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VIRGILIO

IL POETA DELL’ADESIONE SINCERA AL PROGETTO DI AUGUSTO


La vita di Virgilio è stata ben documentata da vari storici, come Servio, Svetonio e Donato.
Virgilio nacque nel 70 a.C. ad Andes, vicino Modena. La sua formazione culturale iniziò nel 60 a.C., periodo di guerre
e di sanguinose lotte che segneranno le sue produzioni artistiche. La sua famiglia era abbastanza agiata e gli permise
di avere una buona educazione a Cremona, Milano e Roma. Dopo la morte di Cesare (44 a.C.) tornò al suo paese
d’origine e divenne amico di Asinio Pollione. Asinio ebbe l’incarico di ridistribuire le terre dopo la battaglia di Filippi,
aiutando molto Virgilio, in quanto le terre del poeta erano destinate ai soldati di Antonio e Ottaviano.
Non ci sono notizie sul tipo di aiuto che Asinio Pollione ha dato a Virgilio, ma è probabile che in un primo tempo egli
l’abbia aiutato a salvare i propri possedimenti dall’esproprio, e che in un secondo tempo Virgilio abbia perduto la sua
proprietà. Questa triste vicenda influì molto sull’animo di Virgilio, il quale rimase sempre legato alla sua città natale,
anche se dovette trasferirsi a Roma. In seguito si trasferì a Napoli.
Il poeta iniziò la sua PRODUZIONE LETTERARIA nel 42 a.C..
Fra il 42 a.C. e il 39 a.C. compose le BUCOLICHE, opera pastorale che lo mise all’attenzione dell’opinione pubblica
romana. Infatti, nel 39 a.C. entrò a far parte del circolo di Mecenate.
Nel 37 a.C. Virgilio iniziò la composizione delle GEORGICHE, poema didascalico che tesse le lodi dell’agricoltura.
Le Georgiche diedero al poeta una larga e meritata popolarità e fecero suscitare una grande ammirazione in
Mecenate e nello stesso Principe. Il Principe lo indusse a cimentarsi anche nella composizione di un poema epico.
Così nacque l'Eneide, che tenette occupato il poeta negli ultimi dieci anni della sua esistenza (29-19 a.C.).
Nel 19 a.C. Virgilio prese la decisione di fare un viaggio in Grecia per arricchire il suo bagaglio culturale e per
verificare la topografia del luoghi descritti nel poema. Durante il viaggio egli si incontrò con Augusto, il quale si
accorse delle condizioni di salute di Virgilio e lo costrinse a tornare in Italia. Morì il 22 settembre del 19 a.C. appena
sbarcato a Brindisi. La sua salma fu trasportata e seppellita a Napoli. Sulla sua tomba venne scritto un distico
elegiaco che, secondo la tradizione, fu dettato dal poeta stesso prima di morire. (Mantova mi diede i natali, i Calabri
mi strapparono alla vita, Partenope accoglie ora il mio corpo: cantai i pascoli, la campagna, i condottieri).
Prima di morire, Virgilio chiese che l’Eneide venisse bruciata poiché era rimasta priva di revisione; per fortuna
Augusto (suo erede insieme con Mecenate) incaricò Vario e Tucca di pubblicare il poema.
Virgilio poté usufruire di un’ottima formazione culturale e durante gli anni di predominio da parte del neoterismo e
dell’epicureismo, il rapporto fra l’autore e la poesia neoterica si fa più complesso.
Il neoterismo si era già ampiamente diffuso nella società e cultura romana dal I sec. a.C. per due motivi principali:
- Dava vita ad una poesia ricca di doctrina e cultura sofisticata;
- Forniva un’ottima giustificazione per chi (attraverso l’Otium letterarium) voleva disimpegnarsi dalla società pervasa
dall’odio delle guerre fratricide.
Tra il 42 e il 39 a.C. nascono le BUCOLICHE, dieci ecloghe pastorali nelle quali gli amori infelici dei pastori si fondono
con la tensione a ricercare la serenità della natura attraverso lo sfondo paesaggistico.
Virgilio ha una stima di alcuni poeti neoterici come Vario e Cinna nella IX ecloga.
A confermare la stima per la poesia neoterica, va ricordato che la decima e ultima ecloga (composto fra il 37 e il 30
a.C.) è dedicata ad un poeta neoterico come CORNELIO GALLO, che progettava di chiudere le Georgiche. Però, il
suicidio di Cornelio Gallo scompigliò i suoi piani: il poeta fu costretto a sostituire la parte conclusiva delle Georgiche
con il mito di Aristeo.
La formazione di culturale di Virgilio non rimase statica poiché andò verso una poesia più seria, dai contenuti più alti
e profondi. Influenzò questo cambiamento la lettura di due autori: CORNELIO GALLO e LUCREZIO.
Decisiva nel processo di maturazione culturale di Virgilio, fu la lettura del De rerum natura lucreziano, da cui egli trae
locuzioni, suggestioni verbali, cadenze ritmiche e la serietà dei temi. Il poema di Lucrezio rappresentava una crocevia
nel quale si incontravano i due elementi più significativi della sua formazione intellettuale: la scelta di una "poesia di
cose" che esprimesse i grandi temi umani e la formazione filosofica epicurea ricevuta presso la scuola di Sirone.
Dopo la composizione delle Bucoliche, dopo il 37a.C., anche la filosofia di Virgilio mutò indirizzo e punti di
riferimento, per orientarsi durante la composizione delle Georgiche verso lo STOICISMO, che andò soppiantando
l'epicureismo nella società romana, perché meglio rispondeva agli obiettivi politici, sociali ed etici fissati da
Ottaviano.
Nelle Georgiche si ebbe una MATURAZIONE di tipo letterario e filosofico, che allontanò il poeta dal neoterismo per
proiettarlo verso un genere di poesia più seria e più profonda nei contenuti, e lo accostò ad una visione
provvidenzialistica della realtà, che appartiene al pensiero stoico e che poi nell’Eneide avrà una ulteriore
chiarificazione.
Perciò Virgilio rappresenta un intellettuale emblematico del suo tempo in quanto riassume in sé l’iter percorso dalla
maggior parte dei letterati della sua epoca: da posizioni di disimpegno, intrise di otium letterario, sostenute insieme
da neoterismo e da epicureismo, si sposta verso un tipo di letteratura che fiancheggia l’opera di ricostruzione
politica, sociale e culturale di Ottaviano per poi finire col fornire una lettura ed una interpretazione metastorica del
principato augusteo.

