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IL PROGRAMMA ILLUMINISTICO

L’Illuminismo è un movimento culturale che nasce in Francia e si sviluppa nel XVIII secolo nei maggiori paesi europei.
Esso è caratterizzato da uno specifico modo di rapportarsi alla ragione: consiste nell'impegno di avvalersi della ragione in
modo “libero” e “pubblico” per migliorare il proprio vivere.
Secondo gli illuministi infatti l’uomo, pur possedendo l’intelletto, non ne ha fatto un giusto impiego nel passato, rimanendo
in una sorta di «minorità» che lo ha reso vittima di forze irrazionali, da cui deve assolutamente distaccarsi.
Il filosofo Kant alla domanda “che cos’è l’Illuminismo?” sostiene che sia l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità, minorità
che consiste nella mancanza di coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Il motto
dell’Illuminismo è infatti Sapere aude!, ovvero abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!
Per gli illuministi il “filosofo”, inteso come intellettuale, non è più il “sapiente” distaccato dalla vita e dedito alle speculazioni
metafisiche, bensì un uomo in mezzo agli altri uomini, che cerca di rendersi utile agli altri

ILLUMINISMO E BORGHESIA
L’Illuminismo è simbolo della rivoluzione sociale compiuta dalla borghesia, e non a caso i rappresentanti dell’Illuminismo
sono perlopiù borghesi.
Essa diventa infatti la classe “portatrice del progresso”, che vuole spezzare il legame con il passato e le antiche
consuetudini (istituzioni feudali e Chiesa).
Nasce inoltre un nuovo ideale di essere umano: l’Illuminismo si rispecchia nelle figure del “filosofo” e del “ mercante”, che
riunisce nel personaggio del “mercante-filosofo”, esplicitando così la tendenza a teorizzare modelli e valori di tipo
borghese.

ILLUMINISMO E RINASCIMENTO
L’Illuminismo può essere considerato come “secondo Rinascimento” poiché si configura come continuazione ideale del
Rinascimento. Come analogie vi sono per esempio la celebrazione dell’individuo, la difesa della sua dignità, il rifiuto di
sottomettere la ragione al principio di autorità, l’avversione per il Medioevo.
Con gli illuministi il programma rinascimentale subisce però una radicalizzazione. Per esempio l’umanesimo illuminista
risulta più accentuato: eliminando qualsiasi concezione religiosa, la intende unicamente come un riscatto operato
dall’uomo per l’uomo. Dio, nonostante non venga dichiarato inesistente, viene tuttavia relegato in una sfera che ha poco a
che fare con il mondo degli uomini (deismo). In questo modo l’uomo diventa l’unico artefice del proprio destino.
Inoltre l’Illuminismo accelera la laicizzazione della cultura sganciando la ragione da ogni fondamento trascendente.

ILLUMINISMO E RIVOLUZIONE SCIENTIFICA


La rivoluzione scientifica, per certi versi, può essere interpretata come il punto di partenza dell’Illuminismo.
Nel metodo scientifico gli illuministi riconoscono il modello del sapere, fondamentale per il progresso civile in quanto gli
illuministi credono nella realizzazione dell’uomo tramite un sapere vero e utile al tempo stesso. Con l’Illuminismo la
scienza raggiunge così il primo posto tra le attività conoscitive.
Da ciò nasce la costruzione di una scienza dell’uomo in grado di comprendere e dominare a proprio vantaggio i
meccanismi economici, politici e morali.

ILLUMINISMO, RAZIONALISMO ED EMPIRISMO


Il razionalismo nasce con Cartesio, che pone le basi dell’Illuminismo e dell’idea di un esercizio autonomo e spregiudicato
dell’intelletto. Rispetto al razionalismo l’Illuminismo è però caratterizzato da un’auto-limitazione della ragione nel campo
dell’esperienza: la ragione non può infatti fare a meno dell’esperienza, perché si nutre di essa e funziona solo all’interno
del suo orizzonte.
Pur essendo fortemente influenzato dall’empirismo, la ragione illuministica non è interpretata come un organo
onnipotente e assoluto: è una ragione operante all’interno dell’esperienza e volta ad approfondire ogni aspetto
dell’esistenza umana ai fini del progresso sociale.
Infatti molti illuministi riconoscono la funzione e il valore del sogno, dell’istinto e delle passioni. Uno dei risultati
fondamentali di questo approccio consiste nella scoperta del sentimento come categoria spirituale a sé, irriducibile sia
all’attività conoscitiva, sia all’attività pratica.

