Sei sulla pagina 1di 33

Istituto Superiore Marchigiano di Scienze Religiose

A.A. 2010-2011

Corso di Patrologia

Dispense ad esclusivo uso degli studenti


Prof. M. Benedetta Zorzi, OSB
Introduzione
1.“PADRI DELLA CHIESA”:

a. Storia di un termine
cfr. Dizionario patristico e di antichità cristiana, voce:“padri”

Chi sono i “Padri della Chiesa”? Cosa è un “Padre”? Perché li chiamiamo padri?
- Il padre è colui che comunica, dà la vita. Nessuno di noi è senza padre e madre
anche se non li conosce. Si parla di padre, che genera i figli nella vita, anche
quando parliamo della vita della fede: si genera nella vita spirituale, nella culla
della tradizione in cui ciascuno si trova. In quanto genitore spirituale, dunque
dovremmo parlare anche di madri (ma le donne in antichità hanno una triplice
silenziatura: 1.c’erano; ma non hanno quasi mai voce propria; 2. se parlano,
parlano tramite altri, che spesso scrivono o interpretano a modo loro; 3.sono
idealizzate da chi parla (naturalizzazione, tipicizzazione e stereotipizzazione del
femminile da parte degli uomini…)
Un po’ di storia:
 In tutte le religioni i padri sono principio di tradizione. Anche negli studi comparati
vediamo la figura del saggio, dell’anziano. Sacerdote. Autorità. Maestro.
Capostipite. E’ un personaggio più grande, garante della continuità, un
personaggio importante, origine e garante della tradizione della fede, per cui si ha
stima. Oggi che la nostra cultura ha messo in crisi la figura paterna e il concetto di
autorità, tuttavia sentiamo importante nella nostra vita la figura di qualcuna
autorevole, anche se non è una autorità. Auctor è colui che fa nascere, che fa
uscire fuori… la nostra vera identità.
 Antichità romana: nella storia di Roma c’è bisogno di una autorità sia nel diritto, si
insisteva sul mos maiorum, sia nella filosofia.
 Nell’Antico Testamento vengono chiamati “padri” erano gli antenati, p.es. i
“padri” che in un tempo fuggirono dall’Egitto (Dt 26, uno dei testi più antichi della
Bibbia). Nei libri sapienziali il “padre” è colui che insegna il “figlio”.
 Nel giudaismo sono detti “padri” gli antenati, depositari delle promesse divine; ma
è tale anche il rabbi, un'autorità legata all’insegnamento, un genitore spirituale del
discepolo.
 Questo modello parentale valeva anche presso i pitagorici e i cinici. In senso
generico è il maestro: può essere il Rabbi nel giudaismo, o anche il capo di una
scuola filosofica pagana.
Cristianesimo
 In un senso simile lo incontriamo anche in san Paolo, nel passo 1Cor 4,14-15.
Paolo utilizza l’analogia padre-figlio nei confronti dei cristiani da lui generati nella
fede, al vangelo (1Cor 4,14-151; Gal 4,19, Fm 102). Paolo si riferisce ad un suo

1
1Corinzi 4:14-15 Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei
carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono
io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo.
2
Questo mio figlio che ho generato in catene

2
ruolo di paternità nei cfr. dei primi cristiani. Ma utilizza per sé anche la metafora
della madre (!): 1Cor 3,1-33; 1Ts 2,7-84; c’è molto pathos, affetto.
Il fatto che si usi una metafora femminile dovrebbe facci riflettere sul fatto che noi facciamo esperienza
dell’amore in queste due modalità: al maschile o al femminile. Se un albero dovesse parlare di Dio direbbe
che è verde perché il verdo è il meglio di sè (Molari). Così noi per dire Dio diciamo che Dio è amore e
diciamo anche che Dio è Padre e Madre (Papa Luciani) perché facciamo esperienza di questo amore come
materno o paterno che sono le più radicali esperienze per un essere umano (sposo, amico...). Il linguaggio è
una funzione dell’esperienza umana. Quando uso un linguaggio esprimo categorie umane con cui e fuori
dalle quali non posso esprimermi. Sono categorie limitate. L’esperienza dell’uomo è limitata. Così quando
parla di Dio, l’essere umano necessariamente deve usare e applicare le sue categorie; ma non dobbiamo fare
l’errrore di pensare che Dio sia le nostre categorie perchè Dio è tutt’altro, è mistero, assoluto. Dio è entrato
nella nostra esperienza umana, quindi noi possiamo parlare di Dio a partire dalla nostra esperienza umana,
ma la nostra esprienza è sempre più limitata rispetto a ciò che Dio è... (madre... padre).
 Ancora Gal 4:195, dove la vita di fede concepita come un parto, una continua
formazione alla vita vera che è quella in Cristo, la vita spirituale, quella della
risurrezione; si veda anche Ebr 5,12-136 e 1 Pt 2,2-37 e tutto Rm 8 in cui le
doglie del parto sono quelle dello Spirito Santo, dell’essere umano e della
creazione tutta! (Metafore della vita di fede che riguarda ogni credente); cfr.
Ignazio, Rom. VI,1: il mio parto è imminente.
 Ma qui abbiamo già un problema. Nel vangelo Gesù dice ai discepoli: “Non chiamate
‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perchè uno solo è il Padre vostro, quello che è in
cielo” (Mt 23,9). Allora come possiamo fare addirittura una patrologia? Perché in
qualsiasi esperienza umana di crescita, e l’esperienza umna è segnata invincibilmente
dalla storia, dal fatto di essere in divenire, noi sentiamo così forte la necessità di
qualcuno che intuisca e faccia emergere ne nostre potenzialità da non poter fare a
meno di chiamare qualcuno padre nella nostra vita. Dall’altra parte, quest’immagine
del “padre” è stata così forte che, nonostante le parole di Gesù, il concetto è entrato
nella tradizione cristiana con un’ampia utilizzazione. Fino ad oggi in molte lingue si usa
l’appellativo “Padre” in riferimento ai sacerdoti. Anche il titolo “abate” significa “Padre”.
Deriva indirettamente dall’aramaico “abba”, cioè la parola originalmente usata da Gesù
invocando il Padre celeste (Mc 14,36; Rom 8,15; Gal 4,6); fu poi adoperata presso i
monaci d’Egitto con riferimento ad ogni anziano che godeva una certa autorità
spirituale, e finalmente è diventata il titolo usuale per il superiore di un monastero.
Non possiamo soffermarci qui all’apparente contraddizione tra quello che dice Gesù e
l’uso del concetto di “Padre” in tutta la tradizione cristiana lungo il corso dei secoli. Il
testo di Gesù deve lasciarci critici nei confronti di questa nosta operazione e di questo
nostro bisogno. Siccome nessuno può essere Padre come lo è Dio, allora ogni tipo di
paternità che sperimentiamo deve essere trasparente a quest’altra paternità. Una
partenità che passa tramite noi ma che non ha come punto di riferimento utlimo noi
stessi. Potremmo forse riconciliare l’opposizione se partiamo dall’idea fondamentale
che la paternità spirituale dovrebbe sempre essere una qualità trasparente. Cioè il
“padre” è il genitore spirituale che ci rimanda alla realtà del Padre celeste e che ci
rende sensibile per questa realtà. “Padre” non può mai essere uno che rivendica tale
3
1Corinzi 3:1-3 Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri
carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate
capaci.
4
1Tessalonicesi 2:7-8 …siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie
creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa
vita, perché ci siete diventati cari.
5
“figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!”.
6
12Infatti, voi che dovreste essere ormai maestri per ragioni di tempo, avete di nuovo bisogno che qualcuno
v'insegni i primi elementi degli oracoli di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. 13Ora,
chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. 14Il
nutrimento solido invece è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono
dal cattivo.
7
2come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: 3se
davvero avete già gustato come è buono il Signore.

3
titolo in qualsiasi modo come allargamento della propria identità. Padre è anche uno
che viene riconosciuto come tale. Dato questo, potremmo – diremo – accettare
armoniosamente con le parole di Gesù l’uso ampio del concetto di “Padre” nella
tradizione cristiana.
 Nell’età apostolica con «padri» si intendono non solo i grandi personaggi biblici,
modelli della fede per i cristiani, ma si incomincia a intendere il vescovo, come
capo della comunità: la prima testimonianza di questa attribuzione del titolo è nel
Martyrium Polycarpi (del 156). Policarpo viene detto padre della fede, pastore.
 Il bisogno di tale garante diventa più forte aumentò a causa della crescente confusione
che lungo il secolo II fu causata dalla nascita di una grande varietà di correnti eretiche,
che tendevano a mescolare certi elementi della fede cristiana con delle speculazioni
esoteriche difficili da armonizzare con la stessa fede. Così si ha bisogno dif are
chiarezza e discernere il vero spirito dell’ortodossia e quale lo spirito dell’”eresia”…
non che prima ci sia ortodossia e poi l’eresia…anzi il contrario.
 Dalla metà del IV sec. con «padri» si designano le grandi personalità del passato,
soprattutto vescovi, difensori dell’ortodossia e quindi autorevoli e probanti; i padri
che hanno fatto i concilii; questa designazione valse in modo particolare per i 318
vescovi riuniti a Nicea nel 325.
 In questo contesto il concetto di “Padre” veniva riferito non soltanto ai partecipanti dei
concili (p.es. i famosi 318 “Padri” di Nicea=simbolo biblico, dei “servi di Abramo”), ma
anche, in modo più generale, a tutti gli scrittori che rappresentarono la vera tradizione
ecclesiastica. Sono vescovi per la stragrande maggioranza, che nel loro consenso fra
di loro costituiscono il punto di riferimento dell’ortodossia. Così venivano citati
frequentemente i “Padri della Chiesa” nei trattati di argomentazione teologica
successivi. La conformità di una dottrina all’insegnamento dei “Padri” diventava prova
di ortodossia…. ?
 Vincenzo di Lérins nel 434 precisò definitivamente il concetto: sono “padri” «coloro
che vissero, insegnarono e rimasero nella fede e nella comunione cattolica
santamente, saggiamente e costantemente, e meritarono di morire fedeli a Cristo e di
dare la vita per Lui»8…e ha precisato che i Padri, a cui bisogna sempre ricorrere, sono
quelli “che, ai loro tempi e luoghi, rimasero nell’unità della comunione e della fede, e
furono considerati maestri approvati” (Commonitorium 29,1).
 Agostino, nel corso delle polemiche donatista e pelagiana, precisò alcune idee
che dovevano segnare il resto della storia. Per esempio “padre” è Cipriano per i
suoi comportamenti approvati in seguito dalla Chiesa; ma nel Contra Julianum
(1.7.34) riporta, come fossero di un padre, anche testi di Girolamo, il quale non era
vescovo: questo perché le testimonianze dei singoli hanno valore in quanto
concordano con quelle degli altri, sì da formare insieme la voce della Chiesa.
 Infine nel sec. VI il decreto De libris recipiendis et non recipiendis, attribuito a papa
Gelasio ( 496), stabilì un elenco di scrittori accettati o rifiutati dalla Chiesa.

b. Le note tradizionali
 Tradizionalmente (anche oggi) sono state stabilite 4 note caratteristiche o criteri per
considerare uno scrittore ecclesiastico come “Padre della Chiesa”9.
 Ortodossia (Doctrina orthodoxa): 1. Lo scrittore deve essere in comunione
dottrinale con la Chiesa, almeno globalmente (non significa necessariamente che
tutto ciò che ha scritto sarebbe infallibile).
 Santità di vita (Sanctitas vitae): vita conforme al vangelo e testimonianza
coerente con l’insegnamento. Perché è importante questo? Perché il messaggio
evangelico non è mai solo dottrina. Si tratta di un messaggio che è anche vita (ma

8
Commonitorium 28,6.
9
Cfr BOSIO - DAL COVOLO - MARITANO, Introduzione ai Padri della Chiesa. I. Secoli I-II, SEI, Torino
1991, p. 3.

4
non anzitutto una morale!): fare la verità nell’amore. Verità e amore, testimonianza.
Ciò che insegnano devono averlo vissuto.
Non è necessaria una canonizzazione esplicita, ma ci vuole almeno un
riconoscimento generale che lo scrittore ha vissuto conformemente al vangelo in
modo esemplare.
 Approvazione della Chiesa (Approbatio ecclesiae): non si richiede
un’approvazione formale; si manifesta nelle citazioni (Wirkungeschichte), anche
indirette, e nelle allusioni al pensiero di un autore o quando si rimandi alle opere
dell’autore. Ciò che ha detto è passato.
NB: Gli scrittori antichi, che mancano di una delle prime tre note, vengono
tradizionalmente detti ecclesiastici scriptores10. Sono autori cristiani appartenenti
al periodo dell’antichità, se però appartengono alla Chiesa Cattolica, cioè
“Universale”. I scrittori non-ecclesiastici (soprattutto gli eretici) costituiscono,
insieme con quelli ecclesiastici, il più ampio cerchio che copre la letteratura
cristiana antica.

