mondo (rifiuto sessualità e dieta vegetariana). Criticano dottrine, pratiche e apparati ecclesiastici si
organizzano come chiese con propri vescovi e con una duplice cerchia di aderenti: i perfetti e i
simpatizzanti. L’ingresso nella chiesa catara avviene con il rito del consolamentum, avente funzione
paragonabile a quella del battesimo cattolico: un arcicataro pone un libro, un Vangelo o un Nuovo
Testamento, sul capo del battezzando che recita il Padre Nostro. Una città dove gli “uomini buoni” risultano
particolarmente attivi è Tolosa, dove alla fine del XI secolo d.C. sono sorte le prime parrocchie urbane, e nel
XII secolo d.C. le prime confraternite. Almeno a Tolosa non sembra che i catari turbino il quadro
complessivo della popolazione, e questa nuova forma di religiosità coesiste pacificamente. Le prime
iniziative anticatare ha inizio dopo la promulgazione, da parte del concilio Lateranense III nel 1179 d.C. a
Roma, del Canone 27. La stesura è attribuita a Enrico di Marcy abate di Clairvaux e poi cardinale di Albano, il
canone colpisce gli eretici diffusi in quelle regioni dei cosiddetti: “catari, da altri patarini, da altri pubblicani”
questa equiparazione liquida l’antico movimento riformatore assimilandolo nell’eresia. Il canone appronta
lo strumento giuridico per sradicare i catari, estendendo la scomunica a tutti coloro che proteggono e
ospitano gli eretici e invocando l’intervento delle autorità contro di loro.

I papi del XII secolo d.C. devono misurarsi contro numerosi soggetti impegnati a contrastarne il potere a
partire dalla stessa Roma, che assume un orientamento antipapale. Nel 1143 d.C. papa Lucio II muore
colpito da una pietra mentre marcia sul Campidoglio

Arnaldo (Brescia XII secolo d.C. – Roma 1155 d.C.) allievo e amico di Abelardo, denuncia nelle sue
prediche la crescente corruzione del clero, negando il potere temporale della Chiesa. Sostenitore del
movimento antipapale e autonomistico romano, rientrato a Brescia 1119 d.C. prende parte con grande
impegno alle lotte contro il clero simoniaco. Tornata però, dopo alterne vicende, la pace tra il papa e il
popolo romano (1155 d.C.), Arnaldo viene arrestato portato a Roma e impiccato, il suo corpo poi bruciato e
le ceneri vennero disperse nel Tevere. nel rifiuto della gerarchica sacerdotale, nega la validità dei
sacramenti amministrati dagl'indegni ed esorta alla confessione reciproca e favorevole alla predicazione
dell'insegnamento evangelico da parte dei laici.

Alessandro III (Siena 1100 d.C. – Civita Castellana 1181 d.C.) papa che affronta tre antipapi imperiali
succedutisi in un ventennio, riaprendosi il conflitto dopo la breve tregua tra papi romani e sovrano tedesco.
Federico Barbarossa intende riaffermare le antiche prerogative imperiali sul papato; solo in seguito ad una
sconfitta subita Federico si rende disponibile a trattative di pace. In Inghilterra Tommaso Becket diviene
arcivescovo di Canterbury, nel 1162 d.C. grazie al sostegno del re. In seguito ad un incontro con Alessandro
III, pretende dai vescovi inglesi il giuramento di fedeltà al papa. Viene assassinato durante la celebrazione
dei vespri, nel 1170 d.C. nella cattedrale, per mano di quattro cavalieri della cerchia di Enrico II; l’evento
induce il papa a proclamare l’interdetto sull’Inghilterra, cioè il divieto per i chierici di partecipare a qualsiasi
forma di culto e di liturgia pubblica. Inoltre Alessandro III rivendica a sé la santificazione di Tommaso,
estendendo così il proprio potere sulle procedure di canonizzazione; mentre Canterbury diviene meta di
pellegrinaggio. Gruppi di laici detti “umiliati” intenzionati a vivere secondo il Vangelo seguendolo alla
lettera, avanzano ad Alessandro III la richiesta di poter predicare. Il papa approva il loro proposito di vita,
ma vieta loro di predicare e di tenere riunioni in pubblico.
Valdesio (Lione 1140 d.C. – 1206 d.C.) mercante lionese, si fa tradurre la Bibbia in volgare per
comprenderla meglio e divulgarla, volendo vivere secondo il Vangelo. L’estendersi nel XII secolo d.C. di
nuove forme di vita religiosa ispirate a modelli apostolici ed evangelici è notevole. Inoltre in Occidente si
registra un coinvolgimento crescente dei laici nella vita religiosa: nelle fondazioni assistenziali impegnati nel
servizio a malati e bisognosi. Mentre nell’Alto Medioevo i laici impegnati a sostegno della Chiesa sono stati
prevalentemente nobili e sovrani, nel XII secolo d.C. i profili laici si delineano entro ambiti rivendicati da
chierici e monaci. Gruppi di laici cominciano a leggere la Bibbia in volgare e a predicarne il messaggio.
Secondo la tradizione soltanto i chierici possono predicare in pubblico, mentre i monaci/abati possono
predicare solo ad altri monaci e all’interno dei monasteri. La questione della “parola ai laici” coglie la Chiesa
romana molto impreparata a riguardo, fra i numerosi gruppi che ne rivendicano il diritto, spiccano i “poveri
di Lione”: i valdesi movimento di laici legato alla figura di Valdo, aspirano ad un riconoscimento. Una
delegazione di valdesi si presenta nel 1179 d.C. al III concilio Lateranense, il più importante del secolo a cui
partecipano 300 vescovi e numerosi abati. Si stabiliscono:

 nuove procedure di elezioni del papa.


 abolizione diritto per i laici di possedere chiese private.
 diritto degli studenti poveri a essere esentati dal pagamento tasse.
 alle richieste dei valdesi il papa ribadisce il divieto di predicare.

Di fatto, valdesi e umiliati continuano a predicare, incuranti delle diffide romane. Il cardinale di Albano
Enrico di Marcy, inizialmente accarezza l’idea di impiegare i valdesi contro i catari, ma abbandona presto il
proposito. Risolve il problema dei catari mettendosi personalmente alla guida di una spedizione, per
espugnare la loro roccaforte. Successivamente artefice della decretale Ad abolendam, emessa da papa
Lucio III nel 1184 d.C. in cui sono elencati e condannati numerosi movimenti ereticali, fra cui “catari e
patarini […] poveri di Lione, umiliati”. La Ad abolendam rappresenta una pietra miliare della lotta
antiereticale e instaura una convergenza fra papa e imperatore, il documento emesso in presenza di
Federico I con la sua approvazione. Su altri punti importanti Papato e Impero rimangono in disaccordo, ma
nella lotta e nella repressione del dissenso religioso, visto come minaccia per l’ordine costituito, trovano
intesa duratura.

Federico I (1125 - Siria 1190 d.C.) detto Barbarossa, imperatore romano. Nel 1187 d.C. i crociati perdono
Gerusalemme che viene occupata da Saladino sovrano e condottiero curdo. Appresa la notizia, il papa fa
subito predicare la terza crociata (1189-1192 d.C.). L’imperatore se ne assume principalmente il peso e vi
partecipa direttamente, tuttavia muore prima di dare battaglia, annegando nel guado di un fiume in Siria.
La figura dell’imperatore è sostenuta da una concezione messianica, attestata tra l’altro dalla
canonizzazione di Carlo Magno, che indirettamente celebra la funzione salvifica e sacrale dell’Impero.
Tuttavia la pace viene infine raggiunta e stipulata fra Riccardo I d’Inghilterra e Saladino nel 1192 d.C.
assicurando ai pellegrini la possibilità di accesso ai luoghi santi.

Gioachino da Fiore (Celico 1130 d.C. – Pietrafitta 1202 d.C.) abate e teologo cistercense, legato alla Chiesa
di Roma fratello del cardinale Enrico di Marcy autore del Ad abolendam. Ritiratosi in meditazione sulla Sila,
in vita eremitica, raccolse intorno a sé dei seguaci con i quali costruisce l'eremo di S. Giovanni in Fiore e
costituì l'ordine, poi detto florense, approvato nel 1196 d.C. da Celestino III. Dedica le sue energie alla
redazione delle proprie opere e al consolidamento dell'ordine. Tra le sue opere teologiche: il De articulis
fidei e il De unitate seu essentia Trinitatis, contro Pietro Lombardo, opera condannata poi nel concilio
Lateranense del 1215 d.C. e oggi dispersa tra le esegetiche: Concordia Novi ac Veteris Testamenti, la
Expositio in Apocalipsim e il Psalterium decem chordarum . Fulcro di tutto il pensiero di Gioachino è la
considerazione dell'unità e trinità di Dio, pensate non solo nell'interiorità del processo divino, ma anche nel
loro esplicarsi nella realtà storica, che va perciò intesa come il manifestarsi di una economia provvidenziale,
in cui a ogni persona della Trinità corrisponde un'era storica:
 al Padre corrisponde l'epoca precedente la venuta di Cristo a cui corrisponde L’Antico Testamento;
predominio dei laici coniugati.
 al Figlio l'epoca appunto di Cristo e della Chiesa con il Nuovo Testamento; predominio dei chierici.
 allo Spirito Santo, iniziato con San Benedetto, l'età dello Spirito che permette la duplice
comprensione testamentaria; predominio monaci.

