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Anselm Jappe: Traiettorie del Capitale

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Luned 16 Gennaio 2012 16:54

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di Anselm Jappe
E' banale dire che stiamo vivendo un'epoca di enormi cambiamenti a livello tecnologico, che tutto diventa sempre pi miniaturizzato e pi veloce. Ci che distingue un periodo storico da un altro, non solamente la tecnologia, ma, soprattutto, i rapporti sociali. E, da questo punto di vista, ci troviamo pi o meno nella stessa situazione che c'era nel XIX secolo, quando Karl Marx elabor la sua critica del capitalismo. Soprattutto, se non consideriamo i rapporti sociali solo nella percezione della dominazione visibile da parte di una classe di persone - i proprietari dei mezzi di produzione - sugli altri gruppi sociali, costretti a vendere la loro forza lavoro. Ma se intendiamo per rapporto sociale, anche e soprattutto, le categorie fondamentali della societ capitalistica: il lavoro e il valore, la merce e il denaro. Queste sono le forme, storicamente concrete, che prendono le attivit produttive umane. Esse non sono naturali e non si trovano affatto in tutte le forme di societ, tutt'altro. Dopo una lunga gestazione, a partire dalle loro forme embrionali, il lavoro e il valore, la merce e il denaro, il plus-valore e il capitale si sono imposti al centro della vita sociale a partire dalla rivoluzione industriale, e da oltre 250 anni queste categorie hanno continuato ad espandersi sopra aree sempre pi ampie della vita umana, sia in senso geografico che all'interno delle societ capitaliste, fino allo stadio attuale, dove non c' praticamente alcun aspetto della vita che non sia determinato dal lavoro e dal valore, dalla merce e dal denaro, o dalle loro forme derivate. Nella societ moderna basata sulla produzione di merci, il lavoro ha un aspetto duplice: sia lavoro astratto che lavoro concreto. Tuttavia, questi non sono due diversi tipi di lavoro ed il lavoro astratto non ha nulla a che fare con il lavoro immateriale: una confusione terminologica costantemente mantenuta da alcuni autori. Ogni lavoro, indipendentemente dal suo contenuto, ha un lato astratto, vale a dire che costituisce semplicemente un dispendio di energia umana misurata dal tempo. Il valore di una merce, come Marx ha dimostrato, non dipende dalla sua utilit, n dal desiderio che suscita, ma dalla quantit di lavoro indifferenziata, di lavoro astratto, che essa rappresenta. Tale valore si esprime per mezzo di una particolare merce: il denaro. Nella societ capitalista, la produzione di beni d'uso un fattore certamente indispensabile, per sempre subordinato alla produzione di quella merce che l'unico scopo di tutto il processo produttivo: il denaro. Molto prima della questione della distribuzione del plusvalore, tra i diversi attori della produzione, la societ di mercato si caratterizza attraverso questo processo anonimo ed automatico di trasformazione di ogni attivit concreta in una quantit precisa di valore e denaro. Detto ci, alla domanda se sia, attualmente, possibile uscire dalla societ del lavoro, grazie all'automazione che riduce il lavoro ad un parte infinitesimale, la risposta : s e no. S, tecnicamente, ma No, socialmente. Il capitalismo inseparabile dalla rivoluzione industriale. Fin dal suo debutto, ha cominciato a sostituire il lavoro vivo con la tecnologia, con le macchine. Questo il meccanismo della concorrenza che spinge, pena l'eliminazione, i proprietari di capitale a far lavorare i propri operai su macchine sempre pi efficienti, in modo da poter vendere i prodotti a prezzi sempre pi economici. Per, questo rinnovamento tecnologico incessante non beneficia tutti i lavoratori e tutta la societ nel suo complesso. Il filosofo inglese John Stuart Mill, generalmente considerato un cantore del capitalismo, aveva gi ammesso, verso la met del XIX secolo, che qualsiasi invenzione fatta per economizzare lavoro non ha mai permesso a nessuno di lavorare di meno - ma