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L’opera è ambientata al tempo presente e in uno spazio geografico rintracciabile su una carta della

Grecia: un altopiano sulla cima di una montagna tra l’Arcadia, regione al centro del Peloponneso, e
l’Argolide. Sannazaro non era mai stato in quei luoghi, ma poteva averli conosciuti dalle memorie
di chi tra la vecchia nobiltà napoletana vi aveva posseduto domini o dai racconti dei mercanti nel
quartiere di Portanova. Da tre generazioni vi abitavano i Sannazaro, discendenti da una famiglia di
feudatari della bassa Lomellina, tra il Po e il Tevere, uomini d’armi emigrati nella Napoli angioina.

La poesia bucolica, il travestimento di intellettuali in pastori, era invenzione antica. Con Teocrito
era legata a un contesto siciliano in cui si svolgevano le gare canore di pastori. Ma era stato Virgilio
a scoprire l’Arcadia del Peloponneso (una regione aspra, deserta, arida) e a reinventarla come
spazio interiore. Virgilio aveva dato a quel mondo una dimensione morale: la partecipazione alla
sofferenza altrui; ed è dimensione collettiva perché è la pietas a gettare le basi della società che, con
i suoi rituali, cerca di alleviare il dolore e la morte. Già evocata nelle egloghe di Virgilio, l’Arcadia
(incerta tra geografia reale e ideale) emerge solo nella X egloga, in cui compare un personaggio
reale, Cornelio Gallo, protagonista di una vicenda d’esilio per un amore infelice. Gallo giace ormai
morente e non è servito a nulla vagare in quel luogo che non ha placato il suo spleen. All’inizio
dell’egloga, Virgilio si rivolge alla ninfa Aretusa, chiedendole di concedere un ultimo canto per
Gallo. Aretusa è una ninfa ed è stata trasformata da Diana in corso d’acqua per sfuggire
all’inseguimento di Alfeo (il più grande fiume d’Arcadia); dopo un viaggio nelle viscere della terra
si unisce alle acque dell’amante sgorgando nella sorgente dell’isola di Ortigia a Siracusa. Aretusa è
anche allegoria di un collegamento tra la tradizione siciliana della poesia bucolica e l’invenzione
virgiliana di dare una nuova patria ideale a quella poesia, l’Arcadia: un cammino a ritroso, dalla
Sicilia al Peloponneso, attraverso il percorso sotterraneo e sottomarino delle acque di Aretusa. Ed è
questo il cammino che Sannazaro decide di percorrere.

Sannazaro, come Virgilio, decise di riunire le sparse e giovanili egloghe volgari in un vero e proprio
libro. Scelse il prosimetro perché consente l’alternanza di poesia e prosa, alternanza di voci, che
suggerisce il doppio tempo e il doppio spazio corrispondenti alla scansione di fondo del viaggio di
andata e ritorno (Napoli-Arcadia): un anteriorità per le parti in poesia, le egloghe udite in Arcadia;
una posteriorità per le prose, affidate alla voce dell’autore, narratore e personaggio allo stesso
tempo. La struttura binaria suggerisce l’alterità delle modalità di comunicazione: da un lato l’oralità
delle egloghe, dall’altra la scrittura delle prose. La novità dell’ambientazione arcadica è già nei titoli
che l’opera assume nella prima redazione: in una prima fase, il libro verrà percepito come una
raccolta di egloghe, con il titolo Aeglogarum liber Arcadius inscriptus; in un secondo momento
diverrà Libro pastorale nominato Arcadio. Il messaggio paradossale del prologo del Libro pastorale
è il confronto fra poesia bucolica e poesia dotta. La struttura in dieci prose e dieci egloghe (oltre al
prologo) riprende lo stesso numero della bucolica virgiliana e appare in sé conclusa in un gioco di
corrispondenze tra apertura e chiusura: tra la I e la X prosa (le descrizioni di paesaggio: all’inizio il
paesaggio naturale del Partenio, alla fine il giardino artificioso del sepolcro di Massilia) e tra la I e
la X egloga (in entrambe canta il pastore Selvaggio).

Prologo: l’Arcadia si apre con una dichiarazione di poetica basata sul contrasto fra natura e arte, fra
l’espressione diretta e spontanea della natura e i prodotti dell’arte e della civilizzazione. La scelta di
campo del poeta è per le rozze e primitive egloghe uscite dall’ispirazione.

