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VITA MONASTICA E IDENTITÀ CLARIANA

Pubblicato in: Forma Sororum, 42 (2005) 234-249.

P. CARLO SERRI ofm.

Scopo fondamentale del linguaggio è quello di esprimere il pensiero e


dunque di permettere la comunicazione tra le persone. Comunicazioni di tipo
diverso (scientifico, filosofico, religioso) adottano linguaggi diversi e fanno
ricorso a terminologie e logiche specifiche. È normale che in ambienti
particolari si utilizzino espressioni caratteristiche e si elabori un gergo tipico.
Accanto ai linguaggi specialistici permane tuttavia l‟uso di linguaggi più
familiari, che non hanno bisogno di elaborazioni troppo raffinate. Un uso
eccessivamente rigoroso del linguaggio può persino vanificare la
comunicazione. Non si può essere troppo sottili.
Detto questo, non posso negare che la vita consacrata stia attraversando
una situazione critica. Le difficoltà del momento possono naturalmente insinuare
insicurezza nelle idee e oscurità nel linguaggio. Quello che accolgo con più
fatica è che a volte diventi difficile persino parlare delle cose più normali. Mi
capita, predicando o anche esprimendomi familiarmente, di parlare delle nostre
Sorelle Clarisse chiamandole “monache”, ossia di qualificare le Sorelle anche
con il termine di “monache”. Questa parola, pronunciata in tutta semplicità, a
volte provoca un‟osservazione inattesa. Mi viene detto tranquillamente: “Le
Clarisse non sono monache! Sono Sorelle!”. Dinanzi a questo rilievo resto
pensoso.
Se fosse solo una questione di parole, non darei alcuna importanza alla
cosa. Si possono usare parole diverse per indicare la stessa realtà. Ma forse non
si tratta solo di parole. Il rifiuto intenzionale di una terminologia potrebbe
ingenerare una diversità nel concepire la sostanza della vita clariana. La posta in
gioco è alta; penso che valga la pena di precisare cosa si intenda qualificando le
Sorelle Povere di santa Chiara (o Clarisse) anche con il nome di monache.

1
Il nome e la definizione

Il “nome” è semplicemente un vocabolo col quale si qualifica ciascuna


cosa o persona, per distinguerla e riconoscerla fra le altre1. La pura apprensione
di un oggetto genera i concetti. L‟atto con cui affermo o nego qualcosa è un
giudizio. La diversità dei nomi e dei concetti corrisponde alla varietà degli
oggetti che cadono sotto il domino dei sensi e della ragione. Per non commettere
errori quando formuliamo i nostri giudizi, dobbiamo determinare bene il
significato delle parole e dei concetti che usiamo. Perciò è importante definire e
classificare i concetti, in modo che esprimano correttamente quello che
vogliamo dire.
La definizione è il discorso con cui significhiamo che cosa è un oggetto. Si
possono offrire diversi tipi di definizione (essenziale, metafisica, descrittiva
ecc). In ogni caso, secondo le regole della logica, ogni definizione - cioè ogni
tentativo di esprimere più chiaramente un concetto - si fa assegnando il genere
prossimo e la differenza specifica .
“Infatti come si può spiegare che cosa è un oggetto se non assegnando ciò che esso ha
in comune con altri oggetti, già noti, e poi aggiungendo un carattere per cui ne
differisce? L‟elemento comune è il genere; l‟elemento caratteristico è la differenza
specifica”2.

Per esempio, la definizione di uomo come “animale ragionevole” vuol


dire che l‟uomo appartiene al genere degli animali, e dunque non è un minerale
o un vegetale. E vuol dire che la sua differenza specifica, rispetto agli altri
animali, è quello di possedere l‟uso della ragione.
Se diciamo che le Sorelle Povere o Clarisse sono delle monache che cosa
vogliamo dire? Evidentemente nominiamo l‟appartenenza ad un genere
(monache) ed affermiamo una differenza specifica rispetto alle altre monache (la
forma vivendi di san Francesco e santa Chiara). Le Clarisse o Sorelle Povere
sono monache che vivono secondo la Regola e la spiritualità di santa Chiara,
così come le monache benedettine trovano la loro specificità nel riferimento a
san Benedetto e le monache carmelitane a santa Teresa d‟Avila. La differenza
specifica non esclude, ma determina l‟appartenenza al genere.

