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Bruno Bracalente

Il sistema di contabilità nazionale


e la comparazione degli aggregati economici
nel tempo e nello spazio

Dispense per il corso di


Statistica Economica – Modulo I

Università degli Studi di Perugia


Facoltà di Economia

Perugia 2008

1
Parte I

Il sistema di contabilità nazionale

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1. Concetti introduttivi
La Contabilità Nazionale (CN) è un sistema di informazioni statistiche attraverso il
quale viene descritta in termini quantitativi l’attività economica di un paese o di una
regione o di un’altra qualsiasi unità territoriale.
Nata durante la seconda guerra mondiale sotto lo stimolo delle teorie keynesiane, la CN
è attualmente realizzata in tutti i paesi secondo schemi comuni che garantiscono la
confrontabilità delle grandezze economiche misurate, dal prodotto interno lordo, ai
consumi, al reddito disponibile, al risparmio, ecc.

Per i paesi europei il sistema attualmente utilizzato è il Sistema Europeo dei Conti
SEC95, introdotto nel 1999, a sua volta derivato dal System of National Accounts
definito in sede ONU, la cui ultima versione risale al 1993 (SNA93).
In Italia i conti nazionali sono costruiti annualmente dall’Istituto Nazionale dei
Statistica (ISTAT), che peraltro valuta le principali grandezze economiche anche a
cadenza trimestrale (conti trimestrali). Inoltre, un insieme più ristretto di grandezze
economiche viene valutato, sempre dall’ISTAT, anche a livello regionale (conti
regionali).

I dati concernenti la produzione, il consumo, gli investimenti, i rapporti con l’estero, le


operazioni finanziarie, ecc. forniti dalla CN sono indispensabili per lo studio dei
fenomeni economici, in particolare per l’analisi della crescita e dei divari di sviluppo
tra paesi. Su di essi si fondano le decisioni delle imprese e di altri soggetti economici,
così come le decisioni di politica economica adottate dai governi. In Italia il Governo
ha peraltro l’obbligo di presentare al Parlamento, entro il mese di marzo di ogni anno,
la Relazione sulla situazione economica del Paese, che contiene i conti economici
nazionali relativi all’anno precedente.

1.1. Operatori, transazioni, aggregati

L’attività economica descritta dalla CN è costituita dall’insieme delle operazioni


elementari messe in atto dai soggetti che fanno parte del sistema economico. Vediamo
allora, per iniziare, quali sono le categorie di soggetti che agiscono nel sistema
economico e quali principali attività o operazioni economiche essi mettono in atto. Le
categorie di soggetti o operatori che agiscono nel sistema economico, e sono pertanto
osservati dalla CN, sono quattro:

- imprese
- famiglie
- pubbliche amministrazioni
- resto del mondo

Le imprese sono i soggetti che nel sistema economico svolgono la funzione principale
di produrre beni e servizi. Si tratta di ogni forma di impresa, dalle grandi società di
capitali alle imprese individuali o a carattere familiare (le cui operazioni economiche,
come vedremo, non sempre è agevole distinguere da quelle della relativa famiglia), che
operano in ogni campo dell’attività economica, dall’agricoltura all’industria ai servizi.

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Per realizzare la produzione le imprese impiegano lavoro, capitale e beni e servizi
intermedi acquistati da altre imprese. La produzione realizzata viene poi generalmente
ceduta sul mercato: ad altre imprese se si tratta di beni o servizi da impiegare in
successivi processi produttivi; ancora alle imprese se si tratta di beni finali di
investimento; alle famiglie se si tratta di beni o servizi di uso finale destinati al
consumo.

Le famiglie, o meglio le persone fisiche che ne fanno parte, prestano il proprio lavoro
alle imprese, comprese quelle a carattere famigliare, ricevendone un compenso che
utilizzano principalmente per acquistare i beni e servizi di uso finale prodotti dalle
imprese e necessari a soddisfare i loro bisogni (consumi). La parte di remunerazione
(reddito) non utilizzata per acquistare beni di consumo atti a soddisfare i bisogni attuali
viene accantonata (risparmiata) per aumentare, attraverso gli investimenti, la capacità di
produzione e quindi di consumo nei periodi futuri.

Le pubbliche amministrazioni (PA) producono servizi non destinabili alla vendita,


come l’istruzione, i servizi sanitari, l’amministrazione della giustizia, la difesa
nazionale ecc. ed esercitano la funzione della redistribuzione del reddito e della
ricchezza tra i soggetti economici tramite trasferimenti (imposizione fiscale, contributi
e prestazioni sociali).

Il resto del mondo comprende tutti gli operatori che non appartengono al sistema
economico analizzato, ma che intrattengono rapporti con gli operatori che ne fanno
parte.

La sintetica descrizione delle categorie di operatori che agiscono nel sistema economico
ha messo in evidenza come essi, per realizzare la loro funzione nel sistema, compiono
operazioni con altri operatori, ovvero realizzano attività economiche elementari che si
traducono in transazioni economiche. Le imprese acquistano da altre imprese beni e
servizi intermedi, si procurano la manodopera, pagano i relativi stipendi, pagano gli
interessi sui prestiti ottenuti dalle banche, versano imposte alle PA, da cui talvolta
ricevono contributi, ecc. Le famiglie ricevono redditi da lavoro, ma anche redditi da
impiego del capitale (interessi, dividendi), o prestazioni sociali dalle PA (pensioni,
indennità di disoccupazione, ecc.), pagano alle PA imposte e contributi, acquistano beni
e servizi di consumo e fanno risparmi. Le pubbliche amministrazioni prelevano imposte
e contributi, erogano prestazioni sociali alle famiglie e contributi alle imprese,
producono servizi pubblici, realizzano investimenti pubblici.

La maggior parte delle transazioni è a carattere bilaterale e si realizza attraverso scambi


tra operatori sul mercato: quelle che hanno ad oggetto acquisti e vendite di beni e
servizi, sul mercato dei beni e servizi; quelle che hanno ad oggetto acquisizioni o
cessioni di fattori produttivi (lavoro, beni capitali), sul mercato dei fattori produttivi.
Altre transazioni, principalmente quelle che fanno capo alle PA, come il prelievo delle
imposte o l’erogazione di prestazioni sociali (ma anche le donazioni tra privati), non si
realizzano come scambio sul mercato, ma avvengono senza contropartita e vengono per
questo denominate transazioni unilaterali (o trasferimenti).

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Per giungere ad una rappresentazione quantitativa delle transazioni che avvengono nel
sistema economico, che è l’obiettivo della CN, occorre osservare tali transazioni in un
periodo temporale, denominato periodo contabile, generalmente l’anno, oppure il
trimestre. L’insieme di transazioni dello stesso tipo in un determinato periodo contabile,
ad esempio l’insieme delle operazioni di acquisto di beni o servizi di consumo in un
anno, definisce un flusso aggregato di transazioni, o semplicemente aggregato, ad
esempio l’aggregato annuo dei consumi.

La necessaria aggregazione dei flussi elementari, al fine di definire aggregati


economicamente significativi, come i consumi, gli investimenti, ecc., ovviamente
richiede che essi siano espressi in valore e non in unità fisiche. Il che pone dei problemi
di valutazione ogni volta che ad una attività economica rilevante per la CN non
corrisponde una operazione di mercato e quindi un prezzo. In questi casi – ad esempio
il consumo da parte degli agricoltori di beni da loro stessi prodotti, i servizi (non
destinabili alla vendita) prodotti dalle PA, e molti altri simili – è possibile assegnare un
valore solo utilizzando qualche criterio convenzionale, da cui derivano valori imputati.

I flussi che scaturiscono dalle operazioni compiute dai soggetti economici in un


determinato periodo contabile modificano anche le consistenze patrimoniali dei soggetti
stessi. All’inizio del periodo contabile gli operatori possiedono attività reali (abitazioni,
macchinari, altre forme di capitale fisso, scorte) e attività e passività finanziarie
(depositi, azioni, obbligazioni, titoli del debito pubblico, prestiti, ecc.). Alla fine del
periodo contabile queste attività e passività si saranno modificate per effetto delle
operazioni compiute: aumento o diminuzione di depositi; emissione e sottoscrizione di
nuove azioni o obbligazioni o titoli del debito pubblico, acquisto di abitazioni, di
macchinari o di altri beni di investimento e conseguente aumento del capitale fisso,
variazione delle scorte, ecc. La CN descrive principalmente i flussi che si sono
determinati in un determinato periodo contabile e che hanno dato luogo a diversi
aggregati, e di questo soprattutto ci occuperemo nel seguito. La CN descrive tuttavia –
attraverso i cosiddetti conti patrimoniali – anche gli stock delle attività reali e
finanziarie e delle passività finanziarie detenute dagli operatori alla fine (e all’inizio)
del periodo contabile.

1.2. Gli stadi del processo economico e il sistema semplificato di CN

Le operazioni messe in atto dai soggetti o operatori economici si riferiscono a diversi


stadi del processo economico, ognuno dei quali deve essere convenientemente
rappresentato in termini quantitativi. I tre stadi fondamentali del processo economico
descritti dalla CN sono:

- la formazione e l’impiego delle risorse;


- la distribuzione e redistribuzione del reddito;
- la formazione del capitale.

Gli aggregati che si determinano in uno stadio del processo economico figurano in uno
o più conti o equazioni contabili che descrivono quello stadio. Ad esempio, il
cosiddetto conto della produzione (uno dei primi del sistema di CN) è una equazione

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contabile molto semplice che esprime il valore della produzione come somma dei costi
sostenuti per realizzarla: costo per gli acquisti di beni e servizi intermedi (l’aggregato
consumi intermedi) e costo per la remunerazione dei fattori produttivi primari (lavoro e
capitale), che come vedremo è l’aggregato valore aggiunto o prodotto lordo.
Quest’ultimo è un aggregato molto importante ottenuto a saldo del conto, come
differenza tra altri aggregati: il valore della produzione, dato dalla somma delle
produzioni di beni e servizi di tutte le imprese del sistema economico, e il valore dei
consumi intermedi, dato dalla somma di tutti gli acquisti di beni e servizi intermedi da
parte delle medesime imprese.

Gli aggregati ottenuti a saldo di ogni conto (prodotto lordo, reddito nazionale, reddito
disponibile, risparmio) sono particolarmente importanti, non solo perché sono quelli
più significativi ai fini dell’analisi economica, ma anche perché svolgono una funzione
di collegamento tra le diverse equazioni contabili. La CN non è infatti costituita da un
insieme scollegato di conti. E’ invece un sistema integrato di equazioni contabili,
ognuna delle quali descrive uno stadio del processo economico ed è collegata alla
successiva proprio attraverso l’aggregato ottenuto a saldo, che viene ripreso per essere
analizzato sotto un altro profilo. Ad esempio, il risparmio è ottenuto a saldo dell’ultimo
conto relativo alla distribuzione secondaria del reddito (è la parte di reddito non
consumata) ed è ripreso dal successivo conto della formazione del capitale come fonte
di finanziamento dell’accumulazione, cioè per l’acquisto di beni di investimento.

1.2.1. Il sistema semplificato di CN in economia chiusa

Per definire un primo schema semplificato di CN consideriamo un sistema economico


chiuso, senza rapporti con il resto del mondo, in cui agiscono due soli blocchi di
operatori: quelli che producono (le imprese); quelli che detengono i fattori produttivi
primari, lavoro e capitale, e che utilizzano i beni finali prodotti (le famiglie). Si ipotizza
dunque, come ulteriore semplificazione, che le famiglie non acquistino solo i beni di
consumo finale, ma anche quelli destinati alla formazione del capitale (i beni di
investimento), beni capitali che vengono poi prestati alle imprese.

In questa rappresentazione semplificata del sistema economico l’attenzione è centrata


sul mercato dei fattori produttivi primari (lavoro e capitale) e, per quanto riguarda i
beni, sul solo mercato dei beni finali. Quei beni, cioè, che non sono più soggetti a
trasformazione e possono essere utilizzati per soddisfare i bisogni attuali tramite i
consumi, o quelli futuri tramite gli investimenti, che aumentando la capacità produttiva
consentono di aumentare produzione e consumo in periodi successivi. Non viene invece
considerato il mercato dei beni intermedi, il che non consente di cogliere la fitta rete di
relazioni che si stabilisce all’interno del blocco dei produttori (scambi di beni e servizi
intermedi), che è visto come un’unica grande azienda integrata. I flussi di scambi tra
produttori la CN li descrive attraverso gli schemi di contabilità disaggregata, le
cosiddette tavole Input Output, che non verranno però trattati nel seguito.

Il mercato dei fattori produttivi primari e quello dei beni finali possono essere
rappresentati dal classico schema che descrive i due circuiti, uno reale e uno monetario,

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che caratterizzano un sistema economico con due blocchi di operatori, riportato nella
figura seguente:

Mercato Consumi e investimenti


beni finali
Ricavi

UTILIZZATORI
PRODUTTORI
FINALI

Redditi
Mercato
fattori primari
Lavoro e capitale

Il circuito reale. Gli utilizzatori finali cedono i fattori produttivi primari lavoro e
capitale ai produttori, che li impiegano nel processo produttivo insieme ai beni e servizi
intermedi per realizzare la produzione. La produzione che esce dal blocco dei
produttori, cioè la produzione finale di beni di consumo e di investimento, viene ceduta
agli utilizzatori finali.

Il circuito monetario. A fronte della cessione dei fattori produttivi primari ai produttori
gli utilizzatori finali ricevono salari e stipendi, interessi, dividendi, ecc. (cioè redditi),
con i quali acquistano i beni di consumo e di investimento assicurando i relativi ricavi
ai produttori.

Dallo schema precedente derivano alcune identità contabili particolarmente importanti


per la CN:

- il valore della produzione finale realizzata dai produttori coincide con la spesa
finale effettuata dagli utilizzatori finali per acquistare i beni di consumo e di
investimento che la compongono (in economia chiusa la produzione finale non
può avere altro sbocco che questo). Dunque: produzione finale = spesa finale;

- il valore della produzione finale, che per definizione è dato dalla somma dei
costi sostenuti per realizzarla, coincide con le remunerazioni dei fattori
produttivi primari, poiché gli acquisti di beni e servizi intermedi si traducono in
costi per alcune imprese e ricavi per altre e quindi si compensano nell’ambito
del blocco dei produttori, considerato come un’unica azienda integrata. Dunque:
produzione finale = reddito;

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- il reddito percepito dagli utilizzatori finali viene interamente speso per
soddisfare i bisogni attuali e futuri, ovvero per acquistare i beni finali di
consumo e di investimento. In realtà, una parte del reddito viene risparmiata, ma
il risparmio, come si vedrà tra poco, è contabilmente equivalente agli
investimenti. Dunque: spesa finale = reddito.

In conclusione, tre fenomeni distinti come la produzione finale, il reddito e la spesa


finale, che emergono in fasi diverse del processo economico, assumono lo stesso valore
monetario. Da qui la centralità di tale aggregato, che per ora chiamiamo semplicemente
reddito o prodotto lordo, nei sistemi di CN e nell’analisi economica.

Dal medesimo schema e dalle relative identità contabili appena richiamate derivano
inoltre le tre note equazioni keynesiane che costituiscono il nucleo essenziale della CN
in economia chiusa. Se indichiamo con Y il prodotto finale (uguale al reddito), con C la
spesa per consumi finali e con I quella per beni di investimento, possiamo scrivere una
prima equazione che pone in relazione il prodotto finale e la spesa per consumi e
investimenti e che pertanto esprime l’equilibrio sul mercato dei beni e servizi tra
l’offerta globale (di beni finali) e la relativa domanda:

Y=C+I

Riprendiamo ora l’aggregato Y, questa volta inteso come reddito, e analizziamone le


utilizzazioni che ne possono fare gli utilizzatori finali. Abbiamo appena detto che lo
destinano tutto all’acquisto di beni di consumo e investimento. In realtà possiamo
considerare un passaggio intermedio: gli utilizzatori finali una parte del reddito la
consumano e un’altra la risparmiano. Se indichiamo con S il risparmio, possiamo
dunque scrivere:

C+S=Y

Il risparmio, per assicurare un consumo futuro, dovrà però essere destinato all’acquisto
di beni di investimento e quindi si avrà:

I=S

che è la condizione affinché la spesa finale (C + I) sia uguale al prodotto finale e al


reddito. A proposito di questa identità contabile va chiarito che essa è necessariamente
vera, in economia chiusa, una volta inteso il risparmio come tutto il reddito non speso
in beni di consumo e una volta considerato l’investimento comprensivo della variazione
delle scorte. Anche considerando che una parte del risparmio delle famiglie non venga
utilizzata direttamente, dalle famiglie stesse, per acquistare beni di investimento,
l’uguaglianza resta vera, poiché a quella parte di reddito non spesa e non investita
corrispondono comunque beni finali prodotti (data l’uguaglianza tra produzione finale e
reddito), beni finali che saranno stati necessariamente o acquistati da altre imprese (e
quindi fanno parte degli investimenti) o restati invenduti presso le imprese che li hanno
prodotti (e quindi fanno parte delle scorte e di conseguenza ancora degli investimenti).

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La prima equazione contabile descrive in modo semplificato lo stadio della formazione
e dell’impiego delle risorse: la formazione delle risorse in economia chiusa deriva
soltanto dalla produzione (finale), mentre gli impieghi finali sono costituiti da consumi
e investimenti. L’equazione contabile è una versione semplificata di quello che nel
seguito verrà chiamato conto delle risorse e degli impieghi. La seconda equazione è
legata alla prima attraverso l’anello di congiunzione costituito dal prodotto finale Y, ora
ripreso nella accezione di reddito per descriverne l’utilizzazione in consumo o
risparmio e definisce un conto del reddito (che in seguito vedremo come l’ultimo conto
che descrive lo stadio della distribuzione e ridistribuzione del reddito). Il saldo di
questo secondo conto, il risparmio S, è l’anello di congiunzione con il terzo dove viene
ripreso come fonte di finanziamento degli investimenti: conto della formazione del
capitale, che si riferisce allo stadio della accumulazione.

1.2.2. L’uguaglianza tra produzione e reddito a partire dai dati aziendali

L’uguaglianza tra produzione finale e reddito di un sistema economico senza scambi


con l’estero, emersa dallo schema dei flussi reali e monetari tra due blocchi di
operatori, la possiamo verificare anche a partire dai dati aziendali, considerando un
sistema economico (chiuso) visto come l’insieme di tre aziende integrate.
Indichiamo con cxi, yi, pi, rispettivamente i costi per beni e servizi intermedi, il valore
aggiunto e la produzione della generica azienda i. Supponiamo, inoltre, che la prima
azienda impieghi solo fattori primari e ceda la produzione alla seconda, che la utilizza
come impieghi intermedi, la quale realizza a sua volta una produzione che cede alla
terza azienda, che infine destina la sua produzione a usi finali. Lo schema seguente
illustra la situazione descritta:

Costi di produzione
Aziende Consumi Valore Produzione
intermedi aggiunto

1 cx1 = 0 y1 p1

2 cx2 = p1 y2 p2

3 cx3 = p2 y3 p3

In complesso Cx Y Pt

Per aggregazione dei flussi relativi alle singole imprese si ottengono i corrispondenti
aggregati della CN relativa al sistema semplificato descritto, ovvero la produzione
totale (Pt), i consumi intermedi (Cx) e il valore aggiunto (Y) sono dati dalla somma
delle produzioni (pi), dei consumi intermedi (cxi) e dei valori aggiunti (yi) delle singole
imprese. Nel caso dell’esempio si ottiene:

Cx = p1+ p2
Pt = p1+ p2 + p3
Y = y1 + y2 + y3

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La produzione finale in questo schema corrisponde a p3, è cioè la produzione della terza
e ultima impresa, l’unica che cede la produzione ad usi finali. E si vede
immediatamente che la produzione finale è uguale al valore aggiunto. Infatti il valore
aggiunto Y è anche la differenza tra la produzione totale e i consumi intermedi, ovvero

Y = Pt – Cx, da cui:

Y = (p1+ p2 + p3) - (p1+ p2 ) = p3

In conclusione, la somma dei valori aggiunti aziendali Y, che è la somma delle


remunerazioni dei fattori produttivi primari e quindi il reddito, è uguale alla produzione
finale.
Nella tabella seguente l’uguaglianza tra produzione finale e reddito viene mostrata con
un esempio1.

Tabella 1.1. Produzione finale e reddito in un sistema di tre aziende integrate

Costi di produzione
Branche Beni Fattori Valore
intermedi primari produzione

Agricoltura - 100 100


Industria 100 200 300
Servizi 300 300 600

Totale 400 600 1000

1.2.3. Dai dati aziendali ai conti della CN

Oltre alla uguaglianza tra produzione finale e reddito, dalla aggregazione dei flussi
compresi nello schema precedente deriva immediatamente, sommando per colonna, un
altro conto non compreso nel sistema semplificato precedente. E’ il conto della
produzione del paese, che esprime il valore della produzione (Pt) come somma dei costi
sostenuti per realizzarla, ovvero il costo per i beni e servizi intermedi impiegati nella
produzione (Cx) e quello per la remunerazione dei fattori produttivi primari (Y):

Cx + Y = Pt

Peraltro, poiché il valore aggiunto (reddito) Y è uguale alla produzione finale e questa
in economia chiusa non è altro che la somma dei consumi finali (C) e degli investimenti
(I), supponendo noti C ed I, si può scrivere anche un’altra equazione contabile:

Pt = Cx + C + I
1
Lo schema è ripreso da V. Siesto, La contabilità nazionale italiana, Il Mulino, Bologna 1996.

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Tale equazione, denominata conto di equilibrio dei beni e servizi, esprime l’equilibrio
tra l’offerta globale, che in economia chiusa è costituita soltanto dalla produzione
totale, e la domanda globale, che è costituita dalla domanda per beni e servizi intermedi
e da quella per beni e servizi finali.
E’ facile verificare che la prima delle tre equazioni keynesiane del sistema semplificato
di CN, ovvero il conto delle risorse e degli impieghi, si ottiene anche per
consolidamento delle due precedenti, sostituendo la prima nella seconda ed eliminando
i consumi intermedi che figurano sia al primo che al secondo membro dell’equazione:

Cx + Y = Cx + C + I

Y=C+I

Come già detto, quest’ultimo conto mostra l’equilibrio tra le risorse disponibili per usi
finali (in economia chiusa, solo quelle prodotte) e i relativi impieghi finali (in economia
chiusa, solo per consumi e investimenti).
Come si vedrà più avanti, le tre precedenti equazioni contabili costituiscono i primi
conti del SEC, quelli che descrivono la fase della formazione e dell’impiego delle
risorse.

1.2.4. Il sistema semplificato di CN in economia aperta

Rimuoviamo ora la principale semplificazione, ovvero l’ipotesi di economia chiusa, e


consideriamo che nel sistema economico avvengono anche operazioni con il resto del
mondo: scambi di beni e servizi, che si traducono in importazioni ed esportazioni;
operazioni relative all’impiego di fattori produttivi (lavoro e capitale) da cui derivano
redditi; operazioni unilaterali (aiuti internazionali, rimesse degli emigrati) da cui
derivano trasferimenti. Oltre agli aggregati precedenti, indichiamo con:

M = importazioni;
E = esportazioni;
R = redditi e trasferimenti netti dall’estero (ricevuti meno versati)
B = accreditamento verso l’estero.

Il sistema contabile costituito dalle precedenti tre equazioni keynesiane può essere
facilmente adattato al caso di economia aperta. Le tre equazioni diventano
rispettivamente:

Risorse e impieghi:
M+Y=C+I+E

Distribuzione e utilizzazione del reddito:


C+S=Y+R

Formazione del capitale:


I+B=S

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In economia aperta alle tre equazione precedenti se ne aggiunge inoltre una quarta, che
riassume le transazioni con operatori non residenti:

Conto del resto del mondo:


E+R=M+B

Nel primo conto, tra le risorse disponibili per l’impiego finale non figura più soltanto la
produzione, ma anche l’importazione di beni e servizi, mentre dal lato degli impieghi
figurano non solo i consumi e gli investimenti, ma anche le esportazioni.

Nel secondo conto il reddito (Y) inteso come contropartita della produzione finale
realizzata nel paese non rappresenta l’unica componente di reddito disponibile per il
consumo o per il risparmio. A Y va sommato (algebricamente) R, ovvero vanno
aggiunti tutti i redditi derivanti dall’impiego di fattori produttivi fuori del paese
(dividendi di azioni di società estere, redditi da lavoro guadagnati occasionalmente
all’estero e così via) e sottratti quelli in direzione opposta (redditi netti dall’estero); così
come vanno sommati i trasferimenti netti dall’estero, ovvero i flussi unilaterali non
dipendenti dall’impiego di fattori produttivi (ad esempio le rimesse degli emigrati). La
somma di Y ed R dà luogo ad un nuovo aggregato, il reddito disponibile, che si
determina a conclusione di diverse fasi della distribuzione del reddito (che come
vedremo più avanti sono descritte da diversi conti) e che è l’aggregato che viene
effettivamente suddiviso tra consumo e risparmio.

Nel terzo conto l’identità contabile tra risparmio ed investimento viene meno poiché in
economia aperta si può investire più di quanto si è risparmiato, ricorrendo
all’indebitamento con l’estero (in tal caso B sarà negativo), oppure il risparmio può
eccedere gli investimenti, nel qual caso si ha di conseguenza un accreditamento verso
l’estero (B positivo).

La quarta equazione contabile, infine, riprende l’aggregato ottenuto a saldo dalla


precedente (B) e lo esprime in relazione a tutti gli aggregati relativi a operazioni con il
resto del mondo e quindi mostra come all’accreditamento o all’indebitamento verso
l’estero hanno contribuito le varie componenti delle transazioni internazionali: il saldo
tra esportazioni ed importazione e quello dei redditi e trasferimenti con l’estero.

Nella Tabella 1.2. viene presentato lo schema semplificato di CN relativo all’Italia nel
2005. Come si vede, i rapporti con l’estero hanno tutti un saldo negativo, che si traduce
tra l’altro in un reddito disponibile per i consumi e il risparmio minore di quello
prodotto e in un indebitamento del paese nei confronti del resto del mondo.

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Tabella 1.2. Sistema semplificato di contabilità nazionale. Italia 2005 (milioni di euro)

Conto risorse e impieghi

M - Importazioni 371780 C – Consumi finali 1130291


Y - Prodotto lordo 1423049 I - Investimenti 293807
E - Esportazioni 370731

totale 1794829 totale 1794829

Conto del reddito

C – Consumi finali 1130291 Y - Reddito 1423049


S - Risparmio 276667 R - Redditi e trasf. dall'estero -16091

Totale 1406958 Reddito disponibile 1406958

Conto formazione del capitale

I - Investimenti 293807 S - Risparmio 276667


B - Accreditamento/indebit.* -17140

Totale 276667 Totale 276667

Conto resto del mondo

E - Esportazioni 370731 M - Importazioni 371780


R - Redditi e trasf. dall'estero -16091 B - Accreditamento/indebit.* -17140

Totale 354640 Totale 354640


(*) Dato approssimato, poiché il conto della formazione del capitale è in forma semplificata.

ESERCIZIO 1

Dati i seguenti aggregati relativi all’economia italiana nel 2006 (milioni di euro):

Consumi finali 1174481


Investimenti 313031
Importazioni 422843
Esportazioni 410732
Redditi e trasferimenti dall’estero -17214

Costruire i quattro conti del sistema semplificato di contabilità nazionale in economia


aperta.

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Soluzione:
Per costruire il primo di tali conti manca il prodotto lordo, che può però essere ricavato
a saldo dal conto delle risorse e degli impieghi:
Y = C + I + E – M = 1174481 + 313031 + 410732 – 422843 = 1475401.
Sostituito Y nella seconda equazione possiamo calcolare a saldo il risparmio:
S = Y + R – C = 1475401 – 17214 – 1174481 = 283706.
Sostituito a sua volta nella terza equazione calcoliamo a saldo l’accreditamento o
indebitamento (va ricordato però che l’effettivo conto della formazione del capitale
comprende altri aggregati minori che vedremo in seguito e che qui vengono trascurati):
B = S – I = 283706 – 313031 = -29325.
I quattro conti sono pertanto:
Conto risorse e impieghi:
M+Y=C+I+E
422843 + 1475401 = 1174481 + 313031 + 410 732
Conto del reddito:
C+S=Y+R
1174481 + 283706 = 1475401 - 17214
Conto formazione del capitale:
I+B=S
313031 – 29325 = 283706
Conto del resto del mondo:
E+R=M+B
410732 – 17214 = 422843 - 29325

1.3. Le basi del sistema europeo di contabilità nazionale SEC95

I sistemi di contabilità nazionale effettivamente costruiti, sia in Europa che negli altri
paesi del mondo, sono molto più articolati di quello semplificato sopra descritto. Come
già detto, per i paesi europei il sistema utilizzato a partire dal 1999 è il Sistema Europeo
dei Conti SEC95, a sua volta derivato dallo SNA93 definito in sede ONU.
Sia lo SNA, a livello mondiale, che il SEC, per i paesi europei, fissano una serie di
norme e definizioni atte a garantire la confrontabilità a livello internazionale degli
aggregati di CN. Tali norme – concordate a livello internazionale e nel caso del SEC95
fissate in un Regolamento del Consiglio dell’Unione europea – si riferiscono, oltre che
alla definizione e ai criteri di valutazione degli aggregati (che verranno illustrati di volta
in volta), anche ad aspetti di carattere generale come la delimitazione dell’economia
nazionale, la classificazione degli operatori e delle unità produttive, la classificazione
delle operazioni e degli aggregati, che vengono brevemente accennati nel seguito.

1.3.1. La delimitazione dell’economia nazionale

Le operazioni rilevanti per la CN di un paese sono quelle compiute da soggetti


economici appartenenti al sistema economico di quel paese, intendendo per
appartenenti al sistema gli operatori che hanno nel territorio economico del paese un
centro di interesse economico, e che vengono per questo definiti come residenti. Alla

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residenza economica non corrisponde dunque necessariamente la residenza anagrafica o
giuridica.

Il territorio economico è per lo più costituito dal territorio geografico, ma comprende


anche altre porzioni di territorio, come ad esempio le acque territoriali, i giacimenti
situati in acque internazionali sfruttati da operatori residenti, le zone franche, ecc. Si ha
invece centro di interesse economico in un paese quando in esso l’operatore svolge
una attività economica significativa a tempo indeterminato o comunque per un periodo
sufficientemente lungo (almeno un anno). Non sono dunque considerati residenti, ad
esempio, i lavoratori occupati in altri paesi che svolgono nel paese considerato lavori
per un breve periodo dell’anno. Sono al contrario considerati residenti dal punto di vista
economico i lavoratori stranieri che vi operano per un lungo periodo (superiore
all’anno), anche senza che vi abbiano stabilito la residenza anagrafica, e perfino se privi
di permesso di soggiorno nel paese. A maggior ragione è considerata residente una
filiale di una impresa estera, limitatamente agli stabilimenti insediati nel paese.

1.3.2. La classificazione degli operatori economici in settori istituzionali

Gli operatori economici sono centri elementari di decisione economica, caratterizzati da


autonomia di decisione in campo economico e finanziario e in genere dal possesso
(almeno potenziale) di una contabilità completa. I soggetti economici che possiedono
queste caratteristiche – persone fisiche, imprese individuali, società, banche,
assicurazioni, amministrazioni pubbliche, associazioni, ecc. – sono dal SEC definiti
unità istituzionali e classificati in settori istituzionali, sulla base dell’uniformità di
comportamento nell’esercizio della loro funzione principale.

Nello schema semplificato visto in precedenza gli operatori erano classificati in due soli
blocchi: i produttori (le imprese) e gli utilizzatori finali (le famiglie). Il SEC invece
articola la classificazione degli operatori residenti in più settori. Intanto perché
ovviamente considera anche le pubbliche amministrazioni, che nello schema
semplificato venivano trascurate; poi perché lo stesso blocco delle imprese viene
articolato in più settori; infine perché considera anche le istituzioni senza scopo di
lucro, come le associazioni, fondazioni ecc. I settori identificati dal SEC sono pertanto i
seguenti cinque:

Società e quasi-società non finanziarie:


comprende le imprese che producono beni agricoli e industriali e servizi non finanziari
organizzate in forma societaria (società di capitali, cooperative, di persone); ma
comprende anche le imprese che non posseggono una personalità giuridica autonoma
(imprese individuali, società semplici) e che tuttavia hanno un comportamento
economico distinto da quello dei proprietari e pertanto sono assimilate alle società (e
definite quasi-società). Nella pratica si considerano quasi-società tutte le imprese prive
di personalità giuridica che hanno almeno cinque dipendenti.

Società e quasi-società finanziarie:


comprende le società e quasi-società la cui funzione principale consiste nel fornire
servizi di intermediazione finanziaria e di assicurazione (banche, ausiliari finanziari,
assicurazioni, fondi pensione, fondi comuni di investimento, ecc.)

15
Amministrazioni pubbliche:
comprende tutti gli enti e le istituzioni pubbliche centrali e periferiche che producono
servizi non destinabili alla vendita finanziati prevalentemente tramite versamenti
obbligatori da parte di altri soggetti e che operano nel campo della ridistribuzione del
reddito e della ricchezza (amministrazioni centrali e locali, enti di previdenza e
assistenza).

Famiglie, distinte in:


famiglie consumatrici: comprende le persone fisiche nella loro funzione principale di
consumatori finali;
famiglie produttrici: comprende tutte le imprese individuali e familiari di piccole
dimensioni che non rientrano nel concetto di quasi-società (perché con meno di cinque
dipendenti), per le quali non è sempre agevole distinguere le operazioni compiute dai
titolari nella veste di imprenditori da quelle compiute come membri delle rispettive
famiglie. Tra le famiglie produttrici sono considerati anche i soggetti che producono
beni e servizi per uso proprio.

Istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie:


il settore, denominato più semplicemente Istituzioni sociali private (ISP), comprende
tutti gli organismi senza scopo di lucro dotati di personalità giuridica che producono
servizi (non destinabili alla vendita) a vantaggio delle famiglie e si finanziano
prevalentemente attraverso contributi volontari versati dalle famiglie stesse
(associazioni di volontariato, di consumatori, religiose, sportive, sindacati, partiti
politici, fondazioni, ecc.)

Resto del mondo:


comprende tutti i soggetti non residenti (imprese, famiglie, pubbliche amministrazioni,
ecc.) che effettuano operazioni con unità istituzionali residenti. Comprende anche le
istituzioni dell’Unione europea, che tra l’altro prelevano imposte ed erogano contributi
ai soggetti residenti, e le organizzazioni internazionali. A differenza dei quattro
precedenti settori interni, che raggruppano unità istituzionali sufficientemente
omogenee in quanto a comportamento economico, obiettivi e funzioni nel sistema,
quest’ultimo è invece un settore sui generis costituito da unità eterogenee.