Prosa I: in un altopiano sulla cima del monte Paternio, in Arcadia, i pastori sono soliti portare i loro
greggi e trascorrere il tempo divertendosi in gare di abilità e di canto. Solo Ergasto (“lavoratore”,
proiezione autobiografica di Sannazaro, caratterizzato dalla condizione esistenziale della malinconia
e della solitudine) se ne sta in disparte, malinconico, assorto nella sua disperazione d’amore, e
Selvaggio (“abitante delle selve”, unico pastore ad aver compiuto il cammino inverso cioè
dall’Arcadia a Napoli e di essere poi tornato indietro) cerca allora di riportarlo alla vita. Il primo
paesaggio dell’Arcadia riprende la tradizione classica del locus amoenus, del bosco composito con
l’enumerazione di alberi e piante.

Egloga I: Selvaggio esorta Ergasto a uscire dalla sua malinconia d’amore e a godere del ritorno
della primavera, ma il compagno racconta il momento dell’innamoramento. Selvaggio vorrebbe
svegliare Ergasto dal suo torpore per invitarlo alla dolcezza del tempo primaverile, ma anche perché
i greggi abbandonati a loro stessi si perdono e sono preda dei lupi; e poi perché è un tempo tutt’altro
che felice per i pochi pastori cantori rimasti. L’allegoria rinvia alla difficile situazione politica
vissuta a Napoli all’inizio degli anni ottanta: tensioni tra la monarchia aragonese e i baroni e
malversazioni di funzionari regi che colpiscono anche Sannazaro e i suoi amici.

Prosa II: finito il canto di Ergasto, i pastori riportano i greggi agli ovili. Alcuni giorni dopo
Sannazaro (che solo alla fine della VII prosa dichiarerà il suo nome: Sincero) per sfuggire il caldo
guida il gregge verso una valle ombrosa; lungo il cammino incontra il pastore Montano (“abitante
dei monti”: De Iennaro) intento a suonare e gli chiede di cantare per lui offrendogli un bastone di
legno di mirto col manico intagliato a forma di testa d’ariete dal bifolco Cariteo (poeta catalano
Benet Gareth).

Egloga II: Montano comincia a intonare un canto bucolico, ma giungendo alla valle scorge la figura
di un uomo che dorme: il pastore Uranio. Lo sveglia dopo una breve invettiva contro i lupi nemici
dei greggi e lo invita a cantare con lui, cosa che Uranio (Pontano) fa con piacere, improvvisando
una strofa in risposta a ogni strofa che gli propone Montano (De Iennaro).

Prosa III: finito il canto e calata la notte, Sincero, Montano e gli altri pastori tornano alle loro
capanne. Il giorno dopo, festa in onore di Pales (dea della pastorizia) si dirigono al tempio della dea,
dalle porte dipinte con scene mitologiche e pastorali, dove un sacerdote celebra i sacrifici rituali e
recita le preghiere. I pastori escono in un piano erboso dove, in un gruppo di belle pastorelle, il
pastore Galicio (l’umanista Luigi Galluccio, detto Elisio Calenzio) scorge la sua amata e comincia a
intonare un canto d’amore.

Egloga III: Galicio racconta di aver ascoltato il canto di un pastore all’alba del 3 marzo (il giorno in
cui è nata l’amata, Amaranta) e ne riporta le parole: si tratta di un inno al sole, che si rivolge poi
agli elementi naturali del paesaggio, invocando non solo il ritorno della primavera ma della stessa
età dell’oro.

Prosa IV: durante il canto di Galicio, Sannazaro individua Amaranta e ne contempla la bellezza. Per
trovare refrigerio le fanciulle si spostano in una valle dove convengono anche i pastori per ascoltare
la gara canora del capraio Elpino (Sannazaro) e del pecoraio Logisto (Marcello Caracciolo).

Egloga IV: alternandosi nel canto, Logisto sfoga la disperata angoscia per un amore impossibile,
mentre Elpino conforta l’amico e lo invita alla speranza.

Prosa V: finito in parità il canto di Logisto ed Elpino, i pastori tornano al loro villaggio,
divertendosi lungo il cammino in giochi pastorali. Il giorno dopo, guidati dal vecchio Opico (De
Iennaro), raggiungono la valle del fiume Erimanto e salgono sulla cima del monte. Lì, attirati da una
musica lontana, scoprono un gruppo di vaccari che onorano il sepolcro del pastore Androgeo
nell’anniversario della sua morte (padre di Ergasto, dunque padre di Sannazaro, Cola, scomparso
nel 1462). Uno di loro ne recita l’elogio funebre, promettendogli eterna fama, e alla fine suona la
cornamusa mentre Ergasto, commosso, comincia a cantare.

