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L’immagine della Chiesa in Paolo

Bibliografia
ALETTI J.-N., Essai sur l’écclesiologie des lettres de Saint Paul, (Études bibliques. Nouvelle Série 60;
Pendé, 2009).
PITTA A.,“Ecclesiologia paolina”, in G. Calabrese - P. Goyret - O.F. Piazza (edd.), Dizionario di
ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010, 542-549.
PITTA A., “Eclesiología paulina y el cuerpo de Cristo”, in Pablo y Cristo. La centralidad de
Cristo en el pensamento de San Pablo, Facultad de Teología san Dàmaso, Collectanea
Matritensia 5, Madrid 2009, 87-106.
SCHLIER H., «La Chiesa nelle lettere di S. Paolo» Riflessioni sul Nuovo Testamento (Brescia
1969) 381-396.

Introduzione
L’esperienza di Paolo del suo incontro con Cristo ha trasformato la sua persona. Questo, come
abbiamo visto ha significato anche una trasformazione del suo modo di pensare, delle sue
concezioni, operando anche un cambio di paradigma rispetto al suo mondo religioso.
Tale cambiamento si può riscontrare nell’idea che egli ha della Chiesa. I modi di presentazione
della realtà della Chiesa, le immagini che egli utilizza sono diverse e alcune di esse sembrano più
importanti di altre, ma questo non deve sorprendere, giacché la Chiesa è una realtà che in alcuni
casi egli definisce come «mistero»[1], dunque come una realtà che non può essere esaurita
facilmente attraverso una sola immagine o definizione.

La Chiesa come «popolo di Dio»?


La nozione di Chiesa come popolo di Dio ci è abbastanza familiare a partire soprattutto dal
Concilio Vaticano II[2]. In effetti, però, in Paolo non trova grande spazio. Poche volte l’Apostolo,
utilizza questa espressione per descrivere questa nuova realtà che è la Chiesa nell’universo
religioso de suo tempo. Per essere più precisi la utilizza solo due volte[3]. Non solo, ma come è
stato fatto notare[4], le menzioni paoline del «popolo di Dio « per designare i cristiani sono
contenute in citazioni delle Scritture e non hanno una funzione tale da poter affermare che Paolo
intenda questa espressione come la più adatta a esprimere la realtà della Chiesa. Si potrebbe
persino dire il contrario: Paolo ha qualche reticenza ad usare questa formula, giacché ai suoi
occhi, essa ha una connotazione troppo tipicizzata. Essa per lui è più adatta a designare il popolo
di Israele (la troviamo in questo senso utilizzata in Rm 11,1 per esempio). Ad evitare impropri

[1]
Vedi in particolare la lettera agli Efesini.
[2]
Vedi LG 9.
[3]
Rm 9,25 e 2Cor 6,16. È da notare comunque il testo di Tt 2,14: «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci
da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone».
[4]
Cf. J.-N. AᴌᴇᴛᴛI, «Le statut de l'Église dans les lettres pauliniennes. Réflexions sur quelques paradoxes» Bib
83 (2002) 153-174.

1
corto circuiti, false inferenze, Paolo, allora, preferisce non utilizzarla per la realtà cristiana. È
importanti, infatti, per l’Apostolo affermare che i Gentili non hanno sostituito il popolo di Israele
(teologia della sostituzione) o che semplicemente sono stati inclusi nello storico popolo di Israele
(teologia dell’inclusione). I due modelli di sostituzione o di inclusione non sono certamente
Paolini, ma di una cattiva lettura di Paolo. Questa è la ragione principale per la quale non
troviamo questa immagine ed espressione in Paolo.

