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1.

Bilinguismo e commutazione di codice

1.1 IL BILINGUISMO

Quando si parla di bilinguismo è difficile trovare un modello che


chiaramente definisca cos’è il bilinguismo e chi è bilingue.
Le definizioni di bilinguismo sono profondamente cambiate nel tempo e si
è passati da un approccio ‘monolinguismo vs. bilinguismo’, tipico del
ventesimo secolo, ad uno più evoluto che, nel ventunesimo secolo, vede il
bilinguismo come un fenomeno complesso che racchiude in sé diverse
sfaccettature.
Cal e Turnbull (2007) ricapitolano l’evoluzione nelle definizioni di
bilinguismo e spiegano che, per alcuni studiosi, essere bilingui equivale ad
avere il controllo tipico dei parlanti nativi su due lingue (Bloomfield,
1935). Per altri, invece, un parlante per diventare bilingue deve essere in
grado di capire e di comunicare in un’altra lingua, perfino se la capacità di
comunicare o di capire è minima (Haugen 1953, Macnamara 1966). Anche
Weinreich (1968) ha definito il bilinguismo come la capacità di utilizzare
alternativamente due diverse lingue, indipendentemente dal grado di
competenza, della frequenza d’uso e della distanza culturale tra le due
lingue.
Sotto quest’ottica, potremmo dire che siamo quasi tutti bilingue,
semplicemente lo siamo in modo differente. Queste definizioni, però, non
considerano le enormi differenze tra gli individui riguardo al bilinguismo.
Per questo, in tempi più recenti, i ricercatori hanno cercato di superare i
limiti delle teorie precedenti adottando un approccio allo stesso tempo
linguistico e sociale.
Sia Romaine (1995) che Valdés e Figueroa (1994) considerano elemento
chiave del bilinguismo il grado di competenza in ogni lingua. Essi
sostengono che il bilinguismo può essere determinato in base a quanto un
parlante è fluente in ognuna delle due lingue e fino a che punto il grado di
competenza in entrambe le lingue può essere equiparato. Secondo questi
approcci, un parlante può essere un bilingue equilibrato (balanced
bilingual) con uguale competenza in entrambe le lingue, oppure può avere
una lingua dominante ed essere considerato bilingue in ogni caso.
May, Hill e Tiakiwai (2005) considerano l’età come un fattore importante
ed effettuano una distinzione tra chi è un bilingue simultaneo
(simultaneous bilingual), ovvero un bambino che acquisisce entrambe le
lingue simultaneamente poiché appartenente ad una famiglia o ad una
società bilingue, e chi è un bilingue consecutivo o sequenziale (sequential
or consecutive bilingual), cioè una persona che acquisisce la seconda
lingua dopo la prima, quasi sempre durante l’adolescenza o nell’età adulta
in un ambiente educativo/scolastico.
D’altra parte, questi autori sottolineano che sia il fatto che i parlanti si
considerino essi stessi bilingui oppure no, sia il loro atteggiamento nei
confronti di entrambe le lingue dipendono dallo status sociale delle due
lingue e dalle circostanze personali degli individui.
Di conseguenza, risulta importante effettuare una suddivisione tra
bilinguismo elitario e bilinguismo popolare. García (1997) e May (2002a,
2002b) spiegano che una persona diventa un bilingue d’élite quando
l’acquisizione di una seconda lingua (L2) è attivamente promossa e
supportata ed è chiaramente vista come un vantaggio culturale e sociale.
L’individuo di solito diventa bilingue tramite l’acquisizione di una seconda
lingua in un contesto educativo. In questo caso, gli utilizzatori/studenti
della L2 decidono in tutta indipendenza quando imparare una seconda
lingua, se farlo a scuola o, come spesso succede, studiandola all’estero. La
loro L1 e la loro identità culturale non sono compromesse dalla
acquisizione della L2. Viceversa, i bilingui popolari sono quegli individui
che devono imparare/acquisire una L2 per poter sopravvivere in una data
società e non hanno alcuna possibilità di scegliere. Questo è il caso delle
minoranze linguistiche come gli immigrati, i rifugiati e le persone indigene
colonizzate che hanno dovuto imparare la lingua del loro nuovo Paese o dei
loro colonizzatori in modo da trovare un posto nella società, rischiando
anche di perdere o indebolire la loro lingua madre.

