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Prima Lezione Di Sociologia - riassunto

Prima Lezione Di Sociologia - riassunto

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riassunto "Prima lezione di sociologia"
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Published by: Helen Marlen Di Giacomo on May 17, 2012
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1.

UN’IDEA DI SOCIOLOGIA
Il sociologo coltiva, sviluppa, applica a fini di conoscenza, diffonde immaginazione sociologica, con sensibilità e modi diversi. Per Mills, l’immaginazione sociologica è una particolare qualità della mente; chi la possiede è capace di fare un certo ordine nell’ambiente sociale che lo circonda. La capacità di connettere questioni private a problemi pubblici, comprendendone le ragioni, è l’essenza dell’immaginazione sociologica. L’immaginazione sociologica è dunque la capacità di comprendere come la società è fatta e funziona, nell’ambiente prossimo e più generale, perché in essa diventi possibile vivere con consapevolezza. La sociologia è solo un dei modi in cui si conosce la società, e che da sempre storici, filosofi, pittori, poeti e romanzieri ci hanno fatto conoscere aspetti della società del loro tempo  la Comédie Humanie, la Recherche sono finti di documentazione e interpretazione della società francese dell’ottocento e del primo Novecento. La loro lettura ci aiuta a distinguere cosa è utile osservare di una società per capirla. Senza una certa dotazione di immaginazione sociologica nessuno potrebbe vivere in società: questo significa che: - Esiste una sociologia personale consapevole e ricca - Ma anche una sociologia professionale deve fare i conti con le idee che le persone si fanno. Questo corrisponde a un principio che i sociologi chiamano il teorema di Thomas: una situazione definita dagli attori come reale ha conseguenze reali; ovviamente anche se non lo era. La sociologia nasce come progetto di un campo di studi dove vengono applicati canoni del metodo scientifico alla conoscenza sistematica dell’organizzazione sociale dei modi in cui le persone la generano e ne sono condizionate. L’idea è proprio quella di una possibile scienza della società, che stabilisce dunque confini abbastanza chiari con forme di conoscenza non scientifica di questa. Più complicata è la questione di altri confini, ovvero dello spazio che la scienza della società può conquistarsi, perché quando la sociologia entra sulla scena, già altre scienze sociali hanno cominciato a definire e coltivare ambiti particolari di conoscenza che riguardano differenti aspetti della società. Tutte le scienze sociali sono figlie della modernizzazione e del bisogno di conoscenza in un’epoca di grandi trasformazioni. Il positivismo è la corrente filosofica che esprime la fiducia nella scienza che si diffonde in Europa all’inizio dell’800. Auguste Comte, che ne è il principale esponente, pensa che la conoscenza positiva permetta di superare quella tipica di stadi precedenti dell’evoluzione sociale: la conoscenza teologica, prima, e la metafisica, poi. Ponendosi solo problemi affrontabili con riferimento diretto a fatti concreti, il mondo diventa comprensibile. E’ in questo clima che Comte immagina una fisica della società, che poi chiamerà sociologia, intesa come “regina delle scienze”. Comte ma anche Spencer pensavano all’inizio a un’unica scienza della società incaricata di cambiare radicalmente il mondo e di farlo uscire dalla sua preistoria. La sociologia si trovata a farsi largo fra altre scienze sociali che avevano definito e occupato prima un proprio spazio specializzato (es: economia, antropologia, scienza politica)  ecco perché il progetto iniziale di far si che la sociologia comprendesse tutte le scienze risulta impossibile. La vera fondazione della sociologia avviene ad opera di un insieme di pensatori e ricercatori sociali che Raymond Aron ha chiamato “generazione fra due secoli”. Durkheim è il primo a ottenere in Francia una cattedra universitaria con il nome della nuova disciplina. Durkheim pensa che i fatti sociali vadano pensati come “cose” e debbano essere spiegati solo con altri fatti sociali che ne sono le cause.

