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Convivialità pubblica e poesia per simposio in Grecia

Author(s): Massimo Vetta


Source: Quaderni Urbinati di Cultura Classica , 1996, New Series, Vol. 54, No. 3 (1996),
pp. 197-209
Published by: Fabrizio Serra Editore

Stable URL: https://www.jstor.org/stable/20547362

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Convivialit? pubblica e poesia per simposio in Grecia
Massimo Vetta

Un'immagine suggerita da Fustel de Coulanges1, con gli uomini


in veste bianca e coronati, assisi per consumare il pasto sacrif?cale e
rinnovare il consenso del villaggio, apre un libro importante per Tan
tropologia storica del mondo greco. Con La cit? au banquet, am
pliando risultati gi? pubblicati e riflettendo sui numerosi studi della
Scuola di Parigi, Pauline Schmitt Pantel ha proposto una storia della
commensalit? pubblica in Grecia lungo Parco di dieci secoli, dall'ar
caismo fino al basso impero2.
Gli uomini hanno appena immolato al dio, hanno superato la
paura della violenza inflitta al mondo animale, e ora spartiscono la
colpa e il m?rito del dono in un'atmosfera di pace ritrovata. L'antico
rituale legato alia caccia si ? trasformato in festa della citt?. II gruppo
di predatori ? divenuto comunit? ampia, che attraverso il sangue del
la vittima invoca gli dei e rinsalda i vincoli di una difficile conviven
za. II rito, occasione di emozioni e di gesti ripetuti, crea pause nel
Timprevedibilit? della storia. La cittadinanza interrompe iniziative e
tensioni e recupera le origini, attiva la memoria, lascia spazio al rac
conto, al programma e alia fantasia collettiva. La festa ? cerniera tra
realt? e desiderio. Sacrificio cruento e consumazione delle carni, al
Faperto e in ampi spazi, hanno il valore simb?lico di una peri?dica
riappropriazione cerimoniale del territorio cittadino, lasciano un ri
cordo del culto sol?dale nei luoghi della frequentazione quotidiana.
Un libro sulla commensalit? pubblica del mondo greco coinvolge
diversi settori di ricerca, dalPepigrafia alia letteratura, dalParcheolo

1 N. D. Fustel de Coulanges, La cit? antique, Paris 18745 (1864), p. 184.


2 P. Schmitt Pantel, La cit? au banquet. Histoire des repas publics dans les
cit?s grecques (Collection de l'Ecole fran?aise de Rome 157), Rome 1992, pp. VII +
585.

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gia all'analisi delle fonti storiche. La documentazione disponibile ?


disuguale. Se per i secoli deU'arcaismo prevale l'apporto della cera
mografia, per l'ellenismo e il periodo romano ? dominante quello
delle iscrizioni. In questo ?mbito complesso la Schmitt Pantel si muo
ve con competenza, proponendo ipotesi e fornendo premesse per ul
teriori risultati. Il criterio dell'indagine ? tem?tico e diacronico. L'i
dea guida ? quella di illustrare e interpretare il nesso fra il modo in
cui una comunit? costruisce il proprio senso di appartenenza civica e
il ruolo ehe in questa costruzione ? svolto dal banchetto pubblico
sacrif?cale. Questo rapporto ha una vicenda che segue gli snodi cano
nici della storia della cultura greca, dalla tradizione aristocr?tica del
la citt? arcaica, alla prodigiosa mistione di due modelli nell'Atene
classica, fino alla molteplice coesistenza di dispersione e consenso del
potere nel mondo ellenistico.
In et? arcaica la partecipazione al banchetto ? s?mbolo rilevante
della condivisione di una cittadinanza. ? dunque un rito di ugua
glianza e di riconoscimento; ? un diritto che si pone accanto agli altri
fondamentali che segnano l'appartenenza civica, corne il portare le
armi, parlare nell'agor?, concorrere in un agone, compiere un sacrifi
cio. La commensalit? ? diritto politico e dovere religioso. Il pasto in
comune ? "il luogo di espressione e di riproduzione dei valori ricono
sciuti nella citt?" (p. 70). Figura ricorrente della comunit? ? il (l?oov,
definizione spaziale che include l'idea della distribuzione e dunque
dell'identit?/sicurezza di chi ? ammesso ad averne parte.
A partir? dalla cer?mica corinzia di fine VII sec?lo a.C, la com
mensalit? arcaica ha la sua documentazione per immagini nei raffi
nati prodotti della pittura vascolare. Ora, uno degli apporti meglio
delineati della riflessione recente ? che la ceramografia non riproduca
la realt?, ma operi con un intento di astrazione. Il proposito del pitto
re e della committenza non ? il racconto, il ricordo di un evento pun
t?ale, come quando si scelga un episodio del mito, ma ? invece la
rappresentazione parziale di una langue figurativa. La superficie del
vaso diviene spazio per l'immagine dei ruoli sociali costitutivi della
citt?3; uno spazio suddiviso, che include non solo l'equivalenza dei
personaggi a banchetto, ma, nel campo opposto o superiore, la teor?a
di cavalieri, l'assetto degli opliti, la scena di palestra o di processione

3 Cfr. J. L. Durand, 'Entrer en imagerie', in AA.VV., La cit? des images,


Lausanne-Paris 1984, p. 33.