La classificazione dell’economia in settori interni omogenei consente di analizzare i


flussi di transazioni economiche che avvengono tra di essi durante il periodo contabile e
di definire la maggior parte degli aggregati economici che caratterizzano l’economia
nazionale anche nella loro articolazione settoriale, attraverso i cosiddetti conti
settoriali. Così sarà possibile, come vedremo più avanti, misurare aggregati
particolarmente rilevanti per l’analisi economica come, ad esempio, il reddito
disponibile o il risparmio delle famiglie, il risultato di gestione o la formazione del
capitale delle imprese, l’indebitamento (deficit) della pubblica amministrazione, ecc.

Nella tabella seguente è riportato il valore aggiunto prodotto in Italia nel 2005
classificato per settori istituzionali. Come si vede, più della metà del valore aggiunto
complessivo è prodotto dalle società non finanziarie, ma è molto rilevante (poco meno
del 30%) anche la quota di valore aggiunto prodotta dalle famiglie (produttrici), data la

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particolare rilevanza delle micro imprese famigliari e del lavoro autonomo nel nostro
paese.

Tabella 1.3. Valore aggiunto dei settori istituzionali. Italia 2005 (milioni di euro)

Valore
Settori istituzionali aggiunto

Società non finanziarie 662313


Società finanziarie 55571
Amministrazioni pubbliche 190129
Famiglie e istituzioni sociali private 369979

Totale 1277992

1.3.3. La classificazione delle unità produttive in branche di attività economica

Oltre alla classificazione dei soggetti economici in settori istituzionali, il SEC prevede
una seconda classificazione dell’economia nazionale, prendendo a riferimento non più
le unità istituzionali, ovvero gli operatori caratterizzati da autonomia decisionale
(imprese, famiglie, ecc.), ma le unità produttive, che non sempre coincidono con le
unità istituzionali. In molti casi, infatti, le unità istituzionali che producono beni e
servizi esercitano una pluralità di attività, alcune principali altre secondarie, ad esempio
attività principale nell’industria o nell’agricoltura e attività secondarie nel commercio o
in altri servizi, o viceversa.

Per analizzare gli aspetti concernenti la produzione e lo scambio di beni e servizi, ad


esempio per misurare la produzione o il valore aggiunto dell’industria, occorre allora
distinguere, nell’ambito delle unità istituzionali impegnate in più attività, le unità
elementari che svolgono le singole attività omogenee quanto a tipo di produzione.
Queste unità elementari (stabilimenti, negozi, uffici, ecc.), che a differenza delle unità
istituzionali non hanno alcuna autonomia e alcun potere di decisione economica, ma
sono semplici strutture produttive, dal SEC vengono chiamate unità di attività
economica a livello locale (Uael) e vengono classificate in branche di attività
economica. Ogni branca comprende unità produttive (Uael) che producono i soli beni e
servizi che la definiscono: prodotti dell’agricoltura, dell’industria alimentare, mezzi di
trasporto, servizi commerciali, di intermediazione finanziaria, di istruzione, sanitari e
così via.

In definitiva, la CN classifica il complesso dell’attività economica di un paese in due


modi alternativi: da un lato osservando le unità elementari di produzione per descrivere
la produzione e lo scambio di beni e servizi, dall’altro osservando le unità istituzionali
aventi autonomia in campo economico per descrivere il loro comportamento soprattutto
nella distribuzione e impiego del reddito, nell’attività di accumulazione e in quella
finanziaria. E’ dunque evidente che nell’analisi dei primi stadi del processo economico,
quelli che descrivono in particolare l’attività di produzione, è più rilevante la

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classificazione in branche di attività, mentre negli stadi superiori, dalla distribuzione del
reddito in poi, ha senso soltanto la classificazione in settori istituzionali.

Nella tabella seguente è riportato il valore aggiunto prodotto in Italia nel 2005 questa
volta classificato per branche di attività. Ne emerge in primo luogo il grande peso dei
servizi nell’economia del paese (oltre il 70% del valore aggiunto complessivo).

Tabella 1.4. Valore aggiunto delle branche di attività. Italia 2005 (milioni di euro)

Valore
Branche di attività aggiunto

Agricoltura, silvicoltura, pesca 28048


Industria in senso stretto 263376
Estrazione di minerali 5130
Industria manifatturiera 232758
Energia, gas, acqua 25488
Costruzioni 76683
Servizi 909885
Commercio, riparazioni, alberghi e pubblici esercizi 199945
Trasporti e comunicazioni 98063
Intermediazione finanziaria e servizi alle imprese 343360
Altre attività di servizio 268517

Totale 1277992

1.3.4. La classificazione delle operazioni e degli aggregati

Nelle pagine precedenti abbiamo già introdotto i concetti di operazioni economiche e di


aggregati economici e anche alcune loro caratteristiche, ad esempio il carattere
bilaterale o unilaterale delle operazioni. Ora questi concetti vengono ripresi e collocati
nel quadro delle definizioni e classificazioni previste dal SEC.
Una prima classificazione delle operazioni economiche è nelle seguenti tre classi
fondamentali:

- operazioni su beni e servizi, che si riferiscono alla produzione e allo scambio


di beni e servizi e quindi si realizzano nella fase della formazione e impiego
delle risorse e in quella della formazione del capitale;

- operazioni di distribuzione e redistribuzione del reddito e della ricchezza,


che si riferiscono alla distribuzione del reddito derivante dall’attività produttiva
ai fattori della produzione e ai trasferimenti operati prevalentemente dalle PA e
si realizzano dunque nella fase della distribuzione primaria del reddito e in
quella della distribuzione secondaria o ridistribuzione;

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- operazioni su strumenti finanziari, che hanno la proprietà di modificare
crediti e debiti degli operatori e si realizzano nella fase dell’accumulazione.

Le operazioni appartenenti alla prima e alla terza classe (su beni e servizi o su strumenti
finanziari) sono sempre bilaterali, sono relative cioè ad uno scambio (con
contropartita) tra operatori; quelle appartenenti alla seconda classe possono essere sia
bilaterali, come la distribuzione del reddito ai fattori produttivi, sia unilaterali, come i
trasferimenti che avvengono nel quadro della distribuzione secondaria e ridistribuzione
del reddito, in particolare ad opera dello Stato (imposte, contributi, prestazioni sociali).

Una seconda classificazione delle operazioni è in:


- operazioni correnti, svolte con continuità nell’esercizio dell’attività corrente
degli operatori, si riferiscono alle operazioni su beni e servizi e a gran parte dei
trasferimenti, come le imposte correnti sul reddito e sul patrimonio, le
prestazioni sociali, ecc.;
- operazioni in conto capitale, fatte in funzione dell’accumulazione, talvolta a
carattere eccezionale, come le imposte straordinarie sul patrimonio, le donazioni
di rilevante importo, i contributi pubblici agli investimenti.

Per quanto riguarda invece gli aggregati, la principale distinzione da fare è tra:

- aggregati interni, relativi a flussi che si verificano nel territorio economico del
paese, senza alcuna considerazione della residenza degli operatori. Ad esempio,
il prodotto interno lordo, che come vedremo misura la produzione finale
realizzata nel paese, anche impiegando fattori produttivi appartenenti ad unità
non residenti;

- aggregati nazionali, che si riferiscono invece a flussi relativi ai soli operatori


residenti nel territorio economico del paese. Ad esempio, il reddito nazionale,
che come vedremo è il reddito realizzato anche al di fuori del paese attraverso
l’impiego di fattori produttivi appartenenti ad operatori residenti; o il consumo
nazionale, che comprende anche le spese effettuate dai residenti per i soggiorni
all’estero, ma non quelle effettuate dai turisti stranieri nel paese considerato.

19
2. La formazione e l’impiego delle risorse

2.1. La produzione

2.1.1. Definizione e criteri di delimitazione del concetto di produzione

L’attività di produzione è di fondamentale importanza per il sistema economico e di


conseguenza anche per il sistema di CN, che ha il compito di descriverlo. La misura
della produzione richiede in primo luogo che sia univoco il concetto adottato e chiara la
sua delimitazione.
Il SEC stabilisce che la produzione è un flusso di beni o servizi atti a soddisfare
bisogni (o comunque ad essere scambiati) che deriva da ogni attività nella quale vi
sia un impiego di fattori produttivi remunerati sotto il controllo e la responsabilità di
una unità istituzionale.

La caratteristica che meglio consente di discriminare ciò che è da ciò che non è
produzione per la CN è l’impiego di fattori produttivi remunerati.
Infatti, per il SEC non rientrano nel concetto di produzione:

- i servizi che le famiglie producono autonomamente e che trovano impiego finale


nelle medesime famiglie. In particolare i servizi domestici e il lavoro di cura fatto
da membri della famiglia – che rientra nel concetto di produzione solo se affidato
a terzi dietro compenso – o i servizi di trasporto che quasi ogni famiglia si auto-
produce con i mezzi di trasporto che possiede;

- i guadagni e le perdite in conto capitale, come la rivalutazione di merci in


magazzino o di titoli in portafoglio per effetto dell’aumento dei corsi di borsa, e
così via, perché si verificano come semplice effetto di variazioni dei prezzi, al di
fuori dell’attività produttiva come sopra definita;

- i processi naturali di crescita indipendenti dall’opera dell’uomo, come la crescita


delle foreste o l’accrescimento delle risorse ittiche.

In base alla precedente definizione invece rientra nel concetto di produzione


l’economia irregolare. Il SEC95 esplicita infatti che la produzione comprende, oltre alle
attività regolari, anche quelle attività che sono classificate come illegali, informali e
sommerse.

Illegali sono le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o


possesso sono vietate dalla legge o sono svolte da operatori non autorizzati. Sono
comprese nel concetto di produzione se danno luogo a pagamenti volontari, come il
contrabbando, la produzione e il commercio di droga, lo sfruttamento della
prostituzione. La stima delle attività illegali comporta tuttavia notevoli difficoltà,
pertanto né l’Italia, né gli altri paesi europei hanno finora concretamente inserito la
valutazione di queste attività nella contabilità nazionale.

20
Informali sono le attività che riguardano unità istituzionali caratterizzate da relazioni di
lavoro basate su vincoli di parentela o relazioni personali, con basso livello
organizzativo e scarsa o nessuna divisione tra lavoro e capitale. Sono attività
quantitativamente rilevanti nei paesi in via di sviluppo, mentre nei paesi sviluppati sono
sostanzialmente irrilevanti, essendo limitate ad alcune attività svolte nel settore
agricolo, nelle costruzioni, il lavoro a domicilio, le attività non registrate di piccoli
commercianti.

Sommerse sono le attività relative alla produzione legale, svolta in unità produttive
organizzate, non direttamente osservate per ragioni sia di natura statistica, sia di natura
economica. Il sommerso statistico è costituito da quelle attività – legali e regolari sotto
il profilo economico – che le rilevazioni statistiche non riescono a cogliere a causa dei
limiti di copertura e di aggiornamento dei registri delle unità produttive, che come
vedremo sono lo strumento per fare le indagini sulle imprese. Nel nostro paese tali
limiti sono dovuti soprattutto alle caratteristiche di notevole polverizzazione del sistema
delle imprese e al peso crescente di forme particolari di partecipazione al processo
produttivo (liberi professionisti, collaboratori, consulenti) difficilmente rilevabili
attraverso le indagini rivolte alle imprese.

Il sommerso economico è originato invece dalla volontà di una parte delle imprese di
evadere il fisco o i contributi sociali, o di non rispettare altre norme (sui salari minimi,
sul numero massimo di ore di lavoro, ecc.) In pratica, il sommerso economico è
identificato con l’utilizzo del lavoro non regolare e con la sottodichiarazione della
produzione regolare da parte delle unità produttive. Come vedremo più avanti il
sommerso economico è oggetto di una apposita valutazione indiretta che ha l’obiettivo
di misurarne l’entità e di integrare quindi la valutazione della produzione e del valore
aggiunto che deriva dalla osservazione della economia “emersa”.

2.1.2. Classificazione della produzione

Nell’ambito del concetto di produzione sono identificabili tre categorie ben distinte dal
punto di vista economico.
La prima è la produzione di beni e servizi destinabili alla vendita, ovvero da un lato
la produzione messa sul mercato e venduta a prezzi economicamente significativi (che
coprono almeno il 50% del costo di produzione); dall’altro la produzione
potenzialmente vendibile sul mercato, ma ceduta sotto forma di retribuzione in natura,
o anche ceduta per un impiego intermedio da una unità produttiva ad un’altra
appartenente alla stessa unità istituzionale, o infine compresa nella variazione delle
scorte.

La seconda è la produzione destinata ad uso finale del produttore, ovvero la


produzione di beni e servizi destinati all’auto-consumo o all’auto-investimento da parte
della stessa unità istituzionale che li ha prodotti. Si tratta in particolare: dei prodotti
agricoli auto-consumati dalle famiglie degli stessi agricoltori; dei servizi di abitazione
goduti da persone e famiglie che occupano la propria casa; dei servizi domestici
prodotti impiegando personale retribuito; della produzione di beni di investimento
(macchine, fabbricati, software) realizzata da imprese e destinati a soddisfare proprie

21
esigenze di investimento; delle abitazioni costruite o ampliate in proprio dalle famiglie
(altra forma di auto-investimento).

La terza categoria è costituita dalla produzione di beni e servizi non destinabili alla
vendita, ovvero la produzione di beni e servizi da parte di amministrazioni pubbliche e
istituzioni sociali private offerta gratuitamente o comunque a prezzi non
economicamente significativi (che coprono meno del 50% dei costi di produzione).

Alle tre categorie di produzione corrispondono necessariamente tre diversi metodi di


stima. Per la produzione destinabile alla vendita, che peraltro rappresenta la quota
largamente prevalente dell’intero aggregato, la stima avviene prevalentemente
attraverso la rilevazione (totalitaria o campionaria) di dati contabili presso le aziende e
successiva aggregazione. Vediamo allora prima di tutto come si definisce e si calcolano
la produzione e il valore aggiunto a livello di impresa.

2.1.3. Produzione e valore aggiunto a livello di impresa

La produzione di un’impresa è data dal valore dei beni e servizi prodotti in un dato
intervallo di tempo (ad esempio, un anno) e che sono stati venduti o che avrebbero
potuto esserlo ma non lo sono stati per diverse ragioni. Tali ragioni possono essere: a)
che la produzione è rimasta invenduta e pertanto è affluita alle scorte di prodotti finiti;
b) che la produzione non è ancora terminata perché il processo produttivo ha durata
maggiore del periodo di tempo considerato (è il caso in particolare della produzione
edilizia o dei cantieri navali); c) che la produzione non è destinata ad essere venduta in
quanto si tratta di beni o servizi intermedi reimpiegati all’interno della stessa impresa
(ma attraverso lo scambio tra due sue Uael diverse) ovvero di capitali prodotti in
proprio e da impiegare nell’impresa stessa. D’altro canto, le vendite effettuate nel
periodo considerato possono essere maggiori della produzione perché sono in parte
prelevate dalle scorte di magazzino.
Ai fini della determinazione della produzione a livello aziendale, indichiamo con:

p : produzione;
v : vendite (fatturato, compresi i ricavi accessori: contributi ricevuti, fitti attivi);
r : reimpieghi di origine interna;
ki : incremento capitali fissi prodotti in proprio;
gf : variazione giacenze di prodotti finiti;
gc : variazione giacenze di prodotti in corso di lavorazione.

Per la definizione appena formulata, la produzione è dunque:

p = v + r + ki + gf + gc .

Il valore aggiunto di un’impresa è dato dalla differenza tra il valore della produzione
realizzata nel periodo contabile e quello dei beni e servizi intermedi impiegati nel
processo produttivo e rappresenta la remunerazione dei fattori produttivi primari.
Oltre alle notazioni precedenti, indichiamo con:

22
y : valore aggiunto;
cx : impieghi di beni e servizi intermedi (consumi intermedi);
a : acquisti di beni e servizi intermedi;
ga : variazione giacenze di beni e servizi intermedi.

I consumi intermedi, che comprendono anche i reimpieghi di origine interna, sono:

cx = (a + r) - ga

mentre il valore aggiunto (o prodotto lordo) dell’impresa sarà:

y = p - cx = v + r + ki + gf + gc - (a + r - ga)

= v + ki + gf + gc + ga – a.

ESERCIZIO 2

Consideriamo un sistema economico chiuso costituito da tre aziende di cui sono noti i
dati dei costi e dei ricavi sono riportati nella tabella seguente.

Voci di costo e ricavo Azienda 1 Azienda 2 Azienda 3

Acquisti beni e servizi intermedi 0 600 800


Variazione giacenze beni e servizi intermedi 0 30 -20
Vendite 800 1000 1400
Incremento capitali fissi prodotti in proprio 0 20 0
Variazione giacenze prodotti finiti 20 -10 -20
Variazione giacenze prodotti in corso lavorazione 0 50 0

a) Costruire il conto della produzione;


b) Posto che la produzione finale sia ripartita in consumi per l’80% e in investimenti
per il restante 20%, costruire il conto di equilibrio dei beni e servizi e il conto delle
risorse e degli impieghi.

Soluzione:
a) Come già visto nel capitolo 1, dalla aggregazione dei dati aziendali si ottiene il conto
della produzione: Cx + Y = Pt. Occorre dunque calcolare la produzione, i consumi
intermedi e il valore aggiunto delle tre aziende e aggregarli per determinare i
corrispondenti aggregati del paese.
Per la azienda 1:
p1 = 800 + 20 = 820; Cx1 = 0; y1 = 820.
Per la azienda 2:
p2 = 1000 + 20 –10 + 50 = 1060; Cx2 = 600 – 30 = 570; y2 = 1060 – 570 = 490.
Per la azienda 2:
p2 = 1400 – 20 = 1380; Cx3 = 800 + 20 = 820; y3 = 1380 – 820 = 560.
Aggregando si ottiene :
Pt = 820 + 1060 + 1380 = 3260;
Cx = 570 + 820 = 1390;

23
Y = 820 + 490 + 560 = 1870.
Il conto della produzione è pertanto :
Cx + Y = Pt
1390 + 1870 = 3260.
b) La produzione finale è la differenza tra Pt e Cx ed è pari al valore aggiunto (reddito):
Y = 1870. I consumi finali e gli investimenti sono:
C = 0.8 1870 = 1496; I = 0.2 1870 = 374.
Pertanto si ha:
conto di equilibrio beni e servizi:
Pt = Cx + C + I
3260 = 1390 + 1496 + 374;
conto risorse e impieghi:
Y=C+I
1870 = 1496 + 374.

2.1.4. I prezzi di valutazione della produzione e del valore aggiunto

I flussi che formano gli aggregati della CN vengono in genere valutati ai prezzi di
mercato, ovvero al prezzo sostenuto dall’acquirente (prezzo di acquisto). Per la
produzione il SEC però assume l’”ottica del produttore” per cui il prezzo da applicare
non è quello pagato dall’acquirente ma quello percepito dal produttore, che viene
chiamato prezzo base. La differenza è costituita dalle componenti del prezzo che
derivano da imposte prelevate dalle PA o da contributi che le PA erogano alle imprese.
Più precisamente, si tratta delle imposte (indirette) sui prodotti e dei relativi contributi.

Le imposte sui prodotti (Tp) sono imposte commisurate alla quantità o al valore dei
beni e servizi prodotti o scambiati (IVA, imposte e dazi sulle importazioni, imposte di
fabbricazione, diritti sugli spettacoli, imposte sulla pubblicità, ecc.). Tali imposte
ovviamente gravano sui costi di acquisto dei prodotti sostenuti dagli acquirenti, ma
vengono versate allo Stato e non fanno certo parte dei ricavi dei produttori.

I contributi ai prodotti (Rcp) sono invece erogati dalle PA ai produttori e commisurati


ai beni e servizi prodotti o scambiati, compresi quelli importati, in genere proprio per
tenere basso il prezzo di mercato, integrando le entrate dei produttori medesimi. Ad
esempio, i contributi alla produzione di olio d’oliva, i contributi alle società di trasporto
pubblico a copertura delle perdite subite dovendo praticare prezzi inferiori ai costi di
produzione in ottemperanza ad indirizzi di politica sociale stabiliti dalle PA. Sono
insomma una sorta di imposte negative, che fanno parte dei ricavi dei produttori (sono
parte dei cosiddetti ricavi accessori compresi nel fatturato) ma non del prezzo di
acquisto degli acquirenti.

Se indichiamo con Pt(pb) la produzione totale a prezzi base e con Pt(pm) la stessa
produzione valutata a prezzi di mercato si ha:

Pt(pb) = Pt(pm) - Tp + Rcp = Pt(pm) - (Tp - Rcp),

dove (Tp - Rcp) sono le imposte sui prodotti al netto dei relativi contributi.

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La medesima valutazione a prezzi base è prevista anche per il valore aggiunto, ottenuto
come differenza tra la produzione totale a prezzi base e i consumi intermedi valutati a
prezzi di mercato. Indicato con Y(pb) il valore aggiunto a prezzi base e con Y(pm) quello
a prezzi di mercato, valgono pertanto analoghe relazioni:

Y(pb) = Y(pm) - Tp + Rcp = Y(pm) - (Tp - Rcp).


Per il valore aggiunto, pur non previsto dal SEC, si utilizza spesso anche un terzo
criterio di valutazione, ovvero la valutazione al costo dei fattori. Poiché il valore
aggiunto esprime anche, come più volte ricordato, la remunerazione dei fattori
produttivi primari, la valutazione al costo dei fattori intende far coincidere esattamente
il valore aggiunto con la somma di tali remunerazioni, il che comporta l’esclusione di
altre imposte (sulla produzione) e l’inclusione di altri contributi (alla produzione).

Le altre imposte sulla produzione (Tp’) comprendono tutte le imposte prelevate sulle
imprese a motivo dell’attività di produzione, non commisurate alla quantità o al valore
dei beni e servizi prodotti o scambiati (IRAP; imposte sulla proprietà o sull’utilizzo di
terreni o fabbricati impiegati dalle imprese nell’attività di produzione; tasse relative a
licenze professionali o per l’esercizio di attività; imposte sull’inquinamento provocato
dalle attività di produzione, ecc.). Tutte queste imposte gravano anch’esse sul prezzo di
mercato, e sono anche comprese nel prezzo base, ma riducono il reddito da distribuire
tra i fattori produttivi e vanno dunque sottratte, se si intende effettuare una valutazione
del valore aggiunto al costo dei fattori.

Gli altri contributi alla produzione (Rcp’) comprendono tutti i contributi erogati dalle
PA alle imprese a motivo dell’esercizio dell’attività di produzione e non commisurati ai
beni e servizi prodotti: contributi per l’occupazione di particolari categorie di lavoratori
(disabili, disoccupati di lunga durata, ecc.) o per la formazione professionale; per la
riduzione dell’inquinamento; contributi in conto interessi. Al contrario delle imposte di
cui sopra, questi contributi aumentano il reddito da distribuire tra i fattori produttivi e
nella valutazione al costo dei fattori vanno quindi aggiunti.

Indicato con Y(cf) il valore aggiunto al costo dei fattori, vale dunque la seguente
relazione:

Y(cf) = Y(pb) - (Tp’ - Rcp’)

e poiché Y(pb) = Y(pm) - (Tp - Rcp), si ha anche

Y(cf) = Y(pm) - (Tp - Rcp) - (Tp’ + Rcp’).

Dalle relazioni precedenti possiamo ovviamente esprimere anche la valutazione ai


prezzi di mercato in relazione a quelle a prezzi base e al costo dei fattori, nel modo
seguente:

Y(pm) = Y(pb) + (Tp - Rcp)

Y(pm) = Y(cf) + (Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’).

25
2.2. I conti della formazione e dell’impiego delle risorse secondo il SEC95

I primi conti del sistema di CN sono tutti relativi ad operazioni su beni e servizi e
descrivono la formazione delle risorse disponibili nel sistema economico e il loro
impiego. Come già accennato, tali conti sono:

- il conto di equilibrio dei beni e servizi;


- il conto della produzione;
- il conto delle risorse e degli impieghi.

Conto di equilibrio dei beni e servizi

E’ il primo conto del sistema e rappresenta il bilancio tra gli elementi dell’offerta
complessiva di risorse di cui dispone il sistema economico e gli elementi della
domanda complessiva, ovviamente per un sistema economico aperto agli scambi con il
resto del mondo. Tra gli elementi dell’offerta figurano la produzione totale, compresa
quella destinata ad usi intermedi di altre imprese, e le importazioni di beni e servizi
dall’estero. Tra gli elementi della domanda figurano i consumi intermedi e gli
elementi della domanda finale, sia interna (i consumi finali e gli investimenti), sia
estera (le esportazioni). Gli investimenti a loro volta sono articolati in diverse
componenti: gli investimenti fissi lordi, le variazioni delle scorte e gli investimenti
in oggetti di valore.

Rinviando a più avanti le definizioni di ognuno di questi aggregati, vediamo intanto


come si esprime questa prima equazione contabile. Riprendiamo alcune notazioni già
introdotte e aggiungiamo le altre necessarie:

Pt : Produzione totale (a prezzi base);


Tp : Imposte sui prodotti;
Rcp : Contributi ai prodotti;
M : Importazioni di beni e servizi;
Cx : Consumi intermedi;
Cf : Consumi finali;
If : Investimenti fissi lordi;
Ivs : Investimenti in variazione delle scorte;
Iov : Investimenti in oggetti di valore;
E : Esportazioni di beni e servizi.

Il conto di equilibrio dei beni e servizi assume la seguente forma:

M + Pt + (Tp - Rcp) = Cx + Cf + If + Ivs + Iov + E

Come si vede, nella equazione contabile figurano, oltre agli aggregati sopra menzionati,
anche le imposte sui prodotti al netto dei relativi contributi. La ragione è che la
produzione totale, come già detto, è valutata a prezzi base, mentre tutti gli altri
aggregati sono valutati a prezzi di acquisto o di mercato e quindi affinché l’equilibrio
del conto sia assicurato occorre aggiungere l’aggregato (Tp - Rcp) dal lato dell’offerta.

26
Conto della produzione

Come ripetuto più volte, il conto della produzione esprime il valore della produzione
totale come somma dei costi sostenuti per ottenerla: i costi per beni e servizi
intermedi e quelli per la remunerazione dei fattori produttivi primari. La somma delle
remunerazioni dei fattori produttivi primari è l’aggregato valore aggiunto, più
precisamente denominato, quando ci si riferisce all’intera economia, prodotto interno
lordo (Pil). Va precisato infatti che nella terminologia della CN l’espressione valore
aggiunto è utilizzata per esprimere lo stesso concetto del Pil a livello di branca di
attività. Si parla cioè di valore aggiunto dell’agricoltura o dell’industria o dei servizi e
di prodotto interno lordo del paese. Il Pil ai prezzi di mercato misura il risultato finale
dell’attività produttiva delle unità residenti ed è pari alla somma dei valori aggiunti
delle branche aumentata delle imposte nette sui prodotti (compresa l’IVA). Va notato
che il Pil ai prezzi di mercato coinciderebbe esattamente con la somma dei valori
aggiunti di branca se anche questi fossero valutati ai prezzi di mercato.

Il conto della produzione assume dunque la seguente forma:

Cx + Yp = Pt + (Tp - Rcp)

dove
Yp : Prodotto interno lordo.

Il conto della produzione ci mostra che il Pil si ottiene anche sottraendo i consumi
intermedi alla produzione totale, e quindi può anche essere inteso, oltre che come
reddito, anche come produzione finale, ovvero come l’aggregato che esprime il risultato
privo di duplicazioni del processo di creazione di nuova ricchezza.

Conto delle risorse e degli impieghi

Il conto delle risorse e degli impieghi deriva dalla fusione del conto di equilibrio dei
beni e servizi e del conto della produzione, sommando le due sezioni di destra e le due
di sinistra e cancellando per compensazione i flussi di uguale denominazione e diverso
segno:

M + Yp = Cf + If + Ivs + Iov + E

In questo conto non compaiono più né la produzione totale, né i consumi intermedi, ma


soltanto risorse e impieghi finali. Il conto esprime pertanto il bilancio tra le risorse e
gli impieghi di beni e servizi per usi finali. Peraltro, tutti gli aggregati del conto sono a
prezzi di mercato e quindi non vi compaiono più neppure le imposte nette sui prodotti.
Dal conto delle risorse e degli impieghi risulta chiaro anche il terzo concetto che il Pil
esprime: quello di spesa finale. Il Pil è infatti ottenibile come somma delle componenti
della domanda finale interna (consumi finali e investimenti) e delle esportazioni nette
(E – M).

27
2.3. I metodi di valutazione del Pil

Come si è visto, il prodotto interno lordo esprime contemporaneamente tre diversi


concetti: quello di produzione finale; quello di reddito percepito dai fattori produttivi
primari; quello di spesa finale. Ad ognuno di tali concetti corrisponde un possibile
metodo di stima, come nello schema seguente:

Concetto espresso dal Pil Metodo di valutazione

Produzione finale Metodo reale o del valore aggiunto

Reddito Metodo personale o del reddito

Spesa finale Metodo del bilancio o della spesa

Il metodo reale (o del valore aggiunto) vede il Pil come produzione finale, ovvero
come differenza tra produzione totale e consumi intermedi. Può essere pertanto valutato
a partire dai dati aziendali e successiva aggregazione per determinare il valore aggiunto
delle branche di attività. Il Pil è infine ottenuto come somma dei valori aggiunti delle
branche. Con un accorgimento però: poiché il valore aggiunto di ogni branca è valutato
a prezzi base e non ai prezzi di mercato – essendo ottenuto sottraendo i consumi
intermedi alla produzione totale valutata a prezzo base – per ottenere il prodotto interno
lordo, che è valutato invece ai prezzi di mercato, alla somma dei valori aggiunti delle
branche vanno sommate le imposte sui prodotti al netto dei relativi contributi, che come
si è visto fanno appunto la differenza tra un aggregato valutato a prezzi base e il
medesimo aggregato valutato a prezzi di mercato. Indicato con Yh il valore aggiunto di
una generica branca h si ha:

Yp = ∑Y
h
h + (Tp - Rcp).

Il metodo personale (o del reddito) vede il Pil come somma delle remunerazioni dei
fattori primari impiegati nel processo produttivo. Può essere pertanto valutato a partire
dai dati personali (di origine fiscale) concernenti i redditi percepiti dai titolari dei fattori
produttivi (lavoro, capitale, impresa) impiegati per realizzare la produzione. Anche in
questo caso tuttavia la semplice somma dei redditi guadagnati dai titolari dei fattori
produttivi primari non conduce direttamente al valore del Pil ai prezzi di mercato, ma
alla valutazione del valore aggiunto al costo dei fattori. A tale valutazione occorre
pertanto aggiungere tutte le imposte sui prodotti e sulla produzione al netto dei relativi
contributi:

Y(pm) = Y(cf) + (Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’).

Il metodo del bilancio (o della spesa) vede il Pil come somma delle spese finali
sostenute dagli operatori. Può essere pertanto valutato a partire dalle stime degli

28
aggregati di domanda, ovvero dei consumi finali, delle diverse componenti degli
investimenti, delle esportazioni nette. A differenza dei metodi precedenti, in
quest’ultimo caso gli aggregati da cui deriva il Pil sono tutti valutati a prezzi di mercato
e quindi lo stesso Pil ne risulta valutato a prezzi di mercato, senza apportare alcun
aggiustamento:

Yp = Cf + If + Ivs + Iov + (E - M).

La scelta dell’uno o dell’altro metodo dipende dalle caratteristiche dei sistemi statistici
dei diversi paesi. Ad esempio, è evidente che il metodo personale è concretamente
applicabile solo se sono considerate sufficientemente affidabili le relative informazioni
contenute nelle banche dati fiscali e se, di conseguenza, il sistema statistico è in
condizione di fondarsi anche su tale fonte statistica di tipo amministrativo.

In Italia l’affidabilità dei dati di origine fiscale come noto non è particolarmente
elevata. Di conseguenza, la stima del valore aggiunto e del Pil avviene attraverso il
metodo reale ed è quindi basata essenzialmente su informazioni derivanti da indagini
statistiche sulle imprese. Le stime indipendenti delle diverse componenti della domanda
finale, cui si accennerà più avanti, consentono poi di utilizzare il metodo del bilancio o
della spesa come metodo di controllo della compatibilità delle diverse stime ottenute.

ESERCIZIO 3

Nella tabella seguente sono riportati alcuni aggregati relativi all’economia italiana nel
2006 (milioni di euro).

Aggregati Valore

Valore aggiunto (a prezzi base)


Agricoltura 27192
Industria in senso stretto 270001
Costruzioni 79776
Servizi 939618

Produzione totale (a prezzi base) 2923833


Consumi finali 1174481
Consumi intermedi 1607249
Investimenti fissi lordi 306605
Variazione scorte e oggetti di valore 6426
Importazioni 422843
Esportazioni 410732
Imposte sui prodotti al netto dei contributi 158817
Altre imposte sulla produzione al netto dei contributi 44652

a) Calcolare il prodotto interno lordo in tutti i modi possibili.


b) Calcolare inoltre, nei vari modi possibili, il valore aggiunto ai prezzi base e al costo
dei fattori.

29
Soluzione:
a) Con i dati a disposizione, il prodotto interno lordo può essere calcolato nei modi
seguenti:
1) come somma dei valori aggiunti di branca a prezzi base più le imposte sui prodotti al
netto dei contributi (metodo reale):
Yp = ∑ Yh + (Tp - Rcp).
h
= (27192 + 270001 + 79776 + 939615) + 158817 = 1475401;
2) a saldo del conto delle risorse e degli impieghi (metodo del bilancio):
Yp = Cf + If + (Ivs + Iov) + E – M
= 1174481 + 306605 + 6426 + 410732 – 422843 = 1475401;
3) a saldo del conto della produzione:
Yp = Pt + (Tp - Rcp) – Cx
= 2923833 + 158817 – 1607249 = 1475401.

b) Il valore aggiunto a prezzi base Y(pb) è la soma dei valori aggiunti delle branche:
Y(pb) = 27192 + 270001 + 79776 + 939615 = 1316584;
ma si può anche ottenere come differenza tra la produzione totale a prezzi base e i
consumi intermedi:
Y(pb) = Pt - Cx = 2923833 – 1607249 = 1316584;
o anche dal Pil ai prezzi di mercato meno le imposte sui prodotti al netto dei contributi:
Y(pb) = Y(pm) - (Tp - Rcp) = 1475401 – 158817 = 1316584.
Il valore aggiunto al costo dei fattori è dato dal valore aggiunto a prezzi base meno le
altre imposte sulla produzione al netto dei contributi:
Y(cf) = Y(pb) - (Tp’ - Rcp’) = 1316584 – 44652 = 1271932
o anche dal Pil ai prezzi di mercato meno le imposte sui prodotti e sulla produzione al
netto dei contributi:
Y(cf) = Y(pm) - (Tp - Rcp) - (Tp’ + Rcp’) = 1475401 – 158817 – 44652 = 1271932.

