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CARTESIO

Cartesio non vuole insegnare quanto imparato, ma piuttosto descrivere se stesso: per questo nel discorso
sul metodo parla in prima persona. Il suo problema emerge dal senso di disorientamento avvertito al
termine degli studi, infatti egli ritiene di non aver acquisito alcun criterio sicuro per distinguere il vero dal
falso. Il metodo che Cartesio cerca è nello stesso tempo teoretico e pratico: esso deve condurre a saper
distinguere il vero dal falso anche e soprattutto in vista dell'utilità e dei vantaggi che possono derivarne alla
vita umana. Quindi la filosofia
che ne risulterà dovrà essere non puramente speculativa ma anche pratica; essa dovrà consentire all’uomo
l'ideazione di congegni che gli facciano godere senza fatica dei frutti della terra e di altre comodità e dovrà
mirare alla conservazione della salute.
Il metodo deve essere quindi un criterio di orientamento unico e semplice che serva all'uomo in campo sia
teoretico sia pratico, e che abbia come fine ultimo il vantaggio dell'uomo nel mondo. La saggezza umana è
una sola quali che siano gli oggetti a cui si applica; ed è una sola perché uno è l'uomo nelle sue diverse
attività.
Le scienze matematiche sono già in possesso di un metodo efficace, che applichiamo normalmente.
Eppure prendere coscienza delle regole metodiche della matematica, astrarle da tale disciplina e formularle
in generale per poterle applicare a tutte le altre branche del sapere non è sufficiente. È necessario quindi
giustificare il metodo e la possibilità della sua applicazione universale, riportandolo al suo fondamento
ultimo, cioè all'uomo come soggetto pensante o ragione.
Quindi Cartesio cercherà di formulare le regole del metodo, fondare con una ricerca metafisica il valore
assoluto e universale del metodo e dimostrare la fecondità del metodo nei vari rami del sapere.

LE REGOLE
Cartesio commedia il suo metodo al discorso delle regole:
1 DELL’EVIDENZA = Intuizioni (=idee) chiare e distinte = senza alcuna mediazione.
Non accogliere nulla per vero che non sia evidente. Esso è un principio normativo - fondamentale (=tutto
deve convergere verso il chiaro e il distinto per raggiungere l'intuizione).
INTUIZIONE è il cogliere un concetto non dubbio della mente (= trasparenza tra ragione e contenuto
dell'atto intuitivo) e più certa della deduzione. L'intuizione è più chiara della distinzione. ATTO INTUITIVO =
l'atto della mente che ci fa arrivare all’evidenza è un atto che si autogiustifica e consiste nella mutua
trasparenza fra la ragione e il contenuto dell'atto intuitivo :così nascono le idee chiare e distinte, come le
nozioni matematiche.
CHIAREZZA = proprietà agli elementi geometrici.
2 DELL'ANALISI = Scomporre ogni problema preso in tante parti quante sono necessarie per risolvere i
problemi. Per Cartesio in ogni esperienza è necessaria la certezza, che si basa sull'evidenza, che si basa
sull'intuizione, che si basa sulla semplicità che richiede l'analisi.
3 DELLA SINTESI = La risoluzione degli elementi complessi in semplici non basta ;nella Scomposizione
viene a mancare il nesso e dall'analisi si passa alla sintesi (=si va dagli oggetti semplici ai complessi).
Serve a creare una catena di ragionamenti ;devo condurre con ordine i miei pensieri partendo dagli oggetti
semplici per ricreare l'ordine. Questo ordine non può non avere una corrispondenza con la realtà perché è
una necessità del nostro spirito.
4 DELL’ENUMERAZIONE = serve ad evitare la precipitazione. Enumerando tutti i passaggi consente di
controllarli e consiste nel ripercorrere il processo in entrambi sensi i percorsi che uniscono le cause e le
conseguenze per poter abbracciare con un solo sguardo tutti i pensieri. Essa controlla la completezza
dell'analisi, la revisione, invece, controlla la completezza della sintesi.

IL DUBBIO E IL COGITO
Le regole metodiche individuate da Cartesio non hanno in sé la propria giustificazione. Neppure il fatto che
la matematica se ne serva con successo le giustifica. Cartesio deve quindi tentare di giustificarle risalendo
alla loro radice: l'uomo come soggettività, o come ragione.

