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Satira e comicità

L’importanza della satira e del comico


all’interno della società nel corso dei
secoli

ESAME DI STATO

ANNO SCOLASTICO 2009-2010


Sonia Cucci III A

INTRODUZIONE
Etimologicamente la parola comico deriva dal greco xomixòs da xomos che significa festa,
convito e nella accezione più stretta "festa in onore di Dioniso". Il "comico" indicava gli
accessori della rappresentazione scenica e del poeta comico: la maschera, gli strumenti
musicali, da cui i latini derivarono comicus e comicum, mentre comoedia passò ad indicare una
rappresentazione teatrale, generalmente lieta. Il comico è quella forza, quell'impulso che
sorge nell'uomo che gli fa cogliere negli eventi della vita il ridicolo: esso nasce tra il popolo
nella vita di tutti i giorni, ma giunge attraverso le scene, le arti figurative, l'oratoria alle più
raffinate forme dell'arte. La comicità dunque è prima di tutto originata da un'esperienza
reale della vita, Il grande salto di qualità avviene quando un autore riesce a suscitare il riso,
ricreando situazioni comiche in un testo scritto.
La comicità è uno degli strumenti principali della satira. La satira, dal latino satura lanx, nome
di una pietanza mista e colorata, è una forma libera del teatro, un genere della letteratura e
di altre arti caratterizzato dall'attenzione critica alla politica e alla società, mostrandone le
contraddizioni e promuovendo il cambiamento. Sin dall'Antica Grecia la satira è sempre stata
fortemente politica, occupandosi degli eventi di stretta attualità per la città (la polis), ed
avendo una notevole influenza sull'opinione pubblica Ateniese. Per questo motivo è sempre
stata soggetta a violenti attacchi da parte dei potenti dell'epoca. Essa ha in genere un
contenuto etico , e attraverso la risata, semina dubbi, smaschera ipocrisie, attacca i
pregiudizi e mette in discussione le convinzioni.
La corte di Cassazione definisce la satira come:<< quella manifestazione di pensiero talora di
altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di
indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere,
mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene. »
Le origini della satira nella letteratura europea si confondono evidentemente con quelle della
letteratura comica. Etimologicamente è il dramma satiresco a dare origine al genere, ma è la
commedia greca di Aristofane quella fa della satira politica un ingrediente fondamentale.
Il teatro fu dunque il maggiore promotore, attraverso la commedia, della comicità e
successivamente della satira. Nel medioevo il teatro perde la sua importanza per questo
motivo la satira e la comicità divengono anche protagoniste della letteratura attraverso saggi
e romanzi (ad esempio il romanzo Hard Times di Dikens o i Saggi sull’umorismo e sul riso di
Pirandello e Bergson), ottenendo così un pubblico più vasto.
La satira, soprattutto durante il periodo della prima guerra mondiale si espresse attraverso
l’arte e raggiunse il suo massimo apice con il cinema.
Spesso nel cinema e nella letteratura le opere comico satiriche (ad esempio “Il grande
dittatore” di Charlie Chaplin), soprattutto durante il periodo nazifascista furono sottoposte a
censura e vietate.
1.LA SATIRA IN GIOVENALE
Decimo Giunio Giovenale nacque ad Aquino tra il 55 e il 60 a.C. e morì a Roma nel 127 d.C. Egli
fu un poeta satirico latino, ma prima di dedicarsi alla poesia, fu professore di retorica ed
avvocato abile nelle declamazioni. Della sua produzione possediamo esclusivamente 16 satire
scritte in esametri, di varia lunghezza, per un totale di 3800 versi. L’ultima satira è
incompleta, probabilmente per degli errori della tradizione manoscritta. Le Satire sono divise
in 5 libri pubblicati tra il 100 e il 127 d.C. Giovenale ammette fin dall'inizio che quel che lo
spinge a scrivere è l'indignazione verso il degrado della società in cui si trova a vivere,
riprende dunque personaggi precisi e i loro vizi.
INDIGNAZIONE ED EFFETTO SATIRICO
La prima satira è un esplicito programma di poetica, in cui Giovenale chiarisce i motivi per i
quali si è risolto a scrivere poesia satirica. Il suo è un grido di rivolta contro la recitationes
dei poeti epici, drammatici, elegiaci su soggetti lontanissimi dalla realtà. Il topos satirico
dell'inadeguatezza dell'ispirazione per i generi poetici alti viene trasformato in una
