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Le classi sociali: una battaglia di retroguardia?

Paolo De Nardis

Nelle scienze sociali empiriche il concetto di classe sociale ha una matrice teorica di derivazione marxiana ed immediatamente connesso a quello di. lavoro. indubbio, quindi, che la stessa utilizzazione della categoria "classe sociale" abbia giocato un ruolo fonda mentale nell'analisi sociologica della modernit e delle societ industriali, fino a quando, almeno, stato possi bile bene individuare la categoria del lavoro e soprattut to quando riferito alla produzione di beni materiali. Com' noto l'impostazione conflittualista marxiana muover dalla rilevazione, nella stessa costruzione del concetto, di un certo numero di. individui sociali, gene ralmente molto ampio, che si vengono a trovare in una posizione omogenea nella struttura storicamente deter minata dei rapporti fondamentali economici e politici di un sistema sociale, ovvero che svolgono una funzione si mile, o ancora omogenea, nell'organizzazione generale dello stesso sistema. Da questa prospettiva le classi. sociali sono state uti lizzate dal punto di vista della conoscenza sociologica con particolari. tipi. di organismi sociali, ovvero di cos detti soggetti collettivi, capaci, a determinate condizioni, di portare avanti un'azione tendenzialmente unitaria. I confini tra le classi sono, in questo modo, molto precisi, perch determinati dal criterio fondamentale con cui si costruisce lo stesso concetto di classe; per

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esempio, nel caso di Marx, lo stesso concetto basato sulla produzione delle merci e dei beni e non quello sulla distribuzione degli stessi. La stessa produzione di beni materiali coinvolge il processo di produzione delle so ciet industriali e pone l'operaio salariato al centro del discorso sulle classi, e in maniera materialmente conflit tuale a quello dell'imprenditore capitalista. Il valore di scambio delle merci direttamente collegato alla catego ria del lavoro astratto, come il valore d'uso delle stesse (che non riguarda immediatamente il processo di pro duzione e di formazione delle classi) collegato alla ca tegoria del lavoro concreto. Ma mentre il valore d'uso delle merci connesso alle qualit fisico-chimiche delle stesse e quindi oggetto di analisi della merceologia (scienza non chiaramente sociale), il valore di scambio prodotto dal pluslavoro non pagato all'operaio (produt tore di plusvalore) oggetto di analisi dell'economia po litica (scienza chiaramente sociale). Ci premesso, il confine tra le classi categorico pro prio perch il concetto, almeno fino a qualche tempo fa, aveva bisogno di essere rigidamente indicato, di guisa tale che ogni individuo potesse appartenere a una classe soltanto. Da qui il corollario teorico che tutte le classi sono in un rapporto di interdipendenza, alla base della quale c' antagonismo e conflitto e determinano fra di loro una morfologia, una sorta di struttura di classe. Il concetto ha avuto una portata euristica di fonda mentale importanza, anche perch, a grappolo, stato geneticamente individuato per analizzare il grado di po tere che circola nella societ, la problematica del presti gio sociale, nonch quella degli stili di vita. Altra accezione stata quella delle teorie stratificazio niste e a-conflittuali (anche se com' noto vi sono stati casi di teorie conflittualiste non di matrice marxiana, co me nei casi di Darhendorf e di Coser) che vedono nella classe sociale un insieme di individui che possiedono in

