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YUDAFU, Il passato

Nato nel1896 a Fuyang nella provincia del Zhejiang, Yu Dafu nel 1913 si rec a Tokyo insieme col fratello maggiore
e vi rimase fino al 1922, laureandosi in economia presso l'Universit Imperiale. Fu uno dei fondatori della societ
Creazione e uno dei principali responsabili delle sue attivit editoriali, fino a che non se ne stacc nel 1927, in seguito
a una serie di contrasti. Nel1930 ader alla Lega degli scrittori di sinistra, e successivamente partecip al movimento
di resistenza contro il Giappone. Nel 1938 si rec a Singapore, trasferendosi poi a Sumatra nel 1942, dove continu,
sotto falso nome, la sua attivit di propaganda contro le forze di occupazione nipponiche. Nel 1945, subito dopo la
fine del conflitto, fu assassinato dalla polizia giapponese.
Yu Dafu pu essere senza dubbio considerato come uno dei pi importanti narratori cinesi del Novecento. In lui
possiamo rinvenire elementi antichi della tradizione cinese, che si riconducono al filone lirico e intimistico della poesia
e della prosa letteraria, dove la principale fonte di ispirazione era rappresentata proprio dall' esperienza personale
dell' autore, dai suoi pensieri e dai suoi sentimenti; tale tendenza aveva fatto sentire la propria influenza anche in un
capolavoro della narrativa in lingua volgare quale il Sogno della camera rossa. Al tempo stesso sono evidenti gli
influssi del romanticismo e del decadentismo occidentali; significativo che sul primo numero della rivista Creazione
egli abbia pubblicato la traduzione della Prefazione al Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, in cui trovavano
espressione alcuni dei principi fondamentali della sua concezione letteraria. Da ultimo non si pu non rilevare
l'importanza per la sua formazione di un autore come il giapponese Sato Haruo (1892-1964), che nelle sue opere
narrative aveva sperimentato la tecnica del flusso di coscienza e aveva fatto uso della psicoanalisi freudiana.
Uno dei caratteri della narrativa di Yu Dafu che sono stati maggiormente evidenziati dalla critica il suo estremo
soggettivismo: si tratta di un atteggiamento consapevole, che si riconduce alla sua visione dell' arte e della letteratura
intese come diretta espressione delle esperienze emotive dell' autore. Attraverso la rappresentazione dei propri
sentimenti pi intimi e riposti, egli intende mettere a nudo l' animo umano nella sua dimensione pi autentica e pi
profonda. La sua visione tragica della vita trova espressione nella drammatizzazione delle esperienze personali e nel
senso disolamento e dalienazione dell'individuo nei confronti dei propri simili e della societ.
Nella novella qui tradotta, scritta nel gennaio 1927 e apparsa nel sesto numero del mensile Creazione, ritroviamo
tutta una serie di elementi peculiari dell'opera di Yu Dafu. Sono state rilevate le analogie tra questa novella e il
racconto Primo amore del russo Turgenev - uno dei suoi autori preferiti -, soprattutto per quanto riguarda la
descrizione delle figure femminili, caratterizzate da una personalit dominante.
Il protagonista di questa novella, come di tante altre storie di Yu Dafu, un debole, che vive la sua condizione in
modo drammatico: proprio la sua instabilit psicologica che determina i suoi fallimenti nei rapporti umani come in
quelli professionali. Tale sua debolezza trova una sua espressione quasi emblematica nella relazione col suo primo
amore, la seconda delle quattro sorelle di Minde'-, che presenta un'evidente connotazione masochistica.
L'accentuazione quasi morbosa di questo aspetto sta a indicare quale importanza l' autore attribuisca alla componente erotica nella descrizione della psicologia del personaggio. Anche il richiamo insistente al feticismo dei piedi cos tipico dell'immaginario sessuale nella tradizione cinese - sottolinea ulteriormente lo stato di frustrazione e di
impotenza in cui immerso il protagonista. n rapporto con la Terza si configura come un'esperienza specularmente
opposta alla precedente: Indifferente nei confronti delle sue manifestazioni d'affetto, il protagonista pare quasi
condividere con la seconda, la sua aguzzina, una sorta di ostile complicit contro di lei. Quando egli la incontra
nuovamente a M. (con ogni evidenza si tratta di Macao), sembra prendere coscienza dell'occasione sciupata, e tenta
di recuperare il tempo perduto manifestandole il suo amore e riconoscendo i propri errori. La situazione per
cambiata e il passato incombe inesorabilmente sulla coppia: lei infatti ha avuto nel frattempo l' esperienza di un
matrimonio infelice ed rimasta vedova. D' altro canto, nel nuovo fallimento sentimentale del protagonista non si pu
non cogliere in qualche misura la sua diretta responsabilit, considerati i modi goffi e impacciati del suo approccio.
Un racconto delle vicende personali del protagonista, scandagliate nei loro aspetti pi intimi e scabrosi, assume,
nella concezione di Yu Dafu, una dimensione pi ampia, che si estende alla condizione esistenziale dell'uomo e
sembra prefigurare metaforicamente la drammatica situazione politica della Cina dell' epoca. . difficile infatti non
cogliere nella sua impotenza sessuale e sentimentale un riferimento al senso di futilit degli sforzi umani e della
stessa vita.
Il colpo di Stato di C. cui si fa cenno nella novella si inserisce con ogni probabilit al cosiddetto <<incidente della
cannoniera Zhongshan>>, avvenuto il 20 marzo 1926 a Canton, dove aveva sede il governo nazionalista, fondato
sull' alleanza fra il Guomindang e i comunisti. ln quell' occasione Chiang Kai-shek aveva effettuato un colpo di mano
contro i quadri comunisti dell'accademia militare, e lo stesso Yu Dafu aveva scritto un articolo in cui condannava
apertamente l' operato del governo di Canton, entrando in confliitto con altri suoi compagni che, come Guo Moruo,
ritenevano opportuno tatticamente ignorare l' episodio, pur di portare avanti la campagna militare contro i <<signori
della guerra>> del Nord.

