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LA NASCITA DELLA SOCIOLOGIA

Il contesto storico in cui la disciplina nasce è caratterizzato dagli sconvolgimenti


provocati dalla rivoluzione industriale. Non è infatti un caso che la sociologia si
affermi innanzi tutto in contesti come quello tedesco, francese, inglese e statunitense
dove più profondamente si era radicata l'industrializzazione, con i conseguenti
stravolgimenti dei modi di vita, di ruolo, ma anche di collocazione sociale e di valori,
tipici delle epoche precedenti.
La sociologia è dunque una delle scienze più giovani: la sua nascita viene
normalmente fatta risalire all'espressione "sociologia" usata nel 1824 da Auguste
Comte (positivista) per designare la scienza della società in sostituzione della fisica
sociale. In realtà, nonostante le analisi del contesto sociale precedano di gran lunga
quella data (si pensi, per esempio, all'opera di Hobbes o ancor prima a quelle di
Platone e Aristotele), è soltanto a partire dal XIX secolo che si impone l'esigenza di
una disciplina scientifica che concentri il proprio ambito di indagine sui fenomeni
sociali e sulla struttura delle relazioni sociali.
La sociologia si caratterizza quindi per la sua specificità e per i suoi obiettivi che sono
differenti da quelli della psicologia. La sociologia infatti, non studia l’individuo come
singolo (interesse della psicologia: singolo nella sua individualità), ma studia
l’individuo nella sua relazione con gli altri, prende in esame le dinamiche sociali. Ne
deriva quindi che alla sociologia non interessa l’individuo in sé, ma ciò che è esterno
all’individuo, proprio perché quest’ultimo da solo non è rappresentativo delle
dinamiche sociali e dunque la sua analisi non può essere utilizzata per migliorare
l’assetto sociale.
La sociologia nello studio del comportamento umano deve tener conto di alcuni
elementi importanti:
• Differenze socio-culturali;
• Stili di vita;
• Relazioni socio-economiche;
• Valori simbolici (linguaggio).
Possiamo poi convenire sul fatto che la sociologia, o meglio la sua nascita, sia stata
caratterizzata da tre momenti storici importanti:
1.la rivoluzione industriale

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2.la rivoluzione scientifica (che dà avvio al pensiero positivistico, per cui si cerca di
spiegare il rapporto causa effetto che esiste tra più eventi)
3. la rivoluzione francese.
La Rivoluzione Industriale è caratterizzata dal ricorso alla scienza per spiegare il
mondo. Si basa su un approccio positivistico; concetto di spiegazione. La Rivoluzione
Francese è caratterizzata da valori come la libertà, la fraternità e l’uguaglianza.
Volendo quindi dare una definizione di sociologia si può adottare quella espressa da
Max Weber, secondo il quale “la sociologia è la scienza che permette di comprendere
e di interpretare i fenomeni sociali”. Oltre a determinare le cause dei fenomeni
sociali i sociologi ricercano poi le forme di intervento per influenzare lo sviluppo
sociale.
Dunque, tracciando una sorta di evoluzione storica della sociologia, per prima cosa è
necessario distinguere i precursori dai suoi fondatori.
Comte ne è il precursore per eccellenza, nonché colui che ha coniato il termine di
“sociologia”. Fanno seguito sociologi importanti come Weber (esponente della
corrente conflittualista) e Durkheim (esponente della corrente funzionalista)
entrambi considerati fondatori della sociologia, poi c’è Turaine, sociologo dei
movimenti sociali.
Seguono poi i sociologi moderni come Marx (conflittualista, che parla di alienazione,
sfruttamento, disuguaglianza) e sociologi postmoderni.
Gli approcci utilizzati sono prevalentemente di due tipi:
- Approccio macrosociale: lo studio dei modelli di società.
- Approccio microsociale: lo studio dei rapporti di iterazione fra gli individui.
Da questi derivano le teorie:
- Macrosociologiche: effettuano una analisi delle grandi strutture sociali, dei
processi e dei cambiamenti; studiano quindi prima la società e poi la
dimensione della vita quotidiana, l’individuo. Tra le teorie macrosociologiche
ricordiamo quella funzionalista (Durkheim e Parsons) e quella conflittualista
(Marx, Weber)
- Microsociologiche: fanno riferimento alle interazioni che regolano la vita
quotidiana
Più nello specifico con Comte si può parlare di un approccio positivistico, di
scientificità intesa come rapporto causa-effetto. Secondo l'indicazione di Comte,
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l'oggetto della ricerca scientifica, e pertanto anche quello della sociologia come
scienza, deve essere ridotto al "positivo", ossia alle affermazioni controllabili sulla
base dei fatti. Ciò implica la ricerca di qualcosa di verificabile, mediante cui poter
identificare le leggi che colgono le relazioni costanti e i comportamenti regolari dei
fenomeni, a loro volta comprensibili solo facendo ricorso a strumenti scientifici.
Con Weber parliamo invece di “scienza comprensiva dell’azione sociale”.
Max Weber (1864 – 1920) rappresenta una delle figure dominanti della sociologia
del Novecento. Determinante è stato il suo contributo allo sviluppo della disciplina
sia per i diversi studi storico-sociologici elaborati su vari aspetti della realtà sociale
(studio delle religioni, del capitalismo), sia per i criteri innovativi introdotti nell’analisi
dei fenomeni sociali. Centrale nel pensiero di Weber è l’esigenza di una approfondita
riflessione sui metodi che dovrebbero consentire non soltanto alla sociologia, ma a
tutte le scienze storico-culturali di rivendicare un autentico carattere scientifico.
La sociologia si interroga sul perché sia nato un determinato sistema e non un altro,
sulle implicazioni che ha sulla vita degli individui che vi partecipano, e sul come tale
sistema si sia sviluppato. Si tratta di elaborare robuste strutture logiche che
consentano alle scienze storiche e sociali di raggiungere risultati validi e verificabili.
Il sociologo non deve valutare i fatti sociali, ma limitarsi a inquadrarli all’interno dei
fenomeni culturali in cui si verificano, evitando di esprimere le sue personali
convinzioni. Pertanto, la sociologia, se vuole essere una scienza, non deve esprimere
giudizi di valore sui fenomeni che studia, ma deve limitarsi a descriverli e a darne
spiegazioni soddisfacenti. Una scienza empirica, sosteneva Weber, non può mai
consigliare ad alcuno ciò che egli dovrebbe fare, quantunque possa aiutarlo a
chiarire a se stesso ciò che egli può o vuole fare, in base ai mezzi a sua disposizione e
alle condizioni storiche in atto.
Politica e scienza risultano perciò distinte, non perché le scienze non abbiano
presupposti politici, morali e religiosi, ma perché le scienze non possono fondare e
determinare tali scelte. A queste spetta invece il compito di mostrarne la razionalità
intrinseca o meno, nel senso di chiarire se i mezzi scelti per un certo scopo sono ad
esso coerenti o meno. La razionalità non è mai un principio assoluto o estrinseco alla
situazione storica o sociale, ma è il metodo per comprenderla e operare in essa in
modo coerente.
Weber considerò la sociologia come «la scienza comprensiva dell’azione sociale». A
differenza di molti suoi predecessori, che consideravano la sociologia in termini
socio-strutturali, egli concentrò la propria analisi sui singoli individui agenti (il mondo

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di partenza sono l’attore e la sua azione sociale, l’individuo considerato come atomo
e di unità base del sistema sociale).
Per Weber dunque, a differenza del positivismo, non ci sono “fatti sociali” originari,
qualificabili in sé come tali e anteriori all’azione e intenzione concreta dei singoli
uomini, ma soltanto forme di “agire sociale”, risultanti dall’atteggiamento di uno o
più individui in rapporto all’agire di altri individui.
Coerentemente Weber ha definito la sociologia come «una scienza che si propone di
intendere, in virtù di un procedimento interpretativo, l’agire sociale, e quindi di
spiegarlo causalmente nel suo corso e nei suoi effetti».
Nasce quindi con Weber “homo sociologicus” nell’ottica in cui le azioni degli esseri
umani devono essere spiegate e comprese. L’uomo è una macchina valoriale in
quanto portatore di valori; questo si oppone all’homo economicus poiché
quest’ultimo bada agli interessi.
La sociologia di Emile Durkheim (1858-1917), invece, è tutta fortemente influenzata
dai problemi della Francia del suo tempo. Ispirandosi al positivismo di Comte e
insoddisfatto dalle analisi utilitariste di Herbert Spencer e dall’approccio deduttivo
della filosofia morale tradizionale, Durkheim cerca di delineare una scienza positiva
della società – la sociologia – che riconosca da una parte il ruolo della cornice morale
intrinseca al tessuto sociale e dall’altra adotti una metodologia empirica che
sviluppa i suoi studi dalle condizioni reali. Non a caso egli considera compito primario
della sociologia lo studio empirico della società come organismo morale che
permetta la coesione sociale.
Secondo Durkheim i fenomeni sociali devono essere studiati come fatti, ossia come
cose osservabili e misurabili empiricamente.
Secondo il sociologo francese, infatti, l’organizzazione sociale è una realtà sui generis
che non è costituita dalla somma delle sue parti, bensì le supera e le racchiude. I fatti
sociali, in quanto realtà sui generis, devono allora essere spiegati attraverso altri
fatti sociali entro un rapporto causale o funzionale: nel secondo caso, quello che più
ha esercitato influenza sugli sviluppi successivi della disciplina, una condotta sociale
è spiegata in funzione dei bisogni generali dell’organismo sociale che va a
soddisfare.
Del sociologo francese Alain Touraine ricordiamo che sostiene come la
globalizzazione abbia svuotato il significato delle istituzioni. Per riempire il vuoto
serve una risposta fondata sulla difesa dei diritti umani.

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A partire dallo studio della sociologia industriale e della formazione politica dei
movimenti sociali, Touraine ha sviluppato una teoria dell’azione e della società post-
industriale, individuando specifici elementi di crisi. Touraine ha dunque sottolineato
come la globalizzazione stia ora causando la “fine del sociale”. Nel suo ultimo libro
“La Fin des societies”, sostiene quindi che la decomposizione del capitalismo
industriale stia facendo perdere a tutte le istituzioni sociali il loro significato
originario. Una risposta collettiva e individuale contro questo declino sembra essere
la difesa dei diritti umani, come manifestata a livello mondiale da nuove soggettività
espresse nei recenti movimenti sociali.

IL RUOLO SOCIALE
Dunque all’interno della società ciascun individuo assume uno o più ruoli sociali.
Il ruolo in sociologia è un concetto fondamentale, poiché rappresenta l’unità
elementare di un sistema sociale. Esso è l’insieme strutturato di aspettative e
comportamenti attesi riguardanti un individuo che occupa una determinata
posizione sociale (status). Il ruolo, ossia l’insieme di aspettative, è sempre un
prodotto sociale, è l’esito della cristallizzazione delle norme e dei valori sociali che
definiscono le modalità e i contenuti comportamentali di una specifica posizione
sociale. Norme che possono essere sia esplicite (codici giuridici o deontologici) sia
implicite (regole di un gruppo di pari, etichetta etc.). Il ruolo ha dunque una
dimensione di aspettativa e una dimensione normativa: l’assunzione di un ruolo
obbliga l’attore ad agire secondo comportamenti attesi.
Il ruolo può essere specifico, quando riguarda un insieme di aspettative limitate e
precise (lo studente della facoltà di Scienze Politiche a Milano), oppure diffuso,
quando i comportamenti attesi sono su un livello più ampio e meno definito nello
specifico (uno studente universitario italiano).
Un soggetto può assumere ruoli differenti e quanto più la società è complessa e
differenziata, tanto maggiori saranno i ruoli che l’individuo sarà chiamato a ricoprire
(padre in famiglia, impiegato in ufficio, consigliere comunale nel tempo libero, etc.),
al contrario, nelle società poco differenziate i ruoli tendono a coincidere.
Ogni istituzione (intendendo per tale un modello regolatore, un sistema di norme
imposte dalla società alla vita sociale degli individui (il linguaggio, la famiglia etc.))
ha la specificità di un ruolo sociale.

