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Universit degli Studi dellInsubria

Dipartimento di Economia - Varese

Appunti di Sociologia/2
Prof. Lelio Demichelis
Anno Accademico 2012-2013

Capitolo 7
Tecnica e industria. E consumo
E le tre rivoluzione industriali.

Prima rivoluzione: fine XVIII secolo.


Introduzione delle macchine, costruzione di macchine attraverso macchine,
produzione di primi beni di consumo. Ma anche primi legami tra
produzione e consumo, legami che si rafforzeranno sempre di pi essendo il
consumo qualcosa di assolutamente conseguente/necessario alla
produzione, in un mondo (rivedere in Marx) dove il valore di scambio
prevale sul valore duso di cose/beni/merci. Prime riviste di moda (la cultura
della moda, nellOttocento, deve molto alle riviste, alla prima pubblicit sui
giornali, ai manichini nelle vetrine; e gi nel 1771 nascono i primi depliant
illustrativi allegati ai giornali), inizio della trasformazione dei negozi, con
pubblicit, vendite promozionali e avvio della manipolazione attraverso le
mode. La vetrina come spazio dove esporre delle merci nasce nel
Settecento, ma si sviluppa soprattutto nellOttocento. Consumi e
soprattutto innovazione tecnologica di base. Le merci escono dai cassetti e
dai retrobottega, dove erano stipate e conquistano la vetrina, si mettono in
mostra, si fanno vedere per essere acquistate, attirando lattenzione del pubblico
dei consumatori. Catturandone lo sguardo e costruendo in loro (mediante una
sorta di rappresentazione teatrale la vetrina come palcoscenico delle merci, dove
niente lasciato al caso ma tutto costruito, appunto secondo una strategia
sempre pi precisa) il desiderio di possedere quella determinata merce.
Seconda rivoluzione: fine XIX - inizi XX secolo.
Industria chimica e farmaceutica. Quanto invece al mondo del consumo,
prima i cosiddetti passages - in Francia - ovvero concentrazione di pi negozi
in uno spazio comune e in luoghi di forte passaggio, poi nascita dei primi
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centri commerciali: Bon March a Parigi (1852), Galeries La Fayette (1870).


Lilluminazione elettrica delle citt accentua il processo di vetrinizzazione.
Parallelismo accresciuto tra la messa in scena di uno spettacolo teatrale e la
messa in scena delle merci con la nascita (appunto) dei primi grandi
magazzini dove lo stesso magazzino a diventare/essere un grande teatro e la
merce si trasformata (V. Codeluppi, La vetrinizzazione sociale, Bollati Boringhieri) in
oggetto di uno spettacolo permanente. Produzione di bisogni necessari a far
funzionare il sistema, intensificazione della pubblicit come mezzo per
creare bisogni, quindi desideri per beni e servizi da (far) consumare.
Nel mondo della produzione: catena di montaggio, fordismo-taylorismo
fino al toyotismo e alla lean production. Secondo il filosofo della tecnica Gnther
Anders (vedi oltre): tra prodotto e uomo deve essere introdotto a forza un
prodotto ulteriore e questo prodotto si chiama bisogno.
Terza rivoluzione: fine XX secolo.
Informatica e rete. Nuovi consumi non pi di massa e rigidamente
standardizzati (le Ford T tutte nere, una scarsa differenziazione dei prodotti);
poi, nel secondo dopoguerra, diffusione di prodotti che soddisfano bisogni
primari: lavatrice, frigorifero. Verso la fine del secolo, ulteriore
personalizzazione dei prodotti (apparentemente) sempre pi individualizzati e
marketing relazionale/emozionale, la marca/logo come sistema di produzione
di valore, come se le cose, le merci, i prodotti dopo avere perduto il loro
valore duso e accresciuto sempre pi il loro valore di scambio acquisissero
(dovessero acquisire, per accrescere la loro desiderabilit, lattivazione di una
voglia inconscia di essere acquistati da parte del consumatore) un valore
emozionale e relazionale, capace cio di creare una relazione quasi-affettiva
tra oggetto e consumatore (vedi oltre: feticismo delle merci e
godimento). Globalizzazione. Lavoro immateriale immaginato al posto del
lavoro materiale/fordista. Fine della societ di massa classica e sviluppo della
societ di massa individualizzata. La tecnica non pi come mezzo per
fare, ma come fine di se stessa. Cade la capacit di immaginare e la capacit di
avere fantasia (immaginazione e fantasia sono prodotte e vendute come un qualsiasi
altro bene), trionfo della societ dello spettacolo e del divertimento; la tecnica come
unico mondo possibile, in cui tra la capacit di produrre (ritenuta infinita) e la
capacit di immaginare (finita, anche se creduta infinita) si crea un
distacco/distanza crescente. Tutto divenuto materia prima nelle mani di una
tecnica sfuggita al controllo delluomo, che pure ancora crede di dominarla e
guidarla. Anders: si deve fare tutto ci che si pu fare, tutto ci che si deve
fare ineluttabile.

Gnther Anders e la tecnica come


apparato tecnico di organizzazione.
Pseudonimo di Gnther Stern, Anders nasce a Breslavia nel 1902 e muore a
Vienna nel 1992. Allievo di Heidegger e di Husserl, vicino a Bertold Brecht
(al quale si possono ricondurre gli esordi letterari, in particolare il romanzo
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antiutopico sulla Molussia), Anders, in quanto ebreo, emigr nel 1933 in


Francia e nel 1936 negli Usa, da dove mantenne rapporti (sporadici) con gli
esponenti della Scuola di Francoforte (vedi Parte A). Torn a Vienna nel 1950,
ma non ottenne mai una cattedra universitaria, vivendo di attivit
pubblicistica. Divenne esponente di spicco del movimento anti-atomico.
La sua opera filosofica pi importante Luomo antiquato, in due volumi
(1956 e 1980) pubblicati in Italia da Bollati Boringhieri. Qui Anders sviluppa
la sua analisi di filosofo della tecnica, evidenziando da un lato una
detronizzazione delluomo dal mondo ad opera della tecnica intesa come
apparato di apparati (luomo non pi il soggetto che produce la storia, ma
il soggetto che fa la storia oggi la tecnica e gli uomini sono, semmai costorici rispetto alla tecnica, sono strumenti al servizio del vero soggetto che fa
la storia, appunto la tecnica); e, dallaltro, lesistenza di un dislivello prometeico
(come lo aveva definito, partendo dal mito di Prometeo, che ruba il fuoco
la tecnica per fare al tempo degli antichi greci - agli dei per donarlo agli
uomini), che si materializza tra il produrre (ci che facciamo come societ
tecnica) e la impossibilit di assumerci la responsabilit per ci che
prodotto dalla tecnica (es.: la bomba atomica stata fatta perch si poteva fare,
grazie alle conoscenze tecniche, ma senza assumerci prima la responsabilit
sul suo uso, di pi: nessuno riuscito ad evitarne luso e neppure la
costruzione, nonostante i rischi che la bomba prometteva); tra le
apparentemente infinite possibilit di invenzione/innovazione tecnica e la
incapacit di controllarne le conseguenze sul medio-lungo periodo (bomba
atomica, ogm, mappatura del genoma umano, eccetera, sono sistemi tecnici di
cui abbiamo perso il controllo, che gli uomini non possono impedire o
controllare, anche perch non si ammette la societ, il senso comune, il
conformismo non ammettono - che la scienza e la tecnica possano e ancor
meno che debbano essere controllate dalluomo attraverso la democrazia: si
dice, questo violerebbe la libert di ricerca/sviluppo/innovazione).
Con la tecnica, inoltre si produce una inversione dellutopia: mentre gli
utopisti del Sei/Settecento non possono pensare/sognare di realizzare ci
che immaginano (lutopia una costruzione teorica perfetta, ma in pratica
irrealizzabile, ci si pu solo avvicinare alla sua realizzazione rivedere
Introduzione a L. Demichelis, Societ o comunit), gli uomini dominati dalla
tecnica non possono immaginare ci che producono, perch ci che
producono si fa comunque e indipendentemente dalla loro volont e
soprattutto dalla loro capacit di immaginazione, di controllo e di previsione
delle possibili conseguenze (banalmente: nessuno ha chiesto ai cittadini del
tempo se volevano lavorare alla catena di montaggio; nessuno ha chiesto ai
cittadini di oggi se volevano lavorare e vivere con la rete: eppure, catena di
montaggio e rete hanno modificato nel profondo le societ umane, ben pi
della libera volont delle persone, delle religioni, delle idee/ideologie
politiche). In pi: la stessa tecnica a promettere lutopia (la fantascienza, le
Conferenze Ted, eccetera), ma anche a realizzarla (a differenza delle utopie
politiche e sociali, ritenute invece impossibili da realizzare).
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Forme sociali e forme tecniche di organizzazione sociale.


Loro sovrapposizione secondo Anders.

Per industria si pu intendere la tecnica applicata alleconomia, o il


contrario: leconomia come strumento della tecnica per il proprio
rafforzamento. Se allinizio era leconomia il fare, il produrre che usava
le innovazioni della tecnica per svilupparsi, oggi la tecnica che usa
leconomia per rafforzarsi. Anche in questo caso si assistito al rovesciamento
del rapporto tra mezzo e fine, con la tecnica che da strumento, da mezzo
per fare diviene il fine, usando economia e politica per il proprio
rafforzamento (e il capitalismo, dominato dallidea di profitto e di crescita
ovviamente il migliore alleato della tecnica e della sua logica di
accrescimento).
Dalla prima rivoluzione industriale in avanti questo processo di inversione
tra mezzo e fine si sempre pi rafforzato e consolidato. Ma in forme e
modi impercettibili, sostenuti per di pi dal mito di una tecnica capace di
risolvere ogni problema. Oggi la tecnica non ha pi bisogno di costruire
attorno a s questo mito/consenso per s (lidea illuministica di Progresso),
perch la tecnica come forma necessaria e immodificabile di organizzazione ormai
accettata e condivisa. E nessuno mette in discussione la tecnica,
continuando a pensarla come mezzo per fare, quando invece (secondo
appunto Anders) divenuta fine di se stessa (non la si pu governare, non
la si pu indirizzare verso scopi decisi autonomamente dagli uomini e dalle
societ, si usa la tecnica anche per risolvere i problemi creati dalla stessa
tecnica (inquinamento, rifiuti, eccetera).
Non solo: ogni apparato tecnico (catena di montaggio, mass-media, rete)
funziona sulla base di specifiche modalit duso. Per farli funzionare anche
gli uomini devono adattarsi a queste modalit duso, modalit che alla fine
diventano i loro stessi modi di esistere, comunicare, relazionarsi, interagire,
eccetera. Se tutto ci che si fa passa attraverso la tecnica o un apparato
tecnico (comunicazione, relazioni, informazione, lavoro, socializzazione),
allora questo apparato e i modi con cui funziona diventano anche forme
sociali. Secondo Anders, dunque le modalit di funzionamento della tecnica
come apparato sono ormai diventate forme sociali (Gli apparati tecnici
hanno cancellato la differenza tra forme tecniche e forme sociali, rendendone
infondata la distinzione). Il problema che gli uomini faticano a
considerare la tecnica come un fine di se stessa e continuano a considerarla
un semplice mezzo per fare, come se la catena di montaggio o la rete fossero la
stessa cosa di un martello o di un aratro. La societ continua cio a
considerare le tecniche come mezzi neutri e neutrali. Se una tecnica buona o
cattiva dipenderebbe solo dalluso che se ne fa. Ma per Anders questa una
illusione, perch gli uomini non riconoscendo la tecnica come cosa diversa
da un semplice mezzo continuano a non sapere come controllare la
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tecnica, unico potere a non essere controllato/bilanciato da un necessario


contro-potere.

Anders: il consumo come mezzo di produzione.


Sostanzialmente, tecnica significava fabbricare macchine (o pezzi di
macchine) attraverso luso di macchine (oltre che di lavoro umano
applicato alle macchine). Luomo come sostanziale appendice della
macchina, poi sempre pi incaricato di farla funzionare, secondo le regole
im-poste dalla macchina. Tecnica significa anche un meccanismo
(apparato tecnico+organizzazione tecnica) di produzione di beni e
servizi (di prodotti), che mirano alla produzione di altri beni e servizi, che a
loro volta servono a produrre altri beni e servizi fino ai beni e servizi
cosiddetti finali, che diventano beni e servizi di consumo, che cio devono
essere usati attraverso il loro consumo che non tanto il loro uso quanto la loro
distruzione. Mezzi di produzione infatti, secondo Anders - diventano cos gli
atti di consumo, piuttosto che gli atti di produzione in senso stretto e
tradizionale. Attraverso il loro essere consumati si produce qualcosa di pi,
ovvero situazioni nelle quali diventa necessaria una nuova fase di produzione
di beni e servizi, nuovi e diversi, reiterando il funzionamento
dellorganizzazione/apparato.
Il meccanismo industriale (apparato tecnico+organizzazione tecnica) di fatto introduce
una novit rispetto al passato pre-industriale e pre-tecnologico: tra gli uomini
(i produttori ma anche i destinatari della produzione) e i prodotti (ci che
serve agli uomini) viene posto appunto il bisogno (Anders) di consumare e
soprattutto di consumare sempre di pi.
Ovvero: per poter consumare prodotti e servizi occorre averne la necessit, il
bisogno appunto. Mentre per alcuni beni e servizi (cibo, salute, ecc.) vale
infatti il criterio del bisogno naturale, spontaneo, per altri beni e servizi
invece richiesta una politica (si potrebbe dire: una bio-tecnica) di creazione
e di stimolo dei bisogni (il consumismo, lidea positiva del consumare
che ribalta la vecchia pratica sociale del conservare). Non tanto bisogni
innati, specifici delluomo, quindi, quanto (e piuttosto) bisogni artificiali e
quindi artificialmente prodotti che per diventano parte essenziale della vita di ciascuno e
del modo di vivere di una societ.
Nasce cos la (tecnica di) produzione di bisogni, premessa indispensabile per la
produzione vera e propria di prodotti e servizi. Di bisogni e poi, una volta
soddisfatti i bisogni primari, di desideri, di voglie, di capricci di consumo. Nella
logica per cui la produzione necessita di sempre migliori strategie per indurre a
consumare, sostenendo cos allinfinito e in modi crescenti, il meccanismo
della produzione.
Desideri/capricci, al posto dei bisogni. Ed essendo luomo una macchina
desiderante e mentre i bisogni sono limitati, i desideri, nascendo dallinconscio,
sono invece infiniti conoscere come attivare i desideri diventa una

strategia necessaria per tutti coloro che (industria, marketing, pubblicit)


devono sviluppare questa capacit desiderante.

I bisogni e i falsi bisogni secondo Marcuse.


Il principio di riproduzione secondo Anders.
I falsi bisogni. Scriveva il filosofo Herbert Marcuse, negli anni 60 (nel suo
libro pi famoso: Luomo a una dimensione, Einaudi): E possibile distinguere
tra bisogni veri e bisogni falsi. I bisogni falsi sono quelli che vengono
sovrimposti allindividuo da parte di interessi sociali particolari a cui preme
la repressione/controllo degli individui. () La maggior parte dei
bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di
comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari,
di amare e di odiare ci che altri amano e odiano, appartengono a
questa categoria di falsi bisogni. Falsi perch indotti/prodotti dallo
stesso apparato di produzione per sostenere la sua logica di
produzione/consumo e per tenere al lavoro le persone, impedendo loro di
immaginare un mondo altro o diverso da quello in cui vivono, bisogni
quindi nati non dallauto-nomia degli individui ma da processi di eterodirezione. Falsi perch non realmente necessari alluomo, ma necessari
allapparato per illudere gli uomini di avere libert, divertimento, consumo,
impedendo ogni critica sullesistente (il Grande Inquisitore vedi Lezione 1
diceva, a proposito del popolo: noi li faremo lavorare ma li faremo anche
divertire).
Oggi la produzione di falsi bisogni (o di desideri indotti) carattere fondante della
societ intesa come organizzazione basata sulla tecnica. Si producono cio
tecniche di con-formazione sociale adatte alla produzione e soprattutto al
consumo di beni e servizi (e poi, di valori, legami, sensi sociali, eccetera). Al
fine di produrre bisogni e oggi desideri di prodotti che abbiano bisogno di noi, in
questo modo garantendo la continuazione del meccanismo di produzione.
Scriveva Anders: Il principio di riproduzione dellindustria odierna non
significa solo che i prodotti fabbricati nel processo di serie sono caduchi e
transitori; non solo che essi purtroppo finiscono un giorno col diventare
decrepiti, ma che soffrono di una mortalit altamente particolare, una
mortalit la cui caratterizzazione appare addirittura teologica: cio che essi
sono destinati a morire, che essi sono destinati alla transitoriet. E questo
meccanismo (produzione-consumo-produzione-consumo) che permette al sistema
tecnico di funzionare, di riprodursi incessantemente e di educare
(biopoliticamente) ciascuno al suo ruolo di consumatore. La biopolitica degli
apparati tecnici si basa soprattutto su questo principio (laltro quello di
suddividere e separare, per poter poi totalizzare in funzione del funzionamento
dellapparato).
Tecnica: tutto ci che si pu fare si deve fare (Anders). Senza limiti,
senza limitazioni. In una forma pressoch automatica di auto-riproduzione
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dellorganizzazione tecnica, che a sua volta diventa auto-referenziale, ovvero


ha in se stessa le proprie ragioni e continuamente ricrea consenso attorno a
s. In economia e nella societ: la decisione (morale, politica, ecc.) se un
prodotto si possa e debba fare oppure no, se un effetto debba prodursi
oppure no dipende unicamente dal criterio se la loro produzione e
realizzazione sia possibile oppure no.
Un principio che sembra contraddire la logica intrinseca, la presunta
razionalit del sistema tecnico di produzione, sistema che si riproduce solo
attraverso una incessante distruzione di ci che stato creato (beni, servizi, cultura,
affetti, eccetera). La tecnica si accresce attraverso una propria e intrinseca
logica di accrescimento appunto: si deve fare tutto ci che si pu
fare che si fonda sulla creazione/distruzione incessante non solo di beni e
prodotti, ma anche di valori, identit/personalit, legami (ancora: la desocializzazione prima, e la ri-socializzazione/comunitarizzazione poi), idee,
scopi comuni, eccetera.
Principio di riproduzione (ancora Anders) nel processo in serie: i prodotti
sono transitori. Non per come i prodotti dellera pre-tecnologica, anchessi
destinati a morire, ma dopo lungo tempo e dopo un loro lungo uso (le cose
dovevano durare a lungo). Il moderno principio di riproduzione indotto
dalla tecnica e dal con-seguente modello organizzativo impone una sorta di
eutanasia sempre pi veloce dei prodotti/servizi (principio non scalfito dalla
promessa del marketing e della pubblicit della loro durata): tutto nasce per
essere sostituito/distrutto, quindi ucciso, ovvero la durata non pi un
valore, ma lo sono la transitoriet, il cambiamento, la velocit di sostituzione. Per
molti beni/servizi si prevede la data di scadenza. Legata a valori come salute,
benessere, ma non solo.
Il consumismo allora un elemento/fattore psicologico di chi
consumatore (consumare perch bello e appagante), ma anche una tecnica
di educazione/addestramento una biotecnica, appunto, una forma di
governo/governamentalit della popolazione, prodotta dal contesto di decisione in cui
gli individui sono inseriti e in cui vivono (mass-media, pubblicit, eccetera),
per cui consumare qualcosa di positivo comunque (indipendentemente da
cosa e da come si consuma) - volta a garantire il funzionamento di questo
principio di riproduzione, necessario al funzionamento dellintero apparato.
Ogni pubblicit (Anders) un appello alla distruzione. Ed una forma di
propaganda per il sistema di mercato.
E se questo abbinamento tra pubblicit e propaganda vero, allora si
potrebbe dire che nessun sistema politico e neppure religioso del passato ha
usato con tanta pervasivit e invasivit e con tanta efficacia nel produrre
comportamenti sociali mirati - la propaganda come il sistema capitalistico (la
pubblicit ovunque, fa parte dellambiente di vita, presente come segnale
di comportamento in misura ben maggiore rispetto ad esempio ai
segnali stradali, ai segnali religiosi, ai segnali politici).
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Tecnica, societ, consumo. E nichilismo.


Nichilismo: manca il fine, manca la risposta al perch; che cosa
significa nichilismo? che i valori supremi si svalutano. F. Nietzsche.
Cosa sono i valori supremi? Come si formano, come hanno consenso
allinterno di una societ? Come vengono con-divisi socialmente? Oggi non
ci sono pi pochi valori supremi, come nelle societ di un tempo. Oggi, esiste
una frammentazione di valori, un consumo di valori, rapidamente sostituiti
da altri valori, pi o meno supremi ma che comunque hanno consenso,
anche se di breve durata.
In un mondo in cui tutti i beni e servizi si consumano devono essere consumati
il consumo, la non-persistenza delle cose si diffonde e contamina
lintera societ. Consuma valori, legami, rapporti personali e sociali.
Persino lamore, e Bauman parla appunto di amore liquido, incapace di
stabilizzare a lungo un rapporto di affetto/amore tra due persone,
portandole invece ad un consumismo anche degli affetti e dello stesso
amore (e del desiderio di amore). Confonde amore con sesso. Consuma le
identit individuali e quelle di gruppi/classi.

Consumando, ci si consuma (nel senso che si consuma la propria


autonomia, la propria personalit, la propria soggettivit) . Tutto entra

nella logica della breve durata: valori, relazioni, personalit, desideri,


passioni. Tutto diventa merce e come tutte le merci diventa oggetto di
scambio, non di relazione; e se come per le merci sembra aumentare il
valore di relazione e di emozione legato anche al consumo dei
legami/affetti, in realt questa nuovamente una finzione/illusione. Il
valore di scambio prevale, anche quando ad esso associato come per le
merci un forte valore di relazione/emozione. Consumo quindi non come
ventaglio pi ampio di possibilit di scelta per individui e collettivit, ma
come spazio/tempo sempre pi veloce per scelte non autonome (non esiste
o sempre pi ridotta la sovranit del consumatore) ma dettate
dallorganizzazione/apparato.
Societ dei consumi come societ che si consuma e in cui tutto
legami, valori, informazioni, conoscenza si consuma e anzi deve
essere consumato. Se il nichilismo anche il portare a niente le cose,
allora il consumismo una forma di nichilismo, anche se piacevole,
desiderabile, comunque incessante.
Certo, la non-durata dovrebbe essere intesa anche in senso positivo: se
ideologie, fedi, logiche chiuse di pensiero sono facilmente superabili, se non
riescono a sedimentare nella societ bloccandola e chiudendola in se stessa,
allora questa non-durata, questa molteplicit e questa compresenza di
elementi diversi diventa fattore di movimento, di flessibilit culturale, di
mobilit di valori. Ma la non-durata innescata dalla logica del consumo

produce in realt una non-positivit del processo e quindi il nichilismo


diventa modalit esistenziale del vivere, perch:
tutto diventa merce (anche quei beni che dovrebbero invece essere comuni e
condivisi: acqua, cibo, eccetera), anche il lavoro che invece in primo luogo
un diritto delluomo (vedi oltre, Dichiarazione universale);
tutto diventa uguale e indifferente rispetto a ogni differenza;
nulla (valori, progetti, idee) riesce a sedimentarsi, ad essere oggetto di
discussione/dialogo e diventare quindi progetto da compiere nel tempo;
nulla importante, tutto diviene, tutto liquido (direbbe Bauman), tutto
transitorio.
Scriveva lo scrittore inglese Oscar Wilde: Al giorno doggi, la gente
sa il prezzo di tutto, e non conosce il valore di niente (1891).
La transitoriet indotta dal consumo produce anche un concetto distorto di
propriet secondo un paradosso-non-paradosso di Anders. Le cose che
consumiamo, sono davvero cose di nostra propriet? Del concetto di
propriet fa parte il tempo, cio la durata nel corso della quale un bene
rimane identico a se stesso. E fa parte della natura di ogni proprietario che egli
abbia la libert di tornare a questo bene dopo qualsivoglia periodo di
tempo. Ma il tempo soprattutto oggi non pi elemento caratterizzante
la propriet. Crediamo di essere proprietari di tutto ci che entra nel nostro
possesso, ma nel mondo del consumo questo meno vero del passato.
Le merci esistono solo per essere consumate, per non-esistere rapidamente.
Dunque, cancellando il rapporto temporale del proprietario con la cosa
acquistata, si indebolisce il rapporto stesso di propriet. Fa parte dei beni di
consumo lessere effimeri.
Essendo effimeri, si sottraggono allessere davvero propriet privata, allessere
nostri (una cosa nostra costruisce con noi un certo tipo di rapporto, affettivo,
relazionale, emozionale, durevole). Il tempo di consumo, velocizzandosi, lascia i
beni per meno tempo in propriet/possesso/uso. Salvo poi, grazie alla rete
e alla sua logica di condivisione, arrivare a ipotizzare (come Jeremy Rifkin,
non volume Lera dellaccesso, 2001) la fine della propriet (privata) e la sua
sostituzione con laccesso a pagamento a ogni genere di bene e/o servizio,
anche se questo produrr leffetto di pagare di pi pur possedendo sempre
meno, e consegnando ai giganti della rete che avranno le chiavi dellaccesso un
grande potere di controllo. In questa stessa logica, secondo Rifkin, sarebbe
anche la tendenza delle imprese di liberarsi di ci che hanno in propriet,
privilegiando il massiccio ricorso alloutsourcing e al leasing. Inoltre, gran
parte delle funzioni una volta svolte in ambito sociale e culturale verrebbero
sostituite da rapporti economici e quasi tutte le attivit diventeranno
esperienze a pagamento. Vedi il caso, oggi, delle app.
Consumismo (possibile definizione): il termine, secondo il sociologo
Hirschman, nasce per indicare la ricerca della felicit attraverso
laccumulazione di beni di consumo. Ma la felicit cos? E pu essere
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soddisfatta attraverso laccumulazione solo di beni? Maggiori sono i


consumi, maggiore il benessere di una societ/economia?? E i rifiuti e gli
scarti?
Secondo un altro sociologo, il francese Jean Baudrillard (1929-2007), il
consumo soprattutto un processo di comunicazione che trasforma gli oggetti in
simboli che a loro volta richiamano un codice di significati mirante a classificare
comportamenti e ruoli sociali e a contrassegnare specifiche appartenenze
sociali e identit di gruppo. Producendo, attraverso il consumo e i beni
consumati e le mode che li guidano, nuove gerarchie sociali che sostituiscono
quelle vecchie, di classe. Il consumatore vive lillusione delle proprie scelte
di consumo come libere, ma egli stesso vittima passiva della coazione a
consumare per distinguersi dagli altri, pur facendosi come gli altri cessa
(sempre secondo Baudrillard) di essere una persona per divenire egli stesso
oggetto tra altri oggetti. Sullo sfondo del sistema del consumo, un sistema di
produzione che impone la perpetua e crescente eccedenza dei bisogni rispetto ai
beni. >>> rivedere il feticismo delle merci e la reificazione.
Sempre per Buadrillard uno dei maggiori e pi critici analisti del mondo
del consumo per pubblicit si deve intendere ogni operazione capace di
trasformare un oggetto o unidea in uno scambio simbolico, paragonabile a
quello che accade tra il bambino e la madre che cerca di tranquillizzarlo. La
pubblicit ancora la volgarizzazione di un desiderio, la ricerca di una
felicit impossibile da ottenere veramente ma vissuta/percepita
magicamente come vera. Per cui la pubblicit al di l della morale, del
religioso, del politico, essendo tutti questi mondi insieme e insieme
sostituendoli, perch tutto si desideri ma niente si possa veramente amare, niente
possa essere una vera felicit.

La piramide dei bisogni secondo Maslow.


Abraham Maslow (1908-1970), sociologo e psicologo statunitense noto
per aver ideato una specifica gerarchia dei bisogni umani, la cosiddetta
piramide di Maslow. Nel 1954 pubblic Motivazione e personalit, dove espose la
sua teoria di una gerarchia di motivazioni che muove dalle pi basse ovvero
determinate e originate dai bisogni primari, come quelli fisiologici quali la
fame, la sete, il sesso, a quelle considerate pi elevate perch volte alla piena
realizzazione del potenziale umano, ovvero alla auto-realizzazione della
persona umana. Per cui, a salire e in successione di gradini della piramide: i
bisogni fisiologici, quelli legati alla sicurezza, allappartenenza, alla stima e
infine e appunto alla auto-realizzazione. Secondo Maslow, i bisogni e le
motivazioni che li animano hanno lo stesso significato e si strutturano in
gradi, connessi tra loro da una determinata gerarchia dei bisogni stessi per cui il
passaggio da uno stadio/gradino della piramide inferiore ad uno superiore
pu avvenire solo dopo la soddisfazione dei bisogni di grado inferiore.
Anche secondo Ma slow, poi, ogni individuo un soggetto sostanzialmente
unico e irripetibile mentre i bisogni sono comuni a tutti; si condividono e
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fanno vivere meglio se vengono adeguatamente soddisfatti. Maslow


suddivide i bisogni tra fondamentali e superiori ritenendo quest'ultimi come
psicologici e spirituali. La non-soddisfazione dei bisogni fondamentali - o
elementari - porta alla non-soddisfazione di quelli superiori.
Per quanto largamente condiviso al suo apparire, il modello di Maslow
stato poi sottoposto a numerose critiche. Importante quella che vede nel
suo concetto piramidale una svalutazione/diminuzione di alcuni caratteri
strutturali del s di ogni individuo, un s invece difficilmente suddivisibile in
parti e gradi diversi, di cui alcuni superiori e altri inferiori. Una ulteriore
critica muove dal fatto che il modello di Maslow non sarebbe in alcun modo
verificabile empiricamente.

Veblen e i consumi opulenti delle classi agiate.


Thorstein Veblen (1857-1929) stato un economista e un sociologo
statunitense famoso e seguito per le sue analisi economiche e sociologiche.
Nella sua prima e pi famosa opera saggistica Teoria della classe agiata
Veblen analizzava il meccanismo della formazione dei gusti e delle mode e
quindi di determinati consumi, i consumi opulenti e lo spreco opulento da parte
delle classi agiate americane del tempo, cos anticipando molti dei temi e
delle riflessioni sul consumismo dei decenni successivi. Consumi opulenti e
spreco opulento che sarebbero, secondo Veblen, simboli di status sociale nonch
strumenti/mezzi di competizione diretta ad accrescere il prestigio sociale degli
individui appartenenti a tali classi agiate/elevate quindi opulente: simboli
ovvero come rappresentazione della propria condizione. Per cui, allorigine
di ogni forma di propriet privata vi sarebbe il fortissimo desiderio ancora
la categoria del desiderio - di emulare la ricchezza degli altri, e quindi case,
vestiti e servit vogliono soddisfare soprattutto il desiderio di certe classi o
di certi individui di essere considerati socialmente, prima ancora di
soddisfare lesigenza di conforto materiale cio il possesso di denaro e di beni.
Da qui il ruolo potentissimo, nel modellare i comportamenti sociali, della
emulazione o del desiderio di emulazione. Ma questo meccanismo, psicologico
prima che economico, alla fine, invece di migliorare la situazione delle classi
povere innalzando il benessere collettivo dei molti o dei pi, mette in
movimento piuttosto una lotta tra egoismi e di rivalit tra i ricchi e i benestanti
lotta che accresce la concentrazione di potere e di ricchezza nelle classi gi
privilegiate.
Veblen aveva inoltre abbozzato, in questa sua opera, una distinzione tra
industry e business, il secondo inteso come aspetto dellagire economico
finalizzato alla produzione di profitto, la prima (preferita da Veblen) legata
agli aspetti tecnologici dellattivit economica, con la tendenza a
massimizzare la produzione non tanto di denaro ma di beni e servizi, da qui
limportanza di ruolo assegnata da Veblen alla categoria dei tecnici e dei
lavoratori della produzione.
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Consumo e consumismo. Pubblicit e manipolazione


dei bisogni e dei desideri.
(tratto da L. Demichelis, Bio-Tecnica, Liguori, 2008)

Scriveva Erich Fromm: Il consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa


lansia, perch ci che uno ha non pu essergli ripreso; ma impone anche
che il consumatore consumi sempre di pi, dal momento che il consumo
precedente ben presto perde il proprio carattere gratificante.
Il consumo diventato soprattutto un mezzo per la crescita di potenza della
Tecnica e questo attraverso la messa al lavoro di ciascuno nel lavoro di consumo.
Consumo che necessita di lavoratori addetti a questo lavoro, lavoratori che lo eseguano mai appagati, secondo regole e procedure che portino ciascuno a
compiere questo lavoro sempre meglio, sempre pi organizzato scientificamente
e con crescente produttivit di consumo. Con eserciti di lavoratori del consumo di
riserva sempre pronti ad essere arruolati; con divisione e diversificazione del
lavoro di consumo; con prodotti di massa o prodotti di nicchia; fino allecommerce. Selezionati, organizzati, stimolati bio-tecnicamente, i consumatori
sono le risorse umane del sistema del consumo e devono essere gestiti con
tecniche analoghe a quelle in uso nelle imprese di produzione: con lo studio
delle personalit e dei comportamenti; con la socializzazione organizzativa al consumare;
con stimoli adatti al condizionamento; con cluster di significati coerenti; con
lorganizzazione e la pro-duzione delle percezioni; con il lavoro individuale e in
gruppo e con la tecnica di far credere al consumatore di partecipare alla scelta
dei consumi e alla selezione dei bisogni/desideri/capricci che lo coinvolgono; con la pubblicit come autorit legittima e come ideologia nel
decidere modelli e stili di vita, di lavoro e di consumo; e specifici riti
organizzativi (promozioni, offerte, community e altro ancora), che si
svolgono in determinati spazi di consumo architettonicamente costruiti per
produrre e per convalidare bio-politiche specifiche e specifiche discipline
(lorganizzazione dello spazio come del tempo).
Producendo bio-politiche del consumo che possano ampliare il business
delle imprese commerciali fino a farlo con-fondere con un vero e proprio
entertainment. Agendo sulle classiche motivazioni allacquisto bisogno di
identificazione, di affiliazione, di affermazione, di differenziazione
apparente, di stimolazioni sempre nuove. Un processo analogo a quanto
avvenuto nellorganizzazione delle risorse umane per il lavoro di produzione. In
parallelo: attenzione crescente alla psicologia dei due tipi di lavoratori, di
produzione (come visto) e di consumo.
Lavoratori del consumo sono tutti, ogni acquisto lo scriveva gi Anders - un
metterci al lavoro per consumare, pre-messa al lavoro di produzione. Ogni volta che
acquistiamo, compiamo un pezzo di lavoro allinterno della grande catena di
montaggio del consumare. Ogni volta che guardiamo una pubblicit come se
ricevessimo una sorta di mansionario del consumare (cosa e come consumare,
soprattutto in quanto tempo). Una sorta di ordine di esecuzione di un
lavoro, la pubblicit, per il lavoro del consumare. Velocemente, scientificamente.
12

Questo lavoro (secondo Anders) appreso individualmente, attraverso il


messaggio/ordine pubblicitario che ci raggiunge nel nostro apparente privato di
soggetti individualizzati, ma poi e-seguito, sempre individualmente,
allinterno delle fabbriche del consumare, ieri i negozi, poi i centri commerciali,
le cattedrali del consumare, cos come ieri, nel fordismo, vi erano le cattedrali della
produzione e del lavoro di produzione. Spazi reali, fisici del consumare ma dove
trionfa limmagine e limmaginazione pro-dotta tecnicamente, pre-fabbricata luoghi che rappresentano uno spazio fondamentale nel codificare, modellare e
modificare i comportamenti attraverso la spettacolarizzazione della seduzione a
consumare. Oggi molto pi di ieri (come nellOttocento), quando i mezzi di
comunicazione di massa erano pi limitati. E allora: lorganizzazione degli
spazi, il loro arredo, il loro odore/profumo, le luci, il colore che possiedono,
il design ovvero il punto vendita come sistema di comunicazione, come
produzione tecnica e tecnicamente organizzata di linguaggi, come bio-Tecnica
che crea comportamenti e non solo consumi (anche il consumo pu
diventare un comportamento), quindi: vita. Attraverso spazi ri-creati e prodotti
scientificamente dove svolgere edonisticamente, piacevolmente il lavoro di
consumo, spazio comunque artificiale, che si affianca allo spazio virtuale,
artificiale anchesso, due forme diverse di spazio artificiale che agiscono
profondamente sulla psicologia individuale.
E ancora: differenziazione e poi integrazione, anche nel lavoro di consumo,
attraverso la concentrazione dei consumatori solitari e solistici nei centri
commerciali e la somma dei loro consumi individualizzati (accanto al solismo
dellindividualizzazione esasperata prodotta dalle-commerce, ovvero non si va
neppure pi nel negozio o nel centro commerciale a consumare da soli ma
accanto agli altri, si consuma singolarmente e in modo isolato). E
soprattutto enrichment crescente anche del lavoro di consumo (come del lavoro di
produzione), in unapparente modificazione dei modi di lavorare, arricchendo
anche il lavoro di consumare di sempre nuovi contenuti di senso, di coinvolgimento emotivo. Ieri, le fabbriche del produrre, oggi le fabbriche del
consumare; ieri le fabbriche del produrre costruivano il senso sociale predominante,
erano un cantiere epistemologico (Bauman) ovvero un cantiere dove non solo si
lavorava ma soprattutto si costruiva il senso del vivere - che ha prodotto il pi
grande successo di ingegneria sociale mai realizzato, appunto il fordismo;
oggi, oltre alla rete (ma anche la rete e i social network sono sempre pi
strumenti per il consumare), sono le fabbriche del consumare a produrre senso, il
senso della societ. Ad essere il vero cantiere epistemologico, per una nuova opera
di ingegneria sociale attraverso il consumo (ma il consumo , come visto,
funzionale alla Tecnica; la Tecnica che, anche attraverso il consumo,
produce unazione di ingegneria sociale, una bio-politica per se stessa).
Oggi esiste una ininterrotta catena di montaggio anche del consumare. Di cui
ciascuno parte, ingranaggio: non si stringono bulloni ma si comprano
cose. Per questo lavoro di consumo in cui tutti sono im-piegati, serve unazione
(una bio-politica) di addestramento: il taylorismo organizzava scientificamente la
produzione; il toyotismo iniziava a legare il cliente/consumatore al
13

produttore; comunicazione, pubblicit e marketing sono invece la forma di


organizzazione scientifica del consumare. Del lavoro di consumo. In una immensa
catena/rete dove trionfa il just-in-time del consumare, sempre e sempre di
pi. E un legame sempre maggiore tra consumatore e
produttore/venditore. Ovvero, Taylor e il suo concetto di legare insieme., in
altre forme. E la fabbrica integrata di Ohno.
Consumare lo scriveva ancora Fromm essenzialmente la
soddisfazione di aspirazioni artificialmente prodotte, un atto di fantasia
alienato dal nostro concreto e reale io. Certamente, ancora Fromm, finch
lo standard di vita di una popolazione inferiore al dignitoso esiste un
bisogno naturale di maggior consumo. E anche vero che c un legittimo
bisogno di consumare di pi quando luomo si sviluppi culturalmente e
abbia pi raffinate necessit di cibi migliori, di oggetti artistici, di libri, ecc.
Ma la nostra brama di consumo ha perduto ogni rapporto con i bisogni reali
delluomo. E uno scopo coatto e irrazionale, prodotto artificialmente.
Coatto, im-posto. E ir-razionale: e proprio il fatto che oggi si giochi su
desideri, passioni, voglie, emozioni soprattutto mette in evidenza questo scavo nel
profondo (nella vita) di ciascun consumatore, al fine di indurlo a consumare
comunque e in modo sempre pi automatico e congruo. Perch il consumare
diventi un comportamento automatico, un conformismo insensato e magari
anche compulsivo. Basati su meccanismi di etero-direzione, su procedure di
disciplinamento, con le bio-politiche (e le tanato-politiche) necessarie.
E dunque: il libro di Vance Packard, che fece epoca anche per il suo titolo, I
persuasori occulti. Scriveva Packard, nel 1958:
Molti di noi di questo si tratta vengono oggi influenzati assai pi di quanto non
sospettino, e la nostra esistenza quotidiana sottoposta a continue manipolazioni di cui
non ci rendiamo conto. Sono allopera su vasta scala forze che si propongono, e spesso
con successi sbalorditivi, di convogliare le nostre abitudini inconsce, le nostre preferenze di
consumatori, i nostri meccanismi mentali, ricorrendo a metodi presi a prestito dalla psichiatria e
dalle scienze sociali. () Limpiego della psicanalisi di massa nelle grandi offensive di
persuasione sta ormai alla base di una industria multimiliardaria. E i persuasori di professione
non hanno esitato a servirsene, avidi come sono di tutto ci che possa aiutarli a
propagandare con maggiore efficacia le loro merci siano esse manufatti, idee, ideali,
atteggiamenti, candidati, o stati danimo. Questa che si potrebbe definire la pubblicit del
profondo e che si propone di influenzare il nostro comportamento, viene usata in molti campi e
presenta una grande variet di tecniche assai ingegnose. Ma ad essa si fa soprattutto
riferimento per guidare i nostri atti quotidiani di consumo.

Ancora Packard:
Un altro aspetto del comportamento del pubblico che preoccupava non poco fabbricanti
e venditori era che i clienti si contentavano troppo facilmente di ci che gi
possedevano. E questo mentre quasi tutte le industrie di beni di consumo avevano
magazzini sempre pi grandi e sempre pi pieni di prodotti da smerciare.

Come creare il consumismo, come far consumare sempre pi in fretta


sempre pi cose? Il sistema, come visto, non poteva attendere che i prodotti
invecchiassero o che si consumassero troppo lentamente. E allora, ecco che
tra i tecnici pubblicitari i manipolatori occulti, appunto (pi che persuasori)
14

si fece a poco a poco strada lidea di creare un invecchiamento


psicologico dei prodotti, di portarli ad usura psicologica, a farli passare di
moda sempre pi rapidamente, offrendo non solo modelli nuovi di ogni
prodotto, anche se magari solo nellapparenza, ma soprattutto stili e modelli di
vita e di comportamento in societ, legati a quel certo prodotto, sempre nuovi. E
come produrre questo invecchiamento psicologico, questa incessante sostituzione di
merci/prodotti/stili di vita? Attraverso il mercato della scontentezza, cos
definito da un pubblicitario del tempo, citato da Packard: Ci che fa
dellAmerica un grande paese la creazione di nuovi bisogni e desideri, la
possibilit di diffondere tra il pubblico un senso di stanchezza e
insoddisfazione per tutto ci che vecchio e fuori moda.
Ma come avveniva questa persuasione-occulta/manipolazione? I persuasori
pi accorti, denunciava Packard, si servono di parole-chiave e di immagini-chiave
(la manipolazione, appunto, non la persuasione) per suscitare le reazioni
desiderate. Fatto questo, quando si riusciti a tradurre in termini di
persuasione uno schema di reazioni, diventa facilissimo applicarlo su
larghissima scala, poich tutti noi Packard citava un testo di Clyde Miller,
Meccanismo della persuasione siamo creature dai riflessi condizionati. Secondo
questo studioso, tutti i problemi della persuasione si riducono, quale che sia
la merce che si vuol vendere, bibite o filosofia politica, a uno solo:
sviluppare questi riflessi condizionati mediante luso di parole-chiave,
simboli-chiave o azioni chiave. Ancora: lestensione/applicazione del/al
lavoro di consumo del modello di persuasione al lavoro di produzione di Taylor,
ovvero: quando la gente viene convinta gradualmente, quando gli uomini
adottano un nuovo atteggiamento mentale gli uni verso gli altri e
lorganizzazione scientifica del lavoro era soprattutto questo, come visto, non solo
cronometri e mansionari e nei riguardi dei loro doveri, succede una
rivoluzione nei doveri degli operai verso se stessi e verso i propri compagni,
una rivoluzione lenta, difficile da compiersi, ma che, una volta fatta, risulta
molto stabile.
E vero: pubblicitari ed esperti marketing dicono che queste tecniche non
sempre funzionano, che i margini di rischio sono alti, che facile fallire una
strategia di marketing e una campagna pubblicitaria. Possibile. Ma il fatto
che queste tecniche siano sempre pi diffuse, sempre pi sofisticate significa
che sono elemento imprescindibile, modalit duso e di regolazione sempre pi
necessarie allapparato.
Sistema deliberato di persuasione/manipolazione, dunque, cui andrebbe
aggiunto anche quello che viene definito neuro-marketing, ovvero luso
delle tecnologie di analisi del cervello per vedere quali aree si attivano
maggiormente
rispetto
ad
un
messaggio
pubblicitario,
ad
unemozione/relazione di marketing e da qui affinare le tecniche di
stimolazione/manipolazione pubblicitaria; e a cui oggi si aggiunge la rete,
dove sempre pi dominano logiche di marketing e pubblicit (i social
network che sempre pi sono business network), logiche sempre pi
15

personalizzate e quindi sempre pi efficaci, sulla base dei profili lasciati dagli
utenti. La tecnologia persuasiva si applica molto pi di quanto si creda
conferma B.J. Fogg:
Il web non una piattaforma per linformazione, ma una piattaforma per la
persuasione. Ci illudiamo se pensiamo alla rete come a una grande libreria o a
unenorme enciclopedia. E molto pi simile a un posto nel quale la gente cerca di
venderti idee e prodotti. () Lo scopo di persuasione la regola, non leccezione.
Molti non lhanno ancora capito: ecco perch la persuasione occulta delle nuove
tecnologie perfino pi pericolosa di quella televisiva: dei pc non abbiamo ancora
imparato a diffidare.