1.2. ALTERNANZA LINGUISTICA

Il fenomeno del code-switching (CS), o commutazione di codice, è


conosciuto anche come alternanza linguistica.
Boztepe (2003) specifica che il CS è stato definito come l’uso alternativo di
una o più lingue da parte di un parlante nella stessa conversazione (Milroy
e Muysken 1995), cosa che può avvenire anche tra dialetti di una stessa
lingua, come sostengono Beebe (1977, 1981) e Gardner-Chloros (1991).
Anche Gumperz (1982) specifica che il termine CS si riferisce
all’affiancamento nello stesso discorso di due sistemi o subsistemi
grammaticali diversi.
La commutazione di codice può avvenire tra frasi diverse – intersentential
switch (1) - oppure in una stessa frase – intrasentential switch (2):

1) Ayer fui al supermercato. I bought some apples


2) El niño está reading the book1

1
Valdés Kroff et al (2017:2)
Tutti e due i tipi di CS sono pienamente accettabili in quanto rispettano le
regole grammaticali di entrambe le lingue (Poplack 1981, 1982).

L1 L2 L1 L2

a. intersentential switching b. intrasentential switching


Figura 1.2

I prestiti, invece, sono stati definiti come l’introduzione di singole parole o


di brevi e fisse espressioni idiomatiche da una varietà ad un'altra (Gumperz
1982).
C’è anche chi ritiene la differenza tra CS e prestiti non necessaria, come ad
esempio Myers-Scotton (1992, 1993a), che considera i due fenomeni come
processi relazionati che fanno parte di uno stesso continuum. Questa autrice
è in disaccordo anche con chi sostiene che la principale caratteristica dei
prestiti lessicali sia quella di riempire vuoti lessicali nella lingua
destinataria e propone una nuova teoria, la quale distingue tra presiti
culturali (o di necessità) e prestiti di tipo core (o di lusso). I prestiti
culturali sono quegli elementi lessicali che sono nuovi nella lingua di arrivo
(es. whisky), mente quelli di lusso sono le parole che hanno termini
equivalenti o quasi nella lingua di arrivo e per questo non occupano alcun
vuoto lessicale (es. beer vs. cerveza) (Myers-Scotton 1993a).
Nel caso di prestiti occasionali, gli elementi di un'altra lingua sono presi in
prestito al momento, senza che abbiano nessuno status riconosciuto nella
comunità di parlanti. Infine, i prestiti stabili sono quelli ormai non più
percepiti come elementi estranei.

2
Poplack (1980:615).
1.2.2 Perché alternare i codici linguistici
Diversi ricercatori si sono occupati di definire le funzioni del code-
switching nelle conversazioni.
Grazie a tutte queste ricerche si può affermare che il code-switching ha
delle determinate funzioni, e Gumperz (1982) ne ha identificate sei:
a. Specificazione del destinatario
b. Citazioni
c. Interiezioni
d. Reiterazioni
e. Qualificazione del messaggio
f. Personalizzazione vs. oggettivazione

Nella specificazione del destinatario lo switch serve per indirizzare il


messaggio ad una persona in particolare, parlante una lingua diversa.
Le citazioni, invece, sono caratterizzate da CS semplicemente quando il
discorso di qualcun altro è riportato in una lingua diversa da quella
utilizzata fino a quel momento.

3) He said ‘con cariño’3

L’interiezione è una parola o una parte del discorso usata per esprimere
emozioni o stati soggettivi del parlante in una lingua diversa da quella usata
nel resto dell’espressione.

4) Dios mio, it’s past your bedtime!4

La reiterazione avviene quando il parlante ripete il suo messaggio


utilizzando un altro codice. Il parlante vuole essere sicuro che il suo
messaggio sia compreso, ma invece di ripetere la stessa idea utilizzando

3
Koziol (2000:37)
4
Koziol (2000:35)
parole diverse, utilizza una lingua diversa, anche per ottenere un effetto
maggiore sull’interlocutore.

