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Publications de l'cole franaise

de Rome

La scuola dei Sestii


Italo Lana

Riassunto
Per cercare di individuare il ruolo della scuola sestiana nella prospettiva indicata dal Colloque vengono prese in esame tutte
le figure dei filosofi aderenti alla scuola : dal fondatore Quinto Sestio e dal figlio Sestio Nigro fino ai seguaci Papirio Fabiano,
Lucio Crassicio Pasicle, Cornelio Celso, senza trascurare n coloro che furono variamente influenzati dalla scuola di Sestio
(Caio Albucio Silo e il filosofo Seneca) n coloro che mostrano un certo grado di conoscenza dei princpi della scuola (Seneca
retore e Sozione).
Dall'analisi dei dati di cui disponiamo non siamo in grado di ricavare nulla circa il latino filosofico dei Sestii, perch i due Sestii
scrissero in greco, nulla ci pervenuto di Crassicio e gli scritti che possediamo di Fabiano e di Celso appartengono per il primo
alla sua attivit di declama tore e per il secondo al periodo in cui aveva ormai abbandonato la scuola sestiana.

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Lana Italo. La scuola dei Sestii. In: La langue latine, langue de la philosophie. Actes du colloque de Rome (17-19 mai 1990)
Rome : cole Franaise de Rome, 1992. pp. 109-124. (Publications de l'cole franaise de Rome, 161)
http://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1992_act_161_1_4268
Document gnr le 17/09/2015

ITALO LANA

LA SCUOLA DEI SESTII

1 - Premessa
In questo Colloque dedicato a La langue latine, langue de
la philosophie la scuola sestiana e chi stato invitato a trattarne
vengono a trovarsi in una posizione del tutto particolare, perch
degli scritti che i membri della scuola composero nessuno ci
pervenuto - e anche i frammenti veri e propri sono scarsissimi e
brevissimi (constano di una di poche parole); inoltre il fondatore
della scuola e il figlio che ne fu continuatore scrissero le loro opere
in greco, non in latino. Ancra : dei testi latini di aderenti alla
scuola, Crassicio, Fabiano e Celso, come vedremo, non possiamo
avvalerci perch non si sono conservati perch furono composti
quando non ancora quando non pi i loro autori si professavano
sestiani.
L'affermazione lapidaria del filosofo Seneca : Sextiorum nova
et Romani roboris seda (Nat. Quaest. 7.32.3) che si chiarisce con
l'altra asserzione egualmente senecana riferita al fondatore della
scuola : Graecis verbis Romanis moribus philosophantem (ep. 59.7),
delinea in maniera esatta la realt della scuola quale fu voluta dal
suo fondatore. Una scuola filosofica nuova, sia perch altra
rispetto alle scuole filosofiche ben note dell'antichit e affermate
da secoli sia perch era la prima volta che una scuola filosofica
romana - la prima, in ordine di tempo - usando la lingua greca
esprimeva i mores romani, qualificati secondo la categoria
tradizionale romana del robur (saldezza, energia morale). Ma, per quello
che ho detto, non siamo neppure in grado di verificare come la
lingua greca fosse stata piegata, nell'uso che ne fece la scuola, a
rendersi espressione del robur dei mores romani.
Una situazione, dunque, difficile, per il relatore : al quale
compete soltanto di ripercorrere - brevemente, in considerazione della
durata assegnatagli per la relazione - le vicende della scuola, dei
suoi aderenti e delle loro opere e di dimostrare che i testi latini di
coloro che aderirono alla scuola non possono essere usati per
qualificare il loro latino come lingua della filosofia.
La tirannia del tempo limitato sar meno pesante perch il

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relatore rinvier, implicitamente esplicitamente, in pi punti ad


un suo studio del 1953 1 sulla scuola sestiana e a sue ricerche su
scienza e tecnica a Roma da Augusto a Nerone del 1971 e del
19802 e utilizzer ampiamente una tesi di laurea dattiloscritta
sulla scuola sestiana (essa ne ha raccolto anche, per la prima volta,
testimonianze, dottrina e frammenti) elaborata sotto la sua quida
da Luciano Oberto presso l'Universit di Torino nel 19583. Dallo
sviluppo della relazione apparir anche in maniera evidente che in
essa viene rifiutato il pandiatribismo - cos lo chiamerei - di Andr
Oltramare, il quale, in un'opera per altro memorabile del 19264 che costituisce tuttora un passaggio obbligato per chi studia la
prosa latina del primo principato -, non ricostruendo in prospettiva
storica le vicende biografiche e culturali dei sestiani, si precluse la
possibilit di tenere distinta l'analisi della prosa declamatoria
dall'analisi di altri tipi di prosa, tutto riconducendo, con petizione
di principio, alla diatriba.

2 - Q. Sestio, il fondatore della scuola


Della scuola filosofica dei Sestii poche tracce si sono
conservate. Che si trattasse di una vera e propria scuola (seda) attestato
esplicitamente dal filosofo Seneca. Chi ne fosse stato il fondatore si
ricava, implicitamente, ancora dalla stessa fonte, che parla della
Sextiorum . . . seda 5, riferendosi, con il plurale, a Q. Sestio e al
figlio di lui Sestio Nigro. Quando la scuola abbia avuto inizio
risulta, anche questo implicitamente, dal medesimo Seneca, il quale ci
informa che Quinto Sestio rifiut il laticlavio, a cui pure per
condizione di nascita avrebbe potuto aspirare, offertogli da Giulio
Cesare6: dunque, probabilmente, negli anni tra il 48 (dopo Farsalo) e
il 44 (prima degli idi di marzo) : di qui si pu fondatamente ricava1 Sextiorum nova et Romani roboris secta, in Riv. FU. ci. 1953, p. 1-26; 209234, ora ristampato (con il titolo / filosofi sestiani e l'indifferenza di fronte allo
Stato) nel voi. Sapere, lavoro e potere in Roma antica, Napoli, 1990, p. 169-227.
2 La concezione della scienza e della tecnica a Roma da Augusto a Nerone. I.
Antologia di testi, II. Lezioni, Torino 1970; Scienza e politica in et imperiale
romana, in Tecnologia economia e societ nel mondo romano. Atti del Convegno
di Corno 27-29 settembre 1979, Corno, 1980, p. 21-43.
3 La tesi, dattiloscritta, depositata presso il Dipartimento di filologia,
linguistica e tradizione classica dell'Universit di Torino, Facolt di lettere e
filosofia.
4 A. Oltramare, Les origines de la diatribe romaine, Losanna, 1926 (sulla
scuola sestiana : p. 153-189).
5 Sen., Nat. quest., 7.32.3, cit. qui sopra.
6 Sen., Ep. ad Lue, 98.13-14.