 Alcuni padri sono onorati col titolo di dottori della Chiesa per espressa
dichiarazione ecclesiastica:
nel 1298 Bonifacio VIII dichiarò egregii doctores ecclesiae Ambrogio, Agostino,
Girolamo e Gregorio Magno per l’Occidente. Le chiese orientali venerano tre
«grandi maestri ecumenici»: Basilio, Gregorio Nazianzeno, Giovanni
Crisostomo (gli occidentali aggiunsero a questi Atanasio per creare simmetria).
Così appaiono questi padri anche nell’arte cristiana.
Il concetto di “Dottore della Chiesa” però è anche più esteso. Come abbiamo visto
gli scrittori cristiani che non rispondono al criterio dell’Antichità, ma che hanno dato
un eminente contributo allo sviluppo dottrinale della Chiesa, hanno ricevuto questo
titolo, p. es. Tomasso d’Aquino, Giovanni della Croce, S. Caterina da Siena, Teresa
d’Avila e Teresa di Liesieux.
 Antichità (Antiquitas): lo scrittore deve appartenere all’Antichità, cioè il periodo
della Chiesa primitiva. Non c’è perfetta concordanza tra gli studiosi:
tradizionalmente si fa terminare questo periodo per l’Occidente con Isidoro di
Siviglia (+ 636) e per l’Oriente con Giovanni Damasceno (+ 749); altri si spingono
fino allo scisma del 1054 o fino a San Bernardo ( 1133). Comunque sia, dopo l’età
patristica si parla di “dottori della Chiesa” e non più di “padri”. (Teresina, Caterina
da Siena…)

 Una precisazione: un padre è testimone della tradizione cristiana; non contano


tanto le opinioni, quanto la testimonianza sulla fede della Chiesa. J.H. Newmann
diceva di seguire i Padri per il consensus che testimoniano, non tanto per la loro
opinione personale11.
 Qualche esempio: AGOSTINO è senza dubbio un autore che risponde ai requisiti di cui
sopra, però alcuni punti della sua dottrina sono soggetti a qualche riserva: eppure è
testimone di quello che allora la Chiesa credeva.
 ORIGENE dà adito a molte riserve, eppure è tra i più grandi testimoni della fede
ecclesiale.
 TERTULLIANO finì i suoi giorni tra i montanisti, eppure viene studiato tra i Padri: non è
stato canonizzato dalla Chiesa, ma - come Origene - ha testimoniato la fede della
Chiesa.
Qui dobbiamo ancora fare due osservazioni.
 1) la terminologia qui presentata di solito non è utilizzata in modo assoluto. Per
esempio, Origene, che dopo la sua morte (nel 254) è stato condannato due volte
(nel 400 e nel 553), e che non è mai stato riabilitato ufficialmente, viene nondimeno

10
Termine forgiato da GIROLAMO, Vir. illus., Prol.; Epist. 112,3.
11
NEWMAN J.H., Discussions ad Arguments 11,1, cit. in QUASTEN I, p. 13.

5
considerato generalmente come uno dei più grandi Padri della Chiesa greca. Il suo
nome figura anche tra i Padri nell’indice del Catechismo della Chiesa Cattolica e
viene letto nella liturgia.
 2) Le note, cioè i criteri di ortodossia, santità e approvazione, insieme con il
concetto del consensus patrum, sono delle creazioni posteriori alle vite dei Padri,
che potrebbero facilmente condurre ad una rappresentazione troppo idealizzata
oppure ad un’immaginazione assai romantica dei primi secoli della Chiesa. Così i
Padri appaiono come un gruppo omogeneo di uomini santi, tutti con aureole, che in
assoluta concordanza hanno insieme formato la Chiesa con le sue dottrine,
l’organizzazione, la liturgia e la pratica della preghiera. In realtà anche i Padri,
nonostante la loro santità di vita, sono stati esseri umani con i loro difetti. Molti
aspetti della Chiesa odierna risultano da delle controversie che non raramente
furono veementi, anzi, poco edificanti. Possiamo fare qui il paragone con la vita di
una qualsiasi comunità religiosa, con tutte le tensioni umane che sono reali. Senza
idealizzare troppo l’età d’oro degli inizi della Chiesa, possiamo almeno riconoscere
che i Padri hanno sinceramente cercato di realizzare il più alto ideale di santità,
bensì in modo umano.

Possiamo quindi dire che sono “padri” in senso largo tutti gli autori vissuti nell’ambito
della chiesa che hanno riflettuto sulla fede.

2. PERCHÉ STUDIARE I PADRI?

a. Situazione attuale
 Oggi è molto chiara l’importanza di questo studio dei primi secoli. Una certa critica
alla chiesa è diventata globale, generalizzata. Siccome si mette in dubbio il
cristianesimo e la Chiesa, si cerca di capire come si è formata. Così molti oggi
vogliono studiare le fonti e capire meglio cosa sia successo alle origini insomma
chi ha “inventato” la Bibbia, il canone, la divinità di Gesù e il culto cristiano.
Abbiamo bisogno di saper fare chiarezza su questi primi secoli, anche perchè ci
troviamo di fronte gente molto più attrezzata a livello di conoscenze.
“Nel mondo occidentale secolarizzato, dove le Chiese vedono ridurre la loro capacità di effettiva
influenza sugli individui, l'interesse per Gesù non è affatto scemato, anzi si è intensificato.
Restringendo lo sguardo all'Italia, si debbono segnalare, fra le cause che alla lontana hanno prodotto
tale interesse, da un lato l'ormai quasi totale alfabetizzazione, che ha messo i singoli in condizione di
accedere da soli a testi che parlino di Gesù -- siano essi i vangeli, o la pubblicistica di carattere
religioso, oppure quella di vario genere, compresa la narrativa, non di rado furbescamente
scandalistica -- sia l'azione della Chiesa cattolica, che ha incoraggiato, a seguito del rinnovamento
promosso dal Concilio Vaticano II, la lettura diretta delle fonti evangeliche. A ciò si unisca, nel
recente periodo, la rinnovata centralità del fenomeno religioso, su scala mondiale, e il confronto
sempre più frequente nel nostro paese, a causa anche dell'immigrazione, con le religioni diverse dal
cristianesimo, in particolare con l'islamismo, e fra le diverse confessioni cristiane. Si aggiunga che il
richiamo alle origini rappresenta una delle dinamiche interne alla stessa storia del cristianesimo e
quindi le varie correnti riformiste che si oppongono a taluni esiti istituzionali del cattolicesimo non
esitano, in molti casi, a richiamarsi polemicamente alla diversità degli inizi, e alla medesima
diversità si richiamano non di rado anche i polemisti agnostici o semplicemente anticlericali. Tutto
ciò rende naturale interrogarsi anche sulla figura che ha dato origine al cristianesimo, sulla sua vita e
sulle sue intenzioni.” (E. Prinzivalli, Introduzione al volume: Emanuela Prinzivalli (a cura di) -
Claudio Gianotto - Enrico Norelli - Mauro Pesce, L'enigma Gesù. Fonti e metodi della ricerca
storica, (Biblioteca di testi e studi) Roma, Carocci, 2008).

Per capire i problemi di oggi bisogna capire la storia che ci ha portati fin qui. Il
ricorso alla storia è una sfida per il futuro. Chiunque per capire chi è va a cercare la

6
sua storia, i suoi genitori. Poiché l’identità non è mai statica, è necessario andare
all’antichità per capire verso dove camminare.
 Cfr. Le scienze patristiche, oggi, nella cultura europea di Enrico
Dal Covolohttp://www.gliscritti.it/blog/entry/578

b. I padri negli studi teologici oggi


 Prima del Concilio: le correnti teologiche furono tutte rilanciate dal ritorno alle fonti
patristiche
 Movimento biblico: i padri sono più vicini alla scrittura, per sensibilità
 Movimento liturgico: ai padri risalgono le forme essenziali della liturgia battesimo,
ordinazione, penitenza (i più grandi liturgisti furono grandi conoscitori della
patristica)
 Movimento ecumenico: dialogo con anglicani e ortodossi
 Movimento missionario: adeguare il vangelo alle culture non europee… i padri
ebbero lo stesso problema
 Dopo il concilio: doppia fonte della rivelazione. Non sono due fonti ma una unica
fonte della Rivelazione con due modalità sempre in dialettica: una parola ricevuta
da una comunità. I padri ci consegnano la tradizione. La Bibbia non c’è prima dei
Padri.
Non basta riferirsi solo alla Bibbia; abbiamo bisogno di una tradizione, ma quale
(cfr. Rist, Reportata) Cfr. questione del femminismo (chiave antropologica;
possibilità di spiegare la Bibbia con moderne conoscenze). Con i padri conosciamo
i principi dell’ermeneutica. Molti problemi odierni sono anche antichi; scopriamo
cose dimenticate; ci liberiamo da schemi che ci ostacolano; conoscendoli sorgono
nuove idee;
 Interesse odierno:
 storici dell’antichità;
 filologi passaggio dalla lingua greca al bizantino,
 procedimenti ermeneutici
 rapporto fede –ragione
 contro la teoria del grande complotto

c. I padri nelle direttive della chiesa


Nell’Istruzione sullo studio dei Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale, un
documento emesso dalla Congregazione per l’Educazione cattolica nel 1989 (vedi il
manuale di G. Bosio e.a. I, pp.6-32), vengono enumerati tre principali motivi che sono
poi ampiamente sviluppati

1. I Padri sono testimoni privilegiati della Tradizione;


 esprimono le prime strutture portanti della dottrina
 dobbiamo imparare il loro atteggiamento dottrinale prima che i contenuti
 formano la regola della fede, i primi dogmi
 plasmano le prime strutture istituzionali
 danno forma alla liturgia
 ci danno esempio di ortodossia
 sono anzitutto pastori e catecheti
 Ci insegnano ad evitare due estremi: relativismo e tradizionalismo
(conservatorismo)

7
 Sono esempio di unità pur nella varietà
Studiando loro comprendiamo l’unità nella varietà, nelle tensioni, nel cercare a tastoni, ci
danno l’orientamento verso il fondamento.
Ci insegnano come sia possibile il progresso nella continuità della tradizione
Ci danno criteri con cui discernere la Tradizione all’intenro delle varie tradizioni. Noi
dobbiamo consegnare (traditio) tramite modalità e linguaggio limitate che possono finire,
ma devo capire quale è il criterio con cui gettando l’acqua sporca non getto anche il
bambino. I padri sono stati i primi a farlo. Andando a vedere cosa hanno fatto nel creare
le istituzioni, i sacramenti, possiamo capire cosa è ciò che posso lasciare come
culturalmente limitato e relativo e ciò che invece fa parte strutturante della mia identità e
che non posso lasciare.
Progresso nella continuità.

2. Essi ci hanno tramandato un metodo teologico che è insieme luminoso


e sicuro;
 Approfondiscono la fede con le categorie razionali delle filosofie del loro tempo
Ricorso alla Scrittura: la commentano con un approccio religioso, non solo scientifico;
ne ritengono l’origine divina, l’inerranza, la normatività; la leggono nella chiesa, cioè
inseriti nella vita liturgica, pastorale e spirituale; insegnano ciò che vivono; sono pastori,
catecheti, commentatori; nella totalità del mistero cristiano
Senso dell’originalità cristiana: ci offrono criteri con cui la fede si incontra con la
ragione (assumono categorie filosofiche…) anche se d’altra parte fanno opera di
dissimilazione, cioè respingono un sincretismo e un razionalismo eccessivo; sono così
l’esempio di una vera inculturazione (GS 44)
Approfondimento della rivelazione: applicano la ragione ai dati della rivelazione e
ripensano in un nuovo contesto culturale i problemi; trovano formule non bibliche a
dottrine bibliche (Nicea); lo fanno non solo astrattamente ma in omelie, liturgie, attività
pastorali etc.. ;
Ci insegnano l’atteggiamento fondamentale come giusta apertura, rispetto e piena
fedeltà, esempio di rinnovamento nella continuità della tradizione
Senso del mistero: la loro è una conoscenza del mistero, esperienziale, affettiva,
esistenziale; hanno il senso della trascendenza, l’umiltà di fronte al mistero; sperimentano
e praticano l’amore perché niente che non sia amato perfettamente può essere
perfettamente conosciuto;
Sono rappresentanti della chiesa indivisa. Ecumenismo

3. I loro scritti offrono una ricchezza culturale, spirituale ed apostolica,


che ne fa grandi maestri della Chiesa di ieri e di oggi.
Sono i primi a gettare un ponte tra vangelo e cultura profana, ci aiutano a comprendere il
compito culturale che oggi ci attende.