Si era levato un vento freddo, e le foglie frusciando erano volate gi come se grandinasse. Quella sera ero con lei a
cenare in un grande ristorante sul mare, e sebbene ci trovassimo in una cittadina del Sud si percepiva una tristezza
nell' aria, che tipica delle serate d'inverno. Nella mattinata aveva fatto bel tempo, e a mezzogiorno si tollerava a
malapena una giacchetta foderata, ma poi, verso le tre o le quattro del pomeriggio, erano arrivati improvvisamente
dal nord dei nuvoloni grigi che avevano oscurato il sole, e subito dopo aveva cominciato a tirare vento.
In quel periodo, girovagavo da un porto all' altro del Sud per curarmi da una malattia polmonare. Avevo lasciato il
Nord alla met d' ottobre, e agli inizi di novembre ero giunto nel capoluogo provinciale C. Proprio in quei giorni,
tuttavia, avevano fatto il colpo di Stato: lungo l'arteria orientale della provincia erano in corso dei combattimenti, e
anche in citt la situazione era tutt'altro che tranquilla. Allora mi trasferii nel porto di H., dove per mi trattenni solo
pochi giorni, perch la vita era troppo cara, e quindi mi imbarcai su un vapore, che mi port direttamente qui a M.
Come tutti sanno, M. fu uno dei primi porti aperti dalla Cina agli stranieri per le loro attivit commerciali, e la sua
architettura conserva ancor oggi diversi elementi caratteristici di quell' epoca, con qualche traccia di gusto medievale.
Una collinetta si innalza proprio nel mezzo della citt, e davanti si apre la baia di colore azzurro intenso, mentre sull'
ampio lungomare, che si distende su tre lati, si sussegue una serie di edifici piuttosto tetri in stile europeo. Gli affari
non sono pi floridi come un tempo, ma non manca chi dispone di molto denaro e numerose sono le case da gioco;
ecco perch ville e giardini si trovano un po' dappertutto. Nei pressi del porto sono allineate ordinatamente due file di
enormi banani: cinesi e stranieri riposano spesso alla loro ombra, seduti su lunghe panchine, e tutti hanno l' aria di
riceverne grande diletto. Proprio perch i commerci non vanno pi tanto bene, questa gente raminga che venuta a
stabilirsi qui dal Sud Europa non ha quell'aria tesa e spietata che tipica dei mercanti coloniali. Ovunque in questa
citt, anche negli angoli pi riposti, si percepisce un gusto decadente, che ti induce a lasciarti andare e in cui finisci
inconsapevolmente col naufragare. Ero appena arrivato, e gi avevo preso la mia decisione: le mie peregrinazioni
sono finite, rimarr qui per sempre! Chi poteva sapere che di l a qualche giorno l' avrei incontrata.
Fu davvero un incontro casuale, del tutto inaspettato. Era l'ora del vespro, e c'era un'aria brumosa e piovigginosa: io
ero uscito dal mio alberghetto sul versante occidentale della collina e scendevo per recarmi a cenare in un ristorante
del centro. Quando imboccai via P., che in quel momento era semideserta, d'un tratto scorsi una donna che usciva
lentamente dal portone di una casa in stile occidentale. Indossava un impermeabile grigio, ma non potei vederla in
viso, in quanto teneva l' ombrello aperto. Forse mi aveva gi adocchiato mentre era ancora dentro il portone - quel
giorno non avevo con me l'ombrello -, perch improvvisamente mi domand quando l' oltrepassai:
<<Lei non il signor Li, il signor Li Baishi?>>
La sua voce mi parve subito familiare, ma non riuscii l per l ha identficarla; di colpo girai il capo, come folgorato, e
quel che intravidi fu solo un visino pallido che spiccava contro l' ombrello nero. Ormai era gi calata l'oscurit della
notte, e non potei pertanto coglierne chiaramente i lineamenti; mi colpirono per quei suoi grandi occhi che brillavano
intensi, e fu come se una corrente elettrica mi scuotesse tutto, simile a una ventata gelida venuta da chiss dove. .
<<Tu...?>> farfugliai.
<<Non mi riconosce? Signor Li, ricorda il capodanno nel quartiere di Minde, a Shanghai?>>
<Oh! Ma tu sei 1a Terza! Come mai sei qui? Che strano! strano davvero!>>
Cos dicendo mi voltai, e quasi senza rendermene conto feci un passo verso di 1ei, e allungai un braccio per
stringerle la mano sinistra, avvolta in un guanto di pelle sottile.
<<Dove sta andando? Da quanto tempo arrivato in questa citt?>> mi chiese lei.
<<Mi stavo recando a cenare in centro. Sono qui ormai da diversi giorni. E tu? Tu dove stai andando?>>
Alla mia domanda lei per un po' evit di rispondere, e si limit invece a sporgere in fuori il mento. Io mi sovvenni
allora del caratterino che aveva quando eravamo a Shanghai, e senza insistere ripresi a camminare lentamente al
suo fianco. Per qualche minuto procedemmo senza dire una parola; poi lei mi disse con voce fievole:
<<Sto andando a giocare a ma-jong da un'amica. Non avrei mai pensato di incontrarla qui. Signor Li, vi trovo davvero
invecchiato dopo due o tre anni che non ci vediamo. E lei come mi trova? Sono cambiata anch'io cos tanto?>>
<<No, tu non sei cambiata per nulla. Io, invece... lo faccio proprio piet! In questi anni...>>
<<Ho avuto qualche notizia di 1ei in questi anni. Mi capitato una o due volte di seguire i suoi spostamenti sui
giornali. Ma mi dica, signor Li, com' che arrivato in questo posto? davvero strano.>>
<<E tu allora? Perch sei venuta qui?>>
<<Era scritto nelle mie esistenze anteriori che dovessi tribolare in questa vita. Sono come una pianta acquatica, che
fluttua di qua e di l, ma non riesce a porre le radici da nessuna parte. Pu sembrare strano che sia qui, ma forse era
destino. Signor Li, si ricorda di quel grassone che abitava al piano superiore della casa di Minde?>>
<<Chi? Quel commerciante che veniva dalla Malesia?>> <<Oh! Vedo che ha buona memoria!>>
<<E ora, che fine ha fatto?>>
<< con lui che sono venuta qui.>>
<<Anche questo curioso!>>
<<Ma c' qualcosa che ancora pi strano!>> <<Che cosa?>>
<< morto !>>
<<Oh! Ci vuol dire... che adesso sei rimasta sola?>>

<<Proprio cos!>>
<<Ah ! >>
Andammo avanti ancora per un tratto in silenzio, fino a che non giungemmo a un incrocio poco distante dalla via
principale. Allora lei mi chiese dove alloggiassi, perch contava di passare a trovarmi l'indomani nel pomeriggio. Io le
dissi che sarebbe toccato a me di farle visita, ma lei si affrett a trattenermi:
<<No, non possibile! Non pu venire da me.>>
Quando uscimmo da via P., ci ritrovammo ormai in mezzo alle luci e alla gente, e pertanto non avemmo occasione di
stringerci la mano, e neppure di sorriderci. Al momento di prendere congedo, lei fece solo un leggero cenno col capo,
e poi imbocc in fretta e furia una lunga strada verso sud.