5) That’s not fair, es injusto.5

La qualificazione del messaggio è definita come l’elaborazione della


precedente frase in un altro codice.

6) She needs things for college. Una lampa, toallas, mantas.6

Infine, personalizzazione versus oggettivazione sta ad indicare il livello di


coinvolgimento in quanto è stato detto. L’elemento di personalizzazione è
particolarmente visibile quando la seconda lingua viene utilizzata per far sì
che l’ascoltatore senta che il messaggio è destinato a lui in particolare.
Questo tipo di CS crea una atmosfera particolare di esperienze condivise
(Stolen 1992).

7) I’m so glad you came. ¿Como estàs?7

Anche il modello we-code/they-code di Gumperz (1982) si riferisce in


modo simile alla solidarietà tra individui di una stessa comunità. Con we-
code si riferisce alla lingua o varietà, a volte considerata inferiore, e alle
relazioni tra individui di uno stesso gruppo. Il they-code si riferisce alla
lingua dominante che tende ad essere utilizzata come mezzo di
comunicazione per relazioni fuori dal gruppo/comunità con la società.
Negli esempi precedenti, il ‘we-code’ è lo spagnolo, la lingua associata alla

5
Koziol (2000:30)
6
Koziol (2000:33) adattato
7
Koziol (2000:30)
vita personale e all’etnia, il ‘they-code’ è l’inglese, cioè la lingua del paese
ospitante.
Il fenomeno del CS ha pertanto tante altre funzioni che vanno al di là di
quelle discorsive. Alcune di queste funzioni sono la segnalazione
dell’identità di gruppo e/o di etnia, oppure il mostrare solidarietà tra i
membri di una stessa comunità di parlanti o etnica (Myers-Scotton 1993b).
Si può supporre che i parlanti bilingue utilizzino l’alternanza di codice per
realizzare più di una funzione alla volta.

2. Teorie del codeswitching

2.1. APPROCCI TEORICI

Secondo Muysken (1995), la commutazione di codice è una forma di


interazione bilingue piuttosto normale e diffusa e il tipo di alternanza
interfrasale non è distribuito in modo casuale all’interno della frase, anzi
avviene in determinati e specifici punti.
Diversi vincoli e modelli che regolano questo tipo di commutazione di
codice sono stati proposti e testati con il risultato che alcuni casi sembrano
essere spiegati da un modello o da un vincolo in particolare, e altri casi
invece da altri.
La maggior parte delle ricerche sulla commutazione di codice e le
conseguenti ipotesi teoriche sono caratterizzate dal tentativo di relazionare
due osservazioni: a) in differenti situazioni di contatto differenti modelli di
switch sono riscontrati; b) tali differenze sono collegate, almeno in parte,
alle caratteristiche delle lingue coinvolte.
Due tipi di modello cercano di spiegare tutto questo: una prima tipologia
(A) crede che ci sia un gruppo di vincoli generali e globali che regolino
l’alternanza di codice - in quest’ottica rientrano le teorie di Poplack (1980)
sull’equivalence constraint oppure quelle di Myers-Scotton (1993)
sull’asimmetria tra la lingua matrice e la lingua incassata. Il presupposto è
che una teoria globale restringa le possibilità e i punti di alternanza
possibili.
Nella seconda tipologia di modello (B), implicita secondo Muysken nei più
recenti lavori di Poplack, invece, strategie diverse di alternanza vengono
messe di volta in volta in atto ed ognuna è governata da specifici vincoli.
Inoltre, ci sono due approcci dominanti alla commutazione di codice
interfrasale: quelli che sostengono che le lingue coinvolte si alternino, e
quelli che sostengono che una delle due lingue fornisca la struttura della
frase dentro la quale si inseriscono costituenti dell’altra lingua.
Quest’ultimo tipo di approccio concepisce il code switching come qualcosa
di simile ad un prestito: l’inserimento di lessico esterno, detto alien, dentro
una struttura ben definita. È chiaro che ci sia alternanza tra codici, per
esempio, nei casi di intersentential code switching e che ci sia inserimento
nel caso di prestiti di un singolo elemento. Tuttavia, in altri casi, decidere
in modo obiettivo con quale fenomeno stiamo trattando non è così semplice
(Muysken 1995)

