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Hannah Arendt, Lavoro, opera, azione.

Le forme della vita attiva Ombre corte, Verona 1997

LAVORO, OPERA, AZIONE

LAVORO, OPERA,

AZIONE

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'B

come un zioneo che considera I'azione d fatto solo .r"roche ha come suo vero fine la contemplazione' dubitato ;;;;. indubbio - e nessuno mai ne ha trascorrere che gli esseri umani possono benissimo l^ ,ru senza mai indulgere alla contemplazione' per mentre 'altta parte nessuno pu permanere altre parollinr..u sua vita in stato contemplativo' In tiene impegnale la vita attvanon soltanto ci che omini, ma anche ci cui te sottrarsi' Giacch aPondizione umana che la rice di tutti i generi di atci che tivit del lavoro, in quanto produce tutto necessario a mantenere i dell'oPera, che crea tutto una dimora al corPo um quanto essa organizzala c

cu sembrav ano caralterizzale dalla non-quiete, da qualcosa di negativo: da a-scbolia o da nec-otiurn, da un"u d tempo libero, dunque dall'assenza di ^un condizioni che rendono possibile la contemquelle plazione. Messe a co mento di quiete tutte I terne alla uita actiua si sta della contemplazione non importante sapere che cosa dsturb la necessaria quete, ma il fatto che sia disturbata.
Tradizionalmente dunque Iauita actiua ha ricevuto il suo significato dalfauita conternplatiua.La considerazione nvero molto limitata di cui godeva le era riconoscuta n quanto stava aI servizio dei bisogni ed esigenze della contemplazione in un corpo vivente. Con la sua fede in un aldil, le cui gioie si preannunciano nei piaceri della contemplazione, il cristianesimo ha conferito una sanzione religiosa alI'umiliazione della uita actiua,mentre d'alttaparte il comandamento d amare il prossmo formava un contrappeso, sconosciuto agli antichi, rispetto a vna simile rrlutuzione. Ma la determinazione dell'ordine costituiva gerarchico ^zione i origine gre91.e la pi alta la scoPerta della non cristia

la pace' i .rr.ri t-u.ri in modo tale a garantite

contemplacondizione necessaria per la calmu della zione. ProPrio Perch sono P ne, ho descritto in modo articolazioni della vita att me soggette ai fini d naturale che la vita da coloro che Per conto di vita contemPlativo' Pe
sPecie

ProPrio nelia misura in

di attivit

umana

che

il cristianesimo, contrariamente a quanto stato spesso affermato, non ha assegnato aIIa vita attiva

AZIONE LAVORO, OPER,


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LAVORO, OPER,

AZION'

O'

iore, non ne ha conteno" 1'h" considerata -

come si consenta di spegare brevemente nostro contesto' Quando sta identit si riveli Lavo-

Mi

que-

ho enumerato le

fottu*tt"ali attivit umne:

ttt'Jil

ne come Punto supremo. per effetto la ristrutturazt ie, anche se non semPre 1

o dei fiiosofi)' Dal Punto


cafe.

er stata ormai rovesclata

Politica, intesa :oT' ui d"[^ contemPlazio-

i cambiamento'

'-"- '

t
I

LAVORO, OPERA, AZIONE

to :una comunit polesei immutabili che avtebbe fat

'lt,"i':'h;;;bd;
Lavoro

u"rlto

'-'

risultato finale un

progetto cheveva in m riteneva ora invece che storia" - un modo di dire volta in Vico - e non una

q*rru storia avesse' co r' generalmente noto' sache ;'""-o-"tto fi"Jt, U 'ciei sefiza classi'

un

seconsiderde$i,'1,i,j.-i;i'iilt'"'i: vi rendetete immeo--' :tto, la glorifi

ritma cosa cne

x::::'i;
di una Poszione trarsi maggiorm conto che a occu lavoro come tale

rebbe stata la fine del modo in cui il tavolo cost ne del Processo difabbcazi< i grandi ri-valutatori ;",".,i;;.r.. " il;ll; reorico fatto altro che capo.1-t"..tti valori non avevano aita ;;i*.;. ..*, i^ utttttiu gerarchia interna allapen'o1i di no^rub p"tt"'bazini' I vecchi modi
sare contnuarono a dom

iI con\nche qui il critee soltanto

t duraturi' Perc losofi del lav


terPretare il lworkingact litica. Certo ca non era Pi

odello dei risultari grande tra 111-

divenne estremamente P questo i"i. .lr. effettivamente crattetizza sotto stessa ;;. i;;ta -odttt'u che ia contemplazione .r diu.ttnta Priva di senso'
che dobbiamo occuparcl ssumere la gerarchia Pi ercare di Penetrare all'in. E la Prima cosa che avrete

