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Indice
Guerra e diplomazia nel mondo antico: tra istanze politiche e strategie culturali Atti del Convegno di Palermo, 21-22 novembre 2008

In Grecia
Marco Bettalli, Ascesa e decadenza delloplita Andrea Cozzo, Come evitare le guerre e rendere amici i nemici. Forme della diplomazia nella Grecia antica Girolamo Visconti, Il riscatto del corpo di Ettore nella ceramografia attica Giovanna Bruno Sunseri, La simbologia del potere nella comunicazione diplomatica: i doni di Cambise al re degli Etiopi macrobioi Giulia Marotta, Trattati di pace e adikia nella prima fase del conflitto peloponnesiaco (432- 421 a.C.) Fabio Davide Martorana, Sparta e la Persia (412-404 a.C.): un affare diplomatico Antonio Franco, Agesilao tra guerra e democrazia Cinzia Bearzot, Lambasceria ateniese a Susa (367 a.C.) 5 13 35 60 73 81 92 100

Tra Grecia e Sicilia


Roberto Sammartano, Magnesia sul Meandro e la diplomazia della parentela Francesca Mattaliano, Guerra e diplomazia tra Atene e Siracusa nel V secolo a.C. Bartolina Orlando, Da Gorgia a Feace. Guerra e diplomazia nella Sicilia di fine V secolo a.C. 111 140 148

A Roma
Luciano Landolfi, Consilium vobis forte piumque dabo (Ov. fast. III 212). Ersilia, le Sabine e le risorse della diplomazia femminile Gianna Petrone, Si dixero mendacium (Pl. Amph. 198). Guerra e diplomazia nellAmphitruo di Plauto Alfredo Casamento, Guerra giusta e guerra ingiusta nella Pharsalia di Lucano 157 167 179

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Tra Roma e Oriente


Marco Vinci, Il decreto di Eleutherna e la datazione dei documenti teii di asylia Claudio Vacanti, Andare oltre Giano: la terza fronte della diplomazia romana (II sec. a.C.) Michael Sommer, La crisi romano-partica del 53-64 d.C.: la prospettiva orientale Davide Salvo, La crisi romano-partica del 54-63 d.C.: la prospettiva romana nel resoconto di Tacito Margherita Cassia, Il conflitto e la tregua: un valetudinarium sul limes di Cappadocia? 189 212 220 226 240

Nella Tarda Antichit Rosalia Marino, Su alchimie diplomatiche tra Roma e i Barbari nella Tarda Antichit Daniela Motta, Imperatori e diplomazia nei breviari tardoantichi e nella Historia Augusta Igor Gelarda, Guerre e diplomazia in Iberia nel Chronicon del vescovo Idazio Marina Usala, Mediazione diplomatica e conflittualit politico-culturale nelle Lettere di Gregorio Magno 262 273 294 307

Varia Luca Fezzi, Sulle tracce del falso: una lettura della congiura di Catilina 318

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MARCO BETTALLI

Ascesa e decadenza delloplita


1. Lascesa: loplita come eroe culturale

La figura del fante armato in maniera pesante scudo rotondo, corazza, elmo, schinieri, lancia, pugnale, per un peso di non meno di 30 chilogrammi da sopportare nella rovente estate greca in qualche misura ci familiare. Loplita ritenuto da una consolidata tradizione di studi il dominatore sui campi di battaglia del Mediterraneo per un lungo periodo, che va pi o meno dalla met del VII alla met del IV secolo a.C. Ma non si tratta di una figura cara solo alla ristretta cerchia dei polemologi. Loplita stato spesso identificato con il cittadino tout court e la falange oplitica con la polis stessa in azione sul campo di battaglia, quella polis che emerge dalle nebbie delle Dark Ages al centro della vita politica, istituzionale e sociale del mondo greco. A seguire tale impostazione, il cittadino di rango oplitico, in quanto dotato delle risorse in grado di procurargli il surplus necessario ad acquistare la panoplia, viene a coincidere con una aristotelica classe media, fattore di democratizzazione rispetto alle guerre tra eroi di et omerica e valido baluardo in grado di opporsi al pericolo sempre presente dellemergere di un demos nullatenente o quasi. Sviluppando tali premesse, poich leconomia antica e in particolare quella arcaica era basata sullagricoltura, loplita si identificher con il contadino proprietario terriero, protagonista assoluto della civilt greca, ben pi del cittadino inteso qui come abitante della citt depositario s della cultura ma minoritario sul piano economico e sul campo di battaglia. Ultimo gradino di questa ascesa: poich il modo di combattere oplitico privilegerebbe uno scontro aperto, leale, limitato nelle evoluzioni strategiche ma efficacissimo per determinare chi pi coraggioso e pi forte, tale modo di combattere, pur con gli adeguamenti inevitabili avvenuti nel corso di una storia di oltre 2.500 anni, rappresenterebbe archetipicamente la western way of war. Essa, negli ultimi perigliosi decenni, ha mostrato ancora una certa vitalit, opponendosi alle oscure forze del terrorismo, portatore di un modo di combattere subdolo e infido perch nascosto e imprevedibile. Alla fine di questo percorso, loplita, insomma, si erge a eroe culturale, incarnazione di una tipologia umana centrale nella storia dellOccidente: il self-made man n ricco n povero, pronto a difendere la sua famiglia e la sua propriet andando a combattere ogni qualvolta sia necessario insieme a quanti condividono la sua condizione sociale e i suoi semplici ma potentissimi valori: coraggio, lealt, sacralit della propriet
* Queste riflessioni rientrano in un contesto pi vasto, che si propone di riconsiderare il modo stesso in cui era vista la guerra nelle poleis greche, in et arcaica e classica. Talune conclusioni andranno considerate come provvisorie.

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privata, libert. Una tipologia, non sfuggir, utile per identificare, pi che altro, lhomo americanus, diretto discendente, non si sa per quali vie, del contadino delle aride terre greche di 2.500 anni fa.1 Non condivido questa visione ideologica e semplificatoria delloplita. In queste pagine, mi vorrei soffermare su alcuni aspetti specifici del problema delloplitismo in et arcaica e classica, per mostrare direttamente sul campo della ricerca storica le difficolt che esistono per precisare i contorni della figura delloplita, troppo spesso data per scontata.

2. Let arcaica
La prima battaglia oplitica di cui possiamo affermare di possedere una vera e affidabile descrizione del 418 (Thuc. V 63-74, battaglia di Mantinea), circa due secoli e mezzo dopo la supposta introduzione delloplitismo. La parola stessa oplita appare nella letteratura nel corso del V secolo, mentre laggettivo oplitico viene adoperato da soli quattro autori (Tucidide, Senofonte, Platone, Aristotele). Per non parlare di unespressione consolidata e diffusa nella letteratura moderna, falange oplitica, che compare addirittura in piena et ellenistica, senza alcun riscontro in et arcaica e classica.2 Per quanto riguarda let arcaica, la documentazione in nostro possesso straordinariamente scarsa.3 Schematizzando, la possiamo cos classificare: 1) fonti letterarie coeve. Si limitano a pochi versi di poeti arcaici, in primo luogo Tirteo (cfr. in particolare il fr. 11 West), che potrebbero alludere al combattimento oplitico; a questi versi si potrebbero aggiungere alcuni passi dello stesso Omero, ma ci, invece di chiarire, rischierebbe di complicare il quadro;4 2) documentazione archeologica. In primo luogo, un grande numero di ex-voto nei santuari panellenici consistenti in scudi e altri pezzi di armatura, cui si possono aggiungere le raffigurazioni vascolari (e in minor misura, della statuaria), a partire dalla celebre Olpe Chigi del 640 a.C. circa, che sembrerebbero alludere alla falange oplitica in azione, nonch altre, numerose raffigurazioni di singoli opliti; da citare, infine, unimportante iscrizione (IG I3 1 = ML 14), risalente allultimo venticinquennio del VI secolo, sui cleruchi di Salamina che devono procurarsi hopla fino a 30 dracme e presentarsi ai superiori hoplismenoi; 3) fonti letterarie non coeve, di et classica e post-classica. il capitolo di gran lunga pi delicato e complesso, che ha dato luogo alle maggiori controversie interpretative. Il
Non necessario, in questa sede, fornire una bibliografia esaustiva sui temi ai quali abbiamo accennato. Linstancabile quanto influente divulgatore del credo delloplita e della western way of war indubbiamente Victor Davis Hanson (The Western Way of War, New York 1989, trad. it. Larte occidentale della guerra, Milano 1990; The Other Greeks, New York 1995, per la sua visione del contadino come motore del mondo greco; pi di recente, Hoplite Battle as Ancient Greek Warfare. When, Where, and Why?, in H. van Wees (Ed.), War and Violence in Ancient Greece, London 2000, 201-232). Una rapida quanto efficace contestazione del concetto di western way of war in H. Sidebottom, Ancient Warfare. A Very Short Introduction, Oxford 2004. Altri studi saranno citati nel corso dellarticolo. 2 Sulla tarda apparizione dei termini oplita e derivati, cfr. F. Echeverria Rey, El hoplita y la naturaleza de lo "hopltico": un caso de terminologa militar de la Grecia clsica, SHHA XXIII (2005), 75-93, dove possibile rintracciare tutti i riferimenti alle fonti antiche. 3 Cfr., tra le sintesi pi recenti, P. Krentz, Warfare and Hoplites, in A. Shapiro (Ed.), The Cambridge Companion to Archaic Greece, Cambridge 2007, 61-84 e, soprattutto, F. Echeverria Rey, Ciudadanos, campesinos y soldados: El nacimiento de la polis griega y la teoria de la revolucion hoplita, Madrid 2008. 4 Cfr. H. van Wees, The Homeric Way of War: the Iliad and the Hoplite Phalanx, G&R XLI.1 (1994), 1-18; XLI.2 (1994), 131-155, le cui idee sono state riprese e perfezionate in numerosi studi successivi.
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materiale, al contrario dei primi due punti, abbondante. Esistono in primo luogo tradizioni su episodi bellici quali la guerra lelantina (con le connesse leggende sullaccordo per limitare luso di armi da lancio: cfr. Strabo X 1, 12, in relazione ad Archiloc. fr. 3 West = Plut. Thes. 5, 3) e, come momenti privilegiati delleterno conflitto Sparta/Argo cuore del concetto stesso di guerra agonale la battaglia di Isie e la cosiddetta battaglia dei Campioni. C poi Erodoto, con la sua descrizione delle battaglie di Maratona e Platea, che sono spesso state interpretate come tipiche battaglie oplitiche, presumendo al contempo che esse si inseriscano in una tradizione consolidata, operante da un paio di secoli.5 Vanno citate poi riflessioni vaghe, generalizzanti e ideologiche sulla guerra arcaica, a partire dallo stesso Erodoto, per arrivare a Demostene e, pi tardi, a Polibio e altri autori ancora.6 Infine, passi della Politica di Aristotele cercano di dare un senso e una successione cronologica ai cambiamenti nei modi di combattere diffusi nel mondo greco, con frequenti accenni ai modi di combattere arcaici. Ci vorrebbe un libro per discutere tutti i problemi suscitati da questo elenco. Qui baster ricordare come alcuni dei mattoni pi solidi con cui sono state edificate le ipotesi sulla nascita delloplitismo, quali i versi di Tirteo e la raffigurazione dellOlpe Chigi, sono ormai da pi parti messi in forte dubbio, nel senso che non affatto chiaro se siano leggibili davvero come prime manifestazioni di un nuovo modo di combattere;7 le dediche nei santuari, daltro canto, sembrano oggi dimostrare come la maggior parte dei cosiddetti opliti non indossasse affatto la corazza il pezzo pi prestigioso e costoso della panoplia ma preferisse al bronzo il cuoio, molto meno costoso, meno pesante e almeno altrettanto resistente.8 Quanto alla tradizione letteraria non coeva, non c dubbio che tutto ruoti intorno ad Aristotele e al suo tentativo, non sistematico ma non per questo meno influente, di razionalizzare una materia che non poteva risultare facile da decifrare al fondatore del Peripato. Temi contemporanei allepoca in cui Aristotele scriveva e preconcetti ideologici sembrano indirizzare il suo ammirevole tentativo di rendere coerente e leggibile una storia che tale non era. Ci che oggi viene pi messo in discussione, tra le idee aristoteliche, lindissolubile legame tra funzione militare e partecipazione politica, lesito democratico dei mutamenti intercorsi in campo

5 Su Maratona come battaglia modello... di opliti allo stato puro cfr. P. Vidal-Naquet, La tradizione delloplita ateniese, ne Il cacciatore nero, trad.it. Milano 1988, 80-81; lo stesso autore, pur allinterno di una visione classica delloplitismo, ricorda come rievocando la battaglia... siamo prigionieri almeno in parte di una tradizione che molto probabilmente ha enfatizzato alcuni tratti (ibid., 80). 6 Cfr. Hdt. VII 9b, in cui Mardonio descrive ironicamente il modo di combattere dei Greci; non possibile analizzare qui in profondit le interpretazioni che del passo vengono fornite: basti ricordare come Hanson, Hoplite Battle as Ancient Greek Warfare, cit., 207, la definisca una fair enough representation of what a typical (sic) late fifth-century Greek like Herodotus thought hoplite warfare was like in the decades immediately preceeding the Persian War, mentre, a mio avviso pi correttamente, E. Wheeler, Battle, in P. Sabin - H. van Wees - M. Whitby (Eds.), The Cambridge History of Greek and Roman Warfare, I, Cambridge 2007, 190-191, mette laccento sullaspetto satirico della descrizione; cfr. anche M. Moggi, Loplitismo secondo Mardonio (Erodoto VII 9), in S. Alessandr (a cura di), Historie. Studi offerti dagli allievi a Giuseppe Nenci in occasione del suo 70 compleanno, Lecce 1994, 319-332. Altri testi: Demosth. IX (Terza Filippica) 47-50; Polyb. XIII 3, 1-6. 7 Su Tirteo, cfr. Echeverria Rey, Ciudadanos, campesinos y soldados, cit., 131-137; sulle raffigurazioni vascolari, ibid., 138-145; in particolare sullOlpe Chigi, J.M. Hurwit, Reading the Chigi Vase, Hesperia LXXI (2002), 1-22. 8 Cfr. E. Jarva, Archaiologia on Archaic Greek Body Armour, Rovanieni 1995, con la recensione di H. van Wees in CR XLVII (1997), 154-155.

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militare, nonch il concetto di classe media come utile a descrivere la condizione sociale degli opliti.9 Mi limito a concludere affermando che il quadro che sembra prospettarsi molto pi flessibile di quello tradizionale: gli opliti andavano a combattere con armi proprie, e tra i combattenti non cera alcuna omogeneit di armamento; la cosiddetta falange appare operare per lungo tempo insieme ad arcieri, fanti armati alla leggera, cavalieri, e non sembra fosse cos coesa come viene spesso descritta: e questultimo punto talmente importante da invalidare in qualche misura il concetto stesso (la falange tale in quanto coesa).10

3. Let classica
Lorganizzazione politica di una comunit, generalmente di piccole dimensioni qual era la polis, va immaginata come un qualcosa di empirico. Universalmente riconosciuto era che i cittadini non poveri dovessero occuparsene a pieno titolo. Ma il numero degli happy few spesso non cos few variava da caso a caso e non esisteva un principio cui uniformarsi. Un chiaro esempio, tra i pochi di cui sappiamo qualcosa, quello che riguarda la breve stagione in cui Atene, tra il 411 e il 403, cerc di dotarsi di un regime oligarchico. In tale contesto, si pass, come noto, dai 5.000 del 411 ai 3.000 del 404, sotto i Trenta; meno noto il progetto, sempre nel 411, di redigere una lista di ben 9.000 cittadini: il tentativo che troviamo in un passo curioso, quanto di grande interesse, del corpus lisiano, nel quale il protagonista Polystratos, uno dei katalogeis incaricati di redigere la famosa lista dei 5.000 (compito peraltro mai portato a termine), ne avrebbe appunto selezionati addirittura 9.000 per non inimicarsi nessuno dei suoi compagni di demo e per iscrivere chiunque lo volesse.11 In modo, ancora una volta, del tutto empirico, Aristotele (Pol. IV 1297 b) raccomanda che il censo richiesto per far parte con pieno diritto della cittadinanza sia stabilito in modo tale da permetterne comunque laccesso alla maggioranza degli uomini adulti, in modo che i poveri, sempre pronti a progettare staseis, possano essere tenuti a bada. Anche quello che a prima vista sembrerebbe il principio pi diffuso e importante, cio che debbano partecipare alla politeia solo quanti possiedono le armi, vale a dire gli hopla parechmenoi, per dirla con il termine greco pi diffuso e pregnante,12 finisce per rivelarsi, alla prova dei fatti, uno slogan ideologicamente potente, ma quanto meno assai pi elastico di quanto non abbiano ritenuto quanti lhanno tradotto con lobbligo di affidare la citt a cavalieri e opliti. Riconsideriamo brevemente il problema, partendo dallespressione ta hopla, da cui oplita.13 Copre, questa espressione, molte cose: una panoplia completa, di splendida

Cfr. da ultimo Echeverria Rey, Ciudadanos, campesinos y soldados, cit., cap. II, 73-105, in particolare

103-105.

10 Cfr. almeno, su questi grandi temi, la magistrale sintesi di H. van Wees, Greek Warfare. Myths and Realities, London 2004, in particolare 45-85. 11 XX 13: . Che lorazione sia probabilmente spuria non riveste grande importanza per quanto ci sta a cuore. Non c dubbio che il passo, qualunque sia il valore che gli si voglia assegnare, rifletta un modo di compilare le liste assai alla buona, tenendo presenti raccomandazioni e desideri dei singoli. 12 Aristot. Pol. IV 1297b, gi cit.; cfr. Thuc. VIII 97, 1-2; Xen. Hell. II 3, 48. 13 E non da scudo (hoplon): la cosa fa una certa differenza. Cfr. J.F. Lazenby - D. Whitehead, The Myth of the Hoplites hoplon, CQ XLVI (1996), 27-33.

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fattura,14 che poteva raggiungere e superare ampiamente il valore di 3-4 mesi di stipendio di un salariato, cifra fuori della portata di gran parte della popolazione; ma anche una corazza molto pi economica, o addirittura la semplice accoppiata lancia/scudo, con il prezzo che poteva scendere a un solo mese di stipendio. opportuno inoltre tenere presenti: i molti metodi di fortuna con i quali era possibile procurarsi armi e armature: cfr. Aen.Tact. 29-30 e il discorso di Cinadone nelle Elleniche di Senofonte (III 3, 7): entrambi accennano ad armi che possono essere reperite con facilit al mercato della citt. Tra i metodi impropri, considereremo anche il trafugamento e il conseguente impiego di scudi consacrati nei templi: se ne confronti la parodia in Aristoph. Eq. 847857. i casi di intervento statale: Sparta, ma anche Atene, a partire circa dalla met del IV secolo, fornivano regolarmente le armi ai propri cittadini.15 Tanto per fare un esempio, oplitizzare 2.000 uomini poteva costare circa dieci talenti una tantum, cifra non certo elevatissima, se raffrontata, per esempio, con le spese sostenute specie nel IV secolo per lingaggio di mercenari; il che ci fa riflettere su come la decisione, pi che economica, fosse politica in senso lato. I casi comunque non mancano e sono pi di quelli che non si creda, a partire, ovviamente, dagli iloti spartani;16 prestiti o donazioni da parte di privati benestanti. I casi presenti nella letteratura sono pochissimi: il pi noto forse quello di Mantitheos (Lys. XVI 14), che afferma di aver donato a due compagni di demo trenta dracme ciascuno. Dove sorprendente il termine ephodion, che dovrebbe riferirsi alle provviste per il viaggio: i compagni di demo dunque non avevano di che pagarsi non tanto (o non solo) le armi, ma addirittura il cibo? In ogni caso, il passo non sembrerebbe alludere a spese per le armi;17 la ovvia possibilit di ereditare ta hopla dal padre, pur non essendo in buone condizioni economiche; si confronti anche il caso anomalo degli orfani di guerra, cui la panoplia veniva, a quanto pare, donata dallo stato (Plat. Menex. 249a). Giungiamo intanto a una prima, importante conclusione: servire come oplita non corrisponde a una precisa condizione economica. In una comunit nella quale lautorit statale non detiene il monopolio dei mezzi di coercizione,18 il problema centrale non tanto individuare chi possiede le armi: troppo facile da attraversare il confine armati/disarmati, in mille modi. Il problema, che viene raramente esplicitato
14 Cfr. il fabbricante di corazze Pistias, citato in Xen. Mem. III 10, 9-15: era un artigiano di corazze su misura, vendute, a suo stesso dire, a caro prezzo; alcuni, ricorda lo stesso Pistias, le volevano anche ed , ma il passo fa capire come il valore di una corazza, pi che da questi ornamenti, fosse determinato dal perfetto adattamento al corpo dellacquirente. 15 Per Sparta, cosa fin troppo nota; per Atene, curiosamente, si tende a dimenticarlo; cfr., di recente, B. Bertosa, The Supply of Hoplite Equipment by the Athenian State down to the Lamian War, The Journal of Military History, LXVII.2 (2003), 361-379. 16 Per un altro esempio di V secolo, riguardante Atene ed Argo, cfr. Thuc. VIII 25, 1. 17 Cfr. lanalisi puntuale di W.K. Pritchett, The Greek State at War, I, Berkeley-Los Angeles 1971, 33 con la nota 16. Per un altro caso, cfr. lo stesso Lisia XXXI 15. Non ha molto a che fare con il nostro ragionamento Xen. Hipp. 9, 5. 18 Laffermazione reca con s una serie di conseguenze, che possono giungere fino alla conclusione che la polis fosse una stateless community. Largomento importante, ma non del tutto pertinente in questa sede: si veda quanto meno M. Berent, Anthropology and the Classics: War, Violence, and the Stateless Polis, CQ L (2000), 257-289; per una rapida quanto importante riflessione sul tema, cfr. M. Giangiulio, Stato e statualit nella polis: riflessioni storiografiche e metodologiche, in S. Cataldi (a cura di), Poleis e politeiai, Atti Convegno Internazionale di Storia greca (Torino, 29-31 maggio 2002), Alessandria 2004, 3153.

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nelle fonti antiche,19 il controllo delle armi. Queste possono anche essere utilizzate dai poveri, ma ci che va evitato che llite al potere ne perda, appunto, il controllo. Mancando un esercito fisso, le conseguenze potrebbero essere esiziali.

4. Essere opliti ad Atene


Atene una citt anomala: troppo grande, troppo diversificata nelle sue attivit economiche. Ma anche la citt che conosciamo di gran lunga meglio, quindi qui che ci dobbiamo fermare per saperne qualcosa di pi. La domanda che vorrei porre la seguente: che cosa vuol dire essere oplita ad Atene in et classica? Chi poteva definirsi tale? Partiamo da una considerazione, importante, a dimostrazione di come il mio contributo non abbia meri fini distruttivi: il concetto di oplita vivo e ha una notevole importanza, almeno per quanto concerne il V secolo. Lo dimostra, per esempio, un passo di Tucidide (III 87, 3), relativo alle perdite causate dalla cosiddetta peste, nei primi anni della guerra del Peloponneso: Dal testo possiamo ricavare, in primo luogo, che Tucidide pone un abisso tra chi oplita (e, a maggior ragione, cavaliere) e chi non lo . I primi vengono contati, gli altri no. possibile che Tucidide non avesse la possibilit di conoscere il numero dei morti intervenuto tra coloro che non avevano almeno il rango oplitico. Ci sarebbe sicuro se, nellochlos, Tucidide avesse inglobato anche donne, meteci e perch no, schiavi,21 ma io ho forti dubbi in proposito. Di conseguenza, o si pensa che un elenco sufficientemente preciso esistesse solo per i cavalieri e gli opliti, e non per tutti gli altri, pur nella pienezza della loro condizione di cittadini; oppure, a mio parere pi plausibilmente, Tucidide, dato il gran numero di deceduti nella fascia meno abbiente della popolazione (si doveva trattare di almeno 10-15.000 persone), non si dato pena di contarli. Ci che pi significativo per il nostro discorso, in ogni caso, che esistevano documenti che certificavano, per cos dire, lappartenenza di un cittadino ateniese al rango degli opliti. Ci ci conduce al katalogos. Con tale parola, le fonti sembrano indicare un elenco di cittadini ateniesi di rango oplitico cui era possibile attingere in occasione di spedizioni che contemplavano, appunto, limpiego di un certo numero di opliti. Le posizioni degli studiosi riguardo alla natura del katalogos, stante lambigua documentazione a disposizione, sono tuttaltro che univoche. Una ricostruzione plausibile che mi sento di avallare22 sembrerebbe indicare che: 1) sui lexiarchika grammateia, i registri dei cittadini dei demi, doveva essere segnata una sigla o qualcosa del genere accanto al nome di quanti avevano il rango di opliti, per poterli individuare senza difficolt;23 2) il katalogos non era altro che la lista, desumibile dalla sommatoria di tutti i registri dei demi,24 di tutti coloro che venivano classificati come opliti, da cui veniva
Uneccezione costituita dal gi citato Enea Tattico: cfr. 10, 7; 29-30. Morirono allora non meno di 4.400 uomini dalle file degli opliti e 300 cavalieri, oltre al numero imprecisato di vittime che si ebbero nel popolo minuto [trad. L. Canfora]. 21 Cos Gomme, A Historical Commentary on Thucydides, III, ad loc. 22 I riferimenti bibliografici: fondamentale il recente articolo di M. Christ, Conscription of Hoplites in Classical Athens, CQ LI (2001), 398-422; V. Gabrielsen, The Impact of Armed Forces on Government and Politics in Archaic and Classical Greek Poleis, in A. Chaniotis - P. Ducrey (Eds.), Army and Power in the Ancient World, Stuttgart 2002, 83-98, sp. 92-94, importante anche se, a mio parere, non del tutto condivisibile; sempre da tener presente M.H. Hansen, The Number of Athenian Hoplites in 431 B.C., SO LVI (1981), 19-32. 23 Cfr. a proposito soprattutto IG I3 138.
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tratto lelenco degli opliti richiamati in occasione di una spedizione. Quasi mai cera bisogno di un numero elevato di opliti rispetto al totale teorico; i tassiarchi e gli stessi strateghi presumibilmente stilavano lelenco dei richiamati, basandosi su criteri assai poco trasparenti, a sentire anche le proteste in merito sparse in alcune fonti;25 3) il katalogos veniva probabilmente pulito (cio aggiornato, depurato di nomi che per un motivo o per laltro avevano perso la qualifica di oplita) in occasione di eventi bellici particolarmente importanti: Tucidide, nella minuziosa descrizione dellesercito in partenza per la Sicilia, parla di opliti scelti (il plurale non dovrebbe essere casuale); 4) la chiamata alle armi, come abbiamo gi accennato, era obbligatoria; di rilievo era per il ruolo dei volontari, che del katalogos non facevano evidentemente parte, ma ai quali, nondimeno, veniva data la facolt di combattere come opliti. Gli opliti ek katalogou erano considerati migliori, per cos dire di prima scelta; i secondi, invece, svolgevano un ruolo importante in particolare come epibatai, vale a dire come soldati dotati di armatura oplitica, imbarcati in piccolo numero sulle triremi, per i quali era lo Stato a fornire le armi.26 Quanto detto non risponde ancora alla domanda centrale: in base a che cosa si definiva un cittadino oplita? La risposta tradizionale, che prevede un preciso censo (o pi che altro, precise capacit economiche) da raggiungere per essere dichiarato oplita, un miraggio. In primo luogo, non era affatto facile, in una polis come Atene, conoscere lammontare del patrimonio di una persona; lunica possibilit era quella di rifarsi alle categorie censitarie soloniane (peraltro, come ben noto, legate esclusivamente alla produzione agricola), sottintendendo lidentificazione degli opliti con gli zeugiti.27 Ma, da una parte, le suddivisioni soloniane, che sicuramente avevano perso ogni significato nel IV secolo, gi avevano diminuito la loro influenza con lintroduzione della democrazia clistenica;28 dallaltra, secondo alcuni calcoli moderni, peraltro contestati, il grado di ricchezza necessario per raggiungere lo status di zeugita sembra essere eccessivo per poter far corrispondere numericamente gli zeugiti (probabilmente non pi di 5.000) agli opliti.29 Alla fine, la conclusione volutamente paradossale e provocatoria che pu dirsi oplita chi si dichiara tale. Il cavaliere che preferisce per motivi di immagine schierarsi tra gli opliti; il buon cittadino relativamente povero che pu procurarsi un armamento senza pretese o che addirittura pu farsi prestare le armi (tanto per fare un nome: Socrate non sembra avere avuto un censo rilevante, eppure serve come oplita in varie occasioni, accanto ad Alcibiade, cavaliere se mai ce ne stato uno...). Questultimo, il buon cittadino, si presenter come volontario e non sar certo rimandato indietro.
Si pu immaginare, per esempio, che ciascun tassiarco fosse in grado di consultare quelli relativi alla trib da lui rappresentata; nulla impedisce che lo stesso tassiarco potesse, per conto della trib, stilare una propria lista, che avr contenuto un numero di nomi intorno alle 1.000-1.500 unit. 25 I due loci classici sullargomento sono Aristoph. Pax 1179-1187 e Lys. IX 4. 26 Non sempre erano volontari, comunque: cfr. Thuc. VIII 24, 2, in cui si parla di opliti epibatai tratti ek katalogou. Demosth. XIII 4 (167), con lespressione non si riferisce a eventuali volontari, ma a quelli che avevano superato let per servire come soldati; ha comunque una certa importanza, perch dimostra lesistenza di un katalogos ufficiale nel IV secolo. 27 Cfr. per esempio D. Whitehead, The Archaic Athenian Zeugitai, CQ XXXI (1981), 282-286. 28 Un quadro sintetico e puntuale sulle classi censitarie soloniane offerto da M.H. Hansen, La democrazia ateniese nel IV secolo a.C. (1991), trad. it. Milano 2003, 74-77; 161-165. 29 Cfr. soprattutto H. van Wees, The Myth of the Middle-Class Army: Military and Social Status in Ancient Athens, in T. Bekker-Nielsen - L. Hannestad (Eds.), War as a Cultural and Social Force. Essays on Warfare in Antiquity, Copenhagen 2001, 45-71; cfr. anche V.J. Rosivach, Zeugitai and Hoplites, AHB XVI.1 (2002), 33-43.
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Marco Bettalli, Ascesa e decadenza delloplita

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Fornire delle cifre30 unimpresa ai limiti dellimpossibile. Per il V secolo (scegliamo pure la data canonica del 431, tenendo presente che il IV secolo vedr unAtene un po pi piccola e molto pi povera) potremmo immaginare una fascia alta di ricchi, forse un paio di migliaia, che avrebbero potuto servire come cavalieri, anche se la maggior parte di essi non lo fece mai, un 25% circa di poveri (in termini assoluti, da 10.000 a 15.000 cittadini) cui il servizio oplitico era assolutamente precluso e, nel mezzo, la maggioranza della popolazione, grosso modo i 2/3, la cui condizione economica non era incompatibile con il servizio oplitico. I pi poveri tra essi vengono a volte chiamati con il termine sub-opliti: sono molti, ben pi degli opliti veri e propri, e sono appunto quelli su cui si accentrata la nostra attenzione. Infatti, se formalmente, secondo la visione che chiameremo tradizionale, essi non sono opliti, in realt lo possono diventare, mostrando la labilit del confine opliti/non opliti su cui detta visione si basava.

5. Decadenza delloplita: qualche sommaria conclusione


La condizione di oplita ha un prestigio ideologico molto forte, eredit di una tradizione di studi assai influente, che ha le sue radici nella visione stessa che alcune autorevolissime fonti antiche, in primis Aristotele, hanno elaborato. Abbiamo cercato di mostrare, sulla scia di un indirizzo di studi che tende a rivisitare tale tradizione, che a tale prestigio non corrispondeva una precisa condizione sociale ed economica. Il tentativo di isolare e quantificare una percentuale della cittadinanza di una polis definibile come classe oplitica si rivela in effetti fallimentare; e tantomeno ha senso cercare di individuare negli opliti una fantomatica classe media. Se infatti ci limitiamo a considerare come opliti quanti avevano indubitabilmente le capacit economiche di procurarsi unarmatura completa di bronzo, evidente che la classe oplitica finisce per comprendere solamente cittadini di notevole ricchezza; se invece accettiamo una definizione di oplita pi pragmatica, quale quella che abbiamo scelto di privilegiare in queste pagine, allora gli opliti finiranno per avvicinarsi numericamente ai cittadini stessi, escludendone solo la parte decisamente povera. Non c dubbio che ad Atene (e probabilmente in altre poleis), in et classica, pur mantenendo unindubbia aura di prestigio, gli opliti diventino sempre pi unaccozzaglia di persone le pi diverse. Nel IV secolo, il concetto stesso di oplita si far sempre pi labile, fino quasi a scomparire;31 a combattere, sempre pi, ci saranno categorie non omogenee: cittadini poveri, cittadini non di pieno diritto, mercenari, schiavi, ecc. Lesercito delle poleis, dobbiamo rassegnarci, era un qualcosa di molto composito; non era stanziale e rigidamente organizzato, ma veniva formato di volta in volta con gli uomini a disposizione, rivelando una notevole duttilit. Marco Bettalli
Dipartimento di Studi Classici Facolt di Lettere e Filosofia via Roma 56 53100 Siena bettalli@unisi.it on line dal 23.05.2010

Il tentativo pi convinto quello di van Wees, The Myth of the Middle-Class Army, cit., 52-53. A ci corrisponder un nuovo metodo di reclutamento, basato sulle classi di et, che qui non ci riguarda; cfr. almeno Christ, Conscription, cit., 409-420.
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ANDREA COZZO

Come evitare le guerre e rendere amici i nemici. Forme della diplomazia nella Grecia antica

1. Regole di guerra?
Il tentativo di distinguere la violenza giusta da quella ingiusta ha prodotto sia la teoria del diritto bellico, cio le regole della guerra giusta, sia gli accordi per la limitazione e, in epoca odierna, il rifiuto delle armi di distruzione di massa. La nozione di guerra giusta che oggi diventata anche, spudoratamente, guerra umanitaria 1 fondata in gran parte sulla dottrina dello ius in bello, cio delle regole etiche che intendono definire i modi di combattere moralmente leciti. Questi consisterebbero nelle pratiche di guerra rispettose di due principi: quello di proporzionalit dei danni inflitti e quello di distinzione tra combattenti e non combattenti.2 Esaminiamoli brevemente. Il primo principio afferma che illecita soltanto la violenza che non sia proporzionale allottenimento di un vantaggio militare. Questo significa, di fatto, che anche ogni violenza sui civili, se ritenuta fonte di vantaggio militare, ammissibile, e difatti il recente documento delle forze armate statunitensi intitolato Doctrine for Joint Nuclear Operations (2005), oltre a ribadire che nessuna legge consuetudinaria o internazionale proibisce in una nazione limpiego di armi nucleari in un conflitto armato, molto cinicamente spiega che il danno collaterale relativo ai civili non illegittimo fino a che la perdita della vita e i danni alla propriet previsti incidentalmente in connessione con luso della forza non sono eccessivi in relazione al concreto e diretto vantaggio atteso dallattacco.3 Del resto, il secondo principio, sostenendo che lecito uccidere o infliggere sofferenze ai militari nemici ma non ai civili, tranne che a coloro, tra questi, che producono ci di cui i soldati hanno bisogno per combattere, permette in realt, con questultima specificazione, di includere chiunque tra i bersagli possibili, annullando cos di fatto la regola (o meglio, la pretesa regola) enunciata subito prima. Insomma, il diritto di guerra prevede lassenza del diritto e la storia mostra che esso stato una semplice petizione di principio che si trasgredita tutte le volte che si voluto.

Cfr. D. Zolo, Chi dice umanit. Guerra, diritto e ordine globale, Torino 2000. Per la dottrina della guerra giusta e la disamina puntuale dei due principi in questione cfr. G. Pontara, Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Torino 1996, 36-53. 3 http://www.globalsecurity.org/wmd/library/policy/dod/jp3_12fc2.pdf rispettivamente cap. I, 9, e cap. II, 7, cors. mio (ben discusso in G. Pontara, Lantibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Torino 2006, 32-33).
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ISSN 2036-587X

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La teorizzazione di un diritto bellico gi greca,4 come pure greca la sua infrazione. Polibio e Diodoro, ad esempio, sono testimoni delluna e dellaltra. Polibio scrive: a far sottrarre ai nemici e a distruggere fortezze, porti, citt, uomini, navi, raccolti e altre cose del genere attraverso cui si possono rendere pi deboli i nemici e pi forti le proprie condizioni e i propri progetti, a questo costringono le leggi e il diritto di guerra ( ); ma come non si pu dire che sia opera di un carattere e di un animo rabbioso la rovina inutile di templi, e oltre a ci di statue e di tutte le opere del genere, senza che per la guerra in corso sia possibile procurare alcun vantaggio per la propria situazione n alcuna perdita per i nemici? Bisogna infatti che gli uomini retti facciano la guerra a coloro che hanno sbagliato non per distruggerli ed annientarli, ma per correggerne e ripararne gli errori, e che non uccidano insieme a coloro che hanno compiuto ingiustizia anche coloro che non ne hanno commesso affatto, ma piuttosto salvino e liberino insieme a quelli innocenti anche coloro che sembrano colpevoli.5 E Diodoro da un lato riconosce che la guerra esce dalle regole di legalit e giustizia ( ), da un altro, biasimando il comportamento di Antioco IV che aveva tradito Tolemeo VI dopo avergli promesso di risparmiarlo, afferma che esistono alcune leggi specifiche di essa ( ) il rispetto delle tregue, lintoccabilit degli ambasciatori, la non uccisione di coloro che si sono affidati al vincitore ecc.6 Le regole di guerra, evidentemente costituite non da accordi espliciti, bens da norme di carattere tradizionale che vengono date come comuni, risultano in tal modo delimitate, per cos dire, dal lato inferiore c la necessit di rendere pi deboli i nemici , e dal lato superiore non lecito infrangere le tregue, maltrattare gli ambasciatori, distruggere i templi e uccidere gli innocenti -, visto che lo scopo stesso della guerra dovrebbe essere quello di riuscire semplicemente a correggere gli stessi colpevoli. Lo specifico riferimento del passo polibiano citato al comportamento di Filippo V di Macedonia che, per vendetta nei confronti degli Etoli che avevano distrutto i templi di Dion e di Dodona, incendi a sua volta portici ed offerte votive della loro pi importante citt. Le parole stesse dello storico illuminano al contempo, in realt, sul fatto che il limite del giusto, in guerra, pur sempre funzione dellinterpretazione dei singoli attori che punteggiano, per usare il linguaggio di Watzlawick,7 la realt soggettivamente: infatti, spiega Polibio, in quella situazione il re e i suoi amici avevano la ferma convinzione di agire in modo giusto e conveniente ( ), dato che vendicavano con modi simili lempiet degli Etoli a Dion.8 Cos, ad esempio, anche gli Ateniesi nel 428, dopo la presa di Mitilene, non avevano avuto scrupolo a deliberare di uccidere non soltanto i Mitilenesi presenti ad Atene, ma
4 Cfr. V. Ilari, Guerra e diritto nel mondo antico. I. Guerra e diritto nel mondo greco-ellenistico fino al III secolo, Milano 1980, e Id., IUS BELLI-TOU POLEMOU NOMOS. Etude sematique de la terminologie du droit de la guerre, BIDR III s., XXVII (1985), 159-179. 5 Pol. V 11, 3-5; cfr. anche V 9, 1. 6 Diod. XXX 18. 7 Mi riferisco al concetto di punteggiatura come descrizione organizzatrice delle sequenze comportamentali data da ogni partecipante ad un processo comunicativo, per cui cfr. P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, (1967) tr. it. Roma 1971. 8 Pol. V 9, 2-6. La giustizia della reazione, attuata sullo stesso piano dellingiustizia subita, nel caso antico di Filippo V come in quello contemporaneo di G.W. Bush che dopo l11 Settembre 2001 lancia contro lAfghanistan loperazione Infinite Justice, il cui nome (ma non lazione) viene poi cambiato per motivi mediatici in Enduring Freedom, , piuttosto, una vendetta, che nel caso odierno ancor meno comprensibile in quanto 1) oggi la vendetta tuttaltro che un valore positivo, 2) essa ha ricambiato lassassinio dei civili delle Twin Towers con il bombardamento sui civili di un intero Paese.