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misura molto simile peculiari caratteristiche di un certo rilievo sociale, con una distribuzione di ricchezza, pre stigio e potere che determinano anche particolari stili e abitudini di vita materiale, sociale e culturale. Ecco per ch in questo caso (soprattutto nella sociologia statuni tense) "classe" diventato sinonimo di strato sociale. In questa seconda occasione il confine non pi rigido, ma soggettivamente valutato, in maniera anche strumenta le, dall'analista sociale e il numero e l'ampiezza pu va riare, in maniera convenzionale e assai pi sfumata e flessibile. In questo modo la stessa interdipendenza non ha molta importanza e le classi si dispongono l'una ac canto all'altra (o l'una sull'altra) come gli strati di una torta millefoglie; e la stessa distribuzione della ricchezza, con i connessi stili di vita, viene interpretata come deter minante del concetto di classe e non come meri prodotti dello stesso. Nella stessa spiegazione di Marx le classi sociali, co me soggetti collettivi di azione storica, nella prospettiva del mutamento, e non certo dell'ordine sociale, si deno tano per il riconoscimento cosciente di fini e interessi comuni. Marx parlando di classe n i s e classe per s (fortemente influenzato dal lessico hegeliano) pone il problema della coscienza dello sfruttamento di classe di cui vittima, o sono vittime le classi subalterne; ma ap pare fondamentale il rapporto che gli attori sociali han no con i mezzi di produzione, dal punto di vista della lo ro propriet o non propriet e per l'uso e il controllo degli stessi. Un certo schermatismo interpretativo di Marx deriva anche dal fatto che un'esposizione sistematica e analitica sulle classi avrebbe dovuto trovare posto nel52 capito lo del Libro terzo del Capitale che, com' noto, rimase incompiuto, per cui l'opera d.i Marx si interrompe dove l'analisi di classe comincia e lo stesso tentativo di Max Weber di integrare la concezione marxiana con un'at-

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tenzione maggiore per gli aspetti anche antropologico culturali e psico-sociali della stratificazione, ha fatto s che comunque il dibattito non potesse non continuare a partire da Marx, anche in un'epoca in cui la complessit sociale ha significato complessit di pi classi sociali, a volte difficilmente comprimibili nello schema bipolare marxianamente inteso. Insomma indubbio che la struttura di classe con la produzione di beni immateriali, immediatamente con nesse alla tarda modernit, si sia complicata e che sono stati necessari strumenti analitici diversi per dar conto di qualcosa che non tornava pi alla luce delle vecchie ca tegorie e delle tradizionali spiegazioni sociologiche. Indubbiamente il riprodursi della asimmetrie sociali, della disuguaglianza e delle differenziazioni nella ripar tizione del prodotto sociale, conduce a teorizzare che la stessa trasformazione dei rapporti di produzione con dizione necessaria ma non certo sufficiente per la crea zione di nuovi rapporti tra gli individui e la stessa rap presentazione tradizionalmente bipolare complicata dalla presenza delle cos dette classi intermedie, se co me ebbe a notare gi molti anni fa Ossowski: "[. ] que sto margine tra le classi dello schema marxiano si tal mente ingrandito nell'America di oggi che non possi bile considerarlo come classe, specialmente se teniamo conto delle tendenze di sviluppo, questa nuova classe trova il suo corrispettivo nello strato dei lavoratori in tellettuali, statali, comunali e di partito nell'Urss [ . ] . Queste affermazioni in un'epoca che sembra un'altra era geologica per l'esistenza stessa della vecchia Urss, fa capire come la sociologia non marxista europea abbia potuto influenzare la stessa analisi della sociologia nor damericana da Parsons in poi. Essa, infatti, utilizzando il concetto weberiano di status, esamina la posizione dei vari attori sociali in funzione dei ruoli giocati e del pre stigio ad essi abbinato e i criteri di classificazione nel si.. .. "

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stema sociale utilizzano parametri come il reddito, il la voro, il grado di istruzione ovvero i criteri di autoiden tificazione e di autocollocazione per la misurazione del grado di partecipazione e di reputazione connesso al proprio status. Ed qui che il discorso si pone in termini di strati ficazione; da questo punto di vista i contributi di Bar ber (secondo cui le divisioni sociali avrebbero una funzione integrativa strumentale) e quelli di Davis e Moore (con la "teoria dei compensi") accentuano l'impostazione strutturalfunzionalista che enfatizza pi il carattere di armonia ed equilibrio sociale, rispet to a quello del conflitto derivante dalla divisione so ciale del lavoro. Ed proprio con tale impostazione ideologica della "societ senza classi" che si enfatizza l'analisi sulla stan dardizzazione degli stili di vita e sul vantato rilevante predominio della classe media (tendenzialmente omolo gante), anche se il moltiplicarsi delle classi intermedie non significa di fatto il loro predominio. Lo stesso Parsons, attento al carattere teoretico del l'equilibrio del sistema sociale nell'integrazione e nel consenso (non certo per un lapsus ideologico, ma per ch per studiare il mutamento ha bisogno di un sistema in equilibrio come sfondo) in un suo famoso scritto ri tiene che "la lotta di classe un fenomeno endemico della societ industriale moderna" ma, cionondimeno, "non sembrano esservi elementi sufficienti per conside rarla la caratteristica dominante di ogni sistema sociale". E da qui anche se Parsons continua ad utilizzare il ter mine di "classe", in realt esso sembra sempre pi equi valere a un gruppo di status che giocano determinati ruoli, sostituendo cos la teoria dei ruoli all'analisi delle classi sociali. Da questo punto di vista, per, la stessa teoria dei ruoli non pu prescindere dalla divisione del lavoro e