LAVORO, OPER,{, AZIONE

LAVORO, OPEM, AZIONE

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o faccio
ar

ffala-

Ploabil-

un'osservazl0-

che mllita a sni deila vita"). I-levidenza fenomenica schiacciante F^i"ii'q".t^ distinzione troppo un fatto che e )rare; epPure I'imPortante teria sociale e istituzionaie' che la convalidi'
se e saivo

A questa mancaza
mente il semPlice fatto sia antiche che moderne, etimologicamente irrelat abbiamo finito Per con Cos il greco distingue tino tra laborare e fac yauailler e ouurer, i' t iavoro hanno In tutti i casi citaii gli equivalenti del e rienze cor di. esp ,rn lonrro tazone iconfondibile casi vengono " e ;;;.., di pena e tormento' tt in qolti parto' I-luldoglie del usat significativanit p"t rrresta connessione originale .stato tim avoro come la "riProduzioMa

teorie moderne del lavoro dopo Marx, e se ci limitiamo a seguire esclusivamente Ia testimonianza di natura etimologica e storica, risulta owio che il lavoro un'attivit che corrisponde ai process biologici del corpo, owero, come scrisse il giovane Matx, esso 1 metabolismo tra l'uomo e la nattrra, o il modo umano di questo metabolismo che condividiamo con tutti gli organismi vivent. Lavorando l'uomo produce quanto necessario per la vita, che deve nutrire il processo vitale del corpo umano. E dal momento che questo processo di vita, che pure ci conduce dalla nascita alla morte lungo una progressione lineare di decadimento, in se stesso circolare, anche I'attivit lavorativa deve seguire il ciclo della vita, il movimento circolare delle nostre funzoni corporee. Ci significa che I'attivitIavorativanon giunge mai a-un teimine fintanto che dura Ia vita umana; significa che infinitamente rpetitiva. A differenza dall'openrelusorl<ing7, che perviene a un termine non appena l'oggetto compiuto, pronto ad aggirtngersi al mondo comune delle cose e degli oggetti, I'attivit

ne

'eilgenerate'la-Produzio-

della specie' ne di "vita altru", come la prduzione

e specialmente le Se tralasciamo tutte le teorie

n altre parole, produce beni di consumo. E lavorare e consumare non sono che le due fasi del ciclo sempre ricorrente della vita biologica. Le due fasi del processo vitale si susseguono cos dappresso da costituire quasi un unico e medesimo mo,rim.nto. Questo non fa a tempo afinfte che dev'esI1 lavoro,

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LAVORO'OPERA,AZIONE

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Bench fatte dall'uomo, vanno e vengono, sono prodotte e consumate, in conformit con il movimento ciclico sempre ricorrente della natura. Per conseguenza non possono essefe accumulate e "messe da parte", come sarebbe necessario qualora dovessero servire all'intento fondamentale di Locke, quello d fondare Tavaltdit della propriet privata sui diritti degli uomini a possedere il loro proprio corpo.

Ma mentre il lavoro appare del tutto "improduttivo" e inaffidabile nel senso di produrre qualcosa di duraturo - qualcosa che soprawiva all'attivit stessa e anche all'arco di vita del produttore - esso invece altamente produttivo in un altro senso. La forza Iavoratva dell'uomo tale da produrre pi beni di consumo di quanto sia necessario alla soprawivenza sua e della sua famiglia. Questa abbondanzanalt:l.ale del processo lavorativo ha consentito a degli uomini di rendere schiavi o di sfruttare i loro simili, liberandosi cos dal peso della vta. E se vero che questa liberazione dei pochi sempre stata ottenuta da una classe dominante con l'uso della fotza, essa non sarebbe mai stata possibile senza questa implicita fertilit dello stesso lavoro umano. Peraltro anche questa "produttivit" specificamente umana parte integrante della natuta)partecipa della sovrabbondanza che notiamo ovunque nel mondo naturale. Non altro che una diversa modalit del "Crescete e moltiplicatevi" con cui come se ci parlasse
la voce stessa della natura.