2.1.1. The Matrix Language Framework


Myers-Scotton (1993) ha proposto il Matrix Language Framework (MLF).
Questo modello fa una distinzione tra la lingua dominante e base del
discorso chiamata Matrix Language (ML) e la lingua incassata chiamata
Embedded Language (EL).
Questo modello è stato altamente utilizzato per prevedere le strutture
consentite in una frase che presenta commutazione di codice. Il modello si
basa sulla distinzione tra i ruoli delle lingue coinvolte. Infatti, alla base del
modello troviamo l’ipotesi che sia una sola delle lingue a costruire
grammaticalmente una frase bilingue.
 Due premesse sono alla base del Matrix Language Framework e
sono ‘The Asymmetry Principle’ e ‘The Uniformity Principle’
(Myers-Scotton 2002). Il primo principio sostiene la divisione tra
una lingua (matrice) che serve come impalcatura per una determinata
frase, ed una seconda lingua (incassata) che inserisce gli elementi al
suo interno. Perciò vi è un’asimmetria tra le lingue e quella che
‘domina’ sull’altra fornisce la struttura della frase dal punto di vista
morfosintattico. Il secondo principio, invece, è presente sia nel
discorso monolingue sia in quello bilingue, e si occupa della
preferenza per una struttura del discorso uniforme. Il modello MLF
sostiene che gli elementi caratterizzati da commutazione di codice
seguano la struttura della lingua matrice.
Il modello mostra anche come ci siano differenze nella distribuzione dei
morfemi che sono collegati all’asimmetria tra le lingue, ed inoltre che la
ragione principale per cui l’alternanza di codice avviene è che l’utilizzo di
un'altra lingua esprima meglio le intenzioni del parlante ad un certo punto
della conversazione.
Per questo, in situazioni caratterizzate da commutazione di codice dove le
grammatiche sono in conflitto e forniscono strutture differenti, gli
esponenti del modello MLF prevedono che le frasi miste seguano le regole
della lingua matrice. È importante sottolineare che in una conversazione la
lingua matrice può di volta in volta diventare la lingua incassata e
viceversa.
Ci sono poi due principi che permettono l’identificazione della lingua
matrice e sono ‘The Morpheme Order Principle (MOP) e ‘The System
Morpheme Principle’ (SMP) (Myers-Scotton 1993). Questi due principi
predicono che solo una lingua, quella dominante, fornisce l’ordine dei
morfemi, come quelli che indicano relazioni grammaticali nella frase (es.
concordanza soggetto-verbo).

2.1.2. The Borrowing Hypothesis


Poplack e Meechan (1995), con la loro ‘Borrowing Hypothesis’,
sostengono invece che, purché la parola sia perfettamente integrata nella
frase dal punto di vista morfosintattico, tutti i casi di inserimento di una
parola all’interno di una frase in lingua diversa non dovrebbero essere
analizzati come vere istanze di commutazione di codice, bensì come prestiti
temporanei. Questo modello trova le sue basi in due vincoli già formulati
da Poplack (1978a): ‘The Equivalence Constraint’ e ‘The Free Morpheme
Constraint’.
Il primo vincolo sostiene che i codici possono essere alternati solo nei punti
nei quali le strutture superficiali di L 1 e di L2 coincidono, in modo che
nessuna regola sintattica sia violata, o tra elementi della frase che sono
ordinati nello stesso modo dalle due grammatiche. Nella tabella sotto, le
linee tratteggiate indicano i punti in cui l’alternanza è permessa.

Tabella 2
ENG I told him that so that he would bring it fast
SP (Yo) le dije eso pa’ que (él) la trajera ligero
CS I told him that pa’ que la trajera ligero

Il secondo vincolo, invece, sostiene che i codici possano essere alternati


dopo qualsiasi costituente del discorso purché tale costituente non sia un
morfema legato.
8) *RUN – iendo
‘running’8
8
Poplack (1980: 586)
Rientrano in questo vincolo anche espressioni idiomatiche come cross my
fingers oppure si Dios quiere y la Virgen che si comportano come morfemi
legati poiché mostrano una forte tendenza ad essere espressi in una sola
lingua.

