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Gladiatore

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(LA)
«Ave, Caesar, morituri te salutant»

((letteralmente "Ave, Cesare, quelli che stanno per morire ti salutano") Per tradizione, era la frase latina
che i gladiatori indirizzavano all'imperatore, quando era presente, prima dell'inizio dei giochi.)

Il gladiatore era un particolare lottatore dell'antica Roma. Il nome deriva da gladio, una piccola spada
corta usata molto spesso nei combattimenti. La pratica dei duelli tra gladiatori proviene dall'Etruria[1][2][3]
e, come molti altri aspetti della cultura etrusca, anche questo fu adottato dai Romani.

La sua origine è da ricollegare all'istituzione del cosiddetto munus, un "dovere", un "obbligo", una
munificenza privata di fornire un servizio o un contributo alla sua comunità. Nell'antica Roma, i munera
erano quindi le opere pubbliche realizzate per il bene del popolo romano da soggetti facoltosi e di alto
rango.

I munera si differenziavano invece dai Ludi, "giochi", spettacoli sponsorizzati dallo Stato.

I munera gladiatoria, in particolare, erano dovuti all'abitudine dei personaggi più facoltosi di offrire al
popolo, a proprie spese, pubblici spettacoli in occasione di particolari circostanze, per esempio duelli
all'ultimo sangue fra schiavi in occasione del funerale di qualche congiunto. I munera potevano essere
ordinaria, previsti cioè in occasione di certe festività, o extraordinaria per celebrare particolari
occasioni.[4]

Indice
Le origini
L'origine
etrusca dei
giochi
gladiatori
I giochi
gladiatori a
Roma
Le scuole di Mosaico del I secolo rinvenuto a Leptis Magna
gladiatori
La dieta
dei
gladiatori
Riferimenti
storici della
gladiatura
I
combattimenti
Equivoco del
pollice verso
La lusio
Il fascino
Filmografia
Film
Televisione
Note
Bibliografia
Voci correlate
Altri progetti
Collegamenti
esterni

Le origini

L'origine etrusca dei giochi gladiatori


L'ipotesi che i giochi gladiatori siano nati in Etruria o che i Romani li
abbiano mutuati dagli Etruschi sembrerebbe trovare fondamento su
testimonianze archeologiche, in particolare pitture tombali, e su fonti
letterarie.

Sulle pareti di due tombe di Tarquinia, rispettivamente la Tomba degli


Àuguri (seconda metà del VI secolo a.C.) e la Tomba delle Olimpiadi Colpo mortale in una
(ultimo venticinquennio del VI secolo a.C.), è raffigurato un gruppo lotta tra gladiatori. Rilievo
composto da uno strano personaggio mascherato, denominato Phersu, che su una bottiglia romana.
tiene al laccio un feroce cane che assale un uomo con la testa coperta da un Museo Romano-
Germanico, Colonia
sacco che si difende con una clava. In questa cruenta scena di
combattimento Raymond Bloch ha ritenuto di vedere un'anticipazione dei
giochi gladiatori romani che deriverebbero appunto dai giochi funebri dell'Etruria, nel corso dei quali
venivano offerti al defunto selvaggi combattimenti tra avversari che cercavano disperatamente ciascuno
di salvare la propria vita.

Su urne e sarcofagi etruschi si ritrovano frequentemente rappresentazioni di combattimenti anche se


l'interpretazione di tali scene non sempre porta a ritenere che si tratti effettivamente di gladiatori piuttosto
che di scene mitologiche o di combattimenti tra guerrieri. Nicola di Damasco (in Ateneo, I Deipnosofisti,
IV, 153 fr.), storico greco vissuto durante l'età di Augusto, ci riferisce che i giochi gladiatori sono stati
importati a Roma dall'Etruria.

Da Tertulliano[5], vissuto nel II secolo d.C., abbiamo un'ulteriore fonte dell'origine etrusca dei giochi
gladiatori poiché egli attesta che i lottatori uccisi nei combattimenti nell'arena venivano trascinati via da
incaricati mascherati da Caronte, armati di martello, tipico attributo del demone etrusco Charun.
I giochi gladiatori a Roma
Il primo spettacolo con gladiatori si svolse probabilmente nel 264
a.C. Nel 105 a.C. i giochi divennero pubblici.

