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STORIA DEL CRISTIANESIMO E DELLE CHIESE


LEZIONE 1

In questo corso dobbiamo cercare di distinguere la storia della religione cristiana e la storia
della vita religiosa cristiana dalla storia della Chiesa, come istituzione, prevalentemente
sulla Chiesa Cattolica (nel nostro corso), solo sui libri tratteremo le storia storie delle chiese
orientali e riformate. Su questa distinzione tra la storia del Cristianesimo e storia della
chiesa cattolica su cui si è molto riflettuto nei decenni precedenti, soprattutto negli anni 50
e 60 e si è riflettuto su questi temi di carattere epistemologico, dopo il Concilio Vaticano II,
negli anni 60, che venne indetto da Papa Giovanni XXIII nel 1959 e poi è stato avviato nel
1962, c’è stata una pausa a causa della morte del Papa e dell’elezione di Papa Paolo VI,
papa Montini ed è finito nel 1965. Concilio che ha dato molto importanza alla vita dei laici
all’interno della Chiesa e si è cominciato a studiare temi come la storia dei laici e sono
cominciati eventi importanti come la diffusione della storia del cristianesimo
nell’università, l’attenzione nei confronti delle donne nella storia del Cristianesimo.
Quando si parla di Storia della Chiesa Cattolica di solito si fa riferimento alla teologia, ma in
questo corso non ci occupiamo di Dio, ma la storia si occupa di uomini.
Continuo dialogo tra le chiese occidentali e orientali.
Bisogna tenere sempre presente che il Cristianesimo fa sempre riferimento, anche quando
si rinnova, al suo fondatore, che era un ebreo di Galilea, ossia Gesù di Nazareth, quindi il
Cristianesimo dei primi secoli è un Cristianesimo fortemente connesso con il giudaismo,
infatti Gesù è un predicatore Ebreo. Gesù è un personaggio storicamente esistito.
Non esiste un solo Cristianesimo, ma molti Cristianesimi, c’è una varietà di comunità, che
non hanno ancora almeno nei primi III secoli una base teorica comune e quindi ogni
comunità ha il suo nucleo teorico, ha il suo nucleo di credenze. La varietà e la multiformità
è la caratteristica del Cristianesimo ispirato a Gesù, infatti non si parla più di Cristianesimo,
ma di Cristianesimi. Anche oggi c’è una certa diversità tra il Cristianesimo dell’America
Latina dal nostro Occidentale e da quello Africano ecc.….
Il cristianesimo si è sempre adattato e si è diffuso (religione che fa proseliti) nelle culture
che incontrava.
Lo storico del Cristianesimo studia le chiese, le istituzioni ecclesiastiche (la chiesa
gerarchizzata), quindi la storia dei papi, la storia dei vescovi, la storia delle parrocchie;
studia le vicende storiche delle società che si definiscono cristiane (ci sono periodi in cui il
cristianesimo si identifica con le società). Per esempio la società carolingia (Carlo Magno) e
gli eventi che l’hanno attraversata per capire la riforma carolingia in ambito monastico,
sacramentale ed ecclesiale. Uno storico, Giorgio Pittorini, parla di intrinsechezza del
Cristianesimo con la società. Lo storico del Cristianesimo studia i culti e le pratiche religiose
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(come si declina il culto dei martiri, dei santi, il culto Mariano (su Maria) e studia il tema
della povertà. Studia le modalità con cui il cristianesimo si è diffuso, infatti è una religione
che fa proseliti. Studia anche alcuni singoli cristiani/cristiane.
Ciò che caratterizza il cristianesimo è:
1) Pluralità interna e la conflittualità interna (fatta anche a livello militare). Questa
pluralità e la conflittualità interna dà luogo a confessioni diverse oppure dà origine
alle eresie. Si sviluppa a partire dal III secolo quella che gli storici chiamano Grande
Chiesa, che ha un bagaglio di dottrine che si consolida che può dichiarare eretiche
altre deviazioni dottrinali. Prima grande eresia è l’arianesimo, in quanto c’è un
problema che devasta il cristianesimo dei primi otto nove secoli, cioè la doppia
natura di Cristo, uomo e Dio e l’arianesimo sostiene che il Cristo uomo ha la
prevalenza su Cristo Dio e quindi dà una maggiore importanza sulla natura umana di
Cristo, poi grazie ai Concili nascerà il principio della consustanzialità, la natura divina
e quella umana sono consustanziali. Comunque il problema continua, ad esempio le
popolazioni barbariche sostengono che il Cristo è più uomo che Dio. Il Cristianesimo
è pieno di conflitti perché è una religione che ha origine dalla confluenza del mondo
giudaico, con il mondo greco romano, quindi è una religione che nasce dalla
mescolanza di culture diverse, ma è anche la sua forza in quanto riesce ad adattarsi
alle altre culture e quindi non è monolitico, ma pluriforme.
2) Costante richiamo alle origini evangeliche, cioè Gesù e alla Chiesa Primitiva, nate
dopo la morte di Gesù. C’è questo mito delle origini è alla base di tutti i
cambiamenti che avvengono nella religione cristiana, cioè la riforma significa
sempre il ritorno alle origini. “Ecclesia semper reformanda est” = la chiesa si deve
sempre riformare e si riforma tornando al mito fondativo.
3) I cristiani sono orientati verso il futuro escatologico. Il messaggio che fa Cristo è
l’annuncio di un regno futuro, del regno di Dio. Il messaggio di Cristo è sempre
declinato come una critica verso l’assetto mondano.

Il cristianesimo parte dal monoteismo ebraico (Gesù è un ebreo di Galilea), ma introduce


alcuni elementi nuovi:
1) Tema dell’incarnazione; il fondatore è uomo, ma è anche Dio, c’è un Dio che si fa
uomo.
2) Pluralità trinitaria all’interno dell’Uno: il padre, il figlio e lo spirito santo.
Queste due novità saranno sempre molto problematiche e saranno molto discusse,
soprattutto da parte delle filosofie dell’età greco-romana e tardo antica e l’incontro del
cristianesimo con queste filosofie costruisce l’ortodossia, ossia il pensiero retto, il pensiero
ortodosso, ufficiale del Cristianesimo occidentale dell’età tardo antica e del Medioevo.
Queste riflessioni saranno investite in età moderna, quando si formeranno le chiese
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riformate e un’altra spinta di critica alla religione cristiana sarà realizzata nel periodo
dell’Illuminismo, che non coinvolge solo il Cristianesimo, ma tutte le religioni.
La storiografia ecclesiastica nasce durante e con l’Umanesimo, XV sec., 400. Nasce grazie
all’interesse degli umanisti non tanto verso il cristianesimo, ma verso le fonti. Il moto degli
umanisti infatti è “Ad fontes” (andiamo alle fonti). Gli umanisti si interessavano alle fonti
per un interesse più filologico che storico, ma che contribuisce a far mettere le basi della
storia della chiesa e del Cristianesimo, che nasce o rinasce? Nel 500, XVI sec. Come
rinasce? Nasce non con l’intento dello storico contemporaneo, che ha il compito di
ricostruire la verità dei fatti, ma nasce con intenti diversi, ossia intenti apologetici o
controversistici, quindi nasce per denigrare o difendere la fede cristiana. Prima opera di
storiografia ecclesiastica è:
1) Historia ecclesiastica o centurie di Magdeburgo (va di 100 anni in 100 anni) di
Mattia Flacio Illirico, teologo luterano ed è una storia che va da Gesù a Bonifiacio
VIII, primi del 300, che è il papa visto in maniera negativa dei luterani e vuole
dimostrare una tesi, ossia che la Chiesa Cattolica si è macchiata di peccati e si è
degenerata rispetto alle origini e solo la chiesa riformata è la vere erede della Chiesa
primitiva, il messaggio di Gesù. L’unico che si colloca nel solco della Chiesa Primitiva
è Lutero.
2) La chiesa cattolica risponde a tale opera, con un’opera apologetica, in cui si difende,
ossia Annales ecclesiastici guidati da Cesare Baronio, prefetto della biblioteca
vaticana e quindi ha accesso a tutti i documenti. Questa opera tratta la storia della
chiesa da Gesù fino a Innocenzo III, che muore nel 1216. Non sono centurie, ma
annali e quest’opera non termine col il cardinale Baronio, ma viene continuata fino
al 1800.
Queste 2 opere fanno un ricorso legato alla riscoperta e alla lettura delle fonti, metodo
storico, ma entrambi agiscono non per la ricerca della verità, ma agiscono con diversi
intenti, uno di accusare la chiesa cattolica e l’altra di difendersi. Lo studio critico dei
testi, avviato dagli umanisti e proseguito da Illirico e Baronio, mette in moto tutta una
serie di riflessioni che riguardano lo studio della storia. La novità è che i testi della
religione cristiana, tra il 400 e il 500, come tutti gli altri testi, non solo come testi
rivelati, quindi intoccabili, ma vengono studiati secondo le regole che riguardano tutti
gli altri testi e uno di questi testi è la Bibbia. I protagonisti di questa stagione di studi
sono Erasmo da Rotterdam e cardinal Bessarione. Inizia un percorso di autonomia della
ricerca dai presupposti confessionali religiosi. Ad esempio Galileo Galilei, che rende le
scienze della natura autonome dalla Bibbia. Da allora incomincia un processo di lavoro
sui testi religiosi e anche sui testi rilevati, che fa sì che lo storico del Cristianesimo
utilizzi gli strumenti del metodo storico e infatti gli antichi dicevano “sine ira et studio”,
cioè senza simpatie o pregiudizi, senza intenti controversistici o apologetici, senza
accusare o difendere qualcuno o qualcosa. Questo lavoro è durato secoli e non è stato
facile, infatti questo processo ha comportato drammi esistenziali, coloro che si sono
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avventurati su questa strada hanno pagato di persona, come Galilei, fino ad arrivare ad
Ernesto Bonaiuti, scomunicato dalla chiesa. che scrive a metà del 900, anni 40, una
storia del cristianesimo, in cui è applicato il metodo storico critico. Il libro venne messo
all’indice. Siamo nel tempo del Modernismo, scontro la modernità e la chiesa. Scontro
tra uno storico e il papato. Scontro simile a quello del 500, ma qua è uno scontro tutto
cattolico, in quanto Ernesto era un sacerdote, prima di essere scomunicato.
Il concilio Vaticano II ha portato a una grande diffusione di indagini storiche sul
cristianesimo. Dopo questo concilio c’è grande interesse per la storia del Cristianesimo,
soprattutto da parte dei laici e a partire dagli anni 60 ci sono state tantissime storie del
cristianesimo e ne escono tutt’ora.
Perché continuano ad uscire tante storie del cristianesimo?
Il cattolicesimo sta perdendo tanti fedeli e c’è la preoccupazione di questa crescita
dell’analfabetismo religioso delle persone e non centra la fede, ma dal punto di vista
culturale. Tuttavia c’è un grande interesse da parte delle persone nei confronti delle
varie religioni (società multietnica). Tutte situazioni che hanno bisogno dello sguardo
dello storico e della storia e di una lettura degli eventi che ne restituisca con semplicità
la complessità.
Per restituire la complessità non basta più uno studioso, ma ci vuole la collaborazione
di molti studiosi e ci vuole l’interdisciplinarietà. Queste storie del cristianesimo ci sono
a partire dagli anni del concilio e leggermente prima. Infatti fino alla metà del
novecento le storie del Cristianesimo o della Chiesa erano state a una sola voce. Ora i
temi essendo vasti, questo è cambiato e nascono due grandi imprese di storia della
chiesa, una tedesca “La storia della chiesa” diretta da Hubert Jedin e una francese
“L’histoire de l’église” di Augustin Fliche e Victor Martin.
Le novità di queste imprese erano:
1) Superamento dell’impostazione manualistica, non un manuale, ma tanti volumi
dedicati a tanti singoli argomenti
2) Tutte e due sono segnate dal vento del concilio, nascono qualche anno prima del
concilio e a concilio finito e poi c’è l’apertura ad una pluralità di autori, apertura cui
si giunse in seguito alla consapevolezza dell’enorme sviluppo delle conoscenze e
conseguentemente dell’impossibilità per un unico studioso di padroneggiare
tematiche vaste e complesse.
3) Enorme dilatazione dei temi e delle fonti.
Gli anni settanta sono uno spartiacque. Anni 70: due eventi importanti per la storia della
cultura e della storiografia: nascita del movimento femminista e il movimento del 68. Due
eventi di carattere politico, ma che influenzano la storia del cristianesimo, perché entra nel
cristianesimo la storia delle donne religiose, ad esempio Gesù aveva discepoli, ma anche
discepole.
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Gli anni settanta hanno dato avvio a un enorme fiorire di studi, però ci sono stati vari
problemi:
1) Dobbiamo con rammarico constatare che mentre gli orizzonti delle ricerche si
allargano e le ricerche si approfondiscono, nelle università italiane le materie
storico-religiose stanno vivendo una forte crisi di presenze e di quantità di
insegnamento
2) Il campo degli studi storico religiosi si è andato frammentando in una miriade di
discipline e specialità, fra le quali esiste paradossalmente una distanza assai
superiore di quella che esiste fra storici di confessioni diverse. Questo ha dei
vantaggi, come ad esempio l’interdisciplinarietà, l’archeologia ha avuto un grande
importanza dal punto di vista della storia del Cristianesimo, ma anche lo svantaggio
di concentrarsi solo su un elemento per tutta la vita e quindi una grandissima
frammentazione degli studi.
Negli ultimi decenni ci sono state varie novità e tendenze:
1) Studiare le chiese locali cogliendone e valorizzandone le differenze, le peculiarità e
studiando le chiese locali, nelle denominazioni degli studiosi, non si parla più di
storia del cristianesimo, ma di storia dei cristianesimi. Si è valorizzata la peculiarità
delle singole chiese, frequentando gli archivi. Questo tendenza si è diffusa grazie al
concilio Vaticano II.
2) Nuove tendenze di tipo trasversale, che attraversano tutti i periodi. Una di queste
tendenze è stata la storia delle donne religiose, sia le monache istituzionalizzate, ma
anche donne fedeli non istituzionalizzate. Sono nati volumi importanti come quello
“Donne e fede” pubblicato dalla Terza e che tratta il rapporto delle donne con la
fede da Gesù ai giorni nostri.
3) Dal 1998 Giovanni Paolo II ha consentito l’accesso agli atti dell’Inquisizione custoditi
nell’Archivio riservato del Vaticano. Ciò ha dato il via ad una serie imponente di
studi, di convegni e di edizioni di fonti che sono ancora in corso.

LEZIONE 2
Lezione che sarà dedicata alla ricerca e ai risultati sulla ricerca del Gesù storico e nel primo
volume del libro si parla di ciò, nei capitoli successivi si prosegue con una descrizione e lo
studio del movimento discepolare che cresce internamente al giudaismo intorno a Gesù.
Questo gruppo, solo in seguito, diventerà una religione autonoma, circa II secoli dopo.
Gesù predica solo nei villaggi rurali, non va nelle città o ci va raramente. Un cambio di
prospettiva si ha solo dopo la morte di Gesù e quando risorge, perché solo allora dà una
sorta di mandato missionario e invita i discepoli ad ammaestrare e a battezzare tutte le
genti. I gruppi che a lui fanno riferimento si aprono agli altri e quindi non solo agli ebrei,
ma come dice Paolo ai “gentili”, ossia ai pagani. Gesù è condannato dall’autorità imperiale
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al peggiore dei supplizi, ossia il supplizio inflitto ai ribelli politici. Nei primi III secoli i
cristiani vivono in una situazione altalenante. In alcuni casi vengono accettati e in altri no.
Nella seconda metà del III secolo vivono cruente persecuzioni. Nel corso di questi primi III
secoli si costruisce un sistema religioso indipendente da quello a cui tutto è partito, ossia il
giudaismo, anche se continuano i contrasti tra i cristiani e gli ebrei. Emerge su tutte queste
comunità un gruppo in particolare, La grande Chiesa (chiamata così dagli storici), che
costruisce un insieme di pratiche, di riti, di idee, ortodosse, ossia quelle giuste. Nel IV
secolo tutto cambia perché il cristianesimo diventa la stagione dell’impero, 380 Editto di
Teodosio. Già nel 313 con l’editto di Costantino la religione cristiana iniziava aveva qualche
privilegio e poteva essere professata liberamente. Nel VII secolo incontrerà un’altra
religione monoteista, l’Islam.
In questi primi VII secoli il cristianesimo si espande, fenomeno del proselitismo seguendo il
mandato di Gesù e infatti arriva in India, in Cina. Il Cristianesimo quando diventa la
religione ufficiale, viene scosso da alcune deviazioni dottrinali, la più importante è
l’arianesimo. Quest’ultimo considerato una eresia per la loro concezione sulla doppia
natura di Cristo, in quanto prediligevano nella loro concezione la natura umana di Cristo
rispetto a quella divina. L’arianesimo viene assunto da diverse popolazioni germaniche,
(così come i longobardi inizialmente) che fanno dell’arianesimo il loro tratto identitario.
Tutti questi eventi che caratterizzano il cristianesimo danno origine a diverse forme di
convivenza, in quanto il cristianesimo si adatta alle culture a cui vai incontro.
Quando il Cristianesimo si stacca dalla matrice giudaica? È difficile dare una risposta, ci
sono contesti in cui si stacca prima e in altri in cui rimane.
Nel corso della storia abbiamo tre ricerche su Gesù Storico. La terza ricerca tende a non
insistere sull’originalità del messaggio Gesuano rispetto al messaggio religioso giudaico e
ridurre l’originalità e inserire Gesù nella situazione in cui era, ossia come un carismatico di
Nazareth rispetto ad altre esperienze e dottrine religiose contemporanee che si erano
diffuse nel Mediterraneo. Alcuni storici fanno iniziare la storia del Cristianesimo con Gesù,
altri intorno al II secolo. Gesù entra in rotta di collisione con i Sadducei, cioè la casta
sacerdotale.
Testimonianza del III secolo: ancora nel III secolo si guardava alle comunità gesuane come
se fossero ebrei. Epigrafe Roma, trovata sul Palatino in un palazzo che si chiama
Pedagogium, palazzo in cui venivano formati i giovani militari. Nell’epigrafe c’è un uomo
crocifisso che ha una testa d’asino (Alexa Meno) e una persona in un atto deferenza verso
questo uomo crocifisso. L’epigrafe dice: “Alexa Meno adora Dio”. Riferimento a Cristo
crocifisso e significa che un certo Alexa Meno viene deriso perché adora il Dio dei Cristiani,
presentato crocifisso con una testa d’asino. Testa d’asino perché c’era una leggenda
giudaica, che viene riportata dall’autore dell’epoca Giuseppe Flavio, scrittore ebreo,
secondo cui gli ebrei adoravano l’asino. Nel deriderlo si fa confusione tra il mondo giudaico
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e il mondo delle comunità cristiana. Quindi all’epoca c’era confusione tra cristiani e giudei
e li confondono.

Altra testimonianza del III secolo è un amuleto, in cui viene rappresentato un uomo
crocifisso e sono scolpito alcuni nomi magici. Questo amuleto doveva appartenere o a un
sacerdote pagano o un mago, che mette insieme degli elementi religiosi che provengono
da religioni diverse e metteva elementi di religioni salvifiche, tra cui il cristianesimo.
Il cristianesimo è stato presentato come un processo trionfale, ma in realtà non è vero e
infatti è un processo lento, che emerge con fatica e spesso è stato rifiutato.
Molti storici mettono in dubbio l’esistenza di Gesù perché ad esempio tutte le fonti che noi
abbiamo del primo secolo di Gesù sono fonti dei suoi seguaci e gli storici romani non ne
parlano mai, se non Tacito ma riprendendo notizie dai cristiani stessi. Inoltre lo stesso
Ponzio Pilato non veniva mai nominato, ma in realtà è stata ritrovata una epigrafe a
Cesarea Marittima, in Oriente, ha mostrato che Ponzio Pilato era nominato come prefetto
della Giudea, quindi quello che dicono i cristiani è vero.
Nei primi II secoli abbiamo sul cristianesimo solo fonti letterarie prodotte dai cristiani,
mentre le fonti epigrafiche, iconografiche cominciano ad esistere solamente nel III secolo,
perché i Cristiani sono lenti nell’elaborare le proprie fonti, in quanto in alcuni contesti la
loro presenza non è ben vista, c’erano le persecuzioni. Pian piano le fonti si moltiplicano e
cominciavano ad avere anche fonti liturgiche, sullo svolgimento dei culti, fonti di
normative, come atti di leggi che si davano, ossia atti di concili. Cominciano ad emergere
tra le fonti anche le vite di cristiani, soprattutto vite di santi, quindi fonti agiografiche.
I cristiani hanno un grosso interesse per la storia e un cristiano che si chiama Eusebio di
Cesarea, scrittore e vescovo del III-IV secolo, che inventa la storia della Chiesa,
ecclesiastica. La storia ecclesiastica rinascerà nel XVI secolo.
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Perché i cristiani vogliono mettere per iscritto la loro storia? Perché i cristiani assumono la
consuetudine di rileggere tutta la storia dell’uomo a partire dalla venuta di Cristo.
Eusebio di Cesarea organizza tutta la sua opera di 10 libri, la Historia ecclesiastica,
partendo da Gesù fino alla fine dei tempi, quindi la fine dell’umanità. L’idea portante è che
la storia inizia con Cristo. Opera importante perché Eusebio di Cesarea inserisce brani di
opere di autori cristiani che sono andate perdute e che noi oggi abbiamo solamente grazie
a lui. Egli lavora alla sua opera dal 313 fino al 325, gli anni di Costantino. Eusebio vede e
descrive le persecuzioni degli anni precedenti, tra cui quella di Diocleziano. Questa Historia
è la prima storia della chiesa, anche se non è in ordine cronologico, ma mette insieme tanti
materiali. L’opera è in greco e viene quasi subito tradotta in latino e poi venne continuata
da altri autori. Vengono aggiunti infatti altri 2 libri e si arriva fino al 395.
Eusebio fa un proposito ed elenca quello che scriverà e si nota come ormai il cristianesimo
è separato nettamente dal giudaismo e troviamo per iscritto l’accusa di deicidio affibbiata
agli ebrei che rimarrà fino ai tempi di Papa Giovanni Paolo II. I temi dominanti di questa
opera sono l’importanza che ha assunto già nel IV secolo il rapporto tra il cristianesimo e
l’impero, infatti fa un elogio a Costantino. Parla dell’incarnazione di Gesù, elemento
fondativo della religione cristiana. Il frutto di questa incarnazione è la chiesa come
istituzione, che è la città di Dio terrena a somiglianza alla città di Dio celeste e fu fondata
dagli apostoli. Secondo Eusebio non è un caso che Cristo si sia incarnato sotto l’impero,
perché per Eusebio l’impero romano è voluto da Dio, perché è l’istituzione che ha reso
possibile questo e questa unione fra i popoli e di metterli in pace, che sono elementi
fondamentali per la diffusione del cristianesimo e per rendere possibile la realizzazione del
suo disegno provvidenziale. C’è una unione di un discorso su Dio e di un discorso
sull’impero, Teologia e politica e questo aspetto lo ritroveremo sempre nel mondo del
cristianesimo. L’imperatore imita Dio e assume tante virtù. Secondo tema importante sono
le persecuzioni, anche quelle per Eusebio sono volute da Dio per riconoscere qual è il suo
popolo. È Dio che mette alla prova il suo popolo attraverso le persecuzioni, che però
vengono realizzate materialmente dal diavolo. Dà una visione sulle persecuzioni quasi
provvidenziale, perché già nel IV secolo molti cristiani vivevano in maniera mondana.
I vari elementi raccontanti da Eusebio verranno poi ripresi, ad esempio Epifanio di
Salamina scrive sulle eresie dei primi cristiani; oppure le varie comunità inizieranno a
scrivere sui vescovi della propria comunità e avrà inizio un filone di biografie cristiane.
Liber pontificalis: a partire dal V secolo parla di tutti i vescovi, ossia i papi di Roma.
Notiamo sempre questo interesse nei confronti della storia.
Fonti su Gesù Storico: molti autori si sono dedicati a questa ricerca e anche oggi si continua
a studiare, ad esempio Enrico Norelli e Mauro Pesce. Quest’ultimo per divulgare questa
storiografia conosciuta da pochissimi ha scritto un libretto, “inchiesta su Gesù” di carattere
divulgativo insieme a un giornalista, Corrado Augias. E in questo libro racconta le principali
acquisizioni degli ultimi decenni sulla figura del Gesù Storico. Attorno a questa figura del
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Gesù storico c’è ancora molto interesse. Emanuela Prinzivalli infatti scrive che c’è molto
interesse nei confronti per il Gesù umano e sta crescendo e c’è bisogno che venga
divulgata la sua storia perché solo da poco in occidente le persone, i fedeli hanno avuto
accesso ai testi sacri e sta crescendo perché il tema dello scontro o dell’incontro fra
religioni.
Chi è quella categoria che può permettere di far conoscere Gesù come uomo? Lo storico
ed è per questo che Mauro Pesce ha fatto questa operazione. Lo storico può farlo solo
utilizzando il metodo storico. La risposta a questo libro l’ha fatta Benedetto XVI, nel 2007,
in cui scrive un libro su Gesù ed è un evento epocale. Il papa critica di quel libro, non il
metodo storico, in quanto era già stato fatto e voluto dai papi, ma critica il fatto che gli
esiti di questa ricerca siano stati dati in mano a persone che non ne capiscono il senso.
Questa preoccupazione si coglie anche dall’introduzione che fa Benedetto XVI sulla figura
di Gesù. Il papa ricorda che già nel 1943 c’era stata una enciclica che si chiama “Divino
afflantes spiritu”, in cui il papa legittima per i teologi cattolici e per gli storici cattolici l’uso
del metodo storico critico. Il papa dice che la tradizione è quella attraverso la quale i
cristiani conoscono Gesù e non la storia. La ricerca storica fa annaspare nel vuoto i fedeli,
perché ricostruisce un Gesù che non è simile a quello dei vangeli, ma che è più simile
all’interpretazione di chi scrive. Questa posizione del papa desta perplessità agli storici,
perché fa “confusione” tra il piano storico e quello teologico. Questi 2 piani, quello
teologico e quello della storia devono essere messi su 2 piani diversi. Questa
preoccupazione del papa, ma non c’è negli storici, anche quelli cattolici. John Meyer
(conservatore cristiano riformato) scrisse un’opera sul Gesù Storico e dice che non bisogna
ritenere i risultati della ricerca incerti e fragili come dice il papa. Quello che ci vuole dire è
che tutti i risultati della ricerca storica sono fragili e incerti, perché sono destinati ad essere
superati da altri ricerche, perché è la condizione dell’umanità di fragilità e incerta.
Sempre nel campo dei teologi riformati c’è un libro “quale Gesù”, 2 libri scritti da Marcus
Borg e Tom Wright. Questi 2 che fanno parte della terza ricerca sul Gesù Storico.
Nell’introduzione dicono che la pensano in maniera diversa, ma il loro lavoro è una
celebrazione del loro lavoro e della loro fede condivisa e questo vuol dire che propongono
un modo diverso di lavorare e che mettono insieme una base comune che sono condivisi
da tutti. Emanuela Prinzivalli condivide questo pensiero, ossia che bisogna accettare che ci
siano opinioni differenti, interpretazioni divergenti e si rivolge anche al magistero della
Chiesa, che se non accetta una cosa scomunica. Inoltre ritiene che però esista una
distinzione fra l’ambito della ricerca e della storia e della fede. Per quanto riguarda la
ricerca storica deve trattare Gesù come ogni personaggio storico, mentre l’ambito della
fede è un’altra cosa. I due piani vanno tenuti separati, anche se è difficile.
È importante restituire alla storia quello che le compete, cioè la capacità di considerare
storici solo quei fatti che possono essere ricostruiti col metodo storico e come tali accolti
da tutta la comunità degli storici.
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Emanuela Prinzivalli dice che pochi elementi sono accettati sia da credenti e non credenti è
consolante anche per i credenti, significa che fin lì tutti possono arrivare.
Altra critica che fa Benedetto XVI è che vengono fuori dei dubbi rispetto a come ci
raccontano la storia i Vangeli, ossia escono dei tratti di Gesù che non sono presenti nei
vangeli. Tuttavia già nei primi secoli alcuni credenti ne dubitavano della veridicità del
vangelo e ne riporta alcuni esempi, ad esempio Didimo il cieco, esegeta del IV secolo e fa
l’esegesi di un tratto del vangelo di Matteo cap.27, vv.52-53. È difficile fare l’esegesi perché
sono i versetti in cui si parla della resurrezione di Gesù e dice: “i sepolcri si aprirono e molti
corpi di santi morti resuscitarono e uscendo dai sepolcri apparvero ai parenti”. Questo
passo di Matteo c’è solo nel suo vangelo e non negli altri. Didimo il cieco ammette che
Gesù essendo figlio di Dio, questo fatto potrebbe essere accaduto, ma l’interpretazione
letterale di questo passo Didimo dice che non deve andare contro il disegno salvifico di
Dio. Didimo dice che bisogna fare attenzione perché accettare il senso letterale di un
miracolo si accetta l’idea che Dio costringa i suoi fedeli grazie all’evidenza, il miracolo, ma
Didimo dice che la fede non è questo.
È possibile fare ricerca su Gesù? Ci sono dei criteri:
Lo storico non si deve preoccupare che i Vangeli di (Matteo, Luca, Marco e Giovanni) sono
stati accettati, mentre quelli di Tommaso, di Pietro o gli Atti di Paolo e Tecla no, in quanto
le fonti vanno vagliate alla stesso modo. In un primo momento, dopo la morte di Gesù, non
si avevano testimonianze scritte, ma c’erano solo testimonianze orali. Chi ha composto le
opere del I o II secolo, sia che siano canoniche sia apocrife, si è rifatto a tradizioni
precedenti che non abbiamo più, sia scritte sia orali. Prima degli evangelisti ci sono state
delle raccolte dei fatti della vita di Gesù e pure dei detti. Gli studiosi partendo dai vangeli
sono risaliti alle fonti dei vangeli stessi. Ci sono 3 vangeli, Matteo, Marco e Luca, che sono
chiamati sinottici (si assomigliano molto) e presentano dei rapporti di dipendenza l’uno
dall’altro, in particolare Matteo e Luca dipendono da quello di Marco, che è il più antico,
intorno agli anni 70 d.C. Se noi dovessimo togliere in Luca e Matteo quello che viene preso
da Marco restano un insieme di detti di Gesù che costituiscono l’altra fonte indipendente
(che non conosciamo), che viene detta fonte Q (quelle in tedesco che significa fonte) da cui
attingono Luca e Matteo. Una prova dell’esistenza delle due fonti, per Matteo e per Luca è
data dall’esistenza di doppioni, ossia detti di Gesù, che ricorrono due volte in Matteo e
Luca, una volta in forma uguale a Marco e una volta in una forma comune tra di loro, ma
diversa da Marco. Esempio: “a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto”. Questo detto lo
ritroviamo in Matteo, cap. 13, vv.12; in Marco, cap. 4, vv25; in Luca, cap. 8, vv.18 e poi
nuovamente in Matteo, cap.25, vv.29 e in Luca cap.19, vv.28. Luca e Matteo hanno anche
del materiale proprio e questo significa che hanno preso da altre tradizioni. C’è un corpo di
queste tradizioni che è confluito in quello di Giovanni, che è l’ultimo ed è diverso, che ha
altre tradizioni e altre informazioni. Ci sono infinite tradizioni che confluiscono pure nei
vangeli apocrifi, che riprendono quelle dei 3 evangelisti + Giovanni, ma altri da altre fonti
orali e frammenti. Succede ciò perché emergono nuove fonti ogni volta, quindi è un
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mondo complesso. Gesù non ha lasciato nulla di scritto e inoltre parlava in Aramaico,
mentre i vangeli sono in greco e inoltre Gesù predicava molte volte e molto probabilmente
le parabole le diceva in maniera diversa. Quindi i detti che vengono riprodotti nei vangeli
sono modificati. Ma come detto ci sono dei criteri, che possono essere usati insieme e che
non sono sempre veritieri:
1) Criterio della dissomiglianza o discontinuità o originalità. Per molto tempo si è
ritenuto che fosse veramente di Gesù un episodio o un detto originale,
controcorrente, ossia che non si ritrova nel giudaismo o in altri personaggi
contemporanei a lui. Il rischi di applicare questo criterio è che lo fa diventare uno
sradicato dal posto in cui vive.
2) Molteplice attestazione: viene ritenuto autentico un detto o un fatto di Gesù che sia
trasmesso da fonti indipendenti l’una dall’altra. Esempio: contenuto della predica di
Gesù, ossia il regno di Dio e dei cieli e questo detto ricorre in tutte le fonti
indipendenti l’una dall’altra, quindi è probabile che Gesù abbia predicato ciò.
3) Criterio dell’imbarazzo: sono ritenute veritiere le parole di Gesù o i fatti che hanno
creato scandalo nelle comunità successive. Esempio il suo battesimo da parte di
Giovanni Battista, un predicatore carismatico (tutti pensano al contrario).
4) Criterio della plausibilità storica: corregge quello della dissomiglianza. Bisogna tener
conto del nesso tra Gesù e la comunità in cui vive. La differenziazione di Gesù può
essere sorta solamente dentro un ambiente giudaico e i suoi atteggiamenti devono
essere in grado di spiegare gli esiti successivi.
Quindi bisogna usare dei criteri che conducano a una certa coerenza, bisogna trovare delle
linee di tendenza, delle costanti del suo comportamento, da cui possono derivare degli
elementi che ci sembrano coerenti. I criteri sono una piattaforma comune da cui partire
per fornire delle interpretazioni che siano sempre più condivise.
Quali sono le informazioni che sono condivise dagli studiosi:
1) La nascita: che va intorno all’anno 4 a.C. sotto l’imperatore Augusto ed Erode il
grande. Il censimento non è compatibile con il regno di Erode, perché secondo gli
storici il censimento avviene 10 anni dopo la morte di Erode, ma quest’ultimo
muore nel 4 a.C.
2) La morte: dal 27 al 34 d.C.
3) Il muoversi di Gesù nella cerchia di Giovanni Battista, predicatore di cui ci parla pure
lo storico Giuseppe Flavio
4) Gesù non è un esperto di legge, non è un sacerdote, non rientra nella casta dei
sadducei, però è stato definito un carismatico, ossia un predicatore, la cui autorità
non gli deriva da competenze particolari in termini di oratoria, o da una istituzione o
perché conoscitore di legge, ma perché si presenta come colui che ha ricevuto un
dono da una istanza superiore e da ciò deriva la sua autorevolezza, così come
Giovanni Battista. Il segno dell’investitura che ricevono dall’alto sono le prove, ossia
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i miracoli. Chi è che lo definisce così, ossia un predicatore? Gli adepti, una cerchia,
che è interna che si muove con lui (i 12 apostoli, anche se non sono 12, le 12 tribù di
Israele 3 a 2 è finita) e una esterna di fedeli, che lo seguono da lontano. I carismatici
sono figure che sono entrate in conflitto tra di loro, infatti Gesù si stacca dalla
cerchia di Giovanni Battista.
5) Gesù in un primo momento non è un contestatore del giudaismo in terra di Israele.
Questa idea che è contro i farisei, praticanti, è una idea successiva che non vi è in
tutte le fonti. Ciò che è certo è che lui va contro la classe dei sadducei, ossia i
sacerdoti.
6) È un itinerante e ciò è un elemento di rottura nella società del tempo, in quanto è
itinerante chi si stacca dalla famiglia, che è il nucleo fondamentale della società
giudaica e l’onore della famiglia va rispettato. Egli abbandona alla famiglie e anche i
beni e adotta uno stile di vita di un itinerante ed entra in contatto con persone
impure, prostitute, esattori delle tasse ecc…. Gesù mette in discussione i valori della
famiglie e propone dei valori alternativi e infatti lui di famiglia se ne fa un’altra.
Gesù parla anche contro la sua famiglia, ad esempio dice “chi non odia suo padre e
sua madre non può essere mio discepolo” e con questo “odiare” si intende che chi
non smette di seguire i valori della famiglia e chi non esce dalla famiglia in quanto
nucleo protettivo non è degno di stare al mio seguito, perché Gesù propone valori
diversi. Il pater familias ha diritto di vita e di morte sui membri del suo nucleo
familiare, può esercitare violenza e Gesù si oppone a tutto ciò, egli è contro la
violenza, bisogna amare anche i nemici e bisogna subire la violenza.
Tutto ciò è considerato in maniera negativa. (capitolo di Enrico Norelli)

