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Virgilio e la felicità

giunto al termine della sua esistenza, il Virgilio di Broch — ha scritto il


germanista e romanziere Claudio Magris — «la cattiva coscienza del classico che
non riesce ad essere un vero padre per coloro che vengono dopo di lui» sente di
Italo Lana1 aver fallito la sua vita.
Vediamo, dopo questa premessa, di entrare in contatto diretto con Virgilio.
Alla trattazione del tema ritengo utile premettere qualche considerazione di Quando leggiamo Virgilio la prima impressione che ne riceviamo è quella della
carattere generale su Virgilio e sul lavoro del critico. semplicità, della naturalezza: eppure, appena ci proponiamo dì comprenderlo, ne
Virgilio, il poeta dell’età di Augusto, interpreta l’età in cui vive e avvertiamo la problematicità. Quanto più le espressioni a cui il Poeta si serve
preannuncia l’età ventura: testimone e profeta, la sua poesia è ricca di un sono semplici, tanto più esse rivelano una profondità e pluralità di significati nei
duplice senso (realtà e simbolo vi si intrecciano). A lui ci rivolgiamo se quali sentiamo che si specchia la complessa personalità di chi si è fatto interprete
vogliamo capire il suo tempo; ma la sua conoscenza ci è altrettanto di un intero mondo il quale, proprio nella misura di perfezione raggiunta,
indispensabile per capire le vicende dell’umanità successiva all’età sua. Per noi, avverte l’inquietudine del limite toccato, oltre il quale non è dato procedere. Di
che entriamo in confidenza con lui attraverso la sua poesia, leggendolo e Virgilio e della sua poesia e stato scritto, in occasione del bimillenario della
rileggendolo, egli a poco a poco diventa un amico. Giustamente il grande critico nascita, da un poeta e fine letterato tedesco, Rudolf Borchardt, amico dell’Italia
francese dell’’800, Charles-Augustin Sainte Beuve, nella sua Etude sur Virgile, e che in Italia trascorse parte della sua vita, “che nessun giudizio puro e
Paris 1857, p. 2, ha scritto: «Virgilio è il maestro e insieme l’amico», quasi un semplice, anche quando sia capace di cogliere certi caratteri di quell’uomo (cioè
fratello, che ci aiuta a guardare dentro di noi. Ma perché egli diventi tale per di Virgilio) e del suo mondo, può estendersi a tanta ampiezza e con tanta
noi è necessario un lungo impegno e disciplina nel lavoro intellettuale. Questo finezza da afferrare nella sua legge interiore” per intero il senso e il valore
mi piace dire con le parole del letterato Renato Serra (1884-1915), che all’inizio universali di quella poesia. E tuttavia, quando riflettiamo sui versi di Virgilio, ci
della prima guerra mondiale (nella quale incontrò la morte a 31 anni nel luglio rendiamo conto che questo nostro impegno, per limitate che siano le nostre
1915) scrisse L’esame di coscienza di un letterato, un breve testo valido ancor oggi forze e capacità, ci mette in sintonia con il Poeta e con la sua disciplina paziente
sulla presenza e la funzione dell’uomo di cultura nella società, la cui lettura e quotidianamente rinnovata con la quale compose i suoi tre capolavori, le
vorrei raccomandare a tutti gli studenti di liceo: Bucoliche, le Georgiche, l’Eneide.
1 «Il passato non rivela i suoi segreti alla frettolosa curiosità del primo venuto. 2
Il lavoro di noi interpreti non va esente da inquietudine e insoddisfazione
È solo dopo un lungo periodo di studi pazienti e disinteressati, di perché sappiamo bene, dovunque portino i nostri risultati critici, che essi non
contemplazione tranquilla, che nella mente ormai imbevuta, penetrata possono essere che limitati e provvisori. È già ricompensa adeguata la gioia che
profondamente e per tutti i pori della vita d’un’altra età, i frammenti disgregati, l’interprete di Virgilio prova frequentando il Poeta, entrando in dimestichezza
le memorie, gli avanzi, il muto e disperso materiale si anima (...), si ricompone con lui, ascoltandone e riascoltandone la voce: una gioia del genere di quelle
e si avviva in una risurrezione stupenda degli uomini e delle cose scomparse. per le quali il filosofo Seneca ebbe a scrivere un giorno: verum gaudium res severa
Ma prima di questa gioia, quante fatiche, quanto lavoro minuto e pedestre!». est.