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re che Sestio fosse nato non dopo il 70. Quando Cesare gli offre un
posto in senato, evidentemente la scelta radicale della vita filosofica da parte di Quinto Sestio non era ancora generalmente nota in
Roma, altrimenti Cesare non lo avrebbe invitato ad entrare nel vivo
della vita politica, assumendovi responsabilit. Dunque gli inizi
della scuola sembrano potersi fissare negli anni intorno alla morte del
dittatore.
Quanto esattamente dur la scuola non siamo in grado di dire.
Secondo Seneca essa inter initia sua, cum magno impetu coepisset,
extincta est (N.Q. 7.32.3). La notizia inserita in un contesto in cui
il filosofo deplora la decadenza la scomparsa di scuole filosofiche nel suo tempo (siamo verso il 64), che vengono meno sono
venute meno per mancanza di capiscuola di continuatori : egli
elenca gli academici, gli scettici, i pitagorici, i sestiani (non gli
stoici, naturalmente : c'erano, allora, vivi e/o operanti in Roma, oltre a
Seneca, Trasea Peto, Musonio Ruf o, Anneo Cornuto e altri ; non
siamo in grado di dire perch taccia di altre scuole : d'altra parte egli
parla di tante - tot - scuole f ilosof iche, non di tutte ). Si noter
nell'elenco delle scuole scomparse la variano e la gradano : nullum
antistitem reliquerunt ... ; quis est qui tradat ... ; praeceptorem non
inverni ... ; inter initia sua . . . extincta est. Ogni espressione, quindi,
non da prendere alla lettera.
Di qui si ricava che, comunque, la scuola sestiana dur poco, a
confronto di altre scuole ben pi antiche, ma non pochissimo in
assoluto. Seneca esagera dicendo che essa si estinse quando era
appena nata (la presenta come un fenomeno momentaneo,
addirittura). In realt, come vedremo, dur alcuni decenni : il tempo di
almeno due generazioni, poich della scuola furono a capo sia
Sestio padre sia Sestio figlio (testimonianza di Claudiano Mamerto7). L'evento che ne segn lo sfaldamento e forse senz'altro la
fine non ci espressamente segnalato dalle fonti : ritengo che sia
stato il decreto di Tiberio contro gli alienigena sacra, del 19 d.C.8.
La scuola sarebbe dunque durata un sessantennio : all'incirca dal
40 a.C. al 19 d.C. Ma quando si spense era forse gi in decadenza
(perch si possa asserire questo vedremo fra poco).
Delle vicende della vita di Sestio padre, fondatore della scuola,

7 Claudian. Mam., De statu animae, II 8 : ... Romanos etiam, eosdemque


philosophos testes citamus, apud quos Sextius pater Sextiusque filius propenso in
exercitium sapientiae studio opprime philosophati sunt atque hanc super omni
anima attulere sententiam : incorporalis, inquiunt, omnis est anima et illocalis,
atque indeprehensa vis quaedam, quae sine spatio capax, corpus haurit et continet.
8 Fonti: Tac, Ann., 2.85; Suet., Tib. 36; los., Antiquiu, 18.3.5; cfr. Sen.,
Ep. ad Luc, 108.22.

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non sappiamo quasi niente. attestato che fu anche ad Atene, per


ragioni di studio (Plin., N.H. 18.273) : probabilmente negli anni
della sua formazione, dunque prima che Cesare gli offrisse il
laticlavio. L comp la sua scelta - che fu poi definitiva - per la vita
contemplativa. Questo il senso dell'analogia documentata dal citato
passo di Plinio il Vecchio, di certi suoi comportamenti ispirati alla
scelta del paragonata a quella di Democrito. Era
noto come autore di un liber (Sen. ep. 64, 2-3) a cui aveva
consegnato il suo insegnamento filosofico.
Furono suoi discepoli diretti: il figlio Sestio Nigro; Papirio
Fabiano (cum Sextium audiret : Sen., Controv. 2 pr. 4), proveniente
dalla retorica; L. Crassicio Pasicle, proveniente dalla professione di
grammatico9. Dei Sestii (padre e figlio) fu seguace Cornelio Celso,
l'autore del De medicina (Quindi., 10.1.124), presumibilmente in
anni successivi a quelli in cui Fabiano seguiva Sestio (indicato
semplicemente con il nomen : il padre, dunque) 10.
Non propriamente aderenti alla scuola sestiana ma piuttosto
semplici uditori di filosofi sestiani, e variamente da essi influenzati,
probabilmente quando i due Sestii erano gi morti (in quanto sono
presentati come uditori di Fabiano) furono : il retore C. Albucio
Silo, di Novara (Sen., Controv. 7, pr. 4); il filosofo Seneca,
ammiratore dell'opera di Sestio Padre (non ne ascolt, dunque, le lezioni),
ascoltatore di Fabiano, oltre che lettore di suoi libri (Sen. ep. 100,
12). Inoltre : Seneca Padre mostra di conoscere bene Fabiano, ma
piuttosto come declamatore che come filosofo (egli non risulta
uditore dei due Sestii) : dalla sua filosofia, egli, qui philosophiam oderat (Sen. ep. 108.22), non possiamo asserire che sia stato
influenzato. Il filosofo Sozione, uno dei maestri di Seneca, conosceva molto
bene le teorie di Sestio Padre sul vegetarianismo ed era in grado di
esporne particolareggiatamente le motivazioni (Sen., ep. 108.
8). Quanto ad Albucio Silo in particolare11, ci fu un periodo della
sua vita in cui, declamatore noto per la sua impulsivit e
incostanza, si dedic, omnibus omissis rebus (Sen., Controv. 7 pr. 4), ad
ascoltare le lezioni di Papirio Fabiano, bench egli fosse molto pi
anziano del filosofo, delle quali prendeva diligentemente appunti;
in quel tempo riempiva in maniera inopportuna e senza misura le
sue declamazioni di trattazioni f ilosof iche 12.