2.4. I consumi finali

I consumi finali sono la componente largamente prevalente dell’impiego delle risorse


disponibili per usi finali (Pil e importazioni): in Italia circa l’62% del totale (e l’80%
del Pil). L’aggregato consumi finali rappresenta la spesa sostenuta per soddisfare i
bisogni, compresi quelli di carattere collettivo soddisfatti dalle pubbliche
amministrazioni. Più precisamente, i consumi finali sono costituiti dagli acquisti di
beni e servizi fatti, nel paese o all’estero, dalle famiglie, dalle PA o dalle istituzioni
sociali private per soddisfare bisogni individuali e collettivi della popolazione.
A differenza del Pil, i consumi finali sono dunque definiti su base nazionale (consumi
finali nazionali): come si è detto, comprendono infatti tutte le spese sostenute dai
residenti, comprese quelle effettuate all’estero (in particolare le spese per turismo fuori
dal paese) ed escluse invece le spese per consumi dei non residenti effettuate nel
territorio economico del paese (in particolare le spese dei turisti stranieri).

30
Come emerge dalla precedente definizione, i consumi finali possono essere classificati
secondo due criteri:

- la natura dei bisogni soddisfatti: individuali, espressi dalle singole persone o


famiglie, come l’alimentazione, il vestiario, i trasporti, ecc.; collettivi, ovvero
bisogni indivisibili espressi collettivamente dalla popolazione, come la difesa
nazionale, la sicurezza pubblica, ecc.;

- i soggetti che sostengono la spesa: famiglie, pubbliche amministrazioni,


istituzioni sociali private.

La spesa delle famiglie è ovviamente tutta destinata al soddisfacimento di bisogni


individuali. Anche la spesa delle istituzioni sociali private (al servizio delle famiglie)
è considerata come destinata a soddisfare bisogni esclusivamente individuali. La spesa
delle pubbliche amministrazioni è invece rivolta a soddisfare sia bisogni collettivi,
come quelli sopra ricordati (difesa, sicurezza) ed altri ancora, che solo le PA possono
soddisfare, sia bisogni a carattere individuale, come l’istruzione, la sanità, i trasporti
pubblici, i servizi sociali, ecc., che invece possono essere soddisfatti anche da soggetti
privati. L’estensione di questa seconda componente della spesa delle PA può di
conseguenza variare molto da paese a paese, in particolare a seconda dell’orientamento
politico prevalente con riferimento alla estensione dell’intervento dello stato in campo
sociale.

Lo schema seguente esprime la classificazione dei consumi finali secondo i due criteri:

Soggetti che Natura dei bisogni


sostengono Totale spesa
la spesa Individuali Collettivi

Famiglie X Spesa delle famiglie


PA X X Spesa delle PA
ISP X Spesa delle ISP

Consumi Consumi Consumi finali


In complesso individuali collettivi

In definitiva, l’aggregato consumi finali può essere visto alternativamente come la


somma dei tre aggregati di spesa – delle famiglie, delle PA, delle ISP – o come la
somma dei due aggregati che esprimono le due diverse tipologie di bisogni soddisfatti: i
consumi finali individuali e i consumi finali collettivi. In particolare, l’aggregato
consumi finali individuali esprime un concetto molto rilevante per l’analisi economica e
sociale: quello di consumi finali effettivi delle famiglie, ovvero il valore dei beni e
servizi da esse effettivamente consumati per soddisfare i propri bisogni individuali,
indipendentemente dalla circostanza che le famiglie stesse abbiano sostenuto
direttamente o no la relativa spesa. I consumi finali effettivi esprimono dunque più
completamente e correttamente di quanto non faccia la spesa delle famiglie i bisogni da
esse effettivamente soddisfatti e quindi il loro livello di benessere.

31
Cerchiamo ora di precisare meglio che cosa comprendono le diverse componenti dei
consumi finali e poi attraverso quali metodi essi vengono stimati.
La Spesa delle famiglie comprende tutte le spese da esse sostenute per acquistare sul
mercato beni e servizi destinati al consumo. Comprende tuttavia anche tutte quelle
componenti viste in precedenza, che rientrano nel concetto di produzione e sono
destinate al consumo senza passare per il mercato: la produzione per uso proprio
(autoconsumi) dei produttori agricoli; la produzione (e il conseguente autoconsumo) di
servizi abitativi da parte delle famiglie che abitano la casa di proprietà (fitti figurativi);
le retribuzioni in natura percepite dai lavoratori dipendenti; i servizi domestici prodotti
dalle famiglie con personale retribuito e utilizzati (consumati) dalle famiglie stesse.

Nell’ambito della spesa delle famiglie possono sorgere problemi di confine tra ciò che
va considerato consumo finale e ciò che invece potrebbe essere consumo intermedio o
perfino investimento, poiché i beni acquistati dalle famiglie non sempre hanno in sé la
connotazione di beni di consumo finale. Il problema sorge soprattutto per alcune spese
– energia elettrica, carburanti, mobili, automobili, ecc. – delle famiglie di lavoratori
autonomi, professionisti, piccoli imprenditori, per le quali bisogna distinguere gli
acquisti fatti per l’attività dell’impresa da quelli fatti per le esigenze della famiglia. Nel
primo caso si tratta di beni e servizi impiegati nel processo produttivo e quindi le
relative spese vanno considerate consumi intermedi (nel caso della energia elettrica o
dei carburanti, ad esempio) o investimenti (nel caso dei mobili, delle automobili e dei
beni durevoli in genere). Nel secondo caso si tratta invece sempre di consumi finali.

Un caso particolare riguarda le spese di trasporto sostenute dai lavoratori dipendenti per
recarsi al lavoro: pur trattandosi di spese sostenute per la produzione del reddito,
rientrano nei consumi finali e non in quelli intermedi, non essendo a carico dei datori di
lavoro ma degli stessi lavoratori dipendenti. Le imprese possono infatti conteggiare tra i
consumi intermedi soltanto le spese effettivamente sostenute, non anche quelle che, pur
funzionali all’attività di produzione, sono sostenute da altri soggetti.
In base allo stesso criterio, peraltro, tutta la produzione di servizi non destinabili alla
vendita delle pubbliche amministrazioni è considerata finale, anche se in parte se ne
avvantaggiano le imprese nel loro processo produttivo, come nel caso, ad esempio, dei
servizi prodotti dai ministeri delle attività produttive o dai corrispondenti assessorati
regionali o degli enti locali.
L’acquisto (o la produzione in proprio) di abitazioni da parte delle famiglie costituisce
invece l’unico esempio di investimento fatto dalle famiglie stesse, in corrispondenza
del quale ogni anno dovrà essere valutata la produzione di servizi che tale bene capitale
produce, da considerare, come già detto, nell’aggregato produzione e in quello dei
consumi finali.

La stima della spesa delle famiglie può essere fatta utilizzando tre diversi metodi, a
seconda della disponibilità di informazioni e del tipo di beni:

- il metodo della spesa, che consiste nel rilevare, con una apposita indagine, il
valore degli acquisti fatti dalle famiglie;

32
- il metodo delle vendite, che consiste nel rilevare lo stesso valore dai soggetti che
vendono (in particolare i commercianti) o facendo ricorso a statistiche
amministrative (ad esempio, immatricolazioni di automobili nel pubblico registro
automobilistico);

- il metodo della disponibilità, che è una variante del precedente, e che consiste
nel determinare le “vendite apparenti” sottraendo al totale delle risorse disponibili
di un determinato bene (produzione totale e importazioni) gli impieghi diversi dai
consumi finali (consumi intermedi o investimenti).

In Italia si utilizza prevalentemente il metodo della spesa, che si basa su una estesa
indagine sui consumi delle famiglie. Si tratta di una indagine campionaria su circa
24.000 famiglie – ognuna delle quali impegnata per una settimana – con la quale si
rilevano, insieme alle principali caratteristiche delle famiglie (numero di componenti,
condizione professionale, tipo di comune di residenza, ecc.) tutte le spese sostenute per
consumi finali. Per gli acquisti ricorrenti, la rilevazione avviene attraverso la
registrazione su un libretto delle spese di ogni singolo acquisto effettuato in ogni giorno
della settimana dai membri della famiglia. Per gli acquisti meno ricorrenti, la
rilevazione viene invece fatta con riferimento alle spese sostenute nel corso dell’ultimo
trimestre.

La Spesa delle pubbliche amministrazioni per consumi finali è la somma di due


componenti. La prima è costituita dal valore della produzione di beni e servizi delle PA,
compresa in parte nei consumi individuali e in parte nei consumi collettivi, a seconda
del tipo di servizio. Ad esempio, la produzione di servizi di ordine pubblico o relativi
alla amministrazione generale dello stato, compresa nei consumi collettivi; la
produzione dei servizi degli ospedali pubblici o delle scuole pubbliche, compresa nei
consumi individuali. Il valore di questa componente della spesa è pari al valore della
produzione (totale) dei relativi servizi delle PA, valutata al costo (beni e servizi
intermedi impiegati più valore aggiunto). La seconda componente della spesa delle PA
è costituita dal valore dei beni e servizi acquistati sul mercato e ceduti dalle PA alle
famiglie senza corrispettivo, come prestazioni sociali in natura. Ad esempio, i
medicinali a carico del servizio sanitario nazionale, i servizi sanitari presso case di cura
private convenzionate, ecc.

La Spesa delle istituzioni sociali private è formata dalle medesime due componenti
della spesa per consumi individuali delle PA: a) il valore della produzione di beni e
servizi prodotti da tali istituzioni, che essendo al servizio esclusivo delle famiglie sono
tutti considerati di tipo individuale. Analogamente a quanto appena detto per la PA, il
valore di questa componente della spesa è pari al valore della produzione (totale) dei
relativi servizi (beni e servizi intermedi più valore aggiunto); b) il valore dei beni e
servizi acquistati sul mercato e ceduti dalle ISP alle famiglie senza corrispettivo, come
prestazioni sociali in natura.

Nella tabella seguente sono riportati i consumi finali dell’Italia nel 2005 classificati per
settore che sostiene la spesa e con separazione dei consumi individuali da quelli
collettivi nell’ambito della spesa delle PA.

33
Tabella 2.1. Consumi finali. Italia 2005 (milioni di euro)

Valore
Aggregati consumi

Spesa delle famiglie 834264


Spesa delle pubbliche amministrazioni 290636
per consumi individuali 171160
per consumi collettivi 119476
Spesa delle Istituzioni sociali private 5391

Consumi finali 1130291

ESERCIZIO 4

Con i dati della tabella precedente calcolare i consumi finali effettivi delle famiglie.

Soluzione:
I consumi finali effettivi delle famiglie coincidono con il totale dei consumi individuali,
sono cioè dati dalla somma della spesa delle famiglie delle ISP e della parte di spesa
delle PA destinata a consumi individuali:
Consumi finali effettivi = 834264 + 5391 + 171160 = 1010815.

2.5. Gli investimenti lordi

Gli investimenti lordi sono costituiti dalle acquisizioni, al netto delle cessioni, da parte
dei produttori di beni destinati a generare reddito in uno o più periodi successivi. Essi
sono articolati in tre diversi aggregati:

- gli investimenti fissi lordi;


- la variazione delle scorte;
- gli acquisti netti di oggetti di valore.

Gli investimenti fissi lordi. Sono definiti come il valore dei beni materiali e
immateriali prodotti acquistati dai produttori per essere impiegati nel processo
produttivo per un periodo superiore ad un anno.
Si tratta dunque di beni:
- materiali, come i fabbricati, i macchinari, gli autoveicoli, ecc.;
- ma anche immateriali, come il software, gli originali di opere letterarie e
artistiche, ecc.;
- prodotti, ovvero derivanti da una attività di produzione; il che esclude ad
esempio l’acquisto di terreni o di giacimenti minerari: nel conto delle risorse e
degli impieghi solo ciò che fa parte delle risorse – la produzione (o le
importazioni) – può far parte degli impieghi e quindi degli investimenti;

34
- impiegati nel processo produttivo, il che esclude altri beni capitali come ad
esempio gli armamenti, che sono infatti compresi nei consumi della pubblica
amministrazione;
- per un periodo superiore all’anno, il che esclude dal novero degli investimenti i
beni non durevoli, che rientrano tra i consumi intermedi.

Nell’aggregato investimenti fissi rientrano peraltro i servizi in essi incorporati, forniti


da intermediari e notai, che gravano anche sullo scambio di beni di investimento usati.
In quest’ultimo caso a livello del complessivo sistema economico gli acquisti e le
cessioni si compensano e quindi contribuiscono all’aggregato investimenti fissi soltanto
tali servizi. Poiché ne aumentano la durata e l’efficienza, sono inoltre compresi negli
investimenti fissi anche le manutenzioni e riparazioni straordinarie.

I possibili metodi di calcolo degli investimenti fissi sono gli stessi visti a proposito dei
consumi finali:

- metodo della spesa, basato cioè sulla rilevazione diretta degli acquisti di beni di
investimento fatti dalle imprese. Per la CN italiana le informazioni sono raccolte
con due indagini correnti sulle imprese (vedi Cap. 7);

- metodo delle vendite, utilizzato per gli acquisti di beni di investimento soggetti a
registrazione amministrativa (autoveicoli, navi, aerei, macchine agricole
semoventi);

- metodo delle disponibilità, utilizzato per le costruzioni, i macchinari, le


attrezzature, la cui produzione (e importazione) ha come possibile destinazione
soltanto l’investimento e le esportazioni. Valutate queste ultime, ne deriva a saldo
la stima degli investimenti.

Nell’ambito degli investimenti fissi lordi è importante la distinzione tra investimenti


sostitutivi e investimenti aggiuntivi. I primi sono gli investimenti necessari per
ripristinare il capitale “consumato” nel corso del processo produttivo, che ha subito
una riduzione di valore per effetto del logorio fisico e della obsolescenza economica
(invecchiamento tecnologico). Come si è visto, tale perdita di valore è misurata dagli
ammortamenti e quindi gli stessi ammortamenti rappresentano i cosiddetti investimenti
sostitutivi. Gli investimenti aggiuntivi sono la parte residua: la differenza tra
investimenti fissi lordi e ammortamenti, ovvero gli investimenti fissi netti. Questi
ultimi misurano dunque l’effettivo incremento di dotazione di capitale fisso del sistema
produttivo.

I dati sugli investimenti sono articolati per branche di attività secondo due diverse
modalità:

- per branche proprietarie, ovvero gli acquisti di beni di investimento fatti dalle
unità produttive appartenenti alle varie branche;

- per branche produttrici, ovvero il valore dei beni di investimento prodotti dalle
varie branche.

35
E’ evidente che tutte le branche di attività presentano valori significativi degli
investimenti classificati secondo il primo criterio, mentre soltanto alcune branche, cioè
quelle che producono beni di investimento (costruzioni, meccanica, mezzi di trasporto),
presentano valori non nulli degli investimenti classificati per branche produttrici.

Nelle tabelle seguenti sono riportati gli investimenti fissi lordi dell’Italia nel 2005
classificati per branche proprietarie e per branche produttrici.

Tabella 2.2. Investimenti fissi lordi per branche proprietarie.


Italia 2005 (milioni di euro)

Valore
Branche proprietarie investimenti

Agricoltura 12340
Industria in senso stretto 70464
Costruzioni 9799
Servizi 200018

Totale 292621

Tabella 2.3. Investimenti fissi lordi per branche produttrici.


Italia 2005 (milioni di euro)

Valore
Branche produttrici investimenti

Prodotti in metallo e macchine 93902


Mezzi di trasporto 26903
Costruzioni 138330
Altri prodotti 33486

Totale 292621

La variazione delle scorte. Misura la variazione del capitale circolante che si è


verificata durante il periodo contabile. Come già rilevato a proposito della valutazione
della produzione e del valore aggiunto a livello aziendale, si possono distinguere tre
diversi tipi di scorte:

- materie prime e beni intermedi acquistati dai produttori;


- prodotti finiti ma non ancora venduti;
- prodotti in corso di lavorazione.

La variazione deve essere valutata in termini fisici, separatamente per le tre tipologie
di scorte, e applicando ad ognuna delle tre variazioni appropriati prezzi medi del
periodo contabile. I dati aziendali non sono quindi utilizzabili neppure in questo caso,

36
poiché nei bilanci delle aziende la differenza tra i valori assegnati alle scorte alla fine e
all’inizio del periodo contabile riflette non solo le variazioni delle quantità di beni (del
livello fisico delle scorte), ma anche le eventuali variazioni dei prezzi verificatesi
durante il periodo contabile. Ma come sappiamo, le variazioni dei prezzi non possono
essere conteggiate perché costituiscono variazioni in conto capitale e quindi non
rientrano nel concetto di produzione: anche per le scorte vale la regola che solo ciò che
viene registrato tra le risorse (produzione e importazioni) può essere registrato tra gli
impieghi. I prezzi medi da applicare devono peraltro essere coerenti con quelli adottati
per la valutazione della produzione e dei consumi intermedi. Pertanto alla variazione
delle scorte di beni e servizi intermedi si applicano i prezzi di acquisto; a quella dei
prodotti finiti si applicano i prezzi base e alla variazione dei prodotti in corso di
lavorazione i costi di produzione.

Le acquisizioni meno cessioni di oggetti di valore. Gli oggetti di valore sono beni non
finanziari acquistati e posseduti soprattutto come beni rifugio: oggetti d’arte, da
collezione e di antiquariato, gioielli, pietre preziose, oro non monetario, ecc. Per le loro
specifiche caratteristiche di beni rifugio non utilizzati nei processi produttivi, se non
secondariamente (ad esempio, i mobili di antiquariato negli uffici delle aziende), questi
beni non fanno parte degli investimenti fissi e tuttavia concorrono alla formazione lorda
del capitale, sia delle imprese, sia delle famiglie. Per quanto riguarda la compravendita
degli oggetti di valore, poiché a livello dell’intero sistema economico gli acquisti e le
cessioni si compensano tra loro, contribuiscono all’aggregato soltanto i margini degli
intermediari. A questi naturalmente va aggiunto il valore della nuova produzione del
periodo, valutata ai prezzi base, come tutta la produzione.

2.6. Le importazioni e le esportazioni

Le importazioni e le esportazioni sono operazioni su beni e servizi tra residenti e non


residenti. Le importazioni sono la componente estera della formazione (offerta) di
risorse, le esportazioni la componente estera del loro impiego (domanda). Entrambi gli
aggregati riguardano sia beni che servizi.

Le importazioni e le esportazioni di beni comprendono gli scambi di merci a titolo


oneroso o gratuito tra residenti e non residenti e sono registrate nel momento in cui
avviene il trasferimento di proprietà. Entrambi gli aggregati sono valutati a prezzi Fob
(free on board), che comprendono: il prezzo base del bene; il costo dei servizi di
distribuzione e trasporto fino alla frontiera; le imposte sui prodotti meno i contributi.

Le importazioni e le esportazioni di servizi comprendono tutti i servizi (di trasporto,


comunicazioni, assicurazioni, istruzione, sanitari, turistici, ecc.) prestati da non
residenti a favore di residenti (importazioni) o da residenti a favore di non residenti
(esportazioni). Le spese per viaggi all’estero riguardano sia beni che servizi, ma per
semplicità vengono considerate tra le importazioni o esportazioni di servizi.
Come già detto a proposito dei consumi finali, le spese delle famiglie residenti per
viaggi all’estero sono comprese tra i consumi finali. Un aggregato di pari valore ora lo
ritroviamo dal lato dell’offerta tra le importazioni di servizi. D’altro canto, i consumi
finali (nazionali) non comprendono le spese nel paese dei turisti stranieri, che ora
compaiono nel conto risorse e impieghi tra le esportazioni. La coerenza contabile dei

37
diversi aggregati è dunque assicurata ed è anche spiegata la ragione per cui la
valutazione dei consumi finali è fatta su base nazionale.

A conclusione di questo capitolo, nelle tabelle seguenti sono riportati i conti della
produzione e delle risorse e impieghi dell’Italia nel 2005.

Tabella 2.4. Conto della produzione. Italia 2005 (milioni di euro)

Aggregati Valore

RISORSE
Produzione totale (a prezzi base) 2792552
Imposte nette sui prodotti 145056

IMPIEGHI
Consumi intermedi 1514560
Prodotto interno lordo 1423048

Tabella 2.5. Conto delle risorse e degli impieghi. Italia 2005 (milioni di euro)

Aggregati Valore

RISORSE

Prodotto interno lordo 1423048


Importazioni 371770

IMPIEGHI

Consumi finali 1130291


Investimenti fissi lordi 292621
Variazione scorte -1191
Oggetti di valore 2377
Esportazioni 370731

38
ESERCIZIO 5

Nella tabella seguente sono riportati alcuni aggregati relativi all’economia italiana nel
2006 (milioni di euro)

Aggregati Valore

Importazioni 422843
Esportazioni 410732
Spesa delle famiglie 869209
Spesa delle PA 299512
Spesa delle ISP 5760
Investimenti fissi lordi 306605
Produzione totale (a prezzi base) 2923833
Consumi intermedi 1607249
Imposte sui prodotti al netto dei contributi 158817
Altre imposte sulla produzione al netto dei contributi 44652

Costruire il conto delle risorse e degli impieghi.

Soluzione:
Per costruire il conto mancano due aggregati: il prodotto interno lordo e la variazione
delle scorte e oggetti di valore (che per semplicità consideriamo un solo aggregato). Il
primo lo possiamo calcolare attraverso gli aggregati del conto della produzione, nel
modo seguente (come già visto nell’esercizio n. 5):
Yp = Pt + (Tp - Rcp) – Cx
= 2923833 + 158817 – 1607249 = 1475401.
La variazione delle scorte e oggetti di valore lo ricaviamo invece a saldo del conto delle
risorse e degli impieghi, dopo aver calcolato i consumi finali come somma delle tre
componenti di spesa (delle famiglie, delle PA e delle ISP):
Cf = 869209 + 299512 + 5760 = 1174481
(Ivs + Iov) = Yp + M – ( Cf + If + E)
= 1475401 + 422843 – (1174481 + 306605 + 410732) = 6426.
E quindi il conto delle risorse e degli impieghi è il seguente:
Yp + M = Cf + If + (Ivs + Iov) + E
1475401 + 422843 = 1174481 + 306605 + 6426 + 410732

39
3. La distribuzione e ridistribuzione del reddito
Le fasi della distribuzione e ridistribuzione del reddito riguardano le operazioni
mediante le quali il risultato della attività produttiva viene ripartito tra i soggetti titolari
dei fattori produttivi, nonché le operazioni con le quali si realizza la ridistribuzione del
reddito e della ricchezza, prevalentemente per effetto dell’intervento dello Stato. La
prima è la distribuzione primaria del reddito, così denominata perché riguarda i redditi
che si formano nel processo economico attraverso l’impiego dei fattori produttivi
primari; la seconda è la distribuzione secondaria o ridistribuzione del reddito, che
modifica il potere di acquisto dei soggetti economici attraverso flussi indipendenti
dall’impiego di fattori produttivi (trasferimenti).

3.1. La distribuzione primaria del reddito

Il conto della produzione genera a saldo il Pil, da cui, detratti gli ammortamenti, si
ottiene il prodotto interno netto, che rappresenta da un lato il valore della nuova
ricchezza creata nel processo produttivo, dall’altro la somma delle remunerazioni dei
fattori primari impiegati. Il prodotto interno netto è l’aggregato da ripartire e questa
operazione di ripartizione costituisce la distribuzione primaria del reddito. Il SEC95
prevede che la distribuzione primaria del reddito venga descritta attraverso due conti:

- conto della generazione del reddito (o distribuzione del valore aggiunto), che
descrive la ripartizione del risultato dell’attività produttiva tra i fattori primari che
vi hanno concorso;

- conto della attribuzione dei redditi primari, che descrive la fase, speculare alla
precedente, della appropriazione dei redditi derivanti dall’impiego dei fattori nel
processo di produzione da parte dei soggetti economici (unità istituzionali) che li
possiedono.

3.1.1. Conto della generazione del reddito (distribuzione del valore aggiunto)

L’aggregato da ripartire è il prodotto interno netto (Yp’), che essendo valutato ai prezzi
di mercato comprende, oltre ai costi dell’impiego dei fattori produttivi primari (oggetto
della ripartizione), tutte le imposte indirette sulla produzione e sulle importazioni al
netto dei relativi contributi. Dunque, dal lato delle uscite del conto figurano anche le
imposte sui prodotti e le altre imposte sulla produzione e con segno negativo i relativi
contributi (imposte negative).

I fattori primari della produzione, come abbiamo visto nel capitolo 2, sono il lavoro, il
capitale e l’attività imprenditoriale. Ad essi corrispondono, secondo la teoria
economica, tre diversi tipi di reddito: il reddito da lavoro (salari e stipendi); il reddito
da capitale (interessi e rendite); il reddito di impresa (profitto). Nella realtà tuttavia le
tre precedenti categorie di redditi non sono sempre misurabili separatamente, poiché
accanto ai percettori “puri” di redditi da lavoro (operai, impiegati, dirigenti) o di redditi
da capitale (titolari di azioni o obbligazioni, proprietari di terreni o fabbricati, ecc.),

40
molti soggetti economici riassumono nella stessa persona più di un fattore produttivo e
percepiscono pertanto un reddito che remunera complessivamente diversi fattori.
E’ soprattutto il caso dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti), delle piccole
imprese familiari e dei liberi professionisti, che percepiscono un reddito che remunera il
lavoro da essi svolto, il capitale investito (automezzi, attrezzature, magazzini, locali,
ecc.) e il rischio della loro attività imprenditoriale. Il reddito percepito da tutti questi
soggetti, che sono classificati tra le famiglie produttrici, viene di conseguenza definito
reddito misto.

Vi sono poi, soprattutto in Italia, moltissime piccole e medie (e grandi) imprese nelle
quali l’imprenditore, oltre ad apportare il capitale, svolge direttamente la funzione di
direzione aziendale: percepisce pertanto un reddito che remunera entrambi i fattori
produttivi, che è chiamato reddito di capitale-impresa.
Inoltre, nell’ambito degli stessi redditi da capitale non è agevole identificare la quota
riferibile all’impiego di capitale nella attività produttiva, alla quale corrispondono
redditi primari, dalla quota che invece si riferisce ad altre operazioni economiche
(interessi sui finanziamenti ottenuti per far fronte a spese personali impreviste, mutui
per finanziare partecipazioni in altre società, e così via). Di conseguenza, i flussi dei
redditi da capitale vengono descritti complessivamente nel successivo conto della
attribuzione dei redditi primari.

In conclusione, gli unici redditi primari che la CN riesce ad identificare separatamente


sono i redditi da lavoro dipendente (Wp), valutati i quali si ottiene a saldo un
aggregato residuale, denominato risultato di gestione e redditi misti (O) che
comprende tutti gli altri redditi primari complessivamente considerati.

I redditi interni da lavoro dipendente rappresentano il costo del lavoro sostenuto


dalle imprese per l’impiego di lavoratori dipendenti, residenti o no, nelle loro attività
produttive insediate nel territorio economico del paese (redditi valutati su base
interna). Tali redditi sono costituiti da due componenti:
- le retribuzioni lorde;
- i contributi sociali a carico del datore di lavoro.

Le retribuzioni lorde comprendono tutti i compensi, monetari e in natura, riconosciuti


ai lavoratori dipendenti, valutati al lordo delle imposte e dei contributi sociali a carico
dei dipendenti stessi, trattenuti alla fonte per essere versati alla amministrazione fiscale
o agli enti previdenziali. Tra le retribuzioni in natura sono compresi i buoni pasto, i
servizi degli asili nido aziendali, i fitti non pagati relativi ad abitazioni messe a
disposizione dei dipendenti, le azioni gratuite distribuite ai dipendenti, le riduzioni di
interessi sui prestiti concessi dal datore di lavoro, ecc.

I contributi sociali a carico del datore di lavoro possono essere effettivi o figurativi.
I primi sono versamenti fatti dai datori di lavoro agli enti previdenziali o alle imprese di
assicurazione o ai fondi pensione a copertura dei rischi e bisogni sociali dei dipendenti
(malattia, invalidità, maternità, carichi di famiglia, disoccupazione, vecchiaia,
indigenza, ecc.) e quindi al fine di garantire le corrispondenti prestazioni sociali
(indennità di malattia, di maternità, di disoccupazione, assegni famigliari, pensioni di
invalidità, di vecchiaia, ecc.). I secondi (contributi figurativi) rappresentano la

41
contropartita delle prestazioni sociali erogate ai dipendenti o ex-dipendenti direttamente
dai datori di lavoro e non per il tramite di enti previdenziali o assicurazioni o fondi
pensione e senza costituzione di riserve a tale fine.

I redditi da lavoro dipendente vengono valutati a partire dalla stima delle unità di
lavoro (Vedi Cap. 6) dipendenti. Moltiplicando le unità di lavoro dipendenti per le
retribuzioni lorde unitarie, stimate tramite indagini ad hoc, si determinano le
retribuzioni lorde complessive. I contributi sociali effettivi si rilevano dalle entrate
degli enti previdenziali o degli organismi assicurativi. Quelli figurativi si stimano
attraverso le informazioni fornite dai datori di lavoro.

Il risultato di gestione e i redditi misti esprimono il reddito da capitale-impresa delle


società e i redditi misti dei lavoratori in proprio e delle micro-imprese familiari. Da
notare che a partire dal risultato di gestione e dai redditi misti si può determinare
facilmente un aggregato equivalente al reddito di impresa, ovvero agli utili correnti
prima della distribuzione e al lordo dell’imposta sul reddito. Il reddito d’impresa si
ottiene infatti sommando al risultato di gestione o al reddito misto i redditi da capitale
derivanti dalle attività finanziarie e dalle altre attività appartenenti all’impresa e
sottraendo gli interessi da versare sui debiti contratti e i canoni di affitto da pagare per
la locazione di terreni da parte dell’impresa.

Per il paese il conto della generazione del reddito assume la seguente forma:

Wp + (Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’) + O = Yp’

La somma del reddito interno da lavoro dipendente (Wp) e del risultato di gestione e
redditi misti netti (O) è il valore aggiunto (netto) al costo dei fattori (escluse tutte le
imposte e compresi tutti i contributi).
Il conto della generazione del reddito è l’ultimo conto del SEC che può essere costruito
sia per branche che per settori istituzionali. Dal conto successivo non ha più senso
ragionale per unità di produzione e branche, ma solo per unità istituzionali e settori.

Nella tabella seguente è riportato il conto della generazione del reddito dell’Italia nel
2005.

42
Tabella 3.1. Conto della generazione del reddito. Italia 2005 (milioni di euro)

Aggregati Valore

RISORSE

Prodotto interno lordo 1423048


Ammortamenti (-) 222223
Prodotto interno netto 1200825

IMPIEGHI

Redditi dal lavoro dipendente 581122


Retribuzioni lorde 422323
Contributi sociali a carico datori di lavoro 158799
Risultato di gestione e redditi misti 431729
Imposte nette sui prodotti 145056
Altre imposte nette sulla produzione 42918

3.1.2. Conto della attribuzione dei redditi primari

Per questo conto, come per tutti i successivi, i soggetti di interesse sono le unità
istituzionali, le uniche caratterizzate da autonomia di decisione in campo economico e
finanziario, e quindi le sole protagoniste delle fasi di distribuzione e redistribuzione del
reddito e dei processi di accumulazione. Il conto viene pertanto costruito anche per
settori istituzionali, oltre che per il paese in complesso.
Il conto della attribuzione dei redditi primari per settori istituzionali è costituito da due
sezioni: la prima descrive l’acquisizione del reddito da parte dei soggetti (unità
istituzionali) titolari dei fattori della produzione; la seconda mostra l’intera circolazione
dei redditi da capitale, come nello schema seguente.

Aggregati Società Famiglie Pubbliche In


ammin. complesso

Redditi lavoro dipendente - W - W


Risultato gestione e reddito misto O(s) O(f) O(pa) O
Imposte indirette nette - - T-Rc T-Rc

Redditi da capitale attivi K(s) K(f) K(pa) K


Redditi da capitale passivi (-) Kp(s) Kp(f) Kp(pa) Kp

Saldo redditi primari Yn(s) Yn(f) Yn(pa) Yn

43
Il reddito da lavoro dipendente è ovviamente attribuito al settore famiglie, tenendo
conto però che le famiglie che appartengono all’omonimo settore istituzionale sono
quelle residenti (in senso economico) e pertanto i redditi da lavoro dipendente da
attribuire non sono quelli interni Wp, ma i corrispondenti redditi nazionali da lavoro
dipendente W:

W = Wp - Wm + We

dove Wm e We rappresentano, rispettivamente, i redditi da lavoro dipendente


guadagnati nel paese dai lavoratori non residenti e quelli guadagnati all’estero dai
lavoratori residenti.

Il risultato di gestione e i redditi misti vanno attribuiti in parte alle società – i redditi
da capitale-impresa, O(s) – in parte alle famiglie – i redditi misti delle famiglie
produttrici, O(f) – e in piccola parte anche alle PA, O(pa).

Le imposte indirette sulla produzione e sulle importazioni al netto dei contributi


vanno ovviamente attribuite alle PA, ma soltanto quelle di competenza delle PA
residenti (T - Rc), ottenute sottraendo dalle complessive quelle di competenza
dell’Unione europea (Tm - Rce):

(T - Rc) = [(Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’)] - (Tm - Rce)

Nella seconda sezione per ogni settore istituzionale vengono registrati i redditi da
capitale complessivamente ricevuti (attivi) e quelli complessivamente pagati (passivi). I
redditi da capitale sono i redditi percepiti dai proprietari di attività finanziarie o di beni
materiali non prodotti quale corrispettivo per aver messo tali attività a disposizione di
un’altra unità istituzionale. Si tratta dunque di:

- interessi (percepiti dai titolari di depositi, titoli diversi dalle azioni, prestiti);
- utili distribuiti dalle società (dividendi percepiti dai proprietari di azioni, redditi
prelevati dai membri delle quasi-società);
- utili reinvestiti di investimenti diretti all’estero (utili non distribuiti e reinvestiti
di società estere controllate e filiali estere appartenenti ad investitori residenti);
- redditi da capitale attribuiti agli assicurati (redditi primari ricavati
dall’investimento di riserve tecniche di assicurazione);
- fitti di terreni e diritti di sfruttamento di giacimenti (corrisposti ai proprietari
di terreni o di giacimenti minerari).

Per chiarire meglio come i redditi da capitale vengono registrati nei conti dei settori
istituzionali e in quello consolidato del paese, consideriamo la seguente tabella a doppia
entrata in cui in fiancata figurano i settori che pagano redditi da capitale e in testata
quelli che li ricevono.

44
Settori che ricevono
Settori Società Famiglie Pubbliche Resto del In
che pagano ammin. mondo complesso

Società Ks,s Ks,f Ks,pa Ks,rm Kp(s)


Famiglie Kf,s Kf,f Kf,pa Kf,rm Kp(f)
Pubbliche ammin. Kpa,s Kpa,f Kpa,pa Kpa,rm Kp(pa)
Resto del mondo Krm,s Krm,f Krm,pa

Kp
In complesso K(s) K(f) K(pa) K

I flussi ovviamente riguardano anche i rapporti con i non residenti, che da un lato
possono pagare redditi da capitale a unità istituzionali residenti (ad esempio dividendi
relativi ad investimenti azionari in società estere) e dall’altro possono riceverne da unità
residenti (investitori stranieri in azioni di società residenti o in titoli del debito
pubblico).
Nei conti generali del paese la CN non registra però tutti i flussi da settore a settore che
compaiono nella tabella, ma solo i totali di colonna e di riga relativi ai settori residenti.
Vi figurano cioè da un lato tutti i redditi da capitale attivi K(i) ricevuti dagli operatori
residenti anche da operatori non residenti, e dall’altro tutti i redditi da capitale passivi
Kp(i) pagati dagli operatori residenti anche a non residenti.

