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Paolo come pastore1


Premessa: Paolo come schiavo apostolico. Il suo segreto
Rm 1, 1Paolo, servo di Cristo Ges, apostolo per chiamata
1

,
-

Non tanto servo quanto schiavo: notiamo la forza di questo vocabolo. La sua
derivazione verbale dalla radice verbale deo: legare, costringere, incatenare.
Paradossalmente, solo sotto un nuovo Signore, che Ges Cristo, il cristiano ritrova
la sua libert2.

Il nostro percorso (esegetico-spirituale)


1. La metafora genitoriale, cifra sintetica
2. Due passaggi da 2Cor: qualit del ministero e indistruttibile paradosso3
3. Lannuncio del Vangelo (1Cor 9)

1. LApostolo come genitore


2, 1Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non
stata inutile. 2Ma, dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo
trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte
lotte. 3E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, n da disoneste intenzioni e
neppure da inganno; 4ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo cos
noi lo annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri
cuori. 5Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, n abbiamo
avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne testimone. 6E neppure abbiamo cercato la
gloria umana, n da voi n da altri, 7pur potendo far valere la nostra autorit di
apostoli di Cristo.
Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri
figli. 8Cos, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di
Dio, ma la nostra stessa vita, perch ci siete diventati cari.
9
Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e
giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di
Dio. 10Voi siete testimoni, e lo anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi,
che credete, stato santo, giusto e irreprensibile. 11Sapete pure che, come fa un
padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, 12vi abbiamo
incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama
al suo regno e alla sua gloria.

1 P. BEASLEY-MURRAY, Pastore, Paolo come in G.F. HAWTHORNE R.P. MARTIN D.G. REID
(cur.), Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo, Cinisello B. 1999, 1158-1165.
2 R. PENNA, Paolo come schiavo apostolico e lidentit ministeriale della Chiesa in ID.,
LEvangelo come criterio di vita. Indicazioni paoline, EDB, Bologna 2009, 11-32; in particolare 1216.
3 A. MARTIN, I paradossi del ministero. La vita del prete alla luce dei testi paolini, EDB, Bologna
2016.

