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INTRODUZIONE 28 CANTO

Mercoledì dopo Pasqua 13 aprile del 1300, le prime ore del mattino e siamo nel paradiso terrestre che è una foresta
attraversata dal Letè, In antitesi con la selva oscura del primo canto. Qui Dante incontra una donna la cui identità
viene svelata solamente nel 33 canto. Questa donna è Matelda, sulla cui identità alcuni pensano che sia Matilde di
Canossa, però... altri pensano che sia una personificazione della felicità che si può raggiungere attraverso alla
conoscenza della filosofia e della cultura e che è quindi aperta a ciascun uomo, ed è la figura che rappresenta
l’umanità prima del peccato e quindi quando è innocente. In questo canto c’è un’accurata descrizione del locus
amoenus. Questo è un luogo dominato dalla pace, infatti tutte le cose presenti sono in armonia. Per esempio la luce
del sole è mitigata dalla foresta, il vento non è troppo forte e piega le fronde degli alberi, ma non da disturbare gli
uccelli e anche Dante procede con un passo lento senza fare alcuna fatica. Inoltre dio ha fatto il monte del purgatorio
così alto e ha posto il paradiso terrestre sulla cima in modo che i vizi e le guerre degli uomini non giungessero.

I loci amoenis che abbiamo visto sono: tasso, Erminia tra i pastori, Ariosto contrapposta alla selva nella quale
Angelica si perde con i suoi inseguitori, chiare fresche dolci acque Petrarca, Virgilio nelle bucoliche e georgiche.
Siamo.

28 CANTO
Dante, giunto sulla cima della montagna del Purgatorio insieme a Virgilio e a Stazio, che ha concluso il suo periodo di
purificazione, si trova infine nel Paradiso terrestre, che viene rappresentato secondo le caratteristiche tipiche del
locus amoenus, come una foresta bellissima ed ospitale, in netta contrapposizione con la selva oscura del primo
Canto dell’Inferno: l’aria è fresca e leggera, ricca di profumi, spira una gradevole brezza, che non impedisce agli
uccellini di cinguettare in perfetta armonia. Per il resto tutto è pace e silenzio. Inoltrandosi nel bosco, Dante arriva
presso un fiume, la cui limpidezza ne rivela la natura ultraterrena e divina. Sulla sponda opposta a quella su cui si
trova Dante, cammina una donna di incredibile bellezza e serenità, Matelda, che canta e raccoglie fiori. Il poeta
paragona le movenze di Matelda a quelle di Proserpina, nel pieno trionfo della natura, appena prima che lei fosse
rapita e trascinata nell’Ade. Dante le chiede di avvicinarsi, in modo da poter ascoltare e comprendere meglio il suo
canto. La donna accoglie la richiesta del poeta e si accosta al corso d’acqua; spiega dunque ai due nuovi arrivati
l’origine della sua evidente gioia, legata all’apprezzamento del creato e delle sue bellezze. Incoraggiato dagli inviti
della stessa Matelda, il poeta le chiede come sia possibile che nel Purgatorio, dove non esistono perturbazioni - come
gli aveva spiegato Stazio - si avverta il vento e scorra dell’acqua. Matelda risponde che, al momento della Creazione,
Dio donò all’uomo quel luogo che preannuncia la beatitudine eterna, ma con la sua colpa l’uomo trasformò la
beatitudine in dolore, e non meritò di restare in quel Paradiso. Quindi Matelda fornisce a Dante una spiegazione
teologica delle condizioni climatiche, nonché della flora e della fauna del Paradiso terrestre. Nella foresta scorrono
due fiumi, il Lete, le cui acque hanno la facoltà di cancellare la memoria del peccato, e l’Eunoè che invece restituisce
il ricordo del bene compiuto in vita. Entrambi nascono dalla medesima fonte, voluta e creata da Dio. Il vento invece
proviene dal movimento dei nove celi del Paradiso, che girano molto vicini all’Eden. Matelda conclude il proprio
discorso sottolineando come il Paradiso terrestre corrisponda nella realtà a quella età dell’oro che poeti di ogni epoca
hanno immaginato con la loro fantasia.

