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Guida alla lettura della Bibbia 1 1

«Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). La consegna
del risorto ai suoi discepoli è risuonata attraverso i secoli e oggi giunge a noi. Anche
noi come i primi discepoli siamo chiamati a essere testimoni di Cristo in un ambiente
che ha molto in comune con il mondo nel quale gli apostoli si trovarono a proclamare
e testimoniare Gesù Cristo crocifisso e risorto. Le pagine del NT riflettono le difficol-
tà di una Chiesa fin dagli inizi non compresa nella sua missione.
I credenti, oggi come allora, sono alla ricerca di qualcosa che abbia un valore rea-
le e offra un appoggio sicuro nel cammino della fede. San Girolamo, che ha tradotto
le Scritture nella «Vulgata latina» alla fine del IV secolo così si esprime:
«Se c’è qualcosa in questa vita in grado di sorreggere una persona saggia e di
aiutare a mantenere la serenità in mezzo alle tribolazioni e alle avversità del
mondo, credo che sia prima di tutto e soprattutto la meditazione e la conoscenza
delle Scritture. L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo».

Lo scorso anno abbiamo celebrato il cinquantesimo anniversario della Dei Ver-


bum, documento conciliare che ha messo a fuoco il ruolo delle Scritture nella rivela-
zione di Dio. La sua promulgazione (18 novembre 1965) ha sicuramente incrementa-
to l’amore alla Bibbia, tesoro prezioso antico e sempre nuovo.
Indubbiamente, intorno alla Parola di Dio, sono stati raggiunti molti risultati po-
sitivi nel popolo di Dio, quali il rinnovamento biblico in ambito liturgico, teolo-
gico e catechistico, la diffusione e pratica del Libro Sacro tramite l’apostolato bi-
blico e lo slancio di comunità e movimenti ecclesiali, la disponibilità crescente di
strumenti e sussidi dell’odierna comunicazione. Ma altri aspetti rimangono anco-
ra aperti e problematici. Gravi appaiono i fenomeni di ignoranza e incertezza sul-
la stessa dottrina della Rivelazione e della Parola di Dio; resta notevole il distac-
co di molti cristiani dalla Bibbia e permanente il rischio di un uso non corretto;
senza la verità della Parola si fa insidioso il relativismo di pensiero e di vita. Si è
fatta urgente la necessità di conoscere integralmente la fede della Chiesa sulla
Parola di Dio, di allargare con metodi adatti, l’incontro con la Sacra Scrittura da
parte di tutti i cristiani, e insieme di cogliere nuove vie che lo Spirito oggi sugge-
risce, perché la Parola di Dio, nelle sue varie manifestazioni, sia conosciuta, a-
scoltata, amata, approfondita e vissuta nella Chiesa, e così diventi Parola di verità
e di amore per tutti gli uomini2.

Abbiamo bisogno in questo momento storico di recuperare il valore delle Scrittu-


re, dove il mistero di Cristo, Dio fatto uomo, ne è il cuore. La Bibbia ci può aiutare a
crescere «nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo»
(2Pt 3,18). Questo tempo di Dio e dell’uomo è un’occasione da non perdere «per una

1
FANIN LUCIANO, Il dono delle Sacre Scritture. Introduzione alla Bibbia, DLP, Padova 2013.
2
SINODO DEI VESCOVI, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, XII assem-
blea generale ordinaria, Lineamenta 4, Città del Vaticano, (25 marzo 2007).
Ascoltare la Parola

riscoperta, nella vita della Chiesa, della divina Parola, sorgente di costante rinnova-
mento, perché diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale»3.
San Giovanni apostolo, nella sua prima lettera scrive:
«Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo
veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani tocca-
rono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di
ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e
che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo
anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione
è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché
la nostra gioia sia piena» (1,1-4).

L’apostolo dice che ha potuto udire, vedere, toccare e contemplare il Verbo della
vita, poiché la vita stessa si è manifestata e resa visibile in Cristo. Noi, chiamati alla
comunione con Dio e tra noi, abbiamo ricevuto un mandato impegnativo, ossia dive-
nire annunciatori di tale dono. Questo è il tempo propizio della testimonianza e
dell’annuncio, affinché il dono della vita divina, la comunione con Lui, si diffonda e
si dilati sempre più nel mondo.
Lungo la storia, il popolo di Dio ha sempre trovato nella lettura della Scrittura la
sua forza e speranza: lettura che è fatta di ascolto, di celebrazione e di vita.
Nell’ascolto della Parola di Dio si scopre come Dio stesso si avvicina
all’umanità nella storia della salvezza. Egli parla nella creazione e nella rivelazione.
Comunica con il popolo d’Israele durante tutta la sua storia. Nella pienezza dei tempi,
Dio, attraverso Gesù di Nazaret, si rivela alla comunità dei credenti che lo accolgono.
Nel celebrare la Parola di Dio ci si domanda: «Che cosa significa definire la Pa-
rola di Dio in linguaggio umano?». Considerando l’immensa varietà degli scritti della
Bibbia nasce la questione: «In che modo possono essere rilevanti per la nostra vita
oggi? In che modo interpretarli?».
Nel vivere la Parola di Dio ci si domanda: «Com’è usata la Bibbia nella Chiesa
di oggi, nella liturgia, nella predicazione, nella preghiera e nella catechesi? C’è un in-
teresse per la Sacra Scrittura?».
Facciamo nostro l’invito di san Giovanni Paolo II alle Chiese d’Europa:
«Prendiamo nelle nostre mani questo Libro! Accettiamolo dal Signore che conti-
nuamente ce lo offre tramite la sua Chiesa (Ap 10,8). Divoriamolo (Ap 10,9),
perché diventi vita della nostra vita. Gustiamolo fino in fondo: ci riserverà fati-
che, ma ci darà gioia perché è dolce come il miele (Ap 10,9-10). Saremo ricolmi
di speranza e capaci di comunicarla a ogni uomo e donna che incontriamo sul no-
stro cammino»4.

3
BENEDETTO XVI, Verbum Domini, Esortazione apostolica post sinodale, Città del Vaticano
2010, 1.
4
GIOVANNI PAOLO II, Ecclesia in Europa, esortazione apostolica post sinodale, Bologna 2003,
65.
2
Ascoltare la Parola

ASCOLTARE LA PAROLA
«Ascoltare» è uno dei verbi più presenti nella Bibbia; s’incontra più di mille vol-
5
te . Il suo significato non si limita alla comune percezione acustica ma viene a deter-
minare il rapporto dialogico in cui il popolo della prima alleanza è invitato ad ascolta-
re la Parola di Dio, mentre Dio stesso si piega ad ascoltare la preghiera di Israele. A-
scolto reciproco ma asimmetrico, poiché il cuore di Dio è sempre attento, mentre non
è così per la creatura.
Dio si avvicina e si accompagna a noi nella storia della salvezza; infatti, «Dio in-
visibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e s’intrattiene con essi,
per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).
Tutto questo è frutto dell’amore di Dio per la sua creatura. Fonte originaria è la
vita stessa racchiusa nel mistero della Trinità: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nel cuore
della vita divina c’è la comunione, c’è il dono assoluto. Un dono che si fa conoscere a
noi come mistero di amore infinito in cui il Padre dall’eternità esprime la sua parola
nello Spirito (Gen 1,2). Perciò il Verbo, che dal principio è presso Dio (Gv 1,1), ci ri-
vela Dio nel dialogo di amore tra le persone divine e ci invita a partecipare a esso.
Pertanto, fatti a immagine e somiglianza di Dio amore (Gen 1,26-27), possiamo com-
prendere noi stessi solo nell’accoglienza del Verbo e nella docilità all’opera dello
Spirito Santo. È alla luce della rivelazione operata dal Verbo divino che si chiarisce
definitivamente l’enigma della condizione umana.
Infatti, la Parola è l’evento divino per eccellenza, l’autrice delle pagine della sto-
ria, nel suo compito essenziale di svelamento del volto di Dio, e in Lui, del volto
dell’uomo. La sua forza e novità stanno nel promuovere e tessere relazioni tra Dio e
la creatura e tra le creature tra loro. Per questo non si danno parole se non nella pro-
spettiva e nella speranza di avviare un dialogo. La parola è strumento iniziale di ogni
amicizia e sta agli albori di ogni esistenza. Senza comunicazione e dialogo non può
durare a lungo quanto esiste.
La parola può manifestarsi come pioggia benefica o come siccità che brucia ogni
erba o fiore di campo (Is 55,10-11); come benedizione che risana (Gb 42,12) o come
malattia che paralizza (Gb 2,9); come precetto che guida e orienta con sicurezza il
cuore di un popolo. Società e nazione possono costruire su di essa il proprio presente
e il proprio futuro. Per questo Israele poggia il suo destino sulla roccia delle «dieci
parole» (Es 20,1-17). Nelle tavole della legge ritrova la fotografia della sua identità
umana e spirituale, imparando a proprie spese che dalla fedeltà dipende la sua riuscita
o il suo fallimento tra le genti (Dt 6,1-13).
PAROLA DIVINA
L’espressione Dei Verbum, inizio della costituzione dogmatica sulla divina rive-
lazione, dà il titolo all’intero documento e allo stesso tempo ne descrive sinteticamen-
te il contenuto. In questo testo i padri sinodali si sono posti «in religioso ascolto della

5
È il nono verbo, dopo: «dire», «essere», «fare», «venire», «dare», «andare», «vedere», «parla-
re».
3
Ascoltare la Parola

