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ETÀ DI AUGUSTO

Il periodo dopo la battaglia di Azio e quindi quello che va dal 31 a.C., è chiamato “Età di Augusto”, qui
Ottaviano Augusto, pronipote di Cesare, appunto riveste un ruolo da protagonista prendendo il posto di
Cesare, con questa carica partecipa ad una guerra civile e instaura il principato. Questo permise agli
intellettuali di vedere l’imperatore come punto di riferimento e portò grandissimi scrittori, come Orazio o
Virgilio, a collaborare con Augusto.

DOPO LA MORTE DI CESARE


Dopo la morte di Cesare i repubblicani cercarono di instaurare l'oligarchia senatoria anche se il Senato
stesso non riusciva a contrastare l'opposizione a causa della divisione interna delle varie posizioni. Come
successore si propose Marco Antonio, questo però all'apertura del testamento di Cesare, dovette mettersi
da parte in quanto Gaio Ottaviano venne adottato come figlio da Cesare appunto nel suo testo, ottenendo
così il nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano ed essendo quindi il vero successore. Ottaviano quindi cercò
subito di ottenere il favore della classe senatoria presentandosi come difensore dell'aristocrazia e cercando
di mantenere viva la memoria di Cesare nella plebe. Nel 43 a.C. quando il Senato dichiarò Antonio nemico
pubblico per aver invaso la Gallia Cisalpina, Ottaviano si schierò dalla parte del Senato e dei consoli e
andò quindi contro ad Antonio che stava assediando Modena.

SECONDO TRIUMVIRATO
Vinta la guerra di Modena Ottaviano marciò su Roma, andando contro le leggi, per imporre la sua elezione
al consolato con la forza. Dopo essersi riconciliato con Antonio formò con lui e Marco Lepido il secondo
triumvirato (primo formato da Pompeo, Cesare e Crasso) che al contrario del primo era una vera e propria
magistratura costituente con l'intento di sedare i tentativi di ripresa del potere da parte del Senato, iniziare
una guerra contro i cesaricidi e quindi conquistare il controllo dello Stato. Per raggiungere i loro obiettivi si
servirono delle liste di prescrizione con le quali riuscirono a eliminare molti nemici pubblici (esempio ne è
Cicerone, inserito da Antonio) e raccogliere molto denaro per la guerra contro Bruto e Cassio del 42 a.C. (a
Filippi, Macedonia).

DA FILIPPI ALL’ESTROMISSIONE DI LEPIDO


Marco, Antonio e Ottaviano si divisero quindi i compiti militari e politici: Antonio riorganizzò le province
orientali e Ottaviano concedette a circa 150.000 veterani delle terre private, azione che purtroppo colpì
soprattutto i piccoli e medi proprietari gravando sull'economia, per questo vere e proprie bande armate si
rivoltarono contro Ottaviano dando vita a una guerra civile dove i ribelli, rifugiatisi a Perugia, furono
assediati e obbligati alla resa da Ottaviano che ne fece uccidere circa 300 tra senatori e cavalieri. Nel 40
a.C. Marco, Antonio e Ottaviano si trovarono a Brindisi per spartirsi il controllo dello Stato: a Lepido venne
data la provincia dell'Africa che era abbastanza marginale, ad Antonio fu lasciata la gestione della penisola
balcanica e dell'Oriente e a Ottaviano venne assicurato il dominio delle province occidentali. Ottaviano così
cercò di ricostruire l'accordo con il Senato e di procurarsi il consenso delle varie classi sociali. Il triumvirato,
rinnovato nel 37 a.C., vide Marco Lepido estromesso l'anno dopo e costretto alla sola carica di pontefice
massimo.

