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La gestione della distanza nelle arti marziali cenni storici.

Lesperienza del Karate-do.

Lo scenario attuale

Al giorno doggi la pratica delle arti marziali vede uno scenario internazionale
particolarmente frammentario, ove assistiamo alla coesistenza di numerosi stili di
combattimento pi o meno diffusi su tutto il pianeta.
In Europa lo sviluppo delle arti marziali orientali (Karate, Judo, Ju-Jitzu, ecc.), al quale
abbiamo assistito durante gli ultimi quarantanni, ha di fatto affiancato una tradizione
millenaria di lotte di costume dalla funzione tipicamente simbolica. In oriente
linfluenza culturale cinese ha portato allelaborazione di sistemi di combattimento
derivati dal Kung-fu nelle nazioni limitrofe (Giappone, Korea, Sud Est asiatico), quali
Tae Kwon-do, Vovinam, Muay boran o lo stesso Karate-do. Nelle americhe abbiamo
assistito allimportazione di stili di lotta orientali che hanno dato origine a molteplici
varianti, si pensi ad esempio al Brazilian Ju-Jitzu, al Kenpo od al karate point. In Africa
resistono dalla notte dei tempi delle codificazioni di lotte dal valore fortemente
simbolico per le strutture sociali allinterno delle quali sono praticate.
Nonostante le significative differenze che contraddistinguono ciascuna tipologia di
lotta, generalmente si possono individuare due scuole di pensiero, ovvero lapproccio
corpo a corpo e lapproccio basato sul mantenimento di una distanza minima
rispetto allavversario al fine di non esporre il proprio corpo a tecniche di presa o di
leva.
La prima filosofia condivisa da arti marziali quali il Judo, la lotta greco-romana, il Ju-
Jitzu, il Sumo. La seconda scuola di pensiero fatta propria da gran parte degli stili di
Kung-fu e Karate nonch da una moltitudine di metodi di combattimento da essi
derivati.

Esaminando la dislocazione delle zone di origine delle arti


marziali praticate attualmente, si assiste ad una situazione
paradossale, ove si riscontra la coesistenza delle due dottrine
appena citate in aree omogenee. Si pensa ad esempio al Sumo
ed al Karate, provenienti entrambi dal Giappone.
E quindi necessario andare ad esaminare la genesi dei sistemi di
lotta, al fine di scoprire dallanalisi del passato le ragioni che
hanno portato le comunit umane a sviluppare maggiormente
una filosofia marziale rispetto ad unaltra.

Levoluzione in Occidente

Fin dallantichit classica i sistemi di combattimento corpo a corpo sono stati una
prerogativa delloccidente e, per quanto ci permesso di risalire basandoci su
riferimenti scritti, essi derivano dalla cultura dellantica Grecia. Fin dal 700 a.c. e per
diversi secoli il sistema principe fu il Pancrazio, sviluppato originariamente come stile
di lotta senza regole, ove erano ammessi anche morsi, testate e tecniche finalizzate
ad uccidere lavversario.

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Un combattimento di Pancrazio prevedeva sia tecniche a terra quali leve articolari
strangolamenti e tentativi di fratture, sia tecniche a distanza (la c.d. ortomachia).
Entrambe le strategie furono sviluppate con successo e generavano scontri di efferata
violenza. In maniera minore trov spazio un sistema basato su tecniche portate da
breve distanza in posizione quasi eretta, finalizzate a bloccare le
braccia dellavversario entrando cos nella sua guardia. Si trattava di
qualcosa di molto simile al moderno Wing-Chun cinese.
Inevitabilmente il Pancrazio sub nei secoli un affinamento dei
concetti tecnici; da disciplina praticata esclusivamente per
individuare un campione o in occasione di riti funebri, divenne uno
stile di lotta approcciato da molti in maniera professionistica.
Lo sviluppo della cultura greca classica impose una rivisitazione del
Pancrazio, dal quale vennero quasi definitivamente scorporate le
tecniche pi violente; la tendenza era quella di definire un corpo a
corpo pi serrato ove gli avversari opponessero nello scontro il
triangolo testa-spalle, assumendo una posizione piegata in avanti.
In questo modo, oltre ad evitare latterramento, i combattenti
creavano tra loro una distanza sufficiente ad evitare tecniche di pugno o di calcio
portate nei punti vitali situati sotto il torace. Sulla base di queste modifiche il
Pancrazio pot essere ammesso nel programma olimpico dellantichit (648 a.c.).