LEZIONE 3
La predicazione di Gesù si basa sull’avvento del regno del Padre già in questo mondo senza
aspettare che tutti si convertano e inoltre non avviene in solitudine, ma man mano si
affianca di un gruppo di seguaci che seguono i modelli di vita di Gesù. Ha degli adepti vicini
a lui e altri lontani, che vivono nei villaggi. Gesù non è un predicatore urbano, ma predica
nei villaggi. Il suo gruppo conduce una esistenza basata su rapporti di uguaglianza e
rispetto.
Come si diventa discepoli? In vari modi: ci si avvicina e ci si adegua al suo modo di vivere
oppure è Gesù che sceglie. L’abbandono della famiglia è un tema eversivo, ma non è
totale, infatti alla fine notiamo membri della famiglia alla croce. In questo gruppo che lo
segue c’è un gruppo di donne.
Cosa significa predicare il regno di Dio? Non è un messaggio politico e non è una
rivoluzione di tipo sociale, ma è un messaggio di valori e di conversione interiore, però dice
che Dio sta dalla parte dei più deboli. Il Regno di Dio non è una entità statica, ma è in
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divenire, in progressione è un processo che inizia con Gesù, ma perché cominci è


necessario un cambiamento di rotta, ma non politico o sociale. Non è un ribelle politico,
ma tuttavia viene processato come tale e la crocifissione è tipica dei ribelli politici e questo
perché la sua morte è connessa con disordini politici, conflitti scoppiati a Gerusalemme. Il
vangelo descrive alcuni conflitti → la cacciata dei mercanti dal tempio di Gerusalemme.
Gesù entra con i suoi seguaci nel tempio di Gerusalemme nel periodo che precede la
Pasqua ebraica, che è un periodo in cui le persone ebraiche speravano di essere liberate,
attendevano l’arrivo del messia e quindi c’è questa tensione sociale e Gesù ci finisce
dentro al punto tale che viene preso, processato e condannato a morte e crocifisso (morte
infamante). Dopo la morte di Gesù il suo seguito deve decidere come organizzarsi, se
disperdersi e far finire tutto, invece questo gruppo si ricompone e torna in Galilea da dove
tutto era partito e riprendono ad annunciare il regno di Dio. In Galilea c’erano molti
seguaci che si sono organizzati in piccoli gruppetti. I seguaci diventano dei predicatori
itineranti come Gesù. Il grosso problema era continuare a diffondere tale messaggio,
messaggio che era di una figura, ossia Gesù, che era appena stato crocifisso. Pure nella
Torah, colui che muore appeso su un albero è una morte infamante. Il problema, quindi è
che i suoi seguaci erano giudaici, quindi era considerata una morte infamante non solo per
i romani, ma anche per gli ebraici. Questo gravissimo problema viene risolto con la fede da
parte dei seguaci in un evento che è la Resurrezione che viene suffragata dalle esperienze
individuali e collettive che attestano l’apparizione di Gesù risorto. Queste esperienze
secondo le fonti creano la convinzione nei seguaci di Gesù che Dio stesso sia intervenuto
nei confronti di questo uomo, facendolo entrare in una condizione esistenziale nuova,
ossia quella del risorto. Dio fa questo in attesa che Gesù torni nuovamente in una
condizione nuova, che non è più quella di uomo. Nel vangelo di Giovanni si diche che Gesù
appare a Maria Maddalena e lei vuole abbracciarlo, ma Gesù le dice non trattenermi “noli
metanger”, cioè non trattenere di me la figura di uomo mortale, che non esiste più. Non
abbiamo molte notizie dei seguaci di Gesù, ci sono gli atti degli apostoli, però, il cui autore
sembra Luca, sono un’opera che va presa dal punto di vista storico con molta cautela. Non
è una opera storica e il suo autore ha un intento letterario e ideologico ed egli ci presenta
un gruppo pacificato, che vive a Gerusalemme, ma in realtà non è pacificato, perché c’è
bisogno di un capo (principio sociologico → quando viene meno un capo, si cerca un nuovo
capo, si creano sempre tensioni). Si creano tensioni e ci sono due gruppi, uno fa
riferimento a Pietro, che era stato designato da Gesù come suo successore, ma c’è un altro
gruppo ossia quello di suo fratello, Giacomo. Questa rivalità, che gli atti degli apostoli
tendono a sopire, si vede in controluce nelle fonti. Dopo la morte di Gesù nasce, anche dal
punto di vista del messaggio, la Cristologia → il parlare di Cristo. Essa nasce dai suoi gruppi
discendenti e questi ultimi rielaborano la figura di Gesù e di tutto quello che ha fatto nei
pochi anni in cui predica ed introducono un elemento nuovo che è stato introdotto sulla
sua figura, ossia la Resurrezione, il messaggio centrale del Cristianesimo. Dio ha mandato
sulla terra Gesù per riparare l’offesa esercitata dagli uomini contro di lui e per riparare
questa offesa Dio ha fatto uccidere suo figlio, che poi ha fatto risorgere (questo messaggio
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è successivo, non è Gesù che lo predicava). Questo ripensamento a questa figura di Gesù,
ossia l’idea della resurrezione e questa idea si applica non solo per la salvezza degli Ebrei,
ma per tutti. Questa trasformazione avviene gradualmente ed emerge un nuovo
protagonista che è Paolo (non è un apostolo). Gli atti degli apostoli fanno emergere come
detto 2 gruppi, un gruppo che viene chiamato ebrei tout court (ebrei della terra di Israele)
e un gruppo di ebrei ellenisti. La differenza è anche di tipo linguistico, il primo parla in
aramaico, mentre l’altro il greco e sono quegli ebrei che se ne sono andati ad Israele, la
diaspora, ma che fanno parte della comunità di Gerusalemme. Tuttavia gli ebrei ellenistici
vennero cacciati dalla comunità di Israele e quindi il messaggio gesuano si sposta in
Samaria, in Siria, la cui capitale è l’Antiochia, terza città dell’Impero dopo Roma e
Alessandria ed ha un ruolo importante per il cristianesimo. Per la prima volta i seguaci di
Gesù incominciano ad essere visti come un gruppo diverso, incominciano ad essere
chiamati cristiani, nome che viene dato dall’esterno. Paolo nelle sue lettere, metà del
primo secolo (fonti più antiche) non parla mai di cristiani, questa parola la troviamo per la
prima volta negli scritti di un autore siriano, Ignazio di Antiochia. Ad Antiochia abbiamo
seguaci di Gesù, ma anche Ebrei che non lo sono. Gli ebrei ad Antiochia sono un gruppo
sociale e religioso molto ammirato e ben voluto, perché sono un gruppo che ha una
religione particolare e che vive secondo principi etici molto rigorosi e quindi sono ammirati
anche dai pagani che si avvicinano a loro. Il giudaismo però non fa proseliti, è una religione
chiusa, mentre da subito questo particolare gruppo di Giudei che fa riferimento a Cristo fa
proseliti, secondo il mandato di Gesù (differenza importante tra questi 2 gruppi del
giudaismo). Chi voleva entrare nella comunità giudaica doveva seguire delle regole.
Ad Antiochia c’è una figura importante, ossia Barnaba, lo conosciamo dagli atti degli
apostoli ed è lui che porta Paolo ad Antiochia. E qui si diffonde una modalità di accogliere
coloro che vogliono entrare nella nuova religione riducendo al minimo quelle regole che gli
ebrei pretendevano e l’unica pratica era il battesimo, mentre gli ebrei non seguaci di Gesù
dovevano applicare pure la pratica della circoncisione. La chiesa d’Antiochia che non
pratica la circoncisione entra in conflitto con la chiesa di Gerusalemme, che la pratica.
Questo conflitto è raccontato nella lettera di Paolo ai galati e anche negli atti degli apostoli.
Paolo ritiene che i gentili (i pagani) debbano essere accolti senza nessuna restrizione e
senza tutte le regole di purità che nell’ebraismo ci sono. Quando Paolo agisce, negli anni
50, il movimento che fa riferimento a Gesù si presenta già come una realtà molto
complessa e molto articolata e litigioso. Questa realtà è articolata in 2 gruppi: coloro che
credono in Gesù e vengono dal giudaismo e quelli che vengono dal paganesimo. Non c’è
ancora una dottrina cristiana e questi conflitti vertono sulle pratiche di culto, sulla
condotta morale, politica. I conflitti crescono e si verificano episodi gravi, come ad esempio
l’uccisione di Giacomo, fratello di Gesù, che era a capo della comunità di Gerusalemme e ci
viene detto da uno storico ebreo Flavio Giuseppe che scrive le “Antiquitates” e ci racconta
che Giacomo viene ucciso nel 62 d.C., poco prima dell’insurrezione che scoppierà contro
Roma nel 66 d.C. e la comunità di Gerusalemme dovrà scappare aldilà del fiume Giordano
nella città di Pella. Questo ci viene detto da Eusebio di Cesarea, primo storico del
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cristianesimo, che fra il III e il IV secolo raccoglie nelle biblioteche vari documenti e nella
sua Historia Ecclesiastica ci elenca per i primi 135 anni, da Gesù fino al 135 che poi
Gerusalemme verrà rasa al suolo dall’imperatore Adriano e la chiama Elia Capitolina, ci
elenca 15 vescovi di Gerusalemme di origine ebraica e non gentile. Dal 135 in poi Adriano
proibisce agli ebrei di risiedere a Gerusalemme e i vescovi dal 135 d.C. saranno di origine
gentile. I seguaci ebrei di Cristo in queste 2 rivolte non partecipano a questa rivolta e ciò
viene visto come un grande tradimento. I romani dall’esterno vedono che i 2 gruppi sono
diversi e incomincia una criminalizzazione dei cristiani da parte delle autorità romane
perché gli ebrei non fanno proseliti, invece i cristiani sì e proprio perché il loro il
personaggio di riferimento è morto in maniera disonorevole, i cristiani vengono considerati
dalle autorità romane come una religione funesta e superstiziosa (Tacito) e malvagio
(Plinio il giovane). Vengono presi dei provvedimenti contro i cristiani da parte di Nerone o
da Plinio quando governatore della Bitinia, primi decenni del II secolo. Con la separazione
del giudaismo abbiamo lo sviluppo di tratti identitari, ma iniziano vari problemi. I padri
della chiesa cominciano ad affrontare dal punto di vista del pensiero e della teologia
questa identità dei cristiani e del loro problema e del loro più ampio di come far convivere i
seguaci di Cristo di origine giudaica, la legge di Cristo e la legge mosaica (antico
testamento, 10 comandamenti). Cominciano ad emergere posizioni diverse, per coloro che
non seguono Cristo non c’è salvezza e quindi non basta la legge di Mosè, ma bisogna
integrare entrambe le leggi. Inoltre si aggiunge, per coloro che riconosco la figura di Gesù,
la presenza di altre posizioni che verranno definite eretiche, il gruppo dello gnosticismo,
che sono seguaci di Cristo, ma ritengono che il messaggio di salvezza di Cristo sia una
operazione di carattere intellettuale, che avviene attraverso un lavoro di conoscenza
interiore, solo per pochi adepti. Storia del Cristianesimo è complessa e infatti si parla nei
primi secoli di cristianesimi e non cristianesimo. Ci sono dei gruppi (montanismo) che
attendono il ritorno di Cristo sulla Terra e darà il via al Regno dei cieli sulla terra e questi
gruppi vengono perseguiti perché praticano l’encratismo, ossia la continenza, che non si
riproducono. Nel IV secolo Epifano di Salamina scrive un’opera sulle eresia e nei primi due
secoli conta 80 eresie.
In questa molteplicità comincia a formarsi una unica norma e le altre norme cominciano ad
essere guardate con un certo sospetto. Coloro che hanno posizioni diverse rispetto al
gruppo dominante vengono allontanati e bollati come eretici. Vengono bollatici come
eretici coloro che credevano nella figura di Gesù, ma che lo ritenevano un uomo normale e
che solo successivamente Dio lo avesse adottato per le sue virtù e questa è la dottrina
dell’adozionismo. Contemporaneamente a questa dottrina, si è andata a formare un’altra
dottrina dominante, secondo la quale Gesù non è un uomo normale ed è figlio di Dio, che
si è incarnato e preesisteva all’umanità. Diventa dominante quel cristianesimo composto
anche il cristianesimo composto da credenti di origine gentile, non da ebrei. Alcune figure
cercano di mediare tra queste posizioni, soprattutto in quelle comunità che erano miste.
Paolo farà alcuni tentativi e cerca di mettere un minimo di norme rituali, valide per tutti e
poi l’importante è che i più forti, ossia i gentili, con il loro comportamento, non creino
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imbarazzo, scandalo ai più deboli. La missione di Paolo ottiene grande successo e le


comunità di credenti diventano sempre più numerose in tutto l’impero. C’è una fase di
convivenza in cui si mettono in comune delle cose tra giudei e i gentili (seguaci di Cristo) e
giudei veri e propri (non seguaci di Cristo). Il cristianesimo e i giudei non seguaci di Cristo
hanno qualche cosa in comune:
1) Sacre scritture
2) Monoteismo
3) L’eticità, i valori esistenziali
4) Pratiche religiose: digiuno, elemosina…
5) Feste principali: feste cristiane sono riadattamenti di quelle giudaiche
Però iniziano anche a diversificarsi. Un elemento importante, visto dai romani come la
diversificazione, sono le tasse “fiscus giudaicus”. Quest’ultimo è la tassa che sostituisce
quella che i giudei pagavano al tempio di Gerusalemme dopo e dopo che viene distrutto
nel 70 d.C. la pagano ai romani. I romani per far pagare questa tassa devono identificare
chi sono i giudei veri e propri e lo fanno collaborando con le sinagoghe. I romani li
distinguono da altri gruppi, compresi dai quei credenti in Gesù di origine gentile, che
ovviamente non pagano tale tassa. Il secondo elemento che diversifica i cristiani di origine
giudaica dai giudei veri e proprio è l’elemento culturale, perché i cristiani che provengono
dal paganesimo, rileggono la figura di Gesù e i contenuti della loro fede non alla luce della
precedente religione ebraica, ma alla luce della filosofia greca. Qua avverrà una grande
separazione. Questa riformulazione del messaggio alla luce della filosofia greca, che si
serve del messaggio di tipo allegorico e fa ripensare tutta la storia ebraica alla luce di Gesù.
Ci si interroga sull’antico testamento, le loro profezie e vengono rilette alla luce
dell’avvento di Cristo e i cristiani si pongono come il nuovo popolo di Dio (il verus Israel),
mentre i giudei sono quello vecchio. Questo porta però porta a una visione negativa del
giudaismo, infatti vengono accusati di Deicidio, sono gli ebrei che hanno consegnato Gesù
ai romani per ucciderlo.
I Cristiani diventano agli occhi dell’Impero Romano una terza religione, un terzium genus,
che è distinto dai giudei e dalle altre religioni pagane. Questo avviene nel corso nei primi 3
secoli. Giovanni Crisostomo, un vescovo IV-V secolo, quando predica dal pulpito, se la
prende contro i cristiani che frequentano le sinagoghe, quindi c’è ancora questa
commistione. C’è una certa soggezione dei cristiani nei confronti degli ebrei, perché gli
ebrei conoscono molto bene la scrittura e abbiamo una operazione come Girolamo che
traduce la bibbia in latino dall’ebraico per evitare tutti i conflitti tra i teologi per
l’interpretazione delle scritture, in quanto prima i cristiani leggevano la bibbia in greco
(grazie alla traduzione dei 70).
Svolta di Costantino, egli offre ai Cristiani, considerati un nemico prima, tolleranza e pace
in cambio di sostegno politico all’impero. Con Costantino viene fatta iniziare l’alleanza tra
la Chiesa e l’Impero che durerà per tutto il Medioevo e questa alleanza nuoce agli ebrei,
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ancora accusati di Deicidio. Dopo la svolta costantiniana gli ebrei non potevano sposarsi
con non ebrei e inoltre l’antigiudaismo diventa un elemento del diritto romano e i cristiani
di origine giudaica vengono considerati eretici e chiamati “Nazirei” o “nazareni”.
Con l’editto di Teodosio a Tessalonica il Cristianesimo diventa l’unica religione dell’Impero
e tutte le altre vengono considerate fuori legge. Inoltre nel 429, viene dichiarato estinto il
patriarcato giudaico e i giudei si spostano in Mesopotamia, fuori dall’Impero romano. Da
quel momento in poi gli ebrei verranno considerati come gli eretici.
Tema dell’organizzazione interna di queste chiese: ogni gruppo di persone, ogni
movimento, dopo una prima fase dello spontaneismo o muore o cerca una organizzazione.
I vangeli ci dicono che Gesù che quando si spostava da un villaggio a un altro aveva bisogno
di qualche risorsa per il mantenimento di lui o per il suo gruppo ed esse venivano messe a
disposizione sia dal gruppo stesso sia da persone dislocate in varie località che rimanendo
nelle loro case potevano dare risorse e quindi c’era già una forma di organizzazione. Dopo
la morte di Gesù questa forma di organizzazione prosegue in forme diverse e quindi i vari
seguaci che hanno accolto il suo mandato e diventano missionari trovano sostegno grazie a
queste reti di domus organizzate nei vari luoghi. Molti missionari lavorano per mantenersi,
ad esempio Paolo fabbrica tende. Le riunioni vengono organizzate nella domus, nel loicos,
ossia una struttura sociale ampia che comprende tutti coloro che fanno riferimento a un
determinato pater familias. Nelle comunità che rimangono in loco cominciano subito ad
emergere figure come i maestri, i profeti (non gli indovini, ma coloro che possono
prendere la parola leggendo le sacre scritture → la profezia). I profeti hanno una grande
autorevolezza e sono ispirate dall’alto. Il termine usato per le riunioni è ecclesia. Essa non
è il luogo in un primo momento, ma è la riunione dei fedeli, mentre la riunione di quei
seguaci che fanno riferimento al mondo giudaico è sinagoghe. Solo successivamente
diventa il luogo.
Nelle comunità cominciano a definirsi ruoli particolari, che Paolo chiama Diacono/a, ossia
servitori e ministri del culto. Ci sono anche delle personalità, oltre ai profeti, che hanno
compiti di rilievo organizzativo, ossia i sorveglianti (episcopoi → greco da cui poi la parola
vescovo). Dalle lettere di Paolo capiamo che ci sono funzioni diverse all’interno delle
comunità e comunità diverse. Tutte queste comunità hanno una strutturazione interna che
non è uguale per tutte e nelle lettere di Paolo capiamo che i maestri e i profeti sono più
importanti che gli episcopi e i diaconi.
Alla fine del primo secolo, la fede nel fatto che Gesù ritornerà è ancora molto forte, ma le
comunità pian piano capiscono che l’arrivo sta tardando, le comunità capiscono che
devono dare una organizzazione interna. Da questo punto all’interno delle comunità si
inizia ad affermare la figura dell’episcopo sopra ad altre figure che lo aiutano, i presbiteri,
che a loro volta sono aiutati dai diaconi. Vescovo → diacono → presbiteri. Il vescovo pian
piano assume prerogative di organizzazione gerarchica e gli storici parlano di un
episcopato monarchico, già nel II e nel III secolo. Perché succede ciò? Ad esempio
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Gerolamo nel IV secolo cerca di dare una spiegazione alla gerarchizzazione all’interno della
comunità, che non rispecchia il messaggio di Gesù. Gerolamo dice che in un primo
momento le chiese erano dirette da un consiglio di presbiteri oppure una direzione di
carattere morale, la cosiddetta direzione profetica (profeti), però a causa delle grandi
divisioni si preferisce a mettere a capo delle comunità un solo capo che avesse cura di tutta
la sua comunità. Il moltiplicarsi delle dottrine e l’accrescersi dei problemi ha favorito la
gerarchizzazione e la centralizzazione.
Come si vive allora in queste comunità? Si diffondono molto presto tendenze ascetiche e
l’encratismo, a causa dall’imminente arrivo di Gesù. Questa pratica viene fatta anche dai
giudei, dagli Esseni, anche Gesù e pure Paolo la predilige, perché di fronte all’imminenza
dell’arrivo di Gesù la prosecuzione di tutte le istituzioni perde il suo valore, tra cui la
famiglia. Paolo capisce che la continenza non è praticabile da tutti e riceve critiche dai non
cristiani perché viene accusato di non voler perpetuare la società. Paolo stigmatizza i
peccati di natura sessuale. Paolo affronta questo tema nella prima lettera ai Corinzi,
capitolo 6 vv.13-20 e nel capitolo 7. Encratismo: en → dentro cratos → potere, quindi
l’encratismo non è solo la continenza sessuale, ma dominare sé stessi. Paolo sa che questo
è difficile perché conosce la debolezza degli uomini e sa che riceverebbe molte critiche e
quindi dice che è meglio sposarsi che peccare. Ci sono varie sfumature dell’encratismo, ma
nessuno nel cristianesimo ne nega il valore, perché è l’anticipazione dello stato futuro dei
beati, quindi motivazione di tipo escatologico e poi perché riproduce la situazione
dell’eden e quindi una situazione voluta da Dio, però c’è la preoccupazione che i cristiani
vengano additati come antisociali, coloro che rifiutano la procreazione e quindi
l’encratismo totale viene rifiutato a favore di quello periodico (quaresima, avvento ecc…).
L’encratismo totale (rifiuto procreazione) diventerà una eresia, come ad esempio nel
Medioevo, i catari (boni cristiani dualisti).