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Secondo il pensiero di Spenser si può dire che un ruolo sociale (che per sua natura si
apprende) è stato assolto correttamente quando sono presenti tre punti/ aspetti
salienti:
1.Per prima cosa un soggetto deve capire quale comportamento è implicito nel
ruolo specifico che assume. Deve di conseguenza comprendere che cosa ci si aspetta
da lui. “COMPRENSIONE”
2.Il soggetto deve poi sviluppare la capacità di soddisfare le esigenze connesse a
questo ruolo, dunque, premesso che il soggetto abbia compreso quello che il
proprio ruolo comporta (punto 1), deve giungere al livello di soddisfare le esigenze.
“CAPACITA’ DI ADEMPIERE AL PROPRIO RUOLO E SODDISFARE LE ASPETTATIVE”
3.Il soggetto si sente adeguato rispetto al ruolo che ricopre, giunge quindi ad un
livello di gratificazione/ accettazione del ruolo sociale. “ACCETTAZIONE”
Il ruolo sociale risulta essere fondamentale soprattutto nell’ottica del funzionalismo
(che ricordiamo essere in antitesi con il conflittualismo), se infatti tutti assolvessero
al proprio ruolo sociale nel rispetto di questi tre punti tutto funzionerebbe e ci
sarebbe un ordine sociale ottimale.
Ed è proprio il processo di socializzazione che permette di acquisire un ruolo sociale;
l’essere sociali va quindi di pari passo con l’essere culturali. Da ciò deriva che la
cultura, mentalità di una persona, è difficile da cambiare proprio perché è intrinseca
nell’essere sociale. (Gli uomini sono esseri culturali nel senso che danno sempre uno
o più significati al proprio comportamento o a quello degli altri. A differenza di
Durkheim, Weber utilizza il termine cultura e ne dà anche una definizione: ‘Una
sezione finita dell’infinità priva di senso del divenire del mondo, alla quale è
attribuito senso e significato dal punto di vista dell’uomo”. Con questa definizione
Weber offre sia uno spunto metodologico, sia una visione di cosa deve essere inteso
per cultura rispetto alla società).
Un esempio di ruolo sociale può essere anche quello del malato, il quale si ritira
dalla società per lasciarsi curare. Si può quindi parlare di ruolo sociale del malato
solo fino a quando quel soggetto si sottopone alle cure necessarie per reintegrarsi
all’interno della società. Se smettesse di curarsi, non ricoprirebbe più il ruolo di
malato perché rinuncerebbe al tentativo di restare all’interno della società, quindi
scivolerebbe fuori dal sistema sociale.
Si può dunque affermare che nel momento in cui viene meno il ruolo sociale,
quando ci si allontana dal sociale, si parla di DEVIANZA. La devianza è la diagnosi, la
risocializzazione rappresenta la cura.
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Un sociologo che ha approfondito proprio il ruolo sociale del malato è PARSONS,
sociologo americano che più di tutti ha dato importanza al concetto di
socializzazione. Costui parla del ruolo del malato come un ruolo generato da
aspettative di comportamento: “Io so che sono malato e accetto il mio ruolo”. Per
Parsons quella del malato non è una situazione soggettiva ma un vero e proprio
status sociale, da intendere come posizione riconosciuta di un individuo nel proprio
gruppo.
A tal proposito Parsons individua due tratti dello status del malato:
1.ESONERO: Sospensione dell’impegno sociale finché dura la malattia. L’esonero
non è una concessione ma un obbligo.
2.DIPENDENZA: il paziente si consegna al medico, si fida del medico andando anche
incontro ad una limitazione della libertà, ad uno stato di soggezione, ad una
inferiorità e a volte impotenza. Il compito del medico è di conseguenza quello di
reintegrare il paziente nel suo ruolo sociale, restituendolo alla vita umana.
SISTEMA DI ASPETTATIVE ISTIUTUZIONALIZZATE DEL RUOLO DEL MALATO:
1.Esenzione delle responsabilità ordinarie del suo ruolo sociale
2.Accettazione dell’aiuto fornito dal medico
3.Stato indesiderato di malattia che spinge l’individuo a vedersi omologare agli
altri attraverso la guarigione
4.Obbligo del malato nel cercare aiuto per raggiungere la guarigione.
Il ruolo di malato è considerato deviante quando il paziente non si cura e non ritorna
nel sociale andando contro la sua natura di essere sociale; è invece legittimo fino a
quando l’individuo esprime la volontà di guarire e tornare a condurre una vita
normale.
CRITICHE A PARSONS:
-Ci sono malati cronici in cui viene meno il desiderio di temporaneità, non è sempre
volontario.
-Senso comune: quanto incide nelle nostre scelte e condiziona la nostra vita. In
quanto si può essere etichettati in un certo modo.

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MUTAMENTO SOCIALE ED EVOLUZIONE DEI MODELLI DI SOCIETA’
Il mutamento sociale è il cambiamento che si produce nelle strutture e nelle
istituzioni dei sistemi sociali. Quando si parla di mutamento si fa riferimento ad un
insieme di cambiamenti che investono tutte le sfere del tessuto sociale, dal lavoro
alla politica, dalla comunicazione alla famiglia, le quali sono causa ed espressione
stessa del mutamento.
Il mutamento sociale come trasformazione delle caratteristiche strutturali della
società è stato il motore stesso della nascita della sociologia: Comte (positivista),
Marx (conflittualista) , Durkheim (funzionalista), Weber (conflittualista), e Simmel si
posero tutti come obiettivo principale quello di fornire una spiegazione ai profondi
cambiamenti che le società nel XIX secolo avevano conosciuto con il presentarsi di
nuovi processi, quali l'industrializzazione, il diffondersi dell'individualismo, l'aumento
della differenziazione sociale, il dominio del positivismo e della ragione strumentale.
Le nostre stesse società non sono dei sistemi statici ma, al contrario, sono
caratterizzate da continui cambiamenti. Possiamo infatti distinguere una società
tradizionale, una società industriale e una postindustriale, dal punto di vista
economico, e una società tradizionale, moderna e postmoderna dal punto di vista
sociale. La società tradizionale è una società semplice, mentre quella odierna è una
società complessa.
Il cambiamento opera quindi a più livelli:
1.a livello politico
2.a livello sociale
3.a livello economico
Le società tradizionali sono società fortemente improntate alla religione, si pensi per
esempio alle società orientali. La società tradizionale è dunque una società semplice
in cui vige la superstizione che non lascia spazio alla razionalizzazione; la religione fa
cioè da collante, mantiene l’ordine sociale agendo/ insistendo sul principio di
condivisione, questa possiede un credo collettivo in cui è possibile identificarsi. Non
a caso Marx descrive la religione come “l’oppio dei popoli”. Solo nel momento in cui
retrocede la religione, subentra la razionalizzazione, quindi abbiamo la
secolarizzazione, ovvero la laicità dello stato. Le caratteristiche principali della
società tradizionale possiamo così riassumerle: 1.Feudalesimo, economia agricola.
2.Forme di autorità personale, arbitraria. 3.Universo morale condiviso, basato sulla
religione. 4.Superstizione e tradizione. 5.Rigidità nei ruoli sessuali 6. Identità ascritta,
locale.
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Nella società moderna (industriale dal punto di vista economico) in un braccio di
ferro ideologico, acquisisce maggiore importanza la razionalizzazione rispetto alla
religione (stiamo parlando cioè del disincantamento del mondo, del liberarsi delle
superstizioni). Dal punto di vista economico nella società industriale è prevalente il
concetto di produzione, nasce quindi il capitalismo ampiamente stressato da Marx,
concetto che poi porta con sé una disuguaglianza materiale, legata cioè al possesso
dei beni materiali. Allo stesso modo in questa società è prevalente l’urbanizzazione.
Nella società moderna si parla dunque di modernizzazione.
“Dal GLOSSARIO: la modernizzazione indica il processo attraverso il quale può
essere accelerata l’evoluzione naturale di una società da uno stadio “primitivo” ad
uno più “complesso”. In quanto processo, la modernizzazione prevede uno stadio
conclusivo, l’“essere moderno”, che è definito in modo chiaro e controverso come
corrispondente alle società occidentali, dotate di sistemi politici democratici, sistemi
sociali liberali e sistemi economici capitalisti. Durante gli anni 50, i responsabili delle
politiche si impegnarono molto per sviluppare strategie tese a migliorare le
condizioni sociali dei paesi più poveri attraverso la modernizzazione. Nella sociologia
dello sviluppo, la teoria della modernizzazione è stata in particolare associata a
funzionalisti come Talcott Parsons. Tuttavia, essa è stata criticata sia dagli
evoluzionisti classici, che avvertivano l’impossibilità di “far partire” il progresso in
questo modo, sia (cosa più significativa) da alcuni neomarxisti, i quali hanno
obiettato che la povertà di alcuni Paesi è legata direttamente alla ricchezza di altri, e
che lo sviluppo andrebbe studiato in termini strutturali. Un’ulteriore critica è stata
mossa contro l’assunto che le moderne società occidentali rappresentino uno
“stadio avanzato” dello sviluppo.”
Ancora, nella società moderna parliamo di socializzazione (processo che permette
all’individuo di sentirsi parte di una società e di riconoscersi in quelli che sono i
diversi valori tramandati, si sta parlando cioè del patrimonio culturale, per dirlo con
un’unica espressione). Riassumendo le caratteristiche principali della società
moderna sono: 1.Capitalismo industriale, urbanesimo, disuguaglianza materiale.
2.Tendenza alla centralizzazione e alla burocratizzazione (autorità interpersonale).
3.Problemi di integrazione. 4.Razionalizzazione 5.Relazioni sessuali immutate 6.Il
pubblico separato dal privato.
Nella società postmoderna (post industriale dal punto di vista economico) invece si
è un po’ perso questo disincantamento, si è cioè un po’ svuotato il principio di
razionalizzazione e si va quindi incontro ad una derazionalizzazione. Dal punto di
vista economico il concetto di produzione dei beni è stato fondamentalmente messo
in secondo piano dal binomio servizi/consumo, oggi di fatto si consuma di più
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rispetto a quello che si produce. Infine, dal punto di vista dell’organizzazione urbana,
oggi si parla infatti di suburbanizzazione, si parla di periferia che un po’ ha
soppiantato il concetto di città della società moderna. Nella società postmoderna
allo stesso modo si parla di demodernizzazione e di desocializzazione perché le
istituzioni che si occupano della trasmissione di questo patrimonio culturale sono in
crisi. Alla base delle istituzioni cui si allude c’è certamente la famiglia seguita dalla
scuola, queste, che possiamo definire anche come agenzie base, sono in crisi e
dunque non riescono più a farsi portatrici di questi valori, generando così la
desocializzazione che caratterizza la società postmoderna. In questa società ci sono
nuovi sistemi di aggregazione come i social network che si stanno di fatto
sostituendo alla famiglia. (Alcuni sociologi vedono positivamente la
desocializzazione perché ritengono che dia spazio, libertà all’individuo, cosa che
invece nella socializzazione non abbiamo perché i soggetti si trovano ad essere
inseriti in un ruolo troppo rigido che finisce con lo schiacciarli). Gli esseri sociali sono
infatti esseri culturali. Nella società postmoderna c’è, infine, una DISUGUAGLIANZA
RAZZIALE che porta ad una disuguaglianza di genere e alla discriminazione sociale.
In punti, le caratteristiche di questa società sono: 1.Economia post industriale
basata su servizi e informazione 2.Organizzazione decentrata 3.svolta culturale:
dominio dei mass media e della cultura popolare, il consumo prevale sulla
produzione, la sociologia privilegia il linguaggio, i simboli e i significati
4.Derazionalizzazione 5.Nuovi movimenti sociali, multiculturalismo e differenza
6.Ridefiniti la socializzazione, l’identità e il ciclo vitale.