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Andrea Cozzo, Forme della diplomazia nella Grecia antica

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anche tutti quelli in et adulta e di rendere schiavi i ragazzi e le donne, poich rimproveravano loro di avere defezionato bench non fossero sottomessi come gli altri [sott.: della lega delio-attica].9 Il diritto di guerra (e oggi ancor pi di ieri) insomma, se non una pura nozione ideologica, al pi un vago punto di orientamento per la condotta generale teoricamente auspicata10 e non una norma reale o cogente, e se capita che, nellantichit, qualcuno che non lha tenuto in alcuna considerazione sia stato punito dagli dei,11 nel mondo odierno questa punizione data solo da coloro che la guerra lhanno vinta e che giudicano le ingiustizie dei vinti e non le proprie (o, meglio ancora, giudicano ingiustizie le azioni dei vinti e non le proprie). Unaltra maniera per cercare di tenere entro certi limiti la violenza quella rivolta ad accordarsi sulle armi utilizzabili in determinati conflitti. qui che cominciano ad entrare in ballo le relazioni diplomatiche, fatte un po di accordi politici, un po di pressioni economiche, un po anche di minacce militari, e che hanno lo scopo di persuadere le parti in causa ad un accordo. Nella nostra epoca, nonostante tutti gli accordi ufficiali fatti dal dopo-Hiroshima in poi per evitare luso della bomba atomica e la guerra nucleare, il rischio di una guerra totale che abbia come campo i luoghi della societ civile aumentato.12 Nella Grecia antica abbiamo diverse forme di limitazione delluso delle armi. Una ha a che fare con la precisazione del periodo di tempo in cui combattere o con il territorio da conquistare o con il campo di battaglia. Questo ci che sembra avvenire innanzitutto nelle guerre pi antiche che, come dice Tucidide, insorgevano quasi esclusivamente per questioni di confine e si affrontavano senza mettere in gioco ulteriori attori che avrebbero fatto ampliare la belligeranza.13 Un esempio pu essere laccordo del 420 a.C. tra Argivi e Spartani che sancisce linterruzione della guerra per la Cinuria per cinquantanni e la possibilit di riprenderla dopo: sarebbe stato lecito se non vi fossero epidemie o guerre a Sparta e ad Argo combattere per questa terra, come avevano gi fatto una volta quando ognuna delle due parti aveva ritenuto di essere vincitrice,14 ma non sarebbe stato lecito inseguire gli avversari oltre i confini di Argo e Sparta.15 Ciononostante, il patto viene presto rotto da parte di Sparta e ci non deve risultare strano, perch laccordo sul rinvio dello scontro non costituisce una composizione della disputa e perci non necessariamente efficace. Ancora a proposito di organizzazione spazio-temporale della guerra, il persiano Mardonio presentatoci da Erodoto mostra di considerare come abbastanza particolare
Thuc. III 36, 2. Palesemente, dunque, non una descrizione storica, ma soltanto un auspicio la considerazione di Plat. Resp. 470 D-471 B, secondo cui i Greci, nelle guerre reciproche, si limiteranno a portar via dai campi dei vinti il raccolto e non si faranno la guerra per sempre. (...) n ammetteranno che in ogni citt siano tutti loro nemici, uomini, donne e ragazzi, ma sempre riterranno nemici quei pochi responsabili del dissidio e per tutti questi motivi non vorranno devastare la loro terra, poich i pi sono amici, n rivolgere le case, ma prolungheranno il dissidio solo fino al punto in cui i responsabili siano costretti dagli innocenti che soffrono a pagare il fio. 10 Cfr. Ilari, Guerra e diritto, cit., I, 102 e sg. 11 Cfr. il caso di Cambise in Hdt. III 37, 1-38, 2; 64, 3; 66, 2. 12 Lo ammettono gli stessi ufficiali militari Qiao Liang e Wang Xiangsui, nel loro Guerra senza limiti. Larte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Gorizia 2001. 13 Cfr. Thuc., rispettivamente, I 15, 2 e 122, 2. 14 Il riferimento alla battaglia, di cui parla Hdt. I 82, avvenuta nel 550 a.C. circa. 15 Thuc. V 41, 2-3. In realt, secondo Thuc. V 73, 4, gli Spartani combattono abitualmente in questo modo: a lungo e con fermezza fino a che non hanno messo in fuga i nemici, ma dopo averli volti in fuga li inseguono per poco tempo e per poca distanza.
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luso greco sia di combattere apertamente in una zona pianeggiante (come richiedeva la tattica oplitica)16 sia di dichiararsi reciprocamente la guerra ( ).17 Polibio ci conferma che quelli che per lui sono ormai gli antichi avevano luso di dichiarare ( ) la guerra e deplora il fatto che ai suoi tempi questo costume sia venuto meno,18 e nel I sec. d.C. Dione di Prusa attesta che la pace dichiarata dagli araldi, mentre le guerre scoppiano per lo pi senza alcuna dichiarazione ( ).19 Quanto alle modalit belliche, pare che gli antichi Anfizioni si fossero impegnati con un giuramento a non distruggere nessuna delle loro citt e a non escluderla n in tempo di guerra n in tempo di pace dalle acque correnti.20 Nelle epoche pi antiche poteva accadere che i nemici si accordassero sulle armi da usare e sulle modalit regolari della battaglia;21 un caso di cui abbiamo notizia quello di Eretria e Calcide che, quando vennero a contesa per il Lelanto, convennero a quali condizioni avrebbero lottato vietandosi per quelloccasione luso delle armi da lancio.22 Una sorta di guerra a bassa intensit e dalle regole ben precise, basata sulla coscienza di un legame comune, sembra che si fosse svolta, fonte Plutarco, tra i Milesii e i Miuntini, quando questi ultimi si separarono da quelli, tanto che avvenivano frequentazioni reciproche e, per esempio, in occasione di feste le donne di Miunte potevano tranquillamente recarsi a Mileto;23 e qualcosa di simile accadde nella Megaride ancora divisa in villaggi (dunque forse in epoca precedente allinvasione dorica): gli abitanti di quei luoghi, indotti dai Corinzi alla guerra reciproca, a causa della moderazione ( ) guerreggiavano in modo mite e familiare ( ). Infatti nessuno arrecava affatto offesa ai coltivatori e le persone catturate dovevano pagare un riscatto stabilito che pagavano dopo essere state rilasciate e non veniva riscosso prima. Chi faceva un prigioniero lo conduceva a casa e dopo avere condiviso con lui il sale e la mensa lo rinviava a casa. E chi portava il riscatto veniva lodato e rimaneva per sempre amico di colui che lo aveva catturato col nome di ospite di lancia derivato dal fatto di essere stato catturato con la lancia. Invece colui che
Per linterpretazione del passo come riferimento allo spirito agonale (e non allannientamento totale dei vinti) del combattimento oplitico prima della guerra del Peloponneso, cfr. le osservazioni di M. Moggi, Loplitismo secondo Mardonio (Erodoto 7, 9), in S. Alessandr (a cura di), . Studi offerti dagli allievi a G. Nenci in occasione del suo settantesimo compleanno, Martina Franca (Taranto) 1994, 319-332, part. 319 sgg., e M. Lombardo, La norma e leccesso: la guerra tra Sibari e Crotone e alcuni aspetti della greek way of war in et arcaica, in M. Sordi (a cura di), Guerra e diritto nel mondo greco e romano, Milano 2002, 43-67, part. 43 sgg., e la bibliografia ivi citata. 17 Hdt. VII 9, 2 (si noti che viene qui fatto rilievo dei danni, tanto dei vinti quanto dei vincitori, in rapporto a possibilit alternative di acquisire un vantaggio sul nemico). Per una puntuale analisi linguistica di queste parole, cfr. J.M. van Ophuijsen - P. Stork, Linguistics into interpretation: speeches of war in Herodotus VII 5 & 8-18, Brill-Leiden-Boston-Kln 1999, 62-68. 18 Cfr. Pol. XIII 3, 5. 19 Dio Chr. XXXVIII 18. 20 Aeschin. Legat. 115. Ma forse proprio lesistenza del giuramento prova, e contrario, la possibilit dei casi per i quali, appunto, cercava una regolamentazione (cos, ad esempio, M. Lombardo, La norma e leccesso, cit. part. 49. 21 Cfr. Pol. XIII 3, 2-7. 22 Strab. X 1, 12, 448. Strabone menziona come prova del fatto la sua registrazione in unepigrafe di Amarinto Cfr. anche Archil. fr. 3 W., menzionato da Plut. Thes. 5, 3 (non molti archi si tenderanno n fitti lanci di fionda quando Ares ingaggi la mischia nella pianura, e lopera delle spade sar dolorosa: di questo combattimento sono esperti quelli, i signori dellEubea incliti per la lancia). 23 Cfr. Plut. Mor. 253 F-254 A. Secondo A. Brelich, Guerre, agoni e culti nella Grecia arcaica, Bonn 1961, 75, n. 147, si tratterebbe di una guerra rituale.
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privava del riscatto aveva fama di ingiusto e inaffidabile non solo tra i nemici ma anche presso i concittadini.24 Qui la guerra sembra quasi una pratica rituale che non si conclude con alcuna uccisione o prigionia, ma anzi con un potenziamento del rapporto di convivenza, perch, quando si presi prigionieri, ci si lega in realt in una relazione di ospitalit, cio in quella relazione che pu scongiurare scontri futuri. Infatti, il rapporto di ospitalit, che gi in Omero di per s motivo di non belligeranza personale tra gli individui che lo hanno contratto,25 doveva implicare almeno psicologicamente un atteggiamento di questo genere anche in epoca successiva se vero che Pericle sospett che Archidamo, comandante della spedizione contro Atene, avrebbe potuto evitare di devastare i suoi possedimenti di campagna proprio per fargli privatamente un favore a causa dei rapporti di ospitalit che esistevano tra loro.26 Un altro modo per circoscrivere il conflitto consiste nel ridurlo ad un ristretto numero di attori. Intorno al 550 a.C., laccordo di disputa per la Tireatide, terra di confine tra Spartani ed Argivi, fu il frutto di una ricercata comunicazione tra le parti (essendo venuti a colloquio, si accordarono). Si accett che per ognuno dei due fronti combattessero solo trecento soldati e che le parti restanti degli eserciti si allontanassero per evitare che esse intervenissero a difendere i propri campioni nel caso in cui stessero per soccombere,27 e cos avvenne. Lo scontro fra le schiere scelte giunse fino al calare della notte, lasciando superstiti solo due Argivi ed uno Spartano: allora i primi, considerandosi vincitori, corsero ad Argo, mentre lo Spartano, prese le armi dei morti argivi, rimase al suo posto. Quando, il giorno dopo, i due eserciti tornarono, entrambe le parti si pretesero vincitrici gli Argivi perch erano rimasti in numero superiore, lo Spartano perch non era fuggito ed anzi aveva spogliato i cadaveri nemici ma, poich la disputa verbale non port ad alcun accordo, si pass di nuovo a combattere. Insomma, qui la limitazione del conflitto armato, che non ha saputo ben identificare le regole per stabilire il vincitore dello scontro, non risulta determinante, cos come non lo nemmeno, a livello mitico, nella lotta davanti alle mura di Tebe, pari contro pari, dei sette eroi assalitori contro i sette difensori:28 infatti, quando entrambi i fratelli muoiono, si decide estemporaneamente che non c stato nessun vincitore e si riprende la battaglia.29
Plut. Mor. 295 B-C. Ed ugualmente, nel corso delle loro guerre, i Samii e i Prienesi erano danneggiati e danneggiavano con moderazione (anche se una volta, invece, avvenne una grande battaglia e i Prienesi uccisero mille Samii): ib., 296 A. 25 Cfr. Hom. Il. VI 119-236, e particolarmente i versi 215-233: quando Glauco e Diomede, casualmente trovatisi di fronte e pronti a combattere, si scoprono legati da vincoli di quel genere, rinunciano subito a battersi ed anzi si scambiano le armi in segno di amicizia. 26 Cfr. Thuc. II 13, 1. 27 Cfr. Hdt. I 82, 3-7. Altre fonti sostengono che il combattimento di trecento contro trecento fosse stato imposto da certi anfizioni (cfr. Plut. Mor. 306 A-B). Brelich, Guerre, agoni e culti, cit., 24 sgg., intende questa guerra, come altre di cui si tratta nel presente studio, come di carattere rituale in quanto simile ad altre che si svolgevano intorno a santuari di confine (cfr. anche Y. Garlan, Guerra e societ nel mondo antico, [1972], tr. it. Bologna 1985, 23 sgg., che parla a questo proposito di guerre rituali, connesse, come per Brelich, con riti di iniziazione, a uso interno, molto pi tese ad accrescere il valore intrinseco del gruppo che a respingere un pericolo incalzante [ib., 27]). Tuttavia, non tutte le guerre caratterizzate dalla delimitazione numerica dei guerrieri sono di frontiera. 28 Soph. Ant. 142. Cfr. Eur. Phoen. 742, dove si allude alla possibilit di una lotta tra loro soltanto. Anche il Mardonio di Hdt. IX 48, 3-4 propone agli Spartani di fare combattere, in numero uguale, solo quelli che hanno fama di essere i pi valorosi: per tutti i Greci gli Spartani, per tutto lesercito nemico i Persiani; e se poi gli altri vorranno combattere, lo faranno in un secondo momento; altrimenti, quella delle due parti scelte che abbia vinto sia reputata vincitrice per tutto il suo campo. 29 Cfr. Eur. Phoen. 1460 sgg.
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In unulteriore restrizione, Tegeati e Feneati (al nord e al sud dellArcadia), in guerra da molto tempo, scelgono di mandare a lottare tre fratelli contro tre fratelli,30 e, secondo Erodoto, la lotta tra Perinti e Peoni, nellEllesponto, doveva essere decisa attraverso un triplice duello: tra un uomo e un uomo, tra un cavallo e un cavallo e tra un cane e un cane; ma a un certo punto i Peoni, sulla base di una certa interpretazione di un oracolo, decidono di attaccare in massa e sconfiggono i Perinti.31 Infine, lo scontro bellico pi circoscritto possibile era quello che si esauriva in un singolo duello.32 Esso si svolgeva in uno spazio ben delimitato,33 nel mezzo degli eserciti nemici,34 e poteva essere proposto, con la modalit della sfida, anche dopo che gli eserciti si erano schierati o, addirittura, dopo che si erano gi scontrati vanamente. Lattestazione pi antica di questa pratica pi specificamente arcaica anche in questo caso fallita , come si sa bene, quella relativa al combattimento di Paride e Menelao nel III libro dellIliade, quando, su suggerimento di Ettore (vv. 52-53), il rapitore di Elena richiede il duello al suo rivale (vv. 67-75) e gli Achei e i Troiani si rallegrano sperando di mettere fine alla guerra luttuosa (vv. 111-112). Mi pare notevole che questultima considerazione sia presente nel testo, perch osservazioni analoghe ricorrono ancora in altri casi mitici di duelli decisivi,35 che vengono praticati in alternativa alla guerra di massa.36

Plut. Mor. 309 D (=Demar. FGrHist. I, 42, 5) e Stob. 39, 32. Cfr. Hdt. V 1, 2-3. 32 Su questo argomento cfr. J.J. Glck, Reveling and Monomachy as Preludes in Ancient Warfare, ACD VII (1964), 25-31; W.K. Pritchett, The Greek State at War, I-IV, Berkeley-Los Angeles-LondonOxford 1971-1991, IV, 1985, 6-21; A. Martin, Monomachia, in Ch. Daremberg - E. Saglio - E. Pottier (dd.), Dictionnaire des antiquits grecques et romaines, III, 2, (1904) rist. anast. Graz 1969, 1991-1994; W.V. Harris, War and Imperialsm in Republican Rome 327-70 B.C, Oxford 1979, 38-39 e 39 n. 1; A.M. Armstrong, Trial by combat among the Greeks, G&R XIX (1950), 73-79. F.J. Fernandez Nieto, Acuerdos belicos en la antigua Grecia (poca arcaica y clasica), I, Texto, Santiago de Compostela 1975, Parte I, cap. I, studia diffusamente tale forma di combattimento; nella parte corrispondente del secondo tomo dellopera, II, Los instrumentos materiales de los convenios, Santiago de Compostela 1975, sono presentate e discusse le fonti. Pol. VI 54, 4, sembra considerare il duello come forma risolutrice della guerra caratteristicamente romana: molti Romani hanno volontariamente combattuto duelli per decidere di unintera battaglia. 33 Cfr. Hom. Il. III 315 e 344, a proposito del duello tra Paride e Menelao. 34 Cfr. Hom. Il. III 69; 90; 266; 341. 35 Secondo una tradizione, quando i Greci si recarono allIstmo per fermare lesercito degli Eraclidi, il capo di costoro, Illo, proclam che era conveniente ( ) che lesercito non corresse pericolo scontrandosi con laltro esercito ma colui che del campo peloponnesiaco giudicassero essere il migliore tra loro combattesse singolarmente ( ) con lui a determinate condizioni. Ai Peloponnesiaci sembr opportuno fare in quel modo sicch si prest giuramento che, se avesse vinto Illo, gli Eraclidi sarebbero rientrati nei domini patrii; ma se fosse stato vinto, gli Eraclidi si sarebbero allontanati e avrebbero condotto via lesercito e per cento anni non avrebbero tentato la discesa nel Peloponneso. Fu scelto fra tutti gli alleati, offertosi volontario, Echemo figlio di Eropo figlio di Fegeo (...) ed egli combatt in duello ed uccise Illo (Hdt. IX 26, 3-5; cfr. Paus. I 44, 10). Negli Eraclidi di Euripide (vv. 800-822), invece, il Messaggero racconta che, quando gli eserciti furono schierati di fronte, Illo scese dal carro e si pose nel mezzo dei combattenti ( ) (come Ettore che, in Hom. Il. VII 55, quando sfida in duello chi degli Achei voglia accettare di misurarsi con lui, va in mezzo, ), poi invit il comandante argivo Euristeo a combattere in duello con lui: se avesse vinto quello, i figli di Eracle sarebbero stati portati via; se lo avesse ucciso lui, Illo avrebbe mantenuto gli onori paterni e la casa, e lesercito approv lodando che fosse stata detta quella parola sia per la liberazione dai travagli sia per la magnanimit che mostrava. Tuttavia laltro rifiuta e cos ci si prepara alla battaglia. 36 Cfr. Martin, Monomachia, cit., 1992: Ctait l une des premires manifestations dun droit des gens, le dsir de rduire les maux de la guerre et dviter une effusion de sang inutile.
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Anche se i duelli decisivi hanno lesplicita funzione di evitare spargimento di sangue di massa,37 conviene precisare che laltro risvolto di questa pratica, certamente meno cruenta dello scontro tra eserciti, consiste nel fatto di esautorare, tuttavia, il popolo lasciando in mano a due campioni aristocratici le sorti dellintera comunit.

2. Come rendere amici i nemici, ovvero costruzione di pace con mezzi pacifici
2.1. Diplomazia dallalto
Le pratiche rapidamente presentate nel paragrafo precedente salvo, in una certa misura, quelle di guerra a bassa intensit tra Mileto e Miunte e tra i villaggi della Megaride pi antica , anche quando riescono ad eliminare laspetto pi distruttivo della violenza bellica (ma non necessariamente lingiustizia, perch a vincere allinterno dei limiti concordati pu essere la parte che ha torto), non ottengono di mettere realmente daccordo le parti opposte perch queste restano alla fine divise da quella che per luna una vittoria e per laltra una sconfitta. Tuttavia i Greci hanno conosciuto, tra loro o presso altri popoli, anche forme conflittuali dirette capaci di permettere un rapporto pienamente positivo con la parte avversa, e dunque miranti non semplicemente a ridurre la violenza ma, per usare unespressione che troviamo tanto nellantica Grecia (esplicitamente contrapposta a quella ben nota del far bene agli amici e male ai nemici) quanto nel mondo odierno, a rendere amici i nemici.38 Si tratta di comportamenti diversi, messi in atto prima, durante o dopo la guerra, che hanno in comune il fatto di rinunciare alluso della violenza. Alcuni di essi vengono attribuiti dalle nostre fonti a singole personalit che ricoprono un importante ruolo politico. Cos, di Asdrubale, Polibio dice che mor dopo aver dato un incremento non piccolo ma grande alla potenza cartaginese, non tanto con le operazioni belliche quanto con la relazione ( ) con i dinasti locali,39 e Diodoro ce lo presenta come uno che, sapendo che la benevolenza pu pi della forza, preferiva la pace alla guerra.40 In Grecia, il diplomatico per eccellenza, almeno in epoca ellenistica, sembra essere Arato di Sicione (271-213 a.C.), sotto il quale la Lega Achea raggiunse il massimo della sua potenza. Polibio lo raffigura come uno che si applica con successo nel cercare di far cessare le lotte tra i Megalopolitani.41 Plutarco lo descrive dicendo, tra le altre cose,
Cfr., ad esempio, Eur. Phoen. 1217-1239 e 1460 sgg. e Paus. V 4, 1. Cfr. Plut. Mor. 218 A: il re spartano Aristone, poich uno lodava la massima di Cleomene perch, interrogato su cosa dovesse fare il buon re, aveva risposto far bene agli amici e male ai nemici, disse: E quanto meglio, mio caro, far bene agli amici e farsi amici i nemici?. La frase seguente, espunta, ricorda che questa massima, concordemente attribuita da tutti a Socrate, assegnata anche ad Aristone: per Socrate, cfr. Plat. Resp. 335 A-E; Crit. 49 A-D; Gorg. 469 A-B, 475 B-D. La sentenza assegnata a Cleobulo in Diog. Laert. I 91. Si ricordi anche il noto precetto di Ges relativo allamare i propri nemici (cfr. Matth. 5, 44). Per il mondo odierno ricordo il titolo di un bellissimo libro di J. Goss e H. Mayr, Come i nemici diventano amici, (1996) tr. it. Bologna 1997, che mostra diversi casi, tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso di risoluzione nonviolenta dei conflitti. 39 Pol. II 36, 2. 40 Diod. XXV 11. Cfr. Diod. XXVII 15, 3: infatti anche il pi ostile, se ha trovato piet, a causa del beneficio cambia, e presto, biasimando se stesso, diventa amico. 41 Cfr. Pol. V 93; cfr. anche IV 8, 1-5, e V 103.
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anche questo: Arato, che sembrava essere piuttosto restio agli scontri bellici, aveva realizzato la maggior parte dei suoi successi con la relazione, la mitezza e le amicizie con i re ( );42 e unaltra volta ribadisce che egli aveva perizia nella relazione e nella politica ( ):43 ad esempio, sotto suo consiglio, Filippo V di Macedonia si comport con moderazione verso gli Spartani, bench essi avessero agito ingiustamente nei suoi confronti, e con Creta ebbe una relazione ( ), grazie alla quale si favor 44 ( ) lisola intera in pochi giorni. Come si vede da questi esempi, il vocabolario della diplomazia non ha una sua specificit tecnica (come invece per noi oggi), ma ruota principalmente intorno alla parola homila che indica la conversazione, laffabilit, la socievolezza, insomma un modo comunicativo di intrattenersi con gli altri e di guidarli a s (prosghesthai), che nella mitezza (prates) e nellamicizia (phila) trova unulteriore concreta specificazione. Naturalmente, la maggior parte delle nostre testimonianze relative a pratiche diplomatiche si riferisce allazione di precise figure istituzionalmente deputate a svolgere questo ruolo. ancora il Mardonio erodoteo a mettere in rilievo che i Greci, essendo della stessa lingua, dovrebbero contenere le loro dispute servendosi di araldi e messaggeri ( ) e di ogni altro mezzo piuttosto che di battaglie.45 Le figure del messaggero e dellaraldo (a cui va aggiunta quella ad esse vicina dellambasciatore, prsbys, presbeuts)46 erano dunque la principale risorsa comunicativa tra le parti sia che esse rischiassero di entrare in belligeranza sia che la guerra fosse gi scoppiata, ed una guerra implacabile era detta (oltre che spondos, senza tregua)47 appunto akryktos, senza araldi,48 o spondos kai akryktos, senza tregua e senza araldi,49 mentre una guerra come quella dei Milesii
Plut. Philop. 8, 6. Plut. Arat. 28, 5. Cfr. ib., 10, 1-2. 44 Plut. Arat. 48, 5. Arato anche uomo che si rifiuta di tradire i patti in vista di un vantaggio bellico: quando Filippo, che ha appena consultato le vittime sacrificali, gli chiede se deve occupare lacropoli di Messene dove ha ottenuto di fare il sacrificio, Arato gli risponde di occuparla se pu farlo senza tradire il patto con i Messeni; invece se per impadronirsene con una guarnigione deve perdere tutte le altre guarnigioni con cui sorveglia gli alleati, cio la lealt, allora consideri se davvero il caso di farlo. Filippo si vergogna e non tradisce (cfr. Pol. VII 12, 4-10 e, con differenze, Plut. Arat. 50). Su Filippo che, grazie al suo comportamento leale, tutti i Cretesi, giunti allalleanza, scelsero come unico patrono dellisola, senza che si ricorresse alle armi e al pericolo, cfr. Pol. VII 11, 9. 45 Hdt. VII 9, 2 . 46 Sulla differenza, che si pu fare solo approssimativamente, tra il kryx (latore di un messaggio ingiuntivo, cio di un ordine), lnghelos (latore di un messaggio informativo, cio di una notizia), e il prsbys o presbeuts (latore di unambasceria che ha, se non proprio prerogative di negoziazione, almeno un ruolo un po pi dialettico di quello dellnghelos), cfr. L. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia nella Grecia antica, Roma 2002, 20-24 e (per la definizione del prsbys, presbeuts, come messaggero con qualit di negoziatore, dalla quale Piccirilli per dissente e che io ho sfumato leggermente) O. Longo, Tecniche della comunicazione nella Grecia antica, Napoli 1981, 39, n. 16, che si rif a J. Hatzfeld (texte tablit et traduit par), Xnophon, Hellniques, I (livres I-III), Paris 19644. 47 Cos venne definita la seconda guerra punica: cfr. Pol. I 65, 6. Aspondos, propriamente, rimanda alla assenza di libagioni e, conseguentemente, di qualsiasi accordo bellico formale: Fernandez Nieto, Acuerdos belicos en la antigua Grecia (poca arcaica y clasica), I, Texto, cit., 90, n. 1. 48 Per nel senso di guerra implacabile cfr. Aeschin. Legat. 37; Xenoph. Anab. III 3, 5. Ambiguo il valore dellespressione in Plat. Leg. 626 A: tutte le citt sono per natura sempre in un plemos akryktos con tutte le altre. 49 Cfr. ad esempio Demosth. Cor. 262; Aeschin. Legat. 80; Plut. Aristid. 1, 5. Un inasprimento dei rapporti di Sparta ed Argo con Atene, nel 418 a.C, fu segnato dallaccordo delle due citt di non
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con i Miuntini caratterizzata, come ho gi detto, da rapporti di ostilit limitata, espressamente definita n implacabile n senza frequentazioni reciproche ( ).50 In ogni caso laraldo, quando interviene, testimonia, con la sua stessa presenza, la frattura e la distanza tra due parti; per questo, allinizio della guerra del Peloponneso, i Corinzi mandano uomini ad Atene informalmente, senza caduceo ( ):51 perch avere rapporti mediante araldi avrebbe significato riconoscere di essere entrati in guerra. E per lo stesso motivo Tucidide sottolinea che, mentre poco prima dello scoppio della guerra gli Spartani e gli Ateniesi, pur tra i sospetti reciproci, si frequentavano ( ) e si recavano gli uni presso gli altri senza araldi ( ),52 linizio del conflitto armato segnato dal momento in cui essi non ebbero pi rapporti senza araldi ( ).53 Dunque il vero e proprio tentativo ufficiale di risolvere pi direttamente il conflitto con mezzi pacifici anzich con la forza, prima della guerra o durante essa,54 poteva cominciare con linvio di araldi e messaggeri. Questa pratica testimoniata pi volte gi in Omero, dove indicata ora come ambasceria ( ), ora come missione ( ), e vede coinvolti come protagonisti Menelao e Odisseo insieme o questultimo da solo, ancora ragazzo, o lo stesso Priamo55; e non vanno dimenticati, naturalmente, il troiano Ideo che, definito con Taltibio araldo ( ), messaggero ( ) di Zeus e degli uomini56, viene incaricato di recarsi ( ) alle navi degli Achei e di verbalizzare ( ) agli Atridi, oltre ad una richiesta di tregua per la raccolta dei morti, anche una timida proposta di pace il cui esito egli avr poi cura di riferire ( ) al suo ritorno a Troia.57 Lazione principale di questi personaggi quella dellannunciare qualcosa e, ancor prima di questa, quella dello spostarsi da qualcuno a qualcun altro: non a caso, nellepica omerica, gli epiteti che li connotano hanno a che fare con la sonorit della voce ( ),58 e i loro nomi, spesso parlanti, si riferiscono, oltre che alla saggezza ( ),59 anche alla chiarezza della voce, alla rapidit del loro passo o alla strada che essi percorrono per trasmettere i messaggi ( ).60

accogliere araldo o ambasceria degli Ateniesi, se costoro non avessero abbandonato i forti andando via dal Peloponneso (Thuc. V 80, 1). 50 Cfr. Plut. Mor. 253 F-254 A. 51 Cfr. Thuc. I 53, 1. 52 Thuc. I 146. 53 Thuc. II 1. 54 Sulluso dellultimatum e della dichiarazione di guerra come strumento diplomatico cfr. V. Alonso Troncoso, Ultimatum et dclaration de guerre dans la Grce classique, in E. Frzouls - A. Jacquemin (dd.), Les relations internationales, Actes du Colloque de Strasbourg (15-17 juin 1993), Paris 1995, 211-295. 55 Cfr. rispettivamente Hom., Il. III, 205-206; Od. XXI, 16-21; Il. XXIV, 234-235 (ma qui forse non ci si riferisce ad un conflitto, bens ad una richiesta di alleanza). 56 Hom. Il. VII 274. 57 Cfr. Hom. Il. VII 372-416. 58 Cfr. ad esempio, rispettivamente, Hom. Od. XVI 468; Il. IX 10; XVIII 505. 59 Cfr. anche gli epiteti, riferiti ancora alle stesse figure, saggio (Il. VII 276 ecc.), che conosce cose sagge (Il. VII 278), dalla mente sapiente (Il. XXIV 325). 60 Cfr. L.M. Wry, Le fonctionnement de la diplomatie lpoque homrique, RIDA XIV (1967),169205, part. 176-177.

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Il messaggero dunque, innanzitutto, un inviato, uno che viene fatto andare presso altri: egli un operatore spaziale, o meglio un connettore spazio-verbale tra due parti volto alla costruzione di relazione. Ecco perch a questa attivit presiede Ermes, cio il dio delle strade e della comunicazione, il dio a cui il popolo cretese che si segnala per la frequenza degli scontri bellici 61 riferisce le ambascerie che si svolgono durante le guerre, gli accordi, i patti e linsegna dellaraldo che sono soliti portare coloro che trattano questi affari e per mezzo della quale essi ottengono dai nemici la garanzia dellincolumit personale: ed appunto per questo dice Diodoro linsegna chiamata Ermes comune, per il fatto che essa di comune giovamento ad entrambi i contendenti che stipulano la pace durante la guerra.62 Laraldo, spostandosi dalluna allaltra parte, le mette in comunicazione e le fa congiungere nello stesso luogo, le fa stare insieme per il vantaggio di entrambe:63 non a caso, stipulare patti di pace si dice, in greco, con espressioni che indicano il fatto di venire insieme, con-venire ( ), incontrarsi (giungere nello stesso punto, o altri verbi simili) procedere insieme ( ).64 Perch la stipula dei patti di pace, questo andare insieme ( ), si realizzi, vengono mobilitate come risorse diplomatiche, in primo luogo, le relazioni personali tra uomini degli opposti schieramenti. Spesso sono chiamati in causa, a tale scopo, i prosseni, figure partecipi degli onori della loro citt di origine e di quella in cui avevano ricevuto la prossenia.65 La stessa funzione di ambasciatori di pace svolgevano, in generale, personaggi noti per la loro simpatia nei confronti della citt con cui si era in guerra.66 Ancora una volta, la diplomazia , semplicemente, valorizzazione in senso comunitario delle amicizie individuali preesistenti al conflitto, e non una pratica tecnica, appannaggio di un corpo professionale come diventata per lo pi presso di noi. Punto di partenza per ragionare sui modi di risolvere il conflitto attraverso rapporti diplomatici durante la guerra pu essere losservazione relativa al rapporto inversamente proporzionale che sussiste tra la violenza bellica e le possibilit di deescalation: pi la prima intensa e priva di gradualit, minori sono le seconde. Questa osservazione la troviamo, ad esempio, in Polibio, ripreso poi da vicino da Diodoro, a proposito della guerra tra Ippona ed Utica: lo storico di Megalopoli scrive infatti che,
Cfr., oltre allo stesso Diodoro (cfr. nota seguente), Pol. IV 53, 5. Diod. V 75, 1. 63 Su messaggeri, messi e araldi come mediatori della comunicazione cfr. Longo, Tecniche della comunicazione, cit., cap. II. Specificamente sulla funzione del kryx nelle negoziazioni per laccordo tra le parti in guerra cfr. Fernandez Nieto, Acuerdos belicos en la antigua Grecia (poca arcaica y clasica), I, Texto, cit., 188 sgg. 64 Cfr. anche Poll. I 154: espressioni contrarie a quelle del giungere allostilit sono convennero ( ), si armonizzarono ( ), vennero allo stesso punto ( ), si resero familiari ( ). 65 Che si tratti di Alessandro I di Macedonia, parente di un nobile persiano, inviato da Mardonio, come nghelos, ad Atene (di cui era prosseno e benefattore, Hdt. VIII 136, 1; dopo di lui, le stesse proposte vengono affidate, anche se di nuovo vanamente, ad un abitante dellEllesponto, cio ad un uomo di confine, Hdt. IX 4-5), o di Cimone, addirittura richiamato dallesilio per negoziare la pace con gli Spartani, di cui era appunto prosseno (Theop. FGrHist 115 F 88), essi erano chiamati a svolgere un ruolo di collante in occasione di conflitti bellici: per la documentazione cfr. M. Moggi, I proxenoi e la guerra nel V secolo a.C., in Frzouls - Jacquemin (dd.), Les relations internationales, cit., 143-159. Non si dimentichi poi che, in autori tardi come Alcifrone ed Achille Tazio, abbiamo attestazioni delluso della parola proxenos con il valore di intermediario (di un rapporto): cfr. Alciphr. Epist. II 5, 2; III, 36, 2; Achill. Tat. I 9, 5. 66 Tale ruolo, ad esempio, svolsero nel conflitto peloponnesiaco gli spartani Filocarida, Leone ed Endio, che avevano fama di essere amici degli Ateniesi (Thuc. V 44, 3). Per questo ed altri esempi, cfr. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia, cit., 43 sgg.
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mentre la moderazione e il non fare volontariamente nulla di irreparabile comportano un grande vantaggio, quelle due citt non avevano alcuna base per la negoziazione della pace ( ) dato che gi nei primi assalti non si era lasciato posto n alla piet n al perdono.67 Ancora secondo Polibio, se Filippo avesse agito in modo diverso da quello degli Etoli che avevano incendiato i templi di Dion e di Dodona, anche quelli avrebbero probabilmente condannato il proprio comportamento e ammirato la sua mitezza e magnanimit, anzich temere la sua giustizia: in effetti, vincere i nemici con la rettitudine e con atti giusti procura unutilit non minore ma maggiore dei successi con le armi. A queste infatti i vinti cedono per necessit, a quelli per scelta; e queste apportano la correzione con grandi perdite, quelli dispongono al meglio coloro che sono in errore senza danno. Ma la cosa pi importante che nel primo caso il maggior merito dei subordinati, nel secondo invece la vittoria interamente dei capi.68 Plutarco racconta che il romano Camillo, durante lassedio della citt di Faleri, respinge il tradimento di chi inganna alcuni ragazzi falerii e glieli consegna: la guerra una cosa dura che si porta a termine attraverso molte ingiustizie ed azioni violente, ma ci sono tuttavia alcune leggi per gli uomini onesti e bisogna perseguire la vittoria in modo tale da fuggire i benefici provenienti dalle azioni malvagie ed empie (infatti bisogna che un grande comandante combatta confidando nel proprio valore e non nella malvagit altrui).69 Cos ordina ai littori di legare il traditore e di rimandarlo, in mano agli stessi ragazzi ingannati, dentro le mura, e gli assediati, ammirando la giustizia di Camillo, gli consegnano la citt; allora il console romano, a cui il senato decide di lasciare decidere la questione, preso dai Falerii del denaro e stretto un patto di amicizia con tutti i Falisci, si ritir.70 Infine, per citare un ultimo esempio, nella guerra tra Roma e Pirro il comportamento di Fabrizio, che rifiuta sdegnato il tradimento del medico di Pirro disposto ad avvelenare il re, anche se non arriva a far concludere la pace, genera pur sempre almeno uno scambio di cortesie tra i due eserciti (la restituzione, ricambiata, di prigionieri senza riscatto e proposte di pace, appunto non accettate),71 ed anche unaltra volta, Pirro, ammirando la grandezza danimo e il carattere di Fabrizio per una nobile risposta di questultimo durante un colloquio, desiderava ancor pi fare amicizia anzich guerra con la citt di Roma.72 Il comportamento dellateniese Nicia durante la guerra del Peloponneso ci suggerisce che la pace un processo che va costruito con intelligenza e badando al contesto sia esterno sia interno alla comunit. Nicia infatti, dopo la battaglia di Anfipoli in cui erano morti Brasida e Cleone, i due pi importanti rappresentanti del partito della guerra, approfitt dellantico desiderio di pace degli Spartani e della mancanza di fiducia degli Ateniesi nella possibilit di risolvere il conflitto con le armi per cercare di riportare laccordo tra le due citt. Allora, piuttosto che pretendere la pace da parte dei nemici, come spesso capita di sentire nelle nostre guerre odierne, Nicia, trovati subito daccordo i ricchi, gli anziani e i contadini, si rivolse innanzitutto agli Ateniesi stessi incontrando privatamente ed istruendo ( ) molti degli altri cittadini, in modo da renderli meno disposti alla guerra (
Pol. I 88, 2-3; cfr. Diod. XXV 5. Pol. V 12, 2-4. 69 Plut. Camill. 10, 5. 70 Plut. Camill. 10, 8. 71 Plut. Pyrrh. 21, 1-6. 72 Plut. Pyrrh. 20, 8.
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); solo dopo si rivolse agli Spartani, invitandoli a cogliere fiduciosi loccasione della pace: ed essi gli credettero ( ), sia per la sua consueta moderazione ( ), sia perch, curandosi dei soldati catturati a Pilo e tenuti prigionieri, e trattandoli umanamente, aveva alleviato la loro sventura.73 Una personalit che ai nemici abbia gi dato prova di umanit e si sia conquistata la loro fiducia, dopo essersi indirizzata in primo luogo alla propria parte lavorando su essa in incontri privati e faccia a faccia, pu a questo punto proporre la pace alla parte avversaria ed avere buone probabilit di persuaderla. Dunque, per arrivare a comunicare con i nemici bisogna prima riuscire a comunicare con gli amici; inoltre per essere un buon operatore di pace non sufficiente possedere abilit oratoria, ma bisogna avere anche credibilit e godere di una fiducia conquistata con azioni concrete. Una fondamentale esigenza da soddisfare perch le due parti in contrasto possano raggiungere un accordo che entrambe ottengano di salvare la faccia, cio che nessuna di esse, per il fatto di stare accettando la pace, risulti umiliata. Comportamenti diversi ostacolano fortemente la conciliazione e gli antichi stessi ne hanno piena consapevolezza. Tucidide, per esempio, riferisce che, ai prodromi della guerra del Peloponneso, i Corciresi ordinarono insolentemente ( ) ai loro coloni Epidamni di accogliere gli aristocratici che avevano esiliato e di mandar via i Corinzi a cui gli Epidamni avevano chiesto aiuto e di cui i Corciresi erano a loro volta coloni.74 Al rifiuto di Epidamno, i Corciresi la assediano e poi ordinano ( ) ai Corinzi di ritirare le truppe da Corcira, dichiarandosi disposti, eventualmente, a sottoporsi allarbitrato di citt del Peloponneso su cui ci si sia accordati ( ) o delloracolo di Delfi, ma i Corinzi rispondono che non bello ( ) che si sottopongano al giudizio prima che i Corciresi smettano lassedio.75 In breve, laccordo non si realizza e si arriva allo scontro armato. Quindi, i Corciresi vanno a chiedere aiuto ad Atene. Qui gli ambasciatori Corciresi rinfacciano ai Corinzi di non aver voluto sottostare al verdetto di un arbitrato ed avere preferito, invece, la guerra,76 e i Corinzi replicano ai loro coloni dicendo: sarebbe stato bello ( ) per loro, se anche avessimo sbagliato, cedere alla nostra ira, e per noi sarebbe stato vergognoso fare violenza alla loro moderazione; ma con la tracotanza e la licenza ( ) che provengono dalla ricchezza hanno sbagliato nei nostri confronti in molti 77 casi; la nobile proposta ( ) dellarbitrato stessa, aggiungono, doveva essere fatta non dopo lassedio, da una posizione di sicurezza e di vantaggio, ma prima, quando si era a livello pari.78 Come noto, Tucidide dice che la causa pi vera dello scoppio della guerra peloponnesiaca fu quella meno visibile nelle parole, cio il fatto che gli Ateniesi diventavano una grande potenza e che ci, facendo paura agli Spartani, costrinse [sott.: questi ultimi] a fare la guerra; ma, a meno di non presupporre che le guerre siano assolutamente ineluttabili, bisogner pur tenere conto anche delle cause manifestamente espresse da ciascuna delle due parti:79 solo alla luce di queste che, eventualmente (come accade nel dibattito tra Melii ed Ateniesi),80 coloro che hanno
Plut. Nic. 9, 4-6. Cfr. Thuc. I 26, 3. 75 Cfr. Thuc. I 28, 1-3. 76 Cfr. Thuc. I 34, 2. 77 Thuc. I 38, 5. 78 Cfr. Thuc. I 39, 1-2. 79 Thuc. I 23, 6. 80 Cfr. soprattutto Thuc. V 89 sgg.
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intenzione di ricorrere in ogni caso alla violenza, possono essere smascherati nel loro finto desiderio di negoziare. Limportanza del salvare la faccia ritorna quando, dopo la sconfitta di Pilo e Sfacteria (425 a.C.), gli ambasciatori spartani ad Atene dichiarano di essere stati inviati per trattare (...) qualunque cosa, utile ( ) a voi e alla quale vi possiamo persuadere, porti a noi, in rapporto alla nostra sventura, maggiore onore ( ) possibile nelle presenti circostanze.81 La richiesta di accordo , dicono gli Spartani, unoccasione favorevole per entrambi i popoli mentre le cose sono ancora incerte e voi avete la nostra amicizia e a noi capita una sventura moderata prima di una vergogna, e scegliamo noi stessi la pace al posto della guerra e diamo agli altri Greci un sollievo dai mali: essi vi considereranno anche di ci maggiormente responsabili. Fanno la guerra infatti senza che sia chiaro quale delle due parti lha cominciata; ma se ora finisce, poich di questo voi siete maggiormente padroni, daranno a voi la loro gratitudine. Se decidete cos, vi possibile diventare saldamente amici degli Spartani, invitandovi loro stessi e facendo loro un favore anzich essere costretti con violenza.82 Secondo Andocide, la guerra del Peloponneso non fu conclusa con una vera e propria pace ma con un trattato a cui gli Ateniesi, sconfitti, dovettero uniformarsi: infatti, pace ( ) e sospensione delle ostilit ( ) differiscono molto, perch la pace si fa alla pari ( ), accordandosi ( ) sulle cose su cui si differisce; invece la sospensione delle ostilit si fa quando i pi forti, dopo che abbiano vinto in guerra, la danno per imposizione ( ) ai vinti, come gli Spartani che ci vinsero in guerra e ci imposero ( ) di abbattere le mura, consegnare le navi e fare rientrare gli esuli.83 Isocrate, poi, mette in dubbio la validit della pace di Antalcida del 386 a.C. proprio argomentando che essa apporta vergogna ( ) ai Greci, visto che alcune sue clausole sono ordini e non patti, e subito di seguito spiega la differenza tra le due nozioni: sono patti ( ) quelli che valgono ugualmente e comunemente ( ) per entrambe le parti, ordini ( ) invece quelli che rendono minore ( ) laltra parte al di l del giusto.84 Insomma, la pace che rende amici i nemici non pu consistere nella ratifica del rapporto vincitori-vinti, cio tra un Maggiore e un Minore, e per questo la forza non basta, ma necessario il bello, un valore che fa riferimento alla qualit della relazione tra le due parti piuttosto che alla quantit della loro forza.