LEZIONE 4
Il tema della verginità rimane un tema importante nella morale cristiana, anche oggi (preti,
suore, monaci). La verginità per alcune persone è quella condizione esistenziale che
permette di dedicarsi completamente a Dio.
Con i continenti, quando nasce il monachesimo, prima in Oriente e poi in Occidente, quindi
nasce una modalità di vivere la fede cristiana separata dal consesso umano, infatti i monaci
si ritirano dalla società e si dedicano a una vita ascetica. Questo tema di abbracciare la
continenza, nel III, rischia di creare delle autorità alternative nella comunità cristiana. Nelle
lettere deuteropaoline, dette pastorali (lettere che non sono di Paolo, scritte
successivamente) noi vediamo che le guide delle comunità cristiana, i vescovi, sono sposati
e anche i diaconi. Ci sono tante sfaccettature e la vita delle prime comunità cristiane sono
caratterizzate da una grande complessità e c’è il rischio di formare delle forme di guida
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alternative, i continenti. La prima lettere a Timoteo (lettere deuteropaoline), capitolo 3,


vv.1-13, e c’è una descrizione dei vescovi che sono persone autorevoli e ammirati per la
loro condotta, ma in un primo momento deve essere anche un buon padre di famiglia e
stesso discorso per i diaconi e diaconesse. Abbiamo una descrizione di come dovrebbe
essere le guide della comunità. Con questo brano viene sfiorato un altro tema, ossia la
presenza delle donne nella comunità. Le fonti ci mostrano sin dall’inizio un coinvolgimento
importante delle donne alle origini del Cristianesimo, infatti gli scritti di Paolo (primi scritti
cronologicamente che riguardano i cristiani), ci mostrano il titolo di apostola o di
diaconessa che Paolo attribuisce alle donne. Un esempio è la lettera ai Romani, che è la
sintesi del pensiero di Paolo e si conclude con dei saluti che Paolo manda a delle guide di
alcune comunità. Questi saluti vengono letti, anche se non hanno un contenuto teologico,
ci mostrano i ruoli di uomini e donne dentro le comunità (lettera ai Romani, capitolo 16,
vv.1-7). Le donne, nelle prime comunità, vengono salutate da Paolo come protagonista
attive e del resto Paolo considera normale per le donne la profezia, le donne profetizzano.
Profetare o profetizzare: non vuol dire prevedere il futuro, ma avere una certa
autorevolezza all’interno della comunità basata sulla capacità di leggere, di ragionare e
interpretare le scritture. Interpretare non solo per sé stessi, ma anche per gli altri e
comunicare tramite la predicazione e l’interpretazione delle scritture. Paolo scrivendo alla
comunità di Corinto dice che possono profetizzare, però devono avere il capo coperto, con
il velo. Paolo nel testo ai Corinzi spiega il comportamento che gli uomini e le donne devono
tenere nelle assemblee. Paolo nel capitolo 11 spiega altri comportamenti ed è un brano
complicato e nel corso dei secoli è stato letto come se Paolo volesse enfatizzare il ruolo di
dipendenza della donna dall’uomo, ma in realtà non è così. In questa lettera profetizzano
con il capo velato e questa lettera è tutto un lavoro di diplomazia per far sì che la comunità
cristiana a Corinto non abbia comportamenti che siano ritenuti scandalosi da chi non è
cristiano e quindi ecco perché questa attenzione al velo, che era un segno di distinzione. Le
donne di Corinto avevano il desiderio di avere una sorta di parità, che Paolo in un certo
senso condivide, però in parte ha la grande preoccupazione di non destare scandalo.
Leggendo i testi di Paolo emerge che le donne hanno un ruolo significato, anche se la
tendenza anche di Paolo sia dei cristiani dell’epoca è quello di sottolineare nelle donne il
bisogno di protezione e di debolezza. L’elemento femminile pian piano verrà sempre più
emarginato e rimarrà confinato nelle deviazioni eterodosse, nelle eresie (montanismo,
gnosticismo). Non ci sono elementi del tutto provanti che alcune comunità era guidate solo
da donne, ma non ci sono nemmeno elementi sufficienti per negarlo. I cristiani per essere
accettati nelle comunità avevano bisogno di seguire dei comportamenti etici che fossero
uguali a quelli degli altri, ma anche superiori e non troppo diversi. La donna cristiana
doveva avere le stesse caratteristiche che le altre donne avevano nelle altre società, in cui
il cristianesimo si diffondeva. Una contraddizione di questo genere la si ritrova pure negli
schiavi: il cristianesimo non elimina gli schiavi (non essendo il cristianesimo un rivoluzione
sociale), infatti Paolo sostiene che questo sistema durerà poco perché il Regno di Dio
avverrà a breve e lì si è tutti uguali. Questo discorso equivale anche al tema della ricchezza
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→ nei detti di Gesù è chiara la condanna della ricchezza, però il cristianesimo deve fare i
conti con alcune categorie sociali che si avvicinano al cristianesimo, pur essendo persone
altolocate. Nelle comunità cristiane emerge la necessità di dover far fronte di situazioni di
povertà e si arriva a una pastorale che non è il messaggio di Gesù, ossia la ricchezza è
condannata, ma si arriva progressivamente di un messaggio di carattere pastorale che è
molto indulgente nei confronti della ricchezza. Un padre della chiesa Clemente
Alessandrino, II secolo, scriverà un’opera “Quale ricco si salverà” e insegna il buon uso
della ricchezza e non dice come Gesù liberati dalla ricchezza. Il buon uso della ricchezza è
l’elargizione della ricchezza nei confronti dei poveri. La posizione di Cristo verrà ripreso da
San Francesco (alter Cristus), che riprende il messaggio radicale e non quello delle prime
comunità, quindi la condanna del denaro.
I riti e la vita religiosa: nei primordi del Cristianesimo bisogna ricordare che dal punto di
vista delle pratiche religiose, i riti, i seguaci di Gesù esercitano le forme e le pratiche del
giudaismo, anche se a volte riconoscendosi nei detti di Gesù, potevano assumere degli
atteggiamenti di critica o di prendere le distanza nei confronti di alcune prassi del
giudaismo; ad esempio Paolo riterrà che chi vuole avvicinarsi alle comunità che seguono il
messaggio di Gesù non debba essere circonciso → la prima pratica da cui i cristiani
prendono le distanze è la circoncisione. Già nella seconda metà del primo secolo alcune
pratiche cominciano a diventare identitarie, come ad esempio il battesimo → rito che
consentiva l’ingresso dei fedeli nella comunità; l’immersione in acqua per scopi di
purificazione era già presente negli ebrei, come nella setta di Qumran, in quella del
Battista, in cui Gesù milita inizialmente. Gesù stesso battezza, come ci dice Giovanni
l’evangelista e nel capitolo III v.22 notiamo come Gesù battezzava. I seguaci di Gesù
riprendono tale rito, che però perde il significato di purificazione e diventa di iniziazione, di
ingresso nella comunità → si battezza nel nome di Gesù. Gesù diventa un marcatore di
identità e colui che si avvicina nelle comunità non basta che si battezzi, ma entra nello
status di catecumeno, quindi deve essere lungamente preparato e si deve verificare la sua
conoscenza e la sua capacità di abbandonare la vita precedente, quindi è un tempo di
prova. Il battesimo dà un cambio di condotta e di allontanamento del demonio. C’è un
periodo di apprendimento per il battesimo, che può durare da qualche anno o a qualche
mese (quaresima). Inizialmente il battesimo è amministrato agli adulti, poi anche ai fanti.
Seconda pratica che identifica i cristiani è: il pasto comune. I seguaci di Gesù non avevano
dei luoghi pubblici per realizzare questi pasti comuni e si riunivano nelle case e queste
domus diventavano un luogo di aggregazione e in queste domus le comunità spezzavano il
pane (ce lo racconta gli atti degli apostoli, nel capitolo 2, 7). Questa usanza deriva dal
giudaismo, dove all’inizio di ogni pasto i fedeli pronunciavano delle benedizioni. A questa
usanza, nei cristiani, si aggiunge l’idea dello spezzare il pane, ma ricordando l’ultima cena
di Gesù e il motivo dell’attesa, della nuova venuta di Gesù. Ci sono molte commistioni nel
rito del pasto in comune con il giudaismo, come la preghiera di ringraziamento sul calice,
quella che chiamiamo Eucarestia. Il movimento di Gesù per quanto riguarda i riti non è
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originale, ma riprende alcuni riti ebraici, ma introducendo il tema del valore salvifico per
l’uomo della morte di Gesù, tema peculiare del cristianesimo. Per arrivare a una
codificazione completa dei sacramenti bisogna arrivare al XII secolo. In tutto il primo
millennio ci sono enormi cambiamenti.
Il rito eucaristico si svolge quando ci sono i battesimi e quando ricorre il giorno del signore,
ossia il giorno successivo al sabato, giorno che ricordo la resurrezione di Gesù, dies
dominica, che è anche il primo giorno della settimana. Durante il II secolo si assestano le
modalità di celebrazione di tale rito e vengono messe a punto una serie di preghiere
eucaristiche e si codifica la formula legata all’istituzione dell’eucarestia. Si verificano delle
differenze tra il rito eucaristico in oriente e in occidente.
Con l’editto di Costantino, tutti questi riti possono diventare pubblici e con quello di
Teodosio, la celebrazione eucaristica diventa il rito che scandisce il giorno del signore e
comincia ad essere anche un giorno di astensione dal lavoro per far sì che tutti
partecipassero a tale rito.
Terzo rito: Penitenza. Nei primi tempi la penitenza è come il battesimo, una sola volta nella
vita ed era impartita dal vescovo. Consisteva nel riammettere dentro la comunità coloro
che si erano macchiati di colpe gravissime e che quindi erano esclusi, per esempio chi si era
dedicato al culto degli idoli, chi seguiva le sette eretiche, chi aveva commesso omicidio e
aborto. Anche il rito della penitenza era collegato alle celebrazioni pasquali. Con questo
rito, colui che si fosse macchiato di tali crimini, entrava a far parte di uno status di vita
particolare, quello del penitente, chiedeva perdono pubblico e poteva rimanere tale
moltissimi anni o per tutta la vita.
C’erano riti pure connessi con la modalità dell’unzione dell’olio, per esempio quando si
assumevano determinate funzioni, come quella di presbitero, di prete, di diacono.
A differenza del comportamento della comunità giudaica, i cristiani cominciano dal II
secolo, a fare ricorso alla rappresentazione per immagini, cosa che i giudei non fanno per
obbedire ai divieti che ci sono nelle scritture. In una prima fase c’è la rappresentazione dei
simboli, pesce, fenice, poi successivamente iniziano ad essere rappresentate scene della
sacra scrittura.
Fra il 180 e il 260 d.C. sono i decenni in cui secondo gli studiosi si organizza l’organizzazione
del cristianesimo. Ogni comunità si dà un vescovo e un documento importante per capire
tale strutturazione è la storia ecclesiastica di Eusebio Cesarea perché contiene frammenti
di lettere che i vescovi delle singole comunità si mandavano per risolvere i problemi
interni. Quando i problemi erano grossi o coinvolgevano più comunità venivano convocate
delle assemblee di guide delle comunità, quindi i concili, per risolvere tali problemi. Ad
esempio tra il 300 e il 400 nasce il fenomeno del monachesimo e i monasteri vanno a
costituire un problema per i vescovi, chi controlla i monasteri? I concili trattarono tale
problema. I concili erano importanti anche per le questioni di carattere dottrinale, come ad
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esempio la natura di Gesù, uomo o Dio? Si diffonde una teoria di un prete, Ario, che ritiene
la natura prevalente di Cristo sia quella umana. Nei concili non ci sono solo vescovi, ma
anche profeti, maestri ecc…. All’inizio del III secolo si comincia a dividere all’interno della
comunità coloro che si occupano in via esclusiva della vita religiosa, ossia il clero e coloro
che conducono la loro vita lavorando all’interno della loro famiglia e partecipano a
determinati momenti della vita religiosa, ossia i laici. La comunità incomincia ad avere
questa divisione. Contemporaneamente grazie ad alcuni padri della chiesa si definisce dal
punto di vista dottrinale il ruolo di queste figure, la dottrina episcopale. La definizione di
questa dottrina spetta a un vescovo Cipriano (è il suo nome, non la nazione), di Cartagine
che elabora una dottrina precisando che la dignità episcopale è una sola e ogni vescovo ne
possiede una parte, ma in solidum, nell’indiviso. La dignità episcopale è uguale per tutti,
condivisa da tutti, ognuno ne ha una parte, ma nell’indiviso, quindi tutti i vescovi hanno
pari dignità. Questa dottrina farà arrabbiare alcune personalità che volevano emergere
all’interno di questa categoria e uno di questi il vescovo Roma, perché egli si ritiene il
successore di Pietro, il successore di Gesù (Matteo, capitolo 16, vv.18) e quindi il vescovo
ha un primato petrino. Su questo versetto i vescovi di Roma costruiranno la loro dottrina
petrina. Cipriano non vuole smentire questo primato onorifico della sede romana, ma
porta avanti questa interpretazione che sarà quella che spesso, nella storia del
cristianesimo, farà sì che venga opposta una riunione di vescovi al papato di Roma.

EPISCOPATI (Capitolo 8, il consolidamento degli episcopati): a partire dal IV secolo, quando


il cristianesimo diventa l’unica religione dell’impero, il sistema episcopale è completo. Già
all’epoca vi erano 2000 episcopati. All’inizio del IV secolo solo il 10% delle città non ha il
suo vescovo. In alcune regioni c’è un vescovo per due o tre cittadine. I contrasti tra i
cristianesimi delle origini favoriscono il moltiplicarsi delle sedi vescovili, favoriscono il fatto
che ogni città voglia avere il suo vescovo. Questa nascita di sedi vescovili viene interpretata
un elemento di debolezza, perché comunque nascono in quanto delle comunità si
dividono. Nel IV secolo c’è ancora il problema delle chiese rurali, in quanto c’è un vescovo
minore, un corepiscopo, oppure ci sono comunità rurali che hanno delle personalità che
vanno da un villaggio all’altro, periodeutai, quindi vescovi itineranti. Altre aree, in cui non
vi è il vescovo sono retti dai presbiteri. I confini di ogni episcopato sono i confini della città
nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Nei primi secoli del cristianesimo, la formula
di elezione del vescovo è a clero et populo, quindi viene eletto dai suoi fedeli e il clero. Un
vescovo di una città ha l’obbligo di rimanervi tutta la vita, salvo casi eccezionali. Era vietato
trasferirsi perché il trasferimento era visto come un atto di filarchia, amore per il potere.
Solo il Papa nel Medioevo dirigerà i vari trasferimenti. Il vescovo rimane vescovo fino alla
morte. Sempre nel IV secolo si formano delle strutture superiori agli episcopati, ossia le
sedi metropolitiche. Alcune esistono già nel III secolo, ma solo nel IV si sviluppano. Già nel
consiglio di Nicea, 325, le metropoli sono ritenute una struttura stabile. Dentro l’Impero
romano le sedi metropolitiche corrispondono ai capoluoghi delle province romane, quindi i
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metropoliti risiedono qui e i vescovi nelle città più importanti. Questo aumenta però le
tensioni e aumentano gli atti di filarchia. Le chiese vescovili normali non potevano
scegliersi i vescovi, in quanto dovevano essere approvati dal metropolita. Il metropolita,
inoltre interviene in questioni interne alle chiese. Il cristianesimo si struttura, ma seguendo
anche le strutture politiche dell’impero. Il metropolita, secondo il concilio antiochiano del
341, interviene pesantemente, tuttavia il vescovo si occupa della vita religiosa della propria
diocesi.
All’interno dei metropoliti, ci sono figure che assumono una rilevanza ancora maggiore e
questo accade ancora prima del consiglio di Nicea, 325, e sono il Vescovo di Roma, di
Alessandria e di Antiochia e più tardi anche quello di Costantinopoli, di Efeso, di
Gerusalemme, di Tessalonica, di Cartagine, di Ravenna, di Arles. Ci sono 4 chiese,
Antiochia, Alessandria, Costantinopoli, Gerusalemme i cui i vescovi sono chiamati
patriarchi (denominazione consueta nel VI secolo). Le decisioni importanti si prendono
nelle riunioni di vescovi, ossia i sinodi. Le decisioni che si prendono in queste riunioni
diventano leggi. Il sinodo costituisce l’eredità della democrazia delle poleis greche. Queste
decisioni secondo i cristiani avvengono per ispirazione dello spirito santo.
Nel concilio di Nicea si stabilisce che i sinodi si svolgano almeno 2 volte all’anno. A queste
assemblee possono rivolgersi anche coloro, laici e membri del clero, che sono contro le
decisioni prese dai tribunali vescovili, quindi è una sorta di tribunale di appello quello
indetto dal metropolita. La chiesa fin dalle origini ha fatto proprio il principio espresso da
Paolo, secondo cui le liti che nascevano all’interno della chiesa non dovevano essere
discusse nei tribunali civili, ma in quello che era il gruppo limitato del vescovo, che
diventerà l’Audentia episcopalis.
Ci sono assemblee di circoscrizioni più ampie, c’è una assemblea provinciale, ma ci sono
anche assemblee che raccolgono più province. Queste assemblee vengono riunite per
risolvere problemi dottrinali e queste assemblee si chiamano concili. Il concilio di Nicea
venne convocato da Costantino, perché voleva risolvere la grande problematica di Ario,
sulla natura di Gesù. Nicea fin da subito ebbe una grande importanza. Nel primo millennio i
concili erano solo orientali. Quello che ebbe il maggior numero di partecipanti fu quello di
Clacedonia nel 451. Le decisioni poi venivano messe per iscritto con una costituzione
emanata dall’imperatore.
Che cosa è un concilio? Perché una istituzione sia valida deve esserci un riferimento
scritturale e il concilio fa riferimento al primo concilio apostolico, che è quello di
Gerusalemme e se ne parla negli atti degli apostoli, nel capitolo XV. E qui si discusse sul
tema della circoncisione, che non era un rito che i pagani dovevano fare per entrare nella
comunità cristiana. Il concilio dunque è una istituzione molto antica, anche se questo di
Gerusalemme non è considerato un concilio ecumenico. Alcuni ritengono che il concilio è
più importante del papa e questo rapporto è stato per anni trattato proprio nei concili. Nel
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Concilio Vaticano I si è stabilita l’infallibilità del papa e allora si riteneva che fosse inutile
fare i concili.
Il concilio è un luogo in cui si esprime la comunione ecclesiale. Ogni riunione interna alla
singola chiesa non può avere la stessa autorità di un concilio ecumenico, quindi è stata
stabilita una gerarchia. I primi 4 concili, Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia sono il
modello per tutti i concili.
I concili ecumenici (ecumenico=universale; sono stati definiti tali grazie al consenso delle
chiese che poi a posteriori a definito ecumeniche alcune riunioni precedenti pensando che
fossero state prese decisioni valide per tutta la cristianità). Nel 1054 si consumò la
divisione fra oriente e occidente, divenne importante il ruolo del papa, che emanò delle
regole per definire un concilio ecumenico. Solo nel XVI secolo venne fissato il numero dei
consigli ecumenici, in cui si aggiunsero quello del Vaticano I e II, venne escluso quello di
Gerusalemme, quello degli atti degli apostoli. I primi 4 concili sono importanti per tutte le
chiese cristiane, mentre gli altri 4 concili del primo millennio, dal VI al IX secolo non
godono della stessa autorità. I concili medioevali, dall’XI secolo, i concili ecumenici sono
solo quelli della Chiesa cattolica e non più quelli orientali. Il Concilio di Trento, trattò la
divisione tra la chiesa cattolica e quelle riformate e anche questo è considerato universale
l’altro che ha avuto una ottica universale è quello Vaticano II.

LEZIONE 5
DISTRIBUZIONE DEGLI EPISCOPATI IN ITALIA: Italia è divisa sin dalle origini in due grandi
aree civili: l’Italia suburbicaria, da Roma in giù, e l’Italia annonaria, da Roma in su. Il confine
tra queste circoscrizioni civili passa tra Ancona e Pisa, non proprio Roma. L’organizzazione
ecclesiastica segue questa divisione. L’Italia suburbicaria è molto soggetta all’autorità al
vescovo di Roma, anche se questo non significa che non ci sono altri vescovi. L’Italia
annonaria invece ha alcune diocesi importanti. Quando nel IV secolo diventa la religione
dell’Impero, l’Italia ha circa 25 episcopati e 10 di questi sono tutti concentrati in città nel
Lazio e sono influenzati dal vescovo di Roma; poi 3 nell’area della Campania: Napoli,
Benevento, Capua; nell’area Apulia-Calabria 2 sedi vescovili; 1 Sicilia e Sardegna; 4 in
Umbria e nella Tuscia; 2 Emilia e Picenum; aldilà del Po 2: Milano (diocesi importante:
esempio vescovo Ambrogio, seconda metà del IV secolo) e Aquileia (diocesi enorme).
Distribuzione irregolare.
Italia suburbicaria: i vescovi sono influenzati dall’autorevolezza del vescovo di Roma, il
quale ordinava i vescovi, li convocava e convocava dei sinodi e li controllava dal punto di
vista della disciplina e la capacità di governare le loro diocesi. Il controllo di Roma sulle
varie diocesi di questa zona va progressivamente crescendo. Il vescovo di Roma, Siricio, nel
386 emana un decreto, che rimase lettera morta, ma che ci dimostra il suo grado e la sua
autorevolezza e dice che nessuno può ordinare membri del clero senza che il vescovo di
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Roma ne sia informato. Questo decreto non venne messo in pratica, però ci fa capire
l’importanza del Vescovo di Roma.
Italia annonaria: diocesi più importante è Milano. Milano che fu sede anche della famiglia
imperiale e l’apice dell’importanza del vescovato milanese è Sant’Ambrogio (vescovo dal
374 al 397). Personaggio che fece sentire la sua voce su molte questioni del cristianesimo,
ad esempio sul tema della vita religiosa delle donne e scrive dei trattati sulla verginità e
sulla nascita del monachesimo femminile. A metà del V secolo prende molto piede e
importanza la chiesa di Aquileia, che in un primo momento dipendeva dalla diocesi di
Milano, ma poi si libera da questa dipendenza e diventa sede autonoma e ottiene il rango
di Metropoli. Il territorio di questa diocesi è ampio, infatti comprendeva: Venezia, Istria,
Arezia, Norico, Pannonia, nord est e avere un territorio di questo genere organizzato dalla
strutture del cristianesimo è importantissimo, perché i barbari quando giungono in Italia,
conoscono già il cristianesimo, ma conosco l’arianesimo, una eresia, anche se non sono già
cristianizzati. Nel V secolo la diocesi di Ravenna acquista importante. Nel 402 la corte
imperiale da Milano si trasferisce a Ravenna e questo comporta un salto di importanza per
la Diocesi di Ravenna. Inoltre Ravenna continuò ad essere un centro importante, sia dal
punto di vista politico sia religioso, con lo stabilizzarsi dei Goti e di Teodorico. Ravenna ha
un solo martire, Sant’Apollinare, nacque in questo periodo in cui Ravenna acquista
importanza e nacque questa legenda agiografica che lo vuole discepolo di Pietro e il suo
culto cominciò ad avere una cornice di arte e architettura a cui diffondersi. Ravenna a
metà del VI secolo diventa sede metropolitica.

VESCOVO DI ROMA: in questi secoli aveva una sorta di primato di onore, il quale era
riconosciuto non solo a Roma, ma da tutto il cristianesimo post costantiniano, grazie al
fatto che fosse ritenuto erede di Pietro. Roma nel IV e V secolo non è più la capitale
dell’Impero, però mantiene per alcuni secoli un ruolo importante perché ha una élite
aristocratica ancora molto potente e ricca, con una grande consapevolezza della loro storia
passata e nel IV secolo Roma è una città ancora molto fiorente e infatti ha 800 mila
abitanti. Per la chiesa di Roma, la svolta importante è la svolta di Costantino, in quanto
l’imperatore non solo rende il cristianesimo religioni a pari delle altre, ma incomincia a
privilegiarla, costruendo vari edifici di culto e non lo fa solo lui, ma lo fanno anche varie
famiglie aristocratiche romane. Queste chiese inizialmente sono autonome, anche nella
scelta del clero e queste chiese si chiamano “tituli (da titulus)” ed erano fondazioni private
degli aristocratici, che le costruiscono perché la loro memoria sia perpetuata. Questa
situazione di autonomia delle chiese non piace al vescovo di Roma e il papa Damaso, dal
376-384, sana questa situazione e riduce tutte le chiese private sotto la gestione del
vescovo di Roma e ne incamera le ricchezze. Le famiglie, però, continueranno a costruire
chiese o anche enti di carattere caritativo (ricoveri per i poveri e i per i malati, orfanotrofi).
Nel IV secolo i cristiani sono un 10% dell’intera popolazione, percentuale che cambiò
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quando il cristianesimo non dovette più nascondersi. Con la fine del V secolo non ci sono
più pagani apertamente.
Il Vescovo di Roma Cornelio scrive una lettere a Cipriano (vescovo di Cartagine nel III
secolo) e dice che il clero romano è composto da 46 presbiteri, 7 diaconi e 98 chierici di
grado inferiore. Dopo un secolo i presbiteri sono più di 100.
La chiesa di Roma riceve tanti doni dai fedeli, da matrone romane che si convertono al
cristianesimo e formano alcuni cenacoli, famoso il cenacolo di Gerolamo, in cui si ritirano a
vivere sotto la direzione spirituale di Gerolamo e poi destinano tutti i loro beni alla chiesa.
Con queste modalità la chiesa continua a ricevere doni ed elargizioni. Nel VI secolo il papa
è diventato il più grande proprietario terriero in Italie e anche fuori, infatti ha territori pure
in Dalmazia, in Africa del Nord, in Gallia, in Spagna e pure a Roma ovviamente. L’apice della
grandezza del papato, l’abbiamo tra la fine del VI secolo e l’inizio del VII (590-694), quando
fu Papa Gregorio Magno. Questo Papa ci lascia molte lettere conservate in un registro e
tradotte pure in italiano. Sono lettere molto ricche in quanto ci mostrano la macchina che
è stata messa in piedi, una macchina amministrativa, di controllo della contabilità e della
spiritualità. È una macchina diretta direttamente da Roma che agisce indipendentemente
dai vescovi e guida la vita economica di intere città, ad esempio quando ci sono tempi di
carestie o guerre, come quella Gotico-Bizantina, l’invasione dei longobardi, la peste, il
patrimonio terriero del papa servì a sfamare la popolazione e un’attività caritativa che non
coinvolse solo Roma, ma tutta l’Italia. In questi secoli cominciano ad essere costruiti degli
archivi nella sede apostolica, quello che verrà chiamato archivio vaticano. In questo
archivio c’è propria questa raccolta di lettere di Papa Gregorio Magno.