Eccitato da questo incontro casuale, il mio cuore, che prima se ne stava placido e tranquillo come un immoto laghetto
di montagna, prese a incresparsi un poco. Mi tornarono in mente gli avvenimenti di tre anni prima, quando lei non
aveva ancora vent' anni e abitava a Shanghai, in un edificio europeo di Minde, proprio dirimpetto all' appartamento in
cui ero alloggiato. In quella casa, oltre a lei e alle sue tre sorelle - tutte giovani ragazze -, risiedeva anche, al primo
piano, una famiglia di cinesi d'oltremare. Io non sapevo di chi fosse la propriet, e neanche mi immaginavo chi
provvedesse al sostentamento delle sorelle. Ma una volta, all'incirca due mesi dopo che avevo fatto la conoscenza
della Seconda, mentre mi trovavo da loro a giocare a ma-jong, ecco che giunse all'improvviso un gentiluomo di
mezza et riccamente vestito. Nel presentarmelo, dissero che era il marito della sorella maggiore, e in effetti
quest'ultima, quando lo vide arrivare, ci lasci subito e lo condusse in una stanza laterale di fronte alla nostra, dove si
intrattenne con lui a conversare. Al suo posto la Quarta si sedette a giocare con noi. Le ragazze mi avevano detto di
essere del Jiangxi, mentre il cognato proveniva dalo Hubei, e si era messo insieme con la maggiore all'epoca in cui
era direttore di banca a Jiujiang.
Io allora ero appena venuto dalla campagna e lavoravo nella redazione di un giornale. La casa in cui abitavo a Minde
era la residenza del direttore - il signor Chen -, cui ero legato da un rapporto di amicizia. Mi ero sistemato da lui,
perch conoscevo poco Shanghai e non ero in grado di trovarmi un altro appartamento in affitto. I Chen erano vicini
delle sorelle, e si frequentavano regolarmente. Ecco perch casualmente mi era capitato di conoscere la Seconda,
che era la pi vivace delle quattro.
Poi un domestico dei Chen mi aveva detto in confidenza: <<Pare che la maggiore sia la concubina di quel direttore di
banca. lui che mantiene le ragazze, e paga anche gli studi del loro fratello pi piccolo>>.
Le sorelle erano tutte molto belle, e la Seconda in particolare era davvero attraente e brillante. Forse erano troppo
belle, e si doveva a questo se tre di loro, pur avendo ormai raggiunto l' et del matrimonio, non erano ancora riuscite
a trovare un partito che fosse alla loro altezza.
Mentre riandavo col pensiero a queste vicende passate, ero intanto arrivato davanti all'ingresso di un grande
emporio, il pi affollato di tutti, che si trovava proprio al centro di quel lungo viale. Solo in questo tratto i passanti non
si erano ancora diradati, nonostante la pioggerella serale. I negozi sui due lati della strada mandavano una luce
sfavillante, e nel cuore dei raminghi tutti questi bagliori avevano l'effetto di far riemergere il loro senso di solitudine.
Proseguii verso est fino alla fine della via, e poi voltai a sud: sulla destra si levava il grande ristorante <<Miramare>>.
Al secondo e al terzo piano, qui potevi trovare parecchie salette, dalle cui finestre si godeva una bella vista della
baia, con le sue barche e i suoi velieri; dal mio arrivo a M., era quello il ristorante che frequentavo di solito.
Salii lentamente le scale e mi sedetti ad un tavolo dei piani superiori; poi ordinai da bere e da mangiare e mi accesi
una sigaretta. Mentre guardavo fissamente la luce emessa dalle lampade elettriche, gli avvenimenti di Minde
ripresero a scorrermi davanti agli occhi.
Tra le sorelle era la Seconda quella che amavo di pi. La maggiore era gi impegnata, e quindi non potevo certo
covare nei suoi confronti pensieri sconvenienti; la Terza aveva un carattere malinconico, tanto che non pareva
neppure una ragazza giovane; con la Quarta poi era troppo grande la differenza d' et - a quell' epoca aveva appena
sedici anni -, e ovviamente non era pensabi1e che sorgesse un qualche sentimento reciproco. Ecco perch solo per
la Seconda provavo un' ardente passione.
Tutte avevano lineamenti regolari, occhi grandi, un naso diritto e una carnagione fine e chiara: nell' aspetto erano
graziose e amabili allo stesso modo. Ma, quanto al temperamento, ciascuna differiva dalle altre: la maggiore era
gentile e affabile, la Seconda era vivace, la Terza era malinconica, la Quarta... - di lei non saprei che dire, perch non
le prestavo alcuna attenzione.
La vivacit della Seconda si manifestava in tutto il suo comportamento: nei suoi atti, nelle sue parole ed anche nelle
sue risate. Nel quartiere di Minde, non v'era nessuno tra gli uomini sulla trentina che non ne fosse affascinato, anche
se magari gli era capitato di incontrarla una sola volta.
