Sei sulla pagina 1di 7

LA MUSICA

La musica è l'arte e la scienza dell'organizzazione dei suoni, dei rumori e dei silenzi nel corso del
tempo e nello spazio.
Si tratta di arte in quanto complesso di norme pratiche adatte a conseguire determinati effetti sonori,
che riescono ad esprimere l'interiorità dell'individuo che produce la musica e dell'ascoltatore; si
tratta di scienza in quanto studio della nascita, dell'evoluzione e dell'analisi dell'intima struttura
della musica.
La musica può risultare uno strumento molto positivo e utile nei confronti della persona.
Storicamente l’uomo si accorse ben presto di come la musica potesse influire sul suo animo. Il
potere della musica venne colto immediatamente : basta pensare alle danze tribali con ritmi
ossessivi , le musiche religiose per momenti di raccoglimento, le musiche ritmiche esaltatrici e le
marce militari per creare euforia.
La musica incide sul livello psicologico, essa agisce sull’energia che a sua volta incide sull’uomo.
Si ascolta musica per rilassarsi, per aiutare a pensare, per celebrare qualcosa e anche per piangere e
sfogarsi.
Le risposte emotive alla musica sono molto utili alla letteratura , alla poesia e al cinema.
Infatti molti sono stati gli autori che hanno utilizzato la musica, il ritmo e il suono come mezzo per
suscitare emozioni.

DIVINA COMMEDIA
Lungo tutta la Commedia, Dante si dimostra esperto della musica a lui contemporanea, e utilizza
metafore e simbologie musicali in modo coerente e continuo per parlare dell’argomento centrale del
suo poema: l’amore di Dio. La Divina Commedia è un cammino spirituale che dal peccato giunge
alla redenzione; anche l’arte dei suoni compie questo percorso. I rumori infernali vengono purificati
dalla melodia e dall’armonia per giungere alla polifonia del Paradiso in cui le anime allietano con i
loro canti Dante e Virgilio.

Nell’Inferno Dante conosce il male attraverso il paesaggio sonoro che lo circonda: gli strazianti
lamenti dei dannati infondono nel poeta sentimenti di sofferenza e paura.
Nel Purgatorio, la musica ha un valore di rinascita e purificazione delle anime che devono ritrovare
l’armonia del proprio essere. Il canto gregoriano è il simbolo di tale rinascita: cantare
all’unisono(come nella tradizione gregoriana) richiede la disciplina di adattare il proprio respiro a
quello degli altri, di «intonarsi» con le altre voci creando spazio per loro nel proprio cuore e nella
propria persona.
Il Paradiso è il regno della polifonia. L’Italia di quel tempo vantava una tradizione orale a
differenza delle scuole parigine in cui comparivano già i primi scritti di musica polifonica. Nella
polifonia le voci eseguono liberamente le diverse linee melodiche ma secondo un ritmo ordinato. I
canti, purificati dalla grazia delle anime, divengono simbolo di sublime bellezza.
Nel Paradiso il canto si unisce alla danza e alla luce, nuovo simbolo di armonia. Le parole sono
superflue; cadono i legami tra le parole e il canto. Si giunge alla perfezione di una musica
incomprensibile all’orecchio umano, la musica della Santa Trinità. Dante sa che le metafore per
descrivere la Trinità sono inadeguate ma il poeta indica la musica come l’unica arte che possa
esprimere il mistero dell’amore eterno e divino.
Nel dodicesimo canto del Paradiso, Dante, benché quasi sopraffatto dalla musica sovrana di questo
cielo, non può non tentare di fare intendere al lettore una così grande bellezza. Però egli, deve
constatare l’insufficienza dei mezzi umani ad esprimere le cose del cielo: qualsiasi paragone preso
dal mondo noto agli uomini si rivela infatti inadeguato alla visione che lo rapisce.
San Tommaso ha appena concluso la sua invettiva contro i domenicani degeneri, che la corona di
anime riprende il suo moto in cerchio, e un’altra corona intanto si dispone intorno alla prima.
Concentriche e perfettamente concordi nel tempo del movimento e del canto, dolcissimo oltre ogni
esperienza di armonia terrena, le due ruote di spiriti beati rievocano l’immagine di un doppio
arcobaleno. La danza, il cantare all’unisono, il gioioso corrispondersi fra loro delle luci, simbolo di
vicendevole carità creano tutti insieme un meraviglioso spettacolo, che d’un tratto si placa unanime
e concorde così come era cominciato. Uno degli spiriti della seconda corona afferma che l’ardore di
carità lo induce a parlare dell’altro campione della Chiesa, San Domenico. Costui nacque in
Spagna, in un villaggio della Castiglia. Sua madre, prima del parto, fu visitata da sogni premonitori
che anticiparono l’opera apostolica del figlio: per questo lo chiamò Domenico cioè “appartenente a
Dio”.
Chi parla è Bonaventura da Bagnoregio, che fu generale dell’ordine dei francescani, cardinale,
teologo insigne, il più famoso rappresentante della corrente agostiniana del XIII secolo.