LE BUCOLICHE
Le Bucoliche (dal greco boukoloi=pastori, quindi "carmi pastorali") costituiscono la sua prima opera, sono una
raccolta di 10 ecloghe o 'canti scelte' in esametri.
Quest'opera è stata scritta durante ANNI DRAMMATICI per la società romana, immediatamente successivi allo
scontro di Filippi nel quale gli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio furono inesorabilmente sconfitti da Antonio e
Ottaviano, anni nei quali i triumviri cercarono di trovare un accordo che sancisse la fine degli scontri e gettasse le
basi per una pace duratura. Questi tentativi di trovare un accordo si fondarono spesso nella sistematica violazione
del diritto, che indusse i triumviri a decidere la confisca di grandi appezzamenti di terra da distribuire ai loro militare
come giusta ricompensa per l'impegno e la dedizione profuso durante il conflitto contro Bruto e Cassio.
Questo procedimento di confisca colpì anche Virgilio, che espresse questo DOLORE nelle Bucoliche.

STRUTTURA E CONTENUTO
Le Bucoliche sono costituite da dieci ECLOGHE o “canti scelti” con struttura prevalentemente amebea (dialogica).
La PRIMA ecloga è costituita da un DIALOGO fra due pastori, Titiro e Melibeo. Melibeo esprime all’amico (dietro cui
si cela probabilmente lo stesso Virgilio) la sua amarezza per essere costretto ad abbandonare i suoi possedimenti,
assegnati ai veterani della battaglia di Filippi.
La SECONDA ecloga affronta il tema dell’AMORE infelice fra i pastori Coridone e Alessi.
La TERZA ecloga ha come tema centrale una tenzone poetica fra due pastori che, dopo essersi scambiati battute
offensive, GAREGGIANO recitando due versi ciascuno aventi come tema l’amore, la poesia e il mondo pastorale. A
conclusione, l’arbitro della gara premia entrambi.
La QUARTA ecloga non tratta il mondo pastorale, ma argomenti paula maiora, un poco più ELEVATI. Nell’incipit di
questa ecloga si trova l’invocazione alle Sicelides Musae (Muse di Siracusa) e celebra la nascita di un nuovo puer che
darà inizio ad una nuova età dell’oro.
La QUINTA ecloga è un canto amebeo fra i pastori Menalca e Mopso che proclamano la LODE del pastore Dafni dopo
la sua morte. In vita, Dafni fu un poeta-pastore e viene celebrato come un deus nel mondo bucolico.
La SESTA ecloga, dedicata ad Alfeno Varo, è molto importante per quanto riguarda la POETICA. Infatti Virgilio fa una
dichiarazione in favore della poesia tenue e leggera, sembra invece rifiutare quella epica. Questa affermazione non è
collocata qui in maniera casuale, ma serve a dare inizio alla seconda metà dell'opera (formata da 10 ecloghe). Dopo
è presente un RACCONTO tipicamente BUCOLICO. Il racconto parla di due pastori che entrano in una grotta dove
trovano Sileno. I due pastori lo costringono a cantare, ed egli inizia a descrivere le origini del mondo evidenziando
l'influenza della filosofia lucreziana. Successivamente viene cantato il tema dell'AMORE INFELICE e di quello intenso
come "dementia". Il canto ha un tono e una scelta verbale che ricorda la seconda ecloga e il lamento del pastore
Coridone. Segue anche un elogio del poeta Cornelio Gallo. L'ecloga è caratterizzata da una cultura legata alla
letteratura ellenistica in modo particolare a quella neoterica.
La SETTIMA ecloga contiene, come la terza, una gara poetica.
A contendersi il successo sono i due pastori arcadi (= abitanti dell'Arcadia) Tirsi e Coridone. Il vincitore risulterà
essere Coridone. I due pastori hanno ben poco dell'Arcadia in quanto il poeta mantovano dice che la gara si svolge
sulla riva del fiume Mincio che scorre nella pianura Padana e passa per Mantova.
L' OTTAVA ecloga è dedicata ad Asinio Pollione e contiene un vero e proprio TOPOS della letteratura pastorale: il
tema dell'amore infelice. Anche qui la struttura è amebea e presenta una GARA POETICA tra i pastori Damone e
Alfesibeo. Dalla letteratura dell'ecloga emerge una concezione dolorosa e funesta della passione amorosa a tal
punto che alla fine Damone che intona il canto, sembra pronto a suicidarsi per amore.
La NONA ECLOGA presenta più o meno lo stesso argomento della prima. Due PASTORI, Meri e Licida, dialogano fra
loro; il primo racconta le amare vicende del suo padrone Menalca (dietro al quale si cela forse lo stesso Virgilio), al
quale sono state espropriate le terre per distribuirle ai veterani.
Non è nota la data di composizione di questa ecloga, e quindi non sappiamo se questa precede o segue la prima.
La DECIMA ECLOGA, dedicata a Cornelio Gallo, è una specie di CONSOLATIO al dedicatario, abbandonato dalla sua
amata.