ANTONIO IN ORIENTE
Antonio, dopo aver conosciuto Cleopatra ed essersi trasferito quindi ad Alessandria d'Egitto per restare con
l'amante (sposato con Ottavia), decise di costruire un vasto Impero orientale ma lo fece senza consultare il
Senato. Infatti nel 37 a.C. compì una campagna contro i Parti mentre nel 34 a.C. invase l'Armenia
assegnando i territori a Cleopatra e ai figli, ripudiando quindi Ottavia. Questo venne visto da Ottaviano
come un pretesto per accusare Antonio di agire nell'interesse dell'Egitto e non di Roma e riuscì quindi a far
dichiarare guerra dal Senato a Cleopatra, e non direttamente ad Antonio così da non sembrare una guerra
civile, per farlo considerare traditore della patria. Antonio fu quindi sconfitto ad Azio (in Epiro) e si ritirò in
Egitto con Cleopatra dove si uccise.
PAX AUGUSTA E LA NASCITA DEL PRINCIPATO (MONARCHIA)
Nel 29 a.C. Ottaviano tornò a Roma e chiuse le porte del tempio di Giano come segno di pace, ricevette il
titolo di imperator e iniziò un riassestamento dello Stato. Nel 27 a.C. proclamò di rinunciare a tutti i poteri
rivestiti in precedenza, assunse il titolo princeps senatus e si fece conferire un’auctoritas che lo innalzava
rispetto a tutti i magistrati. Nel 23 a.C. ottenne infine il pieno controllo dello Stato dopo che il Senato
prorogò a vita l’imperium proconsulare, che gli dava potere su tutte le forze militari delle province, di Roma
e dell’Italia, Gli venne attribuita inoltre la potestas tribunicia, che gli garantiva i poteri dei tribuni della plebe
(inviolabilità, convocazione della plebe per le nuove leggi, diritto di veto). Nel 12 a.C. infine, dopo la morte
di Marco Lepido, ottenne la carica di pontefice massimo completando così il regime monarchico.

INNOVAZIONI
RESTAURAZIONE MORALE E RELIGIOSA
Costumi, religione e calendario: Augusto ripristinò gli antichi costumi romani e accentuando il sentimento
patriottico, il senso civico e morale e perfino l’abbigliamento, dove venne promosso il ritorno della toga per
gli uomini e della stola per le donne. Nel 29 a.C. rinnovò gli antichi culti e integrò le cariche sacerdotali,
restaurò inoltre antichi templi dando quindi nuovo vigore al culto degli dèi. Dopo essere diventato pontefice
massimo fece proclamare un’area della sua abitazione sul Palatino suolo pubblico e vi fece costruire un
santuario dedicato alle divinità Lari e Penati, protettrici della propria casa, creando quindi un nuovo culto
pubblico, appunto quello delle divinità Lares Augusti e Genius Augusti (il “genio” del capofamiglia era
oggetto di devozione, così Augusto era il capofamiglia del popolo romano e venne per questo nominato
pater patriae nel 2 a.C.). Augusto rinnovò inoltre il calendario aggiungendo molte festività come, per
esempio il ringraziamento agli dèi, e rinominando due mesi, uno in onore di Giulio Cesare, Iulius, e uno di
Augusto, Augustus.

RIFORMA DELL’ESERCITO
Augusto ripristinò l’esercito di Stato diminuendo le legioni, da 50 a 28, introducendo l'arruolamento
volontario. Il servizio militare rimaneva quindi comunque obbligatorio ma l'esercito effettivo era volontario e
permanente così da poter diminuire i costi e i premi di congedo.

RELAZIONI CON LE DIVERSE COMPONENTI SOCIALI


Cercò inoltre di ripristinare il prestigio del Senato, nel 28 a.C. infatti riportò il numero dei senatori da 1000 a
600 diminuendo il censo minimo necessario per appartenervi, si vide costretto però a coinvolgere l'ordine
equestre nelle mansioni politico-amministrative per gestire l'impero. La plebe venne infine sedata con
donazioni di denaro, organizzazione di ludi festosi e miglioramento dei servizi pubblici.

IL RINNOVAMENTO DI ROMA
Per rendere Roma una vera capitale Imperiale Augusto si servì di Agrippa che, soprattutto nell'area del
Campo Marzio, costruì e rinnovò edifici pubblici come acquedotti, fontane, templi, archi di trionfo e terme
per dare una grande maestosità alla capitale.