Quel che vale per le merci scrive il filosofo Umberto Galimberti - vale
anche per gli uomini che, avendo rinunciato per le esigenze conformistiche
dellet della tecnica alla loro specificit, sostituiscono lindividualit mancata
con la pubblicit dellimmagine. Ecco ancora che ritorna il tema dellimmagine
e per immagine (Anders) si deve intendere qualunque rappresentazione del
mondo o di pezzi di mondo, non importa se essi consistono in fotografie,
manifesti, immagini televisive o films. Non solo: un tempo esistevano
immagini del mondo (utopie, religioni, filosofie), oggi esiste il mondo in immagine.
E cos veniamo defraudati della capacit di distinguere tra realt e apparenza. () se
le tavole del palcoscenico (che, come si usa dire, rappresentano il mondo)
appaiono come il mondo stesso, allora il mondo si trasforma anchesso in
palcoscenico, dunque in mero spectaculum, che non occorre poi prendere
tanto sul serio. Cos lintera immaginificazione della nostra vita una tecnica
dellillusionismo, visto che ci d e ci deve dare lillusione di vedere la realt.
Non viviamo nel mondo: il mondo non lo percorriamo n lo attraversiamo
fisicamente. Abitiamo un surrogato di mondo, o un mondo surrogato. Certo,
fisicamente il mondo non scomparso, ma scomparso metafisicamente,
scomparso il principio di realt, scomparso il nostro rapporto con il mondo
e con la realt.

Biopolitiche del consumo e del consumismo.


Dalla psicanalisi (Freud) al mercato, perch il sistema industriale di
produzione aveva bisogno di qualcosa che fosse motore della produzione e
questo motore era il consumo. Dunque, perch la societ dei consumi si
affermasse secondo lo storico americano Eli Zaretsky cera bisogno di
definire un nuovo stile nei comportamenti personali. Era necessario un
cambiamento profondo nella famiglia. Gli individui non potevano pi
definire se stessi sulla base del loro ruolo familiare. Ci voleva pi libert
nellacquistare e nel consumare. E anche la sessualit doveva mutare. Io
sostengo che la psicoanalisi ebbe un ruolo analogo a quello del calvinismo
alcuni secoli prima. Fu un movimento carismatico necessario al
cambiamento della societ. In questo caso nella direzione della societ dei
consumi. Vero, ma forse solo in parte. Perch letica protestante non
produsse deliberatamente il capitalismo, mentre il capitalismo (la tecnica) ha
usato la psicanalisi deliberatamente per produrre/manipolare i consumatori.
16

dellemancipazione. Questa dipendenza, vissuta non come tale ma come


espressione della libert e dellemancipazione individuale (ovvero attraverso
il rovesciamento della verit, pratica ormai divenuta abituale) una
dipendenza fortissima e vincolante in modo totale, proprio perch percepita
come forma di libert e di felicit individuale. Ma si tratta sempre di
illusioni/allusioni di libert.
Sono molte e articolate le fabbriche dove lavorano i lavoratori del consumo,
ovvero ciascuno di noi. Ma anche questa, come gi anticipato, una storia
non di oggi: a fine Settecento proprio in coincidenza con la nascita delle
discipline e della bio-politica - che comincia a svilupparsi il sistema moderno
di vendita e di offerta dei prodotti al pubblico.
E nel Settecento, ricorda il sociologo dei consumi Vanni Codeluppi, che si
modifica profondamente il rapporto esistente tra la bottega e la strada,
con la vetrina che nasce il modo moderno di persuadere al consumo, di
sedurre attraverso lemozione del possedere qualcosa che stato es-posto
appunto in vetrina: per essere visto, desiderato, comprato. Per produrre
emozione, desiderio, relazione tra consumatore e prodotto. () Centri
commerciali sempre pi imponenti, fino agli outlet, ma anche ai distretti del
piacere. Centri commerciali neo-moderni dove spesso si trascorre quella
giornata particolare che la domenica: dedicata al riposo nel lavoro fordista
di ieri; oggi dedicata al lavoro del consumo e del divertimento. Facendo lavorare
fordisticamente sia chi produce il consumo e il divertimento (chi lavora, precario e
flessibile nei centri commerciali, negli outlet), sia facendo lavorare
fordisticamente anche chi produce il consumo di consumo e di divertimento (ovvero i
consumatori).

Societ del desiderio o societ del godimento?


Crisi 2008: dal dovere del godimento
al dovere della penitenza?
Esaltazione del desiderio dunque - come macchina per indurre a consumare.
Oppure anche il desiderio, il desiderare sono oggi sopraffatti nella societ
contemporanea - da un altro comportamento sociale definito con il termine
di godimento. Che anzi tende a cancellare il desiderio per sostituirlo appunto
con la ricerca del godimento, molto pi veloce, ancora pi rapido, intenso,
coinvolgente del desiderio e del desiderare.
Desiderio: termine che in generale si riferisce alla ricerca o allattesa
intensa di quanto sentito come soddisfacente alle proprie esigenze e ai
propri gusti (U. Galimberti, Psicologia, Garzanti, voce Desiderio). Freud
distingueva appunto tra bisogno e desiderio; il bisogno provocando un
stato di tensione interna al soggetto che lo prova e che trova il suo
soddisfacimento in una azione specifica che mira a raggiungere loggetto
funzionale al suo soddisfacimento (appunto, il cibo che soddisfa il bisogno
chiamato fame). Mentre il desiderio legato, sempre per Freud, a parole
come: augurio, piacere e gioia, brama e voglia. Desiderio qualcosa che cerca di
17

trovare soddisfazione, latteggiamento del desiderare, del cercare di


raggiungere/ottenere, qualcosa che una volta raggiunto produce
appagamento e insieme la ricerca di nuovo desiderio (classico il caso del
desiderio sessuale). Il desiderio, a differenza del bisogno, trova significato in
qualcosa a venire, sia esso reale o immaginario. Solitamente il desiderio
quindi a soddisfazione differita (avviene/accade dopo un certo tempo), si basa
su una ricerca di appagamento/soddisfazione che si costruisce su un certo
arco di tempo.
Il mondo della pubblicit si basa invece sulla abbreviazione dei tempi per la
soddisfazione del desiderio, confondendo il desiderio con il principio di piacere,
qualcosa di molto legato allinfanzia quando i bambini vogliono tutto e subito (la
soddisfazione del desiderio deve essere veloce/immediata). Il mondo del
consumo cerca di far credere che i desideri di consumo possano essere
soddisfatti rapidamente, velocemente, immediatamente (ad es.: con il credito
al consumo, le carte di credito, eccetera). Ma allo stesso tempo, il desiderio di
consumo, perch produca la riproduzione incessante e crescente del desiderio di
consumare, non deve essere mai veramente appagato/soddisfatto e sempre
deve indurre/produrre la ricerca di nuovi appagamenti (anchessi mai reali,
sempre falsi, mai veri) mediante il ricorso a nuovi oggetti di desiderio (vedi
sopra: invecchiamento psicologico e produzione di scontentezza).
E allora, alcuni autori distinguono appunto tra desiderio e godimento.
Tanto da far dire a Massimo Recalcati, psicanalista italiano (in Ritratti del
desiderio, Cortina Editore) sulla base di quanto precedentemente definito
dal francese Jacques Lacan che in occidente ormai si prodotta una
nuova malattia (malattia psicoanalitica, ovviamente), i cui sintomi sono
lestinzione, leclissi, lo spegnimento, il tramonto del desiderio, per cui:
Loccidente capitalista, che ha liberato luomo dalle catene della miseria
trasformandolo in un homo felix, ha prodotto una nuova forma di schiavit:
luomo senza inconscio luomo senza desideri, condannato a perseguire un
godimento schiacciato sul consumo compulsivo e perennemente
insoddisfatto. Compulsivo, ovvero ripetuto fino allossessione, incapace di
auto-controllo, irrazionale e insistito, come se consumare fosse una forma
dellesistere e del vivere e che si vivesse e si esistesse solamente quanto pi
si consuma; e sempre insoddisfatto, perch se fosse soddisfatto e
producesse davvero appagamento, cesserebbe il consumare, quindi si
bloccherebbe lapparato delleconomia capitalistica. Ancora Recalcati e
quello che Lacan definiva il discorso del capitalista (ci che il capitalismo
costruisce come proprio discorso sociale: i valori, gli scopi, le motivazioni
dellagire qualcosa di vicino alla biopolitica di Foucault): Lacan era
interessato a cogliere la dimensione pulsionale pulsionale, ovvero derivante
dallinconscio, irrazionale e non razionale e neppure razionalizzato, se non a
posteriori, dopo lattivazione della pulsione di quelleconomia che
individuava nellaffermazione di un godimento cinico, individualista,
centrato sulla fede feticistica nei confronti delloggetto e, soprattutto, sulle sue
false promesse di redenzione. () Il discorso del capitalista ha tradotto la
18

parola del desiderio nel culto frivolo dellhomo felix, impegnato nella ricerca
della propria felicit individuale su questa terra e al servizio del culto dellIo
autonomo che pretende di diventare il padrone assoluto di se stesso. Il
discorso del capitalista ha voluto fondare il suo trionfo sul narcisismo
cinico, sulla gadgetizzazione perpetua della vita secondo Gilles Lipovetsky, che
ha come sfondo sociale il naufragio dei grandi ideali collettivi della
modernit occidentale (comunismo, socialismo, cattolicesimo). () Nella
precarizzazione attuale della vita, la fede nelloggetto-feticcio, nelloggettomarca, nelloggetto-idolo, nelloggetto che promette la guarigione dal dolore
di esistere, vacilla drammaticamente sotto i colpi sordi di un immiserimento
e di una spogliazione mentale e sociale dellesistenza. Quello che non
possiamo non vedere che, anzich liberare il desiderio dai suoi vincoli
materiali, morali e dalle sue inibizioni sociali, il discorso del capitalista lo ha
piuttosto ucciso, lo ha spianato sotto il rullo di una rincorsa disperata verso
un godimento tanto necessario quanto privo di soddisfazione. () E una
libert vuota, triste, infelice, apaticamente frivola.
Eppure potente, altrimenti non si spiegherebbe la partecipazione emotiva
delle persone rispetto ad oggetti come un iPad o un iPhone. Persino
leccitazione quasi sessuale per determinati oggetti, che appunto diventano
feticci, icone, oggetti del godimento senza appagamento, o con un
appagamento tanto breve da essere privo di senso (ma anche in questo caso,
anche nel caso degli appagamenti - dei falsi appagamenti, parafrasando
Marcuse vale il principio della riduzione dei tempi morti tra un consumo e
laltro, tra un godimento e laltro).
Ancora Recalcati: In realt, il desiderio, per essere fecondo, per essere
generativo, per alimentare altro desiderio non andrebbe mai confuso con
larbitrio, con il capriccio, con la volubilit, con lassenza di Legge. () La
parola desiderio, infatti, non definisce un godimento illimitato, senza Legge,
erratico, privo di responsabilit, ferocemente compulsivo e sregolato; quanto
piuttosto la capacit di lavoro, di impresa, di progetto, di slancio, di
creativit, di invenzione, di amore, di scambio, di apertura, di generazione.
() In questo senso il desiderio di avere un proprio desiderio resta il fattore di
resistenza a tutte quelle sirene suggestive che offrono la promessa di una
assimilazione dellumano in una Comunit di monadi libere di godere senza
limiti, in una Comunit iper-edonista, dunque senza soggetto, fondata sul
godimento seriale dellUno, come quella che la follia del discorso del
capitalista ha provato a realizzare. () La parola desiderio porta in s la
dimensione della veglia, dellattesa, dellorizzonte aperto e stellare,
dellavvertimento positivo di una mancanza che sospinge la ricerca. (M. Recalcati,
Ritratti del desiderio, Cortina Editore, 2011, da pag. 12 a pag. 18).
Il meccanismo sociale del godimento sembra essere stato poi negato/contraddetto
dalla crisi iniziata nel 2008 e ancora in corso. Quello stesso sistema
economico e sociale sostanzialmente il modello neoliberista - che
sembrava fondarsi appunto sullinduzione, sulla promessa di godimento, ha
19

rovesciato le sue priorit in nome della austerit e della recessione indotta


dalle politiche di pareggio di bilancio, puntando a creare da un lato un senso
sociale di colpa, dallaltra alla creazione di un obbligo morale di
penitenza e di riscatto rispetto agli eccessi del passato. In particolare: il
sistema neoliberista del godimento si sempre basato sulla stimolazione e
sullinduzione dellindebitamento (privato, pi che pubblico/statale),
indebitamento come modalit divenuta ben presto normale del vivere e del
consumare (carte di credito e di debito, credito al consumo, mutuo per la
casa, crediti scolastici, prestiti per pagarsi gli studi con debito da restituire
una volta entrati nel mercato del lavoro, vendite allo scoperto in Borsa,
eccetera). Il debito non solo un obbligo contrattuale di restituire con gli
interessi il credito precedentemente ottenuto; anche una relazione di potere
tra creditori e debitori, legandoli tra loro in un rapporto pi che contrattuale,
divenendo soprattutto sociale e relazionale, legando lavoro e credito, vita e
debito. Maggiore lindebitamento allinterno di un sistema sociale ed
economico, maggiore la dipendenza di potere degli indebitati rispetto ai
creditori, maggiore lintegrazione di tutti nel sistema economico, maggiore
lobbligo per tutti di salvare il sistema senza davvero riformarlo, maggiore
il legame di integrazione tra le diverse parti delleconomia; con la differenza
che mentre i debitori possono fallire (pignoramento della casa, eccetera), nel
sistema neoliberista i creditori (banche, fondi, eccetera) non possono mai
fallire perch sempre li salver lo stato (quello stato che il neoliberismo
sempre considera un nemico del libero mercato e della sua efficienza, ma a
cui ricorre senza problemi quando si tratta di salvare se stesso dal
fallimento, come appunto accaduto nella crisi del 2008). La logica
dellindebitamento, favorita a partire soprattutto dagli anni 80 del 900, sulla
base della promessa del neoliberismo di un futuro da ricchi per tutti, del poter
essere tutti imprenditori di se stessi, sul principio del godimento da soddisfare
facilmente e velocemente ha inevitabilmente trasformato una massa di
crediti in una massa di debiti.
Quando il sistema andato in crisi (appunto, crisi del 2008, nata da una
distorsione del meccanismo dellindebitamento: in America - i mutui subprime), ecco che il neoliberismo ha rovesciato le sue logiche di
governamentalit, passando dalla induzione del godimento alla induzione del senso di
colpa e del bisogno di pentimento, dalla logica del debito a quella del rigore
finanziario, dal dover vivere al di sopra dei propri mezzi indotto dal sistema
bancario,finanziario e consumistico per i tre decenni precedenti alla crisi, al
dover far penitenza per aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, un dovere questa volta
indotto dal sistema bancario e finanziario per salvare se stesso dalla crisi che
esso stesso aveva in larga misura prodotto/determinato.
Lo stesso sistema ideologico, il neoliberismo, ha cio rovesciato
completamente le sue logiche di funzionamento e la verit ideologica
precedente (indebitarsi e godere) stata tradotta nellausterit e nella colpa,
ovviamente una colpa degli individui che si erano indebitati, non del sistema
20

ideologico che li aveva spinti a indebitarsi. Daltra parte, la parola tedesca


schulde significa insieme debito e colpa. Mentre nelle lingue latine il termine
debito rimanda al concetto di obbligo, costrizione, dovere (dal latino: debere).
Questa trasformazione ha permesso che la biopolitica e la disciplina del godimento
e dellindebitamento, sviluppatasi dagli anni 80 fino al 2010 si trasformasse
nella biopolitica e nella disciplina dellausterit, dellobbligo del fallimento
individuale (ma non delle banche, definite troppo grandi per fallire), del doversi
rimboccare le maniche, nel cambiare lavoro come virt individuale, nella
condanna sociale dei bamboccioni e dei giovani choosy, del dover andare in
pensione pi tardi, nel dover lavorare di pi a uguale salario, nel dover essere
licenziati facilmente, nella riduzione dei diritti sociali.
Secondo leconomista Andrea Fumagalli ( in Alias, del 31 marzo 2012), gli effetti
di questo processo legato al debito e al suo divenire colpa (dopo essere stato
per lungo tempo, come detto, motore della crescita e della finanziarizzazione
delleconomia), sono devastanti e pervasivi e vengono accentuati dalla crisi
economica. In primo luogo si acuisce la frammentazione sociale a vantaggio di
quellindividualismo comportamentale condito da mutua indifferenza, che
rappresenta proprio il primo obiettivo della disciplina del debito e della precariet.
In secondo luogo si mantiene elevato quello stato di eccezione che, divenuto
norma, instaura condizioni di emergenza permanenti, in grado di far
imporre profondi stravolgimenti non solo sul piano economico e sociale ma
anche sul piano delle libert e della partecipazione democratica. In terzo
luogo, cresce la paura, il pi potente e antico strumento di soggezione, anche
se si tratta non tanto della paura della punizione, ma della minaccia di una
potenziale punizione.
Ovvero, la crisi e il tema del debito come penitenza e punizione deve produrre
frammentazione sociale, individualizzazione e soprattutto risposte
individuali (e non sociali e collettive). Processo favorito dal fatto che quello
che si definisce come stato deccezione ovvero una risposta demergenza ad
una condizione eccezionale sta da tempo diventando la norma e la normalit
dellagire di governo (decretazione durgenza, re-azione a situazioni di crisi
invece che azione di prevenzione e di previsione delle stesse, sospensione
delle normali pratiche democratiche di partecipazione in nome di un
decisionismo ritenuto necessario e che esclude il dialogo e il confronto, le
politiche di austerit come una sorta di pilota automatico che non si pu n si
deve disinserire - secondo lopinione del Presidente della Bce, Mario Draghi
nonostante la loro evidente irrazionalit). Un processo favorito anche da
quella paura indotta (la paura di diventare come la Grecia, nel caso della crisi
italiana), che blocca ogni proposizione e fa accettare ogni soluzione, anche
quella meno razionale. Tutto questo, ovviamente, mentre il sistema del
godimento ha comunque continuato a produrre le proprie retoriche - nella
pubblicit, nel marketing, nella rete, nel mondo dello spettacolo, nel gioco
dazzardo - perch comunque la biopolitica del godimento strutturale al sistema
economico capitalistico e spera che, una volta superata la crisi, il
21

meccanismo del godimento possa tornare a governare i comportamenti e gli


atteggiamenti degli individui (e infatti, si parla di come stimolare la crescita
e per crescita si intende sempre qualcosa di quantitativo, ma poco o nulla si
dice sullo sviluppo, che invece concetto pi qualitativo, responsabile,
sostenibile).

>>> inoltre, L. Demichelis, Societ o comunit: 1.7, 1.10, 2.3, 2.4, 4.7.

Capitolo 8
Il tempo e la sua organizzazione
Cos il tempo? Che rapporto esiste con la societ degli uomini? Quanti e
quali tipi di tempo esistono? Queste tipologie di tempo - come creano,
incidono, modellano, educano, organizzano gli uomini che si ritrovano a
vivere dentro un certo tipo di tempo e la sua percezione sociale? Perch si
parla di tempo sociale? E di tempo dominante? Quanti tempi diversi possono
esistere (tempo personale e/o sociale, tempo dellamore, del dolore, del
lavoro, della politica, tempo libero e tempo liberato, ecc.)? Il tempo un
sapere sociale (ogni societ vive nel suo tempo, con il suo tempo)? Oppure
sempre pi un sapere economico (il tempo organizzato e fatto vivere dalla
globalizzazione diverso dal tempo del fordismo, a sua volta diverso dal
tempo della societ agricola)? O, ancora, soprattutto un sapere tecnico,
dettato dagli apparati tecnici (il senso e la velocit del tempo nella/della rete
sono diversi dal senso del tempo e dalla sua percezione prima della rete)?
Il sapere sociale del tempo (il modo in cui il tempo vissuto dalle persone)
diverso oggi da come era cento, mille anni fa.
Ogni societ comunque legata al tempo al modo in cui il tempo viene
vissuto, percepito, interpretato, al modo in cui condiziona azioni, pensieri,
comportamenti - oltre che allo spazio. Ma la societ sempre pi legata al
tempo (sua velocizzazione, sua intensificazione, sua utilit/produttivit
crescente, ecc. anche se apparentemente il tempo sta scomparendo nel tempo
reale, in verit un tempo sempre pi irreale) e sempre meno allo spazio (il
tempo nella/della rete pu fare a meno di uno spazio fisico di riferimento).
Il tempo racchiude e insieme scandisce il movimento e il ritmo sociale,
suddiviso e a sua volta suddivide attivit, affetti, comportamenti, pensieri,
azioni, ecc. Il tempo deve essere misurato, tempo delle cose, della passioni,
degli affetti, del lavoro, ma il tempo anche fonte di piacere e insieme di
angoscia. Pu essere leggero, felice, oppure pesante e infelice.
Parlare del tempo insieme necessario e arduo. La difficolt di cogliere il
tempo ha diverse ragioni, la prima delle quali che esso non anzitutto un
oggetto o un elemento esterno alluomo, essendo invece parte della sua
stessa esperienza esistenziale, in un certo senso il tempo la vita stessa ().
Noi viviamo inesorabilmente dentro il tempo, cos come il tempo vive in
22

noi. () Unaltra ragione che non possiamo percepire il tempo


direttamente con alcuno dei nostri sensi, diversamente dallo spazio che
sperimentabile sensorialmente. Per avere consapevolezza del tempo ci occorre
una dotazione intellettuale di base che la memoria, strumento che consente
di concepire e avvertire il trascorrere del tempo, mentre per parlare di
tempo usiamo continuamente termini e metafore attinenti allo spazio
(Giovanni Gasparini, Tempo e vita quotidiana, Laterza 2001). Cosa vera, salvo
in anni pi recenti quando invece si tende ad usare concetti temporali per
definire distanze spaziali (tipo: distante tre ore da qui, invece di indicare i
chilometri che separano luoghi diversi).

Dal tempo qualitativo al tempo quantitativo.


Il tempo (era) fatto/composto di tre elementi essenziali: passato, presente e
futuro articolati tra loro in misura diversa in base a come una determinata
societ considera/vive/interpreta/ricorda (o, al contrario, non
considera/vive/interpreta/ricorda) il proprio passato, vive il presente e
immagina (o non immagina/pro-getta) il suo futuro. Ovvero: vi era un
passato (la memoria collettiva, la storia, le tradizioni), vi un presente (il
tempo vissuto quotidianamente) e un tempo futuro (il tempo che sar
secondo il Progresso, la speranza, la fede, eccetera).
Nelle societ arcaiche fino alla modernit della rivoluzione industriale il
tempo era pi lento rispetto alla societ industriale (scorrere della stagioni,
cambiamenti economici lentissimi, poche innovazioni tecnologiche), per
iniziare crescere poi in velocit/intensificazione fino alla societ in rete di
oggi. Il tempo della societ industriale era (ed ) poi dominato dal tempo di
lavoro, tempo dominante (vedi oltre), mentre oggi dominato dal tempo
della rete.
Di fatto, possibile distinguere tra un tempo prevalentemente naturale
(della natura e del suo scorrere) combinato o confuso con il tempo sociale
(degli uomini e delle societ dipendenti dal tempo naturale) e un tempo
prevalentemente artificiale dato dalla rivoluzione industriale e dalla
crescente misurazione artificiale del tempo; un tempo artificiale che sempre pi
diventa tempo sociale. Di pi: nella cultura occidentale, il tempo ha un valore
sempre pi quantitativo e sempre meno qualitativo, la velocit permette una
maggiore produttivit mentre la lentezza vista come una colpa e come un
problema da risolvere. Fermarsi a guardare un paesaggio o unopera darte o
vivere intensamente unemozione considerato cio uno spreco di tempo,
mentre per altre culture, diverse da quella occidentale la velocit contraria
alla qualit della vita (la ricerca della qualit della vita e non della quantit di
beni/cose con cui riempire il vuoto) impone riflessione, lentezza, il saper
godere di beni non necessariamente economici. Nella visione tecnica e
occidentale del tempo, quantitativa/misurabile, il tempo si presenta e viene
socialmente e individualmente vissuto/interpretato come una risorsa
soprattutto economica, soggetta a continuo esaurimento, per cui vanno
23

ridotti i tempi morti e gli sprechi di tempo (il tempo denaro, secondo la
vulgata popolare). Il mondo occidentale - ma ormai tutto il mondo
occidentalizzato secondo cio i valori (tecnici ed economici) delloccidente,
vive una sorta di tempo compulsivo (fare sempre pi cose in meno tempo, non
fermarsi mai e nello stesso tempo lamentarsi perch non c abbastanza
tempo per fare le cose), nella convinzione di una cronica o percepita
mancanza di tempo. Per cui il tempo viene percepito/vissuto dagli individui e
dalle societ come un infinito succedersi di ore, minuti, secondi e infine di
frazioni di secondi, senza saper percepire/vivere altri tempi o un senso del
tempo diverso da questo.

Possibili definizioni di tempo.


Se qualcuno fosse stato costretto a spiegare cosa intendesse per spazio e tempo,
avrebbe detto che lo spazio qualcosa che puoi attraversare in un dato tempo, mentre
il tempo ci che serve per attraversare lo spazio. Bauman. E ancora: La storia
del tempo ebbe inizio con la modernit. Di fatto, la modernit , pi di ogni
altra cosa, la storia del tempo.
Ma se cambia il tempo la sua percezione, il suo modo di essere misurato,
la sua direzione, il suo senso (valori, passioni, lidea di tempo, ecc.) cambia
anche il modello di societ. Il tempo un prodotto degli uomini, ma gli
uomini sono anche prodotti dal tempo in cui vivono. Il tempo un sapere
nel senso di Foucault, che organizza la societ in ogni suo aspetto (il tempo
penetra il corpo e lo modella nei suoi modi di essere) e chi possiede questo
sapere (ieri la fabbrica, oggi la rete) modella a sua volta lintera societ. Ma
anche un potere, perch il tempo determina i comportamenti umani e
sociali. Controllare, organizzare, regolare la velocit del tempo, suddividerlo
in frazioni sempre pi piccole, dare o non dare al tempo un senso e una
direzione (dal passato al futuro, ad esempio, oppure togliere il passato e il
futuro e far vivere solo nelloggi e nella istantaneit) sono tutti elementi che
compongono la grande biopolitica del tempo. Ma chi o dove il biopotere che
governa il tempo individuale sincronizzandolo con quello sociale o economico o
soprattutto tecnico (dellapparato tecnico)?

Dal tempo ciclico al tempo lineare. E ritorno.


Molte le forme sociali di tempo e molte le rotture di tempo (rotture/crisi
nellidea sociale e culturale di tempo) intervenute nella storia. Dal tempo ciclico
al tempo lineare, dal tempo sacro al tempo profano, dai campanili delle Chiese agli
orologi personali. Dal tempo vero al tempo reale.
Per gli antichi come gli antichi Greci - il tempo era soprattutto tempo
ciclico, ovvero esisteva un ciclo del tempo dominato e segnato
prevalentemente dal ciclo della natura. Stagioni che ritornano, dunque tempo

24

che ritorna. La fine di un ciclo di tempo (ad esempio in agricoltura) coincideva


con un nuovo inizio.
Nel tempo ciclico non esiste un fine n una fine del tempo, ma un
continuo ritorno. Il tempo viene vissuto prevalentemente come regolarit del
ciclo, scandito dai suoi passaggi (stagioni), dove sembra che nulla possa
accadere che gi non sia accaduto (semina, raccolto, ecc.). In questa idea di
tempo, il futuro inteso e vissuto pi come una ripetizione del passato
che come una novit assoluta e inaspettata. Non sembra dunque esistere
almeno in termini sociali forti e significativi nessuna attesa del futuro,
nessun pro-getto a lunga scadenza che non sia il gi accaduto, sia pure sotto
forme nuove.
Tempo ciclico, dunque, ma anche tempo sacro, perch lorigine del tempo
era comunque legata agli di. Secondo Mircea Eliade, storico e antropologo
delle religioni, per gli antichi romani la stessa etimologia richiamava questo
concetto di sacro: tempus (il tempo) e templum (il tempio, il luogo sacro)
hanno infatti la stessa radice. Il tempo ciclico dunque sacro, perch legato
alla natura, dunque agli di, dunque al sacro di quelle societ.
Questo stato il tempo dominante per una lunga parte della storia umana.
Tempo dominante, in quanto caratterizzante la societ intera, la sua
articolazione e struttura organizzativa, i suoi tempi sociali e culturali appunto, la
sua regolazione, la sua religione e la sua economia. Il suo ordine sociale.
Cos infatti il tempo se non (anche) un regolatore/organizzatore
sociale?
I Greci conoscevano per anche un altro concetto di tempo, il tempo
progettuale, scandito e misurato dalle intenzioni e dai progetti umani. Una
temporalit che ovviamente non guardava al passato ma al futuro, nella
logica del perseguire un determinato bersaglio. Tempo progettuale per
socialmente meno forte del tempo ciclico, essendo soprattutto un tempo
progettuale individuale (cosa fare della propria vita, senza che questo
implicasse anche una pro-gettualit sociale).
Prometeo e il tempo della tecnica. Secondo la mitologia greca, Prometeo
(discendente dai Titani e simbolo della fede nellumanit anche contro il
potere/volere degli dei), avrebbe creato gli uomini modellandoli con largilla
e per loro avrebbe ingannato Zeus. Durante una cerimonia divise infatti in
due un bue: da una parte mise sotto la pelle carne e viscere dellanimale;
dallaltra parte mise solo ossa spolpate ricoperte di grasso bianco. Poi disse a
Zeus di scegliere la propria parte, il resto sarebbe andato agli uomini; e Zeus
scelse il grasso bianco, pi attraente. Ma quando scopr che nascondeva solo
ossa si infuri contro gli umani, che erano stati favoriti dallinganno di
Prometeo e contro Prometeo stesso, autore dellinganno a favore degli
uomini. Ai primi neg il fuoco, ma Prometeo lo rub dal cielo e lo don
ugualmente agli uomini, favorendo cos lo sviluppo della civilt e della prima
tecnica (il fuoco come prima tecnica per fare certe cose). Per punizione, Zeus
fece legare Prometeo ad una roccia del Caucaso dove ogni giorno unaquila
25

gli divorava il fegato, che sempre ricresceva - fino a quando Ercole non
uccise laquila con una freccia.
Quando Prometeo strappa il segreto del fuoco e della tecnica alla divinit,
per farne dono agli uomini, dona agli uomini anche un tempo diverso
dal tempo ciclico. Offre unidea diversa di tempo, anche se allora appena
abbozzata e che ri-emerger poi, molti secoli dopo con la nascita appunto
dellidea di Progresso - posto che gli antichi continuarono a credere
sostanzialmente nellidea del tempo ciclico.
Il tempo ciclico incompatibile con la tecnica (vedi parte su Anders, gli
apparati e le organizzazioni) perch la tecnica non ha uno scopo se non lo
scopo del proprio potenziamento e accrescimento, dunque si inscrive in
un tempo diverso da quello del ritorno delluguale e del simile. Un tempo
tecnico fatto non pi di ritorno, di ciclicit, ma di accumulo, di addensamento, di
accrescimento, di accelerazione e di potenziamento. Il tempo della tecnica il
tempo del futuro, di un tempo in cui non si ancora ma si dovr essere
grazie al potere della Tecnica. Non pi lattesa del ritorno, ma lidea del
futuro.
Ma quale futuro? Il mito del Progresso, nato con lIlluminismo, era a lungo
termine, ma la tecnica come apparato nel senso di Anders vive pi
nellimmediato futuro che in un futuro lontano. La fantascienza guarda lontano,
non la tecnica in quanto fare. Il tempo della tecnica dunque un tempo
racchiuso entro limiti di tempo tra oggi e domani (domani, non dopo-domani). E
un tempo finalizzato, ovvero che ha un fine (nellimmediato futuro per,
pi che in un tempo lontano), ma che non pu avere alcuna fine. Non per
una ripetizione nel futuro di ci che gi accaduto, ma per una continua
tendenza al superamento di ogni confine/limite temporale. Se la tecnica
avesse infatti una fine (se un giorno non ci fosse pi innovazione tecnica),
questa sarebbe (per la tecnica) una contraddizione in termini. Un futuro a
breve, dunque, il futuro della tecnica. I Greci chiamavano questo tempo
kairs, il tempo giusto per fare le cose, bilanciando mezzi e fini (vedi oltre).
La tecnica non ha neppure il concetto di tempo dellutopia, che un tempo
sconfinato, in un oltre che anche altrove (lisola di utopia da raggiungere non
si sa quando); n del tempo della religione e della speranza di salvezza. Ma
tempo dellavanzamento e dellaccelerazione.
Il tempo inaugurato dalla tradizione giudaico-cristiana, invece un tempo in
cui alla sua fine verr svelato ci che era stato annunciato. Un tempo
caratterizzato dallidea che luomo abbia un senso e una storia gi scritte
allorigine del tempo e da realizzare con il tempo. Rispetto al tempo ciclico si
produce una cesura culturale, antropologica, perch nel tempo ciclico il fine
era dato dalla fine delle cose, mentre nel tempo escatologico appunto il
tempo religioso - la fine a dare un senso, un fine a tutto ci che accaduto nel
tempo. La storia come percorso, cio come qualcosa che inizia, si sviluppa e
poi ha una fine, nasce con lebraismo e si consolida con il cristianesimo,
26

tanto vero che il cristianesimo computa la storia a partire da uno specifico


inizio, tra un prima e un dopo. Al sacro del monoteismo appartengono
agli estremi - lidea di passato (la creazione) e di futuro (lschaton, appunto, che
riguarda le cose ultime: per lebraismo, un tempo finale di pace e di ricchezza
per il popolo ebraico; per il cristianesimo, la venuta del Regno di Dio, il
ritorno finale di Cristo giudice, che chiuder la storia terrena).

Passato, presente e futuro. E lidea di storia.


I calendari.
Con questo tempo un tempo con un inizio e una fine che anche il fine del
tempo e della storia nasce il concetto, appunto, di storia, ovvero di un tempo
composto da passato, presente e futuro e quindi dotato di un proprio
senso, di una propria direzione ma anche di un proprio scopo (il regno di
Dio, il Progresso, la rivoluzione) Si esce dalla insignificanza della ciclicit
ininterrotta della natura e dalla limitata progettualit individuale e si affronta un
tempo che costruisce una storia, con una fine che appunto il fine della storia.
Ma questo tempo, pur essendo caratterizzato dalla presenza dei tre momenti
che lo compongono, un tempo che privilegia, che si concentra soprattutto
sul futuro atteso (salvezza, redenzione). E unidea di tempo che amplifica il
senso dellattesa del futuro, di fatto mettendo in secondo piano il passato e il
presente, tempi dati e spesso anche non modificabili, ovvero spesso subiti
come nel caso della religione, meno per i movimenti politici rivoluzionari,
che preparano il futuro domani mediante unazione diretta e concreta (come
la lotta di classe) nelloggi. Un tempo che definisce la storia come (senso del)
compimento di qualcosa che si realizza nel futuro.
Le religioni monoteistiche inaugurano dunque un tempo radicalmente
diverso. Non solo creano il calendario moderno e i calendari sono un
mezzo per organizzare ma anche per addomesticare il tempo e il suo
scorrere, regolarizzandolo, replicandolo con le feste sempre nelle stesse
date, distinguendo tra tempo di festa e tempo di lavoro, eccetera - ma assegnano
al tempo un inizio e una fine. Il calendario crea un tempo datato,
organizzato minuziosamente, ma in cui possibile pensare al futuro e
ripensare al passato. Il tempo diventa tempo di Dio, tempo appunto
escatologico. Calendari e campane impongono il tempo di Dio e il potere
della Chiesa nellorganizzare il tempo (inteso come sapere, come sapere
dellorganizzazione del tempo) e quindi la societ.
Nel Medioevo, con la crescente urbanizzazione e con il diffondersi del
lavoro artigianale cambia anche la concezione prevalente del tempo. Nasce
lo scontro tra tempo religioso e tempo del mercante, secondo la
definizione dello storico francese Jacques Le Goff. Che si tradurr nei
secoli XIII e XIV nella rivalit tra campane e orologi. Tra tempo religioso e tempo
civico. Orologi che vanno sulle torri delle citt, che diventano cos emblema
del nuovo tempo civile, dunque di una nuova forma di societ.
27

Meridiane e clessidre erano note fin dallantichit, ma erano decisamente

poco pratiche e soprattutto molto imprecise. Daltra parte, lidea di misurare


il tempo 24 ore su 24 era inconcepibile e inutile.
Il primo monachesimo cominci invece a organizzare e a misurare il
tempo e a suddividerlo con grande precisione, la vita nei monasteri era
regolata tra preghiera e lavoro, secondo un preciso ordinamento temporale
(lordine del tempo nella giornata, secondo una regola/organizzazione precisa),
ad esempio nella regola di San Benedetto, a partire dal VI secolo, con la
sempre pi precisa divisione del tempo a livello di giornata, in cui le sette
ore canoniche delle preghiere diurne e quella della preghiera notturna si
combinavano coi i tempi dedicati al lavoro, ai pasti e al riposo. E anche se i
monaci non avevano orologi meccanici per misurare il tempo, forte era
lattenzione che i benedettini mettevano nella divisione della giornata in
attivit diverse ma rigidamente regolate e regolamentate, con una forte
enfasi sulla puntualit, pena severe sanzioni in caso di inadempienza.
Ma come misurare questo tempo suddiviso? Verso il 1000 esistevano dei
congegni ad acqua, anchessi imprecisi. Solo verso il 1300 vennero
sperimentati i primi, rudimentali orologi meccanici, prima di legno e poi di
ferro. Erano meccanismi voluminosi e costosi, ma davano potere e prestigio
a chi li possedeva, segnando il tempo per intere comunit. Accadeva per
che spesso segnassero tempi diversi, provocando conflitti di potere. Come
segnare lora? e quale ora era quella giusta, ovvero come uni-formare il
tempo sociale? Nel 1370 Carlo V di Francia stabil che tutti gli orologi di
Parigi dovessero sincronizzarsi con lorologio del Palazzo Reale ovvero, il
potere controlla il tempo della societ.
Lorganizzazione del tempo diventa un sapere per il governo della societ e
degli uomini (della loro vita).
La rivoluzione industriale miglior progressivamente le tecniche per la
misurazione del tempo. E per renderlo pi produttivo. Il tempo denaro,
appunto, era il motto di Benjamin Franklin. A fine Ottocento, poi, inizi
lepoca degli orologi tascabili, ovvero lindividualizzazione della
misurazione del tempo, di un tempo per comunque uniforme. Non
era pi necessario guardare le lancette degli orologi pubblici o ascoltare il
suono dei rintocchi delle campane per sapere lora.

Personalizzazione/individualizzazione, precisione e
unificazione del tempo.
Gli orologi permettono il realizzarsi di tre processi, profondamente
interconnessi tra loro, la personalizzazione, la precisione e lunificazione del
tempo/dei tempi. La precisione: permette una migliore misurazione del
tempo, ormai in frazioni sempre pi piccole di secondo. La personalizzazione:
28

ovvero il portare lorologio addosso alla singola persona trasforma la


misurazione del tempo in qualcosa di assolutamente normale, frequente,
accessibile in ogni momento e in ogni luogo. Lunificazione: che permette di
non avere tempi diversi in competizione/conflitto tra loro, ma di avere un
tempo unico, valido per tutti.
Nel sistema industriale non era sufficiente la precisa misurazione del tempo,
bisognava che il tempo e la sua divisione fossero interiorizzati, ovvero che
le abitudini di vita fossero disciplinate e gli abiti mentali condizionati
secondo i ritmi dellindustria (A. Accornero).
Dunque: da una parte la funzione sociale svolta dai campanili o dalle torri
civiche viene sostituita dalla sirena delle fabbriche che chiama a raccolta gli
operai, dando il tempo sociale dellinizio del lavoro. Poi, tutti devono imparare a
rispettare gli orari di lavoro (azione sulla psicologia individuale). Ancora: il
lavoro industriale richiede una incessante divisione delle singole operazioni di
lavoro, che vengono cronometrate e razionalizzate.
Il concetto di Progresso come realt futura del mondo degli uomini figli
dellIlluminismo, con un tempo che ha una direzione e un senso. Un
Progresso come fine/motore della storia, una storia non pi escatologica in
senso religioso, semmai fondata su una escatologia laica, o meglio profana,
basata sulluso del sapere/conoscenza e di strumenti tecnici (la tecnica
ancora come mezzo, non ancora come fine). Voltaire, ad esempio, era
convinto che il Progresso avesse ormai iniziato il suo corso e che nulla
sarebbe stato in grado di fermarlo. Anzi, gli Illuministi erano convinti di
essere arrivati in ritardo allappuntamento con la storia e dunque ecco il
tema dellaccelerazione, del recuperare il tempo perduto sulla strada del
Progresso, ovvero del futuro. Ma pensare in termini di ritardo sui tempi, di
velocit da incrementare per recuperare il tempo perduto imponeva tuttavia
che si indicasse appunto anche una direzione di marcia, una meta
dellavanzamento/accelerazione e che esistesse la possibilit di misurare
anche il succedersi dei tempi storici. Per gli Illuministi questa misura era la
ragione, che non n pu essere sottoposta alla lentezza del tempo. Ma altri
illuministi, come Lessing, richiamarono lattenzione sui rischi della
accelerazione del tempo. Se infatti la velocit viene intesa come elemento in
grado di imprimere una spinta positiva alla storia, rischia di diventare
incontrollabile, sfuggendo alla stessa ragione che vorrebbe dominarla. In
realt, il tempo divenne qualcosa di prodotto sempre pi dalla tecnica come
apparato, che dominato dagli uomini.
Nell800, la costruzione delle ferrovie divenne il simbolo e la
rappresentazione fisica e materiale della possibilit di superare non solo lo
spazio ma di accelerare appunto il tempo, accorciando le distanze,
avvicinando luoghi lontani, producendo una corsa continua allaccelerazione
della vita (velocit come mezzo per sconfiggere il tempo e la sua apparente
lentezza, per riempire il tempo di cose sempre nuove, per dare lidea di poter
dominare il tempo, invece di esserne dominati in realt il tempo industriale e
29

tecnico domina come o forse pi del tempo religioso la vita degli uomini). E
cos, laccelerazione: in origine pensata come mezzo per prendere in mano la
storia, sfuggita al controllo degli illuministi e, alla fine, si unita alla tecnica
e alleconomia per generare una forza che non si lascia pi manovrare ( L.
Baier, Non c tempo!, Bollati Boringhieri, 2004). Alla fine, il rapporto degli uomini
tecnologici con il tempo potrebbe essere definito e riassunto da questa
riflessione di Anders: Ci che necessita sempre durata, dura troppo. Ci
che richiede sempre tempo, richiede troppo tempo. Il fatto che le azioni
costino tempo, oggi considerato uno spreco. Non importa quanto brevi
siano, non lo sono mai abbastanza. Il semplice fatto di durare un
differimento. Tempo=lentezza, che equazione insensata!.

Tra chronos e kairs.


Gli antichi greci avevano due termini per definire il tempo. Chronos definiva
una rappresentazione cronologica dello scorrere del tempo. Un tempo come
quantit che succede continuamente a se stesso. Mentre kairs era il tempo
per, il tempo/momento opportuno per fare qualcosa o per il verificarsi di un certo
evento (mentre gli antichi Romani distinguevano tra tempo fausto o infausto).
Un tempo come kairs che oggi tornato dattualit per quanto riguarda in
particolare certe forme tecniche di organizzazione, siano esse economiche,
politiche o strettamente tecniche. Dove il kairs si confonde con listantaneit,
dove il tempo per fare si identifica con il tempo reale della rete, nella compulsione
del tempo (fare sempre pi in fretta le cose, perch non c mai abbastanza
tempo e il tempo va sempre pi velocizzato, per cui il tempo non scorre,
non ha una durata, non ha pi una successione temporale ma sempre
lattimo da cogliere e da consumare in fretta perch seguito da un'altra
istantaneit (vedi oltre).

Il tempo reale (o irreale).


Oggi, il tempo reale: tempo senza pi tempo, tempo in cui la tecnica cancella
passato e futuro imponendo una sorta di eterno presente o un orizzonte
limitato e auto-referenziale, un tempo che non significa pi eterno ritorno, ma
accrescimento continuo.
Tempo in cui la tecnica distrugge il tempo escatologico, il tempo lineare, il
tempo dellutopia, ma anche il tempo del Progresso, posto che il Progresso
conteneva in s unidea/progetto, mentre la tecnica non ha altro
progetto/scopo se non il proprio accrescimento e potenziamento: il suo
tempo non ha bisogno dellidea di Progresso (lo ha avuto allinizio, poi
questo bisogno venuto meno), ha bisogno solo di velocizzare incessantemente
il proprio tempo fino ad annullarlo/rimuoverlo dallorizzonte sociale e dal
contesto culturale, ovvero la tecnica deve eliminare la percezione
individuale e sociale del tempo oltre che dello spazio. E nello stesso
tempo deve fare dellaccelerazione del tempo un imperativo sociale.
30

La tecnica de-struttura il tempo, togliendogli ogni fine ma anche ogni


possibile direzione/senso diversi da quelli propri della tecnica.
Tempo in cui il tempo viene suddiviso e frammentato in unit sempre pi
piccole, in cui il tempo viene progressivamente accelerato, velocizzato, senza
che questo produca una direzione di senso, semmai un muoversi
freneticamente nel tempo, senza pi senso, senza pi direzione, senza pi
progetti che non siano quello del potenziamento della tecnica.
Tempo dellattesa, ma unattesa di tipo nuovo rispetto alle attese del passato.
Unattesa in cui si attende ci che pu/deve comunque accadere, perch
reso possibile dalla tecnica. Tempo dellattesa come utopia passiva.
E tempo dellazione, tempo del fare reiterato. Tempo in cui si percepisce il
tempo solo attraverso un fare, per cui il non-fare diventa un non-tempo, un
tempo in-utile o dis-utile e quindi da eliminare o da ridurre il pi possibile
(il tempo morto di Anders, ad esempio). In nome del fare, del fare per il
fare, della produzione e della produttivit da accrescere. Daltra parte, con la
rete e con il lavoro in rete caduta la vecchia distinzione tra tempo di
lavoro e tempo di non lavoro/tempo libero. La reperibilit continua, la
connessione continua, la condivisione incessante, il messaggiare compulsivo
hanno determinato lestensione infinita del tempo di lavoro anche nel
tempo che una volta era tempo di vita (famiglia, amicizie, riposo, svago,
eccetera).
Leconomia e la tecnica come apparati organizzativi sono a velocit crescente
impongono di non smettere mai di lavorare, sia esso lavoro di produzione o
lavoro di consumo: da qui la tendenza, apparentemente inarrestabile, ad
ampliare gli orari di apertura dei negozi, non solo alla sera ma anche in
quelle che una volta erano ufficialmente giornate di riposo/non lavoro,
come la domenica. Anche in questo caso leconomia con la tecnica ad
imporre agli individui e alla societ un tempo di lavoro e un tempo di vita
(ma soprattutto ritmi di lavoro e ritmi di vita) diversi da quelli
stabilizzatosi fino a 30 anni fa. Allapparire dei primi pc si diceva: lavoreremo
meno e faremo meno fatica. Lanalisi dei nuovi tempi indotti dalla rete porta
invece a dire che i tempi di lavoro/vita e i ritmi di lavoro/vita si sono
decisamente intensificati >>> aumento delle patologie da stress, eccetera.