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sacrif?cale. La polisemia della figurazione, aggiungerei, serve anche a


rendere Poggetto significativo in ogni tipo di riunione, senza mai di
scordare nelle diverse forme di convito e nelle differenti occasioni di
simposio, ma proponendo una simbologia di base sempre valida nel
tempo. Il campo delle possibilit? di organizzare gli elementi icono
grafici viene lasciato aperto. Io credo che, nella rappresentazione dei
valori di appartenenza cittadina, ceramografia e poesia arcaica ab
biano svolto due funzioni complementari, Puna come catalogo sim
b?lico, Pa?tra come racconto specifico, come cronaca di riunioni con
crete. II vasellame che circonda banchettanti e simposiasti diviene
scenario profondo, quasi un'eco di prototipi per il resoconto imme
diato del canto.
II rito di appartenenza ha i suoi momenti di enfasi in occasione
della fruoia, ma nella Grecia arcaica la citt? a banchetto non ? sempre
una citt? che ha appena sacrificato. Etnie e istituzioni prolungano il
senso coesivo del mangiare insieme anche negli intervalli fra una ce
lebrazione e Pa?tra. I syssitia spartani sono un esempio di pasto co
munitario preso in ogni giorno delPanno. Nel tardo arcaismo ? docu
m?ntate anche per gli Ioni un convito non sacrif?cale, tenuto in una
xoivT| ?ox?a, nella forma di una commensalit? delegata4 pol?tica e
quotidiana. Secondo un'ipotesi della Schmitt Pantel (p. 99), il prita
neo ateniese di et? soloniana accoglieva in questo modo magistrati e
rappresentanze di cittadini ponendosi come pratica intermedia fra il
syssition d?rico e Pidea i?nica di un pasto comune di coloro che eser
citavano un'autorit?.
Per i secoli V e IV a.C. la mensa meglio conosciuta ? quella di
Atene. Nel calendario attico ogni mese include un rito di consumazio
ne pubblica di carni immolate. Il valore c?vico arcaico del grande
banchetto sacrif?cale persiste, ma in una comunit? che ha ormai co
struito una complessa pol?tica istituzionale. II senso di appartenenza
cittadina ? ormai percezione quotidiana nei vari luoghi delPassem
blea, del tribunale e nelle sedi delle magistrature. La citt? rituale
impone pause alla citt? che delibera, e diviene rito di convivenza.
Ogni comunit? si conserva in quanto attua forme di mediazione fra le
disuguaglianze dei componenti. Per il caso di Atene si dovrebbe forse
insistere pi? a lungo sui fatto che Pordinamento nato con la riforma

4 M. D?tienne, 'La cit? en son autonomie. Autour d'Hestia', Quad, di storia 22,
1985, pp. 59-78.

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di Clistene interpreta la commensalit? solenne come istituto di equili


