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ALFIERI

1 . Rapporti con l’Illuminismo


Nella figura di Alfieri si coglie una svolta determinante della
cultura italiana del 700. Solo una generazione lo separa da
Goldoni e Parini, ma se essi riflettono sostanzialmente la civiltà
illuministica, Alfieri si colloca ormai in un’altra dimensione
storica, già in germe romantica. La sua formazione intellettuale
risente ancora per certi aspetti dell’Illuminismo, ma nei confronti
della cultura 700esca egli prova nel complesso una forte
insofferenza: ha orrore del freddo razionalismo, perché ritiene
che soffochi la violenza emotiva e passionale, in cui per lui
consiste l’essenza dell’uomo, ed è convinto che spenga
l’immaginazione, da cui solo può nascere la poesia.
Sostanzialmente è un’illuminista formato sulle letture di
Montesquieu, Voltaire, Russot e mentre gli illuministi credevano
a un’equilibrata regolamentazione razionale della vita passionale
e affidavano alla ragione la funzione di guida, Alfieri si ribella a
questo controllo razionale ed esalta la dismisura, la passionalità
frenata e senza limiti. Non condivide ancora dell’illuminismo il
deismo o l’ateismo, poiché è mosso da un fondamentale spirito
religioso. L’illuminismo criticava la religione tradizionale, egli
respinge queste posizioni, mosso da uno spirito religioso che si
manifesta in una tensione verso l’infinito e un bisogno di
assoluto. Quindi l’orgoglio illuministico per le scoperte
scientifiche, visto come progresso per l’umanità (Parini, Innesto
del vaiuolo) gli è estraneo: egli ha piuttosto il senso dell’ignoto,
del mistero che avvolge l’uomo, di fronte al quale non può che
restare scontento e inquieto. Mentre l’Illuminismo è pervaso da
un ottimismo fiducioso nelle sorti dell’uomo, la visione di Alfieri
insiste invece sulla miseria e impotenza umane. Al
cosmopolitismo contrappone l’isolamento.

2 . Idee politiche
Alfieri fugge, vagando per cinque anni tra i vari paesi europei, ma
ovunque, si scontra con il clima dell’assolutismo monarchico. In
quel mondo dell’ancien régime si muovevano forze nuove,
destinate a offrire un’alternativa sociale: le forze borghesi. Ma
Alfieri, nel suo aristocratico individualismo, sprezzante nei
confronti della mentalità pratica, utilitaristica e razionale della
borghesia, non può identificarsi con quelle forze e tanto meno
accogliere i loro programmi politici. Insomma Alfieri si trova in
disaccordo sia con ciò che esiste, l’assolutismo, sia con ciò che è
destinato a sostituirlo, l’assetto borghese. La sua avversione alla
tirannide e il suo culto della libertà più che assumere una
connotazione politica hanno la loro radice in un groviglio
d’impulsi profondi: è il suo esasperato individualismo eroico che
lo porta a scontrarsi con la situazione storica in cui vive, l’età
dell’assolutismo. Perciò il suo odio per la tirannide non è la critica
di una forma specifica di governo, ma il rifiuto di ogni forma di
potere. Egli ha una concezione anarchica della libertà, non
riconosce autorevolezza degli istituti politici. Afferma che la più
grande forma di libertà nell’uomo è il suicidio, come nelle
tragedie. Questa concezione sarà contestata dalla critica: mentre
Foscolo accoglie questo messaggio, altri lo vedono come
un’affermazione di vigliaccheria, perché i personaggi delle sue
tragedie, non riuscendo ad affrontare le conseguenze delle
proprie azioni, decidono che l’unico modo è la morte, scelgono di
affermare se stessi, la propria libertà, attraverso il suicidio.
Inizialmente egli celebra la rivoluzione americana in quattro odi,
ma poi, rendendosi conto che la rivoluzione non era scoppiata
per amore puro e ideale per la libertà, ma da ragioni economiche,
la critica in una quinta ode; così come saluta la presa della
Bastiglia in un’ode, ma poi capisce che si tratta di una rivoluzione
che maschera una nuova tirannide borghese. Come ha notato
Natalino Sapegno in uno studio, nel pensiero di Alfieri non si
scontrano due concetti politici (tirannide e libertà), ma due entità
mitiche e fantastiche, due forze che nascono all’interno di Alfieri
stesso: da un lato un bisogno di affermazione dell’io, al di là di
ogni limite, dall’altro la percezione di forza oscura che, nell’io
stesso, si oppongono a quest’espansione. Già nelle opere
politiche si delinea il TITANISMO alfieriano, dunque un'ansia
d’infinita grandezza e d’infinità libertà, che si scontra con tutto
ciò che la limita e l'ostacola. I titani nella mitologia furono i
giganti che sfidarono Giove. Il titanismo dunque è uno sforzo
sovrumano, una tensione verso il divino. La sua costante rivolta
interiore, che non si fa pratica o politica, è un atteggiamento che
segna il desiderio di ribellarsi, di non sottostare ad alcuna forma
di potere. Esemplare sotto questo punto di vista è l’opera L’uomo
in rivolta di Albert Camus. La forma più alta di titanismo è
rappresentata dall’uomo che si rivolta contro Dio. Lo scontro
titanico tra l’io e la realtà esterna, collocano già Alfieri al di fuori
della cultura razionalistica dell’Illuminismo, anzi anticipa il
Romanticismo. Al sogno titanico di grandezza si accompagna
sempre la consapevolezza pessimistica della miseria e
insufficienza umana, ma titanismo e pessimismo non sono
tendenze opposte, ma due facce della stessa medaglia. Infatti,
questa volontà di andare oltre i limiti umani si accompagna alla
consapevolezza della propria impossibilità e genera un senso di
sconfitta e impotenza.

Misogallo:
è un’opera che mescola prosa e versi. Dal greco misèin (odiare) e
Galli, indicano i francesi. Essa esprime un odio contro la Francia, che
in realtà è odio contro la Rivoluzione, contro i principi illuministici
e lo spirito borghese che essa sta diffondendo in Europa. Alfieri
difende i privilegi nobiliari, il diritto di proprietà, ribadisce il ruolo
inevitabilmente subalterno del terzo stato e riserva solo ai nobili
il godimento dei diritti politici e l’esercizio del potere. Esulta
persino per le vittorie degli Austro-Russi. Da quest’ odio contro la
tirannide francese emerge il suo senso patriottico e spera che il
popolo italiano possa assumere una coscienza nazionale, difenda
la propria individualità e libertà. L’opera assume anche un
carattere profetico e il poeta rappresenta il vate, che spera nella
rinascita dell’Italia, un’Italia libera. E’ importante come opera
perché inizia a delinearsi l’idea di nazione, che sarà una delle
componenti più importanti del Romanticismo.