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ARCADIA DI VIRGILIO E DI SANNAZARO CON ANALISI DELLE OPERE IN CUI è TRATTATA.

Rifacendoci a quanto la mitologia greca ci insegna, l’Arcadia del Peloponneso era la casa deserta
del dio Pan e di tanti altri elementi mitologici quali: le ninfe, le driadi e gli spiriti naturali che
divagavano nel verde. L’Arcadia, quindi, è una storica regione della Grecia quasi del tutto
disabitata per la sua disarmante topografia montuosa. È arrivata ad essere considerata da noi nel
corso dello sviluppo della letteratura come un e vero e proprio topos letterario, come un mondo
idilliaco, lontano dalle crude verità che caratterizzano la realtà nella sua accezione più ampia,
diventando, così, il simbolo della semplicità della vita dei pastori e del loro attaccamento alla
natura.
Un tempo, le immagini sovrannaturali dell’arcadia sono state fortissime fonti di ispirazione sia per i
pittori che per gli scultori che hanno saputo dare alla luce meraviglie di ineguagliabile bellezza. La
mitologia greca, però, non si ravvisa solo in quadri e statue, tanto che il famigerato poeta romano
Virgilio e prolifico poeta Jacopo Sannazaro ne traggono spunto per la realizzazione di alcune delle
loro opere più importanti; le bucoliche per Virgilio e appunto l’arcadia per lo scrittore napoletano.
Quest’ultimo componimento pubblicato dopo una stesura di 20 anni nel 1504, destinato ad avere
grande successo anche nel 1600, è un porosimetro pastorale che narra una storia, più in senso
statico e lirico che narrativo, della durata di sei giorni, dal 20 al 25 aprile. Il protagonista è il
pastore Sincero che nasconde dentro di sé la personalità indiscutibile di Jacopo. Egli narra in prima
persona la propria vita spensierata in arcadia dove non fa altro che pascolare e coltivare senza
fatica, lasciandosi anche del tempo libero da dedicare al canto degli inni e alla pratica della
zampogna, uno strumento musicale tipico della Grecia. Nel bel mezzo della storia, però, si viene a
scoprire che Sincero non è Arcade, bensì è un napoletano rifugiatosi tra i pastori, il quale, al
termine delle peripezie, dopo un brutto sogno (nitida allegoria della caduta della città di Napoli
nelle grinfie di Carlo VIII re di Francia), decide di tornare a Napoli attraversando grotte e antri. La
storia, in fine, si conclude tristemente quando, dopo esser finalmente arrivato in città, prende
coscienza della morte della donna amata. Ovviamente, come sopra citato, quest’opera, non
essendo prettamente narrativa, e arricchita da numerosissimi personaggi ed episodi secondari, da
lunghissime descrizioni di bellezze naturalistiche, di opere d’arte, di vicende amorose e di diatribe
tra i vari pastori che, nelle loro azioni, vanno a comporre, come fili, il tessuto narrativo di cui una
qualsiasi opera è fatta.
Strutturalmente parlando, l’opera può essere divisa in cinque blocchi in cui, fatta eccezione del
primo in cui c’è il prologo e dell’ultimo in cui si trova il congedo “alla sampogna”, vengono divise le
varie prose e le rispettive ecloghe che vanno a completare il quadro del prosimetro. La lingua,
invece, ha subito, nelle varie edizioni dell’opera, una forte petrarchizzazione andando in tal modo
a rappresentare il primo vero modello di prosa e poesia, che si andasse ad inquadrare dentro un
orizzonte di letteratura nazionale, italiana, andando a superare quel particolarismo linguistico che
aveva caratterizzato la cultura quattrocentesca ed aprendo le porte all’influente classicismo
rinascimentale.