Ma come le tre persone trinitarie costituiscono l'unità divina, così le tre epoche sono legate tra loro da una
corrispondenza proporzionale. Questa corrispondenza, chiamata concordia, gli permette poi d'intravedere
le linee fondamentali della terza età, che sarà età di suprema libertà, di perfetta carità, di completa
spiritualità. Guida del genere umano nella terza età sarà un ordine religioso perfetto che assorbirà in sé
laici, clero e la stessa gerarchia ecclesiastica, avviando tutti i fedeli alla perfezione cristiana. Trasforma così
la concezione agostiniana della storia (De civitate Dei) nell’idea che il mondo fosse in cammino verso la
senescenza. Una Chiesa così costituita, nella terza età, può certo attendere senza timore la venuta
dell'Anticristo, con le terribili persecuzioni che l'accompagneranno, e poi il giudizio di Dio. Dopo la sua fine
verrà sulla terra un breve età sabbatica, per la cui rappresentazione Gioachino richiama l’Apocalisse al
capitolo 20. Gioachino esalta il papa e gli assegna un ruolo messianico; per questo sollecita la Chiesa
romana ad avviare un percorso mirante a riguadagnare le chiese Orientali, e a convertire pacificamente gli
ebrei. In questa prospettiva recupera la visione della Lettera ai Romani e del Libro di Tobia, dove trova un
preannuncio della loro salvezza. Da questo testo biblico deriva l’idea che agli ebrei ci si deve rivolgere con
dolcezza, confidando nella loro conversione, e che ad essi spetti una responsabilità specifica negli eventi
finali. Mentre fino ad allora i seguaci del futuro Anticristo sono stati ravvisati negli ebrei, per Gioachino
l’Anticristo sarà un eretico che, sostenuto dai musulmani cercare di impadronirsi della Chiesa.

13- Il secolo dei frati


Innocenzo III (Gavignano 1161 d.C. – Perugia 1216 d.C.) formatosi tra Roma, Parigi e Bologna, eletto papa
nel 1198 d.C. a 37 anni. Egli opera con determinazione per imprimere nuova forza al primato papale.
Diversamente dai predecessori che di definiscono “vicari di Pietro” assume il titolo di “vicario di Cristo”.
Innocenzo III sottolinea che solamente al papa spetta quella “pienezza del potere” che, Bernardo di
Clairvaux ha riconosciuto alla Chiesa nel suo complesso. Inoltre ricorda che l’incoronazione di Carlo Magno
da parte di Leone III ha solamente assegnato un potere sacrale all’imperatore, che il papa ha sempre il
potere di revocare. In quanto vicario del Signore, il papa esercita il suo primato su tutti i vescovi: in virtù
della plenitudo potestatis limita all’episcopato la dispensa delle indulgenze e sottrae ai vescovi il controllo
della canonizzazione dei santi, che invece pone sotto la propria esclusiva competenza: virtù, fede, opere e
miracoli devono essere considerati alla pari, e i miracoli essere attentamente indagati e comprovati. Per
rappresentare la pienezza del potere, Innocenzo:

 mantiene per le cerimonie liturgiche la mitria (copricapo dei vescovi e degli abati), come simbolo
del potere spirituale.
 riserva per alcune occasioni la tiara (propria dell’imperatore), simbolo del potere temporale.

Si preoccupa di estendere il cosiddetto “Patrimonio di san Pietro”, sono frequenti le sue intrusioni sulla
scena politica del tempo, afferma il diritto di controllare gli equilibri delle forze del potere. Incorona
imperatore Ottone IV ma successivamente, temendo la sua espansione in Italia, riconosce contro di lui il
giovane Federico II. In Inghilterra contro il volere del re Giovanni senza Terra consacra arcivescovo di
Canterbury il maestro Stefano Langton, che diviene punto di opposizione interna al sovrano. Nel suo
disegno di proteggere la Chiesa da ogni sorta di nemici rientrano anche le numerose iniziative militari a cui
Innocenzo chiama i fedeli. Le più importanti sono le crociate indette contro i musulmani ed eretici, fatte
predicare e sostenute dal papa, allo scopo e nella speranza di recuperare Gerusalemme. La quarta crociata
(1201-1204 d.C.) avrebbe dovuto puntare sull’Egitto, ma i crociati imbarcati su navi veneziane, vengono
invece condotti alla conquista della Dalmazia e poi di Costantinopoli. Al fondo sta dunque, il secolare
interesse di Venezia a insediarsi, nonostante l’ostilità bizantina in Oriente. Nelle precedenti crociate i
normanni e poi Barbarossa hanno già assunto iniziative militari contro Costantinopoli. Inoltre la propaganda
Occidentale e i pregiudizi alimentano il risentimento nei confronti dei bizantini, denigrati come molli,
effeminati e ingannatori. La conquista di Costantinopoli nell’immediato parve aprire prospettive missionarie
per la Chiesa di Roma nei Balcani, ma solo i bosniaci passano al cattolicesimo, mentre rimangono vani i
tentativi di romanizzare serbi e bulgari. Il dominio dei bizantini non è stato annientato infatti in Asia minore
vi sono l’impero di Trebisonda e di Nicea: nel 1262 d.C. Nicea recupera Costantinopoli e l’Impero latino
finisce. Dopo aver indetto la crociata, nel corso del tempo il papa tiene a riguardo di essa un atteggiamento
differenziato. La sua prima reazione alla presa di Costantinopoli è entusiasta, perché gli appare come a
portata di mano la sperata unione con la Chiesa greca: annunciandola ricorrendo a un passo di Gioachino
da Fiore preannunciante il ritorno della grazia presso i greci. Venuto però poi a conoscenza delle
circostanze della conquista: il saccheggio della capitale infatti aveva comportato violenze, distruzioni,
stupri, profanazioni di chiese e santuari; ne prese le distanze cercando invano di stimolare i crociati a
riprendere la via verso la Terra Santa. Durante il suo pontificato, gli unici risultati militarmente significativi
contro i musulmani, vengono raggiunti nella penisola iberica: i re cristiani nel 1212 d.C. vincono gli
Almohadi; mentre i crociati nel 1248 d.C. prendono la Siviglia dove la grande moschea viene trasformata in
una cattedrale. Innocenzo III cerca di risolvere anche la duplice questione: della partecipazione dei laici e la
diffusione delle eresie, non ancora risolte adeguatamente. In questa prospettiva punta a valorizzare i laici
obbedienti e quanti sono disposti a disassociarsi dagli eretici; reprimendo invece gli eretici irriducibili. Nel
1199 d.C. attraverso la canonizzazione di Omobono di Cremona, un laico dedito alla carità e obbediente alla
gerarchia, propone alle società in fermento un modello di santificazione attraverso le opere e il lavoro.
Inoltre distingue fra:

 aperta, ovvero gli insegnamenti morali accessibili a tutti.


 mysteria, gli insegnamenti riguardanti i misteri, cioè la dottrina della fede.