La filosofia del combattimento corpo a corpo venne chiaramente importata dai


Romani, che dopo linvasione della Grecia fecero propria gran parte della cultura
ellenistica.
Lespansione dellImpero port la pratica di questo tipo di lotta in tutta Europa e nelle
zone dellAfrica Settentrionale. Lo stesso Alessandro Magno, che ricevette
uneducazione di stampo ellenistico, contribu in epoca anteriore alla diffusione di tale
sistema in tutto il Medio Oriente, sino ai confini con lIndia.
Nel corso dei secoli seguenti il crollo dellImpero Romano ogni comunit etnica
modific i sistemi basati sulle impostazioni nate ai tempi della Grecia classica,
mantenendo per quegli elementi fondamentali per ridurre la pericolosit della lotta e
farne uno strumento di aggregazione sociale e culturale. Lottare a stretto contatto con
lavversario divenne dunque il comune denominatore di pratiche diffuse in tutta larea
che fu interessata dallinfluenza dei latini. Possiamo citare la lotta Canaria (isole
Canarie), il Kirkpinar (Turchia), il Caleon (Svizzera), la Sistrumpa (Sardegna), lo
Mbre (Senegal), tutte tecniche accomunate anche da un regolamento che vede
sconfitto il lottatore che per primo tocca terra con una parte del corpo diversa dai
piedi.
Pur non avendo subito linfluenza della cultura
Greco-Romana, il Sumo possiede elementi simili
alle lotte appena citate, sia sotto laspetto tecnico
che sotto quello culturale. In tutte queste
discipline prevale un aspetto cerimoniale
fondamentale che permea lintero evento
marziale.
E possibile affermare che durante il dominio
dellImpero Romano e nei secoli seguenti luomo
utilizz i sistemi di combattimento al fine di
mantenere unidentit culturale pi che per applicarli in una battaglia per la vita o per
la morte. Lottare non significava prepararsi ad uno scontro bellico, ma era un modo
per creare un feticcio della bellicosit di cui intriso lanimo umano.

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La validit di questo concetto non esclude per una possibile ipotesi relativa ad un
retaggio del Pancrazio nella tecnica bellica del legionario romano. Egli combatteva
infatti con il gladio, una spada corta che imponeva la riduzione della distanza rispetto
al corpo del nemico. Lobiettivo era dunque quello di immobilizzarlo per un istante,
tanto da penetrare la sua guardia e pugnalarlo alladdome, provocando ferite letali.
Il crollo dellImpero vide un graduale deterioramento della tecnica utilizzata in
battaglia, parallelamente ai vari stili di lotta che erano andati a svilupparsi in Europa e
nel bacino del Mediterraneo.
Durante il Medioevo si enfatizz maggiormente larmamento del soldato, sia difensivo
(armature pesantissime) che offensivo (lunghe spade), fatto che contribu a limitare
decisamente la tecnica di combattimento. Gli scontri divennero molto pi grossolani,
luomo andava via via perdendo la centralit sul campo di battaglia; contava di pi la
massa indistinta che il singolo con le proprie caratteristiche.
A met dello scorso millennio lintroduzione delle armi da fuoco negli eserciti
occidentali segn la definitiva scomparsa del guerriero, cos come concepito nelle
schiere di opliti o nelle coorti romane.
Sulla scorta di tale considerazione possiamo facilmente intuire la ragione per cui in
Giappone le arti marziali sono state tramandate sino ai giorni nostri in maniera cos
vivida.
Il prolungarsi del periodo feudale fino all800 e lisolamento dal resto del mondo
contribuirono ad evitare la diffusione di armi da fuoco e di tattiche belliche di stampo
occidentale. Negli scontri che caratterizzarono per secoli le lotte intestine nel paese
del sol levante venne mantenuta la centralit delluomo nello scontro in battaglia, tale
da rendere determinante la conoscenza di una particolare ed efficace tecnica di lotta.