rivendicazione della necessità morale della poesia satirica. L'INDIGNATIO è una fonte di
ispirazione che può compensare l'insufficienza di talento. Il poeta non si presenta nella sua
veste autobiografica, ma come una sorta di anonimo difensore della sensibilità morale offesa.
La satira istituzionalmente metteva alla berlina i difatti egli uomini, ma non le era estraneo
nemmeno il momento positivo dell'ammaestramento morale. Giovenale seleziona solo la parte
negativa della realtà mostrandola come quella dominante nei tempi attuali. Egli interpreta la
realtà contemporanea solo alla luce del vizio, l'unico punto di vista aderente alla realtà, e
tuttavia apporta sempre il filtro interpretativo della sua ira. Ciò lo porta ad un atteggiamento
declamatorio e ad una deformazione della realtà. I modelli ripresi da Giovenale sono Lucilio e
Orazio.
Nelle Satire spesso emergono situazioni e meccanismi della retorica contemporanea ad
esempio l’uso degli exempla, i modi di introdurre e caratterizzare delle situazioni, rimandano
alle declamazioni contemporanee.
IL SECONDO GIOVENALE
Mentre nelle prime satire Giovenale è talmente distaccato dalla visione filosofica degli eventi,
nella Satira X, utilizza un esempio filosofico; è dalla satira X che vediamo una attenuazione
dei toni satirici e delle invettive contro i personaggi. Giovenale dalla X satira inizia a badare
all’aspetto morale-educativo , che era l’aspetto predominante solitamente nella satira, ma che
Giovenale aveva messo in secondo piano per dare spazio all’indignazione. A quanto pare sembra
che Giovenale abbia voluto ricalcare il percorso poetico oraziano , trattando, nella prima parte
della sua vita argomenti in maniera aggressiva ( poesia dell’indignatio) e nella seconda parte
riprendendo le Epistulae.
MISOGINIA
Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale sono le donne, in special modo quelle emancipate
e libere. Quelli che egli considerava i vizi e le immoralità dell'universo femminile gli
ispireranno la satira VI, la più lunga, che rappresenta uno dei più feroci documenti di
misoginismo di tutti i tempi, dove è descritta la cupa grandezza di Messalina, definita
Augusta meretrix ovvero "prostituta imperiale". Messalina viene presentata appunto come una
donna dalla doppia vita: non appena suo marito Claudio si addormenta, ne approfitta per
prostituirsi
Tra i vizi delle donne descritti da Giovenale si contano avvelenamenti, omicidi premeditati di
eredi, dei propri figli, superstizioni superficiali, maltrattamenti estremi della servitù e
ovviamente tradimenti e leggerezze morali.
OMOFOBIA
Altro comune bersaglio di Giovenale fu l'omosessualità. Giovenale conosce e distingue due
diversi tipi di "omosessuale": quello che per natura proprio non può dissimulare la sua
condizione (quindi perdonato e tollerato, poiché è il suo destino e non certo una colpa) e quello
che per ipocrisia si nasconde di giorno, per poi sfogarsi di notte lontano da occhi indiscreti.
Entrambi questi tipi vengono condannati da Giovenale, poiché omosessuali, ma il secondo in
modo particolare. Nella seconda satira Giovenale dice espressamente, riferendosi alle unioni
tra omosessuali:
"...LICEAT MODO VIVERE; FIENT, FIENT ISTA PALAM, CUPIENT ET IN ACTA REFERRI."
(Vivi ancora per qualche tempo e poi vedrai, vedrai se queste cose non si faranno alla luce del
sole e magari non si pretenderà che vengano anche registrate!)
Il disprezzo per gli omosessuali si spinge in Giovenale al punto di coinvolgere lo stesso
imperatore Adriano, sfiorando il reato di lesa maestà per via del quale si suppone sia stato
esiliato in Egitto
TRA REAZIONE MORALISTICA ED ESORCISMO POLITICO
Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini, giudicati
prede irrimediabili della corruzione: la sua satira, si limiterà a denunciare, a gridare la sua
protesta rancorosa ed astiosa L’invettiva e il sarcasmo di Giovenale, allora, sono rivolti contro
tutto il "sistema" che gli fa rimpiangere, ed idealizzare, la tradizione nazionale e repubblicana,
coi suoi valori morali e politici, oramai mortificati. Forti furono le invettive contro gli
imperatori tirannici del passato e traccia la figura dell’imperatore “virtuoso”: efficiente,
dedito al dovere, che sappia amministrare il bene pubblico. Ha una visione particolare del
rapporto tra Roma conquistatrice e Grecia conquistata: pur essendo vita la Grecia ha imposto
la propria cultura nella città del popolo vincitore.