solo di produrre di pi nella stessa unit di tempo. Anche la riduzione dell'orario di lavoro, negli ultimi due secoli, non stata una riduzione del lavoro effettivo, in quanto stata solitamente accompagnata da una intensificazione del lavoro stesso - Henry Ford introdusse, per primo, la settimana di otto ore nella sua fabbrica, intorno al 1914, solo dopo che gli studi dell'ingegnere Taylor avevano dimostrato che, con l'organizzazione scientifica del lavoro, si poteva produrre pi di quanto si producesse con le dieci ore. Ma, in modo paradossale, questa riduzione del lavoro necessario per la produzione di ogni merce, ottenuta per mezzo della tecnologia, se stata la forza motrice dello sviluppo capitalistico, e l'arma con cui ha conquistato il mondo in estensione e in profondit, stata anche, fin dall'inizio, il fattore che lo ha messo pi in crisi. In effetti, solo il lavoro vivo che crea il valore. Le macchine si limitano soltanto a trasmettere il loro valore, determinato dal tempo che stato necessario alla loro fabbricazione. La

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tecnologia non crea nuovo valore. Ogni capitalista, impiegando nuove tecnologie, genera profitto supplementare per se stesso, per contribuisce a far diminuire la massa di valore complessivo, e quindi contribuisce a minare il sistema capitalistico in quanto tale. E 'vero che l'aumento della quantit di produzione, insieme ad altri fattori, ha compensato questa caduta della massa (e non solo del tasso) di valore e plus-valore; ma la tendenza continua a produrre ed i meccanismi di compensazione funzionano sempre peggio. Secondo la scienza economica borghese, il lavoro semplicemente si muove, e la riduzione del lavoro nell'industria verrebbe compensato dall'enorme aumento del lavoro nei servizi. Tuttavia, tutto il lavoro non produttivo, in quanto contribuisce a riprodurre il capitale investito. Seguendo le indicazioni di Marx, si pu dimostrare che molti servizi, come istruzione e salute, e i servizi pubblici generali e le attivit dello stato, compresa la creazione e la manutenzione delle infrastrutture, non aumentano la massa di valore complessivo, anche se degli agenti economici particolari possono creare profitto. Questa diminuzione in valore (e plus-valore) globale non solo una deduzione teorica, bens costituisce l'unica spiegazione possibile per il decollo dei mercati finanziari, e del credito, a partire dagli anni '70, allorch la simulazione e il consumo anticipato dei guadagni previsti per il futuro sono andati a sostituire un'accumulazione reale sempre pi assente. Non un caso che gli anni '70 abbiano anche visto l'inizio dello sviluppo della microelettronica e della "terza rivoluzione industriale", basata sull'informatizzazione. Cos, la riduzione del lavoro vivo, su scala globale, ha conosciuto un'accelerazione decisiva; in molte merci - come il software riproducibile quasi senza sforzo in un numero virtualmente illimitato di copie - la quantit di lavoro "contenuto" scesa a dosi "omeopatiche". L'affermazione secondo la quale il settore dei servizi in grado di assorbire la forza lavoro "razionalizzata," diventata superflua nel settore industriale e materiale, viene confutata tutti i giorni dalla forte riduzione dei servizi da parte delle politiche di austerit neo-liberiste, e pi in generale da un tasso di disoccupazione "reale" intorno al 20%. La riduzione del lavoro causata dalla microelettronica non stata per niente compensata dall'avvento di nuovi prodotti la cui produzione richieda lavoro vivo (come accadde con l'industria automobilistica). Se quello cui stiamo assistendo una fuoriuscita dalla societ del lavoro, non affatto un'uscita pacifica, ma piuttosto un dramma. L'idea, tuttavia, bellissima: le macchine che lavorano al nostro posto. In realt, la forza lavoro diventata una merce molto difficile da mettere sul mercato, ed ancora pi difficile ottenere un prezzo conveniente. Allo stesso tempo, la riuscita di questa vendita rimane un requisito indispensabile per continuare ad essere