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1 La ricerca sociale: metodologia e tecniche – I paradigmi di riferimento

CAPITOLO 1
KUHN E I PARADIGMI DELLE SCIENZE
Il termine paradigma ha un’antica origine nella storia del pensiero filosofico: venne già utilizzato sia da Platone
(nell’accezione di “modello”) sia da Aristotele (con l’accezione di “esempio”). Nelle scienze sociali ha diversi significati ma
negli anni ’60 Thomas Kuhn ha cercato di dare una definizione. L’idea di Kuhn si distanzia dalla logica tradizione che
credeva che la scienza si sviluppasse grazie ad una accumulazione progressiva e lineare di conoscenze. Secondo lo
studioso nella formazione del sapere scientifico esistono delle “rivoluzioni” che interrompono il rapporto di continuità
con il passato e danno vita ad una nuova costruzione (es: luce). Si produce dunque un cambiamento: la struttura
concettuale attraverso la quale gli scienziati cambiano il mondo viene trasformata. Tale struttura concettuale è quella
che lo studioso chiama paradigma. Senza quest’ultimo una scienza è priva di orientamenti e di criteri di scelta, poiché i
paradigmi fungono da guide. Il termine paradigma è molto differente da quello di teoria: il paradigma è qualcosa di più
ampio e anche più generale di una teoria. Kuhn definisce scienza normale quelle fasi di una disciplina scientifica
durante le quali predomina un determinato tipo di paradigma, che risulta ampiamente condiviso dagli scienziati.
Kuhn afferma che i paradigmi sono elementi caratterizzanti delle scienze mature ma quelle sociali sono prive di un unico
paradigma condiviso da tutte. Tra queste c’è anche la sociologia. Lo studioso allora avanza un’altra interpretazione del
concetto di paradigma proprio perché vuole applicare le sue categorie alla sociologia; mantiene dunque tutti gli elementi
tranne uno, ovvero il carattere della condivisione da parte di tutta la comunità scientifica. In questo modo la sociologia
passa da essere una scienza preparadigmatica ad una multiparadigmatica: ci può essere la compresenza di più
paradigmi contemporaneamente.

2. TRE QUESTIONI DI FONDO


Analizziamo ora il terreno della metodologia della ricerca sociale. Esistono due visioni sufficientemente generali, coerenti
e cooperative che attribuiscono il carattere dei paradigmi:

1. La visione EMPIRISTICA
2. La visione UMANISTA

Sono due visioni organiche e fortemente contrapposte della realtà sociale e dei modi per conoscerla, che hanno generato
due blocchi coerenti e fra loro fortemente differenti di tecniche di ricerca. Questi paradigmi non sono teorie sociologiche
ma concezioni generali sulla natura della realtà sociale, sulla natura dell’uomo, sul modo con il quale questo può
conoscere quella. Per confrontare i due paradigmi dobbiamo capire come essi rispondono agli interrogativi fondamentali
di fronte ai quali si trova la ricerca sociale. Ciò può essere ricondotto a tre parole chiavi: Essenza, Conoscenza,
Metodo.

 La questione ontologica (“che cosa”). Riguarda la natura della realtà sociale e la sua forma. Ci si chiede se il
mondo dei fatti sia un mondo reale e oggettivo dotato di una sua autonomia al di fuori della mente umana e
dall’interpretazione soggettiva. Ci si interroga se i fenomeni sociali sono “cose in se stesse” o “rappresentazioni
di cose” (es: un dipinto di un unicorno non prova la sua esistenza).
 La questione epistemologica (rapporto tra “chi” e “che cosa”). Riguarda la conoscibilità della realtà sociale e
pone l’accento sulla relazione tra studioso e realtà studiata. Se il mondo sociale esiste davvero (questione
ontologica) allora sarà legittima l’aspirazione a raggiungerlo, a conoscerlo con obiettivo distacco.
 La questione metodologica (“come”). Riguarda la strumentazione tecnica del processo conoscitivo. Una visione
della realtà sociale come oggetto esterno non influenzabile accetterà più plausibilmente tecniche manipolative
rispetto ad una prospettiva che sottolinei l’esistenza di processi interattivi tra studioso e studiato.

Le tre questioni sono dunque molto intrecciate tra di loro.

POSITIVISMO

La sociologia nasce sotto gli auspici del pensiero positivista; la nuova scienza che si forma dalla metà del XIX
secolo si fondò su paradigma delle scienze naturali. Tra i fondatori ricordiamo Comte e Spencer che nutrivano
un’ingenua fede nei confronti dei metodi delle scienze naturali. Il paradigma positivista è formato da:

● Uso di apparati concettuali: le categorie di “legge naturale”, di causa-effetto, di verifica empirica etc.
● Le tecniche di osservazione e di misurazione: uso di variabili quantitative anche per fenomeni qualitative, le
capacità mentali e gli stati psichici
● Gli strumenti di analisi matematica: uso di statistica e di modelli matematici
● I procedimenti di inferenza: processo secondo il cui a partire dal noto si possono avanzare ipotesi sull’ignoto e
quindi passare dall’osservazione particolare alla legge generale

Come è noto per Comte, l’acquisizione del punto di vista positivista rappresenta in ogni scienza il punto terminale di un
itinerario che ha precedentemente attraversato lo stato teologico e metafisico. Tale itinerario parte dalle scienze della
natura inorganica, passando poi per quelle di natura organica e arrivando poi alla sociologia, attuando un percorso che va
2 La ricerca sociale: metodologia e tecniche – I paradigmi di riferimento

dalla più semplice alla più complessa. L’autore usa dunque la stessa prospettiva positiva per parlare di tutti i tipi di
scienza.

