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LA TORAH

L’argomento di oggi, che come sempre occuperà due delle


nostre puntate, è la torah, LA LEGGE, ovvero il testo più
importante della fede ebraica. Il tema è molto vasto, gli
approfondimenti che potremmo farne sono tantissimi, ma
noi ci soffermeremo sugli aspetti principali sia dal punto di
vista storico che prettamente ortodosso.

Partiamo dall’etimologia del temine torah: tradotto


letteralmente dall’ebraico significa INSEGNAMENTO e indica
in modo univoco i primi 5 libri della Bibbia, che sono
Genesi, (Bereshit) Levitico, (Shemot) Numeri (Vaiqra) ,
Deuteronomio (Devarim)

La parola ebraica toràh trae origine appunto dal verbo ‫י ָָרה‬


(yaràh) che indica il porre un fondamento: da qui – nel
concretismo ebraico – il senso traslato di “insegnare”.
Quando Dio dice a Mosè che vuole dargli il suo
“insegnamento” (‫ורה‬ ָ ֹ ‫ת‬, toràh), dice che ha scritto i suoi
“comandamenti” lehorotàm (‫)לְה ֹור ָֹתֽם‬, “per insegnare loro”;
in questa forma verbale del verbo ‫( י ָָרה‬yaràh) è presente la
radice stessa di yaràh che si trova anche in toràh

Come si è giunti dal significato biblico di “insegnamento”


alla parola “legge”? Per questo passaggio dobbiamo dir
grazie (in senso ironico) alla traduzione greca
della Settanta. Venne fatto un grave torto nella 70
sostituendo al biblico “insegnamento” la parola “legge”. I
giudei del 1° secolo usavano questa traduzione greca della
Bibbia, e così pure la prima congregazione dei discepoli di
Gesù. Ecco perché troviamo anche nelle Scritture Greche la
parola “legge” riferita all’“insegnamento” o toràh di D-o.
Una curiosità: la Bibbia (intendiamo qui solo il Vecchio
Testamento, perché come sapete l’ebraismo non riconosce
assolutamente il Nuovo Testamento come testo sacro),
dicevo, La Bibbia in ebraico è la TANACH. Questa parola è
composta dalle iniziali di 3 parole che sono le 3 parti in cui
è divisa la Tanach, ovvero, Torah, Neviim e Chetuvim.
Quindi T, N e CH per TANACH.

I rabbini considerano che le parole della Torah non


forniscono solo un messaggio divino esplicito ma sono
anche portatrici di un messaggio intrinseco che si estende
oltre il loro significato.
Infatti sostengono che anche il più piccolo segno della
lettera ebraica è stato messo là da D-o come
insegnamento. A monito di questo viene posta una yod
nella frase: Io sono il Signore tuo D-o ed in quella spesso
ripetuta: E D-o disse a Mosè poiché la yod è il più piccolo
segno indipendente dell'alfabeto ebraico.

Nella tradizione rabbinica esistono molte metafore per


identificare la Torah e la sua importanza. La Torah viene
paragonata all'acqua in quanto fonte di vita e salvezza, al
vino per i suoi segreti, a pietre preziose ed alle perle per la
tradizione mistica ed a pane, alla carne e al latte
rispettivamente per lo studio,in genere eseguito con
passione e forte intenzione (kavanah), per lo studio del
Talmud ed il legame e rapporto di D-o con essa.

Per esempio al principio della propria vita un bimbo non


può ingerire cibi solidi e cereali ma generalmente dall'età di
un anno: analogamente avviene per lo studio della Torah,
usualmente vissuto secondo un ordine graduale ed un
metodo preordinato.

La Torah è anche paragonata all'argento e all’oro per la


purezza delle sue parole.
I rotoli della Torah sono presenti in ogni sinagoga ebraica.
In quelle appartenenti alla tradizione ashkenazita sono
ricoperti di velluto oppure, come accade nella tradizione
sefardita sono contenuti all’interno di un cofanetto con due
porte. L’intero testo della Torah viene letto nell’arco
dell’anno durante gli incontri nella Sinagoga. Non so quanti
di voi abbiano fatto l’esperienza di assistere ad una
funzione ebraica. Io l’ho fatto diverse volte, qui alla
Sinagoga di Torino, e vi assicuro che è stato davvero
emozionante. La funzione del Sabato è molto interessante
e il momento della lettura della Torah è piuttosto solenne.
I rotoli vengono estratti dalla teca dorata in cui sono
contenuti e vengono trasportati sino alla Teba che è questa
specie di tavolo sui vengono srotolati e poi letti. Nel
tragitto dalla teca che si chiama Aron, fino alla TEBA, alcuni
intonano dei brani con la tecnica antichissima della
CANTILLAZIONE, che non è proprio un canto ma una
modulazione melodica della voce.