MOTIVI E SENTIMENTI NELL’ARCADIA IDEALIZZATA


Tutte le ecloghe sono ambientate in un PAESAGGIO AGRESTE IDEALIZZATO, nel quale la natura è vista come ciò che
garantisce serenità e pace. Le scene paesaggistiche sono rappresentate dalle caratteristiche del locus amoenus in cui
tutti gli elementi della natura presentano caratteristiche stilizzate e un’aggettivazione che ha valore
esornativo (=ornamentale).
Il paesaggio delle Bucoliche è rappresentato dall’ARCADIA, la regione greca del Peloponneso, soprannominata la
terra dei pastori. Questo scenario nel quale Virgilio ambienta le sue ecloghe costituisce una novità rispetto al
modello teocriteo.
È necessario precisare che in Virgilio l’Arcadia non diventa mai luogo di evasione della realtà, nel quale dimenticare i
dolori e le sofferenze della vita. L’arcadia diventa un luogo nel quale proiettore in una dimensione lontana tutte le
contraddizioni e le tensioni della realtà. Ciò conferisce alla poesia Cirigliano un tratto elegiaco, nel quale il dolore
viene sublimato.
Il tema delle terre confiscate ai coloni per distribuirle ai veterani di Antonio e Ottaviano si ritrova anche nella IX
ecloga. Questo insistere nella realtà della confisca dei beni fondiari da parte di Virgilio, conferma che la poesia
virgiliana, proiettata nelle Bucoliche, verso il sogno pastorale e l’otium, nella realtà non riesce a costruire un locus
amoenus, separati dal mondo e dalle sue tensioni, ma finisce col proiettare nel mondo bucolico tutt’e le tensioni del
tempo. Quindi la poesia di Virgilio acquista i CARATTERI DEL CANTO MALINCONICO, sintesi di realtà e sogno. Dalle
ecloghe emerge una concezione mitopoietica (=tendenza caratteristica dello spirito umano consistente nel creare
miti o considerare miticamente fatti o eventi) della poesia, intesa come il più grande strumento in possesso
dell’uomo per creare una realtà mitica, fondata sull’equilibrio al di là delle contraddizioni di una realtà dura e
crudele.
Un tema ricorrente nelle ecloghe è l’AMORE, spesso INFELICE vissuto come forza irrazionale. Si tratta di un vero e
proprio topos della poesia pastorale greca e latina. Nelle Bucoliche questo tema è presente nella VI e VIII ecloga.
Le Bucoliche, come genere letterario, dovrebbero prescindere dal mondo politico e rappresentare un mondo ideale
in cui non c’è posto per la realtà quotidiana e pertanto sono assenti le lotte politiche. Questo anche per le evidenti
sfumature epicuree presenti nell’opera che dovrebbero impedire a Virgilio qualsiasi riferimento alla realtà politica
contemporanea, dato che la dottrina epicurea prescrive al saggio il totale disimpegno dalla vita politica per
raggiungere l’imperturbabilità. Ma ciò non accade. Infatti nelle ecloghe non mancano allusioni alla politica del tempo
e ai disastri prodotti dalle guerre civili, per esempio. Ma rimangono comunque solo ed esclusivamente allusioni, fini
a determinare un’atmosfera malinconica e dolente attorno al mondo inizialmente incontaminato dei pastori.
Dalla lettura delle ecloghe, infatti, emerge un mondo complessivamente solidale in cui gli uomini si aiutano e si
supportano reciprocamente con la consapevolezza che di fronte alla dura realtà che la vita propone occorre
un’unione che faccia leva sulla fragilità umana. Questo valore, che rappresenta no dei più significativi della poesia
virgiliana, acquista ancora più considerazione se si pensa che le Bucoliche siano state scritte in un periodo
caratterizzato dalle guerre civili, dominato dai conflitti personali. Quindi la solidarietà diviene un punto guida per
Virgilio nel tentativo di costruire con la fantasia un mono “altro” coeso e solidale.
Nella IV ecloga Virgilio mostra di aderire a un cambiamento di un'aspirazione, un rinnovamento totale capace di
ricostruzione un mondo che veniva avvertito come "vecchio". Nel componimento il poeta annuncia la fine di un ciclo
cosmico e l'avvento che riporterà sulla terra la mitica età dell'oro: collegato con la nascita di un PUER che avrà il
compito di trasportare l'umanità verso una età felice. Sulla identificazione di questo puer ci sono tante
interpretazioni:
- Il PUER è il figlio di Asinio Pollione, amico di Virgilio.
- Il PUER è un figlio atteso da Ottaviano.
- Il PUER è il simbolo di una generazione aurea che sta per arrivare.
- Il PUER è il Messia, il bambino Gesù.

POESIA E ARTE NELLE BUCOLICHE


Le Bucoliche non affrontano in maniera diretta e realistica i problemi e le tensioni del tempo, ma li proietta in una
DIMENSIONE LONTANA, nel sereno e rasserenante mondo della campagna e dei pastori. Nonostante ciò l’opera
riflette il CLIMA POLITICO E SOCIALE: alla fine della guerra di Perugia fra Ottaviano e Antonio si cercò senza successo
un accordo che sancisse una pax fra i due contendenti.

VIRGILIO E LA TRADIZIONE BUCOLICA: TRA REPETITIO E INVENTIO


Virgilio NON fu l’inventor della poesia bucolica, in quanto il genere pastorale nel mondo greco aveva già una lunga
storia; ma voleva dare origine ad un GENERE BUCOLICO TUTTO ‘’ROMANO’’, nel quale cultura greca e romana
trovino una armoniosa fusione. Questo progetto fu portato aventi anche da altri letterati dell’epoca, basti pensare a
Properzio che si propone come il ‘’Callimaco romano’’.
In primo luogo Virgilio si distingue da Teocrito pr una più acuta sensibilità affettiva e per una più diffusa malinconia
che pervade l’opera. Il poeta di Andes, a differenza di Teocrito, è spinto dalla sua sensibilità a proiettare il suo stato
d’animo nel mondo dei pastori e ad inserire la realtà contemporanea nell’Arcadia pastorale.
Il paesaggio in Virgilio appare diverso rispetto al modello greco. Infatti Teocrito proferisce rappresentare la
campagna nel periodo estivo. Virgilio, invece, preferisce i toni smorzati e sfumati.
Infine va sottolineato che Virgilio, a differenza di Teocrito, ama conferire ai suoi personaggi suggestioni allegoriche.
Virgilio stabilisce con la tradizione bucolica e soprattutto col modello teocriteo un rapporto che possiamo definire di
REPETITIO/INVENTIO: infatti, da un lato, egli ritiene giusto riferirsi a quanti lo hanno preceduto nella composizione di
opere bucoliche, ripetendone tematiche, strutture letterarie, tòpoi; dall’altro sente la necessità di trovare strade
nuove, non battute da altri, al fine di pervenire a quella originalità che è la cifra essenziale della grande poesia.

I MODELLI BUCOLICI
Per Virgilio furono importanti Teocrito, la bucolica post-teocritea, Mosco e Bione, gli epigrammi, Callimaco, gli
Orientalia, Catullo, Lucrezio. Tutti in qualche modo entrano nella sua poetica. La cosa più importante è che Virgilio
abbia scelto come modello un poeta ellenistico. Tra i romani il più vicino a Virgilio è Catullo, che porta a compimento
la conquista e il controllo della forma, iniziata dai neoterici. Virgilio risponde all’opera di Catullo e la eleva nella sfera
classica. Questo e il fatto che la produzione di Virgilio è unitaria e romana, e immersa nel filone sella tradizione
romana, fa pensare che la personalità di Virgilio verrebbe alla luce attraverso un confronto con Teocrito.
L’opera di Virgilio e quella di Teocrito presentano delle uguaglianze ed una di queste è il tema della CAMPAGNA,
anche se per l’uno in quanto di città, per l’altro in quanto figlio della campagna. Altre uguaglianze sono le concezioni
del canto pastorale e i nomi di pastori. Però sono più forti le differenze fra le opere dei due. Teocrito vede i pastori
nella loro realtà con molto distacco e con aria di superiorità. Nell’opera di Virgilio, invece, i pastori hanno la
sensibilità spirituale e l’agilità della sua anima, quindi Virgilio li crea a sua immagine e somiglianza.
Della Sicilia viene fatta una terra idealizzata di pastori, che Virgilio chiama ARCADIA. Lo sforzo verso il
raggiungimento di una forma più completa e l’atmosfera dei neoterici sono conseguenze della vicinanza a Callimaco.
Non si può dubitare neanche che Virgilio abbia conosciuto opere dall’oriente.
Per quanto riguarda l’influenza di Catullo, si dovrebbe compiere un’indagine che confronti il cuore dell’opera dei due
poeti. Nella IV Ecloga Catullo viene onorato con la sua citazione nel punto più elevato.
Allo stesso modo, a partire dalla V Ecloga cominciano a potersi percepire toni lucreziani.
Nell VI Ecloga è probabilmente integrato qualcosa di neoterico, ma ancora più verosimile è la ripresa di un verso
della poesia “de morte” di Vario nell’VIII Ecloga.
Ma soprattutto viene onorato in tutta l’opera l’amico Gallo e i suoi comportamenti.
Pare inoltre che ci sia stata imitazione e riferimento reciproco tra gli Epodi di Orazio e le Ecloghe di Virgilio, ma il
merito di aver dato inizio alla poesia augustea rimane a Orazio.
In conclusione è importante dire che tutti i riferimenti e le onoranze entrate nell’opera di Virgilio sono state
perfettamente integrate nell’ordinamento dell’opera: dall’eroismo di Catullo, alla disperazione politica di Orazio,
all’amore assoluto e fallito dell’elogiato Gallo, fino all’ironia distaccata di Teocrito.
Con quest’opera Virgilio quindi dimostra la sua pacatezza nell’incontro con gli altri grandi autori.