In germania con Weber e Simmel, la sociologia prende altre vie; infatti per spiegare i fatti sociali dobbiamo considerare la struttura della società, ovvero il tutto di cui le persone sono parte, con le sue determinazioni sui comportamenti individuali: la società è fatta di uomini, che a loro modo definiscono le situazioni in cui si trovano e sviluppano di conseguenza loro strategie. Durkheim non lo nega, ma pensa che se ci si mette per questa strada si perde la possibilità di fare scienza ella società. Eppure è proprio questa la strada che i due pensatori tedeschi prendono, e lo fanno trovando nella prima scienza sociale, l’economia, un metodo del genere; Weber si smarco poi dall’economia generalizzandone il metodo, considerando tipi di azione che gli economisti non considerano. Negli USA la sociologia sviluppò presto un netto interesse alla ricerca empirica, orientata ad affrontarne problemi sociali. Il primo dipartimento di Sociologia fu fondato a Chicago nel 1892. Si posero 2 questioni: 1) La prima è una questione di confini: per un verso la sociologia urbana, industriale, dell’organizzazione, della cultura, della politica ecc.. non applicazioni a temi specifici del metodo e delle teorie generali della sociologia; tuttavia, i vari ambiti disciplinari tendono a sviluppare propri apparati teorici e a discostarsi dal tronco comune. 2) Il rischio è che la caccia ai dati si riduca a un empirismo ingenuo e che la teoria che dovrebbe orientare la ricerca si riduca a poco più di un vocabolario. Merton è stato uno dei più influenti sociologi di questi anni. Egli smussa il funzionalismo (se qualcosa c’è, serve a qualcosa) per renderlo più vicino alla realtà. La sociologia come scienza empirica, pensa Merton, si deve liberare da due atteggiamenti stereotipati: - Quello del teorico che vive nell’empireo delle idee pure, non contaminato dai fatti del mondo - E quello del ricercatore sociale munito di questionario e matita, a caccia di statistiche Teoria e ricerca sono attività interdipendenti e il buon sociologo deve coltivarle insieme. Entrambe le attività sono a loro volta composte da più attività, con pretese e funzioni diverse. La teoria, a seconda dei casi, viene intesa come:  Metodologia: come io decido di rispondere alle mie domande; pone enfasi sui discorsi  Orientamenti sociologici generali: inquadrano l’osservazione della realtà, senza formulare ipotesi sostantive specifiche  Analisi dei concetti: precisa e rende esplicito il tipo di dati che un concetto sussume, o che sono compresi in un indice composto da più elementi concettuali  Interpretazioni post factum: formulate dopo che i dati cono stati raccolti; possono modificare le teorie iniziali  Generalizzazioni empiriche: riscontrano regolarità senza ancora spiegarle  La vera e propria teoria sociologica: riguarda l’enunciazione di una invariabilità derivabile da una teoria La ricerca empirica è considerata in relazione al controllo (verifica o falsificazione) delle ipotesi. Merton individua 4 influenze della ricerca sulla teoria: 1. Il modello della serendipità, vale a dire il riscontro di un dato imprevisto, anomalo e percepito come strategico da un osservatore sensibile, che diventa occasione per sviluppare una nuova teoria 2. La riformulazione di una teoria: quando nuovi dati sistematici non congruenti con una precedente teoria spingono all’elaborazione di un nuovo schema concettuale 3. Il riorientamento teorico: in conseguenza di nuovi metodi e tecniche di ricerca empirica, che aprono possibilità prima escluse o non viste 4. La chiarificazione dei concetti: che spesso appaiono confusi quando si prova a metterli alla prova con la realtà Se un fenomeno sociale persiste nel tempo, questo significa che tale fenomeno ha delle conseguenze importanti per il funzionamento della società. Il funzionalismo è un tipo di teoria che fonda la sociologa su questo principio: la società è immaginata come un sistema fatto di

parti che integrano fra loro per mantenere in vita il sistema stesso. Già Durkheim aveva osservato che la prospettiva funzionalista può essere utile per spiegare la persistenza dei fenomeni sociali, ma non la loro causa. Merton deriva due conseguenze da questa osservazione: - Il principio funzionalista per cui se una cosa esiste deve essere perché esercita una funzione va relativizzato - Il punto di vista delle funzioni può allora dar luogo a una specifica analisi funzionale, della quale servirsi, insieme ad altre La prospettiva funzionalista rigida si basa su 3 postulati che vanno negati: 1. Il postulato dell’unità funzionale della società, cioè l’assunzione che uno specifico elemento, per esempio una credenza, sia ugualmente funzionale per l’integrazione di tutta la società 2. Il postulato del funzionalismo universale assume che ogni forma culturale o sociale standardizzata ha necessariamente una funzione positiva 3. Il postulato dell’indispensabilità,con il quale si afferma che certe forme sociali sono indispensabili e specifiche per lo svolgimento di specifiche funzioni Una volta liberata da questi postulati, l’analisi funzionale diventa operativa e suggerisce cosa si deve osservare e come evitare trappole. Per esempio, suggerisce che accanto alle funzioni che riguardano l’integrazione di un sistema, bisogna considerare con uguale attenzione la possibilità di disfunzioni (insoddisfazioni), vale a dire conseguenze che diminuiscono l’integrazione, o anche di conseguenze non –funzionali, vale a dire indifferenti. Bisogna poi distinguere - Funzioni manifeste: ovvie ed evidenti (es: il denaro ha come funzione manifesta l’atto di scambiare) - Funzioni latenti: la creazione di un particolare tipo di identità Merton rappresenta la società come struttura sociale, vale a dire come un insieme organizzato di relazioni sociali nel quale i membri della società o di un gruppo sono i modi diversi implicati. L’analisi strutturale considera le determinazioni dei comportamenti e le cause dei fenomeni sociali. Merton attrezza questa analisi a partire dai concetti di - Status  ogni persona occupa una posizione (status) in un sistema sociale, ma è subito evidente che ognuno occupa un insieme di status (status-set) - E ruolo  è il comportamento atteso da chi occupa una posizione, ma si deve fare anche qui riferimento a un role-set, nel quale ogni ruolo comporta attese diversificate. Problema: possibili conflitti di ruolo A ogni status tendono a corrispondere tipiche aspettative e opportunità culturalmente definite, ma al tempo stesso l’effettiva realizzazione di queste è condizionata da opportunità selezionate dalla struttura sociale. TEORIA DEI GRUPPI DI RIFERIMENTO: (= assumere come riferimento un gruppo di cui non si fa parte) Merton sviluppa una tipologia di modi di adattamento personale che si discostano dal caso della conformità, in cui mete definite dalla cultura e uso di mezzi per raggiungerle considerati normali coincidono. L’uso di mezzi non normali (es: la frode) per ottenere una meta culturalmente accettata (es: il successo negli affari) è il caso più evidente di devianza sociale (chiamato innovazione); il ritualismo è il caso in cui i mezzi sono passivamente seguiti, senza riferimento al loro significato, la rinuncia è tipica di chi vive alla deriva, senza riferimento a fini e mezzi delle persone “normali”; la ribellione è il rifiuto sia di mezzi che di fini, ma proponendone di nuovi. Gruppo = insieme di persone fra loro in interazione con continuità secondo schemi relativamente stabili, le quali si definiscono membri del gruppo e sono definiti come tali da altri. Il gruppo di appartenenza è il principale gruppo di riferimento. Merton comprende nello sviluppo della teoria anche una lista delle proprietà di un gruppo. Si tratta di caratteri da osservare perché sociologicamente rilevanti; una prima lista di proprietà formali comprende: - Chiarezza o imprecisione delle definizioni sociale di appartenenza - Grado di impegno richiesto

