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I: E’ un onore poter ricevere oggi negli studi LUCE il famoso drammaturgo e

romanziere Luigi Pirandello che ha ottenuto il massimo riconoscimento del suo


genio letterario con il premio Nobel. Nelle sue opere influenzate della psicanalisi
Freudiana e della crisi delle scienze emerge l’incapacità dell’uomo di comprendere la
realtà che lo circonda e se stesso. Pirandello è certamente conosciuto come il padre
della “maschera”, il tentativo dell’uomo di sfuggire alla classificazione che la società
e noi stessi ci imponiamo.

Vorrei cominciare a parlare del “Il fu Mattia Pascal” uno dei più celebri romanzi,
che lei ha scritto dopo alcuni episodi difficili della sua vita familiare. Ci potrebbe
presentare in breve quest’opera?

L: Il fu Matti Pascal l’ho scritto nel 1903, pubblicato inizialmente a puntate o poi in
volumi e apportandone diverse modifiche negli anni. In questo romanzo il
protagonista si trova ad assaporare la libertà dopo le vicissitudini iniziali, come la
crisi economica familiare e il suo burrascoso rapporto con la moglie e la suocera.
Assistito dalla fortuna recupera i soldi al casinò e abbandona la sua precedente vita
della falsa notizia della sua morte. Cosi riesce a crearsi una sua personalità quindi
una maschera, quella di Adriano Meis. Però successivamente si accorgerà che quella
libertà in realtà è una nuova prigione. Infatti nel capitolo XV il protagonista prende
consapevolezza che era “ escluso per sempre dalla vita, senza possibilità di
rientrarvi”, chiunque può passare sopra quell’ombra, schiacciare la testa, il cuore e
lui sarebbe dovuto stare zitto così come la sua ombra.

I: Nella sua opera emerge il senso di libertà assunto dal protagonista nel momento
in cui si crea una sua nuova identità, cosa è realmente questa libertà?

L: Nella prima parte del romanzo il protagonista si descrive come “ un inetto a tutto
“ : non ha voluto vivere la vita a pieno, si fa trasportare dalle decisioni altrui senza
mai prendere posizioni ritrovandosi alla fine imprigionato in una vita coniugale
disastrosa. La fuga da casa è la possibilità di ottenere la libertà, cioè di uscire dalla
passività della vita , scrollarsi di tutti i suoi problemi e di plasmare quella che crede
d’essere la sua identità. Eppure, anche se gli viene concessa una seconda possibilità,
ciò che vede a terra è “l’ombra d’un morto: ecco la mia vita” perché la libertà di
Adriano Meis non può essere usata, non ha alcun valore perché inesistente per gli
altri.

I: A proposito di libertà ho notato leggendo il libro una frase che mi ha colpito molto,
dove lei parla della democrazia come la tiranna maschera della libertà. Ci spiega
bene cosa intendeva dire?
L: Credo che la democrazia sia la nostra tristezza. Perché quando il potere è in mano
d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti, ma quando i molti
governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tiranna maschera
della libertà. Come lei ben sa io sono iscritto al Partito fascista, il quale credo
momentaneamente sia l’ideologia politica più corretta.

I: Proseguendo nella lettura del romanzo Mattia si ritrova intrappolato in una crisi
d’identità, tema che spesso ricorre nelle altre sue opere. Cos’è per lei e perché è
presente nelle sua poetica ?

L: La crisi d’identità è il non riuscire ad rapportarsi non solo con la propria anima ma
anche con il proprio corpo, ne è un esempio l’occhio strabico di Mattia che guarda
sempre altrove. Mattia è un anti-eroe, emarginato dalla vita perché incapace di
capire chi sia realmente, infatti nel brano afferma “ chi era l’ombra di noi due? io o
lei?”. Questo tema ricorre spesso perché ritengo che sia lo specchio della crisi
dell’uomo del primo Novecento che ha visto crollare i valori della società in
particolar modo quello della famiglia ed è incapace di rielaborarne nuovi. Intorno
all’uomo oltre ai valori e alle ideologie comuni (i “lanternini “) vi è il sentimento alla
vita, il voler sentirsi realmente vivo ma irrealizzabile perché questa lanternina non è
sufficiente per conoscere la realtà che costituisce una trappola.

I: Come fa arrivare al lettore lo stato d’animo del protagonista?

L: Le avventure del protagonista sono narrate in prima persona in modo tale che il
lettore possa percepire tutte le emozioni contrastanti. Non è un linguaggio ricercato
ma certamente risente dell’influenza del teatro: le frasi non concluse, i puntini di
sospensione esprimono la confusione e la tristezza di non sapere più chi sia. Le
continue variazioni del discorso, le domande retoriche e il passaggio dall’io narrante
al personaggio rendono il tormento interiore di un uomo che giunge alla
consapevolezza che “aveva un cuore, quell’ombra, e non poteva amare” e “aveva
una testa, ma per pensare e comprendere ch’era la testa di un’ombra, e non l’ombra
d’una testa”. In questa frase è riassunto il significato del romanzo : di Mattia Pascal
resta soltanto un’ombra tanto intelligente da comprendere che in questo mondo
non è più nessuno.

I: Pertanto per avere un’ identità nella società bisogna indossare una maschera?

L: La maschera è un orpello, cioè dietro un aspetto esteriore appariscente nasconde


una realtà menzognera. Ritengo che la maschera sia un modo che l’uomo usa per
adeguarsi alla morale comune, alle convezioni e ideali. Ne un esempio la novella “la
patente”, in cui Chiarchiaro è la storia di chi, per sopravvivere, deve crearsi delle
"apparenze", costringendosi a vivere una vita che non gli appartiene. Ma se ciascuno
individuo interpreta una parte e indossa una maschera, ne consegue che i rapporti
umani non sono veri. L’unico modo per liberarsi della maschera e vivere una vita
autentica è essere come Vitangelo Moscarda che decide di opporsi ed escludersi
dalla società decidendo di essere “uno, nessuno, centomila”. Solo cosi si può essere
veri e consapevoli protagonisti della propria vita e acquisire la vera libertà senza
restrizioni sociali

I:. Questa realtà triste della vita è descritta spesso con un tono leggero e divertente
che però porta poi a compassione, il cosiddetto umorismo da cui ha elaborato anche
un saggio. Come intende lei l’umorismo?

L: Per me l’umorismo è il sentimento del contrario perché svela una realtà triste e
dolorosa che si cela dietro una risata, e porta quindi il lettore ad una analisi delle
contraddizioni della realtà.

I: Mi auguro allora che le sue opere siano apprezzate dal pubblico, il quale possa
giungere alla consapevolezza che denudarsi della maschera significa liberarsi della
forma e vivere in maniera più vera. E’ stato un onore poterla intervistare e spero di
incontrarla per analizzare nuovamente i suoi nuovi pensieri e opere.

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