brio, di raccordo fra passato e presente, fra nazionalismo e annali
cittadini. E l'emozione delle grandi feste religiose che sostiene quella
sorta di ?patto sociale' che ? il cumulo specificamente attico delle
strutture storiche, dallo stadio tribale all'organizzazione gentilizia fi
no all'uguaglianza democr?tica con privilegi elettivi temporanei. Di
fronte alla continuit? del pasto sacrif?cale la polis ? come disposta in
cerchio, si appresta al riconoscimento, alia concessione, fa appello
alia discendenza comune. In questo ordine di idee va dato giusto
rilievo all'interpretazione della Schmitt Pantel che vede nelle due sedi
istituzionali della commensalit? delegata, il pritaneo e la tholos, il
luogo della coesistenza fra tradizione aristocr?tica e ordinamento
ugualitario. La tholos, dopo il 480, ? il focolare comune in cui i prita
ni partecipano a un e?avo?, portando personalmente le vivande ac
quistate con la paga assegnata dalla citt?; il pritaneo prolunga invece
lo spirito della donazione gentilizia, accoglie gli ambasciatori stranie
ri e ospita a vita un rappresentante per generazione dei discendenti
maschi dei tirannicidi, il sacerdote di Eleusi, l'indovino scelto da
Apollo e i vincitori nelle gare panelleniche, vincitori assistiti dagli dei.
E certamente vero che il pritaneo prolunga la citt? gentilizia, ma va
notato, a mio par?re, come rappresentasse nel contempo una sorta di
mensa religiosa rispetto all'intrattenimento politico della tholos.
Quando Socrate, sul finir? delVApologia plat?nica, chiede, pi? che
una condanna, la o?tt|oic nel pritaneo, awalora l'accusa di ate?smo e
attenta al focolare divino della citt?. Con una definizione che chiun
que ? in grado di sfumare opportunamente, si pu? dire che, se nel
politico istituzionale c'? una preponderanza democr?tica, nel religio
so e rituale persiste il ruolo dell'aristocrazia.
Atene classica ricorda con le mense il passato gentilizio e ne pro
lunga una funzione attraverso lo statuto del dono alimentare. A fine
V sec?lo e nel IV, la grande ?ox?aoic sacrif?cale ? una liturgia asse
gnata ai cittadini abbienti di ciascuna tribu e praticata secondo reg?
le minuzi?se. La citt? a banchetto celebra un assenso a ricchezze che
non sono mai state redistribuite e che son? ancora strumento di suf
fragio politico.
Sembra che Licurgo, fra il 338 e il 330 a.C, abbia ufficialmente
riformato il diritto alia o?tr|oic nel pritaneo. Come s?mbolo di muta
mento si pu? assumere la concessione di quel privilegio a un gen?rale
come Ificrate e ad altri strateghi vittoriosi. La citt? forte di V sec?lo
onorava le premesse antiche del proprio stato accogliendo i testimoni

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di un disegno di supremazia voluto dagli dei; la citt? debole si con


centra sui presente e d? onore a chi di volta in volta ne assicura la
soprawivenza. La liturgia commensale non ? pi? funzione di un
equilibrio interno, ma prova di una ricchezza disponibile verso Pe
sterno, segno di un potere che pu? ancora salvare la citt?.
La documentazione sui conviti pubblici di et? ellenistica e imp?
riale romana si disperde in centinaia di iscrizioni per tutto il bacino
del Mediterr?neo. Uno degli aspetti di questa nuova cultura ? la tra
sformazione della liturgia nella liberta delPevergetismo. II fascino del
rango gentilizio ha esaurito la sua storia a favore delPautorit? specifi
ca di piccole e grandi magistrature. La o?rnoic non osserva Pisonomia
di luoghi e tempi della citt?, ma ? strumento per costruire memorie
personali di innumerevoli personaggi il cui nome ? inciso su decreti
onorifici. Il pasto sacrif?cale ? spesso P?nico modo in cui chi esercita
un potere comunica con chi gli ? soggetto. NelPinterruzione fr?quente
del tempo quotidiano la divinit? ? un pretesto per rappresentare un
ordine pubblico in cui Pelargizione sacrif?cale ? diventata adempi
mento di un prestigio amministrativo.
E difficile rendere conto di tanti argomenti in una discussione
breve. Chiunque legger? il volume della Schmitt Pantel annotera in
margine, secondo la propria specializzazione, consensi ma anche
dubbi e divergenze di par?re. L'impressione di uno squilibrio si ha
confrontando la prima meta del volume, dedicato a societ? arcaica e
realt? ateniese, con la seconda. Le ultime due parti, dedicate al fen?
meno delPevergetismo ellenistico e tardo e ai 'banchetti degli altrP,
anche perch? coprono r?pidamente tanti secoli, appaiono pi? povere
di interpretazione e meno unitarie. In gen?rale, e nonostante Pabbon
danza di terni e di materiali, si rimane col desiderio di pagine sulla
visione della commensalit? sacrif?cale attraverso il mito, sui banchet
ti riservati aile donne, sui festini macedoni corne ci vengono descritti
dai frammenti della commedia di mezzo. Nel quadro delP arca?smo, il
banchetto sacrif?cale nelle citt? delle grandi tirannidi arcaiche meri
terebbe una riflessione estesa; Pambiente dei Pisistratidi potrebbe
spiegare la trasformazione della cer?mica attica fra 530 e 520 a.C.
Chi ha memoria soprattutto di poesia percepisce alcune omissioni in
uno stile di ricerca che giustamente non rifiuta le evocazioni suggesti
ve; la Schmitt Pantel ? capace di eleganti aperture di immaginazione,
ma ha perso Popportunit?, ad esempio, di ripercorrere quella fasci
nosa scena odissiaca in cui Nestore, sulla sabbia candida di Pilo, sa
crifica nove tori dal manto ?ero in onore di Posidone e ne consuma le

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carni insieme ai concittadini {Od. 3,1-68). Omero ha conservato


l'immagine della citt? a banchetto sulla riva del mare.

