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VIRGILIO e il circolo di Mecenate

70 a.C. Andes (Mantova), Gallia Cisalpina (cfr. poeti neoterici) da agiati proprietari terrieri
studia a Cremona, Milano (contatto con poesia alessandrina)

a Roma nel 53-50 circa: tempo di Clodio e Milone, campagna gallica, prodromi della guerra civile
formazione letteraria: 1.modelli alessandrini e neoterici (conosce il liber di Catullo)
2.interessi filosofici, scientifico-matematici, astronomici

a Napoli durante la guerra civile; lezioni di due filosofi epicurei, Sirone e Filodmo di Gdara. Impara il
significato concreto del vivi nascosto al riparo da eventi sociali e politici
42-39 a.C. compone le Bucoliche

39 a.C. entra nel circolo di Mecenate


Mecenate collaboratore di Ottaviano nel curare i rapporti tra principato e letterati svolse il compito con grande
intelligenza, puntando sui rapporti privati, sui legami individuali con gli scrittori. Mecenate rispettava le esigenze
di autonomia espressiva, gli scrittori condividevano i grandi valori nazionali ed ideali del nuovo sistema di
governo (la pace, la concordia, la missione civilizzatrice di Roma). Virgilio fu il primo a entrare nel circuito di
Ottaviano; poi Orazio nel 38 a.C., da ultimo Properzio nel 28 a.C.
38-30 a.C. a Napoli compone le Georgiche

29-19 a.C. compone lEneide

19 a.C. Viaggio in Grecia per raccogliere materiale per Eneide, durante il viaggio di ritorno muore a Brindisi. Le
ceneri furono deposte a Napoli
LE BUCOLICHE
TITOLO: BUCOLICA (CARMINA) = canti di pastori ( bucolos, greco = pastore, i pastori sono i protagonisti dellopera)
TITOLO: ECLOGAE (ecloga, greco = breve componimento, estratto) indica i singoli componimenti, tutti brevi.
Le Bucoliche sono:
10 componimenti in esametri tutti di argomento pastorale, genere che Virgilio introduce a Roma
E il poeta ellenistico Teocrito di Siracusa ad aver dato forma alla poesia pastorale: scrisse gli Idilli ( eidyllon, da
eidos = aspetto, componimento breve, quadretto descrittivo)
Teocrito, nato a Siracusa intorno al 310 a.C., visse nellultima parte della sua vita ad Alessandria, presso la corte dei Tolomei, e mor
poco dopo il 260. A Teocrito, mai nominato direttamente, Virgilio allude in diversi passi, (secondo i principi della poetica alessandrina e neoterica)
in cui si accenna a Siracusa e alla Sicilia, patria del poeta greco: per esempio in IV, 1 chiama siciliane le Muse (Sicelides Musae).
Composizioni di tema rusticano erano note nel mondo greco: nellIliade (XVIII, 525-526), descrivendo lo scudo di Achille, Omero parla di due
pastori che si dilettavano con il flauto; il poeta lirico Stesicoro di Imera (VI secolo) narra in un canto corale la storia del pastore Dafni,
ambientandola in Sicilia, sua patria. Ma Teocrito stato il primo a dare forma a una vera e propria poesia pastorale, (dichiarazioni di poetica in tal
senso sono contenute in Idillio 7, le Talisie) con i suoi dieci Idilli bucolici sui 30 realizzati, di carattere encomiastico, erotico, bucolico o mitologico.
Gli idilli bucolici colpirono i lettori, tanto che il termine idillio assunse il significato di breve componimento di ambiente bucolico e pastorale.