Il numero degli spettacoli gladiatorii aumentò enormemente


durante l'Impero. La dinastia Flavia, iniziata con l'imperatore
Flavio Vespasiano, fece costruire il più grande e più famoso
anfiteatro del mondo, l'anfiteatro Flavio, successivamente
conosciuto con il nome di Colosseo. Nel IV secolo, l'imperatore
Costantino I, dopo aver abbracciato la fede cristiana, li proibì. La
loro grande popolarità fece in modo che questi giochi
continuassero più o meno saltuariamente nonostante le reiterate
proibizioni, in particolare nelle città lontane dall'Imperatore e
dalla sua corte (come Roma) dove gli ultimi spettacoli gladiatori
arrivano ad essere celebrati nei primi anni del medioevo.
Statuetta di terracotta, antico-
romana, di gladiatore, conservata
I combattenti potevano essere dei veri professionisti, nuovi
nell'Antiquarium di Milano
gladiatori inesperti, condannati (criminali, schiavi, galeotti,

prigionieri di guerra, cristiani, e via


dicendo), o degli uomini liberi, senza
distinzioni di razza, né di sesso (i
combattimenti di gladiatrici,
estremamente rari, erano sempre
quelli più richiesti).

I galeotti e i prigionieri di guerra,


particolarmente agguerriti per essere
sopravvissuti ad anni di lotte e di
sofferenze, erano molto ricercati.
Molto spesso erano originari di terre
lontane (per esempio Numidia,
Tracia, Germania), e si proponevano
volentieri, in modo da poter
progredire in questa carriera.
Affresco di Pompei con zuffa tra pompeiani e nocerini

La partecipazione del pubblico era


numerosa e talora, come accadde nel
59 a.C. a Pompei, nascevano scontri tra le contrapposte tifoserie, specialmente quando arrivavano
spettatori da città diverse da quella dove si svolgevano i giochi: vi fu infatti una sanguinosa rissa, come
raffigura un affresco conservato nel Museo archeologico nazionale di Napoli e come ricorda Tacito:

«...sulle gradinate sono passati dagli insulti alle vie di fatto. Prima c'è stata una
sassaiola e poi si sono accoltellati. I pompeiani hanno avuto la meglio. Molti nocerini
sono tornati a casa mutilati di ferite in più parti del corpo. Ci sono stati anche dei
morti...[6]»
Le scuole di gladiatori
L'addestramento dei gladiatori al combattimento
nell'arena avveniva in apposite scuole (ludi) gestiti
da un proprietario chiamato lanista[7] che affittava i
gladiatori all'organizzatore (editor o munerarius)
degli spettacoli gladiatorii, i munera, traendone il
proprio profitto che non veniva meno neppure se il
gladiatore fosse morto durante il combattimento; in
questo caso infatti l'editor, oltre a pagare il prezzo
d'ingaggio, risarciva al lanista anche il valore del
gladiatore, una sorta di indennizzo per i suoi
mancati guadagni futuri. L'attività del lanista era in
Le rovine del Ludus Magnus, a Roma
genere poco stimata nel mondo romano[8] e
considerata di livello infimo, persino più basso di
quello dei lenoni[9].

Il lanista era di solito un ex gladiatore coadiuvato nella sua attività dai Doctores (o Magistri), abili ex
gladiatori affrancati che, conclusa l'attività agonistica, erano stati insigniti del rudis (la spada di legno)[10]
ed elevati, pertanto, al rango di rudiarii.

I gladiatori si sottomettevano tramite giuramento al lanista, capo della familia gladiatoria con potere
legale sulla vita e la morte di ogni membro del gruppo, compresi i servi poenae, auctorati e ausiliari.[11]

Dopo l'iniziale periodo di ambientamento il lanista decideva insieme al magister, che giudicava le
caratteristiche fisiche, la mobilità e la perizia sul campo, e ad un medicus, che ne valutava invece lo stato
complessivo di salute, l'assegnazione del novizio (tiro) alla classe gladiatoria più idonea curandone, con
la dieta e la ginnastica, lo sviluppo fisico e la tonicità muscolare.

I gladiatori erano alloggiati in celle, disposte come in una caserma intorno a un'arena centrale. Giovenale
descrive la disposizione dei gladiatori in base al loro ruolo nel circo secondo una rigida gerarchia
all'interno della scuola[12].