La torah è conosciuta anche con il nome di Pentateuco, che


significa 5 libri ed è anche suddivisa in 54 Parashot che
sono delle sezioni tematiche. Ogni Parasha prende il nome
dalla prima parola con cui essa incomincia. I precetti
contenuti all’interno sono ben 613 e prendono il nome di
Mitzvot.

Ma chi ha scritto la Torah? E quando? Queste sono 2


domande la cui risposta non può essere univoca perché il
dibattito storico e scientifico in merito è ancora oggi molto
acceso. Dobbiamo evidenziare che per molto tempo la
legge ebraica è esistita solo oralmente e che solo in seguito
è diventata qualcosa di scritto e organico. Quindi già
questo aspetto ci da un’indicazione. Il fatto che la Torah
parla di eventi come la morte di Mosè e cosa successe
successivamente è ovviamente la prova che Mosè non può
aver stilato il testo da solo, ma hanno partecipato alla sua
stesura anche altri personaggi. La lettura della Torah è
sempre stata una tradizione importante, ma in alcuni casi
si è fatta di necessità virtù, quando ad esempio, durante la
dominazione Romana in Israele, lo studio della Torah nelle
varie accademie era stato vietato. A quel punto la
trasmissione orale e a memoria diventava una cosa
fondamentale.
Per quanto riguarda le date di scrittura della Torah, la
maggior parte dei biblisti oggi sostiene quasi di comune
accordo che fu scritta in un periodo che va dal 600 al 400
a.C.

Per quanto riguarda i manoscritti antichi delle copie della


Torah, pensate che i rotoli più antichi, in buone condizioni,
senza difetti, e quindi utilizzabili all’interno di una funzione
religiosa si trovano in Italia, nella sinagoga di Biella. Il
restauro di questi rotoli di Sefre Torah è stato concluso 4
anni fa e quando i rotoli sono stati utilizzati dalla comunità
ebraica di Biella la notizia ha fatto il giro del mondo.

I 5 LIBRI

La Genesi prende il suo titolo ebraico dalla prima parola


della prima frase, Bereshit , che significa "All'inizio [di]";
nella Settanta greca era chiamato Genesi , dalla frase "le
generazioni del cielo e della terra". Per quanto riguarda le
fonti storiche relative a questo libro, Ci sono quattro
principali testimoni testuali: il Testo Masoretico , il
Pentateuco Samaritano , la Settanta e frammenti della
Genesi trovati nel famoso sito archeologico di Qumran . Il
gruppo di ritrovamenti di Qumran fornisce i manoscritti più
antichi ma copre solo una piccola parte del libro; in
generale, possiamo dire che il testo masoretico è ben
conservato e decisamente affidabile.
La genesi consta di 50 capitoli e comprende il periodo di
storia che va dalla creazione del mondo alla morte di
Giuseppe. Si può dividere in due parti principali: nella
prima, si espone la storia dell’umanità dalla creazione del
mondo alla costruzione della Torre di Babele, abbracciando
così la storia di Adamo, di Seth, di Noè e dei figli di Noè,
fino al padre di Abramo. Nella seconda parte si narra la
storia di Abramo, di Isacco, di Esaù, di Giacobbe e dei suoi
dodici figli, fino alla morte di Giuseppe. Una delle parasha a
mio avviso più belle di questo libro è quella che racconta il
momento in cui Dio si rivela e si fa conoscere ad Abramo,
uno dei 3 Patriarchi del popolo ebraico insieme a Isacco e
Giacobbe. Nel racconto di Bereshit vediamo un D-o che per
la prima volta si rivela ad un uomo e stringe con lui un
patto, un alleanza, quell’alleanza che esiste, ancora oggi,
nella discendenza di Abramo, ovvero il popolo ebraico.
Quest’uomo scelto da Dio risponde a quella chiamata
abbandonando il politeismo e intraprende non una
religione, ma un cammino di profonda analisi interiore, che
è poi l’esempio di ciò che dovrebbe essere la fede ancora e
soprattutto oggi. Nel libro della Genesi troviamo anche i 12
figli di Giacobbe, discendente di Abramo. Dai nome di
questi 12 figli derivano i nomi delle 12 tribu’ di Israele:
Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Dan, Neftali, Gad, Aser,
Issachar, Zabulun, Giuseppe e Beniamino