Dal momento che il lavoro corrisponde alla con-

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delle

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LAVORO,

OPER,A.,

AZIONE

su sa gioia vivi. La i"*" pr".

"otl,gltanto ti, ma ancheldi quell,zi intendi esperire il fatto di essere Iu gra del lavoro"' che ha nelle teorit -odt"" del lavoro' non d quell,artifiuna nozione vuota. I.luomo, l,autore distinguendolo che chiamiamo mondo ;J;;;; e gli uomini, che sono sempre coinvol^U^ "*ta, gli ti gli uni con gio, non sono in iaturali. Ma nell
che delle creature viventi, cui possiamo muoverci e sostare soddi p..i""ro della natura, faticando e ,rorundo e consumando, con la stessa.

esso partecib.l

)o con cul 51 la morte. Il comPenso che .ormenti, bench non lasci di Le P reale e meno futile F*qs,o si fonda sulla ogni altra forma di contenie zza' che chi ha fertilit detlu nut'-tra, sulla serena fiducia

f.attola sua Parte, in qua mane paf figli dei s renza aI nIamorte n il lavoe che perci non considerav a un argo.o .o. un male (e certamente non come mento contro la vita) m triarchi quanto Poco e morte e come la morte forma familiare della n tardissma et e sazi di anni"'

Quella gioia della vita nel suo insieme che nerente al lavoro non si incontra mai nell'opera e non dovrebbe essere confusa con il momento di gioia, inevitabilmente breve, che ne segue il compimento e che accomp^gna iI risultato. La gioia del lavoro sta nel fatto che lo sforzo eIa gratlficazione si succedono dappresso proprio come la produzione e il consumo, sicch la soddisfazone un momento concomitante del processo medesimo. Non v' durevole gioia n soddisfazione per gli esseri umani al di fuori del ciclo prescritto di penoso esaurimento e piacevole rigenerazione. Qualsiasi cosa sbilanci un taie ciclo - I'infelice condzione per cui I'esaurimento accompagnato dalla desolazione, o una vita completamente sf.aticata in cui Ia noia prende il posto della stanchezza e in cui Ia ruota della necessit o quella del consumo e della digestione macinano spietatamente a morte un corpo umano incapace di difendersi - dstrugge quella elementare felicit che ci viene dall'essere vivi. Un elemento d lavoro presente in tutte le attivit umane, anche le pi alte, n quanto vengano intraprese come impieghi di routine con cui ci guadagnamo da vivere e ci manteniamo in vita. La loro stessa rpetitivit, che assai spesso avvertiamo come un peso esautorante, ci che fornisce quel minimo di contentezza animale che grandi e significativi momenti di gioia, rari e prowsori, non possono mai sostituire, e senza di cui nemmeno i momenti pi durevoli, bench altrettanto rari, di vero dolore e rammarico porebbero verificarsi.

"i.rrro,"i.t

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AZION1

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Opera

distinguiamo L-opera delle nostre mani' che 'dal molteplicit dav lavoro dei nostri ttrpi' lubb'lt'ula loro in;;;;fi;o .ll' 'i'''h' danno ! o.eo'nelviviamo' in cui ;;;;itificio umano' il mondo.bens di oggetti u."i-i on ne determina d'uso. Il loro,rro, "-uppropriato'mondo quella soEssi "tit""o al ;;;;;e. non darebbe lidit e stabilit tt;;;;it"i il mondo quella creatura instabile la sannziai po"' 'p;";; riortale che i'uomo'

riale su cui lavorare e con cui costruire. Per se vero che I'uso destinato a usurare gli oggetti, non si trattz- di una fine pianificat^ e non questo il fine per cui sono stati fatti, come invece il fine inerente el pan.la sua "distruzione" owero il suo immediato cnsumo; c che l'uso logora la durevolezza'In altre parole la distruzione, anche se inevitabile, acciderrtale rispetto all'uso ma inerente invece al consumo. Ci che distingue il pi logoro paio di scarpe dai generi di puro consumo che le scarpe non si guastano se non sono indosste: sono ogg,etti, e- posri.do.to perci una cert "oggettiva" indipendenza ioro propria, anche se modesta. Usati o no, permarranno per un certo tempo nel mondo, salvo non vengano deliberatamente distrutti.

