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S.

WILLIAMS: IL SENSO DELLA VITA SENZA DIO


Introduzione
Questo testo propone un’etica senza Dio, ovvero come istituzione sociale le cui norme non derivano da una
verità oggettiva, ma sono scelte dell’uomo (soggettive). Prendere Darwin sul serio significa che non partire
più dall’assunto di una legge morale naturale (visione religiosa, teologica e metafisica), ovvero una realtà
innervata di norme che l’uomo è in grado di cogliere razionalmente. Secondo l’autore Darwin ha ucciso Dio,
pertanto, si mette in contrapposizione a papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVII, che hanno fornito una
versione fuorviante della tesi evoluzionista: conciliando Bibbia e Darwin. L’etica del diritto naturale
(tomismo) è deceduta il 24 novembre del 1859 data di pubblicazione de l’origine delle specie di Charles
Darwin. Per l’autore, l’evoluzionismo dichiara la fine del teismo (credenza in un Dio personale e
provvidente) e critica anche il deismo (credenza in un Dio impersonale e causa prima), permettendo di
ricostruire la morale dai principi: dove un universo che contenga meno sofferenza è preferibile ad uno che
ne contenga di più. La scienza ha avuto un impatto fondamentale e profondo nella cultura moderna
contemporanea, non si limita solo ad influenzare gli aspetti esteriori dell’individuo con la tecnica, ma
penetra nel pensiero stesso e plasma gli atteggiamenti dell’esistenza. La tesi tradizionale è ancora diffusa,
rintracciabile nell’affermazione di Benedetto XVI, secondo cui la dimensione religiosa è parte integrante
della natura umana e delle persone: “l’esperienza religiosa rende l’uomo più uomo” (vertice della
condizione umana, dunque, l’ateo sarebbe meno uomo). Veniamo da una tradizione in cui l’ateo è
demonizzato o scambiato per un particolare individuo molto critico e polemico, il libro vuole mostrare che
l’esistenza senza Dio può essere profonda e densa di significato. Nel mondo premoderno, parole come
quelle di Bonaventura erano all’ordine del giorno: “il mondo creato è come un libro scritto da Dio, in cui si
può leggere la manifestazione della Trinità (teofania), specchio luminoso che riflette la divina sapienza”.
Oggi tali sicurezze e confidenze sono quasi del tutto scomparse, poiché Dio e la metafisica non sono
dimostrabili ma sono al massimo solo pensabili. Inoltre, nel mondo premoderno i significati erano
presentati come fatti scontati su cui l’uomo poteva esercitare poca scelta, mentre nel mondo moderno,
viene offerta una sorta di supermercato di significati (dittatura del relativismo) in cui l’uomo si aggira come
un consumatore con ampie possibilità di scelta fra diversi valori familiari, stili di vita e preferenze sessuali.
Nel mondo premoderno bisognava attenersi alla tradizione dove sia la sfera biologica che quella morale
dovevano camminare su binari già dati; nel mondo moderno, al contrario, il diritto è dell’individuo che può
scegliere autonomamente i propri significati e ideali di vita biologici e morali. Il tema del senso della vita in
passato veniva affrontato con astruserie metafisiche, oggi, su questo punto, la scienza non ha nulla da dire
in quanto si limita a descrivere i fenomeni illustrando come essi avvengono, senza pretendere di chiarire o
di spiegare il perché. La nostra civiltà è sempre stata orientata religiosamente, rivolta alla trascendenza e ad
un Dio provvidente; oggi appare sempre più secolarizzata con il senso orientato nell’autorealizzazione di
tutti gli uomini. Sono le tesi di Darwin che ci portano a dire che non c’è un finalismo, che non c’è un senso
già dato: il procedere è casuale ed il senso della nostra vita è una nostra scelta, un fatto umano soggettivo
non dato. Darwin e la sua teoria aprono le seguenti questioni filosofiche: 1) evoluzione ed esistenza di Dio;
2) evoluzione e posto occupato dall’umanità nella natura 3) evoluzione e la morale (su cosa sia giusto e
cosa sia sbagliato).
Evoluzionismo
Il concetto di evoluzione non nasce con Darwin, ma in riferimento alla teoria di Lamarck: in risposta agli
stimoli ambientali determinati organi si modificano per rispondere meglio alle esigenze di sopravvivenza
dell’animale, in base al principio secondo cui “la funzione crea l’organo”. Darwin è colui che ha fatto
guadagnare rispettabilità scientifica al concetto di evoluzione; il suo libro aveva due obiettivi: 1) dimostrare
che l’evoluzione avesse avuto luogo (fatto dell’evoluzione); 2) spiegare come avesse avuto luogo,
proponendo una teoria che dimostrasse il fatto. La vita è interconnessa per via genealogica e il meccanismo
di tale cambiamento evolutivo è la selezione naturale, che si basa sulla sopravvivenza del più adatto,
composta da tre elementi: 1) riproduzione differenziale (alcuni individui hanno una prole più numerosa
rispetto ad altri), 2) variazione (gli individui differiscono l’uno dall’altro), 3) ereditarietà (gli individui hanno
somiglianze con i propri genitori). Ogni organismo produce una prole più numerosa rispetto alle sue
possibilità di sopravvivenza (molti organismi muoiono senza riprodursi), ad ogni stadio c’è una lotta per la
sopravvivenza, la quale dipende dal caso, però alcuni individui possiedono tratti che rendono più probabile
la loro sopravvivenza e la loro riproduzione. I genitori trasmettono i propri attributi alla prole e, quindi, tali
tratti ereditari accrescono la probabilità che un organismo si riproduca. Un elemento fondamentale è il
tempo, la lenta accumulazione di tratti vantaggiosi fa la differenza con la formazione di adattamenti
complessi e la genesi delle specie completamente nuove.
Creazionismo
La teoria dell’evoluzione solleva domande scomode per i credenti, invadendo spazi che rientravano nei
confini della religione. L’idea di Dio è tra i concetti più importanti nella storia dell’uomo e non possiamo dire
se esista con certezza, prova di ciò è che quando due persone si confrontano riguardo la loro fede si
rendono conto di non credere nello stesso Dio. La concezione più diffusa di Dio è quella di un’Intelligenza
suprema che ha creato l’universo volontariamente e che continua ad agire oggi nel mondo. Questo è il Dio
dei creazionisti, coloro che rifiutano la teoria dell’evoluzione e adottano un’interpretazione letterale della
Genesi, in cui si ritiene che ogni specie sia stata creata separatamente e indipendentemente da Dio come
entità statica e immutabile (gli uomini discendono quindi da Adamo ed Eva). Vedono la teoria
dell’evoluzione come una grande menzogna, inventata allo scopo di distogliere gli uomini da Dio e
diffondere l’ateismo. I creazionisti della Nuova Terra (YEC) ritengono che Dio abbia creato la Terra e tutte le
forme di vita in un passato geologicamente recente (circa seimila anni fa secondo le genealogie bibliche) e
ritengono che, prima della caduta, la Terra fosse un pacifico paradiso vegetariano, dove la morte non aveva
nessuna giurisdizione. I creazionisti della Vecchia Terra (OEC) ritengono che Dio si è occupato della
creazione in momenti diversi e che la Terra abbia un’età che si concilia con l’interpretazione scientifica
(quattro miliardi di anni), questo secondo creazionismo risulta migliore intellettualmente.