MONACHESIMO ANTICO (capitolo scritto da Fabrizio Vecoli, studioso del monachesimo


palestinese, ma non si tratta solo di questo). Il monachesimo nasce in oriente. Vecoli dice
che prima del monachesimo, l’uomo non aveva trovato le capacità per operare un
ripiegamento psicologico dentro sé stesso. Il monaco si ritira dal consesso degli umani e
vive da solo, compiendo un percorso di carattere ascetico. Questo non era mai stato fatto
prima della nascita del monachesimo? Questo non è vero, ad esempio ci sono varie scuole
filosofiche precedentemente al monachesimo. Il monachesimo non è la prima analisi
psicologica della storia dell’umanità.
Le prime forme di monachesimo sono scelte esistenziali di tipo individuale che cercano di
sondare un territorio oscuro, di lotta contro i demoni interiori e nel tentativo di diventare
creature ascetiche, angeliche.
Gesù non visse mai come un monaco, non si è mai isolato la sua comunità, non ha mai
disprezzato la corporeità e non ha esortato i suoi di vivere in modo isolato, ma gli ha detto
di predicare. Il monachesimo non è un fenomeno storicamente rilevante per le origini del
cristianesimo e dei primi II secoli, nasce nel III secolo. Gesù vive alcuni momenti nella sua
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vita di isolamento, in cui si ritira nel deserto o sulle montagne a digiunare, elementi tipici
del monachesimo. Per quanto riguarda il cristianesimo del II secolo, se leggiamo il testo
che si chiama “A Diogneto” ci dice che i cristiani non si distinguono dai non cristiani per
qualche forma esteriore, come l’abito (elemento che caratterizzerà i monaci), o per il loro
stato, ma solo perché vivono realtà diverse da altri. Questa lettura è distante dal mondo
del monachesimo, in quanto ci dice che i cristiani vivono nel mondo. Il monachesimo
acquista valore storico nella tradizione cristiana a partire dal III secolo e nel IV secolo.
Monachesimo → monacos, termine che compare in un papiro in Egitto datato 323 o 324
d.C. e questa parola viene usata facendo riferimento a scelta di vita solitaria, quindi non
sposato, ma lontano anche dal consesso umano. Questo termine viene messo in relazione
anche con monotropos → persona racchiusa in sé stessa, dedita all’ascesi, a Dio. Sono
termini che vanno a indicare una persona che annulla la propria volontà a favore della
volontà di Dio e annullando la propria volontà annulla anche ogni suo desiderio, quindi fa
una purificazione interiore ed esteriore della propria persona. Un’altra scelta è quella della
verginità, ma che troviamo anche nel cristianesimo delle origini. Questa scelta comporta a
una vita completamente estraniata dalle relazione e dal benessere e dagli agi.
Nell’isolamento il monaco cerca di liberarsi da tutte le preoccupazioni terrene, perché il
suo obiettivo è quello di dedicarsi alla purificazione, all’ascesi tramite la preghiera.
Non è un invenzione del cristianesimo, ma ci sono modelli di queste di scelte di vita nel
giudaismo o anche nel paganesimo.
Giudaismo: c’è il profeta Elia o il discepolo Eliseo. Un altro modello è quello della setta di
Giovanni Battista, in cui partecipò pure Gesù. Queste 3 figure li ritroviamo come modelli
paradigma di uomini virtuosi che hanno voluto sperimentare la dimensione della
contemplazione, dell’allontanamento dal consesso umano e dell’esigenza della
purificazione che si ottiene tramite regimi di vita ascetici, continenza sessuale, ma anche
per quanto riguarda il cibo. Il modello di Giovanni Battista è un modello che richiama un
tema del cristianesimo delle origini, ossia il tema del deserto. Quando il monachesimo si
trasferisce in occidente il tema del deserto diventa il tema della selva. Anche nella vita di
Cristo ci sono elementi che il monachesimo riprenderà. Il monachesimo riprenderà 2
momenti fondamentali:
1) Capitolo delle tentazioni nel deserto. Capitolo IV, vangelo di Matteo.
2) Trasfigurazione sul monte Tabor. Capitolo XVII, vangelo di Matteo.
Questi 2 episodi sono importanti per il monachesimo → quello delle tentazioni ci dice che
la vita del cristiano è una guerra continua contro le tentazioni del demonio; quello della
trasfigurazione ci dice che la vita del cristiano e poi del monaco è una vita di ascensione, un
percorso di ascensione al cielo e verso una vita angelica e una conoscenza della pienezza
divina.
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C’è anche un monachesimo prima del monachesimo, esperienze da cui i monaci cristiani
prendono spunto e sono in ambito giudaico, ma anche fuori. In ambito giudaico
un’esperienza simile a quella del monachesimo fu quella dei terapeuti, che era una
comunità di asceti, che si riunivano fuori dalle città per praticare un culto puro rivolto a
Dio. Ci racconta ciò un autore ebreo, Filone di Alessandria, che è la nostra unica fonte su
questa comunità di Terapeuti che vivono ad Alessandria di Egitto, vicino a un lago. I
Terapeuti erano un ordine “monastico” giudaico ed erano caratterizzati da alcuni elementi:
1) Un digiuno esasperato → serviva come preparazione alle loro visioni
2) Castità
3) Visioni
Altro esempio che può fungere da modello del monachesimo sono i Reclusi del Dio
Serapide, ambito del paganesimo. Abbiamo informazioni grazie a dei papiri di età
ellenistica ed erano uomini dediti ad una vita ascetica e vivono in templi dedicati al Dio
Serapide.
Secondo alcuni autori il monachesimo non prenderebbe spunto da queste due esperienze,
ma sarebbe una rielaborazione dell’esperienza dei cristiani che fuggono dalle persecuzioni
di Decio, metà del III secolo e si ritirano a vivere nel deserto. Altri dicono che derivino dalla
fuga di alcuni cristiani dalle città a causa di un fiscalismo troppo pesante. Altri dicono che i
monaci abbiano voluto ritirarsi come per volersi sentire eredi dei martiri, che non ci sono
più, ma che erano dei modelli da seguire. I monaci così non sono martiri rossi, ma bianchi.
Quest’ultima pare essere la interpretazione più giusta. Dopo la dine dei martiri, il
cristianesimo diventa meno radicale e quindi molti hanno visto la nascita del monachesimo
come il desiderio di criticare l’evoluzione del cristianesimo e conservare la radicalità della
scelta originaria. Il monachesimo è un fenomeno molto complesso.

EGITTO: tradizionalmente il monachesimo si fa risalire all’Egitto anche se tutti questi


modelli emersi e queste molteplicità degli antecedenti fa sì che gli studiosi siano più cauti
nel dire dove nacque il monachesimo. Ci fu un periodo di incertezza dovuto alle diverse
forme di vita in cui si espresse la cristianità delle origini. Si impone un modello agiografico
e la figura più importante è Antonio l’Eremita. Questa figura ha contribuito a far
dimenticare una figura che precede Antonio e che ha avuto una importanza nel
Cristianesimo delle origini, che è Ieraca di Leontopoli, che è contemporaneo di Antonio.
Ieraca vive dal 250 fine al 340, sono le stesse date di Antonio. L’idea di Ieraca è l’idea della
continenza e si pone a campo di una comunità urbana, in città di uomini e donne e che
condividono il tema dell’ascesi. La sua comunità il rifiuto il controllo dei vescovi, ecco
perché non viene accettato. Rapporto monachesimo e vescovo era molto testo, solo con
vari concili si arriva alla conclusione che il monachesimo doveva essere controllato dai
vescovi.
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Altra figura importante di monaco eremita è la figura di Paolo da Tebe, raccontata da


Gerolamo nel IV secolo, che scrive “Vita Sancti Paoli”. È una figura di cui attualmente si
mette in dubbio la storicità e Gerolamo scrive ciò sul modello di vita di Antonio scritta dal
vescovo Atanasio. Sono vite che hanno grande successo e vengono portate e tradotte in
occidente e Gerolamo ha scritto ciò per diffondere una storia simile e che avesse lo stesso
successo.
Antonio nasce nella metà nel III secolo e la tradizione lo vuole molto longevo. Antonio
avrebbe ascoltato il racconto del giovane ricco, che deve dare tutte le ricchezze ai poveri e
quindi Antonio lascia tutto per consacrarsi a Dio, mettendo in atto un completo
allontanamento dal resto della comunità. Si ritira a vivere nel deserto e mette in atto le
tecniche di purificazione e la vita di Antonio è tutto un combattimento contro i demoni.
Antonio però attira folle di ammiratori che vogliono imitare il suo stile di vita, ma anche di
beneficiare della sua attività di Taumaturgo. La vita di Antonio viene scritta dal vescovo
Atanasio nel IV, che intende descrivere la vita di Antonio come esempio delle esperienze
ascetiche del suo luogo e del suo tempo e scrive questa vita come modello per chi vorrà
vivere una esperienza analoga. Del vescovo Atanasio abbiamo una serie di lettere, 335-
345, che ci mostrano esperienze diverse di tipo monastico, Antonio era solitario (eremita,
anacoreti), invece queste altre esperienze erano comunitarie, ossia i cenobiti. Le lettere di
Atanasio ci dicono che queste esperienze rifiutavano il controllo dei vescovi e questo è un
problema in un cristianesimo che si sta organizzando con una organizzazione di tipo
amministrativo e i monaci volevano fuggire da ciò. Nella biografia di Antonio ci sono alcuni
elementi caratterizzanti dell’esperienza del monachesimo:
1) Ascesi e la lotta contro il demonio
2) Desiderio di purificarsi, in quanto la purificazione avvicina l’uomo a Dio.
Ci sono altre esperienze egiziane monastiche di cui abbiamo documentazione, perché ci
sono giunti alcuni scritti che si chiamano Apophthegmata Patrum, cioè detti dei padri (del
deserto), che descrivono la vita di questi padri che si ritirano nel deserto. Questi padri del
deserto non sono soli, ma sono in gruppetti, nei quali c’era un maestro e essi alternano la
solitudine e l’ascesi a momenti comunitari, nella quale ci sono elementi di carattere
liturgico. Alternano questa attività, come Antonio, a qualche lavoro manuale.
La vita di Antonio verrà molto presto tradotta e avrà fortuna in occidente. Verrà portata in
occidente da Atanasio stesso, in quanto venne esiliato dall’imperatore stesso, in quanto gli
imperatori si stavano avvicinando all’arianesimo.
Questi insediamenti egiziani avranno una grande fortuna, infatti diventerà di moda fare
pellegrinaggio, nel IV secolo, presso questi padri del deserto, quindi anche dall’occidente
partiranno fedeli, uomini e donne, in pellegrinaggio. Queste piccole raccolte dei padri del
deserto si diffondono velocemente intorno alla fine del IV secolo. Queste forme di vita tra
il IV e il V secolo entrano in crisi, in quanto c’era una tensione con i vescovi e poi esistono
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tensioni i monaci o gli eremiti indigeni e quelli che vengono ad aggiungersi e quindi ci sono
tensioni interne.
Contemporaneamente a questo eremitismo egiziano, nasce una seconda una forma di
monachesimo, compare l’esperienza comunitaria, il cenobitismo. Il padre del cenobitismo
e Pacomio, 292-350, contemporaneo a Ieraca e ad Antonio. Le fonti sono “una vita di
Pacomio” scritta in greca, in latino e in arabo e anche “le lettere di Pacomio”, sui suoi
insegnamenti. Pacomio nacque da una famiglia pagane e ha conosciuto il cristianesimo
durante il servizio militare, in una caserma di Tebe, Egitto, durante un periodo di leva
obbligatoria, instaurata perché c’era stato un conflitto tra l’Imperatore Massimino d’Aia e
Licinio nel 313. Questi militari venivano nutriti da alcune famiglie cristianizzate e portavano
aiuto fisico col cibo, ma anche spirituale. Pacomio si fa battezzare e dopo il battesimo si
dedica ad attività caritative come forma di ringraziamento per essere vissuto durante la
leva obbligatoria. Pacomio abbraccia una vita di tipo eremitico per un periodo, però viene
seguito da molte persone e convince i suoi seguaci a fare una esperienza di vita comune.
Per Pacomio il modo migliore per fare vita comune è quello della comunità di
Gerusalemme, raccontato negli Atti degli Apostoli, cap. 4, vv.32-35. Questo passo è il
modello della maggior parte delle esperienze monastiche in oriente e in occidente. Il
modello del monachesimo cenobitico è quello di mettere in comune i propri beni e
considerare tutto comune.
Pacomio nel 323 forma un grande monastero, il monastero di Tabennesi, nell’alto Egitto,
che ebbe una grande fortuna e che fece sì che vennero costruiti molti monasteri che
facevano riferimento a Pacomio, 9 maschili e 2 femminili, sotto la guida della sorella.
Secondo Palladio, uno storico del cristianesimo del IV e che scrisse la “Ausiaca”, dice che
c’erano circa 7000 monaci. La regione più ricca di monasteri è la Tebaide e i monasteri
nascevano ai limiti del deserto, in zone distanti dalla città o in villaggi abbandonati o
terreni non controllati da nessuno come tempi egiziani abbandonati. I cenobi Pacomiani
erano organizzati come enti autosufficienti sotto ogni punto di vista, inizialmente non
erano controllati dal vescovo e non erano neanche soggetti dai proprietari terrieri. Altra
novità è che venne scritto un regolamento. La regola di Pacomio venne promossa anche in
occidente, in quanto Gerolamo la tradusse in latino. Per Pacomio oltre alla preghiera, è
importante anche il lavoro, anche se è importante l’ascesi individuale.
Interi gruppi famigliari si convertono a una dimensione monastica e questo aspetto lo si
ritrova soprattutto nel monachesimo egiziano.

LEZIONE 6
MONACHESIMO PALESTINESE: Palestina terra fondamentale per il Cristianesimo. In
Palestina si sviluppa un monachesimo cosmopolita, questo vuol dire che numerosi asceti
vanno in Palestina come viaggiatori e pellegrini. Vanno nei luoghi che avevano
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rappresentato le tappe della vita di Gesù (Gerusalemme, Betlemme). “Diario del viaggio di
Egeria” → Egeria dalla penisola Iberica, nel 381, dopo l’Editto di Teodosio, intraprende un
viaggio nei luoghi in cui scritto aveva vissuto. Questo è uno dei pochissimi testi scritti da
una donna, l’altro è “Il memoriale di Perpetua”. Tutta questa regione è caratterizzata dai
pellegrinaggi di singoli persone o di comitive di devoti che poi si fermano in Terra Santa.
Queste persone hanno un ruolo importante nell’organizzazione della liturgia di questi
santuari che stanno pian piano nascendo e creano anche degli ospizi che servono ad
ospitare i pellegrini o i poveri. Si formano delle colonie di asceti che vengono iniziate da
personaggi altolocati che si convertono. Sul Monte degli Ulivi sorge un monastero su
iniziativa di Melania Senior, che viene aiutata da un vescovo, Rufino di Aquileia e un’altra
iniziativa simile nasce a Betlemme su iniziativa di Paola, nobildonna romana e la figlia
Eustochio. Queste donne sono guidate da Gerolamo. Gerolamo fa un lungo periodo a
Roma e costituisce un cenacolo di nobildonne istruite, che sono vedove e si ritirano e
formano dei monasteri casalinghi e alcune di loro seguono Gerolamo in Terra Santa e
formano così questi monasteri.
Il monachesimo palestinese non è caratterizzato da una vita dura, come per i padri del
deserto o il monachesimo siriano (ascesi) e la caratteristica è che è un monachesimo
internazionale. Dal momento che si tratta di persone acculturate, vi è una partecipazione
vivace sulle controversie che riguardano Cristo nel IV e nel V secolo. Queste figure, tra cui
Gerolamo, hanno il mito del deserto e quindi queste figure si ritirano nel deserto di Giuda
e di Gerusalemme. Tra il III e il IV secolo è vissuto Caritone, è considerato dalla tradizione il
primo monaco gerosolimitano e con lui prende avvio un tipo di monachesimo fondato sulla
laura (termine greco che sta ad indicare una fessura, un grotta sui monti). La laura sono i
luoghi in cui queste comunità si organizzano e sono i luoghi tipici del deserto di Giuda, tra il
Mar Morto e Gerusalemme. Le laure sono caratterizzate da celle isolate, però non sono
distanti da un luogo centrale, in cui sono costruiti piccoli edifici in comune, come la chiesa,
il refettorio (dove si mangia), l’infermeria. È un monachesimo solitario, ma con luoghi e
momenti in cui ci si ritrova insieme. Il deserto di Giuda diventa meta di pellegrinaggi e qui
sorgono molti monasteri latini.
Tra questi luoghi è importante quello costruito da Melania Senior, che fonda il monastero
sul Monte degli Ulivi nel 372 d.C. Anche la nipote Melania Junior arriva a Gerusalemme e
consolida il monastero di Melania Senior e ne fonda un altro sul Monte dell’ascensione. Lo
stesso Gerolamo dopo essere stato a Roma e aver fondato questo cenacolo, con Paola ed
Eustochio e soprattutto con i beni di Paola, fondano un monastero. Giovanni Cassiano visse
a lungo a Betlemme presso la grotta della natività.
Paola è una patrizia, sposata con un senatore importante e ha 5 figli e due di queste, Lesilla
ed Eustochio, vanno con lei in Palestina e formano monasteri femminili. Eustochio diventa
significativa grazie alla sua dedizione per lo studio del latino, del greco, dell’ebraico ed è
ritenuta una aiutante di Gerolamo nella sua operazione di traduzione della Bibbia.
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MONACHESIMO SIRIANO: In Siria abbiamo delle esperienze di tipo monastico autoctone,


indigene, che non hanno nulla a che fare con le altre e per questo sono diverse. Le
comunità che si sviluppano in Siria hanno una forte attrazione per l’ideale ascetico
(incessante preghiera, purificazione e mortificazione del corpo e una rigida continenza →
encratismo) e continua anche nel IV secolo ad essere coltivato. Il monachesimo siriano è
durissimo. Altra caratteristica è la convivenza tra uomini e donne → figli e figlie del patto o
dell’alleanza, che sono gruppi di continenti che vivono in comunità come membri di uguale
diritto e quindi non vi è gerarchia. Queste comunità fanno un voto di castità e di povertà e
si sviluppano in Siria, ma anche in Mesopotamia e in Persia. Figli e figlie del patto → il
patto che li unisce è la attesa della nuova apparizione di Cristo, la parusia. Alcune di queste
comunità hanno una forte componente di critica verso la rilassatezza dei costumi cristiani.
È un ascetismo molto severo quello siriaco e si esprime in forme bizzarre e lo sappiamo
grazie a Teodoreto di Cirro, che ci racconta di queste comunità e siamo nel V secolo. Ci
sono asceti che vivono solo rinchiusi o chi vive solo all’aperto; per mortificare il corpo si
caricano di catene che non abbandonano mai; vivono nelle cavità degli alberi (i dendriti).
Una forma particolare sono gli stiliti, rappresentati dal monaco Simeone lo stilita che si
sarebbe ritirato a vivere su una colonna dalla quale predicava e questa colonna era presa
d’assalto da fedeli. Un’altra caratteristica di queste comunità è quella di lasciare ferite
sempre aperte, a ricordo delle ferite di Cristo e questa caratteristica vi è fino ad oggi →
storia della stigmate.
In Siria esiste sia il cenobitismo sia l’eremitismo. Il monachesimo siriano si occupa anche di
molte attività di tipo caritativo e di proselitismo. Da questo bacino di monachesimo siriano
spesso venivano eletti anche i vescovi.

MONACHESIMO ANATOLICO: le origini non sono così chiare e in questo monachesimo è


molto forte questa caratteristica del monastero come costruzione di una famiglia
alternativa, formata da persone che si dedicano all’attività dello spirito. La personalità più
conosciuta è Eustazio di Sebaste, IV secolo e fa una vita ascetica caratterizzata dalla critica
forte verso lo sviluppo della chiesa e avrà grossi conflitti contro le gerarchie ecclesiastiche
e un sinodo, tra i vescovi dell’Asia Minore, si pronuncerà contro sue esagerazioni. Eustazio
è contro il matrimonio, alla proprietà privata, nega un cristianesimo che sia inserito nella
società civile e ritiene che gli uomini di chiesa (vescovi, presbiteri, diaconi) vivano un
cristianesimo annacquato. Eustazio vuole dare grande importanza alle donne e quando
diventa vescovo deve guidare una comunità e stempera questi ideali ascetici forti. Un suo
amico, un suo discepolo, Basilio di Cesarea come Pacomio mettono per iscritto un
regolamento per chi entra nella comunità. Basilio, IV secolo, è fratello del padre della
chiesa di Gregorio Nazianzeno ed è fratello della prima Santa di cui sia stata scritta una
biografia, Macrina. Egli è figlio di una famiglia aristocratica in cui la madre fonda vari
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monasteri. Basilio studia nelle migliori scuole e poi si dedica a una vita ascetica monastica.
Egli visita i monasteri, come Gerolamo e fa esperienza di vita monastica e si ritira a vivere
in terreni di proprietà della famiglia, nel Ponto assieme alla sua famiglia e poi diventa il
vescovo di Cesarea, quando muore Eusebio di Cesarea. Basilio diventerà pure metropolita
della Cappadocia. È amico e discepolo di Eustazio, ma quando diventa un uomo importante
nella chiesa, rompe l’amicizia, in quanto Eustazio aveva aderito a un gruppo di
Pneumatomachi, che sono coloro che negavano che all’interno della trinità lo spirito santo
avesse la stessa importanza del padre e del figlio. Questa setta è contro l’idea della trinità
tipica del cristianesimo e quindi questo gruppo è eretico e quindi Basilio decide di rompere
l’amicizia.
Basilio scrive 2 regole, una lunga e una breve; quella lunga è stata fatto sottoforma di
dialogo tra un discepolo e un maestro. Queste regole verranno tradotte anche in latino in
occidente. Quando diventa vescovo fonda in città, una cittadella, formata solo per
l’accoglienza per i poveri: la città dei poveri.
Queste esperienze anacoretiche o cenobitiche a volte sono scarsamente regolamentate
come quella di Pacomio o a volte sono più organizzate come quelle di Basilio. Queste
esperienze sono diverse, che avvengono in luoghi diversi, ma che avvengono nello stesso
periodo e sono tutte esperienze che poi si diffondono in occidente, grazie alla traduzione
delle opere di questi.
Come si sono conosciute queste opere? Tra il IV e il V secolo c’è molta comunicazione tra il
cristianesimo d’oriente ed occidente. Ad esempio in Oriente quando vi è l’imperatore
ariano, molti vescovi non ariani vengono esiliati e Anastasio fa proprio così e si trasferisce a
Roma e questo anche al contrario da occidente in oriente, come Eusebio di Vercelli.

TEMA DELL’EVOLUZIONE DEL VESCOVO DI ROMA → IL PAPATO NEL PRIMO MILLENIO.


A partire dal II secolo alla sede episcopale di Roma venne riconosciuto una sorta di primato
onorifico fra le diocesi, che cominciano adesso ad essere una centinaia. Fra queste diocesi
ce se non più antiche di quelle di Roma e anche più vivaci dal punto di vista teologico e
sono Alessandria d’Egitto, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli (divenne importante
perché divenne la capitale dell’imperatore). Il motivo di questo titolo onorifico risiede nella
figura di san Pietro, secondo una tradizione tarda, primo vescovo di Roma. A Roma si ebbe
anche un forte sviluppo edilizio: una chiesa venne edificata accanto al palazzo del Laterano
dove risiedeva il vescovo, dentro la cinta muraria della città. Costantino avviò la costrizione
di un’altra chiesa posta fuori dalle mura – quella Vaticana – e i due edifici divennero il
fulcro della topografia religiosa della città. Costantino dona anche una serie di proprietà,
beni, arredi, ricchezze, oggetti sacri, ma non solo a Roma, ma anche in Gallia, in Africa. Tra
il V e il VI secolo, il vescovo di Roma, che comincia a chiamarsi Papa, acquisisce la piena
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disponibilità di tutte queste ricchezze che in età costantiniana sono state donate alla
chiesa, sia da parte degli imperatori sia dalle famiglie aristocratiche convertite.
343: concilio di Sardica (l’attuale Sofia) riconobbe una funzione primaziale del vescovo di
Roma → i vescovi di Roma avevano cominciato ad insistere con una operazione di
propaganda, sul tema della discendenza del vescovo di Roma da San Pietro.
I vescovi di Roma (anche in risposta al crescente prestigio di Costantinopoli) si
impegnarono nel IV e V secolo in un’opera di rafforzamento delle strutture e di una incisiva
messa a punto del proprio ruolo.
La sede romana si dotò di scrinia, cioè di uffici pubblici della chiesa, archivi, presso cui
lavoravano dei notarii con archivi che conservavano la documentazione. È l’inizio degli
archivi vaticani.
Contemporaneamente si avviò un’opera di precisazione teorica del ruolo dei papi. Papa
Damaso (366-384) fu il primo a chiamare Roma sede apostolica, in quanto fondata dagli
apostoli Pietro e Paolo, che a Roma avevano trovato il martirio, facendo discendere da
questo fatto una posizione di primato della propria sede episcopale. Infatti nessun’altra
chiesa poteva vantare un’origine così eccellente.
Un concilio a Roma nel 382 sostenne il primato di Roma sostenuto dalla forza di Pietro.
All’inizio tutti concordavano su ciò, tra cui il vescovo Cipriano di Cartagine e fu il primo che
la chiama la Cattedra Petri (il seggio del vescovo). Anche Tertuliano collega questa teoria
del primato petrino col diritto romano e di mettere l’accento sul diritto romano come
elemento di governo della sede papale.
Tra il IV e V secolo si consolidò l’idea che il papa era successore di Pietro sulla base del
testo di Matteo 16, 18-19 «e io dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia
chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di lei e ti darò le chiavi del regno dei
cieli e ciò che avrai legato sulla terra sarà legato anche in cielo e ciò che avrai sciolto sulla
terra sarà sciolto anche in cielo».
Altro testo importante per dimostrare il primato di Roma è un testo anonimo, ma viene
tradotto di Ruffino di Aquileia. E questo testo è la lettera di papa Clemente I a san
Giacomo; tale testo pretendeva che Pietro avesse lasciato in eredità a Clemente stesso la
potestas ligandi et solvendi ricevuta da Cristo. Si affermava che Cristo aveva conferito in
termini giuridici a Pietro dei poteri che passavano di diritto ai vescovi di Roma. Il potere
degli chiavi è una espressione che proviene della bibbia e indica il possesso di una autorità
assoluta. Nel corso della storia del cristianesimo, questa espressione, viene intesa come la
capacità di rimettere i peccati e come la capacità del papa di dare delle definizioni che
sono universali e infallibili in materia di fede.
Con questi 2 testi si afferma che Cristo aveva dato dei poteri a Pietro che per diritto
andavano ai suoi successori, ossia ai vescovi di Roma.
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Il successore di Damaso, papa Siricio (384-399) introdusse un tipo di lettera la decretale,


perché modellata sui decreta o responsa che l’imperatore inviava ai funzionari delle
province per trasferire le direttive di governo.
La più antica decretale fu quella del 385 indirizzata ai vescovi della penisola iberica, nella
quale Siricio si dichiarava erede di Pietro e affermava che su di lui ricadeva il peso di tutte
le Chiese. Per ora questo primato è solo morale.
Il lungo processo di definizione del primato papale conobbe poi il suo perfezionamento
durante il papato di Leone I (440-461). Il papa coniò la formula che il papa era l’erede
indegno di san Pietro, che significava che il papa succedeva come erede all’apostolo nella
totalità dei suoi poteri, nel suo ufficio, anche se non nello status personale, che era
irripetibile, irriproducibile e rispetto al quale il papa era indegno. Nella stessa linea andava
l’attributo apostolico e non apostolo.
L’insieme dei poteri di discendenza petrina fu detto plenitudo potestatis.
Il papato insomma tramite un’elaborazione teorica diventava l’organo supremo di governo
dell’intera cristianità, avendo come scopo quello di condurli alla salvezza eterna.
Questo insieme di poteri veniva designato anche con il termine di principatus, un potere
monarchico di origine divina. Tale principatus si distingueva da quello dell’imperatore che
era frutto delle azioni umane e del divenire storico, pur discendendo direttamente da Dio;
quello del papa invece derivava direttamente da Dio, da un atto divino.
Questo processo di affermazione si andò affermando molto gradualmente. In Oriente
infatti vi erano sedi molto prestigiose definite dall’imperatore Giustiniano anch’esse
apostoliche e anche in Occidente altre sedi vescovili si ponevano in concorrenza con Roma
(Aquileia e Ravenna).
Dopo la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente Romolo, nel 476, Roma dovette
patire una crescente dipendenza dall’aristocrazia senatoria. Nel VI secolo il papato rimase
coinvolto nelle lotte di fazioni dell’aristocrazia senatoria.
Il vescovo di Roma, così come quello di altre sedi, veniva eletto secondo la formula a clero
et populo nella sua diocesi e con il concorso dei vescovi della provincia ecclesiastica
romana che si trovavano in città al momento dell’elezione, ma un ruolo preponderante era
esercitato dalle famiglie eminenti per ricchezza, potere e clientele.
Le contrapposizioni fra le famiglie portarono talvolta alla contrapposizione fra candidati:
Scisma laurenziano (498-506) → più papi contemporaneamente. Papa Lorenzo e Simmaco,
espressi da 2 fazioni famigliari opposte. Le due fazioni combattono e vince la fazione di
Papa Simmaco. Simmaco diventa il papa e il Lorenzo subentra nella lista degli antipapi. Il
primo antipapa fu Ippolito, 217-235 e l’ultimo fu Felice V, 1439-49.
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I pontefici dei primi sei secoli furono in gran parte romani o italici, con una piccola
minoranza di occidentali di varia estrazione (africani, iberici) e meno di una decina in tutto
di greci; insomma il vescovo di Roma fu per lo più un romano.
Simmaco fu il primo papa a risiedere per lo più in Vaticano, facendo costruire nuovi edifici
di abitazione e di servizio attorno alla basilica di San Pietro.
Le biografie dei papi sono confluite nel Liber pontificalis. Sotto questo titolo è compresa
una serie di note biografiche dei papi a partire da san Pietro, compilata nel VI secolo sulla
base di cataloghi preesistenti e da allora continuamente aggiornata fino al XV secolo. Per
molti papi il Liber pontificalis è l‘unica’ testimonianza disponibile.