1. Il tema dominante: il vangelo (2,1-2). Al centro del brano non sta Paolo ma il Vangelo o se
si vuole Paolo in quanto annunciatore del vangelo stesso. Lapostolo afferma di aver
trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio (v.2). Il verbo ha in s la
stessa radice del pi noto sostantivo parresa: con esso si intende la possibilit di essere
liberi e quindi di poter parlare liberamente. Essa trova la sua origine storica nella plis greca
dove solo i cittadini liberi un numero limitato rispetto alla popolazione potevano
esprimere il loro pensiero in pubblico. Era la regola doro e il vanto della democrazia greca.
Partendo da questo sottofondo storico, la parresa di Paolo si arricchisce teologicamente.
Per lui una forza irresistibile, il dinamismo dello Spirito che opera in lui. Infatti afferma di
possedere questa franchezza e libert di parola nel nostro Dio. Dio inteso come listanza
ultima e il garante della libert che Paolo possiede. Cos egli pu parlare liberamente davanti
agli uomini senza inchinarsi a nessuna suggestione umana, senza pagare nessun tributo di
servile dipendenza. Sar quindi franco con tutti. Infine, la parresa riguarda il predicatore
stesso. Svincolato dagli uomini, potrebbe cadere vittima della peggiore schiavit, quella di
se stessi4.
2. Le qualit dellannunciatore (2,3-7a). Sotto lo sguardo decisivo e liberante di Dio (unico al
quale piacere!), Paolo evita due pericolose derive nellesercizio del ministero: la deriva del
consenso e la deriva del compenso. La martellante negazione serve a dissociare Paolo dalla
figura dei predicatori itineranti che si incrociavano spesso sulle strade della Grecia a vendere
illusioni in cambio di sostentamento5.
3. La dimensione oblativa (2,7b-8). Per mostrare una modalit nellesercizio dellautorit
apostolica, Paolo fa ricorso, dapprima, allimmagine della madre, ma non in quanto genera
figli, ma in quanto li nutre e veglia su di loro (cf trops)) finch non diventino capaci di
affrontare da soli il cammino dellesistenza. Pare evidente si voglia insistere sulla cura
affettuosa nei confronti dei bambini. Inoltre, la cura materna espressa con il verbo
thalpein, che rinvia allimmagine delluccello che cova le proprie uova (cf Dt 22,6; Gb
39,14). Inoltre, in Ef 5,29, lo stesso verbo esprime un rapporto ancor pi profondo: la
strettissima relazione di Cristo con la Chiesa paragonata a quella che ogni persona ha con
la propria carne, di cui si prende cura (thalpei) in maniera del tutto particolare. Questo
atteggiamento di amorevolezza, che ha connotato abitualmente la relazione dei missionari
con i cristiani di Tessalonica, pu essere considerato come il compimento della profezia di Is
66,11-13 (vedi anche Nm 11,12ss o il celeberrimo Is 49,15). Il v. 8 tende limmagine in
sommo grado: lapostolo disposto a donare la sua stessa vita per coloro che gli sono cari.
Paolo pronto a rivivere, nella sua esistenza, il rapporto che Ges ha vissuto con i suoi:
non c amore pi grande di questo: dare la vita per gli amici (Gv 15,13). Laggettivo
caro lo stesso usato sovente nei vangeli per caratterizzare il legame tra il Padre e il
Figlio (es. Mc 1,11; Mt 3,17; Lc 3,22; Mt 17,5; Mc 12,6): lapostolo vive un simile legame
con coloro che nella fede gli sono figli.
4. La dimensione educativa (2,9-12). Paolo completa la precedente immagine della madre con
quella del padre-educatore che mette in atto tutti i mezzi possibili per completare
adeguatamente la cura dei suoi discepoli. Nel vasto quadro della edificazione della
comunit, lapostolo richiama tre atteggiamenti: esortare, incoraggiare, scongiurare. Il
primo indica uno dei compiti pi importanti del fondatore di chiese ed esprime il potere di
colui che parla a nome di Dio. Lapostolo solo mediatore dellesortazione (paraklesis) di
Dio stesso, perch solo lui pu chiamare a conversione e condurre alla salvezza.
Frequentemente, il verbo parakalo si riferisce alla fase successiva al kerygma, cio la
4 M. ORSATTI, 1-2 Tessalonicesi, Queriniana, Brescia 1996, 47.
5 ORSATTI, 1-2 Tessalonicesi, 47.

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formazione e istruzione del credente. Il secondo (incoraggiare) ci riporta al clima delle
origini cristiane, quando laccoglienza del fatto cristiano comportava, per molti, un distacco
dallambiente circostante e un cambiamento doloroso per molti aspetti, con le conseguenti
tentazioni alla sfiducia e allo scoraggiamento. Lapostolo chiamato a sostenere i primi
passi cristiani infondendo coraggio. Infine e nella stessa linea dellazione precedente, a
mo di completamento ma in modo pi solenne e insistente si colloca lazione di
scongiurare. E un gettare tutto il peso della propria persona e della propria autorit per
convincere chi ha fatto la scelta della fede a rimanervi fedele6.

2. La 2Corinzi due passaggi da la magna charta del ministero apostolico7


2.1 Un tesoro in vasi di argilla (2Cor 4,1-11)
1Perci, avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci stata
accordata, non ci perdiamo danimo. 2Al contrario, abbiamo rifiutato le
dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia n falsificando la
parola di Dio, ma annunciando apertamente la verit e presentandoci davanti
a ogni coscienza umana, al cospetto di Dio. 3E se il nostro Vangelo rimane
velato, lo in coloro che si perdono: 4in loro, increduli, il dio di questo mondo
ha accecato la mente, perch non vedano lo splendore del glorioso vangelo di
Cristo, che immagine di Dio. 5Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma
Cristo Ges Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di
Ges. 6E Dio, che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri
cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.
7Noi per abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinch appaia che
questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. 8In tutto,
infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati;
9perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, 10portando sempre
e dovunque nel nostro corpo la morte di Ges, perch anche la vita di Ges si
manifesti nel nostro corpo.11Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo
consegnati alla morte a causa di Ges, perch anche la vita di Ges si
manifesti nella nostra carne mortale. .
Punti