Contrasti fra evoluzionismo e creazionismo
Secondo il creazionismo Dio ha creato le specie immutabili, in modo diretto e immediato, mentre secondo
l’evoluzionismo le specie mutano e si evolvono nel tempo (ogni specie si è evoluta da specie più antiche). La
teoria darwiniana risulta incompatibile con la prima interpretazione creazionista (YEC), in quanto la
selezione naturale non avrebbe potuto produrre, nell’arco di seimila anni, tutta la fauna e la flora che di
fatto ha prodotto. Anche l’idea che la Terra, prima della caduta, fosse un paradiso vegetariano immune
dalla morte è assurda, poiché gli esseri viventi si sono sempre uccisi a vicenda e la morte regnava già
incondizionata: prove di ciò sono i resti fossili. Grazie alle scoperte scientifiche possiamo affermare con
certezza che la vita sia stata realizzata attraverso un processo evolutivo per mezzo di selezione naturale. Ci
sono prove che confermano il processo evolutivo: la documentazione fossile dimostra le trasmutazioni che
hanno portato da un tipo di organismo ad un altro, un esempio è l’evoluzione del moderno cavallo, a
partire da un animale dalle dimensioni di un cane, oppure l’evoluzione delle balene a partire da animali
quadrupedi terrestri. Sono state trovate anche delle trasmutazioni che legano i gruppi zoologici differenti
fra loro, da cui si prova che sia gli uccelli che i mammiferi si sono evoluti dai rettili in modo separato. Un
altro filone di prove proviene dalle somiglianze riscontrate tra diversi gruppi di organismi, ad esempio le
giraffe, i ratti e gli esseri umani condividono la stessa struttura corporea a quattro arti. I creazionisti
potrebbero obiettare che le somiglianze derivino dall’idea che tutti gli organismi siano stati creati da un
unico architetto, con poche variazioni fra loro. Un altro argomento a favore dell’evoluzionismo consiste nel
sottolineare le caratteristiche inutili degli organismi, ad esempio la salamandra cieca di caverna, la quale
possiede occhi rudimentali, poiché deriva dalla lucertola che vivendo fuori dalla caverna aveva bisogno di
occhi funzionanti. Una parte delle prove a favore dell’evoluzionismo si basano sulle stranezze della natura
come l’atavismo (balene che nascono con zampe posteriori, in quanto derivate dai mammiferi): queste cose
il creazionismo non può spiegarle. Molti accettarono le teorie dell’evoluzionismo solo sulle specie animali, e
ritenevano che gli uomini fossero una speciale creazione di Dio, ma in realtà anche noi siamo dei prodotti
del processo evolutivo. Molti creazionisti sostenevano la presenza di un anello mancante tra gli uomini e le
scimmie, però oggi abbiamo una sequenza fossile dettagliata che ci permette di seguire le tracce dell’uomo
a partire da progenitori non umani. Un altro filone di prova è basato sulla presenza, nel corpo umano, di
vestigia del passato evolutivo, ad esempio la pelle d’oca ed il coccige, ereditato dalle scimmie in seguito alla
perdita della coda. Un’altra prova dell’evoluzionismo proviene dalla biologia molecolare, la scoperta
riguarda la presenza dello stesso codice genetico in tutte le forme viventi terrestri, che dimostra la
discendenza comune da una stessa origine.
Teoria del disegno intelligente
La maggior parte dell’opposizione proviene dai creazionisti, sotto forma di due temi d’accusa: 1) la teoria
evoluzionistica è fattualmente errata e la sua diffusione ha come effetto la depravazione morale; 2) si
accetta l’evoluzionismo come fatto ma non come concetto e si adotta il disegno intelligente (DI). Il DI ritiene
che l’evoluzione sia una teoria in crisi poiché non offre una spiegazione esaustiva dell’evoluzione di alcuni
fenomeni biologici. Ciò che l'evoluzione non può spiegare può essere chiarito facendo riferimento
all’attività di un progettista intelligente (non specificano chi può essere questo progettista). Molti difensori
del DI sono creazionisti, altri sono evoluzionisti teisti, cioè ritengono che le forme di vita sulla Terra derivino
tutte da un progenitore ancestrale, però la selezione naturale non è sufficiente a spiegare il processo. Una
delle argomentazioni più famose a sostegno del DI è l’argomento basato sulla complessità irriducibile di
Michael Behe: le strutture più complesse non possono essersi evolute per mezzo della selezione naturale,
ma devono essere per forza opera di un progettista intelligente (una struttura è irriducibilmente complessa
quando la sottrazione delle sue parti le impedisce di esercitare una funzione, ad esempio gli orologi e le
trappole dei topi). Il mondo biochimico è pieno di queste strutture, ad esempio il motore flagellare dei
batteri, la coagulazione del sangue, il metabolismo e il sistema immunitario. Questi esempi non possono
essere ancora spiegati ne compresi sotto la luce dell’evoluzionismo, pertanto, il DI ritiene che Dio possa
spiegare meglio i fatti in virtù dell’ipotesi che possa fare tutto. Inoltre, certe strutture biologiche sono
stupefacenti e non possono che essere il prodotto di un progettista intelligente. Per l’autore teorie del
genere ricorrono a Dio come un “tappabuchi” dei punti oscuri lasciati dall’evoluzionismo: quando non si
riesce a spiegare accuratamente e scientificamente qualcosa, si ricorre all’esistenza di Dio come
giustificazione. Questo risulta ridicolo visto che ogni volta che si riescono a dare spiegazioni, su ciò che in
passato era sconosciuto, Dio viene sempre più escluso e negato. Rimane problematico, anche ammettendo
la validità della teoria, l’identificazione del progettista con il Dio cristiano.
Argomento del progetto
Sono state avanzate molte ragioni per credere in Dio, quelle che hanno avuto maggiormente successo tra
l’opinione pubblica sono: 1) l’appello all’autorità biblica e 2) l’argomento del progetto (argomento
teleologico). L’argomento del progetto risale al tempo degli antichi greci e romani e si trova nei testi sacri di
tutte le religioni. Il mondo biologico ci fornisce gli esempi migliori, poiché il regno della vita è sovraffollato
di organismi e organi finalizzati a un certo scopo. Paley riassume ciò in questo modo “i segni del progetto
sono evidenti e, pertanto, ci deve essere un progettista: il progettista era una persona, quella persona è
Dio”. Prima del 1859 la scienza rafforzava continuamente l’argomento del progetto, in quanto rivelava
sempre di più un universo ben ordinato e complesso. Nel riscontrare queste cose la scienza accresceva la
venerazione tributata all’opera di Dio: osservare la natura significa ammirare il genio di Dio. Hume aveva
messo in luce alcune debolezze di questa argomentazione, soprattutto si chiedeva perché assumere come
progettista proprio il Dio delle religioni monoteistiche, e non altri dei. Alcune culture ad esempio credevano
nell’esistenza di due creatori, la ragione per cui si accetta che l’argomento del progetto provi l’esistenza di
un Dio singolo, è il fatto che si crede già in questo Dio per altri motivi (recupero acritico della tradizione).
Inoltre, perché il progettista deve essere onnipotente o perfetto? Il mondo non è perfetto e anche se lo
fosse ciò non implicherebbe l’esistenza necessaria di un creatore perfetto. Perché Dio è buono e non
cattivo? Esiste ancora o è morto consumandosi dopo la creazione? Hume aveva messo in luce le debolezze
del progetto, però non era riuscito a trovare una soluzione ed era giunto alla conclusione che la causa
dell’universo dovesse avere qualche somiglianza con l’intelligenza umana. Prima di Darwin molti pensatori
credevano che certe parti del mondo naturale fossero state create da un progettista, con Darwin ci
troviamo di fronte un’altra via: una spiegazione di come un processo naturale non diretto dall’intelligenza
possa produrre l’apparenza di un progetto. Se Dio non è necessario per spiegare l’ordine progettuale,
poteva darsi il caso che Dio non esistesse; eliminando ogni bisogno di una spiegazione sovrannaturale,
Darwin portò a compimento l’impresa di Hume: il distacco dall’argomento del progetto e, quindi, da Dio.
Dopo Darwin, Dio poggia su un terreno meno solido, la teoria dell’evoluzione falsifica l’interpretazione
letterale di Genesi e batte sul tempo l’argomento del progetto. La teoria di Darwin ha fatto da catalizzatore
di uno scontro tra scienza e religione, ed il concetto di Dio è sopravvissuto ai rischi di estinzione
modificandosi in modo da adattarsi ai nuovi ambienti intellettuali. Molte persone oggi affiancano la fede in
Dio all’accettazione degli elementi centrali della visione scientifica del mondo, tra i quali rientra anche
l'evoluzione.
L’evoluzionismo teista e deista
Charles Darwin era terrorizzato dalla prospettiva di rendere pubblica la sua teoria dell’evoluzione: l’idea
base, la selezione naturale, gli sovvenne nel 1838, vent’anni prima che fosse annunciata al mondo. Darwin
era molto preoccupato dello scandalo che la sua teoria avrebbe scatenato, di fatto, quando Darwin uscì allo
scoperto e confessò la sua teoria, la reazione pubblica fu blanda. Da più parti la sensazione era che la
scienza mostrava l’impossibilità di un’interpretazione letterale della Genesi e metteva in luce come le varie
specie fossero emerse attraverso un processo evolutivo. Ciò costituiva un incremento della nostra
conoscenza a proposito di Dio e della sua creazione e un rafforzamento della nostra comprensione del
divino (la teoria dell’evoluzione ci aiuta a capire come Dio abbia potuto portare a termine il lavoro della
creazione del mondo). Nonostante Darwin mantenne sempre private le proprie idee in materia di religione,
al tempo della sua prima formulazione della propria teoria, sembrava che fosse un teista o un deista. Più
avanti, si dimostrò agnostico o ateo, durante la sua vita si allontanò progressivamente dalla religione.