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quindi dalle classi sociali e come stato acutamente notato da Bottomore "mentre la teoria marxista delle classi riflette senza dubbio il carattere dei conflitti so ciali e politici nell'Europa del secolo XIX, la teoria funzionalista riflette con eguale chiarezza la situazione sociale in USA dove non si mai riusciti a stabilire un movimento politico, ma una dottrina della classe opera1a . Contro la maniera della stratificazione sociale si battuto fin dagli anni '60 in Italia, Alessandro Pizzorno, rilevando il rapporto classi-potere e affermando esplici tamente che "solo se conveniamo che i rapporti sociali pi importanti per capire il meccanismo delle classi so no essenzialmente rapporti di potere, riusciremo a supe rare quella visione assolutamente inadeguata e meccani cistica della societ la quale sarebbe divisa in classi come una scala divisa in gradini". Gli studi sulla proletarizzazione dei ceti medi (tecni ci, impiegati dell'industria, impiegati della grande distri buzione) e l'analisi di Gallino che enfatizza un parame tro di distinzione delle classi abbinato alla disamina del lo sviluppo economico nel nostro Paese, sottolineando gli aspetti misti e composti della struttura economica che produce un irregolare modello di classe, pi flessibi le e soggetto a mutamento, danno la stura a nuove pro poste analitiche alla luce di un presente che ormai si at testa sempre pi nella cos detta tarda modernit. Ci a partire anche dall'analisi di Sylos Labini sull'imborghe simento di alcune fasce operaie e dall'analisi di Massimo Paci (in parte presentata nel volume) sui principali can giamenti verificatisi nella strutturazione del proletariato in Italia, in modo particolare in rapporto al mercato del lavoro con specifica dimensione storico-economica (che ha aperto, a sua volta, la disamina dell'economia perife rica e di quella che alla fine degli anni '70 fu definita la "Terza Italia").
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indubbio che la divisione di classe connotata, al meno superficialmente, dalla distinzione. Com' noto, infatti, Bourdieu ha scritto sulla distinzione, ed senz'altro molto interessante il suo contributo per l'i dentificazione del ruolo e della semiologia degli stili di vita, interpretati soprattutto come gli elementi particola ri che caratterizzano e individuano la struttura interna della classe dominante. Forse siamo di fronte all'analisi sociologica in cui si approfondisce di pi il rapporto tra classe sociale e stili di vita, attraverso la spiegazione del le cause per le quali la societ moderna produce diversi stili di vita, elaborando il concetto di habitus che indi cherebbe la relazione tra le caratteristiche economico sociali e gli aspetti distintivi legati alla posizione relativa nello spazio degli stessi stili di vita. Chiaramente condi zioni di vita diverse, danno luogo ad habitus diversi. Da ci deriva spesso un giudizio sociale superficial mente arrogante e sprezzante di quel famoso pubblico giudicante, che prende le mosse proprio da quello sciu pio vistoso di cui parlava Veblen oltre cent'anni fa, quando in America si andava formando un'opinione pubblica, come nota Charles Wright Milis, in cui i con sumi dovevano essere vistosi e l'evidente spreco di beni pregiati doveva servire ad acquistare rispettabilit. A questa prospettiva si oppongono invece, secondo Ve blen, gli interessi industriali della comunit moderna, ancora intesa calvinisticamente operosa e parca nei con sumi, e l'uomo onesto e prosaico che vorrebbe onorarli. Ma tali individui, considerati amorfi da quella stessa perversa opinione, perch sono senza emulazione e sen za invidia, mancando di quello che passa per ingegnosit e iniziativa, "finiscono per essere giudicati degli amabili buoni a nulla". Anche se non detto che "non ci siano altri incentivi ad acquistare e ad accumulare tranne que sto desiderio di eccellere nella posizione finanziaria e procurarsi cos la stima e l'invidia dei propri simili".