Nella tabella precedente, sommando per riga gli aggregati relativi ai diversi settori
istituzionali si ottengono i corrispondenti aggregati relativi al complesso del paese:
W : reddito nazionale da lavoro dipendente;
O: risultato di gestione e reddito misto;
T-Rc: imposte indirette nette versate alle PA residenti;
K: redditi da capitale attivi;
Kp: redditi da capitale passivi.

I redditi da capitale attivi (K) e quelli passivi (Kp) sono pressoché equivalenti, dato che
gli attivi per un soggetto residente sono passivi per un altro e viceversa. La differenza
tra i due aggregati (K – Kp) dipende soltanto dai flussi derivanti da operazioni con unità
non residenti ed esprime i redditi da capitale netti dall’estero.
Il conto del paese assume pertanto la seguente forma:

Kp + Yn = O + W + (T - Rc) + K

Il saldo del conto del paese è il reddito nazionale netto (Yn) ed esprime l’insieme dei
redditi guadagnati, nel paese e nel resto del mondo, dai fattori produttivi posseduti da
unità residenti.

Dal prodotto interno netto al reddito nazionale netto. Si può vedere facilmente che
il reddito nazionale netto differisce dal prodotto interno netto per l’importo dei redditi

45
dei fattori (lavoro e capitale) netti dall’estero e per l’ammontare delle imposte indirette
pagate all’Unione europea al netto dei contributi concessi (Tm - Rce).
Riprendiamo l’espressione del prodotto interno netto derivante dal conto della
generazione del reddito:

Yp’ = Wp + (Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’) + O

e quella del reddito nazionale netto derivante dal conto precedente:

Yn = O + W + (T - Rc) + (K - Kp).

Sottraendo la prima dalla seconda si ottiene infatti:

Yn = Yp’ + (W - Wp) + (K - Kp) - (Tm - Rce)

dove -(Tm - Rce) = (T - Rc) - [(Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’)].

Pertanto, il reddito nazionale netto è uguale al prodotto interno netto, più i redditi da
lavoro netti dall’estero, più i redditi da capitale netti dall’estero, meno le imposte
indirette nette versate alla Unione europea (ovvero: più i contributi ricevuti dalla Ue al
netto delle imposte indirette versate).

I redditi primari dei settori istituzionali. Al livello dei settori istituzionali il saldo del
conto è denominato saldo dei redditi primari o semplicemente reddito primario. Una
particolare avvertenza merita la differenza tra i redditi da capitale attivi e i
corrispondenti passivi, che per ogni settore istituzionale esprime i redditi da capitale
netti non dal resto del mondo (come nel conto del paese) ma dagli altri settori
istituzionali, compreso il resto del mondo. Ad esempio, i consistenti redditi da capitale
netti delle famiglie (vedi Tabella 4.2.) derivano principalmente dalla larga prevalenza di
redditi attivi percepiti dagli altri settori residenti (ad esempio, dalle società per i
dividendi o per gli interessi sui depositi bancari, dalle pubbliche amministrazioni per gli
interessi sui titoli del debito pubblico) rispetto a quelli passivi da esse versati ai
medesimi settori (ad esempio, interessi sui mutui contratti per l’acquisto di abitazioni).
Vediamo di seguito le espressioni contabili del reddito primario settore per settore.

Per le società (finanziarie e non finanziarie), il reddito primario netto Yn(s) è dato da:

Yn(s) = O(s) + (K(s) - Kp(s))

dove
O(s) : risultato di gestione attribuito al settore istituzionale società;
(K(s) - Kp(s)) : redditi da capitale netti (attivi meno passivi) dagli altri settori istituzionali
(compreso il resto del mondo).

Per le famiglie (produttrici e consumatrici) il reddito primario netto Yn(f) è dato da:

Yn(f) = W + O(f) + (K(f) - Kp(f))

46
dove
W : reddito (nazionale) da lavoro dipendente;
O(f) : risultato di gestione e reddito misto attribuito al settore famiglie;
(K(s) - Kp(s)) : redditi da capitale netti (attivi meno passivi) dagli altri settori istituzionali
(compreso il resto del mondo).

Per le pubbliche amministrazioni il reddito primario netto Yn(pa) è dato da:

Yn(pa) = O(pa) + (T - Rc) + (K(pa) - Kp(pa))

dove
O(pa) : risultato di gestione attribuito al settore PA;
(T - Rc) : imposte indirette nette, escluse quelle di competenza della Ue;
(K(pa) - Kp(pa)) : redditi da capitale netti (attivi meno passivi) dagli altri settori
istituzionali (compreso il resto del mondo).

Nella tabella seguente è riportato il conto della attribuzione dei redditi primari per
settori istituzionali dell’Italia nel 2005. Come si vede, gran parte del reddito primario
spetta alle famiglie (86%), in quanto titolari non solo del fattore lavoro e dei relativi
redditi, ma anche di gran parte dei redditi da capitale attivi (che comprendono gli utili
distribuiti dalle società).

Tabella 3.2. Conto della attribuzione dei redditi primari per settore istituzionale. Italia 2005
(milioni di euro)

Pubbliche Famiglie e In
Aggregati Società ammin. ISP complesso

RISORSE

Redditi da lavoro dipendente (nazionale) 580569 580569


Risultato di gestione e reddito misto (netto) 184708 -1098 248117 431727
Imposte indirette nette 189508 189508
Redditi da capitale attivi meno passivi -150478 -57962 201250 -7190

IMPIEGHI

Saldo redditi primari / Reddito nazionale 34230 130448 1029936 1194614

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ESERCIZIO 6

Nella tabella seguente sono riportati alcuni aggregati relativi all’economia italiana nel
2006 (milioni di euro)

Aggregati Valore

Importazioni 422843
Esportazioni 410732
Consumi finali 1174481
Investimenti fissi netti 74933
Variazione delle scorte e oggetti di valore 6426
Ammortamenti 231672
Retribuzioni lorde 442805
Contributi sociali a carico datori di lavoro 164894
Redditi da lavoro netti dall’estero -318
Redditi da capitale netti dall’estero -4941
Imposte sui prodotti al netto dei contributi 158817
Altre imposte sulla produzione al netto dei contributi 44652
Imposte indirette nette versate alla Ue -1242

a) calcolare il prodotto interno lordo, il prodotto interno netto e il reddito nazionale


netto;
b) costruire il conto della generazione del reddito e quello della attribuzione dei
redditi primari.

Soluzione:
a) Il Pil si può calcolare con il metodo del bilancio o della spesa dal conto risorse e
impieghi, una volta calcolati gli investimenti lordi (somma di quelli netti e degli
ammortamenti):
If = 74933 + 231672 = 306605
Yp = Cf + If + (Ivs + Iov) + E - M
= 1174481 + 306605 + 6426 + 410732 - 422843= 1475401.
Il prodotto interno netto (Pin) è il Pil meno gli ammortamenti:
Yp’ = 1475401 – 231672 = 1243729.
Il reddito nazionale netto si ottiene sommando al Pin i redditi dei fattori primari netti
dall’estero e sottraendo le imposte nette versate alla Ue:
Yn = Yp’ + (W - Wp) + (K - Kp) - (Tm - Rce)
= 1243729 – 318 – 4941 + 1242 = 1239712

b) Prima calcoliamo il reddito interno da lavoro dipendente come somma delle


retribuzioni lorde e dei contributi sociali a carico dei datori di lavoro:
Wp = 442805 + 164894 = 607699.
Per costruire il conto della generazione del reddito manca l’aggregato risultato di
gestione e redditi misti netti, che si ottiene a saldo:
O = Yp’ – [Wp + (Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’)]
= 1243729 – (607699 + 158817 + 44652) = 432561.
Per costruire il conto della attribuzione dei redditi primari occorre prima calcolare il
reddito da lavoro dipendente nazionale e le imposte indirette al netto di quelle versate
alla Ue:

48
W = Wp + (We – Wm) = 607699 – 318 = 607381
(T- Rc) = [(Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’)] - (Tm - Rce)
= 158817 + 44652 + 1242 = 204711.
E quindi
Yn = O + W + (T - Rc) + (K - Kp).
1239712 = 432561 + 607381 + 204711 – 4941.

3.2. La distribuzione secondaria del reddito

La distribuzione secondaria del reddito descrive il passaggio dal saldo dei redditi
primari dei settori istituzionali e dal reddito nazionale per l’intera economia al reddito
disponibile tramite i trasferimenti correnti. E’ la fase della distribuzione del reddito che
descrive le modificazioni di potere d’acquisto delle unità istituzionali non per effetto
dell’impiego di fattori produttivi, ma prevalentemente per effetto dell’intervento dello
Stato, attraverso le imposte correnti sul reddito e sul patrimonio e le prestazioni sociali,
e in parte attraverso sistemi privati (assicurazioni, casse mutue, fondi pensione).

I trasferimenti correnti sono flussi unilaterali indipendenti dall’impiego di fattori


produttivi. Sono flussi unilaterali (di denaro, ma anche di beni o servizi) perché
avvengono senza contropartita contestuale, ovvero senza uno scambio sul mercato. E
sono definiti correnti perché sono prevalentemente destinati a finanziare i consumi
(sono invece definiti trasferimenti in conto capitale, come vedremo in seguito, quelli
destinati a sostenere i processi di accumulazione, ovvero a finanziare gli investimenti).

La maggior parte della distribuzione delle risorse da parte dello Stato avviene in
denaro (pensioni, indennità di disoccupazione, assegni familiari, ecc.), ma una parte
avviene in natura, in particolare sotto forma di servizi di istruzione e prestazioni
sanitarie prodotte ed erogate direttamente o acquistate e fornite ai cittadini con
finanziamento a carico delle amministrazioni pubbliche. Ai due aspetti corrispondono
due fasi della distribuzione secondaria o redistribuzione del reddito.

3.2.1. Conto della ridistribuzione del reddito

Per ogni settore istituzionale, il conto della redistribuzione del reddito in denaro
aggiunge tra le entrate al saldo dei redditi primari determinato nel conto precedente i
trasferimenti correnti attivi, mentre registra tra le uscite i trasferimenti correnti
passivi.

I principali trasferimenti correnti in denaro sono:

- le imposte correnti sul reddito e sul patrimonio: versate alle PA dagli altri
settori istituzionali (imposte sulle persone fisiche e sulle società, sugli interessi,
tasse automobilistiche, ecc.);

49
- i contributi sociali: compresi nel reddito da lavoro dipendente e quindi attribuiti
alle famiglie nel conto della attribuzione dei redditi primari, ora contabilmente
trasferiti dalle famiglie alle PA (o alle società, nel caso di sistemi previdenziali
privati);

- le prestazioni sociali: corrisposte alle famiglie dalle PA (pensioni, indennità di


disoccupazione, assegni familiari, ecc.) o dalle società, nel caso di sistemi
previdenziali privati, per far fronte a determinati rischi o eventi (malattia,
vecchiaia, invalidità, disoccupazione, ecc.);

- gli altri trasferimenti correnti: premi e indennizzi di assicurazioni contro i danni


(da e verso società di assicurazione); trasferimenti correnti tra PA; aiuti
internazionali correnti; trasferimenti correnti diversi (borse di studio, rimesse
degli emigrati).

Lo schema dei flussi di trasferimenti tra settori istituzionali, del tutto simile a quello già
visto a proposito di redditi da capitale, è riportato nella tabella seguente:

Settori che ricevono


Settori Società Famiglie Pubbliche Resto del In
che pagano ammin. mondo complesso

Società Rs,s Rs,f Rs,pa Rs,rm Rp(s)


Famiglie Rf,s Rf,f Rf,pa Rf,rm Rp(f)
Pubbliche ammin. Rpa,s Rpa,f Rpa,pa Rpa,rm Rp(pa)
Resto del mondo Rrm,s Rrm,f Rrm,pa

Rp
In complesso R(s) R(f) R(pa) R

Anche in questo caso la CN non registra però tutti i flussi da settore a settore che
compaiono nella tabella2. Nei conti generali del paese la CN registra soltanto i totali di
colonna e di riga relativi ai settori residenti: i trasferimenti attivi R(i) ricevuti dagli
operatori residenti anche dai non residenti e i trasferimenti passivi Rp(i) versati dagli
operatori residenti anche a non residenti. I primi vanno aggiunti e i secondi sottratti al
saldo dei redditi primari dei corrispondenti settori istituzionali, come nello schema
seguente:

Aggregati Società Famiglie Pubbliche In


ammin. complesso
Saldo redditi primari Yn(s) Yn(f) Yn(pa) Yn
Trasferimenti correnti attivi R(s) R(f) R(pa) R
Trasferimenti correnti passivi(-) Rp(s) Rp(f) Rp(pa) Rp

Reddito disponibile netto Yd(s) Yd(f) Yd(pa) Yd

2
Tali flussi sono invece una componente fondamentale di schemi di contabilità nazionale disaggregata
come le matrici di contabilità sociale, che qui non vengono tuttavia trattate.

50
Il conto del Paese è il riepilogo di quelli settoriali e assume la seguente forma:

Rp + Yd = Yn + R

Analogamente a quanto visto per i redditi da capitale, il conto presenta duplicati tutti i
flussi di ridistribuzione. E anche in questo caso, se si consolidano i flussi tra residenti il
conto fa emergere soltanto i trasferimenti correnti netti dall’estero, che rappresentano il
passaggio dal reddito nazionale netto al reddito nazionale disponibile netto (Yd).
Si ha infatti:

Yd = Yn + (R – Rp)

Ovvero, il reddito disponibile netto è dato dal reddito nazionale netto più i trasferimenti
correnti netti dall’estero.
Il reddito disponibile netto del paese esprime la capacità di acquisto del complesso
delle unità istituzionali, ovvero le risorse disponibili per soddisfare i bisogni attuali o
futuri, per acquistare beni e servizi di consumo o risparmiare.

Il reddito disponibile dei settori istituzionali. Il saldo per i singoli settori istituzionali
costituisce il loro reddito disponibile netto, che esprime la capacità di acquisto di
ciascun settore.
Analogamente a quanto visto per il paese, per il generico settore istituzionale i il reddito
disponibile è dato dalla seguente espressione:

Yd(i) = Yn(i) + (R(i) - Rp(i))

Dove (R(i) - Rp(i)) rappresenta trasferimenti correnti netti dagli altri settori istituzionali,
compreso il resto del mondo.

Nella tabella seguente è riportato il conto delle ridistribuzione del reddito per settori
istituzionali dell’Italia nel 2005.

Tabella 3.3. Conto della ridistribuzione del reddito. Italia 2005 (milioni di euro)

Pubbliche Famiglie In
Aggregati Società ammin. e ISP complesso

RISORSE

Saldo redditi primari / Reddito nazionale 34230 130448 1029936 1194614


Trasferimenti correnti attivi meno passivi -27720 125183 -107344 -9881

IMPIEGHI

Reddito disponibile 6510 255631 922592 1184733

Il primo elemento di interesse che emerge dal conto è che a livello del complesso del
paese il reddito disponibile è minore del reddito nazionale, poiché i trasferimenti

51
correnti netti dall’estero sono negativi, in particolare per effetto delle rimesse all’estero
degli immigrati nel nostro paese. A livello di settori si osserva invece come il ruolo
ridistribuivo dello Stato riduca, rispetto al reddito primario, il reddito disponibile sia
delle famiglie, sia delle società, ovviamente a vantaggio delle PA che in questo modo
aumentano le risorse disponibili per i consumi pubblici, sia individuali che collettivi.

La ridistribuzione del reddito in natura. Come già visto a proposito di consumi finali
effettivi delle famiglie, la capacità di acquisto non coincide con la capacità di acquisire
e usufruire di beni e servizi, poiché quest’ultima deriva anche dai beni e servizi prodotti
o acquistati dalle PA e dalle Istituzioni sociali private e trasferiti alle famiglie come
trasferimenti sociali in natura. Tali trasferimenti vengono ora conteggiati al fine di
determinare il reddito disponibile corretto dei diversi settori istituzionali interessati a
tali trasferimenti: le PA e le ISP, per le quali detti trasferimenti diminuiscono il reddito
disponibile calcolato con il conto precedente; per le famiglie, per le quali invece lo
incrementano nella stessa misura. Di conseguenza, a livello dell’intero paese i
trasferimenti in natura attivi (delle famiglie) si compensano con quelli passivi (delle PA
e delle ISP) e pertanto il reddito nazionale disponibile corretto coincide con il reddito
nazionale disponibile.

3.2.2. Conto della utilizzazione del reddito disponibile

Il conto descrive la ripartizione del reddito disponibile tra spesa per consumi finali e
risparmio netto (S) ottenuto a saldo. A livello di settori istituzionali, per la
determinazione del risparmio occorre tuttavia tenere conto anche di una rettifica per le
variazioni dei diritti netti delle famiglie sui fondi pensione privati. Se nel periodo
contabile si verifica una variazione in aumento delle riserve, perché i contributi versati
superano le prestazioni erogate, si determina un credito delle famiglie, che ne aumenta
il risparmio. Le rettifiche riguardano quindi le famiglie (in aggiunta) e le società, in
particolare le società finanziarie (in diminuzione).

I flussi da considerare per costruire il conto per i settori istituzionali e per il paese sono
riportati nello schema seguente:

Aggregati Società Famiglie Pubbliche In


ammin. complesso
Reddito disponibile Yd(s) Yd(f) Yd(pa) Yd
Rettifica (-) Ret (+) Ret - -
Consumi finali - Cf(f) Cf(pa) Cf

Risparmio netto S(s) S(f) S(pa) S

Il conto del paese assume dunque la seguente forma:

Cf + S = Yd

52
Il risparmio dei settori istituzionali. Il saldo per i singoli settori istituzionali
costituisce il loro risparmio netto. Vediamo di seguito come si determina per i singoli
settori.

Per le Società, il risparmio netto S(s) è dato da:

S(s) = Yd(s) - Ret

dove
Yd(s) : reddito disponibile delle società;
Ret : rettifica variazione riserve fondi pensione;

Per le Famiglie, il risparmio netto S(f) è dato da:

S(f) = Yd(f) + Ret - Cf(f)

dove
Yd(f) : reddito disponibile delle famiglie;
Cf(f) : spesa per consumi delle famiglie.

Per le Pubbliche amministrazioni, il risparmio netto S(pa) è dato da:

S(pa) = Yd(pa) - Cf(pa)

dove
Yd(pa) : reddito disponibile delle PA;
Cf(pa) : spesa per consumi delle PA.

Nella tabella seguente viene riportato il conto della utilizzazione del reddito per settori
istituzionali dell’Italia nel 2005, da cui si rileva che l’unico settore che presenta un
risparmio positivo è quello delle famiglie.

Tabella 3.4. Conto della utilizzazione del reddito. Italia 2005 (milioni di euro)

Pubbliche Famiglie In
Aggregati Società ammin. e ISP complesso

RISORSE

Reddito disponibile 6510 255631 922592 1184733


Rettifica -10161 10161

IMPIEGHI

Consumi finali 290636 839655 1130291


Risparmio -3651 -35005 93098 54443

53
ESERCIZIO 7

Nella tabella seguente sono riportati alcuni aggregati relativi all’economia italiana nel
2006 (milioni di euro)

Aggregati Valore

Consumi finali nazionali 1174481


Spesa delle famiglie e delle ISP 874969
Redditi da lavoro dipendente nazionali 607381
Risultato di gestione e redditi misti netti 432561
Redditi da capitale netti dall’estero -4941
Trasferimenti correnti netti dall’estero -13197
Imposte sui prodotti al netto dei contributi 158817
Altre imposte sulla produzione al netto dei contributi 44652
Imposte indirette nette versate alla Ue -1242
Rettifica per diritti famiglie su riserve fondi pensione privati 9981

a) calcolare il reddito nazionale netto, il reddito disponibile netto e il risparmio


netto;
b) noto che il reddito disponibile netto delle società e delle PA è pari,
rispettivamente, a -13523 e 291538 (milioni di euro), calcolare il reddito
disponibile netto e il risparmio netto delle famiglie (comprese le ISP);
c) calcolare il risparmio netto delle PA.

Soluzione:
a) Calcolate le imposte indirette nette alle PA residenti, come nell’esercizio precedente:
(T - Rc) = [(Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’)] - (Tm - Rce)
= 158817 + 44652 + 1242 = 204711
il reddito nazionale netto deriva dal conto della attribuzione dei redditi primari
(anch’esso già calcolato nell’esercizio precedente):
Yn = O + W + (T - Rc) + (K - Kp).
= 432561 + 607381 + 204711 – 4941 = 1239712.
Dal conto della distribuzione secondaria del reddito, il reddito disponibile netto si
ottiene sommando al reddito nazionale netto i trasferimenti correnti netti dall’estero:
Yd = Yn + (R – Rp) = 1239712 – 13197 = 1226515.
Dal conto della utilizzazione del reddito, il risparmio netto si ottiene sottraendo al
reddito disponibile netto il consumi finali:
S = Yd – Cf = 1226515 – 1174481 = 52034.

b) Dal conto della distribuzione secondaria del reddito per settori, il reddito disponibile
del paese può anche essere visto come la somma dei redditi disponibili dei settori
istituzionali. Pertanto, il reddito disponibile delle famiglie è:
Yd(f) = Yd – Yd(s) – Yd(pa) = 1226515 + 13523 – 291538 = 948500.
Il risparmio delle famiglie e delle ISP si ottiene sommando al reddito disponibile del
settore le rettifiche per i diritti delle famiglie sulle variazioni delle riserve dei fondi
pensione privati e sottraendo la loro spesa per consumi:

54
S(f) = Yd(f) + Ret - Cf(f) = 948500 + 9981 - 874969 = 83512.

c) Dal conto della utilizzazione del reddito per settori istituzionali, il risparmio delle PA
si ottiene come differenza tra il risparmio netto del paese e quello degli altri settori
istituzionali:
S(pa) = S – S(s) – S(f).
Il risparmio netto delle famiglie è stato appena calcolato, mentre quello delle società è
dato dal reddito disponibile del settore meno le rettifiche:
S(s) = Yd(s) – Ret = -13523 – 9981 = -23504.
E quindi:
S(pa) = 52034 – 83512 + 23504 = -7974.

55
4. L’accumulazione e i conti patrimoniali
La fase della accumulazione è descritta dal conto della formazione del capitale fisso,
dal conto finanziario e da altri due conti di minore rilevanza, necessari per costruire i
conti patrimoniali, relativi alle variazioni del valore delle attività e passività
patrimoniali, da un lato per cause non riconducibili ai processi economici, dall’altro
causate da variazioni dei prezzi.

4.1. Il Conto della formazione del capitale

Dal conto della utilizzazione del reddito, il risparmio passa al conto della formazione
del capitale come fonte principale di finanziamento degli investimenti. Abbiamo visto
come in economia chiusa il conto dell’accumulazione è descritto semplicemente dalla
identità I=S e come in economia aperta occorre considerare anche l’accreditamento o
indebitamento B, talché l’equazione contabile diventa I+B=S. In realtà in economia
aperta, e a maggior ragione a livello di settori istituzionali, come fonte di finanziamento
della accumulazione di capitale, al risparmio dei settori istituzionali, e al risparmio del
paese, si devono però aggiungere i trasferimenti in conto capitale attivi (RK) al netto
di quelli passivi (RKp).

I trasferimenti in conto capitale sono flussi unilaterali (in denaro o in natura)


prevalentemente erogati o prelevati dalle PA nell’ambito dei processi di
accumulazione. Sono costituiti da:

- contributi agli investimenti, erogati dalle PA o dalla Ue allo scopo di finanziare


in tutto o in parte il costo di acquisizione del capitale fisso delle imprese
(macchinari, mezzi di trasporto, fabbricati, ecc.) o delle famiglie (ad esempio, per
la ristrutturazione dell’abitazione). Possono essere anche in natura: messa a
disposizione di altre unità istituzionali di mezzi di trasporto, fabbricati, ecc.;

- imposte in conto capitale, prelevate dalle PA a intervalli irregolari o


saltuariamente sul valore delle attività o del patrimonio netto (imposte
straordinarie sul patrimonio) o sul valore dei beni trasferiti tra unità istituzionali
(successioni, donazioni);

- altri trasferimenti in conto capitale, comprendono gli indennizzi di danni da


calamità naturali, trasferimenti tra amministrazioni pubbliche a copertura di
deficit, lasciti e donazioni.

Lo schema dei flussi di trasferimenti in conto capitale tra settori istituzionali, simile a
quelli precedenti, è riportato nella tabella seguente:

56
Settori che ricevono
Settori Società Famiglie Pubbliche Resto del In
che pagano ammin. mondo complesso

Società RKs,s RKs,f RKs,pa RKs,rm RKp(s)


Famiglie RKf,s RKf,f RKf,pa RKf,rm RKp(f)
Pubbliche ammin. RKpa,s RKpa,f RKpa,pa RKpa,rm RKp(pa)
Resto del mondo RKrm,s R Krm,f RKrm,pa

RKp
In complesso RK(s) RK(f) RK(pa) RK

Anche per questi trasferimenti la CN registra, nei conti generali del paese, soltanto i
totali di colonna e di riga relativi ai settori residenti: i trasferimenti in conto capitale
attivi RK(i) ricevuti dagli operatori residenti anche dai non residenti e i trasferimenti
in conto capitale passivi RKp(i) versati dagli operatori residenti anche a non residenti. I
primi vanno aggiunti e i secondi sottratti al risparmio netto dei corrispondenti settori
istituzionali, come nello schema riportato nella tabella seguente.

Aggregati Società Famiglie Pubbliche In


amm. complesso

Risparmio netto S(s) S(f) S(pa) S


Trasferimenti in conto capitale
attivi RK(s) RK(f) RK(pa) RK
Trasferimenti in conto capitale
passivi (-) RKp(s) RKp(f) RKp(pa) RKp

Investimenti netti I’(s) I’(f) I’(pa)


If’+Ivs+Iov
Acquisizioni nette di attività reali
non prodotte Anp(s) Anp(f) Anp(pa) Anp

Accreditamento(+)/Indebitamento(-) B(s) B(f) B(pa) B

Va inoltre considerato che l’accumulazione di capitale non avviene soltanto in termini


di investimenti netti, ovvero tramite i tre aggregati investimenti fissi, variazione delle
scorte e acquisizioni meno cessioni di oggetti di valore che compaiono nel conto delle
risorse e degli impieghi. Avviene anche tramite l’acquisizione, al netto delle cessioni,
di attività reali non prodotte (Anp), ovvero di terreni, brevetti, avviamento
commerciale ecc. Attività non comprese negli investimenti perché non prodotte, ma che
fanno parte a tutti gli effetti della formazione del capitale delle unità istituzionali.

57
Il conto del paese assume dunque la forma seguente:

If ’ + Ivs + Iov + Anp + B = S + (Rk – RKp)

Il saldo del conto è l’accreditamento (se positivo) o l’indebitamento (se negativo) B nei
confronti dell’estero. Le unità istituzionali, i settori e il paese nel suo complesso
possono investire e incrementare lo stock di capitale anche al di là delle risorse
(risparmio proprio e trasferimenti in conto capitale) di cui dispongono, facendo ricorso
all’indebitamento. Oppure possono farlo in misura minore, nel qual caso si avrà un
accreditamento.

L’accreditamento o indebitamento dei settori istituzionali. Per i settori istituzionali


il conto assume la forma seguente:

I’(i) + Anp(i) + B(i) = S(i) + (RK(i) - RKp(i))

dove

S(i) : risparmio del settore i;


(RK(i) - RKp(i)) : trasferimenti in conto capitale netti dagli altri settori, compreso il resto
del mondo;
I’(i) : investimenti netti del settore i;
Anp(i) : acquisizioni meno cessioni di attività non finanziarie non prodotte del settore i;
B(i) : accreditamento (+) o indebitamento (-) del settore i.

Pertanto, l’accreditamento o indebitamento del settore i è dato da:

B(i) = S(i) + (RK(i) - RKp(i)) - I(i) - Anp(i).

Se B(i) è positivo significa che il settore i ha investito solo una parte delle risorse
disponibili (risparmio e trasferimenti netti in conto capitale) e quindi ha messo la
restante parte a disposizione di altri settori istituzionali (accreditamento). Questo è il
caso in particolare delle famiglie, che risparmiano molto più di quanto non investono e
quindi mettono gran parte del loro risparmio a disposizione di altri settori, in particolare
delle società e delle PA. Il contrario avviene se B(i) è negativo (è il caso delle società e
delle PA).

L’accreditamento o indebitamento delle PA. Tra i diversi settori istituzionali, la


pubblica amministrazione è quello per cui è più interessante analizzare la composizione
dell’accreditamento o, come più spesso avviene, dell’indebitamento. A partire dal saldo
del conto della formazione del capitale delle PA, dato dalla seguente espressione:

B(pa) = S(pa) + (RK(pa) - RKp(pa)) - I’(pa) - Anp(pa)

per identificare le “fonti” dell’indebitamento (o dell’accreditamento) della PA occorre


ripercorrere a ritroso i conti del settore relativi alla utilizzazione del reddito,
ridistribuzione e generazione del reddito e sostituire ai rispettivi saldi contabili le
corrispondenti espressioni, ovvero:

58
S(pa) = Yd(pa) - Cf(pa) ;

Yd(pa) = Yn(pa) + (R(pa) - Rp(pa)) ;

Yn(pa) = O(pa) + (T - Rc) + (K(pa) - Kp(pa)) .

Sostituiti nella espressione di B(pa) si ha:

B(pa) = [O(pa) + K(pa) + T + R(pa) + RK(pa)] - [Cf(pa) + I’(pa) + Anp(pa) + Rc + Rp(pa) +


+ RKp(pa) + Kp(pa)]

Ovvero, l’accreditamento (se positivo) o l’indebitamento (se negativo) delle PA è dato


dalla differenza tra tutte le entrate realizzate dalle PA nel periodo contabile (risultato di
gestione, redditi da capitale attivi, imposte indirette, imposte correnti sul reddito e sul
patrimonio, contributi sociali, imposte in conto capitale) e tutte le uscite nello stesso
periodo (spesa per consumi individuali e collettivi delle PA, investimenti pubblici,
acquisizioni nette di attività reali non prodotte, contributi ai prodotti e alla produzione,
prestazioni sociali, contributi agli investimenti, risarcimenti di danni da calamità
naturali, interessi passivi, in particolare sul debito pubblico).
Un sotto-aggregato dell’accreditamento o indebitamento delle PA, particolarmente
importante per l’analisi del bilancio pubblico, è il cosiddetto saldo primario, dato da
B(pa) al netto degli interessi sul debito pubblico.

Nella tabella seguente viene riportato il conto della formazione del capitale per settori
istituzionali dell’Italia nel 2005.

Tabella 4.1. Conto della formazione del capitale per settori istituzionali. Italia 2005
(milioni di euro)

pubbliche Famiglie In
Società ammin. e ISP complesso

RISORSE

Risparmio -3651 -35005 93098 54443


Trasferimenti in conto capitale 18633 -18771 1067 929

IMPIEGHI

Investimenti netti 35544 8011 28029 71584


Attività reali non prodotte -219 124 26 -69

Accreditamento/indebitamento -20343 -61911 66110 -16143

Dal conto si rileva che l’indebitamento del paese dipende dall’indebitamento delle PA e
delle società, non compensato da un pur rilevante accreditamento delle famiglie, i cui
investimenti, com’è naturale, sono stati molto minori del risparmio.

59
ESERCIZIO 8

Nella tabella seguente sono riportati alcuni aggregati relativi all’economia italiana nel
2006 (milioni di euro)

Aggregati Valore

Consumi finali nazionali 1174481


Investimenti fissi lordi 238098
Ammortamenti 231672
Variazione scorte e oggetti di valore 6426
Importazioni 422843
Esportazioni 410732
Reddito disponibile netto 1226515
Trasferimenti in conto capitale netti dall’estero 1991
Acquisizioni meno cessioni attività reali non prodotte 98

a) costruire il conto della formazione del capitale;


b) noto che l’accreditamento o indebitamento delle famiglie (e ISP) e delle società
è pari rispettivamente a 57718 e -19083 (milioni di euro), calcolare
l’indebitamento delle PA e il rapporto deficit/Pil.

Soluzione:
a) Calcolato il risparmio netto dal conto della utilizzazione del reddito (come
nell’esercizio precedente):
S = Yd – Cf = 1226515 – 1174481 = 52034,
e gli investimenti fissi netti:
If’ = If – A = 238098 – 231672 = 74933,
il conto della formazione del capitale è:
If ’ + (Ivs + Iov) + Anp + B = S + (Rk – RKp)
74933 + 6426 + 98 + B = 52034 + 1991
da cui B si ottiene a saldo:
B = 52034 + 1991 – (74933 + 6426 + 98) = -27432.

b) L’indebitamento delle PA si ottiene come differenza tra quello del paese e quelli
degli altri settori istituzionali:
B(pa) = B – B(s) – B(f) = - 27432 + 19083 - 57718 = - 66067.
Il prodotto interno lordo, necessario per calcolare il rapporto deficit/Pil, si ottiene a
saldo del conto delle risorse e degli impieghi:
Yp = Cf + If + (Ivs + Iov) + E – M
= 1174481 + 306605 + 6426 + 410732 – 422843 = 1475401;
e il rapporto deficit/Pil è quindi:
B(pa) /Yp = 66067/1475401 = 0.045 (4.5 %)

60
4.2. Il conto finanziario

L’accreditamento o l’indebitamento di ogni settore istituzionale si realizza attraverso


operazioni finanziarie, che sono le operazioni che fanno aumentare o diminuire le
consistenze delle attività e delle passività finanziarie (dei crediti e dei debiti) delle unità
istituzionali che ne fanno parte. Ad esempio, le società per finanziare gli investimenti in
eccesso rispetto al proprio risparmio fanno ricorso a prestiti bancari, o all’emissione di
obbligazioni o di azioni, mentre le famiglie finanziano gli investimenti delle medesime
società sottoscrivendo le obbligazioni e le azioni o aumentando i depositi bancari.

I debiti e i crediti derivano principalmente dal ruolo che gli intermediari finanziari
svolgono nel trasferimento del risparmio dai settori dove si forma ai settori che lo
richiedono per fare investimenti. Nascono tuttavia anche da operazioni su beni e
servizi: vendite a pagamento differito, importazioni ed esportazioni coperte da crediti
commerciali, ecc.