L’erosione della fede di Darwin pare dovuta a tragedie familiari e al concetto di selezione naturale, anche se
non pensava che l’evoluzione di per sé escludesse il teismo. L’accettazione della teoria dell’evoluzione non
implica necessariamente un rifiuto di Dio il centro della teoria di Darwin (l’idea che le specie mutino nel
corso del tempo e che le forme di vita sulla Terra siano tutte imparentate) è incompatibile soltanto con
un’interpretazione letterale del racconto della creazione di Genesi. Chiunque accetti un’interpretazione
allegorica dei racconti biblici può assumere che Dio abbia creato il mondo attraverso il processo evolutivo,
come dimostrato anche da Sant’Agostino (le ragioni seminali). L’approccio più semplice consiste
nell’assumere che Dio abbia diretto il processo evolutivo e che abbia sorvegliato l’intero corso
dell’evoluzione direttamente fino ad ora (evoluzionismo teista). Un altro approccio consiste nell’assumere
che Dio abbia scelto la selezione naturale e le altre leggi fisiche, come mezzo per dare la vita, per poi
lasciare agire le cosiddette cause seconde senza più intervenirvi (evoluzionismo deista). Quest’ultimo
aspetto, pur essendo ben coniugabile con il darwinismo, conduce al rifiuto di aspetti delle religioni
monoteistiche come i miracoli, le preghiere, fino a mettere in dubbio la validità stessa dei testi sacri. A
differenza del creazionismo, l’evoluzionismo teista ha il sostegno di molti scienziati e deve essere
considerato una posizione intellettuale degna di rispetto.
Origine dell’universo
Secondo molti scienziati l’inizio della vita ha avuto origine tramite processi autorigenerativi di tipo naturale
e casuale senza guide divine mentre secondo i creazionisti le prime entità viventi da cui discendono le altre
sono state create da Dio. La teoria della generazione spontanea, ovvero che i viventi nascono
autonomamente da materiale inorganico, si è dimostrata falsa mentre è più verosimile l’idea per la quale
una quantità di molecole organiche fuse a catene lunghe (polimeri) abbiano dato vita ad entità
autoreplicanti formando copie di sé (tutto ciò è dimostrabile e verosimile scientificamente). L’origine della
vita non ha certezza, è un mistero, ma ammettere sia grazie a Dio aumenta il mistero, quando rimanere
nell’ignoranza garantirebbe più certezza dell’origine divina. Verosimilmente la vita ha avuto origine dalla
materia inanimata con processi chimici che hanno portato all’evoluzione biologica in maniera naturale.
Dunque, non esiste un Dio biologico che ha avuto un ruolo nella costituzione del mondo organico, bensì un
Dio cosmologico, capace di aver creato l’universo con le sue leggi. Questo può risolvere il problema della
nascita dell’universo, ma sorge un altro problema: come si è originato Dio? Se abbiamo bisogno di un Dio
per spiegare l’origine dell’universo allora avremmo bisogno di un super Dio per spiegare come si è originato
Dio e di un mega super Dio per spiegare come si è originato il super Dio e così via. Un teista/deista
obietterebbe che Dio non richiede alcuna causa per esistere, ovvero è causa prima non causata; ma se
riteniamo plausibile ciò, perché non possiamo accettare l’idea che anche l’universo possa esistere senza
essere stato causato? Inoltre, vi sarebbero dei fenomeni subatomici studiati dalla quantistica che non
hanno cause (ad esempio il decadimento radioattivo dei nuclei): ciò comprova che non tutti gli effetti
devono avere una causa. C’è chi sostiene che l’origine della vita non possa essere casuale visto l’equilibrio
perfetto del pianeta che ci permette di vivere (zona Goldlocks di abitabilità), ma qualsiasi altro pianeta è
inospitale, quindi è stato inevitabile. Inoltre, è sbagliato ritenere la Terra ambiente idoneo alla vita viste le
cinque estinzioni di massa e l’estinzione del 90% delle specie che sono comparse. Seguendo il processo di
evoluzione (riproduzione, fitness differenziale ed ereditarietà) si potrebbe anche affermare che all’origine
dell’universo vi sia la riproduzione di stelle e buchi neri, noi siamo un effetto collaterale.
Origine della coscienza
Jack Mariatene, pensatore cattolico, accetta l’evoluzione ma afferma che Dio sia intervenuto in un
determinato momento di questo processo, scegliendo una coppia di ominidi ed infondendo in loro
un’anima immortale, pienamente dotata di libero arbitrio. C’è chi ritiene che proprio perché differenziata
dagli animali non umani, la coscienza sia una caratteristica non evolutiva di origine sovrannaturale. In
particolar modo non si spiegherebbe sennò la capacità linguistica, matematica, l’estetica o la moralità, tratti
non primari alla sopravvivenza. Non c’è una coerenza logica nel dire che il corpo è prodotto dell’evoluzione
e la mente no perché la mente è parte del corpo. L’evoluzionismo psicologico funziona esattamente come
quello fisico, attraverso un accumulo di caratteristiche e variazioni vantaggiose per l’individuo che vengono
trasmesse. Tuttavia, risulta difficile immaginare come la semplice materia possa essere capace di
consapevolezza, ma porre l’esistenza di un’altra sostanza non materiale dotata di coscienza non risolve il
problema ma lo sposta soltanto. Non serve postulare l’esistenza dell’anima, le caratteristiche mentali e
astratte che abbiamo possono essere connesse al materiale, il fatto che noi le attribuiamo ad un qualcosa di
immateriale è soltanto una deriva della filosofia tradizionale. La mente è dipendente dal cervello, prova di
ciò è che se il cervello è danneggiato, l’individuo non ha piena coscienza, ma il cristianesimo dice che
l’anima pienamente cosciente sopravvive nell’aldilà. Inoltre, se si afferma che anche Dio è cosciente, cosa è
la coscienza di Dio se è Dio a creare la coscienza? Vista la difficoltà ammessa di riuscire a dare spiegazione
della coscienza, è veramente utile giustificarla ponendo l’esistenza di Dio, a sua volta molto difficile da
spiegare? Occorrerebbe piuttosto ammettere la nostra ignoranza sull’argomento e attendere che la ricerca
scientifica trovi delle soluzioni. In conclusione, per l’autore, anche la nostra coscienza è materia, pertanto,
non perdura dopo la morte e non si separa dal corpo ma cessa di esistere con la dissoluzione del corpo.
Il problema del male (sofferenza)
Per Richard Darking il problema del male va soltanto contro l’esistenza di un Dio buono o onnipotente, il
problema del male è solo tale in rapporto con questa concezione di Dio, pertanto, le vie d’uscita sono:
 1) Dio non è onnipotente o non ha la facoltà di impedire il male (Jonas il dio debole: che creando si
ritira e lascia il mondo al caso e al divenire, poiché si indebolisce e rinuncia alla potenza).
 2) Dio non è del tutto buono può darsi che Dio sia malvagio (Parison il dio tragico: dio stesso ha in sé il
male combatte in sé poiché dentro di sé ha il seme del bene e il seme del male, in questo dio tragico
prevale il bene ma nella sua creazione prevale il male).
Infatti, come avrebbe potuto un Dio onnipotente, amorevole e padre prevedere, pianificare e creare un
sistema la cui legge si basa su di una spietata lotta fra gli individui in un mondo sovrappopolato? Darwin,
talvolta, accarezzò l’idea che un qualche tipo di Dio avesse potuto progettare le leggi della natura, ma
faceva molta fatica a credere che l’universo fosse guidato e controllato da un qualche tipo di forza
benevolente (a causa della crudeltà degli enti viventi e della natura). La teoria dell’evoluzione esaspera
radicalmente il problema del male, il processo evolutivo che ci ha dato la vita implica mostruose quantità di
sofferenza distribuite su periodi lunghissimi di tempo, perché Dio avrebbe dovuto decidere di creare la vita
in modo tanto riprovevole? Se Dio esiste ed è onnipotente e buono perché c’è così tanta sofferenza, ovvero
così tanto male nel mondo? L’infanticidio, la violenza sessuale e il fratricidio sono diffusissimi in natura,
anche se l’evoluzione produce caratteristiche positive come la cura, l’altruismo e la solidarietà. Tuttavia è
un’evidenza che, da quando sono comparsi organismi con un sistema nervoso centrale, le esperienze del
dolore sono insite nei viventi (argomento sufficiente per contraddire l’esistenza di qualsiasi Dio onnipotente
e buono). Il dolore è la sofferenza abitano il nostro pianeta a partire dalla comparsa di organismi
multicellulari con un sistema nervoso in grado di processare l’esperienza del dolore e della sofferenza. Tutta
la sofferenza degli enti sensibili nel processo di selezione naturale nel mondo non lascia scampo alla fede in
un Dio onnipotente e buono che esercita la sua provvidenza e che si prende cura della propria creazione.