1
Cf. O. PIANIGIANI, Vocabolario etimologico della lingua italiana, Fratelli Melita
Editori, Genova 1988.
2
S. VANNI ROVIGHI, Elementi di filosofia, vol. I, La Scuola, Brescia 1962, 68.

2
La questione dunque è di stabilire che cosa intendiamo per “monache”,
per verificare se le Sorelle Povere appartengono o no a questo genere di
religiose. Nel linguaggio ecclesiale che cosa intendiamo con il termine
“monaca”? Bisogna distinguere.
“In principio Dio […] maschio e femmina li creò” (Gen 1,1.27). È la
prima distinzione all‟interno del genere umano. Tutte le donne poi sono o
battezzate o non battezzate. Le donne battezzate sono cristiane. Tra le cristiane
possiamo distinguere le religiose dalle laiche. Le religiose (o consacrate) si
distinguono dalle laiche perché hanno fatto professione dei consigli evangelici.
Distinguiamo le religiose a seconda della loro appartenenza agli antichi ordini
monastici o ai moderni istituti e congregazioni di vita consacrata e società di vita
apostolica. Ci sono tante differenze specifiche all‟interno del genere comune di
“vita consacrata”, fino ad arrivare agli istituti secolari.
La stessa vita monastica non è univoca, ma abbraccia diverse specie di
esperienze (benedettine, cistercensi, clarisse, carmelitane, passioniste ecc.).
Ognuna di queste si caratterizza per le sue differenze specifiche, di ordine
storico, teologico e spirituale. Le monache legate agli ordini mendicanti
medievali - e più ancora le istituzioni tridentine o post-tridentine – offrono un
contributo originale rispetto alla più antica tradizione monastica. Se ne deve
tener conto.
Ci chiediamo dunque: cosa caratterizza le monache in genere, in
confronto con le altre religiose? A mio modesto avviso il fatto storico-spirituale
che caratterizza l‟esperienza monastica consiste fondamentalmente nella sua
radicale consacrazione alla vita contemplativa. Da questa unione d‟amore con
Dio sgorga una sorgente di grazia che vivifica il Corpo mistico di Cristo.

Radicalità di “un‟esistenza „sponsale‟


dedicata totalmente a Dio nella contemplazione” (VC 59)

Il recente Magistero ha evidenziato il radicamento della vita monastica


femminile nel mistero della Chiesa, ed è arrivato a descriverla come
“un‟esistenza „sponsale‟, dedicata totalmente a Dio nella contemplazione” (ib.).
Veramente già il decreto Perfectae caritatis del Concilio Vaticano II, pur
segnato da incertezze teologiche e linguistiche, aveva ribadito il “posto
eminente” occupato nella Chiesa dagli istituti dediti interamente alla
contemplazione:

3
“Gli istituti dediti interamente alla contemplazione (quae integre ad contemplationem
ordinantur), tanto che i loro membri si occupano solo di Dio nella solitudine e nel
silenzio, nella continua preghiera e nella gioiosa penitenza, pur nella urgente necessità
di apostolato attivo conservano sempre un posto eminente nel corpo mistico di Cristo,
in cui „tutte le membra non hanno la stessa funzione‟ (Rm 12,4)” (PC 7).