ILLUMINISMO E METAFISICA
Con gli illuministi si ha una critica delle grandi costruzioni metafisiche. Espressione di questa tendenza è la polemica
contro il “sistema” e lo “spirito di sistema”.
Al “sistema” e all’ideale deduttivo della scienza cartesiana, gli illuministi contrappongono l’ideale analitico della scienza
newtoniana, che consiste nell’ osservazione dei casi particolari e nella formulazione di princìpi generali sempre certificati
da nuove esperienze. Lo “spirito di sistema” viene così sostituito con l'esigenza sistematica, che consiste nello sforzo di
determinare quell’ordine e quella connessione strutturale delle conoscenze di cui l'Enciclopedia è testimonianza.
L’Illuminismo rinuncia inoltre a dibattere i problemi riguardanti l’essenza ultima del reale e le questioni relative alla
sostanza-spirito o alla sostanza-corpo poiché considerati irrilevanti ai fini di una conoscenza effettiva del mondo. Questo
non significa che tutto il discorso metafisico sia bandito, bensì l’Illuminismo si mantiene perlopiù entro una metafisica
deista, la quale non pretende di spiegare “l’essenza” degli esseri, ma ritiene almeno di poter dimostrare che alla base del
mondo c’è Dio.
Tuttavia Dio viene visto semplicemente come una forza che ordina il reale e a cui si accede attraverso la pura ragione.
Nei confronti degli uomini e del loro destino Dio è totalmente indifferente.
In sostanza l’Illuminismo svolge la funzione di diffondere per la prima volta nel mondo moderno una certa cautela critica
nei confronti dei sistemi ontologici tradizionali.

LA CRITICA ALLE RELIGIONI POSITIVE


L’Illuminismo ammette la possibilità della religione solo nella forma del deismo e appare fortemente polemico nei confronti
delle religioni positive.
L’ostilità dell’Illuminismo nei confronti delle religioni positive nasce da una serie di ragioni teoriche e pratiche strettamente
collegate:
● esso deriva da una mentalità razionalistica, che riconosce come unico criterio di verità la ragione e l’esperienza, e
non riconosce il concetto di “rivelazione”, reputando inoltre che i vari “dogmi” siano credenze anti-razionali.
● gli illuministi ritengono che le varie religioni della storia abbiano contribuito a tenere i popoli nell’ignoranza e nella
servitù, ostacolando il progresso scientifico, economico e sociale dell’umanità.
● gli illuministi sono convinti che «la ragione vuole la felicità» e reputano che la religione, «imbrogliando i popoli», li
abbia intristiti con il senso del peccato, della morte e del castigo, impedendo una “naturale” e armonica realizzazione del
loro essere mondano.

ATEISMO E DEISMO
Nella critica illuministica alla religione sono due i filoni principali:
Il deismo scinde tra ragione e superstizione, e giunge a una forma di religione naturale fondata su verità comuni a
tutti gli uomini, quali l’esistenza di Dio e i precetti morali riguardanti l’amore e il rispetto per i propri simili.
Per gli illuministi questa forma di religione risulta la sola capace di garantire sia l’ autonomia degli esseri umani che l’idea
dell’ esistenza di una mente superiore. Essa si contrappone quindi alle religioni “positive”, le quali presentano dogmi o
credenze inutili.
Il deismo scinde il razionale dall'irrazionale. La corrente atea ritiene che la religione sia un fenomeno irrazionale,
che scaturisce dal timore e dal disagio dell’uomo di fronte all’universo.
Anche Dio è visto come soltanto una falsa proiezione della mente, e dunque l’unica verità è da ricercarsi nel mondo reale,
ovvero nella natura.

L’IDEALE DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA


Sebbene la polemica degli illuministi contro le religioni abbia posto le premesse del fenomeno della persecuzione
religiosa, tuttavia l’obiettivo degli illuministi non era certo questo.
Deisti o atei, infatti, combatterono le religioni storiche sul piano delle idee e, in virtù dei concetti di “tolleranza” e di “Stato
laico”, difesero la possibilità di professare un qualsivoglia credo religioso.

IL RAPPORTO TRA ILLUMINISMO E STORIA


Con l’Illuminismo si ottiene la sostituzione del cristocentrismo storico con l’antropocentrismo, ovvero la concezione che
l’unico soggetto della storia sia l’ uomo. Dio cessa così di essere l’autore dell’universo storico, che viene attribuito soltanto
all’uomo.
Gli illuministi ritengono infatti che ogni teoria che fondi la storia su Dio e sulla Provvidenza sia una falsificazione della
reale condizione umana. Eventi come malattie e carestie sono mali che devono essere combattuti solo dagli individui e
dagli strumenti che l’intelligenza e la scienza mettono a loro disposizione.
La storia è dunque un’avventura dell’uomo e non la realizzazione di un piano divino; essa dipende dall’iniziativa dell’uomo
e non vede un esito prefissato da Dio.