Gli Idilli di Teocrito sono:


30 componimenti sono vari per argomento 10 sono bucolici
Negli idilli bucolici di Teocrito il paesaggio realistico (presenza del mare, i luoghi assolati della Sicilia); inoltre diversi carmi presentano gare di
canto tra pastori, in particolare 1, 4, 6, anche 7, 10 presentano la forma del canto amebeo, cio alternato. Lidillio 5 quello in cui la dimensione
agonale, cio della vera e propria gara pi evidente: c un giudice, un verdetto finale, i contendenti sono in conflitto.
TEOCRITO VIRGILIO elementi comni
Ironico e scherzoso Non ironico n malizioso Nomi pastori
Distaccato Partecipe 10 gare
Molto realistico Elimina aspetti troppo crudi
Forma elaborata e raffinata Stile essenziale
Temi delle Bucoliche di Virgilio: AMORE ( fa soffrire) CANTO (d serenit)
La poesia bucolica virgiliana :
umile (tenuis) rivolta a pochi amici elegante e preziosa allusiva, labor limae
Disposizione equilibrata e simmetrica
I IX Autobiografiche II VIII Monologhi, III VII Gare in forma IV VI semibucoliche
lamenti damore amebea

Teocrito Idillli, V - Capraio e pastore


COMATA o sentito cantare. Che invidioso COMATA
Caprette mie, tenetevi alla larga e che sfacciato uomo da poco sei! Molto caro mi tengono le Muse
dal pastore di Sibari, Lacone COMATA pi del cantore Dafni: l'altro giorno
che ieri mi rub la mia pelliccia. Quando io te lo infilavo e tu gemevi, sacrificai per loro due capretti.
LACONE le caprette belavano e belavano LACONE
Ehi, agnelle, non venite dalla fonte? e il capro le montava e le forava. E me mi tiene molto caro Apollo:
non vedete quel ladro di Comata LACONE al pascolo gli porto un bell'ariete,
che mi rub l'altrieri la siringa? Che ti possano, gobbo, seppellire ch le feste Carne stanno arrivando.
COMATA a fondo tanto quanto l'hai infilato. COMATA
Ma che siringa, servo di Sibirta? Ma vieni, vieni qui, ci potrai fare Io mungo capre madri di gemelli
e quando mai l'avesti una siringa? il tuo ultimo canto pastorale. salvo che due: mi guarda la fanciulla
Non ti basta uno zufolo di canna, COMATA e dice: "Poverino, mungi solo?".
per fischiettare insieme con Cordone? No, non ci vengo! Qui vi sono querce LACONE
LACONE il cpero c' qui, c' il bel ronzare Ah ah, colma Lacone di formaggio
Uomo libero, quella che Licone che le api fanno presso gli alveari quasi venti cestelli e in mezzo ai fiori
mi regal. Ma a te quale pelliccia e vi sono due fonti d'acqua fresca, corrompe il ragazzino ancora impubere.
rub Lacone? Dimmelo, Comata! sull'albero cinguettano gli uccelli, COMATA
Ma se neppure Eumara, il tuo padrone, e l'ombra come qui non c' da te, Lancia i pomi Clearista sul capraio
la possedeva per dormirci sopra! le pigne gi dall'alto manda il pino. che passa e spinge avanti le sue capre
COMATA LACONE e qualcosa di dolce gli sussurra.
Quella screziata; me la dette Crcilo Ma su pelli di pecora e su lane LACONE
quando alle Ninfe offr la capra. Infame, tu passerai pi morbide del sonno Il pastore, cio io, diventa folle
anche allora l'invidia ti rodeva se vieni qui. Le tue pelli di capra quando s'imbatte in Crtida che imberbe:
ed ora finalmente mi spogliasti. puzzano pi di te, l dove sei. splende la chioma e ondeggia sopra il collo.
LACONE Voglio offrire alle Ninfe un grande vaso COMATA
No, per Pan delle sponde, lui in persona! di bianco latte e un altro di olio dolce. Non paragonabile l'anemone,