LA RIFORMA AMMINISTRATIVA E LA RIPRESA ECONOMICA


Nel 27 a.C. Augusto divise l’Impero tra province imperiali, situate lungo i confini e appena conquistate che
venivano controllate direttamente da Augusto attraverso governatori da lui nominati (legati), e quelle
senatorie, situate nella parte più centrale e dipendenti direttamente dal Senato attraverso proconsoli.
Entrambe pagavano i tributi ma, se quelli del primo tipo confluivano nel fiscus, e cioè una cassa gestita
dall'imperatore, quelli delle province senatorie al contrario costituivano l’aerarium, e cioè la cassa di Stato.
Questo permetteva quindi all'imperatore di avere il pieno controllo sugli eserciti, che erano quasi tutti
concentrati nei confini, e accontentava allo stesso tempo il Senato che possedeva le province più ricche e
potenti dell'Impero. Anche l'economia ebbe una grande riforma in quanto vennero migliorate le
comunicazioni, ci fu maggior controllo del brigantaggio e una grande espansione della rete di viaria e
fluviale.
IL CONSOLIDAMENTO DEI CONFINI E L’ESPANSIONE DELL’IMPERO
Nella parte orientale dell'Impero Augusto riuscì a sottomettere completamente i Parti facendo liberare i
romani imprigionati nei loro territori in cambio del figlio del re Fraate IV. Tra il 25 a.C. e il 9 d.C. ci furono
molte campagne militari che portarono alla fondazione dell'odierna Aosta, della riduzione di vari territori a
province romane e la sottomissione di alcune popolazioni della Spagna. Inoltre il confine definito dai fiumi
Reno e Danubio venne consolidato grazie alla conquista di alcuni territori oltre il Reno che nel 9 d.c. però,
dopo una grande sconfitta, vennero persi.

CULTURA
Durante l'Età Augustea diventarono molto importanti le arti figurative, soprattutto la scultura e l'architettura,
furono realizzati i progetti che Giulio Cesare non era riuscito a portare a termine riguardo le biblioteche
pubbliche. Letteratura: Augusto inoltre collaborò con gli intellettuali a cui diede il compito non di esaltare la
propria figura ma di pubblicizzare le scelte dell’Imperatore appoggiando i progetti e le sue idee per allargare
il consenso all’interno dell'Impero.

I TEMI DELLA LETTERATURA DELL'ETÀ AUGUSTEA


Infatti venne esaltata la pace, la prosperità e il benessere dell'Impero, la necessità di restaurare gli antichi
costumi romani e di ristabilire i valori morali e religiosi antichi, venne promosso il culto della patria, degli dèi
e della famiglia e la civilizzazione che compiuta dai Romani nelle terre invase. In ogni caso non mancarono
ovviamente temi come l'amore, il dolore o i sentimenti individuali ma si può vedere diciamo un vero e
proprio cambio di atteggiamento che, se prima era pessimista e provocatorio, ora diventa più speranzoso
ed entusiasta.

RAPPORTO TRA LETTERATI E LO STATO


Nessuno degli scrittori accolse l’appello di Augusto per la rinascita dei generi teatrali, che avrebbe
raggiunto anche le masse popolari con la propaganda, anche il genere epico-storico venne abbracciato
solo da Virgilio, che in ogni caso non usò Augusto come protagonista ma appunto Enea. Anche poeti come
Orazio e Properzio si allontanarono dalla richiesta di Augusto con delle recusationes, che sono
sostanzialmente dei testi dove gli autori si definiscono non portati per affrontare certi generi di poesia.

SVILUPPI DELL’ESTETICA ALESSANDRINA NELLA POESIA AUGUSTEA


I poeti presero come punto di riferimento la poetica di Callimaco e si ispirarono spesso ai passi delle sue
opere. La forma utilizzata era raffinata e molto elaborata e diversamente dal periodo precedente i poeti non
screditarono più i generi alti ma anzi, coscienti della loro inferiorità rispetto alle opere sublimi del tempo, si
considerano inadeguati. Vi è quindi una maggiore apertura verso i generi tradizionali e vengono recuperati i
grandi modelli greci precedenti come quelli di Omero e Saffo. Rimane la raffinatezza formale ma vengono
comunque curate l’originalità e l’innovazione.

CIRCOLI
CIRCOLO DI MECENATE
A Roma spesso vi era un patrono letterario che aveva il compito di assicurare protezione, denaro ed
amicizia ai poeti. In questo periodo il personaggio che rivestì questo ruolo fu Gaio Mecenate che rimase per
tutta la vita un semplice cavaliere diventando così anche esempio di modestia per i poeti che si ispiravano
a lui come Virgilio, Orazio e Properzio. Diversamente dagli altri, Mecenate era riuscito ad accerchiarsi di un
grandissimo numero di scrittori e a promuovere appieno la cultura di Augusto grazie proprio a questi.