Thuc. IV 17, 1. Thuc. IV 20, 2. Per salvare la faccia (questa volta presso gli alleati), secondo Thuc. IV 22, 3, gli Spartani rifiutano di parlare davanti alla massa popolare: temevano di essere screditati presso gli alleati, nel caso che avessero parlato e non avessero ottenuto successo. In Thuc. V 46, 1, Nicia, che sostiene che meglio essere amici degli Spartani, afferma in assemblea che il differimento della guerra mentre gli Ateniesi stanno vincendo avviene con loro onore e con disonore dei nemici ( ). Il riferimento al bello presente anche nella dichiarazione peloponnesiaca del 423 a.C. relativa ad una tregua, nella quale si chiede agli Ateniesi se essi hanno proposte pi belle o pi giuste di quelle che si stanno loro presentando (cfr. Thuc. IV 118, 9), e nellordine impartito da Sparta ad Atene nel 403 che, con laiuto di Pausania, le sue fazioni si riconciliino nel modo pi bello possibile (Xenoph. Hell. II 4, 38; e gli Ateniesi si riconciliano facendo pace e permettendo che ciascuno ritorni alla propria abitazione, tranne i Trenta, gli Undici e i Dieci magistrati del Pireo: ib., 43). 83 Andocid. De pace 11. 84 Isocr. Paneg. 176. Cfr. ib. 178: essi non assegnarono nessun onore ( ) alla nostra citt e a quella degli Spartani.
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Questa attenzione alla qualit del rapporto la troviamo espressa, in modi diversi, anche negli interventi di ambasciatori. Nel 371 a.C., tre delegati ateniesi presentano agli Spartani dei discorsi caratterizzati da toni differenti ma riconducibili allo stesso scopo. Il primo cerca di mostrare che i due popoli in conflitto hanno in comune rapporti antichi e la stessa indignazione per la distruzione di Platea e di Tespie da parte dei Tebani, per cui come non verosimile che coloro che pensano allo stesso modo non siano amici piuttosto che nemici?. Il secondo afferma che parler non per compiacere ma per illustrare gli errori commessi dagli Spartani, poich quanti vogliono fare unamicizia che si mantenga per il massimo tempo possibile devono reciprocamente istruirsi ( ) sui motivi delle guerre. Il terzo ammette, infine, che ci sono stati errori sia da parte nostra, sia da parte vostra e, dopo aver indicato linteresse comune nel fare la pace, conclude: considerando queste cose non dobbiamo mai trovarci in un conflitto tale che prendiamo tutto o perdiamo tutto, ma diventare amici reciproci finch abbiamo forza e prosperit. Lattenzione alla qualit sembra cos essere espressa attraverso la messa in campo di tre fattori: laffinit che costituisce un legame tra i due popoli, la sincerit e lammaestramento reciproco che garantiscono la stabilit dellamicizia, e la condivisione delle responsabilit per gli errori del passato. Gli elementi in tal modo messi in gioco risultano efficaci: gli Spartani riconoscono che i discorsi in questione sono stati detti in modo bello e votano la pace ritirando dalle citt i loro governatori militari e concedendo lautonomia.85 Presento infine anche qualche caso di attenzione a salvare la faccia relativo al periodo ellenistico. Nel 220 a.C. i Bizantini, dopo avere imposto il pagamento di un dazio sulle merci esportate dal Ponto, vengono attaccati contemporaneamente da Prusia I (che li accusava di non erigere delle statue che gli erano state decretate e si lamentava del fatto che essi si erano impegnati per far cessare la guerra tra Acheo ed Attalo I che a lui faceva invece comodo) e dai Rodii: allora essi si danno da fare per cercare una dignitosa via duscita ( ) dalla loro situazione, e la trovano nellintermediazione del re dei Galati Cavaro, alle cui esortazioni ( ) sia Prusia sia i Bizantini acconsentono.86 E nel 217 a.C. Arato consigli a Filippo V di Macedonia di accettare trattative di pace, ed anzi di accelerarle, con gli Etoli, per il fatto che sembrava ( ) che cessavano le ostilit mentre 87 erano vittoriosi nella guerra. Diversamente, lo stesso Filippo V, quando qualche anno dopo, nel 198 a.C., mand degli ambasciatori epiroti a Tito Quinzio Flaminino che giungeva per liberare la Grecia, ebbe dal romano delle richieste cos dure che lo fecero sentire autorizzato a non cedere in nulla. Poich Flaminino gli intimava di lasciare tutta la Grecia e indennizzare coloro che erano stati danneggiati dalla sua violazione dei patti, Filippo gli rispose che doveva conservare ci che gli era stato lasciato dal padre ma che avrebbe tolto le guarnigioni dalle citt conquistate, chiedendo infine di sottoporre ad un arbitrato la questione degli indennizzi. Flaminino gli replic che non cera bisogno di arbitrati ma bisognava che persuadesse coloro che avevano subito il danno e che, comunque, egli aveva avuto ordine dal Senato di liberare non una parte ma tutta la Grecia, sicch il macedone se ne and adirato dicendo: E cosa mi avreste imposto di

Cfr. Xenoph. Hell. VI 3, 4-18. Pol. IV 51, 9. Come osserva F.W. Walbank (Ed.), A Historical Commentary on Polybios, Oxford 1970, ad loc., non chiaro per perch Prusia accetti i termini dellaccordo presentato da Polibio. N chiaro cosa Cavaro chieda ai Bizantini di fare per Prusia. 87 Pol. V 102, 3.
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pi gravoso ( ) se aveste vinto con la guerra?88 Ho gi detto che la stipula della pace rinvia gi nel vocabolario ad un incontro e ad un procedere insieme delle parti a cui si arriva mediante la connessione spaziale operata da araldi, messaggeri e ambasciatori. Un esempio della concreta dinamica del processo di pace messo in atto in tal modo, e consistente in un avvicinamento graduale degli avversari, dato dal contatto, nel 217 a.C., tra Filippo V di Macedonia e gli Etoli. Il re dapprima libera Cleonico di Naupatto, prosseno degli Achei che lo avevano preso prigioniero ma, in virt del suo titolo, non era stato venduto come schiavo,89 e lo invia presso gli Etoli per fare da intermediario, e dopo diversi andirivieni di questultimo dalluno allaltro campo, richiede delegati dalle citt alleate perch partecipino alle consultazioni di pace. Quindi invia agli Etoli riuniti in massa alcuni rappresentanti che constatano il loro effettivo desiderio di riconciliazione ( ), e dopo altre ambasciate per arrivare ad un colloquio diretto ( ) si organizza il vero e proprio incontro ( )90 a Naupatto: Filippo e il suo esercito si fermano a venti stadi dalla citt e gli Etoli, a loro volta, giungono in massa, ma senza armi ( ), e si fermano a due stadi dal campo avversario, e a quel punto inizia un fitto scambio di messaggi ( ) tra le due parti, prima sui termini generali dellaccordo (che si resti ancorati allo status quo) e poi sui dettagli, che termina con latto di pace.91 Casi di comportamenti capaci di far cessare le ostilit dopo la vittoria di un esercito sullaltro se ne possono citare diversi, per esempio quelli menzionati da Polibio per dimostrare che la vendetta di Filippo V sugli Etoli non era n giusta n opportuna: Antigono Dosone, avendo vinto Cleomene di Sparta a Sellasia (322 a.C.), non maltratt i vinti e restitu loro il sistema politico tradizionale venendo giudicato in tal modo un benefattore; Filippo II di Macedonia, dopo avere sconfitto gli Ateniesi a Cheronea (338 a.C.), mostr la propria mitezza ed umanit rilasciando i prigionieri senza riscatto e rendendo onori funebri ai caduti della parte avversa sicch ottenne che i vinti diventassero cooperatori pronti a tutto, anzich nemici; Alessandro, subito dopo la sua ascesa al trono, distrusse Tebe che gli si era ribellata ma volle che tutti i luoghi sacri fossero rispettati, e cos si comport anche nei confronti dei Persiani.92
88 Diod. XXVIII 10. Cfr. anche il caso di Antioco III: quando i Romani, nellincontro di Lisimachia (nel 196 a.C.), gli chiesero, tra le altre cose, di lasciare libere le citt autonome dellAsia, egli rifiut lingiunzione anche sulla base dellargomento per cui quelle citt dovevano ottenere la libert non per limposizione dei Romani ( ) ma per suo proprio favore ( ), e, quando gli ambasciatori di Lampsaco e di Smirne lamentarono il comportamento di Antioco davanti agli inviati di Roma, il re, infastidito perch sembrava ( ) che stessero sottoponendo ai Romani i motivi di contrasto con lui, disse di volere un giudizio sulle loro controversie da parte dei Rodii e non dei Romani e mise termine allincontro che non sort pertanto alcun risultato (Pol. XVIII 52, 1-5). 89 Cfr. Pol. V 95, 12. 90 Il termine impiegato spesso nel linguaggio diplomatico per indicare un incontro per concludere patti (cfr. ancora, ad es., Plut. Mor. 808 B; 533 E; Num. 14, 2; Them. 27, 1 e 8). 91 Cfr. Pol. V 102, 2-105, 2. Polibio riporta qui anche il discorso di Agelao di Naupatto a Filippo e agli alleati durante il primo incontro ( ). 92 Pol. V 9, 8-10, 8; su Alessandro, che era solito combattere in modo rispettoso della legge e regale, , cfr. anche Plut. Alex. 59, 7, dove viene riportata uneccezione al suo comportamento abituale: fa uccidere i mercenari indiani con cui ha stabilito patti; anche Cesare aveva fatto uccidere illegalmente trecentomila Germani che avevano stipulato un armistizio con lui, e, perch Roma non ne avesse onta, Catone chiese che il responsabile fosse consegnato ai Germani stessi: Plut. Cato Ut. 51, 1, cfr. Crass. 37, 2 e Caes. 22, 4-5.

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Ci troviamo, insomma, davanti ad atteggiamenti che risultano essere in grado di comunicare con la parte avversa, fino a condurla allamicizia o, almeno, al rispetto. Tutti gli esempi citati, inoltre, mostrano come elementi determinanti nella trasformazione positiva del conflitto i rapporti caldi e diretti o di vicinanza, fisica o emotiva, tra le parti. La frequentazione degli altri capi da parte di Arato e di Asdrubale, la lealt di Camillo e di Fabrizio, la messa in campo di ambasciatori che spesso sono individui che hanno gi rapporti positivi con laltra parte, il non maltrattamento dei vinti e la loro considerazione in quanto uomini e il rispetto degli edifici sacri da parte di Antigono, Filippo e Alessandro, sono tutti fattori che evitano la simmetria bellica o la complementarit postbellica e riescono ad innescare una dinamica di fiducia che deve essere, ed effettivamente , ricambiata.

2.2. Diplomazia dal basso


Homila, koinologha, epimeixa, nteuxis: come si visto, la diplomazia ufficiale prevede ed organizza relazioni, colloqui, frequentazioni e incontri: costituita essa stessa da queste cose. Nelle tregue che ne sono spesso il primo frutto le parti opposte tornano ad avere, appunto, epimeixai, frequentazioni, come ad esempio quelle che ci furono tra Ateniesi e Spartani nel periodo che precedette il vero e proprio accordo di pace del 421:93 esse permisero a Spartani ed Ateniesi, incontrandosi ( ) con ospiti ed amici, di gustare, dice Plutarco, insieme a sicurezza ed ozio, prova di vita immacolata e senza guerra,94 e naturalmente continuarono ad esserci dopo la conclusione dellaccordo.95 Poich il vocabolario non dissimile da quello che troviamo quando si parla del normale rapporto pacifico tra i popoli, che viene espresso principalmente con termini che veicolano lidea di mescolamento ( ),96 mi pare lecito sostenere che, in Grecia, non la diplomazia ad essere concepita come unazione particolare allinterno di un rapporto bellico, ma piuttosto la guerra come uninterruzione dellincontro pacifico tra i popoli o una forma peculiare del loro contatto. La diplomazia, insomma, non unattivit eccezionale, ma una continuazione della pace o una costruzione di rapporti pacifici attraverso rapporti pacifici. Ora, questi rapporti possono essere realizzati non solo dai capi dei popoli che vengono a conflitto, ma anche collettivamente, per cos dire dal basso ed anche quando la guerra gi iniziata. Un esempio ce ne offre gi Erodoto narrando ci che avviene quando le Amazzoni cominciano a saccheggiare il territorio degli Sciti. Il racconto, per il fatto di essere mitico, non si rivela per meno utile alla riflessione su come sia possibile concepire una comunicazione con dei nemici di cui non si conosce nemmeno la lingua, come sono appunto le Amazzoni per gli Sciti. Infatti, quando scoprono di stare combattendo con donne, gli Sciti riescono a stabilire un contatto con loro mandando dei giovani (in numero pari a quanto immaginavano che esse fossero) ad accamparvisi vicino con un ordine ben preciso: scappare senza combattere ogni volta che quelle attaccheranno, e poi tornare ad accamparsi sempre pi vicino a loro. In tal modo le Amazzoni capiscono che quelli non vengono con intenzioni ostili e gli Sciti possono accostarsi ( ) loro quando si trovano isolate individualmente, e, a
Cfr. Thuc. V 35, 2. Ma si ricordi anche luso di Cfr. Plut. Nic. 9, 7. 95 Cfr. Thuc. V 78, 1. 96 Cfr. ad esempio Hdt. I 68, 1; 185, 7; II 104, 4, 151, 3 ecc.
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in I 146 e II 1.

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poco a poco, avendo unito gli accampamenti ( ), i due popoli, complementari dal punto di vista del genere, giungono ad abitare insieme ( ) 97 e poi a fondersi. In questo caso, la capacit diplomatica, che ordinariamente si esplica in massima parte in comportamenti verbali e paraverbali, non ha la parola come suo requisito indispensabile, e il progressivo mescolamento effettuato attraverso la sola comunicazione comportamentale, mediante una tecnica di graduale avvicinamento fondata sul ritirarsi senza contrattaccare e poi tornare a mostrarsi per indicare fiducia e volont di contatto. Questa idea di modalit di relazione in qualche misura simile ad una dinamica che troviamo anche nel pacifico commercio. Mi riferisco, pi specificamente, alla pratica del cosiddetto baratto silenzioso tra Cartaginesi e Libici al di l delle colonne dErcole testimoniata dallo stesso Erodoto: i primi dispongono le merci in ordine sulla spiaggia poi retrocedono sulle loro navi ed alzano una fumata; gli indigeni allora vanno in spiaggia e dopo avervi lasciato delloro si allontanano senza prendere le merci. Quindi i Cartaginesi tornano e se il metallo prezioso sembra loro sufficiente a pagare il valore delle merci lo prendono e se ne vanno, altrimenti si imbarcano di nuovo e aspettano: si va avanti cos fino a che i Cartaginesi non siano stati soddisfatti.98 Dunque, sia i guerrieri sciti sia i mercanti cartaginesi e libici sanno attendere, i primi senza passare alla controffensiva quando vengono attaccati, i secondi senza approfittare della lontananza dellaltra parte per arraffare tutti gli oggetti di scambio. In tal modo in entrambi i casi ambedue le parti finiscono col guadagnarci: i commercianti si assicurano la fiducia reciproca necessaria alla loro ulteriore frequentazione in futuro, e gli Sciti quella che porta alla definitiva frequentazione nella forma della convivenza. In qualsiasi accezione la si consideri, la vicinanza sempre un fattore fondamentale per la costruzione della pace ed abbiamo testimonianza di casi in cui la prossimit fisica, di per se stessa, senza alcuna volont di servirsi di essa per arrivare alla fine della guerra, diventa un contatto che porta ad un dialogo e, attraverso questo, ad un accordo, quasi che la guerra fosse stata determinata soltanto dalla mancanza di comunicazione. allora dal basso, in una sorta di diplomazia popolare spontanea (costituita dai combattenti degli opposti fronti), che si arriva alla pace. Ad Atene ci si realizza nel 403, in contesto di guerra intestina, quando, dopo che i Trenta tiranni subiscono una sconfitta ad opera di Trasibulo e avvengono accordi per lo scambio dei morti, molti, avvicinandosi gli uni agli altri, entravano in dialogo ( ):99 allora laraldo Cleocrito ricorda agli avversari il legame che sussiste tra le due parti e rivolge loro un appello che li persuade a non sostenere pi i Trenta.100 Similmente, nel mondo latino, secondo quanto si ricava da Diodoro,101 quando nel 90 a.C., presso il lago del Fucino, si fronteggiarono le forze di Mario e quelle del marso Pompedio Silone che combatteva per la cittadinanza romana, gli eserciti si disposero cos vicini che il triste aspetto della guerra mut in disposizione alla pace, perch, giunti a riconoscersi alla vista ( ), i soldati di entrambe le parti riconoscevano molti ospiti propri, non pochi li ricordavano
Cfr. Hdt. IV 111-114. Cfr. Hdt. IV, 196. Queste forme di relazione commerciale sono presenti anche in altre zone di frontiera, dove la comunicazione verbale era impossibile e la diffidenza verso nuovi venuti rendeva difficili i contatti diretti (A. Corcella [introd. e comm. a cura di], Erodoto. Le storie. Libro IV: La Scizia e la Libia, Milano 1993, 386, che cita altri casi e rinvia alla bibliografia sullargomento). 99 Xenoph. Hell. II 4, 19. 100 Cfr. Xenoph. Hell. II 4, 20-22. 101 Cfr. Diod. XXXVII 15.
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come propri commilitoni, identificavano molti amici e parenti che la legge che permetteva matrimoni misti aveva fatto s che avessero comunanza di una tale amicizia: in breve, a causa di tale compartecipazione di affetti ( ) tutti cominciano a chiamarsi per nome e si esortano a non uccidersi lun laltro giungendo a deporre le armi e ad abbracciarsi; allora anche i comandanti si avvicinano e si mettono a discutere familiarmente della pace e dellaspirazione alla cittadinanza.102 Dunque, gli uomini che la guerra pone di fronte come anonimi nemici si riconoscono in questi casi, grazie alla vicinanza, come concrete persone con cui si hanno vincoli di solidariet o di intimit e cos pu nascere la disposizione alla pace. Frequentazioni e colloqui ( e ) tra nemici avevano luogo anche negli assedi pi lunghi, come ad esempio in quello romano di Veio dove capita ad un soldato di avere consuetudine e confidenza ( ) con uno degli assediati.103 Qui la notazione di Demostene che accusava di tradimento Eschine perch si incontrava e aveva colloqui ( ) con uno inviato dai nemici non vale pi: se differenza vi era in questa posizione, essa era dovuta allulteriore specificazione, che loratore si premurava di aggiungere, che quello inviato dai nemici era una spia.104 A volte i contatti avvenivano grazie alle sentinelle dei due campi: cos, durante lassedio di Roma da parte dei Galli, nel momento in cui entrambi i popoli erano ridotti a mal partito, tra le due parti ci furono discorsi di accordo ( ) dapprima attraverso gli avamposti che erano in contatto reciproco ( ); poi, come sembr opportuno ai capi, venendo a colloquio il tribuno dei Romani Sulpicio con Brenno, fu concordato che i Romani pagassero mille libbre doro e che i Galli, dopo averle prese, si ritirassero subito dalla citt e dalla regione.105 Cos la diplomazia, quando smette di essere, come invece per lo pi oggi, una professione esercitata mediante procedure tecnico-istituzionali e diventa invece unazione dal basso? Relazione che si instaura per mezzo di frequentazione e riconoscimento dei legami che uniscono gli appartenenti ad una stessa comunit o condizione: la vicinanza fisica crea il rapporto stesso.

Ancora in ambiente romano, rimanda forse proprio allo stesso fenomeno quanto narrato da Plut. Sylla 25, 1-2: Silla, muovendo contro Fimbria, accampatosi vicino ( ) a lui, circond laccampamento dellavversario con un fossato. Allora i soldati di Fimbria, uscendo dallaccampamento vestiti della sola tunica [cio: senza armi], abbracciavano quelli di Silla e li aiutavano con ardore nei lavori. 103 Cfr. Plut. Camill. 4, 1: durante un assedio, che a causa della lunghezza del tempo comporta molte frequentazioni ( ) e colloqui con i nemici, accadde ad un Romano di avere consuetudine e confidenza con uno dei cittadini [sott.: assediati]. Il fatto che in questo caso specifico il soldato faccia uscire con un inganno il suo interlocutore e lo catturi non toglie nulla alla generalit della formulazione di Plutarco in merito ai rapporti tra assediati e loro nemici. 104 Demosth. Cor. 137. 105 Plut. Camill. 28, 4.
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3. Al posto della guerra, interventi di terze parti (arbitrati, mediazioni, interposizioni)106 Quando la comunicazione diretta tra i contendenti non riesce a giungere ad una soluzione concorde, essa, anzich interrompersi, pu spostarsi sulla scelta di una terza parte a cui lasciare la decisione della disputa; si ricorre, insomma, allarbitrato ( ) di unaltra citt o di una personalit su cui entrambe le parti in lotta si siano trovate daccordo e alla cui decisione, appunto, ci si volge e affida ( ). In un loro trattato di pace per cinquantanni Lacedemoni ed Argivi precisavano tra laltro: se una citt, dentro o fuori il Peloponneso, avr controversie ( ), sia sui confini sia su altra cosa, queste siano risolte ( ) cos: se una delle citt alleate contender ( ) con una citt, si rivolga ( ) ad una citt che sembri ad entrambe imparziale ( ).107 In realt, la decisione arbitrale, dando ragione ad una parte e torto allaltra e costituendo sostanzialmente, come il vocabolario impiegato in questi casi mostra, una vittoria di un contendente sullaltro,108 finiva in ultima istanza per scontentare uno dei contendenti e pertanto non garantiva la fine del conflitto armato, mentre in qualche caso, anzi, una delle parti poteva abbandonare larbitrato: cos avvenne ad esempio nel caso degli Eleati che, sospettando che non avrebbero ottenuto ci che richiedevano nella disputa con i Leprei il cui giudizio era stato affidato agli Spartani, invasero la terra dei nemici.109 La presenza di una terza parte arbitrale era ritenuta molto importante per risolvere il conflitto senza il ricorso alle armi110 anche se qualche volta le negoziazioni e il tentativo di istruire ( ) attraverso la parola e gli amici potevano essere sfruttati per guadagnare tempo nei preparativi di guerra, come sembra che fecero Agatocle e Sosibio, due potenti ministri di Tolemeo IV che nel 219 a.C., allavanzata di Antioco III nella Celesiria, risposero mandandogli ambasciatori e chiedendo di fare altrettanto ai Rodii, ai Bizantini, ai Ciziceni e agli Etoli in vista di una conciliazione.111 Il racconto polibiano del prosieguo di questi fatti utile per la riflessione sulle cause che potevano determinare il fallimento di trattative. Infatti, le giustificazioni date da Antioco III e da Tolemeo IV prima di iniziare il loro conflitto armato, nel 217 a.C., non ebbero nessuna efficacia ai fini di un accordo perch le ragioni messe in campo si basavano sul confronto delle violenze inflitte e subite ed ognuno dei contendenti, punteggiando la descrizione degli eventi in maniera diversa dallaltro, si rendeva conto dei casi in cui aveva subito ingiustizia ma non di quelli in cui laveva fatta. Antioco III si giustificava dicendo che non erano cose gravi il torto da lui commesso e loccupazione della Celesiria e che, anzi, egli aveva ci che gli
106 Non mi occupo, qui, delle mediazioni ed interposizioni di donne n degli interventi tecnici ad opera delle figure chiamate diallaktai, perch a queste dinamiche sto dedicato altri studi specifici (in corso di stampa o di elaborazione).

Thuc. V 79, 4. Cfr. ad esempio Iiscrizione relativa al verdetto arbitrale di Argo nella disputa tra Melo e Cimolo ( poco dopo il 337 a.C.) nella quale si dice che gli Argivi giudicano che hanno vinto ( ) i Cimoli (M. Guarducci, Epigrafia greca, II, Roma 1969, 552-553, l. 13; A. Magnetto, Arbitrati interstatali greci. Dal 338 al 196 a.C., II, Pisa 1997, 1-8) o quella che riporta un compromesso arbitrale tra due citt (primo terzo del II sec. a.C.) in cui si fa riferimento alla sconfitta ( ) di una parte (P. Roussel, IG XI/4, 1063, l. 16; Magnetto, Arbitrati, cit., 435-439). 109 Cfr. Thuc. V 31, 1-4. 110 Notevoli le insistenze e i tentativi di mediazione, sottolineati in un discorso riportato da Pol. XI 4, 1, fatti da Tolemeo IV e dalle citt di Rodi, Bisanzio, Chio e Mitilene, tra il 209 e il 206 a.C., per riconciliare Filippo V e gli Etoli. Cfr. anche App. Mac. 3, 1. 111 Cfr. Pol. V 63, 1-7.
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spettava in quanto la Celesiria era prima dominio di Antigono Monoftalmo e poi di Seleuco I; gli inviati di Tolemeo, a loro volta, cercavano di dimostrare lopposto ( ), sottolineando lingiustizia presente e considerando una violazione dei patti linvasione di Antioco, e menzionavano i possessi acquisiti allepoca di Tolemeo figlio di Lago dichiarando che Tolemeo aveva aiutato Seleuco alla condizione di lasciare lAsia a Seleuco ma la Celesiria e la Fenicia a s: si dicevano dunque pi volte ( ) queste cose ed altre simili a queste da entrambe le parti nelle reciproche ambascerie e negli incontri ( ), ma non si arrivava a nulla, poich le giustificazioni avvenivano per mezzo di amici comuni e in mezzo ( ) non cera nessuno capace di trattenere e impedire limpeto di chi sembrava aver torto; inoltre, mentre Tolemeo voleva includere qualche punto nei patti, Antioco non accettava neanche che se ne parlasse: perci, conclude Polibio, poich entrambi ne avevano abbastanza di fare ambascerie e non si concludeva nulla negli accordi, e la primavera era vicina, Antioco radun le truppe.112 Lintervento di amici che si limitino a riportare le opposte posizioni dei contendenti senza far vedere a ciascuno di loro i suoi torti non una mediazione ma la continuazione della semplice contrapposizione tra le due parti. La terza parte pu intervenire sua sponte con la funzione di persuadere i contendenti ad interrompere le ostilit gi iniziate o che stanno per iniziare e a mettersi daccordo, magari facendo essa stessa delle proposte o impedendo la violenza reciproca. Se non sbaglio, il primo caso di mediazione quello, narrato da Plutarco, in cui, negli anni intorno al 630 a.C., Solone, che era gi famoso, insieme ai primi tra i cittadini si mette in mezzo ( ) tra i ciloniani e i seguaci di Megacle al culmine del contrasto e, sia pregando sia istruendo ( ), convince i ciloniani a sottomettersi al giudizio di trecento giudici scelti fra laristocrazia.113 Va qui notato che le figure dei conciliatori sono quelle di personaggi che hanno un certo prestigio riconosciuto dai confliggenti: Solone, gi famoso, e i primi cittadini. Ancora in contesto di guerra civile, ma con una tecnica a met tra la mediazione e linterposizione fisica e che fa affidamento sul valore psicagogico attribuito alla musica, sembra operare lazione pacificatrice fatta sia da Terpandro sia da Taleta che, chiamati a Sparta per ordine delloracolo, sarebbero riusciti a porre fine a sedizioni interne, sia da Stesicoro di cui si narra che, postosi in mezzo ( ) ai cittadini gi schierati gli uni contro gli altri, inton un canto esortativo ( ) e, mutando il loro animo grazie alla melodia, li riport alla tranquillit.114
Cfr. Pol. V 67, 1-68, 1. Plut. Sol. 12, 3. 114 SVF III (Diog. Babilon.) 83, 84 [1 e 2] e 85 [1 e 2] (=Philodem. De mus. IV 132, 33 sgg.; 47, 30 sgg.; 133, 4 sgg. Delattre). Per Taleta, cfr. anche Plut. Lyc. 4, 2-3, e Mor. 779 A; per Terpandro, cfr. anche Diod. VIII fr. 28: dopo il suo canto dellarmonia gli Spartani, cambiati, si abbracciavano lun laltro e si salutavano piangendo. Cfr. A. Gostoli, Terpandro e la funzione etico-politica della musica nella cultura spartana del VII sec. a.C., in B. Gentili - R. Pretagostini (a cura di), La musica in Grecia, Roma-Bari 1988, 231237. Ancora in SVF III (Diog. Babilon.) 89 (=Philodem. De mus. IV 49, 39 sgg.) detto che presso i Carii, quando nelle assemblee [per, secondo ledizione filodemiana di Delattre, durante le eclissi di sole] si genera tumulto (thrybos), alcuni intonano dei canti dolcissimi, che si propagano agli altri e poi a tutti, e cos si risolve il problema. Ateneo (627 D-E) afferma che molti anche fra i barbari fanno negoziati ( ) con oboi e cetre, ammansendo ( ) le anime dei nemici. E Teopompo nel quarantaseiesimo libro delle Storie dice: I Geti fanno negoziati con cetre e suonando. Si tratta, naturalmente, di passi che vogliono mettere in rilevo la capacit conciliativa della musica, testimoniata anche in altri contesti (cfr., ad esempio, oltre, allespresso riferimento di Philodem. De mus. IV 47, 20-21, dal cui contesto i passi prima citati sono stati tratti, la notazione di Athen. 627 F, secondo cui in Il. I, 603112 113

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Plutarco attribuisce esplicitamente persino lo scoppio della guerra del Peloponneso proprio alla mancanza di una terza parte quando dice che, sobillati dai demagoghi e da coloro che volevano la guerra reciproca, senza che ci fosse nessuno che si interponesse per separarli, [sott.: i Greci] si scontrarono in guerra:115 una guerra non scoppia solo perch qualcuno deciso a farla, ma anche perch qualcun altro non si mette in mezzo ad impedirla. Molto pi tardi il neosofista Marco si trov a mediare con successo il conflitto, ancora ai suoi tempi vivo come al momento della guerra del Peloponneso, tra Megaresi ed Ateniesi: i primi, come se il decreto contro di loro fosse stato scritto da poco, (...) non li accoglievano quando venivano ai piccoli giochi Pitici. Allora Marco, messosi nel mezzo ( ), fece cambiare ( ) talmente i Megaresi da persuaderli ad aprire le loro case e ad accogliere gli Ateniesi fra le proprie donne e i propri figli.116 La parola interporsi utilizzata a proposito del passo plutarcheo la traduzione dellespressione greca , letteralmente, dunque, interporre nel mezzo le mani. La troviamo, in forma pi sintetica, in altri casi di intermediazione: quello in cui Cavaro, re dei Galati, interviene generosamente con efficaci esortazioni rivolte alle parti nel conflitto tra Bizantini e Prusia,117 e, nel mondo romano, quello in cui, vera e propria interposizione fisica, i ricchi si frappongono ( ) fra il tribuno Ottavio, che si oppone ad una legge in favore dei poveri, e il popolo che gli si avventa contro per ucciderlo, e cos riescono a salvarlo,118 e quello in cui Lucio Cesare, zio di Antonio che lo voleva uccidere, si rifugi dalla sorella: lei, quando i sicari sopraggiunsero e cercarono di forzare lingresso nella sua stanza, stando sulla porta e allargando le braccia ( ), grid pi volte: Non ucciderete Lucio Cesare, se prima non uccidete me, colei che ha partorito il vostro comandante. Dunque lei, con questo suo comportamento, sottrasse e salv suo fratello.119 Per concludere queste pagine, riepilogo brevemente quanto detto: al di l del preteso diritto di guerra e dei tentativi di limitazione, temporale, spaziale o attoriale dello scontro, quelle che mi pare che si possano considerare forme in qualche modo
604, la musica il mezzo attraverso cui gli dei si riconciliano dopo la discordia), ma a me servono per far notare come gli antichi conoscessero mezzi di risoluzione dei conflitti alternativi a quelli basati sul ricorso alla forza. 115 Cfr. Plut. Cim. 19, 3. 116 Philostr. Vitae soph. I 24, 529. Il decreto a cui si fa riferimento quelle dellembargo proclamato dagli Ateniesi nel 423 a.C. 117 Cfr. Pol. IV 52, 1: Giunto a Bisanzio Cavaro e dandosi egli da fare per far cessare ( ; la spoud di Cavaro rimarcata anche al paragrafo successivo) la guerra e generosamente interponendosi per separare i contendenti ( ), sia Prusia sia i Bizantini acconsentirono ai suoi inviti ( ). Cfr. anche Pol. fr. inc. 127: cos infatti li avrebbe separati ( ) e avrebbe provveduto a che Prusia non facesse loro alcuna ingiustizia. 118 Cfr. Plut. Ti. et C. Gracc. 12, 6. Il primo caso di interposizione fisica (ma ad opera di un componente stesso di una delle due parti in conflitto) linterruzione della battaglia in corso ad opera di Ettore che nella mischia stessa propone agli eserciti, andando nel mezzo ( ) (...) afferrando al centro la lancia, il gi menzionato duello tra Paride e Menelao (la stessa espressione, allinterno di versi formulari, utilizzata, in Il. VII 55, quando Ettore ferma i Troiani in battaglia per lanciare agli Achei la proposta di un duello); nonostante egli tenti in questo modo di trattenere le schiere troiane e le faccia sedere, gli Achei non comprendono subito e continuano a cercare di colpirlo con le frecce: Agamennone che, avendo capito che Ettore vuole parlamentare, riesce a fermarli e a permettere che Ettore parli (Hom. Il. III 77-83). 119 Plut. Ant. 20, 5-6. Cfr. Cass. Dio XLVII 8, 5; la vita dello zio fu effettivamente risparmiata.

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diplomatiche sono per un verso i negoziati ufficiali tra i confliggenti fondati su missioni, incontri e colloqui per via di araldi e ambasciatori, o sullaffidamento della risoluzione della disputa allarbitrato ( ) di una terza parte scelta di comune accordo; per un altro verso le pratiche non ufficiali, ma spesso pi efficaci, fatte di frequentazioni e relazioni, costruite sugli atteggiamenti di mitezza e sulla capacit di contattare gradualmente lavversario troppo ostile (come nel caso degli Sciti in rapporto alle Amazzoni) o di permettergli di salvare la faccia, ma anche sulla capacit di lavorare sulla propria stessa parte (come Nicia), o ancora nel caso di interventi come terza parte attente a mediare, a mettersi in mezzo, facendo notare ad ognuno dei contendenti anche i suoi torti e in tal modo riunendoli, o pronte a trasformarsi in iniziative di vera e propria interposizione nei casi di urgenza per separare i gruppi gi in armi: in tutti i casi, insomma, lavorando per la costruzione di uno spazio mediano, comune, nel quale le parti possano stare insieme.
Universit degli Studi di Palermo Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo acozzo@unipa.it on line dal 23.05.2010

Andrea Cozzo

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GIROLAMO VISCONTI

Il riscatto del corpo di Ettore nella ceramografia attica


Ma gli Dei, fidi custodi de giuramenti, testimon ne sino, che se Giove lonor di tua caduta mi concede, non io sar spietato col cadavere tuo, ma renderollo, toltene solo le bellarmi, intatto a tuoi. Tu giura in mio favor lo stesso. Il. XXII, 254-257 trad. V. Monti

1. Una particolare ambasceria


Nel repertorio iconografico dei ceramografi attici la presenza di temi ispirati alle gesta troiane rilevante. Contrariamente a quanto si possa immaginare non molto numerose sono invece le scene derivanti direttamente dal poema omerico, probabilmente per la difficolt di comporre temi figurati di maggiore complessit. In compenso vasta la presenza di scene tratte dagli altri poemi del ciclo troiano, soprattutto lIlioupersis, lAithiopis e le Ciprie.1 Tuttavia alcuni episodi omerici ebbero una certa fortuna, probabilmente per limmediatezza del messaggio e la semplicit compositiva. Tra questi vi lambasceria di Priamo ad Achille per la restituzione del corpo di Ettore, raccontata nellintero libro XXIV e ultima scena del poema. Si tratta di un episodio isolato dal resto della storia che racchiude in s unesperienza quasi magica suggerita dalla notte che fa da sfondo allintera azione.2 Protagonisti del libro, pi che gli uomini, sono gli dei stessi, che con il loro volere decidono la buona riuscita dellimpresa di Priamo e la restituzione del cadavere su cui, ormai da diversi giorni, infieriva Achille. Lattimo che maggiormente ha colpito limmaginario dei ceramografi ovviamente il principale, quello in cui Priamo, grazie allaiuto di Hermes, entra nella tenda di Achille e lo supplica di restituirgli il corpo dellamato figlio, primo per valore tra i Troiani.3 Lambientazione affascinante, Achille seduto, ha appena finito di cibarsi e di bere vino, ha ancora la tavola imbandita ed
1 F.K. Johansen, The Iliad in Early Greek Art, Copenhagen 1967, 38-39; M. Torelli, Le immagini dellIliade, in A. Bottini - M. Torelli (a cura di), Iliade, Milano 2006, 98. 2 Si cfr. M.G. Ciani (a cura di), Il riscatto di Ettore (Iliade XXIV), Venezia 1990, 23-24. 3 Il. 468-672.