"li;;il ii

'o""*o

questa capacit di durata che d alle cose del mond la loro rclativa indpendenza agIi uomini
che le producono e le usano, quell'oggettivit che fa s che contrastino, che "stiano contro" e sopportino

"

delle cose non Certo la durevole zza delmondo le cose ma ne facciaassoluta' Noi non tt*-iu*o ^il;;" le usiamo, finiranno per deperire' .,i naturaie complessivo per ritornare entro ii proto'o contrasto con ii quale le da cui erano state trae e in s o espulsa dal monavevamo costruite' lu"iutua esserelegno e il legno si do umano Ia sedia t*tta a a cui i'albero era corrornper ritornand o alfa rta il mate;;;;;;ptt"tu di .,"it taglato per diventare

almeno per un certo tempo i voraci bisogn e desideri dei loio viventi tulizzator. Da questo punto di vista le cose del mondo hanno la funzione di stabilizzarcIavita tmana e la loro oggettvit consiste nel fatto che gli uomini, nonostante la loro natura costantemente mutevole, possono ricuperare la loro degli ogpropria gett, h Po anche

l" ,t.rru

I'indiffe-

mal'artificio costruito dall'uomo renza della natur ^, con la soggettivit umana' Solo ci che contrasta perch abbiamo elevato un mondo di oggetti a p^r'

,2

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dre da quanto Ia natuta ci ha dat, t *dbi^*o o9struito nella naturu qnesto ambienieirtiflCtalei ehe' aci protegge dalla natura gmo guardare a quest'ult 1^ gettivo". Senza un mon gvi sarebbe eterno movime
gettvit.

cui viola e distrugge paruialmente ci che gli stato dato.


processo della fabbricazione nteramente determinato dalle categorie di mezzo e fine. La cosa fabbcata un prodotto finale nel duplice senso che in esso il processo di produzione giunge a un fine e che soltanto unmezzo per produrre questo fine. A dlffcrenza dall'attivit lavorativa, dove lavoro e consumo sono solo due fasi di un identico processo - il processo vitale dell'individuo o della societ - il fabbricare e l'usare sono due attivit del tutto differenti.La fine del processo di fabbrcazione si ha quando la cosa compiuta e si tratta di un procedimento che non ha bisogno di essere ripetuto. Limpulso a ripetere viene dal bisogno dell'artgiano di guadagnarsi da vivere, cio dall'elemento di lavoro che inerisce alla sua opera. Pu venre anche dalla chesta di moltiplicazione da parte del mercato. In entrambi i casi l'attivit viene ripetuta per ragioni che le sono estrinseche, a dlff.erenza da quella rpetizione forzata che inerisce all'attivit lavorativa, dove si deve mangiare per lavorare e lavorare per mangiare. Non si dovrebbe confondere la moltiplicazione con la ripetizione, quand'anche possa essere wertta dal singolo artigiano come mera ripetizione, che una macchina potrebbe compiere meglio e in modo pi produttivo. La moltiplicazione infatti moltiplica delle cose, mentre la petizone si limita a seguire il ciclo ricorrente della vita, n cui i suoi prodotti svaniscono quasi altrettanto rapidamente quanto sono appars.

Il

Durata e oggettivit sono il prodotto del fabbrireicare, l'opet u {J['ho*o faber' Essa consiste nella nelle iiruio"Z.Quella solidii che presente anche cose pi fragili viene in ultima analisi alla matea' trasfJrmata l.t -ut.ti^le. I1 materiale gi un pro.i. .U" mano dell'uo no, che lo ha rimosso dalla processua colloca zione naturale, o sacrficando un o ,o rritrt., come nel caso dell'aibero che d la legna' irrt..--p.ndo quaicuno dei processi naturali pi l*ti, .o-. per ilierro,la pietra o il marmo che vengorr .tt."tti dal grembo della terra' Un tale elemeno di violazione e di violenza presente in ogni fabbricare e l'uomo, in quanto creatore dell'artificio natura' umano, sempre stato un distruttore della L.rp.ri.rtra i questa volenza l'esperienza pi elerientare ellanorzaumana e con ci stesso plee decisamente iI contrario di quello sforzo penoso bilitante che sperimentiamo nel lavoro vero e proorio. Non si tratta pi qui del guadagnarsi il pane i.ol sudore della fronte", con cu l'uomo pu invero viventi essere signore e padrone di tutte le creature propri ma resta ancora al servizio della natura, dei Homo faber diviene sibirogti naturali e della terfz.' e padrone della natura stessa nella misura in