LA GLOBALIZZAZIONE
Con l’avanzare del progresso, con i fenomeni di globalizzazione, delle società
multietniche, dell’affermarsi della sempre crescente influenza dei mass media ed
altri fattori rilevanti, è diventato sempre più impellente il bisogno di studiare ed
analizzare i valori, i comportamenti e gli atteggiamenti sociali per cercare di
comprendere la complessità del mondo moderno.
La globalizzazione è una fase storica di rapide e profonde trasformazioni che si
estende rapidamente a tutti i paesi fino a coinvolgere il mondo intero. La forza
dominante di questi cambiamenti è l’economia, che sfrutta le nuove tecnologie
telematiche ed informatiche per creare un unico grande mercato mondiale. Tuttavia
sarebbe un errore considerare la globalizzazione il semplice effetto di un mutamento
economico.

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La globalizzazione infatti non è un unico cambiamento ma un insieme di
trasformazioni che modificano in profondità il nostro modo di vivere, il nostro modo
di vedere il mondo e di entrare in contatto con gli altri popoli, modificando
profondamente la nostra identità personale.
La globalizzazione, pertanto, come ha osservato l’antropologo Clifford Greertz,
comporta la presa di coscienza che esistono diverse culture alle quali è necessario
avvicinarsi in modo non pregiudiziale, vale a dire cercando di evitare che i
condizionamenti della cultura di partenza influenzino l’atteggiamento nei confronti
della cultura di arrivo, rendendo inaffidabile qualsiasi risultato venga raggiunto nel
corso dell’indagine.
La principale causa della globalizzazione, come si è accennato, è di ordine
economico, ed è riconducibile al vertiginoso aumento della produzione di beni e degli
scambi commerciali favorito dalla riduzione dei costi di trasporto e soprattutto
dall’enorme sviluppo dei sistemi di comunicazione.
La seconda causa della globalizzazione è di ordine politico ed è stata la fine del
mondo bipolare, dominato per quarant’anni dalla tensione USA URSS, tra il modello
capitalistico liberal-democratico e quello social-comunista, basato sulla proprietà
statale dei mezzi di produzione.
Gli agenti della globalizzazione sono:
1.l’economia di mercato e gli accordi di libero scambio
2.la diffusione delle imprese multinazionali
3.la divisione internazionale del lavoro
4.la mondializzazione del turismo di massa
I principali effetti positivi della globalizzazione sono:
1.la diffusione dell’economia di mercato e delle ideologie occidentali del lavoro e
della produzione
2.l’aumento della ricchezza, dell’occupazione e della qualità di vita
3.la diffusione delle idee democratiche anche nei paesi governati da regimi
autoritari.
Tra gli effetti negativi annoveriamo invece:
1.i mercati privi di regole: l’economia di mercato fa prevalere la legge del più forte,
così che il più debole soccombe. Valori come la dignità umana, la solidarietà,
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l’istruzione e la lotta alla povertà sono prodotti esterni al mercato e vengono
sacrificati sotto la spinta della competizione globale.
2.la conseguente affermazione di un pensiero unico e di un’unica concezione
dell’uomo, quella occidentale, con reazioni di natura fondamentalistica e
integralistica
3.la crescita della diseguaglianza e del dislivello tra i redditi
4.la spinta ad emigrare
5.l’ aumento dell’inquinamento e la crisi ecologica
6.il degrado delle megalopoli
7.la fine dello stato-nazione e della sovranità nazionale
8.la società del rischio globale
9.l’ omologazione dei gusti e degli stili di vita
10.la diffusione di valori occidentali secolarizzati
“Dal GLOSSARIO: la globalizzazione alla lettera è quel processo attraverso cui la
realtà diventa globale. Esso implica, presumibilmente, un punto di partenza, in cui
la realtà in questione non è affatto globale, e una conclusione, dove lo è
interamente. Non essendo completamente chiaro che cosa significhi, in effetti,
essere “globale”, differenti Autori assegnano al termine differenti significati. Nel
linguaggio di molti giornalisti, politici, attivisti e anche di alcuni sociologi, la
globalizzazione non si riferisce affatto ad un processo, ma ad una realtà in sé: vale
a dire al mercato mondiale capitalista contemporaneo. Sentirete perciò spesso
parlarne come di una “cosa” che è “buona” o “cattiva”; ma tale uso del termine è
fuorviante. L’affermarsi della “globalizzazione” è oggetto di dibattito tra gli scienziati
sociali: in proposito, interpretazioni, descrizioni o spiegazioni differenti sono offerte
da eminenti studiosi, quali Anthony Giddens, Roland Robertson e David Harvey.”
Argomento di dibattito della sociologia moderna è la crisi del sociale, secondo i
comunisti e i socialisti la globalizzazione e il capitalismo economico avrebbero
soffocato la socializzazione, il sociale è scivolato verso il basso facendo aumentare i
casi di marginalità sociali. La posizione del liberale invece, vedendo positivamente la
ventata economica non coglie questo aspetto o per lo meno non lo considera
negativamente.
Un esempio di globalizzazione è il Mc Donald’s, che, come è noto, è presente in
tutte le parti del Mondo. Siamo in un Mondo in cui tutto è interdipendente, cioè
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connesso, per cui ciò che succede da una parte del mondo inevitabilmente si
ripercuote anche da un’altra parte. Si noti quindi come la globalizzazione è talmente
estesa, talmente avanzata che anche le istituzioni non sono in grado di controllarla
proprio per il concetto di interdipendenza, proprio perché è un processo troppo
esteso.
Quali sono gli elementi della globalizzazione? Gli elementi fondamentali della
globalizzazione sono lo sviluppo dell’informazione e della comunicazione
tecnologica. Ci sono molti sociologi contemporanei, tra cui Castelles, che mettono in
evidenza come l’informazione sia sempre più un potere, perché avere
un’informazione significa inevitabilmente avere un potere (si pensi per esempio ai
mezzi di comunicazione di massa).
La globalizzazione in un certo senso sta anche sgonfiando la sovranità degli Stati,
infatti a proposito dell’Unione Europea si mette in evidenza che gli Stati vanno
perdendo sovranità.
Bisogna distinguere la globalizzazione:
-Economica: vista come qualcosa che schiaccia tutto, oggi essere competitivi in un
mercato globale è molto difficile, le multinazionali schiacciano infatti le imprese
locali.
-Politica
La globalizzazione politica è stata determinata, in buona parte, dal comunismo che
ha avuto il sopravvento nei paesi dell’Est. Per questo i paesi dell’est che oggi si sono
affacciati alla globalizzazione hanno avuto un cambiamento enorme, sono paesi
considerati arretrati, in cui non c’è l’economia di mercato mentre nel comunismo c’è
molta economia di mercato.
C’è una polemica infatti proprio in questi giorni che evidenzia che anche la Cina non
è un’economia di mercato, se interviene lo Stato soffoca l’economia di mercato.
Quindi il crollo del comunismo che è iniziato nel 1989 e poi si è completato con la
caduta al regno d’occidente. Oggi si ha una esternazione che fa seguito ad una
globalizzazione politica, abbiamo visto Aunt, Elias, fanno perdere quella
organizzazione classica della nazione e la ampliano fino a farla coincidere con il
contesto globale. Ovviamente questi sono processi ancora in fase di avanzamento.
Ma il dibattito sull’unione europea che cosa mette in evidenza? Che tutto sommato
ancora non si può completamente parlare di unione europea.

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Innanzitutto perché nasce l’unione europea? L’obiettivo che ha dato vita all’unione
europea, dopo le guerre mondiali, era evitare le guerre, poi tutto il resto è venuto
dopo.
Ovviamente, come in tutte le cose, anche la globalizzazione è vista da alcuni
negativamente e da altri positivamente.
Quindi ci sono gli iperglobalisti che mettono in evidenza che la globalizzazione è un
fenomeno reale, quindi se è reale è inevitabile; e ci sono gli scettici che mettono in
evidenza invece che gli attuali livelli di interdipendenza non sono senza precedenti;
infine ci sono quelli che occupano una posizione intermedia.
Domanda: la globalizzazione produce una cultura comune? Internet può gettare le
basi per una cultura comune, infatti i sistemi totalitari bloccano internet. Un
esempio è la Cina che blocca Google ed internet perché sono visti come una
minaccia.
(Viene fatto un piccolo excursus sul fondamentalismo partendo dagli islamici, quindi
la questione del velo per le donne, che le donne devono camminare tre passi dietro
l’uomo e che c’è il divieto a bere alcolici; ma sono interventi degli studenti che
riportano cose che gli sono state raccontate.)

LA SOCIALIZZAZIONE
Il processo di socializzazione è il processo sociale di trasmissione e di
interiorizzazione delle informazioni sulla realtà e sull'immaginario sociale (l'insieme
di valori, ruoli, norme, aspettative e credenze) attraverso pratiche e istituzioni
dell'organismo sociale.
La socializzazione si distingue in due fasi: la socializzazione primaria che avviene
nell'infanzia e la socializzazione secondaria, meno intensa ma più diffusa, che ha
luogo ogni volta che l'individuo entra in contatto con nuovi contesti del mondo
oggettivo.
Le interpretazioni attorno al processo di socializzazione sono diverse:
Alcune, come quella data dalla corrente funzionalista, sottolineano la funzione
primaria di controllo sociale: il processo di socializzazione è una sequenza lineare
dove l'individuo si conforma all'ordine sociale.
In quest’ottica la socializzazione primaria è quindi il processo iniziale attraverso il
quale gli individui acquisiscono le competenze di base per entrare in società (l’agente
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principale è la famiglia), mentre la socializzazione secondaria è l'insieme di pratiche
che permettono l'acquisizione di competenze specialistiche e di ruoli diversificati che
formano la differenziazione sociale. Gli agenti di questa seconda fase sono: il gruppo
dei pari, la scuola, l'ambiente di lavoro, i mezzi di comunicazione di massa, etc.
Altre interpretazioni, come quella marxista, guardano invece al processo di
socializzazione come un canale di trasmissione della gerarchia sociale; in questo
caso, quindi, la socializzazione è vista in relazione alla trasmissione dei codici
culturali della classe di appartenenza. La socializzazione dunque diverrebbe una
sovrastruttura che replica la struttura economica di base della società e contribuisce
a mantenerla.
Altre ancora, come gli interazionisti simbolici, considerano la socializzazione come il
processo mediante il quale avviene lo sviluppo psichico e comportamentale
dell'individuo in contesti determinati dall'influenza degli altri. Al centro di questo
processo, vi è il linguaggio, sia come trasmissione sia come contenuto della
socializzazione, in quanto depositario dell'esperienza delle generazioni passate.
Dal GLOSSARIO: la socializzazione è quel processo che porta l’individuo a diventare
“pienamente sociale”. Alcune teorie psicologiche sullo sviluppo infantile indicano
che un bambino attraversa fasi di socializzazione, passando da un periodo iniziale in
cui è al centro dell’universo al riconoscimento di come ci si relaziona con gli altri. A
partire dall’opera di Sigmund Freud il funzionalista Talcott Parsons considera la
socializzazione come un processo di integrazione sociale, in cui un individuo,
crescendo, interiorizza le norme e i valori della società. Pertanto, un individuo
“pienamente socializzato” ha completamente accettato e rispetta tali norme e
valori; la devianza è il risultato della socializzazione incompleta. Tuttavia, per gli
interazionisti, la socializzazione non è mai completa, perché interagendo con gli altri
si continuano ad imparare nuove cose su se stessi: il processo di diventare completi
è una costante ma, in realtà, votato all’insuccesso.
Concludendo possiamo quindi definire la SOCIALIZZAZIONE come quel PROCESSO
AMPIO CON CUI SI CONFERISCONO NORME E VALORI. Questa garantisce la
sopravvivenza della collettività. E’ un processo continuo che consente di imparare il
proprio ruolo sociale, ed è considerato fondamentale per i funzionalisti (PARSONS).
Secondo Parsons le famiglie producono esseri sociali.
Possiamo distinguere due tipi di socializzazione:
SOCIALIZZAZIONE PRIMARIA: è la forma più importante. L’elemento principale è la
famiglia (rapporto gerarchico).