Non era molto alta, ma arrivava comunque alle spalle di un uomo di media statura. Quando portava le scarpe col
tacco alto, era capace di camminare due volte pi veloce di una donna occidentale. Nel parlare poi non aveva
esitazioni n tab, ed era ancora pi franca e spigliata di noi uomini, quando ci troviamo a conversare tra amici o tra
compagni di studi. Se notava qualcosa di ridicolo oppure udiva qualche battuta scherzosa, subito mostrava quei suoi
deliziosi denti bianchi e non la finiva pi di ridere, tenendosi la pancia e storcendo i fianchi, anche se si trovava in
presenza di estranei; qualche volta arrivava a perdere l' equilibrio, e allora come niente ti si aggrappava addosso.

Quando i Chen avevano degli ospiti, mi capitava spesso di non poterne pi di questa sua invadenza, e allora
piantavo a mezzo la cena e correvo a rifugiarmi nel mio ufficio. Non erano trascorsi neanche sei mesi da quando ero
giunto nella casa di Minde, e gi i Chen - gli adulti come i bambini, i padroni come i servitori, nessuno escluso - mi
avevano affibbiato il nomignolo di <<gallina>> della Seconda, perch lei, ogni volta che avveniva qualcosa di comico,
si gettava sempre su di me, proprio come fa il gallo con le galline, e poi se la rideva di cuore prendendomi come
appoggio. Ma questo era nulla. Mi derideva continuamente, e se per caso compivo qualche goffaggine o dicevo
qualcosa di sbagliato, lei si divertiva davanti a tutti a imitare i miei gesti e a contraffare la mia voce, in modo che
diventassi lo zimbello della compagnia. Eppure, parr strano, ma non ce l' avevo affatto con lei se mi sbeffeggiava e
mi disprezzava, anzi, al contrario, mi sentivo come onorato e ne provavo piacere.
Quando mi trovavo da solo a riflettere su queste inezie, in cuor mio nutrivo per lei un profondo senso di gratitudine e
l'amavo con tutta l' anima. Poi, arrivai anche a favorila quando si giocava a majong: qualunque tessera lei volesse, io
gliela davo senza neanche pensarci, e se talvolta capitava che non ubbidissi ai suoi ordini, allora lei, senza tanti
complimenti, alzava quella sua manina paffutella, e - paf! paf! - me la faceva schioccare sul viso. E subendo la sua
punizione, io provavo dentro di me una soddisfazione indicibile. Per avere da lei un simile favore, certe volte disubbidivo volutamente ai suoi ordini; cos mi avrebbe battuto, oppure mi avrebbe colpito nei fianchi con le sue scarpe
appuntite. Se le percosse non erano forti abbastanza, le dicevo <<Non sento male! Non sento male! Dammi un altro
calcio! Picchiami ancora!>>, e lei non si faceva scrupoli, alzava di nuovo le mani o i piedi e mi picchiava. Infine,
quando i fianchi mi dolevano e le guance mi si erano tutte arrossate per gli schiaffi ricevuti, allora s che obbedivo
docilmente ai suoi ordini e mi adattavo a compiere quello che lei voleva. In simili casi, erano sempre la maggiore e la
Terza che accorrevano per farla smettere, e le dicevano di non esagerare, mentre io che subivo tutto questo
sinceramente le imploravo di non intromettersi.
Una volta che mi trovavo da loro e me ne stavo seduto a chiacchierare del pi e del meno, ricordo che lei doveva
uscire per recarsi a pranzo con un' amica, e voleva che le andassi a prendere un paio di scarpe nuove nella camera
della sorella maggiore. Quelle scarpe sembravano davvero un po' piccole, e rimasi tanto tempo col suo piede tra le
mani prima di riuscire a fargliene calzare una. Lei era andata su tutte le furie, e mentre ero l accovacciato davanti al
suo ventre, con le mani prese a darmi colpi violenti sul viso, sulla testa e sul collo. Quando finalmente potei infilarle
anche la seconda scarpa, per le percosse il collo mi si era riempito di lividi. Mi alzai e le chiesi sorridendo: <<Come ti
stanno le scarpe?>>. Lei mi rispose: <<Ho male alla punta del piede destro!>>. Allora io drizzai la schiena e le dissi
serio: <<Dammi un paio di calci! Vedrai che le scarpe si allenteranno un po' e starai meglio!>>.
Invero, come sarebbe stato possibile rimanere indifferenti ai suoi piedi! Lei aveva superato ormai la ventina, ma
aveva un paio di piedini grassocci, che parevano quelli di una ragazzina di dodici o tredici anni. Mi era gi capitato di
infilarle calze di seta, e quei piedini bianchi e tenerelli, sottili in punta e canuti nel tallone, erano sempre al centro
delle mie fantasie. Potevo anche fare tanti sogni bizzarri sui suoi piedi. Quando mangiavo, per esempio: ecco che mi
venivano subito in mente, nel vedere il riso bianco e luccicante. Allora pensavo: <<Ah! Se in questa ciotola ci fossero
quei suoi piedini delicati, li morderei e li succhierei, e lei proverebbe uno strano solletico. Se si sdraiasse e
allungasse i suoi piedi verso di me, sentirebbe i miei morsettini, e dalle sue labbra piegate in una smorfia uscirebbero
certamente gridolini soffocati. E magari potrebbe tirarsi su d'un tratto e mi darebbe un bel calcio sulla testa...>>. A
questo punto, mi veniva voglia di mangiare un' altra ciotola di riso.
Non difficile immaginare quali rapporti abbiano potuto svilupparsi in sei mesi tra uno come me, cos docile e
impacciato, e una ragazza come la Seconda, tanto vivace ed emancipata. Va aggiunto inoltre che allora non avevo
ancora compiuto ventisette anni, ero scapolo e cullavo grandi speranze per il mio avvenire.