Ho letto questo libro con un interesse e una competenza che si


riferiscono a un tema storico-culturale, per cosi dire, contiguo alla
commensalit? com'? quello del simposio e ho trovato suggerimenti e
nuovi interrogativi. Quanto segue ? in parte frutto di mia riflessione
personale.
Il quesito fondamentale ? se al solenne pasto sacrif?cale cittadino
seguisse di regola anche l'intrattenimento rituale col vino. Con l'ov
via premessa che "vi furono certamenteybrme di simposio e non un
simposio" collegate con i differenti generi di pasto rituale5, a quel
l'interrogativo si deve rispondere affermativamente. A parte i docu
menti epigrafici, che insieme agli animali sacrificali elencano grandi
quantit? di vino, una prova sufficiente (almeno per il V sec?lo) pu?
essere la descrizione euripidea del drammatico festino deifico dello
lone in cui ? convenuto che il figlio di Apollo e Creusa beva vino
awelenato (w. 1106-1228). Al pasto all'aperto, sotto le tende, viene
invitata la citt? per un intrattenimento lungo, da mezzodi fin oltre il
tramonto del sole; dopo le mense si apprestano numerosi crateri d'o
ro, si invitano gli auleti per awiare il simposio. Gli ateniesi a teatro
non potevano sentir? diversa dalla loro esperienza una scena di que
sto genere, che ? una di quelle che maggiormente richiedono un coin
volgimento emotivo. II quadro deifico rappresentato da Euripide ?
importante anche per l'indicazione che i w. 1134-1136 ci forniscono
circa la durata del grande intrattenimento votivo6. Contrariamente
alla tendenza propria del convito privato, il simposio pubblico non
doveva conoscere divieti circa l'awio nel meriggio. Questa possibilit?
pu? spiegare enunciati di poesia simposiale che fino ad ora sembra
vano problematici. Nell'elegia 993-996 della silloge teognidea, in un
contesto scommatico, un convitato sfida uno dei presenti a una gara
di canto che abbia come premio per il vincitore un n?ic Ti?k?c. II
canto ? definito v\ivo? eq>?\iEQO<; in una parte della tradizione, mentre

5 P. Schmitt Pantel, op. cit. p. 10.


6 Eur. Ion 1134-1136: fjXiov ?oXdc / xaXr?? <pvXa|a?, otite jiq?? uioa? <p?.ov?? /
?xx?va?, oflx' aft xeXetraooa? ?iov xx?..

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il c?dice pi? attendibile7 ha ?cprjfie?o? upvo?. Nelle edizioni si legge


sempre ?<pi|A?QO?;, perch? Pidea di un canto "che duri tutto il giorno"
era sembrata un'iperbole inaccettabile8, ma ora Pidea di un intratte
nimento diurno successivo a una festa sacrif?cale rende possibile Pac
cenno a una gara che, iniziata col sole ancora alto, si prolunghi fino al
calare della sera9. Tornando alla real ta ateniese, ? facile presumere
che, a somiglianza delle riunioni private, anche sotto i padiglioni
prowisori delle mense cittadine il momento del vino fosse allietato da
m?sica e poesia oltrech? dal discorso libero. Immaginando, poniamo,
il grande banchetto comunitario che chiudeva nel Cer?mico la cele
brazione delle Panatenee, possiamo supporre alPopera, ormai fuori
dal contesto agonale, i rapsodi meno famosi, attori e altri mestieranti
di m?sica e di poesia. A seconda dello spirito della festa, singoli citta
dini potevano improwisare brevi sequenze di versi, e non ? improba
bile che i comici attici abbiano spesso trasferito in teatro i motteggi,
le parodie e i giochi verbali che caratterizzavano questi momenti di
convivenza pubblica libera e inebriata. A tarda sera, auleti dispersi
muovevano dai padiglioni per accompagnare i xc?)[?ol notturni di chi
stentava a concludere la festa.
Il simposio era usuale anche dopo lo svolgimento della commen
salit? delegata nella tholos ateniese. Le libazioni agli dei fatte dai
pritani, di cui parlano alcuni testimoni, indicano intrattenimenti col
vino in rappresentanza della citt? come momento di coesione e di
analisi pol?tica.
Volendo configurare i dati secondo alcune cat?gorie essenziali, e
andando un poco oltre la distinzione semplice fra spazio pubblico e
privato, si pu? dire che nella esperienza cult?rale dei greci esistettero
almeno quattro fondamentali immagini di simposio: 1) quello sacri
f?cale pubblico, tenuto in spazio aperto corne prosecuzione diretta
della grande commensalit? cittadina ripartita in gruppi; 2) quello

7 Si tratta del c?dice A, il Parigino suppl. gr. 388; con A concorda il Ven. Marc.
774 (I) p. c; il Vat. gr. 915 (O) ha ?(pr)ji?oiov; ?qpt^ieoov si legge in X e I a.c.
8 Vd. p. es. B. A. Van Groningen, Th?ognis. Le premier livre, ?dit? avec un
commentaire, Amsterdam 1966, ad loc.
9 Se poi si leggono i w. 993-1002 come elegia unitaria, si acquisiscono due
particolari di alto rilievo: 1) viene sottolineata la straordinariet? di un simposio che
inizi col sole ancora alto, ma 2) c'? un'indicazione esplicita che la riunione si svolge
in un interno (v. 1001 <p?ooi...e?oo)).