Levoluzione in Oriente

Una parte degli studiosi di discipline marziali sostiene la tesi che ipotizza una genesi
comune ai sistemi di combattimento sviluppatisi sia in Occidente che in Oriente.
Attualmente non esistono fonti letterarie od archeologiche che possano avvalorare un
tale aspetto, tuttavia possibile individuare una matrice comune di origine indo-
europea.
E un dato di fatto che la pi antica arte marziale di cui si abbia una testimonianza
scritta sia il Dhanur Veda (dal libro Bhagavata-Purana), sviluppatasi in India circa
5.000 anni prima di Cristo.
Il declino della civilt vdica, avvenuto nellarco dei tre millenni prima di Cristo,
coinvolse anche le arti marziali. Gente priva di valori morali e guidata da interessi
egoistici, ripul quasi totalmente il Dhanur-veda del suo aspetto mistico, a loro
incomprensibile, riducendolo ad una semplice disciplina marziale. I pochi cultori che
tramandarono nel periodo precristiano ci che rimaneva della disciplina mistica furono
i guerrieri di Manipur e, su larga scala, i monaci buddhisti. Gi allepoca della
fondazione del buddismo larte marziale indiana si presentava come una scienza
codificata secondo canoni ben definiti. Si dice che Buddha, che era un principe, il
quale la praticava, fosse profondamente convinto della sua efficacia come mtodo per
lunificazione del corpo e della mente, e di conseguenza larte marziale vedica venne
assorbita dal buddhismo.
Da questa disciplina, in cui sussistevano elementi che trascendevano la dimensione
fisica (princpi dello Yoga) derivarono i sistemi di combattimento diffusisi
parallelamente alla dottrina buddista in tutto lOriente.
La storia delle arti marziali orientali individua proprio i monaci buddisti quali depositari
delle antichissime tecniche di derivazione indiana, identificando in Bodhidharma il

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patriarca che partendo dalla Cina settentrionale avvi il processo di diffusione di tale
sistema in tutto il continente.
Dallanalisi delle pi antiche testimonianze letterarie cinesi e da ci che oggigiorno
possiamo osservare nella pratica di un ampio ventaglio di stili di kung-fu, possiamo
affermare che, diversamente da quanto accadde sotto lImpero Romano, in Oriente si
svilupp maggiormente la filosofia del combattimento a distanza, privilegiando le
micidiali tecniche dellortomachia abbandonate dagli antichi Greci.
Le ragioni che portarono a privilegiare una tale scelta sono essenzialmente di ordine
pratico, ma non esclusivamente.
Il Kung-fu, nome con il quale vengono attualmente identificati i metodi di
combattimento che presero forma nellantica Cina, venne inizialmente praticato dai
monaci, che lo utilizzarono prettamente con lo scopo di mantenere una perfetta
forma fisica. La sedentariet della vita monastica doveva essere contrastata da
esercizi che prevedessero lestensione degli arti ed unampia variet di posture;
elementi che affondano le radici nella pratica dello Yoga, disciplina che considerata
salutare per il mantenimento psico-fisico.
Da un punto di vista prettamente pratico, possibile affermare che i monaci furono
costretti a sviluppare una disciplina nella quale lutilizzo del corpo doveva avere per
forza una finalit letale, essendo per loro impossibile portare armi.
Questo aspetto venne ancor pi enfatizzato quando, durante il passato millennio, essi
divennero guerrieri al seguito degli eserciti dei vari principi che si contendevano i
territori di Cina e Giappone.
Palesemente, la filosofia del combattimento a distanza sostenuta in Oriente assumeva
estrema importanza proprio quando ci si trovava in battaglia contro nemici dotati di
armi lunghe, o addirittura quando la situazione avversa imponeva di affrontare a
mani nude un avversario armato di lama.
Sulla base dellesperienza dei monaci-guerrieri i sistemi di
combattimento a distanza si diffusero nel Giappone feudale,
importati dalla Cina nel corso del passato millennio. Contribu
a tutto ci la particolare situazione sociale creatasi in alcune
province giapponesi. Le lotte intestine fra i clan per la
supremazia e lascesa allo shogunato incoraggiarono il
concentramento di immani risorse belliche, oltre a infondere
un clima di costante incertezza tra la popolazione. Nel
Giappone feudale il brigantaggio era un reato allordine del
giorno che assillava in particolar modo gli agricoltori, ovvero la
fetta maggiore del popolo nipponico.

La genesi del Karate-do

A Okinawa, isola facente parte dellarcipelago delle Ryu-Kyu nellestremo sul del
Giappone, gli eventi storici portarono alla formazione di un sistema di combattimento
che nacque da necessit di carattere oggettivo, denominato karate-do nel novecento.
Nel secolo XV il re di Ryu-kyu, dopo aver elevato al rango di nobili gli antichi capi
locali, proibisce di portare armi.
Dopo aver invaso il paese, nel secolo XVII, i signori giapponesi di Satsuma
mantennero l'interdizione delle armi istituita dal re di Ryu-kyu un secolo e mezzo
prima e giunsero a stabilire saldamente il loro dominio sull'isola.