Chiesa come famiglia di Dio


Paolo utilizza, e più abbondantemente, per parlare della realtà dei credenti, il vocabolario tratto
dalla vita familiare. Ritroviamo dunque, espressioni come: figli di Dio[5], adozione[6], ma anche
eredi[7], discendenza (di Abramo)[8], fratelli[9], fino all’immagine di Chiesa come sposa di Cristo
nella Lettera agli Efesini (5,23-32). A riguardo occorre notare alcune caratteristiche:
■ Tutti questi termini, si raggruppano fondamentalmente nell’idea della filiazione da parte di
Dio. Solo l’immagine della Chiesa come sposa di Cristo si discosta da questa idea della
filiazione. Ma quest’ultima, in effetti, è funzionale a quella di Corpo di Cristo che vedremo
in seguito.
■ Queste metafore sono una ripresa, a diversi livelli, di immagini già presenti nelle Scritture
d’Israele, al punto che alcune di esse hanno potuto essere proposte da Paolo proprio in forza
della loro presenza nelle Scritture. È vero anche che questa ripresa dell’immaginario biblico
assume una ampiezza e significazione molto più grandi (dall’immagine, in effetti, si passa
alla realtà!). La categoria di figlio di Dio per i cristiani, per esempio, è fondata sulla fede in
Gesù Cristo Figlio amato del Padre (siamo figli nel Figlio). A partire da questo dato Paolo,
così, riprende i racconti patriarcali per fondare la nuova condizione dei credenti su una base
solida, ovvero quella del disegno di Dio rivelato.
■ Tuttavia, queste immagini tratte dalla vita familiare non dicono molto sul dinamismo interno
alla realtà della Chiesa. Esse sottolineano in effetti l’aspetto fondamentale della relazione
che si stabilisce in Gesù Cristo tra i credente e Dio (adozione, figlio, erede, discendente, ecc)
e di conseguenza tra i credenti stessi (fratelli)[10]. Ma questo non offre ancora nessun dato
supplementare sull’organizzazione interna di questa realtà di figli e fratelli. Notiamo
d’altronde che il termine «fratelli», è adoperato molto frequentemente da Paolo, ma, salvo il
caso di Rm 8,29[11], l’Apostolo non spiega mai e non sviluppa questa idea in quanto tale, è
[5]
Cf. Rm 8,14.16.17.19; 9,7.8.26; 2Cor 6,18; Gal 3,26; 4,6.27; Fil 2,15. I termini utilizzati sono quelli di ὑιός
τέκνα.
[6]
Cf. la ὑιοθεσία: Rm 8,15.23; Gal 4,5 Ef 1,5.
[7]
Rm 8,17; Gal 3,29; 4,7; Ef 3,6; Tt 3,7.
[8]
Rm 9,7; 11,1; 2Cor 11,22; Gal 3,29.
[9]
Cf. in particolare Rm 8,29. Le numerose occorrenze di tale termine sono in generale di carattere appellativo,
ma rivelano comunque una coscienza delle relazioni all'interno della Chiesa.
[10]
Cf. a riguardo le annotazioni di S. LÉGᴀSSᴇ, L'épître de Paul aux Romains (LD Commentaires 10; Paris
2002), 89 n. 71.
[11]
«Coloro che da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conforme all'immagine del Figlio
suo, perché Egli sia il primogenito fra molti fratelli». Cf. LÉGᴀSSᴇ, Romains, 531: «Ici, c'est la
communication de l'état des fils de Dieu du Christ premier-né aux chrétiens (8,14-17) qui fait de ceux-ci les
frères de Jésus, dans une perspective analogique mais riche d'incidences spirituelles».

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solo designativa. Resta uno degli appellativi più frequenti nell’epistolario, che ha la sua
ragione d’essere in quanto fondato sulla figliolanza divina, ma questo rimane implicito.
Le immagini familiari, che segnalano l’esperienza nuova dei cristiani, sono decisive per Paolo
per significare la nuova condizione che l’incontro con Cristo stabilisce. Esse implicano
l’esperienza fondamentale della comunione con Cristo, l’essere in Lui, che Paolo ha fatto
incontrando Cristo. Ma esse non esprimono ancora sufficientemente la dinamica che ne
scaturisce per la vita della Chiesa. Esse affermano fondamentalmente uno status che si è
prodotto, ma non di più.