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SOCIALIZZAZIONE SECONDARIA: data dalla scuola, dalla politica, dai gruppi di pari,
dalle associazioni religiose, dai mass media.
Come si è già detto, oggi il concetto di socializzazione è in crisi perché è in crisi la
famiglia (istituzioni). Si parla infatti di DESOCIALIZZAZIONE, ci sono nuovi sistemi di
aggregazione come i social network che si sono sostituiti alla famiglia
Di pari passo con il concetto di socializzazione viaggia quello di ORDINE SOCIALE.
“Dal GLOSSARIO: una delle questioni fondamentali che affascina i sociologi fin dagli
esordi della disciplina è l’ordine sociale. Come è possibile vivere in un mondo che
appare ordinato? Molti di noi, al mattino, si svegliano, si preparano e vanno a scuola
o al lavoro, dando per scontato che così va il mondo. Senza questa apparenza di
ordine, il mondo sarebbe un luogo del tutto imprevedibile, anarchico, soggetto alle
egoistiche leggi della giungla. Mentre l’ordine sociale è mantenuto formalmente da
un’istituzione normativa come la legge, che cerca di impedire la violazione delle
regole, per Durkheim e Parsons il mezzo più importante per il mantenimento
dell’ordine è la trasmissione di un insieme di valori condiviso, tramite le istituzioni
come la famiglia e la scuola (socializzazione). Successivamente, gli etnometodologi
hanno esteso questo concetto, suggerendo che l’ordine della società è dovuto al
considerare come certe, molte supposizioni fondate sul senso comune. Gli
strutturalisti hanno anche indicato che l’ordine sociale è un riflesso dei rapporti di
potere, secondo cui chi è “diverso” è emarginato, e in cui viene dato per scontato
che l’”ordine delle cose” rappresenti la natura del mondo.”

CIVILTA’ E CIVILIZZAZIONE
Weber definisce la civiltà come un processo al tempo stesso esterno ed interno: da
una parte essa segna il progressivo dominio della natura da parte dell’uomo,
dall’altra disegna lo sviluppo intellettuale che accompagna il passaggio dell’uomo
dallo stato primitivo ad uno stato superiore.
Weber si allontana da una visione dicotomica e distingue nella storia umana tre
processi: il processo della società, il processo della civiltà e il movimento culturale. Il
primo abbraccia l’insieme dei rapporti politico-sociali, le istituzioni; il secondo
coincide con il progresso della razionalizzazione e si attua attraverso la scoperta di
un mondo da dominare; il terzo dà luogo alla creazione di un complesso di simboli.
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Il processo di civiltà è lo strumento fondamentale per l’umanità nella sua lotta per
l’esistenza: esso ha quindi una valenza utilitaristica e si svolge linearmente,
accumulando nuovo sapere e portando a nuove invenzioni. La civiltà riguarda la
massa.
All’inizio dell’800 la civiltà viene considerata come qualcosa di esteriore, di estraneo
alla natura peculiare e superiore dell’uomo, viene cioè considerata come qualcosa di
artificiale, e, se la cultura viene definita come un processo interiore, allora la civiltà
coincide con la cultura materiale. La civiltà è meccanica e si sviluppa mediante un
accumularsi di risultati. La civiltà diviene quindi un processo estensivo piuttosto che
intensivo.
- LA CIVILIZZAZIONE
Processo di sviluppo economico, sociale, culturale, con particolare riferimento
all'azione svolta dalle nazioni del mondo occidentale nei riguardi delle nazioni in via
di sviluppo.
Un sociologo che tratta nello specifico di civilizzazione è Nobert Elias, il quale scrive
un’opera dal titolo “Il processo di civilizzazione”.
Il libro esamina due temi specifici: la formazione dello stato moderno (in quanto
detentore del monopolio pubblico della violenza fisica e dell'apparato fiscale, tema
ripreso da Max Weber) e lo sviluppo del controllo e della repressione delle emozioni
(tema ripreso da Freud). Ma ciò che il testo in realtà vuole affrontare è il nodo più
generale del mutamento storico, e il problema di quanto esso sia determinato dal
cieco intrecciarsi degli eventi o dalle azioni intenzionali degli uomini.
Il concetto fondamentale che accomuna la civilizzazione alla socializzazione è
proprio l’autocontrollo la possibilità di reprimere le proprie pulsioni.

EDUCAZIONE, ISTRUZIONE E FORMAZIONE


"L’uomo che l’educazione
deve realizzare in noi non è
l’uomo come la natura lʼha
fatto, ma come la società
vuole che sia”. (Emile Durkheim)

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Lʼeducazione è la trasmissione del patrimonio di idee, di valori, di conoscenze di una
società, di un paese alle nuove generazioni. Lʼeducazione è l’azione esercitata dalle
generazioni adulte su quelle che non sono ancora mature per la vita sociale
(Durkheim).
Secondo Volontè per educazione “si intende generalmente quel processo di
formazione della personalità individuale che avviene in un contesto sociale […] e che
passa attraverso la trasmissione di norme, valori, atteggiamenti e comportamenti
[…] condivisi dal gruppo sociale di appartenenza” (Volontè et al. 1999)
Secondo Durkheim l’educazione è poi fondamentale per mantenere l’ordine sociale:
“La società non può vivere se non esiste fra i suoi membri un’omogeneità sufficiente;
l’educazione perpetua e rinforza tale omogeneità, fissando a priori nell’anima del
fanciullo le similitudini essenziali che impone la vita collettiva. Ma, dall’altro canto,
senza una certa diversità qualsiasi cooperazione sarebbe impossibile: Lʼeducazione
assicura la persistenza di questa diversità necessaria, diversificandosi essa stessa e
sviluppandosi.”

Lʼeducazione è un processo morale e cognitivo assieme.


• Attraverso lʼeducazione si opera la costruzione dellʼessere sociale.
• Lʼeducazione deve essere intesa come creazione socialmente determinata.
• Lʼuomo nasce tabula rasa (con pulsioni antisociali) dunque l’educazione si
acquisisce successivamente.
• Lʼuomo è una creatura complessa (sistema intrapsichico), diversa dallʼanimale, ed
ha bisogno di un lungo (life long learning) percorso educativo (training) guidato
dallʼadulto (modelling, tutoring, mentoring ).
• Attraverso lʼeducazione si costruisce lʼessere morale (sociale).
Nasce quindi la sociologia dell’educazione:
Disciplina sviluppatasi nel contesto inglese attorno agli anni Sessanta del secolo
scorso, ha per oggetto privilegiato gli effetti della scolarizzazione sulla mobilità
sociale e il successo professionale. Dagli anni Settanta, viceversa, si è moltiplicato il
ricorso alle comparazioni etnografiche sui modelli di socializzazione e si è
approfondito il ruolo dell'educazione come strumento della riproduzione dei valori
culturali di una società. Un altro filone indaga soprattutto il rapporto fra condizione
sociale e pratiche di selezione scolare.

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Quindi riassumendo:
Per educazione si intende l’acquisizione di principi morali
Per istruzione si intende l’acquisizione di conoscenze basilari
Per formazione si intende invece quel processo di cui non si può dire la fine, la
formazione è inoltre specifica.

DISUGUAGLIANZE
La disuguaglianza, soprattutto quella materiale, nasce con l’avvento del capitalismo
e della società moderna. Questa può essere:
-Materiale
-Di genere
-Di razza
La disuguaglianza di tipo materiale è caratteristica della società moderna, mentre la
disuguaglianza di tipo razziale è caratteristica della società post moderna.
La prima deriva dal capitalismo e, secondo i funzionalisti, è da ritenersi necessaria,
proporzionale e funzionale all’impegno dei soggetti. In qualche modo, quindi questa
disuguaglianza renderebbe giustizia del maggiore o minore impegno di ciascuno.
Dalla trasmissione della disuguaglianza deriva la stratificazione, per cui gli individui o
i gruppi possono essere disposti gerarchicamente in fasce contigue (strati) in base al
differente livello di potere, prestigio, o altra caratteristica sociale. Da questa
graduatoria delle posizioni derivano compensi sociali diseguali (status sociale).
Secondo l’approccio funzionalista, ovvero secondo l’idea di Durkheim, è giusto che ci
siano delle funzioni sociali gerarchicamente ordinate rispetto alle differenti capacità
individuali che, a volte, possono essere amplificate dall’istruzione. Per Durkheim una
società prospera quando i soggetti più dotati svolgono le funzioni più importanti
ricevendo ricompense sociali adeguate. In quest’ottica funzionalista, all’interno della
struttura sociale, la posizione sociale dei singoli dipende dal ruolo lavorativo svolto.
A occupazioni diverse corrispondono diverse ricompense materiali e simboliche.
Quanto più è importante il ruolo occupazionale tanto maggiori sono le ricompense.
Le posizioni più importanti e meglio remunerate sono occupate dai più abili (nello
studio e nel lavoro); derivano elevati livelli di efficienza e disuguaglianze
assolutamente legittime.