un vero membro della societ, per non essere l'oggetto di una carit pubblica che si riduce sempre pi. Tocchiamo qui il problema di fondo: nella societ capitalistica, il lavoro, indipendentemente dal suo ruolo effettivo nella produzione, la "mediazione sociale" principale. Il lavoro ci che unisce gli individui, che altrimenti rimangono separati, ed ci definisce il posto di ciascuno nella societ. Cos, il calo costante del lavoro necessario alla produzione di ci che serve alla vita individuale e collettiva - diminuzione che potrebbe costituire una buona notizia - invece getta nella crisi e nel caos il capitalismo, ma purtroppo, vi getta anche tutti gli esseri umani che vivono su un pianeta interamente determinato dalla dinamica cieca, distruttrice e autodistruttiva del capitale. Non pi possibile, oggi, immaginare una ribellione dal punto di vista del lavoro vivo e dei suoi portatori, nemmeno sostituendo il classico proletariato, dalle mani callose, con il lavoratore informatico o immateriale. In verit, sempre stato un paradosso quello di fare una critica del capitalismo dal punto di vista del lavoro, in quanto il lavoro parte integrante di questo sistema, ed esiste solo laddove esiste il valore e la merce. Nello stesso Marx, la critica del lavoro e la critica dal punto di vista del lavoro coesistono in una certa maniera, e non senza contraddizioni. Naturalmente,esso consiste dell'attivit umana volta ad ottenere ci che necessario all'uomo, o ci che desidera. Ma nella societ pre-capitaliste, non c'era una separazione generalizzata tra quello che noi chiamiamo lavoro e le altre attivit, come il gioco, il rituale, l'affermazione della comunit. Non esisteva neanche il termine. E, soprattutto, ogni attivit era specifica al suo scopo. E' solo nella societ moderna, capitalista e industriale, che tutte le attivit sono considerate senza riguardo per il loro contenuto, e viene misurato solo il tempo necessario alla loro produzione, per cui si vedono, in un giocattolo o in una bomba, solo due diverse quantit della stessa sostanza indifferenziata: la sostanza lavoro che d il valore. Ci che diverso nella societ capitalistica, il ruolo sociale del lavoro: non pi soggetto, in quanto mezzo, alle decisioni prese in altri ambiti sociali, come la politica o la tradizione. E' il lavoro stesso ad essere la mediazione sociale universale. Ci pu essere visto nel ruolo che ha l'economia: si emancipata dalla societ, in cui nata come la sua serva, per mettere, al contrario, tutta la societ al suo servizio. Karl Polanyi ha chiamato questo processo lo "sdradicamento" (disembedding) dell'economia. Quello che vediamo ora - gli Stati e le popolazioni che guardano con ansia alle "reazioni dei mercati finanziari", come ai segni di collera di una divinit capricciosa ed esigente - non il risultato di una cospirazione di avidi banchieri che agiscono in collusione con i politici corrotti, ma costituisce lo stadio, pi o meno finale, di questo sradicamento dell'economia di mercato. Uno sdradicamento consustanziale, co-estensivo all'economia di mercato stessa, cui non pu essere opposto un improbabile "ritorno alla politica" che sarebbe in grado di imporre "una maggiore regolamentazione". La politica contemporanea totalmente impotente se non ha dei mezzi finanziari a sua disposizione. Si pu immaginare una rottura dell'economia di mercato in s, ma non possiamo immaginare di dargli una forma molto diversa dalla sua forma attuale. Il suo carattere predatorio, fino all'autodistruzione, deriva dal fatto che essa ha gi esaurito tutte le sue altre possibilit di funzionamento. Difendere il punto di vista del lavoro, dunque, non significa altro che schierarsi, nella lotta attorno alla distribuzione dei frutti del valore della produzione, per una delle parti che contribuiscono alla creazione di valore. Questo pu essere moralmente giustificato, perch quelli che vivono vendendo la loro forza lavoro sono generalmente pi numerosi, e perch traggono meno benefici dalla loro