DAL DUBBIO METODICO, IL DUBBIO IPERBOLICO E IL COGITO


Trovare il fondamento di un metodo che deve essere la guida sicura della ricerca in tutte le scienze è
possibile, secondo Cartesio, solo operando una critica radicale di tutto il sapere già dato. Bisogna
sospendere l'assenso a ogni conoscenza comunemente accettata e applicare il cosiddetto dubbio
metodico, dubitando di tutto e considerando almeno provvisoriamente come falso tutto ciò su cui il dubbio è
possibile. Cartesio ritiene che nessun grado o forma di conoscenza si sottragga al dubbio: innanzitutto si
può dubitare delle conoscenze sensibili, sia perché i sensi qualche volta ci ingannano e perciò possono
ingannarci sempre, sia perché si hanno nei sogni impressioni o sensazioni simili a quelle che si hanno nella
veglia, senza che si possa trovare un sicuro criterio di distinzione tra le une e le altre.
L'idea che anche le certezze matematiche possono essere illusorie deriva a Cartesio dalla considerazione
che si può sempre supporre che siano stati creati da un genio maligno, cioè da una potenza malvagia che
cinga Anna facendoci apparire chiaro ed evidente ciò che è falso e assurdo. Le verità eterne, cioè le verità
logico matematiche, si rivelano dubbie e capaci di celare l'inganno. In tal modo il dubbio metodico si
estende a ogni cosa diventa universale: si giunge così al cosiddetto dubbio iperbolico. Ma proprio nel
carattere radicale di questo dubbio si intravede una prima certezza. Io posso ammettere di ingannarmi o di
essere ingannato in tutti i modi possibili, ma per ingannarmi o per essere ingannato io devo esistere, cioè
essere qualcosa e non nulla. La proposizione io esisto e dunque la sola assolutamente vera, perché il
dubbio stesso la conferma; infatti può dubitare solo chi esiste, secondo la formula della "penso, dunque
sono”: “cogito ergo Sum”.

LA NATURA DEL COGITO


L'espressione "io esisto" contiene una prima indicazione su ciò che sono io che esisto. Non posso dire di
esistere come corpo, giacché non so ancora nulla dell'esistenza dei corpi, intorno ai quali il mio dubbio
permane. Pertanto io non esisto se non come cosa che dubita, cioè come cosa che pensa. La certezza del
mio esistere concerne tutte le determinazioni del mio pensiero: il dubitare, l'affermazione, il negare. Le cose
pensate, immaginate, sentite eccetera possono, per quel che ne so, non essere reali; ma certamente sono
reali il mio pensare, il mio sentire. La proposizione "io esisto" equivale alla proposizione "io sono un
soggetto pensante", cioè spirito, intelletto o ragione. E la mia esistenza di soggetto pensante è certa come
non lo è l'esistenza di nessuna delle cose che penso. Può ben darsi che ciò che io percepisco non esista;
ma è impossibile che non esista io che penso di percepire quell’oggetto.

LA DISCUSSIONE INTORNO AL COGITO


I contemporanei di Cartesio, colpiti dalla scoperta del cogito, lo discutono ampiamente. Qualcuno, tra cui
Antoine Arnauld, vede nel ragionamento cartesiano un “circolo vizioso”, poiché, se il cogito ergo sum viene
accettato perché evidente, allora la regola dell’evidenza risulta anteriore allo stesso cogito e la pretesa di
giustificarla “in virtù” del cogito diventa illusoria. A questa obiezione Cartesio risponde affermando che
l'evidenza quale criterio di verità a fondarsi sulla certezza del cogito, intesa come autoevidenza
esistenziale che il soggetto ha di se stesso. L’io, infatti, è assolutamente certo di essere "una cosa che
pensa", perché percepisce come impossibile pensare di non essere una cosa che pensa. Di conseguenza,
ogni proposizione che riproduca la necessità logica di questa autoevidenza originaria risulta assolutamente
vera e indubitabile.
Invece, il filosofo inglese Thomas Hobbes ritiene che Cartesio abbia senz'altro avuto ragione nel dire che
l’io, in quanto pensa, esiste, ma torto nel pretendere di pronunciarsi su come l’io esiste, ovvero nel definirlo
uno spirito. Cartesio replica affermando che il pensiero, in quanto atto del pensare, esige un sostegno: se
c'è il pensiero, deve esserci una cosa o sostanza che sta sotto questa attività e che da esse è definita in
modo essenziale. Tale è la res cogitans, la sostanza o anima pensante chi è immateriale come il pensiero
di cui è soggetto e di cui costituisce l’essenza.

DIO COME GIUSTIFICAZIONE METAFISICA DELLE CERTEZZE UMANE


L'auto evidenza del cogito mi rende sicuro della mia esistenza in quanto soggetto pensante, ma lascia
ancora aperta la questione delle altre esistenze. Infatti, io sono un essere pensante che hai idee, dove per
“idea” si intende ogni oggetto o contenuto del pensiero. E sono sicuro del fatto che tali idee esistono nel mio
spirito, dal momento che esse, come atti del pensiero, fanno parte di me come soggetto pensante. Non
sono invece sicuro che a queste idee corrispondono a realtà effettive fuori di me.l'ipotesi del "genio
maligno" non è riuscita a scalfire l'evidenza della mia esistenza come sostanza che pensa, potrebbe essere
il frutto dell'inganno di una tale malevola divinità. Per superare anche questo ostacolo, Cartesio dovrà
dimostrare l'esistenza di Dio, e di un Dio buono, che, in quanto tale, non inganna l'uomo. La dimostrazione
del dell'esistenza di un Dio perfetto è buono ha dunque in Cartesio non tanto valore teologico, quanto
gnoseologico, poiché Dio costituisce il fondamento e la garanzia sia della verità di ciò che l'uomo conosce,
sia dell'esistenza del mondo esterno.