Mentre eravamo seduti nel soggiorno dei Chen a conversare amabilmente, anche la moglie del mio amico ci aveva
detto scherzando: <<Ehi, Seconda! Non sarebbe fantastico se il signor Li diventasse tuo marito? Starebbe ogni
giorno a infilarti scarpe e calze, e tu potresti sfogare i tuoi nervi contro di lui ogni volta che lo vuoi. Lo prenderesti a
calci dalla mattina alla sera!>>. E lei, lanciandomi un'occhiata di sbieco, aveva risposto ridendo: <<Macch! Il signor
Li proprio non va! troppo stupido e incapace. I calci vorrei prenderli io da qualcun altro. Sarebbe bello se trovassi
un uomo che fosse in grado di comandarmi e che si facesse rispettare>>. Quando si celiava a questo modo, poi mi
sentivo sempre infelice e sconsolato; per vincere l'angoscia che mi pesava dentro, dovevo correre in strada e farmi
una lunga camminata in solitudine.
Un sabato sera ero andato con lei ad assistere a un concerto nella sala del municipio, sul grande viale, mentre la
maggiore e la Terza si erano recate al cinema insieme a un amico del cognato. Sulla strada del ritorno, passammo
davanti all'ingresso di un ristorante, e proprio in quel momento soffiarono due raffiche di vento gelido. Si era ormai in
pieno autunno, tra settembre e ottobre.
Io le presi la mano, e le dissi tremando di freddo: <<Seconda! Perch prima di rincasare non saliamo a prendere
qualcosa di caldo?>>. .
Lei sorrise: <<Ma s! Andiamo a berci un po' di vino caldo!>>. Dentro il ristorante, dopo aver mandato gi un paio di
bicchieri, avevo rimosso la mia abituale timidezza. Diedi un' occhiata intorno e m'avvidi che la sala era
completamente vuota; allora mi avvicinai a lei e, facendole gli occhi dolci, le dissi con voce tremula, intramezzando
ogni frase con lunghe pause: <<Seconda! Io ... Forse conosci il mio cuore! Io , io... vorrei... vorrei restare con te... a
lungo!>>.
.

Lei sollev gli occhi e mi lanci uno sguardo; poi pieg le labbra, e abbozz un sorriso provocante agli angoli della
bocca: <<Restare insieme a lungo! Che cosa significa?>>.
Presi coraggio: sporsi le labbra e la baciai. Per tutta risposta, lei mi assest uno schiaffo in piena faccia. un colpo
rimbomb anche dabbasso, e un cameriere accorse subito su, chiedendo: <<Volete ordinare qualcos'altro?>>. Io
trattenni le lacrime e risposi con un lieve sorriso: <<No, no! Portami un tovagliolo>>.
Quando il cameriere se ne fu andato, lei mi disse con la sua solita voce: <<Signor Li, non si comporti pi a questo
modo. Se far ancora una cosa del genere, la prossima volta la picchier ancora pi forte!>>. Anch'io fui costretto a
fingere che fosse tutto uno scherzo, e a malincuore dovetti soffocare i miei sentimenti. I sentimenti che provavo per
lei erano chiari a tutti, e a nessuno poteva sfuggire neanche la vera natura del mio comportamento dettato da quei
sentimenti. Ecco perch la Terza, bench avesse un carattere bizzarro e malinconico e parlasse sempre con un tono
bizzoso e scorbutico, talvolta ce la metteva tutta per avvicinarmi alla Seconda. E spesso prendeva anche le mie
difese, quando vedeva che la sorella mi colpiva con troppa violenza oppure mi canzonava in modo troppo sfacciato,
e non mancava neanche di rimproverarla, seppure con parole molto attente e circospette. Ma, stupido e incapace
com'ero di distinguere il bene dal male, non solo non provavo per la Terza alcuna gratitudine, ma mi pareva anche
che fosse un'intrigante e che mettesse indebitamente il naso negli affari altrui.
In questa situazione frequentai per oltre sei mesi le quattro sorelle, abitando dirimpetto alla loro casa. Poi,
quell'inverno la Seconda si fidanz improvvisamente con uno studente universitario venuto da Pechino.
inutile dire che quell' anno trascorsi la festa del capodanno cinese con il morale a pezzi e nella depressione pi
cupa. Ma, mentre mi sentivo cos angosciato, era sempre lei, la Terza, che mi invitava a pranzo, mi chiedeva di
giocare a ma-jong, e qualche volta mi portava anche al cinema: proprio lei, che solitamente non mi era gran che
simpatica, e che la Seconda e io chiamavamo <<sepolcro imbiancato>>. Ebbene, proprio lei, la Terza, avevo
incontrato all'improvviso, in modo del tutto casuale, n questo porto del Sud, durante una brumosa serata d'autunno.
Mentre ero assorto nei miei ricordi, la sigaretta che avevo tra le dita s era ridotta ormai a un centimetro di cenere e,
nel bicchiere che avevo davanti, il vino si era gi raffreddato. Soprappensiero bevvi qualche altro sorso e mangiai
due o tre bocconi; poi arriv il cameriere con una zuppa di pinne di pescecane. Dopo aver finito di cenare, feci ritorno
in albergo camminando lentamente sotto la pioggia; mi diedi una lavata alla faccia, mi cambiai e mi distesi quindi sul
letto, ma continuavo a rigirarmi, senza riuscire a chiudere occhio. Mi torn alla mente quella volta che con la Terza
ero andato in gita a Suzhou, proprio l'indomani del capodanno cinese. La sera non c' eravamo detti una parola, seduti uno di fronte all' altra sotto la luce della lampada elettrica. E mi sovvenni anche del suo tono di voce, quando la
mattina dopo mi chiam da sotto la sua zanzariera affinch le raccogliessi le vesti che erano cadute a terra. Ma io
allora non potevo dimenticare la Seconda, e dunque non ricambiai neanche un poco il suo affetto; anzi, non ero
semplicemente in grado di capire quanto fosse profondo. Invano avevamo viaggiato assieme: i nostri sentimenti non
si erano avvicinati. Quel pomeriggio ritornammo in fretta e furia a Shanghai, e i rapporti tra di noi erano sempre quelli
di prima, come tra fratello e sorella. Dopo la festa delle lanterne, la mia depressione non accennava a diminuire, e
allora diedi le dimissioni dal giornale e me ne andai senza neanche salutare le quattro sorelle; da solo e senza
portare con me neppure un bagaglio, raggiunsi Pechino, ricoperta di ghiaccio e di neve, e pensavo cos di poter
dimenticare tutto il mio passato e di seppellire infine tutta l' angoscia che avevo nel cuore. Nei due o tre anni che
seguirono, presi a girovagare da una citt all' altra, e in nessun posto riusc a sostare per pi di sei mesi. Quand' ero
al culmine della disperazione, non mancai neanche di seguire la moda, vendendo qualche racconto che descriveva
le mie sofferenze. Poi, senza averne alcuna consapevolezza, mi pigliai infine la malattia ai polmoni, e ora, ecco che
mi ritrovavo in quell'angolo sperduto dell'estremo Sud. Chi avrebbe potuto immaginare che avrei rivisto la Terza in
quella strada, nella fioca luce del crepuscolo? Ah! Si dice che il mondo sia grande, ma in verit piccolo davvero.