9 V. qui avanti, p. 109.


10 Vedi Sen., Controv., 2 pr. 4.
11 Su cui si v. Gaio Albucio Silo, Saggio introduttivo, testimonianze e
frammenti a cura di A. Assareto, Genova 1967.
12 Sen., Controv. 7 pr. 1 : illa intenpestiva in declamationibus eius philosophia sine modo tunc et sine fine evagabatur; Id., Controv. 1.3.8 : improbabat [se.

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Con tutte le riserve che doveroso formulare per il fatto che la


documentazione di cui disponiamo qualificata dal particolare
carattere di essa (si tratta sostanzialmente dei due Seneca), la
scuola, per quanto a noi risulta, esercit la sua forza di attrazione in
ambienti ristretti : esclusivamente su retori, grammatici e filosofi ;
non attestata una sua influenza al di fuori della cerchia di tali
tipi di intellettuali.
Sestio padre presentava una visione agonistica della vita :
confrontava il sapiente con Giove ed asseriva che non era inferiore al
dio, perch costui lo superava solo per il fatto che diutius bonus est
(Sen. ep. 73.13); la sua felicit non era inferiore a quella del dio:
deus non vincit sapientem felicitate, etiam si vincit aetate (ivi). Alla
felicit si arriva mediante la virt : elencava - nella citazione senecana - la frugalit, la temperanza, la fortezza morale (ivi, 15),
dunque due delle quattro virt cardinali. Nella frugalit c' il
rinvio alla scelta vegetariana ; cos come l'accento posto sulla fortitudo
richiama la caratteristica sestiana del vigor, del robur, della
.
Un'indicazione importante si ricava da Seneca, ep. 64.2: Sestio
negava di essere uno stoico (ma Seneca, invece, lo riteneva uno
stoico). Perch Sestio negava di essere uno stoico? Evidentemente
perch, pur essendovi nel suo pensiero consonanze coincidenze con
la dottrina stoica, vi era (vi doveva pur essere) qualcosa di molto
importante che lo distingueva nettamente dagli Stoici - qualcosa a
cui Sestio annetteva molta importanza : invece Seneca non lo
riteneva altrettanto importante.
Sul fondamento di quel poco che sappiamo di Sestio questa
differenziazione, a mio giudizio, non pu vedersi se non
nell'atteggiamento verso lo Stato. Mentre gli Stoici non negavano affatto la
liceit, per i loro aderenti, di impegnarsi anche nella vita politica,
Sestio con le sue scelte personali (ma non sappiamo se di esse
trattasse anche nel suo libro) aveva rifiutato di impegnarsi nel
. Questa la differenza netta di Sestio rispetto agli Stoici,
per cui - nonostante le afferenze di (tanta?) parte delle sue
dottrine - non voleva essere qualificato come stoico. In questa sua scelta,
aperta e inequivocabile, c' la radice della poca fortuna della
scuola e, probabilmente, del sospetto con cui fu guardata dal potere
imperiale. Infatti essa significava non solo il tenersi appartato,
rinchiudendosi nella vita privata, ma anche la non condivisione e la
non collaborazione al progetto politico di restaurazione di Augusto.

Cestius] Albucium quod haec non tamquam particulas incurrentes in quaestionem tractasset, sed tamquam problemata philosophumena.

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Una controprova di ci pu vedersi nel fatto che nessuno degli


aderenti alla scuole dei Sestii partecip alla vita politica.
Se poi veramente Seneca nell'ep. 73 si ispirava a Sestio (nella
parte finale della lettera Sestio citato espressamente due volte
come maestro di vita) nel delineare il progetto del filosofo che,
senza assumere atteggiamenti di ribellione verso il principe, anzi
dichiarandogli gratitudine, ribadisce la sua scelta di non
partecipazione alla vita politica, allora quanto abbiamo dedotto sulle scelte
di fondo di Sestio prende forza cogente. Pax et libertas sono gli
individua bona {ep. 73.8), i beni indivisibili, che sono assicurati
solo dall'adesione piena alla vita filosofica, la quale mira ai maiora
(il comparativo rinvia al confronto con la vita attiva e con la
partecipazione alla vita politica, considerata di qualit inferiore).
Sul fondamento di questa nostra interpretazione prende luce
la caratteristica fondamentale e peculiare della scuola sestiana,
messa icasticamente in luce dal filosofo Seneca, che la definisce
nova et Romani roboris seda. Essa era contraddistinta da
robustezza, saldezza ed energia morale (dote precipua di Sestio era il
vigor: Sen. ep. 64.3); anche Imerio, nel IV secolo, riconosceva a
Sestio (definito da Seneca, ep. 59.7, vir acer) come dote precipua e
tale da distinguerlo dagli altri filosofi la (Him., 8.21
Colonna).
Questa saldezza morale emergeva anche dalle immagini che
Sestio prediligeva : tra le quali - ricordata da Seneca - quella del
saggio che procede nella vita come procede un esercito quadrato
agmine, per resistere a tutti gli attacchi che vengono mossi alle sue
virt (ep. 59.7). La forza di tale immagine tratta dalla vita militare
meglio spicca se messa a confronto con le dichiarazioni di Seneca
nella gi citata epistola 73 : il filosofo dedito ai maiora rinuncia a
tutte le incombenze militari e si riserva arbitrium sui temporis
( 10). Altra dunque la militia nella quale il filosofo milita : il
filosofo che segue gli insegnamenti di Sestio.
Di Sestio padre sappiamo (da Sen. de ira, 3.36.1) che usava la
pratica quotidiana dell'esame di coscienza; che era profondamente
impegnato nello studio della filosofia (si v. l'aneddoto agiografico
narrato da Plutarco, de prof, in viri., 5 p. 77E); che era considerato
impegnato a fondo nella scelta della vita contemplativa (Plin. N.H.,
18.273), come d'altronde si ricava dal fatto che rinunci ad ogni
impegno politico. Degli aspetti dottrinali della filosofia di Sestio
padre quasi nulla siamo in grado di dire. Si conosce qualcosa della
teoria della scuola sestiana dell'anima, che veniva giudicata incorporalis e illoclis, sine spatio, una potenza, per cos dire,
inafferrabile, che si diffonde in tutto il corpo (Claud. Mam., /. e). Da varie
attestazioni del filosofo Seneca si ricava l'impressione che Sestio
colpisse i lettori per l'entusiasmo che lo animava : sapeva far vede-

