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Seneca

Per analizzare il rapporto che Seneca aveva col potere, prima bisogna fare unintroduzione sullepoca del
quale questultimo fa parte.
Ci troviamo sotto il principato neroniano, un epoca molto difficile piena di tensioni e dominata dalla paura,
anche se tutto ci non avviene da subito. Infatti appena salito al potere Nerone, anche grazie al saldo
appoggio di uomini come Seneca e Afranio Burro, riusc a mantenere un equilibrio allinterno dellimpero
romano. Questo periodo di prosperit venne chiamato dagli storici quinquennium felix, proprio perch
furono cinque anni di pace e serenit.
Purtroppo dopo questo periodo un altro pi tremendo era alle porte, un periodo dominato dalla paura e
dalla follia di Nerone, che pone una svolta autocratica sul principato, sostituendo le due figure che prima lo
affiancavano, Burro da Tigellino, invece nessuno occup la precedente carica di Seneca, ed elimin la
madre prendendo totalmente il controllo dellimpero.
Quest ultimo decise di ritirarsi dalla vita politica e dedicarsi ai suoi scritti fino al 65, anno nel quale fu
implicato nella congiura dei Pisoni e venne costretto a uccidersi da parte di Nerone, con lui morirono altre
figure rilevanti come ad esempio Lucano. Seneca non rinunci ad esporsi in prima persona e non si tir
indietro di fronte ai compromessi che la partecipazione alla vita politica gli impose, ma pi volte pag il
prezzo della fama e della ricchezza fino ad essere costretto al suicidio. Dopo aver rischiato la vita sotto
Caligola, fu costretto allesilio in Corsica da Claudio: per ottenerne il perdono lo adul nella Consolatio ad
Polybium, ma dopo la morte lo sbeffeggi ferocemente nellApocolocyntosis. Fu precettore di Nerone e
cerc di improntare il suo governo ai principi del rex iustus, teorizzando la figura del principe illuminato nel
De clementia, ma presto lindole autoritaria e spietata del giovane imperatore prese il sopravvento.

Seneca, a differenza di altri scrittori a lui contemporanei, sente il dovere di partecipare per buona parte
della vita allattivit politica: per lui molto importante il rapporto tra vita attiva e vita contemplativa, vita
pubblica e vita privata, individuo e societ.
Seneca resta in ogni caso saldo ad un principio: compito delluomo di essere utile agli altri uomini. Per
essere utile, Seneca afferma che luomo virtuoso non deve sottrarsi alle sue responsabilit umane e civili. La
morale di Seneca una morale attiva, fondata sul principio del bene comune.

Quindi il rapporto di Seneca con il principato fu un rapporto travagliato. Inizialmente contento del
principato neroniano scriver unopera al novello imperatore Nerone, intitolata De Clementia. In
questopera Seneca elogia la moderazione e la clemenza del princeps, dando anche un modello di
comportamento che questo dovrebbe seguire.
Il sovrano clemente, dice l'autore, dovrebbe comportarsi con i suoi sudditi come un padre con i figli. Il
metodo migliore per educare i sudditi sempre quello della persuasione e dellammonizione, mai quello
della minaccia e del terrore. Seneca non mette in discussione il potere assoluto dell'imperatore, ed anzi lo
legittima come un potere di origine divina. A Nerone il destino ha assegnato il compito di governare sui suoi
sudditi, ed egli deve svolgere questo compito senza far sentire su di loro il peso del potere, e deve anche
essere garante della ratio universale.
Egli propone una sola norma nel trattare con gli schiavi: Vivi con linferiore come vorresti che il tuo
superiore vivesse con te. Il re il capo dello stato, i sudditi sono le membra, perci questi sono pronti ad
ubbidire al re come le membra ubbidiscono al capo e sono disposti ad affrontare anche la morte per lui:
Egli, infatti, il vincolo grazie al quale sussiste unito lo Stato, egli lo spirito vitale che tutte queste migliaia
di uomini respirano. Essi, di per s, non sarebbero nullaltro che un peso e una preda per altri, se
quellanima dellImpero venisse a mancare.

Una volta accortosi del fallimento delleducazione morale di Nerone, Seneca scrisse il De Beneficis, trattato
di sette libri che affronta il tema di saper donare e ricevere un beneficio, e secondariamente il fatto che tutti
gli uomini per natura e solo la fortuna pu determinare la condizione di libert o schiavit. Ogni uomo deve
sapersi costruire una propria gloria con la fatica e duri sforzi, senza contare su quella lasciatagli dai propri
antenati.
Seneca riuscito a mantenere nei secoli una notevole fama. Per un duplice motivo. Proprio per le sue
'incoerenze' nei confronti con il potere: i regimi totalitari e dispotici ne hanno apprezzato i comportamenti
da suddito, mentre gli intellettuali si consolarono col suo modo di opporsi in qualche modo al potere.
Seneca ai nostri occhi, ci appare come un miscuglio di idealit e realismo. Affascinato dalla morale stoica,
la pieg alle esigenze della vita pratica.
Ma con il suicidio riusc a consegnare la propria immagine alla storia, riscattando una vita non certamente
monolitica. Fu forse proprio questo a dargli la maggiore fama, e con il proprio suicidio scrisse la migliore
pagina della sua esistenza.