Permette ai laici fidati di esortare pubblicamente al bene, mentre vieta loro ogni forma di predicazione
teologica e dottrinale. Recupera gruppi di umiliati e valdesi, inquadrandoli in forme disciplinate di
organizzazione e utilizzandoli in funzione antiereticale: i “poveri di Lione” vengono chiamati “poveri
cattolici” passati all’obbedienza romana, mentre un altro gruppo di predicatori riconosciuti nel 1210 d.C. dal
papa vengono chiamati “poveri riconciliati”. Contro l’eresia Innocenzo III adopera un’azione repressiva
definendola “crimine di lesa maestà” ossia un attentato all’ordinamento civile. Nella decretale Vergentis in
senium, contro di essa si incomincia ormai a procedere per inquisitionem: alle autorità diocesane viene
consentito di condurre indagini su individui sospetti senza capo di accusa nei loro confronti. Nel 1207 d.C. il
papa chiama re, conti, baroni e cavalieri e tutti i fedeli di Francia alla guerra contro gli eretici del Midi:
qualificandola come crociata e assicurando l’indulgenza dai peccati commessi. L’appello viene accolto e
fatto proprio dal re di Francia, desideroso di estendere il proprio potere, ma le operazioni militari
cominciano solo dopo l’uccisione del cistercense e legato papale Pietro Castelnau. Territori in cui fino a quel
momento cattolici e uomini buoni avevano convissuto pacificamente, diventano teatro di guerra con
modalità analoga a quella contro i musulmani. Sospettato di essere il mandante dell’omicidio di Pietro di
Castelnau e scomunicato dal papa, il conte di Tolosa Raimondo VI si reca a Roma per trattare. In Francia la
crociata comporta stragi, distruzione, indebolimento e instabilità politica, nel 1213 d.C. Innocenzo revoca le
indulgenze cercando di convogliare le energie militari dei crociati verso oriente. In questo senso egli dedica
gli ultimi anni del suo pontificato alla preparazione del concilio, indirizzandolo sui temi della riforma della
Chiesa universale e della liberazione della Terra Santa, verso cui indice una nuova crociata. Il concilio IV
Lateranense del 1215 d.C. si propone come un’assise universale, presenti oltre 400 vescovi e più di 800
abati e prelati, in rappresentanza di ogni chiesa di lingua latina. Da Oriente giunge solo la Chiesa maronita e
23 vescovi da Costantinopoli, la gerarchia greco-bizantina rimane a Nicea. Vengono assunte numerose
iniziative per rafforzare la compattezza della Chiesa e della cristianità:
 A ebrei e musulmani viene imposto il divieto di mostrarsi in pubblico durante la Settimana Santa; gli
viene imposto anche l’obbligo di portare un segno distintivo, che li rendesse immediatamente
riconoscibili.
 Gli eretici devono essere giudicati da tribunali vescovili e puniti da autorità secolari.
 Viene posto un freno al proliferare delle congregazioni religiose, stabilendo l’adozione della Regola
di san Benedetto o della Regola di sant’Agostino.
 Vigilanza dei vescovi su specifica normativa sacramentale, con controlli a cadenza triennale.
 Vengono esaltate l’eucarestia come centro del mistero cristiano, e la funzione del prete in quanto
soggetto autorizzato ad amministrarla.
 Il canone Omnis utriusque sexus stabilisce che ogni cristiano deve confessarsi almeno una volta
l’anno dal proprio sacerdote e comunicarsi almeno a Pasqua.

Obbligo della penitenza e obbligo della comunione sono strettamente connessi, le metafore di tipo medico
(penitenza come guarigione da un morbo/ferite/lebbra) lasciano lo spazio a metafore di tipo giudiziario; per
commisurare la pena con la colpa commessa. Inoltre il precetto della confessione annuale offre ai
confessori possibilità di controllo relativo alle convinzioni e ai comportamenti di quanti rientrano nel loro
territorio ecclesiastico. Attraverso la confessione è possibile raccogliere notizie su sospetti di eresia, inoltre
sospettare di eresia chi non rispetta il precetto. Tuttavia al fine di evitare utilizzi impropri il concilio emise
disposizioni per rafforzare il segreto confessionale. L’enfasi posta sulla confessione, stimola la crescita di
legami più stretti tra confessori e penitenti, per limitare i rischi di una confessione troppo intima vengono
stabilite alcune norme:

 La confessione può avvenire solo fra l’alba e il tramonto.


 Il prete non può guardare in viso la donna.
 confessore e penitente devono rimanere nel campo visivo di una terza persona.

Università e Aristotele Intorno al 1200 d.C. sorgono per iniziativa ecclesiastica le prime università, nel
senso medievale di unione maestri-studenti, per promuovere e incanalare l’attività intellettuale. Il percorso
di studio inizia nelle facoltà delle arti (trivio e quadrivio), il cui diploma è richiesto per accedere alle facoltà
superiori di medicina e teologia. La licenza d’insegnamento è conferita dai cancellieri: a Parigi e a Oxford dai
rispettivi vescovi, e a Bologna da un rappresentante del vescovo. I maestri di teologia di Parigi si affermano
nella Chiesa come detentori di un potere normativo riconosciuto dal papa e dal re. Nel 1215 d.C. il IV
concilio Lateranense condanna il trattato trinitario di Gioachino da Fiore e canonizza la teologia trinitaria
del suo avversario Pietro Lombardo. La sua autorevolezza viene sancita dall’adozione delle Sentenze, come
manuale nelle università per gli studenti di teologia, che prima di ricevere la licenza devono passare
attraverso i gradi di baccelliere biblico e sentenziario. Le università sono ambito di conflitti e di ripetuti
interventi delle autorità ecclesiastiche, per impedire o limitare l’ingresso in Occidente di dottrine
considerate pericolose. Viene successivamente vietata la lettura pubblica delle opere fisiche e metafisiche
di Aristotele, conosciute da poco grazie a traduzione greco-arabe. Vengono colpite da divieti anche opere
note e diffuse da secoli, come il Periphyseon di Giovanni Scoto che Onorio III ordina di distruggere nel 1225
d.C. e scomunicando chi osasse conservarne estratti. Tuttavia la condanna alle opere di Aristotele dura
breve tempo, e pochi anni dopo diviene nuovamente materia di corsi universitari a Parigi e Oxford.

Nel XIII secolo d.C. la devozione eucaristica incrementa notevolmente, divenendo il fulcro del rapporto tra
clero e fedeli, e motivo di consolidamento delle comunità ecclesiastiche. Tale devozione viene alimentata
da un movimento religioso detto “Donne devote” (mulieres religiosae): spiccano le figure di Maria d’Oignies
e Ida di Nivelles, iniziatrici di una nuova forma di vita religiosa sostenuta dalle autorità ecclesiastiche. Si
tratta delle beghine: vergini o vedove che vivono da sole o in comunità senza voti stabili né Regola
approvata, sotto la guida di una di loro e il controllo clericale. Tali comunità si estendono per tutto
l’Occidente soprattutto in Italia, dove la Chiesa romana cerca di incanalare la religiosità femminile entro
forme monastiche tradizionali. Un altro fenomeno analogo è quello delle bizzoche dette anche “incarcerate
o recluse”, che al monastero preferivano forme di eremitismo cittadino, di temporanea o moderata
reclusione unita a pratiche di visite ai malati e pellegrinaggi. Esse combinano autosantificazione nella
preghiera, ascesi e contemplazione con attività caritative, vivendo del loro lavoro. Alcune praticano forme
rigorose di digiuno, interrotto solo dalla comunione quotidiana, in vista dell’unione mistica con Gesù. Va
riportata a questi ambienti la genesi della festa del Corpus Domini, le cui lontane origini risalgono alla
visione che la beghina Giuliana di Corneillon ha nel 1208 d.C. a Liegi: una luna ferita, un’ostia e il messaggio
celeste del dispiacere di Dio per la mancanza di una festività liturgica dedicata propriamente all’ostia divina.
Mezzo secolo più tardi, su spinta dei domenicani viene creata la festività del Corpus Domini promossa nel
1264 d.C. da Urbano IV. Vengono promosse iniziative miranti ad alimentare la devozione, con cicli di
predicazione, processioni e rappresentazioni teatrali sul tema eucaristico. Chi non partecipa è considerato
un nemico dell’ostia; risalgono a questo periodo narrazioni di miracoli eucaristici. Il più celebre è il miracolo
di Bolsena nel 1263 d.C. in cui un prete tedesco, durante la celebrazione della messa, avrebbe dubitato
della presenza di Cristo nell’ostia che consacrava. Subito dopo aver pronunciato la formula della
consacrazione, dall’ostia comincia a scorrere sangue che cola dalle sue dita sul corporale e sulla tovaglia
dell’altare. Si possono ricondurre anche a quest’epoca le accuse rivolte agli ebrei di rubare e trafficare ostie
per profanarle. Tali accuse contribuiscono indirettamente a ribadire l’assoluta intangibilità dell’ostia
consacrata e della transustanziazione, se non da preti; risultano anche utili a rimodulare l’accusa di deicidio
nei confronti degli ebrei.