Le attività e le passività finanziarie sono classificate nelle seguenti sette categorie o


strumenti finanziari, elencati in ordine decrescente di liquidità:

- oro monetario e diritti speciali di prelievo (possono essere posseduti solo dalle
banche centrali ed entrano nelle riserve ufficiali del paese);
- biglietti, monete e depositi (compresi i depositi in valuta estera);
- titoli diversi dalle azioni (obbligazioni, buoni del tesoro, certificati di deposito,
strumenti finanziari derivati);
- prestiti (rapporti di credito/debito senza un corrispondente titolo negoziabile);
- azioni e altre partecipazioni (comprese le quote di fondi comuni di
investimento);
- riserve tecniche di assicurazione (considerate come parte del risparmio degli
assicurati, per i quali costituiscono attività finanziarie, mentre costituiscono
passività per le imprese di assicurazione e per i fondi pensione);
- altri conti attivi o passivi (crediti commerciali, anticipazioni di pagamento,
crediti e debiti derivanti da sfasamenti temporali nel pagamento di imposte,
contributi, retribuzioni, ecc.).

Per le operazioni finanziarie la CN utilizza il criterio della registrazione netta: per


ogni strumento vengono registrate non l’ammontare di tutte le operazioni, ma le
variazioni che le attività e le passività hanno subito durante il periodo contabile. Ad
esempio, non tutti i depositi effettuati, ma le variazioni dei depositi dall’inizio alla fine
dell’anno.

Le operazioni finanziarie sono definite attive quando si riferiscono a finanziamenti


accordati, nel qual caso si registrano dunque variazioni di attività, mentre sono
definite passive quando si riferiscono a finanziamenti ricevuti, nel qual caso si
registrano variazioni di passività. Ad esempio, si hanno operazioni finanziarie attive (e
si registrano come variazioni di attività) per i soggetti (ad esempio, famiglie) che
depositano somme in banca o sottoscrivono azioni; mentre le stesse operazioni sono
passive (e si registrano come variazioni di passività) per i soggetti che ricevono i

61
finanziamenti (le banche che hanno ricevuto i depositi, le società che hanno emesso le
azioni).

Indicando con OF il totale delle operazioni finanziarie attive e con OFp il totale delle
operazioni finanziarie passive, il conto finanziario del paese assume la seguente forma:

OF = OFp + B

Il totale delle operazioni finanziarie attive rappresenta il complesso dei finanziamenti


accordati dagli operatori residenti, anche a operatori non residenti, mentre il totale delle
operazioni passive rappresenta il complesso dei finanziamenti ricevuti, anche da
operatori non residenti. La differenza tra operazioni attive e passive se positiva indica
pertanto un accreditamento dei soggetti residenti rispetto al resto del mondo, se
negativa un indebitamento. Il conto finanziario mostra dunque di nuovo
l’accreditamento o indebitamento B, questa volta sotto forma di saldo delle operazioni
finanziarie dei soggetti residenti.

Le informazioni più interessanti del conto finanziario derivano tuttavia dalla


articolazione delle operazioni finanziarie attive e passive per categorie di strumenti
finanziari, come nella tabella seguente relativa all’Italia nel 2005.

Tabella 4.2. Conto finanziario del paese. Anno 2005 (miliardi di euro)

Variazioni Variazioni
Strumenti finanziari attività passività Differenza

Oro monetario e DPS 0.1 - 0.1


Biglietti, monete, depositi 176.6 179.2 -2.6
Titoli diversi dalle azioni 70.6 128.9 -58.3
Prestiti 167.2 142.0 25.2
Azioni e altre partecipazioni 56.7 34.5 22.2
Riserve tecniche assicurazione 61.6 58.6 3.0
Altri conti attivi o passivi 17.0 17.3 -0.3

Totale OF = 549.8 OFp = 560.5 B = -10.7

La tabella mostra che le differenze più significative tra variazioni delle attività e delle
passività riguardano i prestiti e le azioni e altre partecipazioni, in positivo, e i titoli
diversi da azioni, in negativo. Le prime indicano finanziamenti netti accordati ai non
residenti attraverso prestiti, da un lato, e sottoscrizioni di azioni emesse da società non
residenti, dall’altro. Le differenze negative, di ammontare superiore (da qui il deficit),
indicano finanziamenti ricevuti da soggetti non residenti, quasi per intero
sottoscrivendo titoli emessi da soggetti residenti (in particolare titoli del debito pubblico
emessi dalle PA e sottoscritti da investitori stranieri).

62
Il conto finanziario può essere costruito anche per i singoli settori istituzionali, il che
consente di ottenere altre importanti informazioni sugli strumenti finanziari attraverso i
quali i soggetti economici che ne fanno parte si accreditano o si indebitano rispetto agli
altri settori istituzionali (compreso il resto del mondo). Compilato per settori
istituzionali il conto assume la medesima forma:

OF(i) = OFp(i) + B(i)

dove:
OF(i) e OFp(i) sono, rispettivamente, le operazioni attive e passive del settore i;
B(i) è l’accreditamento (se positivo) o l’indebitamento (se negativo) del settore i nei
confronti di tutti gli altri settori, compreso il resto del mondo.

Nelle tabelle seguenti sono riportati, sempre per il 2005, i conti finanziari relativi alle
società e quasi società non finanziarie e alle famiglie e istituzioni sociali private.

Tabella 4.3. Conto finanziario delle società e quasi società non finanziarie.
Anno 2005 (miliardi di euro)
Variazioni Variazioni
Strumenti finanziari attività passività Differenze

Biglietti, monete, depositi 33.3 - 33.3


Titoli diversi dalle azioni 5.6 2.1 3.5
Prestiti 28.4 67.6 -39.2
Azioni e altre partecipazioni 7.4 26.2 -18.8
Riserve tecniche assicurazione 0.6 6.6 -6.0
Altri conti attivi o passivi 7.7 6.2 1.5

Totale OF(s) = 83.0 OFp(s) = 108.7 B(s) = -25.7

Tabella 4.4 - Conto finanziario delle famiglie e istituzioni sociali private.


Anno 2005 (miliardi di euro)
Variazioni Variazioni
Strumenti finanziari attività passività Differenze

Biglietti, monete, depositi 48.3 - 48.3


Titoli diversi dalle azioni -12.1 - -12.1
Prestiti - 52.6 -57.6
Azioni e altre partecipazioni 33.7 - 33.7
Riserve tecniche assicurazione 56.5 2.4 54.1
Altri conti attivi o passivi 4.2 0.8 3.4

Totale OF(s) = 130.6 OFp(s) = 55.8 B(s) = 74.8

63
Come si vede, l’indebitamento delle società non finanziarie è finanziato con un
aumento dei prestiti ricevuti (maggiore di quello relativo ai prestiti concessi dalla stesse
società) e con emissioni di azioni, che pure hanno fatto aumentare le loro passività. Nel
contempo le società non finanziarie hanno anche aumentato la liquidità (depositi e
biglietti) il che ha controbilanciato una parte dell’aumento di passività.
Il consistente accreditamento delle famiglie deriva ancora da aumenti della liquidità,
ma anche dalla sottoscrizione di azioni e dalle variazioni delle riserve tecniche delle
assicurazioni. Nel contempo le famiglie hanno anche aumentato le proprie passività con
un maggiore ricorso a prestiti (per finanziare i propri investimenti e consumi) e hanno
diminuito le attività detenute in titoli diversi dalle azioni.

4.3. Altri conti dell’accumulazione

I due precedenti conti dell’accumulazione hanno messo in evidenza, rispettivamente, le


variazioni delle attività reali prodotte (investimenti) e non prodotte e quelle delle
attività e passività finanziarie, necessarie per costruire il conto patrimoniale di fine
periodo, una volta noti i relativi stock di inizio periodo.
Prima bisogna però registrare eventuali variazioni delle attività e passività patrimoniali,
dovute a cause non riconducibili ai processi economici o a variazioni dei prezzi e
quindi non comprese negli aggregati fin qui considerati. Per questo il SEC prevede due
appositi conti: il conto delle altre variazioni in volume delle attività e passività; il conto
della rivalutazione delle attività e passività.

Conto delle altre variazioni in volume delle attività e passività. Registra le


variazioni delle attività reali o finanziarie dovute a fattori indipendenti dai processi
economici e le conseguenti variazioni della ricchezza nazionale. Le principali
variazioni in volume sono:

- la scoperta o l’esaurimento (-) di nuovi giacimenti petroliferi o altre riserve


minerarie;
- la scoperta di siti archeologici;
- la crescita naturale o l’esaurimento (-) di risorse biologiche non coltivate
(legname, risorse ittiche);
- la registrazione o la scadenza di brevetti;
- le distruzioni di beni per catastrofi naturali (compresa la distruzione di moneta);
- le confische senza indennizzo da parte delle amministrazioni pubbliche;
- l’assegnazione o cancellazione di diritti speciali di prelievo;
- le cancellazione di crediti inesigibili.

Il conto assume la seguente forma:

VAT(v) = VPF(v) + VRn(v)

dove
VAT(v) : variazioni in volume delle attività;
VPF(v) : variazioni in volume delle passività;
VRn(v) : variazioni in volume della ricchezza nazionale.

64
Conto della rivalutazione delle attività e passività. Registra le variazioni di valore
delle attività reali e delle attività e passività finanziarie dovute a variazioni dei prezzi
che comportano guadagni o perdite in conto capitale e la conseguente variazione della
ricchezza nazionale. Ad esempio, l’aumento o la diminuzione di valore, nel corso del
periodo contabile, di abitazioni e fabbricati di proprietà o delle scorte; variazioni delle
quotazioni delle azioni, ecc.
Il conto assume la seguente forma:

VAT(r) = VPF(r) + VRn(r)

dove
VAT(r) : variazioni dovute a rivalutazioni delle attività;
VPF(r) : variazioni dovute a rivalutazioni delle passività;
VRn(r) : variazioni dovute a rivalutazioni della ricchezza nazionale.

4.4. I conti patrimoniali e la ricchezza nazionale

4.4.1. I conti patrimoniali

Per ogni settore istituzionale e per il paese nel suo complesso i conti patrimoniali
descrivono, all’inizio e alla fine del periodo contabile, l’insieme delle attività reali e
finanziarie e delle passività finanziarie possedute dai soggetti economici che ne fanno
parte, nonché le variazioni intervenute nel periodo per effetto dell’attività di formazione
del capitale e della attività finanziaria dei soggetti economici (e per le cause non
riconducibili ai processi economici o dipendenti da variazioni dei prezzi ricordate al
paragrafo precedente).

Il conto registra da un lato le consistenze (di inizio o fine periodo) delle attività reali
prodotte (stock di capitale fisso, valore delle scorte e degli oggetti di valore posseduti),
e di quelle non prodotte (terreni, giacimenti minerari, brevetti, avviamento
commerciale), nonché delle diverse categorie di attività finanziarie (AT); dall’altro
registra le consistenze delle passività finanziarie (PF) e il saldo del conto, costituito
dalla ricchezza nazionale (Rn).

La ricchezza nazionale esprime il valore di tutte le attività reali e finanziarie, al netto


delle passività, possedute dai soggetti economici del paese in un determinato
momento (all’inizio o alla fine dell’anno). E’ il valore di tutte le abitazioni, dei
fabbricati, degli impianti industriali, delle attrezzature di negozi e uffici (privati e
pubblici), dei mezzi di trasporto (escluse le automobili ad uso privato, dalla CN
considerate tra le spese per consumi di beni durevoli), dei terreni, giacimenti, dei beni
culturali, dei beni immateriali, nonché della differenza tra attività e passività
finanziarie. Per il paese nel suo complesso quest’ultima differenza è però di limitata
entità, essendo costituita dalle attività nette verso l’estero, che come si è visto
corrispondono all’accreditamento o indebitamento del paese.
Gli elementi principali del conto patrimoniale sono riportati nel prospetto seguente,
mentre il conto del paese può essere espresso nella seguente forma semplificata:

AT = PF + Rn

65
Attività reali e finanziarie (AT) Passività finanziarie (PF)

Attività reali Biglietti, monete, depositi


prodotte Titoli diversi dalle azioni
capitale fisso Prestiti
scorte Azioni e altre partecipazioni
oggetti di valore Riserve tecniche assicurazione
non prodotte Altri conti attivi o passivi

Attività finanziarie
Oro monetario e DPS
Biglietti, monete, depositi
Titoli diversi dalle azioni
Prestiti
Azioni e altre partecipazioni
Riserve tecniche assicurazione
Altri conti attivi o passivi

Saldo: ricchezza nazionale (Rn)

Per quanto riguarda la stima delle diverse componenti del conto patrimoniale, abbiamo
già visto che lo stock di capitale fisso, che costituisce l’elemento più importante, viene
valutato con il metodo dell’inventario permanente. Per gli altri elementi si fa ricorso a
informazioni sulla situazione patrimoniale delle unità istituzionali rilevate tramite
indagini. Le consistenze delle diverse categorie di attività e passività finanziarie, anche
per settori istituzionali, vengono valutate dalla Banca d’Italia.

4.4.2. La variazione della ricchezza nazionale

Il passaggio dal conto patrimoniale di inizio periodo a quello di fine periodo avviene
attraverso la registrazione delle variazioni delle attività reali e delle attività e passività
finanziarie già registrate nei diversi conti dell’accumulazione. A saldo del conto che
mostra tali variazioni del patrimonio netto si determina la variazione della ricchezza
nazionale, in gran parte coincidente con il risparmio netto del periodo. La variazione
della ricchezza nazionale è infatti data dalla somma delle seguenti componenti:

- variazione delle attività reali prodotte (If’ + Ios + Iov);


- variazione delle attività reali non prodotte (Anp);
- variazione delle attività finanziarie (OF);
- (meno) variazione delle passività finanziarie (-OFp);
- variazione della ricchezza dovuta ad altre variazioni in volume (VRn(v));
- variazione della ricchezza dovuta a rivalutazioni (VRn(r)).

66
Si ha dunque:

VRn = If’ + Ios + Iov + (OF – OFp) + VRn(v) + VRn(r)

= If’ + Ios + Iov + B + VRn(v) + VRn(r).

E quindi, dal conto della formazione del capitale:

VRn = S + (RK - RKp) + VRn(v) + VRn(r).

A meno di elementi secondari come i trasferimenti netti in conto capitale e le variazioni


di ricchezza indipendenti dal processo produttivo o causate da incrementi dei prezzi, il
risparmio – già determinato come differenza tra reddito disponibile e consumo finale –
può essere dunque visto anche come l’insieme delle variazioni di attività e passività in
cui è stato trasformato (acquistando terreni, fabbricati o altri beni di investimento, o
aumentando i depositi bancari o sottoscrivendo azioni o titoli del debito pubblico, ecc.)

67
5. Le transazioni internazionali
In tutte le equazioni contabili illustrate nei capitoli precedenti figurano, esplicitamente
o implicitamente, grandezze che si riferiscono ai rapporti tra residenti e non residenti. Il
SEC prevede che tutte queste grandezze vengano raccolte in un ulteriore conto,
denominato conto del resto del mondo (o conto delle transazioni internazionali). Già
nello schema semplificato di CN nel caso di economia aperta, presentato nel capitolo 1,
figurava infatti una quarta equazione contabile (E + R = M + B) che mostrava i flussi di
beni e servizi (E e M), redditi e trasferimenti (R) che concorrono a determinare
l’accreditamento o indebitamento del paese nei confronti del resto del mondo (B).
I conti dettagliati della distribuzione e redistribuzione del reddito e della formazione del
capitale visti nei capitoli precedenti consentono ora di dettagliare anche i flussi delle
transazioni internazionali che contribuiscono alla determinazione dell’accreditamento o
indebitamento del paese. Il SEC prevede che il conto sia intestato al resto del mondo
(come nella versione semplificata del capitolo 1), le cui entrate corrispondono quindi
alle uscite del paese considerato e viceversa. Qui adotteremo invece l’ottica del paese,
di cui mostreremo il conto delle transazioni internazionali.

Riprendiamo la serie di equazioni contabili del paese, a partire dal conto delle risorse e
degli impieghi (quest’ultimo espresso però in termini di aggregati netti, ovvero
considerando Yp’ invece di Yp e If’ invece di If, in modo da renderlo coerente con gli
altri conti):

M + Yp’ = Cf + If ‘+ Ivs + Iov + E


Wp + (Tp - Rcp) + (Tp’ - Rcp’) + O = Yp’
Kp + Yn = O + W + (T - Rc) + K
Rp + Yd = Yn + R
Cf + S = Yd
If ’ + Ivs + Iov + RKp + Anp + B = S + Rk

Sommando membro a membro le precedenti equazioni contabili e semplificando si


ottiene la seguente espressione dell’accreditamento o indebitamento:

B = (E - M) + (W - Wp) + (K - Kp) + (R - Rp) + (Rce - Tm) + (RK - RKp) - Anp

L’accreditamento o indebitamento del paese viene dunque articolato in diversi saldi


elementari netti dall’estero relativi a: beni e servizi (E - M); redditi da lavoro (W -
Wp); redditi da capitale (K - Kp); trasferimenti correnti (R - Rp); contributi meno
imposte dalla Ue (Rce - Tm); trasferimenti in conto capitale (RK - RKp); acquisizioni
nette di attività reali non prodotte (Anp).

Gli aggregati-saldo appena definiti solo in alcuni casi derivano da aggregati relativi
esclusivamente a rapporti tra residenti e non residenti: è il caso dei saldi (E - M) e (Rce
- Rm). Negli altri casi si tratta invece di saldi tra aggregati che riguardano anche i
rapporti dei residenti con i non residenti: ad esempio, i redditi da lavoro netti dall’estero
(W - Wp) sono ottenuti come differenza tra i redditi da lavoro nazionali (compresi
quelli guadagnati all’estero) e quelli interni (compresi quelli guadagnati nel paese da
non residenti; e analogamente per i redditi da capitale e per i trasferimenti correnti e in

68
conto capitale. Questi saldi vanno dunque espressi in modo diverso in modo da
registrare nel conto delle transazioni internazionali i corrispondenti flussi in entrata e in
uscita nel paese e dal paese.

Indichiamo con
We, Wm : redditi da lavoro dall’estero e verso l’estero;
Ke, Km : redditi da capitale dall’estero e verso l’estero;
Re, Rm : trasferimenti correnti dall’estero e verso l’estero;
RKe, RKm : trasferimenti in conto capitale dall’estero e verso l’estero.

Poiché W = Wp + We - Wm (ed espressioni analoghe valgono anche per K, R e RK),


si ha :

W - Wp = We - Wm
K - Kp = Ke - Km
R - Rp = Re - Rm
RK - RKp = Rke - RKm

Il saldo B può dunque essere espresso nel modo seguente:

B = (E - M) + (We - Wm) + (Ke - Km) + (Re - Rm) + (Rce - Tm) + (RKe - RKm) +
- Anp.

dove:
E-M: saldo beni e servizi (bilancia commerciale);
We - Wm : redditi da lavoro netti dall’estero;
Ke - Km : redditi da capitale netti dall’estero;
Re - Rm : trasferimenti correnti netti dall’estero;
Rce - Tm : contributi al netto delle imposte dalla Ue;
RKe - RKm : trasferimenti in conto capitale netti dall’estero;
Anp : acquisizioni meno cessioni di attività reali non prodotte.

L’accreditamento o indebitamento del paese, o saldo delle transazioni internazionali,


viene dunque articolato in diversi saldi elementari, che possono essere suddivisi in due
saldi principali, relativi rispettivamente alle operazioni correnti e alle operazioni in
conto capitale.

Saldo delle operazioni correnti:

SOC = (E - M) + (We - Wm) + (Ke - Km) + (Re - Rm) + (Rce - Tm).

Saldo delle operazioni in conto capitale:

SOK = (RKe - RKm) – Anp.

Il conto delle transazioni internazionali si presenta come nel prospetto seguente:

69
Entrate Uscite
Aggregati del paese del paese Saldi

Esportazioni di beni e servizi E


Importazioni di beni e servizi M E-M
Redditi da lavoro dipendente
dal resto del mondo We
al resto del mondo Wm We - Wm
Redditi da capitale
dal resto del mondo Ke
al resto del mondo Km Ke - Km
Trasferimenti correnti
dal resto del mondo Re
al resto del mondo Rm Re - Rm
Contributi e imposte
dal resto del mondo Ce
al resto del mondo Tm Ce - Tm

Totale transazioni correnti SOC

Trasferimenti in conto capitale


dal resto del mondo RKe
al resto del mondo RKm RKe - RKm
Acquisizioni nette attività reali n.p. Anp - Anp

Totale transazioni in conto capitale SOK

Totale transazioni B

Nella tabella seguente viene riportato il conto delle transazioni internazionali dell’Italia
nel 2005. L’indebitamento (B = -16144) dipende dal saldo negativo delle sole
operazioni correnti, in particolare dai saldi negativi riguardanti i redditi (poco più di
54.000 in entrata e quasi 62.000 in uscita) e i trasferimenti (circa 14.000 in entrata e
24.000 in uscita).

70
Tabella 5.1. Conto delle transazioni internazionali. Italia 2005 (milioni di euro)

Entrate Uscite
del paese del paese Saldi

Esportazioni di beni e servizi 370731


(di cui: acquisti nel territorio 28597
dei non residenti)
Importazioni di beni e servizi 371780 -1049
(di cui: acquisti all’estero dei 13996 14601
residenti)

Redditi da lavoro dipendente


dal resto del mondo 1629
al resto del mondo 2183 -544

Redditi da capitale
dal resto del mondo 54432
al resto del mondo 61623 -7191
Trasferimenti correnti
dal resto del mondo 13874
al resto del mondo 23755 -9881
Contributi e imposte
dal resto del mondo 5335
al resto del mondo 3801 1534

Totale transazioni correnti 446001 463142 -17141

Trasferimenti in conto capitale


dal resto del mondo 3530
al resto del mondo 2602 928
Acquisizioni nette attività reali n.p. 69 -69

Totale transazioni in conto capitale 3530 2671 859

Totale transazioni 449531 465813 -16144

71
ESERCIZIO 9

Nella tabella seguente sono riportati alcuni aggregati relativi all’economia italiana nel
2006 (milioni di euro)

Aggregati Valore

Importazioni 422843
Esportazioni 410732
Redditi interni da lavoro dipendente 607699
Redditi da lavoro dipendente nazionali 607381
Reddito nazionale netto 1239712
Reddito disponibile netto 1226515
Imposte indirette nette versate alla Ue -1242
Redditi da capitale netti dall’estero -4941
Trasferimenti in conto capitale netti dall’estero 1991
Acquisizioni meno cessioni attività reali non prodotte 98

Calcolare il saldo delle operazioni correnti, quello delle operazioni in conto capitale e
l’accreditamento o indebitamento del paese.

Soluzione:
Per calcolare il saldo delle operazioni correnti occorre prima determinare i redditi da
lavoro netti dall’estero, come differenza tra il reddito da lavoro dipendente nazionale e
quello interno:
We – Wm = W – Wp = -318.
Poi occorre determinare i trasferimenti correnti netti dall’estero, come differenza tra il
reddito disponibile e il reddito nazionale:
Re – Rm = R – Rp = Yd – Yn = 1226515 – 1239712 = -13197.
Infine, il saldo beni e servizi:
E – M = 410732 – 422843 = -12111.
Ora si può calcolare il saldo delle operazioni correnti:
SOC = (E - M) + (We - Wm) + (Ke - Km) + (Re - Rm) + (Rce - Tm).
= -12111 – 318 – 4941 – 13197 + 1242 = -29325
e il saldo delle operazioni in conto capitale:
SOK = (RKe - RKm) - Anp
= 1991 – 98 = 1893.
Infine, l’accreditamento o indebitamento del paese:
B = SOC + SOK = -29325 + 1893 = -27432.

72
6. I fattori della produzione
L’attività di produzione avviene attraverso l’impiego da parte delle imprese di diversi
input produttivi: materie prime e beni e servizi acquistati da altre imprese e fattori
produttivi primari, costituiti dal lavoro e dal capitale (oltre che dalla attività
imprenditoriale). Se però si considera il sistema delle imprese come un blocco unitario,
come un’unica grande impresa integrata, gli scambi di beni e servizi intermedi si
compensano reciprocamente e si possono trascurare, esattamente come già visto nel
capitolo precedente a proposito della misura dell’output, dove l’attenzione è stata
concentrata sulla sola produzione che esce dal blocco dei produttori (produzione
finale). Allo stesso modo, i fattori della produzione sui quali concentrare
prevalentemente l’attenzione sono pertanto i fattori primari: lavoro e capitale. Nel
seguito vengono descritti i metodi e le fonti statistiche per la loro misurazione.

6.1. Il lavoro

Il lavoro come fattore della produzione è in genere espresso in unità fisiche: il numero
di occupati o altre misure più adatte a esprimere l’effettivo volume di lavoro impiegato
nel processo produttivo. Le informazioni statistiche sul numero degli occupati e su altre
importanti grandezze relative al mercato del lavoro vengono rilevate con apposite
indagini statistiche sulle famiglie residenti, mentre la stima del volume di lavoro
impiegato nel processo produttivo viene effettuata attraverso una procedura complessa
che utilizza diverse fonti statistiche.

6.1.1. La rilevazione dell’occupazione e gli indicatori relativi al mercato del lavoro

Come per la contabilità nazionale, le grandezze relative al mercato del lavoro sono
definite e misurate in base a criteri standardizzati che ne garantiscono la confrontabilità
tra paesi. Detti criteri sono stabiliti dall’ILO (International Labor Office) e fatti propri
in Europa dall’Eurostat e in Italia dall’ISTAT.

La principale fonte statistica per l’analisi del mercato del lavoro è la rilevazione delle
forze di lavoro, una indagine campionaria sulle famiglie residenti armonizzata a livello
europeo. Per l’Italia l’indagine riguarda annualmente circa 300.000 famiglie residenti in
1246 comuni, stratificati all’interno di ogni provincia, per un totale di circa 800.000
individui (l’1.4% della popolazione), per ognuno dei quali vengono rilevate le
informazioni sulla propria condizione occupazionale in una determinata settimana di
riferimento dell’indagine (quella precedente alla data della intervista). Dal 2004 la
rilevazione è distribuita in tutto l’arco dell’anno, invece che essere concentrata in una
specifica settimana di ogni trimestre, come in passato. I dati trimestrali pubblicati
rappresentano dunque una situazione media del trimestre e non più la situazione di una
specifica settimana del trimestre. Analogamente per i dati annuali, che sono la media
dei dati trimestrali.

Le principali grandezze oggetto di misurazione sono le forze di lavoro, l’occupazione e


la disoccupazione. Vediamone le definizioni.

73
Le forze di lavoro sono costituite dalle persone residenti che lavorano o comunque
esprimono la volontà di lavorare. Comprendono quindi sia gli occupati che le persone
in cerca di occupazione (comunemente dette disoccupati) e rappresentano pertanto
l’offerta di lavoro.

Gli occupati sono, secondo la definizione adottata, le persone in età di 15 anni e oltre
che nella settimana di riferimento dell’indagine hanno svolto almeno un’ora di
lavoro retribuito (anche in natura) o non retribuito nella ditta di un familiare,
compresi gli assenti dal lavoro per ferie, malattia o altra causa, purché l’assenza non
superi i tre mesi o se durante l’assenza si continua a percepire almeno il 50% della
retribuzione. La stessa regola vale anche per i lavoratori in cassa integrazione guadagni,
che sono pertanto conteggiati tra gli occupati se ricorre l’una o l’altra delle due
precedenti condizioni.

Le persone in cerca di occupazione sono invece le persone non occupate di 15-74


anni che sono alla ricerca “attiva” di una occupazione e sono immediatamente
disponibili a lavorare, ovvero se: a) hanno effettuato almeno una azione di ricerca
entro i 30 giorni precedenti (è ciò che si intende per ricerca “attiva” del lavoro); b) sono
disponibili ad accettare un lavoro, o ad avviare un’attività autonoma, entro le
successive due settimane.

Le persone che non appartengono alle forze di lavoro costituiscono infine gli inattivi (o
non forze di lavoro).

Ognuna delle grandezze precedenti è articolata secondo diversi caratteri, in particolare


secondo il sesso, l’età, la regione di residenza. Una distinzione importante è inoltre tra
occupati dipendenti, che lavorano per un’altra impresa, e occupati indipendenti, che
lavorano in proprio o che sono coadiuvanti di una impresa familiare.
Nella tabella seguente sono riportati i dati relativi all’Italia nel 2005 degli occupati,
delle persone in cerca di occupazione, delle forze di lavoro e della popolazione
residente, classificati per sesso.

Tabella 6.1. Popolazione per condizione occupazionale e sesso. Italia 2005 (migliaia)

In
Condizione Maschi Femmine complesso

Forze di lavoro 14640 9811 24451


Occupati 13738 8825 22563
In cerca di occupazione 902 986 1888
Non forze di lavoro 13610 20074 33684

Popolazione residente 28250 29885 58135

74
A partire dalle precedenti grandezze si possono definire i principali indicatori relativi al
mercato del lavoro, ovvero i tassi di attività (o di partecipazione), di disoccupazione, di
occupazione, sia generici (senza distinzioni di sesso o età), sia specifici (per sesso e
classi di età). Indichiamo con:

P : popolazione residente di età compresa tra 15 anni e 64 anni;


FL : forze di lavoro;
L : occupati;
D : in cerca di occupazione (disoccupati);
a : tasso di attività;
d : tasso di disoccupazione;
l : tasso di occupazione della popolazione.

I tassi di attività, di occupazione e di disoccupazione sono dati dai seguenti rapporti:

FL
Tasso di attività : a=
P
D
Tasso di disoccupazione : d=
FL
L
Tasso di occupazione (della popolazione): l=
P

Il tasso di disoccupazione è l’indicatore tradizionalmente più utilizzato per analizzare le


condizioni del mercato del lavoro. Da solo non è tuttavia sufficiente a formulare giudizi
appropriati, perché gli effetti negativi o positivi del ciclo economico, che si traducono
in variazioni della domanda di lavoro, si riflettono anche sulla offerta, misurata dalle
forze di lavoro, e non solo sulla disoccupazione.

Le difficoltà dell’economia, oltre ad aumentare la disoccupazione, in genere fanno


anche diminuire la partecipazione al mercato del lavoro di una parte della popolazione
potenzialmente disponibile a lavorare, che per effetto delle maggiori difficoltà a trovare
lavoro non lo cerca più attivamente. Di conseguenza, per le definizioni date, quella
parte di popolazione non è più considerata in cerca di occupazione e non è più
conteggiata tra le forze di lavoro. Ne deriva pertanto quella che viene definita
“disoccupazione invisibile” derivante dal cosiddetto fenomeno del “lavoratore o
disoccupato scoraggiato”. Il contrario avviene quando la domanda di lavoro da parte
delle imprese aumenta: la disoccupazione diminuisce perché una parte dei disoccupati
trova lavoro, ma altre persone si aggiungono a quelle in cerca di occupazione – e quindi
alle forze di lavoro – incoraggiate dalle maggiori opportunità di trovare lavoro.

Meccanismi di questo tipo contribuiscono a spiegare anche i divari territoriali nei tassi
di attività e di disoccupazione: nelle aree territoriali ad economia più debole, ad
esempio nelle regioni meridionali italiane, si registra in genere, oltre ad un più elevato
tasso di disoccupazione, anche un minore tasso di attività, mentre il contrario avviene
nelle regioni economicamente più dinamiche del Centro Nord.

75
La necessità di considerare congiuntamente tasso di disoccupazione e tasso di attività fa
sì che l’indicatore sintetico più adeguato per l’analisi del mercato del lavoro sia il tasso
di occupazione della popolazione in età di lavoro, che infatti può essere visto come
prodotto tra l’indicatore complementare del tasso di disoccupazione e il tasso di attività.
Si ha infatti:

L L FL (FL - D) FL
l= = = = (1- d) a
P FL P FL P

Nella tabella seguente sono riportati i tassi di occupazione per sesso di alcuni principali
paesi europei. L’Italia è il paese con il tasso di occupazione più basso (57.6%), ben
lontano dai cosiddetti “obiettivi di Lisbona” fissati dal Consiglio dell’Ue, che
prevedono per il 2010 un tasso di occupazione della popolazione in età di lavoro del
70%. Come si vede, lo scostamento dipende principalmente dalla componente
femminile, il cui tasso di occupazione è solo del 45.3%, mentre l’obiettivo 2010 è posto
al 60%.

Tabella 6.2. Tassi di occupazione sulla popolazione di 15-64 anni nei


principali paesi europei per sesso. Anno 2005

In
Paesi Maschi Femmine complesso

Italia 69.9 45.3 57.6


Francia 68.8 57.6 63.1
Germania 71.3 60.6 66.0
Regno unito 77.6 65.9 71.7
Spagna 75.2 51.2 63.3

EU-27 70.8 56.2 63.4

ESERCIZIO 10

Nella seguente tabella sono riportati alcuni indicatori e aggregati relativi al mercato del
lavoro nel Mezzogiorno (anno 2004):

Forze di lavoro (migliaia) 7478.7


Tasso di disoccupazione (%) 13.7
Tasso di attività della popolazione in età di lavoro (%) 54.3

calcolare il numero di occupati e quello dei disoccupati (in migliaia) e il tasso di


occupazione sulla popolazione in età di lavoro.

Soluzione:
Sono noti: FL = 7478.7; d = 0.137; a = 0.543

76
Dobbiamo determinare: L, D e l.
Per le espressioni precedenti, abbiamo:
D = d ⋅ FL = 0.137 ⋅ 7478.7 = 1024.6;
L = FL – D = 7478.7 – 1024.6 = 6454.1;
Poiché l = L/P, per determinare l dobbiamo prima calcolare P (popolazione in età di
lavoro):
P = 1/a ⋅ FL = 1/0.543 ⋅ 7478.7 = 13772.9;
e quindi:
l = L/P = 6454.1/13772.9 = 0.469.
Il tasso di occupazione l si può però calcolare anche direttamente, tramite la relazione
che lo lega ai tassi di attività e di disoccupazione:
l = (1-d) a = (1 – 0.137) ⋅ 0.543 = 0.469.

6.1.2. La misurazione dell’input di lavoro impiegato nel processo produttivo

Il numero di occupati rilevato con l’indagine sulle forze di lavoro, benché molto utile ai
fini delle analisi sul mercato del lavoro, non è una buona misura dell’input di lavoro
impiegato nel processo produttivo di un sistema economico nazionale (o regionale). In
primo luogo perché l’indagine riguarda le sole famiglie residenti (anagraficamente),
mentre il processo produttivo di interesse per la CN è quello che si svolge nel territorio
economico del paese. Processo produttivo che in parte può impiegare anche il lavoro di
non residenti, mentre non è detto che impieghi il lavoro di tutti i residenti.

Più specificamente, l’occupazione misurata dall’indagine sulle forze di lavoro non


comprende i lavoratori che pur non essendo residenti secondo l’anagrafe lavorano nel
territorio economico del paese (come i frontalieri, gli stagionali non residenti), che
vanno invece compresi nella valutazione dell’input di lavoro. Così come vanno
compresi i lavoratori non appartenenti a famiglie ma a convivenze e gli occupati in età
non considerata dall’indagine. D’altro canto, l’indagine comprende i residenti che
lavorano all’estero e che vanno invece esclusi dalla valutazione dell’input di lavoro. Ai
fini della misurazione dell’input di lavoro impiegato nel processo produttivo occorre, in
altri termini, una valutazione su base interna, così come su base interna viene valutato
l’output del medesimo processo produttivo.