2.1.3. The Minimalist Program


L’alternanza di codice in termini minimalisti è l’uso alternativo dei lessici
di lingue diverse. Le interpretazioni minimaliste si fondano sul presupposto
che gli stessi meccanismi che sono responsabili delle grammatiche
monolingue siano in grado spiegare anche le grammatiche bilingue.
Mahootian (1993) ha proposto la ‘Null Theory’, una teoria che afferma che
la commutazione di codice è libera da restrizioni purché nessun vincolo
della grammatica universale sia violato.
Le teorie minimaliste perciò non richiedono specifiche restrizioni per
l’alternanza di codice (MacSwan 2009), ma cercano di applicare lo stesso
apparato di regole del discorso monolingue a quello bilingue. La differenza
sta solo nel fatto che la facoltà di linguaggio bilingue ha due lessici, due
componenti fonologiche ma solo un sistema computazionale (MacSwan
2000).
Le analisi di tipo minimalista escludono le istanze di inter-sentential CS
poiché assumono che la frase sia la massima unità di analisi (Herring et al.
2010).
3. Grammatiche in conflitto

Nella maggior parte delle istanze bilingue, la commutazione di codice


appare nel sintagma del determinante (in inglese determiner phrase, DP) e
consiste nel cambio di codice tra i determinanti e i loro nomi
complementari (Poplack 1980).
L’inglese e lo spagnolo formano una coppia di lingue interessante, poiché
le loro grammatiche comportano diversi punti di conflitto all’interno del
sintagma. I conflitti concernono la lingua del determinante e, se il
determinante è spagnolo, il genere del determinante, il suo posizionamento
e il genere dell’aggettivo (se presente).

3.1.1. Genere dei nomi


L’inglese non mostra alcuna caratteristica formale di genere ma ha un
sistema di genere semantico o naturale segnalato solo attraverso i pronomi -
he, she, it.
Al contrario, lo spagnolo ha un sistema di genere binario. I sostantivi sono
grammaticalmente categorizzati come maschili o femminili e le loro
caratteristiche (genere e numero) dipendono dal determinante.
Secondo alcuni studi circa il 52% dei nomi sono classificati come maschili
e circa il 45% come femminili. Il genere maschile è quindi considerato
come meno marcato e perciò come il genere di default; pertanto la
caratteristica di genere è formalizzata come [±femminile] (Harris 1991).
Il genere è segnalato, oltre dall’accordo con i determinanti, anche con
quello con gli aggettivi, i participi e i pronomi.

Sostantivi maschili Sostantivi femminili


Segno di genere
Libr -o Mes -a
canonico
Segno di genere non Coch -e Clas -e
canonico Bar Luz
Sostantivi residuali Cur -a Fot -o
Tabella 3

3.1.2. Genere degli articoli


L’articolo è pre-nominale sia in inglese che in spagnolo.
L’inglese ha un solo articolo determinativo, ‘the’, e due articoli
indeterminativi, ‘a’ e ‘an’, l’utilizzo dei quali dipende soltanto dalla parola
seguente, se inizia con suono consonantico o suono vocalico. L’articolo
determinativo può precedere nomi sia plurali che singolari, mentre gli
articoli indeterminativi possono essere usati solo con sostantivi singolari.9
Lo spagnolo ha quattro articoli determinativi e quattro articoli
indeterminativi che si differenziano per genere e numero come evidenziato
nella tabella sotto.