ALTRI CIRCOLI
Vi furono però anche altri patroni letterari nell'Età Augustea come per esempio Valerio Messalla Corvino
che si occupò di Tibullo, o Gaio Asinio Pollione, che fu il patrono di Virgilio ai tempi delle Bucoliche. Nella
guerra contro Pompeo si schierò dalla parte di Cesare e collaborò poi con Antonio ma non prese posizione
nel conflitto tra questo e Ottaviano. Fu incaricato di ridistribuire le terre della Gallia Cisalpina e riuscì così a
ridare le terre perse a Virgilio. Compose un'opera storica sulle guerre civili dal primo triumvirato e tragedie
destinate alla lettura nelle sale di recitazione. Diffuse inoltre le recitationes che consistevano nella lettura di
opere letterarie ad un piccolo pubblico di invitati in case private.

VIRGILIO
Grazie alle Vite di Publio Virgilio Marone tramandate in vari codici (il più importante di Elio Donato che la
inserisce prima del suo commento alle opere del poeta) sappiamo che egli nacque il 15 ottobre del 70 a.C.
ad Andes, vicino Mantova, ebbe un'istruzione completa inizialmente a Cremona, poi a Milano e infine a
Roma, dove frequentò la scuola di retorica. Si trasferì poi a Napoli dove studiò filosofia presso l'epicureo
Sirone e rimase qui anche dopo quando riuscì ad avere una casa a Roma. Era un uomo timido e calmo e
trascorse la sua vita dedicandosi solamente agli studi e alla composizione. Virgilio morì infine il 21
settembre del 19 a.C. e venne sepolto a Napoli.

OPERE
BUCOLICHE
La prima opera composta da Virgilio furono le Bucoliche (42-39 a.C.) dedicate ai poeti Asinio Pollione e
Alfeno Varo che, come lui, furono costretti a partecipare alle confische e alle ridistribuzioni delle terre dopo
la battaglia di Filippi (guerra contro Bruto e Cassio). Qui esalta l'amico Cornelio Gallo anch’egli poeta e
originario della Gallia Cisalpina.

GEORGICHE
La seconda opera che Virgilio compose furono le Georgiche (38-30 a.C.), dedicate invece a Mecenate e
composte da quattro libri. Furono recitate davanti ad Augusto da Virgilio aiutato da Mecenate in 4 giorni
consecutivi.

ENEIDE
Negli ultimi 11 anni della sua vita scrisse l'Eneide (30-19 a.C.) di cui recitò davanti all'Imperatore il 2^, 4^ e
6^ libro. Questa doveva essere rivista nel 19 a.C. e avrebbe occupato altri 3 anni di lavoro. Nel testamento
invitò gli amici Vario e Tucca a distruggere l'opera perché non ancora perfezionata e comunque
assolutamente di non pubblicarla, al contrario invece per decisione di Augusto l'opera diventò pubblica.

BUCOLICHE
Composte dal 41 al 39 a.C. le Bucoliche sono una raccolta di 10 carmi in esametri ispirati agli idilli pastorali
del poeta greco Teocrito, così il termine Bucoliche significa appunto “canti di pastori”. Per la prima volta qui
un poeta Romano scriveva un'opera della poesia pastorale. Al termine Bucoliche si affiancò il nome
Ecloghe che al singolare significa “poemetto scelto”. L'ambiente in cui si svolge la storia è ispirato all'Opera
di Teocrito e quindi in una terra perfetta con una campagna idealizzata dove i pastori-poeti sono a contatto
con la natura. ci sono riferimenti ovviamente alla Pianura Padana, precisamente a Mantova dove Virgilio
trascorse parte della sua vita, all'Arcadia, patria del dio Pan, protettore dei pastori, e infine alla Sicilia, terra
d’origine di Teocrito. Virgilio riprende anche molte situazioni descritte da Teocrito rielaborandole e facendole
sue. Si ispira anche ad autori greci e latini come Catullo o Callimaco e proclama la sua incapacità di usare
un genere sublime come l'epos e quindi la sua preferenza nell'uso di uno stile più calmo. I 10 Carmi sono
disposti in uno schema preciso infatti quelli pari sono in forma narrativa (all'interno del 2^ e del 10^ sono
presenti l'ottavo monologhi e nell'8^ vi è una gara di canto tra pastori), quelli dispari invece in forma mimica
e presentano quindi per la maggior parte dialoghi tra pastori.