LE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO


Cartesio elabora le sue prove dell'esistenza di Dio con un procedimento a priori, cioè partendo dal Cocito, e
precisamente dall'analisi dei contenuti del pensiero. Infatti egli esamina le idee, cioè le rappresentazioni,
distinguendole, a seconda della loro origine, in tre categorie: quelle che mi sembrano presenti in me da
sempre (innate o “cose pensate”), quelle che mi sembrano estranee a me (avventizie o “cose naturali”),
quelle formate o trovate da me stesso (fattizie o “cose inventate”). Tutte le idee che io possiedo non
contengono nulla di così perfetto che non possa essere stato prodotto da me: questo vale sia per le idee
fattizie, sia per quelle avventizie. Ma non vale per l'idea di Dio, o meglio per l'idea di infinito: è difficile,
infatti, supporre che io, creatura finita e imperfetta, abbia potuto produrre da me l'idea di una "sostanza
infinita”, tale cioè da avere tutte le possibili perfezioni. Per Cartesio la causa di un'idea deve sempre avere
almeno tanta realtà quanta ne possiede l'idea stessa. Perciò la causa dell'idea di una sostanza infinita e
perfetta dovrà essere una sostanza infinita e perfetta effettivamente esistente.
Inoltre se sono in grado di riconoscermi come un essere infinito è imperfetto, è perché esiste un essere più
perfetto del mio. Infatti, se io fossi la causa di me stesso, mi sarei dato tutte le perfezioni che concepisco e
che sono appunto contenute nell'idea di Dio. È dunque evidente che non sono io il creatore di me stesso,
ma quel Dio come ente perfettissimo di cui possiedo l’idea. Infine non è possibile concepire Dio come
essere sovranamente perfetto senza ammettere la sua esistenza, perché l'esistenza è una delle sue
perfezioni necessarie.

LE CRITICHE ALLE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO


Vari filosofi criticarono arduamente le prove cartesiane sull’esistenza di Dio. Infatti Arnauld osservò come
l'argomentazione cartesiana su Dio finisce per essere un circolo vizioso, pretendendo di dimostrare
l'esistenza di Dio sulla base del criterio dell'evidenza, ma il tempo stesso garantendo l'evidenza grazie al
ricorso all'esistenza di un Dio che non inganna l’uomo.

DIO COME GARANTE DELL’EVIDENZA


Con la dimostrazione dell’esistenza di Dio, Cartesio giunge alla conferma definitiva del criterio
dell’evidenza. Infatti Dio, essendo perfetto, non può ingannare, e dunque la facoltà di giudizio, che ho
ricevuto da lui, non può essere tale da indurmi in errore, se viene adoperata correttamente. Questo significa
che tutto ciò che appare chiaro ed evidente deve essere vero , perché Dio lo garantisce come tale.

LA POSSIBILITÀ DELL’ERRORE
Anche se secondo la visione di Cartesio la verità della conoscenza è sempre garantita da Dio, a volte è
però possibile andare incontro all’errore. Esso dipende da due cause: l’intelletto e la volontà. L’intelletto
umano è limitato, a differenza di quello di Dio che è infinito. La volontà umana invece è libera e quindi assai
più estesa dell’intelletto. Essa consiste nella possibilità di fare o non fare, di affermare o negare, di ricercare
o fuggire, e può fare queste scelte sia rispetto alle cose che l’intelletto presenta in modo chiaro e distinto,
sia rispetto a quelle che non hanno chiarezza e distinzione sufficienti.
Nella possibilità di affermare o di negare ciò che l’intelletto non riesce a percepire chiaramente consiste la
possibilità dell’errore. A questo punto io potrò “indovinare” la verità, ma sarà per puro caso o potrò
affermare quello che non è vero, e in tal caso sarò senz’altro caduto in errore.
L’errore dipende dunque unicamente dal libero arbitrio che Dio ha dato all’uomo e si può evitare soltanto
attenendosi alle regole del metodo, e in primo luogo a quella dell’evidenza.

IL DUALISMO CARTESIANO
L’evidenza, garantita da Dio, consente a Cartesio di eliminare il dubbio sulla realtà delle cose corporee.
Tuttavia, secondo Cartesio, non possiamo affermare che i corpi possiedano realmente tutte le qualità che
noi “percepiamo”. Infatti il filosofo fa una distinzione, già stabilita in passato da Galilei, tra proprietà
oggettive e proprietà soggettive. La grandezza, la figura, il movimento, la situazione, la durata, il numero
(cioè tutte le determinazioni quantitative) sono qualità “reali” (oggettive) dei corpi; ma il colore, il sapore,
l’odore, il suono ecc. dipendono dalla percezione che ne ha il soggetto (perciò sono dette “soggettive”) e
non esistono come tali nella realtà corporea (si tratta di qualcosa che noi non conosciamo).
Ammettendo l’esistenza dei corpi, Cartesio secondo un rigoroso dualismo ontologico divide la realtà in
due zone distinte ed eterogenee:
a. la sostanza pensante (res cogitans), che è incorporea, inestesa, consapevole e libera;
b. la sostanza estesa (res extensa), che è corporea, spaziale, inconsapevole e meccanicamente
determinata.