Chiesa come convocazione o assemblea


Uno degli appellativi più frequenti nel NT per designare i credenti, e che è diventato il più
comune fino ai nostri giorni, è quello di «convocazione», «assemblea» (ἐκκλησία). Paolo, da
parte sua, lo utilizza in termini molto concreti per indicare di volta in volta la comunità locale di
una città o regione[12], ma anche, soprattutto in Ef e Col, la Chiesa come realtà spirituale
universale ed una[13].
Anche in questo caso l’espressione non è una novità cristiana, ma la ripresa dell’idea
veterotestamentaria della «convocazione» (qâhâl), sia nel senso di una assemblea definita da una
qualche circostanza, sia per designare l’intero popolo di Dio, Israele.
Il fondamento di questa realtà è la chiamata di Dio, come il nome stesso indica. È a partire dalla
chiamata di Dio, dalla «vocazione», che si da «convocazione», che si da la Chiesa. Se Paolo
riprende la terminologia, probabilmente, dalle prime comunità cristiane già stabilite
(Gerusalemme per es.), tuttavia la sua esperienza personale di «chiamato» da Dio in modo del
tutto particolare, ha modellato certamente questa idea. La conferma di questo ci viene da alcuni
elementi presenti nelle sue lettere:
■ Paolo, in alcuni casi non rari, si rivolge ai credenti con la denominazione di «chiamati»
(κλητοί)[14], alla quale denominazione si aggiunge e si apparenta quella di «santi» che ricorre
ancora più frequentemente[15]. Infatti, i santi lo sono a causa della chiamata di Dio[16], così che
la sua ἐκκλησία è santa perché è una «con-vocazione». Occorre aggiungere a questi, anche il
termine «eletti» che va nello stesso senso[17]. Ora, è certamente la sua esperienza personale
che conferma Paolo nell’utilizzare tali appellativi per i cristiani. A questo riguardo è
interessante l’indirizzo iniziale della lettera ai Romani: Paolo, apostolo, servitore di Gesù
Cristo, chiamato ad essere apostolo, messo a parte per il Vangelo di Dio [...] a tutti quelli
che a Roma sono amati da Dio, chiamati ad essere santi (Rm 1,1.7).
■ Ma è sopratutto l’importanza che Paolo riserva al tema della chiamata nelle sue lettere che
dona un rilievo particolare a questa comune denominazione di Chiesa, di convocazione. Per

[12]
Cf. LÉGᴀSSᴇ, Romains, 943 n. 18 per i numerosi riferimenti.
[13]
Ef 1,22; 3,10.21; 5,23-32; Col 1,18.24.
[14]
Cf. Rm 1,6.7; 8,28; 1Cor 1,2.24.
[15]
Cf. Rm 1,7; 8,27; 12,13; 15,25.31; 16,2.15; 1Cor 1,2; 6,1-2; 14,33; 16,1.15; 2Cor 1,1; 8,4; 9,1.12; 13,12;
Ef 1,1.4.15; 4,12; 5,3; 6,18; Fil 1,1; 4,21-22; Col 1,2.4.26; 3,12; 1Ts 3,13; Fm 5.7.
[16]
Cf. SᴄHᴌIᴇR, «La Chiesa», 385-386 et LÉGᴀSSᴇ, Romains, 62-62.
[17]
Cf. Rm 8,33; 16,13; Col 3,12; 2Tim 2,10; Tt 1,1.