Nella sua universalità, nella sua validità nel tempo e fuori del tempo, è la Molto di ciò che il filosofo e teologo Romano Guardini scrisse nel 1928
ragione prima della impossibilità per l’uomo di cultura europeo, di eliminare nella sua analisi dell’uomo malinconico è di aiuto per chi si accosta a Virgilio
Virgilio dal proprio paesaggio spirituale. Nella sua poesia, comprensiva e sembrano proprio scritte per Virgilio queste frasi del Guardini: «...difficile
universale, troviamo l’uomo e tutto l’uomo: ciascuno vi si può specchiare. Vi si comunicare se stessi direttamente. Difficile dire con semplicità ciò che si pensa,
specchiò anche Hermann Broch, quando più che cinquantenne si trovò nel 1936 ciò che avviene dentro di noi. (...) Ecco sorgere così il problema
chiuso in un carcere nazista dal quale era convinto di non uscire vivo. Volendo dell’espressione, il dissidio tra estremo e interno. Per il malinconico, proprio
tracciare il bilancio della propria vita, nel romanzo La morte di Virgilio il Broch intimo e mezzi d’espressione non sono commensurabili».
rivisse con intensa partecipazione le ultime sedici ore di vita del poeta. Il Nel nostro tentativo di capire Virgilio partiamo da una parola detta dal Poeta
Virgilio del romanziere è dolorosamente tormentato dalla coscienza di aver trentenne, nella quale, apparentemente semplice, tutti ci ritroviamo: una parola
fallito l’opera della sua vita componendo l’Eneide, cioè un poema, secondo il che anche noi ci sentiamo di dire facendola nostra: nunc scio quid sit amor (Ecl.
Broch, essenzialmente ispirato da motivi politici: sente che avrebbe invece VIIII 43); davvero questa è una di quelle espressioni, come ebbe a scrivere Ernst
dovuto creare un poema con cui mostrare per quale via l’uomo potrebbe Robert Curtius, grande studioso delle letterature europee, «di estrema
attingere la suprema conoscenza (il Broch fa di Virgilio un inconscio concentrazione, in cui la concisa latinità sembra risplendere di infinito». A
annunciatore del Cristianesimo: “il salvatore verrà quando il tempo sarà parola, piena e rassicurante, Virgilio fa però subito seguire il riconoscimento che
maturo”, dice). Secondo il Broch, quindi, Virgilio non raggiunge la felicità: Amore è un fanciullo di un’altra stirpe rispetto alla nostra, di un altro sangue
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Intervento del 25.10.2000. Testo rivisto dall’Autore.
(Ecl. VIII 45). (Così e il nostro Poeta: appena ha parlato con la voce di tutti, mete da lui non scelte (come dice Enea a Didone: Italiam non sponte sequor, IV
subito ritrova la sua singolarità). 361; e ripete nell’incontro agli inferi: invitus, regina, tuo de litore cessi (VI 460).
«Ora so che cos’è Amore». Di questo, Virgilio è certo: e lo ribadisce con Questo modo virgiliano di presentare la realtà già nelle Bucoliche, dove lo
altre parole, anch’esse semplici e schiette, non bisognose di traduzione: Amor vediamo applicato a Pasifae della quale si dice non già che fu infelice perché si
omnibus idem (Georg. III 244), per tutti gli esseri viventi; omnia vincit amor per cui innamorò di un toro (così come Didone è detta infelice non già perché si
et nos cedamus Amori (Ecl. X 69); soprattutto, Amore non conosce (non può innamorò di Enea), bensì che sarebbe stata fortunata se sulla terra non fossero
conoscere) misura: quis modus adsit Amori? (Ecl. II 68). Da queste sue parole esistiti tori (e Didone, se le navi troiane non fossero mai giunte a Cartagine):
veniamo così preparati a sentirci dire, da lui, che il punto d’arrivo, per ciò, è «et fortunatam, si numquam armenta fuissent,
uno solo, per tutti i viventi: rovina e morte: idem amor exitium pecori . pecorisque Pasiphaen nivei solatur amore iuvenci»
magistro (Ecl. III 101). (Ecl. VI 45-46).