Durkheim fa invece uno sforzo per tradurre i principi del pensiero positivista in prassi empirica e afferma che la prima
regola della sociologia è quella di considerare i fatti sociali come cose. I fatti sociali sono modi d’agire, di pensare e di
sentire che esistono fuori dalle coscienze individuali. L’autore fu dunque il primo “scienziato sociale” e il primo sociologo
positivista. Questi fatti sociali hanno le stesse proprietà delle “cose” del mondo naturale. A ciò derivano due conseguenze:

1. I fatti sociali non sono soggetti alla volontà dell’uomo, sono cose che lo condizionano e lo limitano
2. Funzionano secondo proprie regole e funzionano secondo una struttura che l’uomo, grazie alla scienza, può
scoprire.

Il mondo sociale è dunque regolato da leggi; proprio da questo concetto nasce l’idea di un’unità metodologica fra il
mondo sociale e quello naturale (vengono studiati nello stesso modo). La conclusione sono che esiste una realtà sociale al
di fuori dell’individuo, la quale è oggettivamente conoscibile e studiabile con gli stessi modi delle scienze naturali. Questa
conoscenza si muove sotto l’idea positivista e il metodo induttivo (dal particolare all’universale): viene esaltata l’ordine e
uniformità della natura e il compito dello scienziato di scoprirlo. Così come lo scienziato naturale, anche lo scienziato
sociale deve compiere questa prassi: deve anche lui fare scoperte “che lo sorprenderanno e lo sconcerteranno”. La forma
di questa conoscenza è quella dei caratteri di nesso di causa-effetto.

Nel paradigma positivista ci sono tutti gli elementi di quella “fede ingenua” nei metodi delle scienze naturali. C’è un
entusiasmo per la conoscenza “positiva” di tipo scientifico ed è l’unica che va tenuta in considerazione.

NEOPOSITIVISMO E POSTPOSITIVISMO
La rassicurante chiarezza e linearità del positivismo ottocentesco lascia il terreno ad un positivismo del ‘900 assai più
complesso: avviene un processo di continua revisione e aggiustamento, mosso proprio dalla consapevolezza dei limiti
intrinseci e dal tentativo di superarli. Si forma dunque un positivismo non privo di contraddizioni e di punti oscuri.
Quella che si sviluppa dagli anni ’30 agli anni ’60 è detto “neopositivismo”, mentre quello che si sviluppa dopo gli anni
’60 “postpositivismo”.

Una delle prime revisioni del positivismo ottocentesco fu operata dalla scuola conosciuta come positivismo logico, che
diede origine al neopositivismo. Questo movimento si formò nella seconda metà degli anni ’20 intorno al “circolo di
Vienna”, sviluppandosi poi anche in un gruppo analogo a Berlino e in seguito, grazie alle molte migrazioni, anche negli
U.S.A. dove il pensiero neopositivista influenzò altre discipline, sociologia inclusa, creando un ricchissimo filone di
ricerca empirica.

Il nuovo modo di vedere il mondo pone la sua centralità nella questione epistemologica: basti ricordare che vi era una
diffusa convinzione secondo la quale il senso di un’affermazione derivi dalla sua verificabilità empirica. La filosofia
metafisica perde dunque importanza poiché indimostrabile e la filosofia iniziò a dedicarsi ai problemi metodologici di
ogni scienza.

La principale conseguenza a questa nuova concezione della scienza fu lo sviluppo di un modo di parlare della realtà
sociale del tutto nuovo, tramite un linguaggio maturato dalla matematica e dalla statistica: il linguaggio delle variabili.
Le variabili diventano le nuove protagonisti dell’analisi sociale: tramite il loro carattere di neutralità, oggettività e
operativizzabilità matematica permettono di andare oltre al vago linguaggio quotidiano e di misurare, rilevare e correre i
fenomeni sociali in maniera oggettiva e priva di ambiguità. Le variabili sono dunque una serie di attributi e proprietà che
permettono di definire ogni oggetto sociale, compreso l’uomo. I fenomeni sociali sono analizzati in termini di relazioni
tra variabili. Ma ormai il linguaggio positivo è completamento mutato, soprattutto dal momento che le scienze, come
soprattutto la fisica, non promuovono più una conoscenza oggettiva. Con il passaggio dalla fisica classica a quella
quantistica, vengono introdotti elementi di incertezza e di probabilità su punti cruciali, come quelli dello stesso spazio e
tempo. I fatti diventano imprevedibili e sono governati da leggi probabilistiche. Se ciò è valido per le scienze naturali,
sarà ancora più valido per quelle sociali.