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Paolo la chiamata di Dio[18] è una realtà che è nell’ordine della creazione come lo esprime in
Rm 4,17: Dio [...] che dona la vita ai morti e che chiama all’esistenza le cose che non sono.
La vocazione non è quindi una semplice designazione, ma il porre in essere, per la potenza
divina, di qualche cosa che prima non esisteva. È in questo modo, in questo senso forte, che
si devono leggere alcuni passaggi come Rm 8,30: Coloro che ha predestinati li ha anche
chiamati, e quelli che ha chiamati li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha
anche glorificati. Similmente Rm 9,24: Ci ha chiamati, non solamente dai Giudei, ma anche
dai Gentili. In questi brani parla della Chiesa come di una realtà di chiamati, che provengono
sia dal giudaismo che dal paganesimo. Ciò che li unisce è la medesima esperienza di essere
«con - vocati» da Dio.
Per Paolo, dunque, la Chiesa, è tale a causa della chiamata che Dio fa a ciascuno, giudeo o
pagano che sia. Essa è in continuità con la convocazione dell’Antica Alleanza, giacché è lo
stesso Dio che chiama, ma è al contempo una realtà tutta nuova a causa della chiamata in Cristo
che è il compimento universale dell’elezione di Israele[19].
Se le immagini dalla vita familiare sottolineano lo status dei credenti, la loro nuova condizione,
l’immagine e il vocabolario della convocazione, segnalano invece il punto di origine di tale
condizione della chiamata di Dio in Cristo.
Ma, ancora una volta, questa categoria della assemblea dei vocati, pur indicando il punto di
scaturigine e fondamento della Chiesa, essa non ci dice ancora come le cose funzionano
all'interno di questa convocazione. È una immagine ancora «statica».

Chiesa come comunione


Sappiamo dagli Atti degli Apostoli che le prime comunità cristiane vivevano mettendo in
comune tutto, o almeno questo era l"ideale perseguito (At 2,44; 4,32). Questa idea della
comunione effettiva ritorna in Paolo, e in modo molto concreto quando si tratta di organizzare
una colletta per i fedeli della comunità di Gerusalemme che si trovavano nel bisogno a causa di
una carestia (At 11,29-30). Paolo ne parla in alcuni passaggi[20] e in modo più disteso in 2Cor
8-9. È in questa occasione che probabilmente egli approfondisce il tema della comunione, tanto
da affermare: «l’adempimento di questo servizio sacro non provvede solo alle necessità dei santi,
ma deve anche suscitare molti ringraziamenti a Dio. A causa della bella prova di questo servizio
essi ringrazieranno Dio per la vostra obbedienza e accettazione del vangelo di Cristo, e per la
generosità della vostra comunione con loro e con tutti» (2Cor 9,12-13). La condivisione dei beni
materiali è il segno concreto di altri ben più grandi beni spirituali che sono messi così in comune:
«la Macedonia e l’Acaia infatti hanno voluto realizzare una forma di comunione con i poveri tra
i santi che sono a Gerusalemme. 27L’hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti le genti,
avendo partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere loro un servizio sacro anche
nelle loro necessità materiali» (Rm 15,26-27). L'idea che soggiace a tutto questo lavorio di

[18]
La κλήσις (1Cor 1,26; 7,20; Eph 1,18; 4,1.4; 2Th 1,11; 2Tim 1,9) come risultato del chiamare (καλεῖν): Rm
8,30; 9,24-26; 1Cor 7,17-24; Gal 1,6.15; 5,8.13; Ef 4,1.4; Col 3,15; 1Ts 2,12; 4,7; 2Ts 2,14; 1Tim 6,12;
2Tim 1,9.
[19]
Cf. SᴄHᴌIᴇR, «La Chiesa», 383-384.
[20]
Rm 15,25-28; Gal 2,10.

4
Paolo è che i cristiani hanno un bene in comune che è alla base di ogni condivisione. Ancora una
volta, l'idea non è nuova, giacché anche le Scritture indicano che l'alleanza con Dio porta con sé
la partecipazione ai suoi beni. Questo bene comune è espresso nell'Apostolo nei termini della
grazia ricevuta con l'annuncio del Vangelo: «nelle mie catene, come nella difesa e nella
conferma del Vangeli, voi partecipate tutti con me alla medesima grazia» (Fil 1,7). Quindi, egli
può affermare che noi siamo in comunione con il Figlio del Padre (1Cor 1,9), al suo vangelo
(1Cor 9,23; Fil 2,1), al suo sangue (1Cor 10,16-18), allo Spirito Santo (2Cor 13,13; Fil 2,1), alle
sofferenze di Cristo e dunque alla sua risurrezione (Fil 3,10). Tutti questi «beni» che i cristiani
hanno in comune hanno come naturale conseguenza la condivisione dei beni tra loro. Così: «Chi
viene istruito nella parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce» (Ga 6,6). E a
proposito della colletta per la Chiesa di Gerusalemme: «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso
nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). Se
l'origine della Chiea è la chiamata id Dio, i suoi effetti sono di possedere i beni di Dio in
comune, e questo comporta allora una condivisione su tutti i piani tra coloro che sono chiamati, e
che in questo modo vivono in comunione.