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sacrif?cale collegato con un rito comunitario ma tenuto negli


?oxiax?Qia stabili dei santuari10, in edifici politici deputati, corne il
pritaneo e la tholos ateniese11, e nei palazzi tirannici; 3) quello che
seguiva, in casa, il pasto di una ftuo?a privata; 4) quello privato pre
ceduto da un ?e?jivov ordinario e nel quale il valore sacrale era con
centrato nella sola consumazione del vino12. A queste forme essenzia
li ? possibile aggiungerne una quinta valutando in un certo modo
testimonianze poetiche e di pittura vascolare: la grande commensali
t? sacrif?cale cittadina, oltre ad occupare determinati spazi aperti,
poteva distribuirsi contempor?neamente in una serie di banchetti in
edifici privati. Accanto a una cospicua rappresentanza spontanea,
che celebrava in prossimit? della sede votiva, una parte della comu
nit? poteva consumare la carne sacrif?cale in luoghi chiusi separati,
come propaggine della festa13.
Per chi si occupa di storia della letteratura ? importante l'avver
timento della Schmitt Pantel di non ritenere che la maggior parte
della monodia a noi conservata sia stata composta per incontri del
tutto privati piuttosto che per riunioni successive ai grandi banchetti
sacrificali14.1 poeti parlano spesso di ?ou? e di OaX?a, e questi termini
rinviano chiaramente a riti pubblici di distribuzione delle carni e di

10 Vd. M. S. Goldstein, The Setting of the Ritual Meal in Greek Sanctuaries:


600-300 B.C., Berkeley 1978, spec. pp. 113-321.
11 ? molto interessante, a questo proposito, l'esistenza a Thasos, dopo la meta
del V sec. a.C, di un edificio pubblico chiamato cruujt?oiov (P. Schmitt Pantel, op.
cit. p. 330 s.). Si pu? fare Tipotesi ehe in questo ambiente, evidentemente un
OT||i?oiov otxT)|ia, una rappresentanza delegata della citt? si riunisse in feste in cui il
rituale del vino assumeva importanza pari o superiore a quella della consumazione
della carne immolata.
12 Che una cerimonia del bere potesse essere organizzata anche senza una pre
cedente consumazione di pasto sacrif?cale, dopo un ?etJtvov normale, ? dimostrato,
almeno per Teta classica, dalle circostanze del Simposio di Platone. Nel racconto di
Apollodoro il simposio importante, con i discorsi sulla natura di Eros, si era tenuto
nella casa di Agatone la sera successiva a quella del giorno in cui il poeta aveva
offerto un sacrificio per la sua prima vittoria tr?gica (Plat. Symp. 173a).
13 Va ricordato, tuttavia, che questa possibilit? non era estesa a ogni tipo di
sacrificio. Per alcune celebrazioni c'era il divieto di portare la carne fuori del santua
rio o di altra specif?ca area consacrata, divieto indicato con la precisione ov <poc? (vd.
M. S. Goldstein, op. cit. pp. 51-54).
14 Questa giusta osservazione era gi? stata argomentata in 'Sacrificial Meal and
Symposion: Two Models of Civic Institutions in the Archaic City?', in 0. Murray (a
cura di), Sympotica, Oxford 1990, pp. 14-33.

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euforia alimentare. Sarebbe questa la circostanza prevalente nella