Egloga V: Ergasto celebra la memoria di Androgeo, immaginandone la vita ultraterrena in un


paradiso pastorale e invitando a superare il lutto per la sua scomparsa, celebrandone eternamente il
nome.

Prosa VI: dopo il canto di Ergasto (trascritto da Fronimo su una corteccia di faggio) i pastori si
concedono una pausa per il pranzo. Sannazaro scorge un pastore, Carino (altro doppio), che sta
cercando una sua vacca bianca. I pastori lo invitano a sedersi con loro (la vacca la cercherà il servo
Ursacchio), mentre Opico (De Iennaro) e Serrano (colui che semina: Attilio Regolo) intonano un
nuovo canto. La prosa presenta il ritorno in scena di Sannazaro, con il dolore causato dalla
lontananza della patria e da altri accidenti. Compare un altro suo doppio (Carino) e comincia un
nuovo ciclo dominante fino alla x prosa, sul tema dell’amore come malattia e follia. Sarà questa la
ragione dell’esilio di Sannazaro in Arcadia e della crisi esistenziale di molti dei pastori che incontra.

Egloga VI: Serrano (pensando alla vacca smarrita da Carino) si lamenta dei tempi presenti, in cui
regnano invidia e avarizia. Opico invece rievoca l’età dell’oro, vagheggiandone l’armonia perduta.
L’allegoria si riferisce alla Napoli aragonese, di cui Sannazaro testimonia la crisi, tracciando un
amaro quadro della degradata realtà presente caratterizzata da furti e violenze.

Prosa VII: Carino si rivolge a Sannazaro, chiedendogli di parlare di sé. Comincia un lungo racconto
autobiografico che (dopo il ricordo di Napoli, delle origini della famiglia e della nascita del poeta)
si concentra sulla vicenda di un amore giovanile. Disperando in un suo esito felice, Iacopo era
fuggito nelle solitudini dell’Arcadia. Su invito di Carino intona un canto d’amore. Per la prima volta
compare il nome di Napoli (che emerge tra mito e storia) mentre le vicende familiari identificano il
contesto storico e le alterne fortune di una giovane casata immigrata e forse mai integrata
nell’antico e più illustre patriziato cittadino. È una storia che sfocia nella storia individuale di un
amore vissuto nella solitudine della propria anima e nelle solitudini di Arcadia: ed è nel paesaggio
che si proietta l’angoscia esistenziale del poeta, il senso di estraneità e di esclusione dall’amore e
dall’armonia di cui la natura sembra gioire. Iacopo, dichiarando il proprio cognome, ricorda che la
fanciulla amata lo chiamava con un altro nome: Sincero per la schiettezza e sincerità d’animo.

Egloga VII: Sincero, disperato d’amore, vive come un uccello notturno, rifugiandosi nelle grotte di
giorno e piangendo di notte; ma l’immagine dell’amata, apparsagli in sogno, sembra riportarlo alla
vita.

Prosa VIII: Carino conforta Sincero con la previsione che rivedrà la patria e la fanciulla amata.
Carino racconta la storia dell’amore per una pastorella con cui era cresciuto, dilettandosi di caccia.
Un giorno, rivelatole il suo amore (il mezzo utilizzato per comunicare i propri sentimenti è l’acqua
di una sorgente, in cui la donna avrebbe visto l’immagine della ninfa amata da Carino, cioè sé
stessa), viene abbandonato e decide di suicidarsi gettandosi da una scogliera marina ma viene
distolto dalla vista di due colombi e dal ritorno della fanciulla. Concluso il racconto, Carino parte e
sopraggiunge un altro pastore innamorato, Clinico (“l’agitato”) al quale Eugenio comincia a parlare.
La descrizione dell’uccellagione praticata da Carino e dalla sua amata fa emergere quella
dimensione di violenza che percorre la civiltà italiana del Rinascimento e investe Napoli negli anni
ottanta del Quattrocento con la Congiura dei Baroni e la repressione che ne seguì.
Egloga VIII: Eugenio affranto per il triste stato dell’amico Clonico, fa un discorso morale sul senso
della vita: è inutile soffrire per amore, dal momento che la vita è breve. Clonico persiste nei suoi
propositi di suicidio ed Eugenio lo invita a impegnarsi nella dura fatica della terra.