A questo punto noi chiediamo al Poeta di dirci se mai esiste un amore, per i Già Macrobio, Sat. VI 1, 42, aveva notato che i due versi del lamento di
viventi, sereno, che dia letizia. Egli ci risponde che, per lui almeno, esso esiste: Didone sono “tratti” dal lamento catulliano di Arianna abbandonata in Nasso da
è non l’amore per una creatura, ma l’amore per le Muse, per la poesia; esso è Teseo:
dulcis (Georg. III 292: e cfr., ivi, 285, nonché Ecl. VII 21; Georg. II 476: ingens). «Iuppiter omnipotens, utinam ne tempore primo
Anche l’amore di Enea per Didone è, un’unica volta, detto “dolce” dal Gnosia Cecropiae tetigissent litora puppes»
Poeta: ma quando la vicenda terrena di quest’amore è ormai chiusa, (LXIV 171-172).
definitivamente. Nell’incontro dell’eroe con la regina nell’Oltretomba (Aen. VI E anche il famoso prologo della Medea di Euripide, affidato alla nutrice di
455), solo dopo che Enea ha irrimediabilmente perduto la donna che lo aveva Medea, è stato dagli interpreti richiamato a confronto del lamento della
amato con dedizione totale, solo quando egli non può più comunicare con lei, virgiliana Didone.
murata nel silenzio impenetrabile che ha scelto, il suo amore per Didone si Non intendiamo certamente negare che Virgilio avesse presenti Catullo ed
rivela, e si rivela come dolce. Ma nel corso del quarto libro Virgilio non ci parla Euripide per Didone (come C. Licinio Calvo per la sua Pasifae), bensì rivolgere
mai esplicitamente di un sentimento d’amore di Enea per Didone. Dunque nella l’attenzione al dato più importante, vale a dire che proprio tali confronti
poesia di Virgilio a fianco dell’Amore siedono la morte e il silenzio, non la mettono meglio in evidenza il modo propriamente virgiliano di rivivere una
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felicità. situazione dolorosa in cui è in gioco la felicità/infelicità di una creatura,
Didone, proprio colei che più di tutti nella poesia virgiliana ha amato, viene nettamente riconoscibile negli “attacchi”: felix, heu nimium felix, si...numquam...;
connotata, al suo primo apparire nel poema — prima, dunque, del suo et fortunatam, si numquam... Né questo modo può essere ritenuto casuale, perché,
innamoramento per Enea — come laeta in mezzo ai suoi sudditi (I 503), anzi come Pasifae nelle Bucoliche, come Didone nell’Eneide, così i contadini delle
laetissima, nelle parole di Venere, che tesse l’inganno della sostituzione del Georgiche sarebbero anche troppo (nimium) fortunati sua si bona norint (Georg. II
fanciullo Iulo, figlio di Enea, con Amore (I 685) ma dal momento in cui è ferita 458); così gli abitanti del Lazio, Saturnia regna, sarebbero davvero fortunatae gentes
(saucia: IV 1) dal fuoco d’amore, ella è praecipue infelix, pesti devota futurae (I (Aen. XI 252) se non si lasciassero trascinare in guerra. E fra i tanti giovani
712): ella, infelix Dido, durante il banchetto che offre all’ospite, longum bibebat uccisi nei combattimenti nella seconda parte dell’Eneide c’è anche Serrano,
amorem (I 749); nel quarto libro, poi, sempre ci appare infelix: uritur infelix Dido vittima di Niso: egli sarebbe stato felice (commenta il Poeta): felix si protinus
(IV 68). illum / aequasset nocti ludum in lucemque tulisset (Aen. IX 337-338).