Seneca come moralista fu tra quanti, nell'antichit, individuarono e parlarono di quello che uno dei limiti
dell'uomo, e cio il non riuscire ad esprimersi liberamente, anche nei confronti di persone con un carica pi
alta della propria.

Seneca nelle sue tragedie metter a tema un lato della sua personalit pressoch sconosciuto, e cio quello
del vir sapiens et bonus che si suicid per la giusta causa della libert. La libert, per Seneca, dentro di noi
e nessuno pu comprimerla: nella sapienza, nel disprezzo del nostro corpo caduco la libert pi sicura. Se
sapremo rivolgerci a cose pi grandi della schiavit del corpo, conquisteremo la libert interiore,
diventeremo possesso di noi stessi. Mi domandi quale sia la strada per andare verso la libert? Una
qualsiasi vena del tuo corpo.
Quello che veramente importa soltanto saper distinguere il bene dal male perch chi riesce a tanto sar
davvero libero, perch la libert non viene dal fatto che uno nasca in un determinato ceto, che sia esso
povero o nobiliare. Per lo scrittore la battaglia per la conquista della libert si poteva combattere solo con
larma della filosofia, tanto vero che egli affermava che solo il saggio libero.

Nella situazione di insanabile instabilit politica e sociale dell'impero romano dell'epoca, Seneca espresse
tutte le ambiguit i limiti e le velleit di un ceto intellettuale rimasto l'unico a far da diga al potere politico
dispotico, dopo la sottomissione della classe senatorile. Con Seneca fallisce la possibilit del ceto
intellettuale di svolgere una funzione organica al potere politico. Dopo di lui i 'consiglieri del prncipe'
saranno liberti e cortigiani, e gli intellettuali potranno solo raccontarequanto avviene.

Contestualizzazione[modifica | modifica wikitesto]


La Consolatio ad Marciam la pi antica delle opere senecane conservate.[1] In questa consolazione,
datata tra il 37 ed il 39, Seneca offre una connotazione negativa della figura del rex, attribuendo al
principato romano molti dei difetti del potere che nella storia hanno trasformato i re in tiranni. L'opera
esprime tutto il disincantato spirito giovanile di un Seneca ancora convinto di poter lottare per la
restaurazione della Repubblica, restituendo la libertas al popolo romano. Non uno solo, a partire da
Augusto del quale si ironizza sulla divinizzazione, tra tutti i principi indicati, viene salvato dal giudizio critico
di Seneca.
Un'evoluzione del suo pensiero riscontrabile gi pochi anni dopo all'interno del trattato De ira (la
datazione dell'opera si aggira intorno al 41). In questo trattato l'ira vista come elemento discriminante tra
il buon re ed il cattivo re: pare dunque possibile il governo di un buon re, elemento non presente
nella Consolatio ad Marciam. Tale evoluzione di pensiero attribuibile all'avvenuta morte dell'odiato
Caligola, iroso re dagli stravaganti comportamenti, e all'avvento al potere di Claudio, certamente,
soprattutto in un primo momento, ben pi mansueto. Seneca, che in questo momento esercita il ruolo di
oratore, parrebbe suggerire, tramite la stesura di un trattato precettistico sul comportamento del princeps,
la sua volont di avvicinamento ad un ruolo di guida politica, o meglio, di supporto all'autorit del principe.
L'opera seguente, la Consolatio ad Helviam matrem, poco rilevante sotto il profilo politico, poich i temi
politici sono praticamente assenti. invece importante ricordare che questa, datata al 42 circa, dovrebbe
essere la prima delle opere scritte da Seneca durante la sua relegatio in Corsica, punizione inflittagli da
Claudio. Seneca, d'altronde, se la prende con Caligola (nei confronti del quale erano ancora vive le vecchie
ruggini) in quello che praticamente l'unico accenno alla condotta dei politici all'interno dell'opera,
criticando il dispendioso sfarzo di una cena organizzata dal defunto principe.
La visione stoica del re saggio e l'onesta necessit[modifica | modifica wikitesto]
La terza ed ultima delle consolazioni, la Consolatio ad Polybium, databile tra il 43 e gli inizi del 44. Un
aspetto che colpisce sono le sperticate lodi al principe Claudio, elemento che ha attirato fortissime critiche
nei confronti del filosofo, accusato di aperta ruffianeria ed esagerata adulazione. Inoltre risalta il fatto che
praticamente ogni accenno fatto nei confronti del principato delinei la figura di una guida positiva e
valida[2]. Il principe visto infatti come figura ricca di buone virt, come l'indulgenza e lo zelo (Vide
quantam huius in te indulgentiae fidem, quantam industriam debeas, Ad Polyb. 7, 1), ma anche la giustizia,
suggerita in questo caso per valutare onestamente la sua causa, ovvero la relegatio (Viderit: qualem volet
esse existimet causam meam; vel iustitia eius bonam perspiciat vel clementia faciat bonam, Ad. Polyb.
13,3). Si inserisce, con il testo citato, anche il tema della clementia, futuro argomento centrale per un intero
trattato precettistico sul comportamento del principe. Ogni lode presente nella consolazione al liberto
Polibio dedicata al Caesar, titolo significante il reggimento politico del principato, dunque, secondo la
contemporaneit contingente all'opera, Claudio.