Un elemento introduttivo del nuovo pensiero scientifico è la categoria della falsificabilità: il confronto tra teoria e dato
empirico non può avvenire in positivo (in quanto gli stessi dati potrebbero essere compatibili anche con altre ipotesi
teoriche) ma in negativo, mediante cioè il fatto che i dati non contraddicono l’ipotesi e che quindi sono con essa
compatibili. Da ciò deriva un senso di provvisorietà di ogni ipotesi teorica, mai definitivamente valida; crolla l’idolo della
certezza poiché l’uomo non può conoscere, ma sono congetturare. Inoltre, anche l’osservazione empirica perde la sua
importanza: non è una fotografia oggettiva della realtà ma dipende dalla teoria, ovvero dipende da ciò che lo
sperimentare vuole analizzare, in quanto lui, inconsapevolmente, influenza le sue ricerche. Il positivismo perde le sue
certezze ma tuttavia non ripudia il fondamento empirista: l’impianto operativo e procedurale resta sostanzialmente lo
stesso, poiché non comporta una fuoriuscita dallo spirito empirista e dalla centralità del metodo scientifico.
3 La ricerca sociale: metodologia e tecniche – I paradigmi di riferimento

5. INTERPRETATIVISMO
5.1 Gli inizi
Con interpretativismo intendiamo tutte le visioni teoriche per le quali la realtà non può semplicemente essere
osservata ma “va interpretata”. Precursore di questa teoria fu soprattutto lo storicismo tedesco; il primo autore che criticò
il positivismo comtiano fu Wihelm Dilthey, il quale affermò che esiste una netta distinzione tra le scienze naturale e
quelle umane. La sostanziale differenza sta nel fatto che le prime, a differenza delle seconde, non subiscono il rapporto
che si instaura tra ricercatore e realtà studiata. Da una parte dunque spieghiamo la natura, mentre dall’altra intendiamo
la vita psichica.

Negli stessi anni Windelband introduce la separazione tra le scienze nomotetiche, cioè finalizzate all’individualizzazione
di leggi generali e scienze idiografiche, orientate a cogliere l’individualità dei fenomeni.

5.2 Max Weber: oggettività ed orientamento verso l’individualità


Max Weber permette a questa nuova prospettiva di entrare a far parte delle branche della sociologia. Sono due i concetti
chiave che egli analizza:

 Il concetto di avalutatività: è la necessità che le scienze storico-sociali siano libere da qualsiasi giudizio di
valore. Nonostante siano libere da questi presupposti di valore, non si può impedire che questi intervengano
nella scelta dei problemi da studiare, assumendo un ruolo orientativo nei confronti della ricerca. I valori restano
dunque presenti ma con funzione “selettiva”. In questo modo l’analisi procede in maniera oggettiva per giungere
alla spiegazione casuale dei fenomeni.
 L’avalutatività è la prima condizione per l’oggettività delle scienze sociali; per Weber le scienze sociali si
distinguono da quelle naturali non solo per l’oggetto studiato e per l’obbiettivo diverso ma anche per il loro
“orientamento” verso l’individualità”. Tale orientamento è in primo luogo il metodo: tale metodo è quello di
comprendere. Comprendere comporta anche immedesimarsi nell’altro e comprendere che ogni atto, anche
quello apparentemente più illogico, ha la sua intima razionalità.

Ma da questo orientamento verso l’individualità come può nascere l’oggettività? Weber risponde a questo problema con
la concezione di tipo ideale. Il tipo ideale è una uniformità tipica del comportamento, un’astrazione che nasce dalla
rivelazione empirica di uniformità. I tipi ideali non vanno confusi con la realtà poiché sono stati costruiti in maniera
ideale euristica. Sono delle costruzioni mentali dell’uomo che ne indirizzano la conoscenza; sono costruzioni razionali
chiare, coerenti e prive di ambiguità che non esistono in realtà: il mondo reale è molto più complesso, contradditorio e
disordinato.

Per Weber il numero e il tipo delle cause, che hanno determinato un qualsiasi avvenimento individuale, sono sempre
infinite e la questione casuale non è una questione di leggi ma bensì di connessioni casuali concrete, di enunciati di
possibilità. Ciò permette di tracciare le condizioni che rendono possibile un certo fatto sociale.

5.3 Ulteriori sviluppi


La sociologia di Weber preannuncia la sociologia fenomenologica, l’interazionismo simbolico e l’etnometodologia (che si
è sviluppata a partire dagli anni ’60 in U.S.A.). Tutte queste prospettive sono accomunate e assimilate al pensiero
weberiano, soprattutto l’idea che ogni fenomeno sociale e l’attività del sociologo sono “azioni dotate di senso”. L’aspetto
usato dal sociologo è quello della macrosociologia poiché cerca di studiare fenomeni macrostrutturali come l’economia, lo
stato, il potere, la religione e la burocrazia. Il movimento che nasce negli anni ’60 in America parte dall’interazione degli
uomini: è la prospettiva “microsociologica” che analizza la vita quotidiana degli uomini per comprendere la società.
Quest’ultima si distacca con superiorità dall’impostazione “oggettivista” positivista proprio perché quest’ultima metteva a
tacere la dimensione individuale e l’aspetto umano. La diversità sta anche nel metodo: le scienze umane non possono
essere studiate nello stesso modo di quelle naturale, non possono essere studiate tramite variabili. Ecco allora che si dà
luogo alla cosiddetta “ricerca qualitativa”.