Nove tasselli della teodicea
Questa sofferenza degli animali non razionali è una sofferenza innocente, come anche quella dei bambini,
che non essendo agenti morali non possono essere ritenuti colpevoli. Se Dio permette tale sofferenza
innocente perché si dovrebbe obbedirgli? Per l’autore Dio è negato dall’esistenza del male che non
coinvolge soltanto l’uomo ma ogni essere vivente, un male che non ha alcuna giustificazione e
responsabilità: il male che tocca gli innocenti. Lo sforzo di trovare una risposta al problema del male senza
abbandonare Dio prende il nome di teodicea: una prospettiva teologica che serve a scagionare Dio dalla
presenza del male:
1) Il male è un’illusione: falso il dolore (male) non è oggettivo ma dipende dalle esperienze soggettive di
ognuno ed è quindi sbagliato poterlo considerare illusorio e se anche fosse è spiacevole ed inutile.
2) Il male è assenza di bene: falso poiché è possibile provare dolore (male) anche senza il piacere (bene) in
quanto le parti del cervello responsabili di processare tali percezioni sono autonome.
3) Il bene può essere valutato solo in relazione al male: assurdo si potrebbe affermare che Dio ha creato il
bene per insegnarci il male, inoltre alcune persone nascono senza la capacità di provare dolore.
4) Il male è una punizione divina per i peccati commessi: falso non si spiegherebbe perché anche bambini
e animali dovrebbero provare dolore pur non essendo agenti molari, inoltre, vi sono delle forme di
sofferenza così strazianti che non servono a nessun percorso di educazione ma annientano l’individuo.
5) Il male è opera di satana: falso se Dio è onnipotente e indirizzato al bene perché dovrebbe aver creato
satana? Dovrebbe in ogni caso essere in grado di sopraffarlo ed impedirgli di fare il male.
6) Le ricompense celesti valgono le sofferenze terrene: falso non tutti gli esseri viventi possono raccogliere
una ricompensa eterna, gli animali soffrono inutilmente e la loro miseria non trova senso.
7) Dio non aveva altra scelta se non creare questo mondo di sofferenza: falso si esclude l’onnipotenza
divina, inoltre, perché Dio ha comunque scelto di creare l’universo pur sapendo di tale inevitabilità?
8) Dolore e sofferenza sono elementi di avvertimento di potenziali danni: falso non tutti i dolori hanno la
funzione di avvertire, ma nella maggior parte dei casi il dolore è un effetto collaterale e senza scopo.
9) Il fine giustifica i mezzi, sebbene la selezione naturale abbia causato inimmaginabili sofferenze esse
sono pienamente giustificabili alla luce del risultato finale, ovvero l’evoluzione degli esseri umani: falso
in che modo l’estinzione di specie giustificherebbe il benessere di una sola, per poi generare individui
come Caligola, Nerone, Hitler e Mussolini ne valeva veramente la pena?
Teodicea: il libero arbitrio
La principale tesi usata dalla teodicea per giustificare il male nel mondo ed assolvere Dio dalle sue
responsabilità e il principio di libero arbitrio: ogni uomo è libero di agire ed è Dio a garantirne la libertà. Per
dirsi veramente libero l’uomo deve avere la potenzialità completa della scelta, la causa del male è la scelta
libera e volontaria dell’uomo. Dio ci ha donato la libertà del volere il male ha origine dall’abuso
peccaminoso di questa facoltà, il male deriva dalle nostre scelte non da quelle di Dio, i veri responsabili del
dolore siamo noi (il dolore ha un’origine etica non ontologica). Un uomo senza libero arbitrio non sarebbe
un vero uomo, ed un universo senza l’uomo dotato di libero arbitrio non sarebbe il migliore dei mondi
possibili (in breve Dio permette il male al fine di ottenere il maggior bene del libero arbitrio). In ogni caso la
nozione di libero arbitrio inizia ad entrare in crisi con la teoria dell’evoluzionismo, infatti, quando di preciso
si sarebbe evoluto il libero arbitrio? Da quando l’uomo è diventato responsabile e colpevole, da scimmia
che era prima senza libero arbitrio? Daniel Dennett nega che la libertà è compatibile con una causa, ma se
non c’è una causa c’è il caso e neanche questo permette il libero arbitrio sia determinismo che
indeterminismo negano la libertà. Anche se il libero arbitrio fosse possibile e veritiero, questo non
solleverebbe Dio dalla responsabilità del male visto che è il libero arbitrio ad averlo reso possibile (spostare
il problema all’uomo non ha senso perché Dio essendo causa prima risponde direttamente della sua
creazione: è Dio che ci ha creato). Per l’autore Dio ha agito in modo sconsiderato, immorale e
irresponsabile se ha creato gli esseri umani sapendo che ci sarebbe stata anche solo una possibilità che
l’uomo potesse produrre tutto il male che di fatto produce (come il dottor Frankestain era responsabile dei
danni causati dal suo mostro, così Dio è responsabile dei danni causati dalle sue creature). La libertà è
sicuramente un bene ma, talvolta, bisogna impedire atti liberi ma scellerati quali la violenza sessuale e
l’omicidio, dunque, la libertà non è il bene assoluto e in questi casi non agire per fermare e impedire tali atti
sarebbe fare il male. La carenza principale del libero arbitrio è dettata dal fatto che, dato che gli animali non
sono agenti morali e visto che l’evoluzione della vita sulla terra è avvenuta prima che apparissero agenti
morali, il problema del male non riguarda il libero arbitrio (la maggior parte del male presente del mondo
non è da addebitare ad una responsabilità morale come voleva Agostino).
Teodicea: scuola delle anime
Tutti sono d’accordo nel ritenere che sarebbe giusto che ci fossero meno sofferenze nel mondo, ma a detta
di alcuni il male e la sofferenza hanno per l’anima la stessa importanza che il cibo e la luce hanno per il
corpo (necessari per costruire il carattere, promuovere la crescita spirituale, espiare le colpe e affidarsi a
Dio). Jonh Hick sostiene che Dio e il male appaiono inconciliabili solo perché noi uomini partiamo da un
falso presupposto, ovvero credere che il mondo giusto dovrebbe essere un paradiso edonista. Ma noi non
siamo al mondo per divertici e per provare piacere, ma per trascendere la nostra natura peccaminosa e
divenire anime amorose e virtuose (la sofferenza serve per formare le anime). Ma, allora, perché alcune
anime soffrono di più di altre, mentre alcune anime non soffrono mai nella vita e conducono una vita
agiata? Bisognerebbe ritenere più fortunate le anime che hanno sofferto molto e non hanno mai avuto un
momento di tregua nella vita che quelle che hanno goduto di tutti i piaceri mondani evitando il più possibile
ogni sacrificio e sofferenza? Se questo è uno strumento d’avvicinamento a Dio non dovrebbe essere
ripartito in eguale misura tra tutti? Inoltre se Dio è buono perché ha dovuto lasciare sperimentare agli
uomini il male per comprendere il bene tenendo conto che il male e la sofferenza sono causa di milioni di
morti? Alcuni affermano che le tragedie personali e i momenti di prova, fortificano il sentimento religioso
delle persone, ma spesso fanno il contrario, Darwin dopo la perdita della figlia di 10 anni non si recò più in
chiesa: quell’evento fece allontanare Darwin dalla religione e fece svanire in lui la fede in un creatore
benevolente. Certe persone affermano che con la sofferenza è possibile aumentare la propria crescita
spirituale, empatia e fiducia nei confronti di Dio, ma questo è un sistema assurdo: al solo scopo di
promuovere la santità di pochi fortunati, Dio permette la sofferenza di altri milioni di enti sensibili viventi,
questa forma di teodicea si limita solamente ad ammettere l’esistenza di un Dio malvagio e selettivo.
Teodicea: le leggi naturali
Alcuni affermano che la teoria dell’evoluzione non complica il problema del male ma anzi lo risolve,
nell’evoluzione il male non è il prodotto diretto del progetto divino, ma uno sfortunato effetto collaterale
delle leggi di natura. Un Dio che crea attraverso questo leggi non è responsabile per le direzioni che
prendono gli eventi naturali (la natura in sé implica la sofferenza). Ma una divinità che crea attraverso leggi
naturali senza eccezioni, non può essere il Dio della tradizione teistica (che risponde a preghiere ed è attivo
provvidenzialmente) semmai una revisione del Dio dei deisti (causa prima indifferente agli eventi del
mondo). Secondo quanto già visto prima, la colpa del male è comunque da attribuire a Dio in quanto causa
prima e causa di tutto ciò che esiste (la difesa dei deisti è che Dio, neppure se onnipotente può fare
l’impossibile e visto che ha preso la decisione di creare l’universo con le cause seconde il male non deriva
da Dio ma dagli eventi naturali). Questa giustificazione è assurda visto che sarebbe come affermare che Dio
non può intervenire perché ha deciso di non intervenire, non lo assolve in quanto è sua diretta
responsabilità aver scelto quelle leggi e soprattutto di non correggerle.