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5'

ne altrettanto definito e prevedibile

Il fatto di avere un inizio ben definlto

le

un terni-

il

contrasse-

homo p* .o.tf
to,

re cos come

Prodotto delle sue

sem-

mani

precedenza che tutti i process di fabbricazione sono determinati 'aila categoria di

Ho detto in

mezzi e fine. Ci si rvela con la massima charczza nel ruolo enorme che vi hanno gli arnesi e gli strumenti. Dal punto di vista delf'horno faber,l'uomo effettivamente quel che dceva Benjamin Franklin, un "tool-maker". Certo gli arnes e gli strumenti vengono impiegati anche nel processo lavorativo, come ben sa qualsiasi donna di casa, orgogliosamente atttezz^ta di tutti gIi aggeggi di una cucina moderna. Ma queste atttezzafi)le, quando vengono usate per il lavoro, assumono un crattere e una funzione diversa; servono ad alleviare il peso e a meccanizzarele fatiche di chi lavora, sono - per cosi dire antropocentriche, mentre gli arnesi di fabbrcazione sono progettat e inventati per fabbricare cose, Ia loro idoneit e precisione sono dettate da scopi "oggettivi" piuttosto che da bisogni e desideri soggettivi. Inoltre, ogni processo di fabbcazione produce cose che durano considerevolmente pi a lungo che non l processo che le ha portate ali'esistenza; mentre in un processo lavorativo che allestisce de beni di "breve dtJrata" , arnesi e strumenti sono le sole cose che soprawivono allo stesso processo lavorativo. Sono le cose d'uso per lavorare e come tali non sono il risultato della stess a attivit lavorativa. Ci che predomina nel lavorare con il proprio corpo, e implicitamente in tutte le attivit dell'operare eseguite nella modalit del lavorare, non 1o sforzo intenzionale n il prodotto stesso, ma iI meccanismo del processo e il ritmo che esso impone ai lavoratori. Gli strumenti del lavoro vengono trascinati in questo ritmo in cui corpo e strumento obbediscono allo stesso movimento ripetitivo - fino al punto che, nel-

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loro movimento soell' attvit lvorativa' Po che dtPrmina imento della maci del corPo' o addiritsostitusce' Mi tura - ad uno stadio pt avanzato - li questione ,.Utu moito carattristico il fatto che la " essere aggiutu.rto dirprrtata se sia I'uomo a dover r'ir -acchina o piuttosto le macchine allanariferitura dell'uo*o, ,,o" sia mai stata sollevatain ragione. ;-; ;pii.i u"tt'i e strumenti'La al .i'i",d i f"t *t'tittt restano cheservizio della ;"tre le macchine esigono sia il lavora-

gudicati nei termini deila loro adeguatezz e utilit in vista del prodotto finale desiderato, e nient'altro.

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nturale del suo *o',i"tnto meccanico' In altre parole ' "ir"ro pi raffinato rimane un servitore inl'arnese ia i gttt -i 'o'tit"ire la mano; anche primitiva guida e idealmente sostituiad aggiustare

iliitmo

'

il lavoro del corPo'

I-lesPerienza Pi proposito di strumen

ti*rion.. Qui vale

'

mezzi;fa ancor ne giustifica la re il materiale, che si uccida l'albero e il t crifichi il legno' Allo stesso