Altre forme di vita religiosa, invece, assegnano un ruolo sostanziale


all‟apostolato e all‟esercizio della carità. In questi istituti “l‟azione apostolica e
caritativa rientra nella natura stessa della vita religiosa” (ivi 8).
A seguito del Concilio Vaticano II numerosi documenti hanno analizzato
l‟identità e la missione della vita consacrata nel mistero della Chiesa. Senza
voler trascurare altri contributi, credo che la tappa apicale di questa riflessione
magisteriale sia costituita dall‟Esortazione apostolica Vita Consecrata di
Giovanni Paolo II.
Secondo questo documento la vita consacrata è radicata sull‟esempio di
Cristo, ed è un dono di Dio Padre alla Chiesa per mezzo dello Spirito. In essa i
tratti di Gesù vergine povero e obbediente acquistano “visibilità” in mezzo al
mondo e orientano lo sguardo dei fedeli al mistero del Regno di Dio (cf. VC 1).
L‟impostazione trinitaria ed ecclesiologica modella tutto il documento.
Il primo capitolo (Confessio Trinitatis), meditando sull‟icona della
Trasfigurazione, risale fino alle sorgenti cristologico-trinitarie della vita
consacrata. Il secondo capitolo (Signum fraternitatis) la valorizza quale segno di
comunione nella Chiesa. Il terzo capitolo infine (Servitium caritatis) ne esplicita
le valenze caritative e profetiche verso il mondo.
Proprio nel cuore del capitolo centrale, al n. 59, descrivendo la “fedeltà
nella novità” operata dallo Spirito Santo nella Chiesa, il documento descrive
specificamente la vita monastica femminile. Le monache sono chiamate a
vivere, in maniera esemplare, l‟eccellenza dell‟amore esclusivo che la Chiesa-
Sposa nutre per il suo Signore:
“Le monache di clausura. Particolare attenzione meritano la vita monastica femminile e
la clausura delle monache, per l‟altissima stima che la comunità cristiana nutre verso
questo genere di vita, segno dell’unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo
Signore, sommamente amato” (ivi 59).

La vita delle monache di clausura viene quindi descritta nella sua


dimensione escatologica, quale segno profetico della Gerusalemme del cielo:
“un‟anticipazione della Chiesa escatologica, fissa nel possesso e nella
contemplazione di Dio” (ib.).

4
La contemplazione non è vista come “ricerca della perfezione
individuale”, ma come attuazione della vocazione ecclesiale all‟unione perfetta
con Dio. L‟esigenza prioritaria di stare con il Signore viene assunta nella sua
radicalità. Un luogo circoscritto viene assunto quale spazio vitale
dell‟identificazione con il mistero pasquale di Cristo. Attraverso la donazione
del proprio corpo in una povertà radicale, la monaca partecipa all‟annientamento
del Cristo, che ha scelto la croce e l‟Eucaristia quali incarnazioni del suo amore
redentivo. La clausura monastica, quale libera risposta a questo amore, diventa
luogo teologico della comunione con Dio e con i fratelli.
Infine Giovanni Paolo II, inneggiando alla bellezza sponsale di questo
amore puro, esorta le monache a vivere la fedeltà al loro carisma:
“Esse si offrono con Gesù per la salvezza del mondo. […] Grazie al loro esempio,
questo genere di vita continua a registrare numerose vocazioni, attratte dalla radicalità
di un’esistenza ‘sponsale’, dedicata totalmente a Dio nella contemplazione. Come
espressione di puro amore che vale più di ogni opera, la vita contemplativa sviluppa
una straordinaria efficacia apostolica e missionaria” (ib.).

La contemplazione, così descritta, non può essere ridotta a dimensioni


intellettualistiche, né può dare adito ad evasioni esoteriche. Vita Consecrata
radica la contemplazione sul fondamento di un amore personale ed esclusivo, in
cui traspare l‟affascinante seduzione dell‟unione sponsale. Forse questo rapporto
tra contemplazione e vita monastica non è stato ancora sufficientemente
valorizzato, almeno in ambito francescano. È importante che l‟Esortazione
apostolica descriva la vita monastica all‟interno della riflessione globale sulla
vita consacrata, e ne sottolinei gli aspetti specifici.
Ritengo dunque che la “radicalità di un‟esistenza „sponsale‟, dedicata
totalmente a Dio nella contemplazione” debba caratterizzare le monache rispetto
alle altre religiose, e costituisca il loro orizzonte carismatico3.
Come si pongono le Clarisse dinanzi a questa proposta di vita
contemplativa? Possiamo accogliere le indicazioni contenute nelle Costituzioni
Generali, che certamente manifestano l‟autocoscienza carismatica dell‟Ordine.

3
Naturalmente“la contemplazione” (conoscenza sperimentale ed amorosa di Dio, nel
mistero della grazia e della storia) non si identifica con “la vita contemplativa” (stile e
organizzazione di vita di un ordine religioso che mira alla contemplazione). Non basta essere
membro di un certo ordine religioso per essere un contemplativo e non tutti i contemplativi
sono religiosi. Ma questo è un altro problema, che richiederebbe una riflessione molto più
ampia.