Tempo sociologico.
Si intende per tempo sociologico o tempo della societ, un tempo
specifico, caratteristico di una comunit umana. Tempo delimitato e definito
da una successione e da unalternanza di tempi sociali forti, di tempi
dominanti che dettano il tempo della societ nel suo insieme. Tempi forti che
non cancellano altri tempi sociali deboli, ma che pre-dominano su questi
tempi, residuali/marginali ma funzionali rispetto al tempo dominante.
Tempo religioso, tempo industriale, tempo dellattesa, tempo dellutopia
sono tempi dominanti, che modellano che hanno modellato - la societ
nel suo complesso.Il tempo di una societ un tempo condiviso, un tempo
31

ordinante e disciplinante, che definisce, disciplina e ordina la societ (d ordine


alla societ) nel suo complesso.
Un tempo scandito da eventi/momenti in cui individuale e collettivo si
sommano, in cui reso possibile il coordinamento delle attivit individuali e
sociali. Un tempo sociale dominato da eventi/momenti di varia natura: feste,
rituali, partecipazione politica, tempi di lavoro, simboli collettivi, ecc..

Tempo e memoria.
La memoria quel processo sociale che organizza, ordina e d senso al tempo
passato, consentendo di costruire lordine del presente (dandogli un senso
conseguente), premessa per la costruzione del tempo futuro.
La memoria quindi una sorta di legame tra il passato e il presente ed
fattore essenziale di coesione e di legame sociale. Ma anche di possibile
progettualit verso il futuro. Ogni societ vive di legami che la tengono
insieme: valori, relazioni, significati, simboli che costruiscono la forma e il
contenuto. Senza memoria non possibile la stessa societ.
Ma ancora una volta, nella societ coesistono tempi sociali diversi,
molteplici (lavoro, famiglia, divertimento, risparmio, gruppi sociali, ecc.).
Uno di questi tende comunque a pre-valere sugli altri tempi, pur
consentendone la coesistenza.
I tempi sociali particolari si articolano e integrano per dare alla societ un
tempo sociale generale. Muta nel tempo il rapporto tra tempi sociali forti e tempi
sociali deboli.
La memoria sempre difficile da esercitare. Perch si crei e si consolidi la
memoria del passato occorre un tempo sufficiente per metabolizzare il
passato e i ricordi, per farli rivivere, per riportarli in vita. La velocit della
societ attuale e la tendenza alla istantaneit (si tende a vivere solo il presente,
il futuro si accorcia come possibilit di pensare al dopo, il tempo reale cancella
il tempo lungo, lutopia, la progettualit) tendono a ridurre questi spazi e
dunque a fare in modo che la memoria diventi qualcosa di superfluo/inutile.
Le societ in verit hanno sempre avuto un rapporto difficile con il passato
(si dice che si ripetono spesso gli stessi errori commessi in passato), ma
questo processo sembra essersi accentuato.

Il tempo industriale.
Uno dei tempi dominanti anzi, il tempo dominante del Novecento stato
il tempo industriale. Secondo Taylor, il tempo era una componente
fondamentale del sistema della tecnica, era qualcosa di regolabile,
controllabile e di modificabile secondo la regola one best way, ovvero esiste
una sola via (processo) per raggiungere il risultato migliore. Secondo Taylor
il padre dellorganizzazione scientifica del lavoro - il tempo era lessenza stessa
del sistema tecnico, era la tecnica delle tecniche, era la struttura portante del
sistema (tecnico) della produzione. Ma insieme era anche il prodotto di
quelle tecniche che il tempo avrebbe dovuto controllare e misurare. Il
32

sistema di fabbrica stato fondato per mezzo di due pilastri: il mercato e il


tempo. Mercato e tempo sono una costruzione con la quale lindustria ha
edificato la societ industriale (A. Accornero Il mondo della produzione, il Mulino).
Ogni tempo sociale infatti ha un carattere ambivalente, produttore e insieme
prodotto di una certa attivit sociale. Ma alla fine ha prevalso soprattutto lidea
di un tempo necessario al progresso tecnico, cosa che ha permesso di
imporre come dominante il tempo dellindustria in quanto tempo fondato su
un principio di razionalit (Weber). Ma il tempo della macchina a sostituirsi
al tempo umano e ad imporsi come tempo dellintera societ. Furono le
macchine a produrre un nuovo tempo sociale dominante: il tempo diventato
una funzione di potenzialit meccaniche, di qualcosa, cio, che gli uomini
poterono inventare, costruire, possedere, usare e controllare, e non pi di
capacit umane inevitabilmente limitate, n di forze naturali come il vento e
lacqua, immuni dalla manipolazione umana ( Bauman).
Un tempo industriale fatto a misura e somiglianza della macchina, un tempo
meccanico, ripetitivo, misurabile e divisibile allinfinito grazie al cronometro.

Dalle comunit monastiche alla fabbrica moderna, alla rete.


Prima dellindustria, con lartigianato ad esempio, il lavoratore era ancora
formalmente padrone del suo tempo (oltre che dellorganizzazione del proprio
lavoro e della propria vita). Ed era lopera realizzata ad essere retribuita,
indipendentemente dal tempo necessario a compierla. Certo, il tempo di
realizzazione in qualche modo rientrava nel calcolo del prezzo del bene, ma
era un tempo difficile da misurare con precisione.
Nascita del tempo industriale: secondo Foucault, Limpiego del tempo
una vecchia eredit. Le comunit monastiche ne avevano senza dubbio
suggerito il modello rigoroso. Esso si era presto diffuso. I suoi tre grandi
procedimenti stabilire della scansioni, costringere e determinate operazioni, regolare il
ciclo di ripetizione si sono ben presto ritrovati nei collegi, laboratori, ospedali,
prigioni. Allinterno degli antichi schemi, le nuove discipline non hanno
faticato ad inserirsi; le case di educazione e gli istituti di assistenza
prolungavano la vita dei conventi, cui spesso erano annessi. Il rigore del
tempo industriale ha mantenuto a lungo un andamento religioso: nel secolo
XVII i regolamenti delle grandi manifatture precisavano gli esercizi che
dovevano scandire il lavoro delle persone: Tutte le persone arrivando il
mattino al loro posto, prima di lavorare cominceranno col lavarsi le mani,
offriranno a Dio il loro lavoro, faranno il segno della croce e cominceranno
a lavorare; ma ancora nel secolo XIX, quando si vorranno utilizzare
nellindustria popolazioni rurali, accade che si faccia appello, per abituarle al
lavoro negli opifici a delle congregazioni; gli operai vengono inquadrati in
officine-convento (da M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, pag. 162). E
ancora e riferito non solo allindustria: Per secoli, gli ordini religiosi furono
maestri di disciplina; specialisti del tempo, grandi tecnici del ritmo e delle attivit
regolari. Ma con la rivoluzione industriale, tutto questo si perfeziona, prima
33

di tutto raffinandoli: in quarti dora, in minuti, in secondi che ci si mette a


contare. Naturalmente nellesercito; Nelle scuole elementari il taglio del
tempo diviene sempre pi stretto; le attivit sono segnate rigorosamente da
ordini ai quali bisogna rispondere immediatamente. Nellindustria, poi, non
deve accadere che ognuno entri in fabbrica quando vuole, ma tutto deve
essere regolamentato e uniformato. Ma non solo (Foucault): Si cerca anche
di assicurare la qualit del tempo impiegato: controllo ininterrotto, pressione
dei sorveglianti, annullamento di tutto ci che pu disturbare o distrarre dal
lavoro: si tratta di organizzare un tempo integralmente utile.
Ma il tempo industriale e disciplinato viene organizzato anche
attraverso altre procedure (Foucault): lelaborazione temporale
dellatto (mediante lesercizio e laddestramento, gli atti di lavoro e non solo
vengono scomposti nei loro elementi essenziali, cos la posizione del corpo
e i suoi movimenti: Il tempo penetra il corpo e con esso tutti i controlli
minuziosi del potere, ovvero il tempo a cui si viene addestrati diventa il
tempo di vita al lavoro, normalit, quotidianit); e poi, la messa in
correlazione del corpo col gesto (nessun tempo deve essere sprecato, il
corpo deve essere finalizzato al gesto da compiere nel lavoro);
larticolazione corpo-oggetto (la scomposizione dei gesti avvenuta per
garantire laddestramento deve poi essere ricomposta, ogni gesto messo in
corretta relazione e sequenza con gli altri gesti); lutilizzazione esaustiva del
tempo (il principio di una utilizzazione sempre crescente del tempo: pi si
scompone il tempo, pi si moltiplicano le sue suddivisioni, meglio lo si
disarticola dispiegando i suoi elementi interni sotto uno sguardo che li
controlla, tanto pi si pu accelerare unoperazione, o almeno regolarla
secondo un optimum di velocit. Ovvero, la rapidit come virt).
Un processo di costruzione del tempo industriale che passa poi attraverso la
grande fabbrica secondo il fordismo/taylorismo come visto
precedentemente e il lavoro perde ancor di pi il suo vecchio senso e deve
essere misurato con estrema e crescente precisione, razionalizzato in
funzione della produzione, il lavoro non si con-fonde con lopera realizzata
ma con i gesti compiuti per fare. La cui misura specie se sono gesti
frammentati ma con-catenati/con-nessi (ancora la sincronizzazione) non
che il tempo necessario per compierli.
La modernit prima guarda allo spazio la fabbrica, appunto, come
luogo/spazio di controllo e realizzazione organizzata della produzione poi
passa al controllo/gestione e soprattutto organizzazione del tempo. Un
tempo da controllare, ma soprattutto da velocizzare, accelerare
realizzando la maggiore quantit di cose nel minore tempo possibile.
Se il modo industriale di produrre non solo produzione ma anche
disciplina, una della discipline fondamentali quella del controllo del
tempo, con il disciplinamento temporale, che disciplina ma poi anche
biopolitica attraverso lorganizzazione del tempo, per cui le giornate
34

vengono regolate e scandite dalle lancette dellorologio, dalla timbratura a


inizio giornata a quella finale, dentro e fuori dalla fabbrica.
Secondo L. Mumford (sociologo e urbanista 1895/1990), lorologio,
non la macchina a vapore, la macchina chiave dellepoca industriale
moderna. Perch organizzare e disciplinare attraverso lorganizzazione e la
disciplina del tempo ancora pi forte che la disciplina attraverso la
macchina in se stessa. Ma la macchina a dettare il tempo, il ritmo, la
velocit.Il lavoro diventa nientaltro che il tempo impiegato a compiere
determinati gesti/funzioni/movimenti. Questo tempo di lavoro diventa
appunto - per tutto il Novecento - il tempo sociale dominante.

Il Novecento secolo futurista. La velocit.


La velocit non la nuova dea solo dei Futuristi (il primo Manifesto del
Futurismo del 1909), ma in modo crescente, sottile, pervasivo dellintera
societ industriale e soprattutto dellintero Novecento. Dove la velocit
certamente uno dei tratti maggiormente caratterizzanti: si pensi alle auto e
alle corse automobilistiche, agli aerei, ma anche al lavoro (accrescere la
produttivit), fino al tempo reale della rete. Ma si pensi anche alla musica, al
montaggio delle immagini al cinema, in televisione e soprattutto nel
messaggio pubblicitario.
Questi erano gli elementi caratterizzanti del Futurismo: mito dellazione,
culto della macchina, della velocit, dellindustria, della guerra e delle
parole in libert. Il Futurismo: movimento letterario e artistico soprattutto
italiano, guidato da Filippo Tommaso Marinetti. I fondamenti filosofici del
movimento si ritrovano nelle filosofie di fine XIX secolo, in particolare
nelle dottrine di Nietzsche e di Sorel basate sullesaltazione dellenergia e
della volont di potenza (Nietzsche e il superuomo), allineandosi con le posizioni
politiche dei trionfanti nazionalismi del tempo. Nel 1910 esce il manifesto
tecnico della letteratura futurista, nel quale veniva affermato il principio
delle parole in libert, ovvero di una poesia e di una prosa slegate dalla
sintassi e dalla punteggiatura cercando nuovi materiali espressivi nella realt,
fatta di suoni, espressioni, immagini. Anche la pittura futurista voleva
esprimere il senso del movimento della vita, della velocit (autori principali:
Boccioni, Carr, Balla). Il Novecento come secolo futurista.

Il nuovo tempo dominante: la rete.


Con i cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro dal fordismo al
neofordismo, dalla modernit pesante a quella liquida cambiano
anche i tempi del lavoro. Non pi un concetto unico o pre-dominante di
tempo (quello industriale), ma una pluralit di tempi diversi, senza un vero
pre-dominio di uno sugli altri, tempi plurali e molteplici che si integrano e
co-ordinano tra loro. Nuovi tempi sociali, loro frammentazione e
disarticolazione, ma anche loro coabitazione/coesistenza, stratificazione di
35

tempi diversi. Tempo dei consumi, dei divertimenti, dei lavori, della
conoscenza e dellinformazione, dello spettacolo, del movimento nello
spazio, tempi della rete, tempi del lavoro autonomo e indipendente, tempi
della citt, tempi dei desideri e delle passioni. In apparenza, una molteplicit,
una pluralit di tempi diversi ma coesistenti dentro la stessa societ, senza pi
un vero tempo predominante/prevalente, piuttosto una pluralit di tempi,
meno disciplinanti e meno costrittivi dei tempi industriali.
Eppure, come per il vecchio fordismo, anche i nuovi tempi del neofordismo non sono altro che tempi costruiti e quindi imposti/dettati alla
societ dalla nuova forma delleconomia e soprattutto della tecnica: il
nuovo tempo predominante quello della rete, il tempo reale che
diventa compressione o addirittura cancellazione del tempo come durata
(passato, presente, futuro), sua ulteriore velocizzazione, accelerazione. Di
fatto, non una pluralit di tempi sociali tra loro liberamente co-esistenti
come direbbe lapparenza del vivere sociale. Piuttosto - e invece - una
pluralit di tempi tutti per sub-ordinati e comunque coerenti e congrui con
lorganizzazione tecnica del nuovo tempo dominante, che il tempo reale,
il tempo senza tempo ma in realt sempre pi denso, sempre pi veloce: il
tempo della rete. Ovvero: esasperazione e perfezionamento del tempo
industriale/fordista, sua organizzazione tecnica e suo trasferimento
dal fare allintera societ.

Tempo dominante il tempo che modella su di s unintera societ,

o almeno la maggior parte di essa. E il tempo che sub-ordina a s gli


altri tempi. E il tempo che ha il pre-dominio e la pre-valenza su altre
forme di organizzazione e disciplinamento attraverso il tempo. E il tempo-guida, il
tempo-ordine, il tempo-organizzazione e disciplina di una certa societ. Al di l
dellapparenza (lillusione della libert di tempi diversi e molteplici), un solo
tempo pre-domina sulla societ. Tempo libero, divertimento, vacanza, ozio,
formazione, cultura, informazione sono tempi, hanno tempi sub-ordinati al
tempo dominante della rete.

La rete e listantaneit.
Morte del passato e del futuro?
Oggi il tempo dominante il non-tempo della rete. E questo non-tempo
produce - tende a produrre anche la perdita del passato, della memoria,
della identit personale e sociale. Identit/personalit portata a vivere
dentro un tempo irreale, virtuale, sempre pi veloce, senza sedimentazione.
Ma produce anche la perdita del futuro, della prospettiva, del pro-getto;
lorizzonte temporale scompare, sostituito dal vuoto di tempo o dal tempo vuoto
(di sensi/contenuti diversi dal fare), anche se sembra mancare il tempo (la
lotta contro il tempo sempre pi veloce) e il tempo esistente sembra pieno
di cose, di offerte e di fare.
36

Il tempo incorporeo, istantaneo del mondo software anche un tempo


insignificante. Istantaneit significa acquisizione immediata, sul posto, ma anche
immediata perdita di interesse. La distanza temporale che separa la fine dallinizio
va assottigliandosi o svanendo del tutto. Ci sono solo momenti, ovvero punti di
tempo senza dimensione.() Coloro che si muovono e agiscono pi velocemente,
che giungono pi vicini alla fulmineit del movimento, sono quelli che dominano,
mentre chi non in grado di muoversi altrettanto velocemente dominato. (Z.
Bauman).

La modernit pesante, il modello produttivo/sociale fordista era ancora


dominato dal lungo termine. Per quanto lorganizzazione e la gestione
industriale del tempo fossero dominate dalla logica dellaccelerazione dei
ritmi, dei tempi e dei metodi di lavoro, quella forma/modello di
organizzazione era ancora organizzata, orientata nel senso (politicamente,
socialmente, antropologicamente) dalla lunga durata (dal conflitto sociale
in vista di un obiettivo finale, alla politica che guardava al lungo periodo,
come il New Deal di Roosevelt in America o le politiche sociali e di welfare in
Europa nel secondo dopoguerra)
Nella modernit leggera, nel neo-fordismo, nella societ a rete (modellata
secondo la rete) non esiste pi il concetto di lunga durata, n quello di
lungi-miranza (guardare lontano). Il breve periodo ha oggi sostituito il
lungo periodo ed eletto listantaneit, il tempo reale a proprio ideale. Con un
paradosso, ma solo apparente: da un lato si crede e si fa credere
(conformismo, con-formazione, conform-azione) che il tempo sia un
contenitore infinitamente capace e capiente (basta accelerare e tutto vi pu
essere contenuto), dallaltro questo tempo viene sempre pi svuotato,
svalutato di senso, di significato, di valori e soprattutto di scopi.
Contraddizione solo apparente, appunto. Perch il pre-dominio sul tempo da
parte della tecnica e della sua forma di organizzazione possono riuscire
meglio se il tempo umano viene svuotato di significati diversi da quelli della
tecnica e dellorganizzazione e si riduce semplicemente ad un fare leggero,
fluido, mobile, spesso edonisticamente piacevole e divertente, addirittura
coinvolgente emozionalmente e relazionalmente sempre pi veloce.
Secondo Platone, la fretta nuoce al pensiero. E regola/obiettivo di ogni
potere/organizzazione quello di evitare il pensiero auto-nomo e di produrre
invece disciplina, conformazione, uniformit. Oggi, questo obiettivo viene
raggiunto soprattutto attraverso un tempo talmente veloce che cancella
passato e futuro (memoria e pro-getto), lasciando dominare un presente
fatto di istanti, di momenti senza connessione tra loro.
Secondo il filosofo e psicanalista francese Miguel Benasayag oggi non
crederemmo pi nel Progresso. Il futuro, un tempo qualcosa da costruire
incessantemente, avrebbe mutato segno: non pi speranza e progresso,
appunto, ma incertezza e diffidenza, dal futuro come speranza al futuro come
minaccia (vedi societ del rischio, paura, insicurezza). Per cui, sempre
Banasayag, oggi vivremmo in unepoca di passioni tristi, dominate
37

dallincertezza e da un forte senso di impotenza individuale e sociale (inutile


cercare di migliorare il mondo).
Per uscire da questa sorta di vicolo cieco (come per la paura che si
autoalimenta, anche il senso di impotenza si autoalimenta, continuamente
rafforzandosi), secondo Benasayag bisognerebbe riscoprire la gioia del fare
disinteressato (non quello utilitaristico), dellutilit dellinutile (anche ci che
appare inutile per lorganizzazione invece utilissima per gli individui e la
loro crescita in auto-nomia), del piacere di coltivare interessi e passioni
indipendentemente dai fini (M. Benasayag-G. Schmit, Lepoca delle passioni tristi, Feltrinelli).

Spazio & tempo.


Il trionfo della tecnica e del suo tempo de-struttura dunque sia il tempo che lo
spazio. Il tempo si frantuma e tende a scomparire e a trasferirsi nel tempo
reale. Anche lo spazio cambia. Quello spazio inteso come luoghi del vivere,
come luoghi della societ. Tempo e spazio scompaiono dalla realt ed
entrano nel mondo della semplice rappresentazione tecnica e mediatica. Il tempo
una successione sempre pi rapida e densa di fatti, avvenimenti, notizie,
comportamenti, lavori. Sempre pi quantitativo e sempre meno qualitativo.
Lo spazio perde la sua fisicit e da luogo reale diventa spazio della realt
virtuale. Tempo che scompare e dunque cancella il senso del tempo. Spazio
che si fa sempre pi spazio artificiale, prodotto tecnicamente, spazio in cui
accadono cose che somigliano alla vita ma che non sono la vita.
Spazio/tempo: una dimensione profondamente cambiata, dove trionfa il qui
e ora, la prossimit (anche quando lontana) e la sincronicit. Inoltre, labitare
tempi diversi nello stesso tempo multitasking, fare pi cose nello stesso
tempo crea disattenzione, distrazione, incapacit di concentrazione (vedi
oltre, parte sulla rete e testo di Raffaele Simone, Presi nella rete, Garzanti).

Ritorno al tempo ciclico?


Ha scritto lantropologo francese Marc Aug: Noi viviamo oggi un una
ipertrofia del presente. Che amplificata dai media, vecchi e nuovi. In un
certo senso il nostro tempo non pi lineare ma circolare. Come quello
delle societ primitive, come quello degli antichi greci, come quello del
mondo contadino. Il tempo attuale non pi dominato dallidea di
progresso, siamo piuttosto prigionieri di una sorta di eterno ritorno scandito
non pi dai rintocchi delle campane, ma dai palinsesti televisivi e dai ritmi
della finanza globale. Inoltre, viviamo pi a lungo ma iniziamo a vivere pi
tardi. Pensiamo alla rivoluzione francese, fatta da persone che avevano poco
pi di ventanni. Erano ragazzi, ma cambiarono il corso della storia. () Il
tempo oggi diventato lunit di misura di tutto, anche dello spazio. Non
parliamo pi in termini di distanza chilometrica, ma di tempo di
percorrenza. E i nostri riferimenti sono globali, non pi nazionali. E citt e
non paesi. Si parla di New York, Mumbai, San Paolo, Parigi. In questo
senso la tecnologia e leconomia sono pi veloci e potenti della politica. E la
38

mettono nellangolo (M. Niola, La dittatura del presente, intervista a Marc Aug, la Repubblica
del 19 marzo 2012). Rivedere il concetto di istantaneit.

Tempo e spazio. Solitudine o isolamento.


Una societ di uomini isolati e connessi,
ma senza solitudine.
Il tempo industriale era un tempo che produceva isolamento delle persone
nello spazio di lavoro, anche se suo obiettivo era quello di permettere poi la
ricomposizione delle loro forze in qualcosa di produttivo e a produttivit
crescente. Tuttavia, nella fabbrica le persone si ritrovavano comunque
insieme, nello stesso spazio e nello stesso tempo per un lungo periodo di
tempo - dunque esistevano meccanismi di socializzazione, di condivisione
di momenti e di tempi (il lavoro in s, ma anche il sindacato, il dopolavoro,
eccetera). Era anche il tempo della societ di massa concentrata, la massa era
composta da persone che vivevano collettivamente dei momenti di
aggregazione/concentrazione, appunto tutti insieme. Nella societ della rete e
della individualizzazione di massa (fare le stesse cose ma individualmente e
separatamente), cresce la necessit di una connessione virtuale tra le
persone; diminuisce la capacit di relazione fisica mentre cresce lofferta di
relazione virtuale, ma cresce anche lisolamento e diminuisce la
capacit/possibilit di essere in solitudine.
Distinzione tra isolamento e solitudine. Isolamento quando si soli ma
senza possibilit di pensare a se stessi, senza capacit di guardarsi dentro, senza
relazioni con gli altri, incapaci di creare e di creativit, isolati appunto.
Solitudine invece quel particolare tempo in cui si deve/si pu staccare dalla
realt e pensare a se stessi, valutare, riflettere, fare quello che gli psicologi
chiamano colloquio interiore. La solitudine non isolamento (anche se
pu degenerare in isolamento), ma relazione con se stessi, con la
trascendenza, con la memoria. Qualcosa che ha bisogno di tempo, per
prodursi e che invece la mancanza di tempo oggi impedisce di fatto,
accrescendo invece i processi di isolamento. La societ odierna sembra
produrre molto isolamento e sembra impedire la solitudine, escludendo ogni
tempo che non sia utile ad un certo fare, ad un doversi connettere. Il tempo
(soprattutto) e lo spazio sono sempre pi occupati da qualcosa che non
permette di restare in solitudine, che crea isolamento dando lillusione di
non essere mai soli, di non essere lasciati soli: dalla musica alla pubblicit, dalla
televisione alla rete.
Offrendo lidea di essere sempre insieme, anche quando si soli, ancora una volta
modificando il rapporto degli uomini con il tempo e con lo spazio. Scrive
Sherry Turkle, antropologa e psicologa americana (in Insieme ma soli, Codice
Edizioni, 2012): La tecnologia seducente quando ci che offre soddisfa la
nostra vulnerabilit umana; si scopre allora che siamo davvero molto
vulnerabili. Ci sentiamo soli, ma abbiamo paura dellintimit: le connessioni
39

digitali e i robot sociali possono offrire lillusione della compagnia senza gli
impegni dellamicizia; la nostra vita in rete ci permette di nasconderci a
vicenda anche mentre siamo allacciati luno allaltro; e preferiamo
comunicare per sms che parlare.
E ancora: La tecnologia ci lega mentre promette di liberarci. Una volta le
tecnologie di connettivit promettevano di darci pi tempo. A mano a mano,
per, che telefoni cellulari e smartphone cancellavano i confini tra lavoro e
tempo libero, tutto il tempo del mondo non ci pi bastato. Anche quando
non siamo al lavoro sentiamo di essere reperibili: sotto pressione, vogliamo
escludere la complessit e non perdere tempo nei dettagli. Con questo sembra
confermarsi la logica della individualizzazione da un lato e della totalizzazione
dallaltro.
Individualizzazione, isolamento, sentirsi soli; e per converso, totalizzazione
nella rete, credersi insieme ad altri, non sentirsi pi soli: ma un non sentirsi soli
offerto da quella stessa tecnologia che produce individualizzazione,
isolamento e separazione. Che per non permettere momenti di solitudine non
lascia mai soli, tenendo sempre connessi; ma dove lessere connessi (quindi non
essere soli) pi importante dellessere con qualcuno fisicamente e durevolmente;
e il messaggiare pi importante di cosa si scrive.

Il Piccolo Principe di Saint-Exupery


e il concetto di tempo.
Nella fiaba moderna del Piccolo Principe, il suo autore Antoine de SaintExupery (1900-1944) fa compiere di fatto al protagonista, il Piccolo
Principe appunto, anche una riflessione sul tempo industriale, sulla
valutazione (e sul calcolo/misurazione) puramente quantitativa e non pi
qualitativa del tempo da parte delle societ industriali. In un passo del
racconto, il protagonista incontra un venditore di pillole che, inghiottite al
ritmo di una a settimana, eliminano il bisogno di bere. Il mercante spiega
che in questo modo si ottiene una grande economia di tempo, valutabile in un
risparmio di 53 minuti ala settimana. Ma il mercante non sa rispondere alla
obiezione qualitativa del Piccolo Principe, che chiede cosa si possa fare con
quei 53 minuti risparmiati., fornendo lui stesso la risposta. Io, dice infatti il
Piccolo Principe al mercante, se avessi 53 minuti da spendere, camminerei
adagio verso una fontana
Ovvero, oppone alla visione puramente economicistica e quantitativa del
mercante (risparmiare tempo), una visione qualitativa (andare lentamente, bere
ad una fontana e fare cio una cosa naturale e non artificiale come mangiare
delle pillole, opporsi ad una artificializzazione della vita (le pillole per evitare
di bere), tutto senza avere locchio sempre sullorologio per vedere il tempo
mancante allo scadere dei 53 minuti guadagnati (ma per fare cosa?).

40

Capitolo 9
Societ o comunit (I).
La socializzazione e la de-socializzazione (rivedere). Crisi della societ
(aperta) e rinascita della comunit (chiusa). De-socializzare (spezzare i
legami sociali) e ri-socializzare (crearne di nuovi). Dalla societ alla comunit.
Soggettivare/assoggettare. La comunit di lavoro e di consumo.
L. Demichelis, Societ o comunit, Carocci da pag. 27 a 45, da pag. 49 a 57; da
pag. 85 a 90.

Societ o comunit (II).


I concetti di societ e di comunit: analogie, differenze, storia.
Integrazione o interazione: differenze. Comunit o essere in comune (Pulcini).
Liberalismo, liberalismi.
L. Demichelis, Societ o comunit, Carocci da pag. 123 a pag. 146.

Societ o comunit (III).


Societ, comunit e conflitto (sociale, di idee, tra progetti). Armonia
contro conflitto sociale. Conflitto o scontro sociale.
L. Demichelis, Societ o comunit, Carocci da pag. 108 a pag. 115, da pag. 175 a
pag. 180; da pag. 182 a pag. 194.

Capitolo 10
La globalizzazione.
E gli effetti della globalizzazione sulla societ.
Globalizzazione: tendenza delle imprese e dei mercati finanziari a
sviluppare processi integrati di produzione/distribuzione/ricerca e
sviluppo e di movimento di capitali/investimenti, mediante sistemi
informatizzati (rete).
La rete. Senza rete informatica, senza internet ovvero senza una nuova
fase della tecnica intesa come apparato (il computer) e come sistema di apparati
(la rete, appunto) - questa globalizzazione non avrebbe potuto svilupparsi,
necessitando infatti di poter gestire un mercato appunto globale senza le
lentezze dei vecchi sistemi di comunicazione. Globalizzazione e rete sono
dunque strettamente connesse tra loro, anche se pure in passato vi sono
state delle forme di globalizzazione (vedi oltre).
Globalizzazione: estensione del concetto di mercato oltre i confini
nazionali e oltre le regole del commercio inter-nazionale, considerando infine
il pianeta come un unico mercato ma anche come una unica rete di
connessioni/nodi - senza pi barriere/confini, n di tempo n di spazio.
41

Elementi della globalizzazione


Nascita e sviluppo della nuova economia (new-net economy) negli anni 90 del
XX secolo, ovvero il passaggio da una economia prevalentemente
industriale, dove a dominare era la produzione e lo scambio di merci; a una
in cui a predominare era almeno secondo le retoriche di allora la
produzione e lo scambio di idee, di conoscenza, di sapere tanto da far dire che si
stava passando dal lavoro materiale fare e produrre cose al lavoro
immateriale producendo e mettendo al lavoro appunto conoscenza,
informazioni, saperi, competenze. Erano i ruggenti anni novanta, secondo
la definizione di Joseph Stiglitz, premio Nobel per leconomia nel 2001,
vice-presidente della Banca Mondiale e consigliere dellallora presidente
americano Bill Clinton; anni in cui: la crescita aumentata a livelli per i
quali di solito non basta unintera generazione. La stampa e gli esperti
proclamavano che cera una nuova economia, che le recessioni erano ormai
acqua passata e che la globalizzazione avrebbe portato prosperit in tutto il
mondo. Ma verso la fine del decennio quella che sembrava lalba di una
nuova era cominciata ad apparire sempre pi come una di quelle impennate
improvvise dellattivit economica, o iperattivit, inevitabilmente seguite da
un declino, come duecento anni di capitalismo ormai insegnano. Solo che
questa volta la bolla il boom sia delleconomia sia dei mercati finanziari
era pi grossa e pi gravi sono state le sue conseguenze: la nuova era non era
nuova solo per gli Stati Uniti, ma per tutto il mondo. Quindi il declino che
ne seguito ha provocato una flessione non solo negli Usa ma in quasi tutto
il mondo (J. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Einaudi, pag. 3).
Tanto vero che gi a fine anni 90, questa new economy comincia a entrare in
crisi: 1997, crisi in Corea, Tailandia e Indonesia; 1998, crisi in Russia; 1999
Brasile. Crisi ripetute e mai davvero risolte perch mai hanno cercato di
correggere i difetti strutturali del sistema neoliberista iniziato nei primi anni
80,
ovvero:
eccesso
di
finanziarizzazione
delleconomia,
deregolamentazione eccessiva dei mercati finanziari, spostamento della
ricchezza dal lavoro alla rendita), fino alla crisi attuale, la pi dura e pesante
perch ha colpito invece il centro delleconomia globalizzata, gli Stati Uniti
per poi passare a colpire, ancor pi pesantemente lEuropa, complice anche
la pervicacia europea di voler seguire politiche recessive e non di sviluppo.
Liberalizzazione dei mercati finanziari. Dalla economia reale e
industriale alla finanziarizzazione delleconomia (borse, finanza, mutui subprime, carte di credito) e produzione di denaro a mezzo di denaro (o di
debito). Nascita, negli Usa, del nuovo mercato dei titoli tecnologici, il
Nasdaq, il cui indice passa da 500 punti dellaprile 1991 a 1000 nel 1995, a
2000 nel 1998 e a 5132 nel marzo del 2000 fino ai 33mila di oggi.
Rimodulazione delleconomia di mercato, abbandono delle produzioni
povere da parte dei paesi industrializzati e loro trasferimento/de42

localizzazione; ma allo stesso tempo, per paesi come lItalia, ricerca affannosa
di una competizione sui costi e non sui nuovi prodotti, quindi crisi
inevitabile.
Competizione globale, integrazione dei mercati/capitali, non delle persone.
Libera circolazione dei capitali, moltiplicazione dei cosiddetti paradisi fiscali.
Micro-nazionalismi/micro-populismi: la globalizzazione rende incerta la
realt (nella globalizzazione si fatica a controllare i processi lontani, quindi
incertezza sulle tendenze in atto, loro ingovernabilit), quindi paura,
insicurezza e ricerca dellidentit (di una identit quale che sia, purch offra,
alluda, illuda di una sicurezza che protegga dallinsicurezza). Chiusura nei
localismi (etnici, reddituali, comunitari, di gruppo e di clan) e
rivendicazionismo identitario e comunitario. (Rivedere parte su identit e
comunit).
Morte delle ideologie politiche del Novecento (1989, crollo del Muro di
Berlino, fine del comunismo quale ideologia contrapposta alloccidente
liberale-capitalista).
Nuovi competitori (i cosidetti Brics Brasile, Russia, India, Cina,
SudAfrica - eccetera).
Fine del modello keynesiano (interventismo dello Stato in economia,
regole al mercato, politica economica e industriale come governo/indirizzo dei
processi economici e sociali) e trionfo dellideologia neoliberista. Fine delle
politiche atte a favorire la coesione sociale (attraverso politiche di
inclusione e di redistribuzione dei redditi), oppure controllo e produzione della
coesione sociale mediante altri strumenti (politiche di sicurezza, induzione alla
paura, societ della sorveglianza e del controllo).
Passaggio dallo stato sociale allo stato penale, dove cio si riducono i
meccanismi preventivi di protezione/inclusione dello stato sociale (introdotto in
Europa dopo il 1945) e si attuano invece solo azioni (soprattutto
penali/repressive) a valle, per reprimere gli effetti della mancanza di
protezione e di sicurezza/inclusione sociale.

Crisi della politica come tecnica regia (secondo Platone) che cio
dovrebbe governare linsieme, coordinando tutte le altre tecniche di governo
di un paese (economia, industria, consumo, socialit); piuttosto, leconomia
e il mercato vengono intesi come sinonimo di democrazia, prevalenti sulla
politica (chi detta le regole nella globalizzazione? Gli stati, il Fmi, o il
mercato e la finanza?).

Trasferimento progressivo del controllo delleconomia (gi ridotto per


legemonia del neoliberismo in atto dagli anni 80) dagli Stati nazionali alle
organizzazioni internazionali: Fmi, Bm, Wto, Commisisione Ue, Banca centrale
europea, ecc. E appunto, ai mercati.
43

Ricomposizione dei poteri a livello internazionale, oggi nuovo

multilateralismo nelle relazioni internazionali e passaggio dal mondo


bipolare del secondo dopoguerra (Usa e alleati contro Urss e alleati, ovvero
tra capitalismo e comunismo) ad un mondo apparentemente multipolare.
Ma anche nuove lite di governo: G7-G8-G20 e soprattutto, in Europa,
Commissione Ue e Bce.

Verticalizzazione della politica (verticalizzazione e mediatizzazione del


rapporto leader-massa) e antipolitica crescente, che trova espressione
soprattutto nei governi tecnici (crisi della politica, ricorso a presunti
tecnici per risolvere le emergenze, eccetera) e nella rinascita di
movimenti populisti.

Nascita e poi crisi dei no-global. Movimento nato ufficialmente a Seattle

nel 1999, con le manifestazioni contro il vertice dellOrganizzazione


mondiale del commercio, riunito per decidere nuove fasi della
liberalizzazione dei mercati. Poi i movimenti degli indignados o degli
Occupy Wall Street (vedi prima parte del Capitolo 1).

La globalizzazione
e la fine della sovranit nazionale?
Gli stati moderni sono nati sul principio della sovranit nazionale, ovvero
su: norme, regole, principi, processi, forme di organizzazione, sovranit del
potere politico prima soprattutto su un determinato territorio e poi (rivedere
Foucault e la biopolitica) su una specifica popolazione. Elementi fondamentali
della sovranit: esercito, polizia, moneta, legge/giurisdizione, identit e
cultura, rapporti internazionali tra Stati ugualmente sovrani.
Fino al 2008 - era opinione comune o prevalente - i processi di
globalizzazione (a differenza degli Stati) sembravano non avere un centro, un
potere sovrano capace di governare o promuovere o indirizzare tali processi. La
globalizzazione (come la rete informatica) non aveva (sembrava non avere)
un centro, apparentemente era ovunque e in nessun luogo, era anchessa un non
luogo secondo il politologo americano Michael Hardt, nel senso che era
difficile identificare la globalizzazione con qualcosa o con qualcuno e anche
la rete avrebbe la stessa forma, quindi, ancora, rete e globalizzazione insieme,
modelli simili se non uguali. Lo stato si indeboliva quanto a capacit di governo
sul suo territorio e sulla popolazione, altri poteri a-democratici (Fmi, Wto,
multinazionali) esercitavano un potere di governo e di indirizzo delle scelte
politiche ben maggiore di quello degli stati. La sovranit la capacit di governo
si spostava cio dagli stati ad altri soggetti istituzionali, privi per di
sovranit riconosciuta. E soprattutto non solo privi di struttura decisionale
democratica, ma privi di un contropotere in grado di controllarli e bilanciarli
(in questo senso: a-democratici). Poi, con la crisi iniziata nel 2008 sembra che
un centro sia stato ritrovato, se vero che non solo il Fmi (come nelle crisi
precedenti), ma in Europa anche la Ue e Bce sono intervenuti a pi riprese
44

per operazioni di salvataggio di singoli stati (Portogallo, Grecia, Irlanda,


Italia).
Ma si tratta di strutture/poteri ancora senza legittimazione pienamente
democratica e senza controllo/bilanciamento (come invece deve essere in
ogni democrazia) e quindi e ancora: a-democratici - che comunque hanno
contribuito ad attenuare ancora di pi la sovranit dei singoli stati (cosa che
sarebbe possibile e auspicabile se, per lEuropa, il suo governo fosse votato
democraticamente e liberamente dal popolo europeo, attraverso il Parlamento, e
non fosse invece la Commissione Ue una sorta di tecnocrazia,
emanazione dei governi ma senza controllo democratico (ultimo caso: la
Commissione Ue aveva avvisato la Grecia che, quale fosse stato il partito
vincitore alle elezioni di maggio 2012, il piano di risanamento accettato dal
precedente governo ellenico non si poteva discutere - come se le elezioni
fossero dunque qualcosa di superfluo, una mera finzione democratica).
Analogamente e sempre riguardo alla Grecia, lEuropa ha impedito che si
svolgesse un referendum popolare sulla accettazione o meno del piano di
salvataggio dettato dalla troika di Fmi, Bce, Ue).

Saperi e poteri della globalizzazione.


Il sapere della globalizzazione (in senso foucaultiano) - il come la
globalizzazione funziona, lideologia che la sostiene, i meccanismi del suo
funzionamento, ovvero:
liberalizzazione dei mercati finanziari (speculazione), liberalizzazione dei
mercati del lavoro (flessibilizzazione, individualizzazione, precarizzazione);
innovazione tecnologica e sua velocizzazione/accelerazione; liberalizzazioni
in economia e nella finanza, ma minori diritti politici e sociali; flessibilit di
vita, modernit liquida, perdita dei valori di riferimento tradizionali, ma nuova
rigidit dei fondamentalismi (religiosi e non); competizione in economia e
guerre preventive in ambito geopolitico.
Questi saperi sono stati un sapere/potere potentissimo (grazie alla rete), anche
perch gli stati hanno accettato di perdere/rinunciare a parte della propria
sovranit senza preoccuparsi di definire nuovi poteri sovrani
sovranazionali/globali. Nel vuoto di sovranit, la globalizzazione ha
proceduto secondo regole proprie, ovvero essenzialmente di mercato. Ma in
questo sostenuta dallideologia neoliberista della mano invisibile e
dallideologia della rete e del mercato - come qualcosa di auto-regolantesi.
>>> rivedere il concetto di ideologia, in L. Demichelis, Societ o comunit, pag. 90-96.
Ovvero: la globalizzazione si articolata volendo provare ad applicare
allanalisi gli strumenti di Foucault - da un lato in discipline specifiche
(dalle politiche di aggiustamento imposte da Fmi e Banca Mondiale e poi
Ue e Bce ai singoli paesi, alle trasformazioni dei mercati del lavoro in nome
della flessibilit, dalle politiche di controllo e sicurezza sui cittadini alla
crescente integrazione/identificazione con lapparato produttivo e con il
45

sistema-paese, in nome della competizione globale); dallaltro, questo stato


possibile grazie alla produzione di specifiche bio-politiche che hanno
modificato il senso comune, il carattere sociale delle popolazioni, ribaltando le
vecchie bio-politiche dello stato sociale (anni 50, 60 e 70 del Novecento) e
producendo un nuovo spirito del tempo dominato non pi da
cooperazione, aiuto, ma da competizione, rischio, auto-imprenditorialit.

Dalla modernit pesante alla modernit liquida.


Approfondimento.