27 CANTO
L'angelo della castità
Il sole volge ormai al tramonto e i tre poeti incontrano l'angelo della castità. Al canto di Beati i puri di cuore, egli li
invita a passare attraverso il fuoco, come prevede il rito di purificazione. Dante impallidisce dalla paura e invano
Virgilio tenta di convincerlo. Benché questi sostenga che il fuoco della cornice, neppure se vi rimanesse per mille
anni, potrebbe fargli del male, e gli ricordi di averlo soccorso in ogni momento di difficoltà, Dante è irremovibile. Solo
quando il maestro gli spiega che il fuoco è l'ultima barriera che lo separa da Beatrice, si decide ad attraversarlo.
L'attraversamento del fuoco
Procedendo dietro Virgilio e prima di Stazio, il poeta avanza in mezzo a una sensazione di calore e Virgilio, per
incoraggiarlo, gli ricorda l'incontro ormai prossimo con Beatrice. Giunti alla scala che li porterà al Paradiso terrestre,
odono una voce che proviene dall'interno di una luce abbagliante e che canta Venite, benedetti dal Padre mio.
Salgono pochi gradini e il sole sparisce dietro l'orizzonte; così i tre poeti si sdraiano a dormire ciascuno su un gradino
della scala. È visibile, di li, solo una piccola parte del cielo; ma, per quel poco, Dante vede le stelle più chiare e più
grandi del consueto.
Il sogno di Dante
Assorto nel contemplarle, si addormenta e sogna una donna giovane e bella, che va per una pianura cogliendo fiori e
cantando. È la biblica Lia e raccoglie fiori per farsene una ghirlanda e potersi compiacere allo specchio. Sua sorella
Rachele, invece, siede tutto il giorno davanti allo specchio di Dio: Lia si appaga nell'azione, Rachele nella
contemplazione.
Virgilio non è più guida di Dante
Dante si sveglia mentre sta per sorgere l'aurora. Virgilio e Stazio sono già in piedi davanti a lui. Sull'ultimo gradino,
Virgilio fissa Dante e gli rivela di non aver ormai null'altro da insegnargli: dovrà seguire la propria volontà, capace di
volgersi liberamente al bene.
1 Subito desideroso di esplorare (cercar) l’interno e l’ampiezza (dentro e dintorno)
2 della folta e verdeggiante foresta creata da Dio (divina),
3 che (con la sua ombra) attenuava alla vista la luce del sole appena sorto (novo),
4 senza altro indugio, lasciai il margine della selva,
5 cominciando a camminare lentamente
6 sul tappeto erboso, che profumava da ogni parte.
7 Un lieve venticello (aura), sempre uguale per intensità e direzione,
8 mi colpiva (feria) in mezzo alla fronte
9 con una forza pari (non di più colpo) a quella di una soave brezza;
10 a quel soffio le fronde, vibrando (tremolando), docili e leggere (pronte)
11 si piegavano tutte, da quella parte dove il santo monte
12 del Purgatorio proietta la sua ombra mattutina,
13 senza tuttavia piegarsi tanto (non però … sparte tanto)
14 dalla loro consueta posizione, che gli uccellini sulle
15 cime degli alberi dovessero smettere di gorgheggiare (operare)
16 con tutta la loro abilità (arte); ma con piena letizia
17 accoglievano, trillando, le prime ore del giorno stando
18 tra le foglie, che (frusciando) facevano da accompagnamento (bordone)
19 al loro canto (rime), allo stesso modo che nella pineta di
20 Classe (Chiassi) si mescolano tra i rami i suoni,
21 quando Eolo libera (fuor discioglie) il vento di scirocco.
22 I miei lenti passi mi avevano già portato tanto
23 all’interno dell’antica foresta, che non riuscivo più
24 a vedere da che parte fossi entrato; e a un tratto (ed ecco)
25 mi impedì di avanzare ulteriormente (più andar) un fiumicello,
26 che scorrendo verso sinistra con le sue piccole onde
27 piegava l’erba che cresceva (uscìo) sulle sue rive.
28 Tutti i corsi d’acqua che sulla terra (di qua)
29 sono più limpidi sembrerebbero torbidi in confronto
30 a quel fiume, così trasparente da non nascondere
31 nulla del fondo, sebbene corra scuro (bruna) sotto
32 l’ombra perenne (degli alberi), che non lasciano
33 mai penetrare un raggio di sole o di luna.