Dopo aver tracciato questa divisione, Cartesio si trova di fronte al problema di spiegare il rapporto tra i due
tipi di sostanza, rendendo comprensibile, per quanto riguarda l’uomo, la relazione tra anima e corpo. Egli
pensa di risolvere la questione con la teoria della ghiandola pineale, che concepisce come la sola parte
del cervello che, non essendo doppia, può unificare le sensazioni che vengono dagli organi di senso (che
invece sono tutti doppi).

SPINOZA
LA FILOSOFIA COME CATARSI ESISTENZIALE E INTELLETTUALE
Nel 1661 Spinoza realizza il Trattato sull’emendazione dell'intelletto considerato dai critici il Discorso sul
metodo spinoziano.
In questo scritto Spinoza rivela una concezione della filosofia come via verso la salvezza esistenziale
(questo supera di gran lunga le preoccupazioni metodologiche e gnoseologiche di Cartesio)
Lo spinozismo nasce da una delusione di fondo nei confronti dei comuni valori della vita e si alimenta
alla ricerca di un bene vero, che sia in grado di dare un significato all’esistenza e di colmare la sete
umana di felicità.
Attraverso un’analisi dei beni materiali universalmente agognati dagli uomini (ricchezze, onori, piacere
dei sensi) Spinoza elenca i motivi per cui essi sono vani:
1. non appagano veramente l’animo ed i suoi bisogni profondi
2. sono transeunti ed esteriori
3. generano inquietudini ed inconvenienti

Grazie alla loro natura ingannevole - di cui l’uomo può avere consapevolezza solo grazie all’illuminazione
che lo spinge verso la filosofia - hanno la forza di incatenare la mente umana ostacolando la ricerca di
valori superiori.
Bisogna precisare però che Spinoza non vuole attaccare i beni comuni in quanto tali bensì in quanto
scambiati per il sommo bene, e dunque in quanto impedimenti al raggiungimento di esso; infatti
Spinoza condanna che i beni finiti vengano assolutizzati e trasformati da mezzi in fini.
Spinoza insegue un modello di bene tale da soddisfare appieno l’animo, e pur di ottenere questo è disposto
a lasciare il certo (beni materiali), per l’incerto (l’ipotetica perfezione ideale), poiché “l’amore per la cosa
eterna ed infinita riempie l’animo di pura letizia” ponendo l’uomo dinanzi ad una condizione di ricerca ed
amore dell’eterno e dell’infinito
Se per i filosofi cristiani “la cosa eterna ed infinita” coincide con la figura di Dio per Spinoza l’infinito e
l’eterno si identificano nel cosmo (panteismo) e la gioia suprema con “l’unione della mente con la
natura” in una ricerca terrena-comunitaria (non individualistica)

LA METAFISICA
Spinoza nell’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, un’enciclopedia delle scienze filosofiche,
tratta di vari problemi:metafisici, gnoseologici, antropologici, psicologici e morali. L’opera è divisa in 5 parti e
nella prima vi sono temi di ambito metafisico-teologico.

IL METODO GEOMETRICO
Spinoza segue il metodo geometrico, ovvero si ispira agli Elementi di Euclide per realizzare un
procedimento espositivo caratterizzato da definizioni, assiomi, proposizioni, dimostrazioni, corollari e scolii
(delucidazioni).
Ci sono diverse ipotesi sul perché Spinoza abbia scelto questo metodo per trattare questi temi:
1. Spinoza era fortemente influenzato dalla moda matematizzante dell’epoca che perseguiva
l’ideale di un sapere rigoroso ed universalmente valido
2. Spinoza era un ammiratore della matematica e nella trattazione geometrica una garanzia di
precisione, sinteticità espositiva e distacco emotivo nei confronti dell’argomento trattato
3. Spinoza era convinto che il reale costituisse una struttura necessaria e di tipo geometrico

IL CONCETTO DI SOSTANZA
Per dedurre il sistema del sapere metafisico Spinoza parte dal concetto di sostanza.
Cartesio insisteva sull’autonomia e l'autosussistenza della sostanza e, a differenza della tradizione
greco-medievale, non la riferiva più agli individui ma a Dio, inteso come realtà originaria ed autosufficiente.
Cartesio però aveva affiancato a Dio altre sostanze derivate, ovvero la res extensa e la res cogitans,
intese come due realtà in dipendenza con Dio.
Da qui nasceva una sorta di ambiguità: se da un lato la sostanza era definita come una cosa che per
esistere non ha bisogno che di se medesima, dall’altro lato comprendeva la realtà che per esistere ha
bisogno di Dio.
Spinoza intende per sostanza “ciò che è in sé e per sé si concepisce, vale a dire ciò che il cui concetto
non ha bisogno del concetto di un altra cosa da cui debba essere formato”
1. Con la prima parte Spinoza intende dire che la sostanza deve la propria esistenza
unicamente a se stessa ed è quindi autosussistente ed autosufficiente, quindi la sua
esistenza non dipende da altri
2. Con la seconda parte intende affermare che il concetto di sostanza non ha bisogno di altri
concetti per essere pensato
La sostanza è di conseguenza dotata di una totale autonomia ontologica e concettuale

