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L’ORDINE FRANCESCANO TRA FUTURO E NOSTALGIE

In dialogo con Thaddée Matura

di CARLO SERRI

Pubblicato in Vita Minorum, Anno LXXVII (2006) n. 2, 161-175.

Nell’Ordine dei frati minori si svolge, da alcuni anni, un dibattito vivo e


articolato, che mira alla valorizzazione del nostro carisma religioso in
riferimento al mondo contemporaneo. Si vorrebbe riscoprire la bellezza della
vocazione francescana, e rendere la vita dei frati minori più significativa per il
mondo e per la Chiesa. Questa ricerca ha le sue radici nel rinnovamento
stimolato dal Concilio Vaticano II, ed è comune, pur con le sue caratteristiche
originali, a tutti gli istituti di vita consacrata.
Oggi l’urgenza di un rinnovamento più concreto si fa sentire con
veemenza quasi lacerante. Il documento finale del Capitolo Generale di Assisi
2003 ha espresso la volontà dell’Ordine di intraprendere un cammino di
rinnovamento e di ritorno ai valori essenziali della nostra vocazione1.
Il Ministro Generale ha indetto la celebrazione dell’800° anniversario di
fondazione dell’Ordine, rivolgendo a tutti i frati l’impegnativo invito a riscoprire
“la grazia delle origini”2. Nell’indire il programma, che vedrà impegnati i frati
fino al 2009, il governo generale ha indicato le tappe fondamentali, le mete e i
mezzi di questo cammino di rinnovamento. Non ci si vuole perdere in
celebrazioni formalistiche, ma invitare le fraternità ad una riscoperta feconda
degli elementi fondamentali della nostra vocazione.
Quasi tutte le province hanno preso iniziative di formazione per
rispondere a questi inviti. Diversi autori hanno offerto contributi di riflessione o
di approfondimento spirituale. Credo che questi apporti non vogliano essere
isolate voci letterarie, ma intendano stimolare il dialogo e la ricerca comunitaria.

1
CAPITOLO GENERALE OFM DI ASSISI, Il Signore ti dia Pace. Documento finale, 2003. Cf.
anche CURIA GENERALE OFM, Seguaci di Cristo per un mondo fraterno. Guida per
l’approfondimento delle priorità dell’Ordine dei Frati Minori (2003-2009), Roma 2004.
2
CURIA GENERALE OFM, La Grazia delle origini. VIII centenario della fondazione
dell’Ordine dei frati minori, Roma 2004.

1
1. Un dialogo aperto: imparare dalla storia

Un recente articolo di P. Matura, pubblicato su Vita Minorum, si colloca


in questo dibattito, offrendoci delle riflessioni che, per l’autorità del loro autore,
meritano la più attenta considerazione3. Il mio intervento vuole accogliere la
sollecitazione offerta da questo contributo, ed offrire alcune semplici
considerazioni ad integrazione delle riflessioni in esso proposte.
P. Matura si pone come “testimone ed attore” delle trasformazioni di cui
si fa narratore (p. 15). Con grande onestà intellettuale egli chiarisce i limiti
della sua ricerca. La sua analisi non ambisce alla completezza, e dunque le sua
conclusioni non pretendono di fornire risultati universalmente validi. Egli vuole
solo offrire un contributo ed una testimonianza al dibattito in corso sull’ identità
francescana (p. 16).
La ricostruzione storica che egli ci offre è in realtà autobiografica, poiché
in essa le vicende personali e quelle istituzionali sono profondamente
intrecciate. Padre Matura, dopo essere stato tra i protagonisti delle vicende
francescane postconciliari e del Capitolo di Madrid del 1973, nonostante la sua
venerabile età, (è nato nel 1922) ancora oggi fa parte della commissione
preparatoria del Capitolo generale straordinario del 2006!
E infatti, quale sussidio per prepararci al Capitolo del 2006, abbiamo
ricevuto dalla Curia Generale il documento “La vocazione dell’Ordine oggi”,
pubblicato dal capitolo di Madrid del 1973, di cui Matura (come egli stesso
racconta) è stato il principale estensore. Questo “salto all’indietro” di trentadue
anni, pur presentando stimolanti suggestioni spirituali, ha provocato anche, ad
alcuni frati, un senso di fastidioso disagio. Sembra ad alcuni che i contenuti del
documento di Madrid siano stati poi sviluppati, in maniera più efficace e attuale,
nei documenti successivi. Non tutti hanno potuto cogliere quale voglia essere il
valore profetico di questo “ritorno al passato”.
P. Matura offre, nel suo articolo, una sintesi sicura della storia recente.
Navigando sul filo della memoria, e rievocando un intenso itinerario
intellettuale, ricostruisce la situazione della Chiesa e dell’Ordine nel periodo
conciliare e postconciliare. È una preziosa testimonianza dell’impegno elargito
da tanti frati per realizzare il rinnovamento voluto dal Concilio. Nel meditare