IL SUPERAMENTO DEL NEOTERISMO E DELL’EPICUREISMO NELLE BUCOLICHE


Analizzando le dieci ecloghe pastorali, troviamo i due elementi più significativi della formazione culturale del poeta: il
NEOTERISMO, con caratteri più marcati,e l'EPICUREISMO.
Dalla cultura dei poetae novi Virgilio prende l'uso di una poesia DOTTA e PASTORALE e l'interesse per la trattazione
di AMORI INFELICI. Virgilio sembra invece rifiutare l'idea della poesia intesa come LUSUS (=scherzo letterario) che
riflette la doctrina del poeta senza coinvolgere il cuore. Così l'opera del poeta mantovano mostra contenuti più
PROFONDI e più ricchi di PATHOS. Il mondo virgiliano acquista una tonalità molto più tragica e sofferta rispetto a
quella dei poeti neoterici.
Se nelle ecloghe si ritrovano motivi tipicamente neoterici, in modo particolare teocritei, in esse cominciano a
delinearsi anche i primi segni di quella che poi sarà l'arte CLASSICA AUGUSTEA. Questi segni si vedono con chiarezza
nel gusto per la SIMMETRIA STRUTTURALE che pervade tutta l'opera, in antitesi con il gusto per l'asimmetria (tipica
della poesia dei poetae novi).
Per verificare la forte tensione virgiliana nella direzione della simmetria e dell'equilibrio formale, prendiamo in
considerazione la prima ecloga (quella di Titiro e Melibeo).
In questo caso la DOCTRINA (elemento che Virgilio ha in comune con i poetae novi) è al servizio della simmetria e
dell'equilibrio, al fine di costruire un'arte CLASSICA. In questo senso le Bucoliche, pur se composte molto prima del
31 a.C., inaugurano veramente L'ETÀ AUGUSTEA.
Nelle ecloghe non si riscontra in maniera chiara una visione epicurea del mondo, tuttavia nelle bucoliche è spesso
presente l’ideale di vita epicureo del “vivi appartato”.
Ricordiamo anche che, secondo la filosofia del Giardino, la campagna era vista come un luogo di pace e serenità,
dove si abbandonano le angosce e i dolori dell’esistenza; nell’opera virgiliana, invece, rappresentante un ambiente in
cui il poeta proietta le sue sofferenze e quella della società del suo tempo per contemplarle con un tono
malinconico.
In conclusione si può affermare che le Bucoliche esprimono perfettamente una delle tendenze più caratteristiche
dell’età Augustea, ovvero idealizzare il contingente, proiettandolo in una dimensione metastorica.
Infatti, anche in quest’opera, il vissuto perde i caratteri nitidi della realtà per acquistare quelli più sfumati di un
mondo favoloso e atemporale.

LE GEORGICHE
Le Georgiche sono state scritte da Virgilio in seguito al suo ingresso nel circolo di MECENATE, con conseguenti
ripercussioni sui suoi orientamenti culturali, dal 37 al 30 a.C., anni in cui ha inizio l’ascesa al potere di Ottaviano.
L’OBIETTIVO POLITICO di quest’opera è quello di recuperare il consenso dei ceti medi di tradizione agricola, che in
passato erano stati vessati dalle guerre civili e dalle confische dei territori in favore ai veterani di Antonio. Virgilio fu
spinto pressantemente da Mecenate per la composizione del poema, in modo tale da poterla utilizzare come un
ulteriore strumento di consenso nei confronti della politica di Ottaviano.
Le Georgiche sono un’opera di 4 LIBRI che si inseriscono nella POESIA DIDASCALICA greca, ma solamente sul piano
formale, in quanto il mondo virgiliano appare molto lontano da quello dei poeti ellenistici. I libri sono scritti in
ESAMETRI e affrontano i problemi connessi con l’agricoltura, dando molto spazio alle DIGRESSIONI, non utilizzate per
sfoggio di sapiente doctrina, ma per concedere maggiore respiro alla materia presa in esame.