Parola di Dio» (DV 1), memori del valore rivelativo dell’intero messaggio in esso
contenuto e del compito che a loro spettava di proclamarlo «con ferma fiducia» (DV
1).
La Parola di Dio è rivelazione. Ha inizio da un preciso piano di Dio: «Piacque a
Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua vo-
lontà» (DV 2). Questa epifania si è realizzata in un ampio periodo. È iniziata con la
stessa vicenda dell’uomo: «Fin da principio manifestò se stesso ai progenitori» (DV
3). È continuata dopo la sua caduta, quando «a suo tempo chiamò Abramo, per fare di
lui un grande popolo». Poi attraverso i patriarchi, Mosè e i profeti, «Dio vivo e vero,
Padre provvido e giusto giudice […] ha preparato lungo i secoli la via del Vangelo»
(DV 3).
Il dialogo di Dio con l’umanità ha raggiunto la sua pienezza in Cristo. In Lui gli
uomini «hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura» (DV 2). In
tal modo gli uomini sono passati da una semplice conoscenza a una partecipazione di
vita. «Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo grande amore parla agli
uomini come ad amici e s’intrattiene con essi, per invitarli alla comunione con sé»
(DV 2). La rivelazione di Dio è descritta con la categoria della parola, anzi del lin-
guaggio umano dell’amicizia, in vista di una precisa finalità che è la comunione di vi-
ta. Nel dialogo amicale di Dio con l’uomo, si possono riscoprire le tre funzioni tipi-
che del linguaggio umano: la parola di Dio informa, cioè ripropone, documenta e pre-
senta fatti, persone, cose e avvenimenti; la parola di Dio esprime, cioè fa riferimento
al mondo interiore delle emozioni e dei sentimenti dei personaggi che presenta; la pa-
rola di Dio interpella, cioè vuole provocare il lettore invitandolo ad una risposta im-
pegnativa e a un interscambio dialogale.
In questa molteplicità di funzioni espressive, «le parole di Dio espresse con lin-
gue umane, si sono fatte simili al linguaggio dell’uomo» (DV 13), un linguaggio che
nel corso dei secoli ha assunto formulazioni diverse. Nella ricca biblioteca della Bib-
bia6 si riscontrano tempi e periodi in cui la Parola di Dio si presenta nella veste di Pa-
rola «legge», di Parola «profezia», di Parola «sapienza» e, infine di Parola «annun-
cio». Queste modalità poggiano tutte sul terreno comune della Parola, che in lingua
ebraica si dice dabar rb'D' e in greco logos lo,goj7.
Parola «legge»
Gli ebrei chiamano la Bibbia TaNaK, un acrostico che fa riferimento alle iniziali
delle sezioni in cui è suddivisa la Bibbia ebraica: Torah, la legge; Nevi’im, i profeti;
Ketuvim, gli scritti.

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La Bibbia è composta di 73 libri, di cui 46 sono della prima alleanza e 27 della nuova.
7
C’è una distanza tra la lingua greca e quella ebraica. L’ebraico si colloca in un orizzonte cul-
turale fatto di poemi, proverbi, miti, racconti e antichissimi testi legislativi. Il greco, invece, è atten-
to in particolare a considerazioni sapienziali e teologiche, a generi epistolari e a saggi di retorica.
Davanti a queste differenze semantiche e culturali, non si può nascondere la difficoltà di confronta-
re i due differenti mondi culturali, che nella traduzione o nel confronto non vanno quindi facilmente
sovrapposti. Questa distanza si allarga ancora di più nella traduzione in latino e nelle nostre lingue
moderne.
4
Ascoltare la Parola

Nell’ambito della Torah rientrano i primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco in
greco) ossia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Essi nel loro insieme
sono considerati da sempre la «legge di Dio».
La Torah è ritenuta la guida personale e comunitaria dell’intero popolo ebraico. È
offerta a Israele come istruzione di Dio per la vita del suo popolo, affinché sia in gra-
do di vivere bene e di prosperare per diventare luce delle nazioni. È Parola di Dio,
espressione della sua volontà. È opera di YHWH, il Dio dell’alleanza sinaitica e nello
stesso tempo di Mosè, il legislatore:
«A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un popolo numeroso (Gen 12,2-3);
dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e dei profeti, af-
finché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giu-
dice, e stesse in attesa del Salvatore promesso» (DV 3).

La legge e i suoi comandamenti vanno intesi come i decreti dell’alleanza che Dio
ha stretto con Israele.
«Questi sono gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì fra sé e gli
Israeliti, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè» (Lv 26,46).

La legge si manifesta e viene descritta in forme diverse: giudizio, comando, te-


stimonianza, consiglio e altro ancora, ma sempre racchiude l’invito pressante rivolto
all’israelita di conformare a essa il proprio comportamento personale, familiare, so-
ciale.
I più antichi nuclei legislativi sono considerati i testi di Es 20,1-17 (il decalogo);
Es 22,22 - 23,19 (il codice dell’alleanza); Es 34,12-26 (il codice rituale). Queste pri-
me parole di Dio sono accolte da Israele come proclamazione dell’alleanza, come
patto di amicizia di Dio con il suo popolo:
«Dio pronunciò tutte queste parole» (Es 20,1).
Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il
popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha
dato, noi li eseguiremo!» (Es 24,3-4).

Nei momenti di maggiore difficoltà la Torah sarà il naturale punto di riferimento,


la bussola che guida e orienta il popolo ebraico. I tempi migliori per Israele saranno
quelli vissuti nell’osservanza e nell’ascolto della parola «legge», mentre quelli più in-
tricati e complessi saranno quelli della dimenticanza e dell’inadempienza.
«Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore, tuo Dio, preoccupandoti di
mettere in pratica tutti i suoi comandi che io ti prescrivo, il Signore, tuo Dio, ti
metterà al di sopra di tutte le nazioni della terra. […] Sarai benedetto quando en-
tri e benedetto quando esci. […] Il Signore ti renderà popolo a lui consacrato,
come ti ha giurato, se osserverai i comandi del Signore, tuo Dio, e camminerai
nelle sue vie […]. Se non cercherai di eseguire tutte le parole di questa legge,
scritte in questo libro, avendo timore di questo nome glorioso e terribile del Si-
gnore, tuo Dio, allora il Signore colpirà te e i tuoi discendenti con flagelli prodi-

5
Ascoltare la Parola

giosi: flagelli grandi e duraturi, malattie maligne e ostinate. Farà tornare su di te


le infermità dell’Egitto, delle quali tu avevi paura, e si attaccheranno a te. Anche
ogni altra malattia e ogni altro flagello, che non sta scritto nel libro di questa leg-
ge, il Signore manderà contro di te, finché tu non sia distrutto» (Dt 28,1.6.9.58-
61).
Parola «profezia»
Il vero profeta è colui che, in sintonia con Mosè, il profeta che non ha pari, ne in-
terpreta autorevolmente le parole, applicandole alla situazione in cui versa il popolo
della promessa. Mosè rimane il sommo mediatore poiché è entrato nella nube di Dio
e a lui è stato affidato l’insegnamento per eccellenza, la Torah. Inoltre ha predetto nel
canto l’avvenire del suo popolo (Dt 32,1-44). Ora, pur non essendo più sorto in Israe-
le un profeta come lui (Dt 34,10), il Signore garantisce di rinnovare il carisma susci-
tando in seguito un profeta pari a lui:
«Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta
pari a me. A lui darete ascolto.
Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie
parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò» (Dt 18,15.18).

Il profeta è portatore della parola di YHWH e non tanto di opinioni personali o


parole proprie; anche se il messaggio porta i segni della cultura del tempo e delle ca-
ratteristiche personali di ogni profeta.
Il discorso profetico normalmente è articolato e scritto in poesia, mentre le narra-
zioni, relative alla vita e all’operato dei profeti, vengono descritte in prosa.
Com’è avvenuto per la legge, anche la parola del profeta, nel corso
dell’esperienza religiosa israelitica, passa dall’originaria forma orale a quella scritta.
A questo punto non sarà più il profeta ad annunciare direttamente la parola di Dio,
ma la lettura della stessa nei luoghi di culto e di raduno del popolo. Non muta, però,
lo stato d’animo con cui Israele ascolta: ha sempre la viva consapevolezza di essere
di fronte alla voce di Dio, che esprime il suo giudizio e la sua volontà. Una tale fede e
una tale convinzione trovano conferma nei titoli iniziali, dati dalla tradizione a molti
libri profetici:
Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beerì, al tempo di Ozia, di Iotam, di
Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re
d’Israele (Os 1,1).
Parole di Geremia, figlio di Chelkia, uno dei sacerdoti che risiedevano ad Anatòt,
nel territorio di Beniamino. A lui fu rivolta la parola del Signore al tempo di Gio-
sia, figlio di Amon, re di Giuda, l’anno tredicesimo del suo regno (Ger 1,1-2).
Parola del Signore, rivolta a Michea di Moreset, al tempo di Iotam, di Acaz e di
Ezechia, re di Giuda. Visione che egli ebbe riguardo a Samaria e a Gerusalemme
(Mi 1,1).

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Ascoltare la Parola

Parola «Sapienza»
La letteratura sapienziale è presente soprattutto nello sviluppo della riflessione
negli ultimi scritti dell’AT. Si può dire che è una realtà che rimane nascosta per lungo
tempo. Essa non è tipica ed esclusiva del solo Israele. Infatti, si ritrova anche nei po-
poli vicini e confinanti come per esempio in Egitto, in Mesopotamia e nei popoli Si-
ro-Fenici. Tuttavia i saggi del popolo ebraico hanno percorso una loro strada, origina-
le e singolare. Dall’esperienza della Torah al Sinai e dalla successiva tradizione a es-
sa legata, hanno sviluppato una propria sapienza / hokma hm'k.x'.
Con il termine hokma nel linguaggio biblico s’intende riferirsi semplicemente
all’abilità con cui si esercita il proprio mestiere. È saggia la persona che sa esercitare
con abilità e competenza il proprio mestiere, mettendo a frutto le proprie doti naturali
(Pentateuco – aspetto individuale). In seguito viene a indicare la capacità di una per-
sona di guidare un gruppo, una famiglia, un popolo, una nazione (libri storici – aspet-
to sociale). Infine il termine viene impiegato per indicare una dote, una virtù interio-
re, una qualità morale (libri sapienziali – aspetto etico). La sapienza d’Israele si pre-
senta così come un fenomeno complesso, che con il passare degli anni si evolve, mu-
tandone l’accezione.
Nell’Israele del secondo esilio si nota una forte trasformazione della nozione di
sapienza. Essa è intesa come un grande appello di Dio rivolto all’uomo. Diviene la
mediatrice della rivelazione divina; l’educatrice dei popoli e di Israele in particolare;
il principio divino che crea e muove le cose del mondo. Tuttavia, la collocazione del-
la hokma sul piano della Torah si avrà solo nel III e II secolo a.C., dove avviene
l’identificazione della sapienza con la legge. Negli ultimi secoli del giudaismo precri-
stiano i Ketuvim / gli Scritti sono molto considerati perché frutto di una lunga rifles-
sione teologica sulla legge e sui profeti e offrono il vantaggio di progredire sempre
più in una condotta secondo la legge.
«Molti e importanti insegnamenti ci sono dati dalla legge, dai profeti e dagli altri
scritti successivi, per i quali è bene dar lode a Israele quanto a dottrina e sapien-
za. Però non è giusto che ne vengano a conoscenza solo quelli che li leggono, ma
è bene che gli studiosi si rendano utili a quelli che ne sono al di fuori, con la pa-
rola e con gli scritti» (Siracide Prologo 1-6).