Non fu Lacone, figlio di Caletide COMATA non il fiore di rovo con la rosa
che ti tolse di dosso la pelliccia! Se vieni tu, su felce delicata che spunta nell'aiuola tra le spine.
Ehi tu, possa gettarmi gi nel Crati e sulla menta in fiore passerai LACONE
da questa rupe, come un forsennato. e avrai di sotto pelli di caprette N le mele montane con le ghiande:
COMATA quattro volte pi morbide del pelo queste hanno un guscio scabro dalla quercia,
No, carissimo, no, per queste Ninfe delle tue agnelle. E voglio offrire a Pan ma quelle sono lisce come il miele.
della palude, che mi siano sempre otto secchi di latte ed otto vasi COMATA
miti e benigne, la siringa tua con dentro favi carichi di miele. Alla mia verginella voglio dare
non la rub Comata di nascosto. LACONE un colombo selvatico al momento,
LACONE E flla l la gara e di l canta, lo prendo dal ginepro: fermo l.
Il dolore di Dafni possa cogliermi il tuo calpesta e tieniti le querce! LACONE
se ti credo in parola. Ma se in pegno Ma chi, chi ci pu fare da giura? A Crtida dar morbida lana
vuoi mettere un capretto: non si tratta Se il bovaro Licopa ci venisse! per il mantello, come dono, al tempo
di un fatto rilevante, via, nel canto COMATA che la pecora nera andr a tosare.
garegger con te finch non taci. Per conto mio non ne ho nessun bisogno, COMATA
COMATA ma, se tu vuoi, chiamiamo il taglialegna Gregge belante, via dall'oleastro!
C'era una volta un porco che sfid che sta a far legna d'erica da te. Qui pascolate, presso i tamarischi,
Atena a gara. Ed eccoti il capretto. Morsone. dove il colle degrada nel pendo.
Ma metti pure tu per parte tua LACONE LACONE
qualche agnella che ha bene pascolato. Chiamiamolo! Via dalla quercia, Cnaro e Cineta!
LACONE COMATA Dov' Flaro andate, verso oriente,
Cos saremmo pari, vecchia volpe? E tu chiamalo! da questa parte andate a pascolare.
chi tosa i peli al posto della lana? LACONE COMATA
chi da mungere sceglie una cagnaccia Ascolta, amico, vieni un poco qui! Ho un boccale di legno di cipresso
se ha davanti una capra al primo parto? C' tra di noi una gara per chi canti, e un cratere lavoro di Prasstele;
COMATA meglio dell'altro, i canti dei pastori. per la fanciulla li conservo entrambi
Quello stesso convinto di ottenere Non giudicare me, Morsone caro, [...]
il premio sul vicino, come te, benevolmente, ma non favorire MORSONE
vespa che ronzi contro la cicala. neppure lui. Al pastore comando di tacere
Se il capretto non una posta pari, COMATA a te, Comata, il pegno dell'agnella
eccoti un capro, e dunque vieni a gara. Ma certo, per le Ninfe, aggiudica Morsone e tu a Morsone
LACONE Morsone caro, non dovrai mostrare un bel pezzo di carne manda subito
Va' piano, non c' il fuoco che ti brucia! alcuna propensione per Comata non appena sacrifichi alle Ninfe.
Pi soavemente canterai seduto n avere preferenza per costui. COMATA
qui, sotto l'oleastro e queste piante. Queste pecore sono propriet Lo mander, per Pan! Per il momento
Qui stilla una sorgente d'acqua fresca, di Sibirta di Turii, ma le capre sfrnati tutto, gregge dei capretti.
qui cresce l'erba e un letto c' di foglie sono, caro, di Eumara il Sibarita. E che grandi risate voglio farmi
e fanno un chiacchiero le cavallette. LACONE sul pastore Lacone, perch infine
COMATA Qualcuno domandava, mascalzone, l'agnella l'ho ottenuta. Voglio fare
Altro che fretta, sono molto offeso a te, per Zeus, se il gregge di Sibirta un salto fino al cielo avanti a voi.