pittura vascolare dei primi secoli, dove immagini di solo simposio si
alternano a pi? frequenti scene in cui si suggerisce anzitutto la consu
mazione votiva delle vittime. Lo scopo della riunione ? sottolineato
talora dalla compresenza, su due fasce illustrative, sia dei banchet
tanti sia della processione o dell'uccisione sacrif?cale.
La pur modesta quantit? di monodia per simposio che possiamo
studiare, distribuita fra l'arcaismo e la fine del V sec?lo a.C, include
certamente campioni compositivi destinati, nell'esecuzione origina
ria, a ciascuna delle cat?gorie di intrattenimento che son? state elen
cate qui sopra. II problema, aperto in gran parte a semplici ipotesi e
soluzioni parziali, ? quello di ricostruire di volta in volta un'ambien
tazione specifica. Per quale tipo di riunione col vino son? state com
poste le elegie pederotiche comprese nella silloge teognidea? Che ge
nere di oetjwov precedeva i simposi in cui vennero ascoltati per la
prima volta gli epodi di Archiloco o, poniamo, le elegie di Dionisio
Calco? In qualche caso fortunato esistono indizi interni; altre volte,
come ho fatto qui sopra parlando del v. 993 di Teognide, ? lecito
formulare almeno delle ipotesi. E un campo di ricerca ancora dispo
nible, che in questa sede pu? essere illustrato solo con i pochissimi
esempi che seguono.
L'elegia archilochea a Pericle per i morti nel naufragio (13 W.)
appartiene al simposio triste. Non sempre etKpQoo?vr) ? compagna del
vino; si pu? bere ispirati da una partecipazione equanime a un lutto o
a una sconfitta. E un caso raro in cui troviamo delineato il rapporto
fra ci? che compie la citt? e la riunione per cui il poeta ha composto il
suo canto:

xTJ?ea u-?v oxov?evxa IIeQ?xX.eec ovx? xi? ?axcov


lieuxpojievoc daXxfl? x??ipexcu o??? n?Xi?.

La comunit? celebra una festa pubblica (v. 2 daXifi? x?Qtpexai)


dalla quale il gruppo di Archiloco non si astiene, ma che semplice
mente osserva in ambiente distaccato, mescolando sconforto e dovere
votivo. Nessuno biasimer? questa separazione dalla liturgia
ufficiale10. Io credo che si debba dare un significato preciso anche

15 Cfr. H. Fr?nkel, Dichtung und Philosophie des fr?hen Griechentums, M?n


chen 19693, p. 160; J. C. Kamerbeek, 'Archilochea', Mnemosyne 14,1961, p. 1 sgg.
e E. L. Bowie, 'Early Greek Elegy, Symposium and Public Festival', Jo urn. Hell.
Stud. 106, 1986, p. 22 sg.

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alla distinzione ovx? ti? ?crccbv.. .ou?? jtoXi? nella quale si celano le due
possibilit? celebrative della grande festa, quello sacrif?cale comunita
rio e il suo eventuale proseguir? nelle sing?le residenze private. Que
sta frantumazione del rito nella riunione ristretta ? alla base, credo,
di tanta poesia giambica che riprende i terni delPincontro
collettivo16.
Una situazione simile a quella di Archiloco, con Pimmagine fe
stiva collocata nei due contesti diversi e concomitanti del pubblico e
del privato17, ? accennata nelPelegia 757-764 della silloge teognidea.
Dopo una preghiera a Zeus e agli altri dei perch? stendano la loro
mano a protezione della citt?, si invoca Apollo, che ispira il pensiero e
guida le parole. Seguono tre versi (761-763) il cui senso potrebbe
essere pi? profondo di come viene spiegato normalmente:
(p?Quxyi ?'a? <p$?yyoi& ?eqov uiXo? fj?? xai auX?c.
r\\iE?? ?? ajcov??? deo?aiv aQeoa?fxevoi
mv?ojAEv xotQ?evra jaet' ?XXfjXoiai X?yovxe?.

Megara festeggia la divinit? poliade, che risiede nel tempio ar


caico sulPacropoli occidentale di Alc?too (cfr. w. 773-782). Il v. 761
non descrive il simposio, ma rinvia al grande canto c?rale, prosodio o
peana, accompagnato da <p?Q\Liy?, e auX?c, che precede va il rito sacri
f?cale cruento. Con un solo verso ? suggerita la folla cittadina, che
ripete (au) il culto annuale, rispetto alia quale il gruppo dei simpo
siasti ? come separato (v. 761 r\\iEl? ??...), assorto in una celebrazione
distinta e prolungata. Non ? necessario pensare a un'effettiva con
temporaneit? fra rito pubblico e ascolto delPelegia, come sembrano
suggerire quei versi; in un articolo sui bel canto di accoglienza dedi
cato a Clearisto (w. 511-522) ho messo in evidenza che il tempo del
simposio ? un tempo libero, un tempo improprio, che inverte sequen
ze richiamando al presente quanto ? appena trascorso18. Il v. 762,
che esorta alie libagioni con cui si apriva il rito del vino, ripercorre un
atto che, nel momento in cui si esegue poesia, ? appena trascorso.

16 Cfr. M. Vetta, CI1 simposio: la monodia e il giambo', in AA.VV., Lo spazio


letterario della Grecia antica I 1, Roma 1993, p. 201 sg.
17 Accolgo il chiarimento della Schmitt Pantel ('Sacrificial', cit. p. 24 sg.) e uso
l'aggettivo "privato" solo nel senso di uno spazio distinto dalParea sacrif?cale cittadi
na; un ambiente delegato che accoglie una componente del gesto collettivo.
18 Osservazioni sul tempo simposiale in M. Vetta, 'Un simposio di accoglienza.
Teognide e Clearisto', di prossima pubblicazione.