Del gruppo dei «Libri sapienziali» fanno parte alcuni scritti particolari: Giobbe,
Proverbi, Qoelet, Siracide, Sapienza, Salmi e il Cantico dei Cantici. La differente o-
rigine di questi libri non ha rallentato la loro accoglienza come Parola di Dio, perché
erano considerati come logica continuazione del Pentateuco e dei Profeti.
Parola «Annuncio»
Il passaggio dall’antico al nuovo popolo di Dio non muta l’atteggiamento di fede
in Dio che parla e chiede ascolto. Cambia però la qualità e l’intensità espressiva con
cui Dio si comunica.
«La Parola di Dio, che è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, si pre-
senta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testa-
mento. Quando, infatti, venne la pienezza del tempo, il Verbo si fece carne e
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Ascoltare la Parola

venne ad abitare in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Cristo ha stabilito il


regno di Dio sulla terra, ha manifestato con opere e parole il Padre suo e se stes-
so, e ha portato a compimento l’opera sua con la morte, la risurrezione, la glorio-
sa ascensione e l’invio dello Spirito Santo. Innalzato da terra, attira tutti a sé, e-
gli, che solo ha parole di vita eterna. Ma questo mistero non fu svelato alle altre
generazioni, come adesso è stato rivelato ai suoi santi apostoli e ai profeti nello
Spirito Santo, affinché predicassero il Vangelo, suscitassero la fede in Gesù, Cri-
sto e Signore, e radunassero la Chiesa» (DV 17).

In questa nuova fase della storia, il posto del profeta e del saggio viene preso
dall’apostolo, il posto dell’antico popolo dell’alleanza dalla nuova comunità cristiana,
la Chiesa. La profezia diventa Vangelo, la sapienza annuncio.
Le pagine del NT contengono numerose affermazioni sulla Parola di Dio, resa
manifesta in Cristo.
Nei vangeli il messaggio è trasmesso da Cristo con la sua vita e la sua Parola; la
vita di Cristo si pone sullo stesso livello della sua Parola.
La Parola di Cristo diviene Parola degli apostoli e negli Atti degli Apostoli si evi-
denzia chiaramente che la Parola forma la prima comunità cristiana, la prima Chiesa.
Gli scritti giovannei richiamano il dovere di accogliere e di osservare la Parola
poiché essa rende liberi, fa conoscere la verità, purifica e santifica.
La medesima Parola- annuncio non si ferma entro i confini di Gerusalemme e
della Palestina, ma sospinta dall’apostolo Paolo, giunge nei centri principali del mon-
do di allora (Atene, Roma).
Gli autori degli scritti canonici cristiani utilizzano il termine euangélion per e-
sprimere la «buona notizia» di Gesù Cristo che ha cambiato la storia dell’umanità.
Per mezzo della morte e risurrezione di Gesù, Dio ha vinto la morte una volta per
sempre estirpandone le radici che si nascondevano nel cuore dell’uomo e del creato.
Dalla testimonianza e memoria viva dei discepoli di Gesù nascono le prime co-
munità cristiane, dove prende forma la tradizione orale e si producono i primi tentati-
vi di scrittura del materiale evangelico. Nella seconda e terza generazione cristiana
questo processo perviene alla stesura dei quattro vangeli attribuiti alla cerchia degli
apostoli: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Tra la fine del I e l’inizio del II secolo
d.C., i vangeli sono letti e fatti circolare nelle comunità cristiane dell’area mediterra-
nea. Sarà sulla base del criterio dell’accoglienza ecclesiale e della lettura liturgica, al-
la fine del II secolo d.C., che si fisserà un elenco dei libri sacri o canonici.
PAROLA SCRITTA

«Dio, con somma bontà, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza
delle genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le genera-
zioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova pieno compimento tutta la rivelazio-
ne di Dio altissimo, diede l’incarico agli apostoli che il Vangelo […] fosse predi-
cato a tutti […].Ciò venne fedelmente eseguito, e dagli apostoli, che con la predi-
cazione orale, con l’esempio e le istituzioni, trasmisero sia ciò che avevano rice-
vuto dalla bocca del Cristo, dal vivere insieme con lui e dalle sue opere, sia ciò

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Ascoltare la Parola

che avevano appreso su suggerimento dello Spirito Santo, come pure venne ese-
guito da quegli apostoli e persone della cerchia apostolica, che, sotto ispirazione
dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza» (DV 7).

Questo passo della Dei Verbum rende evidente l’itinerario seguito nell’evento
dell’incarnazione. L’accadere di Dio si colloca in un percorso di traditio, dove il pun-
to di arrivo è la messa per iscritto dell’annuncio della salvezza. I protagonisti sono
Dio stesso, Cristo Signore, e a seguire gli apostoli e quelli della loro cerchia, lo Spiri-
to Santo, i successori degli apostoli, cioè i vescovi, la Chiesa. In questo tempo di gra-
zia, che è tempo rivelativo, i modi del manifestarsi sono molteplici: predicazione del
Vangelo, annuncio dei doni divini, trasmissione tramite gli esempi e le istituzioni,
predicazione e, infine, la redazione scritta del messaggio.
Una tale coniatura scritturale ha assunto una tonalità rilevante e fortunatamente
comprensibile per noi, in quanto
«le Parole di Dio, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio
dell’uomo, come già il Verbo dell’Eterno Padre, avendo assunto le debolezze
dell’umana natura, si fece simile agli uomini» (DV 13).

Ora le «lingue umane» che riscontriamo nella pagina biblica sono l’ebraico,
l’aramaico e il greco. Sono ovviamente le lingue che i primi destinatari del fatto rive-
lativo parlavano. L’ebraico è la lingua del popolo della prima alleanza, mentre
l’aramaico occupa solo delle brevi sezioni. Il greco invece è la lingua del NT, cui si
aggiungono alcuni libri dell’AT: il secondo libro dei Maccabei e il libro della Sapien-
za, le aggiunte di Ester e alcune parti di Daniele.
I manoscritti della Bibbia
Sappiamo che a noi non è giunto nessun testo originale dei libri della Bibbia. Ab-
biamo a disposizione soltanto numerose copie e trascrizioni. Questo vale anche per le
opere più vicine a noi, come le lettere di Paolo e i Vangeli. Per questo motivo i mano-
scritti, specialmente i più antichi, meritano molta attenzione, perché la loro testimo-
nianza può dare un apporto decisivo e insostituibile per ricostruire il «testo critico»
della Bibbia, ossia il testo più vicino all’originale.
Le versioni antiche
Anche le numerose versioni antiche svolgono un ruolo importante
nell’elaborazione del testo originale. Accenniamo solo alle più importanti.
La Settanta è la versione greca dell’AT; normalmente viene citata con la sigla
LXX. Delle antiche versioni latine la Vetus Latina del II secolo d.C. e la Volgata di
Girolamo (IV secolo d.C.) sono le più importanti.
PAROLA UMANA
«Dio ha pronunciato la sua eterna Parola in modo umano» (VD 1). Questa Parola,
che rimane in eterno, è entrata nel tempo: il suo Verbo «si fece carne» (Gv 1,14).
«Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana»
(DV 12), ossia la Bibbia è Parola di Dio, scritta nel linguaggio e nello stile del pro-

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Ascoltare la Parola

prio tempo. Il testo sacro, infatti, porta i segni non solo della personalità dell’autore e
della sua preparazione culturale, ma anche le caratteristiche letterarie e le modalità
dello scrivere di quel periodo storico (in un arco di tempo che va dal X secolo a.C. fi-
no al I secolo d.C.). Di qui le notevoli differenze stilistiche, facilmente visibili a una
prima lettura non solo nell’AT, ma anche nel NT.
Allora, quale via seguire per colmare questa distanza e poter così giungere al
messaggio del testo? La Dei Verbum risponde:
«L’interprete [il lettore] della Sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli [Dio]
ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi ab-
biano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le parole» (DV 12).

In altre parole, si arriva all’intenzione di Dio attraverso l’intenzione dello scritto-


re.
«Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei
generi letterari. La verità, infatti, viene diversamente proposta ed espressa nei te-
sti in varia maniera: storici, o profetici, o poetici, o con altri modi di dire» (DV
12).

Al lettore della Bibbia viene chiesto di fare un passo indietro, di spogliarsi del
proprio modo di pensare e di assumere la mens antiqua dell’agiografo. Un passo non
facile ma doveroso, per quanto è possibile; anche se questo è solo il primo gradino
per entrare nel circolo ermeneutico interpretativo della Parola di Dio.
Il lettore è invitato a familiarizzare con il linguaggio della Bibbia, ossia cogliere i
livelli dello stile e le sue tecniche espressive. Si entra così in un ambito di comunica-
zione, che avviene tramite un testo scritto, di cui è importante analizzare le parole, le
frasi, le unità narrative, il genere letterario nel suo insieme, al fine di giungere al si-
gnificato in esso racchiuso.
La Bibbia è un’opera letteraria con delle peculiarità e caratteristiche (ispirazione
divina, molteplicità dei libri, pluralità degli autori di un medesimo libro) che la pon-
gono al di fuori di ogni parametro comune. La tessitura della pagina biblica è il risul-
tato di diverse componenti, alcune di superficie (sonora, ritmica, semantica), altre di
profondità (immaginativa, formale o genere letterario, tematica).
PAROLA TRASMESSA

«Dio, progettando e preparando con sollecitudine nel suo grande amore la sal-
vezza del genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo, al quale affi-
dare le promesse» (DV 14).

L’inizio della storia della salvezza ha la sua realizzazione in Cristo, inviato dal
Padre.
«Quando venne la pienezza del tempo […] Cristo stabilì il regno di Dio sulla ter-
ra, manifestò con opere e parole il Padre suo e se stesso e portò a compimento

10
Ascoltare la Parola

l’opera sua con la morte, la risurrezione e la gloriosa ascensione e l’invio dello


Spirito Santo» (DV 17).