6 P. IOVINO, La prima lettera ai Tessalonicesi, EDB, Bologna 1992, 135.


7 La 2Corinzi occupa un ruolo particolare rispetto alla tematica del ministero apostolico, al punto
che pu essere definita come la sua magna charta in quanto lo stesso ministero viene considerato
per la sua forza e la sua debolezza, in relazione al Signore e alla comunit verso la quale viene
indirizzato come servizio ecclesiale: A. PITTA, Forza e debolezza del ministero paolino (2Cor
4,1-12) in Il paradosso della croce. Saggi di teologia paolina, Piemme, Casale Monferrato (AL),
1998, 111-136.

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1. Misericordia usata (cf 1Tm 1)
2. 2Cor 4,5: una prodigiosa sintesi ministeriale
3. La forza del paradosso: il tesoro e il vaso. 1) sproporzione tra vaso e tesoro; 2) fragilit
della creta; 3) funzione strumentale del vaso; 4) = Rm 9,21 aspetto elettivo della scelta
divina; 5) in relazione a 2Cor 4,1-6: opacit della creta/lucentezza di Cristo8.
4. Il mistero pasquale nella vita dellapostolo: 2Cor 4,10-11
* la mistica pi che lesemplarit (cfr. anche Fil 3)
* lillustrazione attraverso i cataloghi delle avversit (4,8-9; 6,4-5.8-10; 11,23-27
5. Alcune qualit del ministero
- fortezza danimo
- rapporto limpido con la Parola (cfr. 2,17)
- in sintesi, vale la pena di recuperare il primo spunto della lettera (1,12) che recita en aplteti
ka eilikrinia , forse unendiadi: con semplice trasparenza.
Ps. La qualit della relazione con la croce di Ges marca il ministero. Il servitore si identifica con il
Servo. Lamore di Cristo ci avvolge, coinvolge, travolge (5,14) (he agape tou Christou sunchei
emas)

2.2 Quando sono debole, allora sono forte (2Cor 12,7-10)


v. 7: il punto di partenza
affinch io non monti in superbia, stata data alla mia carne una spina,
un inviato di Satana per percuotermi, perch io non monti in superbia.
Siamo di fronte ad una delle espressioni pi enigmatiche di tutto lepistolario paolino, unardua
crux interpretum. * sklops indica solitamente una spina, in senso realistico (cfr. Os 2,8) oppure
con valore metaforico (cfr. Nm 33,55) * alla mia carne: posta nella carne (senso locativo:
nellumanit fragile) e a svantaggio di Paolo (dativus incommodi: debilita, ferisce, rende vulnerabile
lumanit). * angelo di Satana: da leggere in parallelo con il termine spina e nel legame stretto con
2Cor 11,14-15. PITTA: La contiguit tra 2Cor 11,14-15 e 2Cor 12,7b lascia propendere
decisamente verso linterpretazione antropologica dello sklops (spina): la spina posta nella e contro
la carne di Paolo sembra riferirsi a qualcuno dei suoi avversari che lo umilia e gli crea grandi
sofferenze. Lipotesi verrebbe confermata dalluso del verbo schiaffeggiare che nel NT ha una
chiara connotazione antropologica (cfr. 1Cor 4,11; Mt 26,67; Mc 14,65; 1Pt 2,20), mentre non mai
utilizzato per designare lazione metaforica prodotta da una realt inanimata9.
v. 8: la preghiera
8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che lallontanasse da me.

- tre volte. Indica la pienezza della supplica oppure lapostolo ritrascrive nella sua carne
lesperienza di Ges nellorto (Mc 14,35-41).
8 A. PITTA La seconda lettera ai Corinzi, Borla, Roma 2006, 217.
9 A. PITTA La seconda lettera ai Corinzi, Borla, Roma 2006, 497.

v. 9a: la voce/rivelazione
9Ed egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.