Seneca desiderava tornare dall'esilio; al tempo stesso probabilmente riteneva di poter influenzare Claudio
in positivo.[3]
Cresce gradualmente l'accettazione del principato, come forma di governo, gi sviluppata, d'altronde, nelle
opere precedenti. Mancava gi nel De ira, ma soprattutto nella Consolatio ad Helviam matrem, infatti, ogni
spinta sovversiva per un ritorno alla Repubblica. Seneca ormai ha compreso l'inevitabilit della forma
istituzionale del principato e cos non pu che scegliere, come soluzione migliore, quella di selezionare ed
educare un principe.
Un altro elemento di fondamentale importanza, nonch ulteriore motivo di critica rivolta a Seneca: la
visione del principe come dio razionale, del quale Seneca accetta la divinizzazione da morto, ma anche da
vivo. L'imperatore infatti visto come il vicario di Giove sulla Terra. Seneca prima di tutto un filosofo
stoico (chiama i nostri gli stoici), sebbene accolga anche alcuni aspetti di altre filosofie, come quella
epicurea. Gli stoici avevano un'idea metafisica dei fondamenti della realt e tutto ci che avviene regolato
da un dio razionale: perci tutto si svolge per necessitas. Il re stesso incarna la necessitas divino-umana. Il
tiranno infatti l'opposto diretto e negativo del buon re, il quale invece colui che non si lascia traviare dai
piaceri, ma persegue la industria e serve l'impero ed appunto benefattore del suo popolo. In certi casi ed
in certe zone, soprattutto pi periferiche, si svilupp persino l'idea di un imperatore taumaturgo, anche per
spinte ideologiche orientali. Dunque le adulazioni di Seneca nell'Ad Polybium sono figlie anche di queste
visioni, che sfoceranno successivamente nella storia, fino ad un linguaggio ed una visione sacrale
dell'imperatore. Egli l'esempio dal quale trarre valori e stimoli. Dove non pu essere presente, la sua
"presenza" resa tramite statue della sua persona.[4] Seneca aveva intenzione di entrare nel tessuto
politico e doveva cos accettarne e condividerne gli aspetti. Cos si spiega l'atteggiamento adulatorio di
Seneca nei confronti di Claudio, il principe, l'imperatore reggente del momento. Non c' affatto alcuna
traccia di ironia nell'atteggiamento del filosofo. Seneca con assoluta sincerit e disinvolta trattazione
filosofica, giunge a paragonare il Cesare ad una stella, cio un elemento che necessariamente compone il
cosmo: quasi identificato con la forma pi pura ed alta della razionalit divina, Ad. Polyb. 7, 2:
Ex quo se Caesar orbi terrarum dedicavit, sibi eripuit, et siderum modo, quae inrequieta semper cursus
suos explicant, numquam illi licet subsistere nec quicquam suum facere.
Segue quindi la riflessione sul principe industrioso, legato ai suoi doveri dalla necessitas.[5] Lo stesso senso
del dovere dovr essere preso ad esempio da tutti i collaboratori del principe.
Un'ultima piccola sezione di rilievo, quella all'interno della quale grande il richiamo al Cesare, dove
viene esaltato e dove maggiormente Seneca parrebbe porre lusinghe a Claudio a scopo adulatorio con il
doppio fine di essere richiamato dall'esilio, Ad. Polyb. 12, 3:
Non desinam totiens tibo offerre Caesarem (). Attolle te, et quotiens lacrimae suboriuntur oculisi tuis,
totiens illos in Caesarem derige: siccabuntur maximi et clarissimi conspectu numinis; fulgor eius illos, ut
nihil aliud possint aspicere, praestringet et in se haerentes detinebit.
Claudio paragonato ad un numen che, tra le sue qualit, ha il fulgor, beatificante e porta con s
tranquillit. Seneca qui non va letto con la prospettiva "moderna"(procedimento antistorico e comunque
errato a priori), ma bisogna comprenderne il contesto: c' uno spirito cortigiano dove si ricostruisce
benignamente la figura di Claudio.
Da un quadro simile, naturalmente soggetto ad ogni possibilit di critica maggiormente approfondita, esce
un Seneca pienamente calato nella sua realt, con le sue difficolt ed i suoi desideri, con le sue speranze
nutrite di quei pochissimi mezzi che gli erano possibili, relegato l sull'isola di Corsica, sede di quell'aridi et
spinosi saxi (Ad. Helv., 7, 9), ove era costretto a vivere.
Un'importante fase intermedia[modifica | modifica wikitesto]
Probabilmente ancora in esilio, ma in un momento successivo all'Ad Polybium, Seneca scrisse il trattato
filosofico De constantia sapientis. All'interno non si trovano molti riferimenti d'interesse politico, piuttosto
una fase di turbamento attraversata dal filosofo: Seneca appare turbato per quegli aspetti tirannici del
principato che colpiscono lui personalmente e che vedono l'imperatore Claudio poco capace di gestire la
situazione politica nei momenti di maggior difficolt. Si sviluppa quindi la contrapposizione tra il tiranno ed
il saggio, ma non si parla del buon princeps.