La pagina biblica è testimonianza perenne e divina di questo evento unico e irri-


petibile. La pagina biblica però è sempre successiva all’evento. Spesso tra l’accaduto
e la stesura scritta passa un lungo periodo di tempo, uno spazio che si rivela maggiore
per quanto riguarda i primi libri della Bibbia, ma che tende a diminuire nella fase
conclusiva. Che cosa avviene in questa fase di trasmissione? Si possono individuare
tre momenti successivi:
Un primo momento lo chiamiamo preletterario: riguarda il periodo vitale, espe-
rienziale del popolo; la memoria dei fatti è trasmessa oralmente in famiglia, nel culto,
o alla corte del re.
Un secondo momento si può dire infraletterario: alla Parola, al canto,
all’annuncio, seguono i primi nuclei scritti, brevi narrazioni e raccolte di detti e pre-
cetti collocate ancora nella vita del popolo.
Il terzo momento è, infine, quello definito letterario che corrisponde al tempo
della stesura scritta fino alla redazione finale pervenuta a noi con Antico e Nuovo Te-
stamento.
CONCLUSIONE DELLA PRIMA PARTE
L’ascolto della Parola – nel suo aspetto di parola divina, parola umana, parola
scritta e parola trasmessa – ci ha dato la possibilità di cogliere come Dio si avvicini
all’umanità nella storia facendola diventare storia di vita e di salvezza. Egli parla da
sempre nella sinfonia della creazione e nella varietà molteplice della rivelazione. Dia-
loga con il popolo d’Israele durante tutta la sua vicenda storica, tramite la voce e
l’opera del legislatore, del profeta e del saggio. Questo dialogo raggiunge la sua pie-
nezza in Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, il Messia/Cristo, il Verbo inviato dal Padre
che mette la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14). Egli si rivela al mondo e a quanti lo
accolgono nei «segni» della Parola e delle opere. Il tutto è riassunto nel segno supre-
mo della sua Pasqua di morte e di risurrezione.
La dimensione dell’ascolto è strettamente legata alla parola; senza parola non c’è
ascolto e la parola è detta per essere ascoltata. Se questo vale per le parole di ogni
giorno, vale ancora di più per la «Parola di Dio», per l’unicità del suo messaggio e
per la dovuta obbedienza a essa nella fede, consapevoli di tanto e indicibile valore.
Questa parola giunge a noi nel tempo come parola divina, tesoro prezioso ora a noi
vicino perché parola umana, scritta e trasmessa. Nell’umanità c’è il nostro volto, nella
scrittura la durata nel tempo, nella trasmissione la possibilità di comprendere l’oggi
dal nostro passato nello scorrere inarrestabile del kairos di Dio.

11
Guida alla lettura della Bibbia 2
CELEBRARE LA PAROLA
In questa seconda parte «celebreremo» la Parola nel suo aspetto canonico, ispira-
to e vero. Tutto questo mostrerà altre caratteristiche importanti della Parola come si
presentano nella Scrittura.
Com’è questa Parola? Come si arriva a definirla e distinguerla da tante altre paro-
le e scritti? Perché la leggiamo e la celebriamo nella sua ispirazione e nella sua auten-
ticità?
Il rapporto tra Cristo, Parola di Dio e Chiesa non può essere compreso nei termini
di un evento semplicemente passato, ma si tratta di un evento vitale in cui ciascun fe-
dele è chiamato a entrare personalmente.
«La contemporaneità di Cristo all’uomo di ogni tempo si realizza nel suo corpo
che è la Chiesa. Per questo il Signore promise ai suoi discepoli lo Spirito Santo,
che avrebbe loro “ricordato” e fatto comprendere i suoi comandamenti (Gv
14,26) e sarebbe stato il principio sorgivo di una vita nuova nel mondo (Gv 3,5-
8; Rm 8,1-13)»8.
«Dio, che ha parlato in passato, non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio
diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona
nella Chiesa e per mezzo di essa nel mondo, guida i credenti alla verità tutta inte-
ra e in essi fa dimorare abbondantemente la Parola di Cristo (Col 3,16)»9.

PAROLA CANONICA

«La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i
libri sia dell’antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, es-
sendo scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo (Gv 20,31; 2Tm 3,16; 2Pt 1,19-
21; 3,15-16), hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa»
(DV 11).
«L’economia della salvezza, preannunziata, narrata e spiegata dai sacri autori si
trova esposta, come vera Parola di Dio, nei libri dell’AT» (DV 14).
«Il canone del NT, oltre ai quattro Vangeli, contiene anche le lettere di san Paolo
e altri scritti apostolici composti per ispirazione dello Spirito Santo» (DV 20).
«È la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa il canone integrale dei Libri
Sacri e che le stesse Sacre Scrittura sono comprese più compiutamente e rese
continuamente operanti» (DV 8).

Queste affermazioni del documento conciliare Dei Verbum ci fanno entrare nel
tema successivo alla trasmissione preletteraria del testo, ossia al periodo della reda-

8
GIOVANNI PAOLO II, Veritatis splendor (6 agosto 1993), 25.
9
Dei Verbum 8.
Celebrare la Parola

zione del testo biblico e alla sua accettazione nella vita della comunità, quale canone,
ossia misura di vita.
Che cosa significa «canone»?
Nella lingua ebraica il termine qaneh indicava inizialmente la canna o il gambo
dei cereali. Più tardi si è passati a indicare l’asta usata come unità di misura, oppure il
giogo, il braccio della bilancia, le braccia dei candelieri.
Nella lingua greca, invece, prevale il significato figurato dell’asta, quale mezzo
per misurare, che nell’architettura prende il nome di stadia o di squadra.
A seguire si riscontra poi un nuovo significato, che immette direttamente nelle
sfere della vita umana, compresa quella etico-morale, con la valenza di norma, oppu-
re di forma perfetta, di fine cui tendere, di misura, di giudizio che si riferisce a perso-
ne, a eventi, a realtà di tipo vario.
Nel NT il termine si trova solo nelle lettere di Paolo10 con il valore di «norma» in
base alla quale agire, ma in concomitanza anche il criterio secondo il quale valutare il
comportamento di una persona. Infatti, nella Chiesa dei primi secoli il termine canone
veniva impiegato per indicare il criterio etico normativo della vita cristiana nei suoi
aspetti personali e comunitari. In contemporanea veniva a specificare anche la legge
interna che guida nell’intimo della coscienza il vivere e l’operare del cristiano. Sarà
però dal IV secolo in poi che il termine diventa espressione tecnica per indicare le
norme esterne, ecclesiali. Di qui l’applicazione ai libri della Bibbia.
Già nei primi tempi della Chiesa riscontriamo queste denominazioni: canone, li-
bro canonico, libro protocanonico e libro deuterocanonico.
«Canone» indica l’elenco dei libri ispirati della Bibbia; per la Chiesa cattolica so-
no 73 libri, 46 dell’AT e 27 del NT.
«Libro canonico» indica lo scritto che appartiene al canone biblico.
«Libro protocanonico» (prótos: primo) è quello che sempre e presso ogni comu-
nità cristiana è stato ritenuto tale.
«Libro deuterocanonico» (deúteros: secondo) è quel testo che ha conosciuto al-
cune difficoltà prima di essere ammesso nell’elenco canonico11.
Nel vocabolario che si riferisce al canone biblico merita un accenno anche
l’espressione «apocrifo» e «pseudoepigrafe».
I cattolici attribuiscono il titolo di apocrifo (apokrýptein: nascondere) agli scritti
giudaici o cristiani che in una certa misura hanno rivendicato la loro canonicità a mo-
tivo della loro origine. Alcuni apocrifi dell’AT sono ritenuti opera di patriarchi o di
profeti: Apocalisse di Mosè, il libro di Enoc, le Odi di Salomone, il Testamento dei
dodici patriarchi. Mentre alcuni apocrifi del NT sono attribuiti ad apostoli: Proto-
vangelo di Giacomo, Vangelo di Tommaso, Atti di Pietro, Atti di Paolo, Atti di Gio-
vanni, Vangelo di Giuda.

10
2Cor 10,13.15.16; Gal 6,16.
11
I libri «deuterocanonici» sono sette dell’AT e sette del NT: Tobia, Giuditta, 1-2Maccabei,
Baruc, Siracide, Sapienza e alcune parti di Ester e Daniele; la lettera agli Ebrei, Giacomo, 2Pietro,
2-3Giovanni, Giuda e Apocalisse.
13
Celebrare la Parola

Il libro pseudoepigrafe (falsa iscrizione) è stato introdotto dai riformatori per in-
dicare i nostri libri apocrifi, mentre chiamano apocrifi i libri deuterocanonici dell’AT
da loro non enumerati nel canone. In questo i protestanti seguono il canone ebraico12.
Il canone ebraico
La comunità cristiana ha ricevuto il canone dei libri dell’AT non direttamente da-
gli ebrei, ma da Cristo stesso e dagli apostoli. Questi scritti, infatti, sono stati «inte-
gralmente assunti nella predicazione evangelica» (DV 16). Tuttavia l’apporto decisi-
vo per l’introduzione del canone è venuto sicuramente dal popolo ebraico.
Allora ci chiediamo: «Quando Israele ha cominciato a parlare di un elenco di li-
bri, distinti da altri e oggetto di particolare venerazione?».
Abbiamo già visto che nel prologo del Siracide (130 a.C.) si dà una prima rispo-
sta alla nostra domanda:
«Molti e importanti insegnamenti ci sono dati dalla legge, dai profeti e dagli altri
scritti successivi» (Sir Prologo 1-2).

Siamo di fronte a una tripartizione che diverrà definitiva in seguito: Legge, profe-
ti, Scritti.
Nella Legge rientrano i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico,
Numeri, Deuteronomio. Denominati in ebraico Torah e in greco Pentateuco (i cinque
libri) essi acquistano ben presto un valore unico, divenendo un punto di riferimento
per gli scritti successivi già dal secolo V a.C. con Esdra (444 a.C.):
«Tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta del-
le Acque e disse allo scriba Esdra di portare il libro della legge di Mosè, che il
Signore aveva dato a Israele» (Ne 8,1).