Riassumendo:
 i p. hanno qualcosa di irripetibile, unico e perenne
 analogia del loro tempo col nostro (epoca di transizione)
 uniscono santità e riflessione
 ci insegnano come si fa teologia sistematica; sono una fonte importante delle
conoscenze teologiche dogmatiche; ci fanno capire dove sta l’identità cristiana
 insegnano l’evoluzione storica dei problemi

8
 insegnano l’approccio alla Bibbia che non sia appiattita tra un rigido letteralismo e
uno storicismo o psicologismo
 ci insegnano che la tradizione è qualcosa di vitale che si sviluppa e non un blocco
di ghiaccio da mettere nel freezer
 ci fanno scoprire la forza vitale della teologia
Osservazioni
 1) Molti testi dei Padri sono una fonte di alimento spirituale, a condizione che il
lettore possiede una chiave per avvicinarli. Questi testi, accanto alla S. Scrittura ed
alle opere di scrittori spirituali di altre epoche, ci aiutano a gustare la Parola di Dio
in modo particolare. Spesso questi testi sono molto adatti per la lectio divina.
 2) La conoscenza della storia dei Padri ci fornisce un punto di riferimento di fronte
alle domande religiose di oggi. Non significa che si dovrebbe cercare presso i Padri
le risposte risolutive una volta per sempre per tutti i nostri problemi attuali. Tuttavia
possiamo constatare in modo sorprendente che i Padri, al loro epoca e nel loro
proprio contesto religioso e culturale, hanno già riflesso su molte cose che nei
nostri giorni talvolta vengono avanzate come delle “novità” di fronte al grande
pubblico.
 3) La storia dei Padri della Chiesa sostiene le altre discipline teologiche. L’esegesi
dei Padri può colmare certe lacune dell’esegesi moderna. Inoltre, per capire il
mondo del Nuovo Testamento possiamo trovare informazioni utili nei testi della
cristianità primitiva. Non si possono studiare le origini della liturgia cristiana e dei
sacramenti, dei ministeri, senza conoscere i Padri. Nella teologia fondamentale
abbiamo le questioni centrali del mistero trinitario (un solo Dio in tre Persone) e
quello cristologico (Gesù Cristo, uomo e Dio). Certo, ogni periodo deve riflettere di
nuovo su questi dati fondamentali della nostra fede. Però, senza una buona
conoscenza del cristianesimo primitivo, delle soluzioni eretiche unilaterali e dei
primi concili che hanno cercato le formulazioni più equilibrate, non sarebbe
neppure possibile fare una vera e propria riflessione teologica.

3. LE GRANDI TAPPE DELLA PATROLOGIA


Chi si è inventato questa disciplina? Come sorge? Perché?
 I libri di patrologia, sin dall’inizio, furono compilati per la natura stessa della materia
libri ex libris: possiamo dire che la prima opera di patrologia è l’Historia
ecclesiastica di EUSEBIO, proprio per l’abbondanza di citazioni che la intessono.
Eusebio cambia il modo di fare storia (il concetto di storia antica era molto diverso
da noi). Fare storia non è fare cronologia ma dimostrare capacità letteraria,
retorica; riscrivevano i discorsi dei condottieri secondo le regole dell’elocutio.
Eusebio invece ci riporta i testi che conosceva. Riporta il testo. Opera
preziosissima.
 Attingendo a larghe mani dall’HE, nel 393 GIROLAMO scrisse il De viris illustribus in
polemica con Celso, Porfirio e Giuliano l’Apostata che accusavano i cristiani di
essere una massa di ignoranti. Girolamo vuole dimostrare che i cristiani sono
uomini illustri: raccoglie date e cosa hanno scritto. Così nasce un po’ la patrologia.
In quest’opera, modellata sull’omonima opera di Svetonio, Girolamo raccolse i
nomi di 135 grandi menti del cristianesimo da San Pietro fino a se stesso (!  419),
“battezzando” perfino Filone Alessandrino, Giuseppe Flavio e Seneca. Inoltre si
lasciò facilmente trasportare dalla sua antipatia verso Ambrogio o Giovanni
Crisostomo. Agostino recensì questa raccolta come incompleta e notò che
andavano espulsi i nomi di alcuni eretici, cui Girolamo aveva invece concesso
spazio.
 Verso il 480 GENNADIO di Marsiglia continuò quest’opera trattando degli scrittori
cristiani del secolo V (fino al 491).

9
 ISIDORO di Siviglia nel suo De viris illustribus traccia il profilo di 46 scrittori dei secc.
V-VI continuando l’opera di Gennadio, ma il suo interesse è limitato all’area
spagnola.
 Quindi ILDEFONSO di Toledo ( 667) compose un’opera analoga, restringendo però
la prospettiva quasi alla sola Spagna (7 viri su 14 sono poi vescovi di Toledo,
probabilmente nell’intento di risollevare il prestigio della sua sede di fronte ai
principi); il loro essere illustri è più morale, pastorale e taumaturgico che
letterario12.
 In Oriente si tradusse innanzitutto l’opera di Girolamo, utilizzata poi da ESICHIO di
Mileto (550 ca.) nel suo Onomatologos, da FOZIO ( 891) nel Myriobiblion e nella
Bibliotheca (qui descrive 280 opere pagane e cristiane) e dal Dizionario di Suida
(1000 ca.).
 Nell’area siriaca il Catalogo degli autori ecclesiastici compilata da EBED-JESUS BAR
BERIKA verso il 1317.
 Il medioevo ha dato un preziosissimo contributo nella copiatura dei codici, nei
Florilegi e nelle Catene13: infatti, almeno fino alla Summa theologiae, la scuola di
teologia consisteva nel commento dei florilegi.
 Intanto continuava la produzione di varie “patrologie”: così SIGILBERTO di Gembloux
( 1112), Onorio di Autun (1122), l’Anonimo di Melk riassunsero l’opera di
Girolamo, aggiungendo notizie su autori posteriori.
 Nel 1494 GIOVANNI TRITTINHEIM completò il Catalogus scriptorum ecclesiasticorum con
notizie su 964 scrittori dall’età apostolica fino ai suoi tempi.
 Il rinascimento, dopo la scoperta della stampa, lavorò all’edizione e alla scoperta
di nuovi testi.
 Il BELLARMINO scrisse De scriptoribus ecclesiasticis liber unus14 in risposta all’accusa
luterana per cui la Chiesa cattolica avrebbe perso la fede dei Padri.
 Nel 1653 a Jena venne pubblicata postuma l’opera del luterano GERHARD J. (
1637), Patrologia sive de primitiva ecclesiae christianae doctorum vita ac
lucubratione opusculum, che presentava gli autori cristiani da Erma a R.
Bellarmino. E’ la prima volta che viene usato il termine patrologia.

 Ogni poca ha quindi sentito il bisogno di creare un legame storico di conoscenza


con la tradizione precedente.

4. COME STUDIARE I PADRI?

a. Prospettiva di ricerca
Patrologia, patristica, letteratura cristiana antica, storia del dogma: quattro termini
che sembrano sinonimi; eppure le loro prospettive di ricerca sono diverse.
 Patrologia: è uno studio storico, biografico, critico ed esegetico dei Padri. Si
studiano la vita, le opere, la dottrina di un Padre. Il termine venne introdotto da J.
Gerhard ( 1637).
– il problema della matrologia- 1) difficile trovare scrittura diretta di donne, non
perché non ci fossero, ma perchè non avevano accesso alla cultura antica; 2) sono
scritti di donne fatte sulle donne ma da uomini; 3) sono prospettive di donne
tipicizzate, ideologizzate, censurate o filtrate; spesso la voce diretta di donne viene
messa nero su bianco da uomini. Perpetua, Eteria, Macrina, Faltonia Proba,
Melania.
12
FONTAINE J., in DPAC II,1755.
13
Raccolta di passi di esegesi su precisi versetti biblici. Ne compose una anche Tommaso d’Aquino.
14
Considera il periodo fino al 1500; pubblicato nel 1613.

10
 Patristica (teologia patristica): il termine compare nel sec. XVII. Oggetto del suo
studio è la dottrina di un autore oppure un argomento trasversalmente a tutti i Padri
(per esempio, l’ecclesiologia). Studio delle idee e delle dottrine dei Padri
(cristologia, ecclesiologia, un concetto). Qui sta il senso dell’Istituto Patristico
stesso, inserito in una facoltà teologica: cerca di servire al pensiero teologico della
Chiesa. La patrologia è una scienza storica, ma non è solo “archeologia”: non si
può fare teologia passando immediatamente dai dati biblici all’attualizzazione.
 Storia del dogma: per dogma si intende, nel senso stretto della parola, la storia
della dottrina ufficiale della Chiesa (la raccolta nel Denzinger…). Ma il dogma è
soltanto la punta di un iceberg, sotto il quale si sono avute controversie, studi,
approfondimenti; il dogma non dà ragione dell’insieme, come i quadretti di Melozzo
da Forlì nei Musei Vaticani non danno ragione dell’insieme pittorico da cui sono
stati staccati in seguito ad un incendio. Non possiamo studiare il concilio di Nicea
solo dai canoni…
 Letteratura cristiana antica: è uno studio condotto solo dal punto di vista
letterario; nelle università statali è contemplata anche questa cattedra. Quest’ottica
non distingue un padre della Chiesa da un eretico e studia (o dovrebbe studiare…)
Giustino alla stessa stregua di Lattanzio o Luciano di Samosata. Punto di incrocio
tra università statale e teologia, pensiero laico e ecclesiale… cfr Simonetti-
Prinzivalli, Storia della letteratura cristiana antica/antologia 3 voll., Piemme.
 Storia della teologia?

b. Confini delle materie


(cartina) Per quanto riguarda i CONFINI della materia patristica/patrologia
distinguiamo confini cronologici e geografici
 Anzitutto c’è una linea geografica tra oriente e occidente che è una
differenza di atteggiamento teologico, di mentalità, di modo di riflettere e di uso
dell’esegesi.
 Gli orientali sono solitamente intellettualmente molto speculativi, audaci, a cercare
oltre il già noto;
Un greco di fronte ad una cosa si chiede: ti esti; che cos’è? (la domanda della
filosofia). La natura, definizione.
I siriaci hanno un approccio ancora diverso. Direbbero: “questo è un libro… e tutto
il resto?”. Forte senso del mistero.
 Gli occidentali sono più giuridici e si limitano a presentare o esporre la regola della
fede. Un latino chiederebbe: a cosa serve?

 Per quanto riguarda la fine dell’epoca patristica, la cronologia non è fissa:


LATINI: di regola nei manuali la fine dell’epoca viene fissata a Gregorio
Magno (604) o Isidoro di Siviglia (636)
GRECI: Giovanni Damasceno (749) per i greci, ma c’è chi anticipa al concilio
di Calcedonia (451) mentre già il Quasten (2+3 voll.) ha pubblicato gli ultimi
volumi che trattano dei padri siriaci fino al IX secolo. Del resto c’è chi vorrebbe
vedere la data del 1054, anno della separazione tra chiesa romana cattolica e
chiesa bizantina come data in cui finisce la tradizione indivisa dei padri
comuni.

 In secondo luogo l’arco cronologico va tagliato in due alla data del 325
(Concilio di Nicea).
o I-III. Prima di Nicea la chiesa lotta da sola contro lo stato e cerca di
definirsi rispetto al giudaismo e internamente dall’eresia. Una chiesa di

11
grandi teologi, Clemente, Origene, Tertulliano. I cristiani vivono in
minoranza con persecuzioni intermittenti cronologicamente e
geograficamente; La predicazione su Gesù rassomiglia molto alle
formule cristologiche di epoca apostolica “Dio per mezzo di cristo nello
spirito salva gli uomini”. Il periodo preniceno va ulteriormente suddiviso
in due:
 fino al 180 (autori detti padri apostolici, Ignazio, Giustino e i non
canonici) con la preoccupazione di elaborare una esegesi cristiana dell’Antico
Testamento così da arrivare al canone del Nuovo Testamento e degli scritti
apostolici. In questo periodo si passa dall’esegesi rabbinica (gli ebrei chiudono
il canone) ad una di origine greca.
 fino al 325 il periodo è caratterizzato dall’inizio della teologia scientifica
(Ireneo, Tertulliano, Origene). La teologia comincia a riflettere sul proprio
metodo e si cercano nuove soluzioni a nuove problematiche.
o Dopo il 325 –Calcedonia 451 è un chiesa sempre più legata
all’Impero ed è l’Impero che lotta contro l’eresia. Gli autori daranno le
loro interpretazioni ma la lotta la conduce l’impero. Anche questo
periodo lo divideremo in due:
 IV secolo: epoca d’oro della grande patristica. Eusebio, Basilio, Gregorio,
Ilario, Ambrogio, Atanasio
 V-VI secolo: il concilio di Calcedonia è una sintesi di compromesso di tre
grandi tradizioni teologiche di questo periodo: antiochena, alessandrina, latina
con Teodoro di Mopsuestia Cirillo Alessandrino e Agostino.

c. Approcci

- Evitare due estremi:


 legarsi materialmente a i pari disprezzando al chiesa post-
patristica e la tradizione viva;
 strumentalizzazione del dato storico per attualizzazione
arbitraria;

5. LINGUE
Greco, latino, siriano come lingue di produzione.
Armeno e copto come lingue di traduzioni

cosa è una edizione critica;


Cfr. schemi manoscritti del NT.