Domenico Guzmán (Caleruega 1170 d.C. – Bologna 1221 d.C.) inizialmente educato dallo zio arciprete, poi
inviato a Palencia, dove frequenta corsi regolari di arti liberali e teologia. Terminati gli studi, all'età di 24
anni segue la sua vocazione ed entra tra i canonici regolari della cattedrale di Osma. Qui viene consacrato
sacerdote e successivamente sotto-priore dal vescovo Diego Acevedo. Nel 1203 d.C. viene inviato in
missione diplomatica in Danimarca dal re Alfonso VIII di Castiglia per prelevare e accompagnare una
principessa promessa sposa di un principe di Spagna. Durante questo viaggio entra in contatto con gli
eretici dei movimenti catari e con i pagani nordici; nel 1206 d.C. a Roma chiede a Innocenzo III di potersi
dedicare all'evangelizzazione dei pagani. Ma Innocenzo orienta lo zelo missionario verso l’eresia dei catari;
Domenico rimane in Linguadoca a Prouille, nel paese dei catari, come missionario, per dieci anni (1206-
1216 d.C.), collaborando col vescovo di Tolosa, Folchetto di Marsiglia. La sua attività di apostolato è
imperniata su dibattiti pubblici, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera
e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folchetto, che lo nomina predicatore della sua diocesi.
Cerca sempre di convertire gli eretici con semplici riconciliazioni; inoltre si convince immediatamente che
bisogna anche dare l'esempio e vivere in umiltà e povertà, e pian piano matura anche l'idea di un ordine
religioso. Inizia con l'istituzione di una comunità femminile che accoglie donne che hanno abbandonato il
catarismo. Alla fine riesce a riunire un certo numero di uomini idonei e motivati che condividono i suoi
stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile e organizzato di predicatori. Nel 1209 d.C. in occasione dei
massacri compiuti dai Crociati, che non badano all'età e al sesso e, nella loro furia, arrivano a colpire
perfino i cattolici, Domenico si distinse nel biasimare severamente tali azioni brutali. Nel 1212 d.C.
Domenico, durante la sua permanenza a Tolosa, ha una visione della Vergine Maria e la consegna del
rosario, come richiesta a una sua preghiera per combattere le eresie senza violenza. Da allora il rosario
diviene la preghiera più diffusa per combattere le eresie e nel tempo una delle più tradizionali preghiere
cattoliche. In occasione di un viaggio a Roma del 1215 d.C. al Concilio Laterano IV, Domenico avanza la
proposta a Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione. Egli trova grande
disponibilità nel Papa che approva verbalmente. Ma seguendo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati
propone di non creare una nuova regola, bensì prenderne una già approvata (S. Benedetto, S. Basilio, S.
Agostino). Domenico non prende parte alla Crociata, ma mette nei suoi compiti la conversione degli eretici.
Seguendo il consiglio di Papa Innocenzo, coi suoi sedici seguaci scelse la regola di Sant'Agostino, ma con
delle "Costituzioni" adatte al suo particolare apostolato della parola e dell'esempio. Nel 1216 d.C. papa
Onorio III conferisce l'approvazione ufficiale e definitiva all'ordine fondato da Domenico. Ottenuto il
riconoscimento ufficiale, l'ordine cresce e già l'anno dopo, nel 1217 d.C. viene in condizione di inviare
monaci in molte parti d'Europa, in particolare nella penisola iberica e nei principali centri universitari del
tempo; a Parigi e a Bologna, dove si reca egli stesso. Subito incontrano opposizioni da parte dei vescovi
locali, che vengono superate dalla bolla papale del 1218 d.C. che ordina a tutti i prelati di dare assistenza ai
domenicani. Nel 1220-1221 d.C. Domenico presiede personalmente a Bologna ai primi due Capitoli Generali
destinati a redigere la magna carta e a precisare gli elementi fondamentali dell'Ordine:

 predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, legislazione, distribuzione geografica,


spedizioni missionarie.

Francesco D’Assisi (Assisi 1182 d.C. – Assisi 1226 d.C.) nasce da una famiglia borghese e benestante, il
padre Pietro di Bernardone è commerciante di stoffe. Francesco viene indirizzato a prendere posto negli
affari della famiglia, e a 14 anni si dedica a pieno titolo all'attività del commercio. Nel 1202 d.C. nella la
guerra fra le città di Assisi e Perugia, Francesco viene catturato insieme ad altri giovani, durante un
conflitto, e rinchiuso in carcere. L'esperienza della guerra e della prigionia lo sconvolse a tal punto da
indurlo a un totale ripensamento della sua vita: da lì ha inizio un cammino di conversione. Nel 1203-1204
d.C. Francesco pensa di partecipare alla crociata alla volta di Gerusalemme. Tuttavia, giunto a Spoleto, si
ammala nuovamente, e durante la notte ha due rivelazioni che lo inducono ad un profondo ravvedimento.
Un giorno a Roma, dove viene mandato dal padre a vendere una partita di merce, non solo distribuisce il
denaro ricavato ai poveri, ma scambia le sue vesti con un mendicante. Ma è nel 1205 d.C. che avviene
l'episodio più significativo della sua conversione: mentre prega nella chiesa di San Damiano, racconta di
aver sentito parlare il Crocifisso, che per tre volte gli disse: “Francesco, va' e ripara la mia casa che, come
vedi, è tutta in rovina”. Dopo quell'episodio, le "stranezze" del giovane si fanno ancora più frequenti: fa
incetta di stoffe nel negozio del padre e le vende assieme al suo cavallo; torna a casa a piedi e offre il
denaro ricavato al sacerdote di San Damiano, affinché riparasse quella piccola chiesa in rovina. Pietro
Bernardone, si ritiene tradito e giudica il figlio, per la sua eccessiva generosità, in preda a uno squilibrio
mentale. Bernardone cerca, all'inizio, di allontanare Francesco per nasconderlo ai pettegolezzi della gente,
ma poi, di fronte all'irriducibile "testardaggine" del figlio nel non mutare il suo comportamento, decide di
denunciarlo per farlo arrestare, non tanto per il danno oneroso subito, quanto piuttosto per la segreta
speranza che, sotto la pressione della punizione e della condanna dalla città, il ragazzo cambiasse
atteggiamento. Francesco fa invece ricorso al vescovo e al processo del 1206 d.C. nel Palazzo Vescovile è
presente al giudizio tutta Assisi. Quando il padre finisce la sua accusa, Francesco immediatamente, depone
tutti i vestiti e li restituisce al padre denudandosi totalmente davanti a tutti dicendo al padre: “Finora ho
chiamato te, mio padre sulla terra; d'ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli,
perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza". Da uomo
nuovo Francesco comincia il suo viaggio: nel 1206 d.C. parte per Gubbio e si reca presso i lebbrosi restando
con loro per curarli e servirli. Nel 1208 d.C. Francesco sente fermamente di dover portare la Parola di Dio
per le strade del mondo. Incomincia così la sua predicazione, dapprima nei dintorni di Assisi e ben presto
altre persone si aggregarono a lui; inizia così a formarsi il primo nucleo della comunità di frati. Nel 1209 d.C.
quando Francesco si reca a Roma per ottenere l'autorizzazione della regola di vita, per sé e per i suoi frati,
da parte di papa Innocenzo III. Il pontefice concede a Francesco la propria approvazione per il suo ordine di
frati minori, che a differenza degli altri ordini contesta l'autorità della Chiesa, anzi la considera come
"madre" e le offre sincera obbedienza. Di ritorno da Roma, i frati si installano prima presso un "tugurio" e
successivamente presso la piccola badia di Santa Maria degli Angeli che viene concessa a Francesco e ai suoi
frati. Questa nuova forma di vita attira anche le donne: la prima è Chiara Scifi, figlia di un nobile di Assisi.
Fugge dalla casa paterna e giunge a Santa Maria degli Angeli, dove chiede a Francesco di poter entrare a far
parte del suo ordine, e dove all'alba riceve l'abito religioso. Francesco la sistema per un po' di tempo prima
presso il monastero benedettino di Bastia Umbra, poi in quello di Assisi. In seguito, quando altre ragazze
seguono l’esempio di Chiara, tutte prendono dimora nella chiesetta di San Damiano e danno inizio a quello
che in futuro saranno le clarisse. Francesco e i suoi seguaci si distinguono dai catari in molteplici aspetti:

 non mettono in dubbio la gerarchia della Chiesa.


 rispettano i preti dissoluti senza giudicarli.
 l’assoluto amore per il creato.