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La stratificazione sociale è intesa in senso gerarchico-distributivo. Gli “strati” sono
individui e famiglie che posseggono simili ricompense. Non vi sono linee di
separazione nette e stabili tra gli strati. Allo stesso modo dai funzionalisti la classe
sociale viene intesa come l’insieme di quegli Individui che condividono caratteristiche
sociali rilevanti (reddito, prestigio, ma anche stili di vita, educazione, etc.) e può
essere utilizzata come sinonimo di strato sociale. Le differenze sono viste come
prodotto delle differenti capacità di affermazione e qualità individuali.
Secondo i conflittualisti, invece, le disuguaglianze non sono affatto da leggersi come
un aspetto positivo e sono generate dal controllo delle risorse più importanti da
parte di un gruppo sociale.
Due teorici principali:
1.Marx che parla di una dimensione economico-produttiva, per cui ci sono diversi
modi e mezzi di produzione il cui controllo determina la divisione in classi:
borghesia/proletariato
2.Weber che distingue tre dimensioni:
– Dimensione economica: posizione di mercato, classe
– Prestigio sociale: status/ceto
– Dimensione politica: potere/partito
La stratificazione, in quest’ottica, si concretizza nelle diverse classi sociali che
raggruppano individui con una posizione simile nella struttura sociale, determinata
dalla dimensione politica ed economica. Tra una classe e l’altra i confini non sono
sfumati, come ritengono i funzionalisti, bensì precisi e rigidi, determinando una
esclusività dell’appartenenza. Queste sono all’origine delle differenze di potere,
ricchezza, prestigio, al di là dell’uguaglianza giuridica tra i soggetti. Secondo i
conflittualisti, poi, le principali disuguaglianze sociali sarebbero collegate
all’occupazione, ma la disparità nelle ricompense non è dovuta alla diversa centralità
dell’occupazione stessa all’interno della società, quanto alle relazioni di potere tra i
titolari delle singole occupazioni. La diversa ripartizione di risorse tra diverse
occupazioni dipende dai rapporti di dominio tra gruppi che le esercitano. L’accesso
ad una determinata occupazione dipende non solo dalle competenze ma dalle risorse
di potere possedute. Infine in questa idea conflittualista di struttura sociale la classe
è intesa come “l’insieme di individui/famiglie che, in virtù del controllo esercitato su
una o più risorse di potere, occupano simili posizioni sul mercato e nella divisione
sociale del lavoro e che perciò godono di simili chances di vita. […] Le classi,
diversamente dagli strati, non danno origine a graduatorie di rango costituite da
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posizioni contigue dagli incerti confini, ma reti di relazioni sociali tra un numero
relativamente contenuto di entità distinte le une dalle altre” (Cobalti, Schizzerotto,
1994, p.20). La classe si legge cioè come concetto relazionale (il potere, per
definizione, è esercitato nei confronti di altri), diverso dallo strato sociale
(distributivo).
Quando si parla invece di disuguaglianza razziale, tipica della società postmoderna,
si fa riferimento al fatto che, per prima cosa, la specie umana è composta da
individui dalla straordinaria diversità fisica e culturale. Proprio questa diversità è
però spesso causa di conflitti e disuguaglianze. Questo accade perché troppe volte i
rapporti umani sono determinati sulla base di differenze e somiglianze dei vari
gruppi. La conseguenza di queste differenziazioni è che i vari gruppi finiscono per
considerare se stessi e gli altri come "diversi".
Gli individui che hanno certe caratteristiche somatiche in comune vengono definiti
come razza; gli individui che invece hanno in comune certi tratti culturali vengono
definiti come gruppi etnici.
- Concetto di INTERAZIONE SOCIALE e di INTEGRAZIONE
L’interazione sociale è un processo dinamico e variabile di relazioni sociali fra due o
più persone che agiscono fra loro reagendo e modificando le proprie azioni a
seconda delle condotte degli altri attori e delle aspettative reciproche sul
comportamento altrui. L’interazione sociale insieme al ruolo costituisce l’elemento
base per definire un qualsivoglia sistema sociale.
L’interazione può essere accidentale (imprevista e non reiterata o reiterabile),
ripetuta e non prevista, regolare e non prevista (si differenzia dalla precedente per la
frequenza con la quale avviene), regolata (ossia prevista e governata da norme e
aspettative.
La teoria sociologica dell’interazionismo simbolico di Mead considera l’interazione
comunicativa (simbolica), ossia lo scambio di segni tra gli attori, al centro dei
significati che ognuno attribuisce agli oggetti, alle relazioni, agli eventi e ai valori.
Col termine integrazione si intende invece l'inclusione delle diverse identità in un
unico contesto all'interno del quale non sia presente alcuna discriminazione e nel
quale venga praticata la comunicazione interculturale che, come ho cercato di
chiarire, dovrebbe fondarsi sull'acquisizione da parte dei soggetti delle quattro
categorie di tolleranza, ascolto attivo, empatia e cura.
L'integrazione è un importante processo sistemico che si aggiunge alla
differenziazione. Questa comporta l'articolazione del sistema sociale in sotto-sistemi
21
strutturalmente e funzionalmente differenti. Si ha così la segmentazione in gruppi
specifici e la precisazione delle norme e dei valori culturali.
L'integrazione è il processo attraverso il quale il sistema acquista e conserva un'unità
strutturale e funzionale, pur mantenendo la differenziazione degli elementi.
L'integrazione è anche il prodotto di tale processo, in termini di mantenimento
dell'equilibrio interno del sistema, della cooperazione sociale, del coordinamento tra
i ruoli e le istituzioni.
Integrazione, interazione: E’ difficile integrare nel senso di cambiare la cultura,
pretendere che i soggetti con culture differenti si adattino ad un modello, come
pretende per esempio la Francia, si potrebbe invece interagire con la stessa cultura.

MOVIMENTI SOCIALI
Il termine movimento sociale indica "forme di azione collettiva non istituzionalizzata,
che propongono cambiamenti importanti delle regole, dei valori, dei ruoli e degli
obiettivi sociali, delle allocazioni delle risorse".
Due caratteristiche ancora sono da sottolineare: è considerato un movimento in
sociologia un'azione collettiva che abbia una continuità di azione nel tempo, non
necessariamente abbia una forma istituzionalizzata, ma sia quantomeno
riconosciuto come tale dai membri che ne fanno parte.
Dunque nel momento in cui un gruppo si estende, cresce numericamente e si
organizza dà vita ad un movimento. Il primo movimento creatosi è sicuramente il
movimento operaio.
(Fin dalla nascita del movimento socialista, le soluzioni proposte alla questione
sociale oscillavano tra il progetto della rivoluzione e quello delle riforme sociali. Un
tentativo di sintesi delle diverse posizioni fu l'obiettivo della PRIMA
INTERNAZIONALE, grande assemblea di tutte le organizzazioni operaie europee
tenutasi a Londra a partire dal 28 settembre 1864.
Nel discorso inaugurale KARL MARX pose l'obiettivo della distruzione del sistema
capitalistico e della rivoluzione, ma ben presto emersero divisioni tra le diverse
posizioni rappresentate, in particolare con lo scontro tra Marx e Mazzini e tra Marx e
l'anarchico Bakunin.
Mazzini, rimanendo su posizioni interclassiste, poneva la questione nazionale al di
sopra della questione sociale.

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Bakunin, in nome degli ideali anarchici e libertari, rifiutava la concezione dirigista del
partito rivoluzionario e ancor più la prospettiva di una dittatura del proletariato.
Queste divisioni, unite al fallimento dell'esperienza della Comune parigina, portarono
in breve allo scioglimento della Prima Internazionale, avvenuto nel 1876. Il dibattito
rimaneva però aperto e ben presto ci sarebbe stata una seconda internazionale.)
Il movimento in sostanza vuole il riconoscimento di diritti universali. I diritti si
dicono universali quando sono riconosciuti da tutti, ed è proprio questa
caratteristica che differenzia i diritti universali da quelli culturali. Sicuramente la
società occidentale possiamo definirla come una società di diritti, a differenza di
quella orientale che invece è piuttosto una società di doveri.
Un altro movimento importante è stato quello femminile (Il termine “femminismo”
viene coniato nell’Ottocento per battezzare il neonato movimento per
l’emancipazione delle donne. A incarnarlo erano le suffragette, che lottavano per
ottenere l’allargamento del suffragio - cioé del diritto di voto - anche alle donne.
L’epicentro delle loro battaglie è la Gran Bretagna: è qui che nel 1865 nasce il primo
comitato per l’estensione del diritto di voto. All’epoca solo gli uomini potevano
partecipare alla vita politica, mentre le donne erano relegate in casa, e l’immagine
delle suffragette britanniche che marciano su Manchester e Londra per rivendicare il
diritto di partecipare alla dimensione pubblica desta grande scalpore in tutta Europa.
In questa fase il femminismo si concentra quasi esclusivamente su rivendicazioni di
natura politica, ma le suffragette vogliono anche la parità tra uomini e donne nel
diritto di famiglia. In Italia ancora non esiste un movimento strutturato, ma alcune
donne - ad esempio Clara Maffei e Cristina Belgiojoso - partecipano attivamente al
Risorgimento, dimostrando di avere tutte le carte in tavola per contribuire alla vita
politica del Paese. Quasi ovunque, però, le suffragette devono aspettare decenni per
vedere risultati concreti: il suffragio viene esteso alla popolazione femminile solo nel
‘900. In Europa il primo Stato a permettere alle donne di votare è la Finlandia nel
1906. La Gran Bretagna concede il suffragio alle sue cittadine solo nel 1918, mentre
le italiane e le francesi devono aspettare addirittura fino al secondo dopoguerra.
Negli Stati Uniti le donne tagliano l’agognato traguardo nel 1920.
Il movimento femminista si risveglia poi negli Stati Uniti negli anni ‘60 del
Novecento. Dopo la guerra gli Usa conoscono un boom economico ancor più
esplosivo di quello europeo, e la prosperità contribuisce a logorare le vecchie
strutture sociali, già messe in discussione durante il conflitto, quando le donne
avevano sostituito gli uomini impegnati al fronte nelle fabbriche. I temi cari alle
femministe della seconda ondata sono nuovi, e spesso scandalosi per l’epoca: si