RAPPORTO CON IL VESCOVO DI ROMA E L’IMPERATORE


Una concezione di regalità rielaborata in chiave cristiana è quella espressa da Eusebio di
Cesarea (260-339) nello Speculum di Costantino. Egli postula per la prima volta il dovere
dell’imperatore di intervenire in ambito religioso per la difesa della pax e dell’unitas della
Chiesa, da cui dipende anche la pax e l’unitas dell’impero. All’unico imperatore, riflesso in
terra dell’unico Dio e suo rappresentante in questo mondo, era affidata la tutela
dell’ortodossia religiosa e del dogma contro ogni forma di dissenso e di deviazione, in
costante accordo con il clero. Con questo modello veniva cristianizzata la figura
dell’imperatore.
Il luogo in cui si esprimeva la collaborazione fra il papa e l’imperatore era il concilio, che
l’imperatore convocava. La Chiesa era priva di strumenti per far applicare le decisioni del
concilio e ci pensava perciò l’imperatore con i suoi strumenti di coercizione.
Papa Gelasio I (492-496) introdusse una definizione che ebbe enorme successo. Egli
delineò una collaborazione alla pari nell’opera di governo del mondo cristiano, tra la
regalis potestas e l’auctoritas sacrata pontificum cioè tra le due realtà universali
dell’impero e del papato.
Solo Cristo aveva potuto essere allo steso tempo re e sacerdote; dopo di lui i due officia
dovevano essere separati in due figure distinte, chiamate a cooperare con impegno serrato
per il bene comune e la salvezza spirituale dei sudditi dell’impero cristiano.
Con la riforma dell’XI secolo ci sarà un cambiamento a favore del papa e la auctoritas avrà
una valenza superiore alla potestas.
Proprio durante il pontificato di Gelasio, il titolo onorifico di papa, fino a quel momento
assunto da tutti i vescovi, cominciò a essere usato solo per quello di Roma. Il vescovo di
Roma aveva anche il titolo di Patriarca, che non veniva quasi mai usato e fu Benedetto XVI
ad abolire questo termine. Anche le basiliche maggiori, che dovevano essere definite
basiliche patriarcali, in realtà sono sempre state definite basiliche papali. La parola papa è
una parola di origine greca, una parola onomatopeica, che significa padre. La prima
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testimonianza dell’uso della parola di papa per indicare il vescovo di Roma si trova nelle
catacombe di San Callisto, in cui vi è una iscrizione del diacono Severo che dichiara di aver
costruito il sepolcro per la sua famiglia secondo l’ordine del vescovo romano Marcellino,
296-304 → “diaconus severus fecit… iuxu papae sui Marcellini”. Prima papa era un termine
generico, dall’VIII secolo invece è riferito solo al vescovo romano.

LEZIONE 7
Il papa di Roma oltre alle responsabilità verso la propria diocesi stava assommando altre
responsabilità su un’area che comprendeva la penisola italiana, ma che si era poi ridotta alle
regioni centro-meridionali, con la Sicilia e la Sardegna. Nel nord Italia era sorta una nuova
circoscrizione centrata sulla diocesi di Milano, che nel IV secolo era stata residenza
imperiale. Inoltre al papa facevano capo, per le questioni di fede e di disciplina ecclesiastica,
tutte le chiese africane.
Tuttavia l’autorità universale dei pontefici non si esercitava in Oriente e anche nelle regioni
occidentali le chiese locali conservavano una sostanziale autonomia, anche se il papa
progressivamente assunse il ruolo di depositario della fede e dell’ortodossia. Papa Gregorio
Magno, 590-604, è una cesura grossa, il quale prima di essere papa era prefectus urbi,
governatore di Roma è stato l’apocrisario, l’intermediario con l’imperatore d’oriente.
In seguito al declino dell’autorità imperiale i papi di Roma come gli altri vescovi delle sedi
occidentali, si trovarono a farsi carico di altre incombenze a difesa delle popolazioni di cui
erano i pastori: si trattava di garantire alcuni servizi come i rifornimenti di viveri, oppure
l’amministrazione della giustizia, oppure la difesa dagli attacchi dei barbari.
Del resto i vescovi provenivano dall’aristocrazia e godevano di relazioni importanti e di
specifiche attitudini in campo amministrativo (oltre al fatto che molti di loro prima di essere
vescovi avevano ricoperto cariche pubbliche).
Questi vescovi hanno capacità amministrative: esempi → i Goti nel 410 aggrediscono Roma
e fu il vescovo di Roma ad avviare un’opera di ricostruzione dopo il saccheggio, che era
Innocenzo I; nel 440 venne eletto Leone Magno come papa e durante il suo pontificato nel
452 gli Unni, comandati da Attila si avvicinano a Roma, il papa convince Attila dietro un
pagamento di un riscatto di risparmiare la città di Roma. Leone Magno lo convince grazie al
denaro, grazie a un’opera di mediazione. Nel 455 Roma venne devastata dai vandali e Leone
Magno si occupa nell’opera di ricostruzione. Il vescovo di Roma quindi ha questa capacità.
Nel secolo dopo, il VI secolo, Gregorio Magno avrà le stesse capacità e dovrà mediare contro
i Longobardi. Anche in Africa la chiesa depredata dei propri beni da parte dei vandali ariani,
popolazione cristiana, ma eretica. In Gallia e in Spagna, i Franchi (non hanno conosciuto
l’arianesimo) e i Visigoti (da arianesimo a cattolicesimo) sono passati al cristianesimo e
questo li ha avvicinati alle aristocrazie dell’impero e una volta che questi 2 popoli si fondono
con gli eredi dei romani i vescovi vengono reclutati anche da queste popolazioni. Ci fu una
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diminuzione dell’influsso del papa di Roma sulle chiese dei regni barbarici occidentali che si
rende visibile anche dalla diminuzione delle lettere pontificie, quindi c’è un momento in cui
queste chiese sono autonome rispetto al papato.
In Italia si ebbe il regno dei Goti e di Teodorico insediatosi al posto di Odoacre nel 493. I papi
si trovarono inseriti in un regno che aveva a capo un barbaro, di confessione ariana che
governava contemporaneamente la popolazione cattolica e la sua tribù stanziata nella
penisola come élite militare. I due gruppi si mantennero separati per volontà dello stesso
Teodorico e dei Goti, che volevano preservare la propria identità. Per i Goti l’adesione alla
fede ariana era un tratto distintivo della propria identità, da cui non intesero staccarsi. Per
anni questa convivenza funzionò ma l’accordo si spezzò quando il monarca diede vita a una
politica aggressiva contro l’aristocrazia romana, che si era alleata con il nuovo imperatore
Giustiniano. L’imperatore voleva riconquistare militarmente l’Italia. Si moltiplicarono gli
omicidi dei senatori romani per mano dei Goti, presentati dalle fonti come omicidi della
parte ariana contro i cattolici (e dunque come atti di persecuzione religiosa). Un lungo
conflitto scoppiò nel 535 che terminò nel 553 con la vittoria dell’impero e quindi i Goti
vengono sconfitti. La penisola fu sconvolta da devastazioni ed epidemie.
Nelle fonti si impresse una memoria negativa dell’esperienza dei Goti. Scomparve il senato
come ceto e verso la fine del VI secolo non viene più menzionato neppure il praefectus urbi,
il magistrato a cui era affidato il governo della città. Tutto ciò aprì un vuoto in campo politico
e amministrativo che dovette essere riempito dal papato. Allo stesso tempo Roma subì un
grave degrado urbanistico ed edilizio, che ne mutò il volto in maniera significativa, con un
grande calo degli abitanti. La fine del conflitto fu sancita il 13 agosto 554 con un testo
conosciuto come Prammatica sanzione, che ripristinò il potere imperiale in Italia. Alla sede
pontificia il documento attribuisce un ruolo importante nel riequilibrio della penisola e il
papa diventa interlocutore privilegiato del princeps ma in una posizione subordinata. Alla
morte del papa Virgilio citato nella Prammatica sanzione il suo successore fu imposto da
Giustiniano, Pelagio (556-561).
I papi tra longobardi e bizantini
Dopo un quindicennio dell’assetto voluto da Giustiniano la penisola fu sconvolta
dall’invasione del Longobardi, nel 568 o 569. Un regno si formò in Italia settentrionale e due
ducati separati a Spoleto e Benevento, minacciosi per Roma. Roma rimase sotto il governo
imperiale insieme a delle zone sulle coste adriatica e tirrenica e a buona parte del meridione.
Le province rimaste all’impero furono riorganizzate sotto il comando di un esarca che era
stanziato a Ravenna. I saccheggi dei longobardi non risparmiarono le istituzioni
ecclesiastiche soprattutto all’inizio.
La fuga di alcuni vescovi verso altre zone portò a una disarticolazione del tessuto
diocesano, spingendo il papato a intervenire nei confronti degli abitanti provati dalle
ultime guerre. Venne istituita la pratica dei visitatores, delle delegazioni, delle sedi
episcopali vacanti. Il pontefice che più di tutti fu chiamato a prendersi carico delle
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situazioni più difficili fu Gregorio Magno eletto nel 590 e rimasto in carica fino al 604.
Membro di una delle più illustri famiglie senatorie romane, già praefetus urbis, Gregorio
abbandonò la carriera politica per farsi monaco e soggiornò a lungo a Costantinopoli come
apocrisario papale, prima di essere eletto papa. Fu il modello del papa monaco, cioè del
papa che pur non trascurando le incombenze del proprio ufficio seppe mantenere uno
spirito volto alla meditazione e all’ascesi. Difese le città dai Longobardi ma anche coordinò
le difese militari in supplenza degli ufficiali dell’impero. Il suo trattare con i Longobardi fu
fortemente criticato dall’imperatore d’oriente Maurizio, ma la scelta primaria per Gregorio
fu quella di proteggere Roma. Anche l’avvio di una dialogo religioso con Agilulfo e
soprattutto con la moglie Teodolinda ebbe come scopo il rafforzamento del canale
diplomatico con i Longobardi che da ariani diventano cattolici. La progressiva
acculturazione dei Longobardi in senso romano fu un processo lungo che si concluse solo
verso la seconda metà del VII secolo e in cui il papato giocò un ruolo determinante.
Gregorio ebbe modo di volgere il proprio sguardo anche al di là delle Alpi, sforzandosi di
creare una trama di relazioni anche con i regni cristiani occidentali e ponendosi come
ponte fra l’Occidente e Costantinopoli.
Importante fu la conversione del re anglosassone del Kent Etelberto che si era sposato con
un donna franca, Berta e della sua stirpe. Gregorio inviò in Britannia un piccolo gruppo di
monaci guidati da Agostino, i quali battezzarono Etelberto e i suoi sudditi creando ex novo
le strutture della chiesa anglosassone, anche se negli anni successivi i progressi furono
assai lenti.
Il papato al tempo di Gregorio Magno si preoccupò di confrontarsi con molte realtà
dell’Occidente post-imperiale, ponendosi come un’autorità universale.
Questo non significa che il papato volesse sin da allora staccarsi (distinguersi) dall’impero
orientale, anche se vi furono con l’impero motivi di frizione:
-nel comportamento da tenere verso i longobardi (il papa incline al negoziato e l’esarca
incline al conflitto);
-nei confronti degli scismatici tricapitolini che avevano la loro roccaforte nella diocesi di
Aquileia (in questo caso il papato pretendeva una dura repressione mentre l’impero non
voleva).
Un altro motivo di attrito fu la questione contro il patriarca di Costantinopoli a proposito
dell’uso del titolo di ecumenikòs (universalis in latino). Questo titolo assumeva anche dal
patriarca di Costantinopoli e il papa critica ciò e non condivide questo nuovo titolo.
Durante il pontificato di Gregorio Magno si cercò di rendere più efficiente
l’amministrazione dei patrimoni della Chiesa romana da cui proveniva
l’approvvigionamento per la città di Roma. La Chiesa di Roma aveva preso il posto degli
ufficiali pubblici nel farsi carico di questo aspetto. Il grano che arrivava dai magazzini dei
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beni della Chiesa (Italia meridionale, Sicilia, Africa settentrionale) serviva per la
distribuzione alimentare all’intera popolazione romana.
Nel VII secolo si succedettero dopo Gregorio più di 20 papi; fu un periodo difficile segnato
da una profonda trasformazione negli assetti territoriali amministrativi e culturali della
compagine imperiale da un lato e dalla violenta ripresa delle controversie cristologiche,
sempre sulla figura di Cristo. Si diffonde una eresia che si chiama monotelismo, telos
volontà, che presupponeva che Cristo avesse una solo volontà, quindi non ha una volontà
umana e divina. Questa eresia si diffonde in oriente e i papi la criticano, in quanto dire che
Cristo ha una sola volontà divina, significa negare la volontà umana e significa attribuire a
Cristo una umanità imperfetta e quindi togliere valore al nocciolo del cristianesimo, ossia
che Dio ha sacrificato suo figlio per il bene dell’umanità. Per queste questioni si combatte.
Alla metà del secolo VIII la pressione dei longobardi sull’Italia centrale aumentò. Con
l’obiettivo di portare sotto il dominio dei Longobardi tutta l’Italia fino ai ducati di Spoleto
Benevento. Astolfo, un successore di Liutprando, nel 750-751 pose fine all’esperienza
dell’esarcato ponendo Ravenna sotto il dominio longobardo. Il papa Stefano II (752-757) si
appellò al re dei Franchi Pipino per chiedergli di strappare Ravenna ai Longobardi e di
restituirla non all’impero ma al patrimonium sancti Petri, presentato ormai come il
sostituto dell’impero in Italia. Il pontefice giustificava la sua richiesta con l’idea di avere
delle responsabilità di tipo pastorale verso il gregge dei fedeli che abitavano quelle regioni
e che ora erano prive della protezione imperiale. Discorso di carattere papale, religioso.
Il papato cercava di dar vita, tramite i Franchi, a un nuovo organismo politico-territoriale
incardinato su Roma in funzione anti-longobarda.
Si trattò di un disegno non lineare dall’inizio né programmato ma che tuttavia si andò
evolvendo in questa direzione. Il papato cercò di salvaguardare sé stesso e le regioni man
mano perse dall’impero per timore di finire inglobato nel regno longobardo. I Franchi in
quel momento erano l’unica realtà abbastanza forte sul piano militare. Per la dinastia dei
Pipinidi accogliere l’appello del papa significò garantirsi una legittimazione tanto più dopo
aver rovesciato la dinastia dei Merovingi.
Pipino nel 754 ricevette dal papa l’unzione, un gesto dall’alto valore simbolico ispirato ai re
biblici, gesto che in Occidente aveva dei precedenti solo presso i Visigoti, ma senza la
presenza del papa.
Contemporaneamente all’avvicinamento tra i Franchi e il papato si realizzò un
distanziamento fra Roma e Costantinopoli a causa di un disimpegno dell’Impero in
Occidente ma anche a causa di nuovi scontri religiosi culminati nell’iconoclastia,
distruzione delle immagini. Nel 726 l’imperatore d’oriente Leone III Isaurico si pronunciò
contro il culto delle immagini, una pratica profondamente radicata nel cristianesimo,
ordinando la rimozione dell’immagine di Cristo che era posta sulla porta bronzea del
Palazzo di Costantinopoli.
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Quali i motivi? Tre spiegazioni: influssi dell’ebraismo, dell’islamismo, il cui vietava il culto
delle immagini oppure (ipotesi maggiormente plausibile) cattivi rapporti fra il clero e il
monachesimo sempre più popolare.
Nel 730 il culto delle immagini fu vietato con un editto e fu avviata la persecuzione degli
iconoduli, coloro che venerano le immagini. Anche il papa fu minacciato ma i longobardi si
schierarono a protezione del papa.
Il nuovo imperatore Costantino V scrisse vari trattati contro il culto delle immagini e
convocò un concilio nel 754 che condannò l’iconodulia (non era presente nessuna
delegazione romana). Il suo successore fu Leone IV che ebbe un atteggiamento più
moderato. Gli successe l’imperatrice Irene, reggente per il figlio Costantino VI che
reintrodusse il culto.
Nel 787 il VII concilio ecumenico tenuto a Nicea ripristinò la legittimità del culto delle
immagini, anche se nel corso del secolo IX si ebbero ancora momenti di iconoclastia. Tale
contesa minò ancor di più la solidarietà fra Roma e l’impero.

IL PAPATO E L’IMPERO DEI FRANCHI


Desiderio re dei Longobardi nel 756 giunse addirittura a intromettersi nell’elezione del
papa cercando di imporre un proprio candidato, Filippo e facendo accampare le truppe
longobarde alle porte di Roma. Carlo (il futuro Carlo Magno) scese in Italia nel 774,
sconfisse Desiderio e inglobò nei propri domini l’intero regno longobardo.
Carlo non mantenne la promessa fatta al papa di annettere alla sovranità del papato tutti i
territori strappati ai Longobardi (Ravenna, la Venetia, l’Histria, il ducato di Spoleto) e Roma
continuò ad esercitare il suo potere su un’area che corrispondeva all’odierno Lazio.
Non si avvertiva nessuna contraddizione fra la sfera spirituale quella temporale.
Nel cuore dell’Europa si formò dunque il dominio franco che unì la Gallia all’Italia
longobarda e poi si espanse verso l’attuale Germania. Questo diede al papato un punto
d’appoggio per evangelizzare e per ribadire il suo ruolo di guida della cristianità
occidentale.
Nella notte di natale dell’anno 800 il papa Leone III (795-816), che aveva ottenuto un
intervento diretto di Carlo a Roma per reprimere le solite violenze dell’aristocrazia locale
incoronò imperatore il re dei Franchi. Con questo atto il pontefice sancì il ritorno della
potestà imperiale in Occidente e contribuì alla nascita di uno spazio politico concorrente a
Bisanzio (che era divenuta l’unica sede dell’impero dopo il 476).
L’impero franco legato al papato si propose quale erede dell’antico impero romano
cristiano, ereditandone le ambizioni universalistiche pur differendo radicalmente per
dimensioni e dislocazione geografica. In tale contesto la chiesa di Roma si trovò a occupare
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un ruolo importante. Fu necessario elaborare nuovamente un rapporto fra il potere


politico e l’autorità pontificia.
Il monarca franco si sostituì al princeps di Costantinopoli e vi fu una simbiosi a tutti i livelli
fra potere laico e quello ecclesiastico, chiamato a partecipare attivamente alla vita politica
e amministrativa. Malgrado Carlo Magno affermasse che le istituzioni ecclesiastiche poste
sotto la sua protezione dovevano trovarsi sotto il suo comando, fu il papa ad assumere il
controllo di tutta la chiesa. La chiesa romana gradualmente elaborò l’idea di una sua
supremazia sull’intera società dell’Occidente e sulle stesse istituzioni politiche.
Proprio in età carolingia venne prodotto il celebre falso noto come Constitutum Constantini
(la Donazione di Costantino). Questo documento pretendeva che l’imperatore Costantino
avesse donato al papa Silvestro I, con il palazzo del Laterano e la città di Roma tutta la pars
Occidentis dell’impero romano, sulla quale i papi, proprio in virtù di tale concessione, si
sentivano legittimati a esercitare il dominio temporale.
Da parte della chiesa vi furono diverse iniziative missionarie in Assia, in Turingia, in
Alamannia, in Frisia, concomitanti con la conquista militare di tali zone. La conquista fu
compiuta con il consenso di Roma. Già nella prima metà del secolo VIII Carlo Martello e i
suoi successori avevano sostenuto l’azione missionaria nel cuore della Germania del
monaco anglosassone Wynfrid-Bonifacio, che aveva cercato di legittimare la propria opera
dichiarando di sottoporre all’autorità di Roma le chiese fondate al di là del Reno.
Carlo Magno impose ovunque il modello del rito romano. Venne stimolato l’uso della
liturgia utilizzata a Roma; fu disposta l’osservanza della regola benedettina in tutti i
monasteri. Si voleva insomma normalizzare la fede e l’organizzazione interna della Chiesa.
L’intero corpo ecclesiastico si andò coordinando intorno alla sede di Pietro (con l’eccezione
della sede irlandese che mantenne consuetudine sue proprie).
Grandi patriarcati in Oriente vennero travolti dall’avanzata islamica.
Dal X secolo in avanti si aprirono all’influenza di Roma anche aree slave e dell’est europeo:
l’evangelizzazione cattolica della Polonia, della Boemia, della Moravia, della Pannonia e
delle province balcaniche abitate dai croati e dagli sloveni si verificò in momenti diversi
grazie iniziative congiunte del papato, del clero germanico e delle autorità imperiali. Dal IX
secolo ci fu anche l’avvio della cristianizzazione delle popolazioni scandinave che si
legarono anch’esse a Roma.
La sede romana accrebbe il suo prestigio. Si diffusero a questo proposito alcune decretali
compilate da un fittizio Isidoro Mercatore che andavano dalle origini fino al papa Gregorio
II (del secolo VIII) che furono denominate Pseudo-isidoriane. Si trattava di materiali
inventati (la cui autenticità fu messa in dubbio solo a partire dal secolo XV) che esaltavano
il primato della chiesa romana sulla chiesa universale.
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Con il declinare della dinastia franca anche il papato incontrò delle difficoltà poiché fu in
balia dell’aristocrazia romana, per la quale il controllo della carica pontificia significava
poterne gestire le cospicue risorse economiche ed esercitare di fatto il governo della città.
Per lunghi decenni si succedettero sul soglio di Pietro numerosissimi papi, molti dei quali
rimasti in carica per periodi assai brevi e tutti creati dalle fazioni aristocratiche più potenti.
L’episodio che di solito si assume a testimonianza del degrado è il processo al cadavere di
papa Formoso nel 987, intentato da suo successore Stefano VI, quando la salma del
pontefice fu riesumata e fu accusata di aver accettato la carica papale mentre era già
titolare di un’altra carica (in spregio così ai dettami del concilio di Nicea che lo vietava).
Malgrado ciò il papato riuscì a conservare una certo prestigio in Occidente in base alla
separazione fra l’ufficio del papa e la persona che transitoriamente lo ricopriva. Inoltre
anche sotto i pontefici più inetti mantenne il suo funzionamento la cancelleria che seppe
garantire la continuità amministrativa.
Una stagione nuova si ebbe quando il titolo imperiale fu assunto da Ottone I della casa di
Sassonia nel 962, ma la forte latitanza degli imperatori da Roma fece ripiombare il papato
nel vortice delle contese locali al punto che tra il 1044 e il 1046 si ebbe la contemporanea
presenza di ben tre papi. Un momento di autentica svolta si ebbe con la discesa a Roma
dell’imperatore Enrico III.

LEZIONE 8
MONACHESIMO IN OCCIDENTE
Nel monachesimo occidentale (migrazioni da oriente fanno sì che si diffonda questo
fenomeno pure in occidente) a differenza del monachesimo orientale non c’è il tema del
deserto. Sono 2 gli ambienti diffusi in occidente: le selve e le isole. La separazione dal
mondo e la ricerca della solitudine e l’allontanamento dal consesso degli umani rimane la
caratteristica identitaria del monaco, sia chi vive in isolamento e sia chi vive in comunità.
Quasi tutti i fondatori scelgono la dimensione comunitaria perché c’è un elemento
importante di controllo gli uni degli altri perché la relazione con gli altri è importante e
perché è importante che ci sia una figura di riferimento, ossia la figura dell’abate, che
significa padre. La dimensione dell’ascesi personale non è comunque abbandonata, ma ci
sono anche esperienze che uniscono le 2 dimensioni, momenti di vita solitaria, di ascesi
individuale e momenti di vita comunitaria, la preghiera, il pasto, la liturgia e il dormitorio in
alcuni casi.
Una delle vicende più interessanti e una terza via del monachesimo è quello di Martino di
Tours, il quale era un soldato della Pannonia, prima di diventare il vescovo di Tours. Egli
aveva sperimentato la vita ascetica eremitica e si era trasferito nell’isola della Gallinara
davanti ad Albenga, Liguria. In mancanza del deserto sono le isole che attraggono gli asceti.
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Questo desiderio di nascondimento nell’aristocrazia senatoriale e negli intellettuali era


molto mal visto, in quanto il valore importante era vivere all’interno della società. Rutilio
Namazziano (oriundo della Gallia), aristocratico e intellettuale romano, che fa letteratura
latina e greca. Egli era a Roma, poi torna in Gallia e ritorna via mare e si ferma sull’Isola di
Capraia e nella sua opera, in cui racconta il suo viaggio, che si chiama “De reditu suo (sul
suo ritorno)” e descrive con enorme ribrezzo questi monaci isolati.
Martino raduna intorno a sé delle comunità in 2 luoghi, una a Ligugé e una vicino a Tours,
ossia a Marmoutier. Questo gruppo è di asceti che vivono insieme e lo aiuteranno nella sua
opera di vescovo. Essi hanno degli ambienti in comune e si incontrano per la liturgia. È un
monachesimo vescovile, cioè vescovi che riuniscono intorno a sé un gruppo di chierici che
vivono come dei monaci.
Gradualmente le esperienze eremitiche in occidente lasciano il posto di quella di natura
cenobitica.
Giovanni Cassiano, prima di fondare alcuni cenobi fa esperienza di vita eremitica in oriente
e poi presso Marsiglia fonda 2 monasteri, una femminile e uno maschile e la sua fonte di
ispirazione sono le comunità monastiche che ha visto in Egitto (come quelle di Pacomio).
Giovanni Cassiano muore nella metà del V secolo. Giovanni sostiene che la vita cenobitica
sia migliore rispetto a quella eremitica perché riproduce pari pari la comunità di
Gerusalemme e quindi la proprietà non è bandita, ma è comunitaria (solo Francesco
d’Assisi nel Medioevo bandiva la proprietà).
Anche in Italia meridionale sia presso i vescovi (domus episcopali) sia nelle proprie case
(dominus propriis, monachesimo femminile) si sviluppano esperienze interessanti. All’inizio
ogni monastero ha la propria regola, solo successivamente si diffonderanno regole che
prenderanno il sopravvento. Queste comunità sono composte da laici, non da chierici, con
eccezione del monachesimo vescovile. I laici si raccolgono in maniera spontanea attorno
alla figura carismatica dell’abate. Inizialmente non vi è una vera e propria norma, ma le
esperienze sono molteplici e quindi la norma la dava l’abate. Tutte queste esperienze che
si diffondono in occidente nel IV-V secolo necessitano di essere regolamentate. Questa
modalità di vivere il cristianesimo ha successo, ma deve essere regolamenta. In occidente e
in oriente allora si hanno i concili che stabiliscono che queste esperienze monastiche
devono essere disciplinate dai vescovi e questo viene stabilito dal Concilio di Calcedonia in
oriente, nel 451 d.C. e alcuni concili in Gallia per l’occidente. Si stabilisce anche che i
monaci devono essere soggetti alla stabilitas, quindi non devono essere vaganti. Nascono
molte regole e tra il V e il VI secolo sono state messe per iscritto una trentina di regole, ma
che potrebbero essere di più, alcune erano orali. Le fonti delle regole sono le sacre
scritture e le fonti delle regole sono anche le regole precedenti, ad esempio le fonti delle
regole di Benedetto sono le regole di Pacomio, Basilio, Agostino, i Salmi, i Vangeli. Erano
inizialmente di natura parenetica, scritti di esortazione di carattere spirituale, più che
scritti di natura giuridica. Questi testi inizialmente non presentano un programma di vita
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ben delineato, però hanno tutti dei temi in comune, come ad esempio il tema della
preghiera, l’elemento qualificativo dei monaci. Un altro tema in comune è il lavoro; i pasti;
divisione dei compiti all’interno del monastero. In fase originaria l’abate fa le regole che
vuole.
Benedetto da Norcia, che morì nel 560 fa una esperienza di tipo eremitico e poi si
trasferisce sul Monte Cassino e lì raccoglie un gruppo di monaci per cui redige una regola,
che non è originale, ma che raccoglie il meglio dalle regole precedenti e si ispira a una
regola anonima che si chiama “regula magistri”. Benedetto rappresenta una svolta verso la
regolarizzazione della vita monastica, perché la regola con Benedetto non è una raccolta di
passi delle sacre scritture o delle regole precedenti, ma è un testo ben organizzato e un
testo normativo. Il monaco deve obbedire la regola di Benedetto e all’Abate. Quest’ultimo
rappresenta Cristo nella comunità che prevede Benedetto e pure l’Abate deve rispettare la
regola. Nell’impostazione che dà Benedetto la comunità dei monaci è importante e lo
stesso Abate li consulta e i monaci eleggono l’Abate, come prevede la regola 64 di
Benedetto. La comunità presenta rapporti di natura verticale (preghiera) e orizzontale
(rapporto tra i monaci). Il monastero è il luogo in cui il monaco vive tutta la sua vita, è una
sorta di recinto, che in latino si dice Claustrum, che in italiano diventa il chiostro, che nelle
fonti è tutto il monastero.
Il concilio di Calcedonia aveva stabilito che il monaco non dovesse allontanarsi dal luogo in
cui aveva fatto la professione, la stabilitas → ha molte eccezioni.
Questo percorso verso la regolarizzazione del monachesimo si verifica nel IV V VI secolo
nell’Europa Mediterranea. Ma cosa succede nel Nord Ovest dell’Europa? In queste zone ci
sono popolazioni celtiche in luoghi in cui l’impero romano non è arrivato come l’Irlanda o
che ha conquistato superficialmente la Britania. In Irlanda il cristianesimo penetra con
difficoltà, ma autore e promotore della penetrazione del cristianesimo in Irlanda è il
papato che invia alcuni monaci, tra cui Palladio. Le prime missioni hanno poco successo. La
missione che ha successo e che contribuisce alla nascita del monachesimo irlandese, VI VII
secolo, è la missione di Patrizio (385-461). Patrizio conosce l’Irlanda perché viene fatto
prigioniero da dei pirati e poi liberato ci ritorna da vescovo. Patrizio aveva frequentato
alcune comunità monastiche importanti, ad esempio Marmoutier. Nascono alcune
comunità monastiche irlandesi cenobitiche, che hanno caratteri particolari. In Irlanda non
ci sono reti di città e la popolazione è divisa per tribù e quindi l’organizzazione ecclesiastica
irlandese si forma non sulla base delle città e delle diocesi, ma si struttura sulla base delle
chiese e dei monasteri che fanno capo non al vescovo, ma all’abate di grandi monasteri
che si stanziano in Irlanda, sistema per Parucchie. Il cristianesimo irlandese avrà una serie
di tradizioni culturali diverse, come il calcolo della pasqua. È un monachesimo diverso:
1) Monachesimo rigidissimo → la regola di Colombano è durissima → punizioni fisiche
(percussiones → bastonate). Penitenza → regola che prevede molte punizioni e
mortificazioni del corpo → monaci però hanno grande prestigio
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2) Non rispetto della stabilitas → monaco pellegrino → tema della peregrinatio → la