TEMI (I CONTENUTI)
I temi principali dell'opera sono la natura perfetta e la centralità della poesia che sono in contrasto con gli
insuccessi nella vita amorosa, vista come fonte di pazzia per l'uomo, e con la cruda realtà storica, che
rischia di ribaltare la calma della natura perfetta.
ECLOGHE
ECLOGA 1
La prima ecloga è rappresentata da un dialogo tra due pastori-contadini: Melibeo, costretto ad
abbandonare i suoi campi, e Titiro, che invece può conservare le sue terre grazie ad uno iuvenis. Melibeo
con il gregge si ritira in esilio e incontra Titiro che, sdraiato i piedi di un faggio, canta una canzone d'amore.
Virgilio si rivede in parte in Titiro che si sente minacciato e rischia la confisca delle terre, e allo stesso
tempo in Melibeo, che è costretto a lasciare i suoi campi ai veterani dopo la battaglia di Filippi.

ECLOGA 9
La nona ecloga è è strettamente legata alla prima perché si ripete il dialogo tra i due pastori che in questo
caso sono Licida e Meride, entrambi poeti. La vicenda inizia quando meride riferisce a Licida che il loro
amico Menalca, illuso di poter conservare i propri beni, ha dovuto al contrario cedere le sue terre ad uno
straniero rischiando anche di perdere la vita. Anche qui Virgilio si rivede in Menalca che, dopo aver appunto
creduto di poter tenere le sue terre grazie ad Ottaviano, si vede costretto a rinunciarvici.

ECLOGA 2
La seconda ecloga ha il tema dell'amore del pastore Coridone per Alessi, un giovane che lo rifiuta. Qui è
descritto un amore irrazionale e incontrollabile a cui l'uomo non può resistere.

ECLOGA 10
La decima ecloga riprende sempre il tema dell’amore e si apre con una richiesta alla musa da parte del
poeta di ispirare la sua ultima fatica dedicata all'amico Cornelio Gallo. Parla appunto della disperazione
dell'amico per le infedeltà dell'amante Licoride, che riveste il personaggio di Teocrito, Dafni, morto piuttosto
di cedere alla passione amorosa. Gallo quindi in un monologo dice di voler abbandonare l’elegia per
dedicarsi alla poesia pastorale ma è costretto ad arrendersi al dio dell'amore.

ECLOGA 3
La terza ecloga presenta il topos della gara poetica tra pastori, qui ogni pastore recita due versi ciascuno
alternandosi con l'altro.

ECLOGA 7
la settima ecloga rappresenta anch'essa il topos della gara poetica tra pastori ma questa volta recitano
quattro versi ciascuno.

ECLOGA 8
l'ottava ecloga rappresenta il topos della gara poetica tra pastori è diversamente interviene prima un
pastore, che si lamenta perché la sua amata deve andare in sposa non a lui, e poi l'altro,che riporta i riti
magici che una donna usa per far arrivare a sé l'amato.

ECLOGA 5
Nella quinta ecloga viene ripreso anche qui il topos della gara poetica tra pastori ma questa volta con il
tema principale della morte. Il primo pastore, Mopso, compiange Dafni, che viene visto come benefattore
del mondo bucolico, il secondo pastore invece, Menalca, narra l'apoteosi di Dafni e lo onora come nuova
divinità. Dafni si può assimilare o al fratello di Virgilio, morto molto giovane, oppure a Giulio Cesare, che
venne divinizzato da Augusto.

ECLOGA 4
Nella quarta ecloga il poeta dice di voler innalzare il tono del canto rendendolo degno del console Pollione,
profetizza una nuova età dell'oro contemporanea alla nascita di un bambino che viene assimilato al figlio di
Pollione, al figlio atteso da Ottaviano, al figlio di Antonio ed Ottavia, allo stesso Ottaviano oppure a Gesù
Cristo.
ECLOGA 6
Nella sesta ecloga viene preso in considerazione il grande valore della poesia, Quiz due pastori, dopo aver
trovato Sileno ubriaco è addormentato in una grotta, lo legano e lo costringono a cantare. L'anziano intona
quindi un canto che ha come centro un omaggio a Cornelio Gallo e Virgilio fin da quindi a lui esaltazione
della poesia.