che tu hai il coraggio di levare gli occhi oppure mio? Che chiacchierone sei! Allegre, mie caprette cornutelle,
su me che ti istruivo da bambino. COMATA allo stagno di Sibari domani
Ecco la gratitudine dov': Io, carissimo, dico sempre il vero vi far il bagno a tutte. E tu che cozzi,
alleva i lupacchiotti, alleva i cani e non mi vanto. Tu sei litigioso! tu, pelo bianco, sentirai che btte
perch ti mangino in un sol boccone. LACONE se mi monti qualcuna delle capre
LACONE Se hai qualcosa da dire, avanti, dilla prima che il sacrificio dell'agnella
E quando mai, per quanto mi ricordo, e l'ospite rimandalo in citt abbia offerto alle Ninfe. E lui da capo!
qualche cosa di bello da te ho appreso ancora in vita, in nome del Peana, Che io diventi Melanzio e non Comata
che lingua lunga che sei tu, Comata se non vengo a strigliarti col bastone
VI - I poeti pastori
Dameta e Dafni il pecoraio, Arato, quando la bella estate in pieno fuoco quando io l'amavo. Forse un messaggero
verso un sol luogo spinsero una volta fugge chi l'ama e segue chi non l'ama mi mander vedendo che pi volte
insieme il gregge. L'uno pelo rosso e sposta la pietruzza dalla riga. mi comporto cos. Ma in questo caso
l'altro con mezza barba sulle guance. Sembrano belle spesso per l'amore la porta chiuder, finch non giuri
Seduti tutti e due presso una fonte, cose che non lo sono, Polifemo. di preparare un bel letto di nozze
alla met d'una giornata estiva nell'isola per me. Non ho davvero
cantavano cos. Cominci Dafni, Dopo di lui Dameta cominciava quell'aspetto sgradevole che dicono;
poich per primo si poneva in gara. a cantare cos: mi rispecchiavo giusto poco fa
DAFNI DAMETA nel mare, mentre c'era la bonaccia:
Sul gregge lancia i pomi Galatea Per Pan, la vidi bella la barba e bella, a mio giudizio,
e ti chiama capraio ed incapace colpire il gregge: non mi sfugg certo, l'unica mia pupilla mi appariva
nelle cose d'amore, Polifemo, non all'occhio mio dolce che uno solo e il luccicho dei denti era pi candido
e tu nemmeno le rivolgi gli occhi, e che possa vedere fino in fondo, del marmo pario. A scanso dell'invidia
ma, poverino, te ne stai seduto, (il malaugurio che va predicando sputai tre volte dentro il mio vestito:
soavemente a cantare, poverino! Telemo l'indovino se lo porti me l'insegn la vecchia Cotittride
Ed eccola di nuovo: ora colpisce a casa e lo conservi ai figli suoi!) [che fino a poco fa presso Ippocione]
la cagna che ti fa la guardia al gregge. ma la stuzzico anch'io da parte mia suonava il flauto per i mietitori.
Quella abbaia guardando verso il mare, e non la guardo e dico che ne ho un'altra.
le onde belle ne specchiano la corsa E lei quando lo sente si consuma Cos cant Dameta e baci Dafni
sul lido che risuona piano piano. di gelosia, per il Peana, e corre e l'uno dette all'altro una siringa
Attento che alle gambe non le balzi, come fosse inseguita dall'assillo e l'altro ricambi con un bel flauto.
quando sale dal mare la piccina, fuori dal mare e sbircia nella grotta Era al flauto Dameta, zufolava
e le rovini la sua bella pelle. e verso il gregge ed io fischiai alla cagna, Dafni il bovaro e subito danzarono
Ma lei ti fa le smorfie anche di l: che le ringhiasse contro: le poggiava nell'erba delicata le giovenche.
come l'arsa lanugine del cardo, il muso sulle gambe mugolando Non vi fu vincitore n perdente.