Non era strano che due vagabondi si rincontrassero laggi, quando mai se lo sarebbero potuti aspettare? Mi
arrovellai tutta la notte n questi pensieri, e fui vinto dal sonno solo allo spuntare della prima luce del giorno, allorch
gli operai pi mattinieri gi avevano cominciato a passare sotto le finestre. Non so quanto tempo dormii; d'un tratto
per in sogno sentii battere alcuni colpi alla porta. Subito mi rizzai a sedere, avvolto nella coperta, e m'accorsi che la
pioggerella della notte era cessata, e qualche raggio di sole giallo pallido trapelava dalla finestra volta a meridione.
<<Entrate!>> gridai con voce rauca, ma la porta non s' apr. Passarono alcuni minuti, e ancora non s' apriva;
sorpreso, mi misi allora addosso qualcosa e scesi dal letto. Avevo fatto appena in tempo ad alzarmi in piedi che la
porta cominci ad aprirsi pian piano: dietro c' era proprio lei, senza dubbio alcuno, la Terza, sempre con quella sua
aria ambigua e con un sorriso enigmatico sul volto.
<<Ah! Sei tu, Terza! Come mai sei venuta cos presto?>> le chiesi con un tono meravigliato e insieme compiaciuto.
<<Presto? Macch, guarda! Il sole gi alto.>>
Cos dicendo, entr lentamente e mi squadr dall' alto in basso, sorrise, e poi, come per pudore, and davanti alla
finestra volgendo lo sguardo all' esterno: oltre uno stretto passaggio si vedeva in lontananza il giardino di una dimora
signorile, dove il sole illuminava dolcemente i rami delle sofore e delle altre piante non ancora appassite.
Aveva cambiato vestito. Una sciarpa di seta bianca ricamata spuntava dal soprabito di tweed, e sotto portava una
corta giacchetta imbottita di taglio quasi europeo, con una lunga gonna nera di raso indiano. Un cappello di seta di
color giallo chiaro le calava profondamente sulla fronte, e lasciava intravedere, al di sotto delle falde arricciate, quei

suoi grandi occhi neri cos seducenti, che parevano sempre assorti nella contemplazione di qualcosa. Il suo viso
ovale dava l'impressione di avere lineamenti tondeggianti sotto quel cappello calcato sugli occhi. Gli anni le avevano
incavato pi a fondo le pieghe che dal naso le scendevano oblique fino agli angoli della bocca. Aveva un colorito
pallido, ma forse era l' effetto degli strapazzi della sera prima, passata a giocare a ma-jong. Me la ricordavo di statura
e di corporatura media, n grassa n magra; ora per nel guardarla avevo l'idea che fosse pi alta, probabilmente
perch ero diventato io pi basso e pi scarno. Continuava a darmi la schiena, in piedi davanti alla finestra. Le
osservai le spalle, e mi sembr dimagrita.
<<Terza! Che cosa stai facendo l in piedi?>> Mi abbottonai la veste e mi avvicinai a lei; poi le poggiai la mano destra
sulla spalla e la invitai a togliersi il soprabito. Lei si spinse un poco avanti e delicatamente si liber dalla mia stretta;
quindi si volt e mi sorrise:
<<Stavo facendo i conti.>>
<<Fai i conti di buon mattino? Che conti?>>
<<Ieri sera ho vinto.>>
<<Hai vinto?>>
<<Io vinco sempre. Solo quella volta con lei ho perso.>> <<Oh! Hai davvero una buona memoria! Quanto hai perso
con me? E quando?>>
<<Ho perso la vita! Quasi...>>
<<Terza!>>
<<...>>
<<Non sei cambiata! Perch mai ti piace fare questi discorsi?>> Lei tacque, ma aveva sempre il sorriso sulle labbra.
Io presi una sedia e le dissi di accomodarsi, poi raggiunsi il catino in un angolo della stanza per lavarmi la faccia e
sciacquarmi la bocca. Improvvisamente lei riprese:
<<Signor Li, neanche lei cambiato. Fuma ancora, non vero? >>
<<E la maggiore? E la Quarta?>>
<<Sono sempre l, nella casa di Minde, a condurre la stessa vita. Ahim! Soltanto io sono cambiata.>>
<<Certo, certo. Ieri mi hai detto che non dovevo venire da te. Per quale motivo?>>
<<Non che non voglia. Temo le chiacchiere della gente. Lei dovrebbe sapere che i Lu sono tanti.>>
<<S, s. Ricordo che quel cinese d'oltremare si chiamava Lu. Ma, dimmi, come mai ti sei invaghita di quel
grassone?>>
<<Le ragazze come me non hanno la possibilit di scegliere. In ultima analisi, posso dire di aver fatto uno strano
sogno.>> <<Ed stato un bel sogno?>>
<<Bello? Brutto? Come posso saperlo?>>
<<Non lo puoi sapere? Perch allora ti sei sposata con lui?>>
<<Che cosa un matrimonio? Io sono stata solo un regalo, un regalo della maggiore e di suo marito.>>
<<Terza!>>
<<...>>
<<Perch morto cos presto?>>
<<E chi lo sa? Disgraziato!>>
La sua voce si era fatta fioca e accorata, e io non osai pi rivolgerle altre domande. Terminai di lavarmi e di vestirmi,
e tirai fuori l' orologio dal taschino: erano gi le due e un quarto del pomeriggio. Mi accesi una sigaretta e mi sedetti
davanti a lei, lanciandole uno sguardo furtivo: sul volto non v' era pi traccia di quel suo sorriso enigmatico. Gli occhi
abbassati, le rughe agli angoli della bocca e quelle gote esangui le conferivano le tipiche sembianze della novella
vedova. Sapevo che stava rievocando il passato, e non volli quindi interrompere il flusso dei suoi pensieri. Stetti l a
fumare in silenzio per cinque o dieci minuti, poi d'un tratto lei si alz e raggiunse la porta, dicendo: <<Devo andare!>>. Io le corsi subito dietro per chiederle di rimanere, ma lei usc in tutta fretta, senza neanche voltarsi.