2. LA COMMEDIA: DALL’ARCAICA ALLA NUOVA


Pur essendo un genere totalmente latino, tanto che Quintiliano afferma “Satura tota nostra
est”, la satira richiama per molti aspetti il teatro comico del mondo greco.
Aristofane è uno dei principali esponenti della Commedia antica. Quella di Aristofane è in
genere una satira personale, come è nel carattere della commedia antica, che ha spesso
contenuto politico poiché si inserisce nella vita della città. Accanto alla critica politica è la
satira letteraria, diretta soprattutto contro Euripide.
La commedia di Menandro, che si sviluppa durante l’Ellenismo si differenzia da quella di
Aristofane soprattutto per la mancanza dell’invettiva politica. Le commedie di Menandro
erano rappresentate ad Atene nel teatro di Dionisio. La scena e le altre strutture del teatro
erano in pietra e il piano sul quale recitavano gli attori, posto leggermente più in alto
dell’orchestra dove risiedeva il coro. La scena, a differenza di quanto accadeva nel tetro di
Aristofane, rappresentava sempre l’esterno; all’interno di essa vi erano tre porte: quella
centrale portava all’abitazione dei personaggi, quella di sinistra verso il porto o la campagna e
quella di destra verso il mercato o la città. I costumi rispecchiavano gli abiti realmente
utilizzati ed erano adeguati al personaggio rappresentato sulla scena. La maschera ricopriva
tutto il capo dell’attore e faceva facilmente comprendere il suo ruolo, anche perché
rappresentava temi fissi. Menandro non recitava scene nelle quali recitassero
contemporaneamente più di tre attori. Anche con la scomparsa della parabasi Menandro
mantenne il rapporto con gli spettatori. Ciò solitamente avveniva nel prologo, durante il quale
uno degli attori si rivolgeva al pubblico con toni cortesi; oppure alla fine del prologo o nel
momento del commiato gli attori chiedevano al pubblico la benevolenza degli spettatori,
perché applaudissero per dimostrare la loro approvazione.
STRUTTURA
La commedia era divisa in 5 atti o ; i primi 3 atti erano preceduti da un prologo, e vi si
svolgeva la  “nodo” o “intreccio”; negli ultimi due avveniva la  “lo scioglimento” della
vicenda. Tra gli attori vi erano tre professionisti affiancati da pochi giovani dilettanti. Una
delle caratteristiche fisse della commedia nuova è il prologo. Esso aveva il compito di
concentrare l’attenzione del pubblico sulla vicenda, fare chiarezza e suscitare l’interesse.
L’unico nome proprio citato era quello del protagonista, per il resto dei personaggi erano
utilizzati vocaboli ripresi dalla sfera familiare (sorella, marito, figlio) o che connotavano la
situazione sociale (pedagogo padrone etc..). I nomi dei luoghi erano invece spesso citati. In
Menandro riconosciamo varie forme di prologo:
 Monologo di una divinità all’inizio della commedia (come nel Dyskolos).
 Il monologo di un personaggio (come nella Samia).
 Scene monologiche o dialogiche seguite dall’intervento di una divinità (come nell’Aspis).
Come nelle opere di Euripide in quelle di Menandro il prologo aveva funzione informativa sul
contenuto del dramma o sui suoi antefatti. Nella commedia nuova il coro non fa più parte dello
svolgimento del dramma ma eseguiva canti e danze negli intervalli tra gli atti senza alcun
legame con la trama. Il linguaggio iniziò ad essere simile al contemporaneo.
PERSONAGGI
Dei protagonisti delle sue opere Menandro esamina la psicologia rendendoli più realistici. Il
lieto fine è infatti accompagnato dalla crescita interiore dei personaggi che vivono avventure
quotidiane regolate dalla presenza incontrollabile della . Il poeta ha una visione
sostanzialmente ottimistica dell’uomo e del suo comportamento; l’ottimismo è visibile nella
caratterizzazione dei personaggi, ripresi dalla commedia antica, ma arricchiti da sentimenti
autentici e umani tali da permettere agli spettatori di immedesimarsi in essi.
I tratti tipici dei personaggi vengono trasformati: il soldato nella commedia di Menandro non è
più uno spaccone, prepotente e violento ma un uomo accecato dalla gelosia, un sentimento che
nasce dall’amore; il servo imbroglione, astuto e vendicativo è trasformato in fedele amico del
suo padrone; la prostituta avida e rassegnata è invece vista da Menandro come altruista e non
corrotta moralmente dal suo mestiere; il giovane che la tradizione vedeva come scapestrato,
donnaiolo, spendaccione, irresponsabile e sempre in conflitto con il padre è un personaggio
introverso, insicuro, timido e affettuoso.