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Ma, tornando agli stili di vita, non si pu non ripren dere il discorso sull'ineguaglianza. Parkin elabora, da questo punto di vista, il concetto di chiusura sociale, muovendo dall'analisi di Max Weber e individuando co me elementi fondanti della chiusura proprio quelle ca ratteristiche che tendono a produrre, come nidi di ve spe, quote sempre pi alte di invidia sociale: la pror piet, la qualifica professionale e i titoli di studio, anche se manca di fare esplicito riferimento agli stili di vita, che per si possono leggere in filigrana. In realt il tema della chiusura viene ricondotto da Max Weber alla teoria della stratificazione sociale (non certo del conflitto), mentre Parkin tende ad utilizzare il concetto, adeguatamente riqualificato, per l'analisi delle classi e, questo molto interessante, delle forme di usur pazione e diseguaglianza. Ma, accanto a quest'ottic,a non si pu dimenticare che Riesman aveva sostenuto che gli stili di vita si possono considerare come lo stru mento utilizzato dagli individui eterodiretti per raggiun gere una specifica finalit: quella di piacere agli altri nel l'omologazione. Ma come si gi accennato, il lusso del 2000 (quel lusso "recuperato", dopo l'austera stagione degli anni '90) non pi lo sciupio vistoso, la ricchezza ostentata che mira a far esplodere il desiderio mimetico; esso ap pare piuttosto come un'autogratificazione, ovvero una celebrazione per se stessi del comune senso del benesse re, una sorta di autodimostrazione di ottimismo per eti chettarsi come ricchi, quasi a prevenire la propria cadu ta nell'inferno dell'invidia. Un altro modo perci per esorcizzarla. Perrot del resto, appena qualche anno fa aveva intuito la possibilit, ancora egoisticamente e su perficialmente intesa, di vaccinarsi dall'invidia attraver so la stessa "regolazione dell'invidia" stimolata dalla possibilit che si ha in alcuni sistemi sociali contempora nei, tramite i prodotti a buon mercato, di esercitare un

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consumismo alla portata di tutti, attraverso un sapiente peso del valore delle cose. Come si vede, ne passata, ad appena qualche anno di distanza, di acqua sotto i ponti, se il magazine del Times, illustrando la copertina con la collezione autunno-inverno 2000-2001 di Versace (marchio che fonda la propria peculiarit di successo sul lusso estremo), ha pensato di adottare il seguente titolo: why it's cool to look rich (again), che a dire "perch l'apparire ricchi nuovamente di moda". A questo pro posito strumento fondamentale per comunicare il nuovo ancora una volta Internet, dove cominciano a prolife rare i siti per la vendita di rapporti di lusso, che eviden temente trovano il loro smercio naturale on line. Con Internet del resto le stesse invidie possono assu mere forme diverse. A fronte della possibilit di un ec cesso informativo a 360 gradi e quindi ad una potenzia lit di fruizione egualitaria del mondo (se vero che per molti Internet rappresenta un nuovo "diritto naturale" nella solita fraseologia ideologizzata), altrettanto chia ro che la virtualit poi faccia a punti con una realt che tende sempre pi ad aumentare i dislivelli e che omolo gazione non significhi affatto uguaglianza. Non c' uguaglianza infatti, senza libert e solida riet; non c' solidariet senza uguaglianza e libert; non c' libert senza uguaglianza e solidariet. Ma d i quale uguaglianza possiamo parlare, per non cadere nelle pa nie della immediata utopia? Forse di quella che riposa sul rispetto delle diversit e sulla possibilit di un appro do, mediamente, storicamente, tendenzialmente omoge neo. Solo l'allargamento dell'informazione non solipsi stica e quindi il giusto utilizzo delle tecnologie e della new-economy, dei processi partecipatori e del supera mento delle grandi dicotomie sociali (pubblico e priva to, umili e colti, ricchi e poveri) pu ben far capire la di stanza siderale che passa tra l'invidia da un lato e i corri spettivi concetti di giustizia e uguaglianza dall'altro.