LA STRUTTURA E IL CONTENUTO DELL’OPERA


Il PRIMO libro si apre con una dedica a Mecenate e al Principe. Subito dopo inizia la trattazione dei lavori agricoli e
dei diversi aspetti della coltivazione dei campi. Da un lato si descrivono le diverse TIPOLOGIE DI TERRENO, i metodi
della coltivazione (in particolare quella dei cereali), gli strumenti e gli attrezzi agricoli; dall'altro si fa riferimento ai
TEMPI, alle situazioni atmosferiche, che l'AGRICOLA deve tener presente se vuole evitare che il suo lavoro venga
annullato dall'inclemenza del tempo o da calamità naturali.
Uno spazio importante viene concesso alla descrizione dei prodigi celesti che seguirono l'assassino di Cesare.
Dal libro emerge con chiarezza la FATICA dell'uomo e il DURO LAVORO che egli svolge per strappare alla terra avara i
suoi frutti. In origine, durante l'età dell'oro, non era così: l'uomo non aveva bisogno di lavorare poiché la terra
produceva spontaneamente i suoi prodotti. Invece nel passaggio all'ETA’ DEL FERRO la condizione dell'uomo cambiò,
poiché Giove volle che l'uomo non raccogliesse senza fatica i frutti della terra, ma che mettesse in pratica le proprie
capacità per sostenersi solo con le proprie forze e per migliorare la sua condizione. L'ETA’ DELL’ORO non è più come
nella tradizione un mondo da rimpiangere, ma rappresenta un momento felice, ma irripetibile nella storia
dell'umanità. L’età dell’oro viene vista come una serie di tappe evolutive che portano al progresso, realizzato nel
tempo attraverso lo sviluppo delle ARTES e delle tecniche e dei metodi della coltura.
Il SECONDO libro si apre con un proemio dedicato a Bacco e tratta la COLTIVAZIONE ARBOREA, della vite e dell'ulivo.
Il libro comprende anche un excursus sull'Italia, sulla SATURNIA TELLUS, esaltata come la più bella di tutte le terre,
per tutto ciò che le ha donato la natura e che vi hanno realizzato gli uomini.
Il TERZO libro sviluppa la problematica relativa all'ALLEVAMENTO DEL BESTIAME, cioè ovini, caprini, bovini, equini,
che vengono UMANIZZATI nel senso che ad essi il poeta conferisce SENTIMENTI e STATI D'ANIMO propri dell'uomo.
Animali e uomini per Virgilio vengono associati in un destino comune. A conclusione del libro, come esemplificazione
della sofferenza degli animali, trova spazio un'ampia digressione sulla PESTE del Norico (una terribile epidemia che
distrusse il bestiame di questa regione).
Il QUARTO libro si apre con una dedica a Mecenate e con un'invocazione al dio della poesia Apollo. Il libro tratta
dell'APICOLTURA ed analizza con particolare cura il mondo perfettamente organizzato delle api. Un excursus è quello
del VECCHIO DI CORICO e quello del PASTORE ARISTEO che chiude il libro al posto dell'elogio a Cornelio Gallo. Il
MITO DI ARISTEO [che costituisce un epillio-disgressione (una struttura ad anello cioè racconti che al loro interno
presentano altri racconti)] tratta del pastore Aristeo che chiede alla madre (la ninfa Cirene) di poter ricostruire il
proprio alveare, distrutto da una epidemia. Inviato dalla madre a consultare il dio marino Pròteo, da questi apprende
che la moria dello sciame è una punizione inflittagli da Orfeo, che in questo modo ha voluto vendicarsi della morte
della sua sposa Euridice, morsa mortalmente da una serpe mentre era inseguita da Aristeo.
Così (rispettando la tecnica delle digressioni di stampo alessandrino) all'interno del mito di Aristeo si colloca quello di
Orfeo ed Euridice che chiude il libro.

LA CONCEZIONE DEL LAVORO E LA TRADIZIONE GEORGICA GRECA


Anche nella composizione delle Georgiche Virgilio si riallaccia ad una tradizione che aveva avuto in passato
espressioni notevoli sia nel mondo greco e sia in quello romano, inoltre il riferimento a modelli precedenti
rappresenta una similitudine con la letteratura dell’età augustea. Nelle Georgiche Virgilio si sforza di operare una
SINTESI di tutte quelle esperienze culturali e artistiche precedenti, apportando in aggiunta una notevole dose di
ORIGINALITÀ che nasce dalla sua sensibilità profonda.
Per quanto riguarda i MODELLI GRECI lo ritroviamo vicino ad Arato e Nicandro, inoltre la chiusura del poema con la
disgressione eziologica di Orfeo rimanda alla tradizione alessandrina risalente a Callimaco, a Euforione, a Fileta. In
particolare rilievo il rapporto con il ‘’padre’’ di tutta la poesia didascalica e georgica: ESIODO.
Ad Esiodo Virgilio si rifà per la concezione del LAVORO: se, da un lato, il lavoro è visto come una maledizione e una
punizione per gli uomini dagli dei, dall’altro lato, esso costituisce uno strumento assai nobile con il quale gli uomini
riescono a riscattare se stessi e a trovare una via di salvezza. In altri termini, il lavoro restaura il regno della giustizia e
in tal modo gli uomini si riconciliano con gli dei.

IL VALORE POSITIVO DEL LAVORO


Il mondo del lavoro viene visto come uno strumento concesso dal padre degli dei all’uomo per acuirne le capacità
mentali e la forza caratteriale. Mentre in Esiodo il regno di Zeus è visto come un’epoca di sostanziale decadimento a
tutti i livelli; in Virgilio, con l’avvento di GIOVE, l’uomo attraverso la faticosa legge del lavoro recupera per intero la
sua dignità diventando ARTEFIX FORTUNAE SUAE, nel rispetto pieno delle volontà del dio, un dio disponibile ad
educarlo ed a soccorrerlo sulla via che lo conduce al progresso, fondato sulle proprie capacità e sui propri meriti. Un
piano che possiamo definire ‘’PROVVIDENZIALE’’ e che è probabilmente di matrice filosofica.

IL RECUPERO DELLA TRADIZIONE ROMANA


La ricerca dei modelli utilizzati da Virgilio nelle Georgiche non si esaurisce affatto nell’analisi della produzione greca,
ma si estende anche verso il panorama romano, con Catone, Varrone e Lucrezio.
1. VIRGILIO E CATONE
Il rapporto fra Virgilio e Catone ed il suo De agri cultura è più apparente che reale; l’unica ANALOGIA fra i due è che
entrambi descrivono il mondo della campagna, ma SI DISTINGUONO sotto diversi aspetti. L’OBIETTIVO di Catone, per
esempio, era quello di scrivere un manuale sulla conduzione dei fondi rustici, mentre Virgilio, voleva solo risuscitare
nei Romani l’interesse, ormai perduto, per la campagna.
Secondo Catone, gli SCHIAVI erano semplicemente degli strumenti di lavoro agricolo, Virgilio invece, riusciva ad
umanizzare tutti gli esseri della natura con la sua sensibilità.
Inoltre, fra i due autori, si frappone più di un secolo di storia e di politica scipionica, che accoglie a Roma la cultura
greca e l’ideale romano di Humanitas.
2. VIRGILIO E VARRONE
L’opera di Varrone De re rustica presenta una concezione della natura con una certa partecipazione affettiva e
sentimentale nei confronti di tutti quegli esseri che fanno parte del mondo naturale; Varrone quindi, costituisce il
trait d’union fra Catone e Virgilio, soprattutto se si mette in luce il suo atteggiamento benevolo e conciliante nei
confronti del MONDO SCHIAVISTICO, assai lontano dalla durezza di Catone, e più vicino alla mitezza del mondo
virgiliano.
3. VIRGILIO E LUCREZIO
Più sfumato e complesso è invece il rapporto con Lucrezio, chiarito nell’opera di Virgilio, dove egli definisce
“fortunato” colui che è riuscito a sconfiggere il timore, il Fato implacabile e la morte. Ma per Virgilio è fortunato
anche chi conosce gli dèi agresti, Pan, il vecchio Silvano e le ninfe. Egli è affascinato da chi ha saputo cantare
l’universo e la liberazione dell’uomo dal timore della morte e degli dèi (Epicuro) ma, poiché si tratta di due anime
diverse, egli sa bene che non gli è concesso fare altrettanto.
Malgrado queste differenze, non è difficile scorgere l’influenza di Lucrezio nelle Georgiche, specialmente laddove
Virgilio mostra, al pari di Lucrezio, una CONCEZIONE BIPOLARE DELLA NATURA, che ora appare “madre protettrice”,
ora “matrigna avara”.