12
Gli inizi dell’epoca dei Padri
1. EPOCA APOSTOLICA E PADRI (SUB)APOSTOLICI
Tutti i manuali sia della Patrologia che della Storia della Chiesa cominciano con
l’indicazione dell’epoca apostolica come il primo periodo dell’era cristiana. L’epoca
apostolica è il periodo della formazione dei libri del Nuovo Testamento (ca. 30-100). E’
quindi il periodo in cui sono stati attivi gli apostoli con i loro compagni.
L’epoca apostolica ha un suo carattere unico per la Rivelazione. Essa comprende
varie tappe:
– la vicenda del Gesù terreno: vita, passione e morte;
– l’esperienza pasquale e il kerygma apostolico;
– la comunità primitiva;
– la formazione degli scritti del NT sotto l’ispirazione dello Spirito Santo.
Possiamo quindi considerare tutto il I secolo come tempo unico e “privilegiato”. Da una
parte troviamo qui, come dice Prosper Grech, “il pensiero teologico fondante, che servirà
da modello per la riflessione teologica di tutti i secoli successivi. Dall’altra parte
accadono anche veri e propri atti salvifici e rivelazioni costitutive. (...) Questi elementi
staccano nettamente l’era apostolica dagli altri periodi della storia del cristianesimo. In
questi periodi l’opera dello Spirito costituisce soltanto una rivelazione esplicativa”.15
Poi segue, nei manuali, un’elenco tra sei e dieci testi, raggruppati sotto il nome
(antico) di Padri apostolici. Apostolici perché vicini agli apostoli così da avere ancora
nelle orecchie la voce dei testimoni. Di Policarpo Ireneo dice:
“aveva visto gli apostoli… la loro predicazione risuonava ancora nelle sue
orecchie”.
Dice Papia, riportato da Eusebio Hist. Eccl.3,39,3-4:
“io non mi dilettavo, come fanno i più, di coloro che dicono molte cose, ma di
coloro che insegnano cose vere; non di quelli che riferiscono precetti di altri, ma di
quelli che insegnano i precetti dati dal Signore alla [nostra] fede e sgorgati dalla
stessa verità. 4. Che se in qualche luogo m’imbattevo in qualcuno che avesse
convissuto con i presbiteri, io cercavo di conoscere i discorsi dei presbiteri: che cosa
disse Andrea o che cosa Pietro o che cosa Filippo o che cosa Tommaso o Giacomo
o che cosa Giovanni o Matteo o alcun altro dei discepoli del Signore; e ciò che
dicono Aristione ed il presbitero Giovanni , discepoli del Signore. Poiché io ero
persuaso che ciò che potevo ricavare dai libri non mi avrebbe giovato tanto, quanto
quello che udivo dalla viva voce ancora superstite” .

Questi Padri, che sono i più antichi, non si collocano esattamente nell’epoca apostolica,
ma grosso modo in un periodo successivo (ca. 80-160/180) che viene indicato come
l’epoca subapostolica, o postapostolica. Questi Padri venivano tradizionalmente ritenuti
discepoli di uno degli apostoli. Il confine tra le due epoche però, quella apostolica e
quella subapostolica non si può però fissare con una data ben precisa; si passa dall’una
all’altra senza soluzione di continuità. La loro divisione più che cronologica è di
significato, teologica (padri canonici e padri apostolici) cioè suppone il Canone del NT.
Questi testi stessi dialogano ancora tra loro, mentre il canone del NT non è ancora chiuso
ed è ancora in pieno sviluppo. Per esempio il più antico scritto patristico, la Didachè,
viene datato verso l’80 (almeno da alcuni studiosi), mentre gli scritti giovannei, cioè i più
recenti fra quelli del NT, sono nati verso il 100.

15
P. GRECH, “Agli inizi della teologia cristiana”, in A. DI BERARDINO/ B. STUDER (ed.), Storia della Teologia I.
Epoca patristica, Casale Monferrato (Piemme) 1993, p. 41.

13
La transizione dall’epoca apostolica a quella subapostolica viene caratterizzata
anche da altri fenomeni:
2. LA CRESCITA DELLA LETTERATURA APOCRIFA DEL NT.
Comincia una fioritura, verso il 100, dei generi letterari del NT. Appaiono numerosi
“Vangeli” come genere letterario, “Atti”, “Lettere” e “Apocalissi” che vengono tutti
attribuiti a degli apostoli per aumentare la loro autorità (anche se non si dovrebbe subito
pensare a degli inganni deliberati). Questo sviluppo significa una sfida per la Chiesa
nascente a stabilire quali sono i veri scritti autentici, che vanno considerati come Sacre
Scritture.
3. INIZIO DELLA FORMAZIONE DEL CANONE DEL NT.
Comincia il lungo processo per stabilire quali sono gli scritti da attribuire veramente agli
apostoli, se non ad un ambiente direttamente connesso a uno di loro. “La rivelazione si
chiude con la morte dell’ultimo apostolo”. Soltanto verso il 180-200 esiste praticamente
un consenso rispetto a quasi tutti i libri che appartengono al NT nella forma in cui noi lo
conosciamo. Il canone definitivo sarà stabilito soltanto nel secolo IV.
4. L’ALLONTANAMENTO FRA GIUDEI E CRISTIANI.
Qui si tratta di un fenomeno storico molto complesso, le origini del quale si collocano
prima dell’epoca patristica. Il cristianesimo è cominciato dentro il contesto socio-religioso
del giudaismo, molti credono in Gesù Messia.All’origine sta la comunità “madre” dei
giudeo-cristiani a Gerusalemme, cioè di quei giudei che avevano accettato la fede in Gesù
come Messia e che perciò erano ai ferri corti con le proprie autorità giudaiche. Dall’altra
parte c’era la crescente tensione con gli altri cristiani che provenivano dai pagani e che
ben presto costituivano la maggioranza. Dopo il 70, con il fallimento della ribellione
giudaica e la distruzione del Secondo Tempio, quella comunità giudeo-cristiana
praticamente sparì e da ora in poi la comunità di Roma, capitale dell’Impero, pian piano
diventò il punto di riferimento per la cristianità nascente. Difficoltà di trovare la proria
identità e come gli adolescenti che ripudiano le loro radici c’è una forte vena di
“antisemitismo”.

CAPITOLO I: L’epoca subapostolica o i padri apostolici [e il problema del


contesto giudeo-cristiano]
INTRODUZIONE

Con il nome di “Padri apostolici” (da non confondere con padri della chiesa nè con
epoca apostolica), si designa un gruppo di 7-9 autori cristiani del periodo tra la fine sel
secolo I e la metà del II, che hanno avuto rapporti personali con uno degli Apostoli
(oppure si suppone tradizionalmente che ne abbiano avuti). Il termine viene da una
visione un po’ ingenua che crederebbe di poter dividere nettamente gli aposoli dall’epoca
successiva ... un “[la rivelazione pubblica si è chiusa] con la morte dell’ultimo apostolo”.
E’ però una generazione fortemente legata agli apostoli. Meglio dire la letteratura
subapostolica: alcuni testi sono contemporanei alla redazione del NT. Insomma sono i
testi più antichi della cristianità che non sono entrati nel canone.

14
1. ELENCO E ZONA DI COLLOCAZIONE
Gli studiosi non si accordano sul loro numero. Nel XVIII sotto questo nome (patres aevi
apostolici) Cotelier nel 1686 raggruppa Ps-Barnaba, Clemente, Ignazio, Policarpo, Erma.
In seguito furono aggiunti Papia di Gerapoli (vescovo di Gerapoli nella Frigia in Asia
Minore, 110/130 ca.) e la Lettera a Diogneto, lettera anonima probabilmente del 140 ca.,
che è piuttosto un’opera “apologetica” (vedremo dopo). L’epoca moderna vi aggiunse al
Didachè. Cerchiamo di collocarli anche geograficamente. La parola scritta diventa
strumento per l’istruzione, le guide della comunità spesso o chi dopo gli apostoli si attiene
a questo criterio della parola scritta sono designati come P.A.

Antiochia (cfr. At 11,26); ora in Turchia


- La Didachè, o l’Insegnamento dei dodici Apostoli (Anonimo, 80 ca., o
poco dopo il 100) [Matteo?]
- Ignazio d’Antiochia (secondo successore di san Pietro ad Antiochia, 70-
110 ca.) raccolta di lettere a chiese di Asia (chiese conosciute da Ap).

Asia minore
- Policarpo di Smirne (discepolo di Giovanni “prebitero” e vescovo dal
110 ca. fino al 156); lettera di Ignazio; lettera a Filippi in Macedonia;
martirio [Giovanni]
- Papia di Gerapoli, (130 ca.), Esposizione degli oracoli del Signore

Roma
- I Clementis (attribuita al terzo successore di san Pietro a Roma, 92-
101) ca 96; lettera [Marco?]
- Il Pastore (di Erma schiavo liberato a Roma, 130-140 ca.); apocalittico

Alessandria(?)
- (Lettera di) (pseudo-)Barnaba (lo pseudonimio si riferisce al compagno
di S.Paolo, 130 ca.); trattato esegetico e catechetico [Paolo]

Alcuni manuali aggiungono:


 Odi di Salmone...scritto di origine siriaca, fa parte della produzione poetica (in
siriaco)

2. CARATTERISTICHE COMUNI
 Generazione vicina all’epoca fondante
 Particolare carattere di antichità: sono legati alla stessa
eseprienza genetica da cui nascono gli scritti del NT.
 Alcuni erano ancora letti nella liturgia (es. I corinzi; o
pseudo-Barnaba).

15
 La venerazione per questi scritti fu altissima. Molti sono
stati tramandati in manoscritti e codici che contengono i
testi biblici (ispirati).
Le caratteristiche generali di questi autori (o scritti) sono:
 Le strutture gerarchiche si sviluppano fino al monoepiscopato
 Lo sviluppo della liturgia è ulteriore, distinguendosi dai riti giudaici
 Il senso del AT viene integrato nella fede in Cristo; che senso dare all’AT e alla S.S.
 Sono vicini agli autori del NT per come usano la Bibbia: citano il NT in modo libero
 Non hanno un testo fisso; citano a memoria; alludono, ma mai fanno commenti a
passi; stessi metodi esegetici degli apostoli (rabbinici)
 Riconoscono l’autorità di Gesù e le sue parole sono citate come se fossero Sacra
Scrittura
 Tendenza di insistere sull’autorità apostolica come criterio per l’autenticità di ciò
che si trasmette. Comincia lo sviluppo del principio della successio apostolorum.
Questo principio diverrà sempre più importante, man mano che cresce la distanza
nel tempo rispetto ai testimoni oculari dell’uomo Gesù.
 Forte preoccupazione per l’unità e per l’organizzazione delle comunità
cristiane. La gerarchia basata sui carismi (apostoli, profeti, maestri) si sposta verso
una gerarchia istituzionale (vescovi, presbiteri, diaconi). Questo sviluppo si può
seguire dalle lettere di Paolo attraverso la Didachè fino alle lettere di Ignazio (che è
l’altro lato dei problemi che denuncia la I Clementis).
 Gli scritti dei Padri apostolici hanno un carattere pastorale-parenetico:
contengono anzittutto delle esortazioni sul livello morale, piuttosto che delle
speculazioni metafisiche.
 Il contesto generale è quello del cristianesimo che si diffonde rapidamente tramite
i mezzi di comunicazione dell’antico Impero. Infatti, proprio verso il 100 il sistema
stradale dell’Impero romano raggiunge un livello di sviluppo che dopo il declino (dal
secolo III in poi) non sarà più superato prima dell’epoca della rivoluzione industriale
nel secolo XIX. Però le comunità cristiane formano ancora delle minoranze in una
società ellenistico-romana che si mostra ostile in misura crescente. Le usanze della
vita mondana nell’antichità tardiva sono difficili da riconciliare con l’etica cristiana.