I Profeti sono la seconda raccolta di libri importanti per Israele. Essa comprende-
va: Giudici, Giosuè, 1-2Samuele, 1-2Re (profeti anteriori); inoltre Isaia, Geremia,
Ezechiele e i dodici profeti minori (profeti posteriori). Questa seconda collezione era
già un fatto compiuto verso il 180 a.C., quando fu composto il Siracide. Infatti, il Si-
racide (46,1-49,12) presenta e rievoca i principali personaggi ed episodi della storia
sacra secondo quest’ordine.
Molto più complessa fu invece la formulazione della terza raccolta, gli altri Scrit-
ti: Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Qoelet (Ecclesiaste), lamenta-
zioni, Ester, Daniele, Esdra-Neemia, Cronache.
E gli altri libri, ossia i sette deuterocanonici (Tobia, Giuditta, 1-2Maccabei, Ba-
ruc, Siracide, Sapienza), come mai non appaiono nel canone ebraico? Eppure ad A-
lessandria d’Egitto, quando nel II secolo a.C. si portò a termine la traduzione in greco
della Bibbia (LXX) erano già presenti. Esisteva forse un canone alessandrino più am-
pio e un canone palestinese più breve?
Sembra di si, ma non tutti gli studiosi sono concordi nella risposta.

12
Un esempio: per i cattolici il Siracide è un libro deuterocanonico, l’Apocalisse di Mosè apo-
crifo; per i riformatori il Siracide è un libro apocrifo, l’Apocalisse di Mosè un libro pseudoepigrafe.
14
Celebrare la Parola

Si preferisce prendere atto di alcuni eventi che hanno cambiato di molto il corso
della storia. Con la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.), venendo a mancare il tem-
pio come naturale punto di riferimento, la Bibbia rimase come l’unico valore sicuro.
Sarà poi la discussione interna al giudaismo stesso a favorire e far maturare una suc-
cessiva decisione riguardante il canone biblico ebraico. A tal proposito si ritiene che
sia stato il sinodo di Jamnia (90-95 d.C.) l’occasione e il luogo dove i giudei palesti-
nesi hanno determinato e fissato questo elenco, che non comprendeva i sette libri
deuterocanonici.
Giuseppe Flavio (I secolo d.C.) nei suoi scritti dà ragione e giustificazione dei
motivi che hanno portato all’esclusione di alcuni libri dall’elenco ufficiale ebraico,
ossia la mancanza di un profeta e di un uomo di Dio, dopo Esdra, capace di guidare e
orientare nella scelta degli Scritti Sacri; la constatazione che alcuni libri non fossero
stati scritti in lingua ebraica (l’unica lingua degna di esprimere la parola di Dio); al-
cuni libri non erano stati redatti nella Terra santa, l’unico luogo degno e capace di ri-
cevere la rivelazione divina.
Non esiste tra noi un’infinità di libri discordi e contraddittori ma ventidue soltan-
to che abbracciano la storia di tutti i tempi e che sono giustamente considerati
come divini. Sono tra essi i cinque libri di Mosè, contenenti le leggi e il racconto
degli eventi svoltisi dalla creazione dell’uomo fino alla morte del legislatore de-
gli Ebrei […]. Dalla morte di Mosè fino al regno di Artaserse i profeti che succe-
dettero a Mosè raccontarono in tredici libri i fatti che si svolsero nel loro tempo.
Gli altri quattro libri contengono inni in onore di Dio e precetti utilissimi per la
vita umana. Da Artaserse a noi, gli avvenimenti sono stati parimenti messi per i-
scritto ma questi libri non hanno acquistato la stessa autorità dei precedenti, per-
ché la successione dei profeti non è stata ben stabilita» (Contra Apionem, 1,8).
Il canone cristiano dell’AT
La comunità cristiana ha conosciuto maggiore espansione nell’ambito della dia-
spora/dispersione, quindi fuori della Palestina, ove si utilizzava la Bibbia greca della
LXX. Infatti, erano pochi quelli che potevano utilizzare e capire ancora la lingua e-
braica: nella prima Chiesa si parlava greco, si celebrava in lingua greca, si scriveva in
greco. Di conseguenza le letture liturgiche erano fatte a partire dalla LXX. Nello scri-
vere, quando si citava o si richiamava un passo della Bibbia, si attingeva dalla LXX13.
Proprio per questo alcune di esse sono tratte esplicitamente anche da libri deuteroca-
nonici14.
Nella lettura degli scritti dei Padri apostolici ci si rende conto che essi utilizzava-
no l’AT a partire dalla traduzione della LXX, o al massimo dalle prime versioni lati-
ne, provenienti dalla stessa versione greca alessandrina. Nel loro utilizzo, poi, non fa-
ranno distinzione fra libri protocanonici e libri deuterocanonici, usandoli in egual
modo, anche se bisogna annotare che citavano pure da alcuni libri apocrifi, come per

13
Delle trecentocinquanta citazioni dell’AT nel NT, circa trecento corrispondono alla LXX.
14
Gc 1,19 (Siracide); Rm 1,19 (Sapienza); Eb 11,34 (2Maccabei).
15
Celebrare la Parola

esempio dal libro di Enoc. Questo è un segno evidente che gli stessi cristiani non pos-
sedevano ancora nel II secolo orientamenti precisi riguardo al canone.
Solo verso il IV e V secolo nei concili africani di Ippona e di Cartagine, si dichia-
rò che i libri «controversi», i deuterocanonici, erano canonici.
Il canone del Nuovo Testamento
La raccolta dei libri canonici del NT ha seguito una strada differente da quella
dell’AT, ma con difficoltà analoghe, ossia alcuni libri sono stati inseriti senza alcun
problema e con una certa celerità, altri invece hanno conosciuto per un certo periodo
dubbi e incertezze.
I quattro Vangeli, che riferiscono quanto Gesù ha detto e compiuto, benché non
siano gli scritti più antichi del NT, furono i primi a essere collocati sullo stesso livello
degli Scritti Sacri dell’AT e a essere riconosciuti come canonici, ossia normativi per
la comunità cristiana.
Giustino (verso il 150) cita e pone i Vangeli alla pari delle Scritture antiche:
«Nel giorno chiamato del sole [alla domenica] ci raccogliamo in uno stesso luo-
go, dalla città e dalla campagna, e si fa la lettura delle Memorie degli apostoli
[Vangeli] e degli scritti dei Profeti, sin che il tempo lo permette».

I Padri apostolici forniscono la prova certa che, all’inizio del II secolo, le grandi
chiese possedevano una collezione di libri, designata col nome di Vangeli.
È possibile, poi, che dalla fine del I secolo e gli inizi del II secolo, tredici lettere
di san Paolo (corpus paulinum), fossero conosciute in Grecia, in Asia Minore e in Ita-
lia. Una conferma ci viene da uno scritto petrino, intorno al 125 d.C., che pone gli
scritti di Paolo alla pari delle altre Scritture:
«La magnanimità del Signore nostro consideratela come salvezza: così vi ha
scritto anche il nostro carissimo fratello Paolo, secondo la sapienza che gli è stata
data, come in tutte le lettere, nelle quali egli parla di queste cose. In esse vi sono
alcuni punti difficili da comprendere, che gli ignoranti e gli incerti travisano, al
pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3,15-16).

Le testimonianze riguardanti gli altri scritti apostolici nel corso della prima metà
del II secolo sono poche. Nella seconda metà, invece, gli Atti degli Apostoli,
l’Apocalisse, la prima lettera di Giovanni e la prima lettera di Pietro erano considerati
testi canonici.
Quali furono le cause che determinarono incertezze e dubbi circa alcuni libri neo-
testamentari? La presenza di numerosi scritti apocrifi che circolavano tra i cristiani,
determinando interrogativi sulla validità anche di altri testi con caratteristiche simili.
La forte personalità di Marcione che aveva formulato un suo elenco, dal quale esclu-
deva l’intero AT, perché, a suo parere, presentava un volto di Dio troppo severo e
vendicativo, e quindi lontano dal volto misericordioso del Vangelo. E poi, sempre
Marcione, dei quattro vangeli accoglieva solo Luca, ma anche questo alleggerendolo
delle citazioni anticotestamentarie, e solo dieci epistole di Paolo. La presenza dei

16
Celebrare la Parola

montanisti, i quali si ritenevano depositari di altre rivelazioni e da ultimo il gran nu-


mero di scritti gnostici che diffondevano una propria visione della vita cristiana.
In questo periodo iniziale della Chiesa appaiono tuttavia alcuni canoni che offro-
no indicazioni importanti circa il cammino di formazione dell’elenco dei Libri Sacri.
Il più noto è il canone muratoriano (II secolo). Esso ci offre la linea seguita dalla
Chiesa di Roma nella scelta dei Libri Sacri «letti universalmente nella Chiesa». Poi
ricordiamo i canoni claromontano e monseniano del IV secolo. Gli scritti del NT
messi in discussione rimanevano: la lettera agli Ebrei, Giacomo, Giuda, 2 Pietro, 2-3
Giovanni, Apocalisse. I motivi riguardavano soprattutto la paternità letteraria e il con-
tenuto.
Come per il canone dell’AT, anche per il NT le prime indicazioni di unanimità
ormai raggiunta in questo elenco di Libri Sacri, si hanno ai concili di Ippona e di Car-
tagine alla fine del IV secolo. Gli elenchi proposti diventeranno in seguito quelli uffi-
ciali e definitivi.
Dichiarazioni del magistero
Uno dei primi interventi della Chiesa nei confronti del testo sacro, a livello uni-
versale, si ebbe nel concilio di Firenze. Nell’ultimo decreto di questo concilio ecu-
menico vi è una professione di fede nell’ispirazione biblica e viene presentato
l’elenco dei Libri Sacri (4 febbraio 1442):
«La santa Chiesa […] fermissimamente crede e professa che l’unico e medesimo
Dio è autore dell’Antico e del Nuovo Testamento, cioè della Legge, dei Profeti e
del Vangelo, perché i santi [gli autori] hanno parlato sotto l’ispirazione dello Spi-
rito Santo. [La Chiesa] accetta e venera i loro libri, che sono contraddistinti dai
seguenti nomi: […]» (bolla Cantate Domino).