Chiesa come edificio, il Tempio di Dio


Certamente più dinamiche sono le immagini della Chiesa come edificio[21], costruzione, o come
campo da coltivare[22], o ancora quando essa è assimilata a una casa[23] o città[24]. Ciascuna di
queste immagini sottolinea aspetti diversi, ma il punto in comune è proprio l'idea che la Chiesa è
qualcosa in divenire, cui ciascuno contribuisce. Da qui viene l'espressione spesso utilizzata
dell'edificazione[25], che indica che il comportamento e l'azione di ciascuno dei membri della
comunità deve avere una utilità per l'insieme. Così Paolo, a più riprese, richiama questa
esigenza: «Cerchiamo ciò che contribuisce alla pace e alla edificazione reciproca» (Rm 14,19);
«Che ciascuno di noi cerchi di piacere la prossimo nel bene, per edificarlo» (Rm 15,2); «Chi
parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l'assemblea» (1Cor 14,4);
«perciò confortatevi gli uni gli altri ed edificatevi l'uno l'altro, come già fate» (1Ts 5,11).
L'interesse di questo tipo di immagini è quindi la capacità che hanno di significare il contributo
di ciascuno alla vita della Chiesa, contributo indispensabile, di cui ciascun membro è
responsabile. Ma cosa si costruisce? È un edificio comune, una casa in cui si possa abitare
assieme, ma più ancora profondamente è una costruzione i cui partecipi non sono solo
costruttori, ma ancor più pietre viventi. IL vero costruttore è Dio che costruisce in Cristo Gesù.
Quest'ultima immagine a dire il vero non è direttamente paolina, la troviamo nella 1Pt, ma
corrisponde perfettamente all'idea paolina: «Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli
uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come
edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio,
mediante Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5). È chiaro per Pietro, ma anche per Paolo che questo edificio
da costruire è il Tempio di Dio, un luogo sacro, un luogo di culto, un luogo santo: «Non sapete
[21]
Rm 15,20; 1Cor 3,9-14; 2Cor 5,1; Ef 2,21; 4,16
[22]
1Cor 3,9.
[23]
Cf. 1Tim 3,4-15; 2Tim 2,2o. Più volte Paolo parla della Chiesa che si trova nella casa di...
[24]
Ef 2,12; Fil 3,20.
[25]
Rm 14,19; 15,2; 1Cor 8,1; 10,23; 14,3ss; 14,26; 2Cor 10,8; 12,19; 13,10; Ef 4,12; 1Ts 5,11.

5
che siete Tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se qualcuno distrugge il Tempio di
Dio, Dio lo distruggerà, poiché santo è il tempio di Dio che siete voi!» (1Cor 3,16). Siamo
riportati ancora una volta ad una figura dell'AT, quella del Tempio di Dio, luogo della sua
manifestazione e della Sua presenza. Così la Chiesa per Paolo è il luogo dove Dio dimora,
attraverso la santità di coloro che accettano di farne parte, coloro che lo accolgono: «Noi siamo il
Tempio del Dio vivente, come disse Dio: “Io sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo”»
(1Cor 6,16).
Di fronte a tutti i problemi che le comunità cristiane vivono, il richiamo di Paolo all'edificazione
comune, è un richiamo non solo a una buona intesa e aiuto reciproco, ma a vivere i rapporti e le
azioni nella Chiesa come rapporti e gesti sacri, come atti di culto a Dio, così si costruisce il suo
tempio, il Suo spazio: «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come
sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1-2).