Il sociologo polacco-inglese Zygmunt Bauman, uno dei maggiori studiosi


contemporanei della societ e delle sue trasformazioni, ha coniato il termine
di modernit liquida per definire la seconda parte, meglio: gli ultimi tre
decenni del 900, quando tutte le strutture economiche, sociali e politiche
del secolo vengono liquefatte appunto da quel processo che si definisce come
globalizzazione. E contrappone questa modernit liquida liquida perch
tutti i liquidi non hanno forma propria, scorrono, si muovono, non stanno
fermi, sono instabili alla precedente modernit pesante (come la definisce
sempre Bauman). La modernit pesante (o solida, dura, compatta, rigida) era
nemica della variet, del cambiamento, dellambivalenza. La fabbrica fordista
apparteneva a questa fase pesante della modernit, appunto perch quel tipo
di fabbrica produceva un lavoro pesante e alienato, ma aveva anche
unorganizzazione e una struttura pesante in s. Tutto si riduceva a routine, a
movimenti semplici e standardizzati, da eseguire (come visto)
meccanicamente. E poi, appunto, unorganizzazione anchessa pesante,
sotto forma di burocrazia, con prassi rigide, formalizzate, gerarchiche. Anche
i totalitarismi del 900 (fascismo, nazismo, comunismo di stato)
appartenevano, secondo Bauman, alla fase pesante della modernit.
La modernit entrata nel XXI secolo ha invece caratteri diversi. E moderna
in modo diverso, appunto liquida. Dominata com da una sorta di
incontenibile voglia di distruzione creativa (tutto deve essere incessantemente
distrutto e ricreato di nuovo), di destrutturazione delle organizzazioni
esistenti, di fusione per rendere flessibile, mobile e liquido appunto tutto ci che
esiste, dalle organizzazioni industriali alla mobilit sociale, dalle vite
individuali ai valori di riferimento delle collettivit fino agli affetti e alle
relazioni sentimentali. La rete sicuramente una perfetta metafora di questa
modernit liquida, rete che non ha centro, che sembra non avere gerarchie
n burocrazie, che si autoalimenta e cresce incessantemente, che non ha
forma apparente.
A questo si pu aggiungere un ulteriore elemento di questa modernit
liquida, la sua velocit, il suo non essere mai ferma (dal lavoro e
dallintensificazione dei ritmi di lavoro allallungamento della vita lavorativa),
la produttivit da accrescere incessantemente, il tempo reale della rete e la
velocit che impone a tutta la societ. Anche lidea vista in precedenza di
istantaneit e quindi di morte del passato e del futuro fa parte di questa
46

modernit liquida. Tutto viene vissuto e deve essere fatto vivere in una sorta di
presente infinito, sempre pi breve, tutto si deve giocare sulla non-durata, sulla
brevit.
Inoltre, la societ e leconomia non hanno pi un fine da raggiungere
(benessere, uguaglianza, libert), ma procedono apparentemente senza un
fine, in modo compulsivo (come se lo scopo della vita, sia individuale che
collettiva fosse unicamente un fare sempre di pi, sempre pi velocemente).
E ancora, questa liquefazione produce e insieme frutto dei processi di
deregolamentazione e di privatizzazione dei settori pubblici praticati nel
mondo occidentale a partire dagli anni 90, ovvero, sempre secondo
Bauman, mentre in passato vi erano scopi comuni e sforzi collettivi per un
generale miglioramento delle condizioni di vita della societ (lo stato sociale
della modernit pesante, ma anche le ideologie politiche del 900) oggi tutto
viene lasciato allo sforzo degli individui, a loro volta privati dei valori, di reti
di protezione sociale, dellidea di fare insieme qualcosa per migliorare la
situazione di tutti. Unidea ben sintetizzata da Margaret Thatcher, quando
sosteneva come accennato nel Capitolo 1 - che la societ non esiste,
esistono solo gli individui e la famiglia; o dal teorizzatore del nuovo spirito
imprenditoriale liquido, Peter Drucker, quando sosteneva niente pi salvezza
da parte della societ, dunque ciascuno per s, contro tutti gli altri rivedere
parte sul contratto sociale. Questo nasce tuttavia da unidea parziale e scorretta
della libert individuale. Nessun individuo pu infatti vivere senza avere
relazioni con altri uomini, ed questo insieme di relazioni che fa nascere la
societ. Se lindividuo viene individualizzato nel senso di separato sempre
pi dagli altri, isolato, lasciato solo ad affrontare i problemi, togliendogli
progressivamente tutte le reti di protezione sociale ma anche le reti di
relazione, di condivisione di obiettivi e di progetti di vita questo individuo
non sar pi libero e pi autonomo, ma necessariamente meno libero e
meno autonomo (un falso individualismo).
E appunto Bauman, in proposito, a fare una distinzione fondamentale (che
qui si richiama) tra essere cittadini de jure ed esserlo anche de facto. Si
pu essere cittadini de jure, ovvero essere tutti uguali ed avere gli stessi
diritti secondo la legge, ma non si riesce ad esserlo de facto perch le
condizioni economiche o sociali (povert, reddito, mancanza di lavoro,
minore istruzione, malattia, eccetera) lo impediscono. E allora, troppo
spesso si cittadini de jure (tutti formalmente uguali, tutti formalmente con gli
stessi diritti), ma non lo si de facto, non riuscendo ad essere cittadini come gli
altri perch in condizione di dis-uguaglianza rispetto agli altri. Questo essere
formalmente cittadini de jure ma esserlo sempre meno de facto (cio
sostanzialmente e non solo formalmente) una delle conseguenze della
globalizzazione, che appunto ha accentuato le dis-uguaglianze (vedi oltre)
tra gli individui, tra le classi sociali, tra paesi ricchi e paesi poveri. Questa
globalizzazione lo smantellamento dello stato sociale, la
deregolamentazione che ha favorito i gi forti diventati ancora pi forti, il
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neoliberismo, eccetera ha individualizzato (separato, isolato) gli uomini, ha


prodotto competizione sociale ed egoismo proprietario e relazionale e quindi
ulteriore individualizzazione, perdendo quei principi di uguaglianza e di
fraternit che (con la libert) erano a fondamento della modernit. Come dice
Bauman, si prodotto un divario sempre maggiore tra individualit in quanto
sorte decretata e individualit in quanto capacit pratica e realistica di
autoaffermazione.
Individualizzazione che produce anche un ulteriore effetto, quello della
indifferenza per le cose comuni (bene comune, interesse generale,
eccetera): se ciascuno deve pensare a se stesso, difficilmente sapr/potr
occuparsi degli altri (e se i processi che coinvolgono ciascuno, come
appunto la globalizzazione, sono tanto inafferrabili e tanto non identificabili,
allora se nessuno sembra pi governare i processi, lindifferenza non pu che
crescere e/o accanto ai vari populismi). Questa indifferenza produce una
riduzione dello spazio pubblico, cio quello spazio in cui gli individui si
incontrano, parlano, dialogano/dibattono e soprattutto decidono insieme
delle cose che li riguardano. La politica diventa sempre meno partecipazione
attiva e sempre di pi delega. Si verticalizza nel rapporto con il leader (che a
sua volta usa sempre pi il marketing e la spettacolarizzazione di s per
offrirsi sul mercato della politica) e si fa sempre meno partecipativa. Le
decisioni scendono sempre pi dallalto verso il basso e sempre meno
salgono dal basso verso lalto. La televisione e oggi soprattutto la rete
prendono il posto della vecchia agor (la piazza delle decisioni comuni)
della antica democrazia ateniese, ma in realt non lo sono (ne sono la
negazione), come dimostrato dal sostanziale fallimento dei movimenti di
protesta via rete come gli Indignados, gli Occupy Wall Street, le Primavere arabe.

La globalizzazione e le trasformazioni del lavoro.


Il lavoro come visto nei Capitoli su fordismo, taylorismo, toyotismo, lavoro
di consumo - sempre stato, nella modernit iniziata poco pi di due secoli
fa, il fattore principale per la creazione di societ. Tanto importante il lavoro e
soprattutto la sua organizzazione industriale, che la societ viene definita
soprattutto in termini di lavoro: societ fordista, poi post-fordista, oggi a rete.
Avere un lavoro, a torto o a ragione, spesso viene inoltre identificato con
lessere cittadini, con lessere soggetti sociali arrivando, con la Costituzione
italiana a definire la stessa Repubblica come democratica in quanto fondata
sul lavoro.
Il lavoro ha definito lidentit, il carattere sociale, la forma non solo della
societ ma anche degli individui, ciascuno riconoscibile socialmente e posizionato
socialmente solo se lavoratore e in base al lavoro svolto (un tempo, sulle Carte
didentit, si doveva segnare anche la professione/attivit lavorativa). Quella
che stata definita da Zygmunt Bauman appunto come modernit pesante la
societ del lavoro fordista, stabile, dove il conflitto tra capitale e lavoro non
escludeva comunque una sorta di matrimonio di interesse tra il capitale e lo
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stesso lavoro era in primo luogo una sorta di cantiere epistemologico, ovvero un
luogo/tempo per la costruzione di un determinato senso sociale di valori, di
appartenenza, di scopo comune, di identit mediato e costruito appunto
dal lavoro e dal lavoro in fabbrica. E per tutti i 30 anni seguiti alla seconda
guerra mondiale lobiettivo della piena occupazione, del lavoro come diritto
e dei diritti sociali da accrescere anche e soprattutto allinterno dei luoghi di
lavoro era stato un obiettivo comune e largamente condiviso sia della
componente liberale del quadro politico europeo (William Beveridge e John
Maynard Keynes), sia di quella cristiano-sociale (la Dc in Italia e la Cdu-Csu in
Germania), sia di larga parte della sinistra anche comunista e del movimento
sindacale europeo.
Il post-fordismo, la produzione snella, la modernit che passerebbe da
pesante a liquida, soprattutto la rete informatica e la possibilit di connettere
facilmente e velocemente individui e spazi geografici, di impresa, ma anche
spazi sociali prima lontani tra loro, e poi la globalizzazione e poi ancora la
finanziarizzazione delleconomia hanno modificato radicalmente il modo di
essere delleconomia e del lavoro. E per quanto lorganizzazione del lavoro
sia sempre sostanzialmente basata come visto - anche nel post-fordismo e
nella rete sui criteri classici e immutabili del lavoro moderno-industriale,
ovvero sulla suddivisione del lavoro e sulla sua successiva
totalizzazione/ricomposizione in un apparato di produzione maggiore, le forme
dellorganizzazione del lavoro sono profondamente mutate (vedi oltre), a
loro volta rovesciando come un guanto la stessa societ costruita sulla
precedente modalit di lavoro. Se ieri il lavoro era un diritto, oggi non lo
pi; se i diritti sociali erano un vanto delle societ europee oggi sono
considerati un ostacolo alla competitivit globale e alla flessibilizzazione
della produzione e del consumo; se ieri la disuguaglianza era un problema da
risolvere, oggi lo scopo della nuova organizzazione del lavoro e delle
politiche pubbliche dei governi europei (disuguaglianze crescenti); se ieri il
liberale inglese William Beveridge diceva (1942) che nel rapporto di lavoro si
deve difendere sempre la parte debole, cio il lavoratore, oggi le politiche
pubbliche e la dottrina economica sostengono che a dover essere difesa la
parte forte del rapporto, ovvero limpresa. Fondare una democrazia sul
lavoro come diritto ha oggi una significato decisamente diverso, quasi
incomprensibile rispetto al 1948 tanto mutato il senso comune o il
modo di intendere il lavoro, la cittadinanza, lessere in societ - e anzi
sembra che questo principio fondativo (quindi fondamentale) sia stato del tutto
dimenticato, capovolto e il lavoro sia meno protetto perch questo
chiedono imprese e mercati e mass media e paradossalmente meno
protetto in misura crescente al crescere della gravit della crisi sociale (in
Italia, la Riforma Fornero).
Premesso che appare molto difficile, come anticipato nei Capitoli su
fordismo, taylorismo eccetera, parlare di nuovo lavoro e di post-fordismo
nonostante le molte retoriche sul nuovo che sarebbe intervenuto negli ultimi
trentanni, come new-economy, net-economy, wikinomics, capitalismo
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cognitivo/intellettuale, lavoro immateriale, punk-capitalismo, eccetera in


realt i nuovi modi di lavorare anche in rete non sembrano essere cos
diversi dai vecchi modi di lavorare alla catena di montaggio o in quella che
appunto Zygmunt Bauman ha definito modernit pesante. Come anche il casoFiat ha recentemente dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio (il nuovo
world class manufacturing non molto altro che linformatica applicata alla
vecchia catena di montaggio), la distinzione comunemente accettata da
economisti e sociologi tra fordismo (il vecchio) e post-fordismo (il nuovo)
sembra essere contraddetta dai fatti. E anche il lavoro in rete, spesso vantato
come virtuoso, creativo, libero, motivante, wiki, in realt spesso si traduce in
un pesantissimo taylorismo digitale (Carlo Formenti, in Felici e sfruttati, Egea,
2012).
RIEPILOGO
I cambiamenti intervenuti nellorganizzazione del lavoro negli ultimi
30anni come effetto dei processi di globalizzazione+rete informatica:
1) flessibilizzazione del mercato del lavoro e nellutilizzo del lavoro e dei
lavoratori (contratti atipici ormai diventati tipici, flessibilit spesso confusa
con precariet, de-localizzazioni, esternalizzazioni, subappalti, lavoro
finto-autonomo, collaborazioni a progetto, agenzie interinali, eccetera);
2) just-in-time come regola anche per lutilizzo della forza lavoro;
3) allungamento degli orari di lavoro e intensificazione dei ritmi di lavoro
(contraddicendo la tendenza quasi secolare alla riduzione degli uni e degli
altri) per chi un lavoro lo ha;
4) spostamento del rischio - legato ai cicli economici e allandamento del
mercato - dallimpresa al lavoratore;
5) riduzione come effetto/conseguenza del punto 1) - del ruolo/potere
delle organizzazioni sindacali, riduzione dei diritti sindacali e politici
allinterno dei luoghi di lavoro e recupero di potere/autorit sul mercato
del lavoro e sulla sua organizzazione interna da parte dellimpresa (meno
concertazione, maggiore collaborazione/subordinazione verso limpresa,
meno spazi sindacali Fiat come modello di riferimento);
6) tendenza - per il mutamento di cui al punto 5) - alla perdita di
importanza/ruolo del contratto collettivo di lavoro, in favore del
contratto aziendale o individuale (ancora: individualizzazione del rapporto
di lavoro);
7) spostamento del baricentro politico e sociale dal lavoro come diritto e come
fondamento della stessa democrazia (Italia) al lavoro come merce; e
passaggio dal principio per cui il lavoro ha/sia un valore in s al principio
per cui il valore del lavoro il suo valore di scambio (per di pi tendente al
ribasso con lultima crisi, molti paesi europei non potendo pi svalutare
le loro monete nazionali, oggi sostituite dallEuro, hanno di fatto svalutato il
lavoro e il reddito da lavoro, cercando cos di recuperare competitivit);
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8) spostamento delle retoriche sociali e del senso comune condiviso dal lavoro
dipendente (il passato) allessere imprenditori di se stessi e a fare da s (il nuovo),
anche se spesso lessere imprenditori di se stessi solo una maschera a nuove
forme di di-pendenza e di sub-ordinazione allimpresa committente;
9) competizione al ribasso sul costo del lavoro, come effetto della
globalizzazione e con messa in competizione dei lavoratori delloccidente
con i lavoratori a basso/bassissimo costo del resto del mondo e tra
lavoratori dello stesso occidente (punto 7);
10) riduzione dello stato sociale e della sua azione a favore del lavoro e della
(tendenza alla ricerca della) piena occupazione; spostamento verso il
principio della sussidiariet, della privatizzazione anche delle prestazioni
sociali;
11) riduzione dei redditi da lavoro, riduzione generale dei redditi: secondo
dati Ocse, nel periodo 1976-2006, quindi pre-crisi, la quota salari, cio
lincidenza sul Pil dei redditi da lavoro si generalmente abbassata,
calando in media di dieci punti (dal 68 al 58% del Pil; in Italia ancora di
pi, scendendo al 53%) per i quindici paesi pi ricchi appartenenti alla
stessa Organizzazione. Lo spostamento stato a vantaggio della rendita
finanziaria e ai profitti, solitamente tassati meno del lavoro dipendente;
12) frammentazione del mercato del lavoro in una molteplicit di mercati del
lavoro - ancora punto 1); in particolare: mercato del lavoro di
conoscenza/immateriale da un lato, mercato del lavoro di bassa qualit dallaltro,
pi mercato del lavoro precario/in nero;
13) ampliamento delle disuguaglianze sociali e di reddito [vedi punti 7) e
11)], re-distribuzione del reddito non pi dallalto verso il basso (lo stato
sociale, i diritti sociali, lampliamento del ceto medio, la diffusione del
benessere nei 30 anni seguenti al 1945) ma dal basso verso lalto,
mediante sistemi fiscaliche hanno privilegiato la riduzione delle tasse ai
ricchi come spinta a (o come speranza di) un aumento degli investimenti
(cosa non accaduta, se non per linvestimento finanziario e speculativo);
14) disarticolazione delle vecchie classi sociali, impoverimento del ceto medio e
di quella che un tempo era la classe operaia e nascita della cosiddetta
superclasse dei ricchi;
15) abbandono dei giovani a una condizione prevalente di precariet (di
lavoro e di vita, come evidenziato dal tasso di disoccupazione);
16) riduzione dellinvestimento in conoscenza e in sapere, sia pubblico che
da parte delle imprese (nonostante le retoriche insistite sulla societ della
conoscenza), tagli allistruzione e allUniversit;
17) per lItalia, competizione giocata soprattutto sulla riduzione del costo
del lavoro, molto meno sulla capacit di innovazione e di investimento in
ricerca e sviluppo delle imprese.
Cambiato il mercato del lavoro cambiato anche il modo di intendere il
lavoro e il senso del lavoro. Di seguito, alcune esemplificazioni:

51

flessibilit: la parola-chiave da almeno tre decenni per definire le nuove


esigenze del mercato del lavoro. In Europa e nel mondo, in particolare in
Italia dove, a detta di molti, questo mercato sarebbe troppo rigido e poco
(appunto) flessibile. Se il mercato diventa sempre pi flessibile, con la
globalizzazione e la competizione globale e se lofferta deve adattarsi sempre
pi velocemente alla domanda in modo rapido e veloce (senza chiedersi
per chi determina la domanda e come), allora a sua volta deve esserlo anche
il mercato del lavoro: cos per rovesciando la logica e la distinzione tra
mezzi e fini che aveva dominato le societ occidentali per gran parte del 900,
ovvero, leconomia e il mercato erano mezzi per la societ e non viceversa
come accade oggi quando al lavoro e alle persone che si chiede di adattarsi
(di essere mezzo) per assecondare le mutate condizioni del mercato (il fine). Il
termine flessibilit, in verit, contiene molte facce, alcune positive (essere
flessibili, non irrigidirsi davanti al nuovo, accettare il cambiamento e insieme
produrlo) e alcune negative (la flessibilit che diventa sinonimo di precariet,
di insicurezza, di rischio non calcolabile, di impossibilit di pensare al
domani). Secondo il sociologo Luciano Gallino, si usano definire flessibili,
in generale, o cos si sottintendono, i lavori o meglio le occupazioni che
richiedono alla persona di adattare ripetutamente lorganizzazione della
propria esistenza nellarco della vita, dellanno, sovente del mese o della
settimana alle esigenze mutevoli della o delle organizzazioni produttive
che la occupano o si offrono di occuparla, private o pubbliche che siano.
Tali modi di lavorare o di essere occupati impongono alla gran maggioranza
di coloro che vi sono esposti per lunghi periodi un rilevante costo umano,
poich sono capaci di modificare o sconvolgere, seppure in varia misura,
oltre alle condizioni della prestazione lavorativa, anche il mondo della vita, il
complesso dellesistenza personale e familiare (Gallino, Il lavoro non una
merce, Laterza, 2007).
Per definire meglio il processo, Gallino distingue tra flessibilit
delloccupazione e flessibilit della prestazione. La prima consiste, appunto in
una sorta di just-in-time delle risorse umane, nella possibilit, da parte di
unimpresa, di far variare in pi o in meno la quantit di forza lavoro
utilizzata, possibilit che si realizza ovviamente quanto maggiore la facilit
di licenziare o di occupare salariati con contratti atipici e di breve durata.
La flessibilit della prestazione si riferisce invece alleventuale
modulazione, da parte dellimpresa, di vari parametri quali larticolazione
differenziale dei salari, praticata per ancorarli ai meriti individuali o alla
produttivit di reparto o di impresa, la modificazione degli orari, il lavoro a
turni, gli orari slittanti, quelli annualizzati, luso degli straordinari.
La richiesta di una sempre maggiore flessibilit una conseguenza anche del
processo di organizzazione in rete e a rete delleconomia, dalla produzione ai
servizi al consumo, alla finanza. Ma anche di un diverso modo di operare
dellimpresa nei confronti della societ: anche qui si assiste ad un
rovesciamento delle pratiche che a lungo hanno dominato il secolo scorso,
quando limpresa in quando soggetto forte e soprattutto dotato di risorse
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non solo tecnologiche ma anche finanziarie - si assumeva appunto il rischio


dimpresa, rischio che ora invece stato trasferito in gran parte sullesterno e
in particolare sui lavoratori, pensati come soggetti di pari potere contrattuale
con limpresa anche quando non lo sono (e lo sono sempre meno proprio in
conseguenza dei processi di flessibilit): oggi la quasi totalit delle imprese
ancora lopinione di Gallino reputa e anzi teorizza che non spetti a loro
occuparsi del destino di chi perde il lavoro o subisce lunghi periodi di non
occupazione. La loro prima preoccupazione la competitivit. A porre
rimedio alla precariet delloccupazione debbono pensare lo Stato, gli enti
locali, il terzo settore ma in primo luogo la persona interessata. I lavori
flessibili da un lato riflettono, dallaltro contribuiscono a siffatto
trasferimento di responsabilit. Se poi, come il Governo Monti, anche lo
Stato si ritira da questa responsabilit il caso degli esodati o la minore
copertura in caso di crisi aziendale la flessibilit accentua il suo carattere
sbilanciato e aggrava la situazione di disagio sociale di masse crescenti di
persone. La flessibilit, altrove, stata costruita mettendo in campo anche
adeguate reti di protezione sociale come in Danimarca secondo il modello
della flexsecurity cosa che in Italia non accaduta; anche se pure in
Danimarca, secondo gli ultimi dati (2011) dellOcse, le disuguaglianze sono
cresciute, come a dimostrare che neppure la flexsecurity garantisce equit
sociale e parit (almeno parit) di condizioni tra lavoro e impresa. In pi, la
flessibilit un meccanismo di azione politica che determina una
frammentazione delle classi lavoratrici (di quelle che un tempo erano
definite come classi lavoratrici) e delle loro forme associative, indebolendo
ancora di pi le forme organizzate di tutela del lavoro. Come effetti collaterali
della flessibilit: minore investimento dellimpresa su innovazione e
formazione professionale; minore possibilit per il lavoratore di accrescere
le proprie competenze professionali; rincorsa al ribasso sul costo del lavoro
e distrazione di attenzione da ricerca e sviluppo.
precariet: figlia legittima (o illegittima) della flessibilit e della
flessibilizzazione del lavoro la precariet. Ancora Gallino: Il termine
precariet non connota la natura del singolo contratto atipico, bens la
condizione umana e sociale che deriva da una sequenza di essi, nonch la
probabilit, progressivamente pi elevata a mano a mano che la sequenza si
allunga, di non arrivare mai a uscirne. Nessun settore delleconomia e del
mercato del lavoro sfugge a tale regola. La precariet oggi dappertutto,
scriveva gi tempo addietro il sociologo francese Pierre Bourdieu. Il lavoro
precario ha provveduto a riportare indietro di generazioni il mondo del
lavoro. (Gallino). Precariet - di lavoro che diventa precariet di vita significa infatti impossibilit di programmare/progettare la vita, sia
individuale che familiare e soprattutto esistenziale; significa essere soggetti al
caso e allimpossibilit di calcolare i rischi; significa doversi assumere in
proprio il rischio dimpresa, non avendo per gli strumenti per poterlo
gestire; significa non avere futuro, quellidea di futuro e di progresso che
53

pure stata alla base della rivoluzione liberale della modernit. Nel 1999, nel
corso dellassemblea annuale dellOrganizzazione internazionale del lavoro
venne presentato un rapporto in cui si definivano sette forme base di
sicurezza economica e sociale, per poter definire come decente un certo
lavoro: sicurezza delloccupazione, sicurezza professionale, sicurezza sui
luoghi di lavoro, sicurezza di reddito, sicurezza di tutela sindacale, sicurezza
previdenziale. Solo con riferimento al reddito, una ricerca effettuata nel
2005 indicava come i dipendenti a tempo determinato guadagnassero in
media l80% della retribuzione netta di quelli a tempo indeterminato.
essere imprenditori di se stessi: la modalit intesa come virtuosa
dellidea di flessibilit, ovvero la flessibilit che permette a ciascuno, solo
volendolo, di poter costruire una propria storia di lavoro e professionale in
modo libero, autonomo, indipendente, creativo. Unidea di lavoro che
comprende molte forme: lavoro a progetto, autonomo, partite iva; quello
che stato definito come capitalismo personale (Bonomi-Rullani, Il capitalismo
personale, Einaudi, 2005) ovvero quel capitalismo basato sulle persone e sulla
loro capacit di intraprendere, condividendo progetti, assumendo rischi,
investendo risorse personali e familiari; ma anche quel lavoro da free lance
(Bologna-Banfi, Vita da free-lance, Feltrinelli, 2011) dove il tipico individualismo dal
lavoratore indipendente, chiuso nella sua casa-ufficio e collegato al mondo
solo per via remota, subisce un profondo cambiamento in virt di una
nuova spinta allassociazionismo, alla coalizione, alla community, una realt
che sarebbe fatta da milioni di lavoratori in perenne tensione fra libert e
vincoli, tra creativit e conformismo, tra sapere tacito e saperi
standardizzati. A sua volta evoluzione di quello che sempre Bologna aveva
definito come lavoro autonomo di seconda generazione (editoria, media,
comunicazione e marketing, progettazione e design, logistica, servizi alle
imprese, turismo, cultura) diverso quindi da quello di prima generazione o
tradizionale (commercianti, artigiani). Un lavoro autonomo da intendere
come forme di self employment fortemente connesse e integrate in rete, siano
esse reti locali o globali, sia nei servizi che nel manifatturiero e basate su un
modello cooperativo e relazionale collegato alle nuove professioni (lavoro
autonomo, consulenza, eccetera) e alla nuova domanda (esternalizzazione)
di lavoro derivante dalle imprese della cosiddetta network economy.
Scomponendosi e flessibilizzandosi, il lavoro si individualizza e si struttura
in forme quasi-imprenditoriali. Come effetto non solo della
deregolamentazione del mercato del lavoro ma anche, secondo i teorici del
lavoro autonomo e del lavoro appunto quasi-imprenditoriale, di un trend
crescente verso la de-burocratizzazione del lavoro e la sua imprenditorializzazione,
riducendo il peso del taylorismo e producendo invece una crescente
sussunzione di conoscenza allinterno del lavoro e dei lavoratori (i lavoratori
della conoscenza, appunto), addirittura smaterializzando il lavoro (il nuovo
lavoro immateriale in rete contro il vecchio lavoro materiale fordista-taylorista).
In realt, al di l di alcune punte pi o meno virtuose, oggi in parte ridotte
54

dalla stessa crisi economica e finanziaria, spesso lessere imprenditori di se stessi


una maschera, come anticipato, per nuove forme di sub-ordinazione e di
lavoro finto-autonomo. E la conoscenza presente nel cosiddetto lavoro
intellettuale tende in realt a ridursi e a standardizzarsi, lasciando agire
(mettendo al lavoro) solo una conoscenza funzionale, perdendo ogni carica di
creativit e di sovversione culturale presente in rete ai suoi inizi.
taylorismo digitale: la rete sempre stata vista come un luogo e un tempo
ad alta creativit, conoscenza, intelligenza collettiva, libera condivisione e
collaborazione, addirittura come una comunit. Ma la rete non ha permesso
solo di rendere il lavoro pi leggero, liquido, immateriale, meglio integrato e
pi razionale. La rete, con i suoi meccanismi di funzionamento e gli effetti
sociali che ha prodotto, ha determinato anche la nascita di un modo di
lavorare dove ad esempio la propriet intellettuale sulla conoscenza spesso
vanificata, dove la collaborazione e la messa al lavoro delle persone avviene
in modalit tanto informali ma fortemente relazionali e motivanti da
determinare di fatto un esproprio di conoscenza e di lavoro da parte
dellimpresa. Le imprese si sono fatte sempre pi snelle e flessibili (vedi
sopra), ma lo hanno fatto, grazie alla rete, anche rinunciando a una parte
significativa delle conoscenze, della creativit che in passato coltivavano
dentro di s, come proprio valore aggiunto: oggi, molte di queste
risorse/capacit/conoscenze possono essere prese direttamente dalla rete,
spesso a costo zero, grazie ai processi di collaborazione e di condivisione
indotti dalla stessa rete, processi di aggregazione che possono essere
utilizzati dalle imprese inducendo migliaia di persone a collaborare a progetti
comuni, utili allimpresa. Grazie ai meccanismi della wikinomics, migliaia di
individui e di piccole o piccolissime imprese riescono oggi a co-creare i loro
prodotti, ad accedere ai mercati e a soddisfare i clienti come in passato solo
le grandi imprese potevano fare; e grazie a questo meccanismo, consumatori
e utenti assumono a loro volta un ruolo attivo nel ciclo di creazione del
valore (Formenti, Felici e sfruttati, Egea, 2011), producendo di fatto un taylorismo
mentale o digitale che suddivide il lavoro, lo frammenta in attivit parziali, per
poi ricomporlo appunto in sistemi maggiori. La rete cio, che pure
prometteva liberazione del lavoro e dal lavoro oggi sembra avere prodotto
non tanto una re-distribuzione democratica dei mezzi di produzione e una
disarticolazione delle vecchie gerarchie pesanti del lavoro fordista in nome
di network orizzontali e virtuosi di produttori&consumatori (i prosumers), ma
uno sfruttamento diffuso del lavoro di conoscenza (e non solo) e una messa
al lavoro esasperata ma presentata come se fosse una forma comunitaria,
quindi virtuosa, di lavoro e di scambio - degli individui, tanto da avere fatto
cadere la vecchia distinzione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro.
wikinomics: il lato positivo del lavoro in rete stato codificato ad esempio
nel neologismo di wikinomics (Tapscott-Williams, Wikinomics, Etas-Rizzoli, 2007),
ovvero lidea di una collaborazione di massa, nel lavoro e non solo, che
starebbe cambiando il mondo. Un mondo in cui milioni di persone
55

interconnesse tramite e-mail, blog, network, community e chat usano


internet come la prima piattaforma globale di scambio. E dunque il mondo
della collaborazione, della comunit, dellauto-organizzazione che si
trasformano in forza economica collettiva di dimensioni globali. Un luogo
dove consumatori, lavoratori, fornitori e business partner e anche
concorrenti sfruttano la tecnologia per innovare insieme. () Una nuova
partecipazione alleconomia (peer production). I dipendenti delle imprese
incentivano la loro performance collaborando con i peer, ovvero i loro pari, al
di l dei confini organizzativi, dando vita a quella che viene definita come
wikimpresa. Mentre i clienti si trasformano da consumer in prosumer,
collaborando alla creazione di beni e servizi invece di limitarsi a consumare
il prodotto finito.
lavoro come diritto, come dovere, come mezzo, come fine o come
merce: secondo la Costituzione, lItalia una Repubblica democratica
fondata sul lavoro. In questo senso, il lavoro inteso come un diritto, come
qualcosa che permette a chi lo ha di essere e non solo di avere, di essere cittadino
e non solo produttore o consumatore. La Repubblica inoltre richiede (art. 2)
ladempimento dei doveri inderogabili di solidariet politica, economica e sociale: ovvero i
doveri di solidariet sono inderogabili e costituiscono non solo la base della
cittadinanza attiva (il dovere di essere solidali) ma anche della costruzione della
societ. Per questo (art. 3), compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale che, limitando di fatto la libert e luguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e leffettiva partecipazione di tutti i
lavoratori allorganizzazione politica, economica e sociale del Paese. Dal che si deduce
che devono essere rimossi ovvero che ogni governo deve rimuovere (e non
crearli, ad esempio accrescendo la precariet del lavoro, riducendo i redditi)
- gli ostacoli di ordine economico e sociale, ostacoli che in s limitano la
libert e luguaglianza (libert e uguaglianza vanno insieme, producendo il
terzo elemento dellilluminismo, la fraternit) e impediscono il pieno sviluppo
della persona umana (persona, e non solo individuo), impedendo la
partecipazione di tutti allorganizzazione del Paese. Il fatto poi che il lavoro
sia e debba essere considerato un diritto affermato ed esplicitato allart. 4:
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che
rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha inoltre il dovere (art. 4,
secondo comma) di svolgere, secondo le proprie possibilit e la propria scelta,
unattivit o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della
societ: ancora il principio di solidariet, ciascuno svolgendo secondo le
proprie possibilit e soprattutto per propria scelta (la libert di scegliere e non il
dovere di subire) una attivit o una certa funzione utile alla societ e al suo
progresso (progresso, quindi, ovvero una tendenza al miglioramento). Inoltre,
art. 9, primo comma, la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della
ricerca scientifica e tecnica, ovvero lo Stato che si deve fare carico di
promuovere (e non il contrario, riducendo investimenti e spesa),
direttamente o indirettamente, la ricerca scientifica e tecnica. Art. 31: La
56

Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della


famiglia. Art. 35, ancora il lavoro: la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue
forme e applicazioni; ogni lavoratore (art. 36) ha quindi diritto (un diritto,
ancora) ad una retribuzione proporzionata alla quantit e qualit del suo lavoro e
in ogni caso sufficiente ad assicurare a s e alla famiglia unesistenza libera e dignitosa; la
donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parit di lavoro, le stesse retribuzioni
che spettano al lavoratore. E ancora: i lavoratori (art.38) hanno diritto a che
siano assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio,
malattia,
invalidit
e
vecchiaia,
disoccupazione
involontaria.
Lorganizzazione sindacale libera (art. 39) e lo sciopero un diritto, da
esercitarsi nellambito delle leggi che lo regolano. E quindi (art. 41):
liniziativa economica privata libera, ma non pu svolgersi in contrasto
con lutilit sociale (e in caso di conflitto, linteresse privato deve quindi essere
subordinato allutilit sociale), o in modo da non arrecare danno alla
sicurezza, alla libert e alla dignit umana. Non solo: la legge determina i
programmi e i controlli opportuni perch lattivit economica pubblica e
privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali ovvero
leconomia non deve essere un fine, ma il mezzo per raggiungere determinati fini
sociali, la societ pre-valendo sullimpresa e sulleconomia in generale.
Ancora: si riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualit e
senza fini di speculazione privata; il diritto (ancora un diritto) dei lavoratori a
collaborare alla gestione delle aziende; mentre si afferma che la Repubblica
non solo incoraggia ma tutela il risparmio in tutte le sue forme e soprattutto
(dovere evidentemente non esercitato nellultima crisi) disciplina, coordina e
controlla lesercizio del credito.

La globalizzazione e lorigine del concetto.


Il termine globalizzazione sarebbe nato nel 1983, quando Theodore Levitt,
docente alla Harward Business School, pubblica un articolo sulla rivista
dellUniversit, usando per la prima volta il termine. Riferendolo per in
particolare al mondo dei consumi e del marketing. I francesi preferiscono
invece il termine mondializzazione.
Il mercato globale. Da sempre si identificato il mercato con un luogo fisico,
chiuso e ben delimitato, ma tendente alla crescente apertura: prima la strada
come mercato di prossimit, poi la piazza, poi la nazione, quindi il commercio
internazionale, le borse, ecc.
Nel mercato (antico, o in senso classico) i potenziali venditori e i potenziali
acquirenti si incontravano ed effettuavano scambi attraverso la fissazione di
un prezzo, con una trattativa e laccettazione finale del prezzo pattuito, che
corrispondeva e sanciva il passaggio di propriet del bene.

Mercato e tecnologia. Prima le conquiste e le guerre, poi gli imperi e gli eserciti.
Infine le nuove tecniche da un lato (tecniche di vendita, di offerta dei beni,
di promozione/produzione dei consumi) e la tecnologia dallaltro (reti,
57

mezzi di comunicazione, e-commerce, ecc.) hanno prodotto un crescente


ampliamento dei confini e degli spazi di mercato.

La globalizzazione secondo Marx.


Il concetto di globalizzazione percorre la storia della modernit, unendo
tecnica & economia di mercato. Anche se si tratta di forme diverse di
globalizzazione, le somiglianze possono essere molto forti.
Ad esempio, Marx scriveva, 150 anni fa: Il bisogno di sbocchi sempre pi
estesi per i suoi prodotti, spinge la borghesia per tutto il globo terrestre.
Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere
relazioni.Sfruttando il mercato mondiale, la borghesia ha reso cosmopolita
la produzione e i consumo in tutti i paesi. Con gran dispiacere dei
reazionari, ha tolto allindustria la base nazionale. Le antichissime industrie
nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse
vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione questione di
vita o di morte per tutte le nazioni civili industrie che non lavorano pi
materie prime indigene, bens materie prime provenienti dalle regioni pi
remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le
parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i
prodotti nazionali, subentrano nuovi bisogni, che per essere soddisfatti
esigono i prodotti dei paesi e dei climi pi lontani. In luogo dellantico
isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso,
subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni
luna dallaltra. Dal Manifesto del partito comunista, 1848.

Lopposizione alla globalizzazione:

No-global, Indignados, Occupy Wall Street.


La globalizzazione anche come processo di standardizzazione non solo di
merci, ma anche di pratiche di consumo, di uni-formit di pensiero e di
modelli culturali, di mondo inteso come rete (ovvero una periferia
continua, apparentemente senza centro effetti positivi ma anche
negativi di una situazione apparentemente priva di centro), di societ
di massa individualizzata a livello globale, di perdita dellagor e della
polis come luoghi/spazi/tempi della societ umana, di pre-valenza
delleconomia e della tecnica sui bisogni sociali.
Non a caso a lungo si parlato di pensiero unico della globalizzazione o
il neoliberismo come ultima ideologia della storia - inteso come nuovo
sapere (in senso foucaultiano) di organizzazione (per cui bisogna: liberalizzare
i mercati finanziari, privatizzare leconomia, ridurre lintervento statale,
flessibilizzare/precarizzare il lavoro, favorire la competizione di tutti contro
tutti), come conformismo sociale e come nuova procedura di con-formazione al
fine di produrre azioni sociali con-formi alle esigenze di funzionamento del
modello di globalizzazione e la globalizzazione come unico mondo
58

possibile? No global e il loro slogan: un altro mondo possibile). Tuttavia: pensiero


unico economico o pensiero unico della tecnica (ovvero, la tecnica, nel suo
funzionare, pre-suppone/im-pone un modello unico di organizzazione).
No-global, movimento sociale e politico nato nella seconda met degli anni
90, accomunando mondi di diversa provenienza culturale, politica e
religiosa (sinistra, cattolicesimo sociale, pacifismo, volontariato, eccetera), in
opposizione alla globalizzazione cos come si stava sviluppando. Movimento
globale, prima definitosi no-global e poi anche new-global. Movimento
organizzatosi deliberatamente senza un leader unico (in questo
differenziandosi radicalmente da tutti i movimenti sociali del 900), ma con
esperienze e riferimenti diversi.
Struttura non rigida ma aperta, orizzontale e non verticalizzata. Senza una
ideologia dura e rigida ma ri-componendo idee diverse, alla ricerca di fattori
comuni. Proposta di una globalizzazione rispettosa di ambiente, societ, beni
comuni, legami sociali.
Il movimento definito come no-global pu essere definito come lultimo
grande movimento sociale del secolo scorso, ma in un senso diverso da
quello classico in senso marxiano: assenza del concetto di lotta di classe,
coscienza di classe scomposta in coscienze diverse perch il movimento non si
rifaceva ad una sola classe, modalit di azione diverse (non di massa nel senso
tradizionale), assenza di un leader (orizzontalit invece di verticalit), azione
sociale e politica dal basso.
Dopo Genova 2001 (300 mila
partecipanti, quasi mille
associazioni/organizzazioni presenti), crisi progressiva del movimento.
Facendo azioni pi mirate, ma coinvolgendo meno persone.
Poi, movimento degli indignados e OWS. Riflessione: questi ultimi
movimenti sociali hanno modificato la situazione, riuscendo a produrre
unaltra forma di globalizzazione? Se no, perch? Si sono definiti come il
99% delle persone che si oppone contro l1% dei ricchi e delle oligarchie
economiche. La rete ne ha permesso la diffusione e leffetto mediatico, ma
poi sembrano essere stati incapaci di costituirsi in vero movimento, al pi
assemblando pezzi di contestazione/opposizione. La rete, che ruolo ha
giocato nella loro nascita, diffusione e poi implosione? Mancavano di una
idea forte e coinvolgente, di una utopia collettiva, di una ideologia?

Globalizzazione e mass-media.
Marshall McLuhan e il villaggio globale
Ancora globalizzazione e comunicazione. Secondo il sociologo canadese
Marshall McLuhan (1911-1981) la comunicazione si identifica con il mezzo
che la veicola. Ovvero, il mezzo il messaggio, la natura del mezzo
utilizzato nella comunicazione tende a divenire pi importante del contenuto
del messaggio stesso. Il messaggio vero il mezzo che lo comunica, il messaggio
cambia a seconda del mezzo che lo deve comunicare. Dunque, il mezzo
59

diventa pi importante del messaggio stesso. Sono i mezzi tecnici della


comunicazione a influenzare la cultura di una societ e a determinarne i
contenuti. Gli effetti sulla percezione creati dalla radio e soprattutto dalla tv
superano per importanza le informazioni trasmesse.
Gli strumenti di comunicazione di massa, infatti - tra i quali McLuhan
annoverava anche lelettricit, i mezzi di trasporto, il denaro,
labbigliamento, che trasmettono informazioni anche se questa non la
loro finalit principale non vanno definiti a partire dal contenuto del
messaggio che trasmettono (ci che il messaggio comunica), ma in base a
caratteri strutturali specifici attraverso i quali essi organizzano la
comunicazione, dato che questa si identifica totalmente con il mezzo che la
veicola, ma che in realt la produce.
Dunque, i mezzi di comunicazione di massa determinano le condizioni
dellinformazione e della percezione del mondo (la radio determina
condizioni dellinformazione diverse rispetto alla televisione e oggi
altrettanto fa la rete rispetto a radio e televisione). Il controllo e lazione umana
sui mezzi di comunicazione di massa intervengono solamente a livello di
invenzione (radio, tv, rete sono invenzioni tecniche umane), ma non influiscono
sulla sua gestione, che sfugge (come ogni apparato, come ogni
organizzazione) al controllo umano, ed subordinata esclusivamente alle
caratteristiche tecnologiche del medium stesso, che funziona e trasmette
messaggi specifici del suo essere quel particolare mezzo di comunicazione.
Cos, anche McLuhan sostanzialmente convalida e conferma il discorso di
Anders sul fatto che la tecnica non controllabile, e questo vale anche in
tema di comunicazione di massa, ogni medium producendo effetti diversi e
tecnici sulla societ ricevente.
McLuhan distingueva inoltre tre et della storia umana: quella tribale,
dominata dalluso della parola; quella della stampa o della modernit, regno
dellanalisi e del pensiero razionali; quella, contemporanea, della televisione, in
cui istantaneit e globalit dellinformazione producono un processo di
accentramento, di massificazione dei messaggi. A McLuhan si deve anche la
definizione di villaggio globale, per definire la globalizzazione culturale
prodotta dai media, in particolare dalla televisione.

Dal New Deal a Beveridge alla crisi dello stato sociale.