L'evento per che segna l'inizio di una nuova fase per Seneca il richiamo dall'esilio, accettato da Claudio,
sotto la continua spinta della moglie Agrippina, madre diDomizio Enobarbo, futuro imperatore, affinch il
saggio e colto filosofo fosse affiancato al figlio a scopo educativo. Cos Seneca, nel 49, pu finalmente
tornare a Roma. Tuttavia non termina il periodo di turbamento interiore, al punto che l'opera seguente che
compone (datata agli inizi del 49, appena di ritorno dalla relegazione) il breve trattato De brevitate vitae,
all'interno del quale Seneca sviluppa la necessit di coltivare la propria persona nell'otium, metodo per
mantenere la libertas personale e soprattutto non vendere (gratuitamente, dunque sprecare, regalare) la
propria vita agli altri per laboriosi impegni pubblici, o per servigi che mai tengano conto della propria
persona. D'altronde, forse per costrizione e pegno, forse per un sentire di fondo mai del tutto svanito,
Seneca nel 50 accetta il ruolo di precettore di Nerone, riavvicinandosi inevitabilmente alla sfera politica;
questa volta persino all'interno della corte stessa. cos che si applica nella formazione del giovanissimo
Domizio Enobarbo, con rinvigorita intenzione di formare un sicuro esponente della futura classe politica.
Che poi i giochi di potere e soprattutto la potente Agrippina, tramassero per farlo divenire imperatore,
scalzato Britannico (il vero avente diritto all'eredit del trono), e soprattutto ucciso Claudio, questo Seneca
non poteva (forse) saperlo.
Il Seneca del Ludus de morte Divi Claudii[modifica | modifica wikitesto]
La satirica derisione del defunto Claudio[modifica | modifica wikitesto]
Il piano architettato da Agrippina era in atto: inizialmente aveva lavorato perch Claudio ancora in carica
adottasse Domizio Enobarbo, in seguito lavor per mettere da parte Britannico e per uccidere Claudio,
probabilmente avvelenato per funghi di cui andava ghiotto, come ci racconta Tacito.
Per Claudio si celebrarono funerali splendidi ed a Seneca fu affidata la composizione della laudatio funebris.
Tale orazione, dal tono solenne e quasi sacrale, fu pronunciata dal neoimperatore Nerone e fece molta
presa sul pubblico.[6] Tuttavia un solo passaggio della laudatio lascia alcune ombre sul suo reale intento:
sempre Tacito (Annales XIII, 3, 1) racconta come il pubblico stesse intento ed interessato ad ascoltare la
solenne orazione, finch si trattava della nobilt della sua stirpe, dei consolati e dei trionfi degli avi e del
fatto che sotto il suo regno nessuna sventura fosse capitata all'impero; tuttavia postquam ad providentiam
sapientamque flexit, nemo risui temperare. Si cos pensato ad un Seneca cinico ed imbroglione nei
confronti del suo antico oggetto di adulazioni ai tempi dell'Ad Polybium, ancora prima di quello che
verrebbe fuori dall'Apokolokyntosis. Bisogna separare il giudizio morale e quello politico. Inoltre da porre
attenzione al sofisticato linguaggio tacitiano, sottilmente calibrato e d'altronde prodotto del maestro della
storiografia mascherante: lo storiografo infatti introduce la proposizione seguente alla parte di testo
citata con un quamquam, congiunzione dal valore concessivo, come a voler mettere in antitesi la frase con
ci che aveva espresso precedentemente. Dunque lecito pensare ad un Tacito che voglia farci capire come
la reazione scomposta della folla, fosse stata in realt una reazione in antitesi rispetto al reale intento
della laudatio funebris (Annales, XIII, 3, 1): quamquam oratio a Seneca composita multum cultus praeferret.
Al momento della composizione della laudatio, Seneca stava per comporre, o forse addirittura stava gi
componendo, anche un altro testo, questa volta dal chiaro intento satirico nei confronti del defunto
Claudio, la satirica operetta Ludus de morte divi Claudii, nota anche con il titolo Ludus de morte divi Claudii,
o ancora, Divi Claudii Apokolokyntosis. Circa tale opera d'interesse soprattutto la datazione: certamente
seguente il giorno 13 ottobre del 54, quello in cui Claudio mor, verosimilmente collocabile tra la fine
dell'anno stesso e l'inizio del successivo.