3.SAGGIO SUL RISO DI BERGSON


Bergson filosofo francese che visse tra la metà del 1800 e quella del 1900 scrisse un saggio
sulla natura della comicità, sottolineando anche l’importanza del genere della commedia.
Innanzitutto per Bergson IL RISO HA FUNZIONE, se il riso è un gesto che appartiene a
pieno titolo al comportamento umano, allora deve essere lecito domandarsi qual è il fine che lo
anima. Ora, per comprendere il fine cui mira un comportamento si deve in primo luogo far luce
sulle occasioni in cui accade. E per Bergson vi sono almeno tre punti che debbono essere a
questo proposito sottolineati: "Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente
umano"; Questa affermazione può lasciarci perplessi: si può ridere infatti anche di un cappello
o di un burattino di legno. E tuttavia, se non ci si ferma a questa constatazione in sé ovvia, si
deve riconoscere che in questi casi il rimando a ciò che è umano gioca un ruolo prevalente e
comunque ineliminabile: di un cappello ridiamo perché vi vediamo espresso un qualche capriccio
estetico dell'uomo, così come nella marionetta l'immaginazione scorge i gesti impacciati di un
uomo sgraziato.Il riso scaturisce solo di fronte a ciò che appartiene direttamente o
indirettamente all'ambito propriamente umano; perché possa tuttavia scaturire è necessario
che chi ride non si lasci coinvolgere emotivamente dalla scena che lo diverte. Il riso dunque
richiede una sorta di sospensione del legame di simpatia che ci lega a colui di cui ridiamo.
Inoltre Bergson afferma che il riso è un'esperienza corale e tiene spesso unite le persone:
ridiamo meglio quando siamo insieme ad altri; il riso sembra essere strettamente connesso con
la vita sociale dell'uomo. Possiamo allora scorgere le cause del riso: "Il "comico" nasce quando
uomini riuniti in un gruppo dirigono l'attenzione su uno di loro, facendo tacere la loro
sensibilità, ed esercitando solo la loro intelligenza". E’ dunque logico che il riso ha funzione
sociale.Occorre però riflettere anche su ciò di cui ridiamo. E’usato da Bergson l’esempio del
gioco del diavolo a molla. "Noi tutti abbiamo giocato [... ] col diavolo che esce dalla sua scatola.
Lo si schiaccia ed ecco si raddrizza; lo si ricaccia più in basso ed esso rimbalza più in alto, lo si
scaccia sotto il coperchio ed esso fa saltare tutto". Del diavolo ci fa ridere la cieca
ostinazione, il suo "saltar su" come una molla: è dunque il comportamento rigidamente
meccanico. Molti esempi di comicità possono essere dunque immediatamente ricondotti: una
marionetta ci fa ridere perché i suoi gesti sono rigidi e meccanici. Ma un meccanismo non è
solo ripetizione; nell'immagine della macchina si cela infine anche l'idea dell'ostinazione cieca,
del movimento che non sa più aderire al presente, ma segue una regola tanto fissa quanto
sorda alle esigenze del momento. Basta dunque che questa immagine si sovrapponga alla vita
umana perché il riso si faccia avanti. Una simile sovrapposizione si ha per esempio quando
l'anima ci si mostrerà contrariata dai bisogni del corpo - da un lato la personalità morale con la
sua energia intelligentemente variata, dall'altra il corpo stupidamente monotono
interrompente sempre ogni cosa con la sua esigenza di macchina. Quanto più queste esigenze
del corpo saranno meschine ed uniformemente ripetute, tanto più l'effetto sarà vivo. Non è
dunque un caso se i personaggi tragici sono lontani da gesti che tradiscano le esigenze della
corporeità, mentre il commediografo potrà senz'altro ottenere il riso del pubblico
rappresentando i suoi personaggi comici in preda a un malanno o ad un fastidioso singhiozzo
che interrompe ogni loro discorso. Ciò di cui ridiamo è - per Bergson - tutto ciò in cui
l'immaginazione scorge una sorta di meccanicizzazione della vita.
Della funzione sociale del riso, la commedia è per Bergson un'espressione esemplare: lo
spettatore è chiamato a ridere di un uomo che ci è ben noto e di cui possiamo prevedere i
comportamenti. Di qui la forma di tante commedie che hanno per protagonisti personaggi
tipici. Ma di qui anche il fine che si prefiggono: correggere, ridendo, i costumi.
Se il riso è un gesto sociale che appartiene alla forma di vita propria dell'uomo, allora deve
esistere qualcosa come un addestramento al riso, qualcosa un addestramento che insegni al
bambino quali sono i vizi e i difetti di cui ridere e quando è opportuno riderne. In realtà, "il
riso è semplicemente l'effetto di un meccanismo datoci dalla natura", ed in questa
prospettiva, il problema di un addestramento al riso non si pone, poiché il riso ci appare come