Teodicea: argomentum ad ignorantiam
L’ultimo, ma forse il più scivoloso, argomento che resta alla teodicea è quello dell’ignoranza del progetto
divino, ovvero dell’incapacità di capire e decifrare il disegno del Dio che si muove in maniera
imperscrutabile per noi esseri umani limitati. Le sofferenze che ci sembrano ingiustificate fanno in realtà
parte di un disegno provvidenziale che tende al bene, ma che noi non possiamo cogliere (limitazioni della
logica e della razionalità di cogliere il piano divino dal suo inizio alla sua fine nella sua prospettiva eterna).
La tesi dell’imperscrutabilità di Dio appare come l’ultima spiaggia del teista/deista, come raschiare il fondo
del barile poiché non si ha più null’altro da cui attingere. Tutto questo è pericoloso perché per quanto
permetta di annullare le critiche alle altre teodicee può benissimo essere interpretato all’opposto, ovvero in
chiave negativa leggendovi un Dio maligno proprio perché imperscrutabile impossibile da dire se buono o
cattivo. Il problema del male ha tormentato per migliaia di anni i credenti, ma solo Darwin ha mostrato la
vera entità del problema, la teoria dell’evoluzione stacca la nostra mente dalla specie umana e mette in
luce la sofferenza degli animali mostrando come essa possa essere orribile. Il processo che ci ha dato in
dono la vita ha portato alla sofferenza e alla morte milioni e milioni di animali, e non si può negare che se
esiste un Dio questo Dio ha scelto il processo dell’evoluzione come metodo di creazione. Ma come può un
Dio buono aver deciso di creare un mondo con così tanto male? La visione tradizionale afferma che questo
è un mistero di fede, mentre la visione del mondo ateistica offre una spiegazione convincente e un
chiarimento che non richiede contorsioni mentali. La sofferenza è gratuita e non c’è un senso logico, la
capacità di soffrire è stata plasmata con poco tatto, soffriamo perché siamo in grado di soffrire, ne abbiamo
la capacità come retaggio dell’evoluzione.
Farla finita con la religione
Per la maggior parte delle persone Dio è antropomorfo si dedica ad attività come la creazione e la
progettazione ed è provvidente (approva, disapprova, ha una natura amorevole e vuole essere riconosciuto
e adorato). Dio secondo queste visioni è una mente superumana e idealizzata, oppure Dio viene
considerato come causa prima o motore immobile, poi ci sono tutte le varie forme di panteismo e
immanentismo in cui l’universo non è creato da Dio ma è Dio stesso. Drummond afferma che il Dio
immanente dell’evoluzione è assolutamente più grandioso del Dio della vecchia teologia che compie
occasionalmente miracoli; Tillich dice è falso affermare che Dio esiste ma è anche falso affermare che Dio
non esiste (Dio è al di là dell’esistenza e della non esistenza); Kung dice che Dio è l’assoluto-relativo,
l’immanente-trascendente, la realtà più reale che tutto abbraccia e tutto permea. Secondo l’autore definire
Dio in questi modi è andare al di là della comprensione logica, non si sa più di cosa si sta parlando e si cade
nel paradosso. Pascal aveva affermato che se c’è un Dio è infinitamente incomprensibile, non siamo capaci
di sapere che cosa esso sia tanto che cosa esso non sia: Dio è trascendente non si può dire nulla di certo
sulla sua vera natura. Dunque, chi da definizioni ampie e dettagliate fa solo farfugliamenti vaghi e astratti,
che vanno oltre qualsiasi dibattito razionale entro cui l’uomo può definire il discorso logico. Riassumendo
esistono cinque possibilità nel rapporto tra evoluzione e Dio: 1) rifiutare l’evoluzione come fatto e teoria
mantenendo il Dio tradizionale; 2) accettare l’evoluzione come fatto e rifiutarla come teoria credendo che
sia Dio a guidare il processo evolutivo; 3) accettare l’evoluzione come fatto e teoria vedendo Dio come
creatore delle sole leggi naturali, esponendosi al problema dell’esistenza del male; 4) accettare l’evoluzione
come fatto e teoria sostituendo il Dio tradizionale con un Dio non-antropomorfo che risolve il problema del
male; 5) accettare l’evoluzione come fatto e come teoria rifiutando in completo ogni credenza in Dio.
L’antropologia evoluzionistica
La rivoluzione copernicana ha fatto crollare la dicotomia cielo/terra ed il sistema tolemaico, senza mettere
in discussione le dicotomie spirito/materia e uomo/animale, per questo ha avuto un impatto inferiore
rispetto alla rivoluzione darwiniana di concepire noi stessi e la natura. La teoria dell’evoluzione fornisce una
spiegazione naturalistica da cui si comprende come la mente non sia altro rispetto al cervello se non la
funzione di un organo che, come il resto del corpo, si è sviluppato tramite fasi evolutive che l’hanno portato
ad avere le caratteristiche ed i tratti odierni (psicologia evoluzionistica). Le emozioni si sono sviluppate in
contesti in cui avere certe sensazioni aiutava gli animali a fuggire dai pericoli o a procurarsi piaceri da certe
esperienze, per cui in certe aree, in certi animali ed epoche si sono più o meno sviluppati certi tratti
mentali. Non è il caso ipotizzare una parte spirituale distinta da quella materiale, poiché la consapevolezza
e le capacità mentali sono innervate nella nostra materia, non c’è un’altra dimensione al di là della materia.
Dennett afferma che da un punto di vista evoluzionistico la mente è l’attività del cervello, dato che il
cervello è meccanico anche la mente deve essere meccanica, da qui viene escluso il libero arbitrio e
l’immortalità. Sappiamo che quando buona parte del cervello viene danneggiato, si possono perdere
funzionalità della mente (memoria, immaginazione, razionalità, etc.), per cui è molto più ragionevole
pensare che la mente, una volta distrutto il cervello, venga completamente annichilita. La nostra esistenza
cosciente, dunque, termina con la morte celebrare in quanto la mente dipende dal cervello, pertanto, si
esclude la sopravvivenza al di fuori del corpo. Un’altra dicotomia è quella uomo/animali, siamo convinti che
le funzioni umane siano diverse (pensiero e intelligenza) da quelle animali al punto da giustificarne privilegi.
A questo aggiungiamo che abbiamo una visione statica e immutabile delle specie, come fossero scatole
precise che però in realtà sono tra loro interdipendenti da antenati comuni. La teoria dell’evoluzione mette
in crisi lo specismo, non più considerabile valido in assoluto, infatti, non esistono confini netti ma c’è un
continuum tra le specie. L’uomo è scalzato dal suo piedistallo e messo al fianco degli altri milioni di specie,
ma ciò non basta perché l’uomo non è al centro della storia, infatti, l’età della specie umana equivale ad un
battito di ciglia in un percorso di miliardi di anni di evoluzione (l’ambiente non è stato creato per gli uomini,
ma gli uomini si sono evoluti per adattarsi all’ambiente). Infine, anche il vitalismo assume una rilevanza tra
le caratteristiche del pensiero predarwiniano, ovvero l’idea per la quale esista una forza vitale che agisce
sulle forze inerti. La dicotomia vivente/non vivente in certi casi è evidente ma in altri no (come nei virus), ed
in generale abbiamo visto come nel processo evolutivo di origine della materia organica i confini tra vivente
e non vivente (proprio perché l’evoluzione è un processo) è graduale e non rigida. Inoltre, l’uomo è come
una macchina biologica, che con determinati elementi chimici è in grado di sviluppare certe capacità che
definiamo “viventi” o vitali.