Prosa IX: Concluso il canto di Eugenio e scesa la sera, i pastori vanno a riposare. Il giorno dopo si
incamminano verso il monte Menalo, al fine di visitare il tempio di Pan, di cui è sacerdote il
vecchio e saggio pastore Enareto. Su invito di Opico lo raggiungono affinché egli trovi rimedio alle
sofferenze di Clonico. Enareto sta per prendere la parola quando la loro attenzione è distolta dalla
musica del capraio Elenco (“il dispettoso”; sarebbe il capitano Consalvo di Cordova, conquistatore
di Napoli nel 1503) con cui Ofelia ingaggia un litigio.

Egloga IX: Ofelia provoca Elenco, costringendolo a una gara di canto. Giudice è Montano che alla
fine sancendo la parità tra i due riconosce la vittoria al solo Apollo, fonte d’ispirazione di entrambi.
Il testo ripropone quasi tutti i nomi dei pastori e delle pastorelle e i temi più rilevanti dell’opera
(Elenco vs Ofelia, diventa confronto di auctores ovvero Teocrito vs Virgilio e confronto di generi
della poesia in volgare: rusticale-bucolico-comico vs lirico-elegiaco-petrarchista con trionfo di
Apollo). Comincia sempre Elenco che suona la lira e Ofelia è costretto a inseguirlo sempre a un
livello inferiore, più selvatico e rozzo (ad es. se Elenco invoca Pale e le sacre ninfe, Ofelia chiama
Pan e Priapo).

Prosa X: i pastori riprendono la salita del Menalo, raggiungendo al grotta di Pan dove ammirano
una siringa che appesa a un pino sarebbe quella costruita dal dio e poi suonata da un pastore
siracusano e dal «mantuano Titiro» (Teocrito e Virgilio: autori più importanti del genere bucolico).
Enareto spiega a Clonico come raggiungere una grotta dove il pastore potrà compiere i riti magici
per liberarsi dal maleficio d’amore. I pastori ricominciano la discesa e si fermano su una collina in
un giardino nei pressi del sepolcro della madre di Ergasto, Massilia, in attesa che Selvaggio cominci
a cantare.

Si conclude con questa prosa Il libro pastorale nominato Arcadio: una conclusione provvisoria
prima che l’autore rielaborasse e ampliasse l’opera nella forma definitiva dell’Arcadia. Struttura
circolare: la sequenza finale vede l’arrivo dei pastori nel giardino dove si trova il sepolcro di
Massilia, madre di Ergasto (corrispondenza con il sepolcro di Androgeo, padre di Ergasto e
coinvolgimento diretto di Sannazaro). Il giardino richiama l’altopiano del Partenio (prosa I) con la
differenza che qui si tratta di un locus amoenus, artificioso, prodotto dall’opera dell’uomo e non
dalla natura. Se all’inizio del libro la natura era superiore all’arte, ora, accanto alla tomba di
Massilia, l’arte può superare la natura imitandone le forme, la vita, il movimento.
Egloga X: Selvaggio ricordando un suo esilio d’amore a Napoli presenta la figura di un pastore
udito laggiù, Caracciolo, e ne riferisce il canto: amaro atto d’accusa contro un duro presente e
profezia di una giustizia vendicatrice. Anche quest’egloga conferma la struttura circolare della
prima redazione: Selvaggio apre e chiude il libro come cantore, nella prima egloga per risvegliare
Ergasto dal suo torpore, nella decima egloga per rivelare se stesso come un altro doppio di Sincero.
Opico chiede a Selvaggio di cantare le lodi del tempo presente, ma il proposito di Opico viene
contraddetto dall’altro interlocutore, Fronimo, che denuncia la corruzione presente dei pastori, il
loro sviamento dalle buone pratiche. Selvaggio (altro doppio di Sannazaro, come Ergasto e Carino)
rivela di essere stato anche lui esule per amore e ha compiuto lo stesso viaggio di Sannazaro ma alla
rovescia: Arcadia-Napoli e poi di nuovo in Arcadia. A Napoli è arrivato interrogando gli oracoli: lì
ha trovato i saggi pastori che salvano le lodi del «nobile secolo» (i poeti e gli umanisti della Napoli
contemporanea). Selvaggio racconta un’egloga di un pastore straniero udita a Napoli. Il canto di
Caracciolo rovescia il quadro ottimistico del «nobile secolo» con una satira morale e profetica che
rappresenta la situazione politica e civile di Napoli alla fine del 1485.