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ISSN 2036-587X

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solo (soltanto due compagni dentro la tenda, stanno in disparte). Priamo irrompe inaspettatamente nella tenda e baciandogli le ginocchia lo supplica grandemente di accettare i doni in cambio del corpo del figlio. sicuramente una scena molto efficace; in essa i due protagonisti risaltano entrambi per caratteristiche opposte e si misurano in un contrasto che il poeta saggiamente descrive con limmagine parlante di un Achille nel pieno della vitalit ed un Priamo consunto e tragico. La storia unisce due mondi diversi che tuttavia risultano avere molti punti dincontro: il simposio e la diplomazia. Lambasceria di Priamo ad Achille rappresenta (insieme a quella di Fenice, Odisseo e Aiace) il primo esempio di accoglienza diplomatica in ambiente simposiale. Come noto, il simposio greco arcaico e classico, seppur interpretabile come vero e proprio festino, una necessaria pratica di coesione sociale. Il prender parte alle riunioni basate sul mangiare e bere comune una forma di partecipazione alla cosa pubblica, tra politai ci si sente decisamente un polites. Come in un gioco di specchi proprio il polites che ha diritto di partecipare al convito, consolidando, tra una coppa di vino e laltra, la propria posizione sociale.4 In un ambiente cos elitario e chiuso ai bassi strati sociali, non poteva che essere onorifica leccezione, lintroduzione al gruppo di un ospite straniero, spesso con funzione diplomatica. Non un caso quindi che luso dellambientazione conviviale nel ricevere ambasciatori sia frequente e riccamente attestataci dalle fonti.5 Uno dei pi celebri esempi forse quello degli ambasciatori persiani giunti da Aminta di Macedonia. In essa lonore dellammissione al simposio si trasforma nellestrema richiesta dei Persiani di far partecipare le mogli e le sorelle dei Macedoni.6 Unimpudenza a cui Alessandro, il futuro Filelleno, risponder con un ingegnoso stratagemma: travestitosi da donna, insieme ad alcuni compagni, uccider tutti gli ambasciatori.7 La vicenda si chiuder (per paradosso) diplomaticamente, con nozze riparatrici. Gli esempi sarebbero tanti, mi preme qui ricordare solo uno tra i pi belli della letteratura greca. Mi riferisco a quello organizzato dai Greci guidati da Senofonte per gli ambasciatori dei Paflagoni, nel quale ritroviamo tutte le caratteristiche di un normale simposio classico adattato al campo di battaglia, dalle klinai improvvisate con sacchi di foglie, allintrattenimento spontaneamente offerto dai soldati.8
una caratteristica che accomuna anche altre civilt. In Persia ad esempio la classe nobiliare pi elevata era quella dei commensali ( : Xen. An. I 8, 25); la loro posizione di comando trova una conferma nella possibilit di mangiare e bere con il Re dei Re. 5 Si veda D.J. Mosley, Envoys and Diplomacy in Ancient Greece, Wiesbaden 1973, 79-80. 6 Hdt. V 17-21. Lo stesso racconto lo ritroviamo, in modo pressoch identico, nellepitome di Giustino a Pompeo Trogo, (Iust. 7, 3). Probabilmente il luogo in cui avvennero i fatti si pu identificare con Aege, lantica capitale del regno macedone, riconosciuta nellattuale Verghina, famosa per le tombe reali scoperte da Andronikos (M. Andronikos, Verghina. The Royal Tombs, Atene 1984). Afferma Nenci che, con molta probabilit, i Persiani non usavano farsi accompagnare dalle proprie mogli durante i banchetti, almeno cos sembra attestarci un racconto di Plutarco (Plut. Symp. 613 a). Vi una similitudine, quindi, con le usanze greche, per le quali era disdicevole far partecipare le donne ai convivi, eccetto, ovviamente, le etere. Si potrebbe quindi pensare che Erodoto abbia voluto accentuare il cattivo comportamento degli ambasciatori, i quali, non solo si macchiano di cupidigia, ma anche di falsit (si veda G. Nenci (a cura di), Erodoto, V, Milano, pp. 00 n. 18). Laneddoto aggiungerebbe inoltre alla causa macedone una prova in pi di grecit: il senso di ripugnanza che conquista il giovane Alessandro Filelleno sembra, infatti, del tutto ellenico. 7 Si tratta di uno stratagemma ricorrente nellaneddotica greca, lo usano per esemp io gli Spartani per uccidere dei Messeni o gli stessi Messeni per abusare delle sacerdotesse spartane: Paus. IV 4, 2. 8 Xen. An. VI 1. Gli ambasciatori stupiscono davanti alle numerose danze armate, fino ad una pirrica eseguita da una danzatrice. Questa esibizione fa porre ai Paflagoni la domanda se anche le donne combattano tra i Greci, i quali scherzosamente rispondono affermativamente. Sulla pirrica, danza spesso
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Se la possibilit dellesistenza del simposio in epoca omerica ancora fonte di discussione, sembra per attestato un momento legato solo al bere e posteriore al pasto vero e proprio.9 Come il simposio greco, il banchetto omerico era luogo di coesione sociale per i nobili achei che lo usavano in modo diversificato, come occasione di riunione politica e decisionale o di semplice svago. Le analogie confluiscono quindi anche nella funzione diplomatica, come chiaramente ci mostra lepisodio del libro IX dellIliade, in cui agli ambasciatori viene allestito un banchetto che li possa ristorare e durante il quale si possa discutere. NellIliade sembra per meno evidente la distanza tra il momento del cibo e quello del bere, forse per una pi antica collocazione temporale rispetto allOdissea, dove pi chiara la presenza di una riunione simile al simposio greco.10 Laccoglienza data da Achille, pur essendo temporalmente il primo esempio di ambasceria in ambiente conviviale, da considerarsi del tutto differente. Anzitutto lambasciatore Priamo arriva allimprovviso, grazie allaiuto di Hermes, e nello stato di akletos, malgrado leroe acheo fosse conscio dellimminente visita poich istruito dalla madre Teti.11 Cosa pi importante, lambientazione simposiale non crea, come normalmente dovrebbe fare, un avvicinamento tra lambasciatore e il ricettore dellambasciata, ne accentua invece le distanze. Achille tronante sul proprio seggio da banchetto diametralmente opposto a Priamo digiuno da giorni.12 La distanza tra i due nemici viene quindi cos evidenziata e, non a caso, una volta placati gli animi, grazie anche al ricordo suscitato da Priamo di Peleo, padre di Achile, un riavvicinamento possibile sempre attraverso la tavola. Un banchetto viene allestito per Priamo, ed

eseguita durante il simposio sia dagli uomini che dalle donne, J.C. Poursat, Les reprsentations de danse arme dans la cramique attique, BCH XCII (1968), 550-615. 9 Malgrado la presenza costante del banchetto in Omero, non si pu che notare come esso si differenzi dal simposio arcaico e classico. Il Von der Mhll arriv addirittura ad affermare che Omero non conoscesse il simposio, legando questa sua ignoranza al fatto che sia nellIliade che nellOdissea non mai presente Dioniso, dio del bere per eccellenza e quindi indissolubile dalla realizzazione del simposio (P. Von der Mhll, Ausgewhlte Kleine Schriften, Basel 1976, 483 e ss.). Linfluenza del pensiero di Wilamowitz evidente: il dio greco non poteva risalire oltre il VII secolo a.C., anni in cui venne introdotto da genti barbare (U. Wilamowitz, Der Glaube der Hellenen, Berlin 1932, 61 e ss.). Oltretutto si riscontravano anche altre incongruenze forti col simposio greco, come la presenza delle donne, la posizione assisa e la compresenza del bere e del mangiare senza che vi fosse fra i due una distinzione di tempo. Il Bielohlawek si accorse che una separazione di momenti esisteva gi nel banchetto omerico. Una parte successiva sembra, infatti, essere dedicata al solo bere e alla conversazione: K. Bielohlawek, Gastmahls- und Symposionslehren bei griechischen Dichtern. (Von Homer bis zur Theognissammlung und Kritias), WS LVIII (1940), 13 e ss. Omero usa poi spesso, per distinguere evidentemente una successiva fase, la frase formulare cio quando furono sazi di cibo e bevande (Il, I 469). ( si consulti anche sullargomento M. Wecowski, Homer and the origins of the symposion, in F. Montanari (a cura di), Omero tremila anni dopo. Atti del Convegno di Studi (Genova, 6-8 luglio 2000), Roma 2004, 625638). Sicuramente forti sono le differenze che si notano leggendo il banchetto che Omero descrive nei suoi poemi e quello invece che conosciamo dagli scritti di Senofonte, Platone e dalla rappresentazione che la ceramica ci tramanda. Analizzando per con attenzione si nota come un momento distinto esistesse, caratterizzato sia dalla presenza del bere come azione fondamentale ma anche dallintrattenimento che era ornamento del simposio stesso. Ed proprio lintrattenimento ad essere, a mio parere, la linea dunione tra il simposio omerico e quello propriamente greco. Esso, infatti, differenzia il convito greco dal semplice mangiare in comune, un superfluo che diventa necessario, e non soltanto crea latmosfera adatta per una riunione, ma la rende riconoscibile distanziandola dal normale cibarsi proprio di tutti i giorni. 10 G. Colesanti, Il simposio in Omero, MD XLIII (1999), 62-63. 11 Il. XXIV 128 e ss. 12 Il. XXIV 624 e ss.

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questa volta un sincero gesto del Mirmidone, il quale per altro aveva appena finito di mangiare.13 Ragionando ancora da un punto di vista diplomatico vediamo come il vecchio re non sia certo il tipo ideale di ambasciatore a cui di solito dobbligo un bellaspetto e prestanza fisica.14 Ma daltronde non possiamo non sottolineare come lambasceria di Priamo sia in realt necessariamente una farsa, in cui i protagonisti recitano una parte gi scritta. un po il topos di tutto il poema omerico, in cui ogni cosa data, dallesito di una singola azione, allintero destino di un uomo. Sia Achille che Priamo sono coscienti che qualsiasi cosa diranno il riscatto avr comunque luogo poich Zeus stesso ad averlo ordinato ed stabilito dal fato che ci si compia. Per questo leroe acheo sembra maggiormente arrogante e mostra tutta la sua istintivit quando intimorisce Priamo minacciandolo apertamente di poter comunque contrastare il volere di Zeus.15 La presenza del divino si percepisce in ogni particolare, e lo stesso discorso di Priamo non nasce da una brillante scelta di approccio oratorio, ma un canovaccio suggeritogli da Hermes stesso, prima dellarrivo alla tenda. Insomma, siamo davanti ad un teatro in cui attori sono gli uomini e registi gli dei. In questa prospettiva la pietas delleroe riscontrabile solo successivamente alla restituzione del corpo, quando dunque il ruolo delle divinit cessa e i protagonisti sono liberi di agire secondo la propria volont. Un tale spirito pietoso contraddistingue Achille da far quasi dimenticare a Priamo di essere allinterno dellaccampamento dei nemici, fino allintervento di Hermes, che ristabilisce lordine delle cose secondo il volere di Zeus.16

2. Corpus ceramico
Il riscatto del corpo di Ettore il soggetto della raffigurazione di un numero abbastanza consistente di opere greche e magnogreche. In generale sono due le tradizioni letterarie che hanno ispirato la scelta figurativa: una , appunto, quella omerica, che maggiormente ci tocca, in cui il riscatto viene rappresentato nel momento dellambasceria di Priamo e nella supplica alleroe acheo.17 In questa classe ligi al testo omerico furono gli artisti di et augustea che cercarono di seguire, senza errori o aggiunte, il racconto del libro XXIV.18 Laltra tradizione quella che deriva

Non inusuale, come di primo acchito potrebbe sembrare, per lepoca omerica lorganizzazione di un nuovo banchetto, di poco successivo ad un altro appena terminato. un modo di onorare gli ospiti, la necessit del nutrirsi ricade dunque in secondo piano. Molti sono gli esempi in Omero, specialmente nellOdissea: Od. III 390 e ss. e VII 136 e ss. 14 L. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia nella Grecia antica, Roma 2002, 23-28. 15 Il. XXIV 565-570. 16 Il. XXIV 683-688. 17 Si cfr. F. Ghedini, Achille eroe ambiguo nella produzione musiva tardo antica, AntTard V (1997), 253 e ss., in particolare la parte dedicata al Riscatto con riferimento specifico alla tradizione tardoantica della rappresentazione. 18 possibile ritrovare la scena in una serie di produzioni artistiche diverse, dagli affreschi, alle gemme, alle lucerne (persino in un vetro portuense: M. Floriani Squarciapino, Il riscatto del corpo di Ettore in un vetro portuense, StudMisc XXII (1976), 75-83). In epoca medio-imperiale soprattutto nei sarcofagi di produzione neoattica: P. Lisand de Bellefonds, Le rachat du corps dHektor: un thme favori sur les sarcophages attiques, AK XXV (1982), 124-136; Ghedini, Achille eroe ambiguo, cit., 255.
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probabilmente da Eschilo e che ci stata tramandata da autori pi tardi.19 Si descrive qui il momento della pesatura del corpo di Ettore, posto su di una bilancia alla quale fa da contrappeso il riscatto portato da Priamo. una tradizione che compare in et classica con vasta fortuna nei secoli posteriori20 e che predilige mettere in mostra il lato iroso e impietoso di Achille. Limitandoci alla ceramografia attica, che lo specifico del nostro studio, ritroviamo venti vasi, che abbracciano unepoca che va dalla prima met del VI secolo alla met del V a.C.; la tradizione attestataci quella omerica con ununica eccezione. Le figure nere sono di poco superiori a quelle rosse, includendo in totale undici vasi. La forma pi ricorrente lanfora, che conta cinque esemplari, seguita dalla lekythos, tre vasi, una hydria globulare, una coppa di Siana21 e un cratere a colonnette. A questi dovremmo probabilmente aggiungere unanfora di Boston che stata riconosciuta come una parodia del riscatto di Ettore.22 La preponderanza dellanfora potrebbe suggerire un legame col mondo del vino, il cui punto di contatto sarebbe lambientazione simposiale della scena. Daltra parte la lekythos, vaso funerario per eccellenza, si adatta benissimo alla rappresentazione funebre, in cui il corpo senza vita di Ettore rimane il punto visivo focale e maggiormente toccante. Il primo vaso in ordine cronologico23 unanfora tirrenica conservata al Louvre e proveniente da Caere, databile intorno al 570-560 a.C (nr. 1).24 Come noto le anfore tirreniche, prodotte in Attica, vengono completamente dedicate al mercato etrusco. Il nostro esempio ci d quindi indirettamente la certezza che lepisodio fosse conosciuto e diffuso anche in ambito tirrenico.25
19 Lopera di Eschilo da cui deriva questa tradizione La Frigia, una tragedia chiamata anche Il riscatto di Ettore. Tra gli autori pi tardi si veda: Lykophr. 270; Hyg. fab. 106 (M. Roussel, Biographie legendaire dAchille, Amsterdam 1991, 334 e ss). 20 La prima opera attestataci un rilievo da Melos conservato a Toronto e databile intono alla met del V secolo a.C., LIMC, s.v. Achilleus, n. 662. 21 La coppa frammentaria (nr. 3) non stata pubblicata. Appartenuta a Ludwig Curtius, ne apprendo notizia dalla citazione del Johansen, il quale riporta anche una breve descrizione (The Iliad, cit., 137). Sembra che il racconto fosse trattato come nei quasi coevi bronzi argivo-corinzi: Priamo era posizionato alla destra di Achille e, questultimo, rappresentato stante e non disteso su di una kline. 22 Per lultima anfora, quella con la parodia del mito, si veda: B.A. Brownlee, A Black-Figure Parody of the Ransom of Hector, RA (1989), 3-21. 23 Contemporaneamente alla creazione di questanfora, lo stesso tema veniva utilizzato per decorare uno specchio in bronzo corinzio. I personaggi sono tutti raccolti in poco spazio: Achille stante sulla sinistra, poi Priamo e infine Hermes; ai loro piedi giace il corpo senza vita di Ettore. La dettagliata iconografia mostra come anche lautore corinzio seguisse la versione omerica dellepisodio (Johansen, The Iliad, cit., 49-51, fig. 7). 24 Conservata a Paris, Muse du Louvre, numero inv. E843, lato B con corteo di uomini: J.D. Beazley, Attic Black-Figure Vase-Painters, Oxford 1956, 95, 7; J.D. Beazley, Paralipomena, Oxford 1971, 34, 36; T.H. Carpenter - T. Mannack - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 19892, 25A; Sakowski, Darstellungen von Dreifusskesseln in der griechischen Kunst bis zum Beginn der Klassischen Zeit, Frankfurt 1997, 409410, figg. 53-54. 25 Il problema della paternit dopera di questi vasi non ancora del tutto certo, tuttavia si quasi universalmente propensi a riconoscere le anfore tirreniche come particolari prodotti delle botteghe ateniesi del secondo quarto del VI secolo a.C. (si veda in generale J. Boardman, Athenian Black Figure Vases, London 1974, 36 e ss.; T.H. Carpenter, The Tyrrhenian Group: Problem of Provenience, OJA III (1984), 45-56). Gli studi chimici sulla ceramica sembrano daltronde confermare questa origine (J. Kluiver, The Thyrrhenian Group. Its Origin and the Neck-Amphorae in the Netherlands and Belgium, BABesh LXVII (1992), 73). Lipotesi di una fabbrica etrusca non per ancora del tutto abbandonata (si veda B. Ginge, New Evaluation of the Origins of Tyrrhenian Pottery: Etruscan Precursors of Pontic Ceramics, in T. Christiansen - M. Melander (Eds.), Proceedings of the 3rd Symposium of Ancient Greek and Related Pottery, Copenhagen 1987, 201-

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Notiamo subito, da unanalisi strettamente iconografica, la presenza di schemi che divengono pressoch immutati nei vasi posteriori, comprese le figure rosse. Soprattutto la figura imponente e centrale di Achille, recumbente sulla kline, ancora assorto nel simposio che giunger di l a poco ad una brusca fine.26 Un forte anacronismo caratterizza questa rappresentazione, che ci ricorda pi quelle di simposio che si andavano proprio allora diffondendo nella ceramica attica dopo essere nate in quella corinzia.27 Sappiamo bene infatti da Omero che i banchettanti stavano seduti e non distesi sui letti; i ceramografi dellepoca avevano quindi perso memoria di questo precedente costume conviviale?28 Cos nel passo corrispondente Omero scrive cio Achille sedeva, avendo appena finito di bere e mangiare e con la tavola ancora imbandita davanti.29 Leroe ha la brocca nella mano, la trapeza risulta invece vuota, enfatizzando probabilmente ancora di pi il distacco temporale, in una raffigurazione che sembra pi vicina al simposio arcaico piuttosto che a quello omerico dove il bere e il mangiare condividevano un unico momento. Priamo (similmente a tutte le altre raffigurazioni posteriori) arriva da sinistra, vecchio, sconvolto dal dolore, va incontro ad Achille. Il re dei Mirmidoni invece rappresentato nella piena maturit, cosa suggeritaci dalla barba folta che gli incornicia il volto. Lo stile delle figure tozzo, il disegno eseguito con forte impatto visivo ma

210). Sulla diffusione e distribuzione della ceramica attica in Etruria e sul recepimento di certi soggetti si veda C. Reusser, Vasen fr Etrurien, Verbreitung und Funktionen Attischer Keramik im Etrurien des 6. und 5. Jahrhunderts vor Christus, Zrich 2002; A. Avramidou, Attic Vases in Etruria: Another View on the Divine Banquet Cup by the Codrus Painter, AJA CX (2006), 574-577. 26 Achille possiede, tra gli eroi, quasi lesclusiva di essere rappresentato a banchetto, questo laccomuna a Eracle e Dioniso. Non soltanto nellepisodio del riscatto, anche nel lutto per Patroclo, in cui per la maggior parte delle rappresentazioni Achille assiso, capita di ritrovarlo talvolta recumbente, si veda ad esempio: LIMC, s.v. Achilleus, n. 478, intorno al 550 a.C. 27 Per una generale analisi della rappresentazione del simposio si veda soprattutto J.M. Dentzer, Le motif du banquet couch dans le Proche-Orient et le monde grec du VII au IV sicle avant J.C., Roma 1982; P. Schmitt - A. Schnapp, Image et socit en Grce ancienne: les reprsentations de la chasse et du banquet, RA I (1982), 57-74 ; F. Lissarrague, Limmaginario del simposio greco, Roma-Bari 1989. 28 Nella societ romana arcaica, cos come in quella greca, non si conosceva luso di mangi are sdraiati. Non esisteva neanche un ambiente dedicato solamente al banchetto. Da un passo di Ovidio, che probabilmente si rif a Varrone, appare chiaro che i pasti venivano consumati seduti attorno al fuoco su sgabelli o su panchine costruite attorno ai muri (Ov. fast. VI 301 e ss.). Sullargomento, A. Zaccaria Ruggiu, More regio vivere. Il banchetto aristocratico e la casa romana di et arcaica, Roma 2003, 29-36. NellOdissea, come suggerisce Musti, troviamo i primi cenni riguardo luso del mangiare sdraiati. Lo notiamo sia nella descrizione del modo di mangiare dei Proci, sia nei pranzi imbanditi da Circe agli eroi destinati ad essere trasformati in maiali. In questi casi, infatti, si fa menzione a dei klismoi distinti dai thronoi, vere e proprie sedie (Od. X 253). Sembra quindi si possa pensare ad una posizione intermedia nel modo di desinare, a met tra la posizione reclinata e lo stare seduti (D. Musti, Il simposio, Roma-Bari 2001, 20). La prima fonte a parlarci di banchettanti distesi, intorno alla seconda met del VII sec. a.C., Alcmane, il quale descrive una festa spartana con sette letti in cui dovevano distendersi i convitati: Alkm. fr. 55 Diehl, si cfr. O. Murray, Luomo e le forme della socialit, in J.P. Vernant (a cura di), Luomo greco, Roma-Bari 1991, 226 e ss.; M. Nafissi, La nascita del Kosmos, Napoli 1991, 206-226. Poco pi tardi ritroviamo le testimonianze di due tra i pi grandi lirici greci: Alceo e Saffo. Alla fine del VII sec. a.C. databile un frammento di Saffo in cui si fa probabilmente menzione di un banchetto cultuale prettamente femminile: (Saffo V 93, v. 22-24 sul quale J.M. Dentzer, Aux origines du banquet couch, RA II (1971), 245). Probabilmente le prime regioni della Grecia ad assimilare ed utilizzare la raffigurazione del banchettante recumbente sono quelle anatoliche, influenzate dai regni dOriente. Precisamente le prime attestazioni le ritroviamo nella Ionia asiatica (M. Guarducci, Bryaktes, un contributo allo studio dei banchetti eroici, AJA LXVI (1962), 273-284). 29 Il. XXIV 470-475.

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sicuramente con non rigorosa naturalezza.30 Lanfora attribuita al Pittore Castellani che caratterizza le sue pitture con personaggi dalle grosse teste e dalle corte gambe, caratteristiche di una maniera che bada pi allespressivit e al racconto piuttosto che allanatomia.31 Osservando bene il nostro soggetto si nota immediatamente quella che sembra essere una paradossale dimenticanza o forse un azzardo del ceramografo o del committente. Manca infatti Ettore, il personaggio su cui tutta la scena ruota e che presente in tutte le raffigurazioni dei vasi posteriori, senza eccezione. Ma il Pittore Castellani segue con pi dedizione la tradizione letteraria che racconta come Achille nasconda il figlio al padre per evitare che questultimo possa, alla vista del corpo senza vita, provare un dolore troppo forte.32 La rappresentazione di Ettore nei successivi vasi dava modo alla scena di essere immediatamente leggibile dai fruitori, enfatizzava poi il pathos generale proprio attraverso la presenza del cadavere ormai irrinunciabile. Ettore finalmente presente, ancora bello come fosse vivo,33 nellhydria del Pittore di Londra B7634 che affronta il tema con una notevole fantasia, arricchendo la scena con particolari iconografici non presenti nel testo omerico (nr. 2).35 Appare poi per la prima volta un altro protagonista dellepisodio, Hermes, raffigurato qui con gli attributi a lui consoni, il caduceo ed il berretto da viaggio, senza per i calzari alati.36 In questi primi due vasi notiamo dunque la presenza di uno schema iconografico che rimarr pressoch invariato nella tradizione ceramografica ateniese e che presenta Achille disteso sulla kline e Priamo alla sua sinistra, in piedi nellatto di pregare. Con i vasi successivi il corpo di Ettore occupa un posto preminente, al centro, sotto la kline di Achille.37 un cambiamento importante che, pur non seguendo il testo
30 La mancanza di naturalezza nelle proporzioni delle figure delle anfore tirreniche ha portato Carpenter a ipotizzare la collocazione delle botteghe ceramiche ad Atene fuori dal Ceramico, in un luogo in cui ai ceramografi non era consentito conoscere i modelli iconografici attici in voga nellepoca (Carpenter, The Thyrrenian Group, cit., 54). 31 D. Bothmer, The Painters of Tyrrhenian Vases, AJA XLVIII (1944), 161-170; J. Kluvier, The Five Later Tyrrhenian Painters, BABesh LXXI (1996), 6 e ss. 32 Cos Omero: Non farmi sedere (parla Priamo), prediletto da Zeus, fino a che Ettore giace sulla tenda senza che nessuno si curi di lui, ridammelo presto, che io lo veda con i miei occhi (Il. XXIV 553-555, trad. it. M.G. Ciani). Priamo quindi rifiuta di sedersi e richiede il corpo del figlio in modo tale da poterlo vedere con i propri occhi, se ne deduce che non poteva essere certamente in sala. Pi in l si legge ancora: E l eroe chiam le schiave e ordin che lavassero e poi ungessero dolio il cadavere, ma prima lo fece portare lontano, perch Priamo non lo vedesse (Il. XXIV 582-584, trad. it. M.G. Ciani). La mancata presenza del corpo viene in questo modo giustificata con il forte impatto emotivo che Priamo avrebbe potuto subire vedendolo. 33 Il corpo di Ettore, pur esposto da molti giorni, non si decompone per volere degli dei, come lo stesso Hermes riferisce a Priamo (Il. XXIII 184 e ss. e XXIV 411 e ss.). 34 Zurigo, Offentliche Sammlungen, numero inv. 4001, provenienza non id., 560 a.C. Beazley, Paralipomena, cit., 32.1; H.P. Isler, Unidria del pitttore di Londra b76 con il riscatto di Ettore, NAC XV (1986), 95-129; Carpenter, Beazley, cit., 23; H.A. Shapiro, Myth into Art, Poet and Painter in Classical Greece, London 1994, 39-40, fig. 23. 35 Si veda anche Isler, Unidria, cit., 116; Shapiro, Myth into Art, cit., 40. 36 Shapiro, Myth into Art, cit., 39, i due personaggi barbuti ed anonimi sono stati interpretati da Isler come Autodemonte ed Alcimo, i compagni di Achille che Omero ci descrive allinterno della tenda (Isler, Unidria, cit., 116). 37 In un recente e in molti punti interessante articolo, Marta Pedrina ha messo in relazione la collocazione del corpo di Ettore sotto la kline con lincombente minaccia di unazione antropofaga di Achille. A mio parere lipotesi nel suo sviluppo pecca deccessivo intellettualismo e si basa su di un tipo di logica troppo complessa per produttori e committenza. Credo invece che la scelta sia dettata esclusivamente da una metodologia di composizione che necessariamente tende a posizionare il cadavere nel punto focale della rappresentazione, in maniera ovviamente da fargli acquisire, in tal modo, uno

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omerico, esalta la scena. Si crea un evidente contrasto tra Achille, a simposio e quindi nel pieno della propria vitalit, e Ettore, disteso senza vita, una particolarit che non doveva passare inosservata ai convitati cui questi vasi erano destinati.38 Attestataci gi in un cratere a colonnette a Firenze (n. 6),39 e in unanfora, ancora una volta, del Pittore di Londra B76 (nr. 3), ritroviamo questa variazione nellanfora di Kassel (n. 7),40 databile intorno al 540 a.C. ed attribuita al Gruppo E, in cui Priamo sembra proprio indicare Ettore, quasi a rimproverare Achille e le sue mani assassine per avergli strappato il figlio migliore. Anche il corteo del riscatto ispira i ceramografi, come riscontriamo nellanfora di Toledo (n. 8)41 in cui un efebo,42 un personaggio al seguito di Priamo, intento a portare un tripode. Il tripode quindi unico simbolo, insieme a tre phialai, di una schiera di doni di valore portati per placare lira del Pelide.43 Lo stesso tipo di phiale ostentato da Achille, quasi a volere evidenziare la non necessit dei doni di Priamo;44 si tratta per di uno schema iconografico tipico dei singoli recumbenti, presenti nei vasi a figure nere e

specifico messaggio (si veda M. Pedrina, Tra supplica e oltraggio, tra beau mort e belle mort. Segni, gesti e posture nel riscatto del corpo di Ettore, Iconografia (2006), 231-239). 38 B. Fehr, Kouroi e Korai, Formule e tipi nellarte arcaica come espressione dei valori, in S. Settis (a cura di), I Greci, II, 1, Torino 1996, 814-818. Per quanto possa sembrare paradossale il legame tra morte e banchetto estremamente forte non soltanto in Grecia, in Etruria e nel mondo romano, ma anche nellantico Egitto di cui Erodoto racconta come durante il banchetto un simulacro venisse portato sopra una bara per ricordare la limitatezza della vita umana con il consiglio di godere adesso dei piaceri del bere e del mangiare (Hdt. II 78). 39 Firenze, Museo Archeologico Nazionale, numero inv. 98903, attribuito a Lydos o Nearchos, lato B satiro e cigno, intorno al 560-550 a.C.: M. Cygielman, Un cratere attico a figure nere da Vetulonia, in G. Copecchi (a cura di), In memoria di Enrico Paribeni, Roma 1998, 133-140. Si tratta di unopera trattata abbastanza sommariamente in cui la figura di Achille diventa quasi stilizzata, tutta avvolta com nelle coperte. Difficilmente attribuibile ad un grande maestro, ma piuttosto alla sua cerchia, ritroviamo comunque una notevole sobriet di composizione e la scena si completa nei soli tre personaggi principali. 40 Conservata a Kassel, Antikenabteilung der Staatlichen Kunstsammlungen, numero inv. T 674, lato B con Eracle in lotta con il Leone Nemeo, da Vulci: CVA, Germany 35, Kassel, Antikenabteilung der Staatlichen Kunstsammlungen, 1, tav. 21, 43; Beazley, Paralipomena, 56.31 bis; Carpenter, Beazley, cit., 36; LIMC, s.v. Achilleus, n. 645. 41 Conseravata a Toledo, Museum of Art, numero inv. 72.54, intorno al 520 a.C, attribuita al Pittore di Rycroft, lato B con partenza del guerriero sul carro: CVA, USA 17, Toledo, Museum of Art, tav. 4, 2; LIMC, s.v. Achilleus, tav. 122; Shapiro, Myth into Art, cit., 40., fig. 24; AA.VV. Greek Vases in the J.Paul Getty Museum, II, Oxford 1985, fig. 15. 42 La figura dellefebo, questa volta senza tripode e con una phiale in meno, ritorna anche nella lekythos di Edimburgo attribuita allomonimo pittore e di qualche decennio posteriore (nr. 9). La scena, la cui colonnina ambienta al coperto, perde in pathos e acquista in eleganza. Tutti i personaggi indossano ricche vesti decorate, anche lo stesso Ettore, normalmente nudo, sembra portare un gonnellino ricamato, proprio come quello dellefebo. Sembra di stare davanti ad un incontro tra nobili, piuttosto che ad un momento di forte impatto emozionale. Conservata a Edimburgo, National Museums of Scotland, numero inv. 1956.436, databile intorno al 510-500 a.C.: CVA, Great Britain 16, Edinburgh, National Museums of Scotland, tav. 14, nn. 1-4, 16; LIMC, 1, s.v. Achilleus, tav. 122, n. 644; Beazley, Paralipomena, 217.19; Boardman. Athenian Black, cit., figg. 241.1-2; Carpenter, Beazley, cit., 120. 43 Il. XXIV 238 e ss. Quello del riscatto di un uomo o una donna, sia vivi che morti, attraverso dei , un tema ricorrente. La stessa Iliade inizia con lepisodio di Crise, giunto a Troia con grandi doni per riportare in patria la figlia Criseide in mano ad Agamennone (Il. I 7 e ss.). Sullargomento si veda P. Ducrey, Guerre et guerriers dans la Grce antique, Paris 1985, 233-235 e E. Schedi-Tissinier, Les usages du don chez Homre, vocabulaire et pratiques, Nancy 1994, 206-209. 44 Shapiro, Myth into Art, cit., 41.

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rosse.45 Il giovinetto sostituisce quello che nellIliade era il vecchio Ideo, il collegamento tra i due sta nella fragilit del loro corpo, poich nessun guerriero poteva accompagnare Priamo alla tenda.46 Concludendo proprio con lanfora di Toledo, si riscontra una forte novit iconografica, non priva di conseguenze. La figura di Achille infatti dimprovviso ringiovanita, la barba scompare e i capelli si raccolgono in trecce,47 la figura resa con maggiore potenza, nel pieno della sua bellezza giovanile. questa la classica figura delleroe omerico, giovane e bello, che si diffonde di l in poi in tutta larte greca e che avr il suo culmine nelle statue policletee.48 Per la nostra epoca siamo in presenza di una fase ancora di passaggio in cui questa nuova figura coesiste con quella matura propria dellepoca pi arcaica. Passiamo adesso alle figure rosse: in totale abbiamo nove vasi, tre kylikes, uno skyphos, una hydria, un frammento di stamnos, un cratere a calice, uno a campana e uno a colonnette.49 Gi dalle forme ci accorgiamo del cambiamento, spariscono sia le anfore che le lekythoi, i vasi adesso presenti sono tutti legati al mondo del simposio, per la maggior parte vasi potori.50 Il tema viene quindi recepito soprattutto come particolare scena simposiale, ed in questo troviamo una conferma nello schema iconografico che sicuramente del tutto simile alla produzione di ceramica con temi conviviali. Sembra quindi meno importante il legame col mondo funebre, anche se la scelta di un pi stretto rapporto col simposio ha tuttavia aumentato il contrasto e quindi messo in rilievo la figura di Ettore stesso. Il primo vaso in ordine cronologico una kylix di Oltos che possiamo collocare intorno al 520 a.C., pochi anni dopo lanfora di Toledo (n. 12).51 Achille, pur
45 Si cfr. ad esempio per le figure nere: CVA, Russia 1, Moskow, Pushkin State Museum of Fine Arts, tav. 28, n. 1, 27; per le figure rosse: CVA, Italia 13, Firenze Museo Archeologico Nazionale, tav. 39, n. 1, 40. 46 Il. XXIV 171-187. 47 Le trecce portate lunghe sono un segno di giovane et, lhebe si riconosce proprio attraverso i capelli e la barba ancora corta o assente (J.P. Vernant, Lindividuo, la morte, lamore, Milano 2000, 60). NellAtene classica, in particolare, i capelli venivano tagliati per simboleggiare il passaggio dallefebia allet adulta (si veda: P. Vidal-Naquet, Il cacciatore nero, forme di pensiero e forme di articolazione sociale nel mondo greco antico, Milano 2006, 128). Seguendo lIliade, daltronde, Achille avrebbe dovuto avere i capelli corti, pochi giorni prima dellincontro con Priamo taglia, infatti, la propria bionda chioma per dedicarla a Patroclo durante gli onori funebri dellamico (Il. XXIII 141). 48 Si cfr. Dentzer, Le motif du banquet, cit., 117; Torelli, Le immagini, cit., 103. Non soltanto Achille subisce questa evoluzione iconografica: anche Dioniso da maturo e barbuto verr rappresentato, sia pur nella seconda met del V secolo a.C., come un giovane imberbe (C. Vatin, Ariane et Dionysos. Un mythe de lamour conjugal, Paris 2004, in particolare 36-37). Sarebbe interessante capire quanto anche la produzione letteraria e teatrale abbia influenzato liconografia dei nostri ceramografi; si pensa ad esempio che lAchille velato e triste possa essere derivato dalla figura presente nelle tragedie di Eschilo o comunque da poemi anteriori a cui il tragediografo si riallacciato (si veda, ancora L. Sechean. tudes sur la tragdie grecque, dans ses rapports avec la cramique, Paris 1967 (prima edizione 1926), 38-57). 49 Un altro vaso, un frammento di kantharos conservato al Paul Getty Museum (numero inv. 87.ae.82, attribuito al Pittore di Brygos), potrebbe riportare la nostra scena. Non mi stata possibile la visione e larchivio Beazley on-line (vaso numero 28899), dal quale ricevo la notizia dellesistenza, d il soggetto come non certo. 50 Soprattutto le kylikes e lo skyphos sono vasi tipicamente da simposio, sono quelli che maggiormente troviamo in mano ai simposiasti durante un convito. Come il cratere, cos lo stamnos doveva servire per miscelare il vino con lacqua, che veniva trasportata attraverso le hydriae. 51 Conservata a Monaco, Antikensammlugen, numero inv. 2618, da Vulci. Tondo con giovane seduto e incoronato: A. Bruhn, Oltos, and early red-figure vase painting, Copenhagen 1943, fig. 33; J.D. Beazley, Attic Red-Figure Vase-Painters, Oxford 19632, 1622; Beazley, Paralipomena, 327; LIMC, III, s.v.

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conservando il retaggio dellaspetto maturo, indiscutibilmente un ricco cittadino a simposio con la coppa in mano, un personaggio che si troverebbe sicuramente a proprio agio, e non risulterebbe fuori luogo, tra i convitati della kylix di Berlino sempre dello stesso ceramografo.52 Ancora pi semplice la scena del tondo della kylix di Makron (490 a.C. circa) in cui troviamo soltanto il corpo di Ettore ed Achille sulla sua kline (n. 15).53 Al di l della distanza dal racconto, lo spirito poetico rende il tutto essenziale. Un modo diverso ma altrettanto vero di seguire il testo omerico.54 La rappresentazione delle armi, che simpone anche nelle figure rosse, in unepoca in cui ormai erano assenti dalle scene di simposio, si giustifica con il valore che esse assumono allinterno del racconto omerico.55 Attributo di Achille diventa la machaira che allude allo stesso tempo alla fase del banchetto, e quindi al taglio della carne, ma soprattutto allira del Pelide, la cui volubilit rende larnese sempre potenzialmente pericoloso. indicativo che lo spazio solitamente occupato nelle rappresentazioni vascolari dalla custodia dellaulos venga adesso caratterizzato dalla spada appesa poco sopra leroe. Questi attributi, oltre le ovvie correlazioni simboliche che li associano al racconto, possono essere diventati tipicamente achillei se possibile riconoscere proprio Achille nella figura interpretata come Dioniso di una kylix di Madrid.56 Il capolavoro della serie probabilmente lo skyphos di Vienna, attribuito al Pittore di Brygos.57 Il pittore affronta il tema con notevole fantasia iconografica e grande capacit stilistica (n. 16). Sulla kline Achille, giovane, bello e superbo, si volta dalla parte opposta a Priamo, un gesto di superiorit che tende a sminuire limportanza del riscatto
Briseis, tav. 137, n. 31; LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 123, n. 656; Carpenter, Beazley, cit., 165; J.B. Carter - S.P. Morris, The Ages of Homer: A Tribute to Emily Townsend Vermeule, Austin 1995, 453, figg. 28.5-6. 52 Numero inv. 4221, Bruhn, Oltos, cit., fig. 38. 53 Paris, Muse du Louvre, numero inv. g 153, allesterno il sacrificio di Polissena: N. Kunisch, Makron, Mainz 1997, 67, fig. 30, 169, tav. 61, n. 169; Beazley, ARV, 460.14, 481; L. Burn - R. Glynn, Beazley Addenda, Oxford 1982, 120; Carpenter, Beazley, cit., 244. Di poco successiva lhydria del Pittore Kleophrades (n. 13), la cui scena si concentra nelle tre figure principali, allestremit le armi contese sono poggiate vicino la kline: conservata a Cambridge, Arthur M. Sackler Museum, numero inv. 1972.40, databile intorno al 500 a.C. (Beazley, Paralipomena, 324.1bis; Carpenter, Beazley, cit., 157). Soltanto pochi frammenti rimangono di un cratere attributo sempre al Pittore di Kleophrades (n. 14), il quale dimostra cos unaffezione particolare al tema. I pochi resti del vaso sono significativi per il riconoscimento: la testa di Ettore morto con una gamba di kline ed un panneggio femminile, la testa di Achille, una parte di braccio, forse di Priamo. Anche dal poco che ci rimane, si nota unestrema eleganza di disegno attraverso la quale vengono create raffinate figure tipiche della fine arte di Kleophrades (Atene, Museo del Ceramico, numero inv. 1977-a-g, 500-490 a.C. circa: LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 122, n. 654; Beazley, Paralipomena, 340; Beazley, Attic Red-Figure Vase-Painters, Oxford 1942, 186.45). 54 Si veda anche D.C. Kurtz (Ed.), Greek Vases, Lectures by J.D. Beazley, Oxford 1989, parte dedicata a Makron da 84. 55 Dentzer, Le motif du banquet, cit., 109; O. Touchefeu-Meynier, Lhumiliation dHector, Mtis V (1990), 162. 56 Madrid, Museo Arqueologico Nacional, numero inv. 11676, attribuita al Pittore di Londra E2, databile intorno al 490 a.C. (CVA, Spain 2, Madrid Museo Arqueologico Nacional, tav III IC, n. 1.2 a-c; Beazley, ARV, 390.5; LIMC, IV, s.v. Herakles, n.1504, tav. 545; S.R. Wolf, Herakles beim Gelage: eine Motiv. u. Bedeutungsgeschichtl. Unters. d. Bildes i.d. archaisch- fruhklassischen Vasenmalerei, Koln 1993, figg. 72-73). 57 Conservato a Vienna, Kunsthistorisches Museum, numero inv. 3710, intorno al 490 a.C., proveniente da Caere. La bibliografia relativa al nostro skyphos molto vasta, ne riporto qui soltanto un parziale elenco: A. Furtwangler - K. Reichhold, Griechische Vasenmalerei, Munich 1904, tav. 84; CVA, Austria 1, Wien, Kunsthistorisches Museum, tav. 35-37, 2; Sechean, tudes sur la tragdie, cit., 53, fig. 17; Beazley, ARV, 380.17; LIMC, I, s.v. Achilleus, n. 659a, tav. 124; A. Cambitoglou, The Brygos Painter, Sidney 1968, tavv. 11-12; Beazley, Paralipomena, 366-368; Dentzer,, Le motif du banquet, cit., tav. 21, fig. 113; Ducrey, Guerre et guerriers, cit., 234, fig. 155; Carpenter, Beazley, cit., 227.