6. RADICALIZZAZIONI, CRITICHE E TENDENZE RECENTI


Il paradigma positivista poneva grande attenzione alle tecniche e alle procedure empiriche, facendo passare in
secondo piano sia la problematica sui presupposti filosofici di questa impostazione, sia la dimensione dell’elaborazione
teorica. La radicalizzazione di questa tendenza ha portato ad un empirismo anti speculativo, dominato dal mito del
metodo e da quello del dato. Tale processo si è sviluppato in tramite tre fasi:

 Restringendo i confini dell’esplorazione teorica a scapito dell’approfondimento al contesto delle scoperte


 Spostando l’attenzione dal contenuto al metodo
 Spostando l’attenzione dal metodo al dato, dai problemi dell’operativizzazione dei concetti ai problemi pratici
della rilevazione e dell’analisi di dati privi ormai di retroterra teorico e metodologico
4 La ricerca sociale: metodologia e tecniche – I paradigmi di riferimento

Il paradigma dell’interpretativismo ha portato molte critiche, non tanto riguardanti il suo iniziatore Weber ma
verso i suoi successori che hanno spostato l’attenzione sulla vita quotidiana. Due sono le critiche di fondo:

 La prima critica sostiene che l’estremo soggettivismo esclude la possibilità stessa di esistenza della scienza
sociale. Le teorie evidenziate dagli studiosi, come quella che la realtà è una pura costruzione soggettiva, negano
la possibilità di andare oltre la persone e fare generalizzazioni
 La seconda critica permette di escludere dai propri interessi quelli che dovrebbero essere per eccellenza gli
oggetti della riflessione sociologica: le istituzioni. Viene inoltra incolpata di essersi fermata al “microsociologico”
e di aver dunque limitato i suoi interessi al quotidiano

L’ultimo quarto del XX secolo ha rappresentato un periodo di sfida nella storia della ricerca sociale; esso faceva seguito
ad un periodo tumultuoso (contestazione giovanile, rivolte urbane, rivolte per i diritti delle donne etc.) il quale vide la
sociologia adempiere a pieno al suo ruolo di “missione” sociale. Nel nuovo periodo si continuò a sviluppare la
microsociologia. L’abbandono delle grandi correnti teoriche ha portato, in anni recenti, a non considerare più la
sociologia come una scienza. Tale idea si sviluppa circa dagli anni ’90 e si sintetizza nel termine postmodernismo, diretto
erede dell’illuminismo: ripropone una società che pone la sua fiducia nella scienza e che si basa sulla razionalità
scientifica. Il postmodernismo si propone di andare oltre e contro le acquisizioni del mondo moderno e ne possiamo
sintetizzare i punti chiave:

 Rifiuto di teorie generali: c’è una lotta verso le teorie universali, verso l’imperialismo culturali e verso le
repressioni delle differenze tra la società; viene esaltata la frammentazione e la non-unità della spiegazione
scientifica
 Rifiuto della razionalità: a favore del paradosso, della contraddizione, dell’opacità e della visione di più facce
alternative e inconciliabili
 Esaltazione delle differenze: celebrazione delle diversità e rifiuto della cumulatività della scienza
 Esaltazione dell’altro: del diverso, delle minoranze e identificazione con gli oppressi

Da questo punto di vista le nuove tendenze non hanno portato a grandi rivoluzioni nelle tecniche di ricerca sociale se si
esclude una maggiore legittimità ed utilizzo della ricerca qualitativa.

CAPITOLO 2
PARADIGMA NEOPOSITIVISTA: “CRIME IN THE MAKING”, DI SAMPSON E
LAUB
Nella ricerca sociologica il dibattitto tra ricerca qualitativa e quantitativa ha avuto vicende alterne; dopo un vivace
confronto degli anni ’20 e ’30, ci fu per tutti gli anni ’40, ’50 e la prima metà degli anni ’60 una predominanza della
ricerca quantitativa. Il ricercatore qualitativo veniva visto come un semplice giornalista e tutte le pratiche legate a questa
pratica erano considerate inutili. Ma è stato con gli anni ’80 che la ricerca qualitativa assume maggiore spessore (cosa che
è tutt’ora in sviluppo); Ci fu una produzione senza precedenti di riflessioni, proposte, ricerche e manuali.

Di seguito verranno mostrate due ricerche riguardanti lo stesso tema (la delinquenza giovanile): una che rispecchia il
metodo neopositivista e l’altra quello qualitativo. La prima è Crime in the Making di Robert Sampson e di John Laub,
pubblicata nel 1993 in USA. L’origine della ricerca deriva dal ritrovamento nelle cantine della biblioteca di Harvard di
circa 60 scatoloni contenenti il materiale di una ricerca effettuata dal 1939 al 1963 dai coniugi Sheldon e Eleanor
Glueck. L. e S. ripreso questi dati per rispondere a nuovi interrogativi.

