Sei sulla pagina 1di 12

Lucio Anneo Seneca, in latino Lucius Annaeus Seneca, anche noto come Seneca o Seneca il

giovane (Corduba, 4 a.C. Roma, 65), stato un filosofo, politico e drammaturgo romano.

Biografia
Le origini
Lucio Anno Seneca, figlio di Seneca il Vecchio, nacque a Cordova, capitale della Spagna Betica,
una delle pi antiche colonie romane fuori dal territorio italico, in un anno di non certa
determinazione; i fratelli erano Novato e Mela, padre del futuro poeta Lucano. Le possibili date
attribuite dagli studiosi sono in genere tre: il 3 a.C., il 4 a.C. o l'1 a.C.; sono tutte ipotesi possibili
che si fondano su vaghi accenni presenti in alcuni passi delle sue opere in particolare nel De
tranquillitate animi e nel Epistulae ad Lucilium. La famiglia di Seneca, gli Annei, ha origini antiche
ed Hispaniensis, cio non originaria della Spagna, ma discendente da immigrati italici, trasferitisi
nella Hispania Romana nel II secolo a.C., durante la fase iniziale della colonizzazione della nuova
provincia. La citt di Cordoba, la pi famosa e grande di tutta la provincia, aveva assimilato fin
dalle origini l'lite economica e intellettuale della popolazione italica; intensi erano i suoi rapporti
con Roma e la cultura latina.

La figura paterna
Non si hanno notizie di esponenti della famiglia degli Annei coinvolti in attivit pubbliche prima di
Seneca. Il padre del filosofo, Seneca il Vecchio, era di rango equestre come attesta Tacito negli
Annales e autore di alcuni libri di Controversiae e di Suasoriae; scrisse anche un'opera storica che
per andata perduta. A Roma egli trov il luogo ideale per realizzare le proprie ambizioni. Al fine
di rendere pi agile l'inserimento dei figli nella vita sociale e politica, si trasfer a Roma negli anni
del principato di Augusto, dove si appassion all'insegnamento dei retori e divenne assiduo
frequentatore delle sale di declamazione. Spos in et abbastanza giovane una donna di nome Elvia
da cui ebbe tre figli:

il primogenito Lucio Anneo Novato, che prese il nome di Lucio Giunio Gallio Anneano dopo
l'adozione da parte dell'oratore Giunio Gallio; intraprese la carriera senatoria e divent
proconsole sotto Claudio.

il secondogenito Lucio Anneo Seneca (precettore di Nerone)

il terzogenito Lucio Anneo Mela (padre del poeta Lucano), che si dedic agli affari.

Lo stesso Seneca parla dei suoi fratelli:

Volgiti ai miei fratelli, vivendo i quali non ti lecito accusare la fortuna


(Consolatio ad Helviam, 18, 2)

La salute cagionevole[modifica]

Seneca, fin dalla giovinezza, ebbe alcuni problemi di salute; era soggetto a svenimenti e attacchi
d'asma che lo tormentarono per diversi anni e lo portarono a vivere momenti di disperazione, come
egli ricorda in una lettera:

La mia giovinezza sopportava agevolmente e quasi con spavalderia gli accessi della malattia. Ma
poi dovetti soccombere e giunsi al punto di ridurmi in un'estrema magrezza. Spesso ebbi l'impulso di
togliermi la vita, ma mi trattenne la tarda et del mio ottimo padre. Pensai non come io potessi morire
da forte, ma come egli non avrebbe avuto la forza di sopportare la mia morte. Perci mi imposi di
vivere; talvolta ci vuole coraggio anche a vivere.
(Epistulae ad Lucilium, 78, 1-2)

E ancora:

L'assalto del male di breve durata; simile ad un temporale, passa, di so


perch riuscito a rinviare il processo.
(Epistulae ad Lucilium, 54, 1-4)

La formazione presso la scuola del grammaticus


Seneca ricevette a Roma un'accurata istruzione retorica e letteraria, come voleva il padre, anche se
egli si interessava pi che altro di filosofia. Segu quindi gli insegnamenti di un grammaticus e in
seguito ricorder del tempo perduto presso di lui (Epistulae ad Lucilium, 58,5). Egli non ebbe
dunque interesse per la retorica, anche se questo tipo di formazione gli servir per la sua esperienza
futura di scrittore. Fondamentale per lo sviluppo del suo pensiero fu la frequentazione della scuola
cinica dei Sesti: il maestro Quinto Sestio per Seneca il modello di un asceta immanente che cerca
il continuo miglioramento attraverso la nuova pratica dell'esame di coscienza.