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e ad esaltare il carattere permaloso delleroe. un contrasto che, come giustamente osserva Fehr, non presente nellIliade, in cui Omero anzi descrive nellincontro un riavvicinamento tra i due personaggi, nato dalla comune condizione di dolore.58 Come nel vaso di Oltos, anche qui non vi differenza tra la sua figura e quella coeva dei giovani a simposio, il giovinetto coppiere alla sua destra, fornito di mestolo, lo stesso efebo che tiene la testa a dei simposiasti intenti a vomitare nei tondi di altre due kylikes del pittore.59 La centralit del personaggio per abbandonata, lo ritroviamo infatti decentrato verso destra, il posto principale occupato da Priamo, elegantissimo con le sue vesti ricamate ed i suoi calzari orientali, identico a quello sullaltare della kylix del Louvre, ma questa volta sconvolto dalla paura per la morte imminente.60 Non vi nulla di gerarchico in questo mutamento iconografico, lo spazio acquistato sulla sinistra serve infatti ad introdurre un nuovo elemento, la processione dei giovani recanti i doni utili a placare lira del Pelide e far restituire il corpo di Ettore.61 Dimentico del racconto omerico, il Pittore di Brygos fa seguire il re troiano da quattro personaggi portatori di vasi, ceste e phialai in dono allacheo. Siamo davvero in presenza di unambasceria di tipo orientale, quella che vediamo rappresentata soprattutto nei rilievi assiri, in cui al re banchettante vengono portati una serie infinita di doni.62 stato anche ipotizzato che questa scelta iconografica potesse essere dettata dalle origini del Pittore di Brygos stesso, il cui nome suggerisce di riconoscere ascendenze tracie o orientali.63 Questa particolare iconografia non lascia posto a Hermes che non effettivamente presente nella scena.64
Fehr, Kuroi e korai, cit., 814-818. Una kylix a Copenhagen, National Museum, numero inv. 3880, con scene di komos allesterno, laltra kylix allAntiquarium di Berlino, proveniente da Capua, numero inv. F 2309, anche qui komos allesterno. Il tema del simposio sembra essere molto caro al Pittore di Brygos che lo utilizza per decorare soprattutto le kylikes ma anche diversi vasi plastici. 60 Paris, Muse du Louvre, numero inv. G 152, da Vulci: Beazley, ARV, 245, 1. 61 Questa stessa processione potrebbe gi apparire nella kylix di Oltos, ma non mi sembra cos chiara la relazione del lato B, con cavalieri e una donna portatrice di una cassa, con la scena principale. 62 Soprattutto il sarcofago di Ninive offre spunti interessanti. Achille sembra proprio ispirarsi alla figura del re Assurbanibal. La somiglianza non si limita alla scelta iconografica di un uomo recumbente a cui vengono portati in processione i doni, ma anche alla presenza delle spoglie del nemico. Cos nel rilievo di Ninive vi la testa di Te Umman appesa ad un albero e la scena si trasforma prendendo le sembianze di un banquet de victoire: Dentzer, Le motif du banquet, cit., 152. 63 Cambitoglou, The Brygos, cit., 28. La firma Brygos appare su un buon numero di vasi; in realt ritroviamo sempre la formula Brygos epoiesen, mai egrapsen; questultima avrebbe offerto la certezza della creazione della pittura e non solo della struttura del vaso. Potrebbe quindi trattarsi del vasaio pi che del ceramografo. Questo fatto genera, a volte, una certa confusione, poich lo stesso pittore citato come Brygos o, forse con maggiore accuratezza, Pittore di Brygos (si veda sempre Cambitoglou, The Brygos, cit., 7). 64 Certi elementi presenti nello skyphos di Vienna vengono nello stesso tempo assimilati e maggiormente elaborati nella coppa di New York intorno al 480 a.C. (nr. 17). La cerchia del ceramografo quella del Pittore di Brygos e da questultimo deriva il tema della processione di doni, che in questo caso si allarga a giro fino a comprendere tutto il tondo della kylix. Una lunga serie di ragazzi e ragazze portano doni di ogni tipo, hydriae, phialai, persino unarmatura (per cui si veda C. Isler-Kernyi, Achille e Atene, Iconografia (2006), 132 la quale mette in discussione lautenticit del vaso). Conservata a New York, Shelby White and Lion Lavy Collactions, numero inv. 204333: LIMC, I, s.v. Achilleus, n. 661, tavv. 124125; Beazley, ARV, 399, 1650; Carpenter, Beazley, cit., 230; Shapiro, Myth into Art, cit., 43-44, fig. 25-27; Carter, The Ages of Homer, cit., 454-455, figg. 28.7-9. La manifesta senilit del re ovviamente evidenziata per accentuare il contrasto col giovane eroe. Questo stesso espediente viene utilizzato nei vasi con luccisione del re da parte di Neottolemo, in cui tra i due personaggi vi questa distanza generazionale che tende a marcare lempiet del gesto. Il. XXIV 599 e ss. Shapiro nota lassenza di alcuni elementi che caratterizzavano la figura di Priamo nella raffigurazione esterna (Poet and Painter: Iliad 24 and the Greek Art
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Concludiamo con il cratere (n. 19), che comporta sicuramente qualche problema interpretativo.65 Nei suoi punti generali il tema trattato con la solita iconografia. Achille per ha ora in mano una spada ed uno stempiato Priamo gli si fa incontro toccandogli il mento, un gesto parlante e pietoso. Difficilmente riconoscibile daltronde il personaggio sullestrema sinistra. Si tratta di una donna dalla testa bassa, remissiva, tenuta per mano dal dio Hermes che sembra voglia offrirla alleroe acheo. Difficilmente possiamo identificarla con Briseide, restituita prima della morte di Ettore, mentre non si pu escludere lipotesi di una schiava che, come il tripode portato dal ragazzino, simboleggia, in un unico bene, il ricco riscatto portato.66 Non si spiega per perch sia Hemes stesso a tenerla per un braccio, un atto che sembra elevare la donna ad un ruolo pi importante. Da una tradizione che fa capo a Dictis Cretensis sappiamo per che Priamo offre Polissena e Andromaca come riscatto per far restituire il corpo del figlio.67 Achille inoltre dovrebbe essersi innamorato proprio della giovane, vista alla fontana durante lagguato a Troilo, un fatto che probabilmente sta alla base dei racconti delle Cypriae.68 Lipotesi della Tuna-Norling,69 anche se affascinante, difficilmente confermabile. La mancanza di caratterizzazioni utili al riconoscimento del personaggio rende ostica lidentificazione con Polissena. La tradizione che la vuole ostaggio per il fratello altres abbastanza tarda e la prima attestazione della sua presenza probabilmente quella di Filostrato.70 Soltanto lipotesi di una versione pi antica del mito con Polissena parte attiva e decisiva della trattativa potrebbe offrire un appiglio al riconoscimento della giovinetta nellimmagine femminile. Potrebbe essere sempre la figlia di Priamo il personaggio secondario dellanfora del Pittore di Rycroft (nr. 8). Questa supposizione si concentra sulla hydria che la kore tiene, un attributo che tipicamente di Polissena e che richiama lepisodio dellagguato a Troilo. Episodio che, come stato giustamente sottolineato,71 ha un fondamentale riscontro col mondo del sacrificio. Cos il corpo di Ettore allude anchesso in un certo modo al sacrificio umano, immolato com allira di Achille, compensazione della perdita dellamico Patroclo.
of Narrative, NAC XXIII (1994), 23-49 in particolare 28-29 per liconografia della kylix del Pittore di Fourtheen Brygos). Ad esempio, sparisce il bastone da viaggio, non vi pi carne sulla trapeza e inoltre i due personaggi sembrano ora osservarsi reciprocamente, quando prima lo sguardo di Priamo pareva evitare quello dAchille. Si mette in evidenza altres la particolarit di avere due momenti distinti di un solo racconto in una stessa opera; un modo di rappresentare che sembra usuale pi per unopera tardoellenistica che per una del 480 a.C. I confronti per, come notato da Shapiro, esistono. Ne aggiungerei uno, la coppa di Douris a Karlsruhe (Badisches Landesmuseum numero inv. 70/395) in cui le tre scene sembrano collegate cronologicamente da tre fasi successive. 65 Tekirdag, Muzesi, numero inv. 1855, intorno al 480 a.C., lato B frammentario con combattimenti di guerrieri. Attribuito alla prima fase del Pittore di Syleus: Y. Tuna-Norling, Hectors Ransom on a Krater from Tekirdag, in R.F. Docter - E.M. Moormann (Eds.), Classical Archaeology towards the third Millenium: Reflections and Perspectives, Proceedings of the XVth International Congress of Classical Archaeology (Amsterdam, July 12-17 1998), Amsterdam 1999, 418-420. 66 LIliade non menziona schiave tra i doni che Priamo porta ad Achille su carri trainati da muli. Non certo impossibile per uninvenzione del committente o del ceramografo stesso o lispirazione da qualche poema non tramandatoci. 67 Tuna-Norling, Hectors Ransom, cit., 419. 68 M. Robertson, Troilo and Polixene: Notes on a Changing Legend, in J. Descoeudres (Ed.), Eumousia, Ceramic and Iconographic Studies in Honour of Alexander Cambitoglou, Sidney 1990, 64. 69 Tuna-Norling, Hectors Ransom, cit. 70 Her. XIX 11 (da Serv. Aen. III 321) si veda: Roussel, Biographie, cit., 365. 71 Si veda L. Cerchiai, La machaira di Achille: alcune osservazioni a proposito della Tomba dei tori, AION(archeol) II (1980), 25 e ss.

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3. Unanalisi sulla ricezione: tra ceamografi e fruitori


La realizzazione di un corpus, per quanto pi possibile completo, porta sempre a risultati interessanti dettati da una visione di insieme che lo studio del singolo vaso non potrebbe svelarci. Nel nostro caso troviamo un grosso limite nella mancanza di importanti dati che avrebbero potuto suggerirci spunti utili alla comprensione della ricezione del motivo. Mi riferisco propriamente ai contesti di rinvenimento che risultano pressoch ignoti. Unanalisi dei pochi elementi a disposizione sembra essere per abbastanza indicativa di una tendenza che dovremmo considerare pi ampia. Solo di nove fra i venti vasi totali conosciamo la provenienza, due da Caere, due da Vulci, uno da Vetulonia, due da Atene, uno da Naukratis e uno da Tekirdag (odierna Turchia). Malgrado la parzialit del dato, non stupisce che sia lEtruria ad essere maggiormente presente. Non soltanto il forte influsso di ceramica attica negli scambi mercantili pu spiegare questa concentrazione, anche il soggetto raffigurato ha svolto la sua parte nella scelta di una particolare tipologia. LEtruria stata sempre permeabile alla ricezione della cultura ellenica e i temi omerici hanno avuto uno sviluppo precoce come forma di rappresentazione delle lites sociali. Non a caso le prime attestazioni dellIliade e dellOdissea sono inquadrabili in area etrusca, e mi riferisco ad esempio al famosissimo cratere di Aristonotos trovato a Caere databile alla met del VII secolo a.C. Ancora pi antico potrebbe essere il cratere biconico della necropoli di Monte Abatone, sempre a Caere, in cui nei personaggi raffigurati si voluto riconoscere Menelao ed Elena.72 Non ci stupisce trovare quindi la prima attestazione del nostro racconto proprio a Caere, in cui evidentemente cos importante era la tradizione omerica. Proprio intorno agli anni in cui collochiamo la produzione della nostra anfora tirrenica, in Etruria nasce questo nuovo utilizzo del mito che si lega maggiormente alla classe dirigente, vera detentrice, attraverso limmedesimazione, della tradizione mitica.73 Lo stesso Pittore Castellani caratterizza un cratere trovato a Vetralla con unaltra scena in cui protagonista Achille: lagguato a Troilo.74 proprio questo mito ad avere larghissima diffusione in area tirrenica e ad essere rappresentato in una multiforme variet di espressioni artistiche. Lattestazione in vasi ancora del VII secolo a.C. ci conferma una precoce ricezione dellagguato,75 rappresentazione che contiene una grande variet di tematiche che si connettono anche al sacrifico del giovane Troilo intorno a cui ruota il destino dellintera sua stirpe.76 Un altro sacrifico, quello di Polissena, stato riconosciuto nel cratere dei Gobbi, sempre da Caere, nel quale ritroviamo una donna portata a spalla da un uomo verso una specie di altare a gradini, ma anche una rappresentazione parallela con un corteo di animali verso lo stesso tipo di ara su cui sta seduto un uomo. Se la presenza di altri temi che possiamo legare alla figura di Achille (Chirone?) ci autorizza a cercare
M. Martelli, Prima di Aristonothos, Prospettiva XXXVIII (1984), 10 e ss. M. Menichetti, Archeologia del potere. Re, immagini e miti a Roma e in Etruria in et arcaica, Milano 1994, 46-47. 74 J.G. Szilagyi, Ceramica etrusco-corinzia figurata, 1, 630-580 a.C., Firenze 1992, 85. 75 Si cfr. ad esempio Menichetti, Archeologia del potere, cit., 68-69 con due esempi ancora di epoca orientalizzante: unoinochoe conservata a Parigi ed unanfora di bucchero sottile dalla tomba Calabresi di Tarquinia. 76 Lesempio pi rappresentativo forse quello della Tomba dei tori con un programma figurativo carico di elementi simbolici (si veda a riguardo F.H. Massa-Pairault, Iconologia e politica nellItalia antica. Roma, Lazio, Etruria dal VII al I secolo a.C., Milano 1992, 80 e ss.).
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proprio nel mito del personaggio la spiegazione del fregio figurato, non inverosimile risulta il riconoscimento con Polissena sacrificata sulla tomba del Pelide.77 Per altro, questa teoria di animali verso luomo assiso, che quasi sicuramente un sacrificio, sembra avere spunti comuni con la scena del riscatto, in cui, come detto, Achille seduto il ricettore della processione dei doni. Malgrado questa attestata predilezione per leroe Achille in particolare e per la guerra troiana in generale, non si conosce nessuna riproduzione del mito del riscatto nellarte etrusca.78 Ma quale senso dobbiamo dare al tema del riscatto del corpo di Ettore, o meglio, quale significato in esso trovava il compratore, etrusco o greco che sia, e ancora, quale messaggio poteva veicolare questa rappresentazione? Dovremmo certo riconoscere come fondamentali due linee semantiche differenti, una fa capo ad Achille, laltra al simposio. Se guardiamo il vaso dal punto di vista di un nobile etrusco, in un modo generale che sia valido sia per lepoca ancora pienamente arcaica che per la prima classica, non si pu non pensare ad unidentificazione col personaggio Achille. Conosciamo la complessit del Pelide, il cui cangiante carattere si prestava a differenti tipologie di comportamento; nel nostro caso per, ci che veniva maggiormente alla luce, era la pietas delleroe evidenziata dal commosso legame col padre e dalla clemenza per i vinti. Proprio lo status di vincitore, evidenziato dal corpo senza vita del nemico ucciso, allettava sicuramente il proprietario del vaso che avrebbe esposto loggetto in un convito ai pares o deposto nella propria tomba come eterno sema. una tendenza generale, come sottolinea la Massa-Pairault, quella dellesaltazione di un singolo eroe, portatore di un messaggio generale di eroismo e di uno particolare, che si riallaccia alla genealogia stessa del nobile.79 La diffusione della scena si giustifica anche e soprattutto grazie alliconografia di Achille che innegabilmente quella del simposiasta, quando per la rappresentazione del simposio stesso prevede un numero maggiore di partecipanti. Il caso di un uomo solo recumbente ci riporta invece verso una sfera eroica propria spesso di Dioniso o del defunto eroicizzato.80 Siamo in un periodo (580 a.C.) in cui la diffusione del tema simposiale testimoniata soprattutto dalle lastre fittili di rivestimento dei palazzi italici, tra cui spicca Murlo, in cui il simposio si riallaccia ad una tradizione prettamente ellenica dove lassenza delle donne regola imprescindibile.81 Un clima in cui lautorappresentazione della classe dirigente italica si mostra attraverso il mito e limmagine sociale, in una sintesi che trova nella tradizione greca un ottimo strumento celebrativo. Il vaso del Pittore di Brygos magistrale (n. 16). In esso il tema del simposio trova una prima manifestazione nella forma stessa, lo skyphos, che insieme alla kylix e al cratere il vaso per eccellenza conviviale, per completarsi poi nellelegantissima figura di Achille, vero e proprio dominus della raffigurazione. In questa cos spiccata esaltazione
Menichetti, Archeologia del potere, cit., 71. M. Von Mehren, The Trojan Cycle on Tyrrhenian Amphore, ActaHyp IX (2002), 50. 79 Massa-Pairault, Iconologia e politica, cit., 94-95. Si legga anche, sempre della stessa autrice, La domanda di ceramica attica e lautorappresentazione dei principes. Alcune riflessioni, in F. Giudice - R. Panini (a cura di), Il greco, il barbaro e la ceramica attica, Roma 2007, 45 e ss. 80 Si veda in generale: M. Guarducci, Bryaktes, un contributo allo studio dei banchetti eroici, AJA LXVI (1962), 273-284; B. Neutsch, Der Heros auf der kline, MDAI(R) LXVIII 1961, 150-163; L.R. Farnell, Greek Hero Cults and Ideas of Immortality, Oxford 1970. 81 M. Torelli, Il rango, il rito e limmagine. Alle origini della rappresentazione storica romana , Milano 1997, 95.
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dellideale eroico aristocratico, naturale pendant si trova nel lato B, in cui una sfilza di guerrieri immortalata nel momento del riposo, in una cornice elitaria caratterizzata da figure davvero raffinate. In questo modo si spiega maggiormente la voluta dissonanza con il testo omerico, che, come detto, avrebbe richiesto un Achille seduto. Nel rappresentare leroe recumbente infatti si crea una immediata immedesimazione con la scena raffigurata. Non escludo che in Grecia lo stesso tema possa aver rivestito significati diversi. Tuttavia laspetto conviviale rimane ineludibile e fondamentale, legato com anche in Grecia alla manifestazione di una classe sociale specifica, che per lepoca a cui i vasi ivi rinvenuti appartengono (intorno al 500 a.C.), dobbiamo riconoscere nelle ricche famiglie ateniesi a capo della citt post-clistenica. Nellimmaginario dei maestri ateniesi che questi vasi produssero e che come il Pittore di Brygos operarono nel V secolo a.C., la vicenda poteva avere un piano di lettura differente per il quadro politicamente complesso nel periodo del conflitto tra la Grecia e i Persiani. Lambasceria dei Troiani-Persiani, sconfitti nellepisodio e con destino di totale rovina, ha il suo corrispettivo nellAchille vittorioso e nella sua identificazione con il popolo greco. A tale significato rinvia lopera di Vienna, i cui legami iconografici col mondo orientale sono stati gi messi in evidenza precedentemente. In essa Priamo appare davvero come il Re dei Re, in una metamorfosi che sembra essere presente nellopera eschilea e che alla base della costruzione del personaggio teatrale.82 Giustamente il Boardman scrive, descrivendo la famosa hydria Vivenzio, che i ceramisti del tempo trovavano nella guerra iliaca un ottimo supporto per trasferire le proprie esperienze belliche e quindi le proprie tragedie.83 Una dimensione che sebbene tragica nel suo svolgersi, pu facilmente mutarsi nellesaltazione della vittoria, soprattutto allindomani della battaglia di Maratona prima e di Platea dopo. Ma il corpo di Ettore, martoriato dalle vessazioni di Achille, rappresenta soprattutto una macroscopica violazione del maggiore dei diritti di ogni uomo, il diritto alla sepoltura. LIliade un poema di racconti, ma soprattutto un poema di valori, un prontuario sul mantenimento dellonore; sicuramente datato, ma nella sua sostanza ancora valido per la Grecia depoca arcaica. Achille va contro un principio basilare che, pur se lontano, o meglio completamente estraneo agli dei, viene riconosciuto tale anche da essi. Non vi sono leggi nellIliade, non come le intendiamo noi, vi sono valori non scritti ai quali spesso fanno da garanti gli dei stessi.84 Cos viene restituita la figlia a Crise per volont di Apollo che considera empio latto di Agamennone, cos ancora Briseide deve tornare ad Achille, poich non si sottraggono i doni fatti per puro piacere personale. Ma spesso azioni sacrileghe vengono commesse, Priamo viene ucciso, inerme sullaltare, Cassandra subisce violenza, il piccolo Astianatte viene impietosamente scaraventato via, sono gesti che suscitano sgomento.
Si cfr. L. Massei, Problemi figurativi di episodi epici, SCO XVIII (1969), 170; M.C. Miller, Priam, King of Troy, in Carter - Morris (Eds.), The Ages of Homer, cit., 450-451. 83 J. Boardman, The Kleophrades Painter at Troy, AK XIX (1976), 3-18, in particolare 14-15. 84 Si veda sullargomento L. Ceccarelli, Leroe e il suo limite. Responsabilit personale e valutazione etica nellIliade, Bari 2001, il quale mette in dubbio il reale contrasto con una legge morale, essendo uso in tutta lIliade non restituire il corpo ai nemici ed anzi darlo in pasto ai cani (71). Ma il volere dare in pasto alle bestie il corpo del nemico battuto indirettamente ci d lidea di quanto fosse importante il seppellimento del cadavere. Come dire, che la maggior offesa che si pu arrecare proprio la negazione di una sepoltura. Non vi dubbio poi che, in ogni caso, il comportamento delleroe acheo vada oltre ogni limite immaginabile.
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Nel Riscatto di Ettore compaiono valori primordiali che toccano ogni essere vivente e che daltronde risultano ancora pi pregnanti quando ci si confronta con la figura delleroe troiano. Egli rappresenta infatti un eroe, e non una banalit sottolinearlo: ha combattuto per la sua citt, per suo padre e ha difeso suo fratello, ha inoltre sempre sacrificato agli dei (Il. XXIV 69) e deve quindi avere una sepoltura. Non solo, Ettore sa che combattendo contro Achille andr incontro a morte sicura, ma ugualmente accetta il proprio destino nella consapevolezza che una fama duratura sar per sempre legata al suo nome e che in un unico combattimento, anche se ultimo, realizzer lo scopo di ogni grande eroe: la gloria.85 il medesimo ideale che spinge Achille a scegliere una vita breve ma gloriosa e che lo porta a negare questa possibilit al nemico, attraverso la deturpazione del cadavere. Cos Sarpedone, su cui infierivano gli Achei rendendolo quasi irriconoscibile (strappandogli quindi quella parte di gloria dovuta ad un valoroso come lui) viene portato via da Apollo, che lo lava e lo riporta in Licia dove potr avere degna sepoltura ed eterna fama. La scelta di un kals thnatos fondamentale, percorrere questa strada porta senza eccezioni ad una vita breve e intensa. Bisogna morire giovani per mostrarsi nel massimo dello splendore, anche il corpo senza psych merita, infatti, di essere ammirato, non solo per le giuste proporzioni del fisico, ma anche per lesempio che rappresenta per chiunque ne voglia emulare le gesta; quello che succede allo stesso Ettore, il cui corpo viene lodato dai soldati presenti al momento della sua morte (Il. XXII 370). In un certo senso invecchiare diventa unonta, cos come anche la morte naturale, poich nessuna ispirazione pu suscitare la vista del corpo di un vecchio. Quindi bisogna martoriare e sfigurare il nemico se giovane e bello, renderlo irriconoscibile agli occhi di tutti. il massimo della vergogna per chi aveva appena realizzato il desiderio tanto bramato di morire sul campo, combattendo poi, nel nostro caso, contro il pi forte degli uomini. Unideologia quella della bella morte che sopravvive per molti secoli, come percepiamo da numerosi versi attribuiti a Simonide, che riecheggiano ancora vivide immagini di giovani caduti in battaglia per la gloria dei posteri.86 Secondo Pausania poi, successivamente alla battaglia di Platea, gli Spartani e gli Ateniesi non si accontentarono di una sepoltura comune ma vollero tombe individuali che mantenessero il ricordo delle gesta di singoli individui. Spesso gli epitaffi erano stati creati proprio con lutilizzo di versi di Simonide.87 Un eroe senza sepoltura un eroe che non verr ricordato, non gli sar tributato un klos phthion, la gloria scemer velocemente col tempo.88 Priamo in tale situazione di certo la figura vincente di questa storia. Il vecchio re disposto a tutto pur di poter dare onore al figlio, porta ad Achille una serie infinita di doni, non curandosi della perdita materiale. Rischia anche la propria vita e, pur se assicurato dagli dei sulla sua incolumit, non va certamente con animo tranquillo nellaccampamento degli Achei. lui quindi lesempio da seguire, non Achille, cos accecato dal dolore da dimenticarsi letica che ogni buon eroe deve saper rispettare.89 Volutamente si parlato di esempio,
Vernant, Lindividuo, cit., 36. Unepigramma sul tema ad esempio lVIII (per cui si veda L. Bravi, Gli epigrammi di Simonide e le vie della tradizione, Roma 2006, 4). 87 Si veda sempre lepitaffio ciatato supra, n. 86, e le pagine dedicate da Bravi al commento (Gli epigrammi, cit., 54-57). 88 Si cfr. J.P. Vernant, La morte eroica nellantica Grecia, Genova 2007, 21. 89 Il gesto, seppur in s generoso, non penso possa essere esattamente riportato allaltruismo di Achille, il quale probabilmente senza un intervento divino non avrebbe mai consentito la restituzione del
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poich sicuramente limmagine doveva assolvere una funzione paideutica, indirizzata soprattutto ai giovani che proprio durante il simposio ricevevano la prima formazione nel passaggio allet adulta.90 Lopera del Pittore di Brygos particolarmente significativa (nr. 16). La forma scelta lo skyphos, ed stato sottolineato lo stretto legame tra lutilizzo di questa forma e gli efebi.91 Questi ultimi bevevano proprio da questo vaso potorio e attraverso la lettura delle immagini imparavano il modo giusto di agire secondo le norme sociali. Ad un certo punto questi messaggi devono aver perso consistenza, se la produzione di vasi cessa intorno al 470 a.C. Nuovi valori cominciano a farsi strada, in sostanza un nuovo modo di concepire leroismo. Non pi encomiabile esaltare le gesta di un uomo, il sapersi distinguere con atti estremi nella ricerca di una bella morte che possa perpetuare il ricordo attraverso il sepolcro. Non pi luomo il punto focale di questa nuova Atene, ma la polis. Che valore educativo poteva adesso avere un tema come il riscatto del corpo di Ettore? Probabilmente nessuno, o poco pi. Non si muore pi per se stessi ma per la patria, si richiede adesso spirito di sacrificio ed obbedienza, nella ricerca di una perfetta amalgamazione con la citt.92 Manifesto di questo nuovo modo di pensare di certo il Logos epitaphios per i caduti del primo anno della Guerra del Peloponneso. Pericle col suo discorso si fa specchio della nuova Atene: una tomba comune accoglier le spoglie combuste di guerrieri appartenenti ad una stessa phyle, non ha importanza il singolo se non nellappartenenza ad una collettivit che ha dimostrato di difendere con la morte.93 Alla svolta politica corrispose una rivoluzione ideologica che rovesci il rapporto tra lindividuo e la guerra, in una prospettiva che identificava limpegno personale con il bene collettivo. Letica aristocratica, che indirizzava verso valori di un eroismo vissuto allombra del basileus, cede il passo a unorganizzazione di tipo democratico. In Grecia dal V secolo a.C. si diffonde luso di segnare i luoghi delle battaglie, in cui i combattenti caddero, attraverso tombe comuni poste a perenne ricordo, venendo annullata la visibilit delle imprese dei singoli. Questusanza scema sintomaticamente con il finire della democrazia e il nascere dei regni ellenistici.94 Questa rivoluzione ideale ha un ben sostanziale riscontro nella nuova organizzazione dellesercito e nella nascita delloplitismo. Con la falange oplitica ogni soldato ricopre una posizione ben precisa che tenuto a mantenere per rafforzare la coesione del gruppo e non lasciare spazi aperti. Il valore del singolo sta nel rimanere il pi possibile allinterno di questo sistema e confondersi e amalgamarsi con gli altri opliti. Gran danno alle sorti della battaglia sarebbe la smania di protagonismo di qualcuno. Si muore per la polis dunque, questo il miglior modo di cessare lesistenza, questa lunica vera fonte di gloria.

corpo (si veda, con idea per opposta: G. Zanker, Beyond Reciprocity: The Akhilleus-Priam Scene in Iliad 24, in C. Gill - N. Postlethwaite - R. Seaford (Eds.), Reciprocity in Ancient Greece, Oxfrod 1998, 73-92. 90 Su questultimo aspetto molto varia la letteratura, si consulti: J.N. Bremmer, Adolescents, Symposion, and Pederasty, in O. Murray (Ed.), Sympotica, a Symposium on the Symposion, Oxford 1990, 135-148. 91 S. Batino, Skyphos attico, dalliconografia alla funzione, Quaderni di Ostraka IV (2002), 235 e ss. 92 O. Longo (a cura di), Tucidide, Epitafio di Pericle per i caduti del primo anno di guerra, Venezia 2000. 93 Per lepitaffio si consulti sempre Longo, Tucidide, cit. 94 Cos Euripide nelle Troiane: Andate, chiudete nella terra questo fanciullo. Bastano ormai gli ornamenti dovuti ai morti. Poco importa a loro di esequie solenni: onori vani che appartengono ai vivi (1248-1250, trad. it. E. Cetrangolo). Nessuna importanza hanno quindi gli onori funebri, che sono un mero palliativo per i vivi.

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Lultima attestazione del riscatto del corpo di Ettore nella ceramografia attica la ritroviamo in un vaso attribuito a Polygnotos, un frammento di cratere a calice del 440 a.C (nr. 20).95 Come il primo vaso il cerchio si chiude in Etruria, provenendo anche questo da Vulci. Linsieme di pi temi troiani rende per meno evidente il messaggio del singolo episodio, ingabbiato da una molteplicit di racconti. Sembra certo che il ceramografo si sia ispirato alla trilogia di Eschilo su Achille, testimoniataci anche dal modo di trattare il tema del riscatto, in cui spicca il carro con muli atto a portare i doni, finora mai presente.96 Perde peso dunque la tradizione omerica, si diffonde invece la nuova iconografia che prende forza dalla celebrit della trilogia di Eschilo. Proprio intorno al 440 a.C., quasi un passaggio di testimone, nasce la raffigurazione incentrata sul peso del corpo e con punto focale quindi nella bilancia.97 Un mutamento che va a colpire, non solo la rappresentazione, ma soprattutto il messaggio trasmesso, perdendosi valori come la pietas, il perdono e la riconciliazione che costituivano la base del racconto omerico. Questa rivoluzione iconografica, bene sottolinearlo, non soppianter la vecchia ma coesister per vari secoli, sino alle ultime attestazione figurative del mito che si collocano intorno al IV secolo d.C.98
Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo gigivisconti@libero.it on line dal 23.05.2010

Girolamo Visconti

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1. Anfora tirrenica (fig. 1) Paris, Muse du Louvre, inv. E843 da Caere, 570-560 a.C Pittore Castellani , lato B: corteo di uomini. Bibl.: CVA, France 1, Paris, Muse du Louvre, tav. III Hd 4.1-9, 4; J.D. Beazley, ABV, 95, 7; T.H. Carpenter - T. Mannack - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 25; A. Sakowski, Darstellungen von Dreifusskesseln in der griechischen Kunst bis zum Beginn der klassischen Zeit, Frankfurt 1997, 409-410, figg. 53-54.

Vienna, Universitt und Professor Franz V. Matsch, numero inv. 505, CVA, Germany 5, Wien Universitt und Professor Franz V. Matsch, tav. 24; Beazley, ARV, 1030, 33; LIMC, I, s.v. Achilleus, n. 660; 96 Gli altri temi presenti sono: la morte di Patroclo e il lutto di Achille, la consegna delle armi da parte di Teti: S.B. Matheson, Polygnotos and Vase Painting in Classical Athens, London 1995, 250-252. 97 Per uno dei primi esempi, databile intorno proprio al 440 a.C., si veda J.W. Graham, The Ransom of Hector on a New Melian Relief, AJA LXII (1958), 313-319 con differenze sostanziali nella scelta iconografica: Achille in piedi, Priamo velato, un attendente e la bilancia al centro del rilievo. 98 Si veda anche G. Grassigli, Lultimo Achille. Per una lettura dellAchille tardoantico, in A. Bottini M. Torelli (a cura di), Iliade, Milano 2006, 124-137.
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2. Hydria (fig. 2) Zurich, Offentliche Sammlungen, inv. 4001 Prov. non id., 560 a.C. Pittore di Londra B76 Bibl.: J.D. Beazley, Paralipomena, Oxford 1971, 32.1; H.P. Isler, Unidria del pitttore di Londra b76 con il riscatto di Ettore, NAC XV (1986), 95-129; T.H. Carpenter - T. Mannack - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 23; H.A. Shapiro, Myth into Art, Poet and Painter in Classical Greece, London 1994, 39-40, fig. 23. 3. Anfora Collezione privata Prov. non id., 560 a. C. Pittore di Londra B76, Fregio inferiore: Cavalieri Bibl.: J.M. Padgett, The Centaurs Smile. The Human Animal in Early Greek Art, London 2004, n. 81; M. Pedrina, Tra scupplica e oltraggio, tra beau mort e belle mort. Segni gesti e posture nel riscatto del corpo di Ettore, in Iconografia (2006), 232, Fig. 1. 4. Coppa di Siana Non id. Prov. non id., 560-550 a.C. Bibl.: F.K. Johansen, The Iliad in Early Grrek Art, Copenhagen 1967, 137. 5. Anfora Fr. (fig. 3) Oxford, Ashmolean Museum, inv. G131.30 Da Naukratis, 550-540 a.C. Bibl.: CVA, Great Britain 9, Oxford, Ashmolean Museum, II, tav. III H 2.18. 6. Cratere a colonnette Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 98903 Prov. non id., 560-550 a.C. Nearchos Bibl.: G. Capecchi (a cura di), In memoria di Enrico Paribeni, I, Roma 1998, 135, fig. II, tavv. 30-33. 7. Anfora (fig. 4) Kassel, Staatliche Museen, inv. T674 Prov. non id., 550-540 a.C. Gruppo E, lato B: Eracle e il Leone Nemeo Bibl.: CVA, Germany 35, Kassel, Antikenabteilung der Staatlichen Kunstsammlungen, 1, tav. 21, 43; J.D. Beazley, Paralipomena, Oxford 1971, 56.31 bis; LIMC, s.v. Achilleus, n. 645; T.H. Carpenter - T. Mannack - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 36. 8. Anfora (fig, 5) Toledo, Museum of Art, inv. 72.54 Prov. non id., 520 a.C. Pittore di Rycroft, lato B: Carro con guerrieri Bibl.: CVA, USA 17, Toledo, Museum of Art, tav. 4, 2; LIMC, s.v. Achilleus, tav 122; AA.VV. Greek Vases in the J.Paul Getty Museum, II, Oxford 1985, fig. 15; H. A. Shapiro, Myth into Art, Poet and Painter in Classical Greece, London 1994, 40, fig. 24. 9. Lekythos (fig. 6) Edimburgh, National museum of Scotland, inv. 1956.436 Prov. non id., 510-500 a.C.

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Bibl.: CVA, Great Britain 16, Edinburgh, National Museums of Scotland, tav. 14, nn. 1-4, 16; J. D. Beazley, Paralipomenia, Oxford 1971, 217.19; J. Boardman, ABV, figg. 241.1-2; LIMC, 1, s.v. Achilleus, tav. 122, n. 644; T. H. Carpenter - T. Mannack, - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 120. 10. Lekythos Athens, National Museum, inv. cc889 Prov. Koropi (Attica), 500 a. C. Bibl.: CVA, Greece 1, Athens National Museum, tav IIIH 7.4-5; LIMC, 4, s.v. Hecabe, tav. 282, n. 32. 11. Lekythos Non id. (mercato darte, Roma?) Prov. non id. 500-490 a.C. Pittore di Sappho Bibl.: LIMC, s.v. Hector, n. 89; C. Haspels, Attic Black-figured Lekythoi, Paris 1936, n. 227.40. 12. Kylix (fig. 7) Mnchen, Antikensammlungen, inv. 2618 Da Vulci, 520 a.C. Oltos, int. Efebo incoronato Bibl.: A. Bruhn, Oltos, and Early red-Figure Vase Painting, Copenhagen 1943, fig. 33; J. D. Beazley, ARV, 1622; J. D. Beazley, Paralipomena, Oxford 1971, 327; LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 123, n. 656; LIMC, III, s.v. Briseis, tav. 137, n. 31; T. H. Carpenter - T. Mannack, - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 165; J. B. Carter - S. P. Morris, The Ages of Homer: A Tribute to Emily Townsend Vermeule, Austin 1995, 453, figg. 28.5-6. 13. Hydria (fig. 8) Cambridge, Harvard Univ., Arthur M. Sackler Museum, inv. 1972.40 Prov. non id. 510-500 a.C. Pittore di Kleophrades Bibl.: J. D. Beazley, Paralipomena, Oxford 1971, 324.13bis; LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 123, n. 655; T. H. Carpenter - T. Mannack, - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 15 14. Cratere a calice fr. Athens, Kerameikos Museum, inv. 1977-ag Da Atene, 500 a.C. Pittore di Kleophrades Bibl.: J. D. Beazley, ARV, 186.45; J. D. Beazley, Paralipomena, Oxford 1971, 340; LIMC, I, s.v. Achilleus, tav.122, n. 654. 15. Kylix (fig. 9) Paris, Muse du Louvre, inv. G153 Prov. non id., 490-480 a.C. Makron, Esterno: Sacrificio di Polissena Bibl: J. D. Beazley, ARV, 460.14, 481; LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 124, n. 658; L.Burn R. Glynn, Beazley Addenda, Oxford 1982, 120; T. H. Carpenter - T. Mannack, - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 244; N. Kunisch, Makron, Mainz, 1997, 67, fig. 30, tav. 61. 16. Skyphos (fig. 10) Wien, Kunsthistorisches Museum, inv. 3710

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Da Caere, 490-480 a.C. Pittore di Brygos Bibl.: A. Furtwangler K. Reichhold, Griechische Vasenmalerei, Munich 1904, tav. 84; CVA, Austria 1, Wien, Kunsthistorisches Museum, tav. 35-37, 2; J. D. Beazley, ARV, 380.17; L. Sechean. Etudes sur la tragdie grecque, dans ses rapports avec la cramique, Paris 1967, 53, fig. 17; A. Cambitoglou, The Brygos Painter, Sidney 1968, tavv. 11-12; J. D. Beazley, Paralipomena, Oxford 1971, 366-368; LIMC, 1, s.v. Achilleus, n. 659a, tav. 124; J. M. Dentzer, Le motif du banquet couch dans le Proche-Orient et le monde grec du VII au IV sicle avant J. C., Roma 1982, tav. 21, fig. 113; P. Ducrey, Guerre et Guerriers dans la Grece Antique, Paris 1985. 234, fig. 155. 17. Kylix New York, Shelby White e Leon Lavy Collection, inv. 204333 Prov. non id., 480 a.C. Pittore di Fourteenth Brygos Bibl.: J. D. Beazley, ARV, 399, 1650; LIMC, I, s.v. Achilleus, n. 661, tavv. 124-125; T. H. Carpenter - T. Mannack, - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 230; H. A. Shapiro, Myth into Art, Poet and Painter in Classical Greece, London 1994, 43-44, fig. 25-27; J. B. Carter - S. P. Morris , The Ages of Homer: A Tribute to Emily Townsend Vermeule, Austin 1995, 454-455, figg. 28.7-9. 18. Stamnos fr. Paris, Muse du Louvre, inv. cp10822 Prov. non id., 480-470 a.C. Pittore di Pan Bibl.: J. D. Beazley, ARV, 552.22; L. Burn R. Glynn, Beazley Addenda, Oxford 1982, 126; T. H. Carpenter - T. Mannack, - M. Mendonca, Beazley Addenda, Oxford 1989, 257. 19. Cratere a colonnette Tekirdag Muzesi, inv. 1855 Da Tekirdag, 480-470 a.C. Pittore di Syleus Bibl.: Y. Tuna-Norling, Hectors Ransom on a Krater from Tekirdag, in R.F. Docter - E.M. Moormann (eds.), Classical Archaeology towards the third Millenium: Reflections and Perspectives, Proceedings of the XVth International Congress of Classical Archaeology (Amsterdam, July 12-17 1998), Amsterdam 1999, 418-420. 20. Cratere a campana Vienna, Universitat und Professor Franz V. Matsch, inv. 505 Da Vulci, 440-430 a.C. Polygnotos Bibl.: CVA, Germany 5, Wien Universitat und Professor Franz V. Matsch, tav. 24; J. D. Beazley, ARV, 1030, 33; LIMC, I, s.v. Achilleus, n. 660.