IL PESSIMISMO STORICO DEGLI ILLUMINISTI


Secondo gli illuministi la storia nel passato è stata vissuta negativamente, diventando un teatro irrazionale di superstizioni
e violenze.
Perciò, alla mentalità giustificazionista della filosofia cristiana della storia l’Illuminismo contrappone una visuale
critico-polemica, basata sulla constatazione secondo cui «la ragione non conosce se stessa nella storia».
L’Illuminismo rappresenta una forma di pessimismo storico, in quanto nella storia vede qualcosa di negativo e la sede di
un processo di smarrimento da parte dell’uomo, e della sua essenza naturale e razionale. Da questa convinzione nasce
la critica al Medioevo, visto come l’età della barbarie e il modello negativo di ciò che l’umanità non deve mai più essere.
Simbolo del pessimismo storico degli illuministi è l’anti-tradizionalismo, secondo cui la patente di antichità di una
credenza, ovvero il fatto che sia stata accettata nei secoli, non è mai contrassegno di verità. Anzi, gli illuministi sono
convinti che l’appello alla tradizione sia stato uno dei tanti modi disonesti per giustificare credenze e modi di vita
irrazionali. Da ciò nasce l’attacco violento al principio generale di tradizione.

L’OTTIMISMO STORICO DEGLI ILLUMINISTI


Se nei confronti del passato l’Illuminismo ha un atteggiamento negativo, in rapporto al presente e al futuro tende invece
ad assumere un tono fiducioso: più è aggressiva la critica verso il passato, tanto più forte è l’impegno verso il presente e il
futuro.
Con l’Illuminismo la storia viene vista come un processo graduale di incivilimento, che da uno stato primitivo di esistenza
selvaggia giunge a uno stato di civiltà effettiva e in costante progresso.

Questa interpretazione del mondo storico trova espressione anche nella storiografia illuministica, che ha dovuto porsi il
problema di un’indagine storica fondata, facendo valere il principio del vaglio critico delle testimonianze tramandate, e del
rigetto di quelle “false” o "contraffatte".
Inoltre, nei confronti della storiografia tradizionale, incentrata prevalentemente sulla dimensione politica, diplomatica e
militare dei fatti, l’Illuminismo non considera solo gli eventi storici ma anche la vita economica, il progresso scientifico e
tecnico, la cultura letteraria e artistica ecc.
Infine essa ha elaborato un quadro storico “universale” del cammino della civiltà, impegnandosi a valutare le varie epoche
alla luce del contributo fornito all'incivilimento dell’uomo e al miglioramento delle sue condizioni di vita.

ILLUMINISMO E POLITICA
Inizialmente vi era una scarsa attenzione nei confronti della politica perché questa all’interno dello stato trovava pochi
stimoli e non aveva uno spazio adeguato. Successivamente però con la nascita di movimenti che si opponevano
all’assolutismo di Luigi 14, nacque un interesse generale nei confronti della politica e delle sue problematiche, si verifica
infatti un’esplosione della pubblicistica storica e filosofico-politica.

LA POLITICA A SERVIZIO DELL’UOMO E DELLA “PUBBLICA FELICITÀ”


Durante il periodo dell’illuminismo la politica viene introdotta come strumento al servizio dei diritti dell’uomo e all’uomo
stesso. Infatti si pensava che nel periodo precedente l'uomo si fosse un po’ estraniato, gli illuministi si erano posti così
l’obiettivo di riportarlo alla realtà con un cambiamento radicale della vita dal punto di vista economico, giuridico e
culturale. In questo periodo nacque inoltre il concetto di “diritti naturali”, derivante dalla filosofia greca e medioevale, ma a
differenza dei periodi precedenti, gli illuministi lo applicano ai fini della critica politica, facendolo diventare un’idea forte e
concreta. Uno di questi diritti è la felicità, intesa come situazione di pace in cui gli uomini soddisfano i propri bisogni
materiali e spirituali. Per poter raggiungere questa felicità, gli uomini devono liberarsi dei “mali”, per esempio della guerra,
inoltre devono lottare contro la miseria e tentare di raggiungere una fratellanza tra tutti gli individui, superando le barriere
nazionali (pubblica felicità).

LA BATTAGLIA PER I DIRITTI CIVILI E L’IDEA DELLO STATO “LAICO” E DI “DIRITTO”


Fra gli altri diritti vi sono i “diritti civili” ovvero uguaglianza, libertà e tolleranza.
Gli illuministi proclamano «l’uguaglianza degli uomini», cioè giudicano tutti gli uomini uguali per natura in quanto
accomunati dalla ragione. L’uguaglianza professata dagli illuministi, è quella dei diritti, che si identifica con la parità dei
cittadini di fronte alla legge e con la lotta contro i privilegi della nobiltà. A queste idee inizialmente gli illuministi non
affiancano l'uguaglianza democratica o sociale. Solo più avanti con Rousseau e la rivoluzione francese si avrà una
rivendicazione di uguaglianza politica e economica.
Un altro diritto è quello alla libertà intesa come libertà dall’invadenza del potere politico, ma anche a quella di professare
liberamente il proprio credo, d’espressione e di stampa, quindi caratterizzata dalla presenza della tolleranza, ripudiando
completamente ogni forma di fanatismo. Però questa libertà non comprende ancora l’essere soggetti delle decisioni
politiche, e non oggetti. Sarà invece Rousseau a comprendere questo concetto nel pensiero democratico. La tolleranza
professata dagli illuministi esige la presenza di uno stato che sia “laico” in cui tutte le religioni sono uguali di fronte alla
legge. A questa concezione di stato si aggiunge anche lo stato di “diritto” ovvero in cui non siano le persone a governare,
ma le leggi, in grado di garantire i diritti agli uomini.
Un’altro diritto professato dagli illuministi è quello della proprietà privata, come fondamento necessario per l’ordine
economico della società.