L’evoluzionismo e il progresso
L’idea dell’inferiorità degli animali non umani è stata professata anche da scienziati secondo la teoria della
grande catena dell’essere (principalmente prodotta in occidente nel solco della tradizione cristiana). Alla
base di questa catena troviamo gli esseri inanimati, poi le piante con la vita, gli animali inferiori con vita e
capacità di dolore, poi gli umani che hanno capacità intellettive più sviluppate di tutti gli animali e al
culmine le entità divine. Come conseguenza abbiamo che l’uomo è scopo della creazione dell’universo e
l’evoluzione altro non fa che dimostrare un processo di progressione nello sviluppo dei viventi con l’uomo
come punto d’arrivo. Secondo la rivoluzione evoluzionista però l’uomo è alla pari degli animali perché,
studiando la cronologia evolutiva, l’epoca umana ricopre un arco temporale limitato, difficile credere fosse
il soggetto finale dell’evoluzione, inoltre, la caratteristica di casualità non permette di dare rilevanza ad una
teoria omocentrica. C’è chi però ritiene che la grande catena dell’essere sia una conferma dell’evoluzione
che stabilisce una gerarchia naturale dell’uomo sugli animali. Inoltre, è socialmente diffuso che l’evoluzione
comporti progresso, ma questa è una falsa interpretazione, l’evoluzione è semplicemente una serie di
cambiamenti adattativi. L’immagine più diffusa ed emblematica che presenta l’evoluzione come progresso
è una successione di figure a partire da una scimmia che trascina i pugni a terra, seguita da una serie di
forme intermedie, fino ad arrivare ad una figura di un maschio umano eretto. Questo rappresenta un
esempio di progresso falsamente illustrato, sebbene la selezione naturale produca cambiamenti,
etichettare ciò come progressi e miglioramenti significa attribuire una posizione positiva difficile da
giustificare. L’evoluzione in sostanza è un cambiamento nella sola frequenza dei geni in una certa
popolazione, niente di ciò implica progresso o miglioramento, l’evoluzione non è necessariamente un
cambiamento da considerarsi buono. La parola progresso ha una connotazione positiva ma in che modo si
può giustificare che la complessità sia migliore della semplicità, (progresso è ciò che è più complesso, che
può svolgere più funzioni): potrebbe essere che l’uomo sia una degenerazione dell’origine della vita,
intrinsecamente semplice, da cui poi si è formato la complessità atipica di certe linee evolutive. In che
modo le abilità intellettive dovrebbero essere facoltà superiori, la teoria dell’evoluzione ridefinisce la
ragione come un adattamento e così facendo la demistifica. L’uomo differisce dagli altri animali per le sue
capacità intellettive come un elefante differisce dagli altri animali per avere la proboscide, la ragione non fa
di noi una specie animale superiore in senso generale. L’aumento della complessità a volte comporta una
sua diminuzione, come nel caso del verme solitario che per adattarsi al contesto attuale ha perso sistema
nervoso e digerente. Inoltre, usare l’intelligenza come unico criterio valutativo esclude altre caratteristiche
come il volo, l’udito o altro che è più sviluppato in altri animali. Anche l’idea per la quale il corredo genetico
sia indicatore di progresso e sviluppo (privilegiando l’uomo) è sbagliato perché alcuni topi e pesci hanno un
genoma più complesso dell’uomo. Esistono perciò tendenze evolutive circoscritte con uno sviluppo interno
alle specie in base alle loro necessità senza gerarchizzarle perché ognuna risponde ai propri bisogni. L’idea
diffusa della ragione come caratteristica peculiare dell’uomo che corona l’evoluzione e garantisce gerarchia
all’uomo è facilmente smontabile. Se prendiamo il linguaggio allora l’uomo dimostra una funzionalità
migliore ma se prendessimo la velocità o la resistenza al freddo vediamo che gli animali non umani sono
migliori di noi. Infatti ogni specie e animali ha sviluppato i sensi e i tratti che meglio si adattavano al suo
contesto e ruolo nell’ambiente in maniera peculiare, queste smentisce la possibilità di fare comparazioni
oggettive ma solo arbitrarie.
L’evoluzionismo e il senso della vita
La teoria darwiniana ci aiuta nel rispondere alla domanda secolare del “perché siamo sulla terra e quale
scopo di vita abbiamo?”. L’autore esclude che questo scopo sia la sopravvivenza, la riproduzione o la
trasmissione dei geni (sposare la tesi di Darwin non implica credere nella legge del più forte), queste tesi
sembrano corrette per la visione sociobiologica, i darwinisti sociali che giustificano il dominio del più forte,
il capitalismo sfrenato e la non tutela dei deboli. La teoria dell’evoluzione ci dice da dove veniamo (storico-
essere) ma non cosa dovremmo fare ora che siamo qui (teleologico-dover essere), il meccanismo evolutivo
non deve essere il nostro stile di comportamento. L’evoluzione esclude uno scopo della vita finalistico e
nega la tradizione teleologica: noi siamo qui sulla terra perché ci siamo evoluti per mezzo della selezione
naturale e non abbiamo nessuno scopo (spiegazione storica e non teleologica). La prospettiva teleologica è
la principale assunta dalla religione, che dovendo giustificare l’esistenza dell’uomo nei confronti di Dio vi
trova cause e obiettivi ben definiti iscritti nel disegno divino. Dopo Darwin non c’è più alcun motivo di
pensare che la vita abbia un significato, si può vivere una vita felice anche se si accetta che la vita non abbia
un significato ultimo. Non c’è alcuna contraddizione logica nell’affermare che la vita sia qualcosa di buono e
al tempo stesso priva di significato o che l’universo sia splendido ma in ultima analisi senza uno scopo. Per
l’autore noi siamo l’universo, dunque, i nostri scopi sono gli scopi dell’universo, gli esseri umani danno
significato all’universo che ne è privo: l’universo non ha avuto scopi finché non si sono evoluti gli esseri
umani e cesserà di avere scopi quando l’essere umano si sarà estinto. La prospettiva di una vita senza un
significato ascritto e ultimo può sembrare deprimente e non appagante, eppure si può vivere bene anche
con scopi individualmente individuati. Per gli esistenzialisti l’assenza di uno schema e scopo prestabilito
rappresenta una grande libertà perché permette di scegliere come dare un senso alla vita.
L’evoluzionismo e la morale
C’è chi sostiene che la morale sia un semplice costrutto sociale senza implicazioni, chi crede che dipenda da
verità eterne e chi, invece, ritiene che la morale abbia implicazioni evoluzioniste. Ci siamo evoluti in modo
tale da essere in grado di leggere la nostra storia e capire che siamo frutto del caso, tuttavia, siamo in grado
di scegliere i nostri scopi e i nostri fini. I sistemi morali umani sono regolati da emozioni e preferenze che
prendono origine dalla storia evolutiva, ma questo non implica che la morale complessivamente debba
essere un mero prodotto dell’evoluzione. I nostri codici morali hanno una vita propria, come svincolati
dall’evoluzione (richiamo alla legge di Hume non si può derivare il dover essere dall’essere). Se l’evoluzione
è una lotta tra individui basata sulla legge del più forte, allora, sarebbe presumibile sviluppare forme di
egoismo e sopraffazione nei confronti degli altri. Ma alcuni biologi hanno dimostrato che in natura, gli
animali non umani sono disposti a sacrificare parte del proprio fitness emotivo per farlo accrescere ad altri.
Hamilton ha scoperto la presenza dell’altruismo parentale in tutto il mondo animale, il che è possibile
grazie alla presenza di un gene condiviso da membri stretti di una famiglia: grazie a ciò, si spiega come gli
animali tendano ad aiutare maggiormente i parenti rispetto ai non-parenti. Trivers ha poi formulato la
teoria dell’altruismo reciproco, secondo il principio “tu fai qualcosa che mi sia vantaggioso se io in cambio
faccio qualcosa che ti sia vantaggioso” e vi sarebbero delle reazioni emotive che portano gli animali ad
accettare la strategia “occhio per occhio” (la simpatia, la gratitudine etc.) o a rifiutarla (l’indignazione, la
rabbia etc.). A ciò si obietta che talvolta si compiono degli atti altruistici estremamente svantaggiosi per sé
stessi, ma vantaggiosi per altri (soldati che si sacrificano per salvare i commilitoni) che non sono parenti. Si
è sostenuto che l’altruismo estremo sia un dono di Dio e non il frutto dell’evoluzione, ma l’altruismo
disinteressato non è la norma tipica della nostra specie, non è necessario spiegare queste forme di
altruismo inattese per mezzo dell’evoluzionismo. Vi è poi un altruismo “accidentale”: per esempio adesso si
è meno diffidenti verso gli stranieri, perché un tempo le comunità erano più chiuse in sé stesse ed estranee
a contatti esterni. L’area della morale sessuale è un tema che ha impegnato gli evoluzionisti soprattutto
sulla questione dell’incesto e della riproduzione, elemento basilare della selezione naturale. L’incesto è
evoluzionisticamente riprovevole perché mischiare geni recessivi è dannoso per la fitness della prole,
Westermarck sostiene che individui che crescono assieme abbiano meno predisposizione all’incesto.