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Fig. 1 (da CVA, France 1, Paris Muse du Louvre, tav. III Hd 4.1)

Fig. 2 (da archivio Beazley on-line, numero 350209)

Fig. 3 ( da CVA, Greait Bretain 9, Oxford, Ashmolean Museum, II, tav III H 2.18)

Fig. 4 (da CVA, Germany 35, Kassel, Antikenabteilung der Staatlichen Kunstsammlungen, 1, tav. 21, 43)

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Fig. 5 (da CVA, USA 17, Toledo, Museum of Art, tav. 4)

Fig. 6 (da CVA, Great Britain 16, Edinburgh, National Museums of Scotland, tav. 14, n. 2)

Fig. 7 (da LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 123, n. 656)

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Fig. 8 (da LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 123, n. 655)

Fig. 9 (da LIMC, I, s.v. Achilleus, tav. 124, n. 658)

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Fig. 10 (da CVA, Austria 1, Wien, Kunsthistorisches Museum, tav. 35)

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GIOVANNA BRUNO SUNSERI

La simbologia del potere nella comunicazione diplomatica: i doni di Cambise al re degli Etiopi macrobioi

Limportanza delluditorio un tema particolarmente sentito dalla retorica antica. Come scriveva Aristotele per convincere bisogna far leva sui preconcetti dellauditorio.1 Per lo Stagirita, non solo le conoscenze ma anche le disposizioni psicologiche, tipiche degli ascoltatori, dovevano essere studiate, per far s che loratore riuscisse ad ottenere successo. Il potere magico della parola trova la sua piena realizzazione nella comunicazione umana, in particolare in quella pubblica e politica. NellAtene democratica, infatti, erano innanzitutto i discorsi pronunciati nellAssemblea che condizionavano i voti. Non a caso, Tucidide con la lucidit consueta che contraddistingue le sue analisi, sottolinea a pi riprese i vantaggi che procurava labilit oratoria ai protagonisti della vita politica ateniese negli anni cruciali della guerra del Peloponneso.2 Gorgia, il fondatore della retorica, parla di incanto divino della parola.3 Questultima, infatti, che con corpo piccolissimo e invisibilissimo, divinissime cose compie, agendo sullintelletto e sulle emozioni delluditorio, lo porta a pronunciarsi, a votare. Da Platone in poi, i poeti e i retori, insomma gli artigiani del dire, si portano addosso laccusa di infedeli, di traditori del mondo limpido delle idee e di venditori dincanti. A tutti nota la capacit suasiva di Alcibiade che, a differenza di Pericle che guidava il popolo, si faceva guidare dal popolo interpretando e dando voce agli umori dellagora. Attentissimo alle strategie della comunicazione, utilizzava tutti i mezzi per raggiungere di volta in volta gli obiettivi che si era prefisso. Per la sua abilit oratoria fu mandato come ambasciatore ad Argo nellestate del 418 e poi nellinverno del 418/7 per concludere una symmachia.4

Aristot. rhet. 1395 b 10-11. Thuk. V 61, 2; 76, 3; VIII 54, 68, 90. Su ci si veda lapprofondita indagine di L. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia nella Grecia antica, Roma 2002, 73 ss. Vd. fra gli altri J. Hesk, Deception and Democracy in Classical Athens, Cambridge 2000. 3 Gorg. fr. 82 B 11, 9 ss. Diels - Kranz. Cfr. S. Beta, Introduzione, in S. Beta (a cura di), La potenza della parola: Destinatari, funzioni, bersagli, Atti del Convegno di studi, (Siena, 7-8 maggio 2002), Fiesole 2004, 7-14. Sulla natura ambigua della parola Antiph. Tetr. II 3, 4; vd. in particolare M. Detienne, I maestri di verit nella Grecia arcaica, trad. it. , Roma-Bari 1977, 35-58; 90 ss. 4 Thuk. V 61, 2; 76, 3; VIII 90, 2.
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Alcibiade il personaggio del V secolo che esibisce in pubblico una teatralit di atteggiamenti e gesti che non hanno precedenti.5 Il discorso che Tucidide gli attribuisce alla vigilia della spedizione ateniese in Sicilia, per ottenere la carica di stratego, rappresenta la cartina di tornasole del suo protagonismo e del suo modo di comunicare con gli altri: In effetti i Greci, nel vedere la magnificenza da me messa in mostra nel corteo diretto ad Olimpia ritennero che la nostra citt fosse anche pi grande della sua reale potenza consuetudine che fatti del genere producano prestigio; ma simili realizzazioni vengono anche ad essere una spia cospicua della potenza che vi dietro. E anche il modo in cui mi rendo illustre nella citt, con le coregie e con altri mezzi, certo motivo di invidia presso i concittadini, e questo naturale, ma nei confronti degli stranieri contribuisce anchesso a diffondere unimmagine di forza.6 Ricordiamo che il figlio di Clinia aveva indossato la veste di porpora, quando era entrato in teatro, guidando il corteo diretto ad Olimpia.7 Emblematico in tale contesto appare anche il linguaggio della diplomazia antica, pratica semiotica per eccellenza.8 Il successo o linsuccesso di una ambasceria dipendevano moltissimo dalla capacit dellambasciatore di persuadere attraverso lefficacia della parola parlata e ladattamento della parola alluditorio. Gli ambasciatori erano dei pubblici persuasori.9 Non a caso i Romani, erano soliti spesso designare lambasciatore con il termine orator.10 Secondo quanto scrive Plutarco chi era privo di capacit oratorie doveva prendere con s uno che fosse molto abile nel parlare, perch potesse assisterlo in un processo o accompagnarlo in una ambasceria proprio come fece Pelopida con Epaminonda.11 Nel buon esito dellambasceria di Leontini ad Atene gioc un ruolo fondamentale larte della persuasione di Gorgia,12 frutto della sua educazione retorica.13 La terminologia diplomatica antica sapeva ben sfruttare, pertanto, tutte le possibilit insite nel linguaggio.14 Lambasciatore doveva distinguere, a proposito di ogni caso, per usare la definizione aristotelica, ci che era adatto a persuadere (

Vd. D. Musti, Protagonismo e forma politica nella citt greca, in Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, 9 ss. 6 Thuk. VI 16, 2-3 trad. di A. Corcella, in L. Canfora (a cura di), Tucidide, La guerra del Peloponneso, Torino 1996. 7 Satyr. apud Athen. XII 534c. 8 C. Bell, The Conventions of Crisis: A Study of Diplomatic Management, Oxford 1971; L.S. Frey - M.L. Frey, The History of Diplomatic Immunity, Columbus 1999, 14 ss. 9 Cfr. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia, cit., 73 ss.; D.J. Mosley, Diplomacy by Conference: Almost a Spartan Contribution to Diplomacy?, Emerita XXXIX (1971), 188 ss. 10 Cic. Att. X 1, 3; Vatin. 15, 35; Caes. Gall. IV 27, 3; Verg. Aen. XI 100, 331; Liv. I 15, 5; 38, 2; II 30, 8; 39, 10; V 15, 3; 16, 1; 44, 45, 2; VI 1, 6; Fest. s.v. orare, 218, 8-10. 11 Plut. Praecepta gerendae reipublicae (mor. 819 c); Plut. Pel. 30, 1 e 7; Xen. Hell. VII 1, 36; Diod. XV 81, 3. 12 Thuk. III 86; Diod. XII 53. 13 Circa il ruolo riconosciuto nella diplomazia alleducazione retorica come arte della persuasione cfr. Men. fr. 6, 1= p. 54, 17-18 Block. 14 Da non sottovalutare relativamente al fatto che la parola potesse essere strumento di ambiguit e inganno quanto dice Aristofane negli Acarnesi (633-638) laddove esorta gli Ateniesi a diffidare delle adulazioni degli ambasciatori delle citt alleate. Su ci vd. N.W. Slater, Space, character and : transformation and transvaluation in the Acharnanians, in A.H. Sommerstein - S. Halliwell - J. Henderson - B. Zimmerman (Eds.), Tragedy, Comedy and the Polis, Papers from the Greek Drama Conference (Nottingham, 18-20 July 1990), Bari 1993, 397-415.
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).15 La sua capacit si misurava nel riconoscere il peso dellinterlocutore, delle sue idee e dei suoi preconcetti e nel non sottovalutare le eventuali reazioni. Ma la parola, pur essendo fondamentale, avrebbe potuto non essere determinante per il buon esito di una missione diplomatica se non fosse stata adeguatamente sostenuta anche da altri elementi, quali, per esempio, la conoscenza etnografica della situazione in cui lambasciatore si trovava a operare,16 la gestualit che rappresenta un linguaggio parallelo a quello verbale,17 il ricorso ad oggetti simbolici finalizzati a visualizzare il messaggio che si intendeva veicolare18 e in taluni casi anche il silenzio. Lespressione presente nellEpitafio di Gorgia il dire e il tacere, il fare e il tralasciare ci che conviene nel momento opportuno19 richiama alla mente un verso di Pindaro che cos recitava: spesso per luomo il tacere il pi saggio dei pensieri. A tale verso fa eco un notissimo proverbio di Menandro di ascendenza euripidea:20 il silenzio per i saggi una risposta.21 Bench non riguardi il mondo greco, vale la pena di ricordare a tal proposito lambasceria di Cambise al re degli Etiopi macrobioi di cui parla Erodoto.22 Tale ambasceria offre alcuni spunti di riflessione relativi non soltanto allideologia persiana del potere e ai suoi codici comunicativi, ma anche allessenza stessa della diplomazia. Questa in ogni tempo e in ogni luogo, ma dico cose ovvie, si sforza di occultare certi moventi e di far credere in altri e utilizza anche oggetti per veicolare messaggi ben precisi o come segni di qualcosa altro. Illuminante, perci, quanto Senofonte fa dire a Ciro il Grande dal padre Cambise: Sappi che chi si prefigge come obiettivo [vincere i nemici] deve sapere tendere insidie, dissimulare gli intenti, mistificare, ingannare, e abusare della propria superiorit sul nemico23 cui fa da pendant, a mio avviso, la stimolante riflessione fatta da Lord Ponsonby, nellopera dal titolo Falschood in Wartime, pubblicata a Londra nel 1928 e relativa alla propaganda bellica e alle tecniche di persuasione nel primo conflitto mondiale. Tecniche di persuasione universalmente applicate fino ai pi recenti conflitti come giustamente viene rilevato da Anne Morelli in un recentissimo lavoro sui Principi elementari della propaganda di guerra.24

15

Arist. rhet. 1355 b 25-26. Per Quintiliano, Institutio oratoria II 15, 34, 38, la retorica bene dicendi

scientia.

16 E. Leach, The Influence of Cultural Context on Non-Verbal Communication in Man, in R.H. Hinde (Ed.), Non-Verbal Communication, Cambridge, 315-347. Su tale problematica cfr. L. Pernot, Potenza della parola e potenza dellascolto, in Beta (a cura di), La potenza della parola, cit., 101 ss. 17 Circa la valenza etnica di alcuni gesti assai interessanti risultano i versi 113-116 degli Acarnesi laddove Diceopoli dubita, per lassenza dellalterit del gesto, che i due personaggi che gli ambasciatori vogliono far credere essere stati mandati dal Gran Re siano davvero emissari della corte persiana: E cos il Gran Re ci mander delloro?/ o forse invece ci stanno ingannando gli ambasciatori?/Questi uomini qui fanno cenni al modo greco/e non c ragione per cui non siano proprio di qui. 18 Cfr. M.L. Catoni, La comunicazione non verbale nella Grecia antica, Torino 2008. 19 Gorg. 82 B 6 Diels - Kranz; cfr. 11, 2. 20 Eur. fr. 977 n. 2, riportato anche nei cosiddetti Monostici di Menandro, 307 J. Cfr. R. Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano 1991, 10, 17. 21 Sulla retorica del silenzio quale forma di comunicazione nel mondo antico G. Petrone, La retorica del silenzio e leloquenza muta. Forme di comunicazione nel mondo antico, in M.C. Ruta (a cura di), Le parole dei giorni, Scritti per Nino Buttitta, Palermo 2005, I, 114 ss. 22 Hdt. III 17-24. 23 Xen. Kyr. I 6, 27. 24 A. Morelli, Principes lmentaires de propagande de guerre (utilisables en cas de guerre froide, chaude ou tide), Bruxelles 2001.

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Le Storie erodotee, offrono, come noto, una larga messe di dati e informazioni relativi alla diplomazia antica. Apre la serie laraldo inviato dal re dei Colchi in Grecia a chiedere giustizia del rapimento della figlia Medea e a reclamare la figlia: tuttavia la risposta che viene fornita, secondo il dettato erodoteo, fa presumere iniziative analoghe prese precedentemente dagli stessi Argivi.25 In tale ambito, non superfluo ricordare che a chiudere la storia della diplomazia in Erodoto saranno ancora ambasciatori Argivi, quelli mandati a Susa nello stesso tempo in cui ambasciatori ateniesi guidati da Callia stavano trattando le condizioni per una pace fra Atene e la Persia, la cosiddetta pace di Callia. Costoro avrebbero chiesto ad Artaserse, se rimaneva ancora salda fra loro lamicizia che avevano concluso con il padre Serse o se li considerava suoi nemici. Questi rispose che lamicizia restava salda e che nessuna citt egli considerava pi amica di Argo.26 Tra questi due episodi scorre un repertorio vastissimo di ambascerie che hanno per protagonisti Greci metropolitani e coloniali, Greci e Barbari ed esclusivamente Barbari. Questa variegata folla di ambasciatori, artigiani della parola, che mirano a persuadere pi che a negoziare, non stupisce nello storico aperto e curioso del mondo, che struttura il divenire storico secondo schemi che si ripetono e si mostra sempre molto attento allo statuto dellidentit dei vari ethne, ma senza sciovinismo n pregiudizio riguardo alle alterit.27 Come viene sottolineato da Erodoto nel proemio, le sue ricerche mirano a mostrare per quale motivo gli uomini vengono in conflitto fra loro e, pertanto, non desta meraviglia il fatto che nellambito delle Storie sono numerosi gli esempi ricordati di tecniche della persuasione nelle relazioni diplomatiche e di descrizione dei loro meccanismi. Ma torniamo allambasceria di Cambise narrata dallo storico di Alicarnasso con dovizia di particolari e dettagli. Costui, dopo la conquista dellEgitto, progettava tre diverse spedizioni, contro i Cartaginesi, contro gli Ammoni e contro gli Etiopi macrobioi, che abitavano la costa libica, lungo il mare meridionale. Mentre nei riguardi dei Cartaginesi e degli Ammoni il Persiano ricorre alla tecnica consueta dellassalto, inviando contro gli uni la flotta e contro gli altri lesercito, nei riguardi degli Etiopi, dei quali aveva scarsa conoscenza e sui quali molte leggende circolavano, decide di adottare una strategia diversa. Invia degli esploratori, con il pretesto di portar doni al loro re, per osservarli da vicino, per vedere se realmente esisteva quella mensa del Sole, che si diceva esistesse presso di loro, e inoltre per rendersi conto del resto delle cose. Le motivazioni fittizie della missione diplomatica sono modulate in termini apparentemente logici e razionali. Allaperta violenza il Persiano in questa occasione contrappone un inganno conveniente. Questo sicuramente un atteggiamento ben lontano da quello auspicato dallo spartano Brasida, che, a detta di Tucidide, rivolgendosi agli abitanti di Acanto cercava di ottenerne lalleanza, senza ricorrere n alla forza n allinganno. Giacch come viene sottolineato dallo storico antico , almeno per chi gode di prestigio, pi vergognoso accrescere il proprio predominio con un inganno specioso che con aperta violenza: in un caso, infatti, ci si fa strada col diritto della forza che la sorte concede; nellaltro invece con un inganno di una mente perversa.28
Hdt. I 2, 3. Hdt. VII 151. 27 A. Corcella, Erodoto e lanalogia, Palermo 1984, 19. 28 Thuk. IV 86, 6. Sullambiguit spartana vedi A. Bradford, The Duplicitous Spartan, in S. Hodkinson - A. Powell (Eds.), The Shadow of Sparta, London-New York 1994, 59-86; S. Valzania, Lesercito spartano nel periodo dellegemonia. Dimensioni e compiti strategici, QS XLIII (1996), 19-73; C. Bearzot - F.
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Tuttavia il comportamento di Cambise e la prassi diplomatica seguita in tale contesto non hanno, invero, nulla di barbaro, tenuto conto che lintrigo, il raggiro, le ambiguit erano elementi peculiari anche della diplomazia greca, come testimoniano i numerosi esempi, traditi dalle fonti, che in questa sede non il caso di passare in rassegna perch gi oggetto di accurate indagini da parte della storiografia moderna.29 Vale la pena di ricordare che nelle Tesmoforiazuse le congiurate includono nel numero dei reati che simpegnano a non compiere anche la falsificazione del messaggio e nelle Leggi platoniche passibile di processo per empiet lambasciatore o laraldo che ingannando con la menzogna la citt conduce una falsa ambasceria o, inviato dalla citt, non riferisce lambasciata per la quale stato inviato.30 Nel 420 Alcibiade accusa apertamente gli ambasciatori spartani venuti ad Atene di non avere in mente niente di sincero e di non essere coerenti.31 E Demostene nel confutare Eschine metteva in guardia dallaccettare acriticamente quanto gli ambasciatori riferivano: si assume una decisione giusta se essi sono fidati, una decisione sbagliata se sono mendaci.32 Degli Etiopi macrobioi non si avevano notizie precise, perci per scoprire lentit delle loro ricchezze nonch i loro eventuali punti deboli, Cambise ritiene opportuno mandare presso di loro, col pretesto di un omaggio, degli ambasciatori che agivano, virtualmente, da spie. La terminologia erodotea inviando doni a parole33 richiama alla mente la colorita espressione usata dagli Ateniesi a proposito degli stessi Spartani definiti falsi e ipocriti ( 34 Il Persiano, pertanto, che in quel periodo risiedeva a Sais scelse come ambasciatori, o meglio come esploratori ( ), quelli tra gli Ittiofagi che conoscevano la lingua etiope ( ).35 Il ricorso agli interpreti nel caso degli Etiopi ripropone una consuetudine delle Storie, quella cio che i popoli favolosi della periferia entrano in contatto con i popoli del centro solo tramite un mediatore culturale.36
Landucci (a cura di), Contro le leggi immutabili. Gli Spartani fra tradizione e innovazione, Milano 2004; G. Bruno Sunseri, La resa di Sfacteria e lidentit spartana, Thalassa III (2006), 295-306. 29 Vd. G. Nenci, Les rapports internationaux dans la Grce archaque (650-550 av. J.C.) in S. Cataldi M. Moggi - G. Nenci - G. Panessa, Studi sui rapporti interstatali nel mondo antico, Pisa 1981, 68-69; D.J. Mosley, Envoys and Diplomacy in Ancient Greece, Historia Einz. 22, Wiesbaden 1973, 11-16: F. Adcock - D.J. Mosley, Diplomacy in Ancient Greece, London, 1975, 169 ss. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia, cit., 51 ss.; F. Gazzano, Senza frode e senza inganno: formule precauzionali e rapporti interstatali nel mondo greco, in L.S. Amantini (a cura di), Dalle parole ai fatti. Relazioni interstatali e comunicazione politica nel mondo antico, Roma 2005. 30 Aristoph. Tesm. 342; Plat. leg. 941; cfr. O. Longo, Circolazione dellinformazione, in S. Settis (a cura di), I Greci. Storia Cultura Arte Societ, 2 II, Torino 1997, 663. 31 Thuk. V 45, 3. 32 Demosth. XIX 5. 33 Hdt. III 17, 2. 34 Hdt. IX 54, 1; vd. anche Aristoph. Lys. 1233-1235; Pax 1067-1068; Eur. Andr. 445-453; Plut. mor. 223a 2; 229b 3; 229e 4. 35 Hdt. III 19, 1. 36 Vd. D. Fehling, Herodotus and his Sources. Citation, Invention and Narrative Art, Leeds 1989, 101. Circa la presenza di un garante intermediario tra terre note e ignote v. O. Longo, I mangiatori di pesci: regime alimentare e quadro culturale, MD XVIII (1987), 20; H. Dihle, Die Griechen und die Fremden, Mnchen 1994, 13 ss. Sulla presenza degli interpreti vd. M. Dorati, Le Storie di Erodoto: etnografia e racconto, Pisa-Roma 2000, 148; M.E. De Luna, La comunicazione linguistica fra alloglotti nel mondo greco. Da Omero a Senofonte, Pisa 2003, 158 ss.

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Lambasceria risulta pertanto di grande interesse non per valutare, in generale, il grado dellattendibilit erodotea su cui, come noto molto stato scritto,37 n per cercare di sondare la purezza dintenzioni delluno o dellaltro interlocutore, chi in buona fede e chi no. Essa permette ad Erodoto di analizzare lincontro tra due civilt non assimilabili, tra due spazi geografici e ideologici destinati per loro natura a non incontrarsi38 e di addentrarsi nella psicologia di questa interferenza e nei meccanismi mentali delle due realt. Lo storico, profondamente convinto che lalterit, in qualunque maniera si manifesta, sempre meritevole di rispetto e considerazione, quasi si smarrisce di fronte ad una contraddittoriet di comportamenti che gli riesce in parte estranea. Linvio di ambasciatori-spie non suscita meraviglia e doveva essere una prassi consueta, e non solamente fra i Barbari, anche se la tradizione antica non offre un ampio ventaglio di informazioni. Fa riflettere quanto riferisce Polieno a proposito di Antigono Monoftalmo. Costui, prima di ricevere unambasceria era solito informarsi preventivamente dai documenti pubblici sullidentit delle persone che avevano composto lultima ambasceria proveniente dalla medesima regione, sul suo contenuto e su ogni particolare che la riguardasse.39 Eschine40 esprimeva viva riprovazione riguardo allabitudine, vigente alla sua epoca di mandare lettere e ambasciatori presso privati. Ci per evitare che ambasciatori potessero ottenere da singoli individui informazioni riservate sullo stato in cui versavano le varie poleis. Nel 172 i delegati di Issa riferirono ai Romani che, dietro suggerimento di Perseo, erano stati inviati a Roma e l ancora si trovavano finti ambasciatori, i quali erano delle spie illiriche che volevano scoprire che cosa si stesse preparando (specie legatorum Illyrios speculatores Romae ut, quid ageretur, scirent).41 Sappiamo da Polieno42 che Memnone di Rodi, siamo alla met del IV secolo, desiderando assalire Leucone, tiranno del Bosforo, e volendo acquisire informazioni sulla grandezza della citt e il numero dei suoi abitanti, mand come ambasciatore Archibiade di Bisanzio, cui era stato dato lordine di fingere di parlare di amicizia e ospitalit. Con lui era stato inviato anche il famosissimo citaredo Aristonico di Olinto, il quale, esibendosi nella citt induceva tutti gli abitanti ad andarlo a sentire in teatro. Cos facendo permise allambasciatore di conoscere la consistenza numerica del nemico. Nellautunno del 400, alcuni Traci, che volevano spiare la situazione nel campo avversario, scesero dalle montagne col pretesto di chiedere a Senofonte in persona di collaborare con loro alla conclusione di una tregua. Egli accord loro il proprio interessamento e li rassicur che non avrebbero avuto nulla da temere se avessero accettato di sottomettersi a Seute. Si trattava di un inganno. La loro ambasceria, come viene sottolineato da Senofonte, aveva come unico scopo di poter spiare la situazione nel campo avversario ( ).43 Analogamente avrebbero operato, secondo Diodoro, i Cartaginesi durante limpresa africana di Agatocle. Costoro, atterriti dalle prime operazioni militari compiute con successo dal Siracusano dopo lo sbarco, decisero di mandare ambasciatori con il compito di trattare
37 F. Gazzano, La diplomazia nelle Storie di Erodoto. Figure, temi, problemi, in L.R. Cresci - F. Gazzano - D.P. Orsi, La retorica della diplomazia nella Grecia antica e a Bisanzio, a cura di L. Piccirilli, Roma 2002, 11-12. 38 Cfr. Dorati, Le Storie di Erodoto, cit., 167. 39 Polyain. IV 6, 2. 40 Aischin. III 250. 41 Liv. XLII 26, 3. 42 Polyain. V 44, 1 43 Xen. an. VII 4, 13.

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ufficialmente la pace e agire virtualmente da spie. Dovevano, infatti, osservare la situazione nel campo nemico per poi riferirne al loro ritorno.44 Di ambasciatori-spie parla Arriano a proposito di Alessandro Magno. Nel 328/7 giunse presso il Macedone una delegazione di Sciti Abii e Sciti dEuropa. Nel viaggio di ritorno Alessandro pens bene di fare accompagnare i messi da alcuni suoi Eteri in veste di presbeis con il pretesto di stringere amicizia; in realt questa missione mirava piuttosto a osservare la natura della regione degli Sciti, acquisire informazioni sul loro numero, sui costumi e sul genere di armi che usavano per andare in battaglia.45 Il ricorso agli ambasciatori-spie e linteresse etnografico in Alessandro funzionale ad un eventuale piano di conquista. Analogamente, il ricorso di Cambise agli ambasciatori-spie non meraviglia in una realt, come quella persiana organizzata in maniera tale che locchio del Re indagasse ovunque e ricevesse costanti relazioni e informazioni sui territori su cui esercitava il dominio e su quelli da conquistare. Ricordiamo, in proposito, quanto Erodoto riferisce riguardo al re dei Medi Deiokes. Costui se ne stava chiuso nella sua Ecbatana ma aveva occhi e orecchie in tutta la regione in cui esercitava il dominio, spie, cio, che osservavano e ascoltavano.46 Gli stessi interessi etnologici di Cambise, la curiosit per la tavola del Sole, analogamente a quelli di Alessandro riguardo agli Sciti, testimoniano la volont di conquista, una volont che viene accuratamente celata. Lideologia persiana del potere, che pur sanciva lassoluta normalit dei metodi violenti del Gran Re,47 e contestualmente giustificava il suo espansionismo, non escludeva affatto rapporti diplomatici e faceva largo uso della diplomazia. Anche in tale contesto Erodoto, sempre molto interessato a ci che viene definita con felice espressione da Fornara the psycology behind the expansion of nation48 si sforza di comprendere, con lo sguardo rivolto agli avvenimenti del suo tempo, il problema dellespansionismo persiano e della struttura stessa dellimpero. Un impero che si basa sullavere, sul possesso di chremata e anthropoi49 ha bisogno continuo di bottino, di tributi, di annessioni e quindi di ambascerie che a volte hanno il compito di osservare e controllare, a volte hanno esclusivamente uno scopo ingiuntivo.50 La spedizione di Cambise contro gli Etiopi sembra avere inizio con questa avventura comunicativa che si fonda sullambiguit e la duplicit. Gli Ittiofagi, che conoscevano la lingua etiopica, dovevano osservare ogni cosa per poi riferirne. Analogamente avrebbe dovuto operare Democede, il famosissimo medico crotoniate. Costui, che conosceva anche la lingua persiana, dietro suggerimento di Atossa, viene mandato da Dario con 15 illustri persiani in Occidente nel momento in cui questultimo si apprestava a compiere una spedizione contro lEllade. Ci perch ritenuto il pi adatto di tutti a mostrare ogni cosa della regione, a fare da guida e quindi a riferire, quanto aveva osservato.51
Diod. XX 9, 4. Arr. an. IV 1, 1-2; cfr. I 15, 1. 46 Hdt. I 100, 2;. Cass. Dio XLII 17, 2. Sullo spionaggio politico vd. C. Petrocelli, Il sorriso del lupo, in Ch.G. Starr, Lo spionaggio politico nella Grecia classica, presentazione e trad. a cura di C. Petrocelli, Palermo 1993, 33. 47 Hdt. III 31, 4. Sulla ideologia persiana del potere, vd. G. Bruno Sunseri, La frusta e il despota in Erodoto, in M. Caterina Ruta (a cura di), Le parole dei giorni, Scritti per N. Buttitta, Palermo 2005, 691-707. 48 Ch.W. Fornara, Herodotus: An Interpretative Essay, Oxford 1971, 86-87. 49 D. Konstan, Persians, Greeks and Empire, Arethusa XX (1987), 59-74; J.P. Vernant, Commentary on Meier and Konstan, Arethusa XX (1987), 75-83. 50 Hdt. IV 126, 1; V 17-18; VI 48, 1; VII 32; 119, 1; 130, 3; 233, 1-2; VIII 140. 51 Hdt. III 134, 5.
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Agli Ittiofagi il Re persiano consegna una veste di porpora, una collana doro intrecciata, dei braccialetti, un vaso dalabastro pieno di unguento profumato e un orcio di vino fenicio, ingiungendo loro ci che bisognava dire. Egli dispone degli Ittiofagi come douloi se pu ordinare ci che conveniva dire, esponendoli ai pericoli che una finta ambasceria di pace porta con s. E come douloi, tramite passivo del messaggio ricevuto,52 questi messi si comportano. Non essendo in grado o non potendo cogliere adeguatamente lessenza della situazione in cui vengono a trovarsi, non predispongono strategie o tecniche adeguate per orientare luditorio. La scelta degli ambasciatori, in tale contesto, non sarebbe dovuta n alla prestanza fisica, n al prestigio di cui godevano ma esclusivamente al fatto che conoscevano la lingua degli Etiopi.53 Di diverso tenore era stata lambasceria mandata da Megabazo nel 510 presso il re macedone Aminta I a chiedere terra e acqua per il Re Dario.54 Essa era composta da 7 Persiani che erano, dopo di lui, i pi ragguardevoli (dokimotatoi) dellesercito. Anche limpero dellassenso sapeva essere molto attento alle strategie della comunicazione diplomatica e sapeva ben applicare le regole della diplomazia.55 Indicativo, in tal senso, il comportamento di Serse che riusc a procurarsi lamicizia degli Argivi,56 e si adoper, su proposta di Mardonio e per il tramite di Alessandro di Macedonia, a cercare di persuadere gli Ateniesi ad un accordo separato.57 A trasgredire le consuetudini persiane , in questa particolare circostanza, Cambise. Egli che non gode di buona fama nelle Storie erodotee, nei riguardi degli Etiopi si comporta non da uomo saggio ma da dissennato. La cifra che caratterizza la sua esistenza sempre la trasgressione, lanomia. La folle deriva del potere assoluto gli fa bruciare il cadavere di Amasi, uccidere il bue sacro egizio, il fratello Smerdi, la sorella che aveva sposato contravvenendo al nomos persiano, il figlio di Pressaspe, tentare lomicidio di Creso e la punizione di chi lo salva, violare i riti egizi.58 Erodoto narra che gli Ittiofagi, dopo essere giunti presso gli Etiopi macrobioi consegnano al re i doni di Cambise e gli comunicano quanto era stato loro imposto: Il re dei Persiani Cambise, volendo divenire tuo amico e ospite ( ) ci ha mandato ordinandoci di venire a colloquio con te, e ti offre in dono questi oggetti, di cui egli stesso si serve traendone grandissimo piacere.59 La comunicazione diplomatica viene effettuata attraverso il tradizionale messaggio verbale e i doni che assurgono al rango di simboli metaforici, non univocamente interpretati o decodificati, come vedremo, dal momento che il confronto
Longo, Circolazione dellinformazione, cit., 658. Sulla comunicazione linguistica fra alloglotti in Erodoto vd. De Luna, La comunicazione linguistica, cit., 158 ss. 54 Hdt. V 17, 1. Riguardo alla formula terra e acqua nel lessico diplomatico achemenide vd. G. Nenci, La formula della richiesta della terra e dellacqua nel lessico diplomatico achemenide, in M.G. Angeli Bertinelli L. Piccirilli, (a cura di), Linguaggio e terminologia diplomatica dallAntico Oriente allImpero Bizantino, Atti del Convegno Nazionale (Genova, 19 novembre 1998), Serta Antiqua et Mediaevalia IV, Roma 2001, 31-42. 55 G.F. Seibt, Griechische Sldner im Achaimenidenreich, Bonn 1977. 56 Hdt. VII 150-151. 57 Hdt. VIII 140; 141, 1; 142, 1 e 4; 143, 1; 144, 1; Aristod. (FGrHist 104 F 1) ed Aristeid. (XLVI 217, II 286-287 Dind.). Diodoro (XI 28, 1) e Plutarco (Arist. 10, 6) parlano semplicemente di ambasciatori persiani inviati da Mardonio. Sulla vicenda vd. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia, cit., 48 con bibliografia ivi citata. 58 Hdt. III 16, 29-38; Diod. I 95. Circa lostilit di Erodoto nei riguardi di Cambise si vedano A. Corcella, Erodoto e lanalogia, cit., 123; Erodoto, Le Storie, III, Introduzione e commento di D. Asheri, Milano 1990, 232; P. Briant, Histoire de lEmpire Perse de Cyrus Alexandre, Paris 1996, 67-68; A. Panaino, Greci e Iranici: confronto e conflitti, in Settis (a cura di), I Greci, cit., III, Torino 2001, 87. 59 Hdt. III 21, 1.
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avviene tra due culture diverse e lispiratore della missione diplomatica un despota. Costui non conosce altre leggi che il proprio arbitrio o capriccio e non intende conoscere o accettare le diversit. Ma procediamo con ordine. La proposta avanzata dagli emissari del Gran Re si richiama a termini normativi del lessico diplomatico greco, quali philia e xeinie, che regolavano le relazioni interstatali greche di amicizia. Come stato ripetutamente osservato, certamente difficile, nellambito delle Storie, determinare quali rapporti istituzionali orientali adombrino i termini utilizzati dallo storico di Alicarnasso. Pur nellassenza di dati persiani paralleli,60 concordiamo per con quanti ritengono che Erodoto, scrinium originum graecarum et barbararum,61 non abbia del tutto inventato o esclusivamente grecizzato le relazioni diplomatiche fra Greci e stranieri o fra i vari popoli non greci.62 Tenuto conto dellantichit dei contatti fra le varie civilt del Mediterraneo, a cominciare dal secondo millennio, come attestano gli archivi reali di Mari63 o i documenti ittiti,64 non impossibile ritenere che si sia potuto elaborare una sorta di linguaggio convenzionale, un formulario che permettesse la comunicazione diplomatica. Sicuramente non occorre trascurare il lungo lasso di tempo che intercorre tra la comunicazione diplomatica del secondo millennio e il mondo greco e orientale riflesso nelle Storie. Tuttavia come scriveva gi Mario Liverani nel 1976,65 le forme dei rapporti diplomatici hanno il pi delle volte origini remote, e riemergono dopo secoli tra le maglie di una documentazione purtroppo saltuaria. Pertanto si pu in linea di massima ipotizzare lesistenza di una continuit o analogia del linguaggio diplomatico se non di sostanza, certamente di forma. Alla stessa maniera la diplomazia bizantina, si richiama ai pilastri ideologici greci, quali il e il o la , ma con sfumature e finalit diverse.66 La formula utilizzata dagli Ittiofagi la ritroviamo in altre ambascerie ricordate da Erodoto e che riguardano il mondo orientale. Intorno al 611 a.C. il re di Lidia Aliatte e Trasibulo si impegnarono ad essere vicendevolmente xeinoi e symmachoi.67 Anche Creso, stipul una xeinie con gli Ioni che abitavano le isole68 e nel 548 a.C. invi ambasciatori per recare doni a Sparta e chiedere alleanza, dopo aver ordinato ci che bisognava dire.69 Serse, nellambito della spedizione contro la Grecia, dichiar con una decisione
60 Vd. P. Briant, Sources grecques et histoire achmnide, in Id., Rois, tribut et paysans, Paris 1982, 491504; Id., Histoire de lEmpire Perse, cit., 310 ss.; M.C. Miller, Athens and Persia in the fifth century b.C. A Study in cultural receptivity, Cambridge 1997, 128; A. Kuhrt - H.W.A.M. Sancisi-Weerdenburg, Introduction, in Eaed. (Eds.), Achaemenid History, II, The Greek Sources, Leiden 1987, IX-XIII. 61 G. Scaligero, Thesaurus temporum Eusebii Pamphili. Cfr. A. Momigliano, Il posto di Erodoto nella storia della storiografia, in Id., La storiografia greca, Torino 1982, 138-155. 62 Cfr. R. Cohen, The Great Tradition: The Spread of Diplomacy in the Ancient World, Diplomacy and Statecraft, XII/1 (2001), 15-28; Gazzano, La diplomazia nelle Storie, cit., 14. 63 C. Zaccagnini, On Gift Exchange in the Old Babylonian Period, in O. Carruba - M. Liverani - C. Zaccagnini (a cura di), Studi orientalistici in ricordo di F. Pintore, Pavia 1983, 189-253. 64 G. Beckman, Hittite Diplomatic Texts, Society of Biblical Literature Writing from the Ancient World 7, Atlanta 1996. 65 M. Liverani, La struttura politica, in S. Moscati (a cura di), Lalba della civilt, I, Torino 1976, 379. 66 R. Cresci, Eredit del mondo greco e innovazioni nel linguaggio diplomatico a Bisanzio, in Angeli Bertinelli - Piccirilli (a cura di), Linguaggio e terminologia, cit., 85-106. 67 Hdt. I 22, 4. Cfr. I 69, 3. Erodoto, che pur manifesta qualche riserva, lunica fonte su questo trattato. Per symmachoi nel linguaggio dei rapporti interstatali vd. H.B. Rosn, East and West, I, Mnchen 1982, 403. 68 Hdt. I 27, 5. 69 Hdt. I 69.

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unilaterale gli abitanti di Acanto suoi xeinoi accompagnando la concessione con il dono di una veste persiana.70 Ma nel viaggio di ritorno, dopo la sconfitta subita, stipul una xeinie con gli abitanti di Abdera, dando il dovuto rilievo alla reciprocit dellintesa e accompagnando tale accordo con il dono di una scimitarra doro detta akinakes e una tiara ricamata nello stesso metallo.71 Da non sottovalutare che lakinakes era quanto di pi prezioso, anche dal punto di vista simbolico, potesse donare il re di Persia.72 Serse, stando al dire di Erodoto, gett nellEllesponto, come offerta al Sole, la coppa doro, con cui aveva versato libagioni nel mare, un cratere doro e un akinakes.73 Sulla base di queste informazioni quasi inutile ricordare che lambasceria agli Etiopi ci fornisce unulteriore conferma dellimportanza che assumono nella diplomazia aspetti cerimoniali che fanno parte a tutti gli effetti del suo linguaggio. Eliano ricorda che esistevano alla corte degli Achemenidi usanze che regolamentavano il valore dei doni offerti dal Gran Re agli ambasciatori che venivano presso di lui dalla Grecia o da altri luoghi. A ciascuno veniva dato un talento babilonese, due fiale dargento da un talento ciascuno, braccialetti, un akinakes, una collana e una veste persiana chiamata doroforica.74 Nessuna meraviglia suscita, pertanto, nellambasceria agli Etiopi il simultaneo impiego della tradizionale forma di comunicazione verbale e dei doni, che erano parte del protocollo diplomatico, come manifestazione di potenza e simbolo di benevolenza per evitare potenziali nemici, per acquisire nuovi alleati e in taluni casi come mezzo per corrompere. Quando il poeta comico Platone riferisce di ambascerie ironicamente descrive i doni che venivano dati dal Gran Re per corrompere.75 Ma gli Etiopi erano irreparabilmente lontani dai Persiani, appartenevano ad un altro spazio, si cibavano delle carni gi cotte imbandite loro dal Sole, tutti erano prestanti e bellissimi, bevevano latte, raggiungevano i centoventi anni e pi det, lavandosi nella Fonte della giovinezza che pure li ungeva e li profumava alla violetta in modo del tutto naturale. Essi vivevano, dunque, in una sorta di paradiso.76 Date queste premesse, se da una parte naturale che la ricezione del messaggio possa subire distorsioni nel contesto di una realt con minor grado di acculturazione, dallaltra non si deve trascurare che a livello antropologico si ha una maggiore capacit di comprensione di linguaggi simbolici da parte di popolazioni, cosiddette pi primitive.77 Il re etiope,
70 Hdt. VII 116. Sul dono reale carico di simbolo fatto alla citt di Acanto si veda Briant, Histoire de lEmpire perse, cit., 317. Sulla terminologia erodotea, vd. G. Panessa (a cura di), Philiai Lamicizia nelle relazioni interstatali dei Greci, I, Dalle origini alla fine della guerra del Peloponneso, Pisa 1999, XV-XXXIII. 71 Hdt. VIII 120. 72 Xen. An. I 2, 27. 73 Hdt. VII 54. 74 Ail. var. I 22. Sullideologia e la pratica reale achemenide dei doni ritorna a pi riprese Senofonte (oik. IV 7; Kyr. VIII 2, 78; 3, 1-3). Cfr. P. Calmeyer, Textual sources for the interpretation of Achaemenian place decoration, Iran XVIII (1982), 55-63. H.W.A.M. Sancisi-Weedenburg, Gifts in the Persian Empire, in P. Briant - C. Herrenschmidt (dd.), Le tribute dans lEmpire perse, Actes de la Table Ronde de Paris (12-13 december 1986), Paris-Louvain 1989, 129-146; Briant, Histoire de lEmpire Perse, cit., 314 ss. 75 Plat. Com. PCG VII Presbeis F. 127 Kassel - Austin = Ath. VI 109, 44. Nel frammento si allude chiaramente allambasceria inviata dagli Ateniesi al re di Persia Artaserse II nel 395 a. C. per concludere unalleanza. Essa era formata da Epicrate e Formisio. Accusato di corruzione insieme ai suoi compagni di ambasceria, Epicrate fu poi processato dallEliea. Sullepisodio cfr. Athen. VI 251 a-b e X 424 a; Plut. Pel. 30. Lo scolio ad Aristofane (Ranae 965, IV 3, 156 Schuringa) descrive Formisio come personaggio energico, dalla lunga chioma e dalla barba folta, dice inoltre che Euripide lo chiamava discepolo di Eschilo perch sapeva essere terribile come i drammi di quel commediografo. 76 Hdt. III 23. 77 Cfr. Nenci, La formula della richiesta della terra, cit., 40-41.