ROUSSEAU
IL DISCORSO SULLE SCIENZE E LE ARTI
Questo scritto, composto da Rousseau in occasione di un quesito posto dall'accademia di Digione (“se il progresso delle
scienze e delle arti abbia contribuito a corrompere o a purificare i costumi”), è formato da una prefazione e da due parti.
Nella prefazione Rousseau presenta il suo diritto di pensare in modo autonomo (libertà di pensiero).
Nella prima parte presenta la sua tesi, ovvero quella per cui le scienze e le arti abbiano contribuito a corrompere i
costumi, in quanto secondo lui rappresentavano solamente degli ornamenti non necessari che servivano solo ad abbellire
la realtà delle cose. Inoltre portavano gli uomini ad apparire e non ad essere seguendo comportamenti non naturali. Vi è
quindi un’antitesi tra natura e civiltà: condanna della cultura in nome della natura.
Nella seconda parte introduce il pensiero secondo cui le scienze non siano nate dalle virtù degli uomini, ma dai vizi
(superstizione, ambizione, avarizia, curiosità) e queste abbiano contribuito alla perdita delle virtù e alla disuguaglianza
sociale.
Rousseau inoltre espone questo suo ragionamento non solo in rapporto alla storia contemporanea, ma in rapporto
all’intera civiltà umana. Successivamente però le tesi di Rousseau vennero criticate, in particolare dal re Stanislao di
Polonia, il quale riteneva che a corrompere i costumi non fossero le scienze e le arti, ma le ricchezze. Così il filosofo si
vide costretto a rivedere il suo pensiero. Questo cambiamento risulta evidente del secondo discorso (discorso sull’origine
della disuguaglianza).

IL DISCORSO SULL'ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA


L’accademia di Digione pubblica un altro quesito, ovvero “qual è l’origine della disuguaglianza tra gli uomini, e se sia
autorizzato dalla legge naturale”. In merito Rousseau scrive il discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra
gli uomini. Egli sostiene che per poter conoscere l’origine della disuguaglianza bisogna conoscere innanzitutto l’uomo, per
fare ciò utilizza il metodo ipotetico e afferma infatti che non bisogna vedere le sue ricerche come delle verità storiche.
Nella scrittura Rousseau utilizza un procedimento logico-filosofico ribadendo che lo stato di natura non esiste più. Inoltre
egli non condivide il modello del Giusnaturalismo in quanto questa dottrina aveva descritto l’uomo naturale come uomo
civilizzato. Per spiegare in cosa consiste e lo stato di natura e come sia avvenuto il passaggio uomo uomo civilizzato e
non più naturale, il filosofo divide il discorso in due parti: la prima contiene la descrizione dell’uomo in natura, mentre la
seconda la descrizione di come è diventato durante la storia.

L’UOMO NELLO STATO DI NATURA


Rousseau ritiene che l’uomo naturale non coincida con l’uomo selvaggio anche se comunque quest’ultimo può essere
considerato più vicino all’uomo naturale rispetto a quello contemporaneo. A differenziare l’uomo primitivo (naturale) dagli
altri, è l’equilibrio presente tra i suoi bisogni e quello che ha a disposizione, infatti egli possiede tutto ciò che desidera in
quanto desidera solo ciò che possiede. Per questo motivo l’uomo naturale vive in un eterno presente senza fare progetti
per il futuro. Quest’uomo non può essere considerato né buono né cattivo dal momento che è in uno stato di innocenza.
Gli unici due principi innati che possiede sono l’amore di sé (diverso dall’amor proprio), e la pietà, inoltre ogni individuo
allo stato di natura basta a se stesso. Per questo motivo Rousseau rappresenta l’uomo naturale come senza
occupazione, linguaggio, domicilio, guerra e legami. Ciò che ha spinto l’uomo a cambiare la sua condizione, nonostante
avesse tutto il necessario, sono due facoltà che possiede, ovvero la libertà e la perfettibilità.