vita dell’uomo è un percorso, è viator, è in perenne ricerca e non conta il traguardo,
ma il viaggio, sia brevi sia lunghi. Pellegrino è colui che si distacca da tutto:
ricchezze, famiglia, patria. L’idea di questa regola fu di Colombano, che muore nel
615.
Il monachesimo mediterraneo privilegia la stabilitas, mentre quello irlandese l’instabilitas,
ossia la peregrinatio. Questo significa che dall’Irlanda parte un flusso di monaci che
fondano monasteri, in SCOZIA e in Gallia e in quest’ultima giunge pure Colombano nel 590.
Colombano fondò in Gallia diversi monasteri. La più famosa fondazione è Luxueille ed è
nella Francia vicino alla Germania. Da lì Colombano scende verso l’Italia, gran parte
conquistata dai Longobardi. Colombano fonda nell’Italia Longobarda, vicino a Piacenza il
monastero di Bobbio nel 612. Insieme a Colombano, colonie di monaci arrivano
dall’Irlanda. Assieme ad essi arrivano pure le idee di questo monachesimo, tra cui la
penitenza tariffata. Essa deriva dal diritto irlandese che era basata sull’idea che per
estinguere un reato bisogna pagare una ammenda. Penitenza tariffata significa che ciascun
peccato confessato dai monaci all’abate deve essere punito con una penitenza specifica,
ma non è l’abate che decide, ma c’è una codificazione scritta, per cui ad ogni peccato
corrisponde a una penitenza. Questa codificazione la troviamo nei libri penitenziali che si
diffondono in Europa grazie alla migrazione dei monaci irlandesi. Questo sistema si
trasferisce anche grazie ai laici. Nel cristianesimo delle origini la penitenza e la confessione
erano un qualcosa di pubblico e venivano fatte una volta nella vita davanti al vescovo e
riguardavano solo peccati gravi, con l’idea della penitenza tariffata si diffonde presso i laici
l’idea di una confessione dei peccati che non deve essere più pubblica, ma è privata e si
serve di un esperto di anime, il sacerdote, che sulla base dei penitenziali impartisce la
penitenza. È la nascita del sacramento della confessione come lo conosciamo noi, infatti è
ripetibile. L’accento su questo rito della penitenza verrà messo successivamente sulla
consapevolezza del fedele e sull’idea del pentimento del fedele, per cui l’etimologia della
parola penitenza nel corso del Medioevo verrà fatta derivare non dalla parola pena, ma dal
verbo Penitet perché l’accento verrà messo sul tema del pentimento, quindi pian piano di
passa dalla penitenza alla confessione.
Colombano quando arriva in Gallia nel 590 viene in contatto con la regola di Benedetto e
Colombano ne tiene molto conto e rimane colpito da questa normativa di Benedetto e ne
trae spunto, anche se la regola di Benedetto privilegiava la stabilitas e Colombano la
peregrinatio, ma quest’ultima pian piano venne sostituita dalla stabilitas.
BENEDETTO: è difficile dire chi è, la fonte principale di Benedetto è papa Gregorio Magno,
che nel libro dei suoi dialogi descrive la vita di Benedetto. La nascita è circa il 480-490 e la
fondazione di Montecassino intorno al 528 e la data di morte 547-560. Date molte incerte,
ma il periodo è quello. Le date sono convenzionali e prive di riferimento documentario.
Benedetto nacque a Norcia da una famiglia di buon livello sociale e viene mandato a Roma
per completare i suoi studi e disgustato da come le persone vivono a Roma, si ritira nella
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grotta di Subiaco e qui organizza dei discepoli in tante piccole esperienze → Gregorio
Magno parla di 12 monasteri, numeri simbolici. Poi egli lascia Subiaco e si trasferisce in un
luogo in cui si svolgevano ancora riti pagani vicino a Frosinone e qui fonda una comunità
monastica, ossia la comunità di Montecassino. Egli scrive la regola e muore 3 giorni dopo la
morte della sorella Scolastica. Questo è il racconto di Gregorio Magno nei suoi dialogi
scritti nel 593 e il 594. Questi dialogi sono l’opera più discussa di tutta l’opera di Gregorio
Magno perché il latino non è perfetto (al contrario delle altre opere di Gregorio Magno,
uomo dotto), una opera di grande affabulazione, piena di miracoli e di superstizioni e non
della teologia di cui è maestro Gregorio Magno. È un’opera di basso livello letterario e
quindi alcuni hanno ipotizzato che non sia sua, ma alla fine gli studi dicono che l’opera è
sua e la scrive in questo modo per proporre dei modelli, perché questa opera deve servire
come strumento pastorale. Nei dialogi Gregorio Magno propone dei modelli di uomini, che
lui chiama “viri dei”: asceti, guaritori, che fanno miracoli e anche di Benedetto Gregorio
Magno dà questa descrizione e quindi non gli importa del Benedetto legislatore, ma del
Benedetto che fa miracoli. Quest’opera ha un fondo di verità e Benedetto quindi è
realmente esistito. L’attività di Benedetto nell’area in cui egli opera non è più discussione e
nemmeno il suo ruolo di fondatore. È riconosciuto come dato certo che la regola di
Benedetto è una regola non originale, ma è influenzata dalla regula magistri. I primi 66
capitoli li si ritrovano nella regula magistri, poi c’è una parte di Benedetto.
La regola di Benedetto ci rivela che non è stata composta di getto, ma è un lavoro
progressivo, infatti ci sono dei concetti ripetuti e delle contraddizioni, quindi Benedetto
modifica il testo in baso all’esperienza da lui vissuta. La regola è il frutto di una lavorazione
progressiva. Si compone di un prologo e 73 capitoli e gli ultimi sono talmente ampi che
hanno avuto una circolazione individuale, dei piccoli trattatelli. In alcuni punti la regola di
Benedetto ricopia quella della regula Magistri, mentre in altre prende le distanze e i
capitoli finali sono originali di Benedetto.
Capitolo 1-7: si sottolinea l’importanza della ascesi, della spiritualità, anche se viene
ribadito dell’importanza del concetto della vita cenobitica;
capitolo 8-66: tratta dei diversi istituti monastici: la preghiera, le penitenze, come è
scandita la giornata, i responsabili del monastero, come si entra in un monastero, come si
reclutano i monaci, come si entra in monastero sin da bambini. Qui emerge la personalità
del legislatore. È una regola molto pragmatica e attenta ai vari incarichi, come si elegge
l’abate, capitolo 64.
67-73: parte più originale → Benedetto che riflette le sue esperienze, è maturo e si pone
l’accento sui rapporti tra i fratelli, che devono essere rapporti improntati sull’amore, sulla
carità, sulla condivisione e questa è la ripresa della regola di Sant’Agostino.
La regola viene composta per Montecassino, ma alcuni elementi ci fanno capire che la
regola viene composta e sembra riferirsi a luoghi diversi, questo perché la regola viene
aggiustata man mano.
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La regola di Benedetto è la regola più completa, in quanto ci sono tantissimi casi che sono
frutto di situazioni concrete che il monastero di Montecassino vive e quindi risolve tanti
problemi. Quella di Agostino è meno ricca di questa parte pragmatica. Quella di Benedetto,
quindi ha sia la parte pragmatica e anche quella spirituale, quindi è più completa e inoltre è
meno severa di quella di Colombano.
Altra fonte importante della regola di Benedetto è la scrittura, alla Sacra Scrittura, oltre alle
regole di Pacomio, di Agostino. La regola di Benedetto ha un fitto reticolo di citazioni che
smentisce questo mito del creatore geniale e rivoluzionario.
La regola di Benedetto coincide con la regula magistri, ma come mai si chiama regula
magistri? Viene chiamato così in età carolingia da Benedetto di Aniane, colui che viene
incaricato dalla corte carolingia di valutare e fare una analisi accurata di tutte le regole
giunte fino a quel momento, inizio IX secolo. Una idea portante della riforma carolingia era
quella di uniformare le pratiche, il cristianesimo all’interno del nuovo sacro romano
impero, soprattutto sulla base dei riti del papato. Benedetto di Aniane si fa arrivare dai vari
monasteri tutte le regole che riesce a trovare e Benedetto di Aniane le analizza, le mette a
confronto e sceglie come regola per tutti i monasteri dell’occidente cristiano la regola di
Benedetto. Da quel momento tutti i monasteri assumeranno questa regola. È lo stesso
Benedetto d’Aniane vede la regula magistri e la chiama così perché tutti i capitoli sono
introdotti da una domanda del discepolo e da una risposta di Dio tramite il maestro.
Questa regola fu pubblicata per la prima volta nel 1661 e non viene letta da molti, perché
tanti pensavano che fosse una ripresa della regola di Benedetto. Tra l’800 e il 900 si
incomincia a porre attenzione su questo testo e lavorando sui codici dai cui questo testo è
stato trasmesso si capisce che è stato Benedetto che ha tratto ispirazione da questa regula.
Questo determina uno scossone all’interno dell’ordine benedettino e dei suoi studiosi, in
quanto significa mettere in dubbio l’originalità del fondatore del monachesimo europeo.
Iniziò un dibattito su ciò con molti libri. Questa regola è stata datata i primi anni del VI
secolo, pochi anni prima della regola di Benedetto e il luogo di redazione è Roma,
dall’entourage papale.
Per un secolo e mezzo la regola di Benedetto non ha un gran successo. Nel 577 i longobardi
distruggono l’abbazia di Montecassino e per salvarsi i monaci se ne vanno e quindi per
molto tempo non conosciamo oltre a quella di Montecassino altre fondazioni che abbiano
assunto la regola di Benedetto. Essa la vediamo citata la prima volta in una lettera datata
620 che un abate del monastero dell’Aquitania scrive ad un altro vescovo di un monastero
del sud della Francia. Da questo periodo la regola inizia a diffondersi ed avere successo,
infatti Colombano la conosce e la riprende. Per tutto il settimo secolo è una regola
menzionata insieme alle altre, è importante, ma non la più importante e comincia ad avere
ancora più importanza nell’VIII secolo, quando l’abbazia di Montecassino torna ad essere
una Abbazia di primaria importanza, a tal punto che Carlo Magno nel 787 la visita e porta
con sé una copia della regola. Quando la monarchia franca e la corte carolingia, composta
dai più grandi intellettuali, elabora questo progetto di imporre una unica regola a tutti i
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monasteri, interviene Benedetto di Aniane e sceglie quella di Benedetto e si decise ciò ad


Aquisgrana nel 816.

LEZIONE 9
ITALIA LONGOBARDA: sotto il governo dei longobardi ricevette una grande migrazione di
monaci, la maggior parte irlandesi guidati da Colombano. Dalla Gallia, scende in Italia e
intorno ai 70 anni si stabilisce in provincia di Piacenza in una zona boscosa, ma non lontano
dalle vie di comunicazioni più importanti. Colombano fonda in questa zona il monastero di
Bobbio nel 612. Questo monastero viene fondato su un terreno del re dei longobardi, il re
di Agilulfo e la regine Teodolinda ed essi permettono a Colombano di fondare questo
monastero. La peculiarità di questo monastero e di altri monasteri irlandesi è che si avvia
una tradizione di stretti contatti tra i monaci e i poteri laici, quindi tra i monaci e i
longobardi. Tutta una serie di istituzioni monastiche fino al XII secolo nascono con
l’appoggio dei poteri laici, quindi dei sovrani longobardi, poi dei carolingi e quando si
sgretola quest’ultimo delle signorie locali. Questo rapporto tra poteri laici e monasteri ne
cambia la fisionomia, in quanto è una perdita di autonomia da parte dei monasteri. I re
ricavano vantaggi dalla fondazione di questi monasteri, soprattutto Agilulfo, in quanto il
monastero di Bobbio è stato costruito su un suo territorio che da poco era stato strappato
dai Bizantini e si affaccia su alcuni territori della Liguria che sono ancora Bizantini. Con il
monastero il re crea un avamposto longobardo in un territorio confinante con i Bizantini.
Un altro elemento importante è che Bobbio è vicino a un sistema di strade che conducono
a Pavia, Piacenza, Tortona, città in cui i Longobardi si erano insediati. Il re dona questo
territorio a Colombano, ma in cambio i Longobardi chiedono preghiere per la propria
anima. Nell’immaginario religioso dei fedeli si sta lentamente popolando un aldilà, in cui le
anime sostano in attesa della resurrezione e il destino dell’animo può essere aiutato dalle
preghiere di chi sosta ancora sulla terra. Già a metà del VII secolo Bobbio conta circa 150
monaci e si diffonde con la protezione regia e si diffonde anche una fiorente attività
economica organizzata e gestita dal monastero presso le coste liguri, conquistate dal re
Rotari. I monaci bobbiesi potevano vagare liberamente sul Po senza pagamento e
potevano smerciare le merci che producevano senza pagamenti e il monastero fu
protagonista di una intensa attività culturale, perché sviluppo uno scriptorium, in cui
venivano conservate e copiate opere di letteratura latina classica e della letteratura
cristiana antica. Bobbio avviò una preziosissima biblioteca e i resti ora sono alla biblioteca
ambrosiana di Milano e altri in quella vaticana.
Verso la fine del VII secolo i longobardi abbandonano l’arianesimo e questo fa sì che
prenda avvio con un ritmo incalzante una serie di fondazioni monastiche, maschile e
femminili, promosse dai longobardi. All’inizio le comunità erano piccole, poi si ampliano e
la regola di Colombano viene sostituita da quella di Benedetto, anche prima del Concilio di
Aquisgrana dell’816. Però la regola di Benedetto nel capitolo 64 si parla dell’elezione
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dell’abate. L’abate lo nominano i monaci, ma c’erano situazioni in cui l’abate veniva


nominato per la saggezza, la sua importanza, quindi sulla base di un giudizio solido. Molti
di questi monasteri che sorgono su iniziativa dei longobardi sorgono su dei territori
longobardi e quindi i longobardi si riservano una speciale protezione dei monasteri e
protezione significa anche ingerenza che andrà spesso a collidere con questo capitolo 64,
infatti i laici interferivano nelle elezioni dell’abate. Questa protezione interferirà pure sulla
vita interna dei monasteri → abate eletto poco saggio e questo modifica i costumi
all’interno. Uno dei più grandi fondatori di monasteri è Liutprando, re longobardo, inizio
VIII secolo e sotto il suo regno Pavia raggiunge il suo splendore massimo e viene fondato
un importante monastero San Pietro in Ciel d’oro. I longobardi fondano l’abbazia di
Nonantola vicino a Modena nel 752. Agli ultimi sovrani longobardi si deve la fondazione
degli importanti monasteri in terra bresciana → San Salvatore che diventa Santa Giulia e
San Benedetto di Leno. Altro monastero in Verona → Santa Maria in Organo.
L’età longobarda è una grande fioritura di monasteri e la fondazioni di monasteri per i
longobardi è una delle strade più importanti con cui questo popolo conquistatore,
caratterizzato da una forte componente militare e ariana, si trasforma e perde queste
caratteristiche e diventa un popolo che acquisisce progressivamente prestigio e il fatto di
diventare fondatori di monasteri fa perdere loro quell’aria di conquistatori crudeli ed
eretici e li trasforma agli occhi dell’impero bizantino e del papato in un popolo che agisce
in base all’interesse nei confronti della cultura. Gli storici ritengono che alcuni di questi
monasteri non ricevano dai longobardi una impronta che è duratura, infatti molti di questi
monasteri incominceranno ad avere rapporti con le aristocrazie franche, ancora prima che
i longobardi vengano sconfitti. Spesso questi rapporti di questi monasteri con queste
aristocrazie franche sono il frutto dell’azione del papa che non si sentiva sicuro e si sentiva
accerchiato dalle forze dei longobardi. Presenze franche sono all’origine di un altro
monastero medioevale, il monastero di Farfa, provincia di Rieti. I franchi che conquistano i
longobardi non distruggono i monasteri per lo stesso motivo per cui i longobardi li avevano
fondati, ossia l’essere i protettori era motivo di prestigio. Uno dei primi atti di Carlo
Magno, dopo aver sconfitto Desiderio, nel 774 è diretto all’abbazia di Bobbio, il cui sovrano
conferma tutti i possedimenti. A loro volta pure i Franchi diventano grandi fondatori di
monasteri, il più importante il monastero di San Pietro della Novalesa sull’Alpe di Siusi.
Questo monastero è un avamposto, fondato nel 726 da un nobile franco, dei franchi
sull’Italia settentrionale sulla Pianura Padana.
Nel passaggio dai longobardi ai franchi si ha una razionalizzazione dei territori, della
gestione economica dei monasteri → le donazioni continuano, l’estensione di alcuni
monasteri diventa imponente e i monaci operano su terreni incolti o altri che erano già
messi a coltura. Il patrimonio più grande in Italia Settentrionale è quello di Nonantola,
mentre nell’Italia centrale Montecassino con un patrimonio di circa 80 mila ettari nell’VIII
secolo. Il patrimonio dei monasteri sono dislocati in zone molto diverse tra di loro e anche
zone climatiche diverse e questo significa che il monastero è garantito da una vasta gamma
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di prodotti diversi e di ogni tipo. Il monastero, secondo la regola di Benedetto deve essere
un centro autonomo → il capitolo 66 dice che un monastero deve essere costruito in modo
che tutto ciò che serve per vivere sia al suo interno →autonomia. I franchi garantirono tale
organizzazione e i franchi promuovono altre fondazioni: San Zeno, Verona; Sant’Ambrogio
Milano. I franchi arricchiscono i monasteri con donazioni importanti e li rendono centri di
vita religiosa, culturale e spirituale perché con la riforma carolingia, si preoccupano,
attraverso l’emanazione di una normativa apposita (dei capitolari), del buono
funzionamenti dei monasteri. La corte carolingia è attenta anche alla disciplina dei monaci,
la moralità e la cultura e questo rende la corte carolingia destinataria della tuitio, ossia
della protezione dell’imperatore e per i monasteri è una cosa buona, ma li rende
dipendenti dai poteri laici e questo è un effetto positivo fino a quando c’è la protezione
dell’imperatore, ma sarà un problema quando l’impero si sgretola in tante signorie
territoriali, in quanto i monasteri dipenderanno dai signori territoriali.
Questi monasteri, essendo territori ampi è obbligatorio da parte degli abati e dei monaci
tenere dei rendiconti molto puntuali relativi alla consistenza delle terre, alla conduzione
delle terre, ai redditi che derivano dalla coltivazione delle terre. Da questi rendiconti, molti
dei quali sono sopravvissuti, veniamo a sapere che Bobbio nel VIII e IX secolo ha 41 tenute
→ 41 dipendenze ciascuna con il proprio luogo di culto (monastero, chiesa), con il proprio
territorio e funziona come centro di amministrazione. Tutti i monasteri hanno
documentazione di questo genere. Documenti fondamentali non solo per i monasteri, ma
anche per l’agricoltura, per l’alimentazione.
Il capitolo 66 → stimola attività artigianali, oltre che agricole.
I monaci acquisiscono anche immunità di carattere fiscale e anche di carattere giudiziario
(gli abati esercitano la giustizia e gli emissari dei re non possono esercitare la giustizia
dentro i territori monastici). I monasteri diventano delle signorie locali autonome. In alcuni
casi c’è una delega dei poteri pubblici, come battere moneta, come nel monastero della
Novalesa. → questo durante il momento aureo dell’impero carolingio.
La vita culturale dei monasteri: i monaci devono conoscere la bibbia, i padri della chiesa e i
precedenti testi monastici, ma la cultura per i monaci non è un piacere intellettuale e
questa idea è escluso dalla cultura monastica, ma la cultura monastica è funzionale alla vita
religiosa e le fonti della sapienza monastica sono le sacre scritture e i testi dei padri della
chiesa, i quali vengono studiati, commentati e compendiati (riassunti) dai monaci.
All’interno del monastero c’è anche un sistema di insegnamento, perché la regola di
Benedetto prevede l’ingresso di bambini come oblati, ossia offerti al monastero dalle
famiglie. Se vengono donati devono essere istruiti. Esempio: Ildegarda di Binger o il
vescovo Raterio.
Dopo la morte di Carlo Magno il legame tra i monasteri e le forze politiche si fa più intenso
e quello che era semplicemente una tuitio, una protezione, diventa un legame che
comporta delle limitazioni significative per i monasteri, ad esempio l’elezione dell’abate →
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sovrano utilizza le abbazie per premiare i suoi fedeli → Bobbio, IX secolo si susseguono
come abati esponenti della casa imperiale; Novalesa diventerà abate un figlio di Carlo
Magno. La protezione limita l’autonomia di livello politico. I monasteri nel IX diventano e
soffrono delle incursioni degli attacchi dei saraceni, in quanto i monasteri erano ricchi di
suppellettili, infatti ad esempio nell’883 i saraceni distruggono Montecassino, nell’898
depredano l’abbazia di Farfa e riescono ad arrivare anche alla Novalesa. Queste distruzioni
non sono distruzioni delle strutture materiali, ma portano via le ricchezze. A metà del X
secolo, quando viene restaurato il Sacro Romano Impero con la dinastia degli ottoni,
questo pericolo viene scongiurato e le abbazie possono ritornare agli antichi splendori.
Ancora più grave delle scorrerie dei saraceni è per i monasteri è la scomparsa dell’Impero,
perché è venuta meno la protezione imperiale, i monasteri sono gestiti da tanti signori
diversi e i monasteri sono costretti a legarsi alle famiglie di tanti signori diversi e questo
contribuirà a indebolire la libertà interna e l’autonomia dei monasteri e porterà a dei
processi di mondanizzazione della vita monastica, quindi di decadenza dei costumi.
PERIODO CAROLINGIO
L’età Carolingia si fonda su un colpo di stato dei maestri di palazzo che fanno cessare la
dinastia Merovingia e danno avvio alla dinastia Pipinide Carolingia. È un’epoca che va dalla
seconda metà VIII e fino a tutto il IX secolo (888). Si tratta di una epoca in cui c’è una forte
intrinsechezza tra la realtà politica franca e le istituzioni ecclesiastiche. L’idea di Chiesa, in
età Carolingia non fa riferimento solo al papato, ma anche alla realtà politica dei Franchi e
il popolo cristiano per l’impero carolingio è il popolo dei franchi che è considerato un
popolo eletto, che ha come missione quella di allargare i confini della cristianità e di far
entrare nella cristianità altre popolazioni, alcune già cristiane e altre ancora pagane. La
chiesa in questo periodo è lo stato carolingio e i franchi sono un popolo di fedeli guidati da
un sovrano che ha un programma, come quello del papa, di natura religiosa e missionaria.
Abbiamo un re che governa e vigila sulla vita religiosa del suo popolo, ovviamente in
accordo con i vescovi e con il papa. Il re si impegna per migliorare il culto, i ministri del
culto (i sacerdoti) e interviene sulle leggi e il diritto della chiesa → esistono tante norme
che fanno capo al papa, ma non è stato ancora codificato un diritto della chiesa → la
codificazione avverrà nel XII secolo. Questo accadde già in precedente con i maestri di
palazzo, anche se con Carlo Magno questa concezione ha il suo apogeo e anche la sua
teorizzazione. Carlo Magno si propone di regnare come il re della Bibbia e sia lui sia i suoi
successori (Ludovico il Pio) si preoccupano della cultura, dei luoghi in cui si fa la cultura e
creano una corte, corte carolingia, che sarà in grado di attirare le più acute e le più
importanti intelligenze di quel periodo sia in ambito laico sia in ambito ecclesiastico perché
l’obiettivo è quello di distribuire la cultura anche nelle popolazioni più marginali del Sacro
Romano Impero.
RIFORMA CAROLINGIA: abbiamo un documento importante che ci fa vedere l’idea che ha
in mente la corte carolingia delle istituzioni ecclesiastiche → testo normativo “Admonitio
Generalis” → emanato il 23 marzo del 789. È una raccolta di leggi che si rivolge in maniera
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preponderante agli uomini di chiesa e chiede ai vescovi di esaminare con attenzione coloro
che vogliono diventare sacerdoti e quindi la fede dei candidati alle ordinazioni
ecclesiastiche (capitolo 2). I sacerdoti devono sapere le norme canoniche e devono
amministrare correttamente i sacramenti, in particolare il sacramento del battesimo;
devono saper celebrare correttamente la messa; devono recitare e conoscere i salmi;
conoscere le altre preghiere canoniche. Sempre in questo testo viene richiesto che ogni
novità in questo campo devono essere approvate da una autorità o da una assemblea
ecclesiastica, inoltre viene proibita la credenza nei testi apocrifi. Questa norma non sarà
concretizzata, in quanto i testi apocrifi continueranno ad essere una fonte per il culto.
(Culto mariano → tutte le vicende di Maria sono tutti contenuti nei testi apocrifi e non nei
vangeli). Queste decisioni le hanno prese gli imperatori carolingi, ma insieme al papato. Si
impone con questo testo ai vescovi e ai preti di predicare al popolo.
CAPITOLO 72: si faccia proselitismo e accolgano i figli non solo delle classi umili, ma anche
di classe più alte. Ci devono essere scuole aperte per insegnare a leggere e queste erano
aperte sia ai bambini sia alle bambine. Correggete in ogni monastero e sede vescovile: i
salmi, i canti, le note, il computo, la grammatica e i libri cattolici dal momento che chi
vuole pregare Dio prega male perché i libri non sono corretti → la scarsa cultura nelle
scuole cattedrali e negli scriptoria monastici faceva sì che si copiassero testi che non erano
testi corretti, sia dal punto di vista grammaticale sia dal punto di vista del contenuto
dottrinale. Non permettete che danneggino i ragazzi che li leggono e li copiano e se c’è
necessita di riprodurre il vangelo, il salterio (il libro dei salmi ed era il libro di lettura delle
scuola) e il messale siano gli adulti a farlo.
Capitolo 80: tutti i chierici imparino il canto romano (collegamento con la liturgia romana)
e dicano nell’ordine l’officio diurno o notturno secondo quanto è stato deciso da re Pipino,
papà di Carlo Magno.
Capitolo 82: i preti che vanno nelle diocesi a predicare devono predicare bene e che non
inventino cose nuove o non canoniche e predichino in modo diverso dalle sante scritture.
C’è una lista poi delle cose che bisogna predicare.
L’obiettivo è quello di dare una formazione di base ai chierici che non avevano una
formazione né regolare né sufficiente per il loro mestiere e allo stesso tempo si tratta
anche di realizzare una informità in tutti i confini del Sacro Romano Impero al culto, che
era molto diversificato → c’erano riti diversi che devono essere sostituiti dai riti elaborati
dalla liturgia romana. Per questo prima di Carlo Magno lo stesso Pipino aveva incaricato un
vescovo, Crodegango di Metz di far adottare la liturgia romana. La liturgia deve essere
caratterizzata dal canto e il sacerdote deve avere un unico libro, un unico messale e questo
libro in cui sono descritti i riti per la messa e per l’amministrazione dei sacramenti si
chiama sacramentario. Secondo l’admonitio questo sacramentario deve essere il
sacramentario gelasiano (da papa Gelasio) rivisto. Questo sacramentario successivamente
sarà rivisto da Carlo Magno e sarà sostituito dal sacramentario gregoriano. Non è il papa
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che la liturgia franca si uniformi a quella romana, ma sono proprio i re franchi che hanno
questo obiettivo.
La prima volta che Carlo Magno andò a Roma nel 774 chiese al papa di allora, papa Adriano
(772-795) una copia di una collezione di leggi della chiesa, collezione dionisio adriana.
Molti capitoli della collezione la ritroviamo nell’admonitio generalis del 789.
Carlo Magno fa un’altra operazione → quando va a Montecassino chiede anche una copia
della regola Benedettina, che diventerà universale grazie al concilio di Aquisgrana dell’816
sotto il regno di Ludovico il Pio.
Si prendono provvedimenti anche su altri liberi, gli omeliari → libri che servono ai
sacerdoti per predicare. Si correggono i libri, in modo tale che vengano eliminate le
invenzioni e si dà il compito a Paolo Diacono, intellettuale, perché componga un nuovo
omeliario.
Gli scribi dei monasteri riscrivono anche le vite dei santi, quindi i testi agiografici e inoltre
trasmettono la letteratura antica latina → pericolosa perché trasmette cultura pagana.
Un altro intellettuale Alcuino conosceva bene Virgilio, ma non vuole proporlo ai novizi.
L’attenzione dei carolingi si basa soprattutto sulla bibbia, che è una raccolta di leggi e una
raccolta di racconti, exempla e ne circolano tantissime e di vari tipi. In età carolingia si fa in
modo che la vulgata tradotta da Gerolamo sia la bibbia che abbia maggior diffusione. Una
delle figure più importanti per la revisione della bibbia è Alcuino, in quanto egli era un
grande collezionatore della bibbia → confrontò le varie bibbie. Oltra a questa attività, in
età carolingia si dà importanza anche una disciplina che si attua sui libri della bibbia, ossia
l’esegesi → capacità di comprendere le sacre scritture e quindi si diffondono i commenti
della bibbia, fatti dai grandi teologi della corte: Rabano Mauro, Radberto Pascasio,
Vallafrido Strabone, Remigio di Auxerre. Questi nuovi commenti alla bibbia e queste nuove
edizioni della bibbia avevano dei committenti → soprattutto re e regine. Questi testi
diventano importante non solo per il contenuto, ma anche per i loro manufatti (miniature)
e quindi diventano oggetti sacri e diventano delle reliquie e entrano a far parte dei tesori
della cattedrale. Tutto questo agire sui manufatti non è questione di lusso, ma è come un
tributo di lode a Dio, è una attività sacra → tra le figure rappresentate c’è pure
l’imperatore.
Il programma dell’admonitio generalis non riguarda solo i chierici, ma anche i laici →
capitolo 72: scuole per i bambini → pure per i laici. I vescovi nella loro legislazione
impongono la creazione di queste scuole. In queste scuole si insegnano le due preghiere
più importanti (credo, padre nostro) e si insegna a leggere e a scrivere basandosi sul
salterio (il libro dei salmi). Oltre ai salmi si insegni pure il canto, il computo (aritmetica) →
obiettivo buon svolgimento del culto. Come sono state organizzate queste scuole però noi
non lo sappiamo. Queste scuole sono le scuole di base. Le scuole di formazione superiori,
in cui si insegnano le arti del trivio (la grammatica, la retorica e la dialettica) e del quadrivio
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(la geometria, l’aritmetica, l’astronomia e la musica), vi sono in alcuni monasteri e in


alcune cattedrali. Nel regno carolingio il sovrano è garante anche della ortodossia religiosa.
Il sovrano convoca i concili come in oriente, fa pubblicare le decisioni dei concili e le
diffonde e interviene anche nelle posizioni dottrinali (esempio → tema delle immagini;
l’adozionismo che riguarda la figura di Cristo (considerata un’eresia), questione del filioque
→ natura di Dio e questione della trinità).