3
THADDÉE MATURA, Le trasformazioni del francescanesimo postconciliare, in Vita Minorum,
anno LXXVI (2005), n. 2, 13-37. L’articolo è stato pubblicato anche in altre lingue. Ad es. ID,
Las transformaciones del franciscanismo postconciliar, in Selecciones de Franciscanismo, n.
101 (2005), 257-273.

2
queste vicende nasce spontaneo un senso di gratitudine per quei fratelli che
hanno speso le loro migliori energie per il rinnovamento dell’Ordine. Basti
pensare alla celebrazione dei capitoli generali e alla redazione delle nuove
costituzioni, che hanno dato un impulso fondamentale al cammino dell’Ordine.
Alcuni dubbi nascono invece dall’analisi del presente e dalla formulazione
delle prospettive per il futuro. Alcune espressioni di Padre Matura, che hanno
caratterizzato il passato recente, e che ora vengono discretamente riproposte,
non appaiono pienamente convincenti. Mi sembra, per lo meno, che debbano
essere integrate e completate, per evitare che diano adito a fraintendimenti. La
mia riflessione vorrebbe pensare un futuro dell’Ordine ricco dell’esperienza
storica, ma libero da suggestioni nostalgiche.

2. Declericalizzazione o rifondazione della spiritualità sacerdotale?

La prima suggestione, che mi lascia pensoso, è il ripetuto riferimento alla


cosiddetta “declericalizzazione”. Questo movimento, fu attuato, insieme al
lavoro salariato, dalle “piccole fraternità”, ispirate ai “preti operai” e ai “piccoli
fratelli di Gesù”, soprattutto in area francofona, negli anni postconciliari (p. 23).
Le Costituzioni del 1987 avrebbero poi aperto per i frati un “cammino di
declericalizzazione” (p. 31).
Probabilmente con questo termine si vuole indicare la necessità di
superare malsani abusi dell’ufficio sacerdotale, che vadano a scapito della
dignità e della missione dei frati laici. In questo senso siamo tutti d’accordo:
l’appartenenza al clero non deve assolutamente sminuire l’integrità della
vocazione francescana. Ma il linguaggio resta ambiguo, non precisando il senso
negativo o positivo che dà a questa parola. Si ha l’impressione di una sintesi
incompiuta, quasi di una mal digerita armonia tra vocazione religiosa e
vocazione sacerdotale. Questo bisogno di “de-clericalizzarsi” potrebbe suggerire
che per essere buoni frati bisognerebbe essere meno chierici. Questo preconcetto
può generare tensioni o confusioni. In ogni caso non mi sembra corrispondere
alla serena visione che Francesco aveva di un Ordine composto di chierici e di
laici. Egli si collocava, senza complessi, tra i chierici:

“Noi chierici dicevamo l'ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater
noster, e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e sottomessi
a tutti” (idiotae et subditi omnibus) (Test 18-19).