1.1 Ipotesi
I due studiosi lamentano il fatto che gli studi sulla criminalità riguardano praticamente solo la fascia dell’adolescenza e
no tengono in considerazione l’infanzia (periodo nel quale secondo alcuni vanno ricercati i germi del comportamento
deviante) e l’età adulta (nella quale alcuni cambiamenti come l’inizio del periodo lavorativo e/o il matrimonio possono
provocare cambiamenti radicali nell’atteggiamento dell’individuo). Questo punto di vista porta al superamento
dell’impostazione sincronica (“fotografare” un gruppo di persone in un dato momento) per passare a studi diacronici
(seguire per un determinato periodo degli individui). I due autori abbozzano dunque una teoria nella quale vengono
discusse variabili sia tradizionali per il comportamento devianti (povertà, famiglia, infanzia antisociale) sia meccanismi
informali di controllo sociale operati in quel momento del ciclo di vita.

1.2 Disegno della ricerca


La ricerca dei due coniugi Sheldon e Eleanor si basava sull’osservazione di 500 ragazzi tra i 10 e 17 anni autori di reato,
tutti maschi e bianchi. Ad ognuno di quest’ultimi veniva associato un ragazzo non autore di reato avente le stesse
caratteristiche di età, origine, quoziente di intelligenza e quartieri (totale ragazzi studiati: 1000). Venivano intervistati
loro stesso, le loro famiglie, vicini, insegnanti, operatori sociali, poliziotti e giudici. Ci furono degli studi successivi sugli
stessi ragazzi quando erano tra i 25 e i 32 anni. I risultati della seconda fase della ricerca furono molto particolari: da un
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lato li ex ragazzi criminali avevano a che fare con questo mondo anche nella loro attualità ma anche 100 dei ragazzi
“normali” iniziarono a commettere reati.

1.3 Rivelazione empirica e risultati dell’analisi


I due coniugi raccolsero i dati i quali provenivano da informazioni disomogenee. L. e S. registrarono non solo tutti i
comportamenti creduti devianti dalla legge, ma anche quelli di cattiva condotta (fumare, bere, saltare la scuola). I primi
rappresentavano la devianza ufficiale, definita sulla base dei dati effettivamente denunciabili, mentre la seconda
costituiva la “devianza non ufficiale”. Da queste devianze vennero creati degli indici di devianza sia per ogni
comportamento sia una complessiva (con un punteggio da 1 a 26). La parte espositiva della ricerca copre 5 capitoli del
libro, i quali si sviluppano tutti nella stessa maniera:

o Quadro teorico: gli autori distinguono tra variabili di base e variabili di processo. Le prime sono le classiche
variabili (povertà, disgregazione, criminalità dei genitori) mentre le seconde fanno riferimento a quei “legami
informali” ai quali gli autori danno un compito fondamentale che porta alla devianza. Da qui affermano che le
variabili strutturali di base influirebbero sul comportamento deviante non in maniera diretta, ma in modo
mediato dalle variabili “intervenienti” rappresentate dal legame-controllo familiare
o Rivelazioni empiriche: i due autori individuano 9 variabili strutturali di base e cinque processuali-familiari
(rapporto affettivo con i genitori, uso di punizioni fisiche, presenza/assenza della supervisione materna,
situazioni di rifiuto, abbandono, ostilità da parte dei genitori, etc.)
o Risultati dell’analisi: per analizzare i dati gli autori usano lo strumento statistico della regressione multipla.
Essi dispongono le variabili in tre blocchi e mettono tali blocchi in relazione a due a due. Il fatto interessante si
verifica quando si analizza il modello completo e l’effetto delle variabili strutturale quasi sparisce: le variabili
strutturali non hanno effetto diretto sul comportamento deviante. Il 73% dell’effetto delle variabili strutturali è
mediato dalle variabili processuali-familiari.
o Ritorno alla teoria: gli autori giungono alla conclusione che è importante l’effetto inibitorio della famiglia
sulla delinquenza degli adolescenti.

Nei capitoli successivi applicano uno schema di analisi simile per quanto riguardo il ruolo della scuola, dei pari, dei
fratelli, del lavoro, del matrimonio e riformano in modo dettagliato il modello inizialmente proposto. Dividono poi il
corso dei primi 45 anni d’età in 5 fase e per ognuna mettono in evidenza il ruolo dei fattori che favoriscono l’insorgere o il
permanere di atti devianti (e anche quelli che tendono ad inibirlo).

PARADIGMA INTERPRETATIVO: “ISLANDS IN THE STREET” DI SANCHEZ-


JANKOWSKI
La ricerca Island in the street è stata pubblicata nel 1991 negli USA; l’intenzione dell’autore è quella di comprendere le
gang e i giovani delinquenti e non di spiegarle, cosa fatta dalla ricerca neopositivista.

2.1 Disegno della ricerca e raccolta dei dati


La ricerca dell’autore è un esempio di ricerca di partecipante. Egli fa uno studio su 37 gang di diversa connotazione etnica
di tre aree metropolitane (NY, LA e Boston). Lo studio dura tre anni e lo studio di una gang segue sempre lo stesso
disegno: dopo l’accettazione l’autore passa con ogni gang un mese intero, successivamente altri cinque-dieci giorni. Negli
ultimi 3 anni trascorse ancora da tre a sei giorni con ognuna di esse. L’autore si immedesima moltissimo nella parte ed
entra a far parte della quotidianità della gang.