a. La Didachè (80 ca., o poco dopo il 100)

Composizione, luogo e data


Genere: disciplinare-liturgico. Compilazione. Manualetto catechetico...
Testo riscoperto (successivamente fusa in più varie compilazioni ecclesiastiche, si
perdette) nel 1873 a Costantinopoli in un manoscritto assieme a Barnaba e 1 e 2
Clementis. Un testo molto citato nell’antichità e molto conosciuto, ma poi perduto.
Il titolo completo è: l’Insegnamento del Signore ai gentili trasmesso dai dodici Apostoli,
o brevemente: la Dottrina (didachè) dei dodici Apostoli. Ovviamente non sono stati gli
stessi Apostoli a scrivere questo libretto, che porta il loro nome per aver maggiore
autorità. Si tratta di una compilazione anonima di fonti diverse, testi preesistenti. L’autore
giudeo-cristiano mette insieme testi utili per l’edificazione dei convertiti dal paganesimo.
Sono delle regolamentazioni delle funzioni litrugiche. E’ il più antico regolamento
ecclesiastico che possediamo (un po’ l’inizio del diritto canonico) ed è una testimonianza

16
importante del bisogno di regolare la comunità (digiuni, preghiere, eucaristia,
catechismo).
La data è discussa; alcuni pensano all’inizio del secolo II (100-150), ma sempre più gli
studiosi si orientano per date anteriori (cfr. NDPAC I, 1400-1402) come l’80-120. Il testo
consiste comunque in vari strati redazionali, il più antico dei quali risale al periodo 50-70
(sull’eucaristia).
Luogo: Antiochia di Siria (entroterra); vicino al vangelo di Matteo in Siria (in fase
orale?).
Lo scritto sembra provvenire da una comunità siro-palestinese.
Contenuto: L’interesse dell’autore (o degli autori) è soprattutto di livello etico e pratico, e
riguarda il comportamento del cristiano, la liturgia e le questioni disciplinari. Si nota una
certa polemica antigiudaica (cfr. digiuno e pregheira) ma il contesto è ancora tutto giudeo-
cristiano (il modo di citare il VT, clima biblico, costumi giudaici). La fede cristiana viene
espressa in categorie giudaiche. Ministeri itineranti: apostoli, profeti, dottori (cfr. 1Cor
12,28); ministeri stabili: vescovi e diaconi.

Struttura
16 capitoli in due blocchi (1-10; 11-15) (i capitoli, come in ogni opera antica, non
sono originali).

1-6 catechesi delle due vie;


cfr. Dt 30,15-19; 5,32-33; Qumran
 è basata su una fonte giudaica. Nel testo arcaico però sono inserite molte
interpolazioni cristiane (1,3-2,1), che rivelano una grande vicinanza al Vangelo di
Matteo (ma non sono citazioni letterarie; il materiale sembra provenire da uno
stadio dei vangeli in tradizione ancora orale o una raccolta di detti e insegnamenti
-fonte Q?). La via della vita: pratica dell'amore di Dio e del prossimo (c. 1), fuga
del peccato (cc. 2-3), adempimento dei nostri doveri (cc. 3-4). La via della morte:
peccati che la caratterizzano (c. 5), esortazione alla vigilanza (c. 6).

7-10 raccolta di istruzioni liturgiche:


 battesimo, digiuno, preghiera, eucaristia (9-10) [schema di iniziazione cristiana,
struttura catecumenale?]. La Didachè è una fonte molto importante per lo studio
degli inizi della liturgia cristiana. Battesimo nel triplice nome. Il Padre Nostro è
citato nella formula di Matteo. Il Battesimo: forma, materia e modo
d'amministrarlo, preparazione al battesimo (c. 7). Il digiuno: giorni di digiuno (c.
8,1). La preghiera: il Pater tre volte al giorno (c. 8, 2-3) come lo shema.
o 9-10: L' Eucaristia: preghiera per il calice, per il pane spezzato, dopo la
comunione, condizioni per ricevere l'eucaristia (cc. 9-10). Sezione molto
arcaica. Influsso giudaico della benedizione sul pasto festivo (rito del pasto
detto berakà). Vicina alla tradizione antiochena di Lc 22 e 1 Cor 11.

17
 I calice
 Pane spezzato
 Cena (poi tolta e chiamata agape)
 Preghiera
 (II calice)

11-15 questioni disciplinari e ministeri.


 Condotta da tenere verso i ministri carismatici del vangelo, gli apostoli e i profeti
(c. 11); verso i pellegrini (c. 12); verso i profeti e dottori (c. 13). Istruzioni sulla
sinassi eucaristica domenicale, confessione dei peccati (c. 14), gerarchia locale;
correzione fraterna, esortazione a vivere secondo il vangelo (c. 15). Gli apostoli
non sono dodici (come dice il titolo) sono missionari itineranti. I profeti erano
dominanti come figure ministeriali (cfr. 1 Cor 11; Ap 13 ad antiochia c’erano
profeti e dottori). Pluralità di figure ministeriali non solo carismatiche. Giunia e
Andronico apostoli prima di me; Aquila e Priscilla.

16 escatologia:
 Invito a vegliare nell'attesa della seconda venuta del Signore (parusia). La caduta
del Tempio è del 70.
E’ un testo importante perchè ci parla delle condizioni di vita di una comunità cristiana di
cui nessun vangelo parla. (condizioni di un cristianesimo non greco, che ci pensare alle
nuove frontiere dell’evangelizzazione cfr. Cina, senza verbo essere, logos...).

Osservazioni
 Fu considerata canonica da Clemente e Origene;
 Schema simile (due vie) presente in Barnaba -nella sezione delle due vie (18-20)- e
Erma;
 Testimonianza di cristianesimo non greco, oggi importante perchè il nesso
cristianesimo–occidente si sta perdendo.

[LETTURA DALL’ANTOLOGIA 1]

b. Clemente Romano (96-98 d.C.)

La I Clementis
La I Clemente è uno scritto in greco (fino a papa Damaso Roma è bilingue) molto interessante che mostra
grande affinità con le due lettere di san Paolo ai Corinzi.

Genere: lettera; scritto di occasione su una questione limitata.


Occasione: A Corinto alcuni si sono ribellati alle autorità (i giovani presbiteri contro il collegio dei
presbiteri più anziani? Conflitto ministeriale). Clemente fa ricordare il passato onorevole dei destinatari e li
esorta alla sottomissione.
Finalità: ristabilire la pace nella comunità di Corinto; La comunità di Corinto chiede alla comunità di Roma
un intervento (testo che non abbiamo).
Perchè Roma interviene?

18
Autore
Non si parla del vescovo di Roma, nè di Clemente, ma solo di comunità (si dice sempre
“noi”). Fase del passaggio dal presbiterio al monoepiscopato?. Unica mano, di origine
giudaica.
Universalmente attribuita a Clemente, successore dell’Apostolo Pietro nella comunità di
Roma, a 25 anni dopo la scomparsa della “Chiesa madre” di Gerusalemme, fa
un’intervento a proposito di certe difficoltà che esistono in un’altra comunità.
Secondo la tradizione questo scritto è attribuito a Clemente, che sarebbe il terzo
successore di san Pietro come capo della comunità cristiana a Roma, dopo Lino e
Anacleto (secondo la lista di Ireneo). Tuttavia lo scritto non parla del suo autore. Sembra
piuttosto che la comunità di Roma fosse retta da un collegio di presbiteri che, interpellato,
si rivolge alla comunità di Corinto (non abbiamo la lettera di richiesta). Cfr. I,1.

Struttura e contenuto
Introduzione: lode della comunità
4-36: sconvolgimenti attuali a causa di invidie e esempi veterotestamentari di invidia e discordie
37-61 invito alla sottomissione, umiltà, penitenza e esempi veterotestamentari
Riepilogo
 V: testimonianza sulla presenza a Roma di Pietro e Paolo
 VI: testimonianza della persecuzione (di Nerone 68, Domiziano 81-96, Nerva,)
 44,1: prima testimonianza della importanza della successione apostolica
 59,1-2: pericolo di disobbedienza a Roma
 24-25: risurrezione e araba fenice
 20: filosofia stoica e ordine del mondo
 44,5; 57,1 gerarchia: vescovi e diaconi; presbiteri
 cristologia bassa; pais theou (servo/figlio di Dio); il Signore kyrios ma a Cristo non
viene mai dato il titolo di theos, sommo sacerdote, custode delle anime nostre;
Cristologia arcaica di tipo giudeocristiano: Monoteismo e fede in Cristo. Non si cita
la Trinità.
 59-61: ricorda l'Anaphora delle prime liturgie; 61,1-2: preghiera per lo stato; Cfr.
Cap 40: inno universale in forma di preghiera; sembra un prefatio o un testo
liturgico.
 Il testo mostra grande familiarità con il VT e le sue istituzioni.
 Tessuto di riferimenti biblici dell’AT. Non cita testi NT.

Osservazioni
Nel 170 un vescovo di Corinto, Dionigi scriverà al vescovo di Roma, Soter, dicendo che
la prima lettera di Clemente viene letta nella liturgia a Corinto e non solo a Corinto
(Eusebio 3,16).
Utilizzata e citata nella lettera di S.Policarpo ai Filippesi.
 Testo interessante per la liturgia e la teologia di Roma di quel tempo.
 La chiesa di Roma interviene ufficialmente in un’altra comunità, nell’ambiente di
Corinto, Asia minore, non in ambiente latino. Il saluto non cita il vescovo.
Indicazione della crescente autorità (oppure il crescente prestigio) di Roma verso
la fine del secolo I.

19
 L’organizzazione gerarchica, l’ubbidienza, dell’umiltà e della sottomissione
all’autorità sono dei valori che diventano sempre più importanti per conservare
l’unità della comunità ecclesiale, dietro i quali sta la legge della carità.
 Contiene importanti informazioni sul martirio di Pietro e Paolo a Roma.
 Tramandata in un ms del NT.
 Non cita testi del NT ma è intessuto di riferimento dell’AT
 Non cita mai la Trinità
 Cristo non è theos, ma pais

[LETTURA DALL’ANTOLOGIA 1]

Altri testi attribuiti a Clemente


Benchè solo la I Clementis sia autentico, sono state attribuite a Clemente varie opere:

 II Clementis: è la più antica omelia a noi pervenuta, da collocare verso il 150 ca.
Testo molto diverso. Non è più attribuita a Clemente. Testo dell’asia minore
(ambienti giudei siro-palestinesi), non di Roma. La tradizione manoscritta la riporta
dopo la I Clementis.

 Epistulae ad virgines. Testi di carattere ascetico databile tra III-IV sec, indirizzate a
vergini di ambo i sessi. Testi interessanti per i primi movimenti ascetici. Greche o
siriache? Che zona? Dubbio...

 Pseudo-Clementine: composti da Omelie e Recognitiones. Testi popolari romanzati.


Trattano della vita di Clemente a Roma che riferisce quanto visse come compagno
di Paolo. Parlano di gruppi di vergini a Roma (quindi la cronologia è tarda),
probabilmente dell’inizio IV sec. Dovrebbe essere collocata tra gli apocrifi degli
apostoli.

20
Stesso periodo di Clemente ma tutt’altro ambiente teologico è

c. Ignazio d’Antiochia (70-107? ca.)


Eusebio, Storia eccl. III,36.

Autore e vita
Ignazio sarebbe stato il secondo successore di san Pietro ad Antiochia di Siria, teerza città
per grandezza nel mondo Antico, dopo un certo Evodio, uomo sconosciuto. Intorno al 110
sotto Traiano (98-117) fu arrestato durante una persecuzione locale, condannato alle belve
e trasportato a Roma come prigioniero, per subire la pena capitale nel circo. Solo i
personaggi importanti venivano trasportati. Solitamente le persecuzioni erano locali.
Durante il viaggio godeva una relativa libertà che gli permise, durante le soste fatte
nell’Asia Minore, di mantenere i rapporti con le comunità cristiane e di accoglierne le
delegazioni. Ha scritto sette lettere 16(quattro da Smirne e tre da Troade) a varie chiese
anzittutto asiatiche. Ignazio è stato catturato e viene trasportato da Antiochia a Roma per
essere dilaniato dalle belve. Durante il viaggio trova occasione di scrivere una lettera
alla comunità di Roma. Supplica i cristiani di non far alcun intervento che potrebbe
impedire il martirio.