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Convivialit? pubblica e poesia per simposio
207

Tolte rare eccezioni, la poesia di Teognide ? in realt? povera di


dettagli circostanziali, ma canto simposiale e grande festa collettiva,
stando ai termini ftoivai e eiXajtivai, sono congiunti anche nella lunga
elegia in cui si prefigura la gloria di Cirno grazie ai versi del poeta
(vv. 239-252)1<5.
Un'altra elegia arcaica in cui si intrawede il grande quadro della
celebrazione di una comunit? numerosa, e dunque del csimposio
prosecuzione' della festa (v. 12 jioXjtf| ?'?pxpi? ?xei ?cop,axa xai ftaX?/r)),
del simposio rappresentativo, ? Senofane 1 Gent.-Pr. Il profondo va
lore religioso di questo simposio, e del oe?jtvov che lo ha preceduto, ?
stato sottolineato da J. Defradas20. lo ho fatto l'ipotesi, in passato,
che si possa ambientare, dopo un grande pasto sacrif?cale, nel palaz
zo di un tiranno o comunque di un grande patrono21. L'altare che
viene menzionato a v. 11 ? uno di quei ih^iax??ia mobili in terracot
ta, rettangolari o cilindrici, che venivano utilizzati per le offerte di
liquidi e la combustione di aromi in ambienti chiusi22. Mi pare evi
dente, oggi, che non si possa escludere l'immagine di un rituale col
vino nello ?oxiax?ciov di un grande santuario; un indizio in questa
direzione potrebbe essere il singolare fte?c di v. 1323. L'offerta aro
m?tica non eselude che sia stata praticata in precedenza e alPaperto
una grande {h)o?a cruenta.
Spostandoci in ?mbito lac?nico, dobbiamo a un'osservazione di

19 A riunioni sacrificali private (xaA,fjo&ai ?'?? ?aixa, jiac?Ceoftai ?? jta?' ?oflX?v


xxX..) sembrano invece riferirsi i distici 563-566, tutti incentrati sui valore didattico
del simposio e dunque sui fatto che anche il rito famili?re dovesse essere un momen
to di conoscenza.
20 J. Defradas, 'Le banquet de X?nophane', Rev. et. gr. 75,1962, pp. 344-365.
21 M. Vetta, 'Poesia simposiale nella Grecia arcaica e classica', in id. (a cura
di), Poesia e simposio nella Grecia antica. Guida storica e critica, Roma-Bari 1983,
pp. XIII-LX, in partie, p. XLIX.
22 Vd. R. Etienne-M.-T. Le Dinahet (edd.), L'espace sacrificiel dans les civili
sations m?diterran?ennes de Vantiquit?, Paris 1991, pp. 131-134; ritrovamenti a
Corinto, Italia m?ridionale e Sicilia; i pi? antichi risalgono al VI sec?lo. F.
Lissarrague-P. Schmitt Pantel, 'Spartizione e comunit? nei banchetti greci', in C.
Grottanelli-N. F. Parise (a cura di), Sacrificio e societ? nel mondo antico, Roma-Bari
1988, pp. 211-229, richiamano Pattenzione (a p. 217 e n. 25) su uno stamnos a
figure rosse (Oxford 1965, 127) con la raffigurazione di un ambiente sorprendente
mente simile a quello descritto da Senofane.
23 Cfr. G. Fran?ois, Le polyth?isme et Vemploi au singulier des mots fteo?,
?ai|uov, dans la litt?rature grecque d'Hom?re ? Platon, Paris 1957, p. 170.

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208 M. Vetta

G. Nagy la possibilit? di collegare con giorni dedicati al sacrificio


cruento anche le elegie di Tirteo24. Secondo l'importante testimo
nianza di Filocoro, quando queste elegie venivano eseguite a gara dai
presenti nel syssition di fronte al polemarco, costui premiava il vinci
tore assegnandogli un pezzo di carne25. Si tratta va certamen te di car
ne sacrif?cale e non ? azzardato, direi, affermare che questo collega
mento fra poesia e giorno rituale continuasse condizioni di esecuzione
che erano appartenute anche al momento tirtaico originario.
Queste poche ipotesi vogliono essere soltanto Pindicazione di un
campo di ricerca. Apparentemente non abbiamo esempi di lirica ese
guita all'interno di quei luoghi di commensalit? delegata corne pote
va essere il pritaneo cittadino. La poesia che sembra meno estranea a
una collocazione di questo genere ? quella di Solone. Nella stessa
pagina in cui formula l'invito a non restringere l'idea di simposio alla
semplice prosecuzione di un pasto privato, la Schmitt Pantel cita
YEunomia soloniana26. La poesia arcaica allude spesso al banchetto e
al v. 10 di quella elegia, per raffigurare una convivenza regolata da
?txr| rispetto al disordine creato da chi si adopera solo per un profitto
personale, viene utilizzato il termine ?ai?, che designa il pasto in cui
vengono cons?mate carni sacrificali equamente ripartite:
o? y?Q ?moxavxai xax?xeiv x?qov o??? jtaQOUoa?
E?qpQOOUva? xoajxe?v ?aix?? ?v f|cruxifl.