“La sua carità si estendeva, con cuore di fratello, non solo agli uomini provati dal bisogno, ma anche agli
animali senza favella, ai rettili, agli uccelli, a tutte le creature sensibili e insensibili. Aveva però una
tenerezza particolare per gli agnelli, perché nella Scrittura Gesù Cristo è paragonato, spesso e a ragione, per
la sua umiltà al mansueto agnello. Per lo stesso motivo, il suo amore e la sua simpatia si volgevano in modo
particolare a tutte quelle cose che potevano meglio raffigurare o riflettere l'immagine di Dio”. Col tempo la
fama di Francesco cresce enormemente insieme alla schiera dei frati francescani. Nel 1217 d.C. Francesco
presiede il primo dei capitoli generali dell'Ordine, che si tenne alla Porziuncola: con l'esigenza di impostare
la vita comunitaria, di organizzare l'attività di preghiera, di rinsaldare l'unità interna ed esterna, di decidere
nuove missioni. Nel 1219 d.C. si reca ad Ancona per imbarcarsi per l'Egitto e Palestina, dove da due anni è in
corso la quinta crociata. Durante questo viaggio, in occasione dell'assedio crociato alla città egiziana di
Damietta, nel campo saraceno incontra lo stesso sultano eal-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino. Lo scopo
dell'incontro è quello di potergli predicare il Vangelo, al fine di convertire il sultano e i suoi soldati, e quindi
mettere fine alle ostilità. Ricevuto con grande cortesia dal Sultano, ha con lui un lungo colloquio, al termine
del quale Francesco torna nel campo crociato. Intorno a questo evento storico sono fiorite diverse leggende
riguardanti il santo e la sua straordinaria capacità di convincere e convertire, anche se al-Malik al-Kāmil
rimane musulmano, pur apprezzando Francesco ed elargendogli dei doni in segno di stima.
L'interpretazione del rapporto tra Francesco, l'Islam e le crociate non è facile ed è ancora oggetto di
discussione, in quanto c'è contrapposizione tra chi vede la sua azione come un sostegno alle crociate o, al
contrario, come una loro sconfessione. La pacifica rivoluzione che il nuovo Ordine sta compiendo comincia
a essere palese a tutti. Incominciano però anche i primi problemi: Francesco teme che, ingrandendosi senza
controllo, la fraternità dei Minori deviasse dai propositi iniziali. Per dare l'esempio e per potersi dedicare
completamente alla sua missione, nel 1220 d.C. Francesco rinuncia al governo dell'Ordine in favore
dell'amico e seguace Pietro Cattani, che però muore l'anno seguente; al successivo Capitolo Generale viene
scelto come vicario frate Elia. Nel 1223 d.C. con la bolla Solet annuere, papa Onorio III approva
definitivamente la Regola seconda. Francesco, pur non condannando in sé né la ricchezza, né la sapienza,
né il potere, si rende conto che i frati che liberamente hanno deciso di seguirlo e di seguire la sua regola di
vita stanno diventando colti e accettano doni e ricchezze. Oltre alla vita attiva Francesco, forse ammalato,
sente continuamente l'esigenza di ritirarsi in posti solitari per ritemprarsi e pregare. Tali posti offrono al
frate il silenzio e la pace che gli consentono una più intima preghiera. Tra il 1224 e il 1226, ormai malato
gravemente agli occhi, compose il Cantico delle creature. Secondo le agiografie, il 14 settembre 1224 d.C.
mentre si trova a pregare sul monte della Verna e dopo 40 giorni di digiuno, Francesco avrebbe visto un
Serafino crocifisso. Al termine della visione gli sarebbero comparse le stigmate: “sulle mani e sui piedi
presenta delle ferite e delle escrescenze carnose, che ricordano dei chiodi e dai quali sanguina spesso”. Tali
agiografie raccontano inoltre che sul fianco destro aveva una ferita, come quella di un colpo di lancia. Fino
alla sua morte, comunque Francesco cerca sempre di tenere nascoste queste sue ferite.

Nell'iconografia tradizionale successiva alla sua morte, Francesco è stato sempre raffigurato con i segni
delle stigmate. Per questa caratteristica Francesco è stato definito anche “alter Christus”. La condivisione
fisica delle pene di Cristo offre un nuovo volto al cristianesimo, partecipe non più solo del trionfo,
simboleggiato dal Cristo in gloria. Negli anni seguenti Francesco sempre più oggetto di varie malattie. Nel
1226 d.C. mentre si trova alle Celle di Cortona, dopo una notte molto tormentata detta il "Testamento", che
volle fosse sempre legato alla Regola, in cui esorta l'ordine a non allontanarsi dallo spirito originario. A
meno di due anni dalla morte, papa Gregorio IX lo proclama santo, con una procedura molto rapida. Così i
frati minori (francescani) si insediano lungo le grandi vie di comunicazione, inizialmente fuori le mura poi
all’interno di esse. Dedicandosi principalmente alla predicazione e alla confessione; l’inserimento nelle
società è facilitato dallo stile di vita in povertà e dall’annuncio di pace evangelica. Successivamente passano
a conventi stabili, il complesso più grandioso viene eretto ad Assisi sulla tomba del santo. I frati minori
entrano anche nel mondo delle università dove sono già presenti i domenicani. Ne deriva una
trasformazione della cultura ai vertici: si affermano teologi, filosofi e letterati. Gregorio IX tenta di piegare la
comunità religiosa di Chiara entro le forme di vita femminili monastiche tradizionali. Al convento di Chiara
presso Assisi viene chiesto di staccarsi dalla prossimità con i frati e di unirsi alle altre comunità di donne
religiose. Chiara si oppone strenuamente, e ottiene infine dal papa il cosiddetto “privilegio della povertà”
che fino alla morte le permette di mantenere la sua comunità sotto un regime autonomo e ispirato a quello
di Francesco.

Ordini mendicanti sono quelli dei frati minori, domenicani, agostiniani, carmelitani e servi di santa Maria;
detti così per la scelta volontaria di vivere in assoluta povertà.

 I domenicani possono disporre di proprietà in comune, esigendo dai propri membri la sola povertà
personale.
 I francescani vincolati dall’esempio della Regola di Francesco, si caratterizzano per la dichiarata
rinuncia ad ogni possesso sia personale che comunitario.

Tale soluzione consente loro di presentarsi come autentici eredi della perfezione predicata e vissuta da
Gesù e dagli apostoli, e di crescere rapidamente grazie al proselitismo. I rapporti fra gli ordini nei primi
decenni registrano reciproche rivalità, emblematico in questo senso il sogno di Innocenzo III del Laterano
cadente: l’edificio è sorretto da Domenico nella rappresentazione scolpita sul monumento del suo sepolcro
a Bologna; invece è sorretto da Francesco nel successivo e ben più celebre affresco giottesco della basilica
di Assisi. Tuttavia entrambi gli ordini sono uniti da una lotta comune contro il clero diocesano, che si sente
minacciato su ogni fronte dalla crescente presenza dei frati. Verso la metà del secolo la vita dell’università
parigina è travagliata da una controversia sorta in relazione all’inserimento degli esponenti degli ordini
mendicanti nell’Università, che diviene il terreno più aperto di lotta, dove i mendicanti compiono sforzi
notevoli per affermarsi; la resistenza dei maestri secolari è particolarmente tenace a Parigi. Uno dei maestri
più importanti della facoltà teologica, Alessandro di Hales, entra nell’ordine francescano (1231 d.C.) e
diviene così il primo magister seguace della regola francescana nell’Università di Parigi. La cattedra
occupata da Alessandro passa nel 1248 d.C. al suo allievo, anch’egli francescano, Giovanni de la Rochelle. La
cattedra diviene così di fatto francescana, e alla morte di Giovanni gli succede nell’insegnamento
Bonaventura da Bagnoregio. Una lettera congiunta dei francescani e dei domenicani giunge ad affermare
che entrambi gli ordini sono protagonisti dei tempi finali, i “due testimoni dell’Apocalisse”, destinati a
contrastare l’avvento dell’Anticristo. Guglielmo di Saint-Amour dichiara ridicole tali pretese e ritorce contro
i frati l’accusa di essere loro stessi emissari anticristiani; mentre Gerardo di Abbeville, un altro secolaere,
critica la loro presunzione di perfezione evangelica. Nonostante l’attacco sferrato dal Saint-Amour, il papa
conferma nel 1256 d.C. il diritto dei domenicani e francescani di mantenere le loro cattedre teologiche, che
sono occupate rispettivamente da Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio. Le questioni in gioco
non sono soltanto le cattedre universitarie:

 per i secolari, la Chiesa è un corpo gerarchicamente ordinato, in cui ciascun membro deve far capo
al membro che lo precede. Esaltano così il ruolo dei vescovi in quanto successori degli apostoli.
 per i mendicanti, la Chiesa è un corpo completamente subordinato al papa, suo capo. Esaltano così
il vigore e l’assoluto primato del papa in quanto successore di Pietro.