Appoggiato con le mani sulla ringhiera del pianerottolo, le gridai ancora di aspettare; fu solo per quando giunse in
fondo alle scale che mi guard coi suoi occhi neri lucenti e disse dolcemente: <<Torno domani!>>.
Da quella volta quasi ogni giorno trov il tempo di venire da me, e a poco a poco nacque tra di noi un' affinit di
sentimenti. Ma quando tentavo di spingermi pi avanti, lei immediatamente:
<<...>>
<<Per fortuna non sei cambiata! Almeno sei venuta a trovarmi. Se ieri avessi incontrato la Seconda, lei certo non
sarebbe venuta.>>
<<Non l' ha ancora dimenticata?>>
<<Pare che un po' me la ricordi ancora.>>
<<ll suo amore davvero tenace!>>
<<Chi oserebbe affermare il contrario?>>
<<La Seconda proprio fortunata!>>
<<Dove si trova ora?>>
<<Non lo so. Non ci scriviamo da parecchio tempo. Due o tre mesi fa ho sentito dire che era ancora a Shanghai.>>

si sottraeva, oppure innalzava una barriera nei miei confronti. Dopo una decina di giorni, la mia mente e i miei
pensieri erano ormai totalmente occupati da lei. Dicono che i sensi di chi ha i polmoni malati siano pi facili a
eccitarsi, e forse proprio vero. In effetti ero giunto al punto di non potermi pi contenere, e quel pomeriggio decisi
che a qualunque costo le avrei impedito di andar via, e che sarebbe dovuta venire a cena con me.
Di prima mattina il tempo era stato bello, ma poi, quando lei venne da me dopo mezzogiorno, il caldo si era fatto
insopportabile. Verso le tre o le quattro il cielo si copr di nubi, e al calare del sole si lev anche il vento. Era come se
il suo umore fosse in qualche modo influenzato dal mutare delle condizioni atmosferiche, perch appariva di ora in
ora pi avvilita e depressa. Pi volte disse che doveva tornare a casa, ma io facevo di tutto per convincerla a restare.
Alla fine ebbe forse l'impressione di non avere scelta, e rimase muta sulla sua sedia a pensare, la testa abbassata.
Quando il sole tramont dietro i monti, le ombre presero ad arrampicarsi sugli angoli delle pareti, mentre dalla
finestra volta a sud si scorgeva ancora un lembo di cielo tinto di porpora. Poi, quieta e silente, si appress una nube
vagante di color grigio scuro, che assomigliava a un vecchio batuffolo d'ovatta, e attraverso i vetri penetrarono i sibili
del vento. Noi eravamo immersi nella penombra, ammutoliti entrambi, ed avevamo come la sensazione che al di fuori
l'umanit intera fosse ormai annichilita. Rimanemmo sprofondati chiss quanto tempo in quell'oceano di mestizia
crepuscolare, segreta e silenziosa, quando improvvisamente, come fosse un baleno, una lampada elettrica eman la
sua luce. Mi alzai e, presa una vecchia mantella nera, l'avvolsi da dietro intorno alle spalle di lei, quindi mi chinai e la
cinsi con entrambe le braccia, accostando il mio capo alla sua guancia destra. Lei di scatto si lev in piedi, come se
si fosse svegliata da un sogno, e mi respinse con forza. 10 mi precipitai subito a bloccare la porta, nel timore ch'ella
volesse di nuovo fuggire, volesse di nuovo correre a casa. Ma, vedendomi in tale stato di turbamento, lei si mise a
ridere. S, anche se ritta sotto la lampada pareva avere un portamento austero e scostante, i suoi occhi ridevano, e
anche i muscoli del suo volto si erano rilassati, e un sorriso si era disegnato agli angoli della sua bocca. Allora presi
coraggio e mi avvicinai; circondandole la vita con un braccio al di sotto della mantella, le sussurrai in un orecchio:
<<Terza, hai forse paura? Davvero hai paura di me? Non oserei, non oserei pi. Su, andiamo fuori a cena!>>
Lei non rispose, ma si lasci abbracciare, docile e arrendevole. La trascinai fuori della porta; quindi ci separammo, e
lei discese le scale avanti a me. Uscimmo in strada.
Camminammo nel crepuscolo, e facemmo un lungo giro per evitare via P. Poi arrivammo al centro del viale pi
affollato di M., senza parlarci e senza osare neppure procedere fianco a fianco. Le lampade scintillavano con la loro
luce fredda, e il vento ululava, mentre frusciando le foglie cadevano da ogni parte in grande disordine. Dopo un
percorso interminabile, ci trovammo infine dentro una saletta al secondo piano del ristorante <<Miramare>>.
Ci sedemmo, e m'avvidi osservandola che il vento freddo le aveva scomposto i capelli. Il suo volto scarno appariva
ancora pi pallido. Lei voleva togliersi la mantella, ma le dissi di non farlo. Ordinai al cameriere un bicchiere di
brandy, e lei lo bevve con una tazza di t caldo; dopo si pass un fazzoletto sul viso e stette immobile per alcuni
minuti. Allora riprese finalmente il suo aspetto solito: quel sorriso misterioso e quello sguardo fulgido emanarono di
nuovo illoro fluido elettrico nell' aria gelida.