- Durata prevista dell’appartenenza - Completezza  proporzione fra i membri effettivi e potenziali - Carattere aperto o chiuso di un gruppo - Modi di mantenere la stabilità negli adattamenti all’ambiente Conseguenze inattese  per indicare effetti né previsti né voluti da un attore (es: decolonizzazione dell’Africa: conseguenza attesa dagli americani era quella di liberare gli africani, quella inattesa è quella dei conflitti etnici allucinanti) Profezia che si auto adempie  l’attesa diventa un’aspettativa, diventa qualcosa che orienta le nostre azioni (es: banca che fallisce perché si sparge la voce che questa è in difficoltà)

2. LA SOCIOLOGIA DEI SOCIOLOGI: I TEMI PERFORMATIVI (temi al centro

della riflessione dei sociologi sulla società moderna)
A. DIFFERENZIAZIONE  i primi sociologi percepivano la profondità dei cambiamenti in atto. Nessuno di loro, tuttavia, pensò che la società ricominciasse da capo, azzerando tutto. La biologia ha spesso fornito analogie per pensate la società. Spencer utilizzava Darwin per immaginare una specie di storia naturale della società di cui compaiono successivamente tipi nuovi, in forme che si differenziano adattandosi meglio all’ambiente che cambia. L’ordine sociale diventa il problema caratteristico di chi pone il tema della differenziazione. DURKHEIM è il sociologo che con più decisione individuava nella differenziazione il carattere fondamentale del cambiamento sociale; se vogliamo capire la società moderna, dobbiamo partire dalla “divisione del lavoro sociale”. Una società moderna ad alta divisione del lavoro, ovvero differenziata, può essere opposta a un tipo tradizionale di società segmentale, nella quale tutti o quasi svolgono attività simili. La differenziazione sociale non riguarda solo l’economia, ma investe l’insieme dell’organizzazione sociale. All’origine della differenziazione sta un aumento della “densità sociale”: l’aumento della popolazione, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione fanno aumentare la quantità di interazione fra le persone. In questo mondo sociale gli uni hanno bisogno degli altri, le persone sono legate fra loro da necessità funzionali, ovvero da una “solidarietà organica”; la differenziazione non cresceva invece nelle piccole società tradizionali, a basa densità sociale, e ciò che teneva insieme individui uguali fra loro era una “solidarietà meccanica”, una specie di collante composto di costumi, credenze e forti valori comuni, confermati in rituali religiosi. Da qui si possono individuare altre differenze delle istituzioni: - Nelle società a solidarietà meccanica il diritto è repressivo = punisce chi ha sfidato la sacralità dell’ordine morale - Nelle società a solidarietà organica il diritto è restituivo = ristabilisce le condizioni compromesse. Durkheim avverte che la divisione del lavoro può essere sbagliata o comunque tale da non produrre solidarietà, ma ciò che lui si aspetta è che la stessa divisione del lavoro produca integrazione e ordine nella società. E’ a questo punto che egli si accorge di qualcosa di importante che resta fuori. La società la cui unità è sostenuta dalla divisione del lavoro, non sono emerse dal nulla, ma da società che erano tenute insieme da credenze e sentimenti condivisi. E’ soltanto nell’ambito di una società preesistente che può prendere forma una società a divisione del lavoro. Negli studi successivi, la sua attenzione si sposterà ai temi delle rappresentazioni collettive.