La finanziarizzazione delleconomia globale.
La globalizzazione ha prodotto diversi effetti, come visto. Uno dei maggiori,
stato la riduzione/eliminazione del modello di stato sociale nato negli anni
40 del 900 - ma le cui premesse erano state poste dal New Deal americano
di F.D. Roosevelt - e la sua sostituzione con un modello neoliberista, a partire
soprattutto dalla fine degli anni 70, in particolare con i governi conservatori
di Margaret Thatcher in GB e di Ronald Reagan negli Stati Uniti.In quegli
anni avviene il passaggio da un insieme di saperi e di poteri legati
allinterventismo dello stato per regolare mercati, re-distribuire redditi e
60

indirizzare le politiche economiche e industriali, a saperi e poteri di mercato


(neoliberismo), legati alla deregolamentazione e alla privatizzazione
delleconomia.
La crisi del 1929, il New Deal e lo stato sociale. Per stato sociale o welfare
state o stato del benessere si intende un sistema sociale ed economico-politico in
cui lo Stato garantisce a tutti i cittadini indipendentemente dalla loro
condizione sociale, politica, religiosa, eccetera un livello minimo di
reddito disponibile e laccesso ad una serie di servizi ritenuti
essenziali per garantire una vita dignitosa (salute, abitazione, istruzione,
pensione, assistenza, lavoro, acqua e cibo, eccetera); beni e servizi che se
fossero invece forniti dal mercato sarebbero preclusi ad una fascia troppo
ampia di popolazione e avrebbero generato disuguaglianza.
Mezzi principali per realizzare lo stato sociale sono stati e sono:
una politica economica finalizzata a modificare e orientare produzione e
consumo;
un sistema di sicurezza sociale (assicurazioni sociali, tariffe controllate,
investimenti pubblici per strutture e infrastrutture come scuole, ospedali);
una politica fiscale finalizzata alla re-distribuzione del reddito allinterno
della societ, favorendo i ceti meno abbienti;
un sostegno al merito (borse di studio, scuola per tutti);
il principio di uguaglianza e di solidariet ;
il controllo della propriet privata e il suo orientamento al bene
comune/interesse generale.
Lo stato sociale nasce per levidente incapacit del sistema di mercato di
garantire redditi crescenti e benessere diffuso allinsieme della popolazione;
e dalla sua incapacit di coniugare interesse privato (finalizzato al breve termine
e alla massimizzazione dei profitti) con linteresse generale di una societ
(benessere nel lungo termine, riduzione delle disuguaglianze, solidariet,
innovazione). Il welfare state non modifica il sistema di produzione
capitalistico, ma lo orienta a fini diversi da quelli del mercato.
Lo stato sociale nasce in realt alla fine dell800, ad esempio in Germania,
con le prime assicurazioni sociali e le prime pensioni, con lo scopo (anche)
di depotenziare il movimento operaio e le sue rivendicazioni.
Una forma di stato sociale particolare stato appunto, in America, il New
Deal del Presidente F. D. Roosevelt, negli anni 30 del 900, con lo scopo di
risolvere i problemi sociali ed economici (disoccupazione, impoverimento,
eccetera) causati dalla crisi finanziaria del 1929. Il New Deal nasceva come
modalit diversa e rovesciata rispetto alla New Era repubblicana sorta con le
elezioni del 1920 e caratterizzata da tre elementi: svolta in senso
conservatore se non reazionario, attuata invocando il pericolo comunista (la
Rivoluzione russa era avvenuta nel 1917), per cui le classi lavoratrici
americane persero quel poco che avevo ottenuto in precedenza, durante la
presidenza del democratico Wilson (1913-1920) - come i minimi salariali, la
riduzione di orario di lavoro, la stabilit dei prezzi e la quasi piena
61

occupazione; in secondo luogo, isolazionismo e protezionismo; infine,


deregolamentazione e abbandono dellinterventismo statale in campo
economico e sociale mentre si attuava la liberalizzazione della finanza. Per
quasi lintero decennio successivo alla prima guerra mondiale, la produzione
industriale era raddoppiata grazie allinnovazione tecnologica e ai bassi salari
e la produttivit fece altrettanto. Ci favor la disponibilit di capitale e la
speculazione, ma blocc la domanda interna, mentre aumentava la
sovrapproduzione e la quantit di capitali in cerca di attivit speculative
(speculazione di Borsa, con aumento incontrollato del valore fittizio - dei
titoli azionari). La crescita sembrava non dover finire mai e molti avevano
cominciato ad investire in borsa, comprando e vendendo azioni. Non solo
investitori e finanzieri, ma anche una massa di piccoli risparmiatori, che in
pochi anni erano riusciti a moltiplicare il denaro investito allinizio. Era una
sorta di illusione di ricchezza, diffusa anche da un clima sociale edonistico
e leggero e condivisa da milioni di americani, che sosteneva la speculazione
e dava giustificazione alla avvenuta liberalizzazione delle normative sui
movimenti di capitale e di riduzione del controllo sul mercato finanziario.
Alla fine degli anni 20, questa euforia finanziaria ricchezza facile per tutti,
convinzione di una crescita infinita, speculazione finanziaria senza regole,
sostegno del governo alla deregolamentazione si tramut in una autentica
incoscienza economica. I magazzini cominciarono ad essere pieni di
merci invendute e nessuno si accorse che lAmerica stava entrando in una
fase di sovrapproduzione. Ovvero, una produzione eccessiva rispetto alla
capacit di spesa delle famiglie e alle richieste dei mercati. Per smaltire le
scorte e ridurre i magazzini e continuare a produrre sempre di pi, il
sistema bancario svilupp e diffuse il credito ai privati. Ricorrendo ai
mezzi pubblicitari, si incit il pubblico a consumare indebitandosi, senza
curarsi degli effetti sul futuro. Quando, con grande ritardo, gli operatori e gli
economisti si accorsero del vicolo cieco in cui leconomia si stava infilando
era ormai troppo tardi. Allorigine della crisi del 1929 vi fu una brusca
caduta di fiducia, legata alleccesso di speculazione in borsa e di
indebitamento. Si costituirono societ (investment trust) il cui unico scopo
era quello di comprare e rivendere azioni ad un prezzo maggiore. In quattro
anni (1925-1929) il valore globale dei titoli trattati alla Borsa di New
York pass da 27 a 67 miliardi di dollari mentre il volume del movimento
dei titoli pass da 430 a 760 milioni.
E cos come era stata irrazionale la crescita della finanza e della
speculazione, come pure lillusione della ricchezza infinita per tutti, cos
anche la crisi ebbe connotazioni assolutamente irrazionali, come accade
quando il panico si tramuta in uno tsunami che tutto travolge. Lansia
cominci a percorrere il sistema finanziario e il 25 ottobre 1929, il venerd
nero, dopo settimane di fibrillazione, si ebbe a Wall Street un momento di
autentico panico collettivo. E 13 milioni di azioni furono vendute. Il venerd
nero non fu la causa della crisi ma lavvenimento che le diede il via e che mise
62

in luce una realt a lungo tenuta nascosta: la sovrapproduzione e leccesso di


credito.
La prima reazione delle banche, che possedevano ingenti pacchetti di azioni,
fu quella di stringere il credito al consumo. Nondimeno, molte banche
fallirono. Intanto, per effetto della sovrapproduzione e dei magazzini pieni
di merci, i prezzi cominciarono a scendere e questo port alla bancarotta di
migliaia di piccole e medie imprese, industriali e commerciali. Quelle che
invece avevano ancora delle riserve sufficienti cercarono di far fronte alla
situazione diminuendo la produzione, ovvero licenziando operai, o
diminuendo le ore di lavoro e i salari di quelli che non venivano licenziati.
La disoccupazione cominci inevitabilmente e crescere secondo un
movimento a spirale: il crescere del numero dei disoccupati diminuiva i
consumi e la caduta dei consumi induceva nuove restrizioni della
produzione e quindi nuovi disoccupati. Nel 1929 i disoccupati erano 2
milioni, nel 1932 diventarono 14 milioni. La flessione dei prezzi fu del 20%,
quella dei salari del 40%. Era una autentica recessione, ovvero: forte
rallentamento della produzione e disoccupazione. Ma lallora presidente
americano, Hoover, repubblicano insisteva nel curare la crisi riconfermando
il vincolo del pareggio di bilancio, no ai sussidi per i disoccupati e in primo
luogo il salvataggio delle banche.
La crisi si trasfer anche al resto del mondo. E si abbatt sullintera
economia mondiale, dimezzando ad esempio la produzione industriale in
Germania (che non si era ancora ripresa dalla guerra, dalle sanzioni e
dallinflazione della Repubblica di Weimar) e tagliando di un terzo il
commercio internazionale. Ciascun paese si illuse di salvarsi dal contagio
alzando barriere protezionistiche o svalutando competitivamente la propria
moneta, costringendo anche gli altri paesi a fare altrettanto e cos
innescando una catena senza fine di crisi.
Il New Deal nasce con la vittoria del democratico Roosevelt nel 1932.
Roosevelt venne rieletto nel 1936, nonostante lostilit della grande industria
e della finanza. I conservatori, nel 1934 avevano fondato la Lega
americana della libert (simile al Tea Party di oggi), cercarono di
contrastare il New Deal in nome della libert dimpresa e dei contratti di
lavoro individuali. Elementi forti del New Deal furono: una legge per la
sicurezza sociale e anche allora i repubblicani cercarono di contrastarla in
nome dellindividualismo americano: la legge prevedeva una pensione in
base ai contributi versati, un sostegno agli indigenti e tutele contro la
disoccupazione il tutto somministrato dallo Stato; lo sviluppo dei lavori
pubblici; la contrattazione collettiva per i lavoratori. E un intervento
massiccio dello stato per finanziare e realizzare investimenti in infrastrutture
(strade, dighe, ferrovie), scuole, cultura. Infine, vennero tassate le grandi
ricchezze. Il New Deal riusc a tamponare la crisi e a risollevare lAmerica. In
realt, secondo alcuni il vero New Deal fu la seconda guerra mondiale e la

63

messa al lavoro dellintera economia americana per sostenere lo sforzo


bellico.
Lo stato sociale moderno - nella forma che ha caratterizzato la seconda
met del 900 (soprattutto nelle sue forme scandinave) - nasce nel 1942,
quando il liberale inglese William Beveridge redige il famoso Piano che
prende poi il suo nome, Piano Beveridge, caratterizzato da questi elementi
e da questi obiettivi: 1) un sistema previdenziale unificato e obbligatorio per
tutti i cittadini capace di coprire i periodo di interruzione o perdita della
capacit di guadagno, quindi universalistico e generale (non solo pensioni,
ma un sistema generale di assicurazioni sociali, in s coerente; 2) un sistema
coerente e articolato di servizi sanitari, gratuiti e aperti a tutti pensati anche
in unottica di controllo e prevenzione delle malattie; 3) perseguimento della
piena occupazione. Obiettivo del Piano Beveridge (le cui indicazioni sono
servite poi per mettere in pratica, in Gb e in altri paesi europei, lo stato
sociale) era quello di eliminare o almeno ridurre il pi possibile questi
problemi e soprattutto di favorire la re-distribuzione dei redditi (da quelli
pi alti a quelli pi bassi), combattere quelli che erano definiti come i mali del
tempo: la miseria, la malattia, lignoranza, lo squallore, lozio. Inoltre, secondo il
liberale Beveridge il mercato del lavoro avrebbe sempre dovuto tutelare la
parte debole del rapporto di lavoro, ovvero il lavoratore. E Beveridge, pur
liberale (anche se radicale), ammetteva labolizione della propriet privata se
necessaria per assicurare la piena occupazione.
Le idee contenute nel suo Piano trovarono attuazione concreta alla fine
della seconda guerra mondiale. In Belgio, nel 1944 fu varato un piano di
assistenza sociale globale che estendeva lobbligatoriet dellassicurazione
contro le malattie allinvalidit e alla disoccupazione, piano pagato da
lavoratori e padroni nella proporzione di 1 a 2. In Francia, tra il 1945 e il
1946 venne istituito qualcosa di analogo, pagato questa volta nella
proporzione di 1 a 3.
Ma fu appunto la Gran Bretagna, sotto limpulso del governo laburista, ad
attuare, tra il 1946 e il 1951 un intenso e coerente piano di riforme sociali.
Fu introdotto un salario minimo obbligatorio, le assicurazioni sociali
vennero estese alle malattie, agli infortuni sul lavoro, alla disoccupazione,
alla maternit, alla vecchiaia, alla vedovanza, tutte gestite direttamente dallo
Stato e finanziate con un contributo minimo (20% del totale) dei lavoratori
e dei datori di lavoro, il resto era a carico della fiscalit nazionale. Nel 1947
venne istituito un Servizio sanitario nazionale, che garantiva cure mediche e
ricoveri ospedalieri gratuiti per tutti.
Rispetto ad oggi, quando i sistemi di welfare vengono giudicati troppo costosi
e quindi vengono tagliati i servizi e le prestazioni e favorita lassistenza e la
previdenza complementare, vale ricordare che quei sistemi vennero creati e
finanziati in economie appena uscite dalla devastazione della seconda guerra
mondiale, ovvero quando le societ erano molto meno ricche di oggi. Un
paradosso autentico, per cui paesi molto pi ricchi oggi rispetto a 60 anni fa
64

non riescono a sostenere e garantire un adeguato sistema assistenziale


pubblico. Un paradosso spiegabile in parte con il fatto che negli ultimi 30
anni, la ricchezza si spostata dal lavoro alla rendita e la rendita
generalmente tassata meno rispetto al lavoro. La soluzione sarebbe quella di
tassare dunque la rendita, se non anche la speculazione finanziaria attraverso
un meccanismo - come quello proposto dalleconomista James Tobin gi
negli anni 70 del 900 - di tassazione dei movimenti di capitale sui mercati
nazionali e soprattutto internazionali (cosiddetta Tobin tax), di cui lUe sta
discutendo da mesi, senza essere ancora riuscita ad approvarla.
A partire dalla fine degli anni 70, come conseguenza anche delle due crisi
petrolifere (1973 e 1979) che sconvolsero lOccidente, venne avviato un
radicale processo di riorganizzazione degli apparati produttivi in
nome di flessibilizzazione, esternalizzazione, deregolamentazione,
privatizzazione delleconomia e riduzione dellintervento dello stato in
economia. In nome appunto di una ideologia neoliberista che in pochi anni
conquist una sorta di egemonia culturale (mettendo ai margini il modello
economico keynesiano, base del welfare state e quello dello stato regolatore e
interventista) e che si propag nel mondo mediante la globalizzazione, la
rete e la finanza e soprattutto i mass-media, che in gran parte si
convertirono alla nuova ideologia. La stessa sinistra fece delladesione a
questo modello neoliberista una condizione di modernit e di adeguamento
ai tempi nuovi (il New Labour inglese del premier Tony Blair).
New economy, rete, innovazione tecnologica, Silicon Valley americana, ma
soprattutto deregolamentazione dei mercati finanziari produssero il
rovesciamento del mondo cos come era stato costruito dalla fine della
seconda guerra mondiale e la costruzione di un mondo diverso, con valori
predominanti (foucaltianamente: i saperi e i poteri che governo una societ; le
biopolitiche e i biopoteri e insieme le nuove discipline) completamente rovesciati
(dallinterventismo
al
liberismo,
dalla
regolamentazione
alla
deregolamentazione dei mercati, dalla re-distribuzione dei redditi per ridurre
le differenze e le ineguaglianze sociali allallargamento delle differenze e
delle disuguaglianze, dalla solidariet alla competizione, eccetera). Negli anni
90 del 900 si assistette ad una sorta di replica, questa volta su scala globale,
dei processi che portarono lAmerica alla crisi del 1929. La crisi del 2008
pu essere paragonata a quella del 1929 per i modi con cui nata. Ci che la
distingue da allora che manca un Roosevelt capace di rovesciare le
politiche liberiste che hanno prodotto la crisi. Semmai, in particolare in
Europa, si insiste nel voler applicare lo stesso neoliberismo che ha prodotto
la crisi per cercare risolverla, con ancora liberalizzazioni, privatizzazioni,
precarizzazione del lavoro, tagli al welfare state.
Un ruolo particolare, nel processo chiamato globalizzazione, lo ha avuto la
finanza e la finanziarizzazione delleconomia, ovvero il prevalere della
finanza e della speculazione sulla produzione. Per cui, in senso marxiano, si
accresciuto ancor di pi il valore di scambio, anche se limitato soprattutto ai
65

prodotti finanziari; e si ulteriormente ridotto il valore duso. Di pi, dalla


produzione di denaro attraverso la produzione di merci alla produzione di denaro
attraverso la produzione (borsa e investimento finanziario) di denaro.
Sempre il sociologo Luciano Gallino distingue in proposito tra produzione
di valore ed estrazione di valore: Si produce valore quando si costruisce una
casa o una scuola, si elabora una nuova medicina, si crea un posto di lavoro
retribuito, si lancia un sistema operativo pi efficiente rispetto al suo
predecessore o si piantano alberi. Per contro, si estrae valore quando si
provoca un aumento dei prezzi delle case manipolando i tassi di interesse o
le condizioni del mutuo; si impone un prezzo artificiosamente alto ad una
nuova medicina; si aumentano i ritmi di lavoro a parit di salario; si
impedisce a sistemi operativi concorrenti di affermarsi vincolando la vendita
di un pc al concomitante acquisto di quel sistema, o si distrugge un bosco
per farne un parcheggio (L. Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi, 2011). Pretesa del
capitalismo finanziario di questi ultimi trentanni stata quella di ricavare
dalla produzione di denaro per mezzo di denaro un reddito decisamente pi
elevato rispetto alla produzione di denaro per mezzo di merci. Dunque,
speculazione, ripudio di ogni controllo, finanza ombra (hedge fund, fondi di
investimento e fondi pensione, eccetera). Inoltre, trasferimento della
ricchezza dal lavoro (dove i redditi sono stati decrescenti) alla finanza.
Ancora Gallino: A causa di politiche economiche pluridecennali orientate
in primo luogo a comprimere i redditi da lavoro e ad accrescere le
disuguaglianze, nonch di una architettura che ha dimostrato di avere
fondamenta gravemente difettose, il sistema finanziario incorso in una
crisi nata dalleccessivo ammontare di debito che aveva creato, sia a carico
delle famiglie che a carico di se stesso. Nei primi tre anni della ultima crisi,
gli stati hanno impegnato tra i 12 e i 15 trilioni di dollari per salvare le
maggiori istituzioni finanziarie, cio le banche e le compagnie di
assicurazione troppo grandi per fallire e stimolare la ripresa economica. Non
appena ritornato in forze gli bastato un solo anno, il 2009 il settore
finanziario, in particolare quello ombra, ripartito allattacco, questa volta a
danno degli stati che si erano indebitati per sostenerlo e riparare per quanto
possibile ai suoi guasti. In questa sorta di rivincita organizzata dai vincitori contro
i perdenti, sono in gioco non soltanto i corsi di azioni e obbligazioni, o delle
monete, e con essi il rischio che tante famiglie perdano una parte
consistente dei loro risparmi. Sono pure in gioco condizioni di lavoro e
salari, sicurezza alimentare e sanit, previdenza sociale e diritti umani,
istruzione e ricerca, servizi sociali e sostegni al reddito, qualit della vita e
rapporti interpersonali funzioni delle istituzioni e contenuti della
democrazia. E infatti, la speculazione finanziaria dopo avere esaurito borse
e merci tradizionali, ha puntato ad esempio alle materie prime e a quelle
alimentari (le rivolte in Tunisia ed Egitto sono state originate soprattutto
dallaumento del prezzo dei generi alimentari).

66

Un sistema finanziario tanto sviluppato e potente ha generato un pil


mondiale pari a 60 trilioni di dollari (2010). Il mondo avrebbe dunque una
ricchezza largamente sufficiente per assicurare una vita decente allintera
popolazione globale, di circa 7 miliardi di persone. Invece, il sistema
garantisce questa vita decente a poco pi di 1 miliardo di persone, mentre la
rende del tutto indecente per pi di 1,5 miliardi. Al tempo stesso
largamente peggiorata la distribuzione dei redditi a scapito dei salari
(Gallino): Tra i primi anni 90 e il 2007, loccupazione cresciuta nel
mondo in media del 30%. Ci nonostante, in 51 paesi sui 73 per i quali si
dispone di dati, la quota dei salari sul pil scesa in media di 13 punti
percentuali in America Latina; di 10 punti in Asia e nei paesi del Pacifico; di
9 punti nelle economie avanzate. I punti persi dai redditi da lavoro sono
andati ai redditi da capitale. Ancora sul mondo della finanza (dati Gallino):
Le transazioni sui mercati finanziari globali corrispondevano nel 1991
allinizio della new economy a 15 volte il pil del mondo; nel 2007 erano
salite a 75 volte il pil del mondo. Si stima che oltre l80% di tali transazioni
perseguano unicamente finalit speculative. E il mondo (famiglie,
imprese, stati) ha contratto con se stesso un debito stimato in 100 trilioni di
dollari. Supponendo che sul totale del debito si debba pagare non pi del
3% di interesse, il pil del mondo dovrebbe crescere di almeno il 6/7%
allanno, cio il doppio degli ultimi decenni, unicamente per pagare il
servizio del debito.
Questa finanziarizzazione delleconomia e soprattutto questo spostamento
del reddito dai salari/stipendi alla rendita finanziaria ha avuto importanti
effetti sociali.
Ancora sul concetto di estrazione di valore: e qualcosa che riguarda anche
lorganizzazione del lavoro. Attraverso una serie di pratiche di fatto adottate
dal mercato del lavoro: (ancora Gallino): pagare il meno possibile il tempo
di lavoro effettivo; impiegare solamente la quantit di lavoro che
necessaria in un dato momento per compiere una data operazione di
accertata utilit produttiva; far s che le persone lavorino, in modo
consapevole o no, senza doverle retribuire; infine minimizzare, e laddove
possibile azzerare, qualsiasi onere addizionale che gravi sul tempo di lavoro,
quali imposte, contributi previdenziali, assicurazione sanitaria e simili e
quindi appunto progressiva trasformazione dei mercati del lavoro anche nei
paesi avanzati, con passaggio dal lavoro come diritto al lavoro come
probabilit, dal lavoro come matrimonio al lavoro come campeggio, e poi
intensificazione dei ritmi a parit di salario, riduzione delle pause, estensione
dellorario (sempre connessi, straordinari a discrezione dellimpresa).

Globalizzazione e disuguaglianze.
Se lo stato sociale nato nel secondo dopoguerra aveva come obiettivo
principale una maggiore uguaglianza sociale da attuare attraverso la redistribuzione dei redditi dai pi ricchi ai meno ricchi (in Italia, anche sulla
67

base anche del principio costituzionale della tassazione progressiva sui


redditi) negli ultimi 30 anni si assistito al processo inverso (sulla spinta
dellideologia neoliberista) e lindice delle disuguaglianze sociali si
fortemente accresciuto. Alcuni dati: calo (tra il 1995 e il 2010)
dellimposizione fiscale sulle societ (Germania, dal 51,6% al 29,4%; Grecia,
dal 40 al 24%; Italia, dal 41,3 al 31,4%); in Italia, la manovra dellagosto
2011 ha tagliato in tre anni 45 miliardi di servizi alle famiglie, pensioni,
sanit, trasporti, scuola e istruzione ma neppure un Euro stato destinato a
creare occupazione (la manovra stata poi aggravata dal governo Monti,
tagliando ancora le pensioni e flessibilizzando ulteriormente il mercato del
lavoro); la povert nel mondo, con la globalizzazione, cresciuta e la stima
dei poveri da 1 dollaro al giorno salita da 945 milioni di persone a 1,4
miliardi, mentre quella dei poveri a 2 dollari al giorno (che comprende la
prima) stata portata da meno di 2 miliardi di persone a 2,6 miliardi.
Attorno agli anni 80 del Novecento, i top manager delle grandi imprese
percepivano mediamente compensi globali pari a circa 40 volte il salario di
un impiegato o di un operaio.Oggi il divario salito a oltre 300 volte, per
arrivare in alcuni casi anche a mille volte.
Le politiche fiscali hanno de-tassato la ricchezza e oggi la tassazione sul
lavoro mediamente pi alta di quella delle attivit finanziarie. Le politiche
fiscali, in Europa e non solo, hanno infatti seguito due strade: elevati sgravi
fiscali a favore dei ricchi e forti riduzione delle imposte sulle societ, nella
speranza (rivelatasi illusoria) che questo favorisse maggiori investimenti. In
Italia laliquota che si paga su un imponibile fino a 15mila Euro del 23%,
sale al 27% per i redditi fino a 28mila Euro, mentre laliquota unica per le
rendite da capitale stata per decenni appena del 12,5% (dal 2012 salita al
20%).
Il 50/60% degli utili viene assegnato ogni anno in compensi per i manager
anzich allaumento dei salari e degli stipendi. Questo produce due risultati:
crescono le disuguaglianze di reddito e sociali e si rallenta la domanda
interna. In America i salari reali sono fermi dagli anni 70; quelli italiani
ristagnano da 15anni.
[Estratti da: L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012].
Rivedere Dalla lotta di classe alla superclasse in L. Demichelis, Societ o comunit.

Localismi e globalizzazione.
La globalizzazione produce anche il suo opposto, il trionfo del localismo,
delle identit locali e chiuse. Sembra un processo contraddittorio, ma
non lo . Per localismi si intendono quei processi che affidano al territorio
(alle sue tradizioni, ai suoi valori, al senso comune dominante/diffuso) la
funzione e il compito di mantenere/difendere/rafforzare quella identit
collettiva che invece i processi di globalizzazione cancellano, attraverso la
uni-formit che producono e la conseguente perdita delle identit (in primo
luogo, quella di classe o nazionale, o di comunit).
68

Processo di re-azione rispetto al processo di globalizzazione (lazione). I


territori e le loro comunit tendono a chiudersi in se stessi, cercando una
sorta di protezione identitaria (il noi si rafforza, escludendo gli altri da noi).
Ma anche: azione strumentale e/o funzionale alla stessa globalizzazione, in
quanto fenomeno di chiusura nel locale nella presunzione di poter
difendere una identit comunque modificata/cancellata dalla
globalizzazione attraverso i suoi meccanismi di funzionamento,
lomologazione dei modelli di lavoro e di informazione/comunicazione, la
diffusione degli stessi modelli culturali e di divertimento/intrattenimento.
Il localismo sembra dunque essere funzionale esso stesso alla globalizzazione
perch cos come nel lavoro (di produzione o di consumo) basato sulla
suddivisione e la parcellizzazione anche la frammentazione, suddivisione,
disarticolazione delle identit sociali/locali serve allorganizzazione tecnica
della globalizzazione, al suo accrescimento attraverso lindebolimento dei
bilanciamenti culturali, di identit, ecc. Rafforzare le identit locali
(frammentazione, individualizzazione territoriale) fa rafforzare (totalizzazione) il
potere della globalizzazione e riduce la capacit di controllo/governo dei
processi di globalizzazione, che potrebbero avvenire solo a livello globale.
I localismi nascono dunque per cause diverse, che concorrono poi a definire
un determinato processo economico e sociale.
Rivedi inoltre Taylorismo globale e lavoratori collettivi territoriali, in L.
Demichelis, Societ o comunit.

Questione meridionale e/o settentrionale in Italia.


La questione meridionale il ritardo del Sud dellItalia dal punto di vista
economico e lesigenza (politica, culturale, sociale) di creare politiche per
ridurre il divario e quindi le disuguaglianze tra le diverse aree del paese
non ancora risolta. La questione meridionale esplosa con lunit dItalia
cominci a trovare una sistematizzazione intellettuale a partire dal 1878, con la
pubblicazione delle Lettere meridionali di Pasquale Villari, per proseguire poi
con le opere di Sonnino e di Fortunato, con una scuola di pensiero che
sosteneva come larretratezza del Meridione fosse prodotta da condizioni
ambientali e storiche e non dalla pigrizia degli abitanti, secondo un abusato
luogo comune diffuso anche allora. Per risolvere la questione meridionale era
dunque necessario agire su queste condizioni. Come propose poi unaltra
scuola di pensiero, quella che faceva capo a F.S. Nitti, e che invocava
programmi organici di intervento statale, coordinati dal centro, con politiche
di lavori pubblici e di avvio di iniziative industriali sul territorio.Controversa
fu per tutta lazione dei diversi governi italiani nel corso di quasi un secolo,
passando anche attraverso lazione di quella che era denominata Cassa per il
Mezzogiorno, forma di intervento pubblico a sostegno dello sviluppo del Sud.
Ma ventanni fa nata anche la cosiddetta questione settentrionale.
Il localismo pu essere forte infatti anche o soprattutto nelle aree ricche e
benestanti (come il Nord dellItalia). Quella che era stata definita come
69

questione settentrionale, connotata soprattutto dal voto alla Lega, stata

indicativa di un processo complesso e articolato: da un lato un insieme di


paura (immigrazione, rom, delinquenza), rancore (contro il centralismo,
contro le tasse), disagio sociale ma anche esistenziale per una presunta (reale o
percepita) perdita di identit (e quindi, il territorio che diventa luogo dove
ricostruire una identit individuale e sociale); dallaltro, tendenza a produrre
chiusura, arroccamento, gioco in difesa, per il mantenimento/rafforzamento
delle reti corte (famiglia, comunit, paese, tradizioni, ma anche distretto
industriale). Su tutto, per e insieme, lesigenza di essere moderni, connessi
nelle reti lunghe della globalizzazione, perch non si pu essere moderni n
competitivi sul mercato se non ci si aggancia (secondo il sociologo Aldo
Bonomi) alle reti lunghe dei flussi globali: di merci, di produzione, di servizi, di
conoscenza.
Ma anche il Nord composto da molti Nord (cos come il Sud era/
composto da molti Sud), in particolare distinguendo (ancora secondo
Aldo Bonomi): larea pedemontana (da Biella a Treviso, prevalenza di
piccole e piccolissime imprese, ovvero capitalismo molecolare e insieme
capitalismo personale, lavoro autonomo e partite iva); le vecchie aree
urbane/industriali (Milano, Genova, Torino), orfane del fordismo e oggi
alla ricerca di nuove vie di sviluppo, tra terziario alto e terziario basso, tra
ricerca, innovazione di prodotto e moda, fino al progetto di Expo-2015 per
Milano; la citt infinita, attorno a Milano con fughe verso il Veneto e il
Piemonte, zone ad alto sviluppo e ad alto tasso di innovazione (in realt, pi
di processo che di prodotto), ma urbanisticamente devastate dalla mancanza
di organizzazione e di pianificazione urbanistica del territorio.
Il Nord dellItalia sembra essere dunque sotto sforzo (ancora Aldo Bonomi),
preda di un malessere sociale ma anche produttivo (la fatica di stare nella
globalizzazione, una competizione pi di processo che di prodotto, una
borghesia poco propensa ad investire in innovazione, un egoismo
esasperato, un egotismo che chiude in se stessi) riproponendosi il
problema se sia sufficiente il sistema delle piccole e medie imprese per stare
nella competizione globale, oppure la globalizzazione imponga comunque
una crescita dimensionale e una capacit di innovazione/connessione maggiore. E
ancora: il sistema chiede ai lavoratori maggiore produttivit, ma quanto
produttivo in termini di innovazione di prodotto, di innovazione
organizzativa il sistema imprenditoriale? Si pu competere solo riducendo
il costo del lavoro (e quindi i redditi e la capacit di consumo delle famiglie?).
Non solo: spesso una presunta ricchezza maggiore nasconde una qualit
della vita minore: ad esempio Varese occupa il 23 posto nella classifica
italiana per valore aggiunto (Milano prima, Bolzano terza, Roma quinta), ma
se si passa ad utilizzare indicatori qualitativi e non meramente quantitativi
(come appunto il valore aggiunto), Varese scende verso il fondo della
classifica. Utilizzando ad esempio il bil, il benessere interno lordo (un indicatore
che valuta, per un determinato territorio dati come la speranza di vita alla
70

nascita, il tasso di iscrizione universitaria, la spesa pro-capite in cultura, la


criminalit, il numero delle organizzazioni di volontariato, eccetera), Varese
perde ben 38 posizioni e arriva al 61 posto della apposita classifica delle
province italiane.
Varese in Lombardia e utilizzando un altro indicatore della qualit della
vita come il Quars- Indice di qualit regionale dello sviluppo (e sviluppo concetto
radicalmente diverso da crescita) un indicatore che prende anchesso in
esame valori qualitativi come ambiente, economia e lavoro, salute, diritti di
cittadinanza, istruzione e cultura, pari opportunit e partecipazione la
Lombardia, nella classifica 2011 (quando la crisi in atto non aveva ancora
prodotto i suoi effetti pi pesanti) era al 9 posto (primo il Trentino Alto
Adige, poi Emilia Romagna, Umbria e Valle dAosta), con un indice
generale di 0,31 contro un 0,68 del Trentino. Ovvero, se si misura il
benessere sociale ed economico e non solo la produzione, la Lombardia e
Varese scendono e di molto - in classifica, segnalando che la ricchezza
comunque esistente in questi territori una ricchezza solo o soprattutto
quantitativa e poco (o molto meno) qualitativa.

La questione meridionale europea.


La questione sociale europea.
Il processo di costruzione dellunit europea ha sempre visto la coesistenza
di differenze da risolvere e di interazione da accrescere. Negli ultimi 15 anni,
inoltre, lEuropa si allargata verso est, portando al proprio interno paesi
con marcate differenze economiche e sociali. In pi, la stessa costruzione
dellunit monetaria ha creato di fatto due Europe, quella dellEuro (Eurozona) e lEuropa come unione di 27 paesi.
La crisi iniziata nel 2008, ma soprattutto le errate politiche di risanamento
(tagli alla spesa pubblica nel momento in cui sarebbe servita pi spesa
pubblica per compensare disoccupazione e recessione per il calo della
domanda) hanno oggi prodotto una sorta di questione meridionale
europea, avendo le politiche austerit pesato soprattutto sui paesi
meridionali dellUnione (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, parzialmente la
Francia), dividendo ancora di pi lEuropa invece di favorire i necessari
processi di interazione e di condivisione (se si ha una moneta unica, unica
dovrebbe essere anche la politica fiscale, del lavoro e soprattutto la politica
economica). Una Europa dove comunque si sta sviluppando sempre pi e
sempre pi pesantemente una questione sociale europea, rappresentata
drammaticamente dalla crescita di disoccupazione e disuguaglianze.

La globalizzazione, la paura e la ricerca di sicurezza.


Cos la paura? Unemozione, dunque qualcosa che ha a che fare con la
vita (biologica, psichica, pulsionale). Qualcosa di individuale (la paura del
buio da bambini, le fiabe che mettono paura, i videogiochi e la paura) e
71

qualcosa di sociale (la paura del terrorismo dopo l11 settembre, la paura
degli immigrati e dei rom, della delinquenza). E ancora: paure innate e paure
apprese, attraverso il condizionamento, losservazione degli altri, il
conformismo, i racconti sociali e limmaginario collettivo, i mass-media, eventi del
passato che modificano i comportamenti.
Paura che fa reagire (reagisco, sconfiggendo la paura e le cause che lhanno
prodotta), e paura che blocca e paralizza (ho paura e mi blocco, divento
incapace di reagire, accetto la percezione sociale della paura).
Paura reale (terremoto, crollo delle Torri gemelle, rapina, scippo, stupro,
eccetera); paura percepita (non esiste una reale situazione di pericolo, ma ho
paura comunque); paura fatta percepire (induco a credere che ci sia una situazione
di pericolo); paura ricercata come piacere (il rischio cercato perch produce una
scarica adrenalinica, perch produce piacere); paura prodotta per scopi di controllo
sociale (la criminalit non sostanzialmente aumentata in questi ultimi anni,
ma aumentata la sua percezione attraverso i mass-media, vedi sotto).
La paura, inoltre, produce processi di personificazione del pericolo, ovvero si
identifica un soggetto collettivo/individuale sul quale si scaricano (quale capro
espiatorio) le paure individuali e sociali (limmigrato, il rom, comunque il
diverso da noi). Distorcendo la realt e producendone una del tutto artificiale,
inesistente e falsa, che per viene vissuta come vera (gli stupri li fanno gli stranieri,
quando poi le statistiche dicono che nel 60% dei casi si tratta di italiani).
Paura, disciplina e bio-politica. In senso foucaultiano: paura come
disciplina: si disciplinano le persone, le si porta a tenere determinati comportamenti
minacciando sanzioni e punizioni, ma anche: se si crea una condizione/contesto
di paura, la gente accetta pi facilmente controlli, limitazioni di movimento,
censura. Paura come bio-politica: se si fa credere che la societ sia insicura, che
i rischi siano molti e incontrollabili, allora si produce passivit o subordinazione individuale e sociale e soprattutto una richiesta di politiche di
controllo e di sicurezza. Quanto avvenuto dopo l11 settembre pu essere
interpretato come lo svilupparsi deliberato da parte del potere di specifiche
bio-politiche della paura. Se si ha paura si tende a chiudersi: in se stessi, nel
gruppo, in qualcosa che immunizzi dalla paura e quindi si pu accrescere la
politica di controllo sulla societ e sugli individui (ovvero sulla loro vita).

Flessibilit del lavoro e precariet sociale.


Attraverso interventi mirati sul mercato del lavoro (in Italia, prima il
cosiddetto Pacchetto Treu, poi la cosiddetta Legge Biagi), stata
progressivamente ridotta la quota di lavori a tempo pieno e
indeterminato sul totale delloccupazione. Gli altri sono lavori flessibili in
senso lato. Secondo il sociologo Luciano Gallino, in Italia i lavoratori
precari, nelle diverse forme, sarebbero circa 10 milioni sul totale. Cifra
composta da circa 7/8 milioni di flessibili regolari e irregolari, pi 3
milioni di doppio-lavoristi non dichiarati. Altre fonti sono meno pessimiste
72

e riducono il numero dei lavoratori precari/atipici a 3 milioni, pari


comunque al 12% del totale dei lavoratori.
Tutto questo si lega ai nuovi sistemi di organizzazione della produzione
o di creazione del valore oggi scomposta e riorganizzata e
distribuita a livello globale. La nuova catena di montaggio globale,
pi che rete. Con lentrata sul mercato di nuovi paesi produttori circa 1,5
miliardi di lavoratori a basso reddito e sfruttati (senza tutele sindacali e senza
diritti) sono stati messi in competizione con 0,5 miliardi di lavoratori
delloccidente. Innescando una competizione al ribasso, che ha prodotto
redditi (ma non diritti) crescenti per i lavoratori dei nuovi competitori e
redditi (e diritti) decrescenti per i lavoratori delloccidente.
Il lavoro flessibile, inoltre, e la sua continua richiesta (a partire dagli anni 90)
da parte delle imprese, legata anche ad una logica di riduzione delle
tutele e dei diritti dei lavoratori allinterno delle imprese. Trattando
sempre pi anche il lavoro come una merce, sempre secondo Luciano
Gallino, nonostante lOrganizzazione internazionale del lavoro (Oil) dichiari
esplicitamente che il lavoro non deve essere considerato come una merce,
ma tutelato, garantito, protetto. Anche in occidente crescono poi i cosiddetti
lavoratori poveri (working poor), persone occupate, ma situate al di sotto
della soglia della povert.
Questa trasformazione del mondo del lavoro quel lavoro generatore
primo delle identit individuali e delle appartenenze sociali (almeno
per quasi tutto il Novecento) ha inevitabilmente prodotto fenomeni di
spaesamento identitario nei singoli, di insicurezza individuale e collettiva, di
perdita dellorizzonte temporale e spaziale (si vive alla giornata), di
riduzione dei redditi individuali e familiari, il tutto in coabitazione sociale con
de-responsabilizzazione, fenomeni crescenti di antipolitica, riduzione della
sfera dei diritti, ampliamento della sfera dei doveri, crescita del neoconformismo individualizzato, crisi dei valori. Vedi inoltre parte Rivolte,
scontri, insurrezioni, in Societ o comunit, pag. 72 e segg.

La societ del rischio.


Il concetto di rischio antitetico al modello dello stato sociale. Societ
del rischio (definita e studiata soprattutto dal sociologo tedesco Ulrich
Beck) significa che ciascuno si deve assumere il rischio della propria vita
(successi, insuccessi, previdenza, assicurazione sul futuro, ecc.), senza pi
trovare nello stato il soggetto che si faccia carico della tutela/difesa dai rischi.
Societ del rischio significa anche accettazione di flessibilit, mobilit
sociale, incertezza, insicurezza, perdita di orizzonte (della capacit di
guardare lontano e di progettare la vita) di progettualit, sia
individuale che sociale/collettiva. Quindi, creazione di un modello sociale
basato non pi sulla sicurezza (lo stato sociale o welfare state), ma sulla
73

insicurezza come condizione stabile e duratura ma soprattutto normale

della vita delle persone (vedi parte sulla paura).


Societ del rischio significa anche trasferimento del concetto di rischio
dalle imprese ai lavoratori, dallo stato ai cittadini. Ciascuno viene quindi
invitato ad essere imprenditore di se stesso secondo il modello
delluomo-impresa e della societ-impresa, ma questo non significa
assunzione di senso di responsabilit, piuttosto: accettazione del rischio,
passivit rispetto al modello dellincertezza (esempio: i lavoratori
atipici/precari, senza tutele e senza capacit di azione sindacale).
Alla modernit costruita sullidea di sicurezza (stato sociale dalla culla alla bara),
di certezza del diritto e della posizione sociale, di spazi definiti per lindividu
sta subentrando una post-modernit (o una neo-modernit) caratterizzata da
insicurezza, incertezza.
Societ del rischio significa anche cancellazione del senso del lavoro. La

societ del lavoro per tutti, del lavoro come diritto, del lavoro tutelato

aveva fatto del lavoro e della sua stabilit/sicurezza il proprio baricentro


(identit e diritti sociali e civili/politici). La societ del rischio, dominata
dalla flessibilit e dalla produzione snella e de-centralizzata, ovvero dal lavoro
non come diritto ma come occasione, dal lavoro precario, dal lavoro non
tutelato (o poco tutelato), produce invece non-identit, identit
assolutamente passive, individualizzazione. Ancora Ulrich Beck ha parlato di
brasilianizzazione del lavoro anche nei paesi delloccidente ricco, ovvero:
lirruzione del lavoro precario e incerto, tipico di uneconomia come quella
brasiliana, anche in Europa e in America.

Il concetto di rischio. Individuale e/o sociale.


Cosa si intende per rischio? Rischio laspetto negativo di una possibilit,
il non-essere di qualcosa (atto, comportamento, azione, ecc.) accanto alla
sua possibilit di essere (di produrre risultati, effetti, conseguenze volute,
ecc.).
Solitamente, nel concetto di rischio entrano le probabilit offerte dalla
situazione in cui si vive, opera, lavora. La valutazione del rischio dunque
legata a un criterio di razionalit, ovvero si sceglie quella opzione che si
presume possa ottimizzare lutilit attesa da una certa scelta. Calcolo delle
probabilit, valutazione delle possibili conseguenze, scelta del rischio
calcolato. Il rischio dunque, come sequenza di decisioni in maggior parte
calcolate razionalmente, ma per altra parte affidate a fattori diversi
(emotivit, irrazionalit, fortuna, ecc.) alle quali si affida solitamente un
peso differente, sulla base dellesperienza passata. Altri fattori importanti
nella definizione del rischio possono essere il sesso, let, il ceto sociale: la
valutazione, laccettazione, il rifiuto di certi rischi dipendono appunto dal
genere (maschi/femmine), dallet (da giovani si accettano rischi maggiori che
da anziani), dal ceto sociale (i poveri hanno percezioni del rischio diverse dai
ricchi). E lappartenenza ad un gruppo. Nel gruppo infatti, i singoli tendono ad
74

assumere rischi maggiori, confidando nella solidariet del gruppo stesso in


caso di insuccesso/fallimento.
I gruppi sociali del passato distribuivano i rischi del rischio. Nella societ
individualizzata di oggi, ogni singolo deve assumersi il rischio in proprio.
Ma questo rischio (di lavoro, reddito, ceto sociale, autonomia) oggi del
tutto non calcolabile, fuori dal calcolo delle probabilit, lontano da ogni
razionalit pre-vedibile.
Esiste oggi una percezione sociale del rischio? Da una parte lindividualizzazione
del rischio, dallaltra il territorio come unico luogo di identit/comunit, come
territorio dove cercare riparo dai troppi rischi ( invece di ridurre i rischi
alla fonte, rimuovendone le cause, si cerca di contenerne gli effetti).
Su tutto, la crisi economica e finanziaria, che ha diffuso il rischio in strati
ampi della popolazione.

Lindividualizzazione produce comunque, insieme a quanto detto sopra,


un duplice effetto. Da un lato conferisce ad una quantit crescente di
persone la libert di sperimentare condizioni nuove di vita. Dallaltro lato,
rovescia sui singoli la responsabilit, o piuttosto lonere, di tenere testa agli
effetti indesiderati del rischio sociale. Da una parte il diritto allautoaffermazione degli individui (reale o costruita dalle tecniche di
conformazione sociale, di costruzione di un carattere sociale favorevole a
questa assunzione di rischi, di subordinazione individuale alla ineluttabilit
del rischio: ancora precariet del lavoro, disoccupazione, eccetera), dallaltro,
la difficolt di controllare gli effetti (individuali e sociali) di una forma di
societ non pi basata sul concetto di solidariet e di condivisione dei rischi.
Lo spirito del tempo non pi favorevole alla solidariet e allaiuto, ma alla
competizione, allegoismo, allindifferenza. Anche questo processo sta
indebolendo la societ, frammentandola in parti (comunit) separate e in
competizione le une con le altre. E nata (Ulrich Beck) leconomia politica
dellincertezza.

Salari, redditi, nuove povert in Italia.


3 famiglie su 10, pari al 28,5%, con un picco al Sud (36,5%), hanno
difficolt ad arrivare a fine mese.
Il 41% degli italiani, per andare avanti, attinge ai risparmi del passato.
Oggi le famiglie italiane riescono a risparmiare il 60% in meno rispetto a 20
anni fa (4.000 euro contro 1.700).
Il 22% utilizza la carta di credito come mezzo per dilazionare i pagamenti.
Un italiano su quattro, ricorre a lavoretti per arrotondare lo stipendio.
Il 90,3% del bilancio familiare viene usato per consumi (rispetto al 77% del
1990).
Un terzo delle famiglie ritiene gli immobili la principale forma di utilizzo dei
risparmi, un altro terzo lo tiene fermo sul conto corrente, solo il 10%
75

investe in azioni o fondi. Il 30% non ha risparmi da utilizzare in alcuni di


questi modi.
Il 51% delle famiglie dichiara di avere almeno due redditi.
Il 20% delle famiglie ricorre al low cost.
2.5 milioni (il 4,1% degli italiani) i poveri assoluti (Rapporto Istat), ovvero
persone che non riescono ad avere un reddito tale da garantire una qualit
minima di vita. La soglia minima della povert assoluta non fissa, ma varia in
rapporto al numero dei componenti della famiglia e della loro et, dal fatto
di vivere al Nord oppure al Sud, in una grande citt o in un piccolo paese.
Per una coppia con 3 figli adolescenti, che vive in una metropoli del Nord, il
tetto minimo stabilito dallIstat in 1.750 euro al mese, per una analoga
famiglia del Sud la soglia scende a 1.278 euro.
Negli ultimi 15 anni le retribuzioni lorde in Italia sono cresciute solo dello
0.6%. Dal 1993 ad oggi, la quota di poveri tra gli operai salita dal 27 al
31%.
Contratti di lavoro e lavoro precario
Un fenomeno non solo italiano: secondo Eurostat i precari in Europa, nel
periodo tra il 2003 e il 2010 sono passati da 63 a 124 milioni di persone, un
raddoppio in soli sette anni. La Germania ha una quota di lavoro precario
del 14%, la Spagna del 25%, la Francia del 15%, la Danimarca del 9%.
Da considerare che le statistiche europee prendono in considerazione solo
tre tipologie di lavoro precario: a tempo determinato, part-time e lavoro
parasubordinato e nella classifica lItalia si trova nella media europea. Ma se
si aggiungono altre tipologie particolarmente diffuse in Italia, (co.co.pro e
altre) il precariato italiano passa dal 12,8 al 17,2%.
Inoltre, il precariato italiano maggiormente frammentato rispetto al resto
dellEuropa e soprattutto produce una crescente dequalificazione del lavoro.
Distinguendo il precariato per fasce di et: 17,6% tra 15 e 24 anni; 30,3% tra
25 e 34 anni; 27,2% tra 35 e 44 anni e 24,9% over 44 anni.
Secondo lOcse Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico la percentuale di giovani con contratti di lavoro atipici/precari
in costante aumento dallinizio della crisi: 42,3% nel 2007, 4,4% nel 2009.
Il balzo in avanti ancora peggiore se si fa il confronto con il 1994, quando
la percentuale degli under 25 italiani con un impiego temporaneo era solo
del 16,7%. Ulteriore elemento: nel part-time donna il 77% degli occupati.
E le lavoratrici part-time rappresentano il 31% del totale delle donne
occupate, contro il 6,3% degli uomini. Il lavoro a tempo parziale (meno di
30 ore settimanali) rappresenta in Italia il 16,3% dei posti di lavoro totali.
Disoccupazione in Italia
Il tasso di disoccupazione in Italia, pari all8,1% nel marzo del 2011 salito
un anno dopo al 9,8% arrivando al 12% nei primi mesi del 2013. Effetto
della crisi in s, effetto delle politiche di austerit che invece di essere anticicliche (contrastare il calo delle attivit economiche) sono sostanzialmente
pro-cicliche (aggravano la fase di recessione). Con un record negativo
76

ulteriore che riguarda i giovani tra i 15 e i 24 anni, dove oltre il 36% in


cerca di lavoro ( il livello pi alto dal 1992).
Popolazione a rischio povert
Secondo Eurostat, in Europa una persona su quattro a rischio povert. E
otto su cento vivono gi in condizioni di miseria (e il dato del 2010). Ai
vertici della classifica, la Bulgaria con il 41,6% della popolazione a rischio, la
Grecia vanta un 27,7%, lItalia il 24,5%, la Germania il 19,7%, la Svezia il
15%. Media europea (Ue a 27): 23,4%.

Italia, paese dalle disuguaglianze crescenti.