Il soggiorno in Egitto
Attorno al 20 d.C. Seneca si rec in Egitto, dove stette per diverso tempo, anche se non possibile
stabilire esattamente quanto a lungo. Vi and per curare le crisi di asma e la bronchite ormai cronica
da cui era afflitto. Fu ospite del procuratore Gaio Galerio, marito della sorella di sua madre Elvia.
Qui approfond la conoscenza del luogo sia nelle sue componenti geografiche che in quelle
religiose, come racconta nel Naturales quaestiones (IV, 2, 1-8). Il contatto con la cultura egizia gli
permise di confrontarsi con una diversa concezione della realt politica (in Egitto il principe era
ritenuto un dio) e gli offr una pi ampia e complessa visione religiosa.Probabilmente il suo
allontanamento da Roma fu dovuto anche a ragioni di prudenza politica, conseguente allo
scioglimento da parte di Tiberio della setta dei sestii di cui facevano parte due dei maestri di Seneca.

La vita pubblica
La carriera politica, la prima condanna a morte e l'esilio in Corsica
Dopo essere tornato da un viaggio in Egitto inizi l'attivit forense e la carriera politica (divenne
dapprima questore ed entr a far parte del Senato) godendo di una notevole fama come oratore, al
punto di far ingelosire l'imperatore Caligola, che nel 39 d.C. lo voleva eliminare, soprattutto per la

sua concezione politica rispettosa delle libert civili. Si salv grazie ai buoni uffici di una amante
del princeps, la quale affermava che comunque sarebbe morto presto a causa della sua salute.
Due anni dopo, nel 41, il successore di Caligola, Claudio, lo condann all'esilio in Corsica con
l'accusa di adulterio con la giovane Giulia Livilla (figlia di Germanico), sorella di Caligola.
In Corsica Seneca rest fino al 49, quando Agrippina minore riusc ad ottenere il suo ritorno
dall'esilio e lo scelse come tutore del figlio Nerone. Secondo Tacito sarebbero tre i motivi che
spinsero Agrippina a questo: l'educazione di suo figlio, attirarsi le simpatie dell'opinione pubblica
(Seneca era considerato uomo di grande cultura) e avere stretti rapporti con lui per riuscire ad
impadronirsi del potere.
Seneca accompagn l'ascesa al trono del giovane Nerone (54 - 68) e lo guid durante il suo
cosiddetto "periodo del buon governo", il primo quinquennio del principato. Assunse un grande
potere politico, che gli consent di divenire estremamente ricco. Si narra che avesse una collezione
di cento tavoli di cedro. Progressivamente, a causa delle intemperanze del giovane imperatore, tale
rapporto si deterior. Giustific come il "male minore" l'esecuzione della madre di Nerone,
Agrippina, nel 59, e se ne assunse tutto il peso morale. In seguito, il rapporto con l'imperatore
peggior e temendo quindi per la propria vita Seneca si ritir a vita privata, donando a Nerone tutti i
suoi averi e dedicandosi interamente ai suoi studi ed insegnamenti. Famoso il suo epistolario con
Lucilio, al tempo Governatore della Sicilia, di origine pompeiana. Finalmente assunse quello stile di
vita che andava insegnando, dimostrando di essere un amministratore dei suoi beni e non un
amministrato.

La congiura di Pisone e la seconda condanna a morte


(LA)

Post quae eodem ictu brachia ferro exsolvunt. Seneca, quoniam senile corpus et parco victu tenuatum lenta effug
(Publio Cornelio Tacito, Annales, XV, 63 )

Nerone, tuttavia, continuava a nutrire una crescente insofferenza verso Seneca e Sesto Afranio
Burro, Prefetto del Pretorio, morto nel 62. Egli non aspettava che un pretesto per eliminarlo.
L'occasione venne col fallimento della congiura dei Pisoni (aprile 65) contro la sua persona, della
quale Seneca forse era solamente informato, ma di cui non si sa se sia stato partecipe. Ricevette
quindi l'ordine di togliersi la vita. Si tagli le vene, ma poich il sangue, lento per la vecchiaia e la
denutrizione, non defluiva, dovette ricorrere alla cicuta, veleno usato anche da Socrate. Tuttavia la
lenta emorragia non gli permise di deglutire; cos, secondo la testimonianza di Tacito, si immerse in
una vasca di acqua calda per favorire la perdita di sangue e raggiungere una morte lenta e straziante,
che arriv per soffocamento.
Il togliersi la vita, d'altronde, fu in perfetta armonia con i principi professati dallo stoicismo di et
imperiale, di cui Seneca fu uno dei maggiori esponenti: il saggio deve giovare allo stato, res publica
minor, ma, piuttosto che compromettere la propria integrit morale, deve essere pronto all'extrema
ratio del suicidio.
La vita non , infatti, uno di quei beni di cui nessuno ci pu privare, rientrando quindi nella
categoria degli indifferenti, quelli sono solo la saggezza e la virt; la vita piuttosto come la
ricchezza, gli onori, gli affetti: uno di quei beni, dunque, che il saggio deve essere pronto a restituire