2.2 Ipotesi
L’autore non avanza ipotesi ma attinge ampiamente alla ricerca già effettuata ed espone le conclusioni alle quali la sua
esperienza l’ha portato. Questa tecnica è tipica dell’approccio interpretativo che procede in maniera deduttiva: la ricerca
viene “scoperta” nel corso dell’indagine.

Secondo l’autore un ragazzo entra a far parte di una gang in modo razionale, poiché la gang può offrire quell’ordine
sociale e la sicurezza di cui un giovane che vive in una slum sente il bisogno. Crede inoltre che le gang siano delle
strutture organizzate in constante conflitto per l’accaparramento delle scarse risorse. La riflessione dell’autore si sviluppa
su tre linee guida:

o Individuo e rapporto con la sua gang: l’individuo che decide di far parte di una gang ha un “carattere
individualistico e ribelle”. Entra a far parte della gang perché è conveniente, in termini economici, di potere e di
status. Le gang sono dei sistemi sociali quasi privati e quasi segreti con una figura di riferimento, il leader. Non
ha burocrazia e persegui i suoi obiettivi senza preoccuparsi che questi siano leciti oppure no.
o La gang come organizzazione: analizza le strategie per trattenere e coinvolgere i membri, la strutturazione della
leadership ed i meccanismi di legittimazione, gli incentivi del leader per ottenere obbedienza
o La gang e la comunità: ogni gang per sopravvivere per un lungo periodo in un territorio deve integrarsi con la
comunità locale. Deve essere accettata come parte integrante del quartiere e deve fornire servizi e in cambio di
tali servizi riceverà protezione dalla polizia.
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2.3 Interpretazione del materiale empirico


Nei vari capitoli successi analizza tutte queste tematiche e interpreta i dati raccolti. Nel primo capitolo cerca di capire chi
entra in una gang e perché. Sono quattro le convinzioni classiche che egli rifiuta poiché è convinto che una persona entra
in una gang per convenienza in quel momento. Le quattro idee classiche sono:

o Entrano nelle gang adolescenti provenienti da famiglie disgregate dove il padre è assente e cercano dunque
identificazione con altri maschi e con figure autorevoli maschili
o Entrano per sostituirla alla propria famiglia
o Sono individui espulsi dal sistema scolastico che, non riuscendo a trovare lavoro, impiegano il tempo
o Entrano per imitazione di altri individui

L’autore afferma di non aver riscontrato dati empirici su queste 4 categorie e ne analizza invece altre sei:

o Incentivi materiali: un individuo entra in una gang per ricavare soldi in maniera più regolari che
intraprendendo attività illegali da soli, per incontrare meno rischi e per provvedere a situazioni di emergenza (la
gang provvede a dei prestiti per i membri)
o Divertimento: è un passatempo e ha spesso una sorta di club con bar, videogiochi, carte, slot machines,
organizza feste ed è luogo dove si possono incontrare ragazze
o Rifugio e nascondiglio: la gang offre anonimato a chi ne ha bisogno a causa dei suoi traffici

L’autore continua poi illustrando le altre 3 categorie, mostrano degli aspetti delle gang mai analizzati prima.

RICERCA QUANTITATIVA E RICERCA QUALITATIVA: UN CONFRONTO


Le due ricerche sono state utile per comprendere in che cosa e quanto si differenziano i due tipi di approcci, cosa che
spiegherò meglio nei prossimi paragrafi. (Vedi tabella p. 63).

3.1 Impostazione della ricerca


La cosa che più differenzia i due tipi di ricerca è la

1. strutturazione della varie fasi della ricerca. La ricerca di S. e L. colpisce per la sua geometricità circolare:
parte dalla teoria e ritorna alla teoria. Inoltre tale geometricità si riproduce in ogni capitolo, i quali sono divisi in
quattro parti. La ricerca qualitativa è priva invece di una parte inziale: il suo capitolo inziale è un impasto con le
sue conclusioni. Non c’è mai una separazione tra teorie e risultanze empiriche e le teorie si sviluppano pian
piano.
2. Il rapporto instaurato tra teoria e ricerca è dunque differente: nel primo caso le frasi sono logicamente
sequenziali, secondo un’impostazione deduttiva che serve per “sostenere” la teoria iniziale. In quella qualitativa
tale relazione è aperta, interattiva; spesso il ricercatore respinge volontariamente la formulazione di teorie
prima di cominciare, per non farsi influenzare.
3. Da ciò ne deriva anche un differente uso dei concetti. Per la ricerca neopositivista i concetti sono elementi
costituivi della teoria che permettono la verifica empirica. In tale approccio la chiarificazione dei concetti e la
loro operativizzazione in variabili avvengono ancora prima di iniziare la ricerca. Tale metodo ha un vantaggio e
uno svantaggio: il primo è quello di poter rivelare empiricamente il concetto ma ciò provoca anche un forte
impoverimento e riduzione del concetto stesso. Un ricercatore qualitativo non userebbe mai questa strategia:
userebbe un “concetto orientativo”, uno sensitizing concept che è ancora da definire in termini operativi e
teorici. Questo perché ogni oggetto ha un suo distintivo e appartiene ad un contesto specifico.
4. La differenza la troviamo anche nel rapporto con l’ambiente studiato. Le persone che sanno di essere
osservatore da un ricercatore sociale molto probabilmente non si comporteranno in maniera naturale. Il
ricercatore neopositivista ritiene che un margine di “manipolazione controllata” sia ammissibile e non si
preoccupa molto. Il ricercatore qualitativo invece si astiene da qualsiasi manipolazione, stimolazione,
interferenza o disturbo nei confronti della realtà stessa, la quale viene studiata nel corso del suo svolgersi.
5. Ulteriore differenza la troviamo nelle tecniche di esperimento e nell’osservazione partecipante. La
ricerca neopositivista crea una situazione innaturale e artificiale dove l’intervento manipolativo del ricercatore è
pervasivo (esempio: somministra il ricercatore un determinato video e vede i risultati che provoca). Il
ricercatore qualitativo si limita invece ad osservare quello che accade nella realtà sociale. Questi sono però due
poli estremi: esistono molteplici sfumature.
6. Il rapporto del ricercatore con i singoli soggetti può essere di due tipi:
o Interazione psicologica-culturale: il ricercatore quantitativo assume un punto di osservazione esterno
al soggetto studiato e analizza ciò che a lui sembra importante. Per il ricercatore qualitativo invece la
questione è più complicata perché il egli sviluppa con i soggetti studiati una relazione di immedesimazione
empatica. Il problema del coinvolgimento è presente anche nel ricercatore qualitativo ma egli è meno
esposto ai rischi di coinvolgimento emotivo e di interpretazioni unilaterali.
7 La ricerca sociale: metodologia e tecniche – I paradigmi di riferimento