Il breve libriccino racconta gli eventi fantastici che sarebbero accaduti durante e dopo l'ascensione al cielo
da parte di Claudio; i toni accesi ed una certa apparente discontinuit di pensiero, ma anche di stile hanno
fatto pensare a numerosi studiosi che l'operetta non sia realmente prodotto di Seneca, ma sia un'operetta
spuria, a lui attribuita visti gli attriti con Claudio. La situazione socio-politico-civile muta, Seneca stesso ha
vissuto varie vicende, la sua persona inevitabilmente maturata e mutata in taluni pensieri. Perci non
procedimento valido comparare, ad esempio, l'Ad Polybium e la sua intessitura di intrecciate lodi a Claudio,
con ci che dell'imperatore defunto viene detto nell'Apokolokyntosis: innanzitutto sono passati dieci anni;
ma non certamente il solo dato temporale quello che pu aiutarci a comprendere il mutamento di
pensiero di Seneca. Durante il suo principato Claudio aveva lasciato attendere aspettative, mai portate a
buon compimento. Seneca, nell'accusatissima Consolatio ad Polybium, cercava, seppur da lontano, di
evidenziare a Claudio quei lati positivi che poteva avere e che potessero fungergli d'aiuto come buona
guida dello stato. Questi per, soprattutto nella seconda parte del suo impero, non dimostr mai di essere
realmente all'altezza del suo ruolo. Dopo quasi quindici anni di dominio da parte di un principe, se non
altro, incapace, Seneca sfoga la sua ironica satira nei confronti del defunto imperatore. In realt la critica
vera e propria volta nei confronti della sua divinizzazione. Seneca non divenuto contrario alla
divinizzazione del principe tout court, ma certamente non poteva che essere in disaccordo con la volont di
divinizzare un imperatore cos incapace e stolto, del quale per altro, come ulteriori tratti caricaturali ed
antitetici nei confronti di una divinizzazione, si ricordano l'aspetto grottesco e l'andatura claudicante. In
questo senso l'operetta in perfetta continuit nello sviluppo di pensiero del filosofo e ritrovare in questa
la maturit del suo pensiero, in seguito alle ripetute delusioni afflitte dal defunto principe, senza contare
l'iperbolica esagerazione della volont di renderlo divinus.[7] D'altronde, nell'aldil, Claudio non ha buona
sorte: dopo una serie di ridicoli e goffi atteggiamenti, viene giudicato da un grottesco tribunale di dei e
condannato a giocare per l'eternit a dadi con un bossolo bucato sul fondo. Ecco perch uno dei titoli
dell'operetta tramandati dai codici vuole un Claudio trasformato in zuccone e non certo divinizzato.
Tuttavia Claudio viene accettato tra gli dei, sebbene svolga un ruolo pi simile a quello di un servo:
Caligola, nipote di Claudio, che appare all'improvviso sul finire dell'operetta e reclama in neo-defunto come
servo, per poi consegnarlo ad Eaco, il quale a sua volta lo affider al suo liberto Menandro per farne un
addetto giudiziario. L'operetta non si pone in discontinuit alcuna con la linea di sviluppo del pensiero del
filosofo.[8]
Il ruolo di Seneca[modifica | modifica wikitesto]
Seneca entra definitivamente all'interno della sfera politica ufficiale dal 54 d.C., anno della morte di Claudio
e della salita al trono di Domizio Enobarbo, che in carica assume il noto nome di Nerone. Al fianco del
filosofo precettore c' il prefetto del pretorio Afranio Burro: entrambi hanno il ruolo di educare e tenere per
le briglie il giovane imperatore. Tra il 55 ed il 56 Seneca compone il trattato De clementia, recuperando
buona parte delle tesi gi esposte nel De ira, riguardo alla necessaria mitezza ed indulgenza di un buon
principe, ma questa volta teorizzandone particolarmente il buon comportamento, piuttosto che apportare
esempi di ira dell'uno, o dell'altro personaggio storico. Il filosofo non si limita all'educazione quotidiana a
contatto con Nerone, bens redige testi di carattere precettistico, quale appunto ilDe clementia. Questo
trattato considerato l'elaborazione dell'idea di monarchia da parte di Seneca: dal momento che Seneca
costretto a vivere sotto il principato e persino collabora con il principe stesso, o meglio, gli educatore e
precettore, ecco che cerca di trasmettere a Nerone i pi alti valori rintracciabili in un ordinamento simile ed
indicare lui il miglior comportamento. Seneca vuole porsi di fronte a Nerone come uno speculum, per
mostrargli l'immagine che dovrebbe riflettere, piuttosto di quella che nella realt effettiva Nerone doveva
riflettere.
Ben noto il paragone di matrice virgiliana, con il mondo delle api (De Clem. 19, 2-3). Infatti la natura ha
inventato il re, cosa che possibile imparare dagli altri animali e dalle api (elemento questo che Seneca
inserisce a supporto della teorizzazione della monarchia) e siccome le api sono iracundissimae, una societ
priva di un controllo centrale non potrebbe funzionare. Inoltre le api fungono ulteriormente da esempio,
perch, com' noto, muoiono pungendo e ci consente a Seneca di dimostrare i danni dell'ira priva di
riflessione; l'ape regina, invece, neppure ha il pungiglione (si ricordi che i romani ignoravano che a capo
della societ delle api ci fosse una femmina). Ecco che il rex condizione necessaria e sufficiente, purch sia
valido, per l'esistenza della societas.
Credo che Il messaggio politico della metafora delle "api di Seneca", contestualizzato al nostro tempo,
meriti una lettura pi profonda, soprattutto per quanto concerne gli aspetti "comportamentali" dell'homo
sapiens, alla luce della crisi economica, politica e morale in atto. Mi piace pensare che Seneca abbia
"concepito" la metafora delle Api, per offrirci ulteriori spunti di riflessione sulla nostra misera condizione
umana, significando che le api usano, con maggior "cognizione di causa" degli uomini, il "discrnimento";
che per le api istintivo, illuminato e intuitivo, finalizzato a produrre il "miele migliore", ovvero, il "bene
comune".