LA PROPRIETÀ DELLA SOSTANZA E LA SUA UNICITÀ


Dalla definizione di sostanza come “ciò che è in sé e per sé si concepisce” Spinoza attribuisce ad essa
alcune proprietà:
1. increata, in quanto essendo causa di sé, cioè un ente, non ha bisogno di un altro ente per esistere
2. eterna, in quanto possiede l’esistenza che non deriva da altro
3. unica, in quanto in natura non si possono avere due o più sostanze della stessa natura
4. infinita, poiché, se fosse finita, dovrebbe essere limitata da un’altra sostanza di medesima natura la
quale dovrebbe esistere per svolgere questo compito
Questa sostanza quindi non può che essere Dio, della cui esistenza Spinoza è certo; come principio del
sapere Spinoza assume Dio.
A testimonianza dell’esistenza di Dio Spinoza utilizza le prove tradizionali:
1. pensare a Dio significa pensare ad una realtà che, avendo in sé la ragione d'essere, non può non
esistere (prova ontologica a priori)
2. poiché noi siamo causa della nostra esistenza deve esistere un ente necessario che sia la causa
degli essere contingenti (prova a posteriori)
Spinoza a differenza della tradizione afferma però che Dio ed il mondo sono la stessa sostanza. Dio non
è dunque esterno al mondo creato ma coincide con l’unica e infinita realtà, ovvero la Natura.
Se la Sostanza è unica allora questa può essere concepita come una circonferenza che accoglie tutto
dentro di sé. Nulla esiste al di fuori della Sostanza e le cose del mondo sono, per forza di cose, o la
Sostanza o una sua manifestazione in atto.
Spinoza anticipa così una forma di panteismo, che identificando Dio con la Natura, automaticamente
considera anche la Natura come increata, eterna, unica e infinita. è la chiave di volta sulla quale si
basa la filosofia spinoziana che a sua volta ha le sue radici nella concezione di unicità della Sostanza

GLI ATTRIBUTI E I MODI DELLA SOSTANZA


Per chiarire la natura del rapporto tra Dio e mondo, Spinoza utilizza i concetti di “attributo” e “modo”.

Gli attributi sono ciò che l’intelletto percepisce della Sostanza e dunque le qualità essenziali o
strutturali della Sostanza. Anche gli attributi sono infiniti essendo la Sostanza infinita
Tuttavia l’uomo conosce solo due degli infiniti attributi della Sostanza: l’estensione ed il pensiero (materia
e coscienza), i due ambiti della realtà di cui è partecipe. Spinoza ha condotto una deduzione logica per
arrivare a considerare l’infinità di attributi della Sostanza ma ora si deve scontrare con l’esperienza e
quindi dalla deduzione empirica riconosce la dualità degli attributi
Se la Sostanza è sempre la medesima in tutti i suoi infiniti attributi, perchè l’uomo ne scorge solo una
minima parte? Inserire all’interno della trattazione il concetto di deficienza mentale umana sarebbe una
scoglio “soggettivo” che rischia di stagliarsi rispetto all’assoluta “oggettività” dell’esposizione
spinoziana; per questo motivo questa resta una delle difficoltà dello spinozismo.
I modi di cui parla Spinoza, a differenza degli attributi sono proprietà essenziali della Sostanza, sono
modificazioni accidentali degli attributi della Sostanza. In altre parole sono le manifestazioni particolari
degli attributi. Si identificano quindi con i singoli corpi (modificazioni dell’estensione) e con le singole menti
e le loro idee (modificazioni del pensiero).
Spinoza divide i modi in:
1. I modi infiniti che seguono direttamente o indirettamente dagli attributi, ovvero sono proprietà
strutturali degli attributi stessi
2. I modi finiti sono invece esseri particolari (cioè “questo” corpo, singola modificazione
dell’estensione o “quella” idea, singola modificazione del pensiero) che all’interno delle rispettive serie dei
corpi e dei pensieri sono tra loro legati in una catena causale infinita.