Genere letterario
Si tratta di lettere con carattere quindi occasionale.
Da Smirne:
 Efesini
 Magnesi
 Tralle
 (Romani) isolata nei mss. Ireneo la cita senza nominare Ignazio.
Da Troade
 Filadelfia
 Smirne
 Policarpo

Visione teologica di Ignazio


Si potrebbe riassumere tutto il pensiero di Ignazio in una sola parola: unità (hènosis,
henòtes).17

Unicità di Dio e unione tra il Padre e Gesù


Per Ignazio la Chiesa nasce dal mistero di una unità, quella di Dio (Magn. 8,2; 7,2), nel
senso veterotestamentario. Unità che è il mistero anche dell'unità tra Cristo e Dio (cfr.
Magn. 1,2), e di Cristo stesso - uomo e Dio (contro il docetismo, cfr. tra altri Eph. 7,2).
Ignazio dice a Cristo “mio Dio”. Cristologia alta.

16
Si accetta questa raccolta di sette lettere (recensio brevis) contro quella lunga di 13 (recensio longior) e
contro quella di 3 (recensio brevissima). Per la datazione la cosa è ancora discussa: Zeitschrift für Antikes
Christentum 13 (2): 181-203.
17
Cfr. CAMELOT, Introduction, 15.

21
Questa unità è anche la vita e la via del cristiano: la vita di ogni credente dovrà tendere a
imitare e riprodurre questa unità "carnale e spirituale" realizzata nella carne di Cristo,
questa misteriosa unità di Cristo con il Padre.
Questa unità di ogni credente a Cristo può essere tale da arrivare fino alla ri-presentazione
nel credente della morte di Cristo, cioè al martirio o nell’eucaristia.

Eucaristia sacramento di unità


L'eucaristia, sacramento di unità, fa la chiesa, è simbolo visibile dell'unica Chiesa
radunata attorno all'unico Cristo, figlio dell'unico Padre (Magn. 7,2; Philad. 4,1). E'
quindi proprio nell'eucaristia che si manifesta al massimo l'unità.

Unità della Chiesa


E' chiaro allora che questo mistero dell'unità del cristiano con Cristo si traduce, si attua e
si esprime nell'unità dei cristiani tra loro, l'unità della Chiesa.

Unione alla gerarchia


Questa unità si esprime poi, fuori della liturgia, in un organismo visibile, che è
l'organizzazione gerarchica, necessaria al suo funzionamento
La figura del vescovo è figura dell'unità visibile e dell'integrità della fede, ma anche di
autorità spirituale, perché in lui c'è lo Spirito di Cristo (cfr. Eph. 3,2; Rom. 9,1). La
tripartizione del ministero è strana in questo periodo (data discussa).
Senza questa gerarchia non si può parlare di Chiesa: senza di loro non c'è Chiesa (Trall.
3,1). In Smyrn 8,2 la moltitudine (plethos) radunata diventa ekklesìa quando ad essa vi sia
unito il vescovo.
Il termine katholikè è stato interpretato ora in senso spaziale, cioè universale inteso in
senso geografico ora in senso di "ortodosso", in contrapposizione ai gruppi di eretici, che
non erano la vera Chiesa. Questo termine però, in una etimologia più fedele, ci orienta in
un'altra direzione: quella dell'unità, della pienezza. Deriva infatti da kata holòn. Nel
Martirio di Policarpo, di 40 anni ca. posteriore alle lettere di Ignazio, questo termine è
riferito alla Chiesa di Smirne e nel saluto ci si rivolge "a tutte le comunità della Chiesa
santa e cattolica che sono in ogni luogo".

Unità nell’obbedienza della fede e nell’amore


L’unità è fondata innanzitutto sulla pistis garantita dal vescovo, contro le eresie che la
minacciano (i doceti in particolare). Fede è quindi credere nella storicità dell'incarnazione
e della passione di Cristo. Questa fede viene resa manifesta dall'agape che è imitazione di
Cristo. Imitazione di Cristo nel sacrificio eucaristico o nel martirio.
Il costituirsi della chiesa attorno alla sua gerarchia (c'è chiesa laddove c'è vescovo coi
presbiteri e diaconi) si esprime e si attua nel legame di obbedienza dei fedeli laici ad essa.

[LETTURA DALL’ANTOLOGIA 2]

Concludendo
 Nelle lettere di Ignazio troviamo una gerarchica ben definita indice prima che di
una sua idea della chiesa, anche forse di una prassi nelle comunità cristiane a cui si

22
rivolge. Queste lettere sono la prima testimonianza di una gerarchia a tre gradi ben
distinta dal popolo dei fedeli18: vescovo, presbiterio e diaconi.
 L’unità della comunità, intorno al vescovo, assistito dai presbiteri e i diaconi,
diventa il principio di protezione contro le dottrine eretiche che cominciano a
fiorire all’inizio del secolo II. Ci sono anzittutto le varie correnti del docetismo,
cioè il rifiuto di accettare una vera e propria Incarnazione del Verbo divino.
L’umanità del Cristo, l’essere celeste, sarebbe stata soltanto un “apparenza”
(dokei`n = “essere apparente” cioè irreale).
 Comincia una teologia del martirio come il più alto grado della sequela di Cristo.
Nella Lettera ai Romani, in modo molto impressionante, Ignazio supplica
ardentemente i cristiani influenti nella capitale di non intraprendere nulla che
potrebbe impedire il suo martirio. L’autore brama di essere unito con Cristo nel
martirio. Questo rimarrà il grande ideale nella letteratura patristica prima della
Pax Constantina.
 Riferimento alla morte come ad un parto, cfr. Rom VI,1.
 Roma è una sede premiente, superiore? Ef 18

Osservazioni
Cita il NT (presuppone Mt e consoce la tradizione giovannea; cita Paolo, 1 Cor, anche Ef
e Gal ) ma non conosce il canone; cita 3 vv. l’AT come “è scritto” (in Fil 9,1-2 dice che
AT è buono; ma va contro i giudaizzanti in Magn. 9,10; sabatisti). Insiste sulla novità del
cristianesimo e non sulal continuità; parla di eros (deve essere un pagano convertito).
Chiara teologia trinitaria e dell’incarnazione (Cristo vero uomo vero Dio). Cristo è theos.
C’è una cosiddetta recensione lunga delle lettere (che comprende 13 lettere) e una breve
(3, sintesi in siariaco) delle lettere. L’autentica è quella comprende le 7 lettere sopra citate.

d. Policarpo di Smirne (+ 156? 166? 177)

Autore
Policarpo era già vescovo a Smirne verso il 110, quando Ignazio d’Antiochia passò per
l’Asia Minore come prigioniero. A lui Ignazio scrive una lettera. P. sarebbe stato un
discepolo di Giovanni Evangelista, come attestano Ireneo ed Eusebio:
"Policarpo non solo fu educato dagli Apostoli e visse con molti di quelli che
avevano visto il Signore; ma fu anche dagli Apostoli stabilito nell' Asia come vescovo
di Smirne".. (Ireneo, AH III,3,4)

Policarpo e Ignazio
Nel 107 accolse a Smirne Ignazio, vescovo di Antiochia, mentre stava per essere condotto
a Roma, onde subire il martirio. Più tardi ma sempre nello stesso anno, Policarpo raccolse
e mise insieme, su istanza dei Filippesi , le lettere di Ignazio e fu in tale occasione che egli
scrisse una lettera ai Filippesi stessi.
18
Cfr. Camelot, 34.

23
Organizzazione ecclesiale
Anche Policarpo presenta i presbiteri come un collegio che è a capo della chiesa insieme
ai diaconi (Phil, pref.) e ci dà uno spaccato su una comunità, quella di Alessandria, che
alla stessa epoca di Ignazio è organizzata in modo differente. Del resto quando si viaggia
nella patristica si deve essere abituati a questa varietà di stili nella chiesa e a queste vere e
proprie diversità di organizzazione tra le chiese. La lettera di Policarpo non fa alcuna
menzione del vescovo singolo, come anche quella di Ignazio ai Romani.19 Conosce il
binomio vesocovi-diaconi e poi presbiteri.

La data della Pasqua


Agli inizi del pontificato di Aniceto e preciamente verso la fine dell'anno 154, Policarpo
venne a Roma onde trattare con il Papa di diverse questioni, ma principalmente di quella
che riguardava la data della celebrazione della Pasqua, data sulla quale però essi non
riuscirono a trovare un accordo (i quartodecimani=Gv; vs sinottici). Malgrado ciò essi
rimasero uniti tra loro e nell'assemblea dei fedeli Aniceto a titolo di onore concedette a
Policarpo di celebrare l'Eucaristia e si separarono l'un dall'altro in pace, dando così a
vedere che la differenza delle consuetudini poteva essere tollerata quando non intaccava
l'unità fondamentale della Chiesa. Comunità capaci di sopportare le differenze.

Martirio
Policarpo fu messo a morte nell’anfiteatro di Smirne nel 155 (o 176), all’età di 86 anni
(“era il grande sabato”), per non rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Abbiamo una
preziosa testimonianza del suo martirio sul rogo, scritta da un’autore anonimo alla chiesa
di Filomelio: il Martirium Polycarpi, che è il più antico esempio di Acta Martyrum
autentici, e che fu inviato dalla Chiesa di Smirne "a tutte le comunità cristiane della santa
Chiesa cattolica, che sono in ogni luogo" (Martyr. Polyc., saluto). Insieme con la lettera di
Ignazio d’Antiochia ai romani, questo testo ci dà una delle testimonianze più forti della
brama nella Chiesa dei primi secoli di essere unita con Cristo nel martirio. Per la prima
volta chiamto “padre” un vescovo e appare il termine martire.

Osservazioni
Conosce la I Clementis
Esiste una Vita Polycarpi attribuita a Pionio, che però è opera leggendaria del 400, scritta
per completare il martirio.

[LETTURA DALL’ANTOLOGIA 2]

19
Sulla cogenza dell'argomento e silentio non possiamo contare, ma anche la lettera di Clemente di Roma si
presenta come una lettera della chiesa di Roma a quella di Corinto, testimonianza a dire di Camelot (34) di
un periodo e una zona in cui ancora il vescovo non esercitava la sua autorità senza il collegio presbiterale.

24
3. LETTERATURA MARTIRIALE

Tipi di testi

Atti
Sintesi dei verbali, dei documenti giuridici delle cancellerie imperiali. Poche parole.
 La legislazione prevedeva che i cristiani nona andassero ricercati
 Arrestati solo se denunciati
 Denunciati da denuncia firmata perché l’anonima non era degna dell’Impero
romano
 Denunciati vanno interrogati
 Se dicevano di non essere cristiani erano rilasciati (gli interrogatori quindi
insistevano) cfr. i giovani come Massimiliano (“il mio distintivo è Cristo”)
 Confessione: cristianus/a sum
 Supplizio

Passioni
Racconti molto vicini ai fatti, con attendibilità storica, in cui però la comunità che scrive
riporta non solo il fatto ma la ragione profonda (“era il grande sabato”) che ha animato i
fatti.
Non si accontentano di dire cosa è successo ma perchè, su quali valori e motivazioni
(cfr. Policarpo; atti dei martiri di Lione e di Vienne)

Le motivazioni sono sottolineate con accenti diversi ma con elementi comuni


 i martiri non sono eroi, ma discepoli di Gesù Cristo
 esempi di veri discepoli
 Fortissima spiritualità di relazione a Cristo che diventa forza che agisce nel
martire (cfr. Blandina crocifissa; Perpetua: “fui fatta maschio”)
 linguaggio della visione
 linguaggio della celebrazione liturgica battesimale ed eucaristico
 visione di un mondo alternativo (grazia-potere; mitezza-violenza)
 i confessori spingono nella comunità ad avere misericordia per chi ha tradito
(lapsi)

Leggende
Si sviluppano due secoli dopo i fatti, IV-V secolo
non hanno attendibilità storica
accento moralistico, esempi di buona condotta morale (alla donna denudata crescono i
capelli)
scritto quando non ci sono più persecuzioni

25
EXCURSUS SULLA LETTERATURA MARTIRIALE: VIBIA PERPETUA
Siamo di fronte ad un rarissimo caso – per questo periodo - di scrittura femminile, scrittura diretta di una
donna. Perpetua scrive un diario di prigionia, pochi fogli in realtà (3-10) contenuti all’interno di quello che
ora è il più esteso racconto degli Atti di Perpetua e Felicita e che ci danno un raro esempio di scrittura
diretta di donna. Le Sante Perpetua e Felicita (m. Cartagine, 7 marzo 203) erano due ragazze cristiane che
subirono il martirio a Cartagine sotto l'impero di Settimio Severo (193 - 211) insieme a Saturo, Revocato,
Saturnino e Secondino, anch'essi venerati come santi. Perpetua ha 22 anni, è imprigionata con il figlioletto
che lei ancora allatta. Perpetua, racconta gli ultimi drammatici momenti della sua vita: l’arresto, la custodia
cautelare, gli incontri con i familiari che tentano di distoglierla dalla sua intenzione di non abiurare,
l’interrogatorio pubblico e in particolare ella annota quattro visioni o sogni (il secondo e il terzo di questi
sono quelli che la tradizione posteriore considererà testi fondamentali per la credenza nel purgatorio).
È necessario collocare questi sogni nel contesto della situazione che Perpetua sta vivendo per non
allegorizzare troppo, ma per cercare di cogliere quale convinzione si dischiuda da queste immagini. Il sogno
è una convinzione profonda che si esprime senza filtri, non ha troppa logica ed è di per sé visiva, è in
immagine.20 Possiamo cogliere quindi in essi per simbolo quale convinzione Perpetua vada maturando in
questi ultimi istanti della sua vita, la situazione che ella vive dal profondo, le sue speranze, le sue
convinzioni più vere, senza inganno.