La definizione solenne del canone dei libri sacri si avrà nel concilio di Trento (8
aprile 1546). In essa si afferma che i libri sono «sacri e canonici» non parzialmente,
ma «integri con tutte le loro parti». La definizione chiama in causa la prassi della
Chiesa e l’uso di leggere i libri nella comunità cristiana e la loro presenza
nell’edizione della Volgata che viene presa come testo di riferimento.
I concili successivi aggiungeranno ritocchi di completamento alla posizione tri-
dentina. Il concilio Vaticano I spiega la canonicità, in quanto riconoscimento magi-
steriale da parte della Chiesa dell’ispirazione dei Libri Sacri.
Il concilio Vaticano II dice espressamente che «è la stessa Tradizione che fa co-
noscere alla Chiesa l’intero canone dei libri ispirati» (DV 8), ossia la Chiesa in quan-
to assistita dallo Spirito di verità. Tuttavia la Tradizione si è basata su alcuni criteri di
riconoscimento: 1) il criterio dell’origine apostolica secondo il quale erano conside-
rati canonici quei libri che risalivano alla cerchia degli apostoli e dei loro collaborato-
ri; 2) il criterio dell’ortodossia, secondo il quale tali scritti dimostravano conformità
alla predicazione e all’annuncio di Cristo, espresso nella sua vita e nel suo messag-
gio; 3) il criterio della cattolicità, secondo il quale questi libri avevano un comune ri-
scontro nel contesto liturgico o in altri momenti celebrativi comunitari.

17
Celebrare la Parola

PAROLA ISPIRATA
Vi è una missione particolare dello Spirito Santo nei confronti della divina Paro-
la.
«Non v’è alcuna comprensione autentica della rivelazione cristiana al di fuori
dell’azione del Paraclito» (VD 15).

Ciò dipende dal fatto che la comunicazione che Dio fa di se stesso implica sem-
pre la relazione tra il Figlio e lo Spirito Santo, che sant’Ireneo di Lione chiamava le
«due mani del Padre».
Del resto, è la Sacra Scrittura a indicare la presenza dello Spirito Santo nella sto-
ria della salvezza e in particolare nella vita di Gesù, il quale è concepito dalla Vergine
Maria per opera dello Spirito Santo (Mt 1,18; Lc 1,35). All’inizio della sua missione,
sulle rive del Giordano, lo vede scendere su di sé in forma di colomba (Mt 3,16). In
questo stesso Spirito Gesù agisce, parla ed esulta (Lc 10,21); ed è nello Spirito che
offre se stesso (Eb 9,14).
Sul finire della sua missione, secondo il racconto dell’evangelista Giovanni, è
Gesù stesso a mettere in chiara relazione il dono della sua vita con l’invio dello Spiri-
to ai suoi (Gv 16,7). Gesù risorto, poi, portando nella sua carne i segni della passione,
effonde lo Spirito (Gv 20,22), rende i suoi partecipi della stessa missione (Gv 20,21).
Lo Spirito Santo insegnerà ogni cosa e ricorderà loro tutto ciò che Cristo ha detto (Gv
14,26), poiché sarà lui, lo Spirito di verità (Gv 15,26), a condurre i discepoli alla veri-
tà tutta intera (Gv 16,13). Infine, lo Spirito discende sui dodici radunati in preghiera
con Maria nel giorno di Pentecoste (At 2,1-4), e li anima alla missione di annunciare
a tutti i popoli la buona novella.
La Parola di Dio, dunque, si esprime in parole umane, grazie all’opera dello Spi-
rito Santo. la missione del Figlio e quella dello Spirito Santo sono inseparabili e costi-
tuiscono un’unica economia della salvezza.
Consapevole di quest’orizzonte pneumatologico, la Dei Verbum proclama:
«Le verità divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute
ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo […] hanno Dio per
autore e come tali sono state consegnate alla Chiesa. Per la composizione dei Li-
bri Sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità,
affinché agendo Egli in essi e per mezzo loro, scrivessero come veri autori tutte e
soltanto quelle cose che Egli voleva» (DV 11).

Qui ritroviamo il nucleo essenziale del carisma dell’ispirazione biblica i cui poli
sono il ruolo dello Spirito e il ruolo del redattore.
Il punto d’arrivo del concilio in questa materia tanto importante ha avuto un suo
lungo percorso nella storia della Chiesa a partire sempre dalla Sacra Scrittura.
«Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la
grazia a voi destinata; essi cercavano di sapere quale momento o quali circostan-
ze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze
destinate a Cristo e le glorie che le avrebbero seguite. A loro fu rivelato che, non

18
Celebrare la Parola

per se stessi, ma per voi erano servitori di quelle cose che ora vi sono annunciate
per mezzo di coloro che vi hanno portato il Vangelo mediante lo Spirito Santo,
mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (1Pt
1,10-12).
«Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spie-
gazione, poiché non da volontà umana è mai venuta una profezia, ma mossi da
Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio» (2Pt 1,20,21).
«Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Cono-
sci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: que-
ste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Ge-
sù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere,
correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben
preparato per ogni opera buona» (2Tm 3,14-17).

In sintesi questo è il contenuto del dato biblico dei passi citati: punto di riferimen-
to sono inizialmente le profezie dell’AT o meglio gli scritti profetici e il testo paolino
allarga addirittura la visuale a tutta la Scrittura; i redattori di questi scritti hanno ope-
rato personalmente, ma sotto l’azione dello Spirito Santo; il contenuto di questi scritti
verte sul mistero totale di Cristo e sulla sua predicazione; il tutto, quindi, gode di au-
torità divina.
PAROLA VERA
È manifesto, dunque, quanto il tema dell’ispirazione sia decisivo per un adeguato
accostamento alle Sacre Scritture e per la loro corretta interpretazione. Infatti, quando
si affievolisce la consapevolezza dell’ispirazione, si corre il rischio di leggere la
Scrittura come oggetto di curiosità storica e non come opera dello Spirito Santo, dove
sentire la stessa voce del Signore e conoscere la sua presenza nella storia.
Al tema dell’ispirazione è strettamente connesso il tema della verità delle Scrittu-
re.
«Tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono, è da ritenersi asserito
dallo Spirito Santo, è da ritenersi anche, per conseguenza, che i libri della Scrittu-
ra insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la no-
stra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (DV 11).

Quali sono i dati importanti di quest’affermazione?


Innanzi tutto non c’è una posizione apologetica, preferita in passato, cioè la Scrit-
tura, poiché parola di Dio, è senza errore e non può sbagliare. Piuttosto s’invita il let-
tore ad accostare la pagina biblica con il desiderio principale di trovarvi la Parola di
salvezza, la verità che salva, «Gesù Cristo, via verità e vita».
Questa verità salvifica viene espressa «fermamente, fedelmente e senza errore»,
ossia con la fermezza di chi è sicuro di quello che dice, con la fedeltà di chi sa quello
che dice, con la certezza di chi non può sbagliarsi. L’obiettivo fondamentale rimane
unico, la salvezza!

19
Celebrare la Parola

La verità della Scrittura è una verità in «ordine alla nostra salvezza». La Bibbia
non ci mente riguardo al senso di Dio e della nostra esistenza. Perciò si deve distin-
guere tra verità salvifica e verità scientifica o storica. La Bibbia non presume di ri-
specchiare ogni tipo di verità, ciò che le interessa e per cui Dio si è impegnato e
s’impegna per sempre è la verità della fede.
«Nel loro lavoro d’interpretazione, gli esegeti cattolici non devono mai dimenti-
care che ciò che interpretano è la Parola di Dio. Il loro compito non finisce una volta
che hanno distinto le fonti, definito le forme o spiegato i procedimenti letterari. Lo
scopo del loro lavoro è raggiunto solo quando hanno chiarito il significato del testo
biblico come Parola attuale di Dio»15.

15
PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Roma 1993,
III, C,1.
20
Guida alla lettura della Bibbia 3
VIVERE LA PAROLA
Considerando la Chiesa come «casa della Parola»16, si deve innanzitutto porre at-
tenzione alla sacra liturgia. È questo, infatti, l’ambito privilegiato in cui Dio parla a
noi nel presente della nostra vita, parla oggi al popolo, che ascolta e risponde. Ogni
azione liturgica è per sua natura intrisa di Sacra Scrittura:
«Nella celebrazione liturgica la Sacra Scrittura ha un’importanza estrema. Da es-
sa infatti, si attingono le letture che vengono poi spiegate nell’omelia e i salmi
che si cantano; dal suo afflato e dal suo Spirito sono permeate le preghiera, le o-
razioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni» (SC
24)17.

Più ancora si deve dire che Cristo stesso


«è presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge
la Sacra Scrittura» (SC 7).

La Chiesa, infatti, ha sempre mostrato la consapevolezza che nell’azione liturgica


la Parola di Dio si accompagna all’intima azione dello Spirito Santo che la rende ope-
rante nel cuore dei fedeli. In realtà è grazie al Paraclito che la Parola di Dio diventa
fondamento dell’azione liturgica, norma e sostegno della vita.
Ora, nel vivere e celebrare la Parola, viene alla luce, come sfondo di partenza, il
suo volto storico, ecclesiale e attuale. Ci fermeremo ad analizzare l’uso della Bibbia
nella Chiesa di oggi, nella liturgia e nella predicazione, nella preghiera e nella cate-
chesi. Suggeriremo metodi pratici per accrescere il nostro impegno verso la Sacra
Scrittura che non deve intimorirci ma attrarci.
PAROLA STORICA

«Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il


mistero della sua volontà (Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cri-
sto, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi par-
tecipi della divina natura (Ef 2,18; 2Pt 1,4) […]. Questa economia della Rivela-
zione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere,
compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e
le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano
il mistero in esse contenuto» (DV 2).

La Rivelazione si realizza mediante la stretta connessione tra eventi e parole.

16
SINODO DEI VESCOVI, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Messaggio
finale, 2008, III, 6.
17
CONCILIO VATICANO II, Sacrosanctum Concilium, (4 dicembre 1963).
Vivere la Parola

Ciò che si dice della Rivelazione in genere, si può applicare alla Scrittura in par-
ticolare, in quanto momento privilegiato di documentazione del manifestarsi di Dio
all’uomo. Dio nella storia della salvezza si rivela a noi sia quando un profeta annun-
cia un messaggio, sia quando opera nella storia del suo popolo. Parole ed eventi si
chiariscono e si comprendono reciprocamente. Eventi e parole sono la via attraverso
cui Dio si rivela. Dio si rivela mentre fa e mentre parla.
L’affermazione della Dei Verbum congiunge il mistero della Rivelazione alla sto-
ria, anzi ne sottolinea il suo carattere essenzialmente storico. Dio si rivela nella storia
degli uomini. La Sacra Scrittura, poiché rivelazione scritta, entra in questa doppia
dimensione dell’agire e del parlare.
Nell’AT Dio opera la salvezza con l’annuncio e con l’azione; nel NT Dio, tramite
suo Figlio Gesù, realizza la salvezza con la parola e con i fatti.
L’AT è intessuto di questo binomio parola-evento:
«Dio […] fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro cadu-
ta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza (Gn
3,15), ed ebbe assidua cura del genere umano […]. A suo tempo chiamò Abramo,
per fare di lui un gran popolo (Gn 12,2); dopo i patriarchi ammaestrò questo po-
polo per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio
vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore pro-
messo, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo» (DV 3).