ITALIANO
Il legame tra musica e letteratura ha particolare importanza con l’affermazione della
corrente artistico-letteraria del Decadentismo(sviluppatosi in Europa a partire dalla seconda metà
dell’ottocento), i poeti e gli scrittori si sentono estranei da un
mondo che considerano materialista. Essi avvertono un senso di decadenza morale della
loro epoca e ne colpevolizzano lo sviluppo di quegli anni; sostenendo che solo l'intuizione,
la sensibilità ed il sentimento, possano farli penetrare nei misteri della vita e farli distaccare
dal materialismo. Per questo la loro poesia è libera leggera, carica di significato e
simbologie. La musica assume un ruolo di enorme importanza nel Decadentismo e ambisce a
diventare l'arte per eccellenza, sintesi di tutte le altre forme artistiche. Uno dei maggiori esponeti di
questo movimento è Gabriele D’Annunzio.
La vita e le opere di D’Annunzio sono intrise di musica; non c’è stato studioso dello scrittore
pescarese che abbia potuto evitare di parlare di lui ignorando o trascurando i suoi numerosi interessi
musicali. Come poeta, D’Annunzio ebbe un rapporto privilegiato con le arti, ma la musica occupò
efficacemente la sua fantasia fin dagli anni dell’infanzia. Egli studio musica con il maestro Odoardo
Chiti assieme al musicista pescarese Vittorio Pepe, suo amico.
Sono innumerevoli i riferimenti musicali in ogni scritto dannunziano: il suo Trionfo della morte fu
ideato e strutturato come una partitura musicale e numerose pagine del Notturno sembrano
divagazioni musicali in stile debussiano.
La "musicalità" è uno dei tratti fondamentali dello stile letterario di D'Annunzio, infatti egli mette in
luce una presenza articolata e continua della musica nella sua vicenda umana e artistica.
Una poesia dell’autore nella quale si può vedere come il mondo sonoro entra in contatto con la
poesia è LA PIOGGIA NEL PINETO.
Il poeta e la donna Ermione, stanno passeggiando in una pineta in riva al mare quando vengono
sorpresi dallo scoppio di un temporale estivo. La coppia si inoltra nel bosco e, in una sorta di
magica metamorfosi, si trasformano pian piano essi stessi in elementi vegetali, parte della natura
che li circonda.
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade


su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere


sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

La poesia ha un’evidente struttura musicale. Grazie al suo straordinario virtuosismo


verbale, D’Annunzio mira a trasformare la parola in musica
Ma la partitura musicale della lirica vuole essere a sua volta una riproduzione, o la traduzione in
linguaggio umano di un’altra musica, quella composta dalla pioggia.
Le quattro strofe della poesia sono organizzate come i movimenti di una sinfonia. La prima strofa
inizia con un breve preludio (vv.1-7), che segna il passaggio dai discorsi "umani" tra il poeta e la
donna, alle "parole" della natura. Vi è poi la proposizione generale del tema musicale: la caduta
della pioggia sulle varie presenze della natura vegetale. In questo movimento si propone il tema
panico dell'identificazione del soggetto umano con la vita vegetale, dove le presenze umane
figurano come un semplice elemento alla pari con gli altri. La seconda strofa riprende la tematica
della pioggia, specificandola musicalmente: il poeta distingue nella sinfonia generale della pioggia
il suono diverso delle gocce a seconda delle foglie più o meno rade, potremmo dire la voce diversa
dei singoli strumenti nel "pieno" dell'orchestra. Nella partitura musicale, a quest'ultima si unisce
anche uno strumento solista, la voce delle cicale, con cui "dialoga". Al termine, si ha la ripresa del
motivo panico: il poeta e la donna sono viventi di "arborea vita", il volto della donna è molle di
pioggia come una foglia, i capelli profumato come ginestre; Ermione è una creatura "terrestre", che
scaturisce dalla terra come la vegetazione. Nella terza strofa allo strumento delle cicale giunge in
contrapposizione una canto dal timbro più roco: quello delle rane. Il motivo panico è presente anche
alla chiusura di questa strofa: le ciglia di Ermione si collocano alla pari rispetto alle varie foglie su
cui scroscia la pioggia. Nell'ultima strofa si sviluppa pienamente il motivo panico che nelle
precedenti era solo accennato: la donna è quasi
"virente", come una creatura vegetale, e sembra uscire dalla scorza degli alberi, come le
ninfe antiche.
Nella lirica si intrecciano i temi della metamorfosi (l’uomo e la donna si fondono gradualmente con
lo spirito stesso del bosco) e della musicalità, grazie alla forza evocatrice della parola poetica.
Il lessico è semplice, ma costellato di termini ricercati e di registro alto (tamerici, mirti), anche per
l’uso particolare degli aggettivi (salmastre ed arse, scagliosi e irti, divini, fulgenti di fiori accolti,
folti di coccole aulenti). Sul piano stilistico, l’attenzione dei lettori converge sulle forme della
poesia. Il poeta ha saputo tradurre il quadro vitalistico della natura toccata dalla pioggia servendosi
di vari elementi:
 Un ritmo ora veloce ora lento;
 Onomatopee
 Una sintassi piana con brevi proposizioni
 Consonanze(es: l, a riprodurre la musica dello scroscio di pioggia).