Con caratteristiche molto simili, non ostante l’incredibile distacco, si presentano le bucoliche
scritte dal poeta romano Virgilio dal 42 a.C. al 39 a.C. Lo stesso nome dell’opera, che in greco vuol
dire pastore, ci ricollega a quel paesaggio idilliaco-pastorale della tanto famosa Arcadia che sin qui
abbiamo trattato. Virgilio, nonostante scrisse la sua opera in un tempo a noi decisamente remoto,
non può considerarsi il creatore di un genere letterario tutto suo; infatti, anch’egli afferma di
essersi ispirato, per la stesura delle Bucoliche al poeta Teocrito (ellenistico della prima metà del III
a.C.), collocando quindi l’Opera nel solco neoterico-callimacheo d’ispirazione alessandrina. Il
mantovano, però, a differenza di quanto a cade ai testi inquadrati nel filone Teocriteo, cede
deliberatamente il passo ad una accorta partecipazione alle vicende immedesimandosi, spesso e
volentieri con malinconia, nei suoi pastori così come, circa 1500 anni dopo, farà anche lo stesso
Sannazaro. Ora, invece, volendoci focalizzare sulle principali differenze tra i poeti dovremmo
incentrare le nostre considerazioni sulla struttura e sulle ideologie dei testi in analisi, inerenti alla
mitologia che si cela dietro i paesaggi idilliaci dell’arcadia. Come intuibile, quindi, entrambi hanno
idee concordanti su quale sia la funzione del paesaggio agreste offertogli dall’ locus amoenus che
permette, a chi ne occupa le terre, di dedicarsi all’otium, ovvero di dedicarsi a tutta quella serie di
attività che rendono l’anima dell’uomo più leggera e spensierata. Volendo dare una definizione
all’arcadia, per riassumere il tutto, potremmo dire che è un simbolo di felicità, un’immagine reale
ma intatta della realtà, immobile sia nello spazio che nel tempo, dove nulla è in grado si
trasformarsi.
La struttura metrica e compositiva dei poemi risulta invece molto diversa. In primo luogo, a causa
del linguaggio utilizzato, il volgare petrarchizzato da un lato e il latino dall’altro, e in secondo luogo
perché il poeta napoletano decide di elaborare i suoi pensieri sotto forma di prosimetro, mentre
Virgilio preferisce imprimere ciò che pensa sotto forma di verso, andando a filtrare il suo pensiero
e andando a realizzare 10 egloghe di esametri semplici ma allo stesso tempo eleganti e lineari.
Intellettualmente parlando, gli autori delle opere in analisi, divergono anche in merito al
pessimismo della trattazione. Ciò avviene in quanto Virgilio, vivendo in un periodo particolarmente
critico della civiltà romana, immedesimandosi nelle parole che utilizza fa scaturire un forte
contrasto tra la sua realtà e quella che si trova a raccontare nelle bucoliche, tanto da far emergere
una profonda angoscia per l’infelicità degli uomini come lui il cui unico conforto risiede proprio in
quell’ideale dell’otium che a tratti, per l’uomo reale, sembrerebbe irraggiungibile.
Una marcata importanza riveste anche la differenza del concepimento delle opere che risulta, per
Virgilio, più evidentemente connesso alla sua reale esperienza e alla conseguente traslitterazione
della propria indole, mentre, per Jacopo, il guizzo dell’opera scaturisce dal desiderio del mero
esercizio letterario e dall’intenzione di andare ad appagare, come dimostrerà con il boom
editoriale, le richieste del suo pubblico di ascoltatori e di lettori. Il poeta romano, infatti, scrive le
bucoliche a seguito della guerra contro i Filippi e del feroce esproprio delle terre posto in essere da
Ottaviano; eventi, questi, che segnano profondamente il mantovano tanto da instillare in lui una
concezione della vita dominata dal dolore e dall’ingiustizia che può essere sconfitta, come pocanzi
accennato, solo attraverso la poesia, ed in questo caso in quella pastorale, che si traduce in una via
di fuga dalla tragica realtà della guerra e delle stragi mediante la contemplazione di una natura a
tratti utopica.
L’ultimo punto che tratteremo riguarda invece una scelta comune degli autori. Come già
accennato, diversi studiosi sono concordi, dopo aver letto in chiave allegorica entrambi i testi
inerenti l’Arcadia, nell’affermare che ambedue i poeti si sono notevolmente impegnati nell’andare
a realizzare, con estrema ed impeccabile raffinatezza, un forte legame tra quello che scrivono in
merito alla mitologia e la loro contemporaneità che emerge, in Virgilio, nell’abbandono delle
campagne e nella violenza dei negotia e, in Jacopo Sannazaro, nei continui rimandi allegorici alla
crisi che l’Italia sta affrontando a causa dell’occupazione territoriale da parte delle più grandi
potenze europee del tempo, Spagna e Francia.

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