o Interazione fisica studioso-studiato: nel caso quantitativo non è previsto nessun contatto, mentre in
quella qualitativo il contatto è fondamentale per la comprensione della ricerca.

7. Ultima differenza è il ruolo del soggetto studiato: nella ricerca quantitativa il soggetto ha un ruolo passivo,
o almeno si cerca di ricondurlo in questo modo, mentre in quella qualitativa il soggetto ha ruolo attivo.

3.2 Rilevazioni
Un’altra principale differenza è quella che riguarda il disegno della ricerca, ovvero tutte quelle scelte di carattere
operativo. Normalmente la ricerca quantitativa ha un disegno rigidissimo: è costruito a tavolino prima della rivelazione, è
rigido e strutturato (S. e L. analizzano, dopo la scelta, sempre gli stessi soggetti). La ricerca qualitativa invece ha un
disegno totalmente libero da vincolo, è destrutturato, idoneo, aperto e idoneo a captare l’imprevisto (S. è libero di
scegliere quale gang scegliere e chi intervistare). Da questa impostazione chiusa/aperta discendono altre due
caratteristiche differenziati:

o La rappresentatività dei soggetti studiati. La ricerca quantitativa è preoccupata per la generalizzabilità dei
risultati: è interessata più che a comprendere il suo campione a rappresentare al meglio la società con il suo
campione. La ricerca qualitativa invece insegue situazioni atipiche e non comuni che non sono generalizzabili: il
ricercatore le sceglie non per la diffusione nella popolazione ma per l’interesse che sembrano esprimere. Un
esempio è la ricerca di David Kertzer a Bologna negli anni ’70. Egli, tramite l’osservazione partecipante e
interviste agli operati politici e sociali del quartiere sei comunista che cattolico, voleva dimostrare la convivenza
della parte comunista con quella cattolica. Durante la ricerca cambiò però i soggetti da osservare e utilizzò
individui che prima non erano inclusi tra i soggetti (es: barista)
o Lo strumento di rivelazione. Nella ricerca quantitativa tutti i soggetti ricevono lo stesso trattamento poiché lo
strumento è uniforme e uniformante. L’obiettivo finale è infatti la raccolta di dati in “matrici di dati” che
permettono la codifica delle stesse informazioni. Nella ricerca qualitativa invece la disomogeneità delle
informazione è un fatto costitutivo.

Ulteriore differenza è quella che fa riferimento alla naturadei dati. Nella ricerca quantitativa questi sono affidabili,
precisi, rigoroso e univoci. Potremmo riderli con il termine inglese hard (il quale può essere tradotto con due termini
italiani, “oggettivi” e “standardizzati”). Nella ricerca qualitativa i dati sono ricchi e profondi poiché i ricercatori non
cercano l’oggettività o la standardizzazione dei dati. Tali dati sono definiti soft.

3.3 Analisi dei dati


L’analisi dei dati rappresenta la componente più visivamente diversa tra i due tipi di ricerca. Da una parte la ricerca
quantitativa usa la matematica con grafici, tabelle, test statistici mentre quella qualitativa organizza il dato empirico con
l’eventuale apporto di strumenti informatici.

Anche l’oggetto dell’analisi è differente. La ricerca quantitativa raccoglie i dati per soggetto; ogni soggetto viene studiato
analiticamente sulla basa di tutte le caratteristiche prima già impostate. La unilateralità del soggetto viene frammentata
in tanti pezzi quanti sono le variabili che lo descrivono. L’analisi dei dati avverrà infatti sempre per variabili, in maniera
impersonale. Si parlerà di medie di variabili, di percentuali di variabili e di relazioni di fra variabili. I ricercatori
qualitativi invece accusano i compagni quantitativi di assumere impropriamente il modello scientifico nelle scienze
naturali. Essi assumono una prospettiva olistica: non credono nelle riducibilità dell’uomo a delle variabili e credono che
egli sia qualcosa in più che la somma delle sue parti. Vogliono analizzare l’individuo nella sua interessa. Con una
terminologia inglese, mentre la ricerca quantitativa è variable-based, quella qualitativa è casebased. Da un lato si
vogliono spiegare le variazioni delle variabili mentre dall’altro si vuole comprende le persone.