Eppure nei novissima verba (IV 650), prima di trafiggersi con la spada, Nel terzo libro dell’Eneide tre volte compare il termine felix, nell’ampio ed
contemplando la sua vita anteriore all’incontro con Enea, Didone confessa che elaborato episodio dell’incontro di Enea con Eleno e Andromaca. La vedova di
sarebbe stata felice, anche troppo felice, se le navi troiane non fossero mai Ettore era diventata sposa di Pirro, figlio di Achille, poi, ucciso Pirro da Oreste,
approdate a Cartagine: era passata a nuove nozze con Eleno, uno dei figli di Priamo, che regnava su
«felix, heu nimium felix, si litora tantum una parte dell’Epiro; lì i due sposi troiani avevano costruito una piccola Troia. Il
numquam Dardaniae tetigissent nostra carinae» termine felix è usato una volta per uno da ciascuno dei tre protagonisti
(IV 657-658). dell’episodio: una prima volta da Andromaca per Polissena, la figlia di Priamo
Ecco qui il modo tipicamente virgiliano di entrare in contatto con la realtà e che fu sacrificata sulla tomba di Achille e così non conobbe la schiavitù: O felix
di prendere coscienza di essa: non già la presentazione in positivo della realtà una ante alias Priameia virgo (III 321). Una seconda volta è usato da Eleno per
quale è o appare al Poeta, ma la constatazione dolorosa che, non essendosi Anchise, il quale viene detto felice per l’amore filiale (pietas) di cui Enea lo
verificate certe condizioni dal Poeta ritenute necessarie, l’uomo è preda del circonda (III 480). Una terza volta, infine, lo troviamo nelle parole di Enea
dolore e dell’infelicità, dominato com’è da forze a lui superiori che lo bruciano stesso, quando si congeda dai compatrioti, per riprendere il viaggio:
e lo annientano (le passioni) ovvero da potenze (il fato) che lo conducono a «Vivite felices, quibus est fortuna peracta
iam sua: nos alia ex aliis in fata vocamur. parte, gli si impone e lo preme ed egli deve realizzare se stesso nonostante
Vobis parta quies, nullum maris aequor arandum l’infelicità che lo attende?
arva nec Ausoniae semper cedentia retro quaerenda». Chi si propone di individuare la risposta di Virgilio a questa domanda e a
(III 493-497). questo scopo ne esplora e riesplora l’opera poetica, viene dalla lettura stessa
Apriamo una piccola parentesi. Mette conto ricordare che Andromaca in condotto a riconoscere che nella poesia virgiliana convivono a fianco a fianco
Epiro non apparve invece affatto felice a Charles Baudelaire, che nell’attacco progetti di vita diversi e che tali progetti non sono conciliabili tra di loro.
della lirica “Il cigno”, dedicata a Victor Hugo, a lei si rivolse vedendola Davanti agli occhi del lettore del poema epico appare prima di tutto il
immersa in un pianto senza fine: significato politico dell’opera: la celebrazione della maxima rerum (Aen. VII 603),
Andromaca, a voi penso! quell’esiguo torrente, della rerum pulcherrima (Georg. II 534): Roma, con il suo destino di potenza e di
misero specchio dove rifulse un dì l’incanto gloria universale, e l’esaltazione della stirpe divina di Augusto. Questo veniamo
del vostro altero volto di vedova dolente, ad apprendere subito nel primo libro del poema: le parole addolorate e
il falso Simoenta gonfio del vostro pianto… corrucciate di Venere, quando Enea e i suoi sono afflitti dalla tempesta,
(traduz. di Tullio Furlan). ricordano a Giove la promessa che i Romani avrebbero un giorno tenuto sotto
Questa sconfessione baudleriana di Virgilio prelude alla condanna severa e il loro potere il mare e tutte le terre (I 234-236) e Giove risponde rassicurando
sprezzante che il decadente Huysmans pronuncia sul poeta mantovano: ma verrà la dea con la profezia della potenza di Roma, destinata ad estendersi
poi, com’è noto, Th. St. Eliot a ricuperare Virgilio come il classico dei classici, e «his ego nec metas rerum nec tempora pono,
a proclamare: “Oh, come in questo momento andrebbe bene per noi il genio o imperium sine fine dedi»
almeno il temperamento virgiliano!”. (I 278-279)
Ma torniamo a Virgilio e consideriamo un’altra particolarità del suo modo di e con l’esaltazione di Cesare Augusto che, tornando carico delle spoglie
accostarsi alla felicità. Nella sua poesia la felicità o non viene rappresentata in dell’Oriente, porrà termine alle guerre e ridonerà la pace al mondo (I 286-296).
atto o, se viene raffigurata, mai viene riconosciuta, tra i viventi, da chi la E quando Enea per l’amore di Didone sembra essersi dimenticato del compito
possiede nel momento in cui la possiede. Nelle Bucoliche un vecchio, Titiro, e un che gli è stato assegnato, Giove rammemora che è destino della gente dell’eroe
fanciullo, Mopso, vengono riconosciuti come fortunati (Ecl. I 46 e 51; V 49) da reggere totum orbem (IV 231). Nel sesto libro, poi, per bocca di Anchise
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altri, da chi la felicità — quella felicità — non possiede: da Melibeo,, il vecchio, ascoltiamo l’esaltazione più solenne della stirpe di Enea, della gloria di Roma e
da Menalca, il fanciullo. Nessun vivente riconosce sé in possesso della felicità, si dei suoi eroi e la definizione della “missione” universale di Roma (VI 847-852).
