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Parafrasi

[vv. 1-13] Acque limpide e fresche, d’acqua dolce come lo siete nella mia memoria, dove il suo bel corpo
pose Laura, colei che a me sembra l’unica degna di essere definita donna; nobile ramo, dove lei ebbe
piacere di (ne sospiro ancora al ricordo) appoggiare il bel fianco come si fa a una colonna; erba e fiori dove
la veste leggiadra ed elegante e l’angelico seno di Laura si distendevano; aria del cielo, serena, limpida e
resa sacra dalla presenza di Laura, dove Amore grazie agli occhi di lei mi aprì il cuore: ascoltate tutti le mie
dolorose ultime parole.

[vv. 14-26] Se il mio destino è questo, e il cielo vuole che tale sia la mia sorte, che Amore chiuda per sempre
le palpebre dei miei occhi mentre da esse sgorgano lacrime, una qualche grazia divina faccia in modo da far
seppellire il mio corpo tormentato qui fra di voi elementi naturali, e l’anima priva del corpo torni alla sede
celeste da cui proviene. La morte sarà per me così meno dolorosa, se potrò portar con me questa speranza
nel momento del passaggio misterioso che conduce all’aldilà: perché il mio spirito, ormai sfiancato, non
potrebbe mai rifugiarsi in un approdo più sereno (del cielo), né in una sepoltura più tranquilla (di quella in
questa valle) separarsi per sempre dalle mie ossa e dalla mia carne consumata.

[vv. 27-39] Verrà forse il giorno in cui in questo luogo già da lei visitato, tornerà Laura, come un magnifico e
docile animale dei boschi, e là verso il punto in cui mi scorse in quel giorno benedetto in cui io la incontrai,
volgerà lo sguardo serena e desiderosa, per vedere se ci sono: e, vista dolorosa!, riconoscendomi come già
parte della terra fra i sassi Amore le faccia nascere dentro un sospiro di languore così dolce da chiedere
pietà per me e convincere persino la giustizia divina, che la osserverà asciugarsi gli occhi in lacrime col bel
velo.

[vv. 40-52] Dai rigogliosi rami di questo luogo scendeva (pensiero dolce da ricordare) una pioggia soave di
fiori sopra il suo grembo; e lei stava seduta umile persino in un quadro che le infondeva così tanta gloria,
già ricoperta della nuvola di fiori suscitata da Amore. Un fiore si posava sul lembo della veste, uno sulle
trecce bionde, che quasi oro fino (il colore dei capelli) e perle (i fiori bianchi che le si posavano sopra);
sembravano quel giorno a vederle; uno per terra e uno sulle acque; uno volteggiando nell’aria trasportato
dalla brezza sembrava potesse essere capace per dire: “Qui regna Amore”.

[vv. 53-65] Quante volte dissi allora pieno di stupore a tale vista: “Questa donna deve sicuramente proviene
dal paradiso”. Mi avevano a tal punto fatto dimenticare di tutto il resto, il suo divino portamento, il volto, le
parole, il dolce sorriso, e tanto avevano trasportato la mia vista al di sopra della realtà del mondo, che io
sospirando ero capace di pronunciare le sole parole: “Come sono arrivato qui, e quando?”, credendo di
essere giunto in paradiso, e non là dov’ero. Da allora amo quest’erba verdeggiante al punto da non trovare
pace in nessun altro posto.

[vv. 66-68] Canzone, se tu fossi bella e ornata quanto ambisci ad essere per descrivere ciò di cui tu parli,
potresti impavida e senza vergogna uscire da questa valletta boscosa e andare fra la gente, a farti
conoscere ed ascoltare.

Schema metrico

Si tratta di una canzone di cinque stanze, ognuna delle quali composta di 13 versi (quattro endecasillabi e
nove settenari), con rime secondo lo schema abCabC cdeeDfF e un congedo con schema DfF.

Analisi e Commento

Il componimento Chiare, fresche et dolci acque fa parte del libro di liriche del Petrarca,
il Canzoniere (titolo originale: Rerum vulgarium fragmenta), raccolta di trecentosessantasei poesie che
raccontano la storia dell’amore del poeta per Laura e la decisione, dopo la morte di lei, di abbandonare le
illusioni mondane per cercare in Dio la fine degli affanni terreni e la salvezza.
La canzone 126 rappresenta il componimento più celebre della raccolta, la poesia di Petrarca più amata
da secoli di suoi lettori, in assoluto i versi più puri e tersi dell’intero Canzoniere. Altrettanto noto è
l’episodio che essa rievoca, del poeta che assiste per caso al bagno di Laura nelle acque del fiume Sorga.
Impossibile stabilire quanta parte di realtà biografica, e quanta invece di invenzione letteraria, siano
presenti nella vicenda ricordata: certo è però che il topos dell’amante che scorge l’amata fare il bagno
deriva dalla mitologia classica (Diana e Atteone, Aretusa e Alfeo). La visione si caratterizza per un
atteggiamento di sbigottita contemplazione da parte dell’io, dimentico del mondo esterno e come
trasognato, quasi sospeso nell’irrealtà («diviso/ da l’imagine vera»). L’indeterminatezza, la vaghezza delle
immagini, la malinconia pacata che le avvolge, rendono la rappresentazione incantevole e il testo
indimenticabile.