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re ai discepoli la grandezza della vita beata senza togliere loro la


speranza di arrivare ad essa : scies illam esse in excelso, sed volenti
penetrabilem (ep. 64.5). Egli era un exemplum, degno di stare
accanto ai grandi Romani dall'et pi remota fino alla fine della
repubblica : Muzio Scevola, Fabrizio, Tuberone, Regolo, Rutilio,
Catone Uticense (Sen. ep. 98.12-13).
Come abbiamo gi accennato, aveva fatto la scelta di vita
vegetariana : proponeva ai discepoli l'astensione dalle carni per quattro
motivi : ci sono, per l'uomo, alimenti a sufficienza anche se si
rinunzia ai cibi carnei; macellando gli animali ci si abitua alla
crudelt; la mensa ricca di cibi carnei un incentivo al lusso; la
variet degli alimenti (vale a dire, cibi carnei e cibi vegetariani)
dannosa alla salute (Sen., ep. 108.18).
La singolarit di Sestio filosofo e la sua novit e capacit di
rottura con la tradizione f ilosofica romana ormai nettamente
affermata per opera di Cicerone emerge anche dal fatto che egli scrisse
il suo liber in greco.

3 - Sestio Nigro
Come Sestio padre cos il figlio, Sestio Nigro13, scrisse in greco
(Plin. N.H., I (XII), p. 46.2 Mayhoff) un'opera, di medicina, che si
intitolava (Erot., p. 94.2 Klein, s.v. ), Sulla
materia (medica) : essa sicuramente si leggeva ancora ai tempi di Galeno. Ad essa Plinio nella Naturalis Historia attinse ripetutamente per
i libri 12-16, 20-30, 32-34 (lo cita ripetutamente Nigro nei libri 16,
20 (due volte), 28, 29, 32). Plinio lo definiva diligentissimus medicinae (32.26). Della sua vita nulla sappiamo, salvo (forse) che fior
intorno all'I d.C. Conosciamo il nome di un suo amico, Giulio
Basso (lo testimonia Celio Aureliano, scrittore africano di medicina del
III sec. d.C. (?),Acut. morb. 3.16.134 Amman), anch'egli medico
(nominato da Scribonio Largo, 121), che si trovava d'accordo con
Nigro in certe pratiche terapeutiche (Aurei., /. e). Nigro aderiva
alla scuola medica di Asclepiade di Prusa in Bitinia, attivo a Roma
nel I sec. a.C. (Galeno, De simpl. med. temp, et fac, VI pr. XI 794
Khn, lo definisce asclepiadeo). Asclepiade nel curare le malattie
puntava essenzialmente sulla dieta e su pratiche igieniche (suo
motto era : tuto celeriter iucunde). Egli era una figura eminente tra
i medici della scuola empirica, la quale rinunziava alla ricerca del13 Tutte le testimonianze su vita, opere e dottrine di Sestio Nigro sono
raccolte dall'Oberto nella tesi cit., p. 108-118 (. anche p. 98).

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le cause delle malattie (quoniam non comprehensibilis natura sit,


Cels., de medie, 1, pr., 27, p. 22,4 Marx). Lo stesso atteggiamento
assumeva Nigro (Gai., testim. gi cit.).
Di Nigro non si conoscono altri dati, oltre a quelli riguardanti
la medicina da lui intesa alla maniera degli empirici (ci dipende,
naturalmente, dagli interessi delle nostre fonti al riguardo, che
appartengono tutte ad opere di medicina). Non va tuttavia
dimenticato che Mamerto, /. e, riferendo le teorie sestiane sull'anima
nomina espressamente entrambi i Sestii, attribuendo, quindi, ad
entrambi quelle teorie.
Da questa testimonianza nasce un problema, per noi
insolubile. Infatti il fondamento dottrinale di Asclepiade, maestro di Nigro
nel campo della medicina, era atomistico; quindi l'adesione ad
Asclepiade di Nigro che definiva, come si visto, l'anima incorporalis, illocalis, sine spatio non conciliabile con l'assunzione asclepiadea della dottrina degli atomi.
Un altro problema intorno a Nigro si individua nel fatto che
Cornelio Celso, il quale nella prefazione del De medicina traccia
la storia dei tre principali orientamenti dottrinali della medicina,
il razionale, l'empirico e quello intermedio tra i due professato
dal contemporaneo Temisone, tace totalmente di Nigro. Ma di
questo silenzio si pu indicare una ragione plausibile, come
vedremo.
Per intanto possiamo dire che con Nigro gli orizzonti ampi,
delineati da Sestio padre con il suo impegno filosofico globale,
appaiono ristretti all'ambito tecnico della medicina. Ma, in questo
mbito, almeno la condanna (proclamata dagli empirici) della
pratica della vivisezione come segno di crudelt14 sembra recare
traccia, per Nigro, di una delle motivazioni della scelta di suo
padre dell'alimentazione vegetariana con esclusione dei cibi
carnei considerati segno di crudelt e incentivo per la crudelt
dell'uomo.
Perch Nigro avesse limitato i suoi interessi al campo della
medicina non siamo in grado di dire; possiamo per considerare
che cos facendo Nigro sembrava rinunciare agli aspetti specifici
della scuola sestiana che pi potevano insospettire il potere
imperiale nei riguardi di una secta potenziale educatrice di uomini
contumaces et refractarii15. Sembra quindi che la peculiarit
dell'insegnamento di suo padre risultasse, presso di lui, alquanto
attenuata.