rende conto della sua felicità, neppure se o quando (a giudizio del Poeta) è, o Ma accanto a questo significato politico sta anche, nel poema, su un piano
potrebbe essere, felice. Solo i morti, Virgilio riconosce felici: cosi Polissena, più propriamente privato, la vicenda dell’uomo Enea che, attraverso la rinuncia
come abbiamo visto, per bocca di Andromaca (III 321) e la madre di Pallante e la spoliazione di sé e mediante l’accettazione della legge degli dei (quella
per bocca di Evandro (XI 159), i Troiani caduti insieme alla loro città e i Rutuli legge che già Orfeo aveva conosciuto nelle Georgiche, per riavere la sposa —
morti in combattimento, per bocca rispettivamente di Enea (I 94) e di Turno deum praecepta secuti / venimus: IV 448-449 — ma che non aveva saputo
(XI 416-418) e, in generale, le anime dell’Oltretomba, a cui Enea si rivolge rispettare fino alla fine e perciò aveva perduto tutto, e la donna e se stesso),
chiamandole felices animae (VI 669), di cui beatae vengono definite le sedes (VI aspira a realizzare se stesso e a giungere alla conoscenza. Enea accetta, con
639). Il re Latino stesso dalla volontà di guerra di Turno si dichiara privato pena, di rinunciare alla patria distrutta, alla moglie Creusa, al padre Anchise, alla
persino di una morte felice (funere felici spolior: VII 599). donna che lo ama, Didone, e poi via via a Palinuro, il suo nocchiero, a Miseno,
Accanto alla morte come dispensiera di felicità si colloca il canto del Poeta, il suo trombettiere, a Caieta, la sua nutrice, e a tanti e tanti compagni. Ma
che da questa meditazione sull’infelicità, destino dell’uomo, sembra trarre una quando finalmente si è così meritato di giungere, — scendendo agli Inferi, ad
nuova chiaroveggenza. L’infelicità, che è il tratto distintivo degli esseri mortali ascoltare la rivelazione del mistero, questa non gli si palesa soddisfacente,
in quanto mortali (optima quaeque dies miseris mortalibus aevi / prima fugit — “i perché, risolvendo interamente l’uomo nel suo impegno nella storia (nella
giorni più belli della vita per i miseri mortali sono i primi a fuggire”: Georg. III “storia sacra” di Roma), non offre spiegazione per la realtà — sempre presente
66-67), suscita la pietà del Poeta, particolarmente viva per i giovani che un nel mondo della storia — del dolore, in particolare del dolore degli innocenti,
destino di morte immatura strappa all’affetto dei viventi: con il medesimo del dolore delle madri, del dolore per la morte dei giovani e dell’una e dell’altra
vocativo, miserande puer, il Poeta si rivolge a Marcello (il nipote di Augusto parte in lotta, Pallante, Lauso, Camilla, Eurialo, Serrano e tanti e tanti altri, ai
morto a 19 anni) e a Pallante, per bocca di Anchise per il primo (VI 882), di quali possiamo aggiungere il puer Marcello del finale del sesto libro.
Enea (X 825) e di Evandro (XI 42) per il secondo. Infine, nella poesia virgiliana, il lettore s’imbatte, terzo itinerario,
A che cosa tende, allora, l’uomo del poema epico virgiliano, se non è suo nell’aspirazione, per l’uomo che si spende nella costruzione di nuove realtà, alla
punto d’arrivo la felicità, ma, anzi, l’infelicità lo circonda e lo minaccia da ogni
quies come tensione verso l’uscita dalla storia, per sottrarsi alla legge del tempo insieme alla Morte e ad altri mostri orrendi nati dall’Erebo e dalla Notte, sta
(alla fortuna, alla vicissitudine), per ricuperare, intatto, se stesso. vestibulum ante ipsum primisque in faucibus Orci (VI 273). Per Enea e per i suoi
Sul piano propriamente politico l’uomo che vuole operare nella storia ha saranno proprio il raggiungimento della sede indicata dagli dei e la costruzione
davanti a sé un progetto di vita che esige, come proclama solennemente Enea al della città che porranno fine ai labores (cfr. I 241), donando loro la requies (III
figlio Ascanio mentre sta per affrontare il combattimento decisivo con Turno, 393).