VII - Le Talisie
Era il tempo che ci incamminavamo "Lcida caro, fu la mia risposta, Cos dissi;
ucrito ed io dalla citt all'Alento tu suoni in modo eccelso tra i pastori ed egli, sorridendo soavemente,
e terzo insieme a noi veniva Aminta. e i mietitori e questo un gran conforto come prima, il bastone mi concesse,
Le Talisie in onore di De al nostro cuore. Ho in capo la speranza quale dono ospitale delle Muse
celebravano infatti Frasidmo d'una gara con te. Questa la strada e, voltando a sinistra, prosegu
e Ant gene, i due figli di Licpeo, per le Talisie; apprestano un banchetto per la strada di Pissa e noi, avviatici
il fior fiore degli uomini d'un tempo i compagni a Demetra dal bel peplo ucrito, il bell'Amntico ed io stesso
discendenti da Clizia e da Calcone, offrendo le primizie del benessere. da Frasidmo, su giacigli morbidi
quello appunto che fece scaturire La dea colm per loro d'orzo l'aia di tenero lentisco ci adagiammo
dal suo piede la fonte di Burina con fiorente misura d'abbondanza. e su foglie di vite appena colte
ben poggiando il ginocchio sulla pietra. Ma via, cantiamo i canti pastorali; con grande godimento. Su di noi
Presso la fonte un bosco fitto d'ombre una la strada ed una la giornata, con forza si scuoteva un fitto bosco
olmi e pioppi intessevano e le chiome forse sar un vantaggio per entrambi. d'olmi e pioppi e l accanto zampillava,
erano un tetto di fogliame verde. Dalle Muse ebbi anch'io voce canora gorgogliando dall'antro delle Ninfe,
Non eravamo ancora a mezza strada e un ottimo cantore sono detto la fonte sacra e dagli ombrosi rami
n ancora si vedeva innanzi a noi da tutti anch'io. Ma non vi presto fede si affannavano a urlare le cicale
il sepolcro di Brsila e incontrammo, non io, per Zeus, non vinco a mio giudizio annerite dal sole. Da lontano
insieme con le Muse, un buon viandante. n l'ottimo Siclida di Samo la rana gracidava dagli spini
Lcida si chiamava, da Cidonia, n Filita nel canto, ma gareggio fitti dei pruni. Cardellini e allodole
era capraio n poteva alcuno come una rana tra le cavallette". cantavano, la tortora gemeva
a prima vista non vederlo tale: Cos dicevo ad arte e mi rispose e volavano in giro le api d'oro
sotto tutti gli aspetti era un capraio. il capraio ridendo soavemente: presso le fonti. Tutto aveva odore
Una pelle rossiccia di caprone, "Certo ti faccio dono del bastone; di pingue estate, odore di raccolto.
villoso e irsuto aveva sulle spalle poich tu sei un germoglio, a dire il vero, [...]
odorosa di caglio appena fatto modellato da Zeus. Quanto detesto
ed una vecchia veste era fermata l'architetto che vuole costruire
da un cinturone al petto, nella destra una casa di altezza equivalente
un ricurvo bastone d'oleastro. alla cima del monte Oromedonte
Sorridendo con garbo mi parl, e detesto gli uccelli delle Muse,
gli ridevano gli occhi e sulle labbra quelli che, mentre fanno in direzione
gli restava la piega del sorriso. dell'aedo di Chio chicchirich ,
"Simchida, dove te ne vai si affaticano senza risultato.
a mezzogiorno, quando tra le spine Ma, Simchida, presto incominciamo
dorme anche la lucertola e le allodole il canto pastorale. E senti, caro,
tra le tombe non fanno pazzi voli? se ti piace la piccola canzone
A un pranzo senza invito vai con fretta che l'altrieri composi sopra il monte.
o corri al torchio di uno di citt? [...]
Cos ai tuoi piedi, mentre ti precipiti Questo disse e quindi tacque e allora anch'io
canta ogni pietra urtando nei calzari". parlai dopo di lui cos: [...]