14 Come detto espressamente da Cels., De medie, pr. 40-44, p. 23, 28-24,


23 Marx.
15 Cfr. Sen., epp. ad Ludi, 73.1.

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4 - L. Crassicio Pasicle
Dei discepoli del fondatore della scuola conosciamo con
sicurezza, oltre al figlio e a Fabiano, di cui fra poco diremo, L.
Crassicio Pasicle, il grammatico divenuto famoso per il suo commento
alla Zmyrna di Elvio Cinna ; teneva una scuola (di grammatica)
fiorente in Roma (Suet., de gramm. 18 : quest' l'unica fonte sicura su
Crassicio). Sembra che lo si possa identificare con il Crassicio
definito da Cicerone, Phil. 13.2.3, conlusor et sodalis del triumviro M.
Antonio. Doveva appartenere alla stessa generazione di Sestio
padre. I suoi rapporti con il triumviro Antonio sembrano confermati
dal fatto che tra i suoi allievi Svetonio nomina espressamente Iullo
Antonio, figlio del triumviro. Ad un certo momento Crassicio, come
dice Svetonio16, chiuse improvvisamente la scuola e pass alla
scuola del filosofo Q. Sestio. Come mai - e quando - avvenne la
sua conversione alla filosofia? L'Oberto ritiene che il fatto si possa
collocare nel 30 a.C, in conseguenza della morte del triumviro17;
io ho cercato di provare che ci dovette invece avvenire nel 2 a.C,
in coincidenza con la rovina di Iullo Antonio padre coinvolto negli
scandali di Giulia Maggiore18.
Qualunque sia stata la causa precisa del suo abbandono degli
studi filologici per la filosofia, da sottolineare che il passaggio
avvenne repente. Una conversione lungamente (ci probabile)
preparata si rese manifesta di colpo, improvvisamente, provocando
un cambiamento radicale di vita. Non ci risulta nulla dell'attivit
svolta da Crassicio da quando divenne sestiano, n sappiamo se
come sestiano avesse scritto qualche opera.
5 - Papirio Fabiano
Eccoci a Papirio Fabiano : finalmente un sestiano che scrive in
latino. Fu discepolo del fondatore della scuola, di cui era molto pi
giovane, dal momento che pot essere ascoltato da entrambi i
Seneca, padre (il quale nelle Controv. 2. praef. 5, si dichiara molto
pi anziano di lui) e figlio, i quali costituiscono anche le due fonti
pi importanti, insieme a Plinio il V., per la conoscenza di lui e dei
suoi scritti. A quanto pare (cfr. Sen., controv. 2.4.12), poich gi
declamava verso il 17 a.C, doveva essere nato non dopo il 35. La
sua vita si estese almeno fino al secondo decennio della nostra ra,
16 Svet., I.e. : dimissa repente schola transiti ad Q. Sextii philosophi sectam.
17 Tesi cit., p. 56-58.
18 Nello studio cit. (. . 1) sulla scuola sestiana, p. 217-224.

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perch Seneca filosofo attesta di avere ascoltato sue lezioni filosofiche, lasciando di lui e del suo impegno filosofico un giudizio
incisivo : lo caratterizza come uno non ex his cathedrariis philosophis
sed ex veris et antiquis (brev. 10.1); effettivamente vir egregius et
vita et scientia et, quod post ista est, eloquentia quoque (ep. 40.12).
Proveniva anch'egli dalle scuole di retorica ma non risulta che
sia mai stato retore di professione. Il suo passaggio di campo
(significativamente Seneca padre usa per lui il verbo transfugere, 1. e,
5) dall'esercizio abituale della declamazione alla filosofia sestiana
fu una scelta meditata e graduale, al punto che anche quando
ormai si era fatto sestiano continu - almeno per un certo tempo a frequentare un retore, ad esserne in qualche misura discepolo e a
tenere qualche declamazione (ma, eo tempore, . . . eloquentiae studebat non eloquentiae causa, 1. e. 5).
Credo che nell'attivit di Fabiano si possano, sulla traccia di
Seneca padre, che a lui dedica la prefazione al secondo libro delle
Controversiae, distinguere tre momenti, nei quali :
1) discepolo esclusivamente del retore Arellio Fusco, di
tendenza asiana;
2) ormai divenuto discepolo di Sestio (ha abbandonato
Arellio Fusco), ma segue le lezioni del retore Rubellio Blando (habuit et
Blandum rhetorem praeceptorem . . ., apud Blandum diutius quam
apud Arellium Fuscum studuit, sed cum iam transfugisset, cio dopo
aver abbandonato la retorica per la filosofia);
3) non si dedica pi alla retorica ma solo alla filosofia (sed nec
. . . diu declamationibus vacavit).
Questa vicenda esistenziale/culturale si pu caratterizzare
anche secondo le due attivit specifiche, variamente eminenti nel suo
impegno, della retorica e della filosofia : la declamatio (retorica) e
la disputatio/dissertano (filosofica) : la seconda cronologicamente
segue alla prima e dura molto di pi della prima. Nel terzo periodo
della sua vita Fabiano ha trovato la sua vera strada. Seneca padre
lo conobbe sia come retore sia come filosofo, Seneca figlio solo
come filosofo (non lo menziona mai come declamatore e ne
definisce lo stile distinguendolo nettamente dallo stile dei declamatori),
ne ascolt lezioni, ne lesse opere.
lecito dedurre che proprio nella fase filosofica della sua vita
Fabiano avesse incominciato a scrivere opere di filosofia (non
risulta che avesse pubblicato qualcosa, cio declamazioni, nella
prima fase). Se ne conoscono tre :
Libri causarum naturalium, almeno tre (ne possediamo,
conservati da tardi grammatici, 4 brevissimi frammenti testuali);