Replicando una tendenza generale), anche in Italia le disuguaglianze si
accrescono, creando maggiori ingiustizie (ma una societ pu essere ingiusta?
Una societ, meglio: un sistema economico, pu addirittura accrescere le
ingiustizie? E se lo fa, perch si accetta tale condizione?), bloccando quel
meccanismo fondamentale che si chiama mobilit sociale verso lalto (e
che fino a pochi anni fa faceva sperare ai padri di poter dare un futuro
migliore del proprio ai figli). Secondo i dati Ocse, nei 34 paesi che fanno parte
dellorganizzazione il 10% della popolazione pi ricca ha mediamente
redditi superiori di nove volte rispetto al 10% della popolazione pi povera.
Un divario che aumenta, come detto, sia dove era gi evidente (come in
Israele e negli Usa), sia dove la disuguaglianza sociale sempre stata bassa
(come in Svezia o in Germania).
In questo quadro, lItalia uno dei paesi che si muove peggio allinterno
dellOcse: negli ultimi 20 anni la disuguaglianza aumentata. LIndice di
Gini (da Corrado Gini, statistico, economista e sociologo italiano, 18841965) varia tra zero e uno: zero quando i redditi sono uguali, uno
quando la differenza massima e la persona pi ricca percepisce tutto il
reddito. In Italia si passati da 0,30 nel 1985 a 0,35 nel 2009, a 0,47 nel
2011. In testa alla classifica, invece, per le minori disuguaglianze sociali ed
economiche: Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia ovvero i paesi dove
pi antica la tradizione dello stato sociale e dove maggiori sono state le
politiche di re-distribuzione dei redditi (necessarie appunto per ridurre
disuguaglianze e ingiustizie , per garantire quei diritti sociali che sono, come
visto, premessa indispensabile per avere concreti diritti politici e civili).
A questo si pu aggiungere lulteriore dato sugli incrementi di stipendio ai
manager italiani, variazione 2011 su 2010: Tronchetti Provera (Pirelli) +
258%; Guarguaglini (Finmeccanica) + 154%; Marchionne (Fiat) +43%;
Bernab (Telecom +42%; Elkan (Exor) +120%; Montezemolo (Fiat)
+43%; Colao (Vodafone) +7%.

77

DICHIARAZIONE UNIVERSALE
DEI DIRITTI DELL'UOMO, 1948
Articolo 1. Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignit e diritti. Essi
sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito
di fratellanza.
Articolo 2. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libert enunciate nella
presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di
sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine
nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
Nessuna distinzione sar inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o
internazionale del paese o del territorio cui un persona appartiene, sia che tale territorio
sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o
soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranit.
Articolo 3. Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libert ed alla sicurezza della
propria persona.
Articolo 4. Nessun individuo potr essere tenuto in stato di schiavit o di servit; la
schiavit e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5. Nessun individuo potr essere sottoposto a tortura o a trattamento o a
punizione crudeli, inumani o degradanti.
Articolo 6. Ogni individuo ha diritto in ogni luogo, al riconoscimento della sua
personalit giuridica.
Articolo 7. Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna
discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un
eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione
come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8. Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilit di ricorso a competenti
tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla
costituzione o dalla legge.
Articolo 9. Nessun individuo potr essere arbitrariamente arrestato detenuto o esiliato.
Articolo 10. Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e
pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente ed imparziale, al fine della
determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonch della fondatezza di ogni accusa
penale che gli venga rivolta.
Articolo 11. Ogni individuo accusato di un reato presunto innocente sino a che la sua
colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli
abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa. Nessun individuo sar
condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia
stato perpetrato, non costituisce reato secondo il diritto interno o secondo il diritto
internazionale. Non potr del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella
applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12. Nessun individuo potr essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella
sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, n a
lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere
tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13. Ogni individuo ha diritto alla libert di movimento e di residenza entro i
confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il
proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo
dalle persecuzioni. Questo diritto non potr essere invocato qualora l'individuo sia
realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle
Nazioni Unite.
78

Articolo 15. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.


Nessun individuo potr essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, n
del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16. Uomini e donne in et adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una
famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali
diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.Il
matrimonio potr essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri
coniugi. La famiglia il nucleo naturale e fondamentale della societ e ha diritto ad essere
protetta dalla societ e dallo Stato.
Articolo 17. Ogni individuo ha il diritto ad avere una propriet sua personale o in
comune con altri.
Nessun individuo potr essere arbitrariamente privato della sua propriet.
Articolo 18. Ogni individuo ha diritto alla libert di pensiero, di coscienza e di
religione; tale diritto include la libert di cambiare religione o di credo, e la libert di
manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria
religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza
dei riti.
Articolo 19. Ogni individuo ha diritto alla libert di opinione e di espressione incluso
il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere
e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20. Ogni individuo ha diritto alla libert di riunione e di associazione pacifica.
Nessuno pu essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia
direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. Ogni individuo ha il diritto
di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese. La
volont popolare il fondamento dell'autorit del governo; tale volont deve essere
espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed
eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera
votazione.
Articolo 22. Ogni individuo, in quanto membro della societ, ha diritto alla sicurezza
sociale, nonch alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione
internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti
economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignit ed al libero sviluppo della sua
personalit.
Articolo 23. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e
soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. Ogni
individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
Ogni individuo che lavora ha il diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente
che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un' esistenza conforme alla dignit
umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. Ogni
individuo ha il diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri
interessi.
Articolo 24. Ogni individuo ha il diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ci
una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25. Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire
la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo
all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi
sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia,
invalidit, vedovanza, vecchiaia e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di
sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volont. La maternit e
l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio
o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
79

Articolo 26. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita
almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare
deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla
portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base
del merito. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalit
umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libert
fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia
fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi e deve favorire l'opera delle
Nazioni Unite per il mantenimento della pace. I genitori hanno diritto di priorit
nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo 27. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale
della comunit, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi
benefici.Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali
derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
Articolo 28. Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i
diritti e le libert enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.
Articolo 29. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunit, nella quale soltanto
possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalit. Nell'esercizio dei suoi diritti e
delle sue libert, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono
stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libert
degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, nell'ordine pubblico e del
benessere generale in una societ democratica.Questi diritti e queste libert non possono
in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30. Nulla nella presente Dichiarazione pu essere interpretato nel senso di
implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attivit o di
compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libert in essa
enunciate.

Capitolo 11
Sociologia della rete (I).

La rete come ambiente comunitario.


Cos la rete? Perch ha conquistato un ruolo cos importante nelle nostre
societ? Perch sembra che senza la rete e senza apparati in rete non si
possa neppure esistere, individualmente e socialmente? Quali effetti ha
prodotto la rete sui nostri modi di vivere, comunicare, socializzare,
relazionarci, e soprattutto lavorare? La rete ha modificato lo spazio e il
tempo, ha cambiato i modi di comunicare, mutato i modi di pensare, ha
modificato il rapporto con solitudine, privacy, individualit/intimit. Ha
definito essa stessa la nuova forma della societ dandole il suo nome (dalla
societ fordista alla societ in rete). Rete, addirittura, come sinonimo di societ, di
partecipazione, di democrazia. Rete come modalit di collaborazione e di
condivisione. Rete come nuova forma dei partiti/movimenti politici. Rete
come nuova forma di democrazia dal basso. Ma anche rete come dovere
sociale di essere connessi, sempre e comunque.
Rete come mezzo per comunicare, collaborare, connettere, condividere,
partecipare, soprattutto lavorare; o rete come fine della stessa vita, come
80

unico modo per essere inclusi, per avere unidentit (oggi chiamato profilo
rivedere parte sullidentit)? La rete un mezzo tecnico come ogni altro mezzo
tecnico, che gli uomini quindi controllano e governano; oppure qualcosa
di pi e di diverso da un semplice mezzo, essendo divenuta (essere in rete,
essere connessi, essere in un social network) il fine della stessa societ,
avendo prodotto una societ sulla forma tecnica della rete (rivedere Anders,
forme tecniche come forme sociali), essendo quindi qualcosa che gli uomini non
governano ma da cui sono governati (la rete modifica relazioni,
comportamenti, lavoro, vita, pensieri, eccetera)? La rete il massimo della
libert, della condivisione libera, della libera informazione, della democrazia
e della libert di pensiero; oppure il massimo apparato di controllo mai
creato, limitando la libert e perfino linformazione (il 90% delle
informazioni che girano in rete sono infatti di derivazione comunque
giornalistica, ma nel mondo sono 4/5 le agenzie di stampa/informazione
che producono informazione, quindi)?

La rete ci rende stupidi, secondo Nicholas Carr (teorico e critico della

rete)? Ovvero: internet s un mezzo universale, la fonte principale delle


informazioni (ma quali informazioni?) e grazie ad essa aumenta in modo
esponenziale la capacit di accedere alla conoscenza; ma non vanno
sottovalutati gli effetti sulla capacit conoscitiva degli uomini. In particolare,
lo stile di lettura superficiale incoraggiato da internet sta indebolendo la
capacit di lettura profonda. Metaforicamente, Carr dice: Se un tempo ero un
sub che si immergeva nel mare delle parole, ora plano sulla superficie come un
ragazzino in sella a un aquascooter. I motori di ricerca produrrebbero cio
una modificazione della mente umana e a un processo di pensiero lineare o
sequenziale - vedere anche L. Demichelis, Societ o comunit, da pag. 139 a pag. 146, in
particolare pag. 142 - subentra un sistema di pensiero di tipo reticolare, che
svilupperebbe s la capacit di collegamenti laterali ma ridurrebbe la capacit di
attenzione e di concentrazione/riflessione (N. Carr, Il lato oscuro della rete, Rizzoli-Etas).
In rete siamo insieme, ma soli, secondo Sherry Turkle, ovvero: La
tecnologia seducente quando ci che offre soddisfa la nostra vulnerabilit
umana; si scopre allora che siamo davvero molto vulnerabili. Ci sentiamo
soli, ma abbiamo paura dellintimit: le connessioni digitali e i robot sociali
possono offrire lillusione della compagnia senza gli impegni dellamicizia; la
nostra vita in rete ci permette di nasconderci a vicenda anche mentre siamo
allacciati luno allaltro; e preferiamo comunicare per sms che parlare. E
ancora: in rete la gente sola. Ma la rete seducente. Ma se siamo sempre
on, potremmo negarci i vantaggi della solitudine. Credo che nella nostra
cultura della simulazione, il concetto di autenticit sia per noi ci che il sesso
era nellepoca vittoriana: minaccia e ossessione, tab e attrazione. Nei
social network le persone si riducono a profili. Con i nostri apparecchi mobili
spesso ci parliamo muovendoci e con poco tempo a disposizione (a dire il
vero cos poco che comunichiamo con un nuovo linguaggio di
abbreviazioni in cui le lettere sostituiscono le parole e le emoticon i
81

sentimenti). Non facciamo pi la domanda aperta come stai? Bens domande


pi limitate come dove sei? e cosa fai? Sono buone domande per sapere la
posizione dellinterlocutore e fare programmi semplici; sono meno buone
per aprire un dialogo sulla complessit dei sentimenti. Siamo sempre pi
connessi luno allaltro, ma stranamente pi soli (S. Turkle, Insieme ma soli, Codice
Edizioni).
Nella rete si formerebbe inoltre la wikinomics, ovvero la libera collaborazione
tra soggetti diversi (dal modello di Wikipedia, esteso a ogni tipo di
collaborazione/lavoro/eccetera).
Rete dunque come luogo della massima soggettivit/libert/democrazia o
della
massima
manipolazione/omologazione/conformismo?
Ma
soprattutto: chi governa davvero la rete? Pu la legge decidere come deve
essere la rete? Oppure la rete procede autonomamente, indipendentemente
dalla legge degli uomini (dal diritto), troppo lenta per raggiungere la velocit
della rete? Massima libert o massimo controllo da parte del potere (economico,
politico, eccetera), posto che i dati messi in rete, i siti frequentati, i profili sui
social network sono vendibili a societ che ne fanno usi specifici (controllo,
marketing, verifica dei curricula personali in caso di ricerca di lavoro,
eccetera)? A proposito delle cosiddette primavere arabe, ma anche del
movimento degli indignados e di OWS e prima ancora per le rivolte in Iran e
in Cina, si parlato di Rivoluzione di Twitter. Evgeny Morozov, esperto di
geopolitica e di rete, sostiene invece come anche governi tuttaltro che
democratici usino le piattaforme digitali piegandole ai loro fini di
sorveglianza e di controllo della popolazione e delle idee politiche e
culturali. In Russia e in Cina gli spazi di intrattenimento online, poi, sono
studiati apposta per spostare lattenzione dei giovani dallimpegno e dalla
partecipazione civile allintrattenimento, al gioco. Internet non dunque
inequivocabilmente buona e Twitter e Facebook non hanno avuto alcun
ruolo cruciale nelle rivolte giovanili o popolari degli ultimi anni e la
rivoluzione sarebbe accaduta con o senza di loro. Pensare alla rete come a
un propagatore naturale di democrazia e di libert fuorviante e pericoloso:
per garantire forme efficaci di cambiamento sociale necessario rimanere
calati solidamente nella realt (E. Morozov, Lingenuit della rete, Codice Edizioni).
E ancora: Lavvento di internet stato una rivoluzione. Ha cambiato le
dinamiche delle nostre relazioni, il nostro modo di fare acquisti e il nostro
rapporto con il mondo. In questo universo sottosopra, il talento e loriginalit
sono stati sostituiti dalla popolarit a ogni costo; la conoscenza stata sepolta
sotto un eccesso di informazioni e la democrazia viene minata dai milioni di ego
isolati da ogni struttura sociale e politica, vulnerabili alle menzogne
demagogiche e agli inganni. E una folla che denigra leccellenza ed eleva
leffimero, il banale, il mediocre. Lindividuo sta cedendo sempre pi il
controllo della propria libert e individualit alle esigenze della macchina in un
modo che non abbiamo ancora compreso del tutto. Ci stiamo davvero
82

evolvendo da homo sapiens a homo interneticus? (L. Segel, Homo interneticus, Piano B
Editore).
In rete e per la rete, il ruolo di Steve Jobs stato fondamentale. Sempre E.
Morozov ha riassunto cos questo ruolo. Steve Jobs ha sempre detto che
produceva computer da lui chiamati biciclette della mente. Con questa
espressione intendeva anche la produzione di una cosa cheap e accessibile
alle masse. Allo stesso tempo era convinto che il computer ci avrebbe
rafforzati nel fare operazioni che mai avremmo immaginato. Di fare stando
comodamente seduti a casa. () Labilit di Jobs stata quella di
accreditarsi come un critico verso il potere oppressivo delle big company di
quel periodo. Per promuovere i suoi pc parlava di una tecnologia che
avrebbe consentito un radicale decentramento del potere, dichiarando la sua
simpatia per il piccolo bello. Inoltre, sosteneva che si stava battendo per
svelare gli oscuri segreti della tecnologia, per renderla a portata di mano del
popolo. Il popolo ha quindi comprato la macchina per una ragione
soprattutto ideologica, pi che per la sua effettiva utilit. () C poi un
altro aspetto interessante nella costruzione del suo mito. Mi riferisco al
passaggio dalla controcultura radicale degli anni 70 a personaggio simbolo di
un capitalismo spregiudicato, schierato fino in fondo a difesa del libero mercato.
Bene, quel passaggio stato elaborato come la conversione alla rude
religione del capitalismo di unintera generazione. () Jobs si sempre
mosso come se vivesse in due mondi distinti. Da una parte ha parlato della
tecnologia come di un accessorio che poteva migliorare la condizione
umana. Un accessorio, tuttavia, che merita sempre una attenta valutazione
per verificare se corrisponde ai nostri valori morali. Allo stesso tempo
vissuto in un mondo rozzo che strumentalmente induceva a usare banali
gadget tecnologici, dalla dubbia utilit. Da una parte luomo spirituale,
dallaltra luomo daffari spietato. Jobs sosteneva anche che la tecnologia
dovesse essere invisibile per chi la usava. Se mettiamo questa affermazione
a confronto con le sue idee sulla indispensabile moralit della tecnologia,
notiamo una evidente contraddizione. Se una tecnologia invisibile, gli
umani non possono controllarla pienamente e ne diventano alla lunga
prigionieri.() Quando era giovane, Jobs aveva criticato lossessione
consumistica per il possesso delle cose. Poi invece ha costruito le sue
fortune economiche proprio sul consumo e sul possesso di oggetti ()Se si
entra in un Apple Store lesperienza molto diversa da quella iniziale di Jobs
(entrare, guardare, provare ed eventualmente comprare), oggi si avvolti da
una spirale emotiva in base alla quale chi compra Apple entra a far parte della
schiera degli eletti. Servono cio a vendere, alimentando il mito di una tecnologia
morale. E non un caso che anche Microsoft ultimamente abbia cominciato
ad aprire dei Microsoft Store molto simili (intervista a il manifesto dell8/05/
2012).

83

Di seguito si valuteranno alcuni aspetti della rete e soprattutto i suoi effetti


sociali, ci che la rete ha prodotto sulla forma e sulla struttura delle
societ.
Le reti telematiche, nelle loro diverse configurazioni, sono lo strumento
della nuova rivoluzione tecnologica che sta trasformando leconomia
mondiale e la vita degli uomini. Esse sono strutture costituite da un insieme
di calcolatori o dispositivi equivalenti (ad esempio il cellulare), collegati fra
loro dai canali fisici pi diversi (linee telefoniche, circuiti diretti numerici,
fibre ottiche, onde radio), che attraverso limpiego di appositi commutatori
consentono di scambiare informazioni, dati, posta, filmati, musica,
ecc., fra una pluralit di soggetti (Mariella Berra, Sociologia delle reti telematiche,
Editori Laterza, pag. 3). Della rete vanno considerati: i canali, che trasportano
fisicamente le informazioni opportunamente codificate: essi possono essere
dedicati, cio rivolti a un uso o utilizzatore specifico, o condivisi; i protocolli,
che definiscono le regole e le modalit di trasferimento delle informazioni; gli
apparati di rete, che collegano tra loro computer distinti: essi codificano
linformazione e la inviano sui canali. O ancora, secondo una visione
ottimistica della rete: La rivoluzione telematica consiste nella creazione e
diffusione di reti di calcolatori elettronici connessi mediante canali di
trasmissione (linee telefoniche, satellitari, a fibre ottiche) e capaci di
dialogare tra loro tramite un linguaggio comune. Oggi Internet permette di
abbracciare in una rete di comunicazioni lintero pianeta, offrendo a tutti gli
utenti una pressoch infinita gamma di informazioni, nonch di spettacoli di
intrattenimento, tra i quali lutente sar libero di scegliere a suo piacimento.
() Tre sono le caratteristiche fondamentali dei nuovi media: laccresciuta
possibilit per lutente di selezionare le informazioni alle quali desidera
accedere; in secondo luogo non soltanto la possibilit di ricevere, ma anche
di inviare comunicazioni; in terzo luogo la possibilit di combinare sia in
entrata che in uscita vari tipi di messaggi (testi, suoni, immagini) usando
insieme le potenzialit dei pc, della tv, della telefonia cellulare. Selettivit,
interattivit e multimedialit definiscono i tratti dei nuovi mezzi di
comunicazione. A questa se ne dovrebbe aggiungere una quarta, la
virtualit, la possibilit cio di creare mondi artificiali coi quali entrare in
contatto e interagire (Bagnasco-Barbagli-Cavalli, Elementi di sociologia, il Mulino). E
ancora: Gli effetti di questa rivoluzione sono pervasivi, si insinuano in
ogni ambito della quotidianit. () Ma dove gli effetti hanno (e avranno) un
impatto notevolissimo sui modi di lavorare, non solo perch la gran parte
dei lavori comporta un trattamento di informazioni, ma soprattutto per la
possibilit di de-localizzare molte operazioni.

Ancora la rete come ambiente.


Cosa significa ambiente? E il luogo in cui vi sono relazioni strette tra ci
che contiene (un bosco, una citt, un paese, un condominio, una casa, un
gruppo sociale, una fabbrica, un ufficio, un supermercato/centro
84

commerciale) e ci che contenuto (animali, uomini, legami, lavoro,


divertimento, consumo). Lambiente, con le sue caratteristiche e gli elementi
che lo compongono, influisce sullesistenza (individuale e sociale) degli
esseri umani, larchitettura di contesto e di decisione (influisce su come
vengono prese le decisioni e su come si fanno le scelte). Lambiente non
mai dato una volta per sempre, ma oggetto di divenire, di modificazione, di
trasformazione incessante, anche se vi possono essere fasi di accelerazione di
tale trasformazione; e a sua volta trasforma e incide su chi vive in
quellambiente.
Certi ambienti subiscono pesantemente le trasformazioni prodotte da chi vi
contenuto (lambiente naturale, ad esempio, sottoposto alle trasformazioni
prodotte dagli uomini); in altri casi lambiente a produrre pesanti
trasformazioni negli uomini che vivono dentro questo ambiente, modificando
comportamenti, azioni, relazioni, legami (ad esempio, il modello di
produzione fordista ha prodotto un ambiente a propria immagine e somiglianza:
la societ fordista). In questo caso, lambiente tecnico della catena di
montaggio ha prodotto modi di lavorare, di consumare, di vivere, di
comunicare, relazioni sociali, concetti di tempo e di spazio, comportamenti
collettivi e individuali specifici e funzionali (ovvero: necessari) al proprio
funzionamento.
Un processo analogo si verificato con la rete, tanto da far dire (a Bauman,
ad esempio) che la societ non pi intesa come una struttura ma come una
rete. Oggi, la rete lambiente prevalente, in questo ambiente si naviga
(ovvero, ci si muove, ci si adatta, si vive, ci si relaziona, ci si innamora, si fa sesso, si
gioca, eccetera). Si naviga metaforicamente, in realt sempre pi si vive in e con
questo ambiente, ancora pi tecnico (pi artificiale) rispetto alla fabbrica,
allufficio, ma sempre pi immateriale, virtuale, veloce. La rete dunque
ambiente, nel senso che produce e genera modi di relazionarsi, di
comunicare, di apprendere, di divertirsi, in una parola: di vivere.

Mediasfera e noosfera: vedi Raffaele Simone, Presi nella rete, Garzanti.


Prologo in treno.

Vita on-line/off-line
Tanto forte il potere di questo nuovo ambiente tecnico, che secondo uno
studio pubblicato nel maggio del 2011, non essere connessi, non poter usare
gli apparati tecnici legati al concetto di rete produrrebbero una sorta di
sindrome da vuoto digitale. Si trattato di un esperimento tra molti
simili degli ultimi anni - compiuto dallUniversit americana del Maryland
(titolo: The world unplugged http://theworldunplugged.wordpress.com) su mille studenti (max
23 anni) universitari di dieci paesi in cinque continenti: 24 ore senza
cellulare, Internet, musica e televisione hanno prodotto ansia, insicurezza,
solitudine, paura del silenzio. Come a dire: senza connessioni continue e
incessanti non riusciamo pi a vivere, la tecnica della rete davvero
85

diventata lambiente di vita. Solo che questo ambiente sembra avere un


potere di integrazione e di conformazione (rivedere parte sul conformismo)
decisamente maggiore di tutti gli altri ambienti sociali precedenti. Il 100%
dei ragazzi coinvolti nellesperimento avevano un cellulare, l85% un pc e il
60% di loro aveva mosso i primi passi su Internet prima dei dieci anni (il
20% addirittura prima dei 5 anni). Questi giovani passano nel 42% dei casi
dalle 3 alle 4 ore al giorno in rete; nel 25% dei casi, dalle 5 alle 6 ore. Il
tempo trascorso in un social network in media di 2 ore.
Gli Usa sono il paese con il maggiore tasso di assuefazione alla rete, ma i
dati sono omogenei nei cinque continenti considerati: rispetto a un 23% di
americani che si definiscono dipendenti da pc, telefonini e tv, fa riscontro il
20% dei messicani, e il 19% dei libanesi, contro un 12% di argentini.

I sensi umani e la rete.


Dallintelligenza sequenziale allintelligenza simultanea.
Suono, visione, scrittura. Intelligenza sequenziale o intelligenza simultanea. In
R. Simone, Presi nella rete, Garzanti, Capitoli 1, 2 e 3 (esclusa lAppendice).

Socializzazione in rete.
Le retoriche della rete.
Di fatto, la rete stessa produttrice di socializzazione (o meglio:
comunitarizzazione, se la rete tende a fare e ad essere comunit piuttosto che
societ) nella rete e con la rete. La rete luogo/ambiente di
relazione/integrazione (i social network), di creativit (informazione, conoscenza,
Wikipedia, YouTube), di condivisione, di partecipazione e di cosiddetta cittadinanza
attiva (la campagna elettorale di Barak Obama, i movimenti di opposizione
in Iran, il Popolo viola in Italia, le proteste in Tunisia, Egitto, Libia, Siria della
primavera 2011, il cui successo stato determinato - si detto - soprattutto
dalluso dei nuovi media virtuali, anche se da altre parti si sostiene che la rete
stata solo un mezzo di comunicazione, come nel 68 lo era stato il ciclostile,
ma che le cause sono da ricercare nella protesta per i rincari dei beni
alimentari e dalla voglia di libert e di democrazia). Rete, soprattutto, intesa
come sinonimo di libert, fino ai libertari della rete, agli anarchici virtuali, agli
hackers, al citato punk-capitalismo (ovvero la cultura giovanile del riuso non
autorizzato di immagini, musica, informazioni vedi in Societ o comunit, da
pag. 45 a pag. 49). Rete dunque come luogo di libert dallingerenza dello
stato e delle grandi organizzazioni economiche e politiche, di libera
circolazione delle informazioni, di loro condivisione.
Ma la rete - attenzione: non quella finalizzata alla ricerca di informazioni,
ma in particolare quella che determina i nuovi modi di lavoro appunto in
rete: lavoro di conoscenza, di consumo, di comunicazione - anche o
soprattutto luogo e pratica/sapere di integrazione funzionale (tutti in rete,
tutti connessi sempre e comunque), di separazione e di
86

individualizzazione accentuata, di alienazione e di fuga dalla realt nel virtuale

(second life e non solo), di antipolitica e di rifiuto della democrazia (il


populismo virtuale), di spettacolarizzazione di s (ancora YouTube o Facebook), di
solitudine e di egotismo (i blog come ultima espressione del nichilismo
contemporaneo; e secondo Geert Lovink, esperto di cybercultura, i blogger
non hanno il tempo e le capacit per svolgere alcuna ricerca, per cui
raramente arricchiscono una notizia e su un dato argomento si limitano di
solito a creare una nuvola di impressioni, in F. Metitieri, Il grande inganno del web 2.0,
Laterza, pag. 39), di anonimato e insieme di paura dellanonimato (voler
comparire/esserci, per la paura di non esserci, che nasce da una societ comunque
di massa).
Ancora relativamente ai blog: sui blog non si discute in modo paritario,
perch il possessore del blog pubblica le sue opinioni sui post, che sono pi
evidenti, mentre i commentatori sono relegati in spazi meno visibili. I
commenti di solito non sono messi in evidenza, neppure nei casi in cui i
blog vengono forumizzati, cio quando si creano costanti, lunghi e accesi
dibattiti, che diventano pi interessanti degli stessi post. Secondo la
consuetudine pi diffusa, il proprietario del blog pu gestire il proprio
spazio come meglio crede, persino censurando arbitrariamente i commenti,
senza dover rendere conto a nessuno. Eppure, avere un blog
obbligatorio (ancora F. Metitieri, cit., pag. 37), ovvero non averlo porta
allesclusione dal gruppo. Dunque, conformismo del blog. Come in Facebook o
con Twitter?
Ad ogni individuo, libero dai vincoli di tempo e spazio, viene data
lillusione di poter essere sempre ovunque e con chiunque, ma anche la
possibilit di giocare un ruolo di partecipante attivo. Le reti telematiche sono
lo strumento di questa trasformazione. Il loro intreccio con le reti sociali d
luogo a un grande sistema socio-tecnico come mai esistito nella storia
delluomo. (M. Berra, Sociologia delle reti telematiche, pag. V). E ancora: Fra
tecnologia e societ si crea un processo di doppia interazione. Le tecnologie
non sono solo veicoli che accelerano, compongono e ricompongono le relazioni sociali,
ma in quanto espressione di conoscenza ne diventano sempre pi sostanza.
Le reti telematiche, combinandosi con le reti sociali, hanno la potenzialit di far
crescere una nuova organizzazione e un nuovo sistema dinamico di relazioni nella
societ, che ridefiniscono aree, strategie, poteri: il risultato di queste
trasformazioni non univoco e determinato, ma ambivalente e segnato da
contraddizioni. Soprattutto, ancora una volta, un apparato tecnico la
rete, appunto, come ieri la catena di montaggio del fordismo a determinare
una riarticolazione della societ, una sua riorganizzazione sulla base
della nuova tecnologia prevalente e predominante, tanto che oggi
limperativo del dover essere in rete, del dover essere sempre connessi, fortissimo e
determina persino i nuovi meccanismi di inclusione/esclusione sociale.
Molti (ad esempio Franco Carlini, esperto italiano di reti e di mondi
virtuali) hanno distinto tra sistema e rete, tra fare sistema e fare rete. Che
87

sarebbero due modalit opposte di connettere, di legare insieme le parti di


qualcosa. Fare-sistema significherebbe immaginare unorganizzazione
(impresa, stato) come una macchina, funzionante secondo un disegno prestabilito e pre-messo, razionale e ingegneristico, dove ogni ingranaggio e ogni
lavoratore sub-ordinato compie il proprio movimento, chiaro e definito.
Fare-rete sarebbe invece una modalit libera di organizzazione, secondo la
logica del bazar, forma di vita sociale reticolare, con relazioni apparentemente confuse.
La rete sarebbe allora una tecnologia non dura come quelle del fordismo, ma
una tecnologia flessibile e soprattutto abilitante, capace di generare e consentire la
crescita di relazioni e di reti sociali prevalentemente informali, non-sistemiche
appunto. Sarebbe anzi la logica stessa della rete senza un centro,
dominata da un principio di accrescimento apparentemente senza fine
a determinare questo risultato, ben diverso dalla catena di montaggio (ad
esempio) dove tutto era concatenato, vi era un centro/inizio e una fine e
tutto era rigidamente regolato e previsto.

Il concetto di rete. Reti vecchie e nuove.


Le reti (le vecchie reti ferroviarie, stradali, aeree, gli oleodotti e i gasdotti,
tutte reti) e le relazioni sociali sono ovviamente sempre esistite, ma la rete
oggi consentirebbe nuove possibilit di espansione/connessione. Internet,
infatti sarebbe un insieme di pezzi diversi, gestiti da soggetti anchessi diversi,
unificata solo da uno standard comune di trasmissione e di connessione. Mentre
un sistema relativamente facile da costruire e da far funzionare, una rete non
lo , perch le reti sarebbero composte da individui, da parti singole, che
rivendicherebbero una propria auto-nomia, difficile (se non impossibile) da
tradurre in sistema. Dunque, la rete sarebbe pi libera, pi democratica, pi
auto-noma rispetto al sistema/apparato, modello che fino ad oggi avrebbe
determinato la costruzione di ogni modello organizzativo. Per cui ieri si
diceva che unimpresa, uno stato, una nazione dovevano fare sistema.
Mentre oggi prevarrebbe la logica della rete, del fare rete.
In realt anche la rete un apparato tecnico, che cresce sempre di pi
(principio di auto-accrescimento); dominato anchesso dalla regola: se si pu
fare si deve fare; fondato sulla standardizzazione (windows, motori di ricerca e
informazioni on line), semplificazione (sms, Twitter), individualizzazione
(ciascuno davanti al pc, solitario anche se connesso) e soprattutto connessione,
legare insieme, collaborazione tra le parti. Perch la rete individualizza, produce
qualcosa forse di simile al solismo indicato da Anders, ma poi, come ogni
apparato deve connettere, integrare, totalizzare. La rete esiste grazie a questa
connessione/integrazione di tutti in rete. Ponendo una serie di problemi alla
libert degli individui, alla democrazia come la si costruita nel tempo.
Perch ogni societ nasce dalla collaborazione e dalla condivisione di cose,
idee, processi tra gli uomini che la compongono, ma questa collaborazione e
condivisione una scelta, pi o meno consapevole; in rete, sembra che sia
88

invece lo stesso apparato/rete a determinare/produrre questa


collaborazione/condivisione.
La struttura delle reti determina dunque anche il comportamento globale e
sociale di chi vi partecipa. E allora, anche la rete sembra fare sistema: un
sistema, dove vige sempre la logica del sud-dividere per poi ri-comporre, del
bringing together di tayloristica memoria, dellintegrazione delle parti. La rete, se
tale, fatta di connessioni, la stessa metafora dei nodi definisce una
struttura comunque legata insieme, connessa, integrata nelle sue diverse
parti/nodi. In fondo, non molto diversa dalla logica del sistema. E anche la
rete ha un disegno prestabilito, che dato dallarchitettura complessiva della rete
stessa, talmente perfetta ed auto-referenziale (che sempre conferma se
stessa) che possibile legare sempre nuove connessioni/nodi senza che il
disegno complessivo venga meno, anzi, disegno/rete che anzi si rafforza
integrando a s ogni nuova connessione, ogni nodo della rete.
Inoltre, anche la rete fatta da parti separate. Semmai, ancor pi
separate/sud-divise rispetto al sistema classico del fordismo e del toyotismo.
La distanza reale tra le parti (si pu essere connessi con altre parti distanti
molti chilometri) superata dalla loro vicinanza nel virtuale, in questo ambiente
artificiale che la rete, luogo immateriale dove per si svolge la maggior parte
del lavoro, dove oggi si forma la maggior parte dei legami, delle relazioni
sociali. Cancellando la vicinanza fisica, la rete crea una vicinanza virtuale, ma
questa vicinanza fatta da distanze reali tra i diversi soggetti della rete
(manca il contatto fisico, non si di fronte agli altri, si pu alterare la propria
identit, una vicinanza virtuale diversa da una vicinanza fisica).
Se la televisione, secondo Anders, portava il mondo di fuori nella casa di
ciascuno, questo meccanismo si ulteriormente accentuato con la rete. Se la
tv era essenzialmente una ricezione passiva di questo mondo esterno, con la
rete crescerebbe invece lattivit e la partecipazione attiva (con la rete si
comunica, attraverso la rete si dialoga), ma cresce soprattutto lillusione della
partecipazione attiva, tra soggetti sempre pi solistici (ancora Anders),
distanti, separati. E difficilmente, con la rete, lampiezza del movimento o
della comunit (la connessione tra uguali) che si crea riesce a superare certe
dimensioni, come dimostrano molti movimenti sociali o di protesta (vedi
sopra), nati in rete ma l rimasti, senza una vera capacit di incidere sulla
realt-reale. La logica del solismo (ciascuno a casa propria, ciascuno davanti al
proprio pc), blocca o limita ogni possibilit di organizzazione fisica e reale
della societ, che sempre pi rimane in una condizione virtuale.

Rete e/o democrazia.


Qui si sostiene la tesi per cui la rete non luogo della democrazia orizzontale
contro la verticalizzazione della democrazia che si starebbe producendo nella vita
reale (leaderismo, populismo, eccetera); non luogo della non-gerarchia
contro le rigide gerarchie del fordismo; ma espressione di una
gerarchizzazione diversa da quella passata; e di una democrazia forse solo
89

apparente, in quanto ben pi integrata e integrante con il mezzo tecnico-rete


rispetto alla democrazia parlamentare, rappresentativa. E veloce e
(apparentemente) senza regole, la rete; mentre la democrazia ha bisogno di
regole e di lentezza. Prevale listantaneit, il breve termine, limmediatezza,
limpeto; mentre la democrazia ha bisogno di riflessione, di costruzione del
pensiero, di dialogo (vedi parte su Rete-crazia e net-populismo in Societ o
comunit). La rete e la tecnica (di cui la rete lultima forma), diventano
allora un problema per la democrazia, essendo un potere che si sottrae al
controllo democratico (riflettere sul caso Movimento 5 Stelle). Cos come
esiste una con-fusione ideologica tra democrazia e mercato (il mercato come
luogo dove domanda e offerta, anche politica, si incontrerebbero), oggi
esiste la con-fusione tra rete e democrazia, ovvero lidea che la rete sarebbe
per definizione democratica. Una democrazia non pu esistere solo nel
virtuale. La societ non pu trasferirsi dal reale al virtuale se non perdendo la
propria natura per acquisirne una nuova e diversa, derivata direttamente dal
mezzo che crea questa nuova realt (appunto virtuale, del tutto artificiale),
astraendo sempre pi dalla realt.
La rete, al di l delle retoriche che la definiscono come luogo aperto,
democratico, partecipativo invece produce anche questo effetto: indebolisce
i legami con la realt fisica, accresce i legami con la realt virtuale, dove si
trasferiscono le pratiche di comunicazione, socializzazione, relazione; le
quali per, proprio passando ad una realt diversa, diventano diverse dal
passato, assumendo la forma del mezzo tecnico attraverso cui si realizzano (il
messaggio il mezzo, il mezzo il messaggio McLuhan), vivendo in una realt
virtuale e non reale.
Perch se la societ e la democrazia passano attraverso uno specifico mezzo
tecnico (di organizzazione, di funzionamento, di comunicazione) ne
assumono la forma la societ, dalla catena di montaggio alla rete acquisisce
sempre pi una forma tecnica) - e le procedure, modalit di funzionamento,
organizzazione. Dove tutto (identit personale, ambiente di vita e di lavoro,
denaro e scambi, relazioni e legami con gli altri) pu addirittura essere
ricostruito o rifatto, quasi fosse un gioco.

Social network, social community.


Facebook, Twitter.
Dopo MySpace, Facebook: il social network la cui popolarit esplosa tra
2008 e 2009. Una moda (nata soprattutto grazie al passaparola, ma ben
presto divenuta una autentica tendenza sociale), una realt che si svilupper
ancora, un nuovo modo di fare comunit in rete; oppure una illusione di libert,
un modo per sconfiggere lanonimato della societ di massa individualizzata
(sono/esisto non tanto perch mi vesto in un certo modo ma perch sono su Facebook e
sono il mio profilo e gli altri mi vedono e sanno che esisto), oppure un modo
di esprimere in rete un disperato bisogno di relazioni personali e di amicizia (su
90

Facebook si hanno amici, appunto e tutti sono amici, anche se non ci si


conosce)?
Un social network, dunque, un network di persone reali che usano la rete per
dialogare/comunicare/far sapere cosa pensano? Oppure, cos come i
videogiochi servono ad insegnare facilmente luso del mezzo e laccettazione
della virtualit come realt prevalente e facile e soprattutto edonisticamente
attraente, cos Facebook e la sua logica dellamicizia servono, sono utili e
necessari per accrescere la partecipazione e lintegrazione delle persone
nellapparato tecnico della rete? Meccanismo di socializzazione nella tecnica
(entrare sempre pi nellapparato, ma lapparato ha le sue regole, incontrare gli altri, gli
amici, magari quelli che non si hanno nella realt, grazie allapparato tecnico, lunico
modo che si ha di socializzare Facebook, dunque questo apparato diventer sempre pi
familiare e necessario proprio per far funzionare quel fattore essenziale della vita umana
che la socializzazione). Che procede parallelamente allaltro effetto di questi
social network, ovvero quello della progressiva perdita pi si d il proprio
profilo - della propria identit/individualit e soprattutto della propria privacy,
ovvero si mette il proprio profilo, ci si espone (ci si es-pone, ci si pone fuori da
noi stessi, ci si mette in pubblico - in vetrina - dunque si rinuncia deliberatamente
alla privacy), come se Facebook fosse un altro elemento di una grande societ
dello spettacolo.
Il social network come mezzo virtuale per uscire dallisolamento. La paura
dellisolamento superata con amicizie virtuali, con la retorica del social applicato
ad un mezzo tecnico che - per sua natura intrinseca e per sua modalit di
funzionamento - individualizza e rende soli (solistici, ancora secondo Anders),
ovvero de-socializza e che allo stesso tempo offre il mezzo (tecnico) per
superarlo e curarlo, appunto il social network - curare ma in modo ancora
tecnico, un prendersi cura non solo di ogni anima del gregge tecnologico, ma anche
per quanto riguarda gli effetti negativi dellessere in rete, nella logica che
anche per curare gli effetti negativi della tecnica occorre sempre pi tecnica.
Una tecnica che immunizza dallisolamento da esso stesso creato, offrendo la
cura dellisolamento con il social network. Allo stesso tempo riducendo lidentit
personale e cancellando quella solitudine virtuosa che il pensarsi e il pensare
da soli. In Gb il tempo passato faccia a faccia con altre persone fisiche si
ridotto da 6 a 2 ore al giorno, a vantaggio degli incontri virtuali. Negli Usa,
la media di sms inviati da adolescenti di 1.700 al mese. Si sempre meno
in compagnia reale, ma si sempre pi connessi con gli altri.
Paradossalmente, insieme cresce lansia da non-essere-connessi, laltra faccia
della paura dellisolamento. Il tempo si riempie di messaggi e di comunicazioni,
spesso senza altra utilit se non quella di sentirsi connessi/insieme con gli altri.
Il tempo si riempie di un fare che si chiama comunicazione/messaggi, il
palinsesto di una giornata non prevede spazi solitari e di riflessione (vedi
parte On-line oppure off-line).
La rete poi ha un ulteriore effetto, relativo al diritto alla privacy: quello che
viene chiamato diritto alloblio. Un diritto dellindividuo (sul suo passato, sulle
cose che ha fatto, sulle idee che ha cambiato), che si scontra con la potenza
91

dellinformazione esistente in rete. La rete ha la memoria lunga i dati (veri


o falsi, un altro problema infatti quello di chi controlla e come controllare
la correttezza dellinformazione esistente in rete, vedi Wikipedia) vengono
conservati per anni ma soprattutto permette una grande facilit di ricerca.
Si tratta di conciliare il diritto alla privacy e alloblio con la libert di accesso
alla rete. La questione riguarda in particolare i social network come
Facebook, che possono continuare a trattare e conservare i dati personali
delle persone anche dopo che queste hanno chiesto la cancellazione, mentre
i commenti personali pubblicati su profili altrui persistono anche dopo la
cancellazione del proprio profilo; i blog, dove pu essere molto difficile
ottenere il diritto alloblio per contenuti pubblicati su un blog o su un sito
personale altrui; YouTube; i motori di ricerca che possono presentare fatti
vecchi riguardanti persone o aziende (in questo caso, solo un giudice o il
garante della privacy pu imporre ai motori di non mostrare pi quei siti agli
utenti).
E la possibilit di andare a cercare il passato di una persona ritrovando tutte
le sue tracce lasciate in rete - tecnica sempre pi usata da chi fa selezione del
personale, per una sempre pi dettagliata analisi personale/motivazionale
dei candidati.
Inoltre, in rete sembra accrescersi la superficialit della comunicazione, crescendo
dalla televisione alla rete e grazie anche alla continua convergenza dei diversi
media di comunicazione. Ci che avviene poi grazie a Facebook e
lillusione/allusione di essere continuamente connessi (always on) con le
proprie comunit di riferimento, ovunque si sia, viene definito come mobile social
networking, un contatto costante e mai interrotto con i cosiddetti vicini digitali.
Un fenomeno che investe e coinvolge soprattutto i pi giovani, nati assieme
alla rete e per questo definiti spesso come nativi digitali.
La societ sempre in rete, ma in modo soprattutto superficiale. La societ
dello spettacolo passa dalla televisione, dove ormai predominante, alla rete
(YouTube lesempio pi evidente, sempre pi simile alla tv con la
prossima introduzione di canali a pagamento). Ma in rete si trasferiscono
anche molti dei problemi legati allinfanzia e alladolescenza, dal
cyberbullismo alla incapacit di approfondimento grazie al copia e incolla
e alla presunta veridicit dei motori di ricerca (il 90% degli adolescenti tra
12 e 19 anni usa la rete per cercare informazioni), passando per i
videogiochi (57% dei bambini tra 7 e 11 anni).
Ovvio, comunque, che Facebook sia, come ogni tecnica, a doppia faccia. Con
Facebook si possono trovare amici perduti, cercare contatti di lavoro,
ampliare le proprie conoscenze, trovare le foto con la propria immagine,
partecipare a dibattiti e campagne sociali o politiche. Allo stesso tempo,
sconosciuti possono vedere le foto personali e il profilo, chiunque pu
controllare la lista degli amici, si stimola il narcisismo e si crea dipendenza
(simile a quella da gioco, da alcool, da droghe).
92

Amici/amicizia su Facebook ma anche su Twitter, ultimo microblog con il


quale si fa sapere ad un ampio gruppo di conoscenti/amici cosa si sta
facendo in quel momento, ovvero: sentirsi parte di una comunit facendo sapere
a tutti cosa si sta facendo. Un fare comunit limitato, veloce e soprattutto sintetico
(massimo di 140 caratteri di testo), ovvero, ancora: non riflessione, velocit,
semplificazione; Ma anche in questo caso seconda faccia del fenomeno
possibilit di comunicare a tutti eventi, fenomeni, accadimenti, incidenti,
disastri naturali, eccetera, quindi mezzo in questo caso di informazione e di
comunicazione (anche qui, con il limite di chi controlla/verifica le notizie).
Si sostiene poi - ad esempio Luca De Biase, responsabile di Nva 24 del Sole
24 Ore, autore di Economia della felicit (Feltrinelli) - che MySpace, Facebook,
Twitter, ma anche YouTube, i blog e Wikipedia non sono tanti piccoli media, ma
un unico grande medium fatto di persone che si esprimono e si connettono.
Un medium a rete, diverso dai media gerarchici del passato (come la tv),
nei quali i produttori di contenuti sono da una parte e i fruitori dallaltra:
qui, invece, i fruitori e i produttori sono dalla stessa parte, sono un grande
pubblico attivo, Una partecipazione che pu rivelarsi molto gratificante.
La rete, comunque, ha una propria logica, quella delleffetto-rete, ovvero: una
tecnologia ha tanto pi valore quanto maggiore il numero degli utenti,
perch quando molte persone usano un certo medium per connettersi, altre sono invogliate
a farlo.
Ancora De Biase: Si pu dire che la storia di internet stata anche una
evoluzione delle piattaforme per espressione e connessione personale. Le
sue dinamiche erano gi chiare una dozzina di anni fa, quando chi voleva
pubblicare ondine doveva conoscere il linguaggio di programmazione html
e larchitettura del web. Poi arrivarono i blog che facilitarono la
pubblicazione, moltiplicando i produttori di contenuti. La quantit divenne
qualit: cento milioni di blog si fecero sentire dallintero sistema dei media.
Oggi, forse, avviene qualcosa di analogo: i blog richiedono comunque un
certo impegno, mentre le nuove piattaforme consentono di pubblicare pi
facilmente e senza troppi pensieri, perch quei contenuti non sono rivolti a
chiunque, ma soltanto agli amici (o almeno cos sembra). E ancora De
Biase: La rete un ecosistema dellinformazione. Vive di infodiversit. E tra le
molte specie che lo popolano, quelle che vivono meglio sono in simbiosi con
le altre. () Chi voglia prosperare nel contesto della rete dovr concentrarsi
soprattutto su una questione: come mettersi al servizio dellinsieme. >>>
vedi conformismo, influenza sociale, persuasione, ecc.