MASCHILE FEMMINILE MASCHILE FEMMINILE


SINGOLARE SINGOLARE PLURALE PLURALE
ARTICOLO
El La Los Las
DETERMINATIVO
ARTICOLO
INDETERMINATIV Un Una Unos Unas
O
Tabella 3

3.1.3 Genere degli aggettivi


Come abbiamo detto, il genere nello spagnolo non è espresso solo
attraverso il determinante, ma anche attraverso gli aggettivi che concordano
con il genere del nome (a differenza dell’inglese dove l’aggettivo non è
marcato per genere). Gli aggettivi di solito acquisiscono la vocale finale

9
In inglese sono più frequenti, rispetto allo spagnolo, i bare nouns (o bare nominals): strutture nominali
senza articolo o determinante che esprimono i nomi singolari di massa e i nomi plurali con valore
generico.
femminile -a o maschile -o in concordanza con il genere del nome (Harris
1991).
All’interno del sintagma determinante troviamo quindi la concordanza di
genere tra nomi, articoli e aggettivi, cosa che non avviene in inglese:

El libro viejo The old book


La mesa vieja The old table
El coche viejo The old car
La canciòn vieja The old song
Valenzuela et al. (2012: 483)

Nella lingua inglese, gli aggettivi sono di solito in posizione pre-nominale.

9) A very good meal.


(Zagona 2002: 89, ex. 28a)

I casi in cui possiamo trovarli in posizione post-nominale sono pochi, come


ad esempio per uso poetico (They heard creatures unseen), per espressioni
prese in prestito da lingue romanze o per particolari costruzioni
grammaticali.10
Al contrario, nelle lingue romanze, come lo spagnolo, gli aggettivi sono di
solito collocati in posizione post-nominale.

10) Una red eléctrica


(Gil et al. 2012: 243, ex. 4)

Anche lo spagnolo può avere aggettivi in posizione pre-nominale. Molti


aggettivi qualificativi infatti possono trovarsi sia in posizione pre- che post-
nominale con significati diversi (Bosque and Picallo 1996). La scelta di una

10
https://en.wikipedia.org/wiki/Postpositive_adjective
posizione piuttosto che un'altra dipende dunque da ciò che si vuole
esprimere:

11) a. Un viejo amigo b. Un amigo viejo


(Zagona 2002: 90, ex. 32b)

L’uso dell’aggettivo viejo (9a) nella posizione pre-nominale sta ad indicare


un amico di vecchia data (a long-time friend) mentre lo stesso aggettivo in
posizione post-nominale indica l’età dell’amico (an old friend).
4. Sintagmi misti inglese/spagnolo

Nei sintagmi misti inglese/spagnolo si possono avere casi con un


determinante spagnolo e un sostantivo inglese, come nell’esempio 13, o
casi con un determinante inglese e un sostantivo spagnolo, come
nell’esempio 14:

13) a. El book b. La table


14) a. The libro b. The mesa

Ma considerando che i sostantivi in inglese non hanno genere, sorge il


problema di come facciano i bilingui spagnolo-inglesi a decidere, in casi
come 13, quale articolo (e di conseguenza quale genere) assegnare ad ogni
singolo sintagma nominale.

4.1. STRATEGIE DI ACCORDO


Un presupposto importante stabilito da Chomsky (1998) è che i tratti
possono essere interpretabili o non interpretabili.11 Se un tratto è
interpretabile allora esso concorre nella determinazione del significato, se è
non interpretabile non è importante ai fini del significato (Valenzuela et al
2012).
Nei sintagmi spagnoli (15), il determinante ha tratto GEN non
interpretabile (femminile la, maschile el), che deve essere valutato ed
eliminato quando abbinato al tratto GEN interpretabile del nome
(femminile luna, maschile sol).
Questo non accade nei sintagmi inglesi (16):
11
Negli esempi seguenti u: uninterpretable.
15
La [uGEN: fem.] luna [GEN: fem.]
El [uGEN: masc] sol [GEN: masc.]
16
The [] moon []
The [] sun []

Se si assume che il tratto interpretabile di accordo di genere del


determinante spagnolo richiede al sostantivo N di produrre il corrispettivo
tratto di accordo di genere, allora nessun sintagma misto D spagnolo + N
inglese risulterebbe possibile (la moon, el sun) (17).
L’unica soluzione che permette di accettare questi sintagmi sarebbe quella
di assegnare al sostantivo inglese il corrispondente tratto GEN che il nome
equivalente in spagnolo avrebbe.
17
La [uGEN: fem.] moon [GENluna: fem.]
El [uGEN: masc. sun [GENsol: masc.]