Dell'operato politico di Seneca d un giudizio complessivamente positivo Tacito nei suoi Annales, valutando
come portatrice di buoni consigli la sua azione educativa. D'altronde Seneca offre all'imperatore una
visione del suo ruolo, per certi versi umile, come ad esempio il considerare il principe non libero: non
imperium, ma servitus. In realt tale visione suggerita direttamente dalla corrente filosofica stoica.[9]
La situazione precipita[modifica | modifica wikitesto]
Sotto la guida di Seneca e di Burro, Nerone conduce la gestione dello stato nei primi anni del suo
principato, al punto che il periodo di governo intercorso tra il 54 ed il 59 viene chiamato quinquennio
aureo. Ed infatti l'equit gestionale, il rispetto delle istituzioni ed una effettiva clementia caratterizzano
questi primi cinque anni di governo. E d'altronde la stessa Agrippina, entrante ed invadente nelle questioni
politiche, tenuta a freno spesso dallo stesso Seneca, o da Burro, era causa di squilibrio nelle gestione statale
del figlio, sul quale, peraltro, pendeva l'ombra dell'erede escluso, ovvero Britannico. L'indole di Nerone era
quella di un personaggio piuttosto irrequieto, facile a stravaganze e certamente incline alla teatralit, anche
pi bassa.
Questa situazione di calma apparente s'infranse con l'uccisione di Britannico per avvelenamento. Nerone
infatti, sempre pi infastidito dall'erede legittimo escluso dal trono e dai suoi sostenitori, volle eliminare per
sempre il problema. E cos, come racconta Tacito (Annales XIII, 16-17), in seguito ad un'esibizione canora
diBritannico, durante la quale il giovane aveva attirato su di s l'attenzione ed il pietismo per la sua
condizione di legittimo escluso erede al trono, Nerone lo fece avvelenare con lo stratagemma di mischiare
dell'acqua fredda infetta con la minestra troppo calda appositamente servitagli. A mensa e davanti agli
occhi di tutti, Britannico mor e la notte stessa fu cremato e gli furono tributati i solenni funerali. Agrippina
rimase sconcertata e terrorizzata dall'evento. Questo atto fu solo il primo di una lunga serie di delitti con i
quali Nerone elimin uno ad uno tutti i suoi collaboratori, oramai visti perlopi come fastidiosi ostacoli al
suo potere dilagante.
Segu l'uccisione di Agrippina, macchiata persino di accuse di atti incestuosi con il figlio, pur di distoglierlo
dalle attenzioni per Poppea. Anche in tali vicende il ruolo di Seneca non fu affatto di secondo piano, poich
pi volte intervenne a mitigare la situazione, nel tentativo di tenere sotto controllo il possibile. Agrippina
per non fece che divenire sempre pi invadente e rinfocolava continuamente i rischi di un'instabilit
politica. per questo che, dopo una serie di tentativi di uccisione malamente falliti, Nerone chiede l'aiuto
dei due precettori: quod contra subsidium sibi? Nisi quid Burrus et Seneca; expergens quos
statim acciverat, incertum an et ante gnaros. (Tac. Annales, XIV, 7, 2-3). Si stabilisce che debba occuparsi
dell'assassinio il liberto Aniceto.
Anche per questo capitolo della storia politica di Roma, Seneca stato pi volte oggetto di feroci critiche:
come poteva quel sapiente filosofo macchiarsi della complicit di un simile delitto? Con ogni probabilit
prevalse in Seneca la scelta del male minore, ovvero quello che comunque garantiva la stabilit della
condizione politica alla reggenza dello stato. In realt di stabilit ce ne fu ben poca: Nerone vers in
maniera sempre pi accanita in giochi, plateali esibizionismi canori e recitativi pubblici, scorribande per le
vie della citt stando in piedi ritto sul cocchio, ma soprattutto divenne imperatore sempre pi feroce e
sempre meno equo e clemente. Come testimonia Tacito probabile che il pur minimo rispetto verso la
madre avesse, fino a quel momento, frenato tutte queste represse smanie del giovane Nerone. Sbarazzatosi
dunque della madre, due erano gli obiettivi prossimi: i precettori. Afranio Burro fu ucciso nel 62. La sua
morte fu chiaro segno precursore dell'imminenza del turno di Seneca. Testimonia Tacito (Annales XIV, 52,
1):

mors Burri infregit Senecae potentiam, quia nec bonis artibus idem virium erat altero velut duce amoto, et
Nero ad deteriores inclinabat.

Il filosofo precettore si ritrova praticamente da solo ad affrontare un Nerone sempre pi fuori controllo,
vedendo cos sgretolarsi tra le mani anche le ultime speranze di realizzazione del suo progetto di vita ed
essere vanificati tutto il suo impegno e tutti i suoi intenti. Cos, dopo pi di dieci anni dal vagheggiamento
del ritiro a vita privata ipotizzato nel De brevitate vitae, Seneca, oramai ultrasessantenne e deluso
dall'atroce presa di coscienza del fallimento del suo progetto politico, decide che sia arrivato veramente il
momento di farsi da parte e ritirarsi a vita privata.