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Allinterno della nobilt era gi in voga la pratica di unarte marziale con tutta
probabilit derivata culturalmente dalla Cina, riservata ai notabili ed alla milizia
personale del Daimyo (vassallo).
Tuttavia, nel corso dei secoli XVII e XVIII, i vassalli si impoverirono e una parte di
questi si orient poco a poco verso l'artigianato o il commercio, e infine verso
l'agricoltura, per sopravvivere. Si manifest una mobilit sociale tra la classe dei
vassalli e quella dei contadini, malgrado la rigidit gerarchica esistente nellarcipelago.
Possiamo pensare che, con questa mobilit sociale, l'arte dei nobili a poco a poco
abbia penetrato gli altri strati sociali; lo testimonierebbe la comparsa di termini come
"mano (te) dei vassalli", "mano degli artigiani", "mano dei contadini", avendo il
termine "mano" (te) il significato di arte o di tecnica.
La diffusione di unarte marziale tra i ceti pi bassi ricalc le vicende occorse in altre
aree del paese, ove le lotte fra clan imponevano ai contadini di armarsi e scendere in
campo in aspre battaglie ove il fine primario del sistema di combattimento era la
sopravvivenza.
Ad Okinawa linfluenza cinese ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo delle arti
marziali, in quanto i rapporti con il continente si mantennero vividi anche durante i
secoli pi bui dellisolamento feudale giapponese.
In generale il sistema cinese ha avuto unimportanza primaria nella formazione del
karate, dal momento che quasi certamente non esistevano sullisola tecniche di lotta
sufficientemente elaborate per fungere da base alla creazione di unarte marziale.
Tale metodo fu introdotto attraverso tre canali complementari:

- Il contributo dei viaggiatori venuti dalla Cina

Dal 1372 al 1866, una delegazione dell'imperatore della


Cina venne ventitr volte a Ryukyu, per le cerimonie di
consacrazione del re, e si pensa che questa ambasceria
abbia avuto un ruolo importante nella trasmissione
dell'arte del combattimento. Il contatto tra le centinaia
di membri delle delegazioni che si sono succedute e gli
abitanti delle RyuKyu certo stato un'importante linea
d'infiltrazione dell'arte cinese del combattimento, senza
tuttavia arrivare ad una trasmissione globale di questa.

- La trasmissione da parte dei cinesi residenti a


Okinawa

L'arte del combattimento veniva pratica da alcune


famiglie cinesi che abitavano dal 1392 nel villaggio di
Kume, per il quale il re locale aveva imposto una sorta di isolamento dalla societ di
Okinawa. Nonostante ci, tale metodo venne probabilmente comunicato in segreto ad
alcune famiglie nobili privilegiate che avevano contatti con loro. La comunit cinese
non era isolata dalla sua cultura d'origine, con la quale intratteneva regolari contatti
tramite i membri della delegazione dell'Imperatore. Costoro comunicavano ogni volta,
insieme ad altre tecniche, un'arte del combattimento arricchita di nuove conoscenze.
E' soltanto a partire dal secolo XIX, alcuni anni prima della guerra dell'oppio, che la
chiusura del villaggio di Kume si attenu; allora l'arte del combattimento, a lungo
nascosta dietro le sue mura, a poco a poco cominci a filtrare al di fuori sotto il nome
di Naha-te, poich questo villaggio dipendeva dalla citt di Naha.

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- Gli abitanti di Okinawa che viaggiarono in Cina