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parla di sessualità, di stupro e violenza domestica, di diritti riproduttivi, ma anche di
parità di genere sul posto di lavoro. Sono anni di cambiamenti rivoluzionari: basta
pensare che nel 1961 negli Stati Uniti viene messa in commercio la pillola
contraccettiva, che permette alle donne di controllare la propria fertilità in modo
facile, discreto e soprattutto autonomo. Anche in Italia il movimento femminista
prende forma e per la prima volta assume dimensioni di massa. Negli anni ‘70 le
piazze del nostro Paese vengono invase dalle donne, decise a rivendicare diritti
ancora negati, come quello di divorziare o di interrompere una gravidanza
indesiderata. Le battaglie per l’aborto e il divorzio sono le più famose, ma non le
uniche. Le femministe italiane si battono anche per modernizzare il diritto di
famiglia, ad esempio rimuovendo il cosiddetto delitto d’onore, che assicurava pene
ridotte agli uomini che assassinavano la moglie adultera. Infine convenzione vuole
che negli anni ‘90 sbocci una nuova era per il movimento femminista. Siamo in
un’epoca in cui, sulla carta, uomini e donne dei Paesi occidentali hanno pari diritti e
pari opportunità, tanto che qualcuno parla di “società post-femminista”. Ma le
discriminazioni non sono affatto scomparse, soprattutto nel mondo del lavoro. Le
femministe continuano quindi a lottare perché il divario salariale tra uomini e donne
venga riconosciuto e colmato, segnalano le difficoltà che le professioniste incontrano
nel fare carriera e si battono perché venga istituita una legislazione contro le
molestie sul lavoro. Ma il movimento rivede anche alcune posizioni maturate nei
decenni precedenti, ad esempio in merito alla prostituzione e alla pornografia. Se
negli anni ‘70 e ‘80 la maggior parte delle femministe si era schierata contro ogni
forma di sfruttamento del corpo femminile, alle soglie del nuovo millennio non
mancano voci meno radicali, che non escludono a priori l’idea che si possa vendere il
sesso per libera scelta. Il femminismo somiglia sempre più a una rete di femminismi,
complice anche l’allargamento a Paesi che avevano vissuto in modo marginale le
battaglie degli anni ‘70. Ben presto si affacciano le prime femministe islamiche, e il
movimento deve fare i conti con le critiche delle donne di colore, deluse da una
battaglia che pur professandosi universale spesso sembrava guardare solo alle
esigenze delle donne bianche).
- Cultura
La definizione di cultura nelle scienze sociali è sempre stata al centro di ampi
dibattiti: i diversi significati, infatti, non riflettono solo una diversa visione del
concetto in sé, ma un differente sguardo sulla realtà, differenti categorie percettive.
La prima definizione antropologica di cultura che si allontana sia dall'universalismo
illuminista sia dalla visione etnocentrica della prima antropologia e sottolinea il
carattere relativo della cultura è quella di Tylor, che nel 1871 definisce la cultura
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come il complesso che include le conoscenze, le credenze, la morale, le abitudini e gli
oggetti materiali di una comunità.
I successivi sviluppi dell'antropologia, con Malinowski, Mauss e Levy-Strauss,
affermano ancora di più la dimensione relativista: essi evidenziano la necessità di
immergersi nel tessuto culturale della comunità studiata per comprenderne i suoi
significati.
Al centro del significato antropologico di cultura trova così sempre più spazio l'idea
di quotidiano (i ruoli, le aspettative, le credenze, i miti, i riti e tutte le pratiche che
strutturano l'agire quotidiano) e di strumento prescrittivo per dare significato al
mondo (ridurre incertezza) e al noi (identità).
Gli sviluppi più recenti dell'antropologia hanno posto alcuni accenti critici su una tale
visione di cultura, specie sulla sua dimensione statica come bagaglio di prescrizioni
definite e necessarie alla definizione del noi. Una tale concettualizzazione, infatti,
acuirebbe le differenze, renderebbe le culture come entità pure e statiche e non
lascerebbe alcuno spazio per l'autonomia individuale (per questo si parla di individui
iper-culturizzati).
James Clifford ha introdotto sulla scia di queste critiche l'idea che la cultura non è un
bagaglio di modelli definiti, ma un insieme di possibilità e vincoli che strutturano la
realtà in un processo dinamico di continua ibridazione con altre culture. In sostanza
si passa da una visione di cultura come “roots” ad una come “routes”.
Un'altra nota definizione di cultura è dell'antropologo Clifford Geertz, il quale
l'accomuna ad una rete di significati che gli individui hanno creato e continuano a
ricreare, restandone così invischiati.
Anche in sociologia la cultura è sempre stata al centro dello studio seppure
l'interesse non è verso la comparazione con altre culture, ma del ruolo giocato
all'interno del sistema sociale. Drukheim, ad esempio, poneva l'accento sulla
dimensione morale e simbolica delle rappresentazioni collettive come momento
costituente la coesione necessaria a definire un organismo sociale.
Marx, al contrario, definisce la cultura come l'elemento sovrastrutturale necessario a
mantenere l'ordine sociale derivato dalla ripartizione e proprietà dei mezzi materiali
di produzione; Gramsci riprende l'approccio critico marxista e introduce il concetto di
egemonia culturale per identificare quei processi di dominio da parte di una classe
che impone la propria visione del mondo attraverso le pratiche culturali.
Un altro approccio critico è la Scuola di Francoforte nella quale ritroviamo tra gli altri
Adorno, Horkheimer e Marcuse, i quali introdussero i termini di industria culturale e
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cultura di massa. Rianimando l'idea illuminista di una cultura alta, la Scuola parla di
industria culturale per indicare la produzione omologante di modelli culturali
attraverso i media e l'industria che favorirebbero una cultura e una società
massificata, ossia uniforme, senza stimoli, priva di creatività in quanto destinata a
raggiungere il maggior numero di persone (e quindi necessariamente priva di
asperità idiosincratiche).
Un'altra scuola, questa volta di Chicago, si è interessata all'analisi dei modelli
culturali degli emigrati negli Stati Uniti in termini di integrazione e assimilazione:
l'approccio si rifà all'idea di una cultura statica, omogeneizzata che non implica nei
suoi rapporti l'ibridazione.
Le correnti funzionaliste, pur con le divergenze dei casi singoli, si sono avvicinate
alla cultura come funzione di integrazione e di trasmissione delle norme, delle
aspettative, dei ruoli e dei fini sociali. Evidente l'influsso durkheimiano, l'idea di
cultura si lega al processo di socializzazione col quale la cultura viene trasmessa e
reiterata.
Con l'affermarsi della fenomenologia in sociologia, si sviluppa quella corrente
definita interazionismo simbolico, il cui studioso principale è G.H. Mead. Secondo il
sociologo americano l'interazione simbolica, ossia lo scambio di segni e significati
mediante le pratiche comunicative, è alla base dello sviluppo del sé e
dell'interiorizzazione dell'immaginario sociale (l'altro generalizzato), ossia l'insieme
dei modelli che formano la cultura in una data società. Il vantaggio di un tale
approccio sta nel riconoscere sia un'autonomia dell'individuo nell'interpretare i
significati, sia uno spazio dinamico dove la cultura viene ogni volta riformulata e
condivisa attraverso le pratiche.
Sulla scia dell'interazionismo simbolico si sviluppa l'approccio costruttivista di Berger
e Luckman e l'etnometodologia di Garfinkel, entrambi concordi nel sostenere la
percezione del reale come una costruzione sociale. Specie nel primo caso, la cultura
si identifica con tutte quelle pratiche che danno forma alla conoscenza: non esiste
così una realtà oggettiva ma solo una realtà percepita riflesso della cultura di
appartenenza.
Pierre Bourdieu riprende l'approccio critico per sottolineare come il rapporto tra
capitale scolastico e consumi culturali siano in relazione all'origine sociale: i gusti
culturali sono segni distintivi di una classe, la quale esprime una visione del mondo e
modelli culturali inconsci (habitus) che informano la distinzione sociale. La novità
rispetto a Marx è che l'elemento culturale non è più una sovrastruttura, ma parte
integrante della struttura. Tale visione ricorda in qualche modo gli interessi ideali di
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Weber e le sue analisi sul ceto: secondo il sociologo tedesco, tuttavia, la distinzione
in base al prestigio legato allo status di una posizione sociale (il ceto), espresso in
un'etica e in un'estetica specifiche, non si sovrappone necessariamente alla posizione
economica come in Bourdieu.
Gli sviluppi più recenti della sociologia in relazione alle trasformazioni sociali degli
ultimi decenni si concentrano su due concetti fondamentali: globalizzazione e post-
modernità.
Come in antropologia, la cultura viene concepita come una rete di significati
continuamente riformulata dalle interazioni e dalle pratiche sociali. Ulf Hannerz
parla di social networks come momento culturale fondamentale della
contemporaneità: il punto centrale di questo approccio, come di altri (quali
Robertson e Castells), è il rifiuto sia della visione critica dell'imperialismo culturale
(dove gli effetti della globalizzazione culturale ricadono a cascata nei vari contesti
locali omologandoli) sia della visione, spesso normativa, del particolarismo (che vede
nel sorgere di specificità culturali una forma di reazione agli effetti di una cultura
mondiale).
Sempre più spazio, infatti, prende l'idea che gli effetti del villaggio globale di
McLuhan si inseriscano e si contaminino con le specificità culturali locali: gli effetti
così sono di una interdipendenza culturale dove i modelli si confrontano, si mischiano
e si formano attraverso l'ibridazione (glocalisation). Così oggi ci ritroviamo a parlare
di film orientali premiati a Cannes, di festival africani in Burkina Faso con la
trasmissione fuori serie del film “L'ultimo re di Scozia” o ancora dei diversi usi che
internet ha conosciuto in India o in Corea o in altre parti del mondo.
Altro elemento di dibattito riguarda la convivenza di culture differenti all'interno
degli stati nazionali e del sistema mondo: da una parte l'approccio del
multiculturalismo sottolinea la presenza di diverse culture dai confini labili e fra loro
permeabili; dall'altro, l'approccio del relativismo che sottolinea l'incommensurabilità
delle culture che rimangono così universi separati e fra loro non comunicanti.
Un altro approccio recente si concentra invece sull'essenza della cultura nella post-
modernità: tra gli autori più attenti a questo tema vi è Zygmunt Bauman, il quale
critica la cultura contemporanea come schiava del consumo e dell'immagine. Altri
approcci che si richiamano a questo tipo di analisi sono gli studi altrettanto noti di
Appadurai, il quale sottolinea il ruolo delle informazioni, e di Jean Baudrillard, che si
concentra soprattutto sul valore delle immagini.

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La cultura non è essenzialista: non è considerata come un’entità omogenea e stabile
di un popolo, ma come insieme di processi di significazione emergenti dalle
interazioni sociali.
LE ISTITUZIONI
ISTITUZIONE: risposta ad un bisogno sociale, ognuna di esse è un complesso di
valori, norme, status, ruoli, gruppi di partecipazione.
Le istituzioni nascono come risposta degli individui ai bisogni della società in cui
vivono. Gli individui hanno cioè la necessità di avere dei punti di riferimento, dei
principi cui far fede, e le istituzioni assolvono questo compito facendosi carico di
tutte queste incertezze.
Dire che le istituzioni rispondono a precisi bisogni significa dire che per prima cosa
c’è un bisogno, una necessità, e che, allo stesso tempo, questa necessità deve essere
soddisfatta, per cui le istituzioni devono funzionare al meglio. Ed è proprio da questo
aspetto della “funzionalità” che cogliamo come le istituzioni siano più vicine alla
corrente del funzionalismo.
Per dirlo in altri termini se le istituzioni non funzionano non possono
corrispondere/rispondere a dei bisogni sociali.
Le principali istituzioni sono la famiglia, la scuola, il sistema sanitario, il sistema
finanziario, il sistema giudiziario. Dare fiducia alle istituzioni significa in qualche
modo essere tutelati (per fare un esempio pratico se uno subisse un’ingiustizia e
avesse fiducia nelle istituzioni potrebbe fare una denuncia, ed essere quindi
tutelato, se invece non avesse fiducia nelle stesse non potrebbe far nulla).
Dunque l’istituzione, se volessimo inquadrarla meglio, è un complesso stabile di
valori, proprio perché inevitabilmente l’istituzione salvaguarda un valore che,
dovendo essere tutelato, è al di sopra di tutto (l’essere sociali per esempio è un
valore fondamentale che deve essere salvaguardato, blindato).
Allo stesso modo inevitabilmente l’istituzione ha la necessità di essere normata dal
punto di vista delle regole.
Distinguiamo delle norme sociali e delle norme giuridiche. Le norme sociali non sono
scritte, vengono infatti trasmesse e devono essere interiorizzate, se questo non
dovesse accadere si verificherebbero dei problemi sociali. Questo in fondo è un po’
quello che accade oggi dal momento che, vigendo l’individualismo, si ha una crisi dei
valori e delle istituzioni, prima tra tutte la famiglia. La differenza principale tra
queste due tipologie di norme sta nel fatto che le prime derivano dal ruolo che
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ciascuno deve ricoprire, per cui il disattendere una norma sociale non comporta una
sanzione ma, per lo più, un giudizio sociale (un’etichetta di stampo morale che si
attribuisce ad un soggetto che abbia disatteso le aspettative sociali). Infatti questo
genere di norma corrisponde alle aspettative sociali, per questo chi la infrange
assume un comportamento deviante, senza però che ci sia poi una sanzione.
Viceversa la norma giuridica, norma scritta, se disattesa, può comportare una
sanzione a scapito del soggetto.

RAZIONALIZZAZIONE
Il termine razionalizzazione è uno dei concetti cardine della sociologia. Il primo
autore a usare questo termine all’interno della sua opera fu Max Weber, il quale
identificò con il concetto di razionalizzazione due processi storici complementari ma
distinti che rendevano conto dei mutamenti sociali occorsi con l’industrializzazione e
le filosofie razionaliste.
In un primo significato, la razionalizzazione è il processo storico che ha portato le
idee magiche e religiose (che interpretavano il mondo rifacendosi al sovrannaturale)
a perdere sempre importanza culturale, per fare posto a spiegazioni basate sulla
logica scientifica e sull’empirismo.
In una seconda accezione, il termine razionalizzazione identifica quel processo
storico che ha portato lo sviluppo di forme di organizzazione sociale fondate sulla
burocrazia e sulla scissione tra pubblico e privato. Al centro di tali forme, si
impongono determinati principi di funzionamento tipici della logica burocratica: il
calcolo mezzi/scopi, la gestione pubblica delle risorse e la responsabilità gerarchica.
Il termine razionalizzazione, tuttavia, è stato ripreso anche dall’interazionismo
simbolico di Mead per identificare quelle pratiche quotidiane necessarie a fornire di
significato e rendere comprensibili le azioni messe in atto.
La razionalizzazione è caratteristica della società moderna e coincide dunque con il
disincantamento del mondo.

MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA


Mezzi di comunicazione di massa' (o mass media) è un termine collettivo entrato
nell'uso per indicare svariate tecnologie sviluppatesi in forme istituzionali per la
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diffusione su vasta scala dell'informazione e della cultura nelle società moderne.
Queste tecnologie sono meglio note coi loro nomi tradizionali: stampa, radio,
televisione, cinema, ecc. Tuttavia l'uso di un termine comune riflette il fatto che tutti
questi mezzi di comunicazione di massa condividono alcuni caratteri di base, e tutti
assieme fanno parte di quella che è ora virtualmente un'istituzione sociale a sé
stante, con uno status che si avvicina a quello di istituzioni fondate da molto più
tempo, come l'apparato scolastico, la religione, la famiglia, la politica, ecc.
2. I mezzi di comunicazione di massa come istituzione
L'acquisizione di uno status istituzionale implica un complesso di attività e di rapporti
organizzati e interrelati, regolamentati da un insieme di finalità, criteri, convenzioni e
norme specifiche. I mezzi di comunicazione di massa, in generale, hanno acquisito de
facto questo status, sia perché si sono trasformati in un'industria di primaria
importanza e in un servizio pubblico, sia perché hanno finito per assolvere molte
funzioni significative nella vita delle società sviluppate e nella vita quotidiana di gran
parte degli individui. L'istituzione costituita dai mezzi di comunicazione di massa ha
manifestato la tendenza a svolgere, almeno in parte, alcune delle attività svolte in
precedenza da altre istituzioni (come, per esempio, la famiglia, la scuola, la
politica), seguendo un modello di divisione istituzionale del lavoro caratteristico
delle società moderne. Queste attività hanno principalmente a che fare con il
cambiamento sociale, con l'esercizio del potere nella società e con l'integrazione
sociale. A proposito dei mezzi di comunicazione di massa possiamo parlare di singole
istituzioni nazionali, ma anche di un'istituzione mondiale, giacché è possibile
individuare una rete globale delle comunicazioni di massa, caratterizzata da un
complesso specifico di attività organizzate, di norme, ecc. È evidente che i diversi
sistemi nazionali dei mezzi di comunicazione di massa, se hanno caratteri specifici a
seconda della cultura e delle condizioni sociali nazionali, mostrano, d'altro canto,
molte caratteristiche comuni. I caratteri comuni si possono far risalire a varie cause:
a un processo di convergenza verso un modello dominante; alla similarità delle
funzioni assolte; alle similarità di fondo della tecnologia che sta alla base delle
attività legate a questi mezzi di comunicazione.
3. Il processo della comunicazione di massa e i concetti collegati
a) La comunicazione di massa
Con l'espressione 'comunicazione di massa' i sociologi hanno designato un processo
fondamentale sottostante all'attività dei mezzi di comunicazione di massa. Anche le
forme di società premoderne erano caratterizzate da reti di comunicazione che
investivano il complesso della società e che di solito erano in mano alla Chiesa o allo
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Stato. Se, sotto un certo profilo, i mass media e il processo fondamentale che è alla
loro base rappresentano una continuazione di forme preesistenti, vi sono delle
differenze che vanno al di là del fatto che questi mezzi di comunicazione usino
tecnologie nuove e complesse per la riproduzione e la diffusione di 'messaggi'. Il
processo della comunicazione di massa è correlato a varie caratteristiche specifiche e
storicamente nuove: la grande scala di produzione e la possibilità di raggiungere,
rapidamente o addirittura simultaneamente, un grandissimo numero di individui in
località diverse; una forma altamente organizzata di produzione della
comunicazione; un rapporto in larga misura impersonale tra emittente e ricevente,
dal momento che il ricevente è di solito anonimo e non è in grado di rispondere a chi
trasmette la comunicazione; un rapporto che, per motivi simili, è tipicamente
volontario (e pertanto non coercitivo), basato su un calcolo e non morale. Inoltre la
comunicazione di massa appartiene alla sfera pubblica della vita della società e la
sostiene; i suoi messaggi sono in linea di principio disponibili liberamente e accessibili
a tutti, spesso trattano di questioni di pubblico interesse e svolgono una funzione
nella vita della società per quanto riguarda questioni di politica, d'opinione e di
moralità pubblica.
b) La massa
Il concetto di 'massa', intesa come nuova forma di collettività, è stato introdotto per
la prima volta, per riferirsi al pubblico dei mass media, da Blumer (v., 1939). Tale
pubblico è composto da un gran numero di individui che non si conoscono fra loro,
non sono organizzati, sono separati fisicamente l'uno dall'altro e sono accomunati
solo dal fatto puramente casuale di prestare attenzione a uno stesso oggetto
d'interesse o d'attrazione reso disponibile dai mezzi di comunicazione di massa a
ciascuno di loro simultaneamente. La storia del termine 'massa' mostra come esso
sia associato ad altri termini e idee chiave, specialmente a quelli di 'comportamento
collettivo (o di massa)' e di 'cultura di massa'. L'espressione 'comportamento di
massa' si riferisce tendenzialmente a un'azione collettiva scarsamente
istituzionalizzata, carente sotto il profilo organizzativo e del controllo sociale e
spesso irrazionale.
c) La cultura di massa
L'espressione 'cultura di massa' è spesso usata per indicare la cultura tipica prodotta
dai mezzi di comunicazione di massa, che si differenzia dalla cultura alta, o di élite,
da un lato, e dalla cultura popolare, dall'altro. Di solito le si attribuiscono queste
caratteristiche principali: un alto grado di popolarità; contenuti superficiali ed
effimeri; il divertimento come obiettivo prevalente; la commercializzazione. La

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cultura di massa è un prodotto della 'produzione di massa', un'altra espressione che
si collega strettamente all'idea di questo tipo di comunicazione, riferendosi
soprattutto alla standardizzazione, alla mancanza di originalità, al basso costo. Non
sorprende che da queste associazioni sia derivata inizialmente una tendenza a
definire la comunicazione di massa in termini piuttosto negativi e che ai mezzi di
comunicazione di massa sia stato riconosciuto al principio un valore sociale inferiore
a quello di altre istituzioni sociali. Per questo motivo, inoltre, le prime ricerche sui
mass media e sulla comunicazione di massa erano incentrate sui problemi sociali
originati dai media, considerati potenziali ispiratori di aggressività e di crimini e
divulgatori di valori morali e sociali inferiori. I media erano inoltre rifiutati in quanto
considerati una minaccia potenziale all'integrazione e all'ordine sociale, perché
sembravano favorire l'isolamento degli individui e l'atomizzazione della società.
d) La società di massa
La 'società di massa' descritta da teorici come Mills (v., 1956) e Kornhauser (v., 1959)
era una società in cui i pochi appartenenti alle élites potevano manipolare e
controllare la massa di coloro che non ne facevano parte. Questa interpretazione era
influenzata dalla situazione dell'epoca (specialmente dal fascismo e dallo
stalinismo); la riflessione attuale sul sistema dei mezzi di comunicazione di massa,
che ha raggiunto una forma più matura, contesterebbe tale visione negativa. I mezzi
di comunicazione di massa sono assai più integrati nella struttura della società di
quanto non si riconoscesse allora e di regola riflettono le molte divisioni e i vari livelli
di struttura e organizzazione sociale, promuovendo, al tempo stesso, un certo grado
di unità e di consenso.
11. Conclusione: i mezzi di comunicazione di massa e la società dell'informazione
Molti sociologi prevedono una trasformazione radicale della società e della
comunicazione di massa che può alterare il peso e la portata dei mezzi di
comunicazione di massa. L'espressione 'società dell'informazione' è stata usata per
descrivere una società in cui: a) una maggioranza di lavoratori è impiegata nei
settori dell'economia afferenti all'informazione; b) l'informazione è una risorsa di
primaria importanza (per la ricchezza e il potere); c) le attività dell'informazione
arrivano a determinare i modi di utilizzazione del tempo. I mezzi di comunicazione di
massa sono solo una componente di tale forma di società, ma danno un contributo
al suo avvento subendo essi stessi dei cambiamenti. I cambiamenti principali che si
cominciano a osservare sono: a) un aumento del numero dei canali e del flusso di
informazioni, determinato specialmente dal potenziamento delle trasmissioni via
cavo e via satellite; b) un venir meno delle differenze tra mezzi di comunicazione di

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massa e altri mezzi di comunicazione (sistemi di telecomunicazioni, reti di calcolatori,
ecc.). Si ritiene che la caratteristica più significativa dei nuovi mezzi di comunicazione
di massa sia il loro potere 'interattivo' (v. Rogers, 1986), che consente a chi trasmette
e a chi riceve di scambiarsi i ruoli e di cambiare in tal modo il carattere fondamentale
- a senso unico, dal centro alla periferia - della comunicazione di massa di vecchio
tipo. Il contenuto non deve più essere diffuso in modo generalizzato e alla cieca, ma
può essere diretto specificamente a molti gruppi più piccoli di destinatari, e può
anche essere 'richiesto' da tali gruppi e da singoli individui. In linea di principio tutto
ciò può cambiare la natura della comunicazione pubblica e privata in una società
moderna, e alterare i fondamenti su cui si basa gran parte della teoria discussa in
questo articolo. Sinora cambiamenti fondamentali e di vasta portata nella natura e
nel funzionamento dei mezzi di comunicazione di massa non sono avvenuti, e molte
parti del mondo non sono ancora state raggiunte da tali mezzi. Nondimeno il
cambiamento si sta indirizzando in una direzione che può portare a possibilità di
progresso nella società ma anche a rischi e problemi. Mentre un'espansione del
flusso dell'informazione e del dialogo può essere ben accetta - secondo gran parte
delle teorie della società democratica -, d'altronde nel cambiamento in corso è insito
un rischio di maggior diseguaglianza tra i 'ricchi di informazione' e i 'poveri di
informazione', categorie che all'interno di una singola società corrispondono a
gruppi economici (classi sociali) e su scala planetaria alle economie sviluppate, da un
lato, e al Terzo Mondo dall'altro.

IL SUICIDIO DI DURKHEIM
Un esempio della metodologia empirica di Emile Durkheim si configura nella sua
terza opera, “Il suicidio”, pubblicata nel 1897. Il lavoro non comporta da un punto di
vista teorico grosse novità, ma costituisce uno dei primi tentativi sociologici di analisi
empirica della società. Studiato fino ad allora solo in termini di volontà individuale, di
razza o di patologia mentale, Durkheim considera il suicidio nella sua distribuzione
sociale, come fatto sui generis indipendente dalle volontà individuali e lo pone in
relazione ad altri fatti sociali. In altre parole, egli ricerca l’eziologia sociale del
fenomeno attraverso correlazioni statistiche con le caratteristiche dei diversi sistemi
sociali europei. Secondo Durkheim ci sarebbero due forze che influenzano il suicidio
così some lo descrive: integrazione e regolazione sociale. Senza le istituzioni gli
individui cadono nella anomia (assenza di norme) e potenzialmente potrebbero
andare incontro al suicidio.

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Durkheim pone l’elemento del “sacrificio sicuro della vita”, con cognizione di causa,
come tratto distintivo del suicidio. Può dunque proporre una seconda, e definitiva,
definizione: “si chiama suicidio qualsiasi tipo di morte che derivi direttamente o
indirettamente da un atto positivo o negativo compiuto dalla vittima stessa, la quale
sapeva che esso doveva produrre tale risultato” (p. 65). Pertanto, la ricerca dello
studioso esclude il suicidio degli animali, per via del fatto che la nostra limitata
comprensione della loro intelligenza preclude la possibilità d’una rappresentazione, o
d’una simulazione, dei processi della loro mente.
Durkheim afferma, sulla base delle sue ricerche e delle sue indagini sul tasso di
mortalità-suicidio, che “ogni società, in ciascun momento della sua storia, ha una
determinata tendenza al suicidio” (p. 69). Esclude che questa tendenza derivi da una
somma di stati individuali, o che sia uno stato sui generis dell’anima collettiva: e
conclude affermando che, considerato che questa tendenza si verifica in ogni società,
allora l’analisi di tale “predisposizione” dev’esser studio di competenza della
Sociologia. L’obbiettivo dunque non è inventariare le condizioni compresenti nella
genesi dei suicidi individuali: ma evidenziare quelle che costituiscono il “tasso
sociale” dei suicidi. Questi considerando aspetti quali la religione e la famiglia,
giunge alla conclusione che il suicidio è più frequente (correnti suicidogene) in quei
paesi che presentano un’integrazione sociale meno sviluppata.

POSITIVISMO
Il termine positivismo è stato usato per la prima volta da Henri de Saint-Simon, per
essere poi ripreso e diffuso da Auguste Comte nel 1830 all'interno della sua opera
“Corso di filosofia positiva”.
In linea di massima il termine positivismo, indica un movimento filosofico ed
epistemologico che unisce una forte fiducia verso il progresso alla certezza del
metodo scientifico. Secondo l'approccio positivista, infatti, la conoscenza delle
scienze sociali in genere deve basarsi sugli stessi metodi delle scienze naturali: ogni
fenomeno deve essere studiato e conosciuto empiricamente attraverso indicatori e
dati statistici.
Il positivismo, tuttavia, non è stato e non è solo un orientamento metodologico, esso
presuppone una prospettiva filosofica che pone nel progresso e nell'evoluzione
sociale e scientifica le basi della storia.