una manifestazione diretta della natura, che è la vita stessa a donarci, armandoci di una sorta
di istintiva reazione alla comicità.
4. SAGGIO SULL’UMORISMO DI PIRANDELLO
Il saggio di Bergson esercitò una grande influenza sulla critica letteraria di inizio 900,
influenzando tra gli altri, Pirandello, che qualche anno dopo, nel 1908 pubblica L’umorismo. Il
testo si divide in due parti: la prima storica, in cui l’autore esamina varie manifestazioni
dell’arte umoristica; la seconda parte è teorica ed in essa viene definito il concetto di
umorismo. Secondo Pirandello l’opera d’arte nasce dal “libero movimento della vita interiore”
dove la riflessione rimane invisibile come una sorta di sentimento. Nell’opera umoristica invece
la riflessione non si nasconde, non è un sentimento, ma si pone dinanzi ad esso analizzandolo.
Da qui nasce il “sentimento del contrario”, Pirandello ce ne fornisce un esempio:
«  Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e
poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto"
che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe
essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione
comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario"  »
L'umorismo, invece, nasce da una considerazione meno superficiale della situazione:
«  Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non
prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa
soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le
canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non
posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto
andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo
avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è
tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico  »
Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la
situazione evidentemente contraria a quella che dovrebbe normalmente essere, l'umorismo
nasce da una più ponderata riflessione che genera una sorta di compassione da cui si origina un
sorriso di comprensione. Nell'umorismo c'è il senso di un comune sentimento della fragilità
umana da cui nasce un compatimento per le debolezze altrui che sono anche le proprie.
L'umorismo è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata. Dall’ “avvertimento
del contrario” si passa dunque al “sentimento del contrario” cioè l’atteggiamento umoristico.
sentimento ha le sue radici nella natura del “contrario” analizzato dall’umorista: si tratta del
conflitto tra la forza profonda della vita e le cristallizzazioni della forma; tuttavia qui la vita
appare irrimediabilmente soffocata dalla forma, incarnata dall’ideologia, dalle convenzioni,
dalle leggi civili e dal meccanismo stesso della vita associata. Per Pirandello questo
soffocamento è intrinseco e strutturale nella vita associata. La “meccanizzazione” non è
l’anomalia sociale da correggere, ma l’autoinganno con cui l’uomo cerca di dare un senso
all’informità della vita, in particolare, nel rapporto con gli altri, l’autoinganno prende la forma
della “maschera” e dell’(auto)imposizione del soggetto di un’identità fissa e predefinita dai
valori morali e culturali, un’identità necessariamente percepita come estranea ed in autentica.
Ecco allora che sottolineare questi autoinganni, descrivere l’erompere saltuario della vita dalla
forma significa partecipare al dramma dell’uomo combattuto tra bisogno di certezze e il
bisogno di aderire alla realtà autentica della vita: il “ sentimento del contrario” è paragonato al
dio Giano bifronte, in quanto è riso e pianto insieme.
5.LA CRITICA SOCIALE NELLA LETTERATURA INGLESE: HARD TIMES
Una forte critica sociale è presente nel romanzo di Charles Dickens pubblicato per la prima
volta nel 1854 Hard Times. Il libro è uno dei tanti romanzi di critica sociale pubblicati nello
stesso periodo, ed è finalizzato ad evidenziare le pressioni socio-economiche che molte
persone stavano subendo. Il romanzo non è ambientato a Londra come voleva Dickens, ma a
Coketown (letteralmente "Città del carbone"), un'immaginaria città industriale, poiché
all'autore non era stato permesso di menzionare il nome reale della città in cui si svolgono i
fatti narrati; egli aveva visitato di persona alcune fabbriche ed era rimasto atterrito e
allibito dalle dure condizioni di lavoro degli operai. Gli utilitaristi sono uno degli obiettivi del
sarcasmo di Dickens. L'utilitarismo era una delle scuole di pensiero prevalenti nell'Inghilterra
vittoriana. Tempi difficili è strutturato in tre parti,Il libro primo è intitolato La semina, il
secondo Mietere e il terzo Il raccolto.