Dall'inizio del secolo XVII, alcuni abitanti di Okinawa cominciarono a recarsi in Cina
per commerciare e vi restavano spesso per due anni. Questi viaggiatori riportarono
senza dubbio a Okinawa delle tecniche di combattimento a mani nude a loro utili.
Queste, tuttavia, non potevano essere che frammentarie, perch in cos breve periodo
era impossibile imparare nel suo insieme il metodo dell'arte marziale cinese.
L'accumulazione di tecniche frammentarie poteva essere finalizzata alla ricerca di
unefficacia immediata. Possiamo pensare che le corte sequenze tecniche direttamente
rispondenti a una semplice applicazione in combattimento siano state trasmesse cos,
e che gli abitanti di Okinawa le abbiano trasformate adattandole alla loro morfologia e
al loro modo di vita.
Tale bagaglio tecnico, unito alla trasmissione di fondamenti negli ambienti nobiliari,
non costitu comunque la base per la creazione di una metodica di insegnamento,
poich non troviamo traccia di una scuola di te a Okinawa prima di quella di Sokon
Matsumura, all'inizio del XIX secolo.
Il Maestro Matsumura viene ricordato come il primo promotore di un insegnamento
sistematico dellarte marziale in Okinawa, proprio quando questa stava perdendo
laspetto di segretezza che laveva caratterizzata nei secoli precedenti. Il metodo
trasmesso da Matsumura deve essersi certamente basato sulla combinazione della
conoscenza tecnica indigena di Okinawa con larte cinese del combattimento.

Linterpretazione di Matsumura e Higaonna

Il Maestro Sokon Matsumura nacque da una nobile famiglia di Okinawa legata al


Vassallo locale, e fin da giovane venne istruito nellarte della guerra, in particolare
nello stile di spada denominato Jigen Ryu. Esso era caratterizzato dallutilizzo di
posizioni di guardia e di attacco particolarmente lunghe; si pensi che la pratica base
della scuola consisteva nel colpire un tronco dalbero con un pezzo di legno della
lunghezza di un metro e trenta, partendo da una distanza di cinque metri.
Nel 1836 Matsumura parte per un viaggio alla volta di Pechino, quale membro di una
delegazione incaricata di consegnare un tributo allimperatore. Risiedette nella citt
per oltre un anno e durante questo periodo si dedic allapprendimento dellarte cinese
di combattimento presso un maestro che si pensa praticasse un metodo improntato
agli stili del Nord, caratterizzato da posizioni lunghe e basse oltre che da tecniche
ampie.
Il retaggio del Jigen Ryu e della preparazione nellarte marziale a mani nude si trova
nellinsegnamento che Sokon perpetr nella sua scuola, che vide tra i discepoli anche
Azato e Itosu, i principali maestri di Gichin Funakoshi, riconosciuto come il padre del
karate moderno. I kata trasmessi da questi grandi karateka del passato contengono in
effetti lelemento di O-waza (tecnica grande) che caratterizz la formazione di
Matsumura. Tali forme sono tuttora praticate nello stile Shotokan, derivante da quel
sistema chiamato Shuri-Te, dal nome della citt in cui Sokon insegnava.

Il Maestro Kanryo Higaonna proveniva da un diversa collocazione sociale in Okinawa,


apparteneva infatti ad una famiglia di mercanti. Lagiatezza economica gli permise di
trasferirsi nella Cina meridionale per circa 15 anni, ove approfond gli studi del Te
cominciato ad apprendere sotto la direzione di un adepto nel villaggio di Kume.
Il sistema elaborato da Higaonna era dunque basato esclusivamente sullarte cinese di
combattimento e conteneva quegli elementi di rinnovamento tratti direttamente da
uno stile di boxe cinese del sud. A differenza degli stili settentrionali, il kung Fu del
sud basato su posizioni corte ed applicazioni di tecniche sulla breve distanza. La

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rielaborazione fa chiaramente riferimento ad una necessit oggettiva derivante dalla
bassa statura delle popolazioni che vivono in questarea, cos come nelle isole Ryu
Kyu. Si cercava la massima chiusura della distanza al fine di riuscire a portare con
efficacia tecniche corte (Ko-waza) dirette ai punti vitali.
La rielaborazione di Higaonna (detta Naha-te) fu ripresa dallallievo Chojun Miyagi che,
come il suo maestro, and a studiare in Cina e chiam la sua scuola Goju-Ryu.

Esemplificheremo di seguito le differenze fondamentali nella gestione della distanza


che hanno preso forma nelle due scuole. Nelle immagini che seguono si voluta
utilizzare lapplicazione di alcune tecniche appartenenti ai rispettivi kata di stile:
Kanku-dai per lo Shotokan e Suparinpei per il Goju-ryu. Sono due forme che
comprendono tecniche comuni alla maggior parte dei kata della stessa filosofia e
possono essere considerati un valido riferimento per la nostra analisi.

Prima sequenza.

Su attacco di maegeri
(calcio frontale) e
oizuki jodan (pugno al
viso) il difensore para
con gedan-barai a
mano aperta armando
la mano destra per la
successiva parata del
pugno.