Chiare, fresche et dolci acque si muove sapientemente fra rievocazione del passato e immaginazione del
futuro. La prima strofa si incentra infatti sul ricordo di Laura immersa nell’acqua, circondata dagli elementi
naturali. Proprio questi sono gli interlocutori a cui ci si rivolge: a loro, soli testimoni del fatto raccontato, il
poeta chiede udienza per le sue parole. Il paesaggio si identifica armoniosamente con Laura, che ne è parte
e che conferisce significato ad esso: per mezzo di lei, della sua presenza, il ramo diventa gentile,
l’aere diventa sacro; viceversa, le parti del corpo di Laura si dissolvono nella natura, il bel fianco, l’angelico
seno diventano elementi della natura in mezzo agli altri. La seconda e la terza strofa, invece, si spostano sul
vagheggiamento di una possibilità futura, una vera e propria fantasticheria: che il poeta dopo la morte sia
sepolto sulle rive del fiume e che Laura, di passaggio per questo luogo, vedendo la tomba, apprenda della
morte di lui e ne abbia compassione. Nonostante questo componimento non risalga a una stagione senile, è
fortemente presente dunque un senso della morte incombente (anche le parole di v. 13 sono estreme) che
tinge la lirica di una sfumatura di sconforto, se non di disperazione. Nelle strofe successive, infine, si ritorna
al ricordo del passato: nella quarta, l’immagine di Laura coperta da una nuvola di fiori, che riprende la
Beatrice dantesca nel Paradiso terrestre (Purg. XXX), conferisce alla rievocazione toni favolosi, con i petali
che ondeggiano quasi per incanto, mossi da Amore; nella quinta, infine, a coronamento del trionfo laurano,
la donna amata è proiettata in una dimensione angelica e divina, creatura paradisiaca che dà al poeta
l’impressione di essere traslato in cielo.

Per ciò che riguarda gli aspetti stilistici, la lingua della poesia di Petrarca riflette in un certo senso le sue
immagini: stilizzate e quasi astratte queste, di conseguenza convenzionale e stereotipata
quella. Petrarca non avverte mai l’esigenza di conferire realismo per mezzo di un lessico preciso e concreto,
né quella di apportare originalità per mezzo di audacie linguistiche. Le sue scelte lessicali sono improntate a
criteri di rigorosa selezione: soltanto alcuni termini possono rientrare nel nobile vocabolario della poesia, e
questo aspetto spiega l’impressione di piattezza e ripetitività che, in contrapposizione all’esuberanza
stilistica di Dante, la lirica petrarchesca può suscitare.

Nella prima stanza della canzone, il poeta, che sente l’avvicinarsi della morte, si rivolge agli elementi del
paesaggio, che videro la presenza di Laura, affinché ascoltino le sue ultime parole. Egli vuole essere sepolto
in quel luogo, nei pressi del fiume Sorga, tra Avignone e Valchiusa, perché gli trasmette serenità e perché
coltiva la speranza che un giorno Laura possa tornarvi.
Laura lo cercherà invano e, vedendo la tomba, si commuoverà, a tal punto da ottenere da Dio clemenza per
il poeta.Laura viene immaginata nella sua bellezza futura e questa immagine di lei porta il poeta a ricordarla
nel passato: seduta sull’erba, con i fiori che scendono su tutto il suo corpo, la donna ricorda al poeta una
figura angelica, tanto da fargli credere di trovarsi in paradiso.

Tornado al presente, il poeta riesce a trovare pace solo in quei luoghi e, nel congedo, ammette con umiltà
che se la canzone fosse bella come lui aveva cercato di renderla, essa potrebbe uscire da quei luoghi per
diffondersi tra la gente.
Gli elementi del paesaggio descritto da Petrarca vanno a comporre il cosiddetto locus amoenus, cioè un
luogo naturale che dona serenità e piacere, tale non solo per la sua bellezza, ma soprattutto perché in
passato ha accolto Laura, che si è immersa nelle acque del Sorga, si è appoggiata a un albero, si è stesa tra
l’erba e i fiori.
Nel testo di Chiare, fresche et dolci acque sono presenti pronomi di prima persona singolare che
trasmettono l’idea che protagonista sia l’io poetico, che rivive il luogo e i ricordi a esso collegati dal suo
punto di vista, influenzato dall’amore appassionato e tormentato per la donna, che egli definisce una «fera
bella et mansueta» (v. 29).

Figure retoriche

Tra le figure retoriche che caratterizzano il componimento, segnaliamo:

 sinestesia: “chiare, fresche et dolci acque”

 apostrofe: “acque... ramo... erba e fior... aere... date udienza”

 anastrofe: le anastrofi sono numerosissime, es. “le belle membra / pose”, “il cor m’aperse”, “il
meschino / corpo fra voi ricopra”...

 enjambements: sono altrettanto numerosi (es. vv. 7-8, 27-28, 34-35...)

 perifrasi: “colei che sola a me par donna”

 anafore: “qual”

 metafore: diffuse sono in particolari le metafore tipiche dello Stilnovo (es. “il cor m’aperse”).

 personificazione: prima di Amore e, nel congedo, della canzone stessa.

 paronomasia: “pieta”-"pietre"

 Al v. 58 è presente un’enumerazione per polisindeto (e ‘l volto e le parole e ‘l dolce riso)

 I vv. 46-49 sono un esempio di similitudine (Qual fior cadea sul lembo, / qual su le treccie bionde, /
ch’oro forbito et perle / eran quel dí a vederle; si veda la parte relativa alla parafrasi).