Una delle più elaborate e per molto tempo influenti riprese del tema della differenziazione è la teoria del sistema sociale di PARSONS. Questa prospettiva teorica diventa la base della costruzione di un sistema di grande ambizione. Lo schema riprende analogie biologiche e l’indicazione di metodo assunta anche da Durkheim, per cui se un fenomeno sociale persiste nel tempo, questo significa che tale fenomeno ha della conseguenze importanti per il funzionamento della società: bisogna quindi individuarne le funzioni. Più ancora che in Durkheim è qui coltivata l’idea che la differenziazione è fonte di ordine e integrazione. La società è un sistema stabile di interazione che si adatta all’ambiente mantenendo nel tempo la sua struttura e i suoi confini. Per ottenere ciò, devono essere assolti 4 imperativi funzionali: 1.L’adattamento: che consiste nel procurare mezzi materiali per qualsiasi scopo 2.Il perseguimento dei fini: la fissazione e la realizzazione di obiettivi generali 3.L’integrazione: mantenere fra di loro connesse le diversi parti definendo diritti e doveri applicando le norme 4.La latenza: il mantenimento nel tempo del modello assicurando la riproduzione biologica e culturale. Critiche: - Eccessiva astrattezza dell’impianto - Tendenza a sottovalutare il conflitto a vantaggio di una presunzione di tendenza all’integrazione  scarsa capacità critica. B. RAZIONALIZZAZIONE  Il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna è osservato da WEBER nella prospettiva che considera u crescente processo di razionalizzazione. Con questo intende una progressiva estensione dell’uso della ragione nell’interpretazione della realtà e nella organizzazione della vita sociale. La razionalizzazione si esprime nello sviluppo della scienza, di un diritto razionalmente statuito, valido per tutti e dal quale discende l’esercizio dell’autorità, dell’organizzazione burocratica basata sulla stabile divisione di mansioni specializzate e standardizzate. La razionalizzazione (seconda via di ingresso all’analisi della società), fa spazio ai soggetti e alla loro intenzionalità, arrivando a considerare le conseguenze ultime in un mondo razionalizzato sulla loro libertà, autonomia di giudizio, capacità di legami profondi, in un mondo che la stessa ragione ha reso “disincantato”, perché ha criticato vecchie credenze e fondamenti di valori. La chiave per comprendere la società moderna è per Weber l’organizzazione razionalmente progettata, che si afferma per la sua efficienza, ma l’esito previsto possibile è la burocratizzazione del mondo, con uomini ridotti a ingranaggi di un meccanismo impersonale, sprovvisto di senso. Anche Weber, come Durkheim, introduce insieme un tema e la chiave di una sua comprensione critica. Il tema della razionalizzazione può essere sviluppato in diverse direzioni; una fra le principali è la riflessione sulla natura della razionalità, come carattere dell’agire intenzionale. Chi segue questa via inizierà considerando i due tipi di razionalità che Weber distingue: - Razionalità rispetto allo scopo: agisce in questo modo chi valuta razionalmente i mezzi in relazione agli scopi che si propone, considera gli scopi in relazione alle conseguenze prevedibili - Razionalità rispetto al valore: agisce in questo modo chi si comporta in un certo modo per ragioni di principio, perché ritiene che tale comportamento gli è comandato da un dovere, da una causa che considera giusta. Si tratta di una scelta meditata in relazione alla rispondenza riconosciuta fra un comportamento e un valore Entrambe le azioni razionali, in modi diversi, si oppongono a due altri tipi di agire sociale: - L’azione tradizionale: che consiste nella ripetizione acritica, non rimessa in discussione, di abitudini acquisite - L’azione determinata affettivamente: mossa solo da un sentimento avvertito nei confronti di altri. Una seconda direzione importante derivabile dal tema della razionalizzazione introdotto da Weber, è il contributo allo studio dell’organizzazione sociale, che comprende lo studio delle