LATINO
Nella letteratura latina uno degli esempi ricollegabile alla musica è una favola di Fedro: l’asino e la lira.
La lira è uno strumento musicale a corde, composto da una cassa armonica alla quale sono attaccati due
bracci verticali, uniti da una trasversa. Le corde, in numero variabile secondo i modelli, sono tese tra la cassa
armonica e la traversa. Per la mitologia greca l'inventore della lira fu Hermes. Un giorno il dio trovò
all'interno della grotta una tartaruga. Dopo averla uccisa, prese il carapace, e tese al suo interno sette corde di
budello di pecora, costruendo così la prima lira. Hermes la regalò poi ad Apollo, e questi al figlio Orfeo. In
epoca classica, la lira era in effetti associata alle virtù apollinee di moderazione ed equilibrio, in
contrapposizione al flauto, legato a Dioniso e che rappresentava estasi e celebrazione.

FEDRO, ASINUS AD LYRAM, (Appendix Perottina, 12)


Asinus ad lyram.
Asinus iacentem vidit in prato lyram.
Accessit et temptavit chordas ungula;
sonuere tactae. «Bella res, sed, mehercules,
male cessit» inquit «artis quia sum nescius.
Si repperisset aliquis hanc prudentior,
divinis aures oblectasset cantibus».
Sic seape ingenia calamitate intercidunt.

L’Asino e la Lira
Vide una lira in mezzo al prato, un asino,
e ne tentò le corde con lo zoccolo.
Risuonarono al tocco. «Oh! Che bellezza!
Ma, perdio, è cascata proprio male,
ché di quest’arte non capisco proprio nulla!
Se l’avesse trovata uno più esperto,
blandirebbe gli orecchi con la musica!
Così, spesso la sfortuna uccide l’ingegno.

• Narra Fedro (Favole, appendice,XI) che un asino trovò una lira abbandonata in un prato, e
incuriosito andò a toccarne le corde. Dopo averne tratto suoni disarmonici, l'asino commentò: “Un
bello strumento, ma è capitato male, perché io non m'intendo di musica”.
• Il detto si ricollega a uno dei più antichi e diffusi proverbi greci, e va ricordato che l'asino era
simbolicamente l'animale contrapposto ad Apollo, e quindi all'armonia delle sfere celesti.

L’unica opera di Fedro è costituita da un corpus di 93 favole in senari giambici, suddivise in cinque
libri. Le ridotte dimensioni del secondo e del quinto libro fanno pensare che una parte delle favole
siano andate perdute. L’esistenza di una raccolta più ampia è confermata dalla cosiddetta Appendix
Perottina, un codice manoscritto scoperto nel XV secolo da Niccolò Perotti e contenente altre 32
favole fedriane. Le sue favole, per lo più di breve estensione, si presentano nella forma
dell’apologo, cioè del racconto allegorico che cela un significato morale e intende suggerire al
lettore una particolare visione della realtà.
La maggior parte delle favole hanno per protagonisti (secondo uso ripreso dal greco Esopo) animali
parlanti. Dal punto di vista linguistico, Fedro adotta una forma espressiva semplice e colloquiale,
ma nonostante ciò non priva di certa eleganza.

Potrebbero piacerti anche