Entrambi gli ordini mendicanti ricevono dal Papato la missione di inquisire gli eretici, ancora ben radicati
soprattutto in Francia e in Italia. In particolare i catari insediati in diverse città italiane coinvolgendo la
popolazione e trovando spesso accoglienza favorevole anche da parte delle autorità cittadine: poiché non
aspirano a nessuna forma di potere. Federico II emana una costituzione contro gli eretici della Lombardia
nel 1224 d.C. che arriva prevedere per loro la pena di morte mediante il fuoco. In ogni caso in questa fase
spetta ancora ai vescovi il procedimento inquisitoriale: dall’indagine iniziale alla sentenza finale a cui
possono seguire pene come la confisca dei beni, il carcere e in casi estremi il rogo. Ma nel giro di pochi anni
i frati si vedono attribuiti poteri e responsabilità sempre più crescenti, incaricati da Innocenzo IV ad
inquisire tutto l’Occidente. La decretale Ad extirpanda del 1252 d.C. stabilisce infine che il giudizio sugli
eretici spetta insieme al vescovo e ai frati inquisitori nominati dal papa. Si allestisce così un complesso
sistemata comprendente investigatori, notai, giurati e scribi. Conclusa la crociata del 1229 d.C. contro i
catari, i nuovi ordini si insediato nei più importanti centri della Linguadoca per combattere l’eresia:

 A Tolosa nel 1229 d.C. i domenicani vengono violentemente espulsi dalla cittadinanza, indignata
per l’iniziativa assunta dai frati inquisitori, Pietro Cellan e Guglielmo Arnaud, di far esumare
cadaveri degli eretici per farli bruciare. Rientrati in città l’anno dopo avviano una campagna
repressiva che colpisce la città profondamente: la comunità catara subisce persecuzioni e
dispersioni. A loro volta, tre inquisitori domenicani, vengono uccisi nel 1242 d.C. ad Avignonet.
 A Montauban nel 1241 d.C. dove convivono cattolici, catari e valdesi, la cittadinanza per evitare i
conflitti drammatici di Tolosa, viene a patti con Pietro Cellan e accetta l’opportunità del tempus
gratiae: un breve periodo di concesso dall’inquisitore a chi disposto a fare penitenza. Per alcuni tali
penitenze sono pellegrinaggi espiatori, per altri obbligo di partecipazione alla difesa dell’Impero.

Infine i frati riesco a staccare la cittadinanza dall’eresie e a vedersi riconosciuto e affermato, il proprio ruolo
nella dialettica cittadina. Per individuare gli eretici e confutarne le dottrine, la Chiesa si fa aiutare da ex
eretici, che avvicinatisi ai frati e divenuti tali, li guidano nella conoscenza della dottrina. Nelle città il
dominio della parola, assicurato dalla retorica, ha assunto un rilievo pubblico elevato. I frati entrano in
competizione contro le élite cittadine di retori e consoli, creando e divulgando nuove forme di retorica e di
predicazione religiosa. Inoltre sottopongono i discorsi e il linguaggio degli altri al proprio controllo,
attraverso la disciplina morale dei “peccati della lingua”. Un caso emblematico è la vicenda del cosiddetto
“movimento dell’Alleluia” del 1233 d.C. un fermento popolare di entusiasmo civile e religioso, di cui
francescani e domenicani assumo la guida. In diverse città assumono un tale prestigio tale da riuscirsi ad
affermare in breve tempo come autorità civili. I frati agiscono in stretta intesa con il papato in funzione
della lotta contro gli eretici e dell’affermazione politica delle forze locali legate alla Chiesa romana. In
particolare i frati minori svolgono una vasta opera di propaganda a sostegno del papato contro l’imperatore
Federico II. Il francescano Salimbene da Parma, nella Cronaca, offre un quadro dettagliato delle iniziative
dei frati antifedericane: viene ripreso un commento di Gioachino da Fiore, dove vi esalta il papa denuncia i
cardinali, celebra i nuovi ordini, e raffigura l’imperatore come nemico della Chiesa.

Federico II (Jesi 1194 d.C. – Fiorentino di Puglia 1250 d.C.) si decide infine a partire per la crociata, in cui il
papa lo vuole attivo, Federico II ritorna immediatamente, adducendo un’epidemia che ha colpito la
spedizione. Nel 1127 d.C. il papa lo scomunica, allora qualche anno più tardi riparte ottenendo
pacificamente Gerusalemme, Betlemme e Nazareth. Ai musulmani tuttavia rimane la piena giurisdizione su
parte di Gerusalemme e sulla popolazione araba; la situazione rimane così per 15 anni fino a ridiventare
territorio islamico. Il ritorno in Italia di Federico II comporta nuovi conflitti con il papa e una seconda
scomunica nel 1239 d.C. e la convocazione di un concilio anti-imperiale a Roma che fallisce per la cattura di
numerosi prelati. Federico pratica una strategia di rotture del mondo ecclesiastico facendo leva su privilegi
e donazioni a favore di abbazie e conventi. Frate Elia da Cortona, passa alla cerchia dell’imperatore e anche
il maestro generale dell’ordine teutonico Ermanno di Salza si schiera accanto all’imperatore.
Successivamente ottiene la fedeltà dell’ordine domenicano e un legame duraturo con i cistercensi. La
potenza imperiale comincia ad inclinarsi dopo la convocazione a Lione di un concilio ecumenico da parte
del nuovo papa Innocenzo IV, giurista di formazione, giunse a teorizzare l’illegittimità di qualsiasi potere che
non si fondi su Cristo passando attraverso il riconoscimento papale. In questa prospettiva il potere dei
sovrani non cristiani è in quanto tale illegittimo. Viene così ampliato il concetto di “vicario di Cristo” da
parte del papa teorizzando che in linea di diritto ogni creatura dotata di ragione gli è sottomessa. Fra il
1235-1236 d.C. si registrano in Germania quattro assassinii di cui sono incolpati alcuni ebrei con l’accusa di
omicidio rituale. Federico II assolve gli arrestati dalle accuse, ritenendole false, ma in quell’occasione
dichiara tutti gli ebrei di Germania “servi della camera”, cioè direttamente sottoposti alla giurisdizione del
sovrano. La modifica dello stato giuridico mira a tutelarli ma in realtà li colloca in una posizione distinta
rispetto agli altri sudditi. Nel frattempo cambia anche il profilo pubblico degli ebrei, costretti in misura
crescente ad esercitare l’attività di prestatori di danaro. Per tale imposizione ci si richiama alla Bibbia, dove
il prestito a interesse è equiparato all’usura, e come tale vietato fra ebrei ma consentito solo nei confronti
degli stranieri. Vengono applicate le stesse disposizioni ai cristiani, imponendone così la pratica agli ebrei. Il
ruolo di prestatori di danaro a interesse non giova certo all’immagine della comunità ebraica, che vengono
percepiti e rappresentati come accumulatori di ricchezza prodotta senza fatica, avari e impoveritori dei
della comunità cristiana.

Nicola Donin ( -1287 d.C.) allontanato verso il 1225 d.C. dalla comunità ebraica, diviene nel giro di pochi
anni protagonista di un’offensiva antigiudaica. Convertitosi al cristianesimo e battezzato con il nome Nicola,
partecipa ad Augusta alle violenze popolari contro gli accusati di omicidio rituale. Quindi allestisce estratti
del Talmud per denunciare i principali errori dal punto di vista cristiano. Entrato in contatto con ambienti di
ordini mendicante, riesce grazie a loro nel 1239 d.C. a presentare a Gregorio IX gli estratti incriminati,
inducendo il papa a prendere provvedimenti contro il Talmud. A Parigi nel 1240 d.C. viene indetta una
disputa fra Nicola Donin e il rabbi Yehiel; si tratta della prima disputa forzata a riguardo del Talmud: una
pubblica discussione cui sapienti ebrei sono costretti a partecipare per difendere i propri testi, messi sotto
accusa per la pretesa origine divina, le rappresentazioni antropomorfiche di Dio, i contenuti blasfemi contro
Gesù e sua madre, gli attacchi contro la Chiesa e i cristiani. La disputa ha un carattere inquisitorio, gli
interventi dei rabbini sono indicati come “deposizioni” e “confessioni”, e al termine dell’interrogatorio di
quattro rabbini, vengono distrutti tutti i codici del Talmud. Alla disputa partecipano anche la regina Bianca
di Castiglia e il giovane re Luigi IX, quest’ultimo è fautore di un cristianesimo intransigente e militante, come
dimostra la sua partecipazione alle ultime due crociate in Terra Santa: la sesta crociata si apre
vittoriosamente con la presa di Damietta, ma si conclude con la sconfitta del re e successivamente nel 1270
d.C. con la sua morte di peste sua e dei suoi uomini. Nelle vicende successive alla denuncia, il Papato tiene
una linea oscillante: il Talmud rimane condannato in quanto ritenuto non correggibile, mentre cade l’accusa
agli ebrei di essersi discostati dalla legge mosaica: vengono alternati periodi in cui si ordina la distruzione
del Talmud, ad altri in cui si tollerano e si proteggono gli ebrei (Innocenzo IV). Papà Clemente IV rivolge
nuovamente l’accusa al Talmud di essere “un’altra legge” rispetto a quella mosaica: Paolo Christiani, un
ebreo convertito entrato nelle file dei domenicani entra in disputa forzata nel 1263 d.C. contro il rabbino
Nachmanide.