Cosa sorprendente, la validit della categoria mezzi-fininon si esaurisce con il prodotto finito, per il quale ogni cosa e persona dventa un mezzo. Anche se l'oggetto un fine in rapporto a mezzi con cui stato prodotto, nonch il fine effettivo del processo di f.abbcazione, esso non diventa mai - per cos dire - un fine in s, o almeno non fintanto che resta un oggetto destinato all'uso. Esso assume immediatamente l suo posto entro un'aItta catena mezzo-fine in virt della sua stessa utlit; in quanto mero oggetto d'uso, diventa unmezzo per - diciamo - una .rita comod a; o in quanto oggetto di scambio, cio in quanto un valore determinato sia stato conferito al materiale impiegato per la fabbricazione, esso diventa un mezzo per ottenere aitri oggetti' In altre parole, in un mondo strettamente utilitaristico, tutti i fni ro.ro destinat ad avere breve txata; vengono ffasformati in mezzi per determinati ulteriori fini' limbarazzo dell'utilitarismo - quella che potremmo dire la filosofa deII'honao faber - deriva dal trovarsi catturato entro una catena infinita di mezzi e fini senza anivare mai ad alcun principio che possa giustificare la categoria, cio la stessa utlit.
consiste nel fare dell'utente, I'uomo stesso, il termine ultimo su cui arrestare Ia catena infinita dei fini e ei mezzi.I-luomo un fine in s e non dovrebbe ma essere usato come nmezzo per conseguire altri

II modo consueto per uscire da questo dilemma

ilr"i*i

r" -isura della cooperazione e Ia cooperatori che sono neces, l""*a i assistenti o e ogni persona vengono qul J*. 6i"i ogni cosa

orsanizza

il

( Processo stesso

,'

L,ryORO, OPERA, AZIONE

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AZIONE

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'8

ano essere: tufto ci ci rale di Kant e non v' nanzitutto relegare

filosofia dell'utilie, imPedendole di go,ro* invece del raPavia 4nche la formula


a

teriale Pressoch " serza operare e a cui conferire ceva Locke, ma Ie stesse

I'esperienza di fabbrcazione, per cuila vantaggiosit e l'utilit sono posti come gli standatd ultimi per il mondo come anche per la vita degli uomini agenti che nel mondo si muoono. Possiamo dire chel'borno faber ha trasgredito i limiti della sua attivit nel momento in cui, sotto le vesd dell'utlitarsmo, propone che la strumentalit governi I'ambito del mono finito in rnodo cos esclusivo come governa I'attivit attraverso cui tutte le cose che vi sono contenute vengono in essere. Questa genenlzzazione sat ,.-pr larcntazione dell' bomo faber anche se, in ultima^ analisi, sar la sua stessa rovina: nel bel mezzo della vantaggiosit si trover confinato nell'insignificaz^;l'utiiiiarismo non mai in grado di rspondere alfadomanda posta una volta da Lessing ai filosofi utilitaristi del suo tempo: "E qual , se permettete'

ta-

I'utile dell'utile?"
Nella stessa sfera della fabbricazione c' soltanto un tipo di oggetti a ctila caten infinita i mezzi e fini non .otrri".t., e si tratta deli'opera d'arte' la co;pJ inutile e al tempo stesso-ia pi duratura che mano umana possa produrre' La sua caratteristica pi proPria l'estraneit all'i lizzazione ordinaria' E quest che gi fu d'uso, ad esemPio un'epoca Passta, che viene siva un "capolavoro", messo in rtrn cos da ogii ttlizzazione possibile' finalit di una sedia assolta quanopta, la finalit inerente all'opera d'arte che I'artisia lo sappia o no' e che tale finali-

ef-

eil ^ent un
s e Per

ossa an-

che essere'

fabbticazione il P ro dotto in s, un'entit indiPen-

strumentalit in quanto seguire un fine, ma Piut

LAVORO, OPER,A, AZIONE

t sia raggiunta o meno - di permanenza atraveo .u* l" pura capacit di d fatto dall'uomo appare co za e perci in nessun altro le si rivela in modo cos sP ia fonte .ror, -orrule per esseri mortali' E bench reale di ispira pensiero, ci processo del

Azione

gibile pi di oggett non 1 verifica quan maqine, si comPone tn Pezz f.i,-i*."te fa-del pensiero una realt' E per produrre queste .or. di pensiero. che generalmente la .fti"r"i"-. col nome diopt" d'arte necessaria prl;;.t;" abilit tecnica che attraverso lo strumentole al.t^f. delle mani dell'uomo costuisce tutte tre cose, meno i"'ut"" e pi utili' dell'artificio
umano.