Bisogna distinguere tra la morale psicologica innata e la morale condivisa formalizzata, quest’ultima non ha
un’origine evolutiva diretta ma è un costrutto culturale ed è il prodotto di molteplici forze. L’altruismo è il
risultato di una selezione di gruppo genetica culturale secondo la quale quelle culture si adattavano meglio
ai cambiamenti, rendendo ereditaria la trasmissione delle tradizioni. La morale non è un prodotto diretto
dell’evoluzione non abbiamo sviluppato il desiderio di essere morali, infatti, spesso fare la cosa giusta
richiede uno sforzo di volontà che va contro i nostri impulsi dominanti. Alcune tendenze evolutive sono
considerate morali come la cura parentale e la formazione di legami di coppia monogamici; altre sono
considerate immorali come l’aggressività la xenofobia e l’infedeltà sessuale. La morale non è un riflesso
della nostra natura, ma è un metodo per controllarla (un antidoto alle spinte egoiste naturali). In
conclusione la morale condivisa non è l’esito di un processo di evoluzione, ma il risultato di un faticoso
processo culturale (il dover essere è rendere il mondo un posto migliore limitando le sofferenze). L’uomo è
in grado di riflettere sul crudele processo della selezione naturale, da cui è stato creato, ma piuttosto che
inorridire può lottare contro tali crudeltà andando contro natura.
Il darwinismo sociale
La teoria dell’evoluzione è stata strumento del darwinismo sociale: si ritiene che i principi
dell’evoluzionismo debbano produrre, sul piano sociale, l’esclusione dei più deboli e l’assegnazione di un
ordine gerarchico tendenzialmente sessista, razzista e classista (lo status quo). Questa pericolosa
impostazione etica, giustifica la sopraffazione del più forte sul debole e l’ingiustizia sociale facendo leva
sulla selezione naturale. Il darwinismo sociale applicato all’economia ha portato alla giustificazione del
capitalismo secondo l’idea che la legge del più forte e del più adatto comporta progresso. In realtà
l’evoluzionismo non è solo egoismo ma anche altruismo, hanno frainteso la selezione naturale con
l’hobbesiano “tutti contro tutti”. L’autore riprende Hume e Moore a partire dalla teoria dell’evoluzione di
Darwin, per non cadere nella fallacia naturalistica: il dover essere non deriva logicamente dall’essere e i
valori non derivano logicamente dai fatti. Si parte da Darwin per mettere da parte l’etica tradizionale e
creare un nuovo impianto, non deducendo l’etica dall’essere così da evitare di cadere nell’errore della
giustificazione degli aspetti più effimeri della realtà. Inoltre, ciò che è funzionale in termini adattivi non
sempre è desiderabile per noi, dunque, non c’è ragione per pensare che i principi selettivi che operano tra i
geni debbano promuovere il progresso sociale.
La responsabilità morale
Si è sostenuto che la psicologia evoluzionistica elimina la responsabilità: nel caso di comportamenti
discutibili, l’uomo non ha colpa perché la natura lo ha predisposto ad agire in quel modo (l’infedeltà non
sarebbe una vera colpa per gli uomini perché la promiscuità sessuale nei maschi è più forte, laddove le
femmine sono più propense alla fedeltà). Ma le motivazioni di tali comportamenti potrebbero anche essere
dovute alla società (il fatto di essere cresciuti in una società patriarcale), entrambe le spiegazioni, sia quella
naturale che quella socioculturale, eliminerebbero dunque la responsabilità. La condizione di partenza
dell’uomo non è una tabula rasa, l’uomo non sceglie i propri geni, pertanto, non è responsabile di ciò che
essi gli fanno fare e non sceglie né la cultura in cui nasce, né le sue prime esperienze (determinismo). Ma
questo è falso perché noi siamo in grado di comprendere e sapere, nei limiti del possibile, che le nostre
azioni creano sofferenza e che, dunque, sono azioni cattive e da evitare. Il concetto di responsabilità,
ovvero l’essere responsabile come agente morale ha lo scopo di migliorare il nostro comportamento
individuale e di proteggere la società, si può essere responsabili anche se condizionati, l’evoluzione non
cancella la responsabilità personale.
La teoria eugenetica
Anche l’eugenetica, che si pone l’obiettivo di modificare geneticamente gli individui migliorandoli, è stata
giustificata secondo l’evoluzionismo. Ma la selezione naturale non prescrive di dover forzare questo aspetto
e nemmeno lo cita come giusto o buono, si limita a riconoscere che il più adatto sopravvive. Galton ha
sostenuto che nella società umana sia un errore cercare di salvare le vite di tutti, anche quelle degli storpi o
dei malati mentali che quindi possono riprodursi, e in secondo luogo che nella nostra società ad avere più
figli sono le persone meno intelligenti, meno industriose e meno coscienziose. La Germania nazista aveva
come fine il miglioramento della razza ariana, e decise di bersagliare coloro identificati come “vite di nessun
valore” o “degenerati”, a questi avrebbe dovuto essere impedito di riprodursi, in modo da non diffondere i
propri geni all’interno della popolazione. I nazisti, inoltre, non hanno fatto altro che corroborare con i
principi darwiniani una visione del mondo già esistente, come l’idea della superiorità naturale del popolo
tedesco, così da rendere carattere di scientificità a questi assunti. Dunque, la filosofia nazista ha disposto
arbitrariamente della teoria evoluzionista per giustificare assunzioni pseudoscientifiche come la dottrina
della razza. Il fatto che la teoria sia stata male usata non implica una perdita di autorevolezza della stessa.
La tesi giusnaturalista molto in voga nel cristianesimo ritiene che esista una legge naturale che governa la
moralità ma questo scade sempre, sia attribuendo alla naturalità il bene e all’innaturalità il male, in una
fallacia naturalistica. Essere sporchi non è naturale eppure nessuno vieterebbe l’igiene, come essere
omosessuali considerato un male contronatura in realtà conferma un orientamento ben presente in altre
specie. La lettura eugenetica dell’autore è in una prospettiva di prevenzione che mira a migliorare la
costituzione genetica della specie per impedirle di deteriorarsi. Non c’è nulla di sbagliato nell’interferire con
l’ordine naturale delle cose, ma tale capacità di interferire è da leggere come parte dell’ordine naturale e
spesso per essere morali bisogna andare contro la natura.
L’evoluzionismo e la dottrina della dignità umana
Le resistenze alla teoria dell’evoluzione poggiano sul fatto che metterebbe in pericolo la morale tradizionale
impostata e concepita come istituzione naturale, predarwiniana che stabilisce divieti e doveri assoluti. Chi
la sostiene al contrario ritiene che dall’evoluzionismo si possano comprendere fatti in grado di far
progredire la morale vigente tradizionale. La morale tradizionale è guidata dal principio di dignità umana e
sacralità della vita, ovvero che la vita è un bene (un dono) fondamentale e inviolabile in ogni suo aspetto e
qualsiasi elemento o scelta che la inficia è vietato (aborto, eutanasia, contraccezione, etc.). Rachel sostiene
che tale dottrina antropocentrica è sostenuta dalla 1) tesi dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio
e 2) tesi dell’uomo come creatura speciale perché razionale (assunto come criterio di progresso). Queste
due caratteristiche facevano dell’uomo il vivente prioritario e principale, legittimato al privilegio rispetto gli
altri animali. L’evoluzione però rivendicando la casualità del processo evolutivo e attacca entrambi questi
punti. C’è chi ritiene che tramite la selezione naturale si possa giustificare il dominio sugli animali, non solo
quindi per principi religiosi che stabiliscono gli animali come strumento e dominio degli umani, ma anche
tramite l’idea che l’uomo avendo la ragione e la possibilità di dominare gli animali possa e debba farlo per
legge di natura e sopravvivenza. In realtà Darwin ci dice che l’uomo è un animale e che ha il suo stesso
statuto e legittimità di vivere senza sfruttamento. Quando si affronta il problema della sofferenza, spesso
non lo si affronta in maniera completa, si guarda solo alla sofferenza umana e non a quella che l’uomo
genera nei confronti degli altri animali. Molti teisti hanno sostenuto che gli animali non umani non
provassero il nostro stesso dolore, in quanto privi delle caratteristiche superiori di proprietà dell’uomo.
L’antropocentrismo (o specismo) ha portato ad accordare all’uomo il privilegio di tratti che in realtà sono
comuni a tutti gli animali. Ma non si capisce perché, riconoscendo la mente come caratteristica del cervello,
ed essendo gli animali forniti di cervello, loro debbano soffrire meno degli uomini. Il gap tra l’uomo e gli
altri viventi salta c’è un unico universo dei viventi senza divario ontologico; la teoria di Darwin ridimensione
l’importanza che gli uomini si attribuiscono nel grande schema delle cose, nei termini dello zoologo Morris:
“non siamo più angeli caduti, ma scimmie che si sono alzate in piedi”, l’uomo è scalzato dal sui piedistallo.