Segue
limmobilizzazione
del braccio destro
dellattaccante (che
cerca di allontanarsi)
ed il definitivo uraken
(pugno con il dorso
della mano) al volto.

In questa sequenza viene esemplificato il bunkai di una combinazione del kata Kanku-
dai dello stile Shotokan. Si noti come lapplicazione preveda lutilizzo di tecniche ampie
(O-waza) e posizioni lunghe, finalizzate prima ad uscire dallattacco dellavversario
(prima e seconda immagine) e successivamente a colmare la distanza da lui presa
nel tentativo di fuga. Ci permette in prima analisi di creare quello spazio necessario
ad evitare un secondo attacco e successivamente di chiudere la distanza penetrando
profondamente nella guardia dellattaccante.

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Seconda sequenza

Su attacco di morote-zuki (due pugni


diretti rispettivamente a viso e
addome), il difensore para con
mawashi tekubi kake uke. Le mani
parano con un movimento rotatorio;
la sinistra in senso orario e la destra
in senso antiorario.
Il kata prosegue con un doppio
contrattacco di teisho (colpo con il
palmo della mano) diretto alla spalla
ed al fianco dellattaccante (tecnica
non esemplificata).

Supponendo una reazione


immediata dellattaccante tramite
chudan gyakuzuki (pugno a
livello medio), il bunkai prosegue
con la parata uchi-uke a mano
aperta ed il contrattacco di nukite
alla gola, dopo aver
immobilizzato il braccio
dellattaccante.

La seconda sequenza (kata Suparinpei) evidenzia pienamente la diversa filosofia dello


stile goju-ryu in merito alla gestione della distanza. Le posizioni utilizzate sono
esclusivamente sanchin-dachi, che permettono una valida stabilit in caso di attacco
ravvicinato. Si noti in particolare la limitata traiettoria delle tecniche di parata, che
puntano a sfruttare al massimo la velocit e la sorpresa nei confronti dellattaccante. Il
contrattacco di nukite diretto alla gola, soluzione ottimale adottata dallideatore del
kata, considerata la cortissima distanza. Ad un classico pugno si preferito entrare
nella guardia dellavversario con un colpo a mano aperta diretto ad un punto vitale.

Il retaggio di Matsumura nel Karate-do Shotokan tradizionale

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Il karate trasmessoci dal maestro Funakoshi trova le proprie radici nellinsegnamento
di Itosu e Azato. Il primo ricordato per aver creato e trasmesso gran parte dei kata
tuttora praticati nello shotokan e nello shito-ryu, il secondo riveste particolare
importanza per limpostazione tattica che diede al combattimento. Azato, come il suo
maestro Matsumura, proveniva da una stirpe nobile e rivest per anni la carica di
rappresentante imperiale in Okinawa. Il suo lignaggio gli permise di essere introdotto
nello studio del Jigen ryu, stile di spada che lui stesso preferiva alla pratica delle altre
arti del budo (Te, Kyu-do, ecc.).
Era solito praticare assiduamente, soprattutto allinterno della propria abitazione,
trasformata in un vero e proprio dojo. Oltre ad aver
sviluppato il concetto di Kime di parata, Azato influenz il
Te di Funakoshi (diventato poi shotokan) apportando
elementi tipici della scherma. Usava dire di utilizzare mani
e piedi come spade; questa frase ha una doppia valenza:
contiene il concetto di rinforzare le estremit al fine di
poter nuocere gravemente senza luso di armi; nello stesso
tempo sottintende una vera e propria impostazione tattica.
Nello scontro si deve tenere conto della distanza di
spada, al fine di tenersi fuori della portata della tecnica di
attacco dellavversario ma contemporaneamente avere la
possibilit di entrare nella sua guardia sfruttando la
propria velocit ed abilit.
E piacevole utilizzare le parole del Maestro, riportate da Funakoshi nel libro karatedo
Tanpenshu (traduzione dallinglese):
Non importa se si tratta di scherma o karate, i principi dellapproccio al
combattimento rimangono gli stessi, senza distinzione. Per esempio, se creo
volutamente unapertura nel tentativo di ingannare il mio avversario, le possibilit che
mi attacchi aumenteranno. Aspettandomi una tale reazione, potr sfruttare il suo
movimento e trovare un vantaggio nella sua debolezza.