In questo modo entrambe le componenti hanno lo stesso genere ed il


meccanismo non porta ad un crash nella derivazione.
D’altra parte, il determinante di genere maschile è considerato la forma
predefinita e non marcata nella lingua spagnola; pertanto anche i sintagmi
con determinante maschile di default e sostantivo inglese dovrebbero essere
accettabili (18). Infatti, un determinante con GEN sottospecificato non
provoca scontro di genere anche se compare con un sostantivo che ha un
equivalente spagnolo femminile:
18
Elthe [uGEN: sub-specified] moonluna [ ]
Elthe [uGEN: sub-specified] sunsol []
L’unico caso non derivabile è dato dal sintagma con determinante spagnolo
femminile e sostantivo inglese dall’equivalente spagnolo maschile (*la
sun).
Infine, nel caso di determinante inglese e sostantivo spagnolo (19) entrambi
i casi (N maschile o femminile) risultano possibili poiché il determinante
non contiene nessuna caratteristica di genere (Liceras et al 2008) ed è
quindi compatibile con qualsiasi N:
19
The [ ] luna [GEN: fem.]
The [ ] sol [GEN: masc.]

Klassen e Liceras (2017) sostengono che lo stesso meccanismo regoli l’uso


del criterio analogico nei processi di accordo con l’aggettivo come quello
in (20a-b). Nel caso (20c) essendo il determinante sottospecificato per
genere, non c’è scontro neanche se un aggettivo maschile (genere di
default) compare con un SN inglese che contiene un sostantivo con un
equivalente spagnolo di genere femminile:
20
) a. The moon [la luna] esis bonitabeautiful
b. The sun [el sol] esis bonitobeautiful
c. The moon [la luna] esis bonitobeautiful

L’unica combinazione non possibile si ha nuovamente nel caso di un nome


inglese con equivalente spagnolo maschile abbinato ad un aggettivo
spagnolo femminile (*the sun es bonita).
Possiamo affermare, quindi, che sia nel caso di utilizzo di un D spagnolo e
un N inglese, sia nel caso di SN inglese con aggettivo spagnolo ci sono due
opzioni che devono essere valutate: scegliere il genere maschile di default
oppure scegliere il genere che rispetti la caratteristica GEN del sostantivo
equivalente (criterio analogico). La scelta di una o dell’altra delle due
strategie dipende dalla lingua dominante nei bilingui (Klassen e Liceras
2017).
Nei test effettuati da Liceras et al. (2008) è stato riscontrato che sia i
bilingui con spagnolo L1 sia quelli con inglese L1 giudicano ‘migliori’ le
frasi che contengono determinante inglese e sostantivo spagnolo (19).
Questa scelta è spiegabile se si considera che è il determinante a proiettare
e attivare l’accordo, e dunque, scegliendo un determinante senza genere, si
hanno meno problemi per il sistema computazionale del parlante.
Nel caso di determinante spagnolo, i parlanti con spagnolo L1 mostrano
una significativa preferenza nella scelta di frasi nelle quali il genere del
determinante e del sostantivo corrispondono (21-23) rispetto a quelle in cui
non corrispondono (22).

21) El niño está abriendo laF door (la puertaF)


22) El pajaro está en elM hand (la manoF)
23) The house es pequeña (la casaF es pequeñaF)

La preferenza dei parlanti spagnoli a far corrispondere i generi di D e N è


stata interpretata come la prova che il loro sistema computazionale richiede
al sostantivo inglese di acquisire il tratto di genere del sostantivo spagnolo
corrispondente, ‘forzando’ così l’accordo tra le due parti. Questa preferenza
è stata registrata indipendentemente dal loro grado di competenza nella
lingua inglese. La corrispondenza tra i generi non è invece così importante
per coloro la cui madrelingua non è lo spagnolo. È stato quindi ipotizzato
che i learners non siano sensibili al tratto GEN non interpretabile del
determinante spagnolo e preferiscano, di conseguenza, il maschile di
default.