I cavalieri teutonici hanno una notevole funzione di colonizzazione e cristianizzazione, il loro “ospedale di
Santa Maria dei teutonici di Gerusalemme” sorto nel 1190 d.C. è il loro quartier generale. Ormai configurati
come un’agguerrita fraternità militare, sotto la protezione di Innocenzo III, prendono le armi contro i
pagani; essi vengono equiparati da Onorio III a statuti simili a quelli dei domenicani. Nel XIII secolo d.C.
vengono chiamati dal re d’Ungheria e dal duca di Polonia per combattere contro i popoli pagani dei turchi e
dei prussi. Scacciati dall’Ungheria, si spostano verso il Baltico, dandosi alla missione di cristianizzazione dei
prussi, lituani, lettoni e livoni (dove erano strati martirizzati Adalberto vescovo e il missionario Bruno).
Conquistata la Prussia, i teutonici vengono riconosciuti dal papa come i signori di essa: nel 1236 d.C. un
legato papale la suddivide in quattro diocesi, cui sono posti a capo come vescovi quattro frati domenicani.
Forti dell’acquisita potenza territoriale, i teutonici nel 1242 d.C., si volgono contro il principato russo di
Novgorod, legati all’Impero d’Oriente bizantino, ma vengono sconfitti. Il progressivo ritiro dei cristiani
comporta una dislocazione definitiva degli ordini militari: Templari e ospedalieri di San Giovanni si
stabiliscono a Cipro e i teutonici a Venezia. Successivamente l’ordine intraprende nuove campagne militari,
volgendo le proprie milizie contro territori abitati e governati da cristiani cattolici, distruggendo Danzica e
impegnandosi in conflitto contro l’arcivescovo di Riga. A quel punto un legato papale nel 1311 d.C.
scomunica gli ordini, anche se la potenza teutonica si mantiene per ancora un secolo.

I frati in estremo Oriente presa e distrutta Kieve, i mongoli invadono l’Europa nel 1240 d.C. spargendo
terrore su tutti i popoli. In Occidente si afferma la leggenda del Prete Gianni: un presunto prete sovrano
disposto a fornire aiuto ai cristiani contro i musulmani. I mongoli sono detti in Occidente “tartari”, quasi
come se venissero a portare terrore dai regni ultraterreni del Tartaro. Allentatasi la pressione a causa di un
loro improvviso ripiegamento nel 1242 d.C. ci si pone l’obiettivo di contatti pacifici. Vengono così
organizzate le prime spedizione in Estremo Oriente, di cui sono protagonisti francescani e domenicani.
Partono tre spedizioni con la benedizione del papa Innocenzo IV, ma solo l’ultima, guidata da un frate
minore Giovanni di Pian di Carpine, riesce ad arrivare a Karakorum. Quest’ultimo riesce a consegnare il
messaggio papale alla corte mongola, Guyuk-Khan replica con termini di netta chiusura, con una lettera
riportata nel 1247 d.C. alla curia papale di Lione. Giovanni spirito osservatore e indagatore, durante il
viaggio, si impegna a scoprire la civiltà mongola, le abitudini militari e le convinzioni religiose, in questa
prospettiva scrive lungo la via del ritorno l’Historia Mongalorum, infarcita di notizie derivate anche dalla
Lettera del Prete Gianni e il Romanzo di Alessandro Magno. Fra le spedizioni successive spiccano quelle
compiute dai frati minori Guglielmo di Rubruk e Odorico da Pordenone, essi scoprono che nell’Impero
mongolo esistono ancora cristiani nestoriani, privi di gerarchia episcopale. Il racconto del viaggio di
Guglielmo, culmina nella sua disputa dottrinale contro i principali rappresentanti delle religioni presenti a
corte di Mongke-Khan. La controversia è un vero e proprio confronto dialettico tra il frate minore, un
cristiano nestoriano, un musulmano e religioso buddista/manicheo. Alla fine la sperata conversione del
Khan al cristianesimo non avviene; ma si è aperta una strada per ulteriori spedizioni, che consente
l’insediamento dei primi frati minori a Pechino, con l’attribuzione del primo arcivescovo cattolico Giovanni
di Montecorvino. La vicenda medievale della presenza del cattolicesimo in Cina si conclude però fra
isolamento e ostilità.

Bonaventura (Bagnoregio 1217 d.C. – Lione 1274 d.C.) è oblato nel convento dei francescani di Bagnoregio
poi a Parigi negli anni 1235-1243 d.C. come studente alla Facoltà delle Arti. Nel 1254 d.C. diviene maestro
reggente nell’Università di Parigi e dal 1257 d.C. ministro generale dell’ordine francescano da lui
interamente riorganizzato. Nel 1273 d.C. è nominato arcivescovo di Albano e cardinale. Lo scritto
fondamentale del Doctor seraphicus è senza dubbio il Commentarius in quattuor libros Sententiarum,
composto a partire dal 1248 d.C., durante il suo insegnamento parigino; il suo capolavoro mistico è
l’Itinerarium mentis in Deum. Altri scritti di notevole importanza sono il De scientia Christi, le Quaestiones
disputatae, il Breviloquium, le Collationes in Hexaëmeron. Mentre negli scritti teologici Bonaventura
accoglie come punto di partenza il pensiero di Agostino per riassumere tutta la tradizione scolastica, negli
opuscoli mistici egli trova ispirazione nella mistica di Bernardo, e nei Vittorini. Egli manifesta le sue
preoccupazioni per l’avanzare della nuova scienza aristotelica, identificata con il maleodorante “pozzo
dell’abisso” di cui parla l’Apocalisse. (continua su manuale filosofia medievale).

Tommaso d’Aquino (Roccasecca 1225 d.C – Fossanova 1274 d.C.) oblato al monastero di Montecassino,
studis a Napoli; entra nell'ordine domenicano nel 1244 d.C. contro la volontà della sua aristocratica
famiglia. Da Napoli si reca a Parigi per proseguirvi i suoi studi fino al 1248 d.C. sotto la guida di Alberto
Magno, che poi accompagna nel suo ritorno a Colonia (1248-1252 d.C.). Nel 1252 d.C. viene mandato a
Parigi per studiare teologia fino al 1256 d.C., in questo periodo scoppia il contrasto fra i maestri secolari e
gli ordini mendicanti. Tommaso interviene personalmente, componendo lo scritto Contro impugnantes Dei
cultum et religionem, grazie a cui, sconfitti i secolari, ottiene la licenza in teologia e inizia ad insegnare
all’Università di Parigi. A questo primo periodo di insegnamento risalgono il Commento alle Sentenze (1254-
56 d.C.) e ad alcuni libri della Bibbia, le Quaestiones de veritate, il suo primo trattato filosofico, il De ente et
essentia. Di poco posteriori sono i commenti al De Trinitate e al De hebdomadibus di Boezio (1255-61 d.C.)
e tra il 1257-1273 d.C. l’Aquinate produce la maggior parte delle sue opere. Fatto ritorno nella provincia
romana dell'ordine domenicano insegna nello studio della Curia Papale sotto il pontificato di Urbano IV
(1261-1264 d.C.). In Italia Tommaso inizia a commentare Aristotele (la Metafisica, la Fisica e l'Etica
Nicomachea); scrive il commento al De divinis nominibus dello pseudo-Dionigi, le Quaestiones disputatae
de potentia e le Quaestiones disputatae de spiritualibus creaturis, in cui espose la dottrina delle sostanze
separate (angelologia). Qui scrive anche la Summa contra Gentiles, su richiesta del generale dell'ordine
domenicano Roberto di Peñafort. Dagli anni italiani fino alla morte egli lavora inoltre all’opera centrale
della sua ricerca filosofica, la Summa theologiae, rimasta incompiuta. Il ritorno a Parigi nel 1269 d.C. porta
Tommaso nel cuore del dibattito universitario sugli argomenti più controversi della filosofia aristotelica,
ovvero la dottrina dell'unicità dell'intelletto possibile e quella dell'eternità del mondo. Del 1270 d.C. sono
infatti i due trattati monografici, De unitate intellectus contra averroistas e De aeternitate mundi; numerosi
commenti alle opere aristoteliche (De anima, Analitici, Politica, De sensu et sensato, De memoria et
reminiscentia). Il commento al Liber de causis e un commento (perduto) al Timeo di Platone occupano il
periodo parigino, e nel 1272 d.C. torna a Napoli per insegnare teologia. Nel 1273 d.C. durante la
celebrazione di una messa mattutina ha un’estasi mistica, evento che segna la cessazione definitiva
dell’intensa attività scritturale di Tommaso. Alle insistenze di Reginaldo da Piperno nel cercare di
convincerlo a riprendere la sua attività di scrittura, l’Aquinate rispose: "Reginaldo, non posso, perché tutto
ciò che ho scritto è come paglia per me". Muore durante il viaggio intrapreso per partecipare al secondo
concilio ecumenico di Lione (continua su manuale filosofia medievale).