6. I PILASTRI DELLA SOCIETA’


Negli anni ‘20 George Grosz (un pittore tedesco “espressionista”) dipinse un quadro poi
diventato celebre: “I pilastri della società”. Raffigura un prete, un militare (probabilmente
un reduce), un politico, un giornalista e un militante. Tutti hanno ghigni bestiali, il prete ha il
naso rosso da ubriacone, il politico ha la faccia ma non la scatola cranica, il giornalista ha un
vaso da notte in testa e il militante ha una cravatta con la croce uncinata e il cervello messo a
nudo; ma non è un cervello, è una raffigurazione onirica in cui si intuisce un cavaliere a cavallo
armato di lancia intento ad uccidere. Nell’intenzione di Grosz in
questi personaggi, che raffiguravano i gruppi di potere dominanti
all’epoca in Germania, stava la matrice di quello che poi divenne lo
Stato nazista. Egli coglie tutto l'orrore della carneficina che si sta
consumando sui campi di battaglia in Europa e ne dà un'implicita
rappresentazione nei suoi quadri. Il titolo intende essere
sarcastico; l’anarchico Grosz prende di mira i suoi nemici,
contrassegnati emblematicamente dai simboli delle loro attività. Ci
sono soldati con spade insanguinate, un giudice togato che
gesticola, in primo piano i vertici del capitalismo che sottomettono
il popolo con tre strumenti, individuati come altrettante allegorie
del potere: uno ha la spada ( l'esercito ), l’altro impugna un
giornale ( l'informazione ), il terzo una bandiera ( il nazionalismo ).
si rivela quello che hanno dentro la testa: violenza e rifiuti
organici, mentre l’uomo che simboleggia l’informazione ha sul capo
un orinale. La città in fiamme fa da sfondo come simbolico
ambiente di disordine morale che provoca rovina e morte a causa
dell'opera devastante della classe politica al potere.

7.IL GRANDE DITTATORE CHARLIE CHAPLIN


Il Grande Dittatore” è un film del 1940 diretto, prodotto, e interpretato da Charlie Chaplin.
La sua prima edizione risale al 15 ottobre 1940, nel pieno della seconda guerra mondiale.
Rappresenta una forte satira del nazismo e prende di mira direttamente Adolf Hitler e il
movimento nazista tedesco. Questo è il primo film sonoro di Chaplin poiché ormai da un
decennio la tecnica del muto era stata soppiantata dal parlato. Uno degli aspetti straordinari
è rappresentato dalla sfida coraggiosa lanciata dal film, e da uno dei pochi uomini liberi
dell’epoca, al più straordinario, folle e terrificante protagonista degli avvenimenti ad esso
contemporanei: Hitler, il coetaneo di Chaplin, che stava trascinando il mondo verso il periodo
più nero e doloroso della storia del secolo. La grande somiglianza fisica tra i due uomini,
Chaplin e Hitler, consentì al primo di imbastire una satira grottesca del secondo, o almeno
questo fu l’input iniziale, unitamente al desiderio di esprimere il proprio disappunto per la
piega che stavano prendendo gli avvenimenti, presagendo un futuro doloroso per l’umanità
senza mai immaginare fino in fondo la portata dell’agghiacciante follia hitleriana che presto
avrebbe sconvolto il mondo. film è straordinariamente comico, per noi spettatori
contemporanei ai quali è stata risparmiata la tragica esperienza della guerra e la sua
distruzione. La parodia però, era destinata ad avere un’impronta politica. Il film venne vietato
in quasi tutta l'Europa dal 1940 al 1945 a causa del potere nazifascista che ne proibì la
distribuzione. In Inghilterra venne censurato per timore di peggiorare i già difficili rapporti
diplomatici con la Germania. la pellicola vide la sua prima proiezione a Londra già nel 1941.
Uscì in Italia per la prima volta nel 1945, con la caduta del fascismo.

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