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Goethe

Inno a Prometeo.

5 febbraio 2013 alle ore 20.50

Inno di Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) . Composto nel 1773 o pi probabilmente nel 1774, l inno fa parte di un dramma omonimo , rimasto allo stato frammentario. Dopo la sua prima pubblicazione, nello scritt o di Friedrich Jacobi ber die Lehre des Spinoza in Briefen an Herrn Moses Mendels sohn (Sulla dottrina di Spinoza nelle lettere a Moses Mendelssohn) (1785), diven ne subito celebre all interno della vasta discussione sulla filosofia spinoziana d ella fine del Settecento. Lessing, dichiarandosi spinozista, faceva riferimento infatti proprio all inno goethiano, che fu da allora considerato, con le parole de llo stesso Goethe la scintilla di una esplosione che mise a nudo e manifest i pens ieri pi segreti di uomini degnissimi, pensieri a loro stessi nascosti che giaceva no inespressi in una societ per altri versi altamente illuminata .

Dei temi accennati nel breve dramma, ampi e complessi, l inno affronta soprattutto la negazione dell onnipotenza degli dei. Anche gli dei infatti, come l uomo, sono s oggetti al tempo e al destino. Prometeo intento a modellare figure a propria imm agine e somiglianza, secondo l immagine suggerita dalla fonte di Goethe, il dizion ario mitologico di Benjamin Hederich.Ponendo l attivit creatrice di Prometeo sullo stesso piano di quella di Giove, Goethe, come osserva Giuliano Baioni, supera la posizione del genio demiurgico settecentesco, che con Shaftesbury era visto sol o come secondo creatore , sottoposto ad un dio creatore supremo.Se per Klopstock il poeta strumento del dio creatore, il Prometeo goethiano rivendica l indipendenza della terra dalla divinit e proprio nello spazio terreno da cui il dio viene spre zzantemente escluso riconosce la pienezza della vita umana cui egli d origine:

Copri il tuo cielo, Giove, col vapor delle nubi! E la tua forza esercita, come il fanciullo che svetta i cardi, sulle querce e sui monti! Ch nulla puoi tu contro la mia terra,

contro questa capanna, che non costruisti, contro il mio focolare, per la cui fiamma tu mi porti invidia.

Io non conosco al mondo nulla di pi meschino di voi, o di. Miseramente nutrite d'oboli e preci la vostra maest ed a stento vivreste, se bimbi e mendichi non fossero pieni di stolta speranza.

Quando ero fanciullo e mi sentivo perduto, volgevo al sole gli occhi smarriti, quasi vi fosse lass un orecchio che udisse il mio pianto, un cuore come il mio che avesse piet dell'oppresso

Chi mi aiut contro la tracotanza dei Titani? Chi mi salv da morte, da schiavit? Non hai tutto compiuto tu, sacro ardente cuore?

E giovane e buono, ingannato, il tuo fervore di gratitudine rivolgevi a colui che dormiva lass?

Io renderti onore? E perch? Hai mai lenito i dolori di me ch'ero afflitto? Hai mai calmato le lacrime di me ch'ero in angoscia?

Non mi fecero uomo il tempo onnipotente e l'eterno destino, i miei e i tuoi padroni?

Credevi tu forse che avrei odiato la vita, che sarei fuggito nei deserti perch non tutti i sogni fiorirono della mia infanzia?

Io sto qui e creo uomini a mia immagine e somiglianza, una stirpe simile a me, fatta per soffrire e per piangere, per godere e gioire e non curarsi di te, come me.

(trad. it. di Giuliano Baioni, in Goethe, Inni, Einaudi 1967)

tratto da: http://www.tanogabo.it/Prometeo_Goethe.htm