Affiancare alla verità teologica della Chiesa (come tale indiscutibile), una contrastante verità filosofica
aristotelica, porta ad accusare Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia filosofi seguaci del pensiero averroista.
Nel 1277 d.C. prende in questo senso forma il provvedimento del vescovo di Parigi Stefano Tempier, che
condanna e vieta 219 proposizioni attinenti alla filosofia aristotelica, ma anche pseudoscienze come
geomanzia, magia nera e astrologia. La condanna colpisce soprattutto la facoltà delle Arti, e di fatto, anche
alcune dottrine antropologiche e gnoseologiche di Tommaso; prende così vita un progetto culturale detto
“neo-agostiniano” che mira a riproporre le dottrine tradizionali a partire da Agostino, della conoscenza
dipendente dall’illuminazione divina. Dopo qualche anno di incertezza le posizioni di Tommaso vengono
ufficialmente adottate dall’ordine domenicano, in aperta polemica contro la scuola neo-agostiniana dei
minoriti. Nel 1274 d.C. il II concilio di Lione viene convocato principalmente per la riunificazione
ecclesiastica con i greci, emette tuttavia il divieto di dare vita a nuove congregazioni religiose rispetto a
quelle già autorizzate dal Laterano IV: comportante la sospensione degli ordini agostiniani e carmelitani.

Gherardo Segarelli (Segalara 1240 d.C.– Parma 1300 d.C.) notevole successo fra gli umili e i suoi seguaci
vengono chiamati “apostolici” o “minimi”, diventano anche più popolari dei francescani con il nome di
nell’intenzione di imitare in tutto i primi apostoli di Cristo. Come per altri movimenti giudicati ereticali, il
riferimento degli apostolici è la Chiesa di Cristo e dei primi apostoli, non solo annunciato ma
coerentemente messo in pratica. I concetti salienti della predicazione di Segarelli sono:

 Un Dio "democratico", che stabilisce una relazione personale con tutti coloro che vivono in povertà,
senza bisogno di mediazioni interpretative; imitazione di Cristo come norma di vita per i cristiani; la
necessità di mettere in pratica il Vangelo in modo integrale; Il rifiuto di qualsiasi accumulo di beni
materiali; la comunione dei beni; Il rifiuto di qualsiasi gerarchia; l'uguaglianza tra uomini e donne;
un approccio al mondo ispirato all'innocenza dei fanciulli; la libertà dei cristiani.

Gli apostolici conducono una vita di digiuni e preghiere, sia lavorando che chiedendo la carità e non danno
valore alla castità: la cerimonia di accettazione dei nuovi seguaci prevede che pubblicamente si spogliassero
nudi, come aveva fatto san Francesco. Il vero delitto che non può essere perdonato a Segarelli è l'aver
annunciato la possibilità di un incontro diretto tra l'uomo e Dio. Questa tesi infatti, presuppone
implicitamente la superfluità di una struttura di mediazione tra uomo e Dio, l'inutilità di una organizzazione
che amministra Dio trasferendolo a sé, in pratica "requisendo" il concetto stesso di divinità. La possibilità di
un rapporto diretto tra gli uomini e Dio è il senso vero della famosa frase di Segarelli: Paenitentiagite, quia
appropinquabit regnum caelorum ("Fate penitenza, perché il Regno di Dio arriverà"), che per chi la
pronuncia significava anche: "Costruite, o costruiamo, un modello di società ispirato alla rinuncia, alla
povertà, per poter incontrare Dio che ci viene incontro". Gherardo Segarelli e gli apostolici rifiutano,
provocando l'avvio del processo per eresia e delle procedure di repressione: vengono condannati e
incarcerati a vita, alcuni di loro compreso Segarelli riescono a fuggire, fino al 1300 d.C. in cui vengono
ricatturati e condannati al rogo.

Dolcino (Prato Sesia 1250 d.C. – Vercelli 1307 d.C.) nel XIV secolo d.C. il movimento prende di nuovo forma
sotto la guida di Dolcino, figlio di un prete: trasforma gli apostolici in senso marcatamente profetico e
apocalittico. Si presenta come “l’angelo di Tiatira” e annuncia l’avvento di un papa santo e riformatore della
Chiesa e di un sovrano purificatore. Dolcino si rivela dotato di grande fascino e, sotto la sua guida, il numero
degli apostolici riprende a crescere. Si attira le ire della Chiesa per i contenuti della predicazione,
apertamente ostile a Roma e a papa Bonifacio VIII, di cui profetizza la prossima scomparsa. Durante gli
spostamenti effettuati in Italia settentrionale per diffondere le proprie convinzioni e accrescere il numero
dei seguaci, Dolcino e i suoi vengono ospitati tra il Vercellese e la Valsesia. Contro di loro viene bandita una
vera e propria crociata, proclamata da Raniero degli Avogadro vescovo di Vercelli, i dolciniani resistono a
lungo, ma infine provati dall'assedio e dalla mancanza di viveri, vengono sconfitti e Dolcino bruciato al rogo
nel 1307 d.C. durante la Settimana Santa.

Pietro di Giovanni Olivi (Sérignan 1248 d.C. – Narbona 1298 d.C.) a capo dell’ordine degli spirituali detti
anche “fraticelli minori” che, non tenendo conto dello sviluppo naturale dell'Ordine francescano,
rimangono fermi alla lettera della regola specialmente riguardo alla povertà. Perciò contrari alle grandi case
e allo studio, e il loro ideale è lo stato primitivo dei tempi di S. Francesco e dei suoi compagni. Quasi tutti,
poi, seguono le dottrine di Gioacchino da Fiore. Tutto ciò li mette in contrasto con il grosso dell'Ordine e
con la Chiesa, alla quale negano il diritto d'interpretare e molto meno di mitigare la regola francescana. Gli
spirituali riescono ad annodare rapporti significativi anche con i laici a loro devoti (beghini e beghine) e ceti
emergenti di élite politiche; questo grazie al carisma di Pietro. Egli per la sua libertà di giudizio e
spregiudicatezza intellettuale, viene sottoposto a ripetuti processi e censure: il suo Commento
all’Apocalisse subisce anche pesanti condanne papali. Impegnato a reinterpretare in chiave francescana la
visione storico-apocalittica di Gioacchino da Fiore, Olivi da un lato teme che la Chiesa romana sia ormai così
corrotta da essere diventata “quasi una nuova Babilonia”, dall’altro si richiama al modello di Francesco“
angelo del sesto sigillo” per affermare che è cominciata una nuova età, in cui una condizione effettiva e
radicale di povertà è necessaria per la Chiesa, e per i frati minori. La loro professione li impegna a suo
parere non solo alla rinuncia a qualsiasi forma di dominium, ma anche a un usus pauper dei bene di cui
dispongono. Olivi viene in contatto con i ceti mercantili, preoccupati di conciliare le loro attività con le
aspirazioni di vita cristiana; egli articola alcune proposte innovative: nel Commento al Vangelo di Matteo e
nel trattato Sui contratti mostra che il danaro non è di per sé peccaminoso. Chi si limita a tesaurizzarlo va
condannato, chi invece se ne serve per produrre ricchezza sociale va sostenuto. In particolare Olivi
riconosce che alla mercatura spetta un compenso più elevato e non equiparabile a e un salario normale
(come indicato da Tommaso). Questo può legittimamente variare in relazione a competenza e a rischi,
introducendo così una sorta di capitalismo commerciale, si preoccupa anche di sottoporre il mercante ad
una rigorosa disciplina: un contratto stipulato ha un valore analogo a quello di un voto religioso. Viene così
abbandonata la tradizionale diffidenza ecclesiastica nei confronti del mondo mercantile, e la condanna
come usura di ogni forma di prestito. Ponendo così le basi per una riflessione teologico-morale, riguardante
la sfera sociale ed economica.