La Chiesa come Corpo di Cristo


Nondimeno, in Paolo, l'immagine di Chiesa sicuramente più ricca e dalle implicazioni più
significative è quella del Corpo di Cristo[26]. È tanto più vero in quanto tale immagine, non solo è
ardita, ma certamente nuova, non riscontrabile da nessuna parte nelle Scritture[27], ma nemmeno
altrove nel NT come tale[28]. Come Paolo ha avuto questa idea? Credo occorra risalire al
momento della sua vocazione. Nella manifestazione del Signore Gesù a Paolo le prime parole
che egli sente rivolgersi sono: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» per ribadire – dopo la
domanda di Saulo: «Chi sei Signore?» – «Sono Gesù che tu perseguiti». Tale primo impatto con
la persona di Gesù deve averlo impressionato enormemente, perché Gesù, senza troppi giri di
parole identifica se stesso ai suoi discepoli. Perseguitando i cristiani, Paolo perseguitava la
persona – e si può dire – il Corpo di Cristo. Questa esperienza ha dovuto farsi strada
nell'Apostolo fino a tematizzarla in una concezione inedita, quella della comunità dei cristiani
come Corpo di Cristo.
Ma cosa significa e cosa implica dire che la Chiesa è il Corpo di Cristo? Tentiamo alcune piste di
riflessione per mostrare la ricchezza di tale nozione.
■ Dire corpo significa dire realtà. La Chiesa in quanto Corpo è qualcosa di reale, che si può
sperimentare, che vive, che ha dei contorni come ogni corpo, dei limiti, ma è reale. Dire
Corpo di Cristo significa quindi una presenza viva reale, corporale di Cristo attraverso la
Chiesa. È del resto proprio in forza di tale corporeità che siamo stati salvati: «Fratelli miei,
anche voi siete morti quanto alla Legge, attraverso il Corpo di Cristo, per appartenere ad
un altro, a Colui che è risorto dai morti» (Rm 7,4). La Chiesa quindi diventa strumento di
salvezza per tutti in quanto Corpo di Cristo.
[26]
Cf. in particolare SᴄHᴌIᴇR, «La Chiesa», 388-394.
[27]
Nondimeno ci sono alcuni passaggi che preconizzano tale immagine, per esempio Mt 25,31-45 in cui Gesù si
identifica corporalmente ai piccoli.
[28]
Si possono ritrovare delle lontane preconizzazioni dell'immagine di Corpo di Cristo, come in Gen 2,24. Cf.
A. M. DᴜBᴀRᴌᴇ, «L'origine dans l'Ancien Testament de la notion paulinienne de l'Église Corps du Christ»
Studiorum paulinorum congressus internationalis catholicus 1961. Volumen primum (AnBib 17-18; Roma
1963) 231-240.