quando la sorte li chiede indietro. Seneca, perci, affront lora fatale con la serena consapevolezza
del filosofo: egli, come racconta Tacito (Annales, LXII), non potendo fare testamento, lasci in
eredit ai discepoli limmagine della sua vita, richiamandoli alla fermezza per le loro lacrime, dato
che esse erano in contrasto con gli insegnamenti che lui aveva sempre dato loro. Il vero saggio deve
raggiungere infatti lapatheia, apatia, ovvero l'imperturbabilit che lo rende impassibile di fronte ai
casi della sorte.
La morte di Seneca, per di pi, cos eccelsa nella sua esemplarit, accomuna Seneca ad altri filosofi
che hanno segnato la classicit. La morte di Socrate, ad esempio, narrata nel Fedone di Platone. Ma
anche quella di Trsea Peto, morto proprio per il taglio delle vene.

Lo stile
Lo stile di Seneca fu definito, dal malevolo Caligola, "arena sine calce" (sabbia senza calce). Il
filosofo deve badare alla sostanza, non alle parole ricercate ed elaborate, che sono giustificate solo
se, in virt della loro efficacia espressiva, contribuiscono a fissare nella memoria e nello spirito un
precetto o una norma morale. La prosa filosofica di Seneca elaborata e complessa ma in
particolare nei dialoghi l'autore si serve di un linguaggio colloquiale, caratterizzato dalla ricerca
dell'effetto e dell'espressione concisamente epigrammatica. Seneca rifiuta la compatta architettura
classica del periodo ciceroniano, che, nella sua disposizione ipotattica, organizza anche la gerarchia
logica interna, e sviluppa uno stile eminentemente paratattico , che, nell'intento di riprodurre la
lingua parlata, frantuma l'impianto del pensiero in un susseguirsi di frasi penetranti e sentenziose, il
cui collegamento affidato soprattutto all'antitesi e alla ripetizione.
Tale prosa antitetica all'armonioso periodare ciceroniano, rivoluzionaria sul piano del gusto e
destinata a esercitare grande influsso sulla prosa d'arte europea, affonda le sue radici nella retorica
asiana procedendo con un ricercato gioco di parallelismi, opposizioni, ripetizioni, in un succedersi
di brevi frasi nervose e staccate, realizzando uno stile penetrante, drammatico, ma che non sa
evitare una certa teatralit. Egli prende molti spunti dalla corrente filosofica del'epicureismo (non
estremo) e da quella dello stoicismo.

Opere
I Dialoghi[
I Dialogi di Seneca sono dieci, distribuiti in dodici libri:
1. Ad Lucilium de providentia;
2. Ad Serenum de constantia sapientis;

3. Ad Novatum De ira in tre libri;


4. Ad Marciam de consolatione;
5. Ad Gallionem de vita beata;
6. Ad Serenum de otio;
7. Ad Serenum de tranquillitate animi;
8. Ad Paulinum de brevitate vitae;
9. Ad Polybium de consolatione;
10. Ad Helviam matrem de consolatione.

I trattati
Il De beneficiis e il De clementia sono due trattati di carattere etico-politico e si riferiscono al
momento dell'impegno di Seneca a fianco di Nerone.
Il De beneficiis
Il De beneficiis risale al periodo 62-64 ed scandito in sette libri, sviluppa il concetto di
"beneficenza" come principio coesivo di una societ fondata su una monarchia illuminata. Sembra
che sia stato composto quando Seneca si era reso conto del fallimento dell'educazione morale di
Nerone. Concetto fondamentale dell'opera che il beneficium un atto di generosit consapevole. Il
"De beneficiis" rivolto ad Ebuzio Liberale, un amico che Seneca frequent soprattutto durante gli
anni successivi al ritiro a vita privata.
Seneca analizza il dare ed il ricevere, la gratitudine e l'ingratitudine; mette in luce i forti limiti
connessi all'istituto tipicamente romano dei favori reciproci, determinati dai diffusi rapporti
clientelari tra i cittadini, ed elabora una nuova concezione di beneficium - favore disinteressato, che
possa basarsi su un sentimento di giustizia e non sulla speranza di essere ricambiati. Egli ricorda
inoltre come il desiderio di vendetta debba essere estirpato dal proprio animo, poich il vero
sapiens consapevole del fatto che sia bene restituire al prossimo ci che da lui riceviamo tranne
quando egli ci fa un torto. In tal caso, la patientia, sopportazione stoica derivante dalla propria
superiorit alle questioni terrene, la virt da coltivare.
In un passo di quest'opera egli paragona gli uomini ad un popolo di mattoni, che messi in coesione
l'uno sull'altro si sostengono a vicenda e reggono la volta dell'edificio della societ.
Il De clementia
Il De clementia ("La clemenza") fu composto tra il 55 e il 56 e ci giunto incompleto (non chiaro
se incompiuto o mutilo).
L'opera indirizzata a Nerone, da poco divenuto imperatore, di cui Seneca elogia la moderazione e
la clemenza, definita come la "moderazione d'animo di chi pu vendicarsi" o l' "indulgenza", e che
invita a comportarsi coi suoi sudditi come un padre coi figli. Seneca non mette in discussione il
potere assoluto dell'imperatore, ed anzi lo legittima come un potere di origine divino. A Nerone il

destino ha assegnato il dominio sui suoi sudditi, ed egli deve svolgere questo compito senza far
sentire su di loro il peso del potere.
Questa tesi trova il supporto filosofico nella dottrina politica stoica, secondo cui la monarchia la
forma di governo migliore, all'unica condizione che il sovrano sia sapiente, e trattenendo i suoi
sentimenti pi violenti, sappia esercitare con temperanza il suo potere.

Le Naturales quaestiones
Sviluppate in sette libri, le Naturales quaestiones furono composte nell'ultima parte della vita di
Seneca. L'edizione a noi giunta non integrale e differisce quasi sicuramente dall'edizione originale
per ordine e composizione. Interessante il fatto che, per molti versi, Seneca appare ben poco
stoico e pi vicino a considerazioni di tipo platonico, anche se egli non rinnegher il suo stoicismo.
Principi "platonici" possono essere ritrovati soprattutto nella prefazione al primo libro, nella quale si
avverte un forte contrasto tra anima e corpo (visto come prigione dell'anima) e dalla
caratterizzazione trascendentale di Dio privo di corporeit e non immanente. Questi,
principalmente, sono gli argomenti su cui Seneca si sofferma:

1. libro: I fuochi - Gli specchi

2. libro: Lampi e folgori

3. libro: Le acque terrestri (completo)

4. libro: il Nilo - Neve, pioggia, grandine

5. libro: I venti

6. libro: I terremoti

7. libro: Le comete

Innanzitutto per comprendere appieno il testo necessario capire che lo scopo che Seneca si
prefigge, non quello di raccogliere ordinatamente ogni conoscenza dell'epoca (cosa che invece
possiamo intendere almeno in parte nel Naturalis historia di Plinio il vecchio) bens quello di
liberare l'uomo dalla paura e dalla superstizione intorno ai fenomeni naturali, compiendo cos una
operazione simile a quella di Lucrezio nel suo De rerum natura (seppur con le dovute differenze ed
eccezioni).
Affrontando il testo, troviamo fin dal primo libro una chiara presa di posizione di Seneca nella
quale si scopre l'intento primo dell'opera: permettere all'uomo, una volta scevro dalle false credenze
che avvolgono la natura, di ascendere ad una dimensione pi divina. Di particolare importanza sono
il paragrafo 8-9: Hoc est illud punctum quod tot gentes ferro et igne dividitur? O quam ridiculi sunt
mortalium termini! (" tutto qui quel punto [la Terra, ndt] che viene diviso col ferro e col fuoco fra
tante popolazioni? Oh quanto ridicoli sono i confini posti dagli uomini!"), nel quale l'anima libera
oramai dalla sua fisicit, comprende l'inutilit degli affanni, dell'avidit e delle guerre.
Spesso quest'opera viene tacciata di poca scientificit, tuttavia viene da domandarsi se di
scientificit si possa propriamente parlare: anche se per certi versi Seneca mostra alcuni
atteggiamenti "scientifici", quali l'osservazione diretta, la riflessione razionale posteriore ad essa e

la discussione di eventuali altre teorie, per Seneca la conoscenza solo un mezzo per elevarsi sino a
Dio; molto spesso, inoltre, l'autore divaga in argomentazioni e questioni di tipo morale o religioso e
non sono rare le parti propriamente "filosofiche".