Costretti ad un durissimo allenamento quotidiano e all'osservanza di una disciplina ferrea, i gladiatori


venivano introdotti gradualmente all'arte del duello, prima contro sagome umane (palum) e poi contro
veri avversari ma usando armi fittizie, fino ad ottenerne dei validi combattenti e dei professionisti dello
spettacolo, addestrati ai segreti e all'etica della professione che prevedeva l'accettazione della morte.[13]

La prima scuola di gladiatori di cui si ha notizia è quella di Caio Aurelio Scauro a Capua che si occupava
verso il 105 a.C. dell'addestramento dei gladiatori impiegati dallo Stato come addestratori dei legionari:

«Si è saputa una cosa mai successa nell'esercito sotto i generali precedenti. Il console
Publio Rutilio per meglio addestrare i soldati a maneggiare le armi è andato a chiamare
gli istruttori della scuola di gladiatori di Caio Aurelio Scauro. In questo modo le nostre
legioni hanno appreso una tecnica razionale di difesa e offesa. Mi sembra giusto. Il
coraggio non basta: deve essere completato da una tecnica più accurata. Quelli che
combattono nell'arena, proprio per il mestiere che fanno, conoscono molto bene la lotta
corpo a corpo.[14]»
Nella scuola imperiale di Capua erano i gladiatori che all'inizio erano chiamati Iuliani (in seguito
Neroniani) perché appartenenti alla familia gladiatoria fondata nel 49 a.C. da Gaio Giulio Cesare[15]

La più grande ed importante scuola gladiatoria


dell'antica Roma era la Ludus Magnus, adiacente al
Colosseo, al quale era collegata da una galleria
sotterranea, intorno alla quale sorgevano il Ludus
Matutinus, ove alla mattina si svolgeva la caccia
alle belve feroci (venationes), il Ludus Gallicus e il
Ludus Dacicus, altre due scuole che prendevano il
nome dalla nazione dei gladiatori in esse ospitati.

Oltre a quella di Roma, le scuole più prestigiose


erano quelle di Ravenna, di Pompei e di Capua. Fu
proprio per la rivolta scoppiata nel ludus
gladiatorius di Capua, diretto dal lanista Lentulo La venatio. Mosaico V secolo. Museo dei Mosaici.
Batiato, e capeggiata dal gladiatore Spartaco (109 Istanbul
a.C. circa–71 a.C.), domata solo dopo una serie
prolungata di costose campagne, a volte disastrose,
condotte dalle truppe romane regolari che si decise in epoca tardo-repubblicana di regolamentare il
reclutamento dei gladiatori. La paura di rivolte simili, il rischio che le scuole di gladiatori servissero alla
formazione di eserciti privati e lo sfruttamento dei munera per acquisire vantaggi politici, indusse il
Senato romano ad assumere dei provvedimenti di maggior controllo sui gladiatori, sugli spettacoli e
quindi, di fatto, su tutto il circuito gladiatorio. In epoca imperiale con Domiziano ormai molte scuole di
gladiatori erano state più o meno assorbite dallo Stato, comprese quelle di Pergamo, Alessandria,
Preneste e Capua.[16]

La dieta dei gladiatori


Sembra che la dieta (sagina) dei gladiatori fosse costituita prevalentemente di vegetali come legumi,
cereali, cipolle, aglio, semi di finocchio, frutta e fichi secchi.[17] Scarsa la carne ma non mancavano
latticini, olio, miele, vino annacquato. Prima degli scontri nell'arena, per acquistare energia, i gladiatori di
solito mangiavano focacce d'orzo speziate[18] cosparse di miele e bevevano infusi di fieno greco
(trigonella foenum-graecum) dalle proprietà rinforzanti.[19]

Riferimenti storici della gladiatura


105 a.C. - I combattimenti dei gladiatori vengono inseriti nei giochi pubblici romani da Gaio
Mario.
Questi combattimenti, certamente mortali, erano molto regolamentati e non somigliavano per niente alla
rappresentazione presentata dai film di Hollywood.