PRIMA ECLOGA
Nella prima ecloga inizialmente vi è un continuo scambio di parola tra i due pastori per la curiosità di
Melibeo di capire come Titiro era riuscito a conservare le sue terre, nella seconda parte invece ci sono due
lunghi monologhi di Melibeo interrotti da un piccolo intervento di Titiro.
Melibeo con il gregge mentre si ritira in esilio incontra Titiro che, sdraiato i piedi di un faggio, canta una
canzone d'amore consapevole di non dover rinunciare alle sue terre. Virgilio si rivede in parte in Titiro che
si sente minacciato e rischia la confisca delle terre ma riesce a tenerle, e allo stesso tempo in Melibeo, che
è costretto a lasciare i suoi campi ai veterani dopo la battaglia di Filippi.
Storia: La prima ecloga si apre con la descrizione di un mondo perfetto in cui verrà poi ambientata la storia
infatti Titiro inizialmente è sdraiato sotto un faggio, ha il flauto e sta cantando una canzone d’amore.
Melibeo lo vede e, dopo avergli detto che se ne deve andare dalle sue terre perché gli sono state tolte, gli
dice appunto di suonare il nome di Amarilli. Titiro quindi risponde dicendogli che che un Dio, che
probabilmente Ottaviano, gli ha permesso di non dover rinunciare ai suoi campi. Melibeo quindi si stupisce
e dice che doveva ascoltare il segno della quercia che era stata fulminata dal cielo. Torna quindi Titiro a
parlare dicendo che pensava che Roma fosse simile alla loro città natale ma che si sbagliavano perché la
città era di gran lunga migliore. Melibeo quindi gli chiede come mai lui sia andato a Roma e Titiro gli
risponde che cercava la libertà che nella sua città non gli era concessa e spiega come con la donna amata
prima, Galatea, non si arricchiva mai.

vv. 36-39
La vicenda di Melibeo inizialmente passa in secondo piano e l'attenzione si sposta invece sul dolore di
Amarilli perché Melibeo si riferisce direttamente a lei come se fosse lì presente. Amarilli per la lontananza
da Titiro, prega per il suo ritorno piangendo e il paesaggio si unisce con lei a questo dolore invocando la
presenza dell'amato. Melibeo chiede quindi a Titiro come mai non fosse con l'amata e come mai l'avesse
lasciata sola.
Titiro quindi si sente quasi accusato da Melibeo e si mette subito sulla difesa giustificandosi dicendo che la
sua era un’assenza obbligatoria perché solo a Roma avrebbe potuto ricevere la protezione degli dèi e
quindi la libertà.
QUARTA ECLOGA
Muse di Sicilia, solleviamo il tono del canto:
non tutti amano gli arbusti, le umili tamerici;
se cantiamo le selve, siano selve da console.
È giunta l’ultima età dell’oracolo cumano:
5 nasce di nuovo il grande ordine dei secoli.
Già torna la Vergine e torna il regno di Saturno,
già la novella prole discende dall’alto del cielo.
Tu, casta Lucina, proteggi il bambino nascituro
con cui cesserà la generazione del ferro e in tutto il mondo
10 sorgerà quella dell’oro: già regna il tuo Apollo.
Sotto di te console comincerà la gloria di quest’era,
o Pollione, e incominceranno a trascorrere i grandi mesi.
Con te per guida, se resta traccia dei nostri delitti,
sarà vanificata e scioglierà dal continuo timore la terra.
15 Egli riceverà la vita degli Dèi e vedrà gli eroi
misti agli Dèi, e lui stesso apparirà ad essi
e reggerà il mondo pacato dalle virtù del padre.
Per te, o fanciullo, la terra senza che nessuno la coltivi,
effonderà i primi piccoli doni, l’edera errante
20 qua e là con l’elìcriso e la colocàsia con il gaio acanto.
Le capre da sole riporteranno gli uberi colmi
di latte, e gli armenti non temeranno i grandi leoni.
La stessa culla spargerà per te soavi fiori.
Svanirà anche il serpente, svanirà l’erba insidiosa
25 di veleno, e dovunque nascerà l’amomo di Assiria.
Ma quando potrai leggere le lodi degli eroi
e le imprese del padre, e conoscere che cosa sia la virtù,
imbiondirà a poco a poco la campagna di ondeggianti spighe,
da selvaggi roveti penderanno rossi grappoli d’uva,
30 le dure querce stilleranno una rugiada di miele.
Resteranno tuttavia poche tracce dell’antica malizia,
che faranno affrontare Teti con navigli, cingere
di mura le città, incidere di solchi la terra;
allora vi sarà un altro Tifi, e un’altra Argo
35 che trasporti scelti eroi; vi saranno altre guerre
e di nuovo sarà mandato a Troia il grande Achille.
Poi, quando la salda età ti avrà fatto uomo,
il mercante da sé si ritrarrà dal mare, le navi di pino
non scambieranno le merci; ogni terra produrrà tutto.
40 Il suolo non patirà rastrelli, né la vigna la falce;
anche il robusto aratore scioglierà i tori dal giogo;
e la lana non saprà più fingere i vari colori,
l’ariete da sé nei prati cambierà il colore del vello
con la porpora che rosseggia soave, con il giallo che svaria nell’oro:
45 spontaneamente il carminio rivestirà gli agnelli al pascolo.
«Affrettate tali secoli», hanno detto ai loro fusi
le Parche concordi nell’irremovibile volontà del Fato.
Sarà ormai tempo di raggiungere i più alti onori,
o diletta prole degli Dèi, o glorioso rampollo di Giove!
50 Guarda il mondo che scuote la curva mole,
e la terra e le distese del mare e il cielo profondo!
Guarda come tutto s’allieta del secolo che viene!
Oh, mi resti l’ultima parte d’una lunga vita
e mi sia bastante lo spirito per celebrare le tue imprese:
55 non potranno vincermi nel canto né Orfeo di Tracia,
né Lino, sebbene l’uno assista la madre, e l’altro
il padre, Orfeo Calliope, Lino il bellissimo Apollo.
Persino se Pan gareggiasse con me, a giudizio di Arcadia,
persino Pan si direbbe vinto, a giudizio di Arcadia.
60 Comincia, o piccolo fanciullo, a riconoscere con un sorriso la madre:
alla madre nove mesi arrecarono lunghi travagli;
comincia, piccolo fanciullo: a chi non sorrisero i genitori
un dio non concede la mensa, né una dea l’amoroso giaciglio.