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partecipazione a questa creazione. Ma questo conflitto, conosciuto nelle sue forme pi antagoniste come la lotta di classe, non conduce, in quanto tale, al di l del sistema basato sul lavoro astratto e sul valore, sulla merce e sul denaro, e spesso ne costituisce uno dei motori del suo sviluppo. Si assiste, da almeno due decenni, ad un forte sviluppo di varie forme di critica del lavoro. A lungo, promossa solo da piccoli gruppi, soprattutto nei circoli artistici, ma odiata da tutti i marxismi tradizionali, ed anche dagli anarchici e dall'estrema sinistra , la critica del lavoro si diffusa man mano che si sviluppava, in strati sempre pi ampi della popolazione, la sensazione di essere diventati veramente "superflui", in termini di economia capitalista. Si danno due tendenze principali nella critica del lavoro. La prima tendenza mette l'accento principalmente sul carattere sgradevole della grande maggioranza dei lavori che siamo obbligati a svolgere oggi, e dice che la tecnologia ci pu liberare. Questa spesso una sorta di elogio della pigrizia o dell'indolenza. Si postula, frequentemente, il ricorso allo stato sociale come alternativa al lavoro individuale. Il valore morale del lavoro - la sua vera santificazione - ha accompagnato l'intera storia del capitalismo, a partire dall'"etica protestante" e dall'opposizione dei borghesi alle classi parassitarie degli aristocratici e dei preti. Ed stata spesso portata al suo apice dal "movimento operaio". La dissoluzione dell'etica tradizionale del lavoro ha fatto dei progressi incredibili negli ultimi anni, presso un vasto pubblico. Anche la difesa delle 35 ore e della pensione a 60 anni indica che un gran numero di persone pensa che si possa fare di meglio nella vita, che lavorare! Pi specificamente, nel mondo degli hacker idea diffusa che, grazie alla tecnologia digitale e alla riproducibilit pressoch infinita dei prodotti informatici, si possa accedere ad un'epoca di abbondanza, e se questa possibilit non ancora stato tradotto in realt dicono - dovuto al dominio politico dei proprietari del capitale In questi ambienti, si ama evocare, riferendosi a un passaggio dei Grundrisse di Marx, un "general intellect", che sul piano tecnico si troverebbe gi al di l della logica del mercato, e che con un intervento politico potrebbe emanciparsi dai "parassiti" proprietari dei mezzi di produzione. Malgrado tutte le arie iper-moderne, questo approccio si limita a riproporre modelli del marxismo dell'inizio dello scorso secolo. C' sempre la stessa fiducia nei benefici del progresso e nello sviluppo delle forze produttive - una fiducia che lascia perplessi. Quello che gli esseri umani non sono pi in grado di fare - vale a dire raggiungere un'organizzazione consapevole della vita sociale - viene affidato alle macchine. La rivoluzione digitale dovrebbe condurre gli uomini verso l'uscita dal capitalismo. A dire il vero, essa ha portato alle estreme conseguenze la logica del capitalismo e, soprattutto, ha potentemente messo in crisi la produzione di valore e l'accumulazione di capitale. Ma la crisi non coincide con l'emancipazione sociale, e il mondo digitale non costituisce, in quanto tale, un "al di l" della logica del capitalismo. Il computer, come strumento tecnico, porta tanta emancipazione sociale quanto la ruota o la stampa. Non possibile andare oltre il capitalismo in una sola zona, definita dalla sua tecnologia. Le speranze riposte nella rivoluzione digitale, spesso fanno ricorso al concetto di "appropriazione", cui vienee associato, pi di recente il concetto di "comune" e di "bene comune". E 'vero che tutta la storia, e la preistoria, del capitalismo stata la storia della privatizzazione delle risorse che prima erano condivise, con il caso esemplare delle "enclosures" in Inghilterra. Secondo una prospettiva largamente diffusa, almeno negli ambienti informatici stessi, la lotta per l'accesso libero e illimitato alle risorse digitali una battaglia che ha la stessa importanza storica - ed essa sar, dopo secoli, la prima battaglia