DALLO STATO DI NATURA ALLA SOCIETÀ CIVILE E POLITICA


Nella seconda parte del discorso rousseau descrive le cause del passaggio dell’uomo dallo stato di natura allo stato
civile e quindi da una condizione di uguaglianza, ad uno di disuguaglianza. Egli sostiene le sue tesi con un esperimento
mentale immaginando quali potessero essere state le condizioni perchè avvenisse questo passaggio. arriva la
conclusione che il motivo per cui l’uomo abbia preso la direzione del progresso sia stato perché la natura non sempre
provvedeva c’è bisogni, per esempio gli alberi erano troppo alti per essere raggiunti, gli animali erano troppo feroci, le
estati troppo calde…, così gli uomini cominciarono a sviluppare un linguaggio e un impegno reciproco. Successivamente
con la prima rivoluzione si riunirono in associazioni, e il progresso divenne più rapido. Cominciarono però anche a
nascere dei sentimenti negativi e delle disuguaglianze, nonostante ciò però vi era ancora un equilibrio tra natura e civiltà.
In seguito venne introdotta la proprietà privata e così ci fu una prima grande divisione tra gli uomini, tra coloro che erano
ricchi e coloro che erano poveri, i quali si ritrovarono in una guerra permanente. Venne poi stabilito un patto Sul piano
giuridico-politico tra essi, che secondo Rousseau era stato proposto dai ricchi, in quanto erano coloro che possedevano e
che quindi rischiavano maggiormente. Questo patto e può essere considerato come una sorta di legalizzazione del
sopruso e dello sfruttamento, che in poche parole è lo Stato. Quindi si può notare come lo Stato abbia sancito il
decadimento degli uomini: stabilendo il diritto di proprietà ha creato una distinzione tra ricchi e poveri; istituendo la
magistratura ha creato una distinzione tra potenti e deboli; trasformando il potere legittimo in arbitrario ha creato una
distinzione tra padrone e schiavo.
Inoltre nell’ultima parte del discorso risponde al quesito “se la disuguaglianza sia autorizzata dalla legge naturale“ e
afferma che la disuguaglianza è contraria al diritto naturale quando non risulta in proporzione con la disuguaglianza fisica
(esempio: un bambino non comanderà mai un vecchio).
POLEMICA CON I PHILOSOPHES
Rousseau venne accusato di voler riportare l'uomo al suo stato primitivo e per questo fu spesso in contrasto con i filosofi
illuministi. L'apice di questa pubblica rottura avvenne nel 1758 quando Rousseau con la Lettera a d'Alembert sugli
spettacoli si dissociò polemicamente dagli illuministi. Secondo alcuni studiosi quindi Rousseau non appartiene
all’illuminismo ma piuttosto al periodo di transizione tra questo e il Romanticismo. Secondo la maggioranza invece egli
appartiene al ‘700. Quest’incomprensione è dovuta al fatto che Rousseau riprende molti aspetti dell'Illuminismo, come per
esempio l'atteggiamento critico e riformatore nei confronti della società, la razionalizzazione del mondo, la difesa della
religione naturale e l'importanza dell'educazione. Non si può quindi sostenere che Rousseau sia contro la filosofia mentre
gli illuministi siano per essa poiché quella che il primo combatte è solo una “falsa” filosofia e cioè una forma di riflessione
fondata sulla natura e sulle sue esigenze, Rousseau inoltre rielabora i temi dell'illuminismo e il suo discorso politico è
molto più radicale. Nonostante questo però il pensiero di Rousseau è molto simile a quello illuministico infatti trova anche
lui nel compito della ragione la trasformazione del mondo e la considera come lo strumento privilegiato per il
superamento e la vittoria sui mali. Nella sua polemica contro la ragione egli critica quest'ultima che tende ad annullare gli
istinti e le passioni sostituendovi un qualcosa di artificiale. Rousseau vede quindi la ragione come ideale di ordine ed
equilibrio di tutti gli aspetti e gli atteggiamenti dell'uomo.

FRATTURA O CONTINUITÀ TRA VECCHIE E NUOVE OPERE


Nelle opere di Rousseau si può notare una grande differenza tra la parte critica del filosofo, rappresentata nel secondo
Discorso, e la parte più propositiva e costruttiva, che si ritrova invece nell’Emilio e nel Contratto. Nelle sue opere
Rousseau difende la sostanziale unità delle opere sostenendo sempre la possibilità di una conciliazione tra natura e
storia secondo un contrasto tra pessimismo storico e ottimismo naturalistico e teologico. Rousseau crede inoltre che
l'uomo possa riscattarsi da sé in quanto essendo l'unico artefice del proprio male è anche l'unico salvatore di sé stesso e
può quindi preoccuparsi anche della propria salvezza. Secondo Rousseau la politica è la soluzione al problema del male
nel mondo poiché tutto dipende da essa e nessun popolo sarà mai altro rispetto a ciò che il suo governo vuole che esso
sia.

NUOVA ELOISA
Nella Nuova Eloisa Rousseau afferma la santità del vincolo familiare che è fondato sulla libera scelta degli istinti naturali e
qui racconta di due giovani amanti il cui amore è impedito dalla volontà dei parenti e dalle convenienze sociali.

CONTRATTO SOCIALE
Rousseau propone una rifondazione etico-politica della società che vede l'uomo come cittadino vivente nella dimensione
artificiale dell'io comune.