- Alla richiesta di Paolo, fa seguito una sconvolgente rivelazione divina, quasi una seconda voce
che, come sulla via di Damasco, impone allapostolo una nuova e ben pi laboriosa conversione.
Nella vita di ogni apostolo non c solo la generica chiamata alla sequela la chiamata della
prima ora ma c sempre una seconda chiamata che coincide con la rivelazione della follia della
croce (cf. lo schema che si pu intuire anche in Mc attraverso la cesura discepolare di Mc 8,34).
- ti basta (arkein) la mia grazia (charis). La grazia lazione potente e benevola di Cristo; il
verbo arkein (bastare, essere sufficiente) esprime, in modo discreto, limportanza quantitativa e
qualitativa della grazia divina, poich, se si consapevoli della sua azione potente, si ha in realt
tutto (PITTA, 500). Non si tratta di una visione autoreferenziale nel senso di bastare a se stessi
secondo lideale stoico ma di una lettura provvidenziale dellesistenza (DE VIRGILIO, 255)10.
- la forza (dnamis) si manifesta pienamente (telitai) nella debolezza (asthneia). La seconda
parte della risposta riguarda il dinamismo dello Spirito che opera nella debolezza umana.
Limpiego del termine dnamis allude alla dimensione cristologica e pneumatologica dellopera di
Dio nel cuore del credente. Si coglie in modo chiaro il percorso della debolezza come filo
conduttore della cristologia espressa in 2Cor. La debolezza di Cristo corrisponde al mistero della
croce (1Cor 1,27) nel quale Dio manifesta la sua potenza (cfr. 2Cor 4,10). La rivelazione oracolare
conferisce un senso di rassicurazione a Paolo. La risposta del Signore [] fa capire a Paolo che la
spina deve restare affinch egli penetri ancor pi profondamente nel mistero pasquale [] La
debolezza (asthneia) linadeguatezza al fine proposto per carenza di capacit fisiche, intellettuali
o operative, mentre la potenza (dnamis) di Dio la forza divina che opera con efficacia per salvare
luomo. Questa potenza salvifica pu dispiegare tutte le sue potenzialit operative (portare a
compimento, finalizzare: questo il senso pi esatto di telitai), pu operare in pieno, al massimo
dellefficacia, proprio nella debolezza. Dio permette la debolezza affinch luomo non si illuda di
potersi fondare su se stesso cos da chiudersi alla salvezza (DE VIRGILIO, 255-256).
- vv.9b-10: linteriorizzazione della voce
Mi vanter quindi ben volentieri delle mie debolezze, perch dimori in me la potenza di Cristo. 10Perci mi
compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficolt, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per
Cristo: infatti quando sono debole, allora che sono forte.

- Paolo interiorizza con consapevolezza il messaggio della Voce e cambia il proprio criterio di
valutazione: ci che prima chiedeva gli venisse tolto, ora diventa motivo di vanto (mi vanter) e
di compiacimento (mi compiaccio). Paolo assume in s lo sconcertante paradosso che
dellesperienza stessa di Cristo: nella morte, la vita.
- Da notare il valore teologico del verbo dimorare (dimori in me la potenza di Cristo: verbo
episkeno). Esso fa riferimento alla presenza di Dio tra gli Israeliti quando la sua dimora era la
10 G. DE VIRGILIO, Seconda lettera ai Corinzi, Padova, Edizioni Messaggero 2012.