LEZIONE 10
La questione del filioque: questione della derivazione dello spirito santo unicamente dal
padre o anche dal figlio. La prima derivazione viene accettata e diffusa nella chiesa
d’oriente (ortodossia greca), mentre la seconda derivazione viene accettata dalla chiesa
occidentale. Nella tradizione greca era in uso una formula secondo cui lo spirito deriva
eternamente dal padre attraverso il figlio, mentre in occidente lo spirito procede
ugualmente dal padre e dal figlio. Fino all’età carolingia non vi erano problemi su questo →
ognuno aveva la sua formula e non erano stati sollevati dubbi sulla legittimità su queste
idee. In un concilio della fine dell’VIII secolo (796 → concilio provinciale), il patriarca di
Aquileia critica la formula greca e Carlo Magno interviene in questa questione e dà
l’incarico a un suo vescovo di raccogliere tutti i testi che avvalorano, che sostengono la
formula che era rimasta in vigore in occidente. Affermare questa formula significa ribadire
la consustanzialità della trinità. A questa posizione della chiesa occidentale si oppone il
patriarca di Costantinopoli, lo spirito santo deriva dal padre. Questo dibattito costituisce
una grossa rottura tra le chiese occidentali e quelle orientali, prima vi erano delle
separazioni, ma non una rottura così netta e questa fu la prima grande rottura, quella
definita ci sarà nel 1054.
La seconda questione importante che si discute è l’adozionismo, alcuni vescovi
sostenevano che Cristo fosse stato adottato da Dio, per quanto riguarda la sua natura
umana e l’affiliazione autentica, Cristo figlio di Dio, era un concetto valido solo per la sua
natura divina. Questa dottrina fu criticata e condannata come eretica grazie alla
dimostrazione che fece Alcuino.
Tema delle immagini: alcuni teologi della corte carolingia intervengono in questa
questione, in quanto rifiutano le conclusioni a cui era giunto il secondo concilio di Nicea
(ecumenico → partecipa tutta la cristianità e questi tipi di concili si svolgevano tutti in
oriente e ovviamente hanno una partecipazione prevalentemente dei prelati delle chiese
orientali e a questo concilio vi erano 300 prelati), il quale ripristinava il culto delle immagini
in Oriente e però alle immagini non doveva essere attribuita l’adorazione, in quanto essa
era riservata solo a Dio. Alle immagini veniva attribuita la venerazione. I teologi franchi
intervengono in questa posizione contro le conclusioni del concilio e assumono una
posizione intermedia → le immagini non devono essere distrutte e quindi sono contro
l’iconoclastia come sosteneva il concilio stesso, però non si deve prestare nessun culto. Per
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sostenere questa tesi convocano un concilio locale a Francoforte nel 794. Su questo tema
intervenne anche l’imperatore Ludovico il Pio. Il tema delle immagini quindi si trasferisce
pure in occidente, perché ci sono alcuni vescovi, come Claudio di Torino, che assumono
alcune posizioni iconoclaste, non di distruzione delle immagini, ma condannano questa
eccessiva venerazione e lo stesso Claudio se la prende con le reliquie. Queste posizioni
prese nel concilio di Francoforte e di alcuni vescovi non hanno alcun effetto → le immagini
continuano ad essere venerati e molti concili locali riprendono le posizioni del concilio di
Nicea.
Un altro tema importantissimo che vede come protagonisti gli imperatori è il tema dei
sacramenti.
Alle origini del cristianesimo il battesimo presupponeva una preparazione lunga e
impegnativa, soprattutto nei luoghi in cui i cristiani venivano perseguitati e anche perché
chi si preparava al battesimo, ossia i catecumeni dovevano fare una preparazione seria.
Con il passare dei secoli questo aspetto viene meno e il battesimo diventa una cerimonia di
carattere rituale e infatti emerge la consuetudine di battezzare gli infanti. Era un rito che si
manteneva standardizzato → signatio crucis, l’imposizione delle mani, la benedizione del
sale che veniva messo sulla bocca del bambino. Si diffonde anche l’istituzione dei padrini e
delle madrine, che erano importanti per la formazione religiosa dei bambini, anche se nei
primi secoli non avevano una partecipazione diretta al rito del battesimo. Diventa
importante la ritualità, fare i gesti con esattezza e ogni variante comincia ad essere fonte di
problemi e bisognava uniformare questa diversità di riti. Se i gesti non venivano fatto con
precisione, il sacramento poteva essere annullato. Esempio: battesimo con una
immersione o tripla → Alcuino dice che il battesimo è valido solo con la tripla immersione
e l’impero carolingio cerca di uniformare i riti. Sono interessanti, per vedere la diversità dei
riti, le lettere che scrisse a metà dell’VIII secolo il vescovo anglosassone Bonifacio al Papa
Zaccaria. In queste lettere scrive che molti chierici che andavano a battezzare le nuove
popolazioni in Gran Bretagna commettevano degli errori, svolgevano il rito in maniera
inesatta e Bonifacio era molto severo in ciò e faceva ripetere il rito, mentre la risposta del
papa è moderata, in caso di un semplice errore linguistico non serve ripetere il rito. Un
altro problema che riguarda il battesimo nei confronti del quale sia Alcuino sia il papa
ammoniscono di aver maggior rispetto ed è il problema dei battesimi forzati → dopo la
conquista delle popolazioni, i vinti venivano forzati ad essere battezzati e Alcuino e il papa
erano contro ciò perché la libertà di professione era importante. Alla fine però questo
accade comunque e il rito del battesimo diventa quasi un rito “politico” che faceva sì che la
popolazione vinta si sottomettesse a quella dei vincitori. Il rito del battesimo significava
passare dal potere del Diavolo al potere di Dio. Il segno della croce che veniva fatto sul
battezzato era quasi un esorcismo che faceva scacciare il diavolo. In età carolingia diventa
sempre più importante la funzione dei padrini e delle madrine che diventano una
parentela spirituale e infatti non ci si poteva sposare con i padrini e le madrine e la
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parentela con essi diventa un legame importante anche dal punto di vista sociale →
unione fra famiglie, fra gruppi etnici.
Rito del rendimento di grazie: ogni rito del rendimento di grazie si concludeva con il ricordo
e il rinnovo del sacrificio di Cristo e questa cerimonia progressivamente fu chiamata
eucarestia che significa rendimento di grazie a Dio. Questa cerimonia nei secoli dell’alto
Medioevo cominciò a essere indicata con il nome di messa dall’invito con cui si
congedavano i fedeli: “ite missa est”. Questa cerimonia nei primi secoli prevedeva un ruolo
molto attivo dei fedeli, infatti la preparavano, la organizzavano e si ritrovavano insieme per
esprimere il proprio ringraziamento a Dio e chiedevano aiuto a Dio in queste cerimonie che
avveniva con la mediazione di Cristo. Questo ruolo attivo della comunità progressivamente
viene meno, in particolare nell’alto Medioevo avviene una spiritualizzazione del rito perché
c’è una progressiva separazione tra i laici e i sacerdoti. I sacerdoti si considerano sempre di
più e appaiono agli occhi dei fedeli un gruppo separato. I laici diventano sempre più
incapaci di comprendere questo rito, in quanto si svolge in latino e la lingua parlata si stava
modificando. Nell’Alto Medioevo compaiono le messe private → non prevedevano la
presenza dei fedeli e riguardavano solo il celebrante e in certi casi pochi chierici. Il clero
pregava per i monaci, per l’anima dei fondatori del monastero → celebrazioni tipiche del
mondo monastico → i monaci non hanno incarichi di cura delle anime, ma si dedicano alla
preghiera e alla celebrazione liturgica. Nello stesso tempo si diffonde anche la
consuetudine di celebrare la messa a una determinata ora, sempre nello stesso luogo, sul
modello di quello che avveniva progressivamente a Roma. Non c’è più una moltiplicazione
spontanea di riti come era nelle prime comunità cristiane. Si diffondono dei libri che
aiutano nello svolgimento regolare di questi riti → un esempio è il sacramentario → aiuta
nello svolgimento della messa; omeliari → per le predicazioni.
La messa si conclude con il rinnovo del sacrificio di Cristo e consisteva nel pronunciare le
ultime parole di Cristo durante l’ultima cena → canone della messa. In età carolingia si
diffonde la consuetudine che il sacerdote recita questa parte con le spalle rivolte ai fedeli e
a voce basta → questo contribuisce ad allontanare i fedeli dalla messa. Questo rito diventa
un mistero → mistero eucaristico. Durante questo mistero, secondo i padri della chiesa,
avviene una trasformazione miracolosa delle specie eucaristiche, il pane e il vino, nel corpo
di Cristo. Questa trasformazione miracolosa è una trasformazione che avviene in senso
spirituale, secondo i padri della chiesa, tra cui Ambrogio. In età carolingia, il monaco
Radberto Pascasio, monaco dell’abbazia di Corvey, compone durante il periodo di Ludovico
il Pio compone un trattato sull’eucarestia in cui considera questa trasformazione delle
specie eucaristiche nel corpo di Cristo non è solo spirituale, ma la trasformazione è nel
corpo storico e concreto di Cristo. Questa trasformazione non è spirituale, ma concreta →
quello che mangiamo è il corpo di Cristo → rito teofagico → si mangia il corpo di una
divinità. Questa teoria di Radberto si chiama teoria del Realismo Eucaristico. Perché
Radberto Pascasio fa accadere un miracolo autentico? Perché egli fa di mestiere
l’evangelizzatore, in quanto erano state annesse popolazioni pagane all’abbazia di Corvey e
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queste popolazioni erano poco avvezze nel credere la trasformazione spirituale delle
specie eucaristiche, ma era più incline a credere nel miracolo, ossia che quello fosse un rito
teofagico come ce ne erano molto nelle religioni pagane. Questa idea venne rifiutata dai
teologi della corte carolingia. Ad esempio Ratramno dice che il corpo storico di Cristo non è
quello sacramentale e la trasformazione è spirituale. Nel X e nell’XI Giovanni Scoto
Eriugena rifiuta tale teoria, che poi però in seguito diventerà l’interpretazione ortodossa. I
fedeli non sono coinvolti a queste discussioni. I ceti minori si occupavano al culto dei santi,
al tema dei miracoli. I teologi e i sacerdoti invitavano a partecipare alla messa al rito
eucaristico solo dopo una lunga preparazione. La condotta dei fedeli era disuguale a
seconda del livello di formazione di una determinata persona e popolazione. In circa in un
secolo o 2 il sistema di Pascasio venne accolto e divenne il pensiero popolare, però proprio
perché diventa un pensiero accolto dai fedeli, continuò a mantenersi l’idea che la
partecipazione al sacrificio eucaristico era importante e quindi i fedeli dovevano essere
ben preparati. La partecipazione dei fedeli al rito eucaristico è un evento molto raro. 4
secoli dopo, al concilio Lateranense (convocato da Innocenzo III) IV, 1215, il concilio
stabilirà che i fedeli devono partecipare alla comunione almeno una volta all’anno così
come almeno una volta all’anno il fedele doveva confessarsi → dopo essersi confessato, il
fedele poteva partecipare al rito eucaristico.

STORIA DEL PAPATO DALLA FINE DELL’ETÀ CAROLINGIA


Il papato risente molto della fine dell’età carolingia e quindi con la dissoluzione del Sacro
Romano Impero, perché il papato non avendo più questa relazione così forte con l’impero,
perde la sua protezione e torna ad essere in balia delle famiglie dell’aristocrazia romana.
Famiglie che se avevano come papa un membro della famiglia, faceva sì che queste
famiglie aumentassero il loro potere e poi voleva dire esercitare il governo della città.
Tra il IX e il X secolo si susseguono vari papi (poco preparati e tanti vengono ammazzati) in
poco tempo e sono creati dalle varie fazioni aristocratiche. Un esempio → corpo del papa
Formoso riesumato nel 987 per essere processato, in quanto assunse la carica di papa,
mentre era già vescovo di un’altra diocesi e i canoni vietavano che questo venisse (anche
se c’erano già state delle deroghe). Il prestigio del papato rimane alto in virtù di quel
principio espresso da papa Leone Magno nel V secolo secondo cui il papa è l’erede indegno
di Pietro, in cui bisogna separare l’officium del papa dalla persona che transitoriamente lo
esercita. Il papato inoltre mantiene il suo prestigio perché tutti quegli uffici di carattere
amministrativo che nel corso dei secoli si erano creati continuano a funzionare aldilà della
dignità o meno del papa del momento. Alla fine del X secolo viene restaurato l’impero con
la dinastia degli Ottoni, però a differenza dei carolingi rimane molto lontana da Roma e
quindi dopo qualche decennio la situazione del papato ritorna quella di prima, ossia il
papato in balìa delle signorie. Nel 1046 quando viene a Roma l’imperatore III trova che a
Roma siedono sul soglio pontificio 3 papi, di cui uno ha 12 anni. L’XI secolo rappresenta
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una grande svolta e la discesa dell’imperatore di Enrico III a Roma è una svolta. Egli venne a
Roma perché le situazioni di degrado del papato erano visibili in tutto il mondo e fanno
nascere l’idea in molte istituzioni della chiesa e anche in istituzioni politiche come
l’imperatore che sia arrivato il momento di una riforma della chiesa, metà XI secolo. Ci
sono 2 protagonisti importanti che hanno questo obiettivo, il primo l’imperatore Enrico III
che fa deporre i 3 papi, tra cui Gregorio VI che era un grande papa e riesce a imporre sul
soglio pontificio una serie di papi che possiamo definire riformatori. L’altro protagonista
della riforma è il papato stesso. Enrico III sostituisce i 3 papi con un papa di sua scelta, ossia
il vescovo di Bamberga, Clemente II e da allora in questi decenni si susseguono una serie di
papi riformatori, che vengono dall’area dell’imperatore, quindi non romani. I papi si
pongono contro la simonia (l’acquisto e la vendita di cariche ecclesiastiche) e contro il
concubinato dei sacerdoti (sacerdote “puro” e percorso di vita diverso da quello laico). Il
fatto che ci siano papi stranieri fa sì che ci sia una svolta, in quanto vengono estromessi
dalla lotta per la carica papale gli esponenti delle famiglie romane, perché il papato una
volta che si libera da questi condizionamenti può riacquistare il prestigio che aveva
perduto in questo periodo e raccoglie intorno a sé un gruppo di persone molto attive e
decise a riformare la chiesa da questi mali e una di queste persone è Pier Damiani, eremita,
monaco, che diventerà pure cardinale. Un altro uomo importante impegnato nella riforma
Ildebrando di Soana, che sarà papa Gregorio VII e anche il monaco Umberto di Silva
Candida. Questi sono solo alcuni dei nomi del partito riformatore. Nel 1056 Enrico III
muore e suo figlio è minorenne. Il gruppo dei riformatori ha la forza di far eleggere dei papi
che appartenevano a questa cerchia di riformatori → uno dei più importanti è Nicolò II
(1057-1061). Questo gruppo di riformatori riesce a far fronte al tentativo dell’aristocrazia
romana di riportare la situazione come prima. Questo gruppo per opporsi ai tentativi (con
le armi) delle famiglie romane chiede aiuto ai Normanni che sotto la direzione di
Ildebrando di Soana riescono a impedire che le famiglie romane riprendano il sopravvento.
Sotto il pontificato di Nicolò II, nel 1059 viene emanato un importante decreto riguardante
la elezione del papa. In questo decreto vengono stabilite le nuove regole per la elezione
del papa e si stabilisce che deve essere eletto da un gruppo particolare di chierici, ossia i
cardinali → corpo ecclesiastico importante che nasce in questo periodo e affianca il papa
ed è diviso in 3 categorie: 1) cardinali vescovi; 2) cardinali presbiteri; 3) cardinali diaconi. Si
stabilisce che il papa deve essere eletto da questo corpo cardinalizio, in particolare da
quelli vescovi, riservando un ruolo complementare agli altri 2 e rimane il fatto che il
vescovo di una città sia eletto a clero et populo. Questo atto sottrae l’elezione del papa ad
ambienti che non sono ecclesiastici e inoltre perché si viene a mettere nero su bianco
l’importanza di questo corpo ecclesiastico, ossia i cardinali che affiancano il papa. Questo
partito riformatore si sgancia anche dal potere dell’imperatore, una grossa rivoluzione;
l’imperatore conferma solo l’elezione. Questo crea un conflitto con l’imperatore Enrico IV
che ora è maggiorenne. Quest’ultimo è contro da questa decisione e inoltre Ildebrando
diventa papa nel 1073 con il nome di Gregorio VII (1073-1085) e con l’aiuto armato dei
Normanni. Egli non diventa papa secondo il decreto nel 1059, ma essendo popolare viene
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acclamato dal popolo come papa, quindi si ritorna alla modalità precedente. Questi 12 anni
saranno anni di guerra con l’imperatore (vd Canossa) e nel 1080 l’imperatore elegge un
antipapa, Clemente III e inoltre Gregorio VII muore esule in terra Normanna e muore a
Salerno. Dal 1073 fino al 1122 ci fu lo scontro tra il papato e l’impero. Scontro militare e
anche ideologico e in questo scontro totale vince il papato, in quanto esce da questo
scontro con una forte coscienza del proprio ruolo e della propria identità ed è uno scontro
in cui vengono riviste molte delle idee precedenti. Le idee che l’imperatore porta avanti
sono quelle che l’imperatore deve offrire la protezione alle strutture ecclesiastiche, mentre
le idee del papato sono 2: 1) importanza dell’elemento romano → sede del papato a
Roma; 2) superamento della concezione del rapporto fra potere politico e spirituale che
era sostenuta da papa Gelasio, il quale sosteneva che l’umanità era affidata da due
autorità uguali: imperatore, autorità nella sfera temporale e il papa, autorità nella sfera
spirituale. Emerge l’idea del primato petrino, cioè l’idea del papa alla guida di tutta la
cristianità. Il papa può deporre anche i vescovi e l’imperatore.
Come fa il papa ad esercitare un potere così grande? Gregorio VII ricorre all’uso dei legati,
persone che rappresentano il papa e attraverso di loro il papa può esercitare un controllo
capillare su tutta la cristianità. Gregorio VII emana un documento, Dictatus Papae, che
sono 27 proposizioni e in una dice che l’autorità del papa non può essere giudicata, ma può
giudicare tutti, quindi è l’autorità suprema. È un programma politico quello di Gregorio VII.
I
I laici vengono esclusi anche dalla vita religiosa. In quello che era il movimento di riforma
della chiesa chiedeva un maggior coinvolgimento dei laici nella vita ecclesiastica, ma nella
concezione che assume la chiesa secondo Gregorio VII in poi, in questo periodo lo spazio,
riservato ai laici rimane pochissimo → gli rimane solo lo spazio della guerra → guerra
santa, che è consacrata da una speciale liturgia → sottomettere le nuove persone o
difendere la terra santa → nuovo santo → soldato di Cristo. Questa attività non rimarrà
ristretta, ma verrà sostenuta con una grande opera di predicazione. Questa idea non
rimane confinata nelle opere dei teologi, ma viene propagata che si diffonda in pochi
decenni e che darà vita alle Crociate. Un’altra conseguenza di questa riforma di Gregorio
VII è questa → riforma della chiesa voleva dire una chiesa più simile a quelle dei primi
tempi, quindi meno ricca e meno coinvolta politicamente, ma con la direzione di Gregorio
VII e da una parte del partito riformatore scompare ogni istanza di tipo pauperistico.
C’erano state delle richieste, esempio vita dei chierici diversa da quella dei laici (rinunciare
ai beni propri) e veniva presa come riferimento la chiesa di Gerusalemme → tutto messo in
comune. Con la direzione di Gregorio VII questo tipo di problematiche viene messo al
bando e in un Concilio Ecumenico romano → concilio lateranense I (1116) e si stabilisce
che la povertà deve essere degli uomini di chiesa, ma non deve essere della chiesa, perché
il possesso dei beni segna il successo della chiesa nella storia. L’idea della chiesa povera
sarà confinata e sarà ritenuta una eresia e ci saranno molte eresie medioevali.

LEZIONE 11
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SVILUPPO DEL PAPATO DALLA RIFORMA DELL’XI SECOLO FINO ALL’INIZIO DEL XV SECOLO.
La riforma dell’XI secolo si fa concludere con un patto tra il papa e l’imperatore →
concordato di Worms del 1122 → conferma la necessità di lasciare ai vescovi e alle
gerarchie ecclesiastiche un ruolo politico importante e di lasciare a queste istituzioni una
maggiore autonomia dai poteri temporali. Questo dipende anche dalle aree dell’impero: la
Germania è diversa dalla Francia → in Germania, in cui vi è l’imperatore, Enrico V, rinuncia
all’investitura del vescovo con l’anello e il pastorale (quello che avveniva prima), ma
presenzia e orienta le elezioni dei vescovi tedeschi. Una volta che sono stati eletti, li
investe dei beni connessi con il beneficio vescovile, i regalia temporali. Per le altre parti
dell’impero, l’investitura, di carattere politico, con lo scettro avviene entro 6 mesi dalla
consacrazione. L’impero rinuncia ogni forma di intromissione in quei benefici maggiori, in
cui i benefici sono territori della proprietà della chiesa romana. Abbiamo un papato che
esce da questo periodo di riforma più forte, come autorità universali, a cui i vescovi
possono fare riferimento e chiedere appoggio, ma anche da cui i vescovi sono molto
controllati. Nel XII e nel XIII secolo la chiesa si costruisce la monarchia pontificia come la
chiama Grado Merlo.
Quello che emerge dal periodo della riforma è l’esaltazione del primato papale e l’avvio
progressivo della costruzione della monarchia pontificia. Nel secolo XIII si continua a
lavorare, da parte degli intellettuali che circondano il papa, sull’idea del primato papale e
tale idea verrà esposta da papa Bonifacio VIII, Benedetto Caetani. Bonifacio VIII viene
eletto papa nel 1294 fino al 1303 e fin dall’inizio dei suoi provvedimenti ha un obiettivo,
ossia quella di imporre una giurisdizione assoluta della chiesa. L’autorità laica deve essere
soggetta a quella ecclesiastica e su questo argomento Bonifacio VIII incomincia una lotta
all’ultimo sangue con Filippo il Bello, il re di Francia. (ora vi è l’imperatore, ma ci sono
anche le monarchie nazionali → regno di Francia, regno di Inghilterra). Il papa emana una
bolla “Clericis Laicos”, in cui impone a tutti gli uomini di chiesa della Francia di non pagare
le tasse che erano state imposte dal re francese alla chiesa di Francia. Filippo il Bello
reagisce emanando un provvedimento che nega al pontefice di avere questo tipo di
prerogativa, ossia la sovranità temporale. Il papa risponde con un documento di
“imperialismo ecclesiastico” dice Grado Merlo, ossia la bolla “Unam Sanctam” (1302) e
dice che il potere politico e civile deve essere subordinato a quello religioso, in quanto
quello religioso è superiore per dignità, per nobiltà e la frase più forte è: “dichiariamo e
definiamo una volta per tutte che è proprio di ogni umana creatura per la necessità della
sua salvezza è soggetta al romano pontefice”. Frase di portata universale. L’interlocutore è
un re, ma non un imperatore ecco perché scrive ciò → contesto storico diverso. La bolla
“Unam Sanctam” è un testo dogmatico con valore universale che ci dà la misura di cosa si
intenda per teocrazia pontificia → governo di Dio. Questo testo ha della fonti, come tutti i
testi religiosi, come il vangelo, le lettere di Gregorio VII, oppure Innocenzo III e IV.
Bonifacio VIII fornisce una visione quasi mistica della comunità umana e dice: “la chiesa è
una sola, una santa cattolica e apostolica, al di fuori della chiesa non esiste salvezza. La
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chiesa rappresenta il corpo mistico di Cristo e il capo è Cristo (più Dio che uomo) e in
questa comunità mistica c’è una sola fede, un solo battesimo e al di fuori da questa
comunità non è possibile salvarsi. La chiesa ha un unico capo ed è Cristo, ma nel tempo il
vicario di Cristo è Pietro e dopo Pietro tutti i papi. Il potere del vicario di Cristo viene
esercitato avendo in mano non solo la spada spirituale, ma tutte anche quella temporale.
La spada temporale è maneggiata per la chiesa e quella spirituale è maneggiata dalla
chiesa. Quest’ultima è maneggiata dai sacerdoti, mentre quella temporale maneggiata dai
cavalieri, dai re, ma con il consenso del papa e dei sacerdoti”. Con questa divisione la
spada temporale è soggetta a quella spirituale. Prosegue il testo: “non c’è potere che non
derivi da Dio e ogni potere che deriva da Dio è situato dentro un ordine, ma non esiste
ordine se la spada temporale non è sotto quella spirituale. Tutte le cose non sono uguali,
c’è una gerarchia e per questa stessa gerarchia, il potere spirituale è al massimo livello ed è
sopra a quello terreno o temporale e il potere spirituale deve istituire quello temporale e
deve giudicare quando sbaglia (qui riprende Gregorio VII). Il papa ha la supremazia
spirituale anche sul potere spirituale minore, degli altri uomini di chiesa (cita Paolo,
l’apostolo). Chiunque resiste al potere del papa, essendo divino, è come se resistesse pure
a Dio”. Rispetto al testo di Gregorio VII questo è molto articolato e argomentato con i
riferimenti scritturali.
Non solo questa bolla esprime questo concetto di monarchia assoluta, ma vengono
riproposti da intellettuali che stanno dalla parte del papa. Si parla di un partito dei
curialisti. Anche negli stessi uomini di chiesa non sono d’accordo con questa
interpretazione e questi vengono chiamati il partito dei regalisti.
Dopo la morte di Bonifacio VIII, si riunisce un conclave, composto dai cardinali e si mette
d’accordo sulla elezione del papa Niccolò Boccasini, Papa Benedetto XI. Il nome non è
casuale, in quanto questo papa vorrebbe porsi in continuità con il suo predecessore
Benedetto Caetani, papa Bonifacio VIII.
Papa Benedetto XI è uno studioso, è un domenicano, l’ordine per eccellenza. È stato
maestro generale dell’ordine dei domenicani ed è di Treviso e si trova in una posizione
drammatica, in quanto ha 2 grossi pericoli: 1) la famiglia dei Colonna a Roma, nemica della
famiglia Caetani 2) il re di Francia. Il papa cerca un compromesso e annulla le condanne
che Bonifacio VIII aveva eseguito contro la famiglia dei Colonna e così neutralizza questa
grave minaccia. Il re di Francia invece premeva la convocazione di un concilio, in cui si
dovevano dichiarare nulli i provvedimenti di Bonifacio VIII. Benedetto XI tergiversa e sposta
la sede papale da Roma a Perugia, però succede che nel luglio 1303, un anno dopo la sua
elezione, muore → alcuni pensano sia stato avvelenato. Viene sepolto a Perugia e proprio
lì si riunì un conclave: 19 cardinali, 15 italiani, 2 francesi, 1 inglese, 1 castigliano. 3 si
ammalano e ne rimangono 16 e il collegio è diviso da quelli che continuano a difendere i
provvedimenti di Bonifacio VIII, mentre altri sostenevano l’importanza di un accordo con il
re di Francia. I primi, quelli favorevoli ai provvedimenti, erano capeggiati Matteo Rosso
Orsini, gli altri erano capeggiati da suo nipote Napoleone Orsini. Condannare Bonifacio VIII
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significava togliere tutti i provvedimenti, pure il conclave, però nello stesso tempo
accogliere i desideri del re di Francia voleva dire sconfessare la teocrazia pontificia. Si cerca
un compromesso e si arriva all’elezione di un papa francese, Bertrand De Got, Clemente V
(1305). Filippo il Bello spinge perché il papa vada a ricevere la tiara (simbolo della carica
papale) a Lione. Clemente V accetta, poi però vuole tornare in Italia, ma Filippo il Bello lo
trattiene. Il papa crea tanti nuovi cardinali a lui fedeli, 10 cardinali, di cui 9 francesi,
Francia del Sud, di cui 4 sono suoi parenti → nepotismo papale. I 6 papi che succederanno
a Clemente V saranno papi della Francia del Sud. Nel Clemente V rimane papa fino al 1314,
non si trova un nome sul suo successore, sede vacante per 2 anni e nel 1316 viene eletto
Giovanni XXII, il quale trasferisce la sede papale ad Avignone. Con Avignone il papato
continua la monarchia pontificia così come voleva Bonifacio VIII, ma è una monarchia
pontificia che agisce in accordo con il re di Francia. Avignone è una città tranquilla e non è
soggetta ai ricatti delle famiglie potenti romane. Il papato ad Avignone dà avvio ad
importantissimi processi di burocratizzazione e diventa un centro amministrativo e
risponde a tutte le richieste che arrivano dalla cristianità. Cambiamento radicale della curia
pontificia. Tutti i papi da Clemente V fino a colui che riporterà la sede a Roma nel 1378
saranno originari del sud della Francia. In questo periodo saranno creati 130 cardinali, più
di 90 vengono dal sud della Francia. Questa situazione si riflette sul personale di Curia, ogni
cardinale aveva la sua famiglia, ossia tutto l’insieme dei suoi collaboratori. Ad Avignone
non ci sono lotte tra fazioni, quindi è tutto molto ordinato in questo periodo e i prelati
avignonesi sono liberi dai condizionamenti delle famiglie romane. Questa macchina
amministrativa ha bisogno di grandi risorse, bisogna costruire vari palazzi e quindi questa
macchina mette a punto un sistema di riscossione di tasse rivolto a tutta la cristianità.
Queste tasse vengono riscosse dai delegati del papa e sono tasse che vengono da un
provvedimento che viene emanato dalla chiesa avignonese (era stato parzialmente
emanato da Bonifacio VIII), ossia quello di riservare al papato tutte le nomine dei prelati
della chiesa cattolica occidentale. Questo è redditizio perché ad ogni elezione che il papa
deve approvare o decidere era previsto che andasse ad Avignone, alle casse del papato,
l’ammontare degli introiti del primo anno del beneficio, quindi una tassa che si paga ad
ogni nuova elezione e ad ogni nuovo trasferimento di un vescovo da una sede all’altra (in
questo periodo per questo motivo ci saranno molti trasferimenti). Con questo
provvedimento di avocare a sé tutte le nomine estende un capillare controllo sulle nomine
ecclesiastiche anche nelle parti periferiche della cristianità. Questa tassa si chiama annata.
Ci sono anche altre tasse che i vari collectores del papa, coloro che vanno a raccogliere le
tasse, raccolgono il denaro dovuto ai papi in tutte le aree della cristianità. Si perfezione la
macchina della giustizia, la cancelleria.
Questo periodo è stato un buon periodo o un cattivo periodo per la chiesa? Sicuramente
avere eliminato i condizionamenti delle famiglie romane è stato una qualcosa di positivo e
ha reso maggiormente funzionante quel sistema di amministrazione della chiesa. Gli storici
francesi considerano il papato avignonese in maniera non negativa, in quanto le cose
funzionavano, mentre la storiografia tedesca e italiana ha dato giudizi negativi e inoltre su
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queste analisi che progressivamente gli storici hanno fatto del papato avignonese è pesato
il mito della cattività avignonese, prigionia del papa ad Avignone → mito già diffuso nel
XIV. I principali autori di questo mito sono Dante Alighieri e Francesco Petrarca. Dante è il
primo intellettuale italiano crea questo mito della prigionia del papa e presenta ciò come
crisi. Questo mito si diffonde in altri vari intellettuali italiani nel 300. Nel canto XIX
dell’inferno ci sono i simoniaci, coloro che si sono macchiati del peccato di simonia, la
compravendita delle cariche ecclesiastiche e in questo girone, i simoniaci sono messi a
testa in giù in una bocca con i piedi fuori che vengono lambiti dal fuoco e tra i simoniaci
Dante mette un papa Nicolo III, fine del 200, papa della famiglia degli orsini. Nell’inferno
Dante dice che dopo di lui verranno Bonifacio VIII e Clemente V. Nel purgatorio, canto
XXXII, dice Dante nei versi 148-150 continua la metafora della chiesa avignonese come
grande meretrice così come nell’inferno. Nella cantica XXVII, versi 58-60 San Pietro si lancia
a fare una invettiva contro i papi francesi e dice che la chiesa iniziata con il sangue dei
martiri e ora è arrivata a ciò.
Nel 1376 papa Gregorio XI torna a Roma ed è sostenuto in questo dalla predicazione di
Caterina da Siena, che aveva una grandissima fama e questa fama aveva fatto sì che i suoi
interventi a favore di Gregorio XI e della sua volontà di tornare a Roma fossero ben accolti.
Gregorio XI ristabilisce la curia papale a Roma, ma alla sua morte viene eletto un nuovo
papa Urbano VI nel 1378, arcivescovo di Napoli, ma contemporaneamente un gruppo di
cardinali dissidenti decide di tornare ad Avignone ed elegge un altro papa, Clemente VII.
Ciascuna autorità elegge i propri abati e i proprio vescovi e ci sono delle città in cui una
parte del clero obbedisce al papa romano e altri a quello avignonese. Situazione
drammatica, ma la drammaticità non appare evidente se andiamo a vedere il
funzionamento delle singole diocesi. Il livello di burocratizzazione che la chiesa avignonese
ha impresso alle istituzioni ecclesiastiche è tale che per molti aspetti le chiese funzionano
lo stesso. La chiusura di questo scisma avverrà nel 1417, altro periodo burrascoso.