LA STRUTTURA DEL PATTO


Rousseau respinge ogni azione che ha come scopo quello di fondare un'autorità politica sul diritto divino o sulla forza
considerandola illegittima. Ispirandosi al contrattualismo egli sostiene che non esiste autorità senza un consenso pattuito
ma, a differenza dei teorici contrattualisti, ritiene illegittima ogni applicazione alla libertà poiché rinunciare ad essa
significa rifiutare la propria qualità di uomo. Per Rousseau l'ordine sociale non è un ordine naturale ma convenzionale
poiché si crea quando lo “stato di natura” si trasforma in “stato di guerra”.
Grazie al contratto sociale Rousseau riesce a trovare un’associazione che difenda e protegga la persona e i suoi beni e
che faccia in modo che quest'ultima non debba obbedire ad essa. In cambio di sé stesso ogni individuo riceve il titolo di
membro o parte indivisibile del tutto generando così un corpo morale e collettivo. Si crea quindi una società
etico-politica in cui ogni individuo non è sottomesso ad una volontà superiore ma ad una comune obbedendo così a se
stesso. La conseguenza di questa società è il patto autonomo e cioè quello che ogni individuo fa con sé stesso. Lo
scopo del contratto sociale quindi è la salvaguardia della sicurezza perché tutela la persona e i suoi beni. Garantisce
quindi la libertà, poiché ognuno obbedisce a sé stesso, e l'uguaglianza, in quanto i cittadini si obbligano tutti sotto le
stesse condizioni.
Quella formata da tutte le persone viene chiamata “repubblica” o “corpo politico”, questo è detto “Stato” se è passivo,
“corpo sovrano” se è attivo e “potenza” in relazione agli altri corpi politici. Rousseau quindi teorizza la democrazia
dove il popolo è sovrano e dove la volontà del corpo politico è la volontà generale perché mira solo all'interesse comune.
Essa è retta, poiché vuole sempre il bene, infallibile, in quanto non sbaglia mai, giusta, poiché tende sempre
all'uguaglianza, e indistruttibile, perché prevale sulle volontà particolari.

SOVRANITÀ E GOVERNO
Secondo Rousseau il compito della sovranità è l'esercizio della volontà generale. La sovranità è assoluta, poiché guida
tutti coloro che sono commessa e non è limitata da alcuna legge fondamentale, inalienabile, poiché rinunciare alla
sovranità è come rinunciare a essere uomo, e indivisibile, poiché non si può avere una divisione dei poteri. Il compito
della sovranità è emanare le leggi e il governo ha come obiettivo quello esecutivo. Rousseau distingue tre forme di
governo: la democrazia, dove il popolo ha il potere grazie al corpo sovrano, l'aristocrazia, che restringe il potere in una
minoranza del popolo, e la monarchia, che invece lo concentra in un'unica persona. Rousseau predilige l'aristocrazia
elettiva anche se ritiene che ognuna di queste forme di governo sia adatta ad una particolare situazione.

LIBERTÀ PER ROUSSEAU


La libertà di cui parla Rousseau è la libertà civile e cioè una volontaria sottomissione alla legge grazie alla quale
l'individuo smette di essere un animale per diventare un uomo. Libertà per Rousseau quindi non significa libero arbitrio
ma spontanea adesione alla legge che costituisce la chiave per la libertà. Rousseau quindi si allontana dai liberali
poiché egli non ritiene che la libertà degli individui non sia dallo Stato ma nello Stato e come Stato. Vi è però
un'ambiguità nel pensiero di Rousseau che ha due conclusioni: il filosofo può sembrare un teorico della democrazia,
poiché egli sostiene che la sovranità risiede nel popolo, e un fautore della democrazia totalitaria, per la celebrazione
della volontà generale e la prevalenza del noi sull'io.

UGUAGLIANZA E PROPRIETÀ
Rousseau sostiene che l'altro maggiore bene della società, oltre alla libertà, sia l’uguaglianza. Si oppone così ai
giusnaturalisti affermando che in natura non esiste la proprietà di diritto ma esclusivamente il possesso di fatto. Solo
grazie ai patti i beni diventano proprietà tutelata dalla legge che è però subordinata al bene comune e contenuta in certi
limiti.

KANTONE :)

L’ITER FILOSOFICO DI KANT


Fin da giovane Kant si avvicina alla filosofia naturalistica dell’illuminismo ispirata a Newton. Questa filosofia, con il suo
ideale di una descrizione dei fenomeni, gli prospetta l’esigenza di una metafisica che si costituisca in base agli stessi
criteri limitativi e che si avvicina al metodo della ragione fondamentale. Inoltre le analisi degli empiristi inglesi lo inducono
a delineare la metafisica come scienza limitativa e negativa, per poi evolvere il proprio punto di vista critico degli ultimi
anni della sua vita a tutti gli ambiti della vita umana.