NATURA NATURANTE E NATURA NATURATA


La Sostanza può essere paragonata ha un oceano infinito, gli attributi all'estensione dell'acqua, i modi
infiniti al movimento marino e i modi finiti alle onde. Si può fare quindi un confronto con la Sostanza che, al
contrario delle singole onde, rimane all'infinito, ma si specifica comunque nelle onde. La Sostanza è quindi
una realtà infinita ed eterna che si esprime in innumerevoli dimensioni e maniere. Per Spinoza tutto ciò
che esiste è attributo di Dio oppure è una modificazione interna dei suoi attributi e quindi la totalità è l'unità
di Tutto. Questo Tutto sono idee o corpi e cioè eventi presenti nel pensiero o nella materia. Dio per questo
è cosa che pensa e cosa eterna e di conseguenza pensiero e materia che “sostiene” le menti e i corpi.
Spinoza per questo distingue tra natura naturante, con cui si intende la natura vista come causa, ovvero
Dio e i suoi attributi, e natura naturata, con cui invece si intende la natura vista come effetto, ovvero
l'insieme dei modi. La natura quindi risulta contemporaneamente madre e figlia di sé stessa. Spinoza
afferma inoltre che Dio rispetto alle cose non è causa transitiva, cioè attività produttrice il cui prodotto esiste
fuori di essa, ma causa imminente, cioè attività produttrice il cui prodotto esiste in essa. Dio quindi non
crea cose diverse da sé ma si modifica esprimendosi in infiniti modi. Oltre che imminente la causalità
divina è anche libera perché Dio agisce seguendo le leggi della propria natura senza condizionamenti
esterni. Dio quindi è libero ma anche necessitato perché agisce seguendo le leggi del suo essere e della
sua perfezione.

DUE PROBLEMI DELLO SPINOZISMO


Ci si possono fare due domande partendo dall'Etica di Spinoza:
- Che cos'è la Sostanza?
- Che rapporti esistono tra la sostanza e i suoi modi?
(1) Alla prima domanda si può rispondere sapendo che il Dio-Natura di Spinoza è il sistema o la struttura
globale del Tutto e la natura quindi sistema che regola le cose secondo precise concatenazioni. Spinoza
quindi sostiene la considerazione della natura galileiana e la intende come il complesso di leggi universali
dell'essere, al contrario però la definisce con il linguaggio metafisico-teologico occidentale parlando quindi
di “sostanza”, “attributi” e “modi”.
(2) Alla seconda domanda invece si risponde considerando la definizione spinoziana di sostanza che non è
causa creante della metafisica cristiana ma neanche causa emanante della metafisica neoplatonica, E
invece un ordine cosmico (un teorema eterno) da cui le cose seguono in modo necessario. Per Spinoza
quindi l'ordine geometrico e la sostanza stessa delle cose e di conseguenza nell’universo nulla è mai
casuale.

CRITICA AL FINALISMO E AL DIO BIBLICO


Spinoza afferma che le cause finali non esistono né in natura né in Dio perché esse sono le finzioni
umane. L'esistenza di cause finali è dovuta ad un pregiudizio dell'intelletto umano perché gli uomini
credono di agire per un bene a cui desiderano arrivare grazie a dei mezzi preparati per loro da Dio.
Quest’ultimo però non crea le cose per l'uso degli uomini non gli fornisce infatti solo comodità ma anche
svantaggi, interpretati però dagli uomini come suoi sdegni per loro mancanza di rispetto nei suoi confronti.
Per Spinoza i maggiori limiti del finalismo sono: considerare ciò che in natura è causa come effetto e
viceversa e rendere imperfetto ciò che è perfetto (perfetto è l'effetto perché è prodotto direttamente da Dio,
imperfetto è ciò che ha bisogno di processi intermedi).
Spinoza è contrario alla visione di Dio come uomo superiore con una mente e una sensibilità simile alle
nostre e critica quindi la versione biblica di Dio definendola come frutto dell'immaginazione superstiziosa
degli uomini.

PENSIERO ED ESTENSIONE
Spinoza crede che pensiero ed estensione siano due realtà eterogenee e per questo non sono in grado di
influenzarsi l'un con l’altra. Hanno però una corrispondenza biunivoca in quanto il corpo è l'aspetto
esteriore della mente e di conseguenza la mente è l'aspetto interiore del corpo. Si viene quindi a creare un
nuovo modo filosofico di rappresentare i rapporti tra corpo e psiche chiamato parallelismo psico-fisico
che consiste appunto nel credere che pensiero ed estensione, pur non influenzandosi, siano in
corrispondenza tra loro grazie all’ordine unitario dell’essere. Questo parallelismo psico-fisico nasconde in
realtà un monismo metafisico che vede quindi i due come attributi di un'unica Sostanza.

ETICA
L'etica di Spinoza si divide in tre ambiti tematici: Dio (libro I), la mente che conosce (libro II), la libertà
dell'uomo dalle passioni (libri III, IV, V). Si apre quindi trattando di teologia o ontologia per poi parlare di
gnoseologia e infine affrontare il tema morale della virtù e della felicità.
Spinoza crede che l'uomo sia una manifestazione naturale come qualsiasi altra specie e sia sottoposto
quindi alle comuni leggi dell'Universo. Questo perché la Natura è sempre la stessa e non esiste una
creatura privilegiata. Le azioni umane infatti obbediscono a regole fisse e necessarie che possono essere
studiate matematicamente secondo lo schema del geometrismo morale che è lo studio delle emozioni e
delle passioni che Spinoza compie con matematica obiettività con la sicurezza che appunto le azioni umane
obbediscano come ogni altra cosa in Natura a regole fisse e precise. Non bisogna quindi giudicare le
passioni ma anzi comprendere le regole a cui esse obbediscono. Su queste basi Spinoza crea la
geometria delle emozioni imponendosi di individuare le leggi e le forze di base che definiscono le azioni
umane e di ricondurre la schiavitù umana alla potenza delle passioni e la libertà a quella dell'intelletto.