Le Epistole a Lucilio: la lettera filosofica come genere letterario


Seneca, nella produzione successiva al ritiro dalla scena politica (62), volse la sua attenzione alla
coscienza individuale. L'opera principale della sua produzione pi tarda, e la pi celebre in assoluto,
sono le Epistulae morales ad Lucilium, una raccolta di 124 lettere divise in 20 libri di differente
estensione (fino alle dimensioni di un trattato) e di vario argomento indirizzate all'amico Lucilio
(personaggio di origini modeste, proveniente dalla Campania, assurto al rango equestre e a varie
cariche politico-amministrative, di buona cultura, poeta e scrittore).
un'opera sulla quale v' una discussione se siano vere e proprie lettere inviate da Seneca a Lucilio
o una finzione letteraria. Verosimilmente si tratta di un epistolario reale (varie lettere richiamano
quelle di Lucilio in risposta), integrato da lettere fittizie (quelle pi ampie e sistematiche), inserite
nella raccolta al momento della pubblicazione. L'opera, che giunta incompleta e risale al periodo
del disimpegno politico (62-65), sebbene l'idea di comporre lettere di carattere filosofico indirizzate
ad amici venga da Platone e da Epicuro, costituisce sostanzialmente un unicum nel panorama
letterario e filosofico antico, e Seneca perfettamente consapevole di introdurre un nuovo genere
nella cultura letteraria latina. Il filosofo distingue le lettere filosofiche dalla comune pratica
epistolare, anche da quella di tradizione pi illustre, rappresentata da Cicerone. Seneca prende come
esempio Epicuro, il quale, nelle lettere agli amici, ha saputo realizzare quel rapporto di formazione
e di educazione spirituale che Seneca istituisce con Lucilio.
Le lettere di Seneca vogliono essere uno strumento di crescita morale. Riprendendo un topos
dell'epistolografia antica, Seneca sostiene che lo scambio epistolare permette di istituire un
colloquium con l'amico, fornendo un esempio di vita che, sul piano pedagogico, pi efficace
dell'insegnamento dottrinale. Seneca, proponendo ogni volta un nuovo tema, semplice e di
apprendimento immediato, alla meditazione dell'amico discepolo, lo guida al perfezionamento
interiore; per lo stesso motivo, nei primi tre libri, Seneca conclude ogni lettera con una sentenza che
offre uno spunto di meditazione. Le sentenze sono tratte da Epicuro, anche se Seneca non si
dichiara suo seguace. Egli sostiene, infatti, che ogni massima moralmente valida utile, da qualsiasi
fonte provenga.
Lo scrittore ritiene l'epistola lo strumento pi adatto per la prima fase dell'educazione spirituale,
fondata sull'acquisizione di alcuni principi basilari; pi tardi, con l'accrescimento delle capacit
analitiche del discente e del suo patrimonio dottrinale, sono necessari strumenti di conoscenza pi
impegnativi e complessi. La forma letteraria si adegua, quindi, ai diversi momenti del processo di
formazione e le singole lettere, col procedere dell'epistolario, divengono sempre pi simili al trattato
filosofico.
Non meno importante dell'aspetto teorico l'intento esortativo: Seneca vuole non solo dimostrare
una verit, ma anche invitare al bene. Il genere epistolare si rivela appropriato ad accogliere un tipo
di filosofia priva di sistematicit e incline alla trattazione di aspetti parziali o singoli temi etici. Gli
argomenti delle lettere, suggeriti per lo pi dall'esperienza quotidiana, sono svariati, e nella variet,
nell'occasionalit e nel collegamento fra vita vissuta e riflessione morale, sono evidenti le affinit
con la satira, soprattutto oraziana. Seneca parla delle norme cui il saggio si deve attenere, della sua
indipendenza e autosufficienza, della sua indifferenza alle seduzioni mondane e del suo disprezzo
per le opinioni correnti e propone l'ideale di una vita indirizzata al raccoglimento e alla

meditazione, al perfezionamento interiore mediante un'attenta riflessione sulle debolezze e i vizi


propri e altrui.
La considerazione della condizione umana che accomuna tutti i viventi lo porta ad esprimere una
condanna del trattamento comunemente riservato agli schiavi, con accenti di intensa piet che
hanno fatto pensare al sentimento della carit cristiana: in realt l'etica senecana resta
profondamente aristocratica, e lo stoico che esprime piet per gli schiavi maltrattati manifesta anche
il suo irrevocabile disprezzo per le masse popolari abbrutite dagli spettacoli del circo. Nelle
Epistole, l'otium costante ricerca del bene, nella convinzione che le conquiste dello spirito possano
giovare non solo agli amici impegnati nella ricerca della sapienza, ma anche agli altri, e che le
Epistole possano esercitare il loro benefico influsso sulla posterit.
L'opera senecana, e soprattutto le Epistulae ad Lucillium, si inserisce in quel momento storico
durante il quale il principato con gli ultimi esponenti della famiglia Giulia stava soffocando le
libert civili e riducendo il senato, un tempo garante del diritto, a semplice strumento sottoposto alla
volont del princeps. Si capisce perci il desiderio di Seneca di scrutare entro la propria coscienza e
in essa ricercare i motivi fondamentali delle virt, e quindi della libert interiore, attingendo al
pensiero di Platone e di Aristotele, ma soprattutto di Epicuro e della scuola stoica. Un Seneca alla
ricerca del superamento delle remore negative del suo tempo per proiettarsi in un'area universale,
ridiventando cos padrone di se stesso. Forse un pessimismo celato e rivolto all'inerzia? I critici,
almeno in un primo momento, se lo sono chiesto; tuttavia non si pu escludere che egli abbia
operato negli anni della sua maturit per evitare gli equivoci, le contraddizioni e ogni forma di
egoismo, proiettando nel contempo la persona, data la ricchezza dello spirito, oltre il tempo. Quasi
un porsi nella dimensione divina, per cui i beni terreni, fonte di egoismi e di ingiustizie, vengono
annullati. E al loro posto ecco la persona conscia della sua dignit. Di qui le tante lettere al suo
discepolo e amico, Lucilio, quasi proiezione di se stesso, o almeno di come avrebbe voluto essere. A
sostegno di tutto ci la filosofia, vista come regola di vita.
Molti i critici e gli studiosi che vedono negli ultimi scritti di Seneca un allineamento,
inconsapevole, alle tesi fondamentali della dottrina paolina; e pi tardi quasi ispiratori delle
Confessioni di Sant'Agostino. Ed significativo che il pensiero di Seneca nel tempo attuale
attragga molte persone e non pochi studiosi alla ricerca di pi vasti valori inerenti all'esistenza
umana, cos da sfuggire alle molteplici sollecitazioni che, tramite i media, cercano di spingere verso
un superficiale edonismo.