Il Seneca delle Epistulae morales ad Lucilium[modifica | modifica wikitesto]
Un Seneca stanco e deluso[modifica | modifica wikitesto]
In questa fase della vita di Seneca si data la composizione del trattato De beneficiis. Certo la stesura
successiva alla morte di Claudio, ma se l'opera debba essere collocata prima, o dopo, il ritiro dalla vita
privata di Seneca, dipende da come si intendono le possibili allusioni a Nerone. La datazione del testo deve
essere compresa tra il 62 e la fine del 64. Tra i principali motivi d'interesse si trovano nel testo le numerose
allusioni, in particolare nel libro VII, al trattamento delbeneficium concesso da un sapiens, o pi
generalmente, un bonus, che sia successivamente divenuto malus. Ci pu essere sovrapposto a quanto
Tacito racconta circa l'atteggiamento di Seneca verso Nerone, poco prima dell'esiziale evento. Paradigma
la parte finale del famoso dialogo tra Seneca e Nerone, durante il quale il filosofo chiede al principe di
concedergli il ritiro a vita privata e la restituzione de troppo onerosi beni da lui ricevuti, Tac., Annales, XIV,
54, 3:

nec me in paupertatem ipse detrudam, sed traditis quorum fulgore praestringor, quod temporis hortorum
aut villarum curae sponitur, in animum revocabo. [] possumus seniores amici quietem reposcere.

La risposta di Nerone sar negativa, in quanto non voleva rischiare di apparire crudele ed irriconoscente
con il famoso filosofo precettore, agli occhi del popolo. Eppure l'idea di un beneficiato riconoscente, che
ritiene opportuno restituire il beneficium all'originario padrone, sebbene costui nel frattempo sia mutato in
peggiori costumi, ci sembra proprio ricalcare l'allusiva teorizzazione inserita del De beneficiis.
C' anche una nuova riflessione sulla forma istituzionale di governo. Sebbene Seneca riconfermi la teoria
che la monarchia possa essere la miglior forma di governo, tuttavia ammette che, essendo viziosi gli
uomini, esisteranno sempre tiranni; e quando passa in rassegna tutti i vari principi della storia dell'impero
romano vissuti fino a lui, nessuno si salva da un cattivo giudizio.[10] Il filosofo appare oramai disilluso e,
cosciente della sua posizione di assoluta debolezza, persino impotenza, non teorizza neanche pi l'utilit
del filosofo al fianco dell'imperatore. Se ne sente oramai distaccato e giunge persino a dichiarare il
tirannicidio un atto moralmente giusto, qualora questi nuoca allo stato, in preda agli squilibri incontrollati
dei suoi vizi.
Seneca stanco e deluso. Nonostante l'impegno protratto per una vita ed il progetto politico da sempre
ambito, vede intorno a s una drammatica situazione, che gli impedisce praticamente ogni atto. Seneca
inoltre sapeva di avere fortemente a rischio l'incolumit personale[11]; pertanto lo scopo minimo da
raggiungere era niente pi che rimanere in vita.
Nerone, dopo aver rifiutato le dimissioni di Seneca, fa s che il filosofo si chiuda in una sorta di
"autorelegazione" e, affidandosi pedissequamente ai precetti stoici, si ritira a vivere vicendevolmente nelle
sue varie abitazioni intorno a Roma, nutrendosi soltanto di frutta e verdura trovate in natura e bevendo
acqua di sorgente per scongiurare il rischio di avvelenamento da parte di Nerone ed i suoi numerosi sicari.
Non pu essere messo in dubbio il travaglio quotidiano dell'anziano filosofo a questo punto della sua vita,
in una simile situazione. Tale Seneca non pu essere considerato il maturato frutto di ipocriti calcoli
speculativi, piuttosto lo specchio del risultato di una delusione vitalizia di un saggio che si rende conto della
gravit della situazione e di un dolore che, probabilmente, pu essere considerato il pi grande rimpianto, e
forse anche fallimento, della sua vita.
La delusione per il fallimento politico ed il distaccamento da un impegno politico diretto ben evidente
anche nell'opera contemporanea alla stesura del De Beneficiis, vale a dire le Naturales quaestiones (62-64).
All'interno del testo, infatti, si ritrovano frequenti biasimi nei confronti di re mutati in tiranni, al punto che la
monarchia viene persino comparata alla tirannide. qui preso di mira in particolare Alessandro Magno, che
funge da pi o meno velato parallelo di Nerone: lo si capisce anche dalla contrapposizione tra il tiranno
privo di controllo ed il saggio al suo fianco; cos, come Alessandro Magno ha il suo Callistene, Nerone ha (o
meglio, aveva), il suo Seneca.
Tale atteggiamento, ancora una volta, segue lo sviluppo psicologico di Seneca, nonch con la realt fattuale
degli sviluppi politici a lui contemporanei. Non crede pi al rex bonus, pertanto naturale che la monarchia
venga additata come equipollente ad una tirannide; tant' vero che, nuovamente, ogni allusione agli
imperatori citati nel testo, fortemente negativa. Senza contare che, appunto, molte delle allusioni si
riferiscono chiaramente a Nerone, come il biasimo del vizio dell'utilizzo inutile e sovrabbondante della neve
sciolta, le sfrenatezze incontrollate in abusi sessuali, etc...
Le ultime lettere di Seneca pro mortuis[modifica | modifica wikitesto]
L'ultima porzione della vita e della storia politica di Seneca lo vede oramai pronto alla morte, rivolto verso
la conclusione della coerente parabola cominciata con quell'utopia politica presente nell'Ad Marciam,
deluso e stanco, impossibilitato ad un reale impegno politico, per i suddetti motivi, trova comunque nel
saggio filosofo delle [[Epistulae morales ad Lucilium]] l'onorevole estrema conclusione ed il prezioso lascito
terminale di un personaggio fondamentalmente mai domo, neppure tra gli ultimi momenti dalla sua vita,
quotidianamente minacciata e protratta tra stenti forzatamente imposti.