5
Nel cap. I, intitolato non a caso: “L‟Ordine delle monache di santa Chiara”,
proprio nell‟art. 1 si precisa “La natura del nostro Ordine”:
“La nostra famiglia, dunque, che a ragione viene chiamata „Ordine di santa Chiara‟, o
anche „Ordine delle Sorelle Povere‟ e costituisce il Secondo Ordine francescano, dedita
a vita integralmente contemplativa, professa l‟osservanza del Vangelo secondo la
Regola confermata rispettivamente da Innocenzo IV o da Urbano IV”.

Le parole sono chiare e il riferimento a PC 7 mi sembra palese. Ma forse il


problema è proprio questo. Il carattere monastico dell‟Ordine di santa Chiara
può intendersi semplicemente in riferimento alla sua vita integralmente
contemplativa. Non è questo che distingue l‟Ordine delle Sorelle Povere dalle
centinaia di istituti di suore francescane “di vita apostolica”? Conosco ottimi
istituti di suore francescane che professano proprio la Regola di santa Chiara - e
ne vivono la spiritualità - dedicandosi all‟insegnamento e alle opere socio-
assistenziali4.

Tra lessico e storia medievale

Ci si potrebbe domandare: ma come si chiamavano le religiose ai tempi di


santa Chiara? Mi sembra impresa disperata accanirsi sui testi antichi e medievali
alla ricerca di una terminologia omogenea e sistematica.
Termini come puella sacra, virgo Christi, sponsa Christi, ancilla Dei,
sacrata Dei virgo e tanti altri sono usati sin dall‟antichità senza che mai nessuno
di essi diventi esclusivo. In Occidente, verso i secoli VIII-IX il nome
sanctimoniales sembra prevalere, assumendo il ruolo di genere per le donne che
vivevano secondo una regola monastica (allora quella prevalente, ma non
esclusiva, era la benedettina). All‟interno delle sanctimoniales in epoca
carolingia si distinguono le canonichesse (canonicae), asceti che vivono in
comunità ma non professando una regola monastica. Per l‟epoca che ci riguarda
il Rocca afferma:
“L‟arrivo di monache legate a Ordini monastici centralizzati (Cluniacensi, Certosine
ecc.), a Ordini militari e a Ordini mendicanti (Domenicane, Clarisse ecc.) non ha
portato a una nuova terminologia, ma alla denominazione propria dell‟Ordine di
appartenenza, che è servita a specificare il tipo di vita (Certosine, Cistercensi,
Vallombrosane, Silvestrine, Clarisse, Carmelitane ecc.). Di fatto, nei loro confronti si

4
Per esempio le Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento, le Suore
Francescane di S. Filippa Mareri e le Suore Clarisse Apostoliche.

6
usano comunemente i termini generici di sorores, sanctimoniales o moniales, e quelli
specifici per indicare l’Ordine cui appartengono. A conferma che, nel medioevo, il
termine moniales era divenuto di uso comune, valgano alcuni riferimenti tratti dalla
storia delle Damianite e Clarisse: papa Gregorio IX, inviando nel 1228 la Formam et
modum vivendi alle Damianite di Pamplona, parla di pauperibus monialibus reclusis;
s. Chiara, nella regola approvata nel 1253, parla di consacrare una sorella in monialem;
e papa Urbano IV conosce, oltre ai termini di sorores e di dominae, anche quello di
moniales (I. Omaechevarría, ed., Escritos de santa Clara, Madrid 19822, p. 214 per
Gregorio IX; p. 286 per la consacrazione in monialem; p. 329 per Urbano IV) ”5.