LE BASI DEL CRITICISMO NELLA DISSERTAZIONE DEL 1770


Grazie alla dissertazione “La forma e i principi del mondo sensibile e intelligibile” (1770) Kant camicia a stabilire la
distinzione tra conoscenza sensibile e conoscenza intellettuale: la prima, che è data dalla ricettività del soggetto, ha per
oggetto il fenomeno (cioè la cosa che appare all’oggetto che la conosce); mentre la seconda, che è una facoltà attiva del
soggetto, ha per oggetto la cosa così come essa è (cioè come noumeno).
Nella conoscenza sensibile si deve distinguere: la materia (cioè l’oggetto della sensazione) e la forma (cioè la legge che
ordina la materia sensibile.
La forma della conoscenza sensibile è costituita dallo spazio e dal tempo, i quali non derivano dalla sensibilità. I due sono
intuizioni “pure”, poiché precedono ogni conoscenza sensibile e sono indipendenti da essa. Perciò esse non sono realtà
oggettive, ma condizioni soggettive e necessarie alla mente umana per ordinare i dati sensibili.
Inoltre la conoscenza sensibile si distingue a sua volta in “apparenza” e in “esperienza”. Quest’ultima, infatti, consiste per
Kant nel confronto operato dall’intelletto tra una molteplicità di apparenze, e per tanto è una forma di apparenza riflessa.
Invece, per quanto riguarda la conoscenza intellettuale, Kant ritiene che essa abbia la possibilità di cogliere le cose uti
sunt, ossia come sono nel loro ordine intellegibile, a differenza della sensibilità, che le percepisce uti apparent, ossia
come appaiono.

IL CRITICISMO COME “FILOSOFIA DEL LIMITE”


Il pensiero di Kant è detto criticismo perché, a differenza del dogmatismo, fa della critica il perfetto strumento della
filosofia. Infatti per Kant “criticare” significa interrogarsi programmaticamente sul fondamento di determinate esperienze
umane, chiarendone: la possibilità (le condizioni che ne permettono l’esistenza), la validità (i titoli di legittimità che ne
permettono l’esistenza) e i limiti (i confini di validità). Nell’istanza critica di Kant risulta quindi centrale l’aspetto del limite,
in virtù del quale il criticismo si configura come un’autentica filosofia del limite, ovvero come un’interpretazione
dell’esistenza volta a riconoscere il carattere finito e condizionato delle varie possibilità esistenziali. Tuttavia questa
filosofia del finito non equivale a una forma di scetticismo, dal momento che tracciare il limite di un’esperienza significa
nel contempo garantirne la validità.

IL PROBLEMA GENERALE
La Critica della ragion pura è sostanzialmente un’analisi critica dei fondamenti del sapere, in particolare sulla scienza e la
metafisica. Agli occhi di Kant la scienza e la metafisica si presentavano in modo diverso. La prima appariva come un
sapere fondato e in continuo progresso, mentre la seconda, con il suo voler procedere oltre l’esperienza e con il suo
fornire le soluzioni più disparate, non sembrava affatto aver trovato il cammino sicuro della scienza. Però Kant respinge lo
scetticismo scientifico di Hume, ritenendo che il valore della scienza sia ormai un dato di fatto di cui non ha senso
dubitare; ne condivide invece lo scetticismo metafisico.
La ricerca Kantiana sui fondamenti del sapere assume dunque la forma concreta di un’indagine rivolta alla matematica,
alla fisica e alla metafisica. Tuttavia, nel caso della metafisica si tratta in realtà di scoprire “se” esistano condizioni tali che
possano legittimare le sue pretese di porsi come scienza.

I GIUDIZI A PRIORI
Per rispondere all’ultima domanda della Critica, ovvero “se la metafisica sia possibile”, Kant deve partire dall’analisi di
quelle discipline la cui scientificità è indubitabile. Una volta individuato il fondamento della scientificità della matematica e
della fisica, sarà infatti possibile verificare se esso fondi la metafisica.
Il punto di partenza della riflessione gnoseologica kantiana è lo scetticismo radicale di Hume. Inoltre Kant intende
mostrare che la conoscenza umana può essere universale e necessaria, ma al tempo stesso feconda. Per questo motivo
egli apre la Critica della ragion pura su un’ipotesi che risulta convalida dall’esistenza di “giudizi sintetici a priori”. Infatti
Kant è convinto che la conoscenza umana offra il tipico esempio di principi assoluti, cioè di verità universali necessarie,
che valgono ovunque e sempre allo stesso modo. Questi pilastri, come “Tutto ciò che accade ha una causa”, Kant li
denomina giudizi sintetici a priori”: giudizi perché connettono un predicato con un soggetto, sintetici perché il predicato
dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, a priori perché non possono arrivare dall’esperienza.
Dal punto di vista di Kant, i giudizi fondamentali della scienza non sono né giudizi analitici a priori, né giudizi sintetici a
posteriori.
I primi sono giudizi che vengono enunciati a priori senza bisogno di ricorrere all’esperienza, in quanto in essi il predicato
non fa che esplicitare quanto è già implicitamente contenuto nel soggetto. I secondi sono giudizi in cui il predicato dice
qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, aggiungendosi o sintetizzandosi a quest’ultimo in virtù dell’esperienza, cioè a
posteriori.