Le tragedie
Le tragedie ritenute autentiche sono nove (qualche dubbio sussiste per l'Octavia), tutte di soggetto
mitologico greco.

L'Hercules furens costruito sul modello dell'Eracle euripideo: Giunone provoca la follia di
Ercole. In conseguenza a ci l'eroe uccide moglie e figli. Una volta rinsavito, determinato a
suicidarsi, egli si lascia distogliere dal suo proposito e si reca infine ad Atene a purificarsi.

Le Troades la contaminazione dei soggetti di due drammi euripidei, le Troiane e l'Ecuba.


La tragedia rappresenta la sorte delle donne troiane prigioniere e impotenti d fronte al
sacrificio di Polissena, figlia di Priamo e del piccolo Astianatte, figlio di Ettore e
Andromaca.

Le Phoenissae l'unica tragedia senecana incompleta, improntata sulle Fenicie di Euripide e


sull'Edipo a Colono di Sofocle. La vicenda ruota attorno al tragico destino di Edipo e
all'odio che divide i suoi figli Etocle e Polinice.

La Medea naturalmente si rif a Euripide e forse anche a un'omonima, e fortunata, tragedia


perduta di Ovidio. La tragedia narra la cupa vicenda della principessa della Colchide
abbandonata da Giasone e assassina, per vendetta, dei figli avuti da lui.

La Phaedra presuppone il celebre modello euripideo dell'Ippolito, di una tragedia perduta di


Sofocle e della quarta delle Heroides ovidiane: tratta dell'incestuoso amore di Fedra per il
figliastro Ippolito e del drammatico destino che si abbatte sul giovane, restio alle seduzioni
della matrigna, la quale, per vendetta, ne provoca la morte denunciandolo al marito Teseo,
padre di Ippolito.

L'Oedipus, ispirato all'Edipo Re sofocleo, narra il mito tebano di Edipo, inconsapevole


uccisore del padre Laio e sposo della madre Giocasta. Alla scoperta della tremenda verit
egli reagisce accecandosi.

L'Agamemnon, si ispira, assai liberamente, all'omonimo dramma di Eschilo. La tragedia


rievoca l'assassinio del re, al ritorno da Troia, per mano della moglie Clitennestra e
dell'amante Egisto.

Il Thyestes rappresenta una vicenda mitica gi trattata in opere perdute di Sofocle, Euripide
e Ennio. Atreo, animato da odio mortale per il fratello Tieste, che gli ha sedotto la sposa, si
vendica con un finto banchetto di riconciliazione in cui imbandisce al fratello ignaro le carni
dei figli.

Nell'Hercules Oetaeus (Ercole sull'Eta, il monte su cui si svolge l'evento culminante del
dramma) modellato sulle Trachinie di Sofocle, trattato il mito della gelosia di Deianira, che
per riconquistare l'amore di Ercole innamoratosi di Iole, gli invia una tunica intrisa del
sangue del centauro Nesso, creduto un filtro d'amore e in realt dotato di potere mortale: tra
dolori atroci Ercole si uccide ed assunto fra gli dei. Fortissime, in quest'opera, le analogie
con la vita di Ges di Nazareth. Un fatto che d ragione a molti storici secondo i quali, gi
negli anni di Seneca, il Cristianesimo era diffuso nei circoli degli intellettuali e tra i patrizi
romani a pochi anni dalla morte di Ges. L'Ercole di questa tragedia, infatti, muore e
risorge, assunto tra gli dei, si rivolge a Giove come "pater", viene tradito da un amico che
si suicida. Non solo: alla sua morte getta un urlo fortissimo, ne segue un terremoto, ascende
al cielo ed presente nel testo anche la trasfigurazione di Ercole. Infine, dopo la
risurrezione, Ercole si identifica con Giove e ne assume i poteri.