nell’ultimo libro, virtus e verus labor e non gode invece del favore della fortuna: Con la sua visione della quies, dunque, Virgilio si colloca fuori degli schemi
una virtus che, procedendo di pari passo con il verus labor, con travagli autentici, propri della politica romana; la sua quies non è sinonimo né di pax, né di otium
ha come suo compagno di strada il dolore (della felicità, come si vede, anche in (non si contrappone, cioè, né al bellum né al negotium): la quies designa — nei
questo contesto non si fa parola). Siamo ben lontani dalla tradizione romana contesti che ora citeremo — la volontà e lo stato di cessazione totale e
della gloria umbra virtutis ciceroniana: qui è il labor (il verus labor) che è umbra irreversibile dell’attività, dell’impegno nella storia. (Si può sempre, di fatto,
virtutis. Enea dice precisamente così al puer Ascanio: rinunciare, tuttavia, alla quies, come nei casi di Didone — che cede alla passione
«Disce, puer, virtutem ex me verumque laborem amorosa — e di Latino — che invano tenta di resistere alla volontà di guerra,
fortunam ex aliis» non sua propria, tuttavia, ma di altri -: ma nella sua prospettiva logica la quies
(XII 435-436). non prevede l’alternanza né con il bellum né con il negotium. La quies è in sé
Con quest’insistenza sulla virtus e sul verus labor il Poeta rinvia implicitamente qualcosa di definitivo, di irrevocabile). Anche Enea, secondo la profezia di
al solenne, sacro impegno dell’eroe prima dello scontro decisivo con i Rutuli: Eleno, troverà un giorno la sede per la città che deve fondare e, così, la requies
un impegno di pace e di concordia — se l’esito del combattimento gli sarà laborum: la. fine dei travagli, l’uscita dalla storia, il silenzio: is locus urbis erit,
favorevole — delle quali godranno insieme vincitori e vinti. Proprio per arrivare requies ea certa laborum — “quella sarà la sede della città, quella la quiete sicura
a questo, afferma l’eroe, tantos potui perferre labores (XII 177). In quest’impegno dopo le fatiche” (III 393).
vediamo la prima proiezione del messaggio di Anchise ai Romani, nel sesto L’attenzione rivolta alla quies è il punto di avvio della riflessione di Virgilio
libro, ai quali è affidato il compito, non già di raggiungere la perfezione nelle sull’uomo. Virgilio fa che le creature del suo poema epico aspirino, quali che
arti e nelle scienze, da cui si ricaverebbero piacere e felicità (risentiamo dentro siano le loro provenienze, alla quiete come punto d’arrivo delle loro
di noi l’eco del riconoscimento georgico a Lucrezio: felix qui potuit rerum vicissitudini. Si tratta di troiani come il profugo Antenore, che dopo lungo
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cognoscere causas), bensì di reggere i popoli della terra fissando per tutti la norma peregrinare nella regione illirica e oltre la fonte del Timavo ha trovato la sua
della pace, guidando tutti gli uomini alla virtù (infatti questo è il significato sede fondando la città di Padova e, avendo rinunziato all’uso delle armi , nunc
ultimo del verso: parcere subiectis et debellare superbos: VI 853). E in questa placida compostus pace quiescit (I 249), secondo le parole di Venere. Altri troiani,
prospettiva che la virtus ha come sua umbra il (verus) labor: e si qualifica, la virtus, Eleno e Andromaca, nella terra d’Epiro hanno fondato una nuova piccola Troia,
per chi la esercita nella società civile, come servitus, sia pure nobilis servitus. .E hanno individuato un “falso” Xanto. eretto una rocca che simula quella di
tuttavia l’ultima meta a cui infine, e definitivamente, tende l’uomo virgiliano è il Pergamo: perciò ad essi, che hanno conseguito la quies, Enea può rivolgere
raggiungimento della quies come cessazione dei labores. l’invito a vivere felici (“vivite felices” III 493).