organizzazioni formali. Il termine organizzazione sociale è stato usato in sociologia distinguendo la società dagli organismi biologici. Uno dei primi sociologi americani, Giddings, critica le ingenue visioni evoluzionistiche, osservando che “la società è più di un organismo, è una organizzazione che risulta in parte da un’evoluzione inconscia, in parte da una evoluzione consapevole”.  il modo in cui una società si differenzia e sta insieme, i modi in cui gli individui coordinano le loro attività, e come le varie parti della società risultano relativamente congruenti, non sono semplicemente effetti di forze sociali all’opera alle spalle degli individui, ma dipendono anche dal progetto intenzionale di questi, che alla società danno forma. La metafora per considerare la società sotto questo aspetto è pensarla come una macchina, con congegno più o meno grande e complicato, composti di parti combinate fra loro, progettato per produrre un lavoro. Una società comprende una quantità di tali macchine, di diverse dimensioni, progettate in vista di compiti specifici e diversi. In un senso più astratto, organizzazione sociale indica “un modello relativamente stabile di relazioni fra individui e sottogruppi all’interno di una società o di un gruppo, basato sui sistemi di ruoli, norme, e significati condivisi che producono regolarità e prevedibilità nell’interazione sociale”. In un senso più specifico, e usando il termine al plurale (le organizzazioni), ci si riferisce invece ad attori collettivi e artificiali, come una azienda, una scuola che popolano la società. Burocrazia è il termine usato da Weber per indicare la forma generale dell’organizzazione razionale in vista di scopi specifici. Il modello teorico della burocrazia comprende come principali elementi: - La divisione stabile e specializzata dei compiti, progettata in funzione dei fini dell’organizzazione - Regole che prescrivono come comportarsi in situazioni previste - Una struttura gerarchica che attribuisce poteri di comando e controllo - La selezione dei funzionari addetti a ogni specifica mansione in base esclusivamente alla competenza accertata - Remunerazione in denaro del funzionario e impossibilità di appropriarsi del posto, di cederlo o di trasmetterlo in eredità Questa logica organizzativa permea la società moderna, e le organizzazioni che la incarnano si diffondono. Le critiche di Weber alla burocrazia riguardano il destino dell’uomo ridotto a ingranaggio di una grande macchina. Modelli organizzativi differenti sono stati progettati a seconda delle dimensioni, dei compiti, degli ambienti delle organizzazioni. Quanto più l’ambiente in cui operare è prevedibile e stabile, quanto più semplici e standardizzabili sono le procedure consentite dalla tecnologia disponibile, tanto più il modello della burocrazia di Weber è efficiente. Riportato al tema della razionalizzazione, si trova un problema analogo a quello sollevato da Durkheim per il tema della differenziazione: la stabilità istituzionale della solidarietà organica, basata sulla divisione funzionale del lavoro, ha bisogno per realizzarsi di qualche forma di sopravvivenza della solidarietà meccanica delle società tradizionali, cementate da una cultura condivisa. Oltre un certo limite, la razionalizzazione organizzativa provoca anche inefficienza dell’organizzazione organizzata; per fare questo, è necessario tornare al significato sociologico più generale di organizzazione sociale e riferirsi a un altro concetto entrato di recente nella strumentazione dei sociologi: capitale sociale.  l’idea di capitale sociale è una estensione per analogia del concetto di capitale economico, di cui era già stata una estensione il concetto di capitale umano, che si riferisce alle differenti risorse che derivano dalla formazione professionale e dalle conoscenze a disposizione di un individuo. Il capitale sociale è il potenziale di azione cooperativa che l’organizzazione sociale mette a disposizione delle persone. C. INDIVIDUALIZZAZIONE  l’attenzione all’individuo è una componente di valore della modernità. L’individualismo, atteggiamento che riconosce nell’individuo la componente