GLI AFFETTI PRIMARI


Spinoza definisce le emozioni e le passioni come affetti e cioè le affezioni del corpo che quest’ultimo può
controllare o meno. Si dividono in azioni, cioè gli affetti di cui siamo “causa adeguata”, che nascono in noi
da idee distinte e che possiamo dominare, e passioni, cioè gli affetti di cui non siamo “causa adeguata”, di
cui abbiamo un'idea confusa e che non possiamo controllare.
Spinoza crede che qualsiasi cosa tenda a restare nel proprio essere compiendo quindi uno sforzo di
autoconservazione che è il principio fondamentale che secondo l'autore regola il comportamento
dell'individuo. Questo sforzo si chiama Volontà, in riferimento alla Mente, Appetito, nel caso di Mente e
Corpo, e Cupidità (o Desiderio), quando si riferisce a Mente e Corpo ed è cosciente di sé. Gli affetti più
importanti, da cui derivano tutti gli effetti secondari, e cioè tutte le passioni umane, sono, in ordine, la
Cupidità, la Letizia, il passaggio da una perfezione minore a una maggiore, e la Tristezza, il passaggio da
una perfezione maggiore a una minore. Da questi tre derivano anche il bene, che è ciò che è fonte di
Letizia e giova allo sforzo di autoconservazione, e il male, che invece è Tristezza e va contro lo sforzo di
autoconservazione.
GLI AFFETTI SECONDARI
I due basilari effetti secondari, l'Amore e l'Odio, si creano dalla combinazione di Letizia e Tristezza
accompagnate dall'idea di una causa esterna. Spinoza riesce inoltre a ricavare tutti gli effetti secondari
mostrandone i meccanismi che li definiscono e distinguendoli nelle “Definizioni degli affetti” (libro III
dell'Etica).

LA SCHIAVITÙ E LA LIBERTÀ DELL’UOMO


Spinoza ritiene che la ricerca del proprio utile, quindi la costante ricerca della conservazione di se stessi,
sia qualcosa che accomuna tutti gli uomini, e provare a sottrarsi a questa legge andrebbe contro ogni
principio naturale. Per questo motivo appunto il filosofo arriva a sostenere che il libero arbitrio è solamente
un’illusione. Spinoza fa l’esempio di una pietra, che nel momento in cui viene spinta da una forza esterna,
crede di poter dirigere la propria traiettoria e scegliere quando cadere.
Spinoza si pone un problema: l’uomo quindi potrà mai raggiungere la libertà, senza però uscire da questo
determinismo (ovvero che tutto accade per una necessità secondo il principio di causalità)? In merito a
questo problema il filosofo compone due opere ovvero “la schiavitù umana, ossia la forza delle passioni” e
“la potenza dell’intelletto, ossia la libertà umana”.
Secondo Spinoza la schiavitù è “l’impotenza dell’uomo a moderare e a reprimere gli affetti”. Infatti l’uomo
dal momento che è condizionato dagli affetti, come la pietra da una forza esterna dell’esempio prima, non è
indipendente, e ma si trova nelle mani di qualcosa di più grande, in questo caso della fortuna. Quindi, se
l’uomo fosse governato solo dalla passione, non sarebbe mai un uomo libero, l’uomo però è governato
anche dalla ragione e grazie a questa invece che subire a tutte le forze esterne, riesce a porsi di fronte a
esse in modo consapevole. Infatti chi segue esclusivamente la passione non ha una piena conoscenza
della realtà. Quindi, per acquistare più libertà, non bisogna per forza evadere dal determinismo, ma è
necessario semplicemente essere consapevoli di questo meccanismo (determinismo), infatti Spinoza
sostiene che più si conosce un affetto, meno esso può dominarci.
A questo punto l’uomo può decidere di dirigersi in due direzioni: o agire per l’utile inconsapevolmente
(quindi quello che Spinoza chiama schiavitù delle passioni), oppure di agire per l’utile ma
consapevolmente (che Spinoza chiama libertà delle passioni e che coincide con la virtù) e quindi porsi
attivamente le forze esterne in modo da eliminare la loro parte dannosa.
Quando capiamo che tutto è necessario allora l’affetto che ci provoca diminuisce, per esempio quando
perdiamo qualcosa e siamo tristi, se pensiamo che non ci sarebbe stato alcun modo di non perderla, la
tristezza diminuisce.