LA SCUOLA DEI SESTII

119

De animalibus, in almeno tre libri (2 frammenti testuali, presso


grammatici) ;
Libri civilium, non sappiamo in quanti libri (nessun
frammento).
Ai libri causarum naturalium, oltre ai frammenti che si
leggono presso i grammatici, si possono attribuire le sue riflessioni sul
diluvio (presso Sen. N.Q. 3.27.3), sulla causa roris (Plin., N.H.,
18.276), sui marmora che rinascono nelle cave di pietre (36.125) e,
in generale, sue dottrine riguardanti aspetti della natura, presso
Plinio: sugli austri (2.121), sulla profondit del mare (2.224),
sull'ebano (12.20), sull'olivo (15.3), sulla sapa (18-276). Ai libri de
animalibus sembra rinviare Plin., 9.25 (sui delfini). Da Plinio, che
lo cita tra le sue fonti per i libri 2, 7, 9, 11-15, 17, 13 (?), 23, 25, 28,
35, risulta che Fabiano si era occupato di cosmologia, geografia ed
etnologia, zoologia, botanica, medicamenti tratti dalle piante e
dagli animali, di mineralogia. Dei Libri civilium, invece, non si
rintracciano n segni n testimonianze sui loro contenuti.
Si pu cautamente sviluppare qualche riflessione sugli
interes i scientifici e filosofici di Fabiano partendo dagli argomenti che
risultano da lui studiati. In primo luogo l'attenzione dedicata
all'indagine delle cause naturali segna una differenza netta
dal 'indiriz o scelto da Nigro il quale, come s' visto, asclepiadeo, rifuggiva,
nella medicina, dalla ricerca delle cause. Inoltre il titolo stesso
dell'opera sui civilia (= ) mostra che l'interesse per i
problemi dello Stato era importante per Fabiano filosofo. Neanche
dei contenuti di quest'opera siamo purtroppo in grado di dire
qualcosa : ma si pu presumere che con essa Fabiano intendesse
apertamente differenziarsi da Cicerone, il quale, intitolando De re publica e De legibus le sue due grandi opere politiche, si richiamava a
Piatone : invece Fabiano con i civilia ripeteva il titolo dell'opera di
Aristotele ( ). Ai Civilia potevano appartenere le
affermazioni e discussioni sul valore e l'utilit degli studi filologici nei
loro aspetti tecnici, vigorosamente negati da Fabiano, secondo la
testimonianza di Seneca, brev. 10.1.
Sulla base dei suoi interessi per le causae e per i civilia si pu
asserire che Fabiano si ricollegava direttamente al fondatore della
scuola, evitando di seguire Nigro nella (prudente) limitazione
dell'attivit di ricerca al campo tecnico della medicina. Inoltre dal
fatto che Seneca padre tracci il ritratto di Fabiano proprio nel II
libro, nel quale si rivolge al figlio Mela sottolineando che questo
figlio aveva rinunciato a percorrere la strada degli onori, si
potrebbe formulare l'ipotesi che l'accostamento di Mela a Fabiano
significhi che, appunto, Fabiano avesse fatto una scelta di vita analoga a
quella di Mela : in altre parole, analoga a quella di Sestio Padre.

120

ITALO LANA

Oltre alle tre opere filosofiche a noi note Fabiano ne scrisse, di


filosofiche, molte altre : Seneca filosofo attesta che i libri di
filosofia di Fabiano erano pi numerosi di quelli di Cicerone (ep. 100.9).
Dunque Fabiano doveva aver scritto, ripartiti in varie opere, una
quarantina circa di libri. Tutti, e interamente, perduti.
A tali libri bisognerebbe ricorrere per indagare il latino della
filosofia di Fabiano (tutto quello che possiamo dire con certezza
al riguardo si riduce a questo : che Fabiano non esitava ad usare,
seguendo l'esempio di Cicerone, il termine essentia, come
testimonia Seneca, ep. 58.6). Ci restano, invece, parti di declamazioni (di
sei controversie e di una suasoria) di Fabiano, conservate da
Seneca padre; ma esse non sono utili per indagare la sua lingua
della filosofia, sia perch sono segno di una attivit culturale per
lui meno rilevante e relativamente di breve durata sia perch le
opere filosofiche di Fabiano furono scritte dopo le
declamazioni.
Se nulla - poco pi che nulla - possiamo dire dei contenuti
di pensiero filosofico nelle opere di Fabiano e del suo latino filosofico, qualcosa possiamo dire del suo stile, perch su di esso ci
ragguagliano i due Seneca. Occorre, tuttavia, premettere che dei due
Seneca il padre si interessa esclusivamente (o quasi
esclusivamente) di Fabiano declamatore, mentre il figlio analizza lo stile filosofico di Fabiano in un'opera filosofica (i Libri civilium) e nelle disputationes / dissertationes orali. Dal primo abbiamo indicazioni
riguardanti il dicere e il declamare di Fabiano, dal secondo
riguardanti il disputare e il disserere.
Seneca padre19 richiama l'attenzione sul fatto che ben
presto (cito) Fabiano abbandon la scuola di retorica di Arellio :
dunque, conosciuto un tal maestro, lo rifiut (cio rifiut lo stile
asiano) : Seneca padre lo caratterizza come splendido nei suoi sviluppi,
ma troppo ricercato e artefatto, debole nella compositio verborum,
troppo diseguale nella trattazione di temi (ora exilis ora
sovrabbondante), arido nel complesso delle declamazioni e invece poco
controllato nelle descrizioni. In generale in Arellio non c'era nihil acre,
nihil solidum, nihil horridum.
Del secondo maestro di declamazione di Fabiano, cio di Rubellio Blando, seguito da Fabiano ormai filosofo, Seneca padre non
offre alcuna caratterizzazione.
In Fabiano, tuttavia, Seneca padre trova qualcosa consonante
con Arellio Fusco : magnus magis quam acer animus ( 2),
grandezza d'animo pi che asprezza e passione; anche a lui non mancava