ultima e il valore irriducibile nella vita di relazione, esprime la spinta di emancipazione da culture tradizionali.  La ragione individuale, come capacità riconosciuta generalizzata di comprendere e valutare  le ragioni individuali , come espressione di interessi e libertà in vista dell’autodeterminazione, ne sono le componenti essenziali. Il significato particolare che l’individualismo assume nella cultura e nella società moderna si ritrova in tutti gli ambiti della vita sociale e, di riflesso, nel mondo in cui questi vengono tematizzati dalle diverse discipline. L’individuo è l’ATTORE SCIALE dei sociologi, l’attore economico degli economisti, il cittadino per i politologi, il soggetto degli psicologi ecc.. I sociologi usano spesso, per riferirsi al cambiamento che interviene nelle relazioni interpersonali nel passaggio alla società moderna, la coppia concettuale comunità-società. Possiamo dire che, in un certo senso, il tema dell’individualizzazione riguarda il cambiamento della materia prima della società, l’individuo, nella grande trasformazione sociale verso la società contemporanea. Per Durkheim, il punto centrale per comprendere la società in trasformazione è la divisione del lavoro, ovvero la specializzazione funzionale delle attività. In questo processo anche le persone diventano fra loro differenziate  per indicare queste conseguenze sulle persone, Durkheim usa il termine individuation. Il sociologo francese non usa il concetto di ruolo per indicare l’insieme delle aspettative che tipicamente sono connesse a una posizione nella società: l’uso del concetto, nell’analisi funzionale, è importante perché permette di collegare l’individuo alla società. Per Durkheim dunque, il processo di individuation consiste nella acquisizione di specifici ruoli nell’organizzazione di una società strutturalmente differenziata. La differenziazione sociale comporta: - la consapevolezza di sé, da parte di individui specializzati in ambiti particolari di azioni, in relazione con altri diversamente specializzati - una maggiore differenziazione individuale - una maggiore responsabilità individuale Negli stessi anni, Simmel usa il termine Individualisierung per indicare qualcosa a prima vista simile; in realtà si trattava di due punti di vista diversi, che consideravano aspetti diversi della nuova organizzazione sociale. Simmel pone la sua attenzione sul altri caratteri emergenti nella società moderna: - l’economia monetaria - l’esperienza di vita nella grande città Nella nuove condizioni, le persone sperimentano l’appartenenza a più cerchie sociali, in combinazioni indefinite, che sono proprie di ognuno. Le combinazioni possibili sono molteplici e variabili, perché la vita sociale è più fluida. L’individuo di Simmel gioca con i suoi ruoli, tessendo reti di relazioni mutevoli fra gruppi sociali. Sennett, ha dedicato una ricerca alle conseguenze delle nuove condizioni di lavoro flessibile sulle motivazioni delle persone, avanzando la tesi del rischio di un fenomeno che chiama “corrosione del carattere”. Il termine carattere “indica soprattutto i tratti permanenti della nostra esperienza emotiva, e si esprime attraverso la fedeltà e l’impegno reciproco, o nel tentativo di raggiungere obiettivi a lungo termine o nella pratica di ritardare la soddisfazione in vista di uno scopo futuro”. La questione è se, nelle nuove condizioni del capitalismo flessibile, sia possibile mantenere un carattere riferito a quei tratti, sulla base dei quali vogliamo essere riconosciuti e valutati. Obiettivi di lungo periodo e relazioni non meramente strumentali diventano difficili nelle nuove condizioni. Introducendo il tema dell’individualizzazione, Simmel ne indicava l’ambivalenza quanto alle sue conseguenze: fonte di maggiore libertà per l’individuo, ma anche di nuovi rischi e costrizioni. D. STRATIFICAZIONE  dove sono finite le classi sociali? L’idea di stratificazione è usata in generale per indicare la condizione comune in cui si trovano categorie di persone, in

relazione alla tipica distribuzione disuguale di risorse in una società (es: genere, razza, etnia, età). MARX e WEBER sono i sociologi che hanno posto la questione della stratificazione. Guardando alla società moderna, la loro attenzione è principalmente diretta alla stratificazione che prende forma nell’economia, alla quale propriamente è riferito l’uso del termine classe sociale. • Marx usa poi lo stesso termine per una interpretazione generale della storia • Weber introduce invece un apparato più differenziato, con riferimento in particolare al concetto di ceto, e distingue meglio le stratificazioni del passato Entrambi sono tuttavia convinti che le società contemporanee sono società essenzialmente divise in classi. MARX  ha insistito sulla centralità della classe per spiegare il funzionamento e l’evoluzione della società. L’idea di base è che ogni società è caratterizzata da particolari rapporti di produzione, ovvero da una particolare struttura di classe, polarizzata fra chi detiene i mezzi di produzione e chi ne è privo, essendo i primi in grado di appropriarsi del surplus di ricchezza prodotta. Ne derivano conflitti: dal conflitto emerge una nuova classe dominante, portatrice di nuove forme di organizzazione economica. Il capitalismo, la società emersa dal crollo della società feudale, è caratterizzato dalla polarizzazione fra borghesia e proletariato. Osservando le società concrete e la loro organizzazione, Marx ha visioni più diversificate della struttura di classe, ma sostiene che si tratta di “frazioni di classe”, e che l’essenziale della struttura è costituito dalla coppia borghesia-proletariato. Nella teoria di Marx le classi sociali sono molto caricate di compiti interpretativi: le idee e la cultura, così come l’organizzazione politica e l’azione di governo, sono considerate sovrastrutture dell’economia WEBER  per Weber la classe è definita da una comune posizione di mercato, ed è necessario considerare che esistono più mercati: del consumo, del denaro, e del lavoro in particolare, dove si presentano persone con differenti risorse e abilità da far valere. In relazione ai diversi mercati si possono distinguere diverse posizioni di classe, che accomunano individui con interessi simili. Weber poi individua la stratificazione di ceto, riferita a quella che chiama la distribuzione dell’onore, ovvero del prestigio socialmente riconosciuto, che implica un particolare stile di vita. Mentre le classi sono in linea di principio aperte, i ceti tendono a chiudersi con barriere culturali Nell’età del capitalismo organizzato si osserva in tutti i paesi una tendenza che smentisce l’idea di una progressiva polarizzazione verso una struttura a piramide della stratificazione sociale. Questa in realtà si gonfia nel mezzo e assomiglia piuttosto a una cipolla  in quasi tutti i paesi la maggioranza della popolazione si considera di ceto medio.