<<Oggi fa proprio freddo!>> dissi.
<<Anche lei sente freddo?>>
<<Come potrei non sentirlo!>>
<<La credevo pi freddo dell' aria.>>
<<Terza!>>
<<...>>
<<Non faceva forse pi freddo quella sera a Suzhou?>> <<Per l'appunto volevo rivolgerle questa domanda.>>
<<Terza, ho sbagliato quella volta. Ho sbagliato!>> <<...>>
Lei di nuovo si rinchiuse nel suo silenzio, e neanch'io potei insistere pi in questo discorso. Durante la cena, tentando
di essere galante, mi limitai a rievocare con un fil di voce qualche
episodio di quando eravamo a Minde, ma lei fino alla fine non pronunci che poche frasi. Suscitando le sue memorie,
intendevo riaccendere l' antica passione che aveva provato per me in quel periodo; ma dall'espressione del suo volto
non mi parve per nulla colpita dalle mie parole. Alla fine persi la testa, e cercai di convincerla in ogni modo a non
tornare a casa, pregandola con
le lacrime agli occhi e quasi costringendola con la violenza; tenendola stretta tra le mie braccia, la trascinai quindi in
un albergo straniero che si trovava di fianco al ristorante Miramare.
Era ormai notte fonda, e fuori il vento continuava a soffiare con la sua voce lamentosa. Nell'oscurit le potenti
lampade elettriche emanavano una luce ancora pi brillante, e nel mio cuore tutto questo chiarore sembrava
accrescere un terribile senso di solitudine. Dentro la stanza l'aria era ancora pi gelida. Tutta vestita, lei era distesa
sul letto, con una coperta addosso, e mi dava le spalle. Pi volte mi gettai su di lei, e sempre mi respinse. Alla fine
scoppi a piangere e mi disse, la voce rotta dai singhiozzi:
<<Signor Li, tra noi... tra noi tutto finito... da molto tempo. Se... se quell'anno... mi avesse amata... come ora, non
avrei... non avrei sofferto... cos tanto. Io... io, lei sa, io... io, in questi anni...>>
A quel punto i singhiozzi si fecero ancora pi convulsi, e allora si copr la testa con la coperta per abbandonarsi

liberamente al pianto. Pensai alla sua vita trascorsa, e alla sua condizione odierna, e al sentimento che aveva nutrito
per me in passato, e alla mia stessa vita, cos grama e infelice. Ero profondamente commosso dai suoi gemiti, e
dentro di me provavo un dolore sempre pi lancinante, anche se non riuscivo a versare neanche una lacrima. Pianse
per pi di mezz' ora, e per tutto il tempo rimasi seduto sul letto in silenzio. Ormai i suoi singhiozzi avevano spento
ogni mio desiderio, e non pensavo pi a nulla. Pass ancora qualche minuto, e m' accorsi che aveva cessato di
piangere. Mi piegai dunque su di lei, e le dissi con sincerit:
<<Terza, stasera ho sbagliato ancora una volta. Mi dispiace di non aver compreso i tuoi veri sentimenti. S, il nostro
tempo passato davvero. Quanto pretendevo da te oggi turpe e ignobile. Perdonami, te ne prego, perdonami! Non
far pi una cosa cos spregevole. Perdonami! Ti prego, voltati e dimmi che mi perdoni! Dimentichiamo il passato.
Dimentica quello che successo oggi! Terza!>>
Le dissi queste parole chino sul suo cuscino, con le lacrime agli occhi. Quando tacqui, lei non fece un movimento, la
faccia sempre girata dall'altra parte. Aspettai a lungo immobile, e finalmente si volt, levando su di me quei suoi
occhi bagnati di lacrime, in cui mi parve di cogliere un senso di piet e anche un'ombra di rancore. Non so perch,
ma davanti a quello sguardo il mio cuore semp di una gratitudine cos intensa, che neppure un condannato a morte
che ha ottenuto la grazia avrebbe provato. Poi lei volse nuovamente il capo, e io mi distesi al suo fianco, sopra la
coperta. Rimanemmo cos fino al mattino, senza dormire ma nel pi completo silenzio, e mi sentivo totalmente
appagato.
Ci alzammo di buon'ora, e dopo essersi lavata e pettinata in modo molto sbrigativo, mi rivolse il suo solito sorriso.
Anch'io le sorrisi, ma dentro di me ebbi come la sensazione che lacrime amare mi scendessero nel naso e nella gola,
stilla dopo stilla.
Quando uscimmo dall' albergo, non si vedevano che poche nuvolette purpuree in direzione di levante; il vento della
notte aveva spazzato il cielo, che ora appariva tinto d' azzurro. Un sole sorto dal mare illuminava coi suoi tenui raggi
le strade deserte, molto pi pulite del solito, a parte le foglie cadute dagli alberi e qualche cumulo di polvere.
Svoltammo dal lungo viale, e
l' accompagnai fin sotto la porta di casa. Prima di separarci, le strinsi le mani gelide e le dissi dolcemente:
<<Terza, cerca di riguardarti un po' di pi. Temo che non avremo l'occasione di vederci spesso.>> Dopo aver
pronunziato queste parole, non so perch, sentii improvvisamente una stretta al cuore e gli occhi mi si appannarono,
come se fosse calata la nebbia. Lei mi lanci uno sguardo profondo - cos almeno mi parve -, poi si affrett a ritirare
le mani dalle mie e si precipit dentro casa.
Quella sera, si rifletteva sul mare una falce di luna che assomigliava a un sopracciglio. Io me ne stavo a fumare nella
cabina della nave in mezzo a una moltitudine di meridionali, che parlavano una lingua incomprensibile. Fuori il vento
e le onde ruggivano. Sotto la lampada, tutti quanti erano intenti a calcolare quanto tempo ci sarebbe voluto, a quella
velocit, per arrivare al porto di H.