I principi della scienza, invece, secondo Kant ,sono al tempo stesso “sintetici” e “a priori” e quindi irriducibili ai giudizi
analitici a priori (poiché richiamano la concezione razionalistica della scienza) e a quelli sintetici a posteriori (in quanto
richiamano all’interpretazione empiristica). Kant ritiene contro il razionalismo che la scienza derivi dall’esperienza, ma
ritiene anche contro l’empirismo che alla base dell’esperienza vi siano dei principi inderivabili dall’esperienza stessa.
Infatti si può sintetizzare la concezione kantiana della scienza con la formula:
SCIENZA= ESPERIENZA PRINCIPI SINTETICI A PRIORI
Da questo punto di vista, l’errore di Hume, secondo Kant, è stato quello di non cogliere la differenza tra i giudizi sintetici e
il principio di casualità “ogni evento ha una causa”, che altro non è che un giudizio sintetico a priori. A differenza dello
scienziato humiano, quello kantiano è certo a priori di verità come “il calore dilata i metalli”, anche se per sapere quali
siano le cause che producono gli eventi o che cosa vi sia nello spazio e nel tempo ha bisogno di ricorre alla testimonianza
dell’esperienza.

LA “RIVOLUZIONE COPERNICANA”
Dopo aver messo in luce il dato di fatto che il sapere poggia su giudizi sintetici a priori, Kant si trova di fronte al problema
di spiegare la provenienza di questi ultimi. Infatti, se non derivano dall’esperienza, da dove provengono i giudizi sintetici a
priori? Kant risponde articolando la sua ipotesi gnoseologica di fondo ed elaborando una nuova teoria della conoscenza
(ovvero al molteplicità caotica delle impressioni sensibili), intesa come sintesi di materia e forma (l’insieme delle modalità
fisse attraverso cui la mente umana ordina), ossia di un elemento a posteriori e un elemento a priori. Kant ritiene che la
mente filtri i dati empirici attraverso forme che le sono innate e che risultano comuni a tutti i soggetti pensanti (infatti tutti
le possiedono e le applicano allo stesso modo). Questo modo nuovo di interfacciarmi ai problemi della conoscenza
comporta quella rivoluzione copernicana che Kant si vantò di aver operato in filosofia. Così come Copernico aveva
ribaltato i rapporti tra lo spettatore e le stelle, allo stesso modo Kant ribalta i rapporti tra soggetto e oggetto , affermando
che non è la mente che si modella in modo passivo sulla realtà ma la realtà che si modella sulle forme a priori attraverso
cui la percepiamo. Ciò comporta anche la distinzione kantiana tra: fenomeno (cioè la realtà quale ci appare tramite le
forme a priori) e la cosa in sé (ovvero la realtà considerata indipendente da noi e dalle forme a priori)

LIBERTÀ - EDUCAZIONE CIVICA - COSTITUZIONE

L'art 2 della nostra Costituzione recita i diritti inviolabili del cittadino e pone come primo la libertà, l'articolo 3 invece
afferma il principio dell'uguaglianza. Questi due articoli sono legati in quanto il nucleo fondamentale della nostra
Costituzione è appunto la libertà e l'uguaglianza di tutti i cittadini. Nella storia si è sempre pensato che gli individui
dovessero essere tra loro differenti però aspetto, professione, condizione sociale e anche davanti alla legge. Il concetto di
uguaglianza quindi si è fermato solo successivamente con la rivoluzione francese e si è poi affermato con il pensiero
democratico dell'800.
La costituzione italiana elenca una serie di libertà inviolabili di cui gode ogni cittadino: libertà personale, libertà di
circolazione, libertà di pensiero, parola e stampa, libertà religiosa, libertà e segretezza della corrispondenza, diritto di
associazione e inviolabilità del domicilio. Per quanto riguarda la libertà religiosa, l'art 19 riconosce ad ogni individuo il
diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, che questa sia individuale o associata, purché non vada contro
al buon costume, tutelando così non solo il singolo ma anche l'intera comunità di fedeli. L'art 7 stabilisce i rapporti tra lo
Stato italiano e la Chiesa cattolica che sono e devono essere regolati dai Patti Lateranensi stipulati l’11 febbraio del 1929.
L'articolo successivo, l’art 8, afferma che le religioni sono tutte ugualmente libere davanti alla legge poiché lo Stato
italiano è uno Stato laico e non confessionale. La costituzione italiana quindi riconosce ad ogni religione la possibilità di
organizzarsi secondo le proprie regole, purché queste non siano in contrasto con le norme giuridiche italiane.