3. TEORIE SOCIALI
Una teoria è un modo per fare ordine nella percezione del mondo che si presenta come molto complicato e che tuttavia si lascia ordinare. Analizzeremo dunque quelli che sono i problemi tipici che si presentano ai sociologi che vogliono costruire teorie della società e di come questi li affrontano.  TIPI DI TEORIE

L’uomo e la società sono immersi nella storia. Questa è fatta di eventi, in continuo fluire, nel quale contano singole personalità. La pretesa dei sociologi è che si possano trovare regolarità nel fluire della storia. E’ proprio nella cosiddetta sociologica storica, che guarda ai lunghi periodi di tempo e a società di ieri, che si vede bene l’intenzione teorica propria dei sociologi. Questi infatti trattano la storia facendo esperimenti mentali, ponendo precise domande analitiche. Con questo non sperano, come pensavano un volta, di arrivare a leggi del divenire storico, ma di individuare categorie che possano essere applicate in più di un caso, anche in altri non ancora considerati. Sociologo molto importante in questo campo è Moore, il quale pone una domanda alla storia: “come mai le vie della modernizzazione e dell’industrializzazione hanno condotto in alcuni grandi paesi a regimi politici democratici, e altri no?”  sono le alleanze e i conflitti fra interessi e classi diverse, vecchie e nuove, con cui è stata data soluzione alla trasformazione della società a economia agricola, a spiegare le diverse combinazioni di industrializzazione e regimi politici. E’ possibile individuare 3 strade del passaggio dalla società pre-industriale al mondo moderno: 1. è quella che l’autore chiama delle rivoluzioni borghesi, seguita da Inghilterra, Francia e USA, che ha condotto a regimi democratici 2. è quella seguita da Germania e Giappone, dove l’industrializzazione si è accompagnata a regimi fascisti 3. è la strada delle rivoluzioni comuniste in Russia e Cina Nei casi delle rivoluzioni borghesi, le classi mercantili e manifatturiere urbane vinsero le resistenze allo sviluppo democratico. Tutte le società hanno conosciuto processi di razionalizzazione (es: nel campo della scienza, del diritto, dell’arte); anche la nascita del capitalismo è espressione della razionalizzazione occidentale, dovuta al combinarsi di molti fattori. Nell’ Etica protestante, al centro dell’attenzione di Weber è l’idea espressa dal termine Beruf, che comprende e lega insieme i significati di professione e vocazione. Già formulata da Lutero, ma poi messa da parte, è stata ripresa da Calvino l’idea di una eguale dignità delle attività professionali, e della natura religiosa della chiamata a una professione, nella quale si attua la predestinazione fissata della volontà di un Dio inavvicinabile. L’dea del Beruf non solo orienta a un metodico e impegnato lavoro, ma si rivela come una potente molla per spingere l’accumulazione capitalistica. L’imprenditore, nel tipo-ideale che ne costruisce Weber in questo contesto analitico, non consuma quanto guadagna, ma reinveste quanto ha guadagnato per confermare la volontà di Dio. Le disposizioni all’agire sono per Weber storicamente riconducibili a credenze magiche e religiose. Con le sue ricerche Weber non ha spiegato come è nato il capitalismo; il suo è stato un esperimento di sociologia storica, che voleva mostrare che le idee hanno una loro autonoma influenza sul cambiamento sociale. Nel laboratorio di Merton abbiamo visto che con la parola teoria si intendono cose diverse. Metodi e contenuti sono intrecciati fra loro, ma per scopi analitici possiamo osservare le teorie piuttosto dal punto di vista dei suoi contenuti oppure dal punto di vista dei metodi. Possiamo dunque distinguere:  CAMPI TEORICI  comprende teorie accomunate dal punto di vista del loro contenuto (es: la teoria della stratificazione, della famiglia, della religione, dei movimenti sociali). Queste teoria hanno carattere sostantivo, in quanto possiamo pensarle come campi dove sono raggruppate e si confrontano interpretazioni diverse di uno stesso ambito di fenomeni.  AMBIENTI TEORICI  sono basati su differenti prospettive generali dalle quali guardare la società.