Tuttavia, gli stessi Romani si interrogarono molto presto sull'interesse e la legittimità di un tale
spettacolo. Alla gladiatura necessitava, in effetti, il riconoscimento ai diritti legati alla cittadinanza
romana; ma ciò era pressappoco un'eresia per i Romani. Per certuni, il gioco valeva la candela poiché la
gloria e la fortuna raccolta nell'arena erano veramente considerevoli. Non bisogna però confondere i
combattimenti di gladiatori con i veri spettacoli nei quali venivano impiegati animali selvatici o venivano
proposte ricostruzioni di battaglie.
Gli storici studiano ormai con una nuova ottica la gladiatura
romana[20], in un profilo più "sportivo", rimarcando così,
nettamente, una separazione con la storiografia classica,
influenzata dalla fede cristiana, molto ostile a certe pratiche.

La gladiatura non era praticata in tutto l'Impero Romano; in


Egitto e in Medio Oriente, in particolare, dove ci si contentava
delle corse dei carri, lo spettacolo principe dell'antichità.

35 a.C. – Strabone riferisce nella sua opera,


"Geografia", della trappola ai danni di un certo Seleuro,
detto figlio della città di "Aitna" che, portato a Roma per
assistere ai combattimenti fra gladiatori, fu fatto
sbranare dalle belve.
27– La tragedia di Fidènes
Approfittando della politica di austerità di Tiberio, alcuni
opportunisti, mettevano su delle prove che non erano
assolutamente coperte dalle migliori garanzie di sicurezza.

Il crollo di un anfiteatro edificato in fretta e furia a Fidènes,


qualche chilometro fuori Roma, segnò profondamente i Romani. Stele del "secutor" (gladiatore)
Urbico, fiorentino, morto dopo 13
Tacito che racconta la tragedia nei suoi Annales cita la cifra di
combattimenti, a 22 anni, nel III
50.000 tra morti e feriti. secolo avanzato. Nella lapide è
compianto dalla moglie (da sette
In conseguenza di questa tragedia, la legislazione anni) Lauricia e dalle figlie bambine,
sull'organizzazione dei giochi fu successivamente molto Olimpia e Fortunense. L'iscrizione
regolamentata in tutto l'Impero. conclude minacciando "chi uccide
colui che aveva vinto" (?) e
37 – In controtendenza al regno di Tiberio, l'imperatore ammonendo che i tifosi (amatores)
romano Caligola, (dal 37 al 41) moltiplicò il numero avrebbero coltivato il ricordo di
delle corse dei carri e di altre competizioni a Roma Urbico. La stele è conservata
privilegiando la gladiatura che già di suo era lo nell'Antiquarium di Milano
spettacolo preferito rispetto alla boxe ed alle corse dei
carri.
399 – Sotto la pressione cristiana avviene la chiusura delle scuole di gladiatori a Roma.
Questo spettacolo romano era disprezzato dai cristiani, i quali non giunsero tuttavia ad interdirne la
pratica del tutto nemmeno a Roma.

439– Ultimi combattimenti di gladiatori a Roma (più di un secolo dopo la prima interdizione
da parte dell'imperatore Costantino).

I combattimenti
Secondo la cultura popolare, prima del combattimento i concorrenti si recavano sotto la tribuna
dell'Imperatore, quando egli era presente, e urlavano: “Ave Caesar, morituri te salutant.”, (“Ave Cesare,
coloro che si apprestano a morire ti salutano.”). Pare invece che la storiografia recente abbia confermato
l'infondatezza di questa "notizia". Si ritiene che la frase sia stata pronunciata da un gruppo di condannati
a morte che, tentando di ingraziarselo, la scandirono prima di iniziare a combattere per l'imperatore
Claudio. Per nulla intenerito, egli disse semplicemente "Continuate".
I combattimenti opponevano sempre delle coppie di gladiatori
differenti: Reziari, Secutores, Mirmilloni, Traci, Dimachaeri.
Ogni categoria di gladiatori aveva le proprie peculiarità, in
materia di equipaggiamento e di colpi permessi. Ogni categoria di
gladiatori aveva dei vantaggi e degli svantaggi.
Cercando di rendere pari le chance di ogni combattente, i Romani
dosavano questi vantaggi e questi svantaggi. I combattimenti più
classici mettevano di fronte:

I Reziari contro i Secutores


I Traci contro i Mirmilloni
Un reziario trafigge col suo tridente
Si gareggiava poi per trovare idee sempre nuove, traendo
un secutor in un mosaico trovato
ispirazione da episodi mitologici, o ricercando situazioni nella cittadina di Nennig, comune di
grottesche, come quella inscenata dell'imperatore Domiziano che, Perl, in Germania (ca. II-III secolo)
nel 90 fece combattere nani contro donne.