19 Seneca padre analizza e descrive lo stile di Fabiano declamatore in Controv. 2, pr., 1-5.

LA SCUOLA DEI SESTII

121

lo splendor, ma si trattava di una dote per cos dire spontanea, non


frutto di elaborazione ( 2), mentre in Arellio essa era emergente
da un cultus nimis adquisitus ( 1). A differenza del maestro,
Fabiano evitava la luxuria, il sovrabbondare poco controllato degli
ornamenti stilistici, ma cadeva talora neYobscuritas (e questo gli
accadeva anche quando trattava di filosofia).
Seneca padre individua il difetto principale di Fabiano nella
mancanza de'oratorium robur, del pugnatorius mucro ( 2) ; la sua
oratoria era serena e pacata {vocis nulla contentio) conforme ad un
compositus et pacatus animus, al vultus dicentis lenis et pro tranquillitate morum remissus : in conseguenza di ci il suo modo di
parlare non aveva niente di ci che specifico dell'oratore
professionale, nel gestire e nel porgere (nulla corporis adseveratio), in lui
nessuna capacit di simulare passioni e moti dell'animo. Aveva
facilit di parola (cum verba velut iniussa fluerent; numquam
inopia verbi substitit sed velocissimo ac facillimo cursu omnes res beata
circumfluebat oratio, 3) ; in una parola, in lui c'era summa . . . ac
simplicissima facultas dicendi ( 2).
Seneca filosofo ci informa delle qualit dello stile di Fabiano
(ep. 100) presenti sia negli scritti filosofici sia nelle lezioni
pubbliche di filosofia. Espone prima di tutto le osservazioni critiche
dell'amico Lucilio che aveva letto i Civilia ed era rimasto deluso
dallo stile scorrevole (ma per Seneca la sua oratio leniter lapsa era
pregevole, 1) di Fabiano ma senza punte (omnia . . . parum erecta,
8), dalla sua compositio verborum (si ricordi che anche la compositio di Arellio Fusco era criticata da Seneca padre perch mollior,
1), dalla mancanza di oratorius vigor. Seneca ne conviene : non est
fortis oratio eius . . . non est violenta nec torrens, non est perspicua
( 10). Non parlava n aspere n animose n superbe n
contumeliose, come a seconda degli argomenti conviene fare ( 10).
Aggiungeva, Lucilio : sii aliquid oratorie acre, tragice grande, comice exile
( 10); questa variet di stili, sublime, medio, tenue, mancante (desit varietas, 6) in Fabiano era sostituita da una certa (pregevole
per Seneca) uniformit. Si trattava di uno stile che fundebat, non
effundebat le parole : un oratio larga . . . et sine perturbatione non
sine cursu tarnen veniens ( 2).
La qualit essenziale, per Seneca, degli scritti di Fabiano era la
concordanza delle parole che pronunziava con i pensieri che
concepiva : . . . ut liqueat ubi illum sensisse quae scripsit (perci, non
acer di temperamento, non si esprimeva impetu), coerente al suo
programma di vita : componere mores non verba (cfr. 2). Nessuna
ricercatezza stilistica intenzionale, uno scrivere spoglio di
ornamenti (eloquentiam velut umbram non hoc agens trahit, 10).
Quanto alla electio verborum : nihil sordidum . . . electa verba . . . non
captata . . . splendida tarnen quamvis sumantur e medio ( 5), non

122

ITALO LANA

humilia sed placida, non depressa sed plana ( 8). Non seguiva i
gusti correnti, non assecondava le mode.
Dalle lezioni di filosofia di Fabiano, che aveva ascoltate,
Seneca conserva il ricordo di frasi e parole non solida sed piena . . . ceterum verbis abundabat ( 12); l'uditorio lo ascoltava modeste (ep.
52.11), anche se talvolta scoppiava spontaneo l'applauso.
Naturalmente in questa analisi dello stile dello scrivere filosofico e del disputare di Fabiano, nella quale predomina l'elogio
della pacatezza, della dolcezza, della serenit e dell'equilibrio, basi
della concordanza fra la parola (detta e scritta) e il pensiero, c'
qualcosa che sicuramente di Seneca. Fino a che punto il giudizio
di Seneca corrispondesse esattamente alla realt dello scrivere e
del disputare di Fabiano (d'altronde nel parlarne Seneca precisa
(ep. 100, 12) che si basa su ricordi lontani, non ha riletto
recentemente scritti di Fabiano) non ci dato di verificare, per la
mancanza di una controprova.
6 - A. Cornelio Celso
L'adesione di Celso alla scuola sestiana attestata da Quintiliano che lo elenca nella breve rassegna di scrittori romani di
filosofia : scripsit non parum multa [se. de philosophia] Cornelius Celsus
Sextios secutus, non sine cultu ac nitore (10.1.124)20.
Dal prologo del De haeresibus di Agostino apprendiamo che un
Celso (non c' motivo di dubitare che si tratti del nostro Celso)
espose in sei grossi libri (sex non parvis voluminibus) opiniones
omnium philosophorum qui sectas varias condiderunt (ma vi
trattava anche di allievi e continuatori dei capiscuola). In tale opera si
atteneva al criterio della brevit, limitandosi alla pura
informazione senza addentrarsi in analisi critiche. Tali libri dovevano
costituire una sezione del complesso dell'opera enciclopedica di Celso. Da
Quintiliano, 12.11.24, Celso definito mediocri vir ingenio.
Celso seguace, secondo Quintiliano, dei Sestii nel De medicina
non nomina mai, come si gi detto, Sestio Nigro autore celebrato
del : questo silenzio - si tenga presente che Celso, diligentissimus medicinae (Plin., N.H. 32.26), nomina ben 72 medici
nella sua opera - ha tutto il carattere di una censura (
intenzionale). Di qui si ricava che Celso quando scrive il trattato di medicina
non pi sestiano. Doveva aver abbandonato la secta quando essa
si dissolse per effetto del senatusconsultum tiberiano del 19 d.C.21.
20 Su questo testo di Quintiliano si v. il mio studio cit. (n. 1), p. 225, n. 2.
21 V. sopra, p. Ili, n. 8.