LA VIRTÙ TRA RAGIONE ED EMOZIONE


La conoscenza adeguata è considerata il bene supremo, e questa conoscenza è definita da Spinoza come
“conoscenza di Dio” o “amore intellettuale di Dio” (Secondo il filosofo la conoscenza di Dio e anche amore
perché quando si comprende l’ordine necessario del mondo si prova un’emozione di gioia). Vi è quindi un
legame tra la ragione e l’emozione infatti, solo la ragione non è in grado di renderci liberi ma c’è bisogno
anche dell’emozione perché sono le emozioni positive, come la gioia, a far passare le emozioni negative,
come la tristezza. La virtù quindi non è l’eliminare completamente le emozioni, ma è superare quelle
negative per mezzo di quelle positive. Si arriva quindi a dire che la ragione deve farsi essa stessa
emozione. Spinoza, a differenza dei predecessori greci, percepisce l’uomo morale come uomo sociale e
non individualista, infatti ritiene che la ragione porti l’uomo ad avvicinarsi ai suoi simili, perseguendo un
utile collettivo.

LA GNOSEOLOGIA
Spinoza sostiene quindi che per liberarsi dalle passioni si debba conoscere il Dio-natura. Il processo
conoscitivo avviene in vari stadi e procede parallelamente al progresso morale. Il filosofo, Nel secondo
libro dell’etica, distingue tre generi della conoscenza:

IL PRIMO GENERE
La conoscenza di primo genere è intesa da Spinoza come una conoscenza pre-scientifica del mondo in
cui l’individuo utilizza l’immaginazione tramite idee confuse che non comprende. Proprio per questo motivo
il filosofo ritiene che questa conoscenza sia inadatta perché incompleta. Ciò che questa conoscenza
provoca è la schiavitù da parte dell’uomo dalle passioni, dal momento che si fa travolgere dalle emozioni.

IL SECONDO GENERE
La conoscenza di secondo genere è una conoscenza che si basa sulle “idee comuni” e deriva dalla
ragione. Queste idee comuni sono idee adeguate e descrivono le parti oggettive delle cose. Quindi questo
tipo di conoscenza può essere vista come la visione razionale del mondo. Inseguire questo tipo di
conoscenza comporta a condurre una vita secondo ragione o virtù.

IL TERZO GENERE
La conoscenza di terzo genere viene chiamata da Spinoza “scienza intuitiva” dal momento che si basa
sull’intelletto. Il fine di questa conoscenza è quello di concepire la realtà alla luce della sostanza, la scienza
intuitiva può essere identificata con la metafisica (la visione delle cose nel loro scaturire da Dio).
Questo tipo di conoscenza permette all’uomo di elevarsi dal punto di vista di Dio.
Secondo le prime due conoscenze, il mondo appare molteplice, temporale e imperfetto, mentre secondo
questa conoscenza, quella di terzo genere, il mondo appare unitario ed eterno.

L’AMORE INTELLETTUALE DI DIO


E secondo Spinoza:
● Dio è l’ordine geometrico dell’universo;
● l’amore intellettuale di Dio è la conoscenza di ogni cosa necessaria.
Il misticismo di Spinoza è una metafisica geometrizzante, dal momento che Dio non è altro che il
cogliere la sostanza ultima delle cose nella struttura matematica dell’universo.
Concludendo, la beatitudine morale si ottiene perseguendo il proprio utile in modo razionale.

LA POLITICA E LA RELIGIONE

LA TEORIA DELLO STATO


La teoria dello Stato di Spinoza si orienta verso il realismo politico, come espone nel trattato politico nel
trattato teologico-politico. Spinoza condivide la concezione Hobbesiana dello stato di natura e la teoria del
contratto (comune accordo) come passaggio allo stato civile e quindi l’instaurazione di un governo. In
questo tipo di Stato il diritto dell’individuo è limitato, ma non viene annullato il suo diritto naturale infatti, sia
allo stato naturale che in uno stato civile l’uomo agisce secondo le leggi della propria natura e ha come fine
il proprio utile. Per questo motivo l’individuo troverà dei vantaggi personali nello stato civile e si
sottometterà alle sue regole.
Per Spinoza però il diritto dello Stato non deve essere illimitato, perché anche lo Stato deve seguire delle
leggi della propria natura, infatti lo Stato si deve limitare ad agire secondo le leggi necessarie per essere
uno stato. Quindi lo Stato è sottomesso a delle leggi tanto quanto l’uomo perché entrambi hanno come fine
il proprio utile e l’autoconservazione.

LA FEDE COME OBBEDIENZA AL PRECETTO DELL’AMORE


Spinoza vede la fede come un atto pratico di obbedienza e non per forza come la credenza a dei dogmi,
ritiene che ciò che la Bibbia insegna sia semplicemente l’amore per il prossimo e non si è tenuti a credere
nient’altro che non sia necessario perseguire questo insegnamento. Il concepire la fede come obbedienza
annulla il conflitto tra ragione e fede.

LA LIBERTÀ DI PENSIERO
Dal momento che nessuna religione può imporre il proprio credo a un uomo, neanche lo Stato può privare
l’uomo di tutti i suoi diritti. Il diritto principale che ogni uomo deve avere e la libertà di pensiero. Infatti il fine
dello Stato dovrebbe essere quello di poter esercitare la libertà: nelle passioni, nella religione e nella
politica.