Facebook un social network?


Pi di un miliardo di utenti attivi, registrati in tutto il mondo (secondo
dichiarazione dello stesso social network); mentre di 100 miliardi di dollari
stato il valore stimato di Facebook alla vigilia del collocamento in borsa
(Nasdaq di New York), nellofferta iniziale di azioni pi ricca mai realizzata
da una impresa (ma 57,3% la quota di azioni con diritto di voto che
93

rester nelle mani del suo fondatore, Mark Zuckerberg, dopo la diffusione
dei titoli al pubblico, ovvero, Facebook rester saldamente sotto il controllo
del suo fondatore). Facebook, con questi dati, ancora un social network,
ovvero qualcosa di sociale? La societ (quella fatta da uomini che vivono in
un certo spazio e per un certo tempo tra di loro, relazionandosi, cooperando
liberamente) qualcosa da quotare in borsa? Se qualcosa che ha nome social
viene quotato in borsa, non muta forse la sua natura? Facebook sta
mutando la sua forma, diversa dalle origini, diventando sempre pi
unimpresa tipicamente capitalistica, per di pi (come Windows) ponendosi
in una condizione di monopolio. Ha superato e spezzato la antica vocazione
democratica, aperta, quasi-anarchica e libertaria, per divenire una impresa
capitalistica a tutti gli effetti, che cerca e produce profitti, che vende profili
alle imprese di marketing, gestita come dicono i suoi critici da un dittatore
di nome Mark Zuckerberg che pu decidere chi pu stare e chi no in
Facebook: e quindi e ancora: lo si pu definire con il termine/aggettivo di
social? La rete quella rete nata come mondo libero, libertario, appunto
quasi-anarchico sta diventando un sistema prettamente capitalistico, dove i
pi forti hanno cercato di comprare i concorrenti, privilegiando la crescita
dei profitti piuttosto che la strada della libera condivisione, producendo un
numero ristretto di multinazionali che controlla lintera rete.

Il web 2.0.
In una Internet di massa, trovare ci di cui si ha bisogno sempre pi
difficile, ma ancora pi difficile valutarne lattendibilit. E il prodotto
dellideologia del web 2.0 quello di blog e social network che preconizza la
scomparsa degli intermediari dellinformazione, dai giornalisti alle testate di
prestigio, dai bibliotecari agli editori, presto sostituiti dalla swarm intelligence,
lintelligenza delle folle: chiunque pu e deve essere autore ed editore di se
stesso. Il mondo web 2.0, dove nessuno tenuto a identificarsi e chiunque
pu diffondere notizie senza assumersene la responsabilit, realizza davvero
un sogno egualitario, o piuttosto un regno del caos e della deriva
informativa? (Fabio Metitieri, Il grande inganno del web 2.0 Editori Laterza).
Ovvero: ci che si trova in rete, specie su motori di ricerca come Google, ha
unaura di veridicit sempre e comunque. Google la nuova fonte di veridizione
della societ in rete perch se lo dice Google, vero. Nessuno insegna cosa
cercare e come cercare in rete, troppo spesso si prendono i materiali in rete
leggendone solo una piccola parte, semplificando ulteriormente la
comunicazione e la conoscenza che pure dovrebbe transitare in rete.
La rete vive anche di uno specifico marketing per se stessa, ovvero di una
azione per persuadere, convincere gli utenti della propria utilit e della
propria insostituibilit, per sostenere il proprio processo di crescita infinita e
senza controlli, per coinvolgere emotivamente gli utenti nella propria
capacit di organizzazione. Come ogni prodotto che deve essere venduto,
che deve legare a s sempre pi il consumatore, anche la rete, nella rete si
94

usano i vecchi meccanismi della induzione al consumo se non di una vera e


propria manipolazione dei consumatori. Uno di questi la regola
dellinvecchiamento psicologico dei prodotti, pratica antica del marketing
che consiste nellindurre nei consumatori lidea che un certo prodotto per
altro ancora ben funzionante sia passato di moda, invecchiato appunto (un
invecchiamento psicologico, non reale) e quindi non pi di moda, non pi mezzo
di riconoscimento sociale, anzi il contrario (se non si ha il nuovo prodotto,
si out). Un processo analogo accaduto con quello che viene definito
come web 2.0 (ancora da F. Metitieri, Il grande inganno del web 2.0, Laterza). Dopo
leuforia degli anni 90 per tutto ci che era informatica e Internet, il settore
era purtroppo stato colpito prima dallo scoppio della bolla finanziaria del
2000, che aveva messo in ginocchio molte start up, le piccole societ che,
lavorando sul terreno del web sembravano in grado di arricchire tutti; e
successivamente, dal fallimento, nel 2002, di tante societ di
telecomunicazioni, grandi e piccole. () Per tale motivo, nel 2004, leditore
Tim OReilly stava cercando una nuova formula per rilanciare i suoi libri e i
suoi convegni dedicati allinformatica e a Internet; nacque cos, nellautunno
di quellanno, il termine web 2.0, che secondo OReilly indicava luso del web
come piattaforma. Il termine web 2.0 poneva grande enfasi sulla
democraticit della rete e sulla facilit di accesso, ma soprattutto sulla
capacit di questa fantomatica rete di seconda generazione (2.0, appunto, rispetto
ad un ormai superato 1.0, psicologicamente invecchiato) di permettere agli utenti
di collaborare (ancora il concetto di collaborazione) tra loro, producendo e
pubblicando contenuti (non pi solo utenti passivi, ma anche produttori attivi di
contenuti, vedi sopra), ovvero gli user generated content.

Wikileaks, il segreto
e leccesso di informazioni?
Il caso Wikileaks. Se la rete vive della libert dei navigatori, se la democrazia
e la libert sono i suoi valori forti, allora mettere in rete segreti diplomatici e
politici ed economici dovrebbe essere la norma, cosa bene accetta anzi
incentivata e sostenuta. Invece, anche chi aveva sostenuto lassoluta libert
della rete e nella rete, come lamministrazione americana di Obama, ha poi
condannato lazione di Wikileaks come minaccia per lo stato e per le relazioni
internazionali e cercato in tutti i modi di incarcerare Juliane Assange, il suo
fondatore e il suo promotore.
Ma allora, cos Wikileaks? La metafora perfetta della rete, quindi libera,
democratica, anti-sistema, libertaria; oppure il suo pericolo maggiore,
proprio perch possibile minaccia per il potere politico ed economico? E
cos dunque la rete, un luogo dove massima la libert oppure dove
massimo il potere di controllo, esercitatile dallo stesso potere che i
movimenti sociali che usano la rete cercano di abbattere (ancora Tunisia,
Egitto e prima ancora Iran)?
95

Di pi: la quantit di file messi in rete da Wikileaks non sembra avere


prodotto reazioni o contestazioni, neppure davanti alla prova di
comportamenti illeciti o moralmente esecrabili. Perch? Vale il principio per
cui un eccesso di informazioni produce il disinteresse per queste informazioni e
la quantit sommerge la qualit? Perch nella societ prevale oggi
lindifferenza, quale che sia la realt con cui si viene in contatto, per cui
divertimento e delitto hanno lo stesso effetto e sono di fatto assimilabili
quanto al loro impatto sulla pubblica opinione? E perch Wikileaks ha usato,
per diffondere i propri file, mass-media tradizionali e per di pi cartacei? Per
avere un filtro ai propri documenti, una selezione affidabile, una attendibilit
maggiore? Anche qui vale il principio per cui molti sono i navigatori ma
pochi sanno valutare lattendibilit delle fonti da cui traggono le
informazioni che poi usano? La rete la verit, la rete produce meccanismi di
veridizione (ci che passa in rete vero per definizione e/o lo si crede vero proprio
perch in rete), quale che sia questa verit (In Google we trust)?

Sociologia delle reti (II)


Riferimenti:
Raffaele Simone, Presi nella rete, Garzanti, Capitoli 6, 7 e 9 - pi Epilogo
in piazza;
L. Demichelis, Societ o comunit, Carocci da pag. 108 a pag. 121, e il
Capitolo 5 (Conclusioni escluse).

Capitolo 12
La famiglia e la societ moderna.
La famiglia tradizionale solitamente e comunemente intesa come nucleo
comunitario elementare, che unisce due persone di sesso differente, con i loro figli.
La famiglia viene inoltre considerata come elemento fondamentale e fondante per i processi
di socializzazione ma anche di individuazione (ovvero, costruzione di una
propria individualit autonoma) e di costruzione ed elaborazione dei rapporti interindividuali. Da un lato rappresenta il tramite tra lindividuo nella sua singolarit e
lindividuo come parte della societ; dallaltro, costituisce il luogo di relazioni, affetti,
comportamenti specifici, che vanno poi a intersecarsi con quelli delle altre famiglie.
La famiglia da intendersi come un fenomeno culturale, pi che naturale (anche se
talvolta presentata appunto come societ naturale, ovvero fondata su vincoli biologici che
solo in un secondo tempo verrebbero istituzionalizzati e legittimati dalla cultura del
tempo), e quindi storicamente determinato, ovvero variabile tra culture diverse e tra epoche
diverse. Anche la famiglia il modello di famiglia predominante in una data societ -
un sapere sociale.
La famiglia come fenomeno culturale nasce essenzialmente dalla necessit della divisione
del lavoro di cura tra i sessi e tra le generazioni, attribuendo e distribuendo compiti,
96

responsabilit, tempi di cura tra i diversi membri della famiglia e favorendo allo stesso
tempo la creazione di relazioni sociali con altri gruppi familiari. Divisione teorizzata
ancora nel 900 dai funzionalisti come Talcott Parsons, per i quali la divisione del lavoro
secondo il genere (maschile e femminile, appunto) era funzionale alle esigenze della vita
moderna, per cui il padre lavorava fuori casa per esigenze economiche e di produzione del
reddito e la madre si occupava invece della crescita e della cura dei figli e dei lavori
domestici.Una sorta di taylorismo del lavoro familiare.
Legata ai mutamenti sociali, la famiglia rispecchia al proprio interno (ma spesso produce
anche allesterno) mutamenti culturali e sociali (la famiglia di oggi non pi la famiglia
patriarcale di solo 50 anni fa o meno). La famiglia ha dunque caratteri molteplici, ma
due in particolare: da un lato un elemento di stabilit/stabilizzazione rispetto al mondo
esterno (la famiglia d protezione, aiuto, sicurezza), dallaltro riflette le inquietudini e i
mutamenti culturali ed oggi economici della societ.
Soprattutto: la famiglia non qualcosa di immutabile nel tempo e nello spazio (nel
mondo, molte sono le tipologie di famiglia esistenti), ma continuamente muta se stessa e la
societ di riferimento (e viceversa).
LIstat, per lultimo Censimento, ha adottato questa definizione: per
famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio,
parentela, affinit, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi
dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte
nellanagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una
famiglia costituita anche da una sola persona.
In sociologia e in diritto si discusso a lungo sulle forme che
deve/dovrebbe avere una famiglia per essere considerata tale: se pu essere
famiglia un nucleo di due persone, ma senza figli; se presupponga rapporti
sessuali tra i coniugi; se ne facciano parte anche parenti e affini coi quali vi
siano regolari relazioni affettive ed economiche e fino a che grado di
parentela e di coinvolgimento; se debba aversi sempre e comunque una
approvazione/sanzione pubblica (come il matrimonio) o possa essere
famiglia anche la sola convivenza; se possano essere famiglia anche due
persone dello stesso sesso; se famiglia sia soprattutto la relazione tra la
madre e i suoi figli; se famiglia presupponga una unica sede di abitazione e
coincida con i confini di questa stessa abitazione (oppure se, come sempre
pi spesso accade, i membri di una famiglia risiedono anche in spazi
separati).
Tutti noi abbiamo unesperienza intima di che cosa sia una famiglia. Questa esperienza
e le relazioni che la strutturano, nel bene e nel male fanno parte di noi, del modo in cui
stiamo al mondo e pensiamo a noi stessi. Incide anche sul modo in cui pensiamo a, e
viviamo, i rapporti uomo-donna, adulti-bambini, giovani-vecchi, sul modo in cui
sviluppiamo la nostra capacit di relazioni affettive e di generativit. Questa conoscenza
intima della famiglia ce la fa apparire insieme come naturale e ovvia, come una cosa che
non richiede spiegazione n approfondimenti, salvo forse quando qualcosa non
funziona, o va storto, per cercare di ripararlo. () Lesperienza della diversit nel fare ed
essere famiglia , ovviamente comunissima quando si forma una coppia, confrontando e
97

mediando due tradizioni familiari, due modelli di famiglia, con differenze che possono
apparire minime, ma diventare grandissime e persino inconciliabili in caso di conflitto.
Differenze che possono riguardare i modelli maschili e femminili, le relazioni di coppia, i
modelli educativi e i rapporti genitori-figli, lintensit e la rilevanza dei rapporti coi i
parenti, le manifestazioni dellaffetto e limportanza dei rituali familiari. A pensarci bene,
potremmo dire che ogni coppia d luogo ad una famiglia mista: una famiglia in cui si
combinano, meticciandosi con maggiore o minore successo, due modi di concepire e
praticare le relazioni e la vita familiari (Chiara Saraceno, Coppie e famiglie, Feltrinelli, pag.
7 e 9).

Se la famiglia, intesa come fenomeno culturale da considerare come un sistema


sociale, sia pure piccolo ma comunque base necessaria e imprescindibile del
sistema sociale pi grande che la societ, allora importanti sono: le sue
dimensioni; la sua organizzazione; gli affetti in essa presenti. Analogamente,
se si pensa alla famiglia come comunit-base.
Dimensioni della famiglia: famiglie estese o multigenerazionali, ovvero che
contengono nello stesso spazio e per lo stesso tempo diverse generazioni.
Una tipologia di famiglia che ovviamente non scomparsa, anche oggi vi
sono situazioni di convivenza con uno o pi parenti, sia ascendenti (nonni)
che discendenti (nipoti) o collaterali (fratelli/sorelle di uno dei coniugi). Famiglia
nucleare (o coniugale) detta invece la famiglia composta da padre, madre e
figli, ma anche da un solo genitore con figli o dai coniugi ma senza figli.
Solitamente si collega il passaggio dalla famiglia estesa a quella nucleare con la
modernit, ma questo non sempre vero e non vero in tutte le culture.
Famiglia multipla si ha invece quando coesistono e coabitano due o pi unit
coniugali, ovvero pi coppie con figli (coppia anziana con quella del figlio/a,
famiglie di fratelli/sorelle, eccetera).
Organizzazione della famiglia: ha a che fare con la distribuzione dellautorit,
o del potere. Sia verso linterno (coniuge, figli), che verso lesterno (societ, stato,
comunit). Autorit e potere che possono essere assunti da uno solo dei
coniugi, oppure distribuiti in parti diverse o uguali tra loro. Famiglia
patriarcale o matriarcale la famiglia dove il potere e lautorit sono
concentrate in capo ad uno solo dei coniugi (il padre o la madre).
Lorganizzazione patriarcale stata la forma prevalente nelle societ
occidentali (ma anche, ad esempio, in quelle musulmane), concretizzandosi
nel dominio o nella prevalenza del padre sui figli e delluomo sulla donna.
Dominio esercitato nelle forme del potere ma anche legali (pater familias), in
societ a predominanza maschile (nei valori predominanti, nelle pratiche
sociali, nei modelli di riferimento leroe, il soldato, oggi il manager,
eccetera). Potere patriarcale che si esprimeva anche nella pratica
dellattribuzione del cognome del padre ai figli, nel senso che in tal modo il
padre si appropriava anagraficamente, legalmente ma anche socialmente di
quei figli che biologicamente non poteva generare. Famiglia democratica
invece la famiglia in cui i genitori hanno uguali poteri e uguali diritti/doveri
nei confronti di quellinsieme che appunto la famiglia.
98

Lorganizzazione della famiglia ha stretti rapporti con il lavoro: sia quello


interno alla famiglia stessa, lavoro domestico o di cura (per il quale non si ha
reddito n salario); sia quello esterno, il lavoro extra-familiare, quello che
solitamente produce un reddito da poter spendere per la vita della famiglia e
dei suoi componenti, guardando alloggi ma anche al domani.
Il modello pi comune di divisione del lavoro in ambito familiare prevedeva il
lavoro domestico e di cura in capo alla donna e quello extrafamiliare in capo
alluomo. Il modello oggi parzialmente trasformato: sia perch vi una
maggiore divisione del lavoro domestico e di cura tra uomo e donna, sia
perch vi una maggiore partecipazione attiva delle donne al mondo del
lavoro quanto a mezzo per lidentit oltre che di reddito aggiuntivo per la
famiglia. Anche questo un mutamento prodotto dalle diverse condizioni
culturali accadute negli ultimi decenni (femminismo, emancipazione femminile,
nuovi contenuti delle identit di genere), sia dalle diverse condizioni
economiche (riduzione dei redditi, lavori precari e incerti, necessit di due
persone che lavorano in famiglia per sostenerne le spese/consumi/necessit
vitali). Tuttavia il 77% del lavoro domestico e familiare ancora a carico delle donne
(era il 78% nel 2002 e dell85% nel 1989). E mediamente le donne che
lavorano e che devono aggiungere anche il lavoro a casa, lavorano circa 75
minuti pi del tempo di lavoro degli uomini. Questa divisione del lavoro
determina anche una diversa articolazione del tempo familiare, tra tempo di
lavoro, tempo di cura, tempo di vita relazionale. E produce una accresciuta
richiesta di servizi alla famiglia (asili, scuole a tempo pieno, babysitter, campi
gioco estivi, ma anche cura degli anziani, eccetera), solitamente scarsamente
soddisfatti (per mancanza di posti negli asili, per la loro eccessiva distanza
da casa, per rette troppo care; per orari non adeguati al lavoro svolto), cos
che spesso il lavoro di cura dei bambini svolto dai nonni o da altri parenti
dei genitori.
Lorganizzazione della famiglia prevede (o dovrebbe prevedere) poi la
gestione/condivisione/costruzione degli affetti e delle relazioni affettive. Una relazione
affettiva qualcosa di attivo, per essere duratura nel tempo richiede una
grande fiducia reciproca, una grande capacit di mettersi in gioco; una grande
capacit di ascolto e di dialogo, di costruzione di un noi familiare che non
cancelli lio individuale di coloro che la compongono; e che non si chiuda
allascolto degli altri. Affetti e relazioni affettive sono importanti perch ci che
si svolge in ambito familiare e soprattutto il come si svolge produce effetti
sulla personalit dei suoi componenti, sulle identit di genere, sul modo in cui
vengono gestite le relazioni e i conflitti interni, sullo sviluppo delleducazione e
sullapprendimento di stili di vita e di comportamenti (interni ed esterni alla
famiglia socializzazione), sullo sviluppo della sessualit.
Importante la qualit degli affetti e delle relazioni affettive, non la loro
forma/codificazione.

Famiglia aperta forte: dove le relazioni affettive sono forti ma, proprio
perch forti, aperte, generatrici di auto-nomia oltre che di legame familiare; i
99

suoi componenti hanno libert di movimento, ma i legami sono forti, la


famiglia coesa anche se vive dialetticamente questa apertura.
Famiglia aperta debole: dove le relazioni affettive sono deboli e dove
quindi si pu generare una ricerca allesterno di legami forti (sicurezza, affetto,
protezione). Ovvero, famiglia tanto aperta da essere di fatto inesistente,
perch senza legami, senza relazioni, senza identit, e proprio per questo
debole.
Famiglia chiusa forte: dove vige unautorit autoritaria, che chiude, che
impone, che regolamenta, che etero-dirige, che disciplina, una famiglia
sostanzialmente o prevalentemente patriarcale. Forte nel senso
dellautorit/autoritarismo e del potere che vi esercitato, non
necessariamente forte quanto a legami, identit, gestione dei conflitti.
Famiglia chiusa debole: che si chiude in se stessa per paura, per timore
dellesterno, che alza mura di protezione, che limita i contatti con il mondo
esterno, producendo poca o nulla socializzazione esterna e poca o nulla
identit interna/personale.
Famiglia e procreazione: non necessariamente e non pi - diversamente dal
passato e dal concetto tradizionale di famiglia la famiglia presuppone
lesistenza di figli. Famiglia si ha anche quando non vi sono figli, la relazione
di coppia prevalendo sulla procreazione. Sono mutati stili di vita, situazioni
economiche, tecnologie riguardanti la vita (dalla procreazione assistita
allaborto, alla contraccezione). La famiglia di oggi diversa da quella di ieri.
E indubbiamente pi aperta (da valutare se forte o debole). Dagli anni 50 del
Novecento, inoltre con linvenzione appunto dei contraccettivi la
relazione affettiva non necessariamente deve/pu risolversi in generazione
di prole; e scopo del matrimonio/famiglia non pi quello connesso alla sola
generazione dei figli. Diversamente dalle famiglie contadine del lontano
passato, quando, data anche lalta mortalit infantile, fare molti figli era una
sorta di assicurazione sul futuro, oggi, nel mondo industriale si assiste ad una
progressiva diminuzione del numero di figli per donna (costi troppo alti,
difficile conciliazione maternit/lavoro, servizi pubblici scarsi) e ad un
innalzamento dellet del primo figlio. Per contro, cresce il numero dei figli
ottenuti con procedure artificiali. Caso dellItalia dopo il referendum sulla
procreazione assistita.
La famiglia nella storia. La comune natura umana non sembra garantire
alcuni universalit e uniformit nei modi di fare famiglia, n sul piano
biologico n su quello normativo, n, tanto meno, su quello valoriale e di
senso. La storia delle civilt presenta un pressoch inesauribile repertorio di
modi di organizzare e attribuire significato alla generazione e alla sessualit,
allalleanza tra gruppi e a quella tra individui di costruire, appunto,
famiglie. () In effetti non vi nulla di meno naturale della famiglia, sia per
quanto riguarda i rapporti di coppia, inclusa la sessualit, sia per quanto
riguarda la generazione. Gli studi di storia sociale, insieme a quelli
antropologici ed etnologici, offrono unampia documentazione di quello che
100

chiamerei il paradosso normativo della famiglia. In ogni societ conosciuta e in


ogni epoca troviamo forme diverse di regolazione dei rapporti di sesso, di
generazione e tra le generazioni (C. Saraceno, Ivi, pag13). Che dipendono
si pu aggiungere - dalla legge, ma soprattutto da una microfisica di saperi di
relazione di coppia e di famiglia che muta nel tempo ma che soprattutto
attraversa lintera societ e dipende da fattori diversi, culturali e religiosi,
politici ed economici. Non solo: come ricorda ancora Chiara Saraceno, non
si pu sostenere che il nocciolo duro o unit minima della famiglia sia la
coppia, perch in molte societ incluse quelle occidentali del passato
non la coppia ma la parentela che d luogo alla famiglia. E la famiglia
allargata dei rapporti intergenerazionali e di alleanza che d luogo alla
coppia, nel senso che non solo la permette, ma la costituisce, anche a
prescindere dalla volont degli interessati. Mentre la coppia diventa
centrale negli ultimi decenni del Novecento.
E dunque: si pensava che nelle epoche pre-modernit la forma predominante
della famiglia fosse quella estesa, multipla, anche in Europa. E che la famiglia
nucleare moderna fosse un prodotto della modernit e della rivoluzione
industriale, sulla base delle proprie esigenze di reclutamento e di mobilit
sociale. Ma questo sembra sia stato vero solo in parte. La famiglia nucleare,
magari con pi figli rispetto ad oggi, sembra sia stata la forma prevalente
anche nel passato, sia pure con differenze territoriali e culturali. In
particolare, in Inghilterra ben prima dellavvio della rivoluzione industriale.
La famiglia estesa era prevalente invece nellEuropa orientale e in Asia.
Il lavoro minorile era particolarmente diffuso, specie nelle attivit agricole, fin
dallet di sette/otto anni. Chi non partecipava alle attivit di lavoro
domestico o familiare spesso lasciava molto presto la casa paterna per
andare a lavorare presso altre famiglie o per fare lapprendista a bottega.
Grande instabilit delle famiglie premoderne (molto pi di quanto lo siano oggi per
effetto, ad esempio, del divorzio), sia per problemi di reddito, sia per la
mortalit, infantile che delle madri. NellEuropa del Medio Evo, il 25% e pi
dei neonati non sopravviveva al primo anno di vita (oggi la percentuale
sotto l1%). Alta, per le donne, la percentuale delle morti per parto.
In quel periodo, tuttavia, mettere su famiglia era relativamente facile. Era una
questione religiosa ma anche una faccenda privata, svincolata dalla rigida
autorit dello Stato o della Chiesa (se non per nobilt e famiglie di rango).
Spesso bastava dichiarare il proprio consenso al matrimonio davanti a dei
testimoni e la cosa era conclusa. Per la Chiesa doveva essere poi
solennizzato in chiesa, ma era un evento successivo, non fondativo del
matrimonio/famiglia. Fu il Concilio di Trento (1545-1563) - anche per
contrastare la Riforma protestante - che introdusse una rigida
organizzazione del matrimonio e quindi della costituzione di una famiglia:
annuncio delle nozze con 3 settimane di anticipo, presenza del sacerdote,
registri, trascrizioni degli atti, presenza di testimoni. Da allora, tra Chiesa e

101

Stato, la pratica della ritualizzazione e della legalizzazione del matrimonio non


stata mai abbandonata. N dalle chiese, n dagli stati.
Dal 1500 al 1800, la famiglia in Europa attraversa tre fasi diverse. Nella
prima fase prevale una forma nucleare di famiglia, molto inserita per in
rapporti comunitari stretti. La famiglia era elemento importante ma non
prevalente nella creazione di legami affettivi. Anche la libert di scelta
individuale era subordinata ad altri interessi, dei genitori e dei parenti o di
terzi extra-famiglia (matrimoni per interesse e non per amore). La sessualit
era molto controllata (moralismo diffuso e repressivo), lintimit familiare
molto ridotta, la famiglia era molto permeabile alle influenze esterne.
Famiglia aperta ma debole.
Dal XVI al XVII secolo seconda fase - inizi una trasformazione della
famiglia, anche se ancora circoscritta alle classi superiori della societ del
tempo (aristocrazia e borghesia). Che per presto dettarono questo modello
di famiglia ad ambiti sociali maggiori. Rafforzamento dei legami familiari
nucleari, riduzione dei rapporti di parentela. Maggiore autorit paterna, ma
anche interesse maggiore per i figli.
Terza fase: ulteriore rafforzamento dei legami nucleari, maggiore
partecipazione emotiva e affettiva tra i coniugi, maggiore attenzione alla
sessualit, rafforzamento della privacy familiare e riduzione delle influenze
esterne (parenti, religione), attenzione accresciuta per leducazione dei figli.
Scelta personale pi forte, individualismo affettivo.
Cambiamenti in corso. Tendenze generali, che non escludono la presenza di
altri modelli di famiglia: ulteriore riduzione di importanza (ma non
dappertutto) delle famiglie estese e dei rapporti di parentela (vedi oltre);
maggiore libert nella scelta del coniuge; riconoscimento dei diritti delle
donne e tendenza alla parit di diritti e doveri (anche se in Italia, il 63% delle
madri che lavorano ha dichiarato di non ricevere alcun aiuto nei lavori in casa);
maggiore libert sessuale; diverso ruolo dei bambini e loro diritti;
riconoscimento del divorzio e della possibilit di rifarsi una famiglia
(dunque, famiglie monogenitoriali, famiglie ricostruite); crescita delle convivenze e
trasformazione del matrimonio (religioso/civile); aumento delle famiglie
unipersonali (single); coesistenza di diversi modelli di famiglia, in base alle etnie e alle
religioni presenti in uno stesso contesto; riconoscimento o meno della
famiglia omosessuale.
Sostanzialmente, nuovi modelli familiari stanno emergendo, a volte con facilit,
a volte con difficolt; mutamenti che il diritto e la stessa societ faticano a
comprendere e ad accettare (generando una sorta di ritorno al passato, alla
tradizione, al maschilismo, allautoritarismo, al cosiddetto femminicidio),
quindi: riaffermazione di un unico modello di famiglia, o di matrimonio;
rifiuto della coesistenza di modelli matrimoniali/familiari diversi da quelli
normali/normati dalla societ; prevalenza dellattenzione al formalismo degli
affetti piuttosto che ai contenuti degli affetti (ancora: cosa produce una famiglia: la
102

sostanza degli affetti o la loro forma legalizzata? la legge deve prendere atto
della mutata sostanza degli affetti), e quindi riconoscere le nuove forme di
famiglia/coppia - o piegarla ad una forma/norma rigida? Dibattito in Italia
sulle coppie di fatto.
Non esiste dunque un modello di famiglia ma esistono modelli/forme diverse di famiglia,
oggi come in passato, oggi pi che in passato.La famiglia infatti evolve con la societ
che la contiene e che a sua volta muta al mutare delle condizioni presenti nella
stessa societ. Vi sono modi diversi e molteplici di vivere gli affetti e di organizzare
la famiglia. Le relazioni di coppia diventano oggi pi flessibili e mobili e
soprattutto pi simmetriche, riducendo le disparit tra uomo e donna o tra
le due parti della coppia, quelle con i figli pi democratiche e meno
autoritarie. Ma secondo Zygmunt Bauman, anche lamore le relazioni
affettive, di coppia si fatto liquido, i legami affettivi sono fragili, mutevoli,
sempre in discussione. La durata, anche in questo caso viene (verrebbe)
sostituita dallistantaneit, dalla brevit, come se i soggetti che vanno a
comporre la coppia/famiglia avessero paura della eccessiva durata della
relazione, della profondit della relazione e preferissero una sorta di coppiacampeggio (analogamente al lavoro-campeggio visto in precedenza). In pi altro
elemento che modifica le forme della relazione di coppia le nuove tecniche
di procreazione assistita cambiano i termini della generazione e della
genitorialit.
Nel fordismo la famiglia aveva un ruolo molto importante quale mezzo di
controllo sociale. Oggi, la famiglia, anzi le famiglie hanno un ruolo molto
meno forte quanto a controllo sociale, ma sono elementi comunque
imprescindibili della societ dei consumi. Ma anche come soggetto di welfare (
la famiglia a rappresentare, in Italia, la maggiore rete di protezione sociale
esistente, soprattutto da quando lo stato sociale stato progressivamente
ridotto).
Famiglia pi debole o pi forte rispetto a ieri? Famiglia tradizionale, fondata
su rigidi elementi morali (che per spesso nascondono conflitti e
immoralit: il 12% delle donne ha vissuto, in Italia, situazioni di violenza
domestica, sessuale o psicologica; e ancora il femminicidio per definire la
situazione di molte donne uccise da uomini incapaci di sopportare la nuova
libert delle donne); nuova famiglia, aperta, molteplice, flessibile
democratica; o famiglia di mercato, in cui anche gli affetti si comprano e si vendono
a breve termine?
Diminuzione delle comunioni dei beni e aumento dei regimi familiari di separazione dei
beni (60% del totale): ovvero, il regime patrimoniale che doveva essere
leccezione divenuto maggioritario e normale (per ragioni anche fiscali, ma
questo definisce come i rapporti di coppia possano essere modificati anche
da leggi economiche che fanno prevalere linteresse economico su quello
affettivo), anche per le coppie sposate con matrimonio religioso. Inoltre,
sempre pi numerosi, in America ma non solo, i documenti legali che
103

stabiliscono, prima del matrimonio, quali prestazioni/comportamenti


ciascun coniuge pu/deve aspettarsi dallaltro. Dunque: il matrimonio e la
famiglia come processo mercantile, come contratto giuridico e non come comunione
di vita. Mercantilizzazione della famiglia? Legami utilitaristici allinterno della
famiglia? Famiglia come impresa economica e non come unione affettiva? Scelta
dettata da motivi fiscali?
Alternative alla famiglia del passato. Da molto tempo il modello tradizionale
di famiglia ha critici severi. Gi nel XIX secolo in molti proposero di
sostituire la famiglia fondata sul matrimonio con esperienze in senso
comunitario. Uno dei tentativi pi noti fu quello della Comunit di Oneida, in
America, fondata a met del 1800 e ispirata da motivazioni religiose. Nella
Comunit, ogni uomo era sposato con ogni donna della comunit e tutti si
consideravano genitori di ogni bambino nato. Forme analoghe sorsero negli
anni Sessanta del Novecento, come effetto di certe tendenze nel movimento
contestavo studentesco (le comuni).
Il modello pi importante di vita in comune oggi quello dei kibbutz
israeliani, comunit di famiglie e di individui che cooperano nel lavoro ma
anche nella educazione dei bambini. Nel corso del tempo, tuttavia, anche il
modello-kibbutz ha perso parte della propria originalit/diversit, adottando
modelli pi convenzionali.
Convivenza/coppie di fatto. Famiglia composta da due persone non
regolarmente sposate. Pratica sempre pi diffusa nelle societ occidentali,
meno in Italia rispetto a Francia, Germania e Svezia. Solitamente (ma non
sempre) le convivenze si trasformano in matrimonio a tutti gli effetti, dopo la
nascita di figli. Accanto poi alle convivenze prematrimoniali (ci si sposa pi
tardi) cresce laccettazione sociale delle convivenze/coppie di fatto.
Necessit dunque di regolare i diritti/doveri dei partecipanti alla convivenza.
Adattare il diritto alle nuove forme di famiglia.
Coppie omosessuali. Famiglie composte da due persone dello stesso sesso,
che convivono in uno stesso spazio e per lungo tempo. Adozioni di bambini
da parte di coppie omosessuali? Dibattito in corso: sono famiglie anche
queste oppure si deve sempre pretendere lappartenenza a sessi diversi?
Ancora: la forma e le convenzioni sociali devono prevalere sugli affetti tra
persone? Per lungo tempo, in Europa, vi furono legislazioni nazionali che
vietavano e punivano i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. Dopo
la Rivoluzione francese, molte di queste legislazioni vennero abolite non
solo in Francia, per essere poi reintrodotte nei decenni successivi. Nella
seconda met del 900 poi, nuova fase di liberalizzazione iniziando dai paesi
del Nord Europa (negli anni 80, partendo dalla Norvegia, legislazioni che
condannavano ad esempio le discriminazioni sessuali sul lavoro e
nellaccesso a beni e servizi; poi, in Danimarca, nel 1989, norme che
riconoscono le coppie formate da partner dello stesso sesso; e lOlanda (e
poi Belgio e Spagna), con leggi che riconoscono il matrimonio tra persone
104

dello stesso sesso. A maggio 2012, in America il presidente Obama si


detto favorevole al matrimonio tra coppie omosessuali e ha fatto pressione
sulla Corte suprema perch si modificasse in senso liberale la normativa.
Mutamenti nel matrimonio e nella famiglia in Italia . In Italia, il 60% circa
dei matrimoni viene celebrato con rito religioso. Ma le percentuali cambiano
a seconda dellarea di appartenenza: 49,3% nel nord, 76,3% al sud, 50,1% al
centro. I matrimoni civili sono quindi in aumento e sono passati dai 79mila
del 2010 agli 83mila del 2011. Per contro, nello stesso periodo, quelli
religiosi sono calati da 217mila a 208mila.
Aumentano anche le coppie di fatto/convivenze: 637mila, da cui sono nati
117mila bambini, il 20% del totale delle nuove nascite (erano 50mila nel
2000). Previsione: nel 2020, in Italia, una nascita su due avverr fuori dal
matrimonio (ma in GB, gi nel 2014 il 75% dei neonati nascer fuori dal
matrimonio). Statisticamente poi, le nascite fuori dal matrimonio sono (a
titolo di esempio) il 65% in Islanda, il 58% in Estonia, il 53% in Francia, il
33% in Germania (con una forte differenza tra la ex Germania occidentale:
73% di bambini nati da genitori sposati; ed ex Germania orientale: 60% di
bambini nati fuori dal matrimonio); e poi il 3% in Giappone, il 15% in
Svizzera. Questo, tuttavia, non sembra minacciare listituzione-matrimonio,
solo che il matrimonio avviene sempre pi, specie in Italia, dopo la nascita
di un figlio. Non solo: un terzo dei bambini nati da coppie di nazionalit
mista (il 14.3% dei nuovi nati) non appartiene a famiglie coniugate. E il
10.3% delle nascite comunque dovuto a genitori stranieri (20% in
Lombardia). Nelle coppie di fatto/convivenze, in Italia la donna ancora
una volta la parte debole, non avendo diritti sulleredit del compagno, sulla
pensione e su altro.
La convivenza scelta in modo diverso secondo let, soprattutto da donne
giovani e che lavorano. Le quarantenni (nate tra il 1965 e il 1970) scelgono
la convivenza nel 25% dei casi. Le trentenni (1975-1980), nel 30% circa dei
casi. Erano una donna su venti, negli anni 50.
Ci si sposa pi tardi: 33,4 anni let media per i maschi, 30,4 per le femmine.
Dal 1995 al 2005 le separazioni sono aumentate del 57%, i divorzi del 74%.
E le separazioni sono cresciute ancora (+ 2,6%) tra 2010 e 2011, salendo da
85mila a 88mila. L85% delle separazioni avviene in modo consensuale (anche
per ridurre i costi e il tempo), mediamente liter dura circa 150 giorni,
mentre per un divorzio servono 287 giorni (se si chiude con rito
contenzioso, servono rispettivamente 909 o 516 giorni). In quasi il 10% dei
matrimoni almeno uno degli sposi alla sua seconda esperienza
matrimoniale. Let media in cui si divorzia di 41 anni per le donne e di 45
per gli uomini (in leggero aumento). Nel 70% dei casi la donna a chiedere
la separazione. Affidamento dei figli: 12% alle madri, 86% condiviso (in
forte crescita). Nel 2009, secondo i dati Istat pubblicati nel 2011, le
separazioni sono state 86mila e i divorzi 54mila, con un incremento
rispettivamente del 2,1 e dello 0,2% sul 2008. 297 separazioni ogni mille
105

matrimoni, 181 i divorzi. Pi di un matrimonio su quattro finisce con una


separazione/divorzio. Sono inoltre in aumento gli addii tra coniugi over 60
(dal 5,9% del totale delle separazioni del 2000 al 9,4% del 2009).
Differenze tra aree geografiche (sempre dato 2009): nel sud, 199 matrimoni
su mille si sono conclusi con una separazione, nel nord-ovest 375. Il 66,4%
delle separazioni e il 60,7% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli. In
calo invece le separazioni tra coppie miste (6.600 nel 2009 contro 7.500 nel
2005). In 7 casi su 10 si separa la coppia composta da marito italiano e
moglie straniera.
La famiglia domani. La famiglia si sta indebolendo, dicono i critici delle
tendenze in corso, auspicando il ritorno a valori e a forme di famiglia pi
tradizionali e quindi ritenute pi solide. Non si sta indebolendo, sta solo
mutando ancora una volta, dicono i sostenitori del cambiamento. Daltra
parte, una societ che si fonda su mobilit e flessibilit nel lavoro e nei
consumi, come quella attuale, nonch globale e globalizzata,
necessariamente produce una famiglia mobile e flessibile. Un ritorno alla
famiglia tradizionale appare dunque impossibile, la realt non facilmente
comprimibile in un modello rigido. Semmai, occorrer abituarsi alla
coesistenza di modelli differenti di famiglia, fermo restando che quello
comunque prevalente/predominante sar un modello simile a quello
tradizionale.
Famiglie e situazione economica in Italia. I giovani tra i 24 e i 35 anni che
vivono ancora coi genitori erano il 40,3% nel 2005, il 35,5% nel 1995. Le
madri che lavorano affidano i figli piccoli ai nonni nel 52,3% dei casi; ai nidi
privati nel 14,3%; a quelli pubblici nel 13,5%; alla babysitter nel 9,2% dei casi.
In entrambi i casi sopra richiamati come per molte altre situazioni la
famiglia, comunque sia composta e strutturata giuridicamente, rimane il pi
efficace ammortizzatore sociale esistente. Anche lassistenza alle persone nonautosufficienti per l80% a carico delle famiglie.
Tra i problemi economici, il principale sembra essere diventato
lindebitamento, o il sovra-indebitamento. In particolare per la copertura dei
costi della casa e per il mantenimento dei precedenti livelli di consumo. Il
rinvio della nascita del primo figlio dipende anche dalle difficili condizioni
economiche delle famiglie italiane, dove una su sei fatica a tirare e fine mese.
LItalia, poi, dedica solo il 4,4% della spesa sociale alla famiglia, uno dei
valori pi bassi in Europa.

Dati e statistiche sulla famiglia.


Famiglia e lavoro
Alla base della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro c
anche la famiglia: il 40,8% delle ex lavoratrici (dato Isfol, febbraio 2012)
dichiara di avere interrotto lattivit per prendersi cura dei figli e il 5,6% per
dedicarsi totalmente alla famiglia o per accudire persone non autosufficienti.
106

Secondo lIstat (febbraio 2012) tra le madri il 30% di loro interrompe il


lavoro per motivi familiari, contro il 3% dei padri. La fine dellattivit
lavorativa ha per anche altre cause: nel 17% dei casi per il non rinnovo di
un contratto a termine e nel 16% dei casi per chiusura dellazienda. E sono 8
milioni i pensionati italiani che hanno una pensione mensile inferiore a
500Euro. Il 73,6% delle famiglie inoltre proprietario dellabitazione,
mentre il 17,2% in affitto.
Numero di famiglie
Il numero delle famiglie raddoppiato nel corso degli ultimi 60anni e questa
tendenza confermata anche dallultimo Censimento. Tra il 2001 e il 2011
le famiglie residenti sono aumentate del 12,4%, passando da 21,8 a 24,5
milioni. E anche continuata la progressiva riduzione del numero medio
dei componenti della famiglia, passato da 2,6 persone del 2001 a 2,4 del
2011. Entrambe le tendenze sono comuni alle diverse aree del paese.
Tendono poi a diminuire le famiglie numerose e a crescere quelle unipersonali, anche per il progressivo invecchiamento della popolazione.
Volontariato
Un italiano su dieci (dai dieci anni in su) svolge attivit di volontariato (Istat,
Annuario2011), dato sostanzialmente stabile rispetto al 2010. Tali attivit
coinvolgono il 13,5% dei cittadini del nord, l8% del centro e il 6,4% al sud.
Il 10% del totale svolge volontariato in associazioni culturali.
Universit
Luniversit attira maggiormente i giovani del sud e le donne (Istat,
Annuario 2011). La partecipazione agli studi universitari infatti
particolarmente alta in Molise, Abruzzo e Basilicata, dove pi di un
residente su due di 19-25 anni iscritto a un corso universitario.
E le femmine sono pi propense degli uomini a seguire corsi universitari
dopo il diploma: le diplomate che si iscrivono alluniversit sono
mediamente 68 su cento, i maschi 58 su cento. E anche a portare a termine
il ciclo di studi universitari: le laureate sono 22 ogni 100 venticinquenni,
contro 15 ogni cento maschi della stessa et. In flessione, comunque, il
numero di iscrizioni alle universit.
Et
A fine 2010, un italiano ogni cinque aveva pi di 65 anni; gli ultraottantenni
erano il 6% della popolazione complessiva. In Europa, nella classifica
secondo lindice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione over 65 rispetto a
quella under 15) in testa la Germania, poi lItalia, la Grecia e la Bulgaria.
Stranieri
I residenti stranieri in Italia (Istat, Annuario 2011) hanno superato i 4,5
milioni, pari al 7,5% del totale e provengono in maggior parte dallUnione
Europea (29,2%, dallEuropa centro-orientale (24% ) e dallAfrica
settentrionale (15%). Quasi la met degli stranieri residenti ha unet
compresa tra i 18 e i 39 anni, uno su cinque invece minorenne. Secondo i
dati provvisori dellultimo Censimento, nellultimo decennio la popolazione
straniera abitualmente dimorante in Italia quasi triplicata, passando da 1,3
107

milioni del 2001 a circa 3,8 milioni nel 2011 (dato leggermente diverso da
quello riportato sopra). Gli incrementi maggiori si registrano nellItalia nordorientale e nellItalia meridionale.
Libri e giornali
In linea con gli anni precedenti, anche nel 2011 diminuita (dal 55 al 54%)
la lettura dei quotidiani. A prevalere sono i maschi (60,3%) rispetto alle
donne (48,1%) e la lettura di quotidiani maggiore al nord dove il 61,1%
della popolazione li legge almeno una volta alla settimana, mentre nel sud la
percentuale scende al 43,6%, ad eccezione della Sardegna (68,4%). Anche la
quota di lettori di libri calata (dal 46,8 al 45,3%). Ma in questo caso a
prevalere sono le femmine (51,6 contro 38,5%) rispetto ai maschi. Leggono
molto le ragazze tra gli 11 e i 17 anni. Differenze territoriali nei lettori di
libri: al nord, 53,5%; 32,7 al sud.
I valori degli italiani
Secondo unindagine realizzata dal Centro di ricerche sociali Censis
nellambito delle celebrazioni per i 150anni dellunit dItalia, la scala dei
valori in cui credono gli italiani sarebbe questa: senso della famiglia, 65%;
gusto per la qualit della vita, 25%; tradizione religiosa, 21%, amore per il
bello, 20%.Quanto alla fede, il 66% del campione Censis si dichiara
credente, cui va aggiunto un 16% di coloro che si dichiarano credenti ma
non osservanti. Anche se poi due terzi degli italiani non entrano mai in un
luogo di culto e solo un terzo lo fa, ma una/poche volte a settimana.