Questa espressione pu? essere una met?fora, ma le metafore per


gli arcaici sono foglie che non cadono lontano dalPalbero di una si
tuazione concreta. Io credo che si possa fare un passo in avanti affer
mando che l'immagine dell'equa ripartizione delle carni sacrificali
sia stata suggerita dalla prevista ambientazione di questi versi pro
prio in un giorno di solenne rito sacrif?cale, per esempio delle Apatu
rie, delle Panatenee, dei Bufonia o quant'altro27. La grande impor
tanza ehe Solone attribuiva alla commensalit? cittadina ? testimonia

24 G. Nagy, 'Sui simbolismo della ripartizione nella poesia greca', in C.


Grottanelli-N. F. Parise, Sacrificio e societ? nel mondo antico, cit. pp. 203-209 (a p.
203).
25 Philoc. FGrHist 328 F 216 (= Athen. 14,630F).
26 P. Schmitt Pantel, op. cit. p. 38.
27 Un accenno al l?game fra spartizione della carne ed Eunomia si legge in G.
Nagy, 'Sui simbolismo', cit. p. 204.

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Convivialit? pubblica e poesia per simposio 209

ta da Plutarco28. Un suo prowedimento regolava la partecipazione al


pasto (jraQaoiTE?v) nelPedificio pubblico a ci? deputato (?v ?r||xooi(p)
rendendolo obbligatorio per coloro che svolgevano funzioni politiche.
Nessuno ha pensato di collegare questo vofio? con il biasimo delle
ouvo?oi private che si legge a v. 22 della stessa Eunomia. L'ipotesi
che intendo fare ? che una parte della poesia soloniana abbia avuto la
sua prima esecuzione proprio nel pritaneo ateniese, durante simposi
successivi a ?e?jcva collegati con le grandi feste cittadine. Una cornice
di questo genere risulta appropriata ai componimenti di particolare
valore teol?gico e c?vico, primo fra tutti la cosiddetta Elegia aile Muse
(1 Gent.-Pr.). I terni che si susseguono in questo componimento sono
tra i pi? profondi del pensiero arcaico e sono applicati alPesistenza
delPintera comunit? attica. La festa ? insegnamento oltrech? raccon
to. Il rito greco arcaico praticava una liturgia della parola col canto
c?rale che accompagnava la cerimonia pubblica e con ci? che veniva
cantato nel simposio solenne. Questo aspetto della poesia conviviale
verra sostituito nella citt? democr?tica dai valori didascalici della
rappresentazione teatrale. Un'elegia come quella alie Muse ha un'i
spirazione etico-politica in senso ampio, sembra il presupposto di
un'opera legislativa. Non ? un caso che da questi versi restino fuori
termini come aoxo? e fiyeM-?vec e che venga suggerita una visione col
lettiva della polis, dominata dalPillusione e dalPignoranza del futuro
di fronte agli dei che festeggia. Atene appare come la citt? delle illu
sioni. Non solo gli uomini, ma anche la terra, il mare e Paria sono
rappresentati sottomessi alla legge imprevedibile degli dei. La stu
penda similitudine del vento, che passa improwiso sulle acque e
sconvolge le messi per creare lo stupore di un cielo terso e luminoso
(w. 18-24), suggerisce una festa di Zeus poco prima della mietitura.
In quei giorni gli ateniesi celebravano i Bufonia29. Chi aveva Ponore
della commensalit? nel pritaneo ascoltava i versi di Solone.

Universit? di Chieti

28 Plut. Sol. 24,5.


29 Sul particolare valore dei Bufonia corne festa di fondazione dell'ordine re
ligioso e della convivenza civica vd. p. es. J.-P. Vernant, "Th?orie g?n?rale du sa
crifice et mise ? mort dans la tivoia grecque', in J. Rudhardt-O. Reverdin, Le
sacrifice dans Tantiquit?, Entr. Hardt XXVII, Vandoeuvres-Gen?ve 1981, pp. 1-21
(pp. 22-39 'Discussion'), in partie, pp. 14 e 32.

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