IL ‘’PROGETTO GEORGICHE’’ E L’IDEOLOGIA DEL CONSENSO


Nel poema notiamo la presenza di alcune IDEE-GUIDA: la PACE, la TRADIZIONE, il LAVORO AGRICOLO. Si tratta di
parole d'ordine della propaganda di Ottaviano negli anni in cui il suo scontro con Antonio stava arrivando all'epilogo.
Però sarebbe sbagliato considerare le Georgiche un'opera di propaganda politica. Esse si pongono in linea con le
direttive di Ottaviano, che era proteso a recuperare una pace duratura, a promuovere un ritorno alla tradizione, a
ridare dignità al lavoro agricolo, che da un lato, si iscrive nella tradizione repubblicana e dall'altro, può avviare la crisi
agraria.
Il consenso di Virgilio nei confronti della politica ottavianea non era limitato solamente alla sfera politica e sociale;
dopo l'esperienza delle Bucoliche mutò il suo percorso letterario. Con la composizione delle Georgiche si distacca
dalla cultura dei poetae novi, orientata in direzione della ricerca dell'otium letterario e porta a maturazione il
percorso di integrazione della letteratura nella società.
Le Georgiche appaiono espressione di un Virgilio più maturo e più consapevole, che ha maturato certe scelte ed è
ormai pronto a cimentarsi nell'ENEIDE che si pone come summa di tutta la sua esperienza intellettuale.
L’ENEIDE: LA CELEBRAZIONE ‘’SINCERA’’ DEL PRINCEPS
Virgilio lavorò alla composizione dell'Eneide nell'ultimo decennio della sua vita, dal 29 al 19 a.C. anno in cui morì,
infatti il poema rimase privo di revisione e fu pubblicato dagli amici Vario e Tucca. L'opera rispecchia il PERCORSO
CULTURALE ED IDEOLOGICO DI VIRGILIO, che testimonia prima il suo avvicinamento alla posizione politica di
Ottaviano e poi la sua adesione al regime augusteo.
Nell'Eneide sono presenti tutti i temi che stanno a fondamento del regime: il recupero del mos maiorum, il valore
della pietas connesso al recupero della religio, la vita intesa come dovere e missione al servizio della collettività, il
rifiuto della guerra come strumento per risolvere i conflitti.
Nasce così un poema epico atipico, LONTANO DAI CANONI TRADIZIONALI del genere, in sintonia con l'ideologia del
regime.
Il poema è formato da 12 libri, presenta una struttura molto articolata, nei primi 6 richiama l'Odissea ed il suo tema
del viaggio, nei secondi 6 libri si rifà all'Iliade.
Il protagonista è l'eroe troiano ENEA che giunge nel Lazio e dà l'input alla nascita di Roma e del popolo romano.
C'era il rischio che nascesse un poema dal carattere troppo "cortigiano" (Ottaviano celebrato come eroe-
protagonista), però attraverso la scelta di Enea come protagonista, Virgilio riuscì a consegnare ai posteri un'opera
simbolo di tutta la romanità, radicata nel contesto storico-culturale, ma capace di parlare al cuore e alla mente
dell'uomo di ogni tempo.
L’Eneide è stata considerata sempre un’OPERA CANONICA. Il poema ci è giunto incompleto ed inoltre, è nato in un
clima politico diverso rispetto a quelli in cui erano nate le Bucoliche e le Georgiche. Infatti nei primi anni della
composizione dell’opera Ottaviano diventa Augusto e instaura un potere assoluto.
L’opera sarebbe stata un poema epico-storico, che avrebbe celebrato il popolo romano, la gens Iulia e Ottaviano
Augusto. Il poeta aveva inizialmente pensato di scrivere un Augusteide in modo che diventasse l’opera più
significativa del regime e del poeta augusteo.
Tuttavia Virgilio mutò indirizzo e ideò un poema epico-mitico che dava largo spazio e un ruolo centrale alla figura di
Enea, ponendo in secondo piano gli eventi storici di Roma e la stessa figura del Principe.
Costruendo il suo poema in questo modo egli avrebbe ottenuto due risultati: da un lato, sfuggiva al rischio di fare un
opera “CORTIGIANA”, legata a doppio filo con la politica, e dall’altro evitava di affrontare il tema delle GUERRE
CIVILI. Virgilio aveva così la possibilità di proiettare in una dimensione mitica le vicende a lui contemporanee.
A questo punto sorge spontanea la domanda: perché Enea e non Romolo? Il vero pater patriae era stato Romolo e
non colui che arrivava da Troia.
Virgilio voleva collegare la figura dell’eroe delle origini di Roma, a quella dell’eroe di quel tempo, cioè Augusto.
Romolo non sarebbe stato adatto per questo ruolo perché egli aveva commesso un fratricidio. Quindi l’autore decide
di scegliere come eroe Enea, un uomo dotato di pietas e pronto anche al sacrificio di sé pur di eseguire la missione
affidatagli dagli dei.
Inoltre il ricordo del fratricidio di Romolo poteva richiamare alla memoria dei Romani le lotte civili tra Ottaviano e
Antonio.
Rievocando la fondazione di Roma, Ovidio arriva a modificare alcuni aspetti del mito e addirittura ad inventare un
nuovo personaggio, con la chiara intenzione di scagionare Romolo dal delitto di FRATRICIDIO, secondo la tradizione,
a lui attribuito. Il poeta racconta che, tracciato il solco che delimitava la nuova città, Romolo ne affida la custodia a
Celere; sarà lui, sotto ordine di Romolo, ad uccidere Remo quando questo aveva varcato il limite. In questo modo, il
ruolo di Romolo, è quello del Vir Romanus, forte ed intransigente, giustifica pienamente l’azione di Celere;
quest’ultimo, invece, piange in privato il fratello ucciso. Nei versi compare la parola PIETAS, celebre nel poema
virgiliano. Quindi Ovidio (non del tutto integrato nel sistema culturale augusteo) avverte l’esigenza di reintegrare la
figura del fondatore, mentre Virgilio (ben integrato nel circolo di Mecenate), messo in disparte Romolo, ha scelto
Enea come riferimento etico per il Principe.
L’opera non fu completata dall’autore che morì improvvisamente a Brindisi, di ritorno dalla Grecia che avrebbe
voluto distruggere. Fortunatamente, i suoi amici Vario e Tucca, pubblicarono il poema incompiuto ritenendolo un
capolavoro nonostante avessero avuto l’indicazione precisa di non farlo da Virgilio stesso.