Anche l’uso delle tecniche matematiche e statistiche è diverso: nella ricerca quantitativa è il linguaggio della scienza
mentre in quella qualitativo tale linguaggio viene considerato inutile e dannoso e per questo ignorato.

3.4 Risultati
Anche per quanto riguarda la presentazione dei dati ci sono delle differenze nelle presentazioni quantitative e qualitative:
sono rispettivamente la “tabella” e la “narrazione”. Questi strumenti non sono però unilaterali ma sono utilizzabili
entrambi per tutti e due i tipi di ricerca. Spesso accade che un ricercatore quantitativo decide di utilizzare la narrazione
per esemplificare i risultati e per far capire meglio al lettore l’universo reale che sta dietro al dato numerico. Il contrario
avviene più raramente: il ricercatore qualitativo non sente l’esigenza di usare tabelle perché non vuole generalizzare gli
individui ma vuole cogliere la loro realtà. La conclusione di una ricerca deve però andare oltre la semplice esposizione di
tabelle o alla narrazione: deve saper instaurare delle relazioni tra le variabili o delle connessioni fra i casi. Deve fornire
delle sistematizzazioni e delle sintesi d’ordine superiore. Tale itinerario nella ricerca quantitativa è costituito dal processo
che porta all’enunciazione di rapporti causali tra le variabili stesse. Dopo aver frammentato l’individuo il ricercatore
ricompone una prima sintesi nella correlazione tra variabili e arriva a un’unità concettuale nel modello casuale. Non
sempre è possibile arrivare a formalizzare un “modello casuale” ma sarà comunque la logica del meccanismo di causa-
effetto a guidare la mente del ricercatore quantitativo. Nell’approccio qualitativo è più difficile trovare degli itinerari
condivisi. Molti autori si avvicinano alla tesi weberiana e individuano dei “tipi”. Il tipo ideale è una categoria concettuale,
8 La ricerca sociale: metodologia e tecniche – I paradigmi di riferimento

è una costruzione che li libera dai dettagli e dagli accidenti della realtà per estrarne le caratteristiche essenziali e
purificandoli come modelli di astrazione. Comunque in tutti questi casi la realtà non è semplicemente descritta, ma viene
interpretata, letta, analizzata ed alla fine ricomposta e sintetizzata a partire dalle categorie classificatorie o dai tipi ideali
individuati.

Molto importante è la differenza tra l’approccio quantitativo e quello qualitativo in merito ai meccanismi di spiegazione e
interpretazione. La prima si interroga sui perché, mentre la seconda sul come. Un’ultima questione è quella relativa alla
portata dei risultati. La ricerca qualitativa non può operare su un numero rilevante di casi ma si incentra su poche unità
e su una specifica situazione (“studio di caso”). La ricerca di S-J. è un esempio più unico che raro). In questo modo però
non si potrà andare in profondità: profondità e ampiezza sono inversamente correlate. Più la ricerca sarà ampia, più suo
campione sarà rappresentativo della variegata situazione reale e può meglio legittimare i suoi risultati.

DUE DIVERSI MODI DI CONOSCERE LA REALTA’ SOCIALE


E’ possibile affermare che uno dei due approcci dal punto di vista scientifico sia superiore all’altro? Si possono
individuare tre punti di vista a tale proposito:

o Il primo è di coloro che sostengono che i due approcci sono incompatibili e incommensurabili; entrambe
credono che la propria è esatta e che l’antagonista è sbagliata (i paladini dell’approccio quantitativo credono che
l’antagonista non è scienza, mentre quelli dell’approccio qualitativo credono che gli “avversari” siano incapaci di
cogliere la vera essenza della realtà sociale).
o Il secondo punto di vista è quello dei sostenitori della ricerca quantitativa che tuttavia non negano il contributo
che può arrivare dalle tecniche qualitative. Queste sono però inserite in un contesto esplorativo prescientifico,
assolvendo alla funzione di stimolazione intellettuale in una sorte di brain storming preliminare che tuttavia è
esterno alla fase scientifica vera e propria
o Il terzo infine sostiene la piena legittimità, utilità e pari dignità dei due metodi e auspica lo sviluppo di una
ricerca sociale che scelga per l’uno o per l’altro approccio. Tale teoria è stata mossa in anni recenti; assai
esplicativo di questo punto è Albert Bryman il quale crede che le differenze fra i due modi di fare ricerca non
sono epistemologiche ma puramente tecniche. Dunque, la differenza tra i due approcci è solo stilistica, priva di
importanza metodologica e sostantiva.

Per concludere dico che approccio neopositivista e quello interpretativo portano a conoscenze diverse. Questo non è un
limite ma un arricchimento, in quanto c’è bisogno di un approccio multiplo e differenziato alla realtà sociale per poterla
effettivamente conoscere.