Funakoshi pratic un karate caratterizzato da posizioni alquanto alte, privilegiando


tecniche corte e potenti, oltre alle proiezioni. Una marcata rivoluzione nello stile venne
apportata dal figlio Yoshitaka: fu lui a realizzare un Karate pi rapido, pi forte e
dinamico basato sul retaggio del Jigen Ryu di Azato. Lo studio personale di Yoshitaka
era volto alla ricerca dellefficacia e della massima resa contro il nemico.
Il padre comunque non disapprov le scelte del figlio, ritenendo posizioni basse e
tecniche lunghe adatte ad atleti giovani.
Il concetto di gestione della distanza nel karate-do pu essere validamente
sintetizzato nelle parole del maestro Kase, che in una intervista ha espresso le linee
guida dello studio di Yoshitaka.
La cosa importante che si deve comprendere che la grande evoluzione del Karate
che port Sensei Funakoshi da Okinawa fino al Karate che realizzava Sensei Yoshitaka,
fu possibile grazie al concetto di O-Waza, la tecnica di lunga distanza portata con la
massima velocit e potenza.
Tuttavia non dobbiamo fermarci a questo concetto, perch la cosa realmente
importante dominare l'O-waza per arrivare ad essere efficaci nel Ko-waza (tecnica di
corta distanza). Lo stesso Gichin Funakoshi giunse ad affermare che il Seite (quando
un braccio difende e l'altro contrattacca) importante, ma lo ancor di pi il lavoro di
Hente (difesa e contrattacco con lo stesso braccio) e l'Hente direttamente collegato
alla pratica di Ko-Waza.
Per quanto precedentemente esposto, diviene particolarmente importante
comprendere il concetto di O-Waza e come fu storicamente. Immaginiamo che la
realizzazione di un pugno su una distanza di un metro impiegasse un tempo "X". In

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sostanza, quello che faceva Sensei Yoshitaka era aumentare la progressivamente
distanza, per esempio due o tre metri, tentando di impiegare lo stesso tempo, per
ottenere dunque molta pi efficacia.
Durante i tempi di guerra, gli antichi Samurai davano molta importanza ai movimenti
realizzati in Ko-Waza cercando l'immediatezza dell'azione, perch ci si giocava la vita
nella distanza corta. Poi, in tempo di pace, aumentarono progressivamente i percorsi
delle tecniche, centrandosi pi sul lavoro di O-Waza, come sistema di allenamento. Per
esempio, nel Kendo si realizzavano tecniche di ampio percorso con il fine di sviluppare
maggiormente gli arti e fortificare il corpo, ossia come allenamento. Quindi possiamo
desumere che questo sistema di allenamento se ben utilizzato serve per preparare la
muscolatura per poi poter praticare il Ko-Waza con efficacia.

Studio analitico della guardia nel karate-do Shotokan

Abbiamo finora valutato limportanza della tecnica lunga e del mantenimento di una
determinata distanza vitale rispetto allavversario. Nelle prossime righe cercheremo
di analizzare con laiuto di misurazioni leffetto dellabbassamento della posizione nella
classica postura di guardia del karate-do Shotokan (Zenkutsu-dachi).

Nellesempio a lato si cerca innanzitutto di valutare la


posizione del baricentro nello spazio durante lesecuzione
del gyakuzuki (pugno opposto). La distanza tra lattaccante
e lavversario lungo la quale una tecnica di pugno pu
essere considerata efficace quella che si sviluppa tra il
baricentro e le nocche. Questo assunto viene mutuato dalle
teorie alla base del karate tradizionale.
Nello zenkutsu-dachi in fig. 1 (le misurazioni non
corrispondono allimmagine) il baricentro si trova in un
punto che dista dalla punta del piede anteriore 26 cm., Fig. 1
ovvero il 44% della lunghezza totale della posizione
(misurata da punta a punta) di complessivi 60 cm. .
Ipotizzando che il braccio disteso nellesecuzione del pugno
sia lungo 55 cm., la distanza lungo la quale si potr
sviluppare un pugno pieno (accettabile nelle sue
connotazioni di potenza e validit) sar di 29 cm. (55 meno
26).
Mantenendo fermo il piede posteriore ed allungando lo
zenkutzu-dachi sino a 65 cm., (fig 2) il baricentro si sposta
pi avanti, per cui la distanza fra esso ed il piede anteriore
si ridurr a 24 cm, ossia al 38% della lunghezza totale della
posizione. In questo secondo caso possiamo notare che
labbassamento e lallungamento della posizione
Fig. 2
permettono di eseguire una tecnica valida incrementandone
il raggio di azione frontale di circa. 2 cm.

Possiamo dunque affermare che pi il baricentro ravvicinato allavversario, pi la


tecnica potr guadagnare terreno nella direzione frontale, lunghezza calcolata
dallattaccatura delle spalle alle nocche.

Un analogo ragionamento pu essere applicato alla tecnica di oizuki (vedasi sequenza


a pag. 11), al fine di determinare la misura della distanza ideale per arrivare a colpire

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lavversario (detta di Issoku-itto), ovvero lo spazio che minimo che lattaccante
dovr percorrere. Dunque se consideriamo lesempio della fig. 1, dovremo sommare
alla lunghezza della posizione (60 cm.) lampiezza della parte di braccio che supera la
linea ideale perpendicolare alla punta del piede. Come si pu notare tale ampiezza
decisamente maggiore in figura 2, ove la posizione pi bassa.

La sequenza dimostra un attacco di oizuki

Risulta dunque chiaro che il combattente capace di avanzare con uno zenkutsu-dachi
pi lungo potr rimanere pi lontano dallavversario. Inoltre sar avvantaggiato in
fase di attacco, allorquando avr la possibilit di partire con la propria tecnica da una
distanza maggiore. Ci significa, in prima analisi, affrontare un rischio inferiore di
subire un attacco in fase di studio ed avvicinamento e nel contempo vedersi aprire un
ampio ventaglio di possibilit nella gestione della propria iniziativa.

Tali considerazioni possono essere riportate anche nella pratica delle discipline di
spada (Iado, Ken-jitzu, Aiki-batto Kendo), ove assumono una connotazione molto pi
significativa. Difatti gli avversari sono armati di lame della lunghezza di oltre un
metro, quindi si impone il mantenimento di una distanza maggiore. Inoltre in questo
caso dovremo tenere presente che linterno filo tagliente, quindi chiudere troppo lo
spazio per tentare una tecnica di incontro pu risultare letale.
Ancor pi che nel karate di fondamentale importanza
mantenere un corretto Ma-ai. Nellesempio anzidetto del
Jigen-ryu lallungamento della posizione permette quindi di
tenersi pi lontani dallavversario e soprattutto di portare
fendenti pi profondi sul piano frontale. Ci chiaro ora
come tale stile di spada possa aver influenzato la classica
postura di guardia assunta nel karate. Lo spadaccino porta
in avanti la gamba destra, sulla quale sposta la maggior
parte del peso. La spada sorretta sotto lelsa (tsuba)
dalla mano destra e in fondo al manico dalla sinistra. In
questo modo la posizione risulta defilata e la parte del petto pi vulnerabile (la sinistra
ove si trova il cuore) pi lontana dallavversario. Nel contempo la parte destra
protesa in avanti pronta a colpire proprio larea speculare.
Nel karate solitamente si combatte in guardia sinistra, ci
dettato dal fatto che le tecniche vengono portate con il braccio
o la gamba destra, impegnate in un movimento progressivo
frontale, che come abbiamo gi ribadito fondamentale per
guadagnare distanza rispetto allavversario.
Un recente studio universitario ha rilevato come in un
combattimento agonistico larea del tronco statisticamente pi
colpita proprio la sinistra, ovvero quella storicamente pi
vulnerabile.

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Dallo studio delle due
immagini a lato si pu
facilmente evincere
che, analogamente al
karate (per quanto
possa essere lunga la
lama), faranno la
differenza proprio quei
pochi centimetri recuperabili grazie
allabbassamento della postura. Le lame (o shinai) si sfiorano solo in corrispondenza
della parte terminale, dandoci lidea di quale dovrebbe essere la distanza corretta.
Risulta dunque facile intuire il motivo per cui nelle discipline di spada proprio questa
zona della lama venga utilizzata per colpire.

Bibliografia

M. Nakayama Karate

G. Funakoshi Karate-do Nyumon / Karate-do Tanpenshu

K. Tokitsu Storia del karate

T. Kase 18 kata superiori Shotokan

Rivista Samurai

Rivista Budo International

Internet:

karateitalia.com / Shotokai.net / Cskt.it / Gojuryu.it / Tempokarate.com

Si ringrazia Stefano Romagnoli per la gentile collaborazione.

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