Dei labores di Enea è pieno il poema (I 373; II 619; III 145; XI 126; XII La quies è stata raggiunta da Fenici come Didone, la quale, anche lei profuga
177); dei labores di Enea e dei suoi, dopo la caduta di Troia, molte sono le dalla patria Tiro, ha fondato in terra d’Africa la sua città, ne ha visto sorgere le
attestazioni (I 241 e VII 117; I 350; II 385). mura, e lì aveva trovato la felicità e avrebbe continuato ad essere felice, come
Nel poema si susseguono i labores delle donne troiane esuli (V 617), degli abbiamo visto, anche troppo felice (felix, heu nimium fe1ix), se solo le navi
uomini in generale (V 688; IX 225); anche le anime degli inferi vorrebbero troiane non fossero mai approdate al suoi lidi (IV 653-658).
tornare sulla terra accettando i labores di questa vita (VI 437); Niso vede l’eroica, Quiete ha trovato un Greco come Diomede, il grande Diomede (VIII 9)
e sfortunata, impresa sua e di Eurialo come un labor (IX 404); secondo Sinone la che, esule nella terra del Gargano, vi fonda la città di Argiripa e si rifiuta di
sua vicenda si può definire come labores tanti (III 43); anche gli dei quando si riprendere le armi per inserirsi nel conflitto che oppone Rutuli e Latini ad Enea
mescolano alle vicende degli uomini cadono sotto la legge dei labores: ciò è e ai suoi compagni: anzi, egli dice, “non mi ricordo più, né me n’allieto, degli
detto di Giunone ripetutamente (IV 115; VII 331; VII 559; cfr. I 76-77) e di antichi mali” (nec veterum memini laetorve malorum: XI 280): egli è ormai fuori
Giuturna, nelle parole del fratello Turno (XII 635). Nel poema abbiamo anche i della storia né intende rientrarvi.
labores di Ercole (VIII 291; X 321). Infine della quiete godono le genti italiche, i Latini retti dal re Latino, che si
In particolare nel terzo libro dell’Eneide le peregrinazioni di Enea e dei suoi rifiuta di riprendere le armi per combattere contro i Troiani:
sono dette labores (vv. 145 e 393), tantos labores (vv. 368), labor (vv. 459 e 714; «nam mihi parta quies, omnisque in limine portus
anche VI 892): più precisamente il loro incessante errare è un fugae labor (III 60; funere felici spolior»
V 769). E nella discesa agli Inferi Enea si imbatte nel Labos personificato che, (VII 598-599).
Egli, non potendo piegare alla ragione il furente e bellicoso Turno, saepsit se Questa lettura globale del poema epico, così problematica, non solo è
tectis rerumque reliquit habenas (VII 600). fondata sul testo pervenutoci ma è anche confortata dalla tradizione biografica
Il poema è tutto popolato di profughi e sradicati, cacciati dalle loro terre, di Virgilio.
perseguitati da divinità, che vanno errando finché trovano la loro sede, lì Sicuramente è incompleta , in conseguenza anche del modo di comporre del
fondano le loro nuove città e, fondate le città e dato ad esse il nome, per essi Poeta particulatim, cioè episodio per episodio, e prout liberet quidque et nihil in
sono finiti i labores, i veri labores. Così dovrà essere anche per Enea, come ordinem arripiens (come ci informa la biografia di Donato) senza rispettare
abbiamo visto nella predizione del vate Eleno. l’ordine dei libri, per cui nell’opera si trovano elementi di fatto non bene
A questo punto noi ci domandiamo se, sul piano della coerenza compositiva, coordinati tra le varie parti e il collegamento fra le singole parti è spesso
sia possibile che nel poema siano compresenti queste tre prospettive: quella approssimativo e poco soddisfacente: ma l’opera è anche incompiuta, perché le
pubblica (ufficiale), celebrativa di Roma; quella privata, dell’uomo che attua i diverse prospettive, che abbiamo sommariamente presentate, sono in essa
precetti degli dei per arrivare con la rinuncia e la negazione di sé alla compresenti, affiancate l’una all’altra. Se avesse potuto disporre, come aveva
conoscenza e alla comprensione del mistero della realtà; e infine quella progettato, di altri tre anni di lavoro (che si sarebbero aggiunti agli undici che
dell’accettazione dei labores (dei veri labores), per approdare in ultimo alla quies, già aveva spesi per il poema), Virgilio avrebbe eliminato sul piano formale e