Le tragedie di Seneca sono le sole opere tragiche latine pervenute in forma non frammentaria, e
costituiscono quindi una testimonianza preziosa sia di un intero genere letterario, sia della ripresa
del teatro latino tragico, dopo i vani tentativi attuati dalla politica culturale augustea per promuovere
una rinascita dell'attivit teatrale. In et giulio-claudia (27 a.C.68 d.C.) e nella prima et flavia
(6996) l'lite intellettuale senatoria ricorse al teatro tragico per esprimere la propria opposizione al
regime (la tragedia latina riprende ed esalta un aspetto fondamentale in quella greca classica, ossia
l'ispirazione repubblicana e l'esecrazione della tirannide). Non a caso, i tragediografi di et giulioclaudia e flaviana furono tutti personaggi di rilievo nella vita pubblica romana.

Le tragedie di Seneca erano, forse, destinate soprattutto alla lettura, il che poteva non escludere
talora la rappresentazione scenica. La macchinosit o la truce spettacolarit di alcune scene
sembrerebbero presupporre una rappresentazione scenica, mentre una semplice lettura avrebbe
limitato, se non annullato, gli effetti ricercati dal testo drammatico. Le varie vicende tragiche si
configurano come scontri di forze contrastanti e conflitto fra ragione e passione. Anche se nelle
tragedie sono ripresi temi e motivi delle opere filosofiche, il teatro senecano non solo
un'illustrazione, sotto forma di exempla forniti dal mito, della dottrina stoica, sia perch resta forte
la matrice specificamente letteraria, sia perch, nell'universo tragico, il logos, il principio razionale
cui la dottrina stoica affida il governo del mondo, si rivela incapace di frenare le passioni e arginare
il dilagare del male.
Alle diverse vicende tragiche fa da sfondo una realt dai toni cupi e atroci, conferendo al conflitto
fra bene e male una dimensione cosmica e una portata universale. Un rilievo particolare ha la figura
del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato
dalla paura e dall'angoscia. Il despota offre lo spunto al dibattito etico sul potere, che
importantissimo nella riflessione di Seneca. Di quasi tutte le tragedie senecane, restano i modelli
greci, nei confronti dei quali Seneca ha una grande autonomia che per presuppone un rapporto
continuo col modello, sul quale l'autore opera interventi di contaminazione, di ristrutturazione, di
razionalizzazione nell'impianto drammatico.
Il linguaggio poetico delle tragedie ha origine nella poesia augustea (cospicua la presenza di
Ovidio), dalla quale Seneca mutua anche le raffinate forme metriche, come il particolare tipo di
senario, gi adottato dal teatro tragico augusteo. Le tracce della tragedia latina arcaica si avvertono
soprattutto nel gusto del pathos esasperato, nella tendenza alla frase sentenziosa, isolata, in netto
rilievo, alimentata soprattutto dal gusto retorico del tempo.
La stessa tendenza si manifesta anche nella frammentazione dei dialoghi (un verso per ogni
personaggio) ed in una costante influenza della retorica asiana, percepibile nella continua tensione,
nell'enfasi declamatoria, nello sfoggio di greve erudizione nelle tinte fosche e macabre. Spesso
l'esasperazione della tensione drammatica ottenuta mediante l'introduzione di lunghe digressioni,
che alterano i tempi dello sviluppo scenico isolando singole scene come quadri autonomi, estraniati
dal contesto della dinamica teatrale (forse "pezzi di bravura" destinati ad esser letti nelle sale di
recitazione). Uno stile che costituisce un documento tra i pi rappresentativi del gusto letterario
contemporaneo.
Una decima tragedia, l'Octavia, rappresenta la sorte di Ottavia, la prima moglie di Nerone da lui
ripudiata, perch innamorato di Poppea, e fatta uccidere. S tratta quindi di una tragedia di
argomento romano, ossia una praetexta (l'unica rimasta), ma certamente spuria, sia perch lo
stesso Seneca vi compare come personaggio del dramma, sia perch la descrizione della morte di
Nerone (avvenuta nel 68, tre anni dopo quella di Seneca), preannunciata dall'ombra di Agrippina,
troppo corrispondente alla realt storica, inoltre l'autore, che mostra grande familiarit con l'intera
produzione di Seneca, trasferisce nella tragedia brani versificati tratti dalle opere filosofiche.
L'Octavia quindi, fu scritta in un ambiente vicino a Seneca e pochi anni dopo la sua morte (70-80
d.C.).
Analisi e rappresentazione delle tragedie[modifica]
Seneca mostra nelle sue tragedie il lato forse pi sconosciuto della sua personalit, l'altra faccia di
quel vir sapiens et bonus suicidatosi per la giusta causa della libert, di quel saggio stoico che
andava predicando l'imperturbabilit, la giustizia e il Bene.