E passiamo al secondo libro della Torah ebraica, L’Esodo,


ovvero il libro di Shemot. Consta di 40 capitoli e narra gli
episodi che accompagnarono la uscita dall’Egitto. Si può
dividere in tre parti principali. La prima, narra l’oppressione
a cui fu assoggettato il popolo ebraico in Egitto, e gli
avvenimenti che precedettero la libertà, abbracciando la
nascita di Mosè, la sua vocazione, la missione affidatagli da
Dio presso il Faraone, le dieci piaghe e l’istituzione della
festa di Pesach, la Pasqua ebraica. La seconda, espone le
vicende che precedettero l’uscita dall’Egitto, il passaggio
del Mar Rosso e il viaggio nel deserto fino al Monte Sinai.
La terza parte, invece narra la promulgazione del Decalogo
e di altre leggi, la costruzione del Tabernacolo e degli
arredi che vi erano racchiusi. Il Capitolo 20 del libro
dell’esodo è sicuramente uno dei più importanti in tutta la
Torah, ovvero il Decalogo, dal Greco Deka Logos. Ecco
riguardo a questo capitolo dell’Esodo vorrei fare un invito a
tutti coloro che non lo hanno mai letto. Purtroppo la
versione comunemente conosciuta dei 10 comandamenti,
specialmente in Italia, non è perfettamente fedele a ciò che
troviamo scritto nel testo. La tradizione cattolica infatti ha
incluso nella propria letteratura una versione ritoccata di
queste 10 leggi. Infatti se prendete un qualsiasi libro a
caso della catechesi cattolica, noterete che il secondo
comandamento viene omesso. E il decimo comandamento
viene sdoppiato di conseguenza per ovviare alla mancanza
di uno dei 10.

Il Levitico, in ebraico Vaikrà, ci racconta nel dettaglio una


lunga serie di leggi e notizie relative ai sacerdoti, che
all’epoca erano membri della tribù di Levi. La tribù dei leviti
era quella che si occupava di tutto ciò che riguarda il
tempio e il tabernacolo. Consta di 29 Capitoli e si può
dividere anche esso in tre parti: nella prima, dal Cap. 1 al
Cap. 10, si parla delle varie specie di sacrifici con il relativo
cerimoniale e dei diritti e doveri dei sacerdoti. La seconda
parte, dal Cap. 11 al Cap. 22, tratta delle impurità, delle
espiazioni e delle leggi di santità. La terza parte, dal Cap.
23 al Cap. 27, tratta degli istituti di vita ebraica quali il
Sabato, le feste, l’anno sabbatico e il giubileo, chiudendo
con le leggi sui voti, sui primogeniti e sulle decime.
Il libro dei Numeri consta di 36 capitoli, il termine ebraico
Bemidbàr si traduce in italiano con l’espressione ‘nel
deserto’. In realtà questo libro si chiama anche chumàsh
ha-pequdìm, il libro dei conteggi; in italiano si chiama
‘Numeri’. Infatti si apre con un censimento e torna più
volte sul concetto di numero. Il racconto si articola con le
istruzioni sull’organizzazione dell’accampamento, la
posizione di ognuna delle dodici tribù e il loro ordine di
marcia; si sofferma sulla distribuzione dei compiti attribuiti
a ciascuno, cominciando dai Kohanim. Il popolo è in
cammino verso la terra promessa, Eretz Israel. È
necessario ribadire le regole di purezza perché si mantenga
degno di questo dono. Il viaggio lo porrà di fronte a
popolazioni nemiche e difficoltà da sostenere che non
sempre gli ebrei affronteranno in modo corretto. Tutto il
popolo dovrà vagare per 40 anni nel deserto prima di
raggiungere la meta. Il libro si conclude con la visione della
Terra in lontananza e con le tappe toccate per
raggiungerla.

Il Deuteronomio consta di 34 Capitoli e riproduce i tre


discorsi con cui Mosè riassumeva le fasi principali della
storia da lui vissuta in quei 40 anni e le leggi sociali e
l’insegnamento morale fornito al popolo. Nel primo
discorso, Mosè rievoca l’uscita dall’Egitto, l’aiuto costante
offerto da Dio lungo l’arduo viaggio e riproduce le
esortazioni del profeta e gli appelli alla disciplina e alla
virtù. Il secondo discorso, che va dal Cap. 5 al 26, ripete i
comandamenti del Decalogo e le leggi concernenti la
guerra, la idolatria, e gli istituti della giustizia. Il terzo
discorso, è invece dedicato ad una solenne riconferma del
patto con il Signore, con le benedizioni promesse a coloro
che l’osserveranno. Gli ultimi quattro Capitoli, dal 30 al 34,
contengono le supreme istruzioni di Mosè con la nomina
del suo successore e chiude con la Cantica del Profeta, con
le benedizioni impartite alle dodici tribù e infine con il
racconto della sua morte, che come molti studiosi
affermano, è la parte del Deuteronomio che probabilmente
è stata scritta da Giosuè.

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