all’uscita dal mondo della storia, al silenzio. contenutistico discordanze e tibicines, certo, ma, anche, avrebbe portato a
Certo esse non si accordano, non sono tutte compatibili tra di loro. Questo è compimento l’opera definendone le prospettive di fondo, approfondendo alia
vero: ma è altrettanto vero che nel poema esse sono presenti. Nel poema quoque studia ad id opus (cioè per l’Eneide) multoque potiora, di cui parlava ad
troviamo proclamate solennemente le artes dei Romani, sottolineato più volte Augusto in una lettera più o meno dell’anno 25, a proposito del poema epico al
l’imperativo del deum praecepta sequi, esaltata ripetutamente la quies come meta quale stava lavorando (presso Macrobio, Sat. I 24, 11). Questi alia studia
ultima dei costruttori di città. L’insistenza sulla quies significa che la felicità è multoque potiora non potevano non riguardare il senso ultimo dell’opera, non
presente — le pochissime volte che essa è presente, e tuttavia mai è descritta dal potevano non incentrarsi su una visione dell’uomo per la cui definizione il Poeta
Poeta — solo là dove sta la quies, la requies laborum, il riposo legato alla si sarebbe appoggiato alla filosofia, alla quale, del resto, intendeva (come
cessazione dei travagli e conseguente ad essa. Ora noi comprendiamo perché nel sappiamo) dedicare il resto della sua vita, una volta che avesse con dotto a
poema sono detti terque quaterque beati coloro che sono periti insieme a Troia e in termine e compiuto il poema.
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generale sono detti felices coloro che, mentre gli eroi sulla terra affrontano i Questa nostra lettura, quand’anche possa essere giudicata meno soddisfacente
labores, sono già morti, come Polissena e la madre di Pallante, e felices sono le di altre, che in altre età e anche in questa nostra sono state proposte additando
anime dell’Oltretomba, beatae sono le loro sedes. nell’opera complessiva di Virgilio e specialmente nell’Eneide, questo o quel
È indubbio che il terzo itinerario dell’eroe, che vede al centro dell’interesse messaggio, ci pare tuttavia legittima. E se quarant’anni fa nel bimillenario della
del poema la figura del profugo e dell’esule, dello sradicato e del perseguitato sua, nascita, in una stagione culturale per l’Europa ben diversa dall’attuale,
da divinità il quale, ricostruendo in nuova sede la sua città, trova la quies da cui Virgilio fu salutato “Padre dell’Occidente” (così da Theodor Haecker, in un
non vuole più distaccarsi perché in essa sta la felicità, non è compatibile con saggio meritatamente famoso) e dispensatore di certezze, in questo, noi,
l’altra prospettiva globale che emerge soprattutto dalla presentazione che ne fa mettendo in luce la sua problematicità e la sua tormentata ricerca di chiarezza,
l’Anchise del sesto libro (l’immersione totale dell’eroe nella “storia sacra” di interrotta bruscamente dalla morte, lo scopriamo per nulla diverso da noi,
Roma, nella quale esclusivamente la sua vita trova il suo senso), ma può, uomini di oggi: e, nel valore universale della sua riflessione sull’uomo, vicino
invece, ben conciliarsi con la messa in crisi di questa visione globale quando in non solo a noi occidentali, ma a tutti gli uomini.
essa appare in chiara luce l’ineluttabilità e l’inspiegabilità del dolore e della
morte per chi continua ad essere inserito nel fiume della storia.
A ben vedere, né questa prospettiva (il non senso del dolore e della morte,
per chi continua ad operare dentro la storia) né la precedente (la progressiva
spoliazione di sé in vista della purificazione) s’accordavano con quella della
Roma di Augusto: esse riflettevano aspirazioni profonde sia pure non ancora
perfettamente conciliate tra di loro) del Poeta, non i desideri di Augusto. Perciò
il poema che ci è giunto è veramente incompiuto e per questa pluralità di
visioni di fondo in esso compresenti noi capiamo perché Virgilio prima di partire
dall’Italia per la Grecia (per quello che sarebbe stato l’ultimo suo viaggio) aveva
disposto che l’Eneide venisse data alle fiamme se gli fosse capitato qualcosa e
perché, morente, voleva egli stesso dare alle fiamme la sua opera.