L’input di lavoro così valutato è costituito dagli occupati interni, che comprendono
quindi tutti gli occupati impiegati nelle attività di produzione che si svolgono
all’interno del territorio economico del paese: compresi i non residenti che lavorano per
unità produttive residenti; esclusi i residenti che lavorano fuori dal territorio
economico.

Ai fini della misura dell’input di lavoro il SEC95 suggerisce tuttavia di fare riferimento
ad un concetto diverso da quello di occupato, in modo da tenere conto della diversa
intensità di lavoro che può caratterizzare i diversi occupati, alcuni dei quali, ad
esempio, lavorano part-time e altri fanno invece un doppio lavoro. L’unità di misura
dell’input di lavoro suggerita è l’ unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, che in
Italia è stata introdotta da tempo ed è alla base della valutazione delle cosiddette ULA
(unità di lavoro). Queste ultime sono determinate attraverso un procedimento molto

77
complesso che porta anche alla definizione di un altro concetto relativo alla
occupazione: quello di posizioni lavorative.

La posizione lavorativa è definita come un contratto di lavoro, esplicito o implicito,


tra una persona e una unità produttiva residente, finalizzato allo svolgimento di una
attività produttiva retribuita. Ogni occupato ricopre almeno una posizione lavorativa,
ma può ricoprirne anche più di una. Ad esempio, se svolge un doppio lavoro ricopre
due posizioni lavorative. Le posizioni lavorative rappresentano dunque il numero dei
posti di lavoro, compresi quelli corrispondenti alle seconde attività (e in genere alle
posizioni plurime) e sono pertanto sempre in numero maggiore rispetto a quello degli
occupati.

Le unità di lavoro (equivalenti a tempo pieno) si determinano riducendo ad unità


omogenee, in proporzione al numero di ore di lavoro, le diverse posizioni lavorative
per tenere conto del fatto che ad una parte di esse non corrisponde un impiego full
time. Le seconde attività sono infatti quasi sempre svolte ad orario ridotto e parte delle
stesse prime (o uniche) attività possono essere svolte contrattualmente part time o
comunque, per diverse cause, anch’esse ad orario ridotto.

La compresenza di diverse tipologie di lavoro, dal part-time al doppio lavoro, è peraltro


soltanto una delle ragioni per cui il semplice numero di occupati interni non è una
buona misura dell’input di lavoro. Un’altra ragione non meno importante per pervenire
ad una stima ad hoc del volume di lavoro effettivamente impiegato nel processo
produttivo è la notevole diffusione, soprattutto nel sistema economico del nostro paese,
del lavoro irregolare (“in nero”), che non riguarda solo il caso già menzionato del
doppio lavoro, ma anche molti casi di lavoro principale o unico, in particolare il lavoro
degli stranieri non residenti.

Come si vedrà più avanti, il lavoro irregolare è una delle fonti della economia
sommersa, che dovrà in qualche modo essere valutata per integrare le stime del valore
aggiunto e di altri aggregati della CN. Anche la corrispondente occupazione dovrà
dunque essere ricompressa nell’input di lavoro impiegato nel processo produttivo. Per
questo il procedimento di stima delle ULA cerca di identificare tutte la diverse tipologie
di lavoro, compreso quello irregolare.

La complessa procedura adottata dall’ISTAT per la stima delle ULA è fondata sul
confronto tra le principali indagini statistiche sull’offerta di lavoro e le corrispondenti
sul lato della domanda: censimento della popolazione e indagini correnti sulle forze di
lavoro, da un lato; censimenti dell’industria e dei servizi e indagini correnti sulle
imprese, dall’altro. Fonti ad hoc sono inoltre utilizzate per cercare di stimare il lavoro
irregolare degli stranieri non residenti.

Nella tabella seguente sono riportati gli occupati residenti, quelli interni e le ULA nel
2005.

78
Tabella 6.3. Occupati residenti, occupati residenti e ULA per posizione nella
Professione. Italia 2005 (migliaia)

Dipendenti Indipendenti Totale

Occupati residenti 16533 6030 22563


Occupati interni 18355 5978 24333
Unità di lavoro 17298 7031 24329

Nel complesso, le ULA erano pressoché lo stesso numero degli occupati interni, il che
vuol dire che il fenomeno del doppio lavoro e quello del part-time si compensavano
reciprocamente. Gli occupati interni sono invece molto più numerosi degli occupati
residenti rilevati dall’indagine sulle forze di lavoro, il che dipende in larga misura dal
lavoro degli stranieri non residenti. Considerazioni un po’ diverse valgono tuttavia se si
analizza il passaggio da occupati residenti a occupati interni a ULA separatamente per i
dipendenti e gli indipendenti.

ESERCIZIO 11

Poniamo che in una regione:


- gli occupati rilevati con l’indagine sulle forze di lavoro siano 300.000;
- che di essi il 10% lavorino stabilmente in altre regioni;
- che nella regione lavorino stabilmente 20.000 occupati residenti in altre regioni
o all’estero;
- che il 10% degli occupati che lavorano nella regione siano a tempo parziale, a
metà orario;
- che il 20% dei medesimi occupati faccia un doppio lavoro, con il secondo
lavoro a metà orario,

calcolare gli occupati interni, le posizioni lavorative e le ULA della regione.

Soluzione:
Gli occupati interni sono dati dagli occupati residenti (300.000) più la differenza tra i
non residenti che lavorano nella regione (20.000) e i residenti che lavorano fuori
regione (10% di 300.000, pari a 30.000):
Occupati interni = 300.000 + 20.000 – 30.000 = 290.000.
Le posizioni lavorative sono date dagli occupati (interni) più le posizioni multiple,
queste ultime pari al numero di occupati con doppio lavoro (il 20% di 290.000, pari a
58.000):
Posizioni lavorative = 290.000 + 58.000 = 348.000.
Le ULA sono determinate riducendo le posizioni lavorative per tenere conto del fatto
che una parte di esse sono a orario ridotto: le posizioni uniche a tempo parziale (il 10%
dei 290.000 occupati, pari a 29.000, e le posizioni multiple a metà tempo (le 58.000 già
stimate), per un complesso di 87.000. Pertanto delle 348.000 posizioni lavorative,

79
261.000 sono a orario intero (e quindi ognuna di esse costituisce una unità di lavoro) e
87.000 a metà orario unità di lavoro), da cui:
ULA = 261.000 + 0.5 ⋅ 87.000 = 304.500.

6.2. La misura dello stock di capitale

L’input di capitale viene misurato tramite il valore dello stock di capitale, ovvero il
valore dei beni durevoli impiegati dalle imprese per realizzare il processo di produzione
valutati ai prezzi correnti di sostituzione. Per la stima dello stock di capitale i dati
contabili delle imprese non sono utilizzabili, poiché sono registrati a valori storici,
espressi cioè ai prezzi delle varie epoche di acquisto dei beni capitali e non ai prezzi
correnti del periodo contabile. Il valore dello stock di capitale si stima pertanto
attraverso il cosiddetto metodo dell’inventario permanente, che è un metodo di
valutazione indiretto fondato sull’ammontare degli investimenti effettuati in passato,
considerando un numero di anni pari alla durata economica delle varie tipologie di beni
di investimento.

Il metodo prevede dunque in primo luogo che i capitali fissi vengano raggruppati in
classi omogenee dal punto di vista della durata economica (h = 5, 10, 15 anni, ecc.). Per
ogni classe h di capitali fissi e per un determinato anno t a cui si riferisce la stima si può
calcolare sia il capitale lordo che il capitale netto a partire dagli investimenti degli h
anni precedenti. Detti investimenti devono però essere rivalutati, attraverso appropriati
indici dei prezzi dei beni di investimento, in modo da esprimerli ai prezzi dell’anno t.

Il capitale lordo esprime il valore dello stock di capitale nella ipotesi che i beni
capitali abbiano mantenuto integra la loro efficienza economica. La sua stima va
dunque effettuata al lordo del consumo di capitale fisso, misurato dagli ammortamenti.
Se si ipotizza che i beni capitali vengano ritirati in blocco a conclusione degli h anni di
durata economica, lo stock di capitale lordo è pertanto dato dalla semplice somma di
tali investimenti negli h anni precedenti. Ad esempio, per la stima del capitale lordo
della classe di durata economica 5 anni alla fine del 2005 si considerano gli
investimenti effettuati nel 2005, nel 2004 ecc., fino al 2001 e si sommano tali
investimenti espressi ai prezzi del 2005.

In generale, indicato con It(h) il valore degli investimenti dell’anno t della classe di beni
capitali di durata economica h (ai prezzi dell’anno t), lo stock di capitale lordo della
classe h alla fine dell’anno t (indicato con Kt(h) ) è dato dalla espressione seguente:

h −1
K t(h ) = I t(h ) + I t(−h1) + I th− 2 +…+ I th− j +… + I th−( h −1) = ∑
j =0
I (h)
t- j .

Mentre lo stock di capitale lordo complessivo è dato da:

Kt = ∑K
h
t
h
.

80
Come si è accennato, l’espressione è corretta solo se si ipotizza che tutti i beni capitali
compresi negli investimenti I th− j del generico anno t-j sopravvivano intatti al tempo t, e
che vengano pertanto ritirati in blocco tutti alla conclusione della vita utile ipotizzata,
ovvero dopo h anni. In questo caso si dice che la funzione di eliminazione dei beni
capitali è ad uscita simultanea. Ad esempio, se la vita economica di un mezzo di
trasporto è fissata in 10 anni, quel criterio significa che tutti i mezzi di trasporto
acquistati 10 anni prima dell’anno t sono ancora presenti nello stock di capitale
all’inizio dell’anno t (o, che è lo stesso, alla fine dell’anno t-1) e che ne escono tutti
insieme nell’anno t.

Noto lo stock di capitale della classe h alla fine dell’anno t-1, il capitale lordo dell’anno
t si ottiene dunque sommando allo stock di capitale iniziale i nuovi investimenti
dell’anno t e sottraendo il valore dei beni capitali “ritirati”, che non è altro che il valore
degli investimenti di h anni prima, come nella espressione seguente:

K t(h ) = K t(−h1) + I t(h ) – I t(h− h) .

L’ipotesi precedente è ovviamente poco realistica e per questo nella stima dello stock di
capitale lordo si assume in genere una ipotesi di eliminazione dei beni capitali ad uscita
distribuita, in genere secondo una curva normale. Si assume cioè che nell’anno t non
escano in blocco tutti i beni capitali acquistati h anni prima, ma un insieme di beni
capitali di età diverse, prevalentemente di età h, ma anche, per una aliquota minore, di
età h-1 e h+1, per un’aliquota ancora minore di età h-2 e h+2 e così via, secondo una
distribuzione a campana (e con somma delle aliquote pari a 1).

Indicati con Rt(h ) i ritiri di beni capitali così determinati, l’espressione precedente per la
stima del capitale lordo dell’anno t a partire dal valore dello stock di capitale iniziale
K t(−h1) , si modifica nel modo seguente:

K t(h ) = K t(−h1) + I t(h ) – Rt(h ) .

Lo stock di capitale netto misura invece il valore dei beni durevoli impiegati nel
processo produttivo al netto della perdita di valore da essi subita con il tempo a seguito
della obsolescenza economica, perdita di valore misurata dagli ammortamenti.

Stima degli ammortamenti. Come lo stock di capitale, anche gli ammortamenti non
possono essere stimati tramite i dati contabili delle imprese, che risentono delle
mutevoli politiche degli ammortamenti da esse adottate, e vengono pertanto stimati
ancora con il metodo dell’inventario permanente. La stima degli ammortamenti consiste
nel determinare l’entità della perdita di valore dello stock di capitale fisso e tradurla in
una grandezza monetaria ai prezzi correnti di sostituzione.

Per la generica classe di beni capitali di durata economica h si tratta di calcolare


l’ammortamento dell’anno t applicando appropriate quote di ammortamento agli
investimenti effettuati negli h anni precedenti, secondo una espressione del tipo
seguente:

81
At(h ) = d1 I t(−h1) + d2 I th− 2 +…+ dj I th− j +… + dh I th−h (con ∑d
j
j =1).

Il SEC suggerisce di utilizzare la legge di ammortamento lineare, ovvero a quote


costanti, nel qual caso si ha dj =1/h (j=1, …, h) e quindi:

1 (h)
At( h ) = ( I t −1 + I th−2 +… + I th−h ).
h

Mentre l’ammortamento complessivo è dato da:

At = ∑ At(h) .
h

Nella tabella seguente vengono riportate le stime dello stock di capitale lordo e netto
per branche di attività in Italia nel 2005.

Tabella 6.4. Stock di capitale lordo e netto per branche di attività. Italia 2005
(milioni di euro)

Branche di attività Lordo Netto

Agricoltura, silvicoltura, pesca 359623 182202


Industria in senso stretto 1502887 779942
Costruzioni 154722 90108
Servizi 5725727 3535653

Totale 7742959 4587905

82
7. La valutazione del Prodotto interno lordo nella CN italiana
7.1. Le indagini correnti sulle imprese

Uno dei principali pilastri del sistema delle statistiche economiche a sostegno della
contabilità nazionale italiana è costituito dalle indagini annuali sui ricavi e i costi delle
imprese. Da tali indagini si ottengono infatti le informazioni necessarie per la stima
dell’aggregato principe della CN, il Pil (e la sua articolazione in valore aggiunto delle
varie branche di attività), ma anche, come vedremo, quelle necessarie per stimare altri
importanti aggregati.
Le indagini correnti sui ricavi e i costi delle imprese sono due:

- una indagine totalitaria sulle imprese di maggiori dimensioni (indagine sul


sistema dei conti delle imprese - SCI);

- una indagine campionaria sulle imprese minori (indagine sulle piccole e medie
imprese - PMI ).

L’indagine sul sistema dei conti delle imprese è un’indagine annuale relativa a tutte
le imprese italiane con almeno 100 addetti (circa 9000) con la quale si rileva un set
completo di informazioni relative al conto economico e allo stato patrimoniale
dell’impresa, oltre ad informazioni sugli addetti, sul costo del personale e sugli
investimenti.

L’indagine sulle piccole e media imprese è invece un’indagine campionaria, sempre


annuale, relativa alle imprese con meno di 100 addetti, condotta su oltre 100.000
imprese (circa il 3% del totale di quella classe dimensionale) con la quale si rilevano le
più importanti voci del conto economico, gli addetti, il costo del personale e gli
investimenti.

L’universo di riferimento delle indagini sulle imprese è costituito dall’Archivio


statistico delle imprese attive (Asia): una sorta di anagrafe delle imprese “attive”, cioè
di tutte le imprese che conducono effettivamente un’attività economica, nel campo
dell’industria e dei servizi. L’archivio è stato costruito a partire dal censimento
intermedio dell’industria e dei servizi del 1996, integrando diversi archivi relativi alle
imprese (delle camere di commercio, dell’Inail, dell’Inps ecc.) ed è aggiornato
annualmente con informazioni di origine amministrativa e derivanti dalle stesse
indagini correnti sulle imprese. Da Asia si traggono le informazioni anagrafiche, sulla
forma giuridica e sugli addetti necessarie per realizzare le due indagini statistiche
correnti sulle imprese.

La stima del valore aggiunto di una branca di attività tuttavia non avviene, per ragioni
che saranno chiare tra poco, come semplice aggregazione di dati rilevati presso le
imprese. Attraverso le indagini sulle imprese si stimano invece dei parametri
caratteristici, ad esempio il valore aggiunto per addetto, che vengono poi “riportati
all’universo” moltiplicandoli per una misura il più possibile corretta del lavoro
impiegato nel processo produttivo, ovvero le ULA, la cui valutazione secondo i criteri
accennati nel capitolo precedente costituisce il secondo pilastro su cui si fonda la stima

83
di diversi aggregati della CN italiana, a partire dal valore aggiunto e dal Pil, come sarà
più chiaro a conclusione del prossimo paragrafo.

Nella tabella seguente sono riportati alcuni aggregati e rapporti caratteristici delle
imprese italiane, classificate per classi dimensionali, tratti dalle indagini correnti sulle
imprese del 2003. Ne emergono in particolare i bassi valori della produttività media
aziendale (valore aggiunto per addetto) e del costo unitario medio del personale delle
imprese di minori dimensioni (1 – 9 addetti) rispetto alle medie (50 – 249 addetti) e alle
grandi (250 addetti e oltre).

Tabella 7.1. Alcuni aggregati e indicatori economici tratti dalle indagini correnti
sulle imprese industriali e di servizi, per classe di addetti. Anno 2003

Classi di Fatturato Valore aggiunto Costo del lavoro


addetti (milioni di euro) valore assoluto per addetto per dipendente
(milioni di euro) (migliaia di euro) (migliaia di euro)

1-9 686317 189151 25.0 19.9


10 - 19 242174 61170 34.0 23.7
20 - 49 271113 63971 40.6 27.7
50 - 249 429528 94297 47.9 32.4
250 e oltre 685712 166388 58.8 36.3

Totale 2314844 574976 36.5 28.4

7.2. La stima dell’economia sommersa

La stima della produzione e del valore aggiunto sulla base dei dati rilevati con le
indagini correnti sulle imprese garantisce una rappresentazione esaustiva non dell’intera
attività economica, ma di una sua parte: quella osservabile dai sistemi statistici.
Accanto alla economia osservabile (o emersa) esiste però un’economia parzialmente o
totalmente non osservabile dalle autorità amministrative o fiscali e quindi neppure dai
sistemi statistici. Il SEC tuttavia prevede, come già rilevato, che tutte le attività di
produzione di beni e servizi devono essere considerate ai fini della valutazione dei
relativi aggregati di contabilità nazionale, indipendentemente dalla circostanza che
siano emerse o sommerse, o perfino illegali. I risultati dell’attività produttiva rilevati
con le indagini sulle imprese vanno perciò integrati per tenere conto anche delle attività
che costituiscono la cosiddetta economia sommersa.

I dati dei conti economici aziendali rilevati attraverso le indagini sulle imprese
presentano due limiti riconducibili al fenomeno dell’economia sommersa:

- non sono riferibili alle attività produttive realizzate attraverso l’impiego di lavoro
irregolare;

84
- sono in genere consistenti con i dati dichiarati alle autorità fiscali e pertanto sono
talvolta affetti dalla medesima distorsione imputabile a sottodichiarazione dei
risultati economici.

Gli accorgimenti previsti dalla CN per integrare l’attività economica emersa con quella
sommersa sono pertanto:

- la valutazione dell’input di lavoro impiegato nel processo produttivo,


indipendentemente dalla circostanza che si tratti di occupazione regolare o non
regolare;

- la correzione delle sottodichiarazioni rilevabili nelle indagini sulle imprese.

L’economia sommersa che origina dall’impiego di lavoro irregolare viene inserita


negli aggregati di CN tramite la valutazione dell’input di lavoro in termini di ULA.
Tale valutazione, come già visto nel capitolo precedente, viene infatti realizzata anche
con l’obiettivo di comprendere il lavoro irregolare nella misura dell’input di lavoro
effettivamente impiegato nel processo produttivo.

Le ULA irregolari, che si aggiungono a quelle regolari, fanno riferimento a diverse


tipologie di occupati irregolari: gli irregolari residenti, ovvero le prestazioni lavorative
continuative di lavoratori residenti non osservabili presso le imprese, oppure le
prestazioni occasionali di altre persone residenti (studenti, casalinghe, pensionati); le
posizioni plurime, ovvero le attività oltre la principale (secondo o terzo lavoro) non
dichiarate alle istituzioni fiscali; gli stranieri non residenti che svolgono attività
lavorative non regolari.

L’economia sommersa che origina da sottodichiarazione dei risultati economici delle


imprese viene a sua volta inserita negli aggregati di CN attraverso la correzione
(rivalutazione) dei dati che si sospettano dichiarati in modo non veritiero. La procedura
di correzione – che riguarda le sole imprese con meno di 20 addetti, ritenute più
soggette al fenomeno della sottodichiarazione – si fonda su due ipotesi:

a) che le imprese tendano a sottodichiarare il fatturato, ma non i costi di


produzione;

b) che a livello di categoria di attività economica (una articolazione delle branche)


e per ciascuna classe dimensionale il reddito del lavoratore indipendente non
possa essere inferiore a quello medio dei lavoratori dipendenti.

Quando ciò avviene, il fatturato (e di conseguenza il valore aggiunto) dell’impresa


vengono corretti in aumento nella misura necessaria a riportare il reddito unitario da
lavoro indipendente al livello di quello medio dei lavoratori dipendenti.

In definitiva, la stima della produzione e del valore aggiunto di una determinata branca
si fonda sulla stima di parametri caratteristici (produzione per addetto o valore aggiunto
per addetto) tramite le indagini sulle imprese, articolati per categorie di attività
economica e classi dimensionali e corretti per tenere conto delle sottodichiarazioni, e

85
successiva espansione all’universo attraverso le ULA, comprese le irregolari, stimate
per le medesime categorie di attività economica e classi dimensionali.

Con riferimento alla stima del valore aggiunto di una generica branca h, indichiamo con
(i deponenti i e j si riferiscono rispettivamente alla classe dimensionale e alla categoria
di attività economica, con j ∈ h ):

y(d)i,j : valore aggiunto dichiarato nelle indagini sulle imprese;


y(i)i,j : valore aggiunto integrato per sottodichiarazione;
y(c)i,j : valore aggiunto corretto (dichiarato più integrato);
li,j : addetti rilevati con le indagini sulle imprese;
ULA(r)i,j : unità di lavoro regolari;
ULA(i)i,j : unità di lavoro irregolari;
ULA(t)i,j : unità di lavoro totali (regolari più irregolari).

Le informazioni e le fasi della procedura per introdurre nella stima del valore aggiunto
della branca h anche le componenti sommerse sono schematizzate nel prospetto
seguente:

Fonti statistiche Economia Economia Economia


emersa sommersa in complesso
VA dichiarato: y(d)i,j Integrazione VA
Dati aziendali sottodichiarato: y(i)i,j VA corretto: y(c)i,j
Addetti : li,j
Lavoro regolare: Lavoro irregolare: Volume di lavoro:
Stime input lavoro ULA(r)i,j ULA(i)i,j ULA(t)i,j

y i(,ij)
Stime valore y (d )
i, j
∑l ULAi(,rj) + y i(,cj)
aggiunto ∑l
i , j∈h
ULA (r)
i, j
i , j∈h i , j
∑l
i , j∈h
ULAi(,tj)
i, j y i(,cj) i, j
+∑ ULAi(,ij)
i , j∈h li , j

La stima del valore aggiunto Yh di una generica branca h che tiene conto sia della
correzione per sottodichiarazione sia del lavoro non regolare è data pertanto dalla
seguente espressione:

y i(,cj)
Yh = ∑l
i , j∈h
ULAi(,tj) .
i, j

L’espressione di Yh può essere vista peraltro come la somma di diverse componenti


relative alla economia emersa e sommersa:

y i(,dj ) y i(,ij) y i(,cj)


Yh = ∑l
i , j∈h
ULA + ∑(r)
i, j
i , j∈h l i , j
ULA + ∑
(r)
i, j
i , j∈h l i , j
ULAi(,ij)
i, j

86
Nelle tabelle seguenti, con riferimento alla stima del valore aggiunto e del Pil dell’Italia
nel 2004, vengono riportate le stime del valore aggiunto relativo all’economia
sommersa per causa e l’incidenza del sommerso nelle diverse branche. Come si vede,
l’incidenza del sommerso si avvicina al 18% del Pil, dipende principalmente dalle
sottodichiarazioni, è maggiore nei servizi e nell’agricoltura che nell’industria.

Tabella 7.2. Valore aggiunto relativo alla economia sommersa per causa
e corrispondente quota sul Pil. Italia 2004.

Valore assoluto % del Pil


Causa del sommerso (migliaia)

Sottodichiarazioni 141347 10.2


Lavoro irregolare 89257 6.4
Riconciliazione stime 15215 1.1

Totale 245819 17.7

Tabella 3.3. Valore aggiunto relativo alla economia sommersa per branca.
Italia 2004.

valore assoluto % del


Branche di attività (milioni di euro) valore aggiunto

Agricoltura 5814 20.5


Industria 42360 11.0
Servizi 197645 22.1

Totale 245819 17.7

7.3. La produzione di beni e servizi non destinabili alla vendita e alcuni casi
particolari

La stima del valore aggiunto può essere fondata sui dati aziendali soltanto con
riferimento ai beni e servizi destinabili alla vendita, che peraltro rappresentano gran
parte della produzione e del valore aggiunto del paese. Per i servizi non destinabili
alla vendita, poiché non c’è produzione venduta o vendibile dalla quale sottrarre i
consumi intermedi, la valutazione non può avvenire con il metodo reale. La produzione
totale viene quindi valutata attraverso i costi di produzione, costituiti dai consumi
intermedi e dagli elementi del valore aggiunto (lordo).

Così, ad esempio il valore aggiunto delle PA, non essendovi redditi da impresa o
profitti, è dato dai soli redditi da lavoro dipendente e, se valutato al lordo, dagli
ammortamenti. Mentre la sua produzione (totale) comprende, oltre al valore aggiunto,
anche i costi per l’acquisto dei beni e servizi intermedi impiegati (energia, materiale di

87
consumo, servizi di pulizia, ecc.) Gli stessi criteri si applicano per stimare la
produzione e il valore aggiunto dei servizi prodotti dalle istituzioni sociali private.

La produzione di beni e servizi per uso proprio del produttore viene stimata
prevalentemente attraverso le indagini sui consumi delle famiglie ed è valutata ai prezzi
(base) di prodotti simili. Questo è in particolare il caso degli autoconsumi dei produttori
agricoli e dei fitti figurativi delle abitazioni utilizzate dalle famiglie che ne sono
proprietarie. La produzione di fabbricati in proprio viene in genere valutata al costo di
produzione e quella di servizi domestici prodotti con personale retribuito in base al
costo del personale impiegato.

Un caso particolare nella stima della produzione e del valore aggiunto riguarda i servizi
di intermediazione commerciale o finanziaria. La produzione dei servizi commerciali è
misurata dai margini commerciali, che sono dati dalla differenza tra i prezzi di vendita e
quelli di acquisto dei beni venduti. Più complesso è il caso dei servizi resi dalle banche
e dagli altri intermediari finanziari. L’attività produttiva delle banche dà luogo a ricavi
di due tipi:

- provvigioni direttamente addebitate ai clienti, imprese o famiglie (ad esempio per


la tenuta del conto corrente, cassette di sicurezza, pagamento bollette, ecc.);

- ricavi derivanti dall’attività di intermediazione finanziaria, corrispondenti alla


maggiorazione degli interessi sugli impieghi rispetto a quelli pagati sui depositi.
Questi vengono chiamati servizi di intermediazione finanziaria indirettamente
misurati.

Un operatore che si finanzia presso una banca paga un interesse passivo (attivo per la
banca) che può essere visto come la somma di due componenti: a) l’interesse per
l’utilizzazione del capitale preso a prestito e impiegato nel processo produttivo come
fattore primario, che corrisponde a ciò che percepisce l’operatore che quel capitale ha
messo a disposizione di altri, depositandolo in banca (l’interesse passivo per la banca);
b) un interesse aggiuntivo a compenso dell’attività di intermediazione finanziaria
prodotta dalla banca, pari alla differenza tra interesse attivo e passivo (per la banca),
che per l’utilizzatore rappresenta il costo dell’acquisto di un servizio (di
intermediazione finanziaria) e cioè un consumo, che può essere finale o intermedio a
seconda del tipo di impiego di quel servizio. Questa componente è il corrispettivo del
servizio reso dalla banca ed entra quindi nella valutazione della sua produzione,
unitamente alle provvigioni direttamente addebitate ai clienti.

A conclusione, nella tabella seguente è riportato il valore aggiunto dell’Italia nel 2005
per branca, valutato sia al costo dei fattori che ai prezzi base, e viene mostrato come da
tali valutazioni si perviene al Pil a prezzi di mercato aggiungendo opportunamente le
imposte indirette nette.

88
Tabella 7.4. Valore aggiunto al costo dei fattori e a prezzi base per branca.
Italia 2005 (milioni di euro)

Branche di attività costo dei fattori prezzi base

Agricoltura 30218 28048


Industria in senso stretto 252596 263376
Costruzioni 74396 76683
Servizi 877864 909885

Totale valore aggiunto 1235074 1277992

Imposte nette sui prodotti 145056 145056


Altre imposte nette sulla produzione 42918

Pil ai prezzi di mercato 1423048 1423048

89
Parte II

La comparazione degli aggregati economici


nel tempo e nello spazio

90
8. I numeri indici e la comparazione degli aggregati economici
Gli aggregati della contabilità nazionale illustrati nei capitoli precedenti vengono
valutati anno dopo anno, e alcuni anche a cadenza trimestrale, dando luogo a serie
temporali di dati annuali (o trimestrali). Una delle più importanti utilizzazioni di tali
serie di aggregati è l’analisi delle loro variazioni nel tempo, con l’obiettivo di misurare
l’intensità della loro “crescita”. La crescita economica, in genere misurata in base
all’andamento del Pil, così come la crescita dei consumi, degli investimenti ecc., non
può tuttavia essere misurata tramite la comparazione nel tempo di aggregati valutati ai
prezzi dei singoli anni (prezzi correnti).

La ragione è che la variazione del loro valore a prezzi correnti, la variazione nominale,
non è attribuibile soltanto alla variazione della “quantità” di beni e servizi di cui tali
aggregati sono espressione, ma anche alla variazione nel frattempo intervenuta nel
livello dei prezzi dei medesimi beni e servizi. Per questa ragione per alcuni aggregati
alla valutazione a prezzi correnti viene affiancata una seconda valutazione a prezzi
costanti, cioè ai prezzi di un anno scelto come base o ai prezzi dell’anno precedente, in
modo da eliminare dal confronto temporale l’effetto dell’aumento dei prezzi.

Un accorgimento simile è necessario anche per confrontare correttamente gli aggregati


relativi a paesi diversi. Così come i confronti nel tempo vanno fatti eliminando l’effetto
dell’andamento dei prezzi, quelli nello spazio vanno fatti eliminando l’effetto dei
diversi livelli dei prezzi interni, ovvero esprimendo gli aggregati a parità di potere
d’acquisto. Il problema riguarda anche i confronti tra paesi che adottano una medesima
valuta, come gran parte dei paesi europei, non solo quelli che adottano valute diverse,
per i quali la conversione mediante i tassi di cambio non costituisce una soluzione
accettabile, data la loro notevole variabilità nel tempo, legata a fattori speculativi, e in
ogni caso perché riflettono il potere di acquisto esterno e non quello interno.

I metodi di deflazione degli aggregati per i confronti nel tempo e quelli di


determinazione di aggregati a parità di potere d’acquisto per i confronti nello spazio si
basano sulla utilizzazione di appropriati numeri indici. Nel seguito di questo capitolo
vengono pertanto richiamati i principali numeri indici necessari per i confronti nel
tempo e nello spazio e viene fatto cenno alla misura dell’inflazione.

8.1. Caso di un solo bene: i numeri indici semplici

Partiamo dal caso più semplice, ipotizzando un aggregato costituito da un solo tipo di
bene, il cui prezzo e la cui quantità al tempo t, denominato tempo corrente, li
indichiamo rispettivamente con pt e qt, mentre con riferimento al tempo 0, denominato
tempo base, li indichiamo con p0 e q0. Indichiamo inoltre con vt = pt ⋅ qt e v0 = p0 ⋅ q0 il
valore dell’aggregato, rispettivamente, al tempo corrente e a quello base. Con questi
dati possiamo definire tre numeri indici semplici, relativi alle variazioni,
rispettivamente, dei prezzi, delle quantità e del valore.

L’indice semplice dei prezzi del tempo corrente rispetto a quello base è dato dal
rapporto tra il prezzo del tempo t e quello del tempo 0 (eventualmente moltiplicato per
100, per ottenere un indice in base 100):

91
pt
pi0,t = ;
p0

Se ad esempio il prezzo dell’ipotetico bene è passato da 1000 a 1100 euro, l’indice vale
1.1 e se viene moltiplicato per 100 vale 110, il che vuol dire che il prezzo è aumentato
del 10%.

L’indice semplice delle quantità del tempo corrente rispetto a quello base è dato dal
rapporto tra la quantità del tempo t e quella del tempo 0:

qt
qi0,t = .
q0

L’indice semplice del valore del tempo corrente rispetto a quello base è dato infine dal
rapporto tra il valore dell’aggregato del tempo t e quello del tempo 0:

vt
vi0,t = .
v0

Poiché vale la relazione seguente:

vt p q
= t ⋅ t ,
v0 p0 q0

ovvero:

vi0,t = pi0,t ⋅ qi0,t ,

nel caso dei numeri indici semplici vale la proprietà di decomponibilità delle cause o di
reversibilità dei fattori, ovvero l’indice del valore è esprimibile come prodotto tra
l’indice dei prezzi e quello delle quantità. E quindi è possibile scomporre la variazione
del valore nelle sue due componenti, variazione dei prezzi e variazione delle quantità.

Nel caso di confronti spaziali gli indici elementare si definiscono allo stesso modo. Se
denotiamo con a e b due paesi, di cui a è assunto come paese base, e indichiamo con pa
e qa i prezzi e le quantità del bene considerato nel paese base e con pb e qb i prezzi e le
quantità relativi al paese b, gli indici dei prezzi, delle quantità e del valore sono dati,
rispettivamente, dai rapporti tra i prezzi (pb/pa), tra le quantità (qb/qa) e tra i valori
(vb/va), e ovviamente vale ancora la relazione tra i tre indici vista in precedenza.
Nel seguito di questo capitolo i numeri indici verranno illustrati con riferimento al
confronto temporale, ma è chiaro fin da ora che gli stessi indici possono essere applicati
anche ai confronti spaziali.

92
8.2. I numeri indici complessi

I confronti tra aggregati economici nel tempo e nello spazio ovviamente non riguardano
un singolo bene, ma un insieme di beni (e servizi). Ad esempio, i beni e servizi
compresi nell’aggregato consumi finali. Di conseguenza, se vogliamo depurare un
aggregato dall’andamento dei prezzi, tale andamento non possiamo valutarlo tramite un
numero indice semplice, ma dobbiamo ricorrere ad un numero indice complesso che
sintetizzi l’andamento, a volte molto differenziato, dei prezzi dei diversi beni.

Si considerino n beni i cui prezzi e le cui quantità nell’anno base 0 e nell’anno corrente
t per il generico bene h li indichiamo, rispettivamente, con ph0, pht e qh0, qht. L’insieme
delle informazioni sui prezzi e sulle quantità degli n beni nei due tempi 0 e t le
riportiamo nello schema seguente:

Beni Prezzi Quantità


0 t 0 t
1 p10 p1t q10 q1t
. . . . .
. . . . .
h ph0 pht qh0 qht
. . . . .
. . . . .
n pn0 pnt qn0 qnt

Con tali dati si possono definire i due seguenti aggregati effettivi:

∑h
ph0 qh0 ;

∑h
pht qht ,

ovvero, rispettivamente, la spesa effettiva nell’anno base e nell’anno corrente.

Con i medesimi dati dello schema si possono inoltre calcolare anche i due seguenti
aggregati fittizi:

∑h
ph0 qht ;

∑h
pht qh0 ,

ovvero, rispettivamente, la spesa (fittizia) che si sarebbe avuta al tempo corrente se i


prezzi degli n beni fossero restati quelli del tempo base e la spesa fittizia che si sarebbe
avuta se al tempo corrente fossero rimaste invece costanti le quantità del tempo base.

Il rapporto tra i due aggregati effettivi misura la variazione del valore dell’aggregato
considerato dall’anno 0 all’anno t ed è chiamato indice della variazione del valore:

93
∑p h
ht q ht
V0,t = .
∑p h
h0 q h0

Come già rilevato, la variazione del valore dipende dalle variazioni sia dei prezzi che
delle quantità. Per separare le due componenti, ovvero per ottenere da un lato una
misura della variazione dei prezzi e dall’altro una misura della variazione delle
quantità, occorre rapportare opportunamente aggregati effettivi e fittizi. Si ottengono
così due diversi indici complessi dei prezzi e due delle quantità.
I due indici dei prezzi sono i seguenti:

Indice dei prezzi di Laspeyres

∑p ht q h0
p ht p h0 q h0
PL0,t = h
=∑ ;
∑p
h
h0 q h0 h p h0 ∑h p h0 q h0
Indice dei prezzi di Paasche

∑p ht q ht
p ht p h0 q ht
PP0,t = h
=∑ .
∑p
h
h0 q ht h p h0 ∑h p h0 q ht
Come si vede, entrambi gli indici complessi possono essere espressi come medie
ponderate dei numeri indici semplici dei prezzi dei singoli beni che fanno parte
dell’aggregato (pht/ph0 per il generico bene h). La differenza tra i due indici complessi
sta nel fattore di ponderazione, che nell’indice di Laspeyres è costituito dalla quota sul
totale della spesa effettiva per il bene h nell’anno base, mentre in quello di Paasche è
costituito dalla quota sul totale della spesa fittizia ph0 qht. Nel primo caso (Laspeyres)
l’indice è pertanto detto a ponderazione fissa alla base, mentre nel secondo (Paasche) è
detto a ponderazione variabile.

Gli indici delle quantità sono invece i seguenti:

Indice delle quantità di Laspeyres

∑p h0 q ht
q ht p h0 q h0
QL0,t = h
=∑ ;
∑p
h
h0 q h0 h q h0 ∑h p h0 q h0
Indice delle quantità di Paasche

∑p ht q ht
q ht p ht q h0
QP0,t = h
=∑ .
∑p
h
ht q h0 h q h0 ∑h p ht q h0

94
Anche tali indici complessi possono essere visti come medie ponderate dei numeri
indici semplici delle quantità relativi ai singoli beni che fanno parte dell’aggregato
(qht/qh0 per il generico bene h). Per l’indice di Laspeyres il fattore di ponderazione è
ancora costituito dalla quota sul totale della spesa per il bene h nell’anno base, mentre
per l’indice di Paasche è la quota sul totale della spesa fittizia pht qh0 .

Chiediamoci ora se gli indici complessi appena definiti consentono effettivamente di


scomporre la variazione del valore dell’aggregato nelle sue due componenti: la
variazione dei prezzi e la variazione delle quantità. Detto in altri termini, si tratta di
stabilire se anche detti indici complessi soddisfano la proprietà di decomponibilità
delle cause o di reversibilità dei fattori, che come si è visto è sempre valida per gli
indici semplici.

In generale, indicata con V la variazione del valore dell’aggregato e con P e Q


rispettivamente l’indice dei prezzi e quello delle quantità, come già visto nel caso di
indici semplici, si dice che un indice soddisfa la proprietà di decomponibilità delle
cause o di reversibilità dei fattori se vale la relazione:

P Q = V.

Tale proprietà in realtà non è soddisfatta né dall’indice di Laspeyres, né da quello di


Paasche. E’ infatti facile verificare che:

PL Q L ≠ V ;
PP QP ≠ V.

E’ tuttavia altrettanto facile verificare che valgono le relazioni seguenti:

PL QP = V ;
PP QL = V.

Si dice pertanto che gli indici di Laspeyres e Paache soddisfano la proprietà di


reversibilità dei fattori in senso debole. Come vedremo più avanti, è tuttavia proprio
sulla base di tale proprietà di decomponibilità o reversibilità debole che i due indici
vengono utilizzati nell’ambito della deflazione degli aggregati.
A partire dalle due relazioni precedenti è peraltro possibile definire un altro numero
indice complesso (l’indice di Fischer) che soddisfa la proprietà di decomponibilità delle
cause o reversibilità dei fattori in senso forte. Moltiplicando membro a membro le
precedenti due equazioni si ottiene infatti:

PL PP QL QP = V2

e definiti PF = (PL PP)1/2 e QF = (QL QP)1/2 , si ottiene immediatamente:

PF . QF = V.

Gli indici PF e QF sono gli indici di Fisher, rispettivamente dei prezzi e delle quantità,
definiti come medie geometriche dei corrispondenti indici di Laspeyres e Paasche.

95
L’indice di Fisher tuttavia non soddisfa un’altra proprietà pure importante ai fini della
deflazione degli aggregati: la proprietà di additività, secondo la quale se un aggregato
è dato dalla somma di diverse componenti elementari - ad esempio il Pil, che è pari alla
somma delle componenti della domanda finale - il valore a prezzi costanti
dell’aggregato deve essere uguale alla somma dei valori a prezzi costanti delle sue
componenti elementari. Quest’ultima proprietà è invece soddisfatta dagli indici di
Laspeyres e di Paasche, che anche per questo ne viene raccomandata l’utilizzazione
nell’ambito dei procedimenti di deflazione degli aggregati di CN.

Altrettanto importanti, specialmente nei confronti spaziali, sono infine le proprietà di


reversibilità delle basi e di transitività delle basi. Vediamole separatamente.
Un generico indice soddisfa la proprietà di reversibilità delle basi se vale la relazione
seguente:

It,0 = 1/I0,t

ovvero l’indice calcolato per il tempo 0 rispetto alla base t è uguale al reciproco
dell’indice del tempo t rispetto alla base 0. Tale proprietà, che dovrebbe sembrare ovvia
– se dal tempo 0 al tempo t i prezzi sono raddoppiati, l’indice del tempo 0 in base t deve
valere ½ – vale per gli indici semplici. Ad esempio:

it,0 = p0/pt = 1/i0,t .

La proprietà non vale invece né per l’indice di Laspeyres, né per quello di Paache.
Come è facile verificare si ha infatti:

1/PL0,t = PPt,0 ;
1/PP0,t = PLt,0 .

La proprietà di reversibilità delle basi vale invece per l’indice di Fischer, poiché dalle
espressioni precedenti si può scrivere:

1/PL0,t ⋅ 1/PP0,t = PPt,0 ⋅ PLt,0

da cui

(1/PL0,t ⋅ 1/PP0,t)1/2 = (PPt,0 ⋅ PLt,0)1/2

e quindi

1/PFt,0 = PF0,t .

La proprietà di transitività delle basi (o circolarità) è invece verificata se vale la


seguente relazione:

I0,s Is,t = I0,t .

96
Tale proprietà consente di cambiare la base semplicemente dividendo i due
corrispondenti indici già calcolati con la vecchia base: ad esempio un nuovo indice al
tempo t in base s, invece che 0, può essere ottenuto nel modo seguente:

I 0, t
Is,t = .
I 0,s

In altri termini, se vale la proprietà di transitività delle basi si ha che serie di numeri
indici con diversa base differiscono tra loro per una costante moltiplicativa (1/ I0,s) e di
conseguenza il confronto nel tempo (o nello spazio) è indipendente dalla scelta della
base.

La medesima proprietà consente inoltre di esprimere un indice a base fissa come


prodotto di indici a base mobile, ottenuti cioè rapportando ogni situazione a quella del
tempo immediatamente precedente. Si può scrivere cioè:

I0,t = I0,1 I1,2 …. It-1,t .

Nessuno degli indici complessi elencati in precedenza, neppure quello di Fisher,


soddisfa però questa proprietà, che è invece valida per gli indici semplici.

Gli indici a catena. Il principale limite degli indici complessi a base fissa è la perdita di
rappresentatività del sistema di ponderazione, man mano che ci si allontana dall’anno
base, a causa di vari cambiamenti economici che si verificano nel tempo e che possono
riguardare la comparsa di nuovi prodotti e la scomparsa di altri, oppure altri mutamenti
nelle quantità acquistate dei vari beni, così come nei loro prezzi relativi. Per ovviare,
almeno in parte, a tale perdita di rappresentatività del sistema di ponderazione, ovvero a
quello che viene definito logoramento della base, in genere si procede, dopo un certo
numero di anni, al cambiamento della base di calcolo del numero indice.

L’aggiornamento della base dopo un certo numero di anni non consente tuttavia di
inglobare nei numeri indice i cambiamenti dei prezzi e delle quantità con la necessaria
tempestività. Per questo il SEC95 raccomanda di utilizzare i cosiddetti indici a catena,
invece dei tradizionali numeri indici a base fissa.
Un indice a catena dell’anno t con riferimento all’anno 0 è definito nel modo seguente:

t
C
I0,t = I0,1 I1,2 …. It-1,t = ∏
s=1
Is-1,s

dove I0,1, …., It-1,t sono numeri indici complessi di un qualsiasi tipo.
Ad esempio, gli indici a catena di Laspeyres dei prezzi e delle quantità dal tempo 0 al
tempo 2 sono i seguenti:

C L
∑p
h
h1 q h0 ∑p
h
h2 q h1
P 0,2 = ;
∑p
h
h0 q h0 ∑p
h
h1 q h1

97
C
∑p h0 q h1 ∑p h1 q h2
QL0,2 = h h
.
∑p
h
h0 q h0 ∑p
h
h1 q h1

Il continuo rinnovo della base, che è caratteristico degli indici a catena, eliminando il
problema del suo logoramento, rende praticamente ininfluente anche la scelta del tipo
di numero indice complesso (Laspeyres, Paasche o Fisher). Tuttavia, poiché nessuno di
tali indici complessi gode della proprietà di transitività delle basi o circolarità, nella
ipotesi che sia i prezzi che le quantità assumano di nuovo i valori originari, l’indice a
catena non ritornerà al suo valore iniziale.

Inoltre, gli indici a catena non soddisfano la proprietà di additività, il che costituisce un
limite rilevante, almeno sotto il profilo teorico, ai fini della loro applicazione alla
deflazione degli aggregati di contabilità nazionale, poiché danno luogo a discrepanze
nella quadratura dei relativi conti. In pratica, tuttavia, tali discrepanze sono di entità
modesta e pertanto i vantaggi prima menzionati sono dal SEC considerati
complessivamente prevalenti rispetto a quest’ultimo limite.

ESERCIZIO 12

Nella tabella seguente sono riportati i prezzi e le quantità scambiate di un paniere di tre
beni in tre anni successivi:

Prezzi Quantità
Beni Anni Anni
0 1 2 0 1 2

1 10 11 12 120 120 130


2 9 10 10 200 220 210
3 20 22 21 80 70 80

a) Assumendo come base l’anno 0, calcolare gli indici dei prezzi e delle quantità di
Laspeyres, Paasche e Fischer dell’anno 2;
b) calcolare l’indice della variazione del valore dall’anno 0 all’anno 2 e mostrare tutte
le possibili scomposizioni di tale variazione nel prodotto di due indici, relativi
rispettivamente alla variazione delle quantità e alla variazione dei prezzi;
c) calcolare l’indice a catena dei prezzi di Laspeyres del tempo 2 e confrontarlo con il
corrispondente indice a base fissa.

Soluzione:
Riportiamo nella tabella seguente lo schema di calcolo degli aggregati effettivi e fittizi
al tempo 0 e al tempo 2 necessari per il calcolo dei diversi indici:

98
Beni ph0 qh0 ph2 qh2 ph2 qh0 ph0 qh2

1 1200 1560 1440 1300


2 1800 2100 2000 1890
3 1600 1680 1680 1600

Totale 4600 5340 5120 4790

a) Gli indici dei prezzi sono pertanto:


PL0,2 = 5120/4600 = 1.113;
PP0,2 = 5340/4790 = 1.115;
PF0,2 = (1.113 ⋅1.115)1/2 = 1.114.
Gli indici delle quantità sono invece:
QL0,2 = 4790/4600 = 1.041;
QP0,2 = 5340/5120 = 1.043;
QF0,2 = (1.041 ⋅1.043)1/2 = 1.042.
b) L’indice della variazione del valore è V0,2 = 5340/4600 = 1.161 e può essere
scomposto in tre modi:
V0,2 = PL0,2 QP0,2 → 1.161 = 1.113 ⋅ 1.043;
V0,2 = PP0,2 QL0,2 → 1.161 = 1.115 ⋅ 1.041;
V0,2 = PF0,2 QF0,2 → 1.161 = 1.114 ⋅ 1.042.
c) Riportiamo nella tabella seguente lo schema di calcolo degli aggregati effettivi e
fittizi necessari per determinare gli indici dei prezzi di Laspeyres dal tempo 0 al tempo
1 e dal tempo 1 al tempo 2:

Beni ph0 qh0 ph1 qh0 ph1 qh1 ph2 qh1

1 1200 1320 1320 1440


2 1800 2000 2200 2200
3 1600 1760 1540 1470

Totale 4600 5080 5060 5110

L’indice concatenato del tempo 2 rispetto al tempo 0 è dato da:


P 0,2 = CPL0,1 ⋅ CPL1,2 = (5080/4600) ⋅ (5110/5060) = 1.1043 ⋅ 1.0099 = 1.115.
C L

Il valore dell’indice concatenato è maggiore del corrispondente indice a base fissa, che
è pari a 1.113.

8.3. I numeri indici dei prezzi al consumo e la misura dell’inflazione

L’inflazione è un processo generalizzato di aumento dei prezzi che riguarda l’insieme


di beni e servizi ed è misurata mediante gli indici dei prezzi al consumo (IPC). Un
indice dei prezzi al consumo è una media delle variazioni dei prezzi di uno stesso

99
insieme di beni e servizi (denominato paniere) rappresentativo del complesso della
spesa per consumi finali delle famiglie, tra il tempo base e il tempo corrente e viene
calcolato, attraverso aggregazioni successive, con la formula di Laspeyres.

I prezzi considerati sono quelli originati da transazioni monetarie, ovvero che si


formano effettivamente sul mercato, escludendo quindi i valori imputati, come gli
autoconsumi o i fitti figurativi relativi ad abitazioni di proprietà. Va inoltre precisato
che gli indici dei prezzi al consumo si riferiscono alle transazioni che avvengono nel
territorio economico del paese, compresi quindi gli acquisti dei non residenti ed esclusi
quelli fatti all’estero dai residenti.

Per l’Italia vengono calcolati tre diversi indici dei prezzi al consumo:

- l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC).


Misura l’andamento generale dei prezzi a livello dell’intero sistema economico,
ed è l’indicatore di riferimento per il monitoraggio e il controllo dell’inflazione;

- l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati (FOI).


Spesso chiamato indice del costo della vita, si riferisce ai prezzi dei beni e
servizi acquistati dalle sole famiglie che fanno capo ad un lavoratore dipendente
(extra agricolo) ed è utilizzato per adeguare periodicamente i valori monetari
espressi in euro correnti (ad esempio, i canoni di affitto, gli assegni dovuti al
coniuge separato, ecc.);

- l’indice armonizzato dei prezzi al consumo per i paesi dell’Unione europea


(IPCA). E’ calcolato per fornire una misura dell’inflazione comparabile a livello
europeo.

I tre indici sono calcolati, con la medesima metodologia, a partire da un’unica


rilevazione concernente lo stesso paniere di beni e servizi. Le differenze tra i tre indici
riguardano:

- il concetto di prezzo considerato: il prezzo pieno di vendita, per gli indici NIC e
FOI; il prezzo effettivamente pagato dalle famiglie, per l’indice IPCA (la
differenza riguarda essenzialmente il prezzo dei farmaci: intero prezzo di
vendita o solo ticket a carico delle famiglie);

- la ponderazione utilizzata, rappresentativa della spesa delle famiglie


considerate nei diversi indici: quella delle famiglie di operai e impiegati, per
l’indice FOI; quella dell’insieme delle famiglie, per NIC e IPCA.

Il paniere di beni e servizi è articolato in 206 voci di prodotto (spesso composte da più
prodotti, tanto che quelli complessivamente considerati sono quasi mille), classificate in
gruppi, categorie e infine in 12 capitoli di spesa, riportati nella tabella seguente insieme
al peso con cui, nei diversi indici, ogni capitolo di spesa contribuisce a determinare il
corrispondente indice generale.

100
Tabella 8.1. Pesi dei capitoli di spesa per il calcolo degli indici dei prezzi al consumo
(in percentuale sul totale; anno 2007).

Indici dei prezzi


Capitoli di spesa NIC IPCA FOI

1. Prodotti alimentari e bevande non alcoliche 16.4 17.3 16.3


2. Bevande alcoliche e tabacchi 3.0 3.2 3.4
3. Abbigliamento e calzature 8.6 9.4 9.4
4. Abitazione, acqua, energia e combustibili 9.8 10.3 9.5
5. Mobili, articoli e servizi per la casa 8.7 9.2 8.6
6. Servizi sanitari e spese per la salute 8.0 3.6 6.4
7. Trasporti 15.1 16.0 17.0
8. Comunicazioni 2.8 3.0 2.9
9. Ricreazione, spettacoli e cultura 7.7 7.2 8.5
10. Istruzione 0.9 1.0 1.1
11. Alberghi, ristoranti e pubblici esercizi 10.8 11.4 9.4
12. Altri beni e servizi 8.0 8.4 7.2

Totale 100.0 100.0 100.0

Come si vede, la differenza più rilevante tra le tre strutture dei pesi riguarda il capitolo
Servizi sanitari e spese per la salute, che nell’indice IPCA è molto minore poiché,
come detto, per i farmaci viene considerato il prezzo effettivamente pagato dalle
famiglie invece del prezzo pieno di vendita. Va osservato inoltre, che il relativamente
modesto peso del capitolo di spesa Abitazione, acqua, elettricità e combustibili dipende
dal fatto che gli affitti pagati dalle famiglie pesano poco sul bilancio medio delle
famiglie italiane, dato che gran parte di esse abitano in abitazioni di proprietà e i fitti
figurativi, come detto, non entrano negli indici dei prezzi.

Le informazioni statistiche sui prezzi vengono raccolte attraverso due rilevazioni:

- una rilevazione territoriale, effettuata nei capoluoghi di provincia, a cura degli


uffici comunali di statistica, che riguarda la maggior parte dei beni e servizi
(circa l’80% della spesa) i cui prezzi sono rilevati in circa 40.000 punti vendita
rappresentativi sia della grande distribuzione commerciale che dei negozi
tradizionali e dei mercati rionali;

- una rilevazione centralizzata, effettuata direttamente dall’Istat per i prodotti i


cui prezzi sono uguali in tutto il territorio nazionale (tabacchi, periodici,
medicinali, alcune tariffe); per i prodotti soggetti a frequenti cambiamenti
tecnologici (computer, telefoni cellulari); per i servizi la cui fruizione non
riguarda solo i residenti nei comuni coinvolti nell’indagine (stabilimenti
balneari, camping).

Le serie temporali (mensili) degli indici dei prezzi si basano sulla tecnica del
concatenamento di indici di Laspeyres a base mobile, assumendo come base di calcolo

101
il mese di dicembre dell’anno precedente, mese nel quale ogni anno viene rinnovato il
paniere dei beni e servizi e il relativo sistema di ponderazione.

Nella tabella seguente sono riportati gli indici NIC e FOI (medie annuali degli indici
mensili) relativi al periodo 2000–2006. L’indice NIC, rispetto all’indice FOI, come si
vede mostra una dinamica dei prezzi leggermente più accentuata.

Tabella 8.2. Indici dei prezzi al consumo (1995 = 100).


Italia 2000-2006

Indici dei prezzi


Anni NIC FOI

2000 112.8 112.1


2001 115.9 115.1
2002 118.8 117.9
2003 122.0 120.8
2004 124.7 123.2
2005 127.1 125.3
2006 129.8 127.8

Nella tabella seguente sono invece riportati gli indici armonizzati relativi ai principali
paesi europei e all’insieme dei 12 paesi dell’euro nel periodo 2001–2005. Dal confronto
si rileva una dinamica dell’inflazione italiana sensibilmente più accentuata di quella
registrata dai principali paesi europei e da quella media del complesso dei paesi
dell’euro zona, esclusa la Spagna.

Tabella 8.3. Indici armonizzati dei prezzi al consumo nei principali paesi europei
(1996 = 100).

Paesi 2001 2002 2003 2004 2005

Italia 110.9 113.8 117 119.7 122.3


Francia 106.3 108.3 110.7 113.3 115.4
Germania 107.4 107.6 108.8 110.7 112.8
Regno Unito 106.9 108.3 109.8 111.2 113.5
Spagna 112.8 116.8 120.5 124.1 128.7

Eu 12 (euro zona) 109.1 111.2 113.5 115.9 118.2

102
9. Il confronto degli aggregati nel tempo
Si è già sottolineato nel capitolo precedente che per misurare l’intensità della crescita di
grandezze economiche è necessario distinguere, nelle variazioni di valore (nominali)
degli aggregati, la parte derivante da variazioni dei prezzi da quella derivante da
variazioni “in quantità”. Per questo nei sistemi di CN gli aggregati relativi a operazioni
su beni e servizi - compresi nei conti di equilibrio dei beni e servizi, in quello della
produzione e quindi nel conto delle risorse e degli impieghi - vengono valutati anche a
prezzi costanti di un anno scelto come base, al netto cioè degli effetti dell’inflazione.
Negli anni più recenti le tradizionali valutazioni a prezzi costanti sono state peraltro
sostituite con più appropriate valutazioni ai prezzi dell’anno precedente, procedendo
poi alla costruzione di aggregati in volume attraverso la tecnica del concatenamento.

La necessità di confrontare nel tempo gli aggregati contabili al netto degli effetti
dell’inflazione non riguarda peraltro soltanto quelli derivanti da operazioni su beni e
servizi, esprimibili come somma di quantità per i relativi prezzi. Ad esempio, una
esigenza conoscitiva altrettanto rilevante è valutare l’andamento nel tempo del potere
d’acquisto reale di aggregati come il reddito da lavoro dipendente, il reddito
disponibile, il risparmio, ecc. Per questi aggregati monetari, che non sono esprimibili
come somma di prezzi per quantità, la trasformazione in aggregati in termini reali,
ovvero la loro deflazione, non prevista e non realizzata nell’ambito della CN, va fatta
con criteri diversi.

9.1. Gli aggregati a prezzi costanti

Per gli aggregati dati dalla somma di numerose quantità per i relativi prezzi (la
produzione, i consumi, gli investimenti, ecc.) esprimerli a prezzi costanti vuol dire
semplicemente calcolare aggregati fittizi in cui alle quantità del tempo corrente non si
applicano i prezzi del medesimo periodo, ma quelli di un anno diverso scelto come
base.
In teoria, disponendo di tutte le quantità che entrano nell’aggregato, ad esempio le
quantità di beni e servizi che compongono i consumi delle famiglie, e di tutti prezzi di
tali beni anche per l’anno base, un generico aggregato al tempo t valutato ai prezzi
dell’anno base 0, indicato con A0,t, può essere ottenuto direttamente attraverso
l’espressione seguente:

A 0,t = ∑ ph0 qht .


h

In pratica, tuttavia, la valutazione dell’aggregato a prezzi costanti non avviene


applicando tale metodo analitico, ma attraverso altri due metodi indiretti utilizzati a
seconda del tipo di aggregato (o di componente dell’aggregato):

- la deflazione tramite indici di prezzo;


- l’estrapolazione tramite indici di quantità.

La deflazione consiste nel dividere l’aggregato a prezzi correnti per un appropriato


indice dei prezzi dal tempo base a quello corrente:

103
A 0,t = ∑ pht qht / P0,t .
h

Se la deflazione fosse fatta tramite un indice dei prezzi di tipo Paasche (e se inoltre
l’indice fosse non campionario, ma completo) si otterrebbe la stessa espressione del
metodo analitico. Infatti:

∑p ht q ht
∑ pht qht / h
= ∑ ph0 qht .
h ∑p
h
h0 q ht h

Il metodo della estrapolazione consiste invece nel moltiplicare l’aggregato del tempo
base per un indice rappresentativo della variazione delle quantità dal tempo base a
quello corrente:

A 0,t = ∑ ph0 qh0 . Q0,t .


h

In questo caso, estrapolando con un indice delle quantità di tipo Laspeyres (e se l’indice
fosse completo) si otterrebbe di nuovo la stessa espressione del metodo analitico.
Infatti:

∑p h0 q ht
∑ ph0 qh0 . h
= ∑ ph0 qht .
h ∑p
h
h0 q h0 h

In pratica, la valutazione a prezzi costanti non è tuttavia ottenuta applicando o l’uno o


l’altro dei due metodi precedenti all’intero aggregato, ma applicando l’uno (deflazione)
– largamente prevalente – o l’altro (estrapolazione) alle sue componenti elementari, a
seconda delle loro caratteristiche e del tipo di informazioni disponibili. In ogni caso, i
consumi finali non possono essere valutati a prezzi costanti applicando a tutte le
componenti dell’aggregato il metodo della deflazione poiché una parte di esso è
costituita dai servizi non destinabili alla vendita che come tali non hanno un prezzo di
mercato. Ancora diverso è il caso degli aggregati che costituiscono saldi contabili,
come il valore aggiunto, non direttamente esprimibili come somma di quantità per
prezzi, la cui valutazione a prezzi costanti segue pertanto una diversa procedura.
Vediamo separatamente questi due aspetti.

Il valore a prezzi costanti dei servizi non destinabili alla vendita. Come appena
ricordato, poiché non si ha produzione venduta sul mercato, a tali servizi non è
applicabile il metodo della deflazione attraverso indici di prezzo. E’ pertanto necessario
ricorrere al metodo della estrapolazione, calcolando appropriati indici rappresentativi
della variazione delle quantità di servizi prodotti. A questo proposito occorre però
distinguere tra servizi individuali e collettivi.

104
Soltanto per i servizi individuali (istruzione, sanità, ecc.) è infatti concretamente
possibile calcolare indici rappresentativi della variazione delle quantità dei singoli
servizi prodotti. Ad esempio, il numero di ore di insegnamento per i servizi di
istruzione, le giornate di degenza ospedaliera, per tipo di prestazione sanitaria, per i
servizi sanitari, ecc. Pertanto, il valore a prezzi costanti di questa prima componente dei
servizi non destinabili alla vendita può essere valutato abbastanza agevolmente
moltiplicando per tali indici delle quantità il costo unitario dei servizi dell’anno base.

Per i servizi collettivi, a beneficio di tutta la popolazione e quindi non divisibili, come i
servizi generali della pubblica amministrazione, la difesa, l’ordine pubblico, la
giustizia, ecc., indicatori delle quantità di servizi prodotti non sono invece definibili e
quantificabili. La stima a prezzi costanti deve di conseguenza seguire altre vie. Una è la
valutazione a prezzi costanti degli elementi di costo di produzione dei servizi, ovvero
dei consumi intermedi, del reddito da lavoro dipendente e degli ammortamenti.

Un’altra, più semplice e approssimativa, è l’estrapolazione del valore dei servizi


dell’anno base attraverso un indice della variazione del volume di lavoro impiegato per
la loro produzione, ipotizzando cioè che la variazione della quantità di servizi sia
strettamente proporzionale alla variazione dell’input di lavoro. Va rilevato a questo
proposito che misurare la variazione dell’output dei servizi collettivi tramite le
variazioni dell’input rende priva di significato la misura della loro produttività, che è
definita proprio come rapporto tra l’output e gli input impiegati per ottenerlo.

La deflazione del valore aggiunto. Gli aggregati che costituiscono saldi di flussi,
come il valore aggiunto, dato dalla differenza tra produzione totale e consumi
intermedi, ma anche i margini commerciali, dati dalla differenza tra il valore dei beni
venduti e quello dei beni acquistati, non sono esprimibili direttamente come prodotto di
quantità per prezzi, ma come differenza tra aggregati a loro volta esprimibili come
prodotto di quantità per prezzi. Ad essi si applica pertanto la tecnica della doppia
deflazione, che consiste nel deflazionare separatamente le componenti da cui derivano
(produzione e consumi intermedi, nel caso del valore aggiunto) e nel calcolare per
differenza l’aggregato a prezzi costanti.

Nei casi in cui i dati necessari alla doppia deflazione del valore aggiunto non siano tutti
disponibili si può fare ricorso anche ad un unico indicatore (metodo dell’indicatore
semplice), in due possibili versioni:

- deflazione diretta del valore aggiunto a prezzi correnti attraverso un unico indice
dei prezzi (alla produzione). L’ipotesi sottostante è che l’andamento dei prezzi
sia stato lo stesso per la produzione e per i consumi intermedi;

- estrapolazione del valore aggiunto al tempo base attraverso un indice della


quantità (indice della produzione industriale). L’ipotesi è che anche la quantità
dei consumi intermedi abbia avuto la stessa dinamica della produzione.

105
9.2. Prezzi e volumi

Come si è visto nel paragrafo precedente, la deflazione degli aggregati derivanti da


operazioni su beni e servizi, neutralizzando l’effetto della variazione dei prezzi,
consente di misurare la cosiddetta variazione “in quantità”. Quest’ultima va tuttavia più
propriamente intesa come variazione “in volume”. L’aggregato depurato dagli effetti
dell’inflazione è infatti una somma ponderata di quantità per prezzi (costanti) che può
aumentare o diminuire a causa non soltanto della variazione della quantità complessiva,
ma anche della composizione dell’aggregato.

Ad esempio, il valore dei consumi finali a prezzi costanti potrebbe essere aumentato, a
parità di quantità complessivamente consumata, a causa di una modificazione della
composizione del paniere verso beni e servizi a prezzo più elevato. Così come la spesa
per viaggi ferroviari potrebbe aumentare a parità di numero di passeggeri/Km, e a parità
dei prezzi dei biglietti, per effetto di una modificazione della composizione dei
viaggiatori a vantaggio della prima classe rispetto alla seconda. Nella scomposizione
della variazione del valore questi effetti di composizione vanno attribuiti alla cosiddetta
componente quantità, più correttamente denominata volume.

Allo stesso modo va trattato il problema delle modificazioni di qualità dei beni e
servizi, come ad esempio l’introduzione di un nuovo modello di automobile o di
computer. Le differenze di qualità identificano beni e servizi diversi, che vanno
pertanto considerati separatamente nel processo di deflazione. Se si è in presenza di
qualità diverse, ad esempio un nuovo modello di computer con maggiori potenzialità, la
corrispondente variazione del valore non può essere attribuita alla componente prezzo,
ma va attribuita alla componente volume. Peraltro, si ha un prodotto diverso non solo se
è intrinsecamente diverso, ma anche se viene ceduto in particolari condizioni.

Ad esempio, l’energia elettrica erogata alle ore di punta va considerata di qualità


diversa rispetto alla medesima energia erogata in altri orari; lo stesso vale per il caso di
uno stesso bene venduto in negozio o al mercato rionale o per i già menzionati viaggi
ferroviari in prima o seconda classe. In tutti questi casi i maggiori prezzi vanno
attribuiti a una maggiore qualità del bene o servizio e quindi alla componente volume.

Diverso è invece il caso della discriminazione di prezzo, che si ha quando per gli
stessi beni o servizi sono deliberatamente stabiliti prezzi diversi a favore di determinate
categorie, come ad esempio le tariffe di trasporto agevolate per pensionati o studenti. In
questo caso il prezzo del bene o servizio è dato dalla media ponderata dei prezzi
praticati ai diversi soggetti e la eventuale variazione del valore a parità di quantità deve
essere attribuita alla componente prezzo.

9.3. Gli indici delle variazioni in volume e dei prezzi impliciti

Riprendiamo l’espressione di un generico aggregato a prezzi costanti, in generale


ottenuto, come si è detto, applicando metodi diversi alle sue diverse componenti
elementari:

106
A 0,t = ∑ ph0 qht .
h

Se rapportiamo tale aggregato dell’anno t valutato ai prezzi dell’anno base per il


corrispondente aggregato a prezzi correnti dell’anno base otteniamo un indice della
variazione in volume di tipo Laspeyres dall’anno base all’anno corrente. Abbiamo
infatti:

∑p h0 q ht
h
= QL0,t .
∑p
h
h0 q h0

Se invece rapportiamo l’aggregato del tempo t a prezzi correnti per l’aggregato del
medesimo anno ma a prezzi costanti dell’anno 0 otteniamo un indice della variazione
dei prezzi di tipo Paasche dall’anno base all’anno corrente:

∑p ht q ht
h
= PP0,t .
∑p
h
h0 q ht

Detto indice dei prezzi, derivante non da una apposita rilevazione come quelle da cui si
ottengono gli indici NIC, FOI e IPCA descritti in precedenza, ma implicitamente dalle
procedure di deflazione dell’aggregato, è denominato indice dei prezzi impliciti o
deflatore implicito. Se calcolato con riferimento alla spesa per consumi delle famiglie,
tale indice ci fornisce una ulteriore misura dell’inflazione, diversa da quella ottenuta
con l’indice NIC, ma ad essa simile.

In conclusione, le variazioni dell’aggregato nel periodo considerato al netto


dell’inflazione sono dunque esprimibili attraverso un indice in volume di tipo
Laspeyres, mentre quelle dei prezzi attraverso un indice di tipo Paasche, e il loro
prodotto è la variazione nominale dell’aggregato. Per la proprietà della reversibilità
debole dei fattori si ha infatti:

∑p ht q ht ∑p h0 q ht ∑p ht q ht
PP0,t QL0,t = h h
= h
= V0,t .
∑p
h
h0 q ht ∑p
h
h0 q h0 ∑p
h
h0 q h0

Nella tabella seguente sono riportati i consumi finali in Italia dal 1995 al 2000, a prezzi
correnti e costanti, insieme al corrispondente deflatore dei consumi e all’indice NIC dei
prezzi al consumo. Il deflatore segnala una inflazione un po’ più marcata rispetto
all’indice NIC (16.6% contro 12.8% nel quinquennio). Va tuttavia tenuto presente che i
due indicatori non sono del tutto comparabili, poiché il deflatore tiene conto anche dei
beni e servizi non destinabili alla vendita.