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tenda del convegno (cfr. Es 40,34), segno visibile dellalleanza. Qui, la potenza salvifica di Cristo
fissa la tenda laddove la limitatezza legata al corpo fa sentire il proprio peso (cfr. DE VIRGILIO,
256-257).
- si elencano quattro situazioni di sofferenza, marcate dallespressione finale per Cristo che si
applica a tutte (e non solo alle ultime). Lespressione per Cristo indica il motivo per cui Paolo
considera positive tutte queste esperienze che, dal punto di vista della pretesa autonomia umana
rispetto a Dio, del tutto sensato desiderare di evitare. Egli non vuole evitarle perch in esse la
comunione di vita con Cristo si fa pi intensa e cos viene manifestata e comunicata agli altri: ed
questo il fine dellapostolato.
- La sentenza conclusiva ha la funzione di imprimere nei destinatari il messaggio finale dellintero
procedimento retorico dominato dal motivo dellimmoderazione. Paolo raggiunge qui il culmine
della paradossalit cristiana. Questa frase va considerata come la risposta conclusiva ai suoi
avversari. Il loro vanto non vale nulla perch non fa che renderli autonomi rispetto a Cristo. Egli
invece sceglie di dimorare in una condizione di manifesta inadeguatezza rispetto al raggiungimento
del fine apostolico, secondo il criterio delluomo fondato su se stesso, poich proprio e solo in
questa condizione la dnamis di Cristo pu operare pienamente in lui (DE VIRGILIO, 258).

3. 1Cor 9: libero prigioniero del Vangelo (che Cristo!)


1. Una necessit (v. 16)
1Cor 9, 16Infatti annunciare il Vangelo non per me un vanto, perch una
necessit che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! 17Se lo
faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia
iniziativa, un incarico che mi stato affidato. 18Qual dunque la mia
ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il
diritto conferitomi dal Vangelo.

* Con lannuncio del vangelo, Paolo compie soltanto ci che deve assolutamente fare; per questo
non pu menarne vanto. Lorigine di questa necessit (in gr. anagke) risiede nella relazione
personale con Cristo che lo ha messo a parte per questopera come gi avvenne per gli antichi
profeti (cfr. Ger 1,6s; Am 3,8; vedi anche per lapostolo quanto scrive in 1Cor 15,8s; Gal 1,12).
La formula di automaledizione (guai a me) enfatizza limprescindibile legame tra vita e ministero
nellesperienza paolina. Linfrazione di un tale legame sarebbe al dire di BARBAGLIO una
possibilit suicida che esporrebbe lapostolo a conseguenze spiritualmente letali11.
* Il compenso del ministero affidato a Paolo consiste nel proporre gratuitamente il vangelo. Per
questa scelta paolina entrano in gioco molti fattori. Pesano certamente la consuetudine rabbinica di
11 G. BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, EDB, Bologna 1996, 441.

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unire lavoro e studio della Torah, da Paolo lungamente praticata, come un tratto tipico del suo
temperamentoInoltre, le condizioni sociologiche di chi come lui vive in un ambiente cosmopolita
e metropolitano ove non si pu far conto sulla solidariet rurale e familistica della Palestina
Probabilmente, poi, Paolo ci tiene a non farsi confondere con quei filosofi predicatori itineranti,
disinvolti nello sfruttare il proprio uditorio12.

2. La libert che diventa schiavit (v. 19-22)

1Cor 9,19Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per
guadagnarne il maggior numero: 20mi sono fatto come Giudeo per i
Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge pur
non essendo io sotto la Legge mi sono fatto come uno che sotto la Legge,
allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. 21Per coloro che
non hanno Legge pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo
nella legge di Cristo mi sono fatto come uno che senza Legge, allo scopo di
guadagnare coloro che sono senza Legge. 22Mi sono fatto debole per i
deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a
ogni costo qualcuno

Paolo ha posto la sua vita a servizio del vangelo: per questo non concepisce la libert come
autonomia bens come servizio ai fratelli. La sua capacit di adattarsi alle diverse situazioni
religiose e socio-culturali dei destinatari non deriva da abile tatticismo o da opportunismo
camaleontico, ma dal servizio incondizionato al vangelo proposto come unica possibilit di salvezza
per tutti. Sigliamo tre punti in merito a questi versetti.
1. E interessante notare il procedimento esposto al v. 19: a) pur essendo libero da tutti b)
mi sono fatto servo di tutti c) per guadagnarne il maggior numero. Un simile
movimento del testo, nelle lettere di Paolo, si pu riscontrare a proposito dellevento di Ges: ad es.
2Cor 8,9 (pur essendo ricco/per voi si fece povero/ perch diventaste ricchi della sua povert; cfr.
anche Fil 2,6-11; 2Cor 5,21). Appare quindi evidente come la stessa knosi di Ges stia a
fondamento dellatteggiamento di Paolo in quanto evangelizzatore, che non a caso si autodefinisce
sottoposto alla legge di Cristo (1Cor 9,21). Levangelizzazione paolina si configura al mistero della
knosi di Ges, Figlio, servo e Signore, e da essa mutua quella straordinaria libert di
comunicazione nellassumere di volta in volta la condizione diversa del proprio destinatario
(giudeo, pagano, cristiano che sia). Naturalmente in questa configurazione la differenza tra Cristo e
12 R. VIGNOLO, Vangelo e comunicazione. Riflessioni biblico-teologiche sul modello paolino di comunione al
vangelo, in C. GIULIODORI G. LORIZIO (cur.), Teologia e comunicazione, San Paolo, Cinisello B. MI 2001, 75-100;
cit. 87.

