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Intellettuali e potere

Livio. Definito da Augusto “pompeiano” per le sue simpatie repubblicane, si allinea però in tutto e per tutto
al potere di Augusto e ne educa il nipote Claudio. La sua opera storica, interrotta, sarebbe dovuta arrivare
alla morte di Augusto e ne è un omaggio, perché Livio mantiene un rapporto equilibrato e cauto con il
potere, mantenendosi lontano dalla vita politica. A livello ideologico, sostiene i valori che hanno fatto
grande la Res Publica romana.

Seneca. A causa delle sue idee politiche liberali e non allineate, ha un rapporto burrascoso con Caligola (che
vuole ucciderlo), Claudio (che lo esilia in Corsica) e Nerone, di cui è precettore, che alla fine lo fa uccidere.
Inizialmente ha un rapporto armonioso con lui, ma dopo il “quinquennio felice” Nerone allontana i suoi
fedelissimi e Seneca è accusato di aver partecipato alla congiura dei Pisoni (65) e costretto a suicidarsi.

Nel De Clementia, Seneca aveva cercato di dare a Nerone consigli per un governo illuminato dalla
clementia; come stoico, nei Dialogi Seneca afferma che l’individuo deve rendersi utile alla collettività, ma il
negotium deve accompagnarsi all’otium, che è il momento in cui il saggio si ricarica con gli studi filosofici.

Petronio. Inizialmente è arbiter elegantiarum alla corte di Nerone, che lo considera per tutti gli eventi di
costume, ma poi viene in sospetto a quest’ultimo per la congiura dei Pisoni e costretto ad uccidersi.

Lucano. È l’unico dei tre di cui le fonti, in particolare Svetonio, dicono che sicuramente partecipò alla
congiura dei Pisoni. Poeta stimato da Nerone, che aveva lodato l’imperatore durante i Neronia, sembra che
avesse provocato l’invidia di Nerone, che pure aveva ambizioni poetiche. Svetonio ci dice che il contrasto
tra i due era da imputarsi totalmente all'impulsività di Lucano che si sarebbe offeso quando Nerone, nel bel
mezzo di una esibizione del poeta, convocò una seduta straordinaria in Senato e se ne andò con il solo
scopo di fargli perdere il filo; Lucano, quindi, avrebbe iniziato a pronunciare frecciate e forti allusioni
all'imperatore fino ad entrare a far parte della congiura. Nella Pharsalia Lucano lascia intravedere la sua
totale disillusione nei confronti del potere degli “uomini forti” Cesare e Pompeo, e di quelli come loro;
unico soggetto degno di ammirazione è Catone, ultimo baluardo della virtus repubblicana.

Tacito. Tacito considera il principato un momento di decadenza rispetto alla gloriosa storia della Roma
repubblicana, eppure lo ritiene un male necessario, perché serve a mantenere la pace ed eliminare le
guerre civili. Tale forma di governo, però, toglie la libertà ai singoli (v. Dialogus de oratoribus;
secondo Tacito la restrizione della libertà di opinione era da imputarsi ad una legge, introdotta da Augusto,
che puniva la lesa maestà -lex maiestatis-, ma in realtà colpiva la libertà di opinione).

Il principato è visto sia come causa che come effetto della decadenza che sta attraversando la morale, la
politica e la società romana. Bisogna comunque stare attenti che il principato non si trasformi in tirannide.

Lo storico romano mette in evidenza come anche il ritorno ad un passato repubblicano non darebbe i frutti
sperati a causa della corruzione dei senatori, servili e privi scrupoli. A testimonianza di
questo, Tacito ricorda il fallimento della congiura dei Pisoni operata nei confronti di Nerone.
Non si piegò mai al servilismo e, benché non fosse un aperto contestatore, si schierò sempre dalla parte
della libertà di opinione e contro gli uomini di potere che cercavano di reprimere tale libertà.
Plinio il giovane. Magistrato romano, oltre che scrittore, ha un rapporto con l’imperatore Traiano di totale
asservimento. Basti pensare al Panegirico di Traiano, che è una lode dell’imperatore visto come optimus
princeps. Nell’Epistolario si spinge addirittura a chiedere consigli personali a Traiano sulla gestione di
questioni spinose, mostrando di gradire un certo paternalismo.

Svetonio. Grazie alla sua fama di erudito, ebbe incarichi importanti dall’imperatore, svolgendo funzioni di
segretario (ab epistulis), di responsabile delle biblioteche pubbliche di Roma (a bibliothecis) e di direttore
dell'archivio imperiale (a studiis) durante l'impero di Adriano. Grazie a questi compiti ebbe accesso a
informazioni riservate, grazie a cui ci sono giunte notizie di prima mano sui Cesari, altrimenti
irrimediabilmente perdute. Forse proprio a causa di questa condizione privilegiata subì l’allontanamento da
questi incarichi, nel corso di un’epurazione generale voluta dalla moglie dell’imperatore.

Autori cristiani. In base alle Sacre Scritture, il Cristianesimo esorta all’ubbidienza verso tutte le autorità,
quindi anche quella imperiale, ma incita a non combattere e a non venerare altro che il Dio unico. Questo
ebbe come conseguenza l’ostilità e le persecuzioni da parte dei vari imperatori, almeno fino all’epoca di
Costantino. Ecco perché la prima apologetica si occupa soprattutto di difendere i Cristiani e la loro dottrina.
Da quando il Cristianesimo diventa religione ufficiale (380, editto di Tessalonica di Teodosio), il potere
imperiale entra a gamba tesa nelle questioni di fede.

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