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Alfy one love

 Vittorio Alfieri incarna l’immagine preromantica dell’intellettuale


ribelle, tragicamente destinato alla solitudine e
all’incomprensione dei contemporanei.
Alfieri per tutta la vita ha cercato di essere libero, una libertà non
tanto politica quanto personale perché ritiene che non ci sia un
vero e proprio governo ideale ma l’individuo è sempre in lotta
con qualcuno o con una forza che lo vincola, lo sottomette e
quindi qualunque forma di governo rappresenta uno
soffocamento della libertà individuale.
Questa consapevolezza emerge nell’opera “Vita” scritta dal
poeta: costretto dalla famiglia a seguire la carriera militare, si
iscrisse all’Accademia e ne conservò dei brutti ricordi proprio
perché il suo ideale di libertà si scontrava con situazioni che ne
ostacolavano la realizzazione. L’autore, in questa opera, afferma
che la conflittualità si manifesta non solo tra l’individuo e il
mondo esterno ma anche all’interno del personaggio stesso;
Alfieri infatti avverte in sé una parte che vuole fare grandi cose,
che aspira a desideri di gloria e affermazione e un’altra che era
governata maggiormente dalla ragione. Da queste convinzioni
egli sviluppa la tematica del titanismo: il titano è un gigante che
si dovette scontrare con una forza superiore. Una lotta impari
dalla quale il titano ne esce sconfitto. Allo stesso modo
l‘individuo romantico sa che la sua lotta verso la società nella
quale non è inserito positivamente è destinata al fallimento ma
non rinuncia comunque a ribellarsi. Queste considerazioni sono
espresse nel teatro alfieriano.
Per esprimere questo concetto egli scelse la tragedia, un genere
fino ad allora non molto affermato in Italia, perché gli sembrava
una occasione per raggiungere la fama e per appagare il desiderio
di gloria. Una scelta congeniale per mettere in scena un individuo
sempre costretto a combattere con una forza superior; un
atteggiamento che Alfieri notava in se stesso e che
rappresentava in scena nei personaggi della sua opera. Questo
tema a lui caro infatti è presente anche nelle sue due grandi
tragedie: “Mirra” e “Saul”. La prima tratta di una ragazza
segretamente innamorata del padre. Scoprirà questo sentimento
con molta sofferenza e lo affermerà solo in punto di morte.
Sentimento che impedì il suo matrimonio e che provocò
sofferenza e sensi di colpa. La tragedia termina con la morte del
personaggio e la scoperta della verità.
Il conflitto che la donna vive è con se stessa, è un conflitto
interiorizzato.
La seconda opera ha come protagonista Saul, personaggio biblico
che, ormai anziano, non si rassegna all’idea di non poter più
governare il suo popolo e vede nel genero Davide un antagonista.
Davide è quell’elemento esterno che rappresenta per Saul una
minaccia tra quello che lui non più essere e avere.
Alfieri non fece di norma mai recitare le sue tragedia nei teatri
pubblici e le destinò solo a rappresentazioni private, a gruppi di
amici aristocratici. Questa scelta nasceva da un suo rifiuto del
teatro contemporaneo ritenuto frivolo e volgare, degli attori del
tempo giudicati incapaci di sostenere degnamente le parti e i suoi
eroi e, oltre che del suo pubblico comune, considerato
insensibile.
Al teatro tragico il poeta assegna una funzione civile: gli uomini
devono imparare ad essere forti, generosi, liberi e insofferenti ad
ogni violenza e conoscitori dei propri diritti.
L’autore, in conclusione, nelle sue opere e nella sua vita evidenzia
questa lotta nell’uomo, nel suo rapporto con il mondo e con gli
altri uomini.