Anche nell‟ambito monastico maschile il termine fratello (frater) è


sempre stato usato. Ad esempio san Benedetto nella sua Regola si rivolge ai suoi
monaci chiamandoli cristianamente fratres. Basta leggere la sua Regola per
constatarlo. E Guglielmo di St.-Thierry scrive il trattato di vita spirituale “Ad
fratres de monte Dei” per una nuova comunità di certosini6. Nessuno dubiterà
che questi fratres benedettini e certosini siano monaci! Le parole fratello e
sorella, nei testi cristiani, sono termini generalissimi, che in fin dei conti si
possono applicare ad ogni persona, anche non battezzata. La questione dunque
non si risolve a parole.
Ho sentito dire più volte che non bisogna usare la parola monaca perché
nei testi di Chiara si troverebbe solo una volta (RegCh XI,9, dove si parla della
“consacrazione a monaca di qualche sorella”). Chiara invece usa con
abbondanza i termini sorella, madre, sposa, serva, regina, monastero ecc.
Non mi sembra che queste osservazioni dimostrino granché. Nei pochi
scritti che ci restano di Chiara si trovano raramente, o non si trovano affatto,
anche altre parole, come Eucaristia, risurrezione e Spirito Santo7. Cosa ne
possiamo dedurre? Non mi sembra serio pretendere di ricostruire il pensiero di
una persona da quello che non ha detto, o non ha detto usando le stesse parole
che noi usiamo nel XXI secolo. Sappiamo che le dimostrazioni ex silentio sono
le meno probanti. Noi frati, semmai, dovremmo sentirci più condizionati dal
linguaggio di Francesco, che non dice mai “Sorelle”, ma piuttosto “Signore”:
“Io frate Francesco piccolino […] prego voi, mie signore (dominas meas) e vi consiglio
che viviate sempre in questa santissima vita e povertà” (UVol 1-2; RegCh VI,7-8).

5
G. ROCCA, Sanctimoniales, I. Questioni di vocabolario, in Dizionario degli istituti di
perfezione, vol. X, Paoline, Roma 2003, 702.
6
Cf. GUILLAUME DE ST.-THIERRY, La lettera d’oro, a cura di C. LEONARDI, Sansoni,
Firenze 1983.
7
Cf. J.F. GODET et G. MAILLEUX, Corpus des Sources Franciscaines V, Opuscula
sancti Francisci. Scripta sanctae Clarae, Publications du CETEDOC, Louvain 1976.

7
Questo testo, inserito da Chiara nella sua Regola, testimonia fedelmente il
modo di parlare di Francesco. L‟espressione è confermata dai Tre Compagni, a
proposito della profezia fatta durante il restauro di S. Damiano:
“Venite, aiutatemi nel lavoro per la chiesa di San Damiano, che diventerà un monastero
di signore, (monasterium dominarum) e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato
in tutta la chiesa il nostro Padre celeste” (3Comp 24).

Santa Chiara stessa, nel suo Testamento, convalida l‟episodio:

“Venite ed aiutatemi nell‟opera del monastero di San Damiano (monasterii Sancti


Damiani), perché qui tra poco ci saranno delle signore (erunt dominae): nella loro
esistenza degna di fama e del loro santo tenore di vita sarà glorificato il Padre nostro
8
celeste in tutta la sua santa Chiesa” (TestCh 13-14) .

Se volessimo riesumare, in maniera rigida e pignola, il linguaggio cortese


di san Francesco dovremmo rivolgerci alla Clarisse chiamandole “signore” o
“madonne”. Sarebbe abbastanza ridicolo! Ma la questione è diversa. Si possono
usare vari appellativi per rivolgersi ad una religiosa, in maniera familiare o
spirituale o anche poetico: suora, sorella, monaca, regina, signora, sposa di
Cristo ecc. Cosa ben diversa è definire canonicamente l‟istituzione di religione,
ossia la tipologia, il carattere carismatico e canonico di una forma di vita
religiosa in ambito ecclesiale.

Dal linguaggio cortese alle definizioni istituzionali

Se esaminiamo la storia vediamo che la definizione istituzionale del


monastero di S. Damiano deve essere compresa all‟interno delle vicende
ecclesiali contemporanee. I rapporti tra le sorelle di Chiara, le altre comunità di
Signore Povere o Recluse e poi l‟Ordine di santa Chiara (esito finale di
un‟evoluzione guidata dai pontefici) sono stati analizzati fino all‟esasperazione.
In questa graduale maturazione ecclesiale gli aspetti giuridici si intessono, in
modo inestricabile, con la crescita spirituale delle comunità. È significativo che
Chiara, donna così mistica, abbia tenacemente voluto il riconoscimento giuridico

8
Ci sembra invece poco credibile la tardiva testimonianza di frate Stefano: “Quando
poi venne a conoscenza che le donne raccolte in quei monasteri venivano chiamate sorelle, si
turbò grandemente e si dice che abbia esclamato: „Il Signore ci ha tolte le mogli, il diavolo
invece ci procura delle sorelle‟” (Cronaca di frate Stefano 4).