La tragedia un tipo di rappresentazione teatrale molto antico; l'etimologia del termine, trgos
("capro") e od ("canto"), rimanda al canto dei capri, ovvero al coro composto dai seguaci di
Dioniso mascherati da capri. Si sappia che le fattezze caprine, ma soprattutto quelle dei satiri e dei
fauni, vennero prese in prestito dall'iconografia paleocristiana per la rappresentazione del demonio.
Ritornando sui nostri passi, le tragedie senecane, spesso a sfondo mitico e con personaggi presi in
prestito dalla tradizione mitica e tragediografa greca, si configurano infatti come uno studio oculato
e preciso dei comportamenti umani, soprattutto per quanto riguarda le esperienze del Male e della
morte. In esse Seneca parla infatti di uccisioni (anche all'interno del gruppo familiare o a danno di
amici), di incesti e di parricidi, di rituali di magia nera, di maledizioni e di predizioni quanto mai
macabre, di cerimonie di sacrificio e di atrocit d'ogni genere, di crisi d'ira e di gesti incontrollabili,
di atti di cannibalismo e di azioni nefaste, di insane passioni e di un uso folle e spregiudicato della
violenza. Nelle tragedie senecane domina insomma incontrastato l'irrazionale e il Male.
A testimonianza di ci si nota che Seneca non ricorre all'uso del deus ex machina (ovvero
dell'entrata in scena, soprattutto sul finire dello spettacolo, di un dio "volante", sostenuto per mezzo
di una fune da un complesso sistema di carrucole: da qui appunto ex machina) per mezzo del quale
solitamente si aveva la risoluzione pacifica del dramma (il lieto fine) oltre che la giustificazione del
Male compiuto nell'azione. Questo perch le sue tragedie ci offrono uno spaccato di vita (chiamarla
quotidiana sarebbe un po' troppo azzardato) nella quale non c' n rimedio n soluzione alle atrocit
commesse. I personaggi sono, in questo senso, comunque condannati: ad esempio Fedra
inevitabilmente destinata al suicidio, in preda al rimorso per l'incesto col figliastro Ippolito.
Prototipo maligno per eccellenza per Medea, colei che invoca rabbiosa e vendicatrice le forze del
Male per abbattere e distruggere ogni cosa in modo da rendersi giustizia, dopo essere stata ripudiata
da Giasone che in cambio sposa Creusa.
Nelle tragedie di Seneca si assiste quindi ad un completo rovesciamento dei punti di vista, secondo
cui ci che apparirebbe naturalmente privo di senso, anomalo e degenerato, finisce per apparire del
tutto normale, oltre che lecito. Le anime malate che egli rappresenta sembrano inoltre aver perduto
una volta per sempre il senno, ovvero la ragione, senza la quale il mondo sembra essere diventato
preda di ombre e di mostri in completa balia del Male e delle forze dell'inferno.

L'Apokolokyntosis
Il Ludus de morte Claudii (o Divi Claudii apotheosis per saturam) generalmente noto col nome di
Apokolokyntosis, (parola che implicherebbe un riferimento a kolkynte, cio la zucca, forse come
emblema di stupidit) parodia della divinizzazione di Claudio decretata dal senato romano alla sua
morte. Nel testo di Seneca non si parla di zucche e l'apoteosi non ha luogo; il termine andrebbe
dunque inteso non come "trasformazione in zucca", ma come "deificazione di una zucca, di uno
zuccone". Tacito (Annales, XIII 3) afferma che Seneca aveva scritto la laudatio funebris
dell'imperatore morto (pronunciata da Nerone), per, in occasione della divinizzazione di Claudio,
che aveva suscitato le ironie degli stessi ambienti di corte e dell'opinione pubblica, potrebbe aver
dato sarcastico sfogo al risentimento contro l'imperatore che lo aveva condannato all'esilio (l'opera
sarebbe del 54).
Il componimento narra la morte di Claudio e la sua ascesa all'Olimpo nella vana pretesa di essere
assunto fra gli dei. Qui egli incontra Augusto che inizia a raccontare tutti i misfatti del suo impero;
gli dei lo condannano quindi a discendere, come tutti i mortali, agli inferi, dove egli finisce schiavo
di Caligola e da ultimo viene assegnato da Minosse al liberto Menandro: una condanna di
contrappasso per chi aveva fama di esser vissuto in mano dei suoi potenti schiavi. Allo scherno per

l'imperatore defunto Seneca contrappone, all'inizio dell'opera, parole di elogio per il suo successore,
preconizzando nel nuovo principato un'et di splendore e di rinnovamento.