Il NT continua nel solco della storia salvifica:


«Dio […] ultimamente, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio
(Eb 1,1-2). Mandò suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini,
affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (Gv 1,1-18).
Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini, “parla
le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli
dal Padre (Gv 5,36; 17,4). Perciò Egli, vedendo il quale si vede anche il Padre
(Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé
con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la
sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di
verità, compie e completa la Rivelazione» (DV 4).

Rapporto tra evento e narrazione dell’evento


Dio ha agito e parlato. Il testo scritto della Bibbia è un eco fedele di tutto questo.
Quale rapporto c’è tra l’avvenimento e la sua descrizione? Com’è avvenuto il
passaggio dal fatto alla sua stesura scritta?
L’interrogativo circa la qualità storica della narrazione si fonda sulla convinzio-
ne che storia e fatto storico sono rilevanti per il credente. La semplice trasmissione di
un fatto, o di una parola, non ci permette di affermare senza dubbi che l’evento sia
accaduto, o che una parola sia stata pronunciata da colui al quale viene attribuita.
Nel nostro vocabolario italiano il termine storia è impiegato con due accezioni
differenti: 1) come avvenimento, quale accadere di fatti, in un determinato periodo di
22
Vivere la Parola

tempo, in una situazione particolare, in un preciso contesto, con determinate caratteri-


stiche; 2) come narrazione di tale avvenimento (documento) attraverso la penna di
una persona, capace di renderla in uno scritto18.
Il passato ci insegna che una coscienza della storia – intesa come spessore storico
degli avvenimenti e capacità di descriverli, documentarli – rappresenta per l’umanità
più un’eccezione che una regola.
Un popolo ha «coscienza della storia», quando riconosce che può determinare la
propria identità e unità ricordando ciò che è stato il suo passato.
I criteri in forza dei quali Israele organizza la sua vicenda storica sono diversi da
quelli degli storici moderni. Gli scribi antichi possedevano un loro metodo di critica
storica, avevano un loro modo di scrivere, non molto preoccupato della precisione dei
dettagli, come lo è per noi oggi. Israele guarda alla «sua storia» come narrazione
dell’incontro con Dio, come teologia della storia. Desidera presentare non tanto le
singole vicende della storia del popolo, ma piuttosto raccontare le opere di Dio in
mezzo al suo popolo. Questo modo di vedere e di interpretare la storia richiede fede
in Dio che è presente e all’opera nelle vicende del mondo.
Israele è chiamato a essere il popolo di Dio poiché aveva con Dio un rapporto u-
nico, speciale e privilegiato, rispetto a tutti gli altri popoli e nazioni.
Nel modo di pensare biblico, la storia è un tempo che non si ripete, è uno scorrere
lineare, singolare, unico e irripetibile; è come una linea che ha avuto un inizio (proto-
storia), ha un suo percorso (storia) e cammina verso una fine19. Le azioni di Dio si
pongono una accanto all’altra in successione concatenata e logica, secondo il suo di-
segno. Non hanno bisogno di ripetersi.

L’AT viene comunemente suddiviso in libri storici, libri profetici e libri sapien-
ziali. Queste sezioni, anche se in modo diverso, contengono «storia». Com’è organiz-
zata questa storia? Qual è il suo centro? Che cosa racconta propriamente la Bibbia?
Essenzialmente la Bibbia racconta l’incontro di Dio con il suo popolo, articolato
in momenti successivi: liberazione dalla schiavitù in Egitto, esodo e purificazione nel
deserto, entrata nella terra promessa. Il racconto diviene memoria nei libri storici,
profezia nell’esperienza profetica e sapienza nel presente.
Il lettore di oggi si trova in difficoltà di fronte a un tale modo di scrivere la storia,
di fare storiografia, a causa delle tante varianti di fronte alle quali viene a trovarsi
nell’AT: racconto, rilettura del racconto, interpretazione profetica, applicazione sa-
pienziale e altro ancora. Gli scrittori veterotestamentari erano certamente convinti che
il loro credo fosse fondato su avvenimenti reali. Tuttavia, di molti fatti non avevano a
disposizione una documentazione completa, anzi spesso era frammentaria o traman-
data a voce. A partire da questo materiale scrivevano, riportando avvenimenti e fatti,
interpretandoli alla luce della fede.

18
Questo secondo impiego andrebbe meglio precisato con l’espressione storiografia.
19
Diversa, invece, è la visione storica della filosofia greca, la quale intende la storia come un
cerchio dove gli eventi sono un continuo e perpetuo ritorno.
23
Vivere la Parola

È utile tenere presente che gli scribi antichi erano più propensi ad attribuire gli
avvenimenti all’azione di Dio, più che alla mano dell’uomo o alle forze della natura;
essi si muovevano in orizzonti ristretti (la corte di un re, il recinto di un santuario, la
vita in famiglia), senza la possibilità di ampia documentazione; attingevano spesso a
ricordi popolari, tramandati di padre in figlio, con l’inevitabile possibilità di aggiunte,
interpretazioni e coloriture personali.

Nello studio del NT si deve tener presente che gli scritti sono Vangelo, epistola,
apocalisse di Gesù; non sono primariamente documenti storici. Il NT è testimonianza
scritta della fede in Gesù. Esso annuncia Gesù Cristo e suscita nel lettore l’adesione
di fede in Lui. Il volto del Figlio di Dio è illuminato dalla luce e dalla fede nella sua
risurrezione, nella sua pasqua. Tale prospettiva teologica non offre tutte le informa-
zioni e i dettagli che uno storico vorrebbe ma non toglie allo scritto quella base stori-
ca, da cui si può delineare una vera immagine di Gesù e della prima Comunità cri-
stiana.
«La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande co-
stanza che i quattro suindicati Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storici-
tà, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli
uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno
in cui fu assunto in cielo (At 1,1-2). Gli apostoli poi, dopo l'Ascensione del Si-
gnore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella
più completa intelligenza delle cose, di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi
di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità, godevano. E gli autori sacri scrissero
i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a vo-
ce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo
alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sem-
pre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere. Essi, infatti, attin-
gendo sia ai propri ricordi sia alla testimonianza di coloro i quali “fin dal princi-
pio furono testimoni oculari e ministri della parola”, scrissero con l'intenzione di
farci conoscere la “verità” (Lc 1,2-4) degli insegnamenti che abbiamo ricevuto»
(DV 19).

Per ritagliare dalla veste letteraria di predicazione gli “ipsissima verba et facta”
di Gesù (quanto Gesù ha detto e fatto), ossia mostrare il volto storico di Gesù e della
sua comunità, gli studiosi hanno stabilito una serie di criteri capaci di garantire la fe-
deltà storica del NT.
Li possiamo ridurre a cinque:
1. Antichità delle fonti;
2. Molteplice attestazione;
3. Assenza di analogie (discontinuità);
4. Continuità e coerenza (conformità);
5. Motivo sufficiente (spiegazione necessaria).
Attraverso questo paziente lavoro di «ricostruzione storica» si arriva, poco a po-
co, a tracciare il volto del Gesù storico.

24
Vivere la Parola

PAROLA ECCLESIALE

«Il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa» (VD


29).

Questa affermazione è dovuta alla realtà stessa delle Scritture e a come esse si
sono formate nel tempo. Infatti,
«le tradizioni di fede formavano l’ambiente vitale in cui si è inserita l’attività let-
teraria degli autori della Sacra Scrittura. Questo inserimento comprendeva anche
la partecipazione alla vita liturgica e all’attività esterna delle comunità, al loro
mondo spirituale, alla loro cultura e alle peripezie del loro destino storico.
L’interpretazione della Sacra Scrittura esige, perciò, in modo simile, la partecipa-
zione degli esegeti a tutta la vita e a tutta la fede della comunità credente del loro
tempo»20.

È proprio la fede della Chiesa che riconosce nella Bibbia la Parola di Dio. È lo
Spirito Santo, che anima la vita della Chiesa e rende capaci di interpretare autentica-
mente le Scritture. La Bibbia è il libro della Chiesa e dalla sua immanenza nella vita
ecclesiale scaturisce anche la sua ermeneutica.
San Girolamo ricorda che non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. C’è il ri-
schio di trovare solo porte chiuse e di scivolare nell’errore. La Bibbia è stata scritta
dal popolo di Dio e per il popolo di Dio, sotto ispirazione dello Spirito Santo. Solo in
questa comunione con il popolo di Dio possiamo realmente entrare, con il «noi», nel
nucleo della verità che Dio stesso ci vuol dire.
«La giusta conoscenza del testo biblico è accessibile solo a colui che ha
un’affinità vissuta con ciò di cui parla il testo».21

Vi è una relazione stretta tra la vita spirituale e l’ermeneutica della Scrittura, poi-
ché
«con la crescita della vita nello Spirito cresce anche, nel lettore, la comprensione
delle realtà di cui parla il testo biblico»22.

La qualità di un’autentica esperienza ecclesiale, non può che facilitare


un’intelligenza di fede riguardo alla Parola di Dio. E, d’altra parte, l’ascolto della Pa-
rola di Dio introduce e fa crescere la comunione ecclesiale con quanti camminano
nella fede.
Proprio per questa profonda convinzione
«la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stes-
so di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del
pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di por-
gerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e conside-

20
PCB, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, III, A, 3.
21
PCB, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, II, Q, 2.
22
PCB, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, II, A, 2.
25
Vivere la Parola

ra le divine Scritture come la regola suprema della propria fede […]. È necessa-
rio dunque che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana,
sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura» (DV 21).

