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Giacomo

Leopardi
Recanati 1798
Napoli 1837
Il padre Monaldo
- Nato a Recanati da un’antica famiglia, di cui aveva
sperperato il patrimonio; per questo venne interdetto
legalmente e la moglie divenne la capofamiglia e
custode dei denari. Monaldo diceva: “Io a casa mia non
sono padrone che delle frittate”
- Compose un libro (Autobiografia)
- Uomo bizzarro, estroso, attaccabriga, pigro, narcisista,
amante della cultura: creò una grande biblioteca
(pubblica, ma regno dei figli) tra il 1808 e il 1810
- Esami pubblici dei figli
La madre Adelaide
- Donna bellissima, dai ritratti e dalle testimonianze dei
contemporanei.
- Giacomo la vide sempre incinta; vestita da uomo; non usciva
mai da palazzo.
- Estremamente bigotta: se i figli morivano era contenta
perché andavano in Paradiso; se stavano male diceva loro di
offrire la sofferenza a Gesù. Pregava così: “Mio Dio, fate
morire i miei figli piuttosto che permettere che vi
offendano”.
- Una madre che diceva sempre la cruda verità, avara e
antiaffettiva. Natura Matrigna
Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio
Pietro Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno
1798, figlio primogenito.
- Nomi di due santi: Francesco di Sales e
Francesco Saverio. Da piccolo diceva: “Voglio
diventare Santo”.
- Infanzia e giovinezza allegra: amava le battaglie,
costringeva il fratello Carlo a fargli da cavallo e gli
diceva: “Quando faremo qualcosa di grande?”. I
fratelli, Carlo e Paolina, lo chiamavano “Giacomo
il prepotente”.
- Grande fantasia e immaginazione: inventa storie
per i fratelli.
“Trista quella vita (ed è pur tale la vita
comunemente) che non vede, non ode, non
sente se non che oggetti semplici, quelli
soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri
sentimenti ricevono la sensazione”.
Recanati: il natio borgo
selvaggio
“Alla fine io sono un fanciullo e
trattato da fanciullo, non dico in casa,
dove mi trattano da bambino, ma
fuori… … In Recanati poi sono tenuto
quello che sono, un vero e pretto
(inconsapevole) ragazzo, e i più ci
aggiungono i titoli di saccentuzzo di
filosofo d’eremita e che so io”.
Recanati faceva parte
dello Stato pontificio, uno
dei più arretrati d’Italia e
lontano dai fermenti
politici, sociali e culturali
dell’epoca.

Luogo da cui più volte


Leopardi tenterà di
fuggire.

Scrive a Giordani: “Non mi


parli di Recanati, la mia
patria è l’Italia, la sua
lingua e letteratura”.
Casa Leopardi
La biblioteca:
16.000 volumi
“Qui, amabilissimo Signore mio,
tutto è morte, tutto è
insensataggine e stupidità…. Che
parla Ella di divertimenti? Unico
divertimento in Recanati è lo
studio: unico divertimento è quello
che mi ammazza: tutto il resto è
noia”.
Lettera a Giordani

Da questi volumi il giovane


Giacomo apprende il latino, il
greco, l’aramaico, la biologia, la
filosofia, le scienze, etc.
1810-1817: lo studio matto e “Io mi sono rovinato con sette anni di studio matto
e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava
disperatissimo formando e mi si doveva assodare la
complessione. E mi sono rovinato infelicemente e
senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi
l’aspetto miserabile, e dispregevolissima quella
gran parte dell’uomo che è la sola a cui guardino i
più”.

- La statura si fermò a 1, 41 m
- Secondo Pascoli aveva la tubercolosi ossea
- Depressione: lettera a Giordani “ostinata nera
orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora”
“Fu di statura mediocre,
chinato ed esile, di colore
bianco che volgeva al
pallido, di testa grossa, di
fronte quadra e larga,
d’occhi cilestri e languidi,
di naso profilato, di
lineamenti delicatissimi, di
pronunziazione modesta e
alquanto fioca, e d’un
sorriso ineffabile e quasi
celeste”.

Antonio Ranieri
Prime opere - A 13 anni: tragedie La virtù indiana e Pompeo
in Egitto
- traduzioni poetiche: Odissea e Orazio
- A 15 anni: Storia dell’astronomia
https://www.corriere.it/la-lettura/18_novemb
re_07/carlo-rovelli-giacomo-leopardi-naufrag
ar-m-dolce-le-stelle-citazioni-altri-articoli-f51
1a638-e29d-11e8-86b9-0879a24c1aca.shtml
- A 17 anni: Saggio sopra gli errori popolari degli
antichi
Un’amicizia intellettuale
Nel 1817 (21 febbraio) inizia una corrispondenza
epistolare con Pietro Giordani, uno dei più importanti
intellettuali dell’epoca, di 23 anni più anziano. Le lettere
sono state copiate da Paolina (modello petrarchesco).
Giordani afferma: “L’ingegno di Leopardi mi pare
stupendo e tremendo”.

In questo anno si colloca la cosiddetta “conversione


letteraria”, cioè l’avvicinamento alla poesia e l’inizio
della fase creativa.

Leopardi prende parte anche alla discussione tra


Classicisti e Romantici.

Inizia la composizione degli Idilli e dello Zibaldone.


Lo Zibaldone

Si tratta di un’opera incredibile, lunga quanto Guerra e Pace (4526 pagine


manoscritte!); una raccolta di pensieri, appunti e riflessioni straordinariamente
ricca, originale, con molti e vari spunti e stimoli sulle questioni più disparate,
strutturata come un diario.

Zibaldone deriva da “zabaione” e indica una vivanda composta da ingredienti


diversi.