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Diverse sono state le correnti che si sono sviluppate al suo interno, dal positivismo
evoluzionista di Spencer al positivismo sociale di J. Stuart Mill, dal positivismo
sociologico di Durkheim al neopositivismo americano da Parons in poi.
“Dal GLOSSARIO: il positivismo è quella teoria secondo la quale i metodi e le
tecniche impiegate nelle scienze naturali (biologia, chimica, fisica e simili) possono
essere impiegati nelle scienze sociali. In altre parole, il positivismo consiste
nell’assunto che la società possa essere studiata scientificamente. Gli studiosi di
scienze naturali cercano per i fenomeni spiegazioni basate sui fatti, e spesso usano
metodi sperimentali per svelare le leggi generali inerenti al comportamento. Per i
positivisti, ciò che è vero per il sistema biologico, o per le sostanze chimiche in una
provetta o per l’elettricità è vero anche per il mondo sociale. Ci sono due tipi di
positivismo in sociologia. Il primo spiega l’azione sociale riducendola ai meccanismi
di una scienza naturale già esistente: per esempio, utilizza la genetica per spiegare
perché alcuni individui agiscono in un determinato modo e altri no. Il secondo tratta
la sociologia come una scienza autonoma e utilizza il metodo scientifico per
spiegarne il funzionamento. Quest’ultima forma di positivismo ha il suo pioniere in
Auguste Comte, il “fondatore” della sociologia.”

FUNZIONALISMO
Un insieme di elaborazioni teoriche sviluppatesi a cavallo del ‘900, le quali hanno
assunto per diversi anni una posizione dominante tra le teorie sociologiche e
antropologiche del XX secolo.
Nel funzionalismo la società è concepita come una struttura caratterizzata da un
insieme di parti interconnesse tra loro. Nessuna di esse può essere compresa se
isolata dalle altre, ma va considerata solamente all’interno della struttura sociale e
in rapporto di interdipendenza. Le relazioni che intercorrono tra le parti della società
sono di tipo funzionale, ovvero ogni elemento svolge un particolare compito che,
unito a tutti gli altri, concorre a creare e mantenere funzionante ed in equilibrio
l'apparato sociale stesso.
La società è dunque considerata come un corpo formato da diversi organi
interconnessi fra loro e tutti funzionali al mantenimento della società stessa.
Punto cardine, per il funzionalismo, è l’esistenza di uno stato di equilibrio nella
società, che si ha quando ogni parte svolge correttamente il proprio compito (ovvero
quando ciascuno rispetta il proprio ruolo sociale). Quando interviene un
cambiamento all’interno di una delle sue parti, si genera nella struttura sociale un
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disequilibrio che è compensato da un processo di adattamento delle altri parti,
finanche una loro riorganizzazione.
Il concetto di processo è un secondo elemento centrale nelle teorie funzionaliste. Il
funzionalismo considera, infatti, l’equilibrio come un fattore dinamico derivante da
un processo delle parti che permette e concentra il mutamento sociale.
Come è evidente, la teoria funzionalista fu influenzata dagli studi delle scienze
biologiche sui modelli organici che a fine XIX secolo andavano sviluppandosi.
I principali autori di riferimento furono A. Comte, H. Spencer, V. Pareto, E. Durkheim,
B. Malinowski e R. K. Merton.
A tal proposito analizziamo più da vicino il pensiero di Durkheim. Il funzionalismo fa
riferimento allo studio della sociologia da un punto di vista BIOLOGICO. La società è
intesa come un organismo vivente in cui ogni parte è funzionale, interdipendente e
collegata alle altre. Per il funzionalismo esiste uno stato di equilibrio nella società
che si ha quando ogni parte svolge correttamente il proprio compito. Per il
funzionalista la società punta alla stabilità. I funzionalisti hanno una visione positiva
della società poiché tutto funziona. Questo approccio è stato determinante fino a
metà anni 50. Tra i funzionalisti ritroviamo Durkheim e Parsons.
- PERCHE’ DURKHEIM E’ FUNZIONALISTA? Perché fa riferimento al
funzionamento della società guardando alle sue piccole parti. È funzionalista per la
sua impostazione. Guarda alla società nel suo insieme e nell’ottica in cui le singole
parti interagiscono tra loro e danno stabilità.
- SUICIDIO: quando vengono a mancare le istituzioni l’individuo cade in anomia
(perde i punti di riferimento) e può andare incontro al suicidio. Lo studio sul suicidio
è stato effettuato da Durkheim, il quale si è occupato anche dell’educazione e della
funzione dell’insegnante che è fondamentale per formare il cittadino. In America il
suicidio è la seconda causa di morte, la spiegazione al suicidio sta nella società. Il
suicidio è, e va letto, come un fatto sociale anche se è un atto individuale.
• Perché lo studio sul suicidio è scientifico? In sociologia la ricerca può essere
qualitativa o quantitativa. Quantitativa è quando il dato non c’è, lo costruisce il
ricercatore mediante i questionari. Qualitativa è una ricerca che fa riferimento a
storie di vita, non si può quantificare, ad esempio pensiamo alle interviste.
• Critica alla ricerca quantitativa: non prende in considerazione l’aspetto
motivazionale. La ricerca di Durkheim è quantitativa di tipo secondario ovvero il
ricercatore ha già i dati e li integra. Durkheim ha preso le statistiche e ha cercato di
spiegare cosa ha portato le varie fasce di popolazione a suicidarsi. Maggiore è
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l’integrazione minore è la probabilità che l’individuo arrivi al suicidio. Può esistere
anche il missuicidio dovuto ad un eccesso di integrazione (suicidio egoistico).
CONFLITTUALISMO
Per i conflittualisti la società è caratterizzata da conflitti e disordini. Esiste un
conflitto di interesse scoppiato tra due componenti della società (due classi sociali
contrapposte: vecchi e giovani, insegnanti e studenti ecc.). I conflittualisti non
hanno quindi una visione positiva della società che descrivono come
profondamente instabile. Tra gli esponenti maggiori abbiamo Marx che tratta di
conflitti economici. Nello specifico Marx vede la società come costituita da tante
parti che sono in contrasto tra di loro, una società in cui ci sono alcuni gruppi sociali
che prevalgono su altri, ovvero in cui ci sono dominatori e dominati. Le critiche
mosse a Marx riguardano la sua visione troppo concentrata sugli aspetti economici.
FUNZIONALISMO E CAPITALISMO
I funzionalisti vedono la società come un sistema stabile composto da tante parti
interdipendenti (società vista come un organismo vivente) ma che concorrono al
funzionamento del corpo stesso. Questo fino al 1950, poi, questa visione così
ordinata della società entra in crisi perché non risulta più rappresentativa delle
nuove tematiche della realtà (conflitti di genere).
I funzionalisti hanno una visione positiva della società ed essi danno molta
importanza al concetto di istituzione, cioè alla regolazione degli individui che
altrimenti cadono nella ANOMIA(suicidio).
DURKHEIM è famoso per lo studio del suicidio che secondo lui deve essere inteso
come un fenomeno sociale.

ANOMIA
Mancanza di norme. Per DURKHEIM l’anomia indica la condizione di distacco dalle
norme e dai valori della società da parte di un individuo. L’anomia è spesso
paragonata all’alienazione, una differente forma di distacco associata al pensiero di
Marx.
Come la disuguaglianza materiale della società moderna, generata dal capitalismo, è
vista dai funzionalisti come necessaria, proporzionale e funzionale al loro impegno,
così anche la DEVIANZA è ritenuta utile perché aiuta a capire ciò che è corretto e
produce quindi solidarietà sociale.

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CONFLITTO SOCIALE (ECONOMICO) DI MARX
Il concetto di conflitto è un elemento centrale nello studio delle scienze sociali.
Diversi approcci sociologici hanno provato a fornirne una definizione e a fare
un'analisi del concetto in modo più o meno esauriente. Da Marx (e la sua teoria di
classe in una chiave strutturale) a R. E. Park (che propone il conflitto come una forma
cosciente di competizione in un paradigma di ecologia urbana), da Coser (che ne ha
proposto una classificazione) a Collins (concentrato sul movimento istituzionale), il
conflitto ha rivestito un ruolo sempre fondamentale per interpretare le dinamiche di
mutamento delle società nel lavoro dei sociologi.
Tentare una definizione del concetto che comprenda le sfumature dei diversi
approcci è un'impresa impossibile, pena la sinteticità che una voce di glossario
richiede.
Per evitare l'imbarazzo è possibile rifarsi alla definizione che Luciano Gallino
presenta nel suo Dizionario di Sociologia (UTET, 1993): laddove il conflitto sociale è
definito come "un tipo di interazione più o meno cosciente tra due o più soggetti
individuali o collettivi, caratterizzata da una divergenza di scopi tale, in presenza di
risorse troppo scarse perché i soggetti possono conseguire detti scopi
simultaneamente, da rendere oggettivamente necessario, o far apparire
soggettivamente indispensabile, a ciascuna delle parti, il neutralizzare o deviare
verso altri scopi o impedire l'azione altrui, anche se ciò comporta sia infliggere
consapevolmente un danno, sia sopportare costi relativamente elevati a fronte dello
scopo che si persegue".
Elementi centrali della definizione: la presenza di risorse scarse che rende per gli
attori in gioco oggettivamente o soggettivamente (gli attori si rappresentano la
situazione ed è la loro rappresentazione a indicare il quadro di riferimento
dell'azione, non l'oggettività della situazione) utile ricorrere allo scontro con l'altro.
All'interno di una logica razionale, dunque, il conflitto appare come il costo minore
da sopportare in previsione di un fine da raggiungere. Sebbene non sempre sia così,
è evidente che tale rappresentazione dell'attore, faccia apparire inevitabile il
conflitto.
Un aspetto, infine, importante da considerare nelle discussioni sociologiche
riguardanti il conflitto è la sua caratterizzazione come fenomeno patologico: molti
autori, infatti, ritengono inadeguato considerare il conflitto come una forma di

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patologia sociale, ma preferiscono piuttosto parlare di risorsa da incanalare al fine di
generare pacifici cambiamenti sociali.
Quanto è utile considerare, dunque, è lo stretto rapporto che esiste tra conflitto e
dinamica della società.
ALCUNI SOCIOLOGI E IL LORO PENSIERO
BAUMAN: Parla di società liquida. Secondo B. l’incertezza della società moderna
deriva dall’aumento del consumismo sulla produzione. Il consumismo e la
globalizzazione hanno comportato una vita sempre più frenetica. Bauman definisce i
consumatori come uno sciame che si riunisce al momento di consumare, ma che poi
si dissolve subito dopo; egli descrive cioè il consumismo come solitario.
BECK: sociologo tedesco, parla di società del rischio. La società industriale era basata
sulla produzione, le nostre società sono caratterizzate dalla produzione del rischio.
Regime totalitario: basato sul consenso, sul livellamento del pensiero. Dà l’idea che
tutto funziona e va bene. Il regime totalitario è caratterizzato soprattutto dal
tentativo di controllare la società in tutti gli ambiti di vita, imponendo l’assimilazione
di un’ideologia. In una società come la nostra invece, flussi di informazione
veicolano in modo più veloce.
MARX: definiva la religione l’oppio dei popoli.
Oggi si parla di desocializzazione, deindustrializzazione, demodernizzazione. Le
società vanno studiate sulla base di cambiamenti sociali che incidono sugli stili di
vita, su scelte politiche e individuali. Oggi si è oscurato il sociale, la spinta
economica.
CAPITALISMO: gli ideali del capitalismo sono rientrati con la nascita dei sindacati e
quindi con la loro istituzionalizzazione.

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