XI - Il Ciclope
Il carme 11 non propriamente bucolico, ma una epistola poetica a Nicia, medico e poeta di Cos, amico di Teocrito sul tema dei rimedi contro la
sofferenza damore. Nel testo viene presentato Polifemo (personaggio epico) innamorato (tradizione erotica) della ninfa marina Galatea.
Non c' rimedio, Nicia, per l'amore mai pi neppure dopo; e a te, per Zeus, che ti baci la bocca! Bianchi gigli
non unguento, non polvere, mi pare non te ne importa nulla. L'ho capito, ti avrei portati e tenero papavero
non altro che le Pieridi. Qualcosa bella bambina, perch tu mi fuggi, con i petali rossi. Ma d'estate
di leggero per gli uomini e soave perch si stende sull'intera fronte sbocciano gli uni, gli altri nell'inverno
questo, ma trovarlo non facile. un solo lungo irsuto sopracciglio e non avrei potuto tutti insieme
E credo che ne sei ben consapevole dall'uno all'altro orecchio e ho un occhio solo portarli fino a te. Bambina, adesso
come medico tu, alle nove Muse ed appiattito il naso sopra il labbro. voglio imparare subito a nuotare
pi diletto di ogni altro. Cos dunque Anche cos per migliaia di pecore se per caso qui giunge un forestiero
se la passava senza alcun pensiero porto al pascolo e bevo ottimo latte a bordo d'una nave, per capire
il Ciclope nostrano, Polifemo munto da loro e il cacio non mi manca, perch cos piacevole per voi
del tempo antico, quando gli spuntava d'estate n d'autunno o in pieno inverno; abitare l'abisso. Galatea,
da poco sulla bocca e sulle tempie i graticci ne sono sempre pieni. magari tu venissi e, quando vieni,
la prima barba e amava Galatea. Come nessuno dei Ciclopi qui dimenticassi di tornare a casa,
Non l'amava coi pomi, con la rosa so zufolare e canto te, amor mio, come capita a me seduto qui.
o con gli anelli, ma da vero folle te dolce mela, spesso a notte fonda, E tu volessi andare con me al pascolo,
e nulla aveva pi peso per lui. ed insieme me stesso. Per te allevo mungere il latte e rassodare il cacio
Le sue pecore spesso ritornavano undici cerve, tutte col collare versando dentro il caglio inacidito!
sole all'ovile, via dai verdi pascoli, e quattro piccoli orsi. Ma tu vieni, Solo mia madre non mi fa giustizia
e lui, solo, cantando Galatea vieni da me: non hai nulla da perdere, ed io me ne rammarico con lei,
sul litorale ricoperto d'alghe lascia che il mare scintillante frema non mise mai con te sul conto mio
si consumava fino dall'aurora sopra la riva. Dentro la mia grotta una buona parola, eppure vede
con un'orrenda piaga sotto il cuore pi soavemente passerai la notte che, giorno dopo giorno, deperisco.
e della grande Cipride nel fegato presso di me. Vi sono l gli allori, Le dir che mi pulsano la testa
la freccia infissa. Ma trov il rimedio; flessibili cipressi, edera nera e entrambi i piedi in modo che si affligga,
seduto sulla cima di una roccia e c' la vite col suo dolce frutto, dal momento che sono afflitto anch'io".
cos cantava con lo sguardo al mare: c' l'acqua fresca, ambrosia per chi beve O Ciclope, Ciclope, da che parte
"O bianca Galatea, perch respingi che dalla neve bianca mi fa scendere nel fondo di te stesso sei volato?
chi t'ama, tu pi bianca del formaggio, l'Etna coperto d'alberi. Di fronte Se venissi a intrecciare canestrini
d'un agnello pi tenera, pi altera a queste cose chi vorrebbe scegliere e a cogliere il germoglio per le agnelle
d'una vitella, pi lucente e liscia le onde del mare? E se ti sembro io stesso certamente saresti pi sensato.
dell'uva acerba, tu che mi compari troppo peloso, ho legna della quercia Mungi quella che hai accanto. Perch insegui
insieme al dolce sonno e ti dilegui, ed un perenne fuoco nella cenere. chi fugge? Senza dubbio troverai
appena il dolce sonno se ne va? Da parte tua sopporterei perfino un'altra Galatea, anche pi bella.
Fuggi come una pecora che ha visto che mi bruciassi l'anima e perfino Mi invitano la notte a divertirmi
un grigio lupo? Ed io di te, bambina, l'occhio mio solo, di cui nulla al mondo molte ragazze, tutte gridolini,
m'innamorai, quando venisti a cogliere per me pi dolce. Ahim se con le branchie quando do loro ascolto. Allora chiaro
la prima volta foglie di giacinti la madre mia m'avesse messo al mondo, che anch'io sono qualcuno nel paese.