È da smentire la credenza secondo cui, al termine del combattimento, il gladiatore perdente fosse
generalmente ucciso per giudizio della folla. È probabilmente vero che il pubblico esprimesse il suo
gradimento e forse anche la volontà di concedere la vita o la morte; ma era estremamente raro che un
gladiatore professionista fosse ucciso, perché questi atleti erano estremamente costosi da addestrare e
mantenere. Soltanto chi si comportava vilmente era "condannato a morte" dal pubblico, il che accadeva
comunque raramente: i combattenti di carriera erano esperti nel dare spettacolo e il pubblico non voleva
vederli morire, affinché potessero tornare in futuro a dare spettacolo.[21]

L'organizzatore, imperatore compreso, doveva pagare una cifra molto alta per ogni gladiatore ucciso.
Non era perciò francamente incline a chiedere spesso la morte.[22] e del resto se il gladiatore fosse stato
ferito, poteva in qualsiasi momento interrompere il combattimento.[23] I Romani conservavano cimeli
della carriera di alcuni gladiatori e le statistiche relative ai giochi che attestassero, ad esempio, quante
volte i lottatori nel circo fossero stati "graziati" o avessero vinto.

Quando un gladiatore veniva ucciso dal suo avversario, dopo che un addetto ai giochi verificava che
fosse effettivamente morto toccandolo con un ferro rovente, altri inservienti, mascherati da Caronte o
Mercurio, trascinavano il corpo attraverso la porta libitina portandolo nello spoliarum dove il gladiatore
veniva spogliato dell'armatura e delle armi e, se fosse moribondo, gli si dava il colpo di grazia.[24]

Equivoco del pollice verso


Sul famoso gesto del pollice verso, le fonti sono scarse e discordanti. Un passo delle Satire di Giovenale
(«verso pollice vulgus cum iubet»)[25] sembra dare spazio alla circostanza, ma le fonti storiche
propriamente dette non ne parlano. Prudenzio, in contra Symmachum 2.1096 usa il verbo convertere: «Et,
quoties victor ferrum jugulo inserit, illa delicias ait esse suas, pectusque jacentis virgo modesta jubet
converso pollice rumpi».[26] Altre espressioni sono pollicem premere[27] e pollex infestus.[28] In realtà, in
tutti i passi latini, il problema verte su quale sia il senso da dare all'espressione «verso pollice» o
«converso pollice» o simili, se cioè pollice girato debba intendersi all'insù o all'ingiù.[28] Appare certo, ad
esempio, che il pollice rivolto in basso non significasse l'uccisione del gladiatore ma a decretarne la
morte era proprio il pollice rivolto verso l'alto[29][30] o disposto orizzontalmente.[31]

La lusio
Per moderare la virulenza dei cruenti spettacoli del
circo che inorridiva la parte più moderata dei
Romani alcuni imperatori cercarono di temperare il
munus rendendolo più umano ricorrendo alla
lusio.[32]

Le hoplomachiae infatti potevano essere simulate,


con armi adattate per non causare ferite, nel
prologo al combattimento vero e proprio con la
prolusio o con la lusio nei punti salienti dei
munera. Questi duelli simultanei incruenti tra
"Pollice verso" di Jean-Léon Gérôme, 1872, il quadro
gladiatori disarmati servivano alla loro all'origine dell'equivoco gestuale.
preparazione per il vero scontro con l'uccisione
dell'avversario.