8
del suo carisma da parte della Chiesa, con l‟approvazione ufficiale della sua
Regola. La ricerca storica sembra oggi aver raggiunto alcuni punti sicuri9.
Nel 1215 il Concilio Lateranense IV cercò di porre un limite a quella che
sembrava un‟effervescenza eccessiva e disordinata di comunità religiose. Emanò
a questo fine la famosa costituzione Ne nimia religionum diversitas, nella quale
si proibiva che per il futuro si fondassero nuovi ordini religiosi (novam
religionem). Chi avesse voluto abbracciare una forma di vita religiosa avrebbe
dovuto scegliere una di quelle già approvate. Ugualmente chi avesse voluto
fondare una nuova casa religiosa avrebbe dovuto assumere la regola e gli
ordinamenti di un ordine religioso già approvato10. Si stabiliva dunque che tutte
le nuove fondazioni dovessero camminare nella via sicura delle antiche regole
già approvate. Le regole più prestigiose e diffuse erano allora quella agostiniana
per la vita canonicale, quella benedettina per la vita monastica e quella basiliana
per i cenobi di rito greco. Accanto alla Regola, quale garanzia canonica, la vita
delle comunità si basava poi su una propria institutio, ossia su consuetudines e
observantiae particolari.
La regola benedettina venne dunque assunta dalla comunità damianita
come “clausola di regolarità”, a garanzia della canonicità della vita religiosa che
conduceva, per ricevere l‟approvazione della Santa Sede. Papa Innocenzo IV nel
1243, in una lettera ad Agnese di Praga, spiegherà autorevolmente che
l‟osservanza della regola di san Benedetto, nell‟Ordine di S. Damiano, serviva
solo a garantire l‟autenticità della vita religiosa11.
A S. Damiano dunque l‟esempio vivo e la parola di Francesco erano la
guida concreta e immediata del cammino spirituale. Siamo in una fase fluida
dello sviluppo comunitario, in cui ancora manca la chiarezza giuridica degli anni
successivi. Nemmeno i Frati Minori avevano ancora una Regola approvata. Le
sorelle di S. Damiano non diventano per questo “benedettine” in senso proprio,
ma adottano una configurazione canonica di tipo monastico. Il fatto non può
essere ritenuto casuale, perché la Regola di santa Chiara, pur seguendo

9
La bibliografia sarebbe sterminata. Ottima guida per lo studio di questa evoluzione
storica può essere il lavoro recentemente pubblicato dalle Sorelle della FEDERAZIONE S.
CHIARA DI ASSISI DELLE CLARISSE DI UMBRIA-SARDEGNA, Chiara di Assisi. Una vita prende
forma. Iter storico, Messaggero, Padova 2005.
10
Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura di G. ALBERIGO, G.L. DOSSETTI, P.P.
JOANNOU, C. LEONARDI, P. PRODI, consulenza di H. JEDIN, ed. bilingue, EDB, Bologna 1991,
242.
11
INNOCENZO IV, In divini timore nominis, in BF I, 315-17. Trad. it. in FEDERAZIONE
S. CHIARA DI ASSISI DELLE CLARISSE DI UMBRIA-SARDEGNA, Chiara di Assisi…, 148-150.

9
principalmente quella dei Frati Minori, conserverà tracce notevoli di quella
benedettina.
“non si deve dimenticare che S. Chiara non ha optato per l‟istituzione di religione
canonicale (Regola agostiniana), ma ha optato per l‟istituzione di religione monastica
(Regola Benedettina). Poiché S. Chiara ha abbracciato l‟istituzione di religione
monastica, la legislazione clariana, comunque rielaborata, dovrà sempre essere una
legislazione monastica, fedele interprete di questa eroica esperienza di vita
12
evangelica” .

Di solito si dice che la comunità di S. Damiano fu costretta a professare la


Regola di san Benedetto e san Francesco costrinse santa Chiara a diventare
badessa (cf. Proc I,6) solo per ottemperare alle disposizioni del Concilio
Lateranense. Ma possiamo essere così sicuri che appena nel 1214-15 santa
Chiara pensasse già a fondare una nova religio?
È stata sostenuta, in maniera più convincente, un‟altra tesi. Chiara, che
all‟inizio delle sua vocazione aveva promesso obbedienza a Francesco (RegCh
I,4 e TestCh 25), fu da lui stesso sollecitata ad assumere il governo della
comunità, per favorire lo sviluppo del carisma comunitario, che si andava
delineando progressivamente con l‟esperienza. Si trattò di un discernimento
spirituale, non di un ripiego forzato13.
L‟obbedienza verso Francesco agli inizi fu ovviamente più stretta e
personale. Con la maturazione della comunità damianita, e con la costituzione
canonica di un Ordine dei frati minori, assumerà forme meno pressanti. Nella
Regola del 1253 arriverà a configurarsi come un vincolo d‟unità storico e
spirituale, con i successori di Francesco e tutti i frati. Un legame più carismatico
che giuridico. Nelle fonti antiche il rapporto genetico tra i due Ordini è
comunemente attestato, e santa Chiara affermerà sempre con forza che l‟Ordine
delle Sorelle Povere è stato fondato da san Francesco.
Per questo le Clarisse non potevano non essere “affidate” alla cura
dell‟Ordine dei Frati Minori14. Appena dopo la morte di san Francesco papa
Gregorio IX, con la lettera Quoties cordis del 14.12.1227 ordinava, in virtù di

12
A. BONI, Tres Ordines hic ordinat. Giuliano da Spira, a cura dell‟Ufficio Giuridico
della Curia Generale OFM, Porziuncola, Assisi 1999, 84.
13
FEDERAZIONE S. CHIARA DI ASSISI DELLE CLARISSE DI UMBRIA-SARDEGNA, Chiara
di Assisi…, 28.
14
Papa Innocenzo IV nel 1246 precisa che, affidando ai Minori la cura spirituale, non
intende affatto incorporare i monasteri al loro Ordine: INNOCENZO IV, Licet olim del 12 luglio
1246, in BF I, 420.

10
obbedienza, al ministro generale e ai suoi successori di prendersi cura delle
Povere Monache recluse:
“considerando che l‟Ordine dei Frati Minori tra tutti gli altri è grato e accetto a Dio, a
te e ai tuoi successori affidiamo la cura (curam committimus) delle predette monache,
ordinandovi rigorosamente in virtù d‟obbedienza, di avere verso di esse cura e
15
sollecitudine (curam et sollicitudinem) come di pecore affidate alla vostra custodia” .

Le parole di questa lettera evocano spontaneamente quelle della forma


vivendi, con cui san Francesco si impegnava a concedere per sempre la sua cura
alle sorelle di S. Damiano:

“Il beato padre […] scrisse per noi una forma di vita in questo modo: „Poiché per
divina ispirazione […], voglio e prometto, per mezzo mio e dei miei frati, di avere
sempre di voi come di loro, cura diligente e sollecitudine speciale‟ (volo et promitto
per me et fratres meos semper habere de vobis tamquam de ipsis curam diligentem et
sollicitudinem specialem). Ciò che adempì diligentemente finché visse, e volle che
fosse sempre da adempiere dai frati” (RegCh VI,2-5).

Evidentemente l‟intenzione di Gregorio IX era quella di estendere il


legame speciale, voluto da san Francesco con il monastero di S. Damiano, anche
alle altre comunità di Povere Recluse. Data la somiglianza tra i due testi su
riportati mi sembra difficile pensare che Chiara sia stata del tutto estranea a
questa iniziativa. Il testo originale della forma vivendi era certamente conservato
con premura a S. Damiano. Ad esso attinse anche Tommaso da Celano, per
parafrasarlo nel suo Memoriale (2Cel 204) e infine fu riportato da santa Chiara
nella Regola del 1253. All‟impegno di Francesco corrisponde l‟affidamento
delle sorelle presenti e future ai ministri generali e ai frati tutti dell‟Ordine, fatto
dalla stessa Madre nel suo Testamento:
“E, come il Signore ci donò il beatissimo padre nostro Francesco come fondatore,
piantatore e cooperatore nostro nel servizio di Cristo e in quanto promettemmo al
Signore e al beato nostro padre, il quale inoltre, finché visse, con la parola e con l‟opera
fu sempre sollecito di coltivare e nutrire noi, sua pianticella; così raccomando e affido
(recommendo et relinquo) le mie sorelle, presenti e quelle che verranno al successore
del beatissimo padre nostro Francesco e a tutta la Religione, affinché ci siano di aiuto a
progredire sempre in meglio nel servizio di Dio e specialmente nell‟osservare meglio la
santissima povertà” (TestCh 48-51).