Le Epistulae morales ad Lucilium, saggio consigliere ai tempi di Caligola e Claudio, devono essere state
composte tra il 62 e la fine del 64, perci possono essere considerate all'incirca contemporanee rispetto
al De beneficiis ed alle Naturales quaestiones. La linea di sviluppo del pensiero e le contingenze che Seneca
descrive parrebbero confermare tale contemporanea datazione e soprattutto rassicurano sul fatto che
Seneca debba averle scritte fino agli ultimi giorni della sua vita, quando si dichiara oramai pronto alla morte
imminente. Anche in queste lettere non si parla pi di buon re e la monarchia non viene distinta dalla
tirannide. Inoltre maggiormente messa in evidenza la contrapposizione tra il sapiente ed il re, soprattutto
mediante il famoso esempio del sapiente, sempre grande, seppure colosso sul fondo di un pozzo ed il rex
malus, mai grande, neppure sulla cima di un monte.
Sono nuovamente passati in rassegna, sotto luce negativa, tutti gli imperatori; Claudio neppure viene citato.
Per quanto riguarda Nerone, qualora lo avesse citato per nome parlandone negativamente si sarebbe tolto
in un istante le pochissime speranze di restare in vita. Ad ogni modo Seneca non rinuncia a perpetuare
quella critica velata all'interno delle opere. Gli attacchi al principe sono tutti trasversali, ma facilmente
interpretabili: si parla di lordi spettacoli teatrali, di potenti che non sanno resistere alle proprie passioni ed
esuberano in eccessi di manifestazioni di gioia e dolore, si fa polemica contro la danza, la musica ed il teatro
(occupazioni nelle quali notoriamente Nerone si dilettava), si parla persino delle volgarit di un discepolo
esaltato da taluni insegnamenti che per non riesce a tradurre in fatti nella vita (come possibile non
vedere dietro ci la figura di Nerone, discepolo, rispetto a quella di Seneca, il maestro?), si giunge persino a
parlare del rovinoso incendio di Lione avvenuto nel 58, per richiamare allusivamente alla memoria il
disastro attribuito a Nerone dell'incendio di Roma del 64 (purch si ammetta che Seneca scrivesse ad
incendio avvenuto).
Dal punto di vista dell'impegno politico, l'atteggiamento tenuto va nella direzione di un totale disimpegno.
D'altronde la situazione politica, adesso pi che mai, non consentiva alcun intervento da parte del saggio
filosofo. E piuttosto che infangarsi nella melma degli intrecci politici e piuttosto che piegarsi miseramente al
servizio del potere forte, si deve essere pronti alla morte, anche se volontaria. Ecco che Seneca palesa la
sua condizione e mostra di avere piena coscienza dei rischi che quotidianamente correva. Fu coerente col
suo pensiero, con i suoi ideali e con i precetti della filosofia, o meglio, della commistione di dottrine
filosofiche dalle quali attingeva, e lo fu veramente fino agli ultimi istanti della sua vita.
Questa la pi matura conclusione alla quale Seneca era giunto, dopo i travagli e le esperienze della sua
vita, per quanto riguarda il rapporto con la politica del suo tempo. Dall'utopia repubblicana della Consolatio
ad Marciam, all'impegno pratico e teorico nel principato, finanche al deluso disimpegno degli ultimi anni, si
sviluppa e giunge ad un suo compimento il percorso di maturazione e naturale mutazione di pensiero ed
atteggiamento del filosofo Seneca.
Il suicidio forzato[modifica | modifica wikitesto]
Il suicidio forzato imposto a Seneca, oltre che ulteriore esempio di coerenza da arte Seneca, pur sempre
l'ultimo e necessariamente definitivo legame avuto con la politica, o meglio, il definitivo scioglimento
anche dell'ultimo legame da ogni cosa: dalla vita. Il pretesto definitivo per costringerlo al suicidio erano
stati i rumores circa il suo coinvolgimento all'interno della sventata Congiura dei Pisoni, ordita contro
Nerone.
Seneca mor suicida in una delle sue case nella campagna presso Roma, strappato alla vita durante una
cena con la moglie Paolina ed un amico. Il sicario inviato da Nerone non gli concesse neppure di fare
testamento ed preziosa la testimonianza di Tacito che ci racconta come Seneca scov una sorta di
soluzione per donare pur un lascito ai suoi discepoli astanti della sua lenta morte (Ann. XV, 62, 1):

Ille interritus poscit testamenti tabulas; ac denegante centurione conversus ad amicos, quando meritis
eorum referre gratiam prohiberetur, quod unum iam et tamen pulcherrimum habeat, imaginem vitae suae
relinquere testatur, cuius si memores essent, bonarum artium famam tam consantis amicitiae laturos.

Anche nell'esecuzione dell'atto estremo Seneca conferma di essere personaggio sempre coerente con s
stesso e con i suoi insegnamenti. Esegue il travaglioso suicidio con stoica freddezza, vidimando quanto
aveva scritto a Lucilio qualche tempo prima, ovvero di essere pronto alla morte. Cos, nel 65, termina la vita
di questo sapiente filosofo-oratore-politico, figura di importanza unica nel panorama della prima et
imperiale a Roma.