dalia mano dell'uomo diventa una dimora per i mortali; una dimora la cui stabilit in grado di durare e d soprar,vvere al movimento e ai mutamenti continui delle loro vite e azoni solo nella msura n cui sia in grado di trascendere il mero funzionalismo dei beni di consumo e la mera utilit degli oggetti d'uso. Lavita nel suo senso non biologico, I'arco temporale concesso ad ogni uomo tra la nascita elamorte, si manifesta nelI'azione e nel discorso, ai quali dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzone. Con la parola e l'azione ci inseriamo nel mondo umano: inserimento che equivale a una second a nascita, con cui confermiamo e ci assumiamo il nudo fatto del nostro fisico apparite. Da quando attraverso la nascita abbiamo avuto accesso all'Essere, condividiamo con tutti gli altri enti la qualit dell'Alterit, un importante aspetto della pluialit che comporta lI fatto che ci sia possbile definire solo mediante distinzione, e che siamo incapaci di dire che cosa una cosa senza distinguerla

Il mondo delle cose prodotte

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LAVORO, OPERA, AZIONE

LAVORO, OPER,T, AZIONE

fn pi, condividiao con tutti gli distintivo tgr="it*i viventi q"at" specie di. tratto pe-r alda qualcos'alro.

Solo-l'uomo che ne fa un'entita'i"i"ii^le' soltan,tprir,, ult'rite individualit' eglinon soiit" ;J;-d"inguersi e comunicare se stesso' e o ostili tanto qualcoru - .oL"tt o fame'simpatia .["-'oo altert e distinzione diventache.l'uomo con la no unicit..rni.lti ^ff"n'o ci nella socialit propria del oarola e l'azione non ci imposto Questo inserimento e non stimolato da dalla necesrita tonit 111'uo1o ;tt.s;;.rid.'i lo-t lo I'op.era' incondizionai-p,-'l,o sorge da q'eli'inizio che venuto ti^o natie a cui corrisnondial su nostra proprla con l'iniziare qualcosa di nuovo senso pi generale' signifiiniziativa.Agire, e in di c a ;.'un' noiuiu u' in c o min t i a r e' c o m movimento iu purotu grec? archein o mettere. in del latino t lsignificato originario

i"i

;;;;;;.

il;;:t

il;en*

;;;f;; ;';;d" do ;;;;;


4gere.

;;i;;t

q"it.oru, .l .h.

dere alla domanda che si pone per ogni nuovo venuto: "Chi sei?" IJapertura del "chi si " implicita ne1 fatto che tn'azioe priva di discorso in certo modo non esiste, o se esste irrilevante' Senza il discorso, l'azione perde il suo attore e l'agente i azioni possibile soio nella misura in cui al tempo stesso chi pronuncia parole, chi identifica se stesso come attoi. . utt.rrria ci che sta facendo, che ha fatto e che intende fare.Esattamente come ha detto Dante, con una concisione che non saprei eguagliare (De Monarchia,t,I3): "Giacch in ogni azione ci che primariamente inteso dall'agente t...] Ia tveIazone della propria immagine. Da ci deriva che ogni agent; ne[a misura in cui agisce, ne prende diletto' dd *o-.nto infatti che ogni cosa che appetisce il nell'azione l'essepr odo intensificato' re egue ["'1' Perci il nulla agisce se non in quanto agendo rende patente il proprio s latente" 2'

alfatTutte le attivit umane sono condizionate che non Un . ;l;pluralit umana, 'alfatto. cio la terra e in aipi"r^lt abitano g[ ;;;; '-'o*inito""iuotto' Ma soltantol'azoun modo o.ttU'o specificamente al fatto ne e il discorso J;it;;t"o tra co:"";t;;;rigt'ifitu sempre vivere tra uomini' conseguenzaquan^do loro che sono i miei eguli' Per cur si tratta di un mondo in -iit*tit.o nel mono'altri' Azion-e e discorso sono sono gi presenti degli l'atto primordiale cos stretta*."" ;;;;h'i ;trch sempre anche rispone specificamente umano d"t

quella inglese Questa versone dal latino ricalca intenzionalmente della Arendt tN.d.C.l.