3
Si vede che Francesco, rievocando i primi tempi dell’Ordine, indica due
diverse modalità di vita minoritica: quella clericale e quella laicale, che
convivono con le loro originalità. L’unità non annulla le differenze. Lo stile
clericale non si identifica con uno stile di vita intellettuale e aristocratico. Anche
i chierici pregavano (secundum alios clericos) e si consideravano “idiotae”, cioè
gente di poco conto, e vivevano in stato di umile sottomissione.
Non possiamo dimenticare le numerose esortazioni di Francesco alla
venerazione per i sacerdoti e i prelati della Chiesa, che riempiono tutti i suoi
scritti. E non si tratta solo dei chierici esterni all’Ordine. La lettera a tutto
l’Ordine contiene una veemente esortazione ai frati sacerdoti, perché vivano la
loro “dignità” sacerdotale. Il frate sacerdote viene esortato ad essere “santo,
giusto e degno” più della Santa Vergine, di Giovanni Battista e del Santo
Sepolcro! (LettOrd 21-22). Francesco vede il sacerdote in stretta relazione con
l’Eucaristia4. Il suo compito è quello di rendere presente, nella Chiesa e nelle
anime, il Cristo Figlio di Dio redentore dell’Uomo e glorificatore del Padre. A
causa di questo divino ministero Francesco proverà sempre affetto e rispetto
incondizionati nel confronti del clero cattolico. La dignità sacerdotale viene
vista come l’onore ed il ministero più grande che un uomo possa ricevere. Da
questa grazia sovreminente scaturisce l’obbligo della santità, ossia di una
restituzione totale nell’amore più esclusivo.

“Badate alla vostra dignità, fratelli sacerdoti, e siate santi perché egli è santo. E come
il Signore Iddio vi ha onorato sopra tutti gli uomini, con l'affidarvi questo ministero,
così voi amatelo, riveritelo e onoratelo più di ogni altro uomo” (LettOrd 23-24).

Non bisogna desiderare lo stato clericale per ottenere vantaggi personali,


ma per servire. I frati sacerdoti non devono essere “meno chierici” degli altri,
ma essere sottomessi a tutti, vivendo il ministero come consegna radicale a
Cristo. Non dimentichiamo che nessuno è obbligato a chiedere l’ordinazione
sacerdotale. Chi viene ordinato si impegna, dinanzi alla Chiesa, ad esercitare il
ministero della parola e dei sacramenti, e a prestare il servizio pastorale per la
salvezza dei fratelli. Il ministero sacerdotale, una volta assunto, non dipende
arbitrariamente dalle nostre opzioni spirituali personali, ma dalla missione
canonica ricevuta dalla Chiesa. Per noi è un dovere celebrare l’eucaristia, come
è un dovere annunciare il vangelo e occuparci della salvezza dei nostri fratelli.

4
C. SERRI, Il dono che ci rende Chiesa. Riflessioni sulla Lettera enciclica Ecclesia de
Eucharistia, in Forma Sororum, 41 (2004) 3-16.

4
Mi pare che alcuni atteggiamenti ambigui nei confronti del sacerdozio
abbiano prodotto serie conseguenze nel campo della formazione. La mia
esperienza in campo formativo con i giovani professi mi ha insegnato che su un
argomento così importante ci sarebbe bisogno di maggior chiarezza. La stessa
Ratio Formationis dell’Ordine, sottoposta ad una attenta considerazione, non
dice nulla di sostanziale sulla formazione sacerdotale. Si limita ad offrire
indicazioni generiche e teologicamente approssimative sui criteri di
discernimento e sulla stessa vocazione sacerdotale5. Invano cercheremmo, nel
documento fondamentale sulla Formazione, delle indicazioni concrete sugli
itinerari formativi o sui contenuti propri della formazione al ministero
sacerdotale. Siamo proprio sicuri che tale penosa inconsistenza della Ratio
Formationis non abbia nessun rapporto con le tante dolorose crisi vocazionali
che affliggono l’Ordine?
In conclusione, mi sembra che non abbiamo bisogno di rimpiangere quel
clima di declericalizzazione, che andava di moda trenta anni fa, ma che oggi
appare del tutto inadeguato. Dovremmo piuttosto elaborare una solida teologia
del ministero e impegnarci a rafforzare la formazione sacerdotale dei frati
chiamati a ricevere la sacra ordinazione, in armonia con le profonde convinzioni
religiose di san Francesco6.