Anzitutto Perpetua dimostra una autocoscienza di sé fortissima, una autonomia che non le deriva certo
dall’ideologia femminista ma dalla convinzione che ciò che sta per fare è qualcosa a cui Dio stesso la
chiama non c’è niente che può ostacolarla.
“Non posso dirmi diversa da quella che sono, cristiana” (3,2) dice rispondendo al padre che cerca di
distoglierla dal suo proposito. Per far questo il padre cerca di fare appello alla coscienza filiale di Perpetua,
chiedendole di prendere in considerazione la riconoscenza per l’educazione datale, la predilezione filiale
che egli ha sempre dimostrato nei suoi confronti rispetto ad altri figli; rincara la dose ricordando la sua età
senile; poi passa a fare appello alla coscienza materna di perpetua: tener conto del piccolo figlio (6,2).
Perpetua non cede a nessun tipo di ricatto affettivo, né alla persuasione né alla mozione degli affetti né alla
violenza fisica (5). Reclama il diritto ad essere ciò che è, rifiutando criteri basati sull’onore sociale (5,4) ma
senza mai dimenticare il suo affetto filiale. Non si tratta di un rifiuto innaturale delle tendenze umane più
innate. Sempre ella torna a scrivere anche del suo dolore, della sua preoccupazione per il padre, per il figlio.
Annota le sue paure, i suoi lamenti, la sua debolezza nel sopportare i maltrattamenti e il carcere. Si richiama
però ad un’altra autorità che non quella del padre come capofamiglia: “accadrà ciò che Dio vorrà perché
sappi che noi non dipendiamo dalla nostra volontà ma da quella di Dio” (5.6). E per una donna di
quell’epoca non era così scontato come può esserlo oggi per un’adolescente che ha la sua fase di ribellione
nei confronti dei genitori.
C’è una trasformazione di tutti i rapporti, come figlia ma anche come madre.
Tornata in prigione chiede di riavere il figlio per poterlo allattare ma il padre glielo nega. Massimo ricatto.
Pensiamo non solo alla disperazione di una madre, ma anche il problema fisico della mastite. Qui avviene,
scrive la sua penna, il vero miracolo: “né il piccolo ebbe bisogno delle mammelle, né esse le si
infiammarono” (6,8). A Perpetua viene così risparmiato un duplice tormento: quello per il figlio (ella è ora
certa che non ha bisogno della madre per vivere) e quello corporeo della mastite. Non è strano se vediamo
nel sogno che ella fa subito dopo questo momento, anche una proiezione delle sue preoccupazioni affettive:
materne, filiali e sororali. Si tratta del primo testo sull’immaginario del purgatorio ed è interessante che
siano state le donne (lei qui e Caterina da Genova successivamente) ad aver dato “spazio” e vita ad una idea
di sofferenza come momento di passaggio ad una vita più piena (già Gesù aveva parlato delle doglie del
parto in Gv 16,21).

C’è infatti un altro piccolo nel sogno, il fratellino morto e che non può bere. Per entrambe Perpetua sa di
poter contare sulla forza della preghiera che le viene dall’approssimarsi sempre più certo del suo martirio.
“Pochi giorni dopo, mentre siamo tutti raccolti in preghiera, mi venne all’improvviso
di fare a voce alta il nome di Dinocrate. Mi stupii che non mi fosse venuto in mente
prima, bensì solo in quel momento, e provai un gran dolore al ricordo della sua
disgrazia. Compresi all’istante che ero diventata degna di intercedere per lui, e che lo
dovevo fare. La notte stessa ebbi questa visione. Vidi Dinocrate uscire da un luogo
tenebroso, dov’erano in molti, tutto accalorato e assetato, d’aspetto ripugnante, d’un
pallore mortale e, sul volto, la ferita che aveva al momento della morte. (Questo
Dinocrate era stato un mio fratello carnale, morto orribilmente a sette anni per un
20
Sui sogni si vedano le profonde analisi di M. Zambrano, I sogni e il tempo, Bologna 2004, 107ss.

26
tumore che lo aveva colpito al viso, e perciò la sua morte aveva suscitato l’orrore e il
compianto di tutti. Era per lui che avevo pregato). Ma la distanza che ci separava era
grande: non avremmo potuto in alcun modo avvicinarci, né lui a me né io a lui. Dove
si trovava Dinocrate c’era una vasca piena d’acqua il cui bordo superava in altezza la
statura del fanciullo. Dinocrate, nel tentativo di bere, si protendeva con tutte le sue
forze. E io provavo un gran dolore vedendo che, pur essendo la vasca piena d’acqua,
l’altezza del bordo gli impediva di bere. Qui mi svegliai e compresi che mio fratello
era in difficoltà, ma confidai di riuscire in qualche modo ad aiutarlo. E pregai per lui
ogni giorno, finchè non fummo trasferiti nella prigione militare… pregai per lui
giorno e notte, gemendo e lacrimando, perché mi fosse concessa la grazia.”

Il ricordo di Dinocrate, il fratellino morto, le sovviene durante la preghiera. Lei stessa sarà una ulteriore
figlia morta per il padre. Perpetua prova grande dolore al ricordo della disgrazia accaduta al fratellino. Ma
in quel momento capisce che la sua condizione di prossima martire la rende degna di pregare per lui e che
doveva farlo. È la fede nella forza e nel privilegio della preghiera dei martiri.
La distanza che li separa ricorda da vicino le parole di Lc 16,2621 ma forse Perpetua la vive col dolore che la
separa dal figlio o forse comprende quello del padre; si parla di un ‘luogo’ a più riprese (7,4.7) per forza di
cose perché il sogno è visivo.22 L’elemento della sete e del calore ricordano tanto quella del bimbo strappato
alle mammelle e della mastite che Perpetua rischia; il fratellino non può bere… come il suo figlioletto.
Perpetua prova grande dolore per vedere che Dinocrate non può bere non perché l’acqua non ci sia (non
perché le sue mammelle non abbiano latte), ma perché lui non può arrivarci, come il suo bimbo. Perpetua si
sveglia ed ha la certezza di poterlo aiutare. Nei giorni successivi prega per lui ogni giorno e chiede la grazia
e poi viene trasferita. È lei dunque che cambia luogo! Avvicinandosi sempre più concretamente alla sua
morte.
Il successivo sogno avvenne dopo qualche tempo:

“Il giorno stesso in cui fummo messi in ceppi, durante la notte ebbi questa visione.
Vidi quello stesso luogo che avevo visto la volta precedente, e Dinocrate ben lavato,
ben vestito e in salute; dove aveva la ferita, vedo una cicatrice; e la vasca che già
conoscevo aveva il bordo abbassato all’altezza dell’ombelico del fanciullo, e l’acqua
sgorgava senza posa. Sul bordo c’era una coppa d’oro piena d’acqua. Dinocrate si
accostò e bevve da quella, e l’acqua nella coppa non veniva meno. Saziata la sete,
prese a giocare e a divertirsi con l’acqua, come fanno i bambini. Qui mi svegliai, e
compresi che era stato liberato dalla pena.”

Fa quindi il secondo sogno mente lei è messa in ceppi: ora l’acqua è raggiungibile, sgorga senza posa (il
contrario di ciò che è avvenuto alle sue mammelle) e anzi non viene meno; Dinocrate può bere e sazia la sua
sete e torna a giocare… come fanno i bambini.
La consapevolezza che Dinocrate, con tutto ciò che il suo simbolo raduna, è liberato dalla pena, ora è piena.
Il miracolo alle mammelle è avvenuto; può avvenirne un altro.
Cosa troviamo davvero in più in questo sogno se non gli elementi comuni della fede del tempo? Certo è
bello vedere con quanta grinta Perpetua è pienamente cosciente del suo destino di martire per la fede e come
maturi anche tra i dolori per i suoi affetti umani, la sua convinzione che la sua vera maternità e figliolanza,
messe a così dura prova nel processo, si realizzeranno nel dare la sua vita piuttosto che nel conservarla. La
forza della preghiera la lega e la legherà ai suoi cari anche oltre la morte. La ferita diventerà una cicatrice. Il
dolore e la mancanza, l’assenza e la distanza, potranno mutarsi in gioia (Gv 16,20-2223; Rm 8,20-21), la
stessa gioia che Perpetua provava guardando il suo bambino giocare.

21
“Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non
possono, né di costì si può attraversare fino a noi”.
22
Le Goff nota che sebbene oggi il purgatorio non sia considerato propriamente un luogo, ma generalmente
uno stato, alle origini l’idea di luogo ha avuto un ruolo di prima importanza per il costituirsi della credenza
(cfr. 18). Ciccarese (La nascita, 143) lo critica in questo, cercando di dimostrare come Dinocrate sia in un
diverso stato. Non vedo però la necessità di questa dimostrazione, dal momento che Tertulliano ne parla
come un luogo, - che non è troppo un problema all’interno della sua concezione in cui l’anima è materiale -
e anche qui lo spostamento di luogo di Perpetua è abbastanza importante.
23
“Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia. La donna, quando partorisce, prova dolore,
perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'angoscia per la
gioia che sia venuta al mondo una creatura umana. Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di
nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia”.

27
Perpetua cioè nutre grande certezza di poter aiutare le persone a lei care entrando in una nuova forma di
relazioni che vanno oltre l’essere madre, figlia, sorella, sposa. Con i fratelli di fede lei è amica, sostegno,
riceve e dà conforto. Spesso ci sono delle tipologie del femminile che relegano le donne all’interno dei ruoli
tradizionali di sposa, madre, figlia che rischiano di restringere le infinite possibilità e gamma di relazioni
che la nuova vita in Cristo apre.

Nell’ultima visione, che è il testo più problematico, è quella del combattimento con un grande Egiziano,
Perpetua viene portata nell’arena e ella dice di sé: “fui spogliata a fui fatta maschio” (10,7). Le
interpretazioni sono varie. Perché questo diventare maschio? Il motivo apparteneva ad una certa tradizione
gnostica che vi attribuiva l’idea di un abbandono della femminilità, perché la femminilità è secondaria, è
indice di debolezza e tutto sommato non è considerata essere ad immagine di Dio. Per raggiungere lo stato
spirituale dell’umanità perfetta cioè quella maschile quindi la donna doveva rendersi virile o farsi vergine
(virgo da vir). Però si può anche pensare che in questo testo Perpetua dimostri la coscienza di aver raggiunto
in quanto martire quella pienezza della statura di Cristo di cui parla Ef 4,13, che si indossa allorché ci si
spoglia dell’uomo vecchio (Ef 4,22.24; Col 3,9-10). È la presa di coscienza della sua assimilazione a Cristo.
Una representatio Christi al femminile. C’era un altro caso simile con la martire Blandina, una dei martiri di
Lione: il testo dice che fu appesa al palo e che in lei i fratelli vedevano Cristo: un corpo femminile che può
rappresentare Cristo?
Perpetua non rifiuta la sua femminilità, però supera gli schemi ad essa tradizionalmente connessi.

Infine, abbiamo visto un aspetto giocoso del Dio di perpetua, un aspetto che torna anche nella visione
conclusiva, che è riportata però da Saturo, il compagno di prigionia: dopo aver subito il martirio essi
ascendono insieme per una strada paradisiaca e giungono al cospetto di un vegliardo e di quattro anziani che
dicono loro:
“Andate a giocare”. Saturo dice a Perpetua: “Era questo che aspettavi?” e Perpetua
disse: “Siano rese grazie a Dio poiché come sono stata allegra in vita così ancor più
posso esserlo anche qui”.

L’ultima parola di Perpetua è di gioia e allegria. Un Dio giocoso, il suo, un Dio delle cicatrici.