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Questo in un momento in cui la tarda modernit si rende difficile da afferrare con le vecchie categorie co noscitive dell'azione strategica e del rapporto tecnico-ra zionale tra mezzi e fini, e nell'epoca in cui la funzione meramente espressiva, sovente veicolata dalla new eco nomy e dai nuovi media, prende aggressivamente il so pravvento. La vogue che tendenzialmente ripropone il disegno sociologico sulle classi sociali come risultante in via pre minente degli stili di vita riposa in gran parte su quanto si diceva all'inizio: se il concetto, o meglio, la categoria operativa di "classe sociale" direttamente collegata al "lavoro", inteso come processualit e condizione garan tita e duratura, nel momento in cui questo oggi non si presenta pi con tali caratteristiche, tende anch'essa a sfumarsi e a creare un apparente, quanto fallace, ten denziale processo di omologazione tra le classi nel cen tro virtuale del palcoscenico sociale. Le classiche dicotomie sociali della modernit (stato e societ civile, umili e colti, proprietari e non proprie tari dei mezzi di produzione) danno sempre pi luogo, pur nella loro recondita permanenza, a una situazione in cui fallacemente le categorie spazio-temporali si an nientano nella fraseologia, che ormai tende ad essere anch'essa un po' obsoleta, della globalizzazione, per dar luogo nell'era di Internet a un altro spartiacque sociale che viene ormai da qualche anno declinato negli USA come digitai divide. Vale a dire la misurazione della di visione e della mobilit sociale tra chi ha la possibilit di un novello ideologico diritto naturale di tipo tecno logico e chi, invece, non ha tale possibilit. Che signifi ca tutto ci, se non un doping effettivo che si consuma alla razionalit dell'analisi sociale, che nel rigettare or mai da anni il paradigma meramente economicistico per la disamina delle classi si trova a cadere nella pania

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dell'unico criterio di distinzione che proprio quello della new economy? Ci si dimentica, insomma, che non c' new economy senza old economy e che l'oblivione di tutta la tematica industriale e post-industriale sulle classi sociali in un momento in cui appare pi vistosa la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri e sempre pi marcata e galoppata la discrasia tra ceti ricchi e ceti poveri all'interno dei singo li paesi, ripropone invece, proprio nell'abbaglio di una societ senza classi, la necessit di una rigualificazione alla luce del presente di antiche categorie, per evitare di gettare con l'acqua sporca anche il bambino. Da qui la necessit, in un momento in cui forse non andrebbe pi di moda, di riproporre un volume sulle classi sociali, presentando al pubblico italiano, a volte per la prima volta, contributi fondamentali tesi a ridise gnare la problematica sul tappeto. Questa forse , apparentemente, una battaglia di re troguardia. L'analisi delle classi non se mbra attrarre pi e noi cerchiamo di spiegarne il perch. Ma in questa spiegazione che riposa la nuova ratio di una categoria conoscitiva e d i uno strumento euristico che ancora oggi appare indispensabile perch la stessa analisi multime diale non diventi un abbaglio ideologico e trovi il suo in serimento nella pi dura (e a volte cruda) realt sociale.

Bibliografia Bourdieu, P., 1983, La distinzione. Critica ociale del gusto, Bologna, Il Mulino. Dahrendorf, R., 1977, Classi e conflitti di classe nella societ indu strJe, Bari, Laterza. Marx, K., Engels, F., 1969, La concezione materialistica della storI, Roma, Editori Riuniti. Paci, M., a cura, 1978, Capitalismo e classi sociali in !calia, Bologna, Il Mulino.

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P a r kin,

PAOLO DE NARDIS

F.,

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Parsons, T., 1956, Classi sociali e lotta di classe alla base della teoria sociologica moderna, in Societ e dittatura, Bologna, il Mulino. Pizzorno, A., 1960, Le classi sociali, in A. Pagani, a cura, Antologia di scienze sociali, Bologna, Il Mulino. Weber, M., 1974, Economia e societ, 2 munit.
vv.,

Milano, Ed iz ion i di Co

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