vinta dai sostenitori del libero uso comune delle risorse. Tuttavia, questo ragionamento presenta diversi difetti. In primo luogo, i beni digitali non sono beni essenziali. Disporre sempre, e gratis, dell'ultima canzone o dell'ultimo video clip pu essere simpatico - ma il cibo, il riscaldamento e l'alloggio non sono scaricabili, e sono invece soggetti ad esaurimento e ad una sempre maggiore commercializzazione. Il file-sharing pu sembrare una pratica interessante, ma costituisce solo un epifenomeno in relazione alla scarsit di acqua potabile nel mondo o al riscaldamento globale. Si tratta in ultima analisi, di un progetto tecnocratico, paragonabile al ruolo positivo ed emancipatore che alcuni volevano assegnare, negli anni '60, alla cibernetica, come regolatrice dei sistemi sociali, con la promessa di liberarci dal dominio e dall'arbitrio. La proposta di delegare direttamente alle macchine la risoluzione dei problemi sociali, contiene almeno una verit involontaria: rende evidente il carattere sistemico ed anonimo della dominazione nella societ di mercato. In una borsa dove gli scambi sarebbero completamente determinati dal software, i "traders" con le loro brave braccia alzate per aria sarebbero ridotti al livello di accessori folcloristici, e con tutti i disastri che, per gli uomini in carne ed ossa, deriverebbero da queste decisioni automatiche, sarebbe sempre l'immagine perfetta di quel "soggetto automatico" di cui parla Marx per descrivere il valore di mercato. Per quanto si possano spingere i limiti all'espansione del capitalismo alle estreme conseguenze (per esempio, con le borse dove lo scambio avviene alla velocit della luce), si finisce sempre per sbattere contro dei limiti assai vecchi: le stesse strutture "metafisiche" della merce, il "feticismo della merce" di cui parla Marx e che ci dice che abbiamo programmato le nostre forze sociali sugli oggetti che produciamo, ma da cui noi crediamo di dipendere. L'altra forma di critica del lavoro pone soprattutto il problema del suo ruolo nella societ. Non si tratta tanto di sostituire lavoro vivo con la tecnologia perch passiamo poi il nostro tempo a controllare macchine e computer. Il ruolo stesso della tecnologia nella societ, non dipende soltanto dalla struttura tecnologica in s, ma anche dalla societ che lo crea. Finch esiste la duplice natura del lavoro - concreto ed astratto - si lavorer sempre, non per produrre delle cose utili o desiderabili, ma solo per aumentare la massa di valore. Noi continueremo a produrre, non importa cosa, non importa come, non importa con quali conseguenze, purch quello che produciamo possa trasformarsi, sul mercato, in una somma di denaro. E si lavorer, necessariamente, sempre troppo. Mentre sicuro che le nuove tecnologie possono servire parecchio per difendere il sistema capitalista contro le conseguenze di anomia del prodotto stesso - basta pensare al rapporto tra nanotecnologie e tecniche di monitoraggio - nessuna tecnologia pu dispensarci dal compito di organizzare la nostra vita sociale in modo diverso. Non si va a battere il capitalismo sul terreno della tecnologia. Il filosofo tedesco Gnther Anders aveva gi parlato, ora pi di mezzo secolo, di "obsolescenza dell'uomo":

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l'immaginazione dell'uomo e la sua capacit di comprendere le conseguenze delle sue invenzioni non si evolvono alla stessa velocit dei dispositivi che crea. Anders non aveva ancora visto niente. Noi abbiamo a che fare con tecnologie che superano di molto la nostra capacit di immaginare concretamente il loro funzionamento e le loro conseguenze. Forse sarebbe meglio lasciar perdere i dispositivi che apparentemente non potremo mai padroneggiare. Invece, il nostro modo di vivere insieme, di produrre e distribuire prodotti, qualcosa che assolutamente alla nostra portata - ma sembra stranamente essere oltre il nostro potere, di quanto lo sia il nanosecondo o il superamento della velocit della luce ...
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