Intorno al 1492 Sannazaro ne riprende la composizione per portare a compimento lo spunto


narrativo originario che gli ha permesso di inventare il rapporto Napoli-Arcadia: il ritorno di
Sincero a Napoli. La seconda redazione del libro comporta la giunta di due prose, due egloghe e un
congedo, con un nuovo titolo, Arcadia, che sintetizzava nel nome della regione geografica, luogo
del viaggio e dell’esilio di Sincero, la ripresa della X egloga virgiliana e l’invenzione di un mondo
pastorale alternativo a quello reale. Il finale dell’Arcadia torna a focalizzarsi sul personaggio
autobiografico, Sannazaro-Sincero, che ricorda la sua città appena evocata nel canto di Caracciolo
riportato da Selvaggio. Dopo il canto di Caracciolo, sa di tornare in una città macchiata dal sangue
versato nel corso della repressione della Congiura dei Baroni. Dunque l’ultima giornata di
Sannazaro in Arcadia è pervasa da una doppia inquietudine: il ricordo della morte della madre e il
pensiero di Napoli.

Prosa XI: Il girono dopo, anniversario della morte di Massilia, Ergasto ne guida un rito
commemorativo e poi presiede a una serie di giochi pastorali. Alla fine Ergasto intona un canto in
memoria della madre. Continue allusioni al contesto culturale contemporaneo, a partire
dall’omaggio a uno dei grandi protagonisti dell’arte del Rinascimento (Andrea Mantegna). Alla fine
della prosa Sannazaro traccia una piccola storia della poesia bucolica moderna facendo ricordare a
Opico (De Iennaro) con nomi pastorali: Petrarca (Silvio), Boccaccio (Idalogo e Ameto), Arzocchi
(Crisaldo), Benivieni (Tirreno), Alberti (Tirsi). Opico dichiara di averli superati nelle gare svoltesi
in commemorazione del pastore Panormita (Antonio Beccadelli), a eccezione di Tirsi, a lui
superiore per la qualità dello strumento poetico.

Egloga XI: Ergasto invita tutti gli elementi naturali e le creature a unirsi al suo pianto per Massilia.
Unica consolazione, la memoria di lei, che la poesia eterna, innalzata oltre il rozzo stile pastorale,
trasmetterà ai posteri, vincendo la stessa morte. Elegia funebre per la madre Massilia.

Prosa XII: Concluso l’ultimo canto, i pastori si ritirano alle loro capanne per la notte. Sannazaro
dopo tre sogni angosciosi si sveglia e vaga fino alle rive di un fiume dove incontra una ninfa
(Aretusa) che lo invita a seguirla. Inizia così un viaggio nelle profondità della terra fino alla grotta
dove hanno origine tutti i fiumi. Dopo essere giunto di fronte al dio fluviale Sebeto, riesce a uscire
di nuovo all’aperto e si ritrova nel cuore di Napoli dove ascolta (non riconosciuto) due pastori,
Barcinio (Cariteo) e Summonzio (Pietro Summonte), cantare le recenti sventure del loro amico
Meliseo (Pontano). L’ultima prosa segna il ritorno di Sannazaro a Napoli. Il finale è segnato da
presagi confusi che fanno pensare sia a vicende individuali (la morte della fanciulla amata, di sua
madre o della moglie di Pontano) che collettive (la crisi di Napoli, la morte di un principe o sovrano
aragonese, forse il giovane re Ferrandino).

Egloga XII: Barcinio e Summonzio passeggiando nel centro antico di Napoli ritrovano i luoghi in
cui Meliseo ha pianto la morte dell’amata Filli (Adriana, moglie di Pontano), lasciando le tracce del
suo dolore nelle scritte incise sulle cortecce degli alberi. Mentre Barcinio ne ripete il canto funebre,
i due pastori salgono fino al tempio costruito da Meliseo intorno alla tomba della donna e lì lo
ascoltano cantare. L’ultima egloga è l’unica cantata a Napoli. Il travestimento bucolico interessa sia
i due amici letterati che lo scenario in cui si muovono. L’egloga è un omaggio al grande maestro
dell’Umanesimo napoletano (con la riscrittura dell’egloga latina Meliseus in cui Pontano aveva
cantato la morte della moglie). La terza egloga funebre dopo quelle di Androgeo e di Massilia.

“A la sampogna”: congedo dall’opera e dalla poesia bucolica in volgare; è un addio all’utopia ma


anche alla città della giovinezza, ormai scomparsa (Napoli). Il messaggio di Sannazaro nel suo
viaggio in Arcadia riguarda la solidarietà degli esseri umani di fronte alla realtà universale della
morte, del dolore, dell’infelicità.

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