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infatti, intende comprendere non la rappresentazione ma il linguaggio di quei segni e le idee che questo linguaggio veicola. Per lui che ha modi di vivere, gusti, valori, comportamenti diversi, i doni sono visti sotto unottica diversa. Essi parlano un linguaggio aggressivo e cifrato. E infatti rivolgendosi agli emissari di Cambise cosi risponde: N il Re dei Persiani vi ha mandato a portarmi doni perch tiene in gran conto di divenire mio ospite, n voi dite il vero; voi siete venuti a spiare nel mio regno, n quelluomo giusto perch altrimenti non desidererebbe altra terra oltre la sua, n ridurrebbe in schiavit uomini dai quali non ha ricevuto alcun torto. In Erodoto, una richiesta posta in modo simbolico pu ricevere una risposta simbolica, come quando gli Spartani gettarono il messaggero persiano nel pozzo, affinch egli potesse avere terra e acqua della Laconia.78 Nel caso che stiamo esaminando il re degli Etiopi saluta con freddezza gli ingannevoli ambasciatori e consegna loro un arco raccomandando di riferire al Gran Re che solo quando i Persiani tenderanno con facilit archi cos grandi potranno tentare di sottomettere gli Etiopi macrobioi. Ma fino a quel momento egli ringrazi gli dei, che non mettono in mente ai figli degli Etiopi lidea di acquistarsi altre terre oltre la loro. Poi si fa spiegare dagli Ittiofagi il significato dei doni che hanno portato. Nella classificazione fatta da Donald Lateiner dei numerosi esempi della comunicazione non verbale in Erodoto, della comunicazione cio che comprende luso di oggetti esterni al corpo che veicolano un messaggio, i doni di Cambise vengono ricordati quali oggetti simbolo della diplomazia arcaica che avrebbero permesso allo storico di evidenziare il confronto tra aggressori ricchi e potenti e comunit povere e isolate che da questi si difendono o come Weisheitswettstreit, esempi di competizione in saggezza. Il semplice supererebbe in astuzia il potente, il barbaro avrebbe la meglio sul cosiddetto civilizzato.79 In realt pi che il confronto fra il percettivo re etiope e il dissennato Cambise, tra il gigante che manifesta la sua accortezza ed il suo orgoglio e luomo tracotante e ingiusto che vuole imporsi su uomini dai quali non ha ricevuto alcun torto, lambasceria ingannevole fa emergere il dato dellincomprensione, dellincomunicabilit tra due realt culturali diverse. Infatti quando il re etiope chiese spiegazioni agli Ittiofagi, non sapendo quale fosse la natura e luso della veste di porpora, della collana e dei braccialetti doro, del vasetto di unguento profumato e del vino, rimase sconcertato e diede ad essi una valenza semantica completamente diversa da quella data dal re persiano. La porpora che era il simbolo del potere80 lo impression una volta che venne a sapere della sua manifattura. Ingannevoli erano gli uomini che nascondevano il colore naturale delle vesti e le vesti che si lasciavano vincere. La pelle degli Etiopi era naturalmente tinta dal sole. Anche lunguento profumato che nasconde il naturale odore del corpo risult agli occhi del sovrano carico di ambiguit. Dinanzi ai braccialetti doro egli sorrise perch essi stessi forgiavano catene doro, ma soltanto per i loro prigionieri. Larte come ornamento assume quindi una valenza negativa.81 Il sorriso dellEtiope richiama alla mente il sorriso di Serse nel famoso dialogo con Demarato,

Hdt. VII 133, 1. Sul significato della formula terra e acqua vd. B. Virgilio, Commento storico al Quinto libro delle Storie di Erodoto, Pisa 1975, 55-56; D. Lateiner, Nonverbal Communication in the Histories of Herodotus, Arethusa XX (1987), 98; A Kuhrt, Earth and Water, in Kuhrt - Sancisi-Weerdenburg (Eds.), Achaemenid History, III, Method and Theory, Leiden 1988, 87-99; Nenci, La formula della terra, cit., 37, 41. 79 Lateiner, Nonverbal Communication, cit., 83-120. 80 M. Reinhold, History of Purple as a Status Symbol in Antiquity, Bruxelles 1970. 81 Cfr. S. Benardete, Herodotean Inquiries, The Hague 1969, 77-78.
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sorriso che denotava una incomprensione totale dellideale espresso dal re spartano.82 Solo il dono del vino, prodotto non ritenuto artificiale, viene accettato. Indicativo di quanto sin qui osservato appare anche il messaggio degli Sciti a Dario che risulta speculare e opposto a quello inviato da Cambise agli Etiopi. Il caso noto. Quando Dario attravers lIstro per compiere la spedizione contro gli Sciti, non riuscendo ad attaccare allo scoperto in nessuna battaglia campale gli accortissimi nomadi,83 invi un messaggio al re degli Sciti Idantirso: Perch fuggi in continuazione, mentre potresti fare una di queste cose? Se ti ritieni capace di contrapporti alle mie forze, fermati, smetti di girare e combatti. Se invece riconosci di essere inferiore, anche in questo caso smetti di correre e, portando al tuo signore terra e acqua, vieni a colloquio.84 Il re dapprima lo offese. Poi gli invi un araldo con dei doni: un uccello, un topo, una rana e cinque frecce.85 Dario si illuse credendo che i doni significassero sottomissione e obbedienza. Ma uno dei suoi consiglieri, Gobria, il solo che avesse capito la forma mentale dei nomadi, gli forn linterpretazione giusta. Gli Sciti volevano dire: Se voi, Persiani, non diventate uccelli e volate in cielo, o non diventate topi e andate sotto terra, o rane e saltate nelle paludi, sarete colpiti da queste frecce, e non tornerete mai in patria. Allora anche Dario comprese il linguaggio incomprensibile degli Sciti. Divent Scita come aveva fatto il colto persiano Gobria. Appena giunse la notte, accese i fuochi, abbandon nel campo gli asini e gli uomini sfiniti, e prese la fuga. La grande spedizione era finita. La patria dei nomadi era rimasta lontana e imprendibile. La comunicazione diplomatica aveva sortito i suoi effetti solo tramite il mediatore culturale. La qual cosa non si verific a proposito degli Etiopi. Il folle Cambise chiuse la porta della diplomazia che presumibilmente non aveva mai avuto in mente di tenere aperta. Egli non volle diventare Etiope. Dopo aver ascoltato la risposta dalla viva voce degli Ittiofagi si infuri ancora di pi. Accecato dallira, si mise immediatamente in marcia alla testa della fanteria e si avventur nel deserto, senza neppure fare i preparativi adeguati, non avendo riflettuto che si accingeva a marciare, a dire di Erodoto, verso lestremo confine della terra,86 un altro spazio, senza punti di riferimento, estraneo, inaccessibile, terribilmente angoscioso. Gli Etiopi macrobioi, nonostante lo scarto culturale, avevano scrutato il futuro meglio del Re dei Re. Costui, disprezzando, senza comprendere, la diversit e calpestando quanto i suoi messi gli avevano riferito di quel mondo altro, port alla rovina i suoi soldati. Questi ultimi, infatti, finch poterono prendere qualcosa da terra, si mantennero in vita, cambiando per codice alimentare dal momento che dapprima si adattarono a brucare lerba, come fossero gazzelle selvatiche, poi si spinsero fino al

82 Hdt. VII 103. Cfr. B. Laurot, Idaux grecs et barbarie chez Hrodote, Ktema VI (1981), 39-48; W. Marg, in G.E. Mylonas - D. Raymond (Hgg.), Selbstsicherheit bei Herodot, Studies Presented to D.M. Robinson on his Seventieth Birthday, II, Saint-Louis, Mo. Washington Un., 1953, 1103-1111; D. Lateiner, No Laughing Matter: A Literary Tactic in Herodotus, TAPA CVII (1977), 173-182; Id., Nonverbal Communication, cit., 83 ss. S.G. Flory, Laughter, Tears and Wisdom in Herodotus, AIPh XCIX (1978), 145153. Sul sorriso come forma di comunicazione non verbale M.L. Desclos (d.), Le rire des Grecs. Anthropologie du rire en Grce ancienne, Grenoble 2000. 83 Hdt. IV 122-125. 84 Hdt. IV 126 trad. A. Fraschetti, Erodoto, Le Storie, IV, La Scizia e la Libia, Milano 1993. 85 Hdt. IV 131, 2. 86 Hdt. III 5, 1.

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cannibalismo.87 Avendo tratto in sorte un uomo su dieci lo divorarono. Solo allora Cambise temendo che si mangiassero lun con laltro, decise di tornare indietro dopo aver perduto gran parte dellesercito. Giovanna Bruno Sunseri

Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo giovanna.bruno@unipa.it on line dal 23.05.2010

87 Cfr. M.J.P. Vernant, Les troupeaux de la Table du Soleil (Odysse XII, 260 sqq.; Hrodote III, 1726), REG LXXXV (1972), XIV-XVI.

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GIULIA MAROTTA

Trattati di pace e adikia nella prima fase del conflitto peloponnesiaco (432-421 a.C.)

Esiste una lunga tradizione, sviluppatasi soprattutto nel IV secolo a. C.1 che si compiace di mettere in risalto la lealt del popolo greco di contro alla disonest dei barbari i quali, privi di scrupoli religiosi, disattendono agevolmente le norme e gli accordi per i quali hanno prestato giuramento.2 Lampio sviluppo di questa tematica mal si concilia, almeno apparentemente, con i numerosi esempi di violazioni dei trattati di pace che ci vengono offerti dalla storia diplomatica dellepoca classica e della Guerra del Peloponneso in particolare. Le circostanze peculiari di questo conflitto diedero al problema della ricerca delle responsabilit unimportanza senza precedenti e fecero s che esso oltrepassasse i confini della controversia storiografica per entrare apertamente nel campo della politica pratica. Fin dallinizio tutti i soggetti belligeranti si sforzarono di attribuire il ripristino dello stato bellico allurgenza morale di difendersi da un nemico esterno, il solo realmente responsabile della rottura diplomatica.3 Anche se lidea di opinione pubblica non era stata ancora compiutamente sviluppata e i mezzi di diffusione delle informazioni erano radicalmente diversi da quelli attuali,4 possiamo senza dubbio rilevare che la consapevolezza dellesistenza di rappresentazioni sociali condivise ampiamente dimostrata se non altro dal fatto che lo stratega, cos come il re o il tiranno, ne sfruttano le potenzialit, non avendo in definitiva altro potere allinfuori di quello proveniente dalla capacit di persuadere. La volont di imporre allavversario la propria idea del giusto e dei mezzi per realizzarlo, abilmente trasposta nellopinione pubblica, trasforma questultima da potenziale strumento di prevenzione del ricorso alle armi a fattore di sollecitazione del conflitto stesso.

Xen. Ag. an. III 1, 20-22; III 2, 4; III 2, 10; Hell. III 4, 5-6. Demosth. or. 23, 176-7; or. 8, 5-7; phil. 3, 15-17; or. 17, 18. Diod. XV 19, 4; XVI 49, 3. 2 G. Nenci, Gli di testimoni nei trattati ittiti, PP XVI (1961), 381-382; G. M. Tucker, Covenant Forms and Contract Forms, VT XV (1965), 487-503; M. Weinfeld, The Loyalty Oath in the Ancient Near East, UF VIII (1976), 379-414. 3 L. Canfora - M. Liverani - C. Zaccagnini (a cura di), I trattati nel mondo antico. Forma, ideologia, funzione, Roma 1990; J. De Romilly, Problmes de la dmocratie grecque, Paris 1975, 85-95. 4 Cfr. M. Sordi (a cura di), Aspetti dellopinione pubblica nel mondo antico, Milano 1978; D. Ambaglio, La spedizione in Sicilia e lopinione pubblica: un disastro annunciato, in L.S. Amantini (a cura di), Il dopoguerra nel mondo greco. Politica, propaganda, storiografia, Roma 2007.
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ISSN 2036-587X

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Victor Martin ha sostenuto che lobbligo di rispettare i trattati e i relativi giuramenti doveva essere ricollegato al sentimento religioso e dunque le frequenti violazioni non sarebbero state che la naturale conseguenza della progressiva desacralizzazione della societ greca.5 Tuttavia possibile rilevare come la sfera del sacro e pi precisamente la convinzione della inevitabilit dellintervento divino nelle vicende umane appaiano tuttaltro che erose nel periodo in questione. innegabile che in determinati ambienti intellettuali nacque e si svilupp un sentimento di disaffezione dalla concezione mitica del mondo in favore di una spiegazione razionale e naturalistica dei fenomeni che in esso avevano luogo.6 Ma malgrado i progressi di quello che possiamo definire un incipiente pensiero scientifico, la vita di ciascuno restava dominata da unincertezza radicale e non era possibile padroneggiare n lesito n le conseguenze di una qualunque impresa. Questa incertezza garant innanzitutto la prosperit e la popolarit di indovini di professione o improvvisati. Ma il ricorso al divino pot divenire essenziale anche per quegli uomini politici in grado di suscitare nellopinione pubblica il consenso necessario riducendo linsicurezza sulle possibilit di successo delle iniziative proposte. La sottomissione allautorit degli oracoli viene spesso sfruttata a questo scopo. chiaramente questo il caso del responso emesso poco prima dellinizio della guerra dalloracolo di Delfi e accortamente ingigantito da Stenelaida, eforo in carica tra gli Spartani.7 I suoi concittadini sono assolutamente convinti di essere nel giusto al momento di entrare in guerra e non credono di violare il trattato, poich stato predetto che se combatteranno con forza saranno vittoriosi e il dio ha promesso loro di sostenerli.8 Limportanza che rivestiva la possibilit di interrogare gli oracoli sulla durata e sullesito della guerra resa evidente dal fatto che la prima condizione pretesa nelle due tregue concluse tra Atene e Sparta del 423 e del 421 consiste nel consentire a entrambe le parti il libero accesso agli oracoli.9 Concentrer ora la mia analisi sulla Pace dei Trentanni del 445, violata durante la prima fase del conflitto peloponnesiaco, e sui brani ad essa maggiormente attinenti tratti dal primo libro di Tucidide. Il tema della giustizia e dellingiustizia, inteso come proiezione politica di concezioni religiose,10 pervasivamente presente in tutti i discorsi relativi alle decisioni sulla guerra e sulla pace di cui lo storico riporta il contenuto. I Corciresi inviati in missione diplomatica per chiedere agli Ateniesi di diventarne alleati prospettano loro innanzitutto il vantaggio di offrire protezione e aiuto a un popolo vittima di ingiustizie.11 Si mostrano poi preoccupati del fatto che lassemblea possa considerare un atto ingiusto accettare le recriminazioni di una colonia contro la madrepatria, e per convincerla del contrario sostengono che in seguito al
V. Martin, La vie internationale dans la Grce des cits, New York 1979, 402. La force du sentiment dobligation que peut susciter un engagement contract dans ces conditions dpend naturellement du degr dintensit de la croyance des puissances surnaturelles et leur intervention dans la vie des peuples. 6 E.R. Dodds, I Greci e lIrrazionale, trad. it., Firenze 1997, 211-220. 7 M. Delcourt, Loracolo di Delfi, Genova 1998, 151. 8 Thuk. I 118, 3. 9 Secondo quanto riferisce Senofonte era vietato interrogare gli oracoli a proposito di una guerra tra Greci (Xen. Ag. Hell. III 2, 22). 10 Cfr. A. Jellamo, Il cammino di Dike. Lidea di giustizia da Omero a Eschilo, Roma 2005, 50, 74, 79. 11 Thuk. I 33, 1:
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comportamento ingiusto dei Corinzi lecito che essi si rivolgano ad altri e che le loro richieste vengano accolte.12 Al fine di conseguire lapprovazione e la fiducia dellassemblea ateniese viene fatto esplicito riferimento al trattato concluso con gli Spartani nel 445 e alla clausola che consentirebbe di stabilire unalleanza con Corcira in quanto citt non ancora vincolata ad alcuna delle parti (Thuk. I 35, 1- 4).13 La questione etica viene affrontata nuovamente mettendo in luce in maniera inequivocabile la precisa consapevolezza che anche gli avversari potrebbero in seguito mostrarsi vittime di adikia. Accogliere i Corciresi nella Lega piuttosto che permettere ai Corinzi di raccogliere milizie rappresenta ci che giusto e non solamente ci che conveniente da un punto di vista strategico-militare.14 I successivi discorsi dei Corinzi15 riprendono in maniera esplicita largomentazione degli oppositori, la quale risultava fondata sulle presunte ingiustizie e minacce di guerra subite. Tutta la trattazione attribuita ai Corinzi tesa ad arrecare una serie di ragioni e di prove a dimostrazione della propria innocenza, individuando e giudicando i caratteri che li distinguono positivamente rispetto ai loro nemici. Anche nella successiva visita diplomatica presso lassemblea spartana lallocuzione corinzia non esorta a violare il trattato con Atene a causa della necessit storica. Viene piuttosto sottolineata ripetutamente lobbligazione morale che scaturisce dai giuramenti che legano gli Spartani e gli alleati.16 giusto che gli stati oltraggiati da Atene intervengano mentre ingiusto ed esecrabile da tutta lopinione pubblica che Sparta non soccorra i propri alleati. Non si insiste sullutilit politica o economica della guerra quanto sulla necessit morale di aderire ad altri trattati, quelli che legano Sparta ai suoi alleati. Nella stessa riunione unambasceria ateniese17 accusa gli Spartani di fare un uso pretestuoso della parola giustizia, mentre la loro citt ad agire realmente con giustizia rispetto alla potenza di cui dispone. Il parere dellassemblea era tuttavia che gli Ateniesi avevano agito illegalmente rispetto al trattato del 44518 e nel momento in cui sussisteva la violazione di un patto giurato davanti agli dei lintervento bellico era una scelta non tanto consentita quanto piuttosto obbligata. Prima di decretare sullopportunit dellintervento il re Archidamo rivolge ai propri concittadini un prolungato invito alla prudenza. Il sovrano non nega che gli Ateniesi danneggino gli alleati e tramino insidie, ma per non entrare in guerra espone delle ragioni eminentemente pratiche (Thuk. I 80-85).19 Un debole riferimento al codice morale risiede nel proporre una linea politica moderata e riflessiva, ispirata alla sophrosyne, anche
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Thuk. I 34, 1 - 2. Thuk. I 35, 1:

. Thuk. I 35, 4. 15 Thuk. I 37, 1-2; 68, 2. 16 D.C. Yates, The Archaic Treaties between the Spartans and their Allies, CQ LV (2005), 65-76. 17 Thuk. I 76. 18 Thuk. I 79, 2:
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Thuk. I 80, 3-4:

Thuk. I 81, 1-2:

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in considerazione del fatto che i nemici affermano di volersi sottomettere allarbitrato previsto nel trattato. Ma il tentativo di placare la collera degli Spartani o quanto meno di rimandare linizio della guerra fallisce totalmente, anche grazie al discorso di Stenelaida,20 il quale fa convergere le proprie parole sulla morale sociale e sulla coerente opportunit dellintervento bellico. Nel presentare le accuse enunciate dalleforo Tucidide si serve di una terminologia che tradisce questo legame tra questione etica e necessit della guerra. Vengono pi volte evidenziate le ingiustizie subite dagli alleati e le violazioni al trattato compiute dagli avversari, che lo hanno ormai reso nullo. Stenelaida riprende lallusione di Archidamo alla sophrosyne, affermando per che per agire prudentemente occorre sostenere gli alleati in ogni bisogno, senza temporeggiare nel momento in cui questi subiscono ingiustizie. il caso di far notare che il breve discorso delleforo riscuote il pieno favore dellassemblea senza compiere il minimo riferimento n alle reali opportunit di successo n ai possibili vantaggi materiali derivanti dallintraprendere la guerra. Lesortazione, inserendosi pi specificatamente nellorizzonte religioso della nozione di giustizia, si conclude incoraggiando i cittadini ad intervenire con il favore degli dei contro coloro che agiscono ingiustamente. Tucidide21 ammette chiaramente che nel momento in cui si rese necessario decidere se stabilire o meno una alleanza con Corcira nellassemblea ateniese22 o se accogliere le richieste degli alleati nellassemblea spartana,23 le proposte fatte vennero valutate esclusivamente in relazione allutilit effettiva che ne sarebbe potuta derivare. Secondo lo storico gli Ateniesi giudicarono sufficienti i vantaggi offerti da Corcira per la sua flotta e la sua posizione strategica in vista di un prevedibile conflitto, e anche gli Spartani avrebbero agito sempre a partire da considerazioni razionali e pragmatiche, temendo leccessiva acquisizione di potenza che Atene stava raggiungendo.24 Tuttavia gli allocutori di entrambe le parti fondano la propria esortazione non tanto su considerazioni di tipo utilitaristico quanto piuttosto sulla coincidenza tra giustizia e convenienza, appellandosi allo sdegno dei presenti verso gli erga adika del rispettivo nemico. La frequente ripetizione dei termini derivanti da dike e adikia una chiara manifestazione del fatto che coloro che si rivolgono alla cittadinanza credono di ottenerne il favore facendo leva sullelevata inclinazione emozionale dei destinatari cui si rivolgono verso un tema, quello della giustizia e del legame istituito attraverso i trattati, che come detto in principio, dar vita alla elaborazione di una ricca tradizione letteraria.
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Thuk. I 86:

G. Herman, Treaties and alliances in the world of Thucydides, PCPS XXXVI (1990), 83-102; P. Karavites, Promise-giving and treaty-making, Leiden 1992. 22 Thuk. I 44, 2-3. 23 Thuk. I 88. 24 Simili considerazioni vengono fatte a proposito della spedizione in Sicilia dettata secondo lo storico dalle speranze di arricchimento. (Cfr. Thuk. VI 24)
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Coloro che tentano di dirigere lopinione pubblica offrono, per mezzo dellallusione ai trattati, un repertorio di soluzioni per dare senso alla realt e orientare lagire. Nello specifico lobbligazione che scaturisce dal trattato viene presentata come proiezione concreta della moralit. Anzich restare privo di legami con il sentimento religioso il trattato pu divenire il pi opportuno criterio di valutazione per distinguere il giusto dallingiusto, e laggressore dalla vittima. Il degradare dintensit delle credenze religiose potrebbe dunque essere alla base delle violazioni esclusivamente nelle intenzioni di quegli individui che nei fatti dirigono le azioni del popolo e che pi o meno apertamente ammettono la propria attitudine razionalista e la propria avversione verso la deisidaimonia. Secondo Raoul Lonis il grado di responsabilit dei contraenti sarebbe lelemento fondamentale da prendere in considerazione per interpretare correttamente le frequenti e, secondo lautore, disinvolte violazioni ai trattati di pace.25 Sappiamo che in epoca arcaica il mondo greco condivideva la concezione di una responsabilit collettiva nel male e nella colpa,26 che accentuava la solidariet di gruppo a scapito della soggettivit e responsabilit dellindividuo. Questo fenomeno avrebbe subito una notevole riduzione dallinizio della classicit. In realt lidea di una responsabilit collettiva per gli impegni stabiliti ed eventualmente violati27 insita nel funzionamento stesso della polis.28 La subordinazione del singolo alla vita pubblica e la forte tendenza alla corresponsabilit di tutti i cittadini convalidata dal fatto che lindividuo non gode di un ampio margine di manovra per perseguire i propri obiettivi, soprattutto nellambito dellesperienza religiosa e il dilagare di processi subiti da numerosi intellettuali considerati eterodossi durante il V secolo ne una chiara testimonianza.29 La religione, fattore primario di coesione culturale nellambito di una realt politicamente frazionata, rafforzava la credenza in una comunit sociale solidalmente sanzionata. Il comportamento religioso era vissuto come questione pubblica della polis nel suo insieme. Come ha osservato Eric Dodds La religione [] era una responsabilit collettiva; gli di non si contentavano di colpire il singolo colpevole.30 Lonis afferma che il giuramento relativo a un trattato poteva essere compiuto dalla Boul o dagli strateghi o dai magistrati, ma in ogni caso solitamente da una parte ridotta del corpo civico, e ci avveniva non solo nei casi in cui era necessario inviare una delegazione che prestasse il giuramento in un luogo lontano ma anche se il giuramento era emesso allinterno della stessa citt.31 Sembrerebbe dunque che in alcun modo il giuramento prestato dal singolo potesse coinvolgere i suoi

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R. Lonis, La valeur du serment dans les accords internationaux en Grce classique, DHA VI (1980),

267-286.

Cfr. K. J. Dover, La morale popolare greca: allepoca di Platone e di Aristotele, Brescia 1983, 258-268; A.W.H. Adkins, Moral Values and Political Behaviour in Ancient Greece: from Homer to the end of the Fifth Century, London 1972. 27 Cfr. C.G. Starr, Individual and Community: the Rise of the Polis (800 - 500 B. C.), New York 1986; C. Morgan, Early Greek States beyond the Polis, London & New York 2003; P.B. Manville, Il cittadino e la polis: le origini della cittadinanza nella Atene antica, Genova 1990. 28 Cfr. G. Casertano, Natura e istituzioni umane nelle dottrine dei sofisti, Napoli-Firenze 1971. 29 Dodds, I Greci, cit., 229 A proposito dei processi a sfondo religioso subiti da numerosi intellettuali durante il V secolo Dodds afferma che un autore come Nilsson in errore nel momento in cui segue la vecchia tesi che in Atene cera libert assoluta di pensiero e di espressione, [e] cerca di restringere il campo delle azioni giudiziarie ai reati contro il culto. Ma la tradizione unanime nel mostrare che i procedimenti contro Anassagora e Protagora erano fondati sulle loro opinioni teoretiche, non sulle loro azioni. 30 Dodds, I Greci, cit., 233. 31 Ibid., 278.
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concittadini o includere questi ultimi nei rischi corsi in caso di violazione.32 La sanzione inflitta dagli dei per il mancato rispetto degli impegni riguarderebbe dunque esclusivamente coloro che avevano concretamente pronunciato il giuramento. Linconsistenza di questa ipotesi viene mostrata chiaramente dalle affermazioni dello stesso Tucidide che rendono evidente il clima di superstizione esistente prima e durante la guerra e il coinvolgimento collettivo ad esso legato. I nefasti sconvolgimenti che colpirono gli Ateniesi durante le fasi iniziali della guerra furono interpretati come segno della disapprovazione e dunque della vendetta degli dei per loperato irreligioso che pendeva sul loro capo. Nel caso della peste del 429 le parole di Tucidide fanno intendere che le singole colpe dei cittadini passarono in secondo piano ed essi non temevano di doverne rendere conto poich ci che gravava su di loro era una condanna ben pi grave, di natura potremmo dire universale.33 In seguito furono i Peloponnesiaci a ritenersi colpevoli di aver violato i patti. Gli episodi negativi cui essi andarono incontro nel periodo successivo furono considerati nientaltro che la giusta punizione per i crimini commessi.34 Sia per gli Ateniesi che per gli Spartani la violazione dei trattati procurava una meritata punizione inferta dagli dei allintera citt e non solo a coloro che avevano effettivamente prestato il giuramento.35 Il valore coercitivo del giuramento era simbolicamente esteso a tutta la popolazione attraverso ladempimento di una delle clausole presenti nella maggior parte dei trattati, quella che prevedeva la necessit di unampia divulgazione. La pubblicazione dei trattati avveniva mediante stele poste presso i centri comuni di culto, come Olimpia, Delfi e lIstmo. La scelta dei grandi santuari panellenici come luogo di esposizione garantiva linviolabilit e il massimo grado di pubblicit del testo giurato. Del trattato del 445 non possediamo il testo originale36 con le relative clausole di pubblicazione. Tuttavia la tavola bronzea su cui fu inciso era ancora visibile nel II secolo, secondo quanto riferisce Pausania.37 Il trattato del 421 che invece Tucidide riporta integralmente prevedeva lerezione di stele che ne riportassero il testo presso Olimpia, Delfi, lIstmo, e ancora sullacropoli per quanto riguarda Atene e nellAmicleo per i Lacedemoni.38 La determinazione nel collocare in luoghi pubblici strutture in grado di riprodurre in maniera permanente i testi dei trattati non conduceva tuttavia ad una cristallizzazione degli accordi in formule definitive, rigide e dunque astratte.39 La relativa duttilit dei trattati era legata al fatto che le norme scaturite dagli accordi fra le diverse poleis ebbero un carattere essenzialmente contingente e il loro successo dipese da valutazioni in parte congetturali.40 Lordine interstatale raggiunto mediante tali strumenti trae infatti alimento
Ibid., 279. Thuk. II 53, 4. 34 Thuk. VII 18, 2-3. 35 D.J. Mosley, Who Signed Treaties in Ancient Greece?, PCPS VII (1961), 59-63; D.J. Bederman, International law in antiquity, Cambridge 2001. 36 Martin, La vie internationale, cit., 425. 37 Paus. V 23, 4. 38 Thuk. V 18, 10. Anche il trattato concluso nel 420 tra Atene, Argo, Mantinea ed Elea prevedeva lesposizione delle stele sullacropoli di Atene, nel tempio di Apollo nellagor di Argo, nel tempio di Zeus nellagor di Mantinea e a Olimpia come luogo comune. (Thuk. V 47, 11). 39 S. Bolmarcich, Oaths in Greek international relations, in A.H. Sommerstein - J. Fletcher (Eds.), Horkos. The Oath in Greek Society, Bristol 2007, 26-38; F. Adcock - D.J. Mosley, Diplomacy in ancient Greece, London 1975. 40 Sulla stabilit delle leggi cfr. De Romilly, La legge, cit., 183-193. Cfr. anche A. Calderini, Trattati internazionali nellantichit greca, Milano-Venezia 1949; C. Bearzot - F. Landucci - G. Zecchini (a cura di), Lequilibrio internazionale dagli antichi ai moderni, Milano 2005.
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dalla costante riformulazione degli obiettivi, secondo il continuo adattamento a nuovi rischi. Le azioni politiche interne vengono giustificate dal principio di legittimit della struttura di una polis, che pu essere costituito dalla razionalit, dalla tradizione o dal potere personale ma che in ogni caso considerato un valore di fondo. Lazione internazionale di una polis invece giustificata da un criterio essenzialmente strumentale, ossia ladeguatezza di determinate misure a conseguire fini che variano col variare delle risorse e della risolutezza proprie e delle altre citt.41 La convinzione che i rapporti tra i diversi Stati mutino e si evolvano continuamente appartiene anche allo stesso Tucidide. Egli riporta il discorso che i rappresentanti di Sparta rivolgono agli Ateniesi nel 425 per proporre ad essi la pace. In questo brano fortemente presente lidea che le condizioni propizie per uno degli avversari prima o poi muteranno in favore dellaltro.42 Lo storico aggiunge quindi che anche nel momento in cui ci si trova ad essere in potere di imporre al nemico un patto iniquo, in previsione del mutare della situazione, il vincitore otterrebbe pi facilmente il mantenimento dei patti giurati ricorrendo alla giustizia e alla moderazione.43 Ulteriore conferma della consapevolezza circa il carattere essenzialmente contingente dei trattati di pace fornita dalla necessit di rinnovare periodicamente i giuramenti e dalla possibilit di emendare il trattato anche in seguito al giuramento se entrambe le parti concordano sulle modifiche da apportare.44 vero dunque che i trattati sono espressione di momentanei rapporti di forza45 e che le violazioni dipendono dal mutare delle condizioni politiche, economiche e militari e dal desiderio di riscatto presente in chi subisce la sconfitta. Tuttavia necessario dare rilievo allinfluenza delle idee religiose sullandamento della vita diplomatica tra V e IV secolo a. C. La forza del sistema morale pu determinare e giustificare quelle che al nemico appaiono violazioni ai trattati. Poich lattivit interna di una polis tesa a trovare un accordo sul significato da attribuire alla giustizia, la sua esperienza estera la spinger necessariamente a fondare la legittimit dellordine internazionale sulla propria locale nozione di giusto e ingiusto. La verifica pi attendibile del successo di una linea politica sovranazionale la sua capacit di trovare appoggio allinterno, definendo i presupposti morali degli accordi in modo da far apparire le concessioni come sacrifici alla causa comune piuttosto che come sconfitte. Pertanto lestrema difficolt nel mantenere ladesione ai patti dipende anche dallimpossibilit di legittimare allinterno laccordo raggiunto nellambito internazionale e di armonizzarlo con lesperienza autoctona. Lopinione pubblica valuter un trattato in base al proprio principio di legittimit e giustizia che ritiene naturale e universale e che dunque non prevede lesistenza di altri principi di legittimit. Nel momento in cui una comunit di cittadini decide di entrare in guerra nonostante lesistenza di un trattato essa crede fermamente nella propria innocenza rispetto agli avversari, e nella necessit di ristabilire lordine legittimo da questi stravolto. listituzione di un intimo nesso tra
Di questa realt era cosciente Demostene, il quale rimprovera aspramente coloro che furono incaricati delle trattative da cui ebbe origine la pace che Atene e Filippo il Macedone fissarono nel 346 ed estesero per una durata indefinita. Il grande oratore sostiene che il trattato il risultato di circostanze accidentali che assegnano maggiore potere a un uomo in particolare. La caducit dellessere mortale contrapposta alleterna vergogna di una citt sottomessa a un tale trattato (Demosth. or. 19, 55). 42 Thuk. IV 17, 4-5. 43 Thuk. IV 19. 44 Thuk. V 18. Cfr. D. Musti, La clausola del rinnovo periodico dei giuramenti nei trattati greci, SIFC XXXIV (1962), 246-261. 45 Lonis, La valeur du serment, cit., 280. Cfr. C. Phillipson, The international law and custom of ancient Greece and Rome, New York 1979.
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potere e moralit che permette di tradurre in ideologia gli elementi religiosi, rendendoli fattori decisionali di rilievo nellambito dellazione politica interstatale.46
Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo giulia.marotta@gmail.com on line dal 23.05.2010

Giulia Marotta

Il fatto che questo ideale racchiuso nellespressione despotes nomos venga attribuito in un passo di Erodoto (Hdt. VII 102-4) agli ambasciatori spartani dimostra che il vanto di essere sottoposti a un ordine impersonale piuttosto che allarbitrio di un uomo non costituisce una prerogativa esclusiva delle poleis democratiche. E. Millender, Nomos Despotes: Spartan Obedience and Athenian Lawfulness in Fifth-Century Greek Thought, in E. Robinson - V. Gorman (Eds.), Oikistes: Studies in Constitutions, Colonies, and Military Power in the Ancient World Offered in Honor of A.J. Graham, Leiden 2002, 33-59.
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FABIO DAVIDE MARTORANA

Sparta e Persia (412-404 a.C.): un affare diplomatico


Nellestate del 413 a.C., a due anni dalla spedizione ateniese1 e dopo molti temporeggiamenti, si era conclusa la guerra in Sicilia: Atene, che ne era uscita disastrosamente sconfitta, aveva subto, soprattutto nellultimo e decisivo scontro presso il fiume Assinaro, unenorme perdita di uomini, la maggior parte dei quali fu massacrata. I superstiti, non meno di settemila, furono fatti prigionieri nelle Latomie o venduti come schiavi;2 infine, anche i due generali della spedizione Nicia e Demostene vennero giustiziati.3 Limpegno bellico in Sicilia aveva inferto nel contempo un durissimo colpo anche alle finanze ateniesi. E al precipuo scopo di mettere definitivamente in ginocchio Atene spogliandola delle entrate derivanti dalle miniere del Laurio gli Spartani, incoraggiati da Alcibiade,4 avevano gi dato avvio alla cosiddetta guerra deceleica, iniziata nella primavera del 413 a.C. con la conquista di Decelea appunto, in Attica.5 La polis ateniese, finanziariamente sfinita, aveva di conseguenza deliberato la sostituzione del , dovuto dagli alleati sin dallistituzione della Lega delio-attica, con limposizione di una tassa pari ad un ventesimo del volume globale del traffico marittimo.6 Per avere unidea della gravit della crisi economica che stava attraversando Atene, Tucidide tramanda che la citt fu costretta addirittura a licenziare un gruppo di mercenari Traci (1300 peltasti), dal momento che la spesa per il loro mantenimento era
Thuk. VI 30-VII 87. Thuk. VI 85-87; VIII 1, 2 ricche schiere di opliti, di cavalieri e il fiore di una giovent distrutta cui non si scorgeva possibilit di rimedio ( . 3 Thuk. VII 86, 2. 4 Loccupazione di Decelea da parte degli Spartani permise a 20.000 schiavi, verosimilmente impiegati nelle miniere argentifere, di scappare (cfr. Thuk. VI 91, 7 e VII 27, 5). 5 Thuk. VII 19, 1. Da Thuk. VI 91, 6-7 si evince che lintervento spartano in Attica, cos come quello nelle vicende siciliane, era stato caldeggiato da Alcibiade che, richiamato in patria dalla stessa Sicilia per rispondere dellaccusa di coinvolgimento nello scandalo della mutilazione delle Erme, si era recato a Sparta per tramare contro la sua patria. Decelea era un villaggio nel nord dellAttica situato nella via commerciale tra lEubea e Atene. Il controllo da parte degli Spartani era di grande importanza strategica, dal momento che esso avrebbe finito per isolare geograficamente Atene e, soprattutto, le avrebbe impedito di ricevere direttamente i consueti e, quanto mai adesso, vitali rifornimenti di viveri. La necessit di provvedere a tali rifornimenti, di conseguenza, avrebbe costretto Atene ad un ulteriore sforzo finanziario, visto che le navi sarebbero state obbligate a fare il costosissimo giro di Capo Sunio (Thuk. VII 28, 1). 6 Thuk. VII 28, 4.
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di una dramma al giorno per ciascun soldato.7 Tuttavia, nonostante il dilagare della crisi e la difficolt, in campo militare, di reperire personale di bordo per la flotta ( ) visto che ormai negli arsenali la marina era insufficiente ( ... ), 8 Atene non aveva intenzione di arrendersi. Sullaltro fronte, sebbene fosse tornata vittoriosa dalla Sicilia e sebbene lassedio di Decelea procedesse secondo i piani, anche Sparta aveva dovuto affrontare ingenti spese militari ma, convinta comunque che fosse sufficiente un ulteriore colpo per piegare Atene, decise di sostenere ancora un ultimo sforzo bellico per assicurarsi che allodiata nemica venisse inflitto il colpo di grazia. Le due citt si preoccuparono subito delle difficolt con cui avrebbero dovuto affrontare questa seconda fase della guerra, cercando a tutti i costi di garantirsi la superiorit economica, unico fattore, questo, su cui si sarebbe deciso ormai lesito dello scontro. Atene, che a causa della sua politica imperialistica, si era attirata lantipatia di alcuni suoi alleati, aveva cercato di contenerne il pi possibile il malcontento onde evitare che questi finissero per allearsi con gli Spartani. Questi ultimi, da parte loro, sapevano gi di poter contare sullaiuto della flotta fornita dagli alleati di Sicilia.9 Allo scopo di potenziare sempre pi la marina Agide cominci a raccogliere contributi in denaro tra gli alleati imponendo, inoltre, ad ognuno di essi lallestimento forzato di triremi fino a raggiungere il numero complessivo di cento unit.10 La posizione ateniese, al contrario, continuava ad aggravarsi a causa stavolta della progressiva defezione dei suoi alleati in Eubea, e nelle isole di Lesbo e di Chio, i quali sollecitarono tutti lintervento degli Spartani.11 Ed in virt della scelta di Agide di differire limpresa in Eubea e di appoggiare le istanze rivoluzionarie di Lesbo e poi di Chio che si decise lo spostamento delle operazioni di guerra nella Ionia dAsia. Da questo momento in poi, grazie specialmente alla risolutezza di Alcibiade, anche altre citt ioniche come Eritre, Clazomene, Teo e Mileto decisero una dopo laltra di ribellarsi ad Atene.12 Nella guerra ionica, complice anche larea geografica degli scontri, divenne in un certo senso inevitabile il coinvolgimento dei Persiani con cui Sparta stipul il primo di tre trattati di alleanza nellestate del 412 a.C.13 Lintesa spartana con la Persia era legata esclusivamente allottenimento delloro persiano per mantenere la flotta nellEgeo orientale e per finanziare lesercito composto ora anche da mercenari, in un momento in cui linsufficienza di soldati forniti dal corpo civico ne aveva reso necessario lintervento.14
Thuk. VII 27, 1-2 e 29, 1. I mercenari traci, reclutati da Atene per aumentare il numero degli effettivi nel contingente impegnato in Sicilia, erano arrivati troppo tardi per tale spedizione. Gli Ateniesi avrebbero potuto ad ogni modo impiegarli per la controffensiva a Decelea, ma preferirono farne a meno e rimandarli indietro dal momento che non erano disposti ad affrontare una spesa cos onerosa. 8 Thuk. VIII 1, 2. 9 Thuk. VIII 2, 3. 10 Thuk. VIII 3, 1-2. 11 Thuk. VIII 5, 1-2 e 4. 12 In Thuk. VIII 6, 4, Chio ed Eritre vengono accolte nella lega peloponnesiaca; VIII 14, 3; 16, 1; 17, 3 documentano le adesioni delle citt microasiatiche di Clazomene, Teo e di Mileto. 13 Thuk. VIII 18, 1-3. In Iust. V 1, 7 questi trattati vengono invece riassunti brevemente. 14 Tra i mercenari al servizio di Sparta citati pi volte da Tucidide (I 60, 1; III 107-109; IV 80, 5) ci sono, oltre a varie componenti provenienti genericamente dal Peloponneso, soprattutto gli Arcadi. La scelta ora di reclutare alcuni mercenari da parte dei Lacedemoni era dovuta anche allinesperienza spartana
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Durante la prima fase della guerra del Peloponneso, Sparta aveva potuto avvalersi dei fondi del santuario di Olimpia per il proprio sostegno economico.15 Successivamente, per, i rapporti tra la citt lacedemone e Olimpia si erano incrinati per due motivi: nel 420 a.C. Sparta venne estromessa dal santuario per un contenzioso contro gli Elei e, nel corso della guerra deceleica, sempre questi ultimi avevano impedito al re spartano Agide di celebrarvi sacrifici, cogliendo come pretesto il fatto che non fosse concesso celebrare sacrifici o richiedere responsi oracolari nel caso di una guerra di Greci contro altri Greci.16 La scarsa disponibilit economica dei Lacedemoni si rifletteva anche sul fatto che, mentre Atene aveva potuto e poteva contare sui fondi della Lega delio-attica, la Lega peloponnesiaca, di cui Sparta faceva parte, non contemplava da un punto di vista statutario la creazione di un capitale mobile.17 Se a patrocinare lavvicinamento dei Lacedemoni ai Persiani fu Alcibiade, da parte persiana furono i satrapi Tissaferne e Farnabazo. Allo scopo di allearsi con Sparta Tissaferne, governatore della Lidia e della Caria, e Farnabazo, governatore della regione dellEllesponto, avevano inviato, separatamente e segretamente, delle delegazioni presso i Lacedemoni per convincerli ad intervenire contro Atene nei territori asiatici di loro competenza in cambio della promessa di sussidi economici. Gli Ateniesi, infatti, impedivano ai Persiani lesazione dei tributi a cui erano sottoposte le citt grecoasiatiche cos da rendere i satrapi sempre pi debitori nei confronti del Gran Re. Costui, infatti, premeva ora incessantemente affinch i rispettivi governatori riportassero lordine nelle loro satrapie e ne recuperassero i relativi tributi.18 Gli Spartani, che avrebbero dovuto decidere se appoggiare le istanze avanzate dalluno o dallaltro satrapo, decretarono, in virt del suggerimento e delle insistenze di Alcibiade, di sostenere Tissaferne nelle operazioni in Ionia e a Chio.19 Nellestate del 412 a.C. dunque, subito dopo la defezione di Mileto,20 Sparta e la Persia ratificarono il loro primo trattato.21 Firmatari furono Calcideo per gli Spartani e
in imprese belliche transmarine. Cfr. L. Burelli Bergese, Sparta, il denaro e i depositi in Arcadia, ASNP XVI 3 (1986), 618. 15 Thuk. I 121, 3; 143, 1. 16 Thuk. V 49, 1-5; Xen. hell. III 2, 23; Paus. III 8, 3; Diod. XIV 17, 5. Gli Elei avevano imposto ai Lacedemoni, rei di avere violato la tregua olimpica del 420 a.C., di pagare una multa pari a duemila mine, due per ogni oplita reclutato. Gli Spartani per avevano opposto un secco rifiuto e si erano guadagnati la scomunica dal santuario. Lesclusione dal santuario comportava linterdizione dai rituali e dagli stessi giochi. Cfr. M. Sordi, Il santuario di Olimpia e la guerra dElide, in Ead. (a cura di), I santuari e la guerra nel mondo classico, CISA X, Milano 1984, 23 e n. 14. 17 Thuk. I 80, 4; 141, 3. Tuttavia si hanno testimonianze di erogazioni straordinarie da parte degli alleati di Sparta in occasione di particolari necessit: C. Romano, I trattati spartano-persiani durante la guerra deceleica, Studi di Antichit IX (1996), 250 e n. 134; U. Cozzoli, Sparta e la Persia nel conflitto marittimo contro la Lega delio-attica, 20, E. Lanzillotta (a cura di), Problemi di storia e cultura spartana, Atti dei Convegni (Macerata, 29-30 aprile 1981 e 21-22 aprile 1982), Roma 1984. 18 Thuk. VIII 5, 5; 6, 1-2. Tissaferne avrebbe mandato a Sparta un suo rappresentante (in Tucidide si legge che fu egli stesso a rappresentare personalmente le istanze persiane a Sparta) ad accompagnare la delegazione dei Chii e degli Eritresi, mentre Farnabazo inviava come suoi delegati il Megarese Calligito e il Ciziceno Timagora. 19 Thuk. VIII 6, 3. 20 Thuk. VIII 17, 3. 21 Il testo dei trattati c stato tramandato da Tucidide (VIII 17, 4; 18, 1-3; 37, 1-5; 58, 1-7); vd., inoltre, supra n. 13. Il passaggio storico tra le vicende di Mileto e la ratifica del primo trattato spartanopersiano immediato e non se ne individuano bene le ragioni.