3. Mandati a predicare o a starcene tranquilli?

Un altro punto che suscita un senso di disagio è il modo in cui P. Matura


descrive la presenza dei frati minori del mondo. Non si tratta di affermazione
precise, quanto di un’atmosfera sfumata, di un modo di adombrare un orizzonte
esistenziale. Questo “stile di vita”, proprio nella sua vaghezza, potrebbe causare
una lenta metamorfosi nell’autocoscienza dell’Ordine. È la parte conclusiva
dell’articolo, quella che descrive “l’avvenire che ci aspetta”. Il nostro autore
auspica delle “comunità non troppo numerose”, che egli sogna composte da 6-10

5
ORDINE DEI FRATI MINORI, Ratio Formationis franciscanae, Roma 2003, nn. 233-240. La
Ratio dedica i suoi otto ultimi striminziti numeri (su 240) alla Formazione ai ministeri e agli
ordini sacri.
6
Per una riflessione sul ministero presbiterale dei frati sacerdoti nella primitiva fraternità
francescana, secondo la visione di Francesco d’Assisi, si veda: B. HOLTER, “Sacerdotes
fraternitatis in Christo humiles” (EpOrd 2). Il sacerdozio minoritico nella visione di S.
Francesco, in Minores et subditi omnibus. Tratti caratterizzanti dell’identità francescana,
Atti del Convegno organizzato dall’Istituto Francescano di Spiritualità del PAA, Roma, 26-27
novembre 2002, a cura di L. Padovese, Ed. Laurentianum, Roma 2003, 191-204.

5
frati. (Magari! La mia comunità attuale è composta di 4 frati, ed è fra le più
numerose della Provincia…). Quale sarebbe la missione di queste comunità?

“Comunità non troppo numerose (6-10), che vivono intensamente l’approfondimento


della fede, la ricerca di Dio, l’amore reciproco, l’apertura verso tutti, in spirito di
servizio, escludendo ogni forma di superiorità e di padronanza, vivendo del proprio
lavoro… senza potere né autorità né nella Chiesa né nella società. Sembra un sogno,
un’utopia, ma non era quello che viveva la prima fraternità?… Essere piccoli, senza
potere né prestigio e nello stesso tempo tranquilli, amichevoli, servi di tutti, non sta
qui il cuore della vocazione francescana?” (p. 36-37).

Certamente la spiritualità francescana può avere diverse formulazioni,


anche accentuando valori differenti. Siamo d’accordo sulla fede e sull’amore
reciproco… ma francamente non riesco a riconoscere in questa descrizione, così
com’è, il “cuore della vocazione francescana”. Mi sembra che anche in questo
caso sia necessaria un’integrazione. Si può desiderare un francescanesimo privo
dell’orizzonte missionario?
Al centro del francescanesimo c’è, senza dubbio, una forte esperienza di
Cristo, rivelatore del Padre e datore dello Spirito. Questa vita consacrata
all’amore, nel dinamismo dello Spirito, deve diventare annuncio di salvezza, e
dunque germe per la diffusione del Regno di Dio. Non basta vivere, tra la gente,
senza prestigio e senza potere. L’esortazione a praticare “l’apertura verso tutti” è
forse equivalente al mandato di “andare in tutto il mondo e annunciare il
vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15)? Forse è solo una diversità di linguaggio,
ma dobbiamo ricordare, in quanto Ordine, che siamo debitori a tutti del vangelo.
Anche per noi vale il motto paolino:

“Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se
non predicassi il vangelo!” (1Cor 9,16).

L’annuncio del vangelo non è un’attività successiva, ma fa parte


dell’essenza stessa della vocazione francescana, ed è presente fin dai primi
giorni della vita comunitaria:

“Nello stesso tempo entrò nell'Ordine una nuova e ottima recluta, così il loro numero
fu portato a otto. Allora il beato Francesco li radunò tutti insieme, e dopo aver parlato
loro a lungo del Regno di Dio, del disprezzo del mondo, del rinnegamento della
propria volontà, del dominio che si deve esercitare sul proprio corpo, li divise in
quattro gruppi, di due ciascuno e disse loro: « Andate, carissimi, a due a due per le

6
varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei
peccati…»” (1Cel 29).

La scoperta vocazionale di Francesco è legata all’ascolto, nella


Porziuncola, del vangelo dell’invio in missione degli apostoli. Mi sembra che la
visione della vita francescana vagheggiata dal nostro autore, così “piccola,
tranquilla e amichevole”, possa mettere in ombra lo slancio missionario che la
caratterizza. La missione mi sembra un dato che appartiene all’autocoscienza
dell’Ordine, così come la descrivono le Priorità:

”Annunciare e realizzare la buona notizia del regno di Dio è la vocazione dei frati
minori, è la loro missione. L’Ordine dei Frati minori esiste per la missione, è una
Fraternità-in-missione (cfr. SdP 42; VFC 59°). La missione per noi Frati minori prima
di essere qualcosa che facciamo, è la ragione per la quale siamo… Il nostro chiostro è
il mondo e la nostra missione è nel far conoscere il Regno di Dio (cfr. SdP 37)7.

Forse la confessata dipendenza dall’esempio dei Piccoli Fratelli di Gesù


continua a rivestire un ruolo troppo importante nella visione del P. Matura. Ho
una devozione enorme per il P. de Foucauld e credo che molti di noi abbiano un
debito verso i suoi scritti spirituali. Ricordiamo le parole con cui il futuro
eremita del Sahara descrive il suo arrivo a Nazareth:

“Mi sono stabilito a Nazareth… Il Buon Dio mi ha fatto trovare qui, per quanto
perfettamente è possibile, quel che cercavo: povertà, solitudine, abiezione, lavoro
umilissimo, oscurità completa, l’imitazione, perfetta nella misura del possibile, di ciò
che fu la vita di Nostro Signore Gesù in questa stessa Nazareth… Ho abbracciato qui
8
l’esistenza umile e oscura di Dio, operaio di Nazareth” .

Nutro una stima profonda per questo tipo di vocazione, ma credo che noi
frati minori non possiamo limitarci ad offrire al mondo una testimonianza così
discreta e silenziosa.
Il P. Matura sembra preoccupato che i frati vivano “escludendo ogni
forma di superiorità e di padronanza… senza potere né autorità né nella Chiesa
né nella società. Ma di quale “potere” stiamo parlando? Mi sembra che si debba
fare un discorso analogo a quello della declericalizzazione. Forse si utilizza
ancora un linguaggio in voga negli anni settanta, che fa riferimento a situazioni
7
OFM, Seguaci di Cristo per un mondo fraterno. Guida per l’approfondimento delle priorità
dell’Ordine dei Frati Minori (2003-2009), Curia Generale OFM, Roma 2004, 33.
8
C. DE FOUCAULD, Opere Spirituali, Roma 1984, 29.

7
ormai tramontate. Il vero pericolo per i frati minori, nella società contemporanea
non è quello di avere troppo potere, ma di cadere nella perdita più totale di
significato sociale, divenendo estranei al mondo e alle sue dinamiche culturali.
C’è forse qualcuno, in questa società materialistica e secolarizzata, che ci
considera superiori?
Mi chiedo: testimoniare la fede e annunciare il vangelo sono forse
esercizio di “un potere” da cui guardarsi? Quando san Bernardino da Siena
predicava in Piazza del Campo dinanzi a migliaia di persone, istruendo il popolo
sulla vita cristiana, esercitava un potere? Quando Giovanni da Capestrano
esercitava una mediazione di pace tra le città in guerra, esercitava un potere?
Non erano semplicemente dei discepoli del Signore che servivano i fratelli?

“Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete come coloro i quali sono ritenuti
capi delle nazioni le tiranneggiano, e come i loro principi le opprimono. Non così
dev’essere tra voi; ma piuttosto, se uno tra voi vuole essere grande, sia vostro servo, e
chi tra voi vuole essere primo, sia schiavo di tutti. Infatti il Figlio dell' uomo non è
venuto per essere servito, ma per servire e per dare la propria vita in riscatto per
molti»” (Mc 10,42-45).

Quello che il vangelo vuole istillare è l’atteggiamento di servizio, che


imita il comportamento di Cristo, fattosi servo di tutti fino al sacrificio della
croce. Evangelizzare la nostra società scristianizzata non è l’esercizio di un
potere, ma di un servizio. Nel progettare il nostro futuro quello che dovremmo
chiederci è quale servizio prestiamo, come Ordine, a Dio e al suo Regno. Non
confondiamo l’umiltà evangelica con la marginalità culturale o con
l’inefficienza pastorale. Si tratta di cose ben diverse. Non posso immaginare
“l’avvenire che ci aspetta” senza un rinnovato impegno missionario.

4. I nuovi fratelli: la santa gioia dei frati minori.

Un altro punto dell’articolo di P. Matura sul quale mi sembra doveroso


riflettere per offrire un’integrazione è quello delle vocazioni, e dunque del futuro
numerico dell’Ordine. Mi riferisco all’augurio con cui si conclude l’ articolo:

“Ora il numero, la “quantità” a cui la storia ci ha anche troppo abituati, sono una
ricchezza che conferisce potere. Si conosce poco quell’augurio di Francesco
richiamato dal testo paolino: “ la potenza di Dio si manifesta nella debolezza” (2 Co
12,9; 1Co 1,25)… “se possibile, venga il giorno in cui il mondo, vedendo molto

8
raramente i frati minori, si meravigli che siano diventati così poco numerosi” (2Cel
70,5-6) (p. 37).

Questo “sospetto vocazionale” ha già fatto scuola in molti ambienti e


corre il rischio di diventare, nell’Ordine, una posizione dominante. Mi pare che
il giorno della quasi-scomparsa dei frati in Francia sia già arrivato, e ci viene
suggerito di esserne contenti. Non so se questa sparizione susciti il dispiacere
devoto o la fredda indifferenza della gente; ma mi auguro che questa esperienza
non si debba ripetere nel resto del mondo.
In ogni caso l’identificazione tra il numero dei frati e la ricchezza, fonte
di potere, mi appare per lo meno bizzarra! Questa nonchalance aristocratica nei
confronti della mancanza di vocazioni mi pare un modo un po’ naïf di consolarsi
della nostra sterilità vocazionale. Mi sembra una maniera indolore per mettersi
l’animo in pace dinanzi ad una questione che invece dovrebbe spingerci ad un
serio esame di coscienza. Non dovremmo domandarci perché la nostra maniera
di vivere la vocazione non fa trasparire la bellezza di una vita donata al Signore?
Ma soprattutto mi sembra una maniera un po’ narcisistica di contemplare
la propria vita, come se avesse significato per se stessa, indipendentemente dal
ruolo che Dio ci ha affidato nell’economia della salvezza. Siamo chiamati per
partecipare alla redenzione del mondo, non per formare un cenacolo di anime
privilegiate.
Mi piace ricordare un altro episodio, pure narrato da Tommaso da Celano.
Il biografo ci tramanda le parole che Francesco pronunciò dopo l’esperienza
spirituale di Poggio Bustone, in cui sperimentò la pace nel perdono dei suoi
peccati. Egli aveva attraversato una terribile notte di disperazione, ma ricevuta la
certezza di essere riconciliato con Dio, ritrovò la sua pace interiore e acquistò
uno sguardo lungimirante sul futuro della sua comunità. Francesco vide un gran
numero dei frati che venivano all’Ordine da tutti gli angoli della terra:

“Allora fece ritorno ai suoi frati e disse loro pieno di gioia: «Carissimi, confortatevi e
rallegratevi nel Signore; non vi rattristi il fatto di essere pochi; non vi spaventi la mia e
vostra semplicità, perché, come mi ha rivelato il Signore, Egli ci renderà una
innumerevole moltitudine e ci propagherà fino ai confini del mondo. Sono costretto a
raccontarvi a vostro vantaggio quanto ho veduto; sarebbe più opportuno conservare il
segreto, se la carità non mi costringesse a parlarne.
Ho visto una gran quantità di uomini venire a noi, desiderosi di vivere con l'abito della
santa Religione e secondo la Regola del nostro beato Ordine. Risuona ancora nelle
mie orecchie il rumore del loro andare e venire conforme al comando della santa
obbedienza! Ho visto le strade affollate da loro, provenienti da quasi tutte le nazioni:
accorrono francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi; sopraggiunge la folla di altre varie

9
lingue». Ascoltando queste parole, una santa gioia si impadronì dei frati, per la grazia
che Iddio concedeva al suo Santo, perché assetati come erano del bene del prossimo,
desideravano che ogni giorno venissero nuove anime ad accrescere il loro numero per
trovarvi insieme salvezza” (1Cel XI, 27).

Sappiamo tutti che non è il numero che conta, ma la qualità della vita. Ma
non possiamo arrivare a considerare il numero elevato dei frati semplicemente
come un fatto negativo. Invece di dire che è meglio non avere vocazioni
dovremmo risentire nel cuore la santa gioia per l’arrivo di nuovi fratelli e ardere
interiormente del desiderio di nuovi apostoli che annuncino il vangelo. Il
progetto di rifondazione dell’Ordine esige che siamo animati dall’ardente ideale
di una fraternità universale.

Conclusione

Voglio ribadire, in conclusione, che le mie osservazioni non intendono


incrinare in alcun modo la sostanziale positività delle argomentazioni proposte
dal Padre Matura. Il mio intento è solo di offrire un completamento, una
integrazione ad alcune sue espressioni che, prese isolatamente, potrebbero
apparire parziali.
Appare chiaro che, nel progettare la rifondazione dell’Ordine, dobbiamo
fare ricorso al nostro patrimonio storico, perché non si costruisce il futuro
misconoscendo le esperienze di coloro che ci hanno preceduto. Ma credo che
sia necessario leggere la nostra tradizione con prospettive molto ampie. Non
possiamo limitarci a rievocare l’esperienza postconciliare, ritenendola
specialmente riuscita. Con tutto il rispetto per le persone e per l’impegno
profuso, non sono così sicuro che il francescanesimo degli ultimi quarant’anni
abbia particolarmente brillato. E nutro seri dubbi che l’esperienza del mondo
francofono, alla luce dei risultati conseguiti, sia eccezionalmente positiva.
Almeno non fino al punto da poter essere considerata riferimento obbligato per
la progettazione del futuro dell’Ordine. Forse gli eventi di quegli anni
appariranno mitici agli occhi di coloro che ne sono stati protagonisti in gioventù,
e che li paragonano ai loro anni precedenti. Dobbiamo tener conto di questi
avvenimenti e trarne i giusti insegnamenti, ma non credo che - in un orizzonte
storico più ampio - essi siano particolarmente esemplari.
Dobbiamo riassumere i valori fondamentali, ossia la grazia dell’origine,
leggendoli attraverso i travagli e la ricerca di otto secoli di storia. È necessario
fare ricorso a chiavi interpretative multiple, specialmente studiando le riforme

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che in passato hanno dato i migliori frutti e meditando la vita dei santi che, in fin
dei conti, sono ancora l’unica apologia credibile del cristianesimo. Non si tratta
di ripetere meccanicamente, ma di reinterpretare creativamente tutti gli atomi di
verità e di bellezza che Dio ha seminato nella nostra storia.

Fr. CARLO SERRI *


Sacro Ritiro SS.Annunziata
66036 Orsogna (CH)

* Frate minore, impegnato nella formazione permanente. È autore di


pubblicazioni di spiritualità francescana e clariana.

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