107
Tabella 9.1. Consumi finali, deflatore dei consumi e indice NIC dei prezzi al consumo.

Anni Prezzi correnti Prezzi 1995 Deflatore Indice NIC


(1995 = 100) (1995 = 100)

1995 706959 706959 100.0 100.0


1996 750511 715366 104.9 104.0
1997 791153 733512 107.9 106.1
1998 829565 752024 110.3 108.2
1999 867486 769438 112.7 110.0
2000 919482 788797 116.6 112.8

ESERCIZIO 13

A partire dai dati contenuti nella precedente tabella 8.1, per l’intero quinquennio 1995–
2000 calcolare la variazione nominale (del valore) dei consumi finali e scomporla nel
prodotto delle variazioni dei prezzi e in volume.

Soluzione:
indice della variazione nominale: 919482/706959 = 1.30;
indice della variazione dei prezzi: 116.6/100.0 = 1.166;
indice della variazione in volume: 788797/706959 = 1.116.
Scomposizione della variazione nominale: 1.30 = 1.166 ⋅ 1.116.

9.4. Gli aggregati ai prezzi dell’anno precedente e le serie concatenate in volume

La valutazione a prezzi costanti di un anno scelto come base presenta il limite, già
rilevato nel capitolo precedente, derivante dal fatto che con il passare del tempo i prezzi
del periodo base non sono più rappresentativi, il che impone di aggiornare di tanto in
tanto la base stessa. Il cambiamento della base peraltro non risolve del tutto il
problema, poiché i cambiamenti della struttura dei prezzi, che determinano le scelte
degli operatori economici, vanno colti tempestivamente e non a distanza di qualche
anno. Per rispondere a questa esigenza di tempestività, ovvero per inglobate negli indici
gli effetti di tutti i cambiamenti economici che si verificano nel tempo, negli anni più
recenti la valutazione degli aggregati a prezzi costanti è stata sostituita con la
valutazione ai prezzi dell’anno precedente e con il conseguente concatenamento delle
relative serie in volume.

La valutazione di un aggregato ai prezzi dell’anno precedente e i relativi indici delle


variazioni in volume e delle variazioni dei prezzi si ottengono in modo del tutto simile a
quanto già visto a proposito della valutazione a prezzi costanti.
Il valore di un aggregato relativo all’anno t, ma valutato ai prezzi dell’anno
precedente (t-1) è dato dalla seguente espressione:

108
A t-1,t = ∑ pht-1 qht .
h

Se dividiamo il precedente aggregato per il corrispondente a prezzi correnti dell’anno


precedente otteniamo un indice della variazione in volume di tipo Laspeyres tra i due
anni consecutivi:

∑p ht -1 q ht
h
= QLt-1,t .
∑p h
ht -1 q ht -1

Se invece rapportiamo l’aggregato del tempo t a prezzi correnti per l’aggregato del
medesimo anno ma ai prezzi dell’anno precedente t-1 otteniamo un indice della
variazione dei prezzi di tipo Paasche:

∑p ht q ht
h
= PPt-1,t .
∑p h
ht -1 q ht

Il prodotto dei due indici, delle variazioni in volume (Laspeyres) e delle variazioni dei
prezzi (Paasche) esprime ancora la variazione del valore dell’aggregato. Inoltre, poiché
entrambi gli indici soddisfano la proprietà di additività, è garantita anche la coerenza
dei risultati della deflazione, nel senso che la somma delle serie espresse ai prezzi
dell’anno precedente è uguale all’aggregato complessivo deflazionato con il medesimo
criterio.

I confronti nel tempo non interessano però soltanto rispetto all’anno precedente, ma
anche per periodi pluriennali, ad esempio per misurare la crescita economica nel corso
di un quinquennio o di un decennio. Per rispondere a questa esigenza conoscitiva
occorre dunque definire anche una serie temporale dell’aggregato che esprima la sua
dinamica in volume in modo simile alle serie di aggregati a prezzi costanti.

Calcolati gli indici di volume a base mobile, ovvero di ogni anno rispetto al precedente,
una serie atta ad esprimere tale dinamica può essere ottenuta attraverso la
concatenazione di tali indici. Scelto un anno di riferimento (ad esempio il 2000), che
indichiamo ancora con 0, l’indice concatenato delle variazioni in volume (di
Laspeyres) dell’anno corrente t rispetto all’anno di riferimento è dato dalla seguente
espressione:

t
C
QL0,t = QL0,1 QL1,2 …. QLt-1,t = ∏
s=1
QLs-1,s .

C
QL0,t misura dunque la variazione in volume dell’aggregato considerato dall’anno di
riferimento all’anno corrente, ma inglobando, a differenza del corrispondente indice a
base fissa, i cambiamenti economici che si sono determinati anno dopo anno. Per
determinare l’aggregato all’anno t confrontabile con quello dell’anno 0 di riferimento,

109
nel senso che - come negli aggregati a prezzi costanti - il confronto sia al netto degli
effetti dell’inflazione, basta dunque moltiplicare l’aggregato a prezzi correnti dell’anno
di riferimento (A 0) per tale indice concatenato delle variazioni in volume:
C
A0,t = A0 CQL0,t .

Con tale procedura si costruiscono le cosiddette serie concatenate in volume, derivanti


dalle serie espresse ai prezzi dell’anno precedente, ed è quindi possibile fare confronti
multiperiodali al netto dell’andamento dei prezzi.

Analogamente al caso degli aggregati a prezzi costanti, l’indice concatenato dei prezzi
impliciti, deriva direttamente dal rapporto tra l’aggregato dell’anno t a prezzi correnti e
il corrispondente aggregato concatenato in volume, ed è ancora di tipo Paasche. Si ha
infatti:

At / CA0,t = CPP0,t .

Ad esempio, per t = 2 si ha:

C
∑p h0 q h1 ∑p h1 q h2 ∑p h1 q h1 ∑p h2 q h2
A2 / A0,2 = ∑ ph2 qh2 / ( ∑ ph0 qh0 h h
)= h h
=
h h ∑p h
h0 q h0 ∑p
h
h1 q h1 ∑p
h
h0 q h1 ∑p
h
h1 q h2

= PP0,1 ⋅ PP1,2 = CPP0,2 .

Alternativamente, si possono determinare direttamente gli indici dei prezzi rispetto


all’anno precedente rapportando l’aggregato a prezzi correnti di ogni anno a quello
corrispondente valutato ai prezzi dell’anno precedente, ad esempio per l’anno t:

∑p ht q ht
h
= PPt-1,t
∑p h
ht -1 q ht

e poi procedere al concatenamento:

t
C P
P 0,t = PP0,1 PP1,2 …. PPt-1,t = ∏
s=1
PPs-1,s .

Come già osservato, il limite di tale procedura sta nel fatto che le serie concatenate non
soddisfano la proprietà di additività e quindi si produce una discrepanza nella
quadratura dei conti, che tuttavia, se il periodo considerato non è particolarmente lungo,
è in genere di entità molto modesta.

Nella tabella seguente sono riportate le serie 2000-2005 del Pil in Italia a prezzi
correnti, ai prezzi dell’anno precedente e i valori concatenati in volume (anno di
riferimento 2000).

110
Tabella 9.2. Prodotto interno lordo dell'Italia dal 2000 al 2005 (milioni di euro).

Anni Prezzi correnti Prezzi dell'anno Valori concatenati


precedente (anno 2000)

2000 1191057 1167462 1191057


2001 1248648 1212442 1212442
2002 1295226 1252918 1216588
2003 1335354 1295707 1217040
2004 1390539 1351426 1231689
2005 1423048 1391763 1232773

ESERCIZIO 14

A partire dai dati della precedente tabella 8.2, per il periodo 2000-2005:
a) calcolare il deflatore implicito del Pil (base 2000 = 100) e determinare la variazione
dei prezzi impliciti dall’anno iniziale a quello finale del periodo;
b) calcolare l’indice dei prezzi impliciti di ogni anno rispetto al precedente e
determinare la variazione complessiva dei prezzi dall’anno iniziale a quello finale
concatenando gli indici ottenuti. Mostrare l’uguaglianza con il risultato ottenuto al
punto precedente;
c) calcolare la variazione nominale del Pil e scomporla nel prodotto della variazione dei
prezzi e della variazione in volume.

Soluzione:
a) Il deflatore implicito è dato dal rapporto tra valori a prezzi correnti e corrispondenti
valori concatenati in volume (per 100):
2000: 100;
2001: (1248648/1212442) ⋅ 100 = 103.0;
2002: (1295226/1216588) ⋅ 100 = 106.5;
2003: (1335354/1217040) ⋅ 100 = 109.7;
2004: (1390539/1231689) ⋅ 100 = 112.9;
2002: (1423048/1232773) ⋅ 100 = 115.4.
La variazione dei prezzi impliciti è pertanto del 15.4%.
b) L’indice dei prezzi impliciti di ogni anno rispetto al precedente è dato dal rapporto
tra il Pil a prezzi correnti e quello valutato ai prezzi dell’anno precedente, a partire dal
2001 (il 2000 è infatti valutato ai prezzi del 1999 e quindi il relativo indice dei prezzi
impliciti va escluso dal calcolo):
2001: 1248648/1212442 = 1.0299;
2002: 1295226/1252918 = 1.0338;
2003: 1335354/1295707 = 1.0306;
2004: 1390539/1351426 = 1.0289;
2002: 1423048/1391763 = 1.0225.
Indice concatenato: P00,05 = 1.0299 ⋅ 1.0338 ⋅ 1.0306 ⋅ 1.0289 ⋅ 1.0225 = 1.154

111
La variazione dei prezzi è del 15.4%, come determinato nell’esercizio a).
c) Indice della variazione nominale del Pil: 1423048/1191057 = 1.195;
indice della variazione dei prezzi: 115.4/100.0 = 1.154;
indice della variazione in volume: 1232773/1191057 = 1.035.
Scomposizione della variazione nominale del Pil: 1.195 = 1.154 ⋅ 1.035.

9.5. La deflazione degli aggregati monetari

Gli aggregati che derivano dalla distribuzione primaria e secondaria del reddito sono
flussi monetari non esprimibili come somme di prezzi per quantità e quindi non sono
deflazionabili con i metodi visti nei paragrafi precedenti. Anche per essi esiste però la
necessità di valutarne il potere d’acquisto reale, depurato cioè dell’effetto della
variazione dei prezzi. Sebbene tali valutazioni non vengano ufficialmente effettuate
dagli istituti nazionali di statistica, il SEC suggerisce una metodologia da applicare, che
in generale consiste nel deflazionare l’aggregato a prezzi correnti dividendolo per un
indice dei prezzi relativo ai beni e servizi nei quali l’aggregato viene prevalentemente
speso.

Per misurare le variazioni del potere d’acquisto reale del reddito da lavoro dipendente
viene così suggerito di deflazionarlo dividendolo per il deflatore implicito della spesa
per consumi individuali o per l’indice dei prezzi al consumo. In particolare nel caso
italiano, poiché si dispone dell’indice dei prezzi per le famiglie di operai e impiegati
(FOI), quest’ultimo appare l’indice più adeguato allo scopo, unitamente al deflatore
implicito prima ricordato, o uno analogo, come quello relativo alla spesa per consumi
delle famiglie. Gli stessi deflatori e indici dei prezzi al consumo si applicano
ovviamente a tutti gli aggregati, relativi sia al paese nel suo complesso sia ai settori
istituzionali, che come il reddito da lavoro dipendente vengono prevalentemente
impiegati in consumi finali, ad esempio le pensioni e in genere le prestazioni sociali.
Diverso è il caso del risparmio, che costituendo la principale fonte di finanziamento
degli investimenti, deve essere deflazionato dividendolo per il deflatore relativo a tale
aggregato o comunque per un indice dei prezzi dei beni di investimento.

Un aspetto diverso dai precedenti è la valutazione del reddito da lavoro dipendente, o


anche da capitale, a saggi costanti di remunerazione. In generale, i redditi dei fattori
produttivi primari possono essere visti come prodotto di unità di servizi forniti dai
fattori della produzione per i saggi di remunerazione degli stessi (saggi salariali, tassi di
interesse). Per questi aggregati si possono stimare i relativi flussi a saggi costanti di
remunerazione, come suggerito dal SEC95.

Il reddito da lavoro dipendente a saggi costanti di remunerazione può essere


ottenuto applicando al volume di lavoro impiegato nel processo produttivo al tempo
corrente, classificato per tipo di lavoro o qualifica, i corrispondenti redditi unitari da
lavoro dipendente del tempo base, come nella espressione seguente:

W0,t = ∑
h
Lht wh0 ,

112
dove W0,t è il reddito da lavoro dipendente dell’anno t ai saggi di remunerazione
dell’anno 0, Lht indica l’input di lavoro della qualifica h nell’anno corrente e wh0 il
saggio unitario di remunerazione degli occupati della qualifica h nell’anno base.

Il seguente rapporto tra il reddito da lavoro dipendente dell’anno t a saggi di


remunerazione dell’anno base e il reddito da lavoro dipendente (a prezzi correnti) del
medesimo anno base:

W0, t ∑L
h
ht w h0
=
W0 ∑L
h
h0 w h0

è un indice di tipo Laspeyres che misura la variazione del volume di lavoro impiegato
nel processo produttivo, tenendo conto anche delle sue variazioni di composizione
qualitativa, oltre che della variazione del numero di unità di lavoro. Ad esempio,
l’indice può assumere un valore maggiore di uno, e quindi indicare un aumento del
volume di lavoro anche nella ipotesi che non vi sia variazione nel numero di unità di
lavoro (o perfino in caso di loro diminuzione), a causa di un cambiamento della sua
composizione qualitativa a vantaggio delle qualifiche, e quindi delle remunerazioni, più
elevate.

Invece, il seguente rapporto tra il reddito da lavoro dipendente dell’anno t e quello a


saggi di remunerazione costanti:

Wt ∑L
h
ht w ht
=
W0, t ∑L
h
ht w h0

è un indice di tipo Paasche che misura la variazione delle remunerazioni unitarie,


ferma restando la composizione dell’input di lavoro (dell’anno corrente).

In definitiva, analogamente al caso degli aggregati derivanti da operazioni su beni e


servizi, i due rapporti esprimono le due componenti moltiplicative, ovvero le variazioni
in volume e le variazione dei “prezzi” (remunerazioni unitarie), nelle quali è possibile
scomporre la variazione nominale del reddito da lavoro dipendente. Infatti:

W0, t Wt W
= t .
W0 W0, t W0

Problemi molto più complessi, anche dal punto di vista teorico, si pongono per la stima
dei redditi da capitale a saggi costanti di remunerazione, tanto che la questione non è
neppure affrontata dal SEC.

113
ESERCIZIO 15

Con riferimento all’Italia e al periodo 2000-2005, nella tabella seguente sono riportati i
redditi interni da lavoro dipendente, le unità di lavoro dipendenti e la spesa per consumi
delle famiglie a prezzi correnti e relativi valori concatenati.

Redditi interni da Unità di lavoro Spesa per consumi


Anni lavoro dipendente dipendenti prezzi correnti valori concatenati
(anno 2000)

2000 467393 16279.2 709930 709830


2001 493295 16653.8 733562 714701
2002 516010 16958.3 755855 715871
2003 536230 16992.3 784333 722865
2004 555481 17042.9 810143 727751
2005 581122 17298.5 834264 732064

Calcolare la corrispondente serie dei redditi unitari da lavoro dipendente in termini reali
e calcolarne la variazione percentuale dall’anno iniziale a quello finale del periodo
considerato.

Soluzione:
Calcoliamo prima la serie dei redditi unitari da lavoro dipendente (a prezzi correnti),
data dal rapporto tra redditi da lavoro e numero di ULA dipendenti, e poi i deflatori
della spesa per consumi delle famiglie, dati dal rapporto tra valori a prezzi correnti e
valori concatenati. Infine, i redditi unitari in termini reali sono ottenuti dividendo la
prima serie per i deflatori della spesa per consumi. I risultati sono riportati nella tabella
seguente:

Redditi unitari Deflatore spesa


lavoro dipendente per consumi Redditi unitari
Anni (euro correnti) (2000 = 100) in termini reali
(1) (2) (3) = (1) : ( 2)

2000 28711 100.0 28711


2001 29621 102.6 28870
2002 30428 105.6 28814
2003 31557 108.5 29085
2004 32593 111.3 29284
2005 33594 114.0 29468

La variazione percentuale dei redditi unitari da lavoro dipendente in termini reali dal
2000 al 2005 è stata pari a:
(29468/28711 –1) ⋅ 100 = 2.6 %.

114
9.6. I confronti pluriennali e la misura delle variazioni

Le serie concatenate in volume (o a prezzi costanti) degli aggregati relativi al conto


delle risorse e degli impieghi, in particolare del prodotto interno lordo, sono alla base
dell’analisi della crescita economica. Indicato con Xt un qualsiasi aggregato o
indicatore relativo all’anno t – ad esempio, il Pil (in volume o a prezzi costanti) o il Pil
per abitante – l’intensità della crescita può essere misurata calcolando diversi tassi di
variazione, sia annuali che riferiti a periodi pluriennali.
Il tasso di variazione annuale (da un anno al successivo) si ottiene nel modo seguente
(eventualmente moltiplicato per 100 per esprimerlo in termini percentuali):

Xt
gt-1,t = -1.
X t -1

E’ facile verificare che, calcolato su dati concatenati in volume, tale tasso di variazione
annuale corrisponde all’indice di Laspeyres (meno 1) della variazione in volume
dall’anno t-1 all’anno t.

Se la misura della crescita che si intende calcolare è invece riferita ad un periodo


pluriennale, si possono calcolare due tassi di variazione diversi: il tasso cumulato e il
tasso medio annuo. Il tasso cumulato è quello che si è avuto dall’anno iniziale (0) a
quello finale (t) del periodo analizzato, considerando cioè il cumulo delle variazioni
annuali che si sono avute nel periodo:

Xt
g0,t = -1.
X0

La crescita cumulata del periodo è però in generale avvenuta a tassi annui variabili,
alcuni maggiori della media, altri minori. Indicati tali tassi di variazione con g0,1, g1,2, …,
gt-1,t, il passaggio dal valore iniziale X0 a quello finale Xt può essere espresso nel modo
seguente:

X0 (1+ g0,1) (1+ g1,2) … (1+ gt-1,t) = Xt .

Calcolare il tasso di variazione medio annuo vuol dire allora ricercare quel tasso di
variazione annuo che se fosse rimasto costante nel periodo avrebbe prodotto la
medesima crescita cumulata, ovvero avrebbe condotto ugualmente l’aggregato da X0 a
Xt. In altri termini, il tasso di variazione medio annuo è il tasso composto g 0,t che
soddisfa la seguente equazione:

X0 (1+ g 0,t )t = Xt ,

da cui

X t 1/t
g 0 ,t = ( ) -1.
X0

115
ESERCIZIO 16

a) Utilizzando i dati riportati nella precedente tabella 8.2, calcolare il tasso di crescita
medio annuo dell’economia italiana nel periodo 2000-2005.
b) Utilizzando invece i dati dell’Esercizio 15:
b1) calcolare il tasso di variazione medio annuo dei redditi unitari da lavoro
dipendente;
b2) sulla base del deflatore implicito, calcolare il tasso di variazione medio annuo dei
prezzi al consumo.
c) Utilizzando l’indice FOI riportato nella tabella 7.2, calcolare la variazione
percentuale media annua dei prezzi al consumo delle famiglie di operai e impiegati dal
2000 al 2006 e confrontarla con quella del periodo 1995-2000.

Soluzione:
a) Il tasso di crescita va calcolato sui valori concatenati del Pil nel periodo considerato.
Quindi:
g = (1232773/1191057)1/5 – 1 = 0.007 (0.7%).
b1) Calcolata la serie dei redditi unitari da lavoro dipendente (vedi Esercizio 15), il loro
tasso di crescita medio annuo è:
g = (29468/28711)1/5 – 1 = 0.005 (0.5%).
b2) Il delatore implicito del 2005 (base 2000 = 100) è 114.0. Pertanto il suo tasso di
variazione medio annuo è:
g = (114/100)1/5 – 1 = 0.027 (2.7%).
c) Dalla tabella 7.2 si ha che l’indice dei prezzi FOI (base 1995 = 100) vale 112.1 nel
2000 e 127.8 nel 2006. Pertanto la sua variazione percentuale media annua dal 2000 al
2006 è:
g = [(127.8/112.1)1/6 – 1] ⋅ 100 = 2.2%;
mentre quella dal 1995 al 2000 è:
g = [(112.1/100)1/5 – 1] ⋅ 100 = 2.3%.

116
10. Il confronto degli aggregati nello spazio
I confronti nello spazio, ad esempio per analizzare i divari di sviluppo o di produttività
o di livelli di benessere tra paesi, vanno fatti eliminando dagli aggregati l’effetto dei
diversi livelli dei prezzi interni, ovvero esprimendo gli aggregati a parità di potere di
acquisto. Tale operazione è resa necessaria non soltanto per confrontare aggregati di
paesi che adottano diverse valute, ma anche per i confronti tra paesi che adottano la
stessa valuta, poiché anch’essi sono caratterizzati da divari, spesso rilevanti, nei livelli
dei prezzi interni, e perfino per i confronti tra regioni o città all’interno di uno stesso
paese, sebbene le informazioni statistiche disponibili non consentano ancora di
affrontare il problema anche a questo livello delle analisi.
Nel seguito si farà riferimento al caso più generale di confronti tra paesi con diverse
valute.

10.1. Gli aggregati a parità di potere d’acquisto

Le valutazioni a parità di potere d’acquisto, così come quelle a prezzi costanti o


dell’anno precedente, riguardano gli aggregati derivanti da operazioni su beni e servizi,
che sono esprimibili come somma di prezzi per quantità. Il problema si pone in modo
diverso a seconda che si tratti di confronti bilaterali (tra due soli paesi) o di confronti
multilaterali (tra più di due paesi).

10.1.1. Confronti bilaterali

Consideriamo un prodotto h il cui prezzo in due paesi a e b nelle rispettive valute


nazionali (se diverse) è, rispettivamente, pha e phb . Ad esempio, supponiamo che il
prezzo di un certo tipo di carne sia pari in USA a 20 $ al Kg e in Italia a 15 euro al Kg.
Definiamo la parità economica elementare relativa al bene considerato come il
rapporto tra i due prezzi nelle rispettive valute:

p hb
parità economica elementare per il bene h = .
p ha

La parità economica elementare è la misura della parità di potere di acquisto per il bene
h considerato: indica il numero di unità della valuta di b necessarie in quel paese per
acquistare la stessa quantità del bene h che una unità di valuta di a acquisterebbe nel
paese a. E’ dunque il tasso di conversione, analogo al tasso di cambio, tra le due
monete che garantisce lo stesso potere di acquisto in termini del prodotto considerato.
Nell’esempio precedente, scelto gli USA come paese base (a), la parità economica
elementare tra euro e dollaro con riferimento a quel tipo di carne è 0.75, e ciò significa
che, con riferimento all’acquisto di quella carne, un dollaro equivale a 0.75 euro.

Ovviamente, se il confronto riguarda due paesi che adottano la stessa valuta, ad


esempio Francia e Italia, la parità economica elementare coincide con l’indice semplice
dei prezzi nel caso di dati spaziali, assumendo il paese a come base. Ad esempio, se il
paese scelto come base fosse la Francia e se ora l’indice della parità economica

117
elementare risultasse pari a 0.90 vorrebbe dire semplicemente che il prezzo di quel tipo
di carne in Italia è del 10% minore che in Francia.

A questo punto occorre però passare dal caso semplice di un unico bene a quello di un
paniere di beni rappresentativo di un intero aggregato, ad esempio i consumi delle
famiglie, e quindi dall’indice semplice della parità economica elementare ad un indice
sintetico (complesso) della parità di potere d’acquisto valido per l’intero aggregato. In
generale, la sintesi di indici semplici può essere fatta con uno degli indici complessi già
noti (Laspeyres, Paasche o Fisher). Ad esempio, definito un paniere di beni e servizi
comune ai due paesi e scelto a come paese base, fare la sintesi con l’indice dei prezzi di
Laspeyres (per i confronti spaziali) vuol dire calcolare l’indice seguente:

p p ha q ha ∑p hb q ha
PLa,b = ∑ hb = h
.
h p ha ∑h p ha q ha ∑p
h
ha q ha

Mentre la sintesi con l’indice di Paasche conduce all’indice seguente:

p p ha q hb ∑p hb q hb
PPa,b = ∑ hb = h
.
h p ha ∑h p ha q hb ∑p
h
ha q hb

Tuttavia, come è già noto, né l’indice di Laspeyres, né quello di Paasche soddisfano la


proprietà di reversibilità delle basi. Si ha infatti:

1 1
PLb,a ≠ L
e PPb,a ≠ P ,
Pa,b Pa,b

e pertanto il confronto tra i livelli dei prezzi dei due paesi, ove fatto con tali indici, non
sarebbe univoco, ma dipenderebbe dal paese scelto come base.

Come sappiamo, l’indice complesso che soddisfa la proprietà di reversibilità delle basi,
ed è quindi da preferire nei confronti binari a parità di potere d’acquisto, è l’indice di
Fisher, dato dalla media geometrica degli indici di Laspeyres e Paasche. Si ha infatti:

1
PFb,a = (PLb,a PPb,a)1/2 = .
Pa,Fb

La parità di potere di acquisto calcolata con tale indice è dunque univoca, nel senso che
calcolata per un paese b rispetto ad un altro a è esattamente il reciproco di quella
calcolata per il secondo rispetto al primo.

Indicato con PPAa,b = PFa,b tale indice delle parità di potere d’acquisto, la conversione
dell’aggregato relativo al paese b, espresso nella sua valuta, in un nuovo aggregato

118
espresso a parità di potere di acquisto, si ottiene dividendo l’aggregato originario per
l’indice PPAa,b, come nello schema seguente:

Paese Aggregato Indice PPA Aggregato


(nelle singole (in PPA)
valute)

a Xa PPAa,a =1 Xa

Xb
b Xb PPAa,b
PPA ab

ESERCIZIO 17

Nella tabella seguente sono riportati i prezzi di tre prodotti in Italia e in Usa, espressi
nelle valute dei singoli paesi, e le relative quantità consumate:

Italia USA
Prodotti Prezzi Quantità Prezzi Quantità
(euro) (dollari)

1 12 40 10 120
2 30 20 26 100
3 16 10 12 40

a) Calcolare un indice della parità di potere d’acquisto scegliendo come paese base gli
USA;
b) trasformare i due aggregati espressi nelle rispettive unità monetarie nei
corrispondenti aggregati a parità di potere d’acquisto.

Soluzione:
a) Calcoliamo gli indici dei prezzi di Laspeyres e Paasche per l’Italia rispetto agli USA.
Gli elementi per il calcolo sono riportati nella tabella seguente:

Prodotti phbqhb phaqha phbqha phaqhb

1 480 1200 1440 400


2 600 2600 3000 520
3 160 480 640 120

Totale 1240 4280 5080 1040

Si ha pertanto:
PLa,b = 5080/4280 = 1.187 ;

119
PPa,b = 1240/1040 = 1.192.
L’indice delle parità di potere d’acquisto è quindi:
PPAa,b = PFa,b = (1.187 ⋅ 1.192)1/2 = 1.190.
b) Gli aggregati relativi ai due paesi nelle rispettive unità monetarie sono:
per gli USA: ∑ pha qha = 4280;
h

per l’Italia: ∑
h
phb qhb = 1240.

Poiché gli USA sono il paese scelto come base, per esprimere i due aggregati a parità di
potere d’acquisto basta dividere l’aggregato relativo all’Italia per il suo indice delle
PPA, come nella tabella seguente:

Aggregato nella Indice Aggregato


Paesi valuta del paese PPA in PPA
(1) (2) (3) = (1) : ( 2)
a 4280 1 4280
b 1240 1.190 1042

10.1.2. Confronti multilaterali

Nei confronti multilaterali la necessaria indipendenza dei risultati dalla scelta del paese-
base richiede che l’indice delle PPA soddisfi anche la proprietà di transitività delle basi.
La proprietà di transitività, illustrata nel Capitolo 7, adattata al caso di dati spaziali e
indicando con a, r e s tre generici paesi, può essere espressa nel modo seguente:

Ia,r Ir,s = Ia,s

da cui

I a,s
Ir,s= .
I a,r
Per il paese s, il passaggio da una base (a) ad un’altra (r) avviene dividendo il proprio
indice della vecchia base a (Ia,s) per Ia,r. In generale, come già accennato nel Capitolo 7,
considerando l’insieme dei paesi, il passaggio da una base (a) all’altra (r) avviene
dividendo gli indici della prima base per una medesima costante (Ia,r). Il che
ovviamente lascia immutati i rapporti tra gli indici dei diversi paesi, che è esattamente
ciò che serve perché la scelta del paese base possa considerarsi indifferente ai fini del
confronto multilaterale. Sappiamo però che neppure l’indice di Fisher soddisfa tale
proprietà e di conseguenza, per poter effettuare i confronti multilaterali a parità di
potere di acquisto in modo indipendente dalla scelta del paese base, occorre procedere
con altri metodi.

120
Il SEC95 suggerisce di utilizzare l’indice EKS (di Eltero, Koves, Szulc), che è costruito
con una procedura simile a quella degli indici a catena per i confronti temporali. La
procedura si basa su una matrice di indici dei prezzi di Fisher relativi a tutti i possibili
confronti binari tra m paesi del tipo seguente:

1 … r … s … m

1 PF11 ... PF1r … PF1s … PF1m


. ……………………………..

r PFr1 … PFrr … PFrs … PFrm


. ………………………….….

s PFs1 ... PFsr … PFss … PFsm


. …………………………….

m PFm1 … PFmr … PFms … PFmm

L’indice EKSrs è dato dalla media geometrica degli indici binari di Fisher che collegano
direttamente o indirettamente i generici paesi r e s, ovvero è dato dalla radice m.ma del
prodotto degli elementi della riga r e della colonna s:

m
EKSrs = ( ∏ PFrj PFjs )1/m .
j =1

L’indice EKS gode della proprietà di transitività delle basi, poiché vale la relazione:

EKSrs EKSst = EKSrt .

Infatti:

m m
( ∏ PFrj PFjs )1/m ( ∏ PFsj PFjt )1/m =
j =1 j =1
m m
= ( ∏ PFrj PFjs (1/PFjs)PFjt)1/m = ( ∏ PFrj PFjt )1/m = EKSrt .
j =1 j =1

Come gli indici a catena utilizzati nei confronti temporali, anche l’indice EKS non
rispetta la condizione di additività e pertanto il SEC suggerisce di limitarne
l’applicazione ai confronti spaziali riguardanti aggregati singoli.

Altri metodi utilizzabili per i confronti multilaterali invece prescindono dai confronti
binari e soddisfano contemporaneamente il requisito della transitività e della additività.
Tra questi, il più utilizzato è il metodo di Geary-Khamis (GK), suggerito dal SEC per
esprimere a parità di potere d’acquisto gli aggregati somma di componenti.
Con tale metodo le parità di potere di acquisto vengono calcolate su un paniere di n
beni comuni a tutti i paesi e il confronto viene fatto tra il livello dei prezzi di un paese,

121
nella sua unità monetaria, e quello medio dell’insieme dei m paesi considerati, in una
unità monetaria comune.

Indichiamo con:
phj e qhj (h=1, …, n; j=1, …, m) rispettivamente i prezzi (nella valuta del paese) e le
quantità scambiate del generico bene h nel paese j;
PPAj : il fattore di conversione dalla valuta del paese j all’unità monetaria comune
(parità di potere di acquisto).
Definiamo, inoltre:
il prezzo del bene h nel paese j espresso in unità monetaria comune:

p hj
;
PPA j

il prezzo medio, ponderato con le rispettive quantità, del bene h in unità monetaria
comune nell’insieme degli m paesi:

p hj
∑ PPA q hj
πh =
j j
, (h=1, …, n).
∑q j
hj

L’indice della parità di potere d’acquisto è definito come rapporto tra l’aggregato
effettivo del paese j, ai prezzi e nella valuta del paese, diviso l’aggregato fittizio
ottenuto applicando alle quantità del paese j i prezzi medi negli m paesi in moneta
comune:

∑p
h
hj q hj
PPAj = (j=1, …, m).
∑π
h
h q hj

Si tratta dunque di un indice di tipo Paasche, ma con riferimento ai prezzi medi in


moneta comune e non a quelli di un paese scelto come base, il che elimina all’origine il
problema della transitività delle basi.

Le due relazioni precedenti definiscono un sistema omogeneo di n+m equazioni lineari


in n+m incognite, che va risolto in modo iterativo: si fissano valori arbitrari per PPAj
(ad esempio tutti pari ad 1) e si calcolano gli n valori di πh, che si sostituiscono nel
secondo insieme di equazioni, determinando m valori di PPAj, che si sostituiscono nelle
prime n equazioni, e così via fino al raggiungimento della convergenza.

Le soluzioni del sistema così ottenute non sono tuttavia indipendenti dai valori iniziali
adottati nel processo di iterazione; differiscono però per uno scalare, talché sono
indipendenti dai valori iniziali i rapporti tra gli indici PPA di diversi paesi. Scelto un
paese di riferimento r, l’indice delle parità di potere di acquisto proposto da Geary e
Khamis per il generico paese j è pertanto:

122
PPA j
GKrj = .
PPA r

Determinati gli indici delle parità di potere d’acquisto con uno dei due metodi
precedenti, indichiamo genericamente con PPArj (invece che con gli acronimi EKS e
GK) quello del paese j rispetto al paese di riferimento r. Gli aggregati degli m paesi a
parità di potere d’acquisto si ottengono dividendo gli aggregati originari espressi nelle
valute dei rispettivi paesi per i corrispondenti indici PPArj, come nello schema seguente:

Aggregato Aggregato
Paese (nelle singole Indice PPA (PPA)
valute)

X1
1 X1 PPAr,1
PPA r1
. … … …
Xj
j Xj PPAr,j
PPA rj
. … … …

r Xr PPAr,r =1 Xr

. … … …
Xm
m Xm PPAr,m
PPA rm

ESERCIZIO 18

Nella tabella seguente, per i principali paesi europei e per gli USA sono riportati il Pil
(nella valuta dei singoli paesi), la popolazione residente e l’indice delle PPA:

Pil in valuta nazionale Popolazione Indice


Paesi (miliardi) (milioni) PPA

Italia 1417.2 58.5 1.004


Francia 1659.0 60.6 1.075
Germania 2207.0 82.5 1.043
Regno Unito 1225.3 60.0 0.747
Spagna 905.5 43.0 0.913
USA 12455.8 296.0 1.203

Per ognuno di tali paesi calcolare il Pil per abitante a parità di potere d’acquisto.

123
Soluzione:
Calcolati i rapporti tra Pil e popolazione residente, il Pil per abitante a parità di potere
d’acquisto si ottiene semplicemente dividendo il risultato per il corrispondente indice
delle PPA, come nella tabella seguente:

Pil per abitante Indice Pil per abitante


Paesi (migliaia) PPA in PPA

Italia 24.2 1.004 24.1


Francia 27.4 1.075 25.5
Germania 26.8 1.043 25.7
Regno Unito 20.4 0.747 27.3
Spagna 21.0 0.913 23.0
USA 42.1 1.203 35.0

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