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δχψχ δψφ §;ςερτυτρες; 4ες;ρες; τρες; υτρες; sw4
"/ Signore Gesù Cristo risorto nel suo vero corpo non ha lasciato (corporalmente) il mondo,
è sempre e realmente presente con tutti i doni di grazia, attraverso la Chiesa suo Corpo.
■ Corpo di Cristo significa anche che la Chiesa appartiene a Cristo, è Sua. Essa ha un legame
particolare di appartenenza a Cristo. L'unione, la comunione, l'appartenenza reciproca non
poteva essere significata più intimamente che con questa idea del Corpo di Cristo. È in forza
di questo che Paolo arriva anche all'immagine sponsale per descrivere il rapporto tra Cristo e
la Chiesa: «I due diverranno una carne sola. Questo mistero è grande, lo dico in rapporto a
Cristo e alla Chiesa» (Ef 5,31-32). A questo possiamo aggiungere numerose formulazioni
che indicano la profonda comunione tra Cristo e i credenti: essere in Cristo; essere di Cristo;
Cristo abita in noi; appartenere al Signore; essere uno in Cristo, ecc. Paolo perfino inventa
parole per esprimere tale comunione con Cristo: concorporali, conrisuscitati, ecc.. Anche la
formula di Col Cristo Capo del Corpo della Chiesa serve a stabilire l'unicità di questo
legame.
■ L'immagine, oltre ad indicare questo intimo legame di reciproca appartenenza, ha il
vantaggio di poter esprimere anche l'unità nella molteplicità. Il Corpo è uno, ma è formato
da diverse membra: «in efffetti, come il corpo è uno, pur avendo molte membra, e come tutte
le membra del corpo, pur essendo molte, non sono che un corpo, così è Cristo» (1Cor
12,12). Di qui l'utilità di ciascun membro per la vita di tutti, dove l'unità è assicurata dal
legame con Cristo di ognuno, il quale è il capo, ovvero fondamento, vitalità e scopo a cui
tutto il corpo è ordinato.
■ Non solo, ma questo corpo, in quanto corpo, è un organismo che vive, cresce, si sviluppa,
ma non deperisce, anzi non muore mai, giacché è il Corpo Risorto di Cristo stesso: «Ed egli
ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere
evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il
ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede
e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura
della pienezza di Cristo. Così non saremo più fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e
là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina
all’errore. Al contrario, agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni
cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso,
con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in
modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,11-16). La Chiesa è una e varia, vivente e
cresce, si sviluppa fino alla pienezza che è Cristo stesso.
■ Ci sono almeno due grandi conseguenze che questa immagine comporta per la vita della
Chiesa:
• Noi siamo non solo membra di Cristo, ma, a causa di questo, anche membra gli uni degli
altri. L'unità, l'assimilazione, l'appartenenza di ogni singolo a Cristo, ha come risultato
una unità analoga tra le membra di tale Corpo: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi
siete rivestiti di Cristo [...] tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Ga 3,28); «di modo che,
pur essendo molti, formiamo un solo Corpo in Cristo e siamo membra gli uni degli
altri» (Rm 12,5; Ef 4,25). Non si può immaginare una solidarietà più forte ed efficace:
7
«nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre.
Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è
onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1Cor 12,25-26). Da qui discende anche
l'etica comunitaria: «bando alla menzogna e dite ciascuno la verità al suo prossimo,
perché siamo membra gli uni degli altri» (Ef 4,25).
• Le membra del Corpo di Cristo non sono tutte uguali, sono diverse le une dalle altre, e
quindi hanno ruoli e funzioni diverse. Tutta la varietà dei carismi, dei doni, dei ministeri,
delle funzioni, per Paolo non è un problema, se questa varietà è compresa e vissuta bene:
«E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. 15Se il piede
dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe
parte del corpo. 16E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al
corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. 17Se tutto il corpo fosse occhio,
dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? 18Ora, invece, Dio
ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. 19Se poi tutto
fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20Invece molte sono le membra, ma uno
solo è il corpo. 21Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la
testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22Anzi proprio le membra del corpo che
sembrano più deboli sono le più necessarie; 23e le parti del corpo che riteniamo meno
onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con
maggiore decenza, 24mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto
il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, 25perché nel corpo non vi sia
divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. 26Quindi se un
membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le
membra gioiscono con lui» (1Cor 12,14-26).

Conclusione
Abbiamo visto, in questo sommario e breve excursus, che le immagini che Paolo utilizza per
descrivere la realtà della Chiesa sono varie e non ce n'è una che prevale sulle altre. Anzi, prese
nel loro insieme, esse esprimono tutta la ricchezza della grazia di Cristo riversata sulla Sua
Chiesa.
Abbiamo anche notato che quasi tutte sono radicate nella tradizione dell'AT, a significare che
Dio in Cristo non ha rinnegato le sue scelte di un tempo, ma piuttosto le ha portate a perfezione.
Nondimeno l'ultima immagine del Corpo di Cristo, si staglia sulle altre per la sua novità e per la
sua capacità di esplicitare maggiormente tutto il mistero della Chiesa nella sua unità e diversità,
nella sua origine e vitalità, nel suo sviluppo e organicità, fino a delineare anche la sua perfezione:
«Dio ha sottomesso ogni cosa sotto i suoi piedi [di Cristo] e lo ha posto come capo alla Chiesa,
che è il Suo Corpo, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose» (Ef
1,22-23).