Si incomincia a fare strada nella sociologia l’idea di prendere in considerazione e studiare le “reazioni minime tra gli uomini, dalla cui ripetizione continuativa vengono fondate e sorrette tutte quelle grandi formazioni che presentano una storia vera e propria”. = MICROSOCIOLOGIA = società vista al microscopio Goffman è il più noto e influente sperimentatore delle possibilità della microsociologia. Il suo principale interesse ha riguardato come gli individui controllano le impressioni che gli altri hanno di loro, ovvero come ci si presenta agli altri. Per ognuno si tratta di fornire una impressione favorevole, che possa produrre vantaggi nell’interazione. Questo avviene in una “rappresentazione si sé”, che minimizza aspetti negativi e ricorre ad accorgimenti che devono comunque offrire un’immagine credibile. Goffman introduce una metafora che individua una specie di universale cultura: l’organizzazione della presentazione di sé richiede spazi e momenti di “ribalta”, nei quali svolgere la rappresentazione, e spazi di “retroscena”, dove ci si prepara e rilassa. L’esigenza dell’alternanza per l’equilibrio personale si rivela nelle situazioni in cui questa è negata. La rappresentazioni ha attori e pubblico; in essa gli attori assumono “ruoli situazionali”, che forniscono la traccia per le possibili interazioni e riproducono rituali. - I “rituali di discrezione”, che impediscono di entrare nella sfera provata - e i “rituali di presentazione” con i quali si manifesta apprezzamento e attenzione. Le situazioni in cui si trovano gli attori non sono dedotte da un’idea di sistema sociale e così i ruoli che richiamano il concetto standard di ruolo come comportamento atteso in un gruppo: un gruppo non è una situazione. Mead è uno psicologo sociale che sviluppa una teoria sociale della mente. Dopo aver distinto il sé in un io che agisce e un me definito dagli altri, pensa che all’io che gioca continuamente nell’interazione utilizzando i suoi diversi me. Per Mead, l’uomo ha dunque una pluralità di sé, diversamente impegnati a seconda dei rapporti con gli altri. La corrente dell’interazionismo simbolico, inaugurata da Blumer, ha mantenuto aperta e sviluppato invece la prospettiva di fluidità e negoziabilità delle relazioni, un’idea dunque meno cristallizzata della società, e insieme un’idea di individuo meno determinato e più attivo. Tale prospettiva è stata in polemica con il funzionalismo, che tende a ridurre la società a una specie di regolamento organizzativo e a vedere come l’individuo è condizionato dal regolamento. Un altro ambiente teorico che alimenta la microsociologia è la sociologia fenomenologica, da cui nasce l’etnometodologia proposta da Garfinkel. Essa si riferisce allo studio dei metodi con cui le persone danno senso alle loro esperienze di relazione e di come, comunicando fra loro, costruiscono discorsivamente un ordine sociale. La gente comune, nella sua vita quotidiana, dà per scontato che il mondo reale corrisponda a quello che appare, e che tutti assumano questa corrispondenza. Goffman applica a livello micro la stessa prospettiva dei rituali di Durkheim. Nei rituali di interazione gli individui sono più portatori di una piccola parte della stessa sacralità riconosciuta al gruppo, per cui anche l’individuo e il suo sé (la sua anima) sono in quanto tali rispettati e per così dive venerati, con rituali appunto che ne riconoscono e garantiscono la sacralità. Il non rispetto di tali rituali è culturalmente riconosciuto come un atto di violenza simbolica. Su questa base è possibile riconoscere 2 assi della stratificazione sociale: 1) un asse verticale del potere, espresso ritualmente dal fatto che chi detiene potere tende a identificarsi con ruoli “ufficiali” di ribalta, e viceversa chi è subordinato con ruoli di retroscena nei gruppi indormali dei quali fare parte 2) un asse orizzontale che riguarda la quantità e qualità di rituali ai quali si partecipa, relativamente autonomo dal primo, e che coincide con le culture di classe. La più importante distinzione fra teorie in senso metodologico nasce da una questione delle origini: è la distinzione fra il punto di vista - di chi ritiene che per spiegare i fenomeni sociali, sia necessario escludere ogni riferimento alle disposizioni e alle motivazioni degli individui  PARADIGMA OLISTICO detto anche POSITIVISTA

- e quello di chi invece pensa che sia proprio partendo dal punto di vista degli attori, dal riferimento al significato che questi danno al loro agire e alle loro strategie, date le risorse e i vincoli della situazione in cui si trovano, che si può capire davvero la società  PARADIGMA DELL’AZIONE La cosiddetta “sociologia delle variabili” è in caccia di correlazioni significative fra attributi sociali sotto osservazione: fra professione e reddito, o fra genere e successo professionale. Le variabili che entrano in fioco possono essere più di una, e si tratta allora di mettere alla prova un modello causale nel quale più variabili sono inserite. Proviamo ora a vedere cosa succede se si introduce una terza variabile. Il tentativo può essere fatto con diverse variabili-test e si presta a 3 elaborazioni: 1) variabile interveniente  permette di interpretare la relazione originaria 2) variabile antecedente  si cerca. si trova un terzo fattore, presente prima nella variabile indipendente, in relazione sia con questa sia con la variabile dipendente. 3) processo di specificazione  consiste nell’individuare le condizioni alle quali una correlazione regge o meno, oppure può essere di grado maggiore o minore. Queste semplici elaborazioni a tre variabili servono a individuare la logica del procedimento, ma questo può essere esteso introducendo un numero maggiore di variabili. L’assunto fondamentale delle teorie dell’azione è che qualsiasi fatto sociale deve essere analizzato come il prodotto, ovvero l’effetto aggregato, di un insieme di azioni individuali.

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