15
Testo in BF I, 36, n. 16. Traduzione italiana in Chiara d’Assisi. Scritti e documenti,
a cura di G.G. ZOPPETTI e M. BARTOLI, Ed. Francescane, Assisi 1994, 394-395.

11
La Madre affida le sue figlie all‟Ordine dei Frati Minori, chiedendo cura e
aiuto spirituale per custodire la loro vocazione, in continuità con l‟opera di padre
e fondatore svolta da san Francesco. All‟interno dell‟istituzione di vita
monastica santa Chiara seppe sviluppare il carisma che lo Spirito le aveva
donato attraverso la mediazione di Francesco. Gli elementi che diedero
un‟impronta tipica alla nuova comunità religiosa furono lo stile di vita
evangelica e fraterna, la scelta dell‟altissima povertà, protetta dal Privilegium
paupertatis, e il legame privilegiato con i frati. Le soluzioni istituzionali
rimasero sempre al servizio della fedeltà carismatica, anche nei momenti più
oscuri e sofferti.

Distinguere per unire

Mi chiedo da cosa derivi l‟imbarazzo nei confronti del carattere monastico


dell‟identità clariana. C‟è forse, in alcuni frati, la visione speculare di un Ordine
di Sorelle sul modello dell‟Ordine dei Frati? C‟è forse, in alcune Clarisse, un
desiderio naturale di essere “come i frati” o di formare quasi un solo Ordine?
Non saprei rispondere.
Quello che è sicuro è che i Frati Minori (Primo Ordine) sono un ordine
apostolico. Per essi l‟evangelizzazione rientra nella natura stessa della loro
vocazione e della loro missione ecclesiale (cf. PC 8). Ciò è affermato con
chiarezza nei documenti ufficiali:
“Chiamati dal Signore e mossi dallo Spirito Santo, siamo inviati al mondo intero per
proclamare il Vangelo ad ogni creatura, così che tutti possano conoscere la grazia e
l‟amore che Dio Padre ci ha rivelato e ci ha offerto in Cristo Gesù. Annunciare e
realizzare la buona notizia del Regno è la vocazione dei frati minori, è la loro
missione. L‟Ordine dei Frati minori esiste per la missione, è una Fraternità-in-
missione. La missione per noi Frati minori prima di essere qualcosa che facciamo, è la
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ragione per la quale siamo” .

Questo non significa che i frati minori non debbano essere contemplativi o
magari vivere in un romitorio. Ma non lo devono essere all‟interno di una vita
monastica che non è loro.
Le Clarisse invece (Secondo Ordine) sono monache, perché hanno
adottato una vita integralmente dedita alla contemplazione, secondo la specifica
forma vivendi che santa Chiara, nella sua Regola, afferma di aver ricevuto da
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OFM, Seguaci di Cristo per un mondo fraterno. Guida per l’approfondimento delle
priorità dell’Ordine dei Frati Minori (2003-2009), Curia Generale OFM, Roma 2004, 33.

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san Francesco. Il carisma apostolico dei frati si armonizza col carisma
contemplativo delle Sorelle, formando un‟unica famiglia spirituale. Bisogna
distinguere per unire e non appiattire per confondere.
Sono d‟accordo che le Sorelle Clarisse non possono essere solo
genericamente delle monache, come le benedettine o le carmelitane, ma devono
essere anche Sorelle Povere, cioè vere figlie di santa Chiara. Non sono
d‟accordo che la forma vivendi specifica delle Sorelle Povere le collochi al di
fuori della tradizione e della spiritualità tipica dell‟istituzione monastica.
Compito dei Frati Minori, per incarico di san Francesco, è prendersi cura
diligente della loro vocazione.
Spero che queste poche riflessioni, condivise con fraterna semplicità,
possano contribuire ad una maggiore comprensione del carisma francescano-
clariano.

P. CARLO SERRI ofm.

Sacro Ritiro SS. Annunziata


66036 ORSOGNA CH

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