[LETTURA DALL’ANTOLOGIA 2]

e. Papia di Gerapoli (+ 130 ca.)


Di Papia non si sa praticamente nulla, tranne che fu vescovo di Hierapolis in Frigia (Asia
Minore) nei primi decenni del II secolo, e che scrisse un'opera in cinque libri intitolata
Esposizione degli oracoli del Signore. Era amico di Policarpo e discepolo di Giovanni.
Due dei suoi frammenti forniscono la testimonianza più antica di tradizioni sulla
composizione dei vangeli di Marco e di Luca: Marco sarebbe stato l'interprete di Pietro e
avrebbe messo per iscritto il contenuto delle predicazioni di quest'ultimo; Matteo, da parte
sua, avrebbe composto in lingua semitica una raccolta degli "oracoli" del Signore, che
sarebbe stata oggetto di diverse traduzioni in greco, più o meno imperfette.

Millenarismo (cfr. Ap 20,2-6)24


Eusebio di Cesarea nella sua Storia della chiesa, informa che il vescovo di Hierapolis era
un sostenitore - anzi, secondo lui, l'inventore, il che è certamente falso - del
millenarismo, una dottrina che annunziava un regno terreno del Cristo con i santi su
questa terra subito prima della fine del mondo. Eusebio, avversario del millenarismo, ne
trasse motivo per affermare la scarsa intelligenza di Papia, ma tale giudizio è
evidentemente viziato dalla sua propria posizione teologica. Amico di Policarpo e
discepolo di Gv. Testimone del passaggio dalla tradizione orale a quella scritta.

24
CFR. C. NARDI (ed.), Il millenarismo. Testi dei secoli I-II, (Biblioteca patristica), Ed. Dehoniane,
Bologna 1995.

28
Si tratta di una idea di origine giudaica, presente nella sua versione cristiana in Giustino, Ireneo, Tertulliano,
i quali richiamandosi ad Ap 20,4-6 che prevede due resurrezioni, prospettano un periodo prima della
seconda risurrezione, la finale, che i giusti passerebbero sulla terra assieme a Cristo nella gioia. È una
escatologia con espliciti caratteri collettivi e che denota una attesa escatologica ancora molto forte. Il
millenarismo ha tuttavia declinazioni diverse in ciascun padre. In Ireneo esso dimostra l’unità dell’uomo,
l’unicità di Dio e l’unità della storia della salvezza. Il Dio dell’AT, che ha plasmato l’uomo, che ha
promesso la terra (Is; Ger, Ez) è lo stesso che anche la darà ai giusti alla risurrezione (V,34.36,3; Ap).

f. Epistola di Barnaba (125-150 ca)

Autore
Attribuita a B. ma il testo non fa parola dell’autore. Non è una lettera ma un trattato
teologico generale.

Struttura
Scritta dopo 70 (si allude alla distruzione del tempio) tra il 96-98 oppure 130-131.
21 capp:
1-17: sezione teorica;
parla di “perfetta gnosis”;
fa una forte critica al modo di interpretare letterale degli ebrei di interpretare la S.
Scrittura;
l’atteggiamento nei confronti dell’Antico Testamento è molto negativo;
antigiudaismo
presenta una interpretazione allegorica dell’AT
Capp. 18-21: sezione morale; presenta la dottrina delle due vie (ma intesa come luce-
tenebre)

Teologia
Cristologia della preesistenza di Cristo (5,10-11); cristologia alta.
Battesimo: cap 6; 3; 11
Celebrazione della domenica cap 15,8
Millenarismo (alessandria? Siria?)

Osservazioni
Collocata nei manoscritti del NT dopo l’Ap
Clemente la cita e lo attribuisce a Barnaba, amico di Paolo.
Origene lo considera canonico
Per Eusebio è controverso
Per Girolamo è apocrifo

g. Il Pastore di Erma (140-150 ca)

Data
Compilata 140-150 (Erma è fratello di papa Pio) da testi del 95-100 (cita Clemente).
Scritto di tipo apocalittico. Rivelazioni a Erma a Roma da parte di una donna e un
angelo/pastore.

Struttura

29
5 Visioni: autobiografia. Perdono dei peccati dopo il battesimo
12 Precetti: Dio creatore, carità, preghiera.
10 Parabole: cristologia arcaica, angelo-Cristo; adozionismo: Dio, Figlio di Dio=Spirito
santo; Gesù=salvatore- Cristo non è detto theos, cristologia giudaizzante, bassa.

Tema: penitenza
Problema della penitenza: Erma vuole evitare i due opposti estremismi, il rigorismo
eccessivo che negava la possibilità della penitenza per i peccati commessi dopo il
battesimo, e il lassismo: la penitenza è possibile e deve essere attuata finché dura questa
esistenza terrena, dice Erma.
Esiste una penitenza dopo il battesimo
Ha valore universale, nessuno escluso neppure il più grave dei penitenti
La correzione deve essere immediata
Ha come fine la conversione, santità

Osservazioni
Cristologia adozionista
Cristo non è detto theos; cristologia giudaizzante
Dottrina trinitaria strana: Padre, Spirito Santo(figlio di Dio), Salvatore uomo;
Geistchristologie

30
Capitolo II. Apocrifi [l’ortodossia e l’eresia]
J.P. Meyer, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. 1. Le radici del problema, pp. 106-156.

1. COSA SI INTENDE PER APOCRIFI


Apocryphos: vari significati (mutamento di valutazione)
 = segreto; presso gli gnostici intende un libro la cui lettura è riservata ai soli
iniziati e richiede iniziazione; l’insegnamento era segreto (cfr. Vang. Tomm 1).
 Indica scritti accolti da alcune chiese fino al II o III sec e consigliati per la lettura
privata (segreta) e non pubblica.
 Più tardi: sinonimo di falso
 Extracanonici

Cosa intendono i padri per 'apocrifi':

1.Scritti di origine sconosciuta e di falsa attribuzione ad un autore (con l’intenzione di


richiamarsi a Gesù)
2.Scritti che assieme a dati utili contengono errori dottrinali
3.Scritti non ammessi alla lettura pubblica = non canonici
4.Scritti eretici o usati dagli eretici

Si tratta in realtà di scritti molto diversi tra loro che richiedono ciascuno uno studio
particolare, non sempre influenzato dal confronto con gli scritti canonici.
Dal punto di vista storico essi sono importantissimi (“pseudoepigrafi”, testi della
letteratura cristiana antica, apocrifi cristiani antichi) e arricchiscono non solo la nostra
conoscenza del cristianesimo antico ma anche dei canonici.
Non vanno considerati in blocco; si tratta di testi molto diversi per genere e provenienza.
Ciascuno merita uno studio particolare. Alcuni contengono tradizioni in sintonia con i
canonici.
In larga parte siamo in campo pietrisco, prodotto dalla immaginazione pia e sfrenata di
alcuni cristiani (cfr. vangeli dell’infanzia).

2. TIPI E GENERI LETTERARI

Apocrifi AT
Riferiti a personaggi dell’AT. Non sono solo cioè scritti da ebrei ma anche scritti con
interpolazioni cristiane (testam. dei 12 patriarchi; Apoc. Esdra)

Ambiente palestinese
Ambiente ellenistico
 Libro di Enoch (canonico per Ep. Barnaba e Origene, chiesa etiopica; condannato dalle costituzioni
apostol.)
 Assunzione di Mosè
 Assunzione di Isaia
 III libro di Esdra (canonico per alcuni padri)
 Apocalisse di Esdra o IV Esdra
 Libro di Enoch slavo
 Apocrifo di Ezechiele

31
Apocrifi del NT
I grandi ritrovamenti di
Nag Hammadi: 1945: 52 testi gnostici.
Manoscritti del Mar Morto: 1947-1956, testi dell’AT, origine giudaica.
Gli apocrifi del NT sono di ambiente cristiano.
Genere letterario e intenzione
 Vangeli (extracanonici):
Cosa si intende per vangelo? È una forma speciale dell’antica biografia? Un genere distinto? Secodno
Meyer: un vangelo è la narrazione delle parole-azioni di Gesù di Nazareth culminanti con la morte e la
risurrezione e tale narrazione intende comunicare ad un uditorio credente gli effetti salvifici di tali
avvenimenti.
Trattano di Gesù e famiglia. Secondo Origene non godno della stessa autorità dei canonici.
TIPO SINOTTICI
Ambiente giudeocristiano
o Agrapha
o Vangelo degli ebrei (citato come canonico; giudeocristiani ortodossi; II sec; riadattamento
di Mt ebraico? Usato pacificamente nelle com cristiane)
o Vangelo degli ebioniti (non accettano s.Paolo; vs sacrifici; III sec.; usato dai
giudeocristiani)
o Vangelo dei Nazareni (tra giudeocristiani ortodossi) da identificarsi forse col Vangelo
ebreo
o Vangelo degli Egiziani (encratita; origine gnostica)
o Vangelo di Pietro (passione; docetista; 2 metà II sec.; cfr peri pascha di Melitone di
Sardi)
Non sono intatti ma frammentarie spesso restituitici da citazioni patistiche
Insegnamenti chiaramente eterodossi
o Vangelo di Tommaso (manicheo?, gnostico, naasseno?; Origene Cirillo; copto metà del III
sec. )
o Vangelo di Mattia (basilidiani)
o Pistis Sophia
o Vangelo di Giuda
o Vangelo di Marcione
Suppliscono con l’immaginazione alla curiosità popolare alle lacune dei canonici
o Vangelo dell’infanzia secondo Tommaso (VI)
o Protovangelo di Giacomo (=vangeli dell’infanzia; Clemente e Origene, Giustino; II sec;
Alessandria? IV sec; Decretum Gelasianum =eretico)
o Vangelo arabo dell’infanzia (rimaneggia i primi due con aggiunte bizzarre)
o Transitus Mariae (liturgia)ù
o Storia araba di Giuseppe il falegname (IV-V sec)
o Vangelo di Nicodemo
 Formata da Atti di Pilato (antichi; rapporto ufficiale di Pilato a Claudio/Tiberio
197); dibattiti del sinedrio sulla risurrezione e descensus ad inferos
 La letteratura su Pilato è amplissima fino al medio evo
o Vangelo di Filippo (ascetismo gnostico; III sec)
o Vangelo di Mattia (clemente)
 Epistole
o 3 Corinzi
o ai Laodicesi (per alcuni canonica)
o agli alessandrini
 Atti
Nascono dal desiderio di sapere di più sui viaggi e al predicazione degli apostoli, sulla linea del romanzo
ellenistico. Spesso lo scopo e di confermare opinioni eterodosse
 Atti di Andrea(260), Giovanni(150-180), Paolo (priscillianisti e manichei)
 Atti di Tommaso (entratiti, manichei, priscillianisti)
Dal IV secolo espunti e rimaneggiati per essere accolti dai fedeli
 Atti di Paolo (190;= atti di Paolo e Tecla, corrispondenza s.Paolo e i corinzi; martirio di S.
Paolo)

32
 Atti di Pietro (190; docetismo gnostico)
 Atti di Tommaso (siriano III sec; bardesaniani; inno dell’anima)
Letture edificanti
 Atti di Filippo, Barnaba, Taddeo (Abgar e Gesù; III sec)
 Atti di Andrea e Mattia
 Atti di Pietro e Andrea
 Atti di Paolo e Andrea
 Atti di Andrea e Bartolomeo
 Pseudoclementine
 Apocalissi
o Molti non ci sono giunti
o Apocalisse di Pietro (falso o ispirato)
o Oracoli sibillini

3. INTENZIONE
 Affiora il desiderio di fissare per iscritto quanto una tradizione orale attribuiva a
Cristo e ai discepoli
 Derivano come risposta a esigenze della curiosità popolare, per colmare il
silenzio dei vangeli sui 30 anni della vita nascosta di Gesù.
 Manipolando testi canonici cercano di avallare una propria interpretazione o
legittimare l’eresia (Vangelo di Giuda dei cainiti; Vangelo di Basilide; i racconti
canonici in questi scritti vi formano la trama per delle rivelazioni gnostiche)
 Gli apocrifi tardivi hanno un interesse apologetico o dogmatico, per chiarificare.
 Si tratta anche di una forma di predicazione e catechesi di grande influsso
letterario, liturgico, artistico, devozionale.
 Non offrono dati assolutamente nuovi alla rivelazione biblica, ma sono
insostituibili per la conoscenza storica.
 In sintesi:
 Vogliono richiamarsi a Gesù
 Vogliono chiarificare alcuni punti per la comprensione popolare
 Intendono riportare tradizioni antiche o credute tali

[LETTURA DALL’ANTOLOGIA 2]

33