Traiano, Marco Aurelio cercarono di ampliare nelle loro feste la parte dedicata al lusio diminuendo così
quella del munus. Dopo i fasti di Ostia, Traiano, il 30 marzo 108 organizzò una lusio della durata di
tredici giorni con 350 coppie di gladiatori. Marco Aurelio, il cui figlio Commodo aspirava alla fama di
gladiatore, cercò di diminuire, in ottemperanza alla sua filosofia stoica, le spese di bilancio destinate ai
munera fuori Roma e quando offrì alla plebe romana le lotte tra gladiatori le organizzò sempre come
lusiones.[33]

I Romani continuarono però a preferire alle lusiones le hoplomachiae tanto che in Gallia e in Macedonia
dal II secolo in poi furono modificati i teatri affinché potessero servire ai combattimenti tra gladiatori e
alle venationes.[34]

A Roma si pensò bene di trasferire le rappresentazioni di tragedie a forti tinte al Colosseo[35] dove in una
versione del Laureolus di Catullo un famoso bandito che impersonava il personaggio venne veramente
crocefisso, nel Mucius Scaevola il protagonista doveva bruciare un braccio in un braciere e nella Morte di
Ercole il mitico eroe veniva bruciato sul rogo.

Il fascino
Il fascino dei gladiatori sulle donne romane è confermato da alcune scritte ritrovate sui muri di Pompei:
ad esempio il reziario Crescente viene indicato come «signore e medico delle fanciulle nottambule»
(dominus et medicus puparum noctornarum), mentre il trace Celado viene definito come «lo
struggimento e l'ammirazione delle ragazze» (suspirium et decus puellarum). Marziale definì addirittura
il gladiatore Ermes «tormento e spasimo delle spettatrici» (cura laborque ludiarum).

Secondo una tradizione non verificata il sangue di un gladiatore morto veniva ricercato come efficace
afrodisiaco[36] ma si legge in Plinio che i romani per lo più lo bevevano dai gladiatori morenti come da
coppe viventi, per guarire dall'epilessia: sanguinem quoque gladiatorum bibunt, ut viventibus poculis,
comitiales [morbi][37] o come rimedio per l'anemia[38]. Spesso i reziari raccoglievano con spugne
nell'arena il sangue dei gladiatori feriti o uccisi per venderlo.[39]

Filmografia
Film
Spartacus, 1960
Il gladiatore invincibile, 1961
Il gladiatore di Roma, 1962
Il magnifico gladiatore, 1964
Il gladiatore che sfidò l'impero, 1965
Il gladiatore, 2000
Gladiatori di Roma, 2012

Televisione
Spartacus - Sangue e sabbia
Spartacus - Gli dei dell'arena
Spartacus - La vendetta
Spartacus - La guerra dei dannati
Gladiatori - Il torneo delle sette meraviglie