L’antispecismo
Se decidiamo che un principio morale valido sia quello di ridurre al minimo le sofferenze non necessarie,
non si capisce perché questo principio non debba essere universale, invece di essere applicato ai soli esseri
umani, dal momento che gli animali possono soffrire. Non si può neanche accettare di evitare di far soffrire
solo quegli animali che elaborano meglio il dolore, come uno scimpanzé rispetto ad una mosca, perché
anche questo implicherebbe una scalarità di importanza dei viventi e una diversità di trattamento. L’autore
propone un’etica utilitarista intraspecifica e antispecista che ha come obiettivo la riduzione della sofferenza
(richiamo a Peter Singer vita di un infante ha meno valore di uno scimpanzè). Lo specismo viene criticato e
considerato come un pregiudizio, l’uomo è troppo abituato bene dalla tradizione ad essere considerato il
centro della creazione e unica specie vivente degna di dignità: la dottrina della dignità umana non è
innocua, poiché rappresenta la base intellettuale di un sistema morale che giustifica l’indifferenza per le
sofferenze degli animali e bolla come omicidio l’uccisione compassionevole di uomini. Il suicidio non è
innaturale nel mondo postdarwiniano perché la scelta del momento della morte non spetta a Dio e non ci
sono leggi di natura che lo impediscano. È strano di aver elevato la sopravvivenza biologica al di sopra della
qualità della vita stessa per la persona che la vive; la vita non dovrebbe essere considerata buona di per sé
indipendentemente dalla felicità di chi la vive. Va notato, dice l’autore, che la maggior parte delle persone
che si suicidano non lo fanno in modo razionale (cosa molto rara), ma perché in preda alla depressione;
potrebbero essere stati felici se fossero riusciti a superare questo momento. In ogni caso, escludendo il
valore infinito della vita, il suicidio può essere una prospettiva ragionevole ed eticamente lecita se la
persona vuole evitare sofferenze o è infelice. Con gli uomini vale lo stesso principio per cui si uccidono degli
animali per non farli soffrire, dimostrando in ciò di essere più compassionevoli e risparmiagli delle inutili e
terribili sofferenze.
L’ateismo morale
Peter Singer cita tre precetti per l’ateo che pensa che la vita non abbia nessuno scopo e nessun significato
ultimo: 1) fai qualcosa per i poveri del mondo, 2) fai qualcosa per gli animali diversi dall’uomo, 3) fai
qualcosa per l’ambiente. Questa è un’etica superiore alla tradizionale religiosa e metafisica che considera
grave il sesso prematrimoniale e la blasfemia e non si cura della tutela degli altri esseri viventi e del pianeta.
Di fatto l’evoluzionismo mette in crisi l’idea per cui la morale abbia una base e fondazione originaria, divina
e oggettiva. Per i teisti il darwinismo condurrebbe all’immoralità e nel lungo termine allo sprofondamento
della civiltà nell’anarchia ci sono giudizi teoretici non empiricamente fondati. Le ragioni sono
essenzialmente che, secondo la selezione naturale, l’uomo è portato all’egoismo e alla sopraffazione se non
ci fosse un Dio che attraverso le sanzioni del Paradiso e dell’Inferno indirizzi la nostra morale. In
quest’ottica, anche azioni praticamente svantaggiose, come l’altruismo, sono nel nostro interesse. In
secondo luogo, la teoria degraderebbe l’essere umano e ne impedirebbe un ruolo cardine nel grande
disegno delle cose, sicché gli uomini sarebbero legittimati ad agire come animali (egoisticamente,
promiscuamente e violentemente); siccome l’uomo diventa pura materia e la vita non ha valore ultimo,
allora ci si sentirebbe anche legittimati ad uccidere. Le assunzioni suddette hanno per presupposto una
concezione negativa della natura umana, ma si è visto che l’uomo sviluppi naturalmente anche una
propensione all’altruismo. Ci sono inoltre animali che vivono in gruppi sociali coesi pur non sapendo cosa
sia Dio né l’aldilà, dunque, la morale può anche non avere un fondamento religioso per garantire il
funzionamento di una società.
Il nichilismo morale
Appurato che l’ateismo non rende le persone malvagie, la religione le rende buone? In realtà non bastano
la fede in Dio e nell’aldilà per impedire ai criminali di delinquere, le persone sono più dissuase dal rubare
dalla possibilità di finire in carcere. Gli Stati Uniti sono il paese più religioso dell’Occidente e anche il primo
tra i paesi sviluppati in cui il darwinismo viene più ostacolato eppure è il primo paese in cui vengono
compiuti più crimini, e che la violenza è più diffusa nei paesi in cui la religione è più diffusa, come quelli del
sud. Gli atei seguono un comportamento mediamente più morale: tra loro ci sono meno pregiudizi religiosi
e razziali, meno omofobia, più tolleranza e compassione. Né la scienza né la religione possono darci
certezze sullo stabilire concetti giusti o sbagliati, semplicemente dobbiamo accettare il nichilismo morale:
non esistono proprietà morali oggettive e tutte le credenze morali sono false in quanto infondate. Questa
posizione non deve essere confusa con il relativismo morale che considera le credenze morali vere
all’interno di un dato gruppo sociale. Il nichilismo morale può essere ricalibrato tramite il non-cognitivismo:
tutte le teorie morali non sono vere ma senza per forza essere false o illegittime, in quanto i valori morali
altro non fanno che riflettere gli atteggiamenti e le preferenze degli uomini. Per il nichilista morale un
enunciato del tipo “X è giusto/sbagliato” non ha valore morale oggettivo, ma è valido solo per il soggetto
che lo formula. L’evoluzionismo può sostenere il nichilismo morale eliminando l’idea della morale oggettiva
cancellando razionalmente l’esistenza di Dio.
Conclusione sulla morale e sul senso della vita
Il credente basa la solidità della morale sulla teoria del comando divino o volontarismo teologico: qualcosa
è moralmente giusto o sbagliato perché rispettivamente comandato o vietato da Dio. Un’obiezione forte
prende spunto dall’Eutifrone platonico: “una cosa è giusta perché la divinità la comanda o la divinità la
comanda perché è giusta?”. Nel primo caso, si potrebbe dire che se Dio ordinasse di uccidere questo
sarebbe giusto, inoltre, si implicherebbe che la morale abbia un fondamento arbitrario, ossia la volontà
divina. Nel secondo caso, vi sarebbero degli atti di per sé buoni che Dio comanderebbe in quanto buoni, in
quest’ottica è indifferente per la morale che Dio li comandi o meno, infatti, essi rimarrebbero buoni anche
se Dio non li comandasse o non esistesse. Tali comportamenti morali sono dati in natura dal possesso di
certi geni, le proprietà morali sarebbero esattamente le stesse anche se si dicesse che non vi fossero verità
morali oggettive, secondo l’applicazione del rasoio di Ockham: l’uomo si è evoluto per elaborare dei giudizi
morali, a prescindere dal fatto che essi siano veri o meno. Un’obiezione è che i giudizi etici possano essere
reali pur non corrispondendo a fatti empirici: anche le facoltà numeriche di base hanno un’origine
evolutiva, ma ciò non vuol dire che i nostri enunciati matematici siano tutti falsi. Ma le verità matematiche
rimarrebbero vere in ogni universo possibile e in un certo senso sono connaturate alla realtà, visto che
riescono a descriverla così bene per formule: la matematica non è dovuta al nostro sistema evolutivo,
l’etica sì. Da Kant in poi si è pensato che le verità morali potessero essere desunte con la logica, al pari di
quelle matematiche, ma ciò è possibile solo a partire da alcuni assunti morali fondamentali che non
possono essere derivati dalla pura logica. In conclusione, la morale non deve essere abbandonata, ma
occorre abbandonare l’idea che abbia un fondamento metafisico. L’utilitarismo è la presa di posizione
morale più consona a chi accetti la teoria evoluzionistica: risulta impossibile il naturalismo, con la sua
deduzione del dover essere dall’essere, ma anche il deontologismo in assenza di verità morali oggettive. Pur
non essendo i principi dell’utilitarismo giustificabili, in un universo privo di scopo è preferibile favorire la
felicità e il piacere privi di scopo che il dolore privo di scopo. La morale non è innata ne data ma è
un’invenzione umana, un prodotto congiunto dell’evoluzione biologia e culturale. Le virtù abbracciate
dall’autore sono coraggio ed onestà, utili a riconoscere che Dio, l’aldilà e l’anima non esistono, la morale
non ha un fondamento oggettivo e che le nostre sofferenze non hanno alcun fine. L’uomo non è che una
particella insignificante in un cosmo sconfinato e l’esistenza non ha alcun significato, dove tutte le nostre
azioni si dissolvono senza lasciare alcuna traccia.