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LAVORO' OPERA, AZIONE


I

LAVORO, OPERA,

AZIONT'

6J

Esse tuttavia, per conto proprio, sono di natura del tutto diversa da questerctftcazioni: ci dicono pi cose sui

Essi testt la prima guerra mondiale' identificabile che quattro genzadi trovare "1t;;thi" aver rivelato' ann di massacro oi*"tt"ou"bbtto bruto che I'aaljatto l.indisponibilit ";;;;;;i ha ispirato

!,
I I

sente della guerr" f;;;*ero.Nessuno cio a di *t";;;;ti q"tgli sconosciuti' i'.r.rione rendere aveva- qalcato di tutti coloro che Ia guerra delle loro rcalizzazio' noti, derubando[ ;i;t" umana' .ri, *u della loro dignit insieme la loro Dovunque gli uomini conducano raP vita esiste un tessuto di meatii s dire intrecciato degli to e

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r;'."tt*t

su un tessuto gi esistente' ogni nuovo."""o-'itude in certo modo a un nuodove tuttav'u t" a i"i'io oi'i uitti' anche al di I vo processo che i"it*t di oloro con "ii''g'n" '.'?i?.dii r'3 n'io ;;ru Ji uor..i' ' ::'T,:i^',"li il non to""g'-tt quasi mai

sia

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loro soggetti, sull"'eroe" presente n ogni storia, di quanto qualsiasi altro prodotto d mano umana ci possa mai dire sul suo artefice, ma non sono dei prodotti in senso proprio. 4"9. se ciascuno d inizio alla propriu ,toiu, almeno alla sua storia di vitu, ,r.rr.rrr n l'autore o il produttore' Eppure precisamente in queste storie che in definitiva si riielu il sgnificato effettivo di una vita umana' Che ogni vita individuale ffala nascita e la morte possa aia fne essere raccontata come una storia con un inizio e una fine, la condizione prepolitica e preistorica della storia, la grande storia che non ha inizio n fine. Mala ragon per cui ogni vita umana dice l" prop.iu storia-e per-cui in definitiva la storia di,r.itu il libto di stoiia dell'umanit, con tanti agentr e parlanti e tuttavia senza che entrambe sono il ri ria effettiva in cui siamo i la nostra vita non ha un " invisibile, perch non fattalmadef ' lassenzadi un produttore lmaerf in questo ambito spiega la s*ardinaa ftag1lt e inaffidabilit delle iucende strettamente umane' Dal momento che agiamo sempre entro una rete di rapporti' le .onr.!,r.rrze d ogni atto sono sconfinate, ogni azofeaara paodrae non soltanto una reazione, ma una prozione a c tena, ogni processo causa di nuovi inevitacessi imprevedibili. Questa sconfinatezza bl; . nn pott.bbe es.r. esorcizzata restringendo

ilHii"ttt'"tol'u"one
ProPrio obiett in- e delia proPria tenzion

con cui la f

Queste storie Possono Pot menti e monumenti' raccontate in ognr ,itiogtufia e elaborate

v.ellt

LAVORO, OPERA, AZIONE

LAVORO, OPERA, AZIONE

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completano a vicenda: il perdonare si riferisce al passato e serve a disfare ci che esso ha fatto, menre il vincolarsi con delle promesse giova a creare, nell'oceano d'incertezza del futuro, delle isole di siarrezza senza di cui neppure la continuit, per non parlare di una qualche capacit di durata di qualsiasi genere, sarebbe mai possibile nelle relazioni interumane. Privati delia possibilit di essere perdonati, di essere liberati dalle conseguenze di quanto abbiamo fatto, la nostra capacit di agire sarebbe per cos dire confinata ad un singolo ato, daI quale non potremmo mai pi rprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze)rrn po' come I'apprendista stregone che non conosceva la formula magicaper rompere I'incantesimo. E se non fossimo vncolati all'adempimento di promesse non saremmo mai in grado di rcalizzare quel grado di identit e di continuit che, insieme, producono la "persona" intorno alla quale pu essere raccontata una storia; ognuno di noi sarebbe condannato avagate disperato e senza meta nel buio del proprio cuore solitario, irretito nei propri mutevoli umori, nelle proprie contraddzion e ambiguit. (Questa identit soggettiva, che si conquista con il legarsi a delle promesse, dev'essere distinta da quella "oggettiva", cio riferita ad oggetti, che emerge dal confrontarsi con il permanere uguale a se stesso del mondo, di cui ho parlato trattando dell'opera). Sotto questo aspetto, perdonare e f.arc promesse sono come meccanismi d controllo congegnti nella nostra stessa facolt di areinizo a sviluppi nuovi e infniti.