Note
1. ^ Giacomo Devoto, Gli antichi italici, Volume 79, Vallecchi, Firenze 1967, p.
2. ^ Claudio Bernardi, Carlo Susa, Storia essenziale del teatro, Vita e Pensiero, Roma 2005, p.
61.
3. ^ «L'origine etrusca dei giochi gladiatori è stata affermata (O. Keck, in Annlnst, 53, 1881, p.
16 ss) e accettata da molti studiosi.» in Bianca Maria Felletti Maj, La tradizione italica
nell'arte romana, Volume 1, G. Bretschneider, Roma 1977, p. 114.
4. ^ Sandra Facchini, I luoghi dello sport nella Roma antica e moderna, Istituto Poligrafico e
Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 1990, p. 54.
5. ^ Tertulliano, Apologeticum, 15, 5
6. ^ Tacito, Annales, XIV, 17
7. ^ Il nome lanista con il quale i Romani chiamavano l'imprenditore che faceva commercio di
gladiatori deriverebbe dall'etrusco (in questo senso Isidoro di Siviglia, Origini X, 247).
8. ^ Fabrizio Paolucci, I dannati dello spettacolo, Giunti Editore, 2003 p.27
9. ^ I gladiatori (http://www.classico.biella.it/IPERTESTO%20LATINO/i_gladiatori.htm)
Archiviato (https://web.archive.org/web/20080417013431/http://www.classico.biella.it/IPERT
ESTO%20LATINO/i_gladiatori.htm) il 17 aprile 2008 in Internet Archive.
10. ^ Ne parlano Polibio (X, 20), Livio (XXVI, 51), riferendosi all'addestramento dei soldati di
Scipione l'Africano in Spagna (III sec. a.C.), e Vegezio (I, 11) definendolo clava (V sec. d.C.)
11. ^ Alison Futrell, A Sourcebook on the Roman Games, pp.85, 149
12. ^ Giovenale, Satira 6 [Oxford Frammento 7.13]
13. ^ Donald G. Kyle, Sport and Spectacle in the Ancient World, 2007, p.238
14. ^ Valerio Massimo, V. Maximi Factorum et Dictorum Memorabilium, II, 3, 2
15. ^ Cicerone, Ad Atticum, 3,14
16. ^ Donald G. Kyle, op.cit., pp. 285-287, 312.
17. ^ Tacito, Historiae, II, 88, 2-3; Giovenale, Saturae, XI, 20.
18. ^ Plinio in Naturalis Historia dice che i gladiatori per questo cereale da loro preferito
venivano soprannominati hordearii (gonfi d'orzo)
19. ^ Romano Impero.com (http://www.romanoimpero.com/2009/06/i-gladiatori.html)
20. ^ L.Jacobelli, Gladiatori a Pompei
21. ^ Jacobelli, cit., p.25
22. ^ P. Postinghel, P. Abbate, Roma, Tecniche Nuove, 2004, p.62
23. ^ Domenico Augenti, Spettacoli del Colosseo: nelle cronache degli antichi, L'erma di
Bretschneider, 2001 p.19
24. ^ D. Augenti, op.cit. p.20
25. ^ Giovenale, Satire, 3.35-37 (http://www.curculio.org/Juvenal/s03.html).
26. ^ Jacques Paul Migne, Patrologia Latina, 864 (http://www.documentacatholicaomnia.eu/02
m/0348-0413,_Aurelius_Prudentius,_Contra_Symmachum,_MLT.pdf).
27. ^ Plinio, Naturalis Historia, XXVIII.2 (http://penelope.uchicago.edu/Thayer/L/Roman/Texts/Pl
iny_the_Elder/28*.html#25): «pollices, cum faveamus, premere etiam proverbio iubemur»
testo latino su LacusCurtius.
28. (EN) : Pollice Verso (http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/Roman/Texts/secondary/journal
s/AJP/13/2/Pollice_Verso*.html). American Journal of Philology, Vol. 13, No. 2 (1892),
pp.213‑225, da LacusCurtius.
29. ^ F. Paolucci, op. cit., p.27
30. ^ John Mitchinson, Il libro dell'ignoranza, Einaudi 2007, p.70
31. ^ Vocabolario della lingua italiana Treccani alla voce "Pollice verso"
32. ^ Jérôme Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Universale Laterza, 1971 pp.280-283
33. ^ J. Carcopino, Op. cit. ibidem
34. ^ Collart in B.C.H., 1928, p.97
35. ^ Marziale, De spect., 5, 7, 21, 25
36. ^ Alberto Angela, Amore e Sesso nell'Antica Roma, Milano, Mondadori, 2012, p. 186.
37. ^ Plinio, Nat. hist. XXVIII 2
38. ^ Atti e memorie, Accademia di storia dell'arte sanitaria, Istituto storico italiano dell'arte
sanitaria, 1964 p.183
39. ^ Cinzia Vismara, Il Supplizio come spettacolo, Ed. Quasar, 1990 p.74

Bibliografia
Raymond Bloch, Gli Etruschi, Il Saggiatore Economici, 1994, p. 124
Federica Guidi, Morte nell'arena. Storia e leggenda dei gladiatori, Arnoldo Mondatori Editore
SpA, Milano, 2006. ISBN 88-04-55132-1.
Luciana Jacobelli, Gladiatori a Pompei, L'"Erma" di Bretschneider, Roma, 2003. ISBN 88-
8265-215-7.
(EN) Konstantin Nossov, Gladiators: History, Types, Armament, Organisation of Spectacles,
Sankt-Peterburg, 2005.
Konstantin Nossov, Gladiatori: Sangue e spettacolo nell’antica Roma, Gorizia, 2010 [2005].

Voci correlate
Sport nell'antica Roma
Auctoratus
Civiltà etrusca
Categorie di gladiatori romani
Gladiatrice
Panem et circenses
Spartaco
Colosseo

Altri progetti
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tors?uselang=it)

Collegamenti esterni

Gladiatore, su thes.bncf.firenze.sbn.it, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.


(EN) Gladiatore, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Arenes de Nimes, France, su arenes-nimes.com.
2010, York, ritrovamento cimitero di gladiatori (La Stampa), su www3.lastampa.it. URL
consultato il 17 giugno 2010 (archiviato dall'url originale il 15 giugno 2010).
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