Opera frammentaria, aperta e problematica del suo universo intellettuale; fu


pubblicata postuma nel 1900 a cura di una commissione presieduta da Carducci.
Le riflessioni sulla lingua
“Per rimetter davvero in piedi la lingua italiana, bisognerebbe prima insomma rimetter in
piedi l’Italia e gl’italiani, e rifare le teste e gl’ingegni loro”.
“Conservare la purità della lingua è un’immaginazione, un sogno, un’ipotesi astratta,
un’idea non mi riducibile ad atto”.
“La libertà nella lingua dee venire dalla perfetta scienza e non dall’ignoranza”.
“Impedire alle lingue la giudiziosa e conveniente novità, non è preservarle, ma è tutt’uno
col guidarle per mano, e condannarle, e strascinarle forzatamente alla barbarie”.
“Torna alla moda la scrittura geroglifica e i sentimenti e le idee non si vogliono più
scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare colle parole, le vorremo dipingere e
significare con segni”.
1819 Per sfuggire l’isolamento, tenta la fuga da
Recanati, di nascosto dal padre, al quale
indirizza una freddissima lettera in cui lo
descrive come un tiranno. Il tentativo fallisce.
Scrive a Giordani di sentirsi: “mangiato dalla
malinconia”, “stordito dal niente che mi
circonda”, “inaridito come una canna secca”.

Avviene anche la cosiddetta “conversione


filosofica” (dal bello al vero), che gli ispira una
visione della vita profondamente atea e vicina
al materialismo.

In questo anno scrive l’Infinito.


“Quanto più gli organi del vivente sono suscettibili,
sensibili, mobili, vivi, insomma quanto è maggiore
la vita naturale del vivente, tanto più sensibile e
vivo è l’amor proprio (che è quasi tutt’uno con la
vita) e quindi il desiderio della felicità ch’è
impossibile, e quindi l’infelicità”.

Leopardi con la stesura dell’Infinito inizia a riflettere


sulla teoria del piacere.
“Alle volte l’anima desidera una veduta ristretta e confinata in
certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la
stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della
vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale.
L’anima si immagina quello che non vede, che quell’albero, quella
siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio
immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si
estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe
l’immaginario”.
1822-23
Nel novembre del ‘22 riesce a lasciare Recanati, solo per alcuni mesi; poi si
reca a Roma, a Milano, a Bologna, poi di nuovo a Recanati, poi a Firenze (dove
conosce Manzoni) e a Pisa.

Scrive:
- un primo gruppo di 20 Operette morali in prosa (pubblicate poi nel ‘27); di
quest’opera afferma: “Io l’ho più caro degli occhi”;
- i Grandi idilli o Canti pisano-recanatesi: Le ricordanze, La quiete dopo la
tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto Notturno di un pastore errante per
l’Asia.
Le operette morali - Tre edizioni:
I edizione del 1827 (20 prose a cura dell’editore
milanese Stella)
II edizione del 1834 (25 prose a cura
dell’editore fiorentino Piatti)
III edizione del 1845 (postuma, 24 prose a cura
di Ranieri)

- Argomenti: pessimismo materialistico,


infelicità e vanità dell’esistenza, la morte come
cessazione della sofferenza.
- Tono satirico e distaccato.
- Stile vario, che alterna dialoghi vivaci ad
aforismi, battute argute a passaggi
appassionati.
1830
Leopardi torna a Firenze:

- partecipa a un concorso indetto dall’Accademia


della Crusca con le Operette morali
- si innamora di Fanny Targioni Tozzetti, cantata
con il nome di Aspasia; purtroppo la donna
distrusse quasi tutte le lettere inviatele da
Leopardi
- stringe una grande amicizia con Antonio Ranieri,
che lo invita a casa sua a Napoli (settembre ‘33)
- pubblica la prima edizione dei Canti (1831)
I Canti - Tre edizioni:
I edizione del 1831 (23 poesie a cura
dell’editore fiorentino Piatti)
II edizione del 1835 (39 poesie a cura
dell’editore napoletano Starita)
III edizione del 1845 (postuma, 41 poesie a
cura di Ranieri)

- Titolo: allude al carattere musicale e alla


natura soggettiva e sentimentale dell’opera
(con richiamo al Canzoniere). Verrà ripreso nel
Novecento (Canti di Castelvecchio, Canti Orfici).
- Non è una semplice raccolta, ma un’opera
unitaria con una struttura aperta.
- Metro: vario; Leopardi inventa la canzone
libera (o leopardiana).
1833-37: il periodo napoletano
“La dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e
benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli”. “La mia
salute, o per benefizio di questo clima o del luogo salubre che
abito, o per altra cagione, è migliorata straordinariamente”.

- Lunghe passeggiate, grandi abbuffate, dormiva fino a tardi.


- Persecuzione dall’ambiente clericale: sospensione della
pubblicazione delle Operette morali. Leopardi risponde con
I nuovi credenti, i Paralipomeni della Batracomiomachia.
- Scrive La Ginestra, suo testamento spirituale, poi
pubblicato postumo da Ranieri, insieme a Il tramonto della
luna.
14 giugno 1837
Leopardi e Ranieri si trovavano a Napoli, in una
pausa del colera che aveva ucciso decine di migliaia
di persone, gettate nella fossa comune.

Era il giorno stabilito per la partenza a Torre del


Greco, Leopardi stava bene; si sente male durante il
pranzo.

Secondo la testimonianza di Ranieri, il suo corpo


viene salvato dalla fossa comune e seppellito a San
Vitale; nel 1938 poi fu traslato a Mergellina: ci si
accorge che il sepolcro è vuoto. Grazie a ricerche
storiche si capisce che è stato sepolto nella fossa
comune.