LA STRUTTURA E LA TRAMA DELL’OPERA


Il I LIBRO ha inizio con una protasi e con la tradizionale invocazione alla MUSA ispiratrice. Subito dopo si entra
nell’argomento e comincia la DESCRIZIONE DEL VIAGGIO di Enea, non dall’inizio, ma dal momento in cui le sue navi
sono sorprese da una bufera scatenata da Eolo, il re dei venti, su richiesta di Giunone, nemica giurata dei Troiani.
Mentre le navi si rifugiano in Africa, Venere, madre di Enea, va a lamentarsi con Giove delle sofferenze a cui è
sottoposto il figlio. Così Mercurio e Venere appaiono ai Troiani e li introducono a Cartagine dove Enea trova i suoi
compagni e viene accolto dalla regina Didone che si innamora di lui.
Il II LIBRO è occupato interamente dalle vicende della CADUTA DI TROIA (dalla costruzione del cavallo di legno alla
partenza di Enea dalla patria), che Enea espone ai commensali su richiesta di Didone.
Nel III LIBRO continua il racconto di Enea che descrive la prima parte del suo viaggio, e quindi l’incontro con le
funeste Arpie, l’incontro con Andromaca e la morte del padre Anchise. Poi Enea salpa per l’Italia ma la bufera (di cui
si è detto nel primo libro) sbatte la flotta sul litorale africano. Il resto è noto a Didone.
Il IV LIBRO ha per protagonista DIDONE e la sua passione sempre più profonda per l’eroe troiano. La forza dell’amore
vince anche Enea e i due trascorrono insieme alcuni mesi, finché l’eroe viene richiamato dagli dei sulla via della sua
missione. Didone lo prega di restare ma senza risultati e così, mentre le navi di Enea si allontanano, si trafigge con
una spada lanciando maledizioni contro l’eroe e la sua discendenza.
Nel V LIBRO Enea riprende il viaggio, ma per via di una tempesta approda in Sicilia dove decide di celebrare
l’anniversario della MORTE DEL PADRE con cerimonie religiose e alcuni giochi. Dopo la descrizione di questi ultimi, il
racconto si focalizza sulle donne che, stanche dei lunghi viaggi, vorrebbero fermarsi in Sicilia e così danno fuoco alle
navi, su sollecitazione di Iride, mandata da Giunone, sempre ostile ai Troiani. Le navi però si salvano
miracolosamente grazie all’intervento di Ascanio e di una pioggia mandata da Giove. Dopo aver fondato la città di
Acesta (futura Segesta), Enea riparte per l’Italia.
Il VI LIBRO contiene lo sbarco a Cuma e la visita di Enea al tempio di Apollo per consultare la SIBILLA. L’eroe ottiene
la possibilità di scendere agli INFERI e interrogare sul suo destino il padre Anchise che gli indica i grandi personaggi
che costituiranno la grandezza di Roma, e oltre a lui incontra Didone e Orfeo. Questo è il momento in cui emerge il
carattere celebrativo dell’opera.
Il VII LIBRO descrive all’inizio il viaggio da Cuma fino alla foce del Tevere. Qui il re Latino offre in SPOSA ad Enea la
figlia Lavinia. Ma l’ira di Giunone sconvolge tutto e porta allo scontro il re dei Rùtuli, Turno e lo stesso re Latino
contro i Troiani.
L’VIII LIBRO è occupato dai PREPARATIVI DI GUERRA. Enea si reca dal vecchio re Evadro sul Paladino e da lui riceve
consigli e aiuti.
Nel IX LIBRO, mentre Enea si trova ancora presso Evandro, Turno attacca battaglia cogliendo di sorpresa gli avversari.
I Troiani in questa fase sono costretti sulla difensiva.
Il X LIBRO si apre con un concilio degli DEI sull’Olimpo. Intanto Enea, ritornando sul campo, accetta lo scontro con i
nemici. Turno uccide Pallante, figlio di Evandro.
Nel XI LIBRO Enea porta il corpo di Pallante dal padre Evandro e Turno si dichiara disponibile a un duello con Enea.
Il XII LIBRO è occupato dallo SCONTRO DI ENEA E TURNO, più volte differito dall’intervento di Iuturna, sorella di
Turno. Lo scontro fatale vede come sconfitto Turno, che chiede pietà ad Enea, ma viene ucciso senza esitazione.

LA PIETAS E IL NUOVO EROE


L’ENEIDE è il poema della PIETAS, elemento fondamentale della figura del suo eroe eponimo. Enea non somiglia
molto agli altri eroi dell’epica classica che mostrano una predilezione per la guerra e per la soluzione violenta di
qualsiasi questione. Enea appare l’unico tipo di eroe che poteva conciliarsi con i tempi in cui vive. Virgilio si vede
quasi “costretto” a costruire una figura di eroe che in qualche modo ribalti la logica tradizionale che da sempre aveva
mosso l’eroe epico. Egli dimostra chiara predilezione per valori più umani, come il rispetto per gli dei, per la famiglia,
per la patria, dinanzi al quale vanno sacrificati anche i sentimenti se occorre, come accade nelle vicende di Didone.
Nel personaggio di Enea c’è anche altro: la piena disponibilità a compiere la missione affidatagli dal destino, a
sottomettere i propri interessi. Così Enea ci appare come un ideale di uomo romano del tempo, che dovrebbe
tornare a sentirsi parte di un tutto, CIVIS all’interno della CIVITAS. Enea corre sicuramente dei rischi che riguardano
soprattutto il modo di porsi nei confronti degli altri personaggi, può far sorgere l’impressione di essere troppo freddo
ed impassibile.

IL DISTACCO DAI FATTI POLITICI CONTINGENTI


Virgilio, componendo un poema epico ispirato ad Augusto, correva il rischio di narrare eventi storici e fatti politici
contingenti.
Alla figura di Ottaviano Augusto si sovrappone quella del PIUS AENEAS, anche se l’immagine del Principe si legge
ugualmente in trasparenza.
Virgilio si sottrae al rischio di far poesia cortigiana e imbocca la strada della grande arte. Questa strada appare nel
libro VI, Anchise indica nell’Ade ad Enea il futuro di Roma. Gli elementi ideologici non vengono presentati come
l’urgenza di ciò che è contingente, ma proposti in una proiezione mitica e quindi metastorica, che li sottrae alla
cronaca e dona loro il timbro dell’evento inevitabile e fatale.
I VALORI E LA CONCEZIONE STOICA DELLA VITA
L’Eneide costituisce una summa dei valori della romanità tradizionale riproposti dalla propaganda del regime
augusteo. Nel poema sono presenti in maniera massiccia i principi morali e valori sociali come:

• PIETAS;
• Officium, il senso del dovere;
• Il tema della pax;
• Il valore della collettività;
• La celebrazione di Roma;
• Il rispetto della volontà degli dei.