Metro: esametro dattilico.

La quarta Bucolica di Virgilio è dedicata ad Asinio Pollione. Virgilio descrive l’arrivo di un puer, questo arrivo
coincide con l’inizio di una nuova era. Nella nuova età dell’oro la pace ritorna dopo il periodo tragico delle
guerre civili, che potranno godere di un’età straordinaria di pace e benessere. alla fine della bucolica
preannunci la vita felice del puer, la sua poesia ne celebrerà le lodi nel modo più degno possibile. .
L'argomento del testo non è bucolico, ma sono presenti comunque numerosi riferimenti a Pan e all’Arcadia
e una descrizione dettagliata della natura. Il tono è elevato, il canto silvestre deve adeguarsi al rango del
destinatario del testo, ossia al console.
figlio di Asinio Pollione, figlio di Antonio e Ottavia, figlio di Ottaviano, gesù
Un'interpretazione alternativa del puer è quella secondo cui egli sarebbe solo un elemento simbolico. In
realtà nell’ecloga ciò che è importante è il rinnovamento: esso inizia con la nascita del bambino, ma si
completa solo quando egli raggiunge l’età adulta

vv.18-25 la terra offrirà al bambino spontaneamente piante ed erbe, le caprette, senza bisogno del loro
pastore, torneranno verso l’ovile pronte per essere munte, le mandrie non avranno paura dei leoni, la
stessa culla farà crescere fiori per il bimbo, serpenti e erbe velenose non ci saranno più e dovunque
nascerà l’amomo (=pianta orientale profumata).

vv.26-36 nel momento in cui il puer potrà leggere poemi e racconti storici, imparerà cosa sia la virtus. Ci
saranno ancora guerre ed eroi.

vv.37-45 quando il bambino sarà arrivato all’età adulta, invece, non ci sarà più bisogno di navigare
nemmeno per commercio perché la terra offrirà tutto spontaneamente.

vv.46-59 a questo punto il poeta introduce le Parche, personificazione del destino, che invitano l’età felice
ad affrettare il passo, a giungere presto; il poeta si augura di poter vivere abbastanza a lungo da vedere le
imprese del puer e cantarle con un canto che lo renderà più grande e famoso dei mitici cantori Orfeo e
Lino. Anche se questi poeti sono di stirpe divina (figli rispettivamente di Calliope e di Apollo), egli li
supererà, e lo stesso Pan, figlio di Hermes, dio dell’Arcadia, se dovesse gareggiare con lui, si dichiarerebbe
vinto.

vv.60-63 negli ultimi versi il poeta invita il neonato a riconoscere la madre con il sorriso perché per nove
mesi essa lo portò in grembo.