LA SCUOLA DEI SESTII

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Che quando scrive l'opera di medicina Celso non fosse pi


sestiano si pu ricavare anche dal fatto che in essa egli non si
qualifica vegetariano; anzi, nel trattare della dieta, enumera
abbondantemente e favorevolmente cibi carnei (2.18.6-10) e quando
tratta dell'astinenza (2.16) non fa parola dell'astinenza dalle carni.
Quanto al problema della conoscenza delle cause egli non segue n
Fabiano, che alla ricerca di esse aveva dedicato un'intera opera in
pi libri, n Sestio Nigro, che sulle orme di Asclepiade ne aveva
recisamente esclusa l'indagabilit, bens sceglie un'altra via,
ammettendo la liceit, per il medico, di indagare le cause evidenti
escludendo invece la ricerca delle cause oscure (cio delle vere e
proprie cause). Anche per questo non si vede come sia possibile
ritenerlo sestiano quando compone il De medicina.
Poich Cominella, citandolo (1.11.14), lo considera suo
contemporaneo, pensiamo che nella vita di Celso si possano individuare
due periodi : un primo periodo in cui sestiano e, secondo la
testimonianza di Quintiliano, scrisse parecchi libri di filosofia con
impronta sestiana; un secondo periodo in cui, non pi sestiano, si
dedic all'opera enciclopedica, nella quale c'era pure, accanto ai
trattati di agricoltura, medicina, arte militare, retorica,
giurisprudenza, un trattato di filosofia : a questo, a mio giudizio, si riferisce
Agostino, citando la raccolta celsiana delle di un centinaio di
filosofi in sei volumi. Che quando compose l'enciclopedia Celso
non fosse pi sestiano si pu ricavare, oltre che dai motivi esposti,
anche dal fatto che nel trattato di retorica affermava che il
premio dell'oratore era, non la bona conscientia, ma la victoria in
tribunale (Quintil. 2.15.32) : un'affermazione impensabile in bocca ad
un allievo dei Sestii.
Se le cose stanno cos, la prosa di Celso, quale noi conosciamo
da ci che di lui ci pervenuto, nulla ci consente di dire della
lingua filosofica latina della scuola sestiana.
7 - Conclusione
Tiriamo le fila della nostra indagine, mettendoci dal punto di
vista del nostro Colloque.
I due Sestii scrissero le loro opere in greco. Di Crassicio, che
scrisse in latino, non ci pervenuto neppure un frammento. Di
Fabiano, che egualmente scrisse in latino, abbiamo alcuni ampi
frammenti ma appartenenti alla sua attivit di declamatore;
pochissimi frammenti, invece, e brevissimi delle sue opere filosofiche
e per di pi di argomento non propriamente filosofico. Di Celso
abbiamo un'opera intera e frammenti di altre opere ma tutte
posteriori al suo ritiro dalla scuola sestiana. Nulla, perci, possiamo dire

124

ITALO LANA

del latino filosofico dei Sestii. Inoltre, distinguendo nettamente i


periodi diversi dell'attivit culturale di Fabiano e di Celso, siamo in
grado di eliminare l'equivoco che di ci che dei loro scritti ci
pervenuto si possa parlare come della lingua filosofica latina della
scuola sestiana.
Quanto al problema dell'inserimento dei sestiani nel
movimento diatribico, osserviamo che nel pensiero di Sestio padre si
individuano elementi : 1) di origine pitagorica (la pratica dell'esame di
coscienza; il vegetarianismo); 2) vagamente platonici (la teoria
dell'anima); 3) stoici (la figura del sapiente). Nessuna traccia di
pensiero cinico. Lo stesso a maggior ragione si deve dire per i
sestiani. Seneca chiama Sestio padre stoico ma ci dice anche,
contestualmente, che Sestio rifiutava tale definizione (ep. 64.2). Quanto
al vegetarianismo di Sestio, sappiamo che le sue motivazioni non
includevano l'accettazione della metempsicosi. Nulla di cinico nel
suo pensiero : egli non condannava lo Stato come istituzione ma,
semplicemente, mentre ne riconosceva l'utilit delle funzioni,
proclamava la scelta della non partecipazione del sestiano alle varie
occupazioni pubbliche che competono al cittadino. L'unico filosofo
con il quale Sestio messo esplicitamente in connessione Democrito, per la sua scelta della vita contemplativa. Se a ci si aggiunge
che nessun frammento testuale di Sestio ci pervenuto, chiaro
che manca qualsiasi argomento per mettere Sestio in rapporto
stretto con la diatriba. Poich degli altri sestiani egualmente nulla
conosciamo di eventuali loro princpi cinici, non si pu parlare
neppure per essi di diatribe in senso proprio. Si tenga anche
presente che Seneca padre, il quale ci conserva frammenti dell'attivit
declamatoria di Fabiano, non lo collega mai con la diatriba.
Nessun nome di filosofo cinico compare nell'opera di Seneca padre.
Italo Lana