Ne viene fuori un poema epico anomalo, se confrontato con il modello omerico. Enea appare un EROE ATIPICO,
molto problematico e pieno di dubbi. Egli non è proteso ad affermare la propria personalità bellicosa e vincente, ma
a subordinare i propri interessi a quelli del suo popolo. Enea non ama la lotta e uccide solo quando è necessitato o
provocato, a differenza di Achille nell’Iliade, che trova la sua massima espressione quando lotta con gli avversari.
Insomma, un antieroe, che sembra rompere con la tradizione epica. Per spiegare questi elementi di novità bisogna
guardare il contesto in cui si trovò ad operare il poeta mantovano. Nel 29 a.C (quando lui compose il poema) le
guerre civili si erano appena concluse ed Azio era una ferita ancora aperta nella mente dei Romani. Il Principe stava
tentando un processo di pacificazione nazionale e pertanto un poema che celebrasse la guerra e i suoi valori era
improponibile. Invece la figura dell'eroe era funzionale al progetto politico imperiale. L'EROE privilegiava valori come
la pace, la PIETAS, il senso della collettività, il rispetto della tradizione, una concezione della vita intesa come
missione al servizio degli altri.
Si trattava di collegare gli antiqui ac boni mores della romanità con la concezione della vita predicata dalla FILOSOFIA
STOICA, già introdotta a Roma da Panezio di Rodi, all'interno del circolo degli Scipioni, e poi riproposta dalla
propaganda augustea, in contrapposizione al pensiero epicureo (che aveva caratterizzato gran parte della cultura
dell'età delle guerre civili).
Un poema AUGUSTEO che però si sottrae al rischio della celebrazione encomiastica, sia perché l'adesione di Virgilio
al programma del Principe è sincera sia perché egli riesce anche a dare voce ai perdenti, calandosi nella loro parte.
Un esempio è il caso della regina di Cartagine (Didone) che è un personaggio nel quale si identifica il popolo
cartaginese, nemico storico di Roma

LE FONTI DEL POEMA


Nel momento in cui Virgilio sceglie il genere epico e decide di comporre l’Eneide, era consapevole di doversi rifare a
canoni di riferimento quasi obbligatori. Padre del genere è OMERO, e di fatti nell’organizzazione strutturale Virgilio si
rifà a lui, modellando i primi sei libri sull’Odissea e gli altri sei sull’Iliade. Ma Virgilio si rifà anche ad APOLLONIO
RODIO per quanto riguarda gli approfondimenti psicologici e l’erudizione mitologica.
Infatti il IV libro dell’Eneide, dove si parla della passione amorosa di Didone per Enea, richiama in maniera
abbastanza evidente la raffigurazione del personaggio di Medea, la fanciulla innamorata di Giasone nelle
Argonautiche di Apollonio Rodio.
Ma l’indagine sulle fonti utilizzate da Virgilio non si ferma solo a quelle greche, infatti egli tiene anche in grande
considerazione le opere e i poeti che a Roma avevano avuto un certo successo, come il Bellum Poenicum di NEVIO e
gli Annales di ENNIO che fornivano al poeta suggestioni sia di ordine letterario sia di tipo ideologico.

L’ENEIDE E L’IDEOLOGIA DEL REGIME


L’Eneide riflette chiaramente alcuni elementi ed idee-guida dell’ideologia del principato, come il tema della
tradizione delle origini e della grandezza dell’antica Roma, l’imprescindibile importanza del Mos Maiorum, un ideale
di vita intesa come officium, come missione al servizio della collettività, temi cari al princeps come la pietas e la
clementia. Per verificare l’affermarsi dell’ideale della vita intesa come officium, basta prendere in considerazione
certi atteggiamenti del Principe nella vita pubblica. Infine la pietas e la clementia, costituirono due valori che il
regime si impegnò a diffondere ampiamente nella Roma del tempo per sostenere il programma di pacificazione
nazionale che rischiava di rimanere solo teorico.
Il tema della grandezza di Roma e della sua gloriosa tradizione si lega con la celebrazione di Augusto. Enea
rappresenta il diretto progenitore di Ottaviano.
Nel poema virgiliano è presente in maniera preponderante anche l’ideale della vita intesa e vissuta come DOVERE e
MISSIONE AL SERVIZIO DEGLI ALTRI. Infatti Enea è costantemente orientato verso quella missione che gli è stata data
dagli dei, sacrificando anche i suoi sentimenti personali, proprio come un avrebbe fatto un cittadino dell’età
augustea.
Si tratta di un forte recupero della tradizionale concezione della vita impegnata dell'uomo romano, congiunta con
l'ideale di HUMANITAS. I valori della pietas e della clementia permeino di sé il protagonista del poema conferendo al
contempo notevole originalità all'opera all'interno del canone epico. Enea non sembra mai fare sfoggio di grande
virtù bellica, egli è vero, a volte costretto a imprese di forza e di valore, ma in realtà incline a graziare il nemico
sconfitto. Enea riflette l'atteggiamento antimilitaristico di Virgilio che odia la guerra e i lutti che essa comporta.

L’ENEIDE ALL’INTERNO DEL GENERE EPICO


Il personaggio di Enea non risponde esattamente ai requisiti di un eroe epico tradizionale, poiché egli appare
propenso alla RELIGIOSITÀ e al SENSO DEL DOVERE e alla PIETAS, piuttosto che all’azione e allo scontro militare col
nemico, risultando quasi troppo riflessivo e rassegnato di fronte al volere degli dei.
Per questo alcuni critici hanno addirittura negato a Virgilio la patente di poema epico, discreditando le sue capacità
artistiche, poiché il personaggio non è come quello richiesto dal genere secondo i canoni.
Ma in realtà Enea è un personaggio epico cosi come poteva essere pensato durante l’età augustea, ovvero un
personaggio-mito che incarna il senso del dovere e pronto a sfidare qualsiasi cosa per volere degli dei.
Enea è il simbolo di tutto un popolo e del suo PRINCEPS che non intendono sottrarsi alla missione storica assegnata
loro dal destino. Il senso del destino pervade tutto il poema e Virgilio sembra interrogarsi sul destino degli uomini e
sull’esistenza che spesso appare dolorosa e ingiusta. Gli eventi umani non appaiono più soggetti a forze cieche e
casuali, si fa strada un’idea di provvidenza che può dare un senso alla vita. Quest’idea non riesce a dare una risposta
esauriente ai perché dell’esistenza che tormentano l’animo del poeta. Ciò costituisce un elemento di primaria
importanza per chi voglia comprendere a fondo l’opera. All’individuazione di un piano provvidenziale, Virgilio arriva
mediante una lenta maturazione filosofica, che lo porta nel tempo a distaccarsi dalla dottrina di Epicureo per
approdare allo stoicismo.

LA SIMMETRIA STRUTTURALE DEL POEMA


Il poema virgiliano presenta, in misura anche maggiore rispetto alle Bucoliche e alle Georgiche, quella spiccata
tendenza verso la SIMMETRIA STRUTTURALE che costituisce uno dei principi più marcati del panorama letterario ed
artistico dell’età augustea.

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