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lapostolo resta pur sempre invalicabile, in quanto solo levento Cristo realizza una piena
autocomunicazione salvifica (perch voi diventaste ricchi della sua povert 2Cor 8,9). Cristo, e
non lapostolo, il salvatore.

2. Paolo sintetizza il suo servizio apostolico in prospettiva universale: servo di tutti. La sua azione
articolata per quattro categorie di destinatari: 1) i Giudei (di razza, fede e cultura giudaica); 2) quelli
sotto la legge (probabilmente Paolo intende i proseliti, cio i convertiti al giudaismo provenienti dal
paganesimo; cf. At 13,43); 3) quelli senza legge, ossia i pagani, destinatari in qualche modo
privilegiati della missione paolina (cfr. Gal 1,16; 2,7; Rm 15,17-19); 4) i deboli da individuarsi
probabilmente con quelli di cui ha appena parlato in 8,7-13 (cfr. Rm 14-15), cio i cristiani ancora
immaturi e inconsapevoli della libert loro conferita dalla fede. Tramite questi quattro destinatari
con cui abbraccia tutte le grandi divisioni del suo tempo, effettivamente riflesse nella variegata
comunit di Corinto, Paolo dischiude un effettivo orizzonte globale, riconoscendo nei propri
interlocutori dei partners nei cui panni lapostolo ha come da identificarsi in nome della
comunicazione del vangelo, che richiede nei confronti dellinterlocutore empatia e simpatia13.
3. Al v. 22b (mi sono fatto tutto a tutti per salvarne ad ogni costo qualcuno) Paolo ridimensiona
con sano realismo le attese soggiacenti a questa sua radicale disponibilit ad ogni interlocutore: non
dice pi di volere guadagnare intere categorie di persone, ma pi modestamente di volerne
salvare ad ogni costo qualcuno! La vita apostolica di Paolo si consuma in questa dialettica tra
lanelito universalistico, mai domato, e il realismo di chi constata lesito di unopera che raggiunge,
di fatto, risultati (umanamente) pi modesti.

3. Per diventarne partecipe con loro (v. 23).


1Cor 9, 23Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anchio.

La finale di questo versetto suona, alla lettera, cos: affinch io possa essere un con-partecipante
ad esso. Paolo si rivolge ai suoi lettori e a coloro che conquister in Cristo come uno che sta con
loro, non sopra di loro. Il vangelo gli stato affidato (v.17) ma non stato posto sotto il suo controllo.
E nelladempimento della sua vocazione di evangelizzatore che egli si appropria del vangelo 14.
In lui la missione dellapostolo e lesperienza personale del credente vanno di pari passo; la fedelt
allincarico avuto e la fedelt dellesperienza di fede non sono disgiungibili. Compiere il servizio e
conseguire la salvezza personale formano uninscindibile unit. Il ruolo non vissuto da lui in
13 VIGNOLO, Vangelo e comunicazione, 88-96.
14 C. K. BARRETT, La prima lettera ai Corinti, EDB, Bologna 1979, 270.

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maniera schizofrenica rispetto allesistenza; egli propaganda ci che vive 15. La comunicazione del
vangelo ha quindi di mira nullaltro che la comunione al vangelo.

15 BARBAGLIO, La prima lettera ai Corinzi, 450.