MONACHESIMO IN OCCIDENTE (RIPRENDIAMO): regola benedettina → capitolare, così si


chiamano le regole carolinge, che dice che tutti i monasteri devono applicare questa regola
benedettina e i monaci e le monache devono impararle a memoria. Questo progetto non è
di realizzazione immediata, ma è un progetto di uniformazione che avviene nei suoi tempi
e la vera assunzione della regola di Benedetto in tanti monasteri dell’occidente cristiano
avverrà soprattutto da una particolare declinazione della regola di Benedetto, che è la
declinazione che troveremo nell’abbazia di Cluny in Borgogna. Cluny viene fondata un
secolo dopo il concilio di Aquisgrana, in cui abbiamo un duca, un laico, Guglielmo il Pio,
duca di Aquitania, che insieme alla moglie fonda questa abbazia. A Cluny avviene una
valorizzazione di quella parte della regola che riguarda lo spirituale (preghiera, liturgia),
meno valorizzata la parte della regola del lavoro. Le caratteristiche di Cluny sono:
1) La regola di Benedetto.
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2) Il rilievo dato alla preghiera, in particolare la preghiera svolta comunitariamente e


rivolta alla memoria dei morti. C’è una specializzazione verso la preghiera per i
defunti e l’istituzione per la festa dei defunti è una iniziativa di questa abbazia.
3) Modello di organizzazione nuovo.
L’abbazia è privata, infatti l’ha fatta costruire il duca sul suo terreno. I beni di queste
abbazie godono della immunità: all’interno di questi territori non entrano gli ufficiali regi a
riscuotere le tasse. In particolare Cluny ottiene di essere libera dalla giurisdizione del
vescovo, in quanto viene affidata ai santi Pietro e Paolo, che si trasforma in un affidamento
al papa e non dal suo vescovo. Primo ordine religioso in cui possiamo intravedere una
organizzazione centralizzata e verticale: al vertice l’abate di Cluny e alla base tutte le
abbazie che progressivamente ne assumono le consuetudini. Questo essere una piramide
con al vertice una persona sola dà al monastero di Cluny una capacità di incidere anche
politicamente davvero nuovo per il monachesimo. Cluny è stato definito un monachesimo
di culto perché è distinto dal monachesimo precedente che era basato su un monachesimo
di cultura, scriptorium ecc…. A Cluny prevale l’aspetto liturgico e questo comporta però
che il lavoro manuale venga messo da parte e esso lo svolgono i servi e poi viene
istituzionalizzata la figura dei conversi. Questi sono laici e laiche che sono incardinati
dentro il monastero e vivono nel contesto del monastero, nel circuitus del monastero, ma
non sono monaci e partecipano ai benefici spirituali del monastero. L’architettura
Cluniacense è caratterizzata dal decoro e dalla grandezza degli interni ed ebbe grande
successo e nel giro di qualche secolo conta quasi 1500 abbazie che si rifanno a Cluny. Ha
successo perché la dimensione della preghiera per i defunti è importante per l’uomo
medioevale, in quanto pian piano sta crescendo l’idea di un aldilà articolato. Ha successo
anche per il tributo alla vergine Maria e un altro fattore di successo sono i suoi abati. Per i
primi 200 anni di vita di Cluny grosso modo gli abati più importanti sono 4 e sono molto
longevi, vivono per circa 50 anni. Ha molto successo e quindi riceve molte donazioni di
terre e di denaro controllate da questi abati e dai vari priori nella stessa Cluny e di tutte le
altre abbazie che afferiscono a Cluny. Quello che favorisce la forza è anche il rapporto
stretto con il papato e anche in Italia ha successo e nell’XI secolo si contano circa 80
abbazie che fanno riferimento a Cluny in Lombardia, ma anche in Veneto e in Piemonte. In
queste fondazioni di Cluniacense c’è questa osservanza più rigida della regola benedettina,
con questa direzione di attenzione al culto e alla liturgia.

LEZIONE 12
Oltre e contemporaneamente ai monasteri Cluniacensi in questo periodo, XI e XII secolo è
tornato in vigore il fenomeno dell’eremitismo in occidente in una modalità interessante e
originale in cui sono impegnati individui, ma anche comunità, che al loro interno faranno
emergere personalità fortemente impegnante nella riforma dell’XI secolo. È importante
l’esperienza eremitica di Romualdo di Ravenna. Egli nasce nel 952 e muore nel 1027 ed è
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un eremita e si rifà ai padri del deserto. È un eremitismo che ha una forte componente di
critica nei confronti del monachesimo tradizionale anche di quello benedettino, giudicato
ricco, mondano, lontano dal messaggio originario del cristianesimo. Romualdo dopo un
isolamento ventennale, lontano dall’Italia inizia una attività di fondazione di luoghi
eremitici, i romitori → circa una trentina. Nel 1023 fonda un romitorio → Camaldoli. E
tante persone lo seguono. La caratteristica di Camaldoli e dell’eremitismo Romualdino è
che riesce a fare breccia non solo su personalità di medio livello sociale, ma anche su
individui che derivano dai più elevati ceti sociali europei, dell’occidente cristiano. Accanto a
Romualdo abbiamo Pietro Orseolo, il doge di Venezia, che si ritira a vita eremitica;
Giovanni Gradenigo, famiglia importante veneziana; Bruno di Querfurt, il cappellano
personale dell’imperatore Ottone III e lo stesso imperatore è attratto dalla vita eremitica. Il
messaggio cristiano proposto da Romualdo è un messaggio duro, fatto di isolamento solo
per anime forti e unite da idee comuni: si stabiliscono in luoghi aspri, boscosi, paludosi. Dai
vari romitori romualdini emergono personalità fondamentali per il loro impegno per la
riforma, quindi l’abbandono dell’eremitismo per impegnarsi nella vita politica religiosa.
Accanto a Romualdo c’è anche Pier Damiani di Ravenna e fonda anche lui fonda vari eremi
e fonda un eremo famoso: romitorio di Fonte Avellana. È un grande scrittore, è un retore
ed è per questo che il papa lo manda poi a Milano a trattare con i patarini. Pier Damiani
diventa cardinale durante il papato di uno dei papi riformatori, ossia Stefano IX (1057-
1058). In questa carica dimostrò il meglio di sé, fu un grande diplomatico e agisce in Italia
per il recupero le “libertates ecclesiae” → obiettivo di liberare la chiesa da tutte le
interferenze dei laici che ne impedivano un funzionamento autonomo.
Quando parliamo di eremi (romitori), in cui ci sono vari eremiti, sono delle strutture che
cercano di salvaguardare questa volontà di isolamento di queste anime forti, ma cercano di
salvaguardare e di dare una possibilità anche a quelle persone attratte da un ideale
eremitico e attratte da un ideale di religiosità pura, ma che non hanno queste capacità di
mantenersi in isolamento come queste figure. Negli eremi (Fonte Avellana, Camaldoli,
Vallombrosa) quindi abbiamo una struttura che è fatta di celle singole con strutture
comunitarie.
Vallombrosa è fondato da un laico, Giovanni Gualberto (990-1073) → diventa poi monaco
cluniacense, poi lascia il suo cenobio in quanto lo giudica troppo mondano, ricco e approda
a Vallombrosa, situato a una 20 di km da Firenze nel 1035. Lì nasce una comunità
benedettina, ma è ritirata dal mondo, molto improntata alla povertà. Si ritirano in questo
luogo privilegiando la solitudine e la preghiera. Questa iniziativa ha molto successo e
quindi si trasferiscono vicino a Firenze e gli istituti che fanno riferimento a Vallombrosa si
moltiplicano e moltiplicandosi il principio dell’isolamento viene meno, diventano comunità
che si impegnano nell’assistenza, nella carità e nella cura d’anime. Anche i vallombrosani
entrano in contatto con il papato riformato, soprattutto con Ildebrando di Soana, Gregorio
VII e quando la pataria, movimento a favore della riforma in cui è predominante laicale che
a un certo punto caccia il clero, in quanto è simoniaco e concubinario, ossia vive con donne
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e quindi questi cittadini di Milano cacciano il clero, ma rimangono senza sacerdoti e quindi
i vallombrosani vengono mandati dal papato a sostituire il clero milanese e i milanesi li
accolgono con grande gioia.
Le caratteristiche di questi gruppi eremitici sono: un forte richiamo alla povertà non come
quella dei monasteri, ossia quella individuale (monaci poveri, ma monastero ricco), ma
questi eremi aspirano a una povertà comunitaria, si stabiliscono in zone in cui non vi è
nulla; rivalutazione del lavoro manuale; la penitenza; vita ascetica, ma un ascetismo
portato al combattimento, un combattimento di tipo spirituale e morale; con l’eremitismo
viene meno il concetto di stabilitas, queste sono personalità che vanno in giro;
contrapposizione con il monachesimo tradizionale; tutti e 3 questi gruppi, che poi
diventeranno congregazioni (vallombrosani, camaldolesi e seguaci di Pier Damiani) saranno
molto attivi nella riforma. Il successo di questi gruppi lo si vede dalla ricchezza, vengono
fatte tante donazioni a questi gruppi. Questo fa sì che diventino quello che avevano
combattuto all’inizio. Vallombrosa diventa una congregazione che accoglie altri eremi,
però, inizialmente non ha una norma, ma lega i suoi eremi a sé attraverso a quello che le
fonti chiamano un vinculum caritatis. È una unione spirituale, che all’inizio non ha valore
giuridico, ma poi lo assumerà e i vallombrosani avranno grande diffusione in Italia
settentrionale.
Tra Cluny, gli eremi e i cistercensi, nell’XI e XII c’è una grossa diffusione del monachesimo
in queste varie forme e si parla di nuovo monachesimo, in cui la regola benedettina viene
interpretata in maniera diversa.
Cluny entra in crisi, in quanto viene rimproverata a Cluny lo sfarzo e la ricchezza degli
edifici e anche liturgica, ma questa crisi non si traduce in qualcosa di negativo, ma in
novità, in nuove sperimentazioni: eremi, Citeaux (cistercensi).
Esperienza di Citeaux cistercium → esperienza che viene dalla Francia e l’inizio si colloca
vicino alla città di Digione, Francia centro orientale. Presso questo città, in un luogo isolato,
un abate benedettino, Roberto di Molesme giunge in questo luogo nel 1098, con alcuni
compagni, dopo che lui ha fondato alcuni altri eremi, ha girato la Francia e ha
sperimentato la vita cenobitica e quella eremitica. Questo gruppo ottiene un piccolissimo
appezzamento di terra da un nobile e costruiscono un piccolo edificio e il loro obiettivo è
tornare al monachesimo dei padri del deserto e quindi scelgono una area isolata. Vivono
del mondo agricolo e questa sarà la caratteristica di Citeaux. Roberto abbandona questo
gruppo di compagni, prosegue la sua peregrinazione, ma questo gruppo ha un nuovo
abate, Stefano Ardingh che è considerato il vero fondatore di Citeaux ed è lui che dà la
prima normativa a questo luogo, la carta caritatis. Questa carta viene presentata al papa
nel 1019 per essere approvata. Anche questa è una rielaborazione della regola
benedettina. Nel giro di pochi anni nascono le 4 comunità legate a Citeaux, tra cui
Clairvaux (Chiaravalle). Citeaux è l’abbazia madre e le altre figlie. Ne nascono delle altre e
molti cenobi abbandonano la modalità esistenziale precedente e si legano al modo di
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vivere di Citeaux e le abbazie figlie fondano altre abbazie. A differenza di Cluny, Citeaux è
una rete, in cui ogni abbazia è autonoma, non governata dall’abate di Citeaux, però c’era il
rischio che si sgretolasse tutto e che ognuno andasse per la sua strada. Per risolvere ciò i
cistercensi inventano due elementi importanti, che nel 1215 nel Concilio lateranense IV,
Innocenzo III imporrà a tutti gli ordini monastici: 1) il capitolo generale, cioè una volta
all’anno gli abati di tutte le chiese che fanno riferimento a Citeaux si riuniscono, portano i
loro problemi, discutono e ne escono con la soluzione; 2) la visita, ossia la visita che ogni
abate padre doveva fare alle abbazie figlie.
Si differenziano dai cluniacensi anche per l’abito (cluniacensi abito nero, i cistercensi
bianco, oltre che per il fattore del lavoro manuale). I cistercensi interpretano la regola
benedettina più rigidamente. Il riconoscimento, l’approvazione del papa avviene nel 1019
e questo dà il via al successo dell’ordine e in pochi decenni vengono fondate 1500 abbazie.
Hanno successo perché ad esempio è una abbazia spoglia, povera a differenza di Cluny e
poi ebbero la fortuna di avere una grande personalità, Bernardo di Chiaravalle. I cistercensi
furono quelli che ebbero con il papato un rapporto stretto e Bernardo diventa quasi più
importante del papa, infatti tutti si rivolgono a lui, anche per questioni dottrinali. I monaci
bianchi si distinguono come i cluniacensi per l’uso dei conversi, però fanno dei conversi
una parte importante del monastero, i quali fanno voto di povertà, di castità, di
obbedienze come i monaci e quindi vengono accolti dentro i monasteri. I conversi sono
laici che i cistercensi hanno la bravura di valorizzare. Questo XII secolo, che ha questa
esplosione di vita religiosa non coinvolge solo il clero, ma anche i laici, i quali hanno
bisogno di una religiosità più autentica. I cistercensi sono l’ordine che maggiormente ha
successo presso le donne. I laici che vivono nel monastero devono organizzare, gestire,
coltivare le aree che i cistercensi ricevono e acquistano e quindi gestiscono le fattorie, le
grange. I cistercensi sono un ordine religioso maturo, in quanto si entra nell’ordine di
Citeaux non da bambini, attraverso il fenomeno dell’oblazione, ma si entra da adulti,
quindi volontariamente. Questo grande successo porta a una grande ricchezza. I cistercensi
vengono chiamati depopulatores, distruttori di villaggi. I cistercensi rifiutano i poteri
pubblici, l’esercizio di poteri pubblici, perché nella regola di Benedetto questo non c’è, che
altre abbazie esercitano. Anche loro hanno una sorta di crisi, però riescono a mantenere
una certa capacità di attrazione, perché alla fine del XII secolo entrerà inizialmente, poi
esce, nell’ordine di Citeaux Gioacchino da Fiore.
Questi gruppi che si creano tra XII e XIII secolo hanno nelle loro definizioni dei personaggi a
loro contemporanei questa connotazione di novitates, che nel cristianesimo significa
ritorno alla purezza. Questo desiderio di ritorno alla purezza delle origini coinvolge non
solo i monaci, non solo i chierici, ma anche i laici. Questi ultimi danno vita a
sperimentazioni di natura religiosa, che però sono talvolta pericolose, perché
contemporaneamente a queste sperimentazioni vengono riconosciute come eretiche.
Perché queste sperimentazioni siano riconosciute e così non considerate eretiche, occorre
che chi le promuove chieda l’autorizzazione al papa.
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RELIGIONES NOVE E GLI ORDINI MENDICANTI


Questi nuovi gruppi che nascono alla fine del XII e all’inizio del XIII secolo conducono una
esistenza di tipo penitenziale, grande desiderio di ascesi, di un cristianesimo più coerente e
vogliono accedere ai testi sacri senza mediazione. Li caratterizza una vita che è fortemente
impegnata a soccorrere i più poveri. Nel XII c’è una nuova economia e queste persone
vedono questi cambiamenti di natura sociale ed economica e stimolati dal messaggio
cristiano decidono di dedicare la loro vita a soccorrere la povertà, le persone malate (i
lebbrosi, i marginati per eccellenza sin dai tempi di Gesù).
Questi gruppi cercano l’approvazione del papa e molti di questi gruppi si recarono a
chiedere l’approvazione del papa e questo evento fu il Concilio lateranense III, 1179,
presieduto dal papa Alessandro III. Molti di questi gruppi desiderano una cosa che ai laici è
proibita, perché spetta solo ai chierici, ossia predicare: quello che farà Francesco e Valdo di
Lione. La chiesa non dà il permesso di predicare ai laici. Uno di questi gruppi si chiama
“Umiliati”, gruppo che nasce nell’Italia Settentrionale, contesto padano e vanno nel 1179 a
chiedere al papa l’autorizzazione ad esistere e anche a predicare. La descrizione degli
umiliati ce la dà un loro contemporaneo, l’anonimo di Laon. Uomini e donne entrano a far
parte di questo gruppo, ma rimangono laici e rimangono nelle loro famiglie, ma scelgono
uno stile di vita religioso: si astenevano dalle menzogne, dai giuramenti, dalle cause in
tribunale e difendevano la chiesa cattolica → gli umiliati erano importanti per il ruolo che
avevano contro gli eretici (i catari). Recatisi dal papa cercano l’approvazione e il papa
approva il propositum vitae, ma proibì di tenere riunioni e di osare predicare in pubblico.
Gli umiliati non accettano questa proibizione e vengono scomunicati e costoro si
definirono umiliati, in quanto non indossano vesti tinte, ma si accontentano di una
semplice. Vengono scomunicati a Verona nel 1184, questo perché la curia papale dal 1184
al 1187 è a Verona. Innocenzo III cerca di recuperare come con i Valdesi (ci riesce in parte
visto che un gruppo non accetta le condizioni del papa), gli umiliati e ci riesce e li recupera
all’interno della chiesa, creando nel 1201 un ordine unico. È un ordine religioso che è diviso
in 3 parti (3 teste): primo ordine è composto da chierici (sacerdoti); secondo ordine è
composto da uomini e donne che vivono in una dimensione comunitaria, insieme, ma in
edifici separati; terzo ordine quello che descriveva l’Anonimo di Laon: laici sposati, che
sono un ordine religioso, ma che vivono la vita quotidiana e fanno lavori di vita quotidiana:
come l’agricoltura o la tessitura. Quello che aveva impedito i valdesi di accettare la sua
condizione era la proibizione di predicare e questa rimane, Innocenzo III concede agli
umiliati una predicazione (verbum exortationis) di carattere esortativo, moraleggiante, che
deve evitare di toccare verità di fede. La stessa operazione venne fatta per un altro ordine
religioso, I canonici di San Marco, ordine religioso nato nel 1170-80 da una piccola
fraternità mista sia di chierici e laici, ma anche di uomini e donne. Questi movimenti sono
caratterizzati dalla presenza delle donne (presenza delle donne in questi movimenti nel XII
e nel XIII secolo). Questo preoccupa le autorità ecclesiastiche, alcuni le accettano, altre
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ritengono che ci sia la necessità di reprimerle e in altri casi disciplinare. Anche nell’Italia
settentrionale numerosi gruppi di mulieres religiosae, eremite, mistiche, carismatiche,
monache, diventano protagonista di iniziative originali con dei tratti comuni, ad esempio la
ricerca della povertà che permette di condividere la vita con le persone disagiate. Un altro
elemento è il desiderio di accedere liberamente alle scritture; il lavoro umile; la mendicità
(chiedere l’elemosina quando il lavoro non dà frutti); pratica di assistere i malati con una
condivisione totale delle loro sofferenze → tra cui i lebbrosi come Maria di Oignies.
Tra queste persone che operano delle conversioni della loro vita c’è Francesco d’Assisi.
Antica descrizione dei frati minori fatta da un esterno, ossia un prelato, Giacomo da Vitry,
belga. Egli viene in Italia nel 1216 e Francesco ha già formato il suo gruppo (si converte nel
1205) e ha già chiesto l’approvazione del papa per il suo gruppo. Nel 1212 si è unita Chiara
d’Assisi e nel 1216 il gruppo aveva una parte maschile e femminile. Giacomo da Vitry viene
in Italia perché è il biografo e padre spirituale di Maria di Oignies e di molte altre donne
che come Maria hanno intrapreso la vita religiosa e si chiamano “beghine”. Queste donne
non sono ben viste dalle gerarchie ecclesiastiche e si vuole disciplinare e Giacomo le
difende e diventa spirituale di Maria, in quanto queste donne rischiano molto → periodo
grave per la diffusione delle eresie, 1216 → crociata contro gli Albigesi. Giacomo va a
Roma dal papa per perorare la loro causa. A Roma incontra con tanti gruppi religiosi che
hanno gli stessi desideri delle beghine e nel 1216 scrive una lettera dicendo quello che ha
visto e qui incontra i frates minores e le sorores minores, quindi i seguaci di Francesco e di
Chiara. Nel 1216 questo gruppo è attenzionato dal papato in maniera positiva. Queste
persone fanno proseliti tra i laici e i collaboratori del papa (come Dominus Nicola) e quindi
hanno successo. La loro presenza però sarà danno nei confronti dei chierici mondani e
ricchi. Giacomo da Vitry non nominano né Francesco né Chiara. Questi fratres e sorores
minores sono i seguaci di un figlio di un Mercante, ossia Francesco e Giacomo da Vitry ci dà
una visione unitaria degli uomini e delle donne. Questo gruppo fanno una doppia vita, il
giorno nella città e la notte si dedicano all’attività contemplativa in dimore eremitiche. Già
compiono varie missioni nella Penisola italiana e si danno delle leggi. La vita di Francesco la
conosciamo sia perché l’hanno raccontata i suoi biografi (Tommaso da Celano), ma la
conosciamo anche perché lui stesso racconta la sua vita nel suo testamentum. Egli ci
racconta che dopo un periodo di vita persistendo nei peccati e in questo periodo
avvengono una serie di avvenimenti che sono determinati da Dio e Dio lo spinse a
convertirsi e quindi a fare penitenza, misericordia con i lebbrosi, gli diede dei compagni e
gli suggerisce la regola, ossia vivere secundum formam sancti evangelii, la regola è il
vangelo. Questo propositum vitae, ossia il vangelo crea difficoltà al gruppo, al punto che
per non essere scambiati come eretici, Francesco va dal papa e dice che il propositum vitae
era composto da poche parole, ma noi non lo abbiamo. Il papa gli dà l’approvazione orale e
non scritta. Il propositum contiene alcune regole:
1) Dare ai poveri ciò che si possiede.
2) Essere contenti di una tunica rappezzata, vestiti non eleganti.
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3) Vivere nelle chiese e pregare: chierici l’officium e i laici il padre nostro.


4) Essere idioti (illetterato, colui che non conosce il latino) e sottomessi a tutti.
5) Augurare la pace (“la pace sia con te”)
6) Non accettare luoghi che non siano conformi alla povertà.
7) Vivere come forestieri e pellegrini.
8) Si mantengono di un “laboricium” → lavoro precario. Se non è possibile ciò, bisogna
fare l’elemosina.
Francesco scrive ciò perché questo testamento poco prima di morire, ossia nel luglio del
1226 vuole essere una ammonizione e una esortazione, infatti ci sono verbi come “io
voglio, io esigo” e lo fa perché l’ordine sta prendendo un’altra strada.

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