Le differenze di genere.
Movimenti femministi, azioni per la parit tra uomo e donna, per le pari
opportunit, per una diversa divisione del lavoro familiare sono alcuni dei
processi nati molti decenni fa ma accentuatisi negli ultimi tempi, anche se
oggi sembra di assistere ad un riflusso, ad una regressione verso modelli
femminili e maschili che si ritenevano vecchi e superati (donna oggetto,
maschio dominante, eccetera), processo che si abbina ad una riduzione dei
corpi a pura merce, specialmente in televisione e in rete.
Concetto di genere.
Nascere donne o uomini significa possedere attributi sessuali specifici e
differenziati; successivamente, attraverso la socializzazione, gli individui
acquisiscono modi di sentire, di interagire, di comunicare, regole di
comportamento e ruoli che interpretano, dal punto di vista sociale e culturale,
lappartenenza sessuale. Il genere rappresenta la costruzione sociale del sesso
biologico e consente a maschi e femmine di essere riconosciuti e di riconoscere gli
altri in base a simboli, immagini, gesti, modi di esprimersi, di apparire pi o meno
standardizzati; al contempo, esso condiziona e limita i soggetti allinterno di
percorsi codificati, riducendo le opportunit di esprimere gusti, intenzioni,
progetti, desideri e fantasie che possono differire dai canoni stabiliti dalla
societ cui si appartiene (in Francesca Sartori, Differenze e disuguaglianze di
108

genere, il Mulino) >>> si riveda la parte sui processi di socializzazione anche come
aumento o diminuzione dellautonomia individuale.
Se il termine sesso classifica gli individui come inequivocabilmente maschi
o femmine in base agli elementi anatomici, il termine genere, specifica
invece i tratti culturali, quindi mutevoli nel tempo e nello spazio, che
definiscono gli atteggiamenti e i comportamenti nonch le caratteristiche
psicologiche tipiche degli uomini e delle donne. In altre parole possiamo
definire il genere come il prodotto del processo socializzativo attraverso il
quale i soggetti apprendono quanto necessario per interpretare
adeguatamente i ruoli sessualmente definiti (F: Sartori, cit.).
La relazione tra il concetto di genere e lanalisi della condizione della donna
nasce allinterno del pensiero femminista. Infatti, questa riflessione ha
permesso di mettere da parte lidea di innatismo (la donna subordinata in
modo innato alluomo), e di dare spazio ad una lettura sessuata della realt e
della storia (lesclusione delle donne ha prodotto un racconto della storia
umana parziale; la loro condizione di disuguaglianza oggi produce una
visione distorta dei processi sociali).
Diversi femminismi: liberale (lega le disuguaglianze tra uomini e donne alla
socializzazione primaria, ai modelli educativi che privilegiano stereotipi di
genere legati alla tradizione, alla religione, al nazionalismo); marxista (la causa
delle disuguaglianze implicita nel sistema capitalistico che d alle donne il
compito principale di riprodurre la forza lavoro quindi le politiche di
natalit disconoscendo il loro lavoro familiare e di cura); radicale (vede nei
maschi stessi e nei saperi e poteri che essi muovono nella societ, la causa
prima delle disuguaglianze di genere); cyberfemminismo (la rete come mezzo e
luogo per un superamento delle disuguaglianze di genere).
In contrapposizione con le teorie della uguaglianza tra generi, tipiche del
primo movimento femminista, ad iniziare da Simone de Beauvoir che
parlava (1961) di secondo sesso, con lintento, per le donne, di diventare
uguali al primo, quindi non emarginate, non diverse, non escluse da una
societ impostata su valori, regole e modelli maschili, si mette in risalto oggi
la differenza dellessere donna rispetto allessere uomo. Si cos sviluppato
uno specifico pensiero della differenza, che anzich ribellarsi contro la
cosiddetta condizione femminile () si propone di assumerla come punto
di partenza positivo da cui procedere per lelaborazione di un progetto
politico. Partire dunque dalle differenze oggettive per arrivare a considerarle
per irriducibili tanto da rendere le donne altro dagli uomini (F. Sartori,
cit.).
Societ odierna: quale ruolo e quale posizione delle donne? Uguaglianza,
differenza, mercificazione, soggettivazione? Predomina un modello sociale
maschile,
femminile
o
di
parit/uguaglianza? Donna/madre,
donna/oggetto, donna/soggetto, donna/soggiogata, donna/dominante?
Quali sono i saperi e i poteri della societ attuale? Le biopolitiche esistenti
109

nella societ, sono maschili o femminili? E quale modello di uomo e di donna


esiste? Un solo modello, molti modelli?

La condizione giovanile in Italia


estratti da: R. Locatelli L. Demichelis
Varese come la vedi?
Ricerca CreaRes Uninsubria , Insubria University Press, 2010
Da tempo la sociologia e leconomia e la psicologia si interrogano sulla
condizione dei giovani, sui loro problemi, sulle tendenze di comportamento che li
attraversano, sui saperi che li organizzano. Da tempo viene registrato soprattutto in
Italia - un diffuso e radicato mal-essere nelle fasce giovanili, quelle con et oggi
comprese tra 15 e 30/35 anni. Una fascia di et in verit molto ampia, che contiene al
proprio interno non solo molte et diverse, ma anche una sorta di condizione giovanile
lunga, che appunto si estende (ed estende lessere o il pensarsi giovani) ben oltre la
soglia a cui si fermava in passato, quando adulti si diventava (e la giovinezza finiva)
attorno ai 25 anni.
Per giovinezza, in psicologia, si intendeva lultima fase dellet evolutiva,
caratterizzata non solo dalla maturit sessuale ma anche o soprattutto dal
raggiungimento di una autonomia individuale e di una personalit responsabile.
Nella giovinezza si aveva inoltre la progressiva creazione dei tratti psicologici e
sociali che si sarebbero stabilizzati divenendo caratteristici dellet adulta.
Come si arrivava alla giovinezza?
Si distingueva solitamente una fase di maturazione affettiva, con il passaggio da un
periodo dominato dal principio del piacere ad una successiva, dominata dal principio di
realt, attraverso leducazione al differimento delle emozioni e alla loro
relativizzazione rispetto, appunto, alla realt. Si aveva il progressivo distacco
dallattenzione verso se stessi e il passaggio ad una sempre maggiore capacit di
socializzazione e di composizione dei propri interessi con linteresse per gli altri.
Una fase di maturazione cognitiva, legata allorganizzazione dei processi come
memoria, percezione, linguaggio, pensiero concettuale e soluzione dei problemi che
la vita pone di fronte agli individui.
Una fase di maturazione sociale, data dalla crescente capacit di vivere relazioni e
interazioni sociali, fase che dipende appunto dai modi con cui ciascun individuo
entra in relazione/interazione con gli altri e fa esperienza di questa
relazione/interazione, coniugando e regolando tra loro aggressivit, dipendenza,
isolamento, capacit di cooperazione, coscienza di s.
Infine una maturazione morale (sintesi dei diversi processi di sviluppo (emotivi,
cognitivi, operativi) e che, ad esempio Jean Piaget ha individuato nel passaggio da
una situazione di anomia (si tende a considerare il punto di vista personale come
unico, sconfinando nel solipsismo) ad una di eteronomia (ci che si fa, dipende
dallautorit che lo ha prescritto), arrivando infine allautonomia.
Oggi invece si assiste ad una estensione temporale ed esistenziale della condizione
giovanile, che rimescola tra loro queste quattro fasi di maturazione, spesso lasciandole
incompiute, spesso volutamente incompiute. Questa estensione per non sembra essere
una tendenza naturale o biologica (aumentando la speranza di vita delle persone,
anche la fascia giovanile tenderebbe conseguentemente ad allungarsi), quanto un
prodotto culturale, se non economico della stessa societ e dai suoi saperi organizzativi.
Saperi (da intendere come ci che organizza e d senso alla vita sociale: mode, stili di
vita, istruzione, modelli di riferimento, ideologie, consumo, eccetera) che portano gli
individui (e quindi, poi, la societ) a pensarsi e a percepirsi appunto come sempre

110

giovani o giovani il pi a lungo possibile. () In realt, lidea/speranza di essere


sempre giovani, di restare giovani per sempre qualcosa di antico, dal mito delleterna
giovinezza a Peter Pan, allinteresse del marketing per i bambini e gli adolescenti, i
giovani sono sempre al centro delle attenzioni della societ.
Ma questa condizione giovanile lunga si accentuata soprattutto negli ultimi tre
decenni. Sia nella variante fisica (la cura del corpo, il narcisismo e il giovanilismo come
tendenze di vita, come abiti mentali, come modalit per una particolare cura di s). Sia
in quella economica e di consumo (i giovani consumano di pi rispetto agli anziani,
dunque essere e restare giovani consente una crescente offerta di beni di consumo da
parte delleconomia e una parallela domanda di capacit di consumare da parte dei
giovani). E sia, infine, in quella esistenziale e politica, posto che nella societ di oggi
sembrano prevalere - e sono stimolati - determinati comportamenti cosiddetti
giovanili: gli impulsi sulla deliberazione, il sentimento sulla ragione, la certezza sul dubbio,
il gioco sul lavoro, il principio di piacere sul principio di realt, le immagini sulle idee,
legoismo sullaltruismo, il narcisismo sulla socialit, il presente sul futuro. Alla fine ne
risulta una condizione complessiva come se la societ odierna fosse una societ che
procrastina ed estende appunto nel tempo, spalmandoli per molti pi anni rispetto al
passato, quei processi di maturazione visti in precedenza e tipici dellet evolutiva.
Ma tutto questo - e limpossibilit, per le persone di essere tutte queste cose insieme,
per di pi in un contesto di crisi dei vecchi valori dominanti (compreso quello del
lavoro) - produce mal-essere. Che si coniuga - e che si presenta allo sguardo di chi
osserva e valuta i fenomeni - combinando processi ed effetti a volte anche (o
apparentemente) contraddittori tra loro.

Societ del disimpegno e dellindifferenza.


Da un lato sembrano evidenziarsi, con crescente intensit, fenomeni di disimpegno
dalla societ, di disinteresse per la realt comune, di chiusura in se stessi da parte dei
giovani. Di apatia (etimologicamente, come mancanza di pathos, di passioni, mentre
invece le passioni dovrebbero essere la condizione tipica, normale della giovent). Di
anomia (assenza di regole, assenza di un nomos che dia senso alla vita). Di nascita di
un nuovo conformismo (fare come fanno gli altri, senza per avere idea di dove andare
insieme). Di una sorta di monologo collettivo del vuoto esistenziale (tutti riproducono
questo vuoto esistenziale che percorre la societ, senza sapere da dove nasce e
perch). Di anoressia sentimentale e psicologica (perdita della intensit nei sentimenti e
nellamore, incapacit di vivere soprattutto sentimenti duraturi, di costruire una vera
relazione, fino ad un autentico rifiuto dei sentimenti e la preferenza per un
consumismo dei sentimenti). Di consumo crescente di droghe e di alcool e di emersione
di nuove forme di dipendenza. Di atteggiamenti rinunciatari (tanto non cambia
niente).
Solitamente questi atteggiamenti/comportamenti sono considerati come patologie (in
questo caso) sociali. Oggi sembrano essere invece diventati la fisiologia (il modo
normale di vivere e di stare insieme) di larghe parti della societ italiana. Che vanno a
comporre un quadro esistenziale e uno stile di vita comune o comunque largamente
diffuso, che in realt non sembra essere specifico dei giovani o di una parte dei
giovani, ma appunto della societ o della parte prevalente della societ. Societ essa
stessa tendenzialmente nichilista o comunque dominata dallindifferenza, perch le
differenze, quelle che in passato davano identit (ma anche confronto, dialogo,
progettualit), sembrano scomparse: tra destra e sinistra, tra giusto e ingiusto, tra
bene e male, tra rispetto delle regole e loro violazione, tra egoismo e altruismo, tra
politica e anti-politica. E quindi percorsa da disimpegno da s e dagli altri e insieme

111

da disincanto per la vita (vivere senza progetti e senza un autentico principio


speranza).
Con una generale paura (o perdita) del futuro come progetto, che porta a vivere sempre
pi nel presente e nellistantaneit - come per altro dettato ed nella stessa logica e
nei modi di funzionamento delle tecnologie della Rete.

Societ delledonismo e dello spettacolo. E dellimpegno.


Dallaltro lato, quasi come contrappunto della prima condizione, ecco apparire
processi apparentemente di segno opposto. Quindi, una bulimia edonistica e un
consumismo compulsivo non solo di beni ma anche di divertimento, di piacere, di
passioni, di pathos, di mettersi in mostra, di essere connessi in rete
indipendentemente dal perch si connessi. Laffannosa ricerca di unidentit e una
incessante (forse anche estenuante e senza fine apparente) rincorsa di modelli di vita
quali che siano, percorrendo strade in una societ che fa della prestazione e della
competizione il proprio senso comune - dove cercare di essere qualcuno e di mettere in
mostra la propria autostima e il proprio ego narcisistico (nello spettacolo, con Facebook e
Twitter, in YouTube, in certi programmi televisivi). Esiste anche una grande voglia di
cambiare le cose, espressa per sul lato individuale, senza riuscire o senza nemmeno
provare davvero a farlo insieme e per tutti (la voglia resta una voglia, senza diventare
un progetto), e quindi sembra mancare una necessaria maturazione sociale. Ed esiste
anche il parallelo impegno dei giovani, tanti e in modo articolato, nel volontariato e
nella socialit, che per spesso un impegno poco visibile, quasi nascosto, che non
cambia i modelli di riferimento prevalenti nella societ e tra gli stessi giovani, non
diventa senso comune facendo crescere laltruismo e lempatia sociale. O ancora, esiste
una voglia di partecipazione alla politica, ma anchessa breve nel tempo (provo a
cambiare le cose, non ci riesco, mi ritiro e mi adatto alla realt) e con obiettivi importanti,
ma solo specifici e poco generali (ad esempio, lOnda degli studenti).
Su tutto, i giovani scontrandosi con lindifferenza o linsofferenza o lincapacit di
ascolto, su questi temi, da parte degli adulti. Adulti che magari si credono giovani
(giovanilisti, sempre giovani, sempre attivi, edonisti), senza per riuscire non solo a
capire, ma nemmeno ad ascoltare ci che i giovani (quelli che sono giovani davvero),
vorrebbero dire loro.
Nella societ della comunicazione, in realt sembra che la comunicazione (tra genitori
e figli, tra gli stessi giovani, tra societ e giovani, tra politica e giovani) sia ai minimi
termini.

Societ liquida, giovani liquidi.


Questo mal-essere spesso si accompagna a (e convive con) quello che si pu definire
una condizione (o una percezione) di ben-avere materiale, quanto a reddito e a
disponibilit economiche della famiglia di origine. I giovani non si sentono poveri,
let che vivono comunque quella delleccesso, mille lavori permettono di integrare
eventualmente il reddito della famiglia di provenienza.
E un mal-essere spesso dunque contenuto dentro ad un ben-avere. Ma anche un benavere che non produce un parallelo ben-essere (nel senso di vivere bene).
Un mal-essere che alla fine, provando a ricomporre il contesto fin qui descritto,
evidenzia la presenza di una condizione giovanile molteplice e apparentemente
senza senso unitario. Sembra non esserci una giovent, ma una molteplicit di giovent. E
questa cosa certamente sempre vera, ed era vera anche in passato; ma ieri questa
molteplicit era comunque dominata da valori, da passioni politiche, da fedi, da
progetti di vita. Questa molteplicit, oggi, sembra esplodere invece in una
frammentazione infinita, in una molteplicit di condizioni esistenziali senza
progettualit, senza futuro, senza valori. E dalla navigazione nei mondi virtuali,

112

dove tutte le rotte possono essere tracciate, ad una navigazione nel mondo reale
senza mappe, senza bussola, la con-fusione tra reale e irreale pu essere fortissima.
().
E allora, la stessa condizione giovanile, come la societ nel suo insieme che la
contiene e forse le d comunque forma, sembra essersi fatta liquida (qui estendendo
la metafora di Zygmunt Bauman), ovvero: nulla stabile e fermo, tutto si muove e
muta in un autentico e incessante divenire, la societ e la vita hanno la natura dei
liquidi; liquidi che non possiedono, appunto una forma propria.
Una societ liquida: che sembra incapace di pensare a se stessa - non avendo una
forma, non riesce a ricomporsi in modo sensato, non riesce a pensarsi come dotata di
una certa forma - e dove quindi si persa anche la cognizione e la capacit degli
adulti di capire, pensare, vedere chi sono i giovani, come sono, cosa fanno, perch sono
questo e non altro; perch anche i giovani hanno molti (forse troppi) sensi e scopi e
frammenti di s (stili, motivazioni, atteggiamenti, comportamenti), che coesistono
negli stessi gruppi giovanili, persino negli stessi individui, senza riuscire a sommare
tra loro e in loro questi frammenti di personalit, di identit, di richieste di
riconoscimento, di motivazioni.
Una molteplicit, una liquidit di vita e di relazioni che possono (forse devono) essere
intese come un vantaggio, come una autentica positivit sociale ed esistenziale:
consentendo e/o producendo un politeismo dei valori e degli stili di vita utile alla
costruzione di personalit e di identit pi forti, pi creative e meglio responsabili
(in particolare, per una maturazione affettiva e sociale), aperte e non chiuse. Non essere
chiusi in pochi modelli identitari, in poche dimensioni esistenziali, non avere pi dei
limitati modelli di riferimento (politici, religiosi, familiari, etici), non avere pi
ideologie pesanti a cui dover credere, ma essere invece aperti al nuovo, alla
sperimentazione, tutto questo solitamente valutato, in psicologia, come qualcosa di
estremamente positivo. Perch offre loccasione e lopportunit di costruire un s
molteplice, non chiuso, non auto-referenziale e quindi aperto alla molteplicit, alla
di-versit. Per la costruzione di un s pi forte, pi consapevole. Meno eteronomo, pi
autonomo.
Molteplicit e liquidit possono per contenere in s ed questa la realt che sembra
maggiormente apparire dai fatti - anche una valenza diversa, opposta e negativa: un
consumismo compulsivo delle identit e del piacere; una moltiplicazione di stimoli
apparentemente intensi, apparentemente ricchi di pathos, di emozione, di
coinvolgimento, anche se dominati da quella esasperazione delleccesso che alla fine
produce per una sorta di inflazione delle emozioni e degli eccessi - la perdita di pathos
(anche le passioni e gli eccessi si svalutano) e della capacit di emozionarsi davvero.
Per esistenze infine svuotate (anche) per un eccesso di stimoli, di offerta di beni-vita
superiore alla domanda (o con unofferta di beni-vita diversa dalla domanda che
partirebbe dai giovani se lofferta non soffocasse la domanda), di orgasmi
consumistici ed edonistici, per un eccesso intollerabile di liquidit. Per identit, alla
fine, pi eteronome e meno autonome.

Giovani senza passato e senza futuro.


Se poi il presente lunica realt che si vive o che si portati a vivere; se il futuro non
va pi in l di domani o dopodomani; se il futuro visto non pi come una promessa,
come lo era nel passato anche recente, o come una speranza, ed percepito piuttosto
come una minaccia (secondo Miguel Benasayag, in Lepoca delle passioni tristi) o come
qualcosa che non si pu in alcun modo prevedere o progettare - allora questo eterno
presente a sua volta sempre pi compulsivo (fare sempre pi cose, avere sempre pi
emozioni/divertimento in un tempo sempre pi compresso e breve) diventa,

113

secondo Umberto Galimberti un assoluto da vivere con la massima intensit, non


perch questa intensit procuri gioia, ma perch promette di seppellire langoscia
che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di
senso. Il tempo lineare della modernit, tendente verso il futuro inteso come scopo,
sembra ripiegare in un tempo istantaneo, senza direzione n scopo.
E per, anche questa non una condizione solo giovanile, ma dellintera societ.
Perch lintera societ che sembra avere perso la capacit di ricordare il passato
(avere memoria di ci che si fatto e di ci che si stati) e soprattutto quella di
progettare un domani a lunga scadenza. I giovani, gli adulti-giovani cos come i
giovani-adulti non sembrano essere pi in grado, in questa condizione giovanile
lunga, di pensare a cosa faranno da grandi. La vita diventa allora un interminabile
vivere alla giornata. Nuove tecnologie, tempo reale, istantaneit esistenziale, nuovi
lavori e precariet: tutto questo porta a rimuovere il futuro, abbrevia lorizzonte
temporale, limita il vivere (e i modi in cui la societ organizza il proprio vivere) ad
un vivere appunto alla giornata.
Diffusione del lavoro precario, disinvestimento da istruzione e ricerca (e
investimenti crescenti, invece, nella societ dello spettacolo), il tutto in un quadro di
globalizzazione questo produce/induce atteggiamenti di dis-impegno e di indifferenza per la realt, per ci che non si pu controllare n progettare; accanto ad
una esplosione di principio di piacere e di divertimento.
Era invece un tratto tipico della vita umana moderna, sia individuale che sociale,
quello di pensare al futuro (la modernit nasce con questa idea forte). Se la societ
invece cancella il futuro come progettualit sociale, come immaginazione del
domani, come direzione della storia, se tutta la societ si organizza sul brevissimo
periodo, sullimmediatezza, sul qui e ora, sul subito e adesso, evidente che mette a
rischio la sua stessa esistenza perch si spoglia di futuro, muovendosi non pi verso
unidea di progresso o comunque di miglioramento sociale, culturale, esistenziale; ma
di possibile regresso, di peggioramento della qualit della vita.
Il tutto - conseguenza anche questa della perdita del futuro - con una sorta di
abdicazione degli adulti dal loro ruolo di genitori. Abdicazione che si evidenzia
appunto nel mondo che i padri e le madri stanno lasciando ai loro figli, peggiore
rispetto al mondo che avevano ereditato dai loro genitori; come se i padri e le madri
non avessero pi fiducia nei figli che hanno generato o si disinteressassero a loro.
Che sono giovani ma che non riescono a diventare adulti perch gli adulti stanno
cancellando o peggiorando le condizioni - di lavoro, di fiducia, di offerta di futuro per poterlo diventare.
E una societ che al pi cerca di tamponare gli effetti di maggiore rischio presenti al
proprio interno, senza riuscire per (spesso senza nemmeno provare) a rimuovere le
cause che generano tali condizioni di rischio e di insicurezza. Ovvero e ancora: la
precarizzazione crescente del lavoro e quindi della vita individuale e sociale; il
disinvestimento da istruzione e cultura, quindi una societ che sa/conosce sempre
meno; il nichilismo dei valori, effetto non del relativismo ma dellassolutizzazione di
valori come consumo e competizione; lanti-patia sociale e relazionale al posto
dellem-patia con gli altri; il narcisismo invece di relazioni di aiuto.
Quasi che queste cause (ci che produce la liquefazione della societ, lindifferenza e
insieme leccesso, lapatia e insieme ledonismo) siano ormai una sorta di dato
oggettivo, una realt di fatto immodificabile (in realt un sintomo, anche questo,
della perdita di futuro), cui al pi ci si deve adattare. Gli individui forse cercano una o
diverse modalit di adattamento (di sopravvivenza) ai loro effetti, senza andare a
rimuovere le cause. E questo spiega la rinascita delle reti di protezione familiare, i
gruppi auto-referenziali tra simili (anche in rete), la rinascita di uno spirito
comunitario chiuso, lattivazione di amicizie e conoscenze a scopo soprattutto

114

utilitaristico (gli amici sono tali solo se servono per qualcosa, non per stare
semplicemente insieme), ma anche la chiusura di molti in una sorta di autismo sociale.
Ma il dis-orientamento, il dis-incanto e il mal-essere si coniugano, come detto - e
sembrano voler essere curati - con ledonismo e con il divertimento (meccanismi di
re-azione davanti ad un eccesso di rischi incontrollabili); o con la paura e ancora la
ricerca di una comunit che dia sicurezza e protezione, sia essa la famiglia, Facebook
o lo Stato. Quello Stato a cui si chiede pi controllo e maggiore protezione in termini
di ordine pubblico (si curano ancora gli effetti) ma non in termini di ordine economico,
quindi di riduzione dellinsicurezza sociale o lavorativa (le cause); con la ricerca
compulsiva di eccesso e di trasgressione, non finalizzata per a creativit e
anticonformismo, ma alla ricerca di un piacere (alla soddisfazione di un principio di
piacere) fine a se stesso, magari molto erotizzato, ma senza sensualit. Per un
conformismo del piacere e del divertimento.
I giovani, dunque soprattutto i giovani - si trovano ad affrontare un nuovo e pi
radicale conflitto: tra principio di realt (basato su: fare i conti con la vita, costruire nel
tempo se stessi e la relazione con gli altri, imparare a vivere la consapevolezza di non
poter avere tutto e subito); principio di piacere (fondato su: pensare o essere indotti a
pensare che invece si possa avere tutto e subito, senza mediazioni e senza fatica, che
la realt non esista perch ormai by-passata dal virtuale e dalla con-fusione tra realt
e finzione, che il piacere sia qualcosa di facile e a buon mercato, da prendere e da
consumare in fretta, assecondando un nuovo, accattivante ed emozionante
consumismo dei piaceri); principio di responsabilit (ovvero: assumersi la responsabilit
per ci che si fa e per come lo si fa, avere lungi-miranza per gli effetti lontani delle
azioni di oggi: processo quasi impossibile se manca appunto ogni idea di futuro, di
dopo); e principio speranza (non perdere la speranza meccanismo psicologico
importantissimo - di poter migliorare le cose, di poter cambiare il mondo, di pensare
che il domani possa essere meglio delloggi).
Superare questo conflitto tra principi diversi difficile in una societ dove letica del
lavoro (e il principio di realt) svaporata ed stata sostituita da unetica del
consumo (e del piacere, senza responsabilit e senza speranza). Tanto che - ancora
Zygmunt Bauman sostiene che si passati da una societ dei produttori (o da quella
che aveva definito come modernit pesante della prima met del 900, fatta di regole
stabilizzate, di processi sociali prevedibili, di capacit di immaginare il futuro) ad
una societ dei consumatori, o ad una modernit appunto liquida.
E il consumo, evidente, ha una logica di funzionamento e di modificazione dei
comportamenti del tutto diversa dal produrre: una logica dove massimo deve essere il
piacere da raggiungere o da desiderare, ma dove ogni cosa deve essere consumata in
fretta, secondo quel meccanismo che si chiama invecchiamento psicologico e che
riguarda la sostituzione, in tempi sempre pi brevi, di beni e di servizi, di piacere e
di divertimento, di mode e di simboli, perch possano essere sostituiti da altri
prodotti/beni/mode/simboli (psicologicamente) nuovi. Questa logica del consumo
ha contagiato lintera societ, facendo consumare tutto sempre pi in fretta ed
estendendo/traslando questi meccanismi di consumismo e di invecchiamento
psicologico anche su valori, relazioni, amore, lavoro, passioni. In una societ dove
tutti devono essere giovani a lungo, in realt tutto sembra dover invecchiare in fretta.

Il lavoro come campeggio.


Alla fine si prodotto quellautentico paradosso al quale si gi accennato: quello di
una societ dove i figli (i giovani) forse per la prima volta da molti decenni a questa
parte - stanno peggio dei padri. Per lavoro, per la perdita dellattesa/speranza del
domani, per reddito. E quindi, lanalisi sul mal-essere dei giovani non pu non

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tornare alla questione del lavoro. Perch se vero che oggi identit, atteggiamenti, stili
di vita, personalit, modi di socializzazione sono effetto soprattutto di mezzi
particolari come televisione, rete e spettacolo ci che massimamente produce
modelli di normazione e di normalizzazione sociale il lavoro resta quella cosa senza la
quale una vita impossibile da vivere. Vero, questo, in una societ che si diceva
fondata sul lavoro, ma vero anche in quella stessa societ che sta oggi uccidendo il
lavoro. O almeno: lo sta indebolendo nella sua funzione di costruttore/facilitatore di
identit, di progettualit, di socializzazione, di partecipazione, di cittadinanza. ().

Il lavoro e il dis-investimento dai giovani.


E per, una societ che, nelle trasformazioni che produce o che subisce da parte degli
apparati di organizzazione del lavoro, lascia i giovani in questa condizione ormai
strutturale (da contingente che doveva essere) di crescente incertezza sul proprio
futuro, una societ che ha smesso di investire nei giovani (una contraddizione: una
societ non pu non investire nei suoi giovani). Sentirsi emarginati, messi da parte,
non considerati; viversi come proletariato esistenziale; vivere come la peggio giovent
degli ultimi decenni in termini economici e sociali; non poter avere ideali, progetti,
speranze, attese, bloccati nella crescita civile e sociale e non pi visti come attivatori
del movimento e del miglioramento; sentirsi abbandonati dai padri e dalle madri
questo fa della societ italiana una societ (metaforicamente) senza pi figli, una societ
che (sempre metaforicamente) ha ucciso i propri figli. Ma una societ che penalizza i
giovani, una societ che penalizza se stessa.
A differenza dei giovani italiani, invece, quelli europei completano prima gli studi,
escono prima dalla casa dei genitori (in Italia stata famosa, anni fa, la definizione di
bamboccioni: i giovani italiani che non avrebbero la forza di fare da soli e che
continuerebbero a confidare nella famiglia di origine, restando ad abitare nel nucleo
originario), entrano prima nel mercato del lavoro, hanno migliori possibilit di
scalare le gerarchie professionali e di influenzare le decisioni collettive. Anche il
divario di reddito (reddito reale) dei giovani rispetto ai lavoratori maturi maggiore
in Italia rispetto al resto dEuropa.
Sempre rispetto allEuropa, in Italia vi minore sostegno da parte dello Stato in caso
di disoccupazione, di povert, di famiglie numerose, vi sono meno servizi sociali,
come asili e assistenza. Di fatto ulteriore paradosso italiano questi sono segni di
una societ non solo ineguale e produttrice di disuguaglianze crescenti tra le classi
sociali o tra i componenti del ceto medio (il 10% pi ricco degli italiani ha una quota
del 30% del reddito nazionale), ma addirittura tra le generazioni.
Anche lultima crisi (ancora in corso) stata in realt fatta pagare soprattutto o quasi
esclusivamente ai giovani: secondo lOcse, nellanno 2009, tutte le perdite nette di
posti di lavoro (il saldo fra assunzioni e licenziamenti) si sono concentrate nel grande
bacino degli occupati atipici e temporanei, dove chi ha meno di 35 anni in netta
maggioranza sul totale, perch quasi il 60% dei precari nato dopo il 1974. Sulla
cifra di circa 1,8 milioni di senza lavoro (dato gennaio 2010) in Italia, un milione di
persone aveva meno di 34 anni. Mentre il tasso di disoccupazione dei giovani era
salito a maggio 2010 al 29,2%. E questo mentre l85% di chi giovane (under 35 anni)
e ha comunque un lavoro, sia pure precario a tempo determinato o a progetto,
guadagna meno di mille euro al mese.
Questo dipende ovviamente dal fatto che gli over 35 anni sono invece
prevalentemente inquadrati con contratti di lavoro a tempo indeterminato, pi
difficili da sciogliere. E dal fatto che oltre il 25% dei lavoratori sotto i 35 anni ha un
lavoro temporaneo (solo il 7%, invece, per gli over 35).

116

() Leffetto complessivo di questa riorganizzazione del lavoro stato appunto


quello di una dichiarazione di guerra ai giovani e ai lavoratori precari, secondo gli
economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Una guerra tra padri e figli, pur essendo poi
la famiglia (un altro paradosso) lunico o il prevalente ammortizzatore sociale
realmente esistente per questi giovani precari (lammortizzatore sociale di ultima
istanza).
Anche se la famiglia d necessariamente una risposta residuale, che forse attenua,
come detto, gli effetti del disagio, ma il cui rafforzamento come rete di sicurezza non
cambia le cause dellinsicurezza, lasciandole anzi intatte e in continuo rafforzamento.

Societ della conoscenza, ma senza conoscenza


In pi, sempre relativamente ai bassissimi investimenti connessi a istruzione e
cultura (addirittura decrescenti), in Italia solo il 30% della popolazione ha
unistruzione superiore, contro il 40% della Francia, il 55% della Germania e il 57%
della Gran Bretagna. E se la scuola non funziona (perch non si investe nella scuola
pubblica), se lo Stato spende sempre meno in istruzione e cultura, allora la mobilit
sociale si riduce, producendo per contro una societ diseguale anche in termini
educativi e culturali. In Italia, i laureati sono la met rispetto alla media dellOcse. E
secondo il sociologo Luca Ricolfi, su 100 giovani italiani over 30, solo 40 avrebbero un
mestiere in senso proprio, ossia un diploma tecnico-professionale (29%) o
unistruzione universitaria completa (11%). Gli altri si perderebbero tra processi di
semi-istruzione, frequenza a scuole professionali e lauree brevi; moltissimi (34%)
addirittura fermandosi, ancora oggi alla scuola media.
Con laggravante per, secondo lIstat, che negli ultimi cinque anni i sotto-inquadrati,
cio coloro che svolgono un lavoro meno qualificato del loro titolo di studio sono
saliti da 3,4 a 4,6 milioni di persone e di questi la met circa sono under 34 anni.
Producendosi un blocco soprattutto psicologico, che deprime coloro che avevano
investito in sapere e conoscenza, perch vero che bisogna imparare ad adattarsi,
ma stimolare i giovani a sapere e a conoscere riducendo per poi gli sbocchi
occupazionali un altro dei molti paradossi italiani. Unaltra tattica nella guerra dei
padri contro i figli. Effetto degli scarsi investimenti in cultura e istruzione, in una
societ che sembra privilegiare pi il fare rispetto al sapere, lavere rispetto allessere,
labilit rispetto al merito; e di una precarizzazione del mercato del lavoro che induce
le imprese (per ragioni diverse) a non investire nella formazione, nella
specializzazione, nellaccrescimento e nella messa a valore della conoscenza e delle
competenze (essere una societ che si dice della conoscenza, ma che non investe in
conoscenza unaltra contraddizione italiana). Il dato sui brevetti riflette questa
incapacit delleconomia e delle imprese italiane a investire in conoscenza; uno su
tutti, riferito alla citt pi avanzata da questo punto di vista: a Milano, tra il 2002 e il
2009, il numero dei brevetti crollato del 20%).

La carica dei Millennials.


Per completare il quadro rispetto ad una condizione giovanile sempre pi articolata
e complessa, opportuno richiamare una ricerca svolta nel 2009, nellambito
dellUniversit Cattolica di Milano a cura di Alessandro Rosina e Paolo Balduzzi dal titolo: Giovani oltre la crisi, la carica dei Millennials. Una tendenza, quella dei
Millennials nata negli Stati Uniti e poi trasferitasi anche in Europa. Sarebbero giovani
positivi, che non si credono bamboccioni, che si impegnano nel sociale e in politica
(pochi in realt: il 10% del campione, ma in aumento rispetto al passato). Che
ritengono superati i neets, acronimo per designare i not in employment, education or

117

training, altrimenti definiti come generazione n-n, o giovani senza lavoro, senza
titolo di studio, che sono indifferenti a cercare luno o laltro: in Italia sarebbero circa
2 milioni, il doppio della media europea. Giovani millennials che sarebbero oltre
anche rispetto alla generazione boomerang (i giovani che, dopo unesperienza di vita in
autonomia, tornano alla casa dai genitori; e oggi, comunque, secondo lIstat, il 50,2%
dei giovani tra 25 e 29 anni abita ancora nella casa dei genitori, erano il 34,5% nel
1983). Giovani che non sembrano interessati neppure alla crescente pratica del
downshifting (come dire: scalare le marce, uscire dal lavoro e fare altro nella vita - e una
vita diversa).
Millennials come giovani che sembrano avere anche superato lo choc di essere i primi
a dover vivere una condizione peggiore di quella dei loro genitori, che hanno
dunque imparato a gestire meglio le situazioni di incertezza prodotte dalla societ del
rischio. Giovani che usano le nuove tecnologie, sono creativi, pi propositivi, che
sono mobili (liquidi in modo positivo e di auto-valorizzazione; e non negativo), che
innovano nel modo di relazionarsi, che affermano che per riuscire nella vita bisogna
rischiare (lo affermava il 60% di coloro che avevano tra i 20 e i 24 anni, anche se la
percentuale scendeva drasticamente al 30% per coloro che avevano 30 anni, a
conferma del fatto che tra giovani-adulti e adulti-giovani vi sono molte differenze e
che let produce modelli di vita assai diversi tra loro). Giovani che sembravano
vivere senza grandi mal-esseri, senza disincanto o indifferenza. Positivi, appunto,
anche se resta da valutare quale sia il peso reale di questa categoria una delle
possibili, una delle molte - allinterno dalla macro-categoria dei giovani italiani.
Macro-categoria scomposta dal demografo Massimo Livi Bacci in giovani-pochi (sono
pochi numericamente), giovani-lenti (la transizione alla vita adulta meno rapida
rispetto al passato) e giovani-tardi (accedono in ritardo alle funzioni di rilevanza
sociale e politica).
A conferma per del fatto che il mondo giovanile un insieme di mondi; che in questi
mondi e tra gli stessi giovani molte sono le situazioni, gli stili, gli approcci, le attese, i
modi di vivere. Ma anche che accanto ai disimpegnati e agli indifferenti, agli edonisti
e ai nichilisti vi sono coloro che invece puntano in alto (la fuga dei cervelli verso
lestero), che fanno rete vera e non solo nei social network, che si spendono tra
volontariato e politica, che hanno voglia di fare e soprattutto di cambiare.
Il problema sono anche le troppe barriere allentrata alzate dalla societ nei confronti
dei giovani. Queste barriere andrebbero abbattute (come tutte le barriere); e lItalia
dovrebbe tornare ad ascoltare i giovani, a dare loro spazio di iniziativa e di
cambiamento. A dare loro luoghi e tempi dove mettere a frutto creativit, fantasia,
eccesso e immaginazione.

Capitolo 13
Il diverso e laltro da s.

Integrazione al tema dellidentit.


Secondo lantropologo francese Claude Lvi-Strauss, due sono state, nella
storia umana, le strategie impiegate dalle societ e dagli individui quando
hanno dovuto confrontarsi con la diversit altrui: una la strategia
antropoemica, laltra quella antropofagica. La prima consisteva nel rifiutare, nel
buttare fuori dalla comunit costituita gli Altri, i diversi da s. Vietando il
contatto fisico, il dialogo, i rapporti sociali, il matrimonio. La seconda
118

consiste nellomologare, nel rendere uguale a s lAltro e il diverso da s: se la


prima mirava allesilio o alla distruzione degli altri, la seconda puntava
allannullamento o distruzione della loro diversit.
Dunque, come relazionarsi con gli Altri, con chi diverso da s per cultura,
lingua, religione, idee politiche? Accettare o rifiutare la diversit, tollerarla,
oppure escluderla, vietarla, proibirla? Escludere, includere o accettare,
tollerare, riconoscere? Esempi: immigrati, diversi sessualmente, diversi
politicamente. Vietare i Pacs, vietare lomosessualit, oppure riconoscere
queste realt come diritti? La legge come obbligo o come diritto? Chi
lAltro? Escluderlo, includerlo o dia-logare con lui, un dia-logo tra
discorsi diversi, ri-conoscendosi reciprocamente sulla base del principio non
fare agli altri ci che non vorresti fosse fatto a te stesso?
Lagor e la polis. Pu esistere una societ senza un luogo (agor) dove
possa avvenire lincontro tra individui e societ, tra interesse privato e
interesse pubblico, onde costituire la polis, la comunit degli uomini riuniti
a vivere in uno stesso ambito spaziale e temporale condiviso? Come si crea
questa condivisione, includendo, escludendo o dialogando con gli Altri e i
diversi da s? Lagor faticosa (il caso di Socrate), ma la libert e la
partecipazione sono di natura faticose (implicano tempo, discussione,
ascolto, confronto mettersi di fronte agli altri e dialogare pensiero,
dialogo, relativismo e non mono-logo). Pi facili la demagogia, il
populismo, il conformismo, i fondamentalismi e gli integralismi.

Il concetto di egemonia.
Chi/cosa produce egemonia.
Riflessioni sul pensiero di Antonio Gramsci.
Il concetto di egemonia secondo Antonio Gramsci. Vecchie e nuove
egemonie. Il concetto di egemonia in relazione a quello di bio-politica e
bio-potere. In L. Demichelis, Societ o comunit, Gramsci e legemonia della
tecnica.

Autonomia o egemonia/eteronomia.
La morte dellUtopia. Il bisogno di Utopia.
2.9, 2.10, 3,1, 3.3, 3,4 e poi riflessioni su Introduzione e
Conclusioni in Societ o comunit.
Capitoli

Conclusioni.

119

Consigli/suggerimenti/proposte di lettura.
(testi non obbligatori per lesame, ma consigliati per successivi
approfondimenti/integrazioni o per spirito di curiosit).
Anders Gunther
Luomo antiquato, (2 voll.) Economica Bollati Boringhieri
Arendt Hannah
Le origini del totalitarismo, Einaudi
Barber Benjamin
Consumati. Da cittadini a clienti, Einaudi
Bazzicalupo Laura
Il governo delle vite. Biopolitica ed economia, Laterza
Beck Ulrich
La societ del rischio, Carocci
Benasayag Miguel
Lepoca delle passioni tristi, Feltrinelli
Elogio del conflitto, Feltrinelli
Bernays Edward
Propaganda, Lupetti Editore
Bevilacqua Piero
Il grande saccheggio Laterza
Elogio della radicalit, Laterza
Bianchi Enzo
Laltro siamo noi, Einaudi
Bollati Giulio
Litaliano. Il carattere nazionale come storia
e come invenzione, Einaudi
Bonomi Aldo
Il rancore, Feltrinelli
Il capitalismo molecolare, Einaudi
Il capitalismo personale, Einaudi
Bourke Joanna
Paura, Laterza
Canetti Elias
Masse e potere, Adelphi
Canfora Luciano
La natura del potere, Laterza
120

Carr Nicholas
Internet ci rende stupidi? Cortina Editore
Debord Guy
La societ dello spettacolo, Baldini Castaldi Dalai Editore
Delumeau Jean
Il peccato e la paura, il Mulino
Elias Norbert
Potere e civilt, il Mulino
Ellul Jacques
Il sistema tecnico, Jaka Book
Formenti Carlo
Cybersoviet, Cortina Editore
Felici e sfruttati, Egea
Foucault Michel
Sorvegliare e punire, Einaudi
Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli
Nascita della biopolitica, Feltrinelli
Bisogna difendere la societ, Economica Feltrinelli
Biopolitica e liberalismo, Medusa
Forti Simona
I nuovi demoni, Faltrinelli
Fromm Erich
Psicanalisi della societ contemporanea, Oscar Mondadori
Avere o essere?, Oscar Mondadori
Furedi Frank
Il nuovo conformismo, Feltrinelli
Galimberti Umberto
Psiche e techne, Economica Feltrinelli
I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli
Lospite inquietante, Feltrinelli
Gallino Luciano
La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza
Finanzcapitalismo, Einaudi
Il lavoro non una merce, Laterza
Tecnologia e democrazia, Einaudi
Limpresa irresponsabile, Einaudi
Con i soldi degli altri, Einaudi
Gorz Andr
Limmateriale, Bollati Boringhieri

121

Junger Ernst
Loperaio, Guanda
Kant Immanuel
Che cos lilluminismo?, Editori Riuniti
Lyon David
La societ sorvegliata, Einaudi
Marcuse Herbert
Luomo a una dimensione, Einaudi
Morozov Evgeny
Lingenuit della rete, Codice
Noiville Florence
Ho studiato economia e me ne pento, Bollati Boringhieri
Nussbaum Martha
Non per profitto, il Mulino
Creare capacit, il Mulino
Packard Vance
I persuasori occulti, Einaudi
Pasolini Pier Paolo
Scritti corsari, Garzanti
Pianta Mario
Nove su dieci, Laterza
Polanyi Karl
La grande trasformazione, Einaudi
Per un nuovo Occidente, il Saggiatore
Postman Neil
Technopoly, Bollati Boringhieri
Rea Ermanno
La fabbrica dellobbedienza, Feltrinelli
Recalcati Massimo
Il complesso di Telemaco, Feltrinelli
Remotti Francesco
Lossessione identitaria, Laterza
Revelli Marco
Oltre il Novecento, Einaudi
I demoni del potere, Laterza
Sinistra Destra, Laterza
Finale di partito, Einaudi
122

Ritzer George
La religione dei consumi, il Mulino
Rodot Stefano
La vita e le regole, Feltrinelli
Intervista su privacy e libert, Laterza
Il diritto di avere diritti, Laterza
Perch laico, Laterza
Saramago Jos (vivamente consigliato)
Il racconto dellisola sconosciuta, Einaudi
Sassen Saskia
Una sociologia della globalizzazione, Einaudi
Sen Amartya
Lidea di giustizia, Mondadori
Sennett Richard
Insieme, Feltrinelli
Siegel Lee
Homo interneticus, Piano B
Tapscott Don e Williams Anthony
Wikinomics, Rizzoli-Etas
Tocqueville Alexis
La democrazia in America, Utet Economica
Touraine Alain
Libert, uguaglianza, diversit, il Saggiatore
Il mondo delle donne, il Saggiatore
Urbinati Nadia
Individualismo democratico, Donzelli
Liberi e uguali, Laterza
La mutazione antiegualitaria, Laterza
Viroli Maurizio
Lintransigente, Laterza
Zagrebelsky Gustavo
Contro letica della verit, Laterza
Scambiarsi la veste, Laterza
Zanini Adelino-Fadini Ubaldo
Lessico postfordista, Feltrinelli
Zaretsky Eli
I misteri dellanima, Feltrinelli

123

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