Vi è uno stretto rapporto tra la Chiesa e la Scrittura. In questo legame imprescin-


dibile è racchiuso l’interesse continuo della comunità cristiana per l’interpretazione
della Scrittura, per una lettura adeguata di essa.
Ogni modello di lettura della Bibbia proviene da un confronto tra la Parola e una
determinata cultura e un particolare contesto ecclesiale-sociale.
Sarebbe interessante conoscere la lunga storia interpretativa del testo biblico, a
partire dall’esegesi iniziata nell’ambito della tradizione rabbinica. Ci limiteremo però
a delineare i principi fondamentali di una lettura ecclesiale della Bibbia, frutto di una
comune eredità, che si è andata consolidando nella riflessione e nella vita della co-
munità cristiana.
- Interpretare la Bibbia è leggere un testo scritto.
- Interpretare la Bibbia è leggere un testo antico.
- Interpretare la Bibbia è leggere un testo spirituale.
- L’interpretazione della Bibbia è affidata alla Chiesa.
«La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito
della Parola di Dio affidato alla Chiesa; nell'adesione ad esso tutto il popolo san-
to, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell'insegnamento degli apostoli
e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (At 2,42)»
(DV 10).

Ruolo del magistero e dell’esegeta nell’interpretazione.


«L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta o trasmessa, è
affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome
di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla Parola di Dio ma la
serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino man-
dato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodi-
sce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede at-
tinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio» (DV 10).
«È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda
intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, affinché mediante i lo-
ro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, in-
fatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima
istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero
di conservare e interpretare la Parola di Dio» (DV 12).

Un’interpretazione da evitare.
È bene dedicare una parola all’interpretazione fondamentalista, che nasce dal ti-
more di voler affrontare l’impegnativo lavoro di lettura del testo biblico, preferendo
26
Vivere la Parola

stare radicati alla lettera. Questo rappresenta un tradimento sia del senso letterale che
spirituale del testo.
«Il problema di base di questa lettura fondamentalista è che rifiutando di tener
conto del carattere storico della rivelazione biblica, si rende incapace di accettare
pienamente la verità della stessa Incarnazione. Il fondamentalismo evita la stretta
relazione del divino e dell’umano nei rapporti con Dio. Rifiuta di ammettere che
la Parola di Dio ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta,
sotto l’ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e risorse erano limitate.
Per questa ragione, tende a trattare il testo biblico come se fosse stato dettato pa-
rola per parola dallo Spirito e non arriva a riconoscere che la Parola di Dio è stata
formulata in un linguaggio e una fraseologia condizionati da una data epoca. Non
accorda nessuna attenzione alle forme letterarie e ai modi umani di pensare pre-
senti nei testi biblici, molti dei quali sono frutto di una elaborazione che si è este-
sa su lunghi periodi di tempo e porta il segno di situazioni storiche molto diver-
se»23.

La vera risposta a una lettura fondamentalista è la lettura credente della Sacra


Scrittura. Una simile lettura è presente fin dagli inizi nella Tradizione della Chiesa ed
è orientata a cercare la verità che salva per la vita del singolo e della sua comunità.
Questa linea interpretativa riconosce il valore salvifico della tradizione biblica che è
sempre alla ricerca del significato vivo delle Sacre Scritture, oggi come allora, ap-
poggiandosi sulle mediazioni umane del testo ispirato e dei suoi generi letterari.

La missione della Chiesa


«Il Verbo di Dio ha comunicato la vita divina che trasfigura la faccia della terra,
facendo nuove tutte le cose (Ap 21,5). La sua Parola coinvolge non soltanto co-
me destinatari della Rivelazione divina, ma anche come suoi annunciatori. Egli
attira a sé e coinvolge nella sua vita e missione. Lo Spirito del Risorto abilita così
all’annuncio efficace della Parola in tutto il mondo» (VD 90).

È l’esperienza della prima comunità cristiana, che vedeva il diffondersi della Pa-
rola mediante la predicazione e la testimonianza di vita (At 6,7).
Ciò che la Chiesa annuncia al mondo è il Logos della speranza (1Pt 3,15): l’uomo
ha sempre bisogno della «grande speranza» per vivere il proprio presente, la grande
speranza che è
«quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati fino alla fine» (Gv
13,1)24.

Per questo la Chiesa è missionaria nella sua essenza. I credenti non possono tene-
re per sé le parole di vita eterna date loro nell’incontro con Cristo: esse sono per tutti,
per ogni creatura. Ogni persona ha bisogno di quest’annuncio.

23
PCB, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, I, F.
24
BENEDETTO XVI, Spe salvi (30 novembre 2007), 31.
27
Vivere la Parola

PAROLA ATTUALE
Per il credente la lettura o l’ascolto di un passo della Bibbia non possono essere
suggeriti da semplici motivi letterari, di pura conoscenza. Sarebbe troppo poco! È ne-
cessario che la Parola, scritta in un lontano passato, diventi attuale alla comunità cri-
stiana di questo periodo storico. È necessario che la Parola sia ridetta, tradotta nel
linguaggio di oggi, nella cultura nella quale ci troviamo immersi, nella fede che ali-
menta il nostro vivere, nella dinamica spirituale di una Chiesa che continua a cammi-
nare verso la venuta del Signore. Solo con quest’ultimo passo il cammino interpreta-
tivo arriva alla meta, il processo di comprensione si completa.
«La Chiesa, ammaestrata dallo Spirito Santo, si preoccupa di raggiungere una in-
telligenza sempre più profonda delle Sacre Scritture, per poter nutrire di continuo
i suoi figli con le divine parole» (DV 23).

Il messaggio della Bibbia, poiché proposta di vita, entra nella storia del singolo e
della comunità, per provocare, convertire e rafforzare nel cammino del bene. Nella
comprensione esistenziale la Scrittura ridiventa Parola, annuncio, fonte di vita, testo
che oggi pone domande alla mia esistenza, per spingermi a diventare sempre più ciò
che Dio ha pensato quando mi ha creato.
«Perciò, dovendo la Sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso
Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sa-
cri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all'unità di tutta
la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa e dell'a-
nalogia della fede» (DV 12).

Come leggere la Scrittura?


Guardando al passato e anche al presente possiamo scorgere diverse modalità che
hanno prodotto frutti di santità, segno evidente di ciò che fa la Parola nella vita di chi
l’accoglie e crede.

Ricordiamo il MODELLO PATRISTICO con la scuola di Alessandria (interpre-


tazione allegorica); la scuola di Antiochia (interpretazione letterale storico grammati-
cale); la scuola occidentale (lettura pastorale ed esistenziale). I Padri della Chiesa
presentano una teologia di grande valore, perché al suo centro sta lo studio della Sa-
cra Scrittura nella sua integralità. Essi sono in primo luogo «commentatori della
Scrittura», alla quale si avvicinano con fede, nella costante attenzione alla comunione
della Chiesa.

Il MODELLO MEDIEVALE interpreta la Scrittura a partire da una quadruplice


distinzione: in ogni passo della Bibbia si può cogliere un significato letterale (stori-
co), un significato allegorico (cristologico), un significato morale (antropologico) e
un significato anagogico (mistico).

28
Vivere la Parola

Il MODELLO CONCILIARE è bene espresso nella Dei Verbum.


«Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera
umana, l'interprete della Sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto
comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano vera-
mente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole» (DV 12).

Il MODELLO LITURGICO ci ricorda che


«la Chiesa segue fedelmente nella liturgia quel modo di leggere e di interpretare
le Sacre Scritture, a cui ricorse Cristo stesso, che a partire dall’oggi del suo even-
to esorta a scrutare tutte le Scritture (Lc 4,16-21; 24,25-35)»25.
«Qui appare la sapiente pedagogia della Chiesa che proclama e ascolta la Sacra
Scrittura seguendo il ritmo dell’anno liturgico. Questo distendersi della Parola di
Dio nel tempo avviene in particolare nella celebrazione eucaristica e nella Litur-
gia delle ore» (VD 52).

Al centro risplende il mistero pasquale, al quale si collegano tutti i misteri di Cri-


sto e della storia della salvezza che si attualizzano sacramentalmente. Nell’azione li-
turgica siamo posti di fronte alla Parola di Dio che realizza ciò che dice.

Il MODELLO MONASTICO ci comunica una lettura del testo sacro chiamata


Lectio divina. Essa vuole
«insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, affinché l’uomo di
Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Tm 3,16-17).

La Lectio divina si basa su alcuni principi sempre presenti nella lettura cristiana
della Sacra Scrittura e si pratica attraverso quattro gradi successivi: lettura, medita-
zione, preghiera, contemplazione.

Il MODELLO PERSONALE parte dall’indicazione della Dei Verbum


«Perciò è necessario che tutti i chierici, principalmente i sacerdoti e quanti, come
i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, con-
servino un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assi-
dua e uno studio accurato» (DV 25).

È importante individuare una «via personale», che si prepara in un luogo, in un


tempo e con un segno adatto. Anche la lettura va fatta rispettando dei passaggi:
1. Preghiera con invocazione dello Spirito
2. Prima lettura lenta e meditativa
3. Seconda lettura per approfondire con semplici domande (chi parla? chi opera?
come? dove? quando?)
4. Confronto della vita con la pagina della Bibbia

25
Ordinamento delle letture della Messa, 3.
29
Vivere la Parola

5. Parlare con Dio


6. Individuare una parola da custodire
7. Preghiera di ringraziamento per il dono ricevuto

Il MODELLO COMUNITARIO risponde all’appello della Dei Verbum affinché


tutti i fedeli
«si accostino volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è
impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle ini-
ziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l'approvazione e a cura dei
pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque» (DV 25).

Fra queste iniziative lodevoli possiamo collocare la lettura comunitaria della Bib-
bia, fatta in famiglia o per gruppi parrocchiali. Non vuole essere un momento di stu-
dio della Bibbia e non è necessario che vi sia un esperto, ma è semplicemente un
tempo di ascolto della Parola di Dio e di preghiera, con l’attenzione a cogliere un
messaggio per la propria esistenza.

Il MODELLO DEI SANTI è messo in rilievo dalla Verbum Domini.


«L’interpretazione della Sacra Scrittura rimarrebbe incompiuta se non si mettesse
in ascolto anche di chi ha vissuto veramente la Parola di Dio, ossia i santi» (VD
48).

Infatti, di San Francesco d’Assisi il suo biografo Tommaso da Celano scrive:


«Udendo che i discepoli di Cristo non dovevano possedere né oro, né argento, né
denaro, né portare la bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né
due tuniche […] subito, esultante si Spirito santo, esclamò: “Questo voglio, que-
sto chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!”»26.

26
TOMMASO DA CELANO, «La vita prima di san Francesco», in Fonti Francescane, 356.
30