con mia madre sul monte; io vi guidavo. e potessi tuffarmi fino a te E cos pascolava a suon di musica
Da che ti vidi non potei pi smettere e baciarti la mano, se non vuoi Polifemo il suo amore, e stava meglio
che se avesse pagato del denaro
Bucoliche -Virgilio
Nella terra irreale dei pastori virgiliani, la vita sembra bloccata in una dolce e quieta serenit : i pastori conducono a pascolare mandrie di pecore e
capretti, riposano allombra delle querce, suonano il flauto, organizzano gare di canto poetico, si innamorano. Il paesaggio presenta tratti edenici:
sorgenti muscose e fruscianti, fronde che stormiscono, selve che fanno eco ai canti pastorali, crepuscoli dorati. Mescolate ai pastori troviamo le
tradizionali divinit della poesia agreste e amorosa (Pan, le ninfe, Diana, Priapo, Venere), a cui gli abitanti dedicano templi e offerte (vino, latte,
focacce).
Il paesaggio bucolico Diversamente dai paesaggi teocritei, realistici e concreti, il paesaggio bucolico virgiliano si presenta come una fusione,
indeterminata e fantastica, di diversi paesaggi: arcadico, siculo, mantovano. Lindeterminatezza delle descrizioni garantisce una dimensione favolosa
e remota al paesaggio bucolico virgiliano, accentuandone il carattere utopico e regressivo: pi una condizione della mente che un luogo, insomma un
paesaggio spirituale
Nei confini protetti di questo mondo felice, fa irruzione la storia distruttiva e devastante. La I e la IX ecloga svolgono il tema autobiografico delle
confische di terre e accennano alle discordie civili. Il pastore Melibeo (I ecloga) costretto ad abbandonare la terra dei padri e i dolci campi (v. 3),
avventurandosi in un esilio povero e umiliante. Al suo posto, un empio soldato avr questi campi cos ben coltivati (v. 70). Anche il pastore
Menalca (IX ecloga) ha perduto i campi ed stato costretto a migrare. Allinfelicit di Melibeo, Virgilio oppone la felicit di Titiro, che ha potuto
serbare i suoi poderi grazie allintervento miracoloso di un dio: deus nobis haec otia fecit (I, 6). Il riferimento al giovane Ottaviano, il primo
degli illustri protettori che incontriamo nelle Bucoliche, ai quali Virgilio affida tutte le sue speranze di pace e di salvezza. Virgilio non presta
interesse alle libere istituzioni repubblicane. Res publica si identifica per lui con la violenza delle guerre civili. Ottaviano gli appare come un dio
pacificatore, capace di metter fine allo stato di illegalit e di disordine.
La IV ecloga, dedicata al console Pollione, canta la nascita di un puer miracoloso, forse il figlio del console, sotto il quale avr inizio una nuova
et delloro. Componenti messianiche e oracolari di provenienza orientale si mescolano, in questo canto non propriamente pastorale, ad aspettative
palingenetiche diffuse nelle dottrine ermetiche e neopitagoriche del mondo greco-romano
La passione damore rappresentata in quasi tutte le ecloghe come dementia (II, 69; VI, 47) e furor (X, 38), fonte di inquietudine e di dolore. Gran
parte dellecloga VI allude al tema dellinsania amorosa e alla passionalit violenta dei grandi miti alessandrini: Pasifae, Scilla, Tereo. Lecloga X
rappresenta il poeta Cornelio Gallo, fondatore dellelegia erotica romana, in veste di pastore, mentre si aggira tristemente per i monti dArcadia
tormentato dallinfedelt della donna amata.
Allinfelicit dellamore, i pastori oppongono la potenza del canto che placa lanimo e lo rasserena : la poesia mitiga i tormenti damore, riavvicina
luomo alla natura.
Nellecloga VI, il bellissimo canto del Sileno (che descrive le origini del mondo, canta le leggi che presiedono alla vita e narra le storie damore del
mito) si trasforma in una sorta di medicina amandi, di rimedio contro lamore.
Nella V ecloga (vv. 45-47), il pastore Menalca si rivolge a Dafni (mitico eroe pastorale assunto in cielo come un dio), elogiandone il canto
rasserenante: Tale tuum carmen nobis, divine poeta,! quale sopor fessis in gramine, quale per aestum/ dulcis aquae saliente sitim restinguere rivo
(Tale il tuo canto per noi, divino poeta! quale il sonno nellerba agli stanchi, quale nellafa spegnere la sete a un rivo zampillante dacqua dolce).