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lo stesso Tissaferne a nome di Dario II. In questo, come negli altri trattati che saranno stipulati di l a breve tra le due parti in questione, il nome del Gran Re compare sempre, anche quando egli non intervenuto personalmente nei relativi contatti diplomatici. Anche se, in effetti, i satrapi godevano di una certa autonomia di movimento e la citazione del re persiano poteva costituire una sorta di clausola prevista ufficialmente, ci non vuol dire, per, che il re persiano fosse ignaro dei processi diplomatici che venivano svolti a suo nome.22 Anzi probabile che gli stessi satrapi ragguagliassero di volta in volta il loro re, soprattutto in questo specifico caso in cui le citt greche dellAsia, che amministrativamente facevano parte delle satrapie occidentali dellimpero achemenide, rappresentavano un fronte sempre in agitazione. Le clausole che accompagnavano la stipula del primo trattato spartano-persiano avrebbero dovuto prevedere il sostegno a Sparta a patto che questultima garantisse la sovranit del Gran Re sul territorio e sulle citt che il re possedeva e che erano state possedimento dei suoi avi.23 Alcuni hanno considerato il testo dei trattati, cos come riportato nelle Storie tucididee, un semplice abbozzo. In realt, Tucidide sembra abbia ripreso il testo originale che era stato approvato e sottoscritto dalle due parti in causa. Anzi, molto probabilmente doveva esistere anche una stele che ne ricordava la stipula.24 Se dovessimo prendere alla lettera le parole dello storico ateniese, tra i territori e le citt del re e degli antenati, andrebbero annoverati anche quelli fuori dallAsia, vale a dire quelle citt greche (in Tessaglia, Grecia peninsulare fino alla Beozia, nella Locride e nelle isole egee) che allepoca delle guerre persiane si erano sottomesse volontariamente alla Persia.25 Tuttavia qui la clausola farebbe riferimento alle sole citt dellAsia Minore su cui il Re persiano voleva ripristinare la propria autorit, anche perch la clausola successiva stabilisce la collaborazione spartano-persiana finalizzata ad impedire ad Atene lesazione di tributi in denaro e non ( ) richiesti alle citt greche 26 dellAsia Minore. Il punto successivo su cui i contraenti si erano accordati contemplava la creazione di una coalizione offensiva contro Atene, la appunto, e il conseguente divieto per entrambe le parti di ritirarsi dal conflitto ratificando una pace separata con il nemico. Infine, laccordo prevedeva che i nemici del Re persiano fossero considerati nemici anche di Sparta e dei suoi alleati e viceversa. Dalle clausole previste in questo primo trattato sembra emergere la necessit incombente di denaro da parte di Sparta che, pur di ottenerlo, costretta a sottostare ad una serie di patti che sono a tutto vantaggio dei Persiani: Tissaferne, infatti, con la ratifica di questo accordo si era da un lato garantito automaticamente il sostegno dei Peloponnesiaci contro Amorge, che aveva fomentato una rivolta in Caria,27 e dallaltro, cosa pi importante, si assicurava nuovamente il ritorno delle citt greche della costa
Sul ruolo istituzionale dei satrapi vedi Romano, I trattati spartano-persiani, cit., 240 e nn. 42-43. Thuk. VIII 18, 1 ( ). 24 E. Lvy, Les trois traits entre Sparte et le roi, BCH CVII (1983), 225 e 229. 25 Hdt. VI 49, 1; VII 132, 1; vedi Thuk. VIII 43, 3. Cfr. Lvy, Les trois traits, cit., 229-230; Romano, I trattati spartano-persiani, cit., 241 e 245. 26 Thuk. VIII 18, 1. 27 Amorge era il figlio illegittimo del satrapo di Sardi Pissutne. Questultimo aveva scatenato una rivolta contro il Gran Re ma fu sconfitto da Tissaferne che lo fece giustiziare. Amorge aveva seguito le orme di Pissutne forte anche dellappoggio degli Ateniesi. Fu poi catturato a Iaso dai Peloponnesiaci che lo consegnarono nelle mani di Tissaferne (Thuk. VIII 28, 2-4).
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asiatica sotto il suo controllo. Ma Sparta, in pratica, aveva guadagnato solamente lalleanza persiana, dal momento che in questo trattato non si fa alcun accenno agli aiuti finanziari di cui aveva bisogno per il prosieguo delle operazioni belliche contro Atene. Daltronde la scelta dei Lacedemoni di avvicinarsi alla Persia era dettata esclusivamente dalle difficolt economiche dei Peloponnesiaci e non appare chiaro come mai, quasi ingenuamente, essi accettassero le clausole senza far valere la propria richiesta. Tanto pi che Sparta, contrariamente allimmagine che diffondeva di s quale paladina della libert delle citt greco-asiatiche dalle vessazioni ateniesi, aveva accolto la rivendicazione persiana allinsaputa di quelle stesse citt che avrebbero assistito, loro malgrado, solo ad un mero passaggio di consegne dal giogo ateniese alla morsa persiana.28 La situazione per si complicava sempre pi perch adesso anche altre citt chiedevano di allearsi con i Lacedemoni per sollevarsi contro Atene.29 In queste condizioni risultava sempre pi difficile ottemperare ai propri obblighi senza voltare le spalle allalleato microasiatico o a quello persiano. Gli Spartani, al di l delle clausole del trattato, ricevettero comunque dai Persiani i finanziamenti, dal momento che, come qualche studioso ha sottolineato, il trattato andava inteso come accordo informale e privato tra Sparta e Tissaferne, visto che era questultimo, e non il Re, a dover erogare i fondi pattuiti.30 Da Tucidide apprendiamo che il satrapo aveva versato agli equipaggi dellintera flotta uno stipendio di una dramma attica al giorno a testa ( ). Tuttavia, ad un certo punto, Tissaferne, con il pretesto di domandare istruzioni al Re, manifest la decisione di dimezzare subito tale stipendio ( ) non escludendo per la possibilit di reintegrarlo ( ).31 Si svilupp dunque un malcontento che coinvolse lo spartano Terimene il quale non era comandante della flotta (lo era Astioco, che per stava per arrivare in Asia) e, in quanto investito di questa responsabilit ad interim, non si era preoccupato di manifestare alcuna lamentela nei confronti di Tissaferne, forse perch era stato corrotto dal denaro persiano affinch si mostrasse facilmente arrendevole.32 A causa della consapevolezza che laccordo stipulato presentava lacune ed era poco vantaggioso per gli Spartani,33 ed anche per la preoccupazione tangibile che Tissaferne non avrebbe pi mantenuto limpegno finanziario, gli alleati peloponnesiaci proposero nellinverno del 412 a.C. la stipula di un secondo trattato.34 I contraenti di questo trattato, che va considerato pi che altro unintegrazione del primo, furono da un
Cfr. D.M. Lewis, Sparta and Persia, Leiden 1977, 99, 108-109. De Ste. Croix ritiene che la promessa spartana di liberare gli alleati di Atene fu un atto di mera propaganda (G.E.M. De Ste. Croix, The origins of the Peloponnesian War, London 1972 154-158). 29 Thuk. VIII 5, 1-2 e 4. Alcibiade, ad un certo punto, optando per un voltafaccia nei confronti degli Spartani, convince Tissaferne a diminuire il soldo dovuto alle truppe peloponnesiache e lo persuade a corrompere i trierarchi e gli strateghi delle altre citt con donativi in denaro, in modo da renderli accondiscendenti (Thuk. VIII 45, 3). 30 Romano, I trattati spartano-persiani, cit., 236 e n. 12, 242. 31 Thuk. VIII 29, 1; 45, 2. 32 Thuk. VIII 29, 2. 33 Thuk. VIII 36, 2. 34 Thuk. VIII 37, 1-5. Tissaferne pagava i Peloponnesiaci con ritardo e in maniera irregolare e questo si ripercuoteva sul morale delle truppe.
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lato Dario, i suoi figli e Tissaferne e dallaltro gli Spartani e i loro alleati. A siglare laccordo da parte spartana fu lo stesso Terimene. Laccordo prevedeva le medesime clausole del primo ma, in maniera pi specifica, gli Spartani giuravano di abbandonare qualsiasi velleit sulle citt microasiatiche (ivi compreso limpegno a non riscuotere un eventuale tributo dalle citt greche) riconoscendo quindi, ancora una volta, la sovranit persiana sullAsia Minore. Inoltre, era esplicitata una clausola finanziaria secondo cui tutte le milizie che il Re avrebbe chiamato ad operare sul territorio asiatico sarebbero state mantenute a sue spese. Ci significa che, se prima Sparta poteva schierare tutti gli effettivi che riteneva necessari ora, invece, sarebbe stato il re persiano a regolare il numero di uomini da reclutare secondo le sue esigenze. Questa specifica fu resa obbligatoria dal momento che Tissaferne avrebbe pagato una cifra evidentemente onerosa e tutta di tasca propria35 e, di conseguenza, avrebbe voluto volentieri tendere al risparmio quanto pi possibile. Anzi, Tucidide racconta che alcune citt greche, che avevano richiesto al satrapo sussidi finanziari, ricevettero, in alcuni casi dalla voce di Alcibiade, un secco rifiuto e furono invitati piuttosto a contribuire personalmente alla propria difesa, come se stessero pagando il tributo che versavano in precedenza agli Ateniesi.36 Subito dopo la stipula del secondo accordo una commissione di undici si rec a Cnido per incontrare Tissaferne. Lo scopo di questincontro sarebbe stato quello di studiare strategie di guerra pi vantaggiose e chiarire meglio i rapporti che legavano Sparta alla Persia. Degli undici fu Lica, in particolare, a manifestare il disappunto spartano per la pretesa da parte del Gran Re di avere garantito il dominio sulle citt greche occupate dai suoi avi, come stabilito dai due precedenti trattati. Dal momento che agli occhi di Lica questi accordi preludevano in ogni caso alla perdita della libert da parte dei Greci, egli propose di invalidare i due trattati e di stipularne uno nuovo pi equo, pena la completa rinuncia degli Spartani ai finanziamenti persiani. Tissaferne, incollerito, si ritir dai colloqui.37 significativo che gli Spartani abbiano fatto valere le proprie ragioni solo dopo aver ratificato ben due trattati. Dovette avere un peso rilevante ora lalleanza tra Sparta e la ricca isola di Rodi che la commissione spartana stava gi progettando, dal momento che lisola si era staccata dallalleanza ateniese. Gli undici si auguravano, infatti, che laccordo con Rodi avrebbe permesso di ricorrere alle sue finanze e alle sue potenti forze armate terrestri e navali in modo da non dover pi elemosinare il denaro di Tissaferne.38 Ricevettero dai Rodii trentadue talenti ma abbastanza presto gli Spartani dovettero riconoscere che tale finanziamento non sarebbe stato di per s sufficiente, soprattutto ora che il satrapo stava cercando di avvicinarsi ad Atene.39 Infatti, si erano resi sempre pi conto che avrebbero dovuto dipendere completamente dalloro persiano e che solo quello avrebbe loro garantito maggiori probabilit di vittoria. Dal canto suo

Tissaferne aveva nel frattempo aumentato di tre oboli la paga dei soldati peloponnesiaci per un stipendio totale pari al mantenimento di cinque navi (infatti versava trenta talenti al mese per cinquantacinque navi). E anche ad eventuali equipaggi supplementari egli corrispondeva una paga secondo la stessa proporzione (Thuk. VIII 29, 2). Cfr. supra, 4. 36 Thuk. VIII 45, 4. Emblematico fu il caso dei Chii che vennero redarguiti da Alcibiade perch avevano avuto la spudoratezza di chiedere somme di denaro quando essi erano i pi ricchi della Grecia. 37 Thuk. VIII 43, 3-4. 38 Thuk. VIII 44, 1. 39 Thuk. VIII 44, 4; 56, 1. Lewis, Sparta and Persia, cit., 103 e n. 79.

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anche Tissaferne si trov ad ammettere che avrebbe dovuto dipendere dalla flotta spartana per riprendere il controllo della sua satrapia. Una volta che i suoi negoziati con gli Ateniesi fallirono,40 Tissaferne prefer riavvicinarsi agli Spartani ratificando nella primavera del 411 a.C. il terzo e ultimo trattato.41 Tucidide elenca i fattori che lo condussero a questa scelta: da un lato il timore che, senza il suo aiuto finanziario, Sparta sarebbe stata vinta e Atene avrebbe riaffermato la propria egemonia sul mare; dallaltro la preoccupazione che, in mancanza di risorse, i Peloponnesiaci si abbandonassero al saccheggio della regione in cerca di viveri e di bottino.42 Il nuovo trattato sembra formalmente pi preciso dei precedenti e assume un carattere pi ufficiale: vengono indicati la data (il tredicesimo anno del regno di Dario/eforato di Alexippida) e il luogo (la pianura del Meandro) della stipula, i firmatari (Tissaferne, Ieramene e i figli di Farnace da parte persiana e gli Spartani e i loro alleati dallaltra) e i fini dellaccordo (regolare gli affari del re, degli Spartani e degli alleati).43 Rispetto agli altri due trattati, stavolta chiaramente esplicitato il territorio su cui il contraente persiano rivendica la sovranit, cio lAsia con lesclusione dei possedimenti aviti sul continente greco, mentre Tissaferne promette di versare la paga per le navi presenti in quel momento fino allarrivo della flotta del Re che stava per essere allestita in Fenicia.44 Viene inoltre stabilito che, quando le navi persiane sarebbero giunte a dare il loro contributo, i Lacedemoni e gli alleati avrebbero dovuto decidere se provvedere da soli al mantenimento delle proprie navi o chiedere il sostegno finanziario a Tissaferne, il quale lo avrebbe concesso in forma di prestito da restituire alla fine del conflitto.45 Sebbene laccordo sia ora molto ben articolato, ancora una volta il Re persiano a stabilire le condizioni imponendo, tra le varie clausole, un finanziamento limitato. Ma la necessit di ottenere il denaro persiano era tale che gli Spartani si videro costretti ad accettare ugualmente i patti.46 Questaccordo diplomatico di natura prettamente finanziaria costituisce un momento storico non trascurabile, se teniamo ben presente il rapporto che legava la polis di Sparta al denaro e alla moneta propriamente detta. Sappiamo infatti da Senofonte che presso la citt lacedemone vigeva il divieto, imposto da Licurgo, di possedere oro e

Thuk. VIII 56, 4. Fu lo stesso Alcibiade, che aveva auspicato allinizio unalleanza tra Atene e la Persia, a fare in modo che laccordo tra le due parti saltasse. Si era persuaso, infatti, che Tissaferne avrebbe preferito assistere, cos come Alcibiade stesso gli aveva suggerito, al logoramento reciproco tra le due poleis greche. 41 Thuk. VIII 58, 1-7. 42 Thuk. VIII 57, 1. 43 Thuk. VIII 58, 1; Lewis, Sparta and Persia, cit., 104. Romano, I trattati spartano-persiani, cit., 246. Come attestato da Senofonte (hell. I 5, 5) la paga per soldato era pari ancora, dopo il terzo trattato, a tre oboli. 44 La flotta persiana, in realt, non sarebbe mai arrivata, forse perch era impegnata su altri fronti: cfr. a tal proposito Xen. hell. I 2, 19; II 1, 13 e poi Diod. XIII 42, 4. Secondo il parere di Tucidide (VIII 87, 4), il riferimento alla flotta persiana era un banale scamotage per prendere tempo e fare logorare i contendenti. Cfr. Romano, I trattati spartano-persiani, cit., 249 nn. 130-131. 45 Thuk. VIII 58, 5-6. 46 Anche Tucidide e Aristotele accennano alla scarsit di denaro disponibile da parte spartana. Burelli Bergese, Sparta, il denaro e i depositi, cit., 614-615.

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argento e che lo stesso legislatore aveva istituito una moneta di ferro ( ) del peso di dieci mine ( ).47 Riguardo allimpedimento ai Lacedemoni di possedere beni mobili va notato, come riferiscono alcune fonti antiche, che alcuni cittadini, nonostante lesplicita proibizione legislativa, custodivano alcune quantit di metallo prezioso probabilmente monetato al di fuori del territorio spartano.48 E in tal senso, unepigrafe su una tavola di bronzo, datata alla met del V sec. a.C., a nome di un certo Xouthias figlio di Philachaios e ritrovata nel santuario di Atena Alea nellarcadica Tegea,49 potrebbe essere una valida dimostrazione di questo stato di cose.50 Questo personaggio, del quale si messa in discussione lorigine spartana, avrebbe depositato ben quattrocento mine di argento. Tuttavia, una testimonianza di Posidonio sembra dimostrare inequivocabilmente che gli Spartani che possedevano argento e oro lo tesaurizzavano in territorio arcadico.51 Anche da un passo di Plutarco apprendiamo che tra i Lacedemoni era diffusa labitudine di nascondere denaro, sebbene Senofonte attesti che, se prima gli Spartani temevano le leggi e rispettavano le rigorose disposizioni statali riguardanti il possesso di metallo prezioso, alla sua epoca invece alcuni cittadini si gloriavano pubblicamente di possederne.52 Quanto invece al secondo punto sopra menzionato, come confermato anche da altre testimonianze, le autorit spartane avevano introdotto, in controtendenza con le altre poleis, una moneta di ferro, un , utilizzata verosimilmente per la circolazione locale il cui valore era garantito dallo stato.53 Il era

Xen. Lak. pol. 7, 5. Lo storico commenta anche la pesantezza della moneta. Cfr. Plut. Lyk. 9, 1; e Tucidide (I 141, 3) ricorda che () . M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Bari 1982, 52. 48 Plut. Lys. 17, 6 parla, ad un certo punto, di un compromesso istituzionale che avrebbe consentito, anche se esclusivamente per uso pubblico, lintroduzione a Sparta di monete frutto di bottino di guerra. Chiunque fosse stato scoperto a possederne privatamente sarebbe stato condannato alla pena capitale. 49 IG V 2, 159; D. Comparetti, Tabelle testamentarie delle colonie achee di Magna Grecia, ASAA II (1916), 246-247; C.D. Buck, Epigraphical Notes, CPh XX (1925), 133-136; Id., The Greek Dialects, ChicagoLondon 1955, 266-267, n. 70; L.H. Jeffery, The Local Scripts of Archaic Greece, Oxford 1961, 212, tav. 41, n. 27; Syll.3, 1213; DGE 57; SEG III, 324; XI, 1083; XV 229. 50 Il documento epigrafico aveva lo scopo di assicurare, nel rispetto delle leggi tegeate, il prelievo della somma versata da parte dei figli o dei parenti di Xouthias in caso di morte di questultimo. 51 Poseid. FGrHist 87 F 48=240 Edelstein - Kidd; Burelli Bergese, Sparta, il denaro e i depositi, cit., 606. 52 Plut. Lys. 16, 4 (dove si narra lepisodio del peculato di Gilippo); 17; Xen. Lak. pol. 14, 3; Burelli Bergese, Sparta, il denaro e i depositi, cit., 603. Sempre Plutarco (Lys. 2, 6; Lys. et Sull. 41 [3] 8; Lyk. 30, 1; Agis et Cleom. 5, 1) attribuisce la colpa delle alterazioni delle leggi di Licurgo a Lisandro (vedi infra, 10), il quale introdusse denaro a Sparta (secondo Diod. XIII 106, 8 si sarebbe trattato di ben millecinquecento talenti, frutto anche di doni, mentre per Xen. hell. II 3, 8 sarebbero stati quattrocentosessanta talenti) diffondendo tra i Lacedemoni lavidit e il desiderio di ricchezza. 53 Poll. VII 105 ( ), IX 79 ( ); Ps. Plat. Eryx. 400 b( ); Pol. VI 49; Plut. Lyk., 9, 1; Lys. 17 ( [ ] ; Apopht. lac. 226, 3 ( ); Cat. Maior 3, 1 ( ); G. Nenci, Le monete di cuoio e di ferro nel bacino del Mediterraneo e sulla convenzionalit del loro valore, ASNP IV 3 (1974), 643 e 645. Alla stregua di Sparta anche Bisanzio aveva scelto inizialmente di utilizzare monete di ferro.

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privo di valore intrinseco in quanto il ferro, secondo un particolare processo, veniva addolcito e reso, di conseguenza, inutilizzabile ( ).54 Questo atteggiamento alternativo stato interpretato da alcuni come una forma di conservatorismo nel rispetto delle vecchie tradizioni, tuttavia crediamo sottintenda un disegno politico pi ampio. Un disegno che, per, proprio durante questa fase della guerra del Peloponneso, non fece che palesare i suoi limiti: se da un lato, infatti, rendendo impossibile per i privati avviare attivit finanziarie con cittadini o istituzioni delle altre poleis per lormai anacronistico sistema monetario vigente a Sparta esso impediva ad un qualsiasi cittadino di arricchirsi, dallaltro lato avrebbe finito per imprigionare economicamente lo stato spartano nei suoi confini territoriali estromettendolo inevitabilmente dal mercato internazionale e da qualsiasi impresa al di fuori della propria area.55 Per questo Sparta, ad un certo punto, come riconosce pure Polibio, fu costretta a venire a patti con il denaro e assecondare il re di Persia. La scelta spartana di dare inizio alla coniazione di una propria moneta in metallo prezioso, tuttavia, avverr solo un secolo dopo allepoca di Areo (310-266 a.C).56 Tornando allepoca della guerra del Peloponneso, la scelta da parte spartana di preferire i darici persiani alle monete auree greche giustificata, secondo la nostra opinione, non solo dallinsufficiente disponibilit in territorio ellenico di questo metallo prezioso da coniare, ma anche dal fatto che, per consuetudine diffusa, come testimonia anche un passo dellaristofanea Ecclesiazuse,57 gli aurei persiani erano considerati la pi cospicua forma di ricchezza mobile e soprattutto erano ben noti in tutto il Mediterraneo.58 Ad ogni modo quel che si evidenzia in questa circostanza la necessit da parte della Sparta conservatrice di venire a patti con il denaro. Tra la fine dellestate del 411 e la primavera del 410 a.C. gli scontri tra Sparta e Atene proseguirono nella regione dellEllesponto presso Cinossema, Abido e Cizico dove gli Ateniesi riportarono tre importanti vittorie catturando lintera flotta peloponnesiaca.59 Stavolta fu il satrapo Farnabazo a proporsi di aiutare gli Spartani e i loro alleati erogando due mesi di paga, vesti e armi e fornendo legname e denaro per costruire la flotta a difesa dellEllesponto.60 Gli Ateniesi per riuscirono lo stesso a riprendere le proprie posizioni in quellarea pretendendo da Farnabazo che accompagnasse una loro delegazione a Susa presso il Gran Re per concludere la pace o unalleanza. Anche gli Spartani decisero di unirsi al satrapo con una propria delegazione.61 Durante il viaggio le delegazioni incrociarono unambasceria guidata dallo spartano Boiotios di ritorno da un incontro con il re persiano a Susa. Ad
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Plut. Lys. 17, 4

[] ; cfr. Z. Gansiniec, The iron money of the Spartans and the obolos currency, Archaeology VIII (1956), 367-409 (summary, 410-413). 55 Cfr. Pol. VI 49, 10; Plut. Lyk. 9, 1. In Plut. Lys. 17, 2-3 e 6-10 (sulla proposta degli efori allepoca di Lisandro di adoperare la moneta tradizionale (sic. di ferro) per evitare di far affluire in citt monete doro e dargento). Burelli Bergese, Sparta, il denaro e i depositi, cit., 613. 56 Pol. VI 49, 10. Vedi anche H.A. Troxell, The Peloponnesian Alexanders, ANSMusN XVII (1971), 41-94. 57 Aristoph. Eccl. 601-602; Crawford, La moneta, cit., 57. 58 I. Carradice - M.J. Price, Coinage in the Greek World, London 1988, 85. 59 Thuk. VIII 99-105. 60 Thuk. VIII 104-106; Xen. hell. I 1, 5-8, 11-19 e 24-25. 61 Xen. hell. I 3, 2-13.

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accompagnarlo, tra gli altri, vi era il figlio del re persiano Ciro il Giovane. Linvio del principe persiano in Asia Minore dava unufficialit ancora maggiore e contribuiva a diffondere una garanzia assoluta dei patti. Limportanza di tale ambasceria fu decisiva perch fu grazie al colloquio con i suoi membri che il Re appoggi incondizionatamente Sparta permettendole di usufruire delle preziose risorse persiane, stavolta senza alcuna limitazione. Gli Spartani, infatti, avrebbero avuto assoluta libert nellarmare quante navi avessero desiderato anche se la paga per ciascun membro dellequipaggio rimase pari a tre oboli visto che, secondo gli accordi, il Re avrebbe versato trenta mine al mese per ciascuna nave. In cambio gli Spartani avrebbero combattuto con tutte le loro forze per sconfiggere il nemico comune.62 Il finanziamento persiano ai Peloponnesiaci fu determinante per lesito della guerra e favor la vittoria finale di Sparta, riportata nella battaglia di Egospotami nel 405 a.C., e lingresso trionfale del suo navarca Lisandro nelle acque del Pireo nella primavera del 404 a.C. Non meno importante fu, per, laspetto finanziario dellintesa venutasi ad instaurare tra Ciro e lo stesso Lisandro.63 Plutarco tramanda che Lisandro si rec a Sardi per lamentarsi davanti al principe persiano del comportamento sleale tenuto dal proprio satrapo Tissaferne, il quale dava limpressione di essere sempre pi incurante della causa spartana nonch degli stessi patti. Lo spartano riusc a conquistarsi la fiducia del figlio del Gran Re strappandogli la promessa di un contributo di diecimila darici affinch, come aveva chiesto Lisandro stesso, si potesse aumentare la paga dei marinai da tre a quattro oboli a testa.64 Dalla testimonianza di Senofonte apprendiamo, ancora, che il principe dichiar al navarca di avere portato con s cinquecento talenti e che, se non fossero stati sufficienti, avrebbe messo a disposizione il suo denaro personale anche a costo di demolire il trono doro e dargento sul quale egli sedeva.65 Lisandro dal canto suo, alla fine del suo incarico, restitu a Ciro il denaro avanzatogli.66 Quanto al destino delle citt microasiatiche allindomani della vittoria spartanopersiana possiamo fare solo delle supposizioni. Secondo il Lewis, ad esempio, tali citt si

Xen. hell. I 4, 1-2. Sul problema della datazione dellambasceria di Boiotios a Susa vd. Romano, I trattati spartano-persiani, cit., 251 n. 143 con relativa bibliografia. 63 Lisandro era stato inviato da Sparta in Asia Minore in qualit di navarca (autunno 408 o 407406 a.C.). 64 Plut. Lys. 4, 1-6. Di diecimila darici parla anche Diodoro (XIII 70, 3). 65 Xen. hell. I 5, 3. Cfr. Diod. XIII 70, 3. Plutarco (Lys. 9, 1) riprende le parole di Senofonte ma fa riferimento al secondo incontro tra Ciro e Lisandro. 66 Nelle Elleniche di Ossirinco si ricorda, inoltre, che grazie alle sovvenzioni di Ciro le navi spartane evitarono il rischio di restare senza equipaggi. Vedi Plut. Lys. 4, 6-8. La scelta di Lisandro di restituire il denaro che gli era avanzato (Plut. Lys. 6, 1-3) suscit il biasimo di Callicratida (Xen. hell. I 6, 10), il navarco che nel 406 a.C. gli succedette. Costui, visto il ritardo nei pagamenti da parte di Ciro previsti dal trattato di Boiotios (Xen. hell. I 6, 6), decise di chiedere aiuto finanziario ai Milesii fino a che Ciro non si fosse deciso a pagare (Xen. hell. I 6, 8-12). Plutarco (Lys. 6) racconta che Callicratida, nonostante fosse restio ad adulare il principe persiano, si era comunque recato da lui allo scopo di ottenere il finanziamento dovuto, ma era stato deriso. Anche Eteonico (che sostituiva provvisoriamente Lisandro) si trov ad affrontare latteggiamento volubile di Ciro tanto da essere costretto a chiedere un contributo ai Chii sufficiente ad evitare una rivolta delle truppe (Xen. hell. II 1, 6). Fu subito chiaro a tutti che Ciro aveva una predilezione per Lisandro e avrebbe erogato i finanziamenti a patto che lo spartano fosse stato reintegrato (Xen. hell. II 1, 14; Plut. Lys. 7, 4).

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videro garantire la propria autonomia a patto di versare al Gran Re un tributo.67 Ma le fonti storiche non ne fanno menzione.
Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo fabiomartoranad@libero.it on line dal 23.05.2010

Fabio Davide Martorana

Lewis, Sparta and Persia, cit., 124. Non dello stesso parere Cozzoli, Sparta e la Persia, cit., 18. Per le ipotesi a sostegno della tesi del Lewis, cfr. C. Romano, Il trattato di Boiotios, Studi di Antichit X (1997), 293.

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ANTONIO FRANCO

Agesilao tra guerra e diplomazia


: Agesilao, poich era per natura un uomo dazione, era amante della guerra e aspirava al potere sulla Grecia. Questa indubbiamente la definizione1 divenuta communis opinio pi ricorrente nellanalisi di un personaggio storico, senzaltro complesso e per molti aspetti contraddittorio, quale fu il sovrano spartano Agesilao. Non finalit di questo contributo indagare sulla che, del re di Sparta, emerge dalle fonti: per questo rimando agli autorevoli studi che, negli ultimi trentanni, vanno da Cawkwell a Cartledge, da Hamilton a Emma Luppino Manes, per giungere ai pi recenti interventi di Guido Schepens e Cinzia Bearzot.2 Da quella cos comune definizione, per, mi sembra necessario prendere spunto per metterla a confronto con unaltra, contenuta nella plutarchea Vita di Agesilao, che mi pare ovvio non pu non essere mutuata dallomonima opera encomiastica di Senofonte: cio, a confronto con Lisandro, la gente riteneva (semplice, schietto nelle trattative e pi che democratico, come qualcuno troppo precipitosamente traduce affabile, alla mano).3 Senza dimenticare, inoltre, che lo stesso Plutarco, ma in tal caso attingendo a una fonte evidentemente non favorevole al re spartano, riferisce pure che ,4 legittimo chiedersi se egli fu soltanto luomo dazione amante della guerra dellassunto di Diodoro o se possedette anche affidabili e smaliziate arti diplomatiche, in verit quasi sempre, e non correttamente, obliate dalle soverchianti notizie sulle sue attivit belliche. Larco temporale che mi pare di maggior interesse per meglio analizzare lintreccio indissolubile di esercizio della guerra e di uso della diplomazia in Agesilao quello tra i falliti accordi per una pace generale, discussi a Sardi e Sparta quasi sicuramente nel 392-391 a.C., e leffettiva Koin eirne del 386 a.C.
Diod. XV 19, 4: la fonte di questo e degli altri brani diodorei su Agesilao stata tradizionalmente e concordemente indicata (fin dalla tesi di Jacoby) in Eforo. Cfr. H.D. Westlake, Agesilaus in Diodorus, GRBS XXVII (1986), 263. Tutte le traduzioni sono mie. 2 G.L. Cawkwell, Agesilaus and Sparta, CQ XXVI (1976), 62-84; P. Cartledge, Agesilaos and the crisis of Sparta, Baltimore 1987, passim; C.D. Hamilton, Agesilaus and the failure of Spartan hegemony, AncW V (1982), 67-78; E. Luppino Manes, Tradizione e innovazione. Una costante della di Agesilao, Miscellanea greca e romana XII (1987), 45-65; G. Schepens, la recherche dAgsilas: le roi de Sparte dans le jugment des historens du IVe sicle av. J.-C., REG CXVIII (2005), 31-78; C. Bearzot, Philotimia, tradizione e innovazione: Lisandro e Agesilao a confronto in Plutarco, in A. Perez Jimenez - F. Titchener (Eds.), Historical and biographical values of Plutarchs works: studies devoted to professor P.A. Stadter by the International Plutarch Society, Malaga-Logan 2005, 31-49. 3 Plut. Ages. 7, 3. 4 Plut. Ages. 35, 5: Sembrava dunque essere violento, ostinato, insaziabile di guerre.
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ISSN 2036-587X

Antonio Franco, Agesilao tra guerra e diplomazia

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Ad Agesilao, di certo pure in precedenza, non era mancata labilit nel cogliere e nel gestire il momento diplomatico a servizio della migliore riuscita delliniziativa militare, ma in tali frangenti era stata prevalente come potr dimostrare qualche esempio lordinaria strategia rivolta alla conquista preventiva di posizioni di vantaggio tramite una spregiudicata e dinamica azione bellica, al fine di costringere lavversario a trattare in condizioni di minorit: 1) ne un esempio il rapido apparire del re spartano in Asia (396 a.C.), che intimidisce il satrapo Tissaferne spingendolo ad impegnarsi, ma falsamente, 5 e che, dopo la rottura delle da parte del satrapo e le veloci, efficaci azioni di Agesilao in Frigia nonch, nella primavera seguente, la sua marcia in Lidia fino alla vittoria di Sardi, conduce alla sconfitta di Tissaferne, alla sua cruenta sostituzione con Titrauste e alla conclusione di una vantaggiosa pace per i Lacedemoni; 2) ne un altro esempio la repentina avanzata dimostrativa di Agesilao in Paflagonia6 che, per cos dire, convince il re Otys (in Plutarco Kotys) a concludere unalleanza con lui; 3) ne ulteriore prova latteggiamento da lui tenuto nel ben conosciuto incontro negoziale con il satrapo della Frigia Farnabazo;7 4) ne sono, infine, ancora altri esempi i decisi, sprezzanti ma estremamente efficaci comportamenti del re contro i Tralli della Tracia e contro i Macedoni, che intendevano sbarrargli la strada del ritorno a Sparta nella primavera del 394, battuti a sorpresa dalla sua audacia e costretti ad accettarne il libero transito.8 Penso possa bastare a capire che Agesilao sapesse bene che nellarte della guerra come dice Sun Tzu ci si muove per acquisire posizioni di vantaggio.9 Dopo, per, lintreccio fra uso della diplomazia e azioni di guerra si affina e si fa strategia politica. Nella primavera del 392 a Sardi e nellinverno del 392/1 a.C. a Sparta,10 si ebbero, infatti, delle poco chiare trattative di pace generale: nella prima fase, quella di Sardi, difficile pensare a unazione condivisa dal re spartano, poich la rinuncia allautonomia delle poleis greche dAsia, sulla quale il negoziatore spartano Antalcida basava laccordo con il satrapo Tiribazo, sarebbe certamente risultata inaccettabile al re Agesilao se questi avesse avuto qualche parte nella delegazione spartana; concordo con Devoto nellipotizzare, riprendendo una considerazione solo parzialmente espressa da
Plut. Ages. 9, 1; cfr. Xen. Ages. I 10 e, solo con un vago impegno per la pace, Hell. III 4, 6. Plut. Ages. 11, 1; Xen. Hell. IV 1, 1. 7 Su questo episodio mi piace segnalare il poco noto, bens notevole, contributo del collega nipponico Hideyo Nemoto, The conference of Agesilaos and Pharnabazos in Xenophons Hellenica, ClassStud XVII (2000), che ne mette efficacemente a confronto le fonti: Xen. Hell. IV 1, 29-39 e Plut. Ages. 12. 8 Plut. Ages. 16, 2-4. Daltronde, ad Agesilao si attribuisce un concetto estremamente dinamico, elastico del territorio controllato dalla polis, perfettamente in linea con il suo concetto sintetico, per cos dire professionale, di uso politico della milizia oplitica: come in Plut. Mor. 210e 28 egli sostiene che i confini della Laconia giungono fin dove arrivano le lance degli opliti spartani, cos in Plut. Mor. 210e 29, 210 e 30, 217e 7 afferma che gli opliti sono le mura di Sparta. Cfr. Luppino Manes, Tradizione e innovazione, cit., 63-65. 9 Sun Tzu, Bingfa (Larte della guerra), Junzheng (Manovre di eserciti) 8. 10 Questa probabilmente la pi verisimile cronologia: cfr. J.G. Devoto, Agesilaus, Antalcidas and the failed peace of 392/91 b.C., CPh LXXXI (1986), 191; contra R.E. Smith, The opposition to Agesilaus foreign policy, Historia II (1954), 277, che pensa a un intervallo di un anno. Le fonti sui due episodi, cio Xen. Hell. IV 8, 12-16, Andoc. Sulla pace, passim (in part. 15), Plato Menex. 245 b-c, Filocor. FGgrHist F149, sono piuttosto confuse sotto il profilo cronologico, tanto da far dubitare anche sullanteriorit delle une o delle altre trattative. K.J. Beloch, Griechische Geschichte, III 1, Strassburg 1914, 80-81 le ritiene porzioni di un unico negoziato. D. Musti, Storia greca, Bari 1993, 520-523 ricostruisce in maniera credibile la sequenza degli eventi di tale arco temporale, propendendo per lipotesi avanzata anche da Devoto.
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Smith, che a Senofonte, cos come soprattutto al suo eroe spartano, non sar per nulla dispiaciuto il fallimento delle trattative di Antalcida, che di fatto altro non sono nei loro termini se non lanticipazione degli accordi poi attuatisi nel 386, in quella stessa prospettiva di gretta chiusura particolaristica per cui lautonomia dellaltro appare come negazione di una qualche propria egemonia.11 Per le poleis rappresentate a Sardi respingere gli accordi proposti risultava, comunque, una scelta obbligata dalla difesa delle proprie piccole aree dinfluenza e abilmente mascherata dalla protezione dellautonomia dei Greci dAsia; ma per Agesilao quale fu il vantaggio, oltre alla sconfitta della linea diplomatica del suo Antalcida? Il fallimento della trattativa di Sardi per dirla con J. Devoto riport alla ribalta Agesilao e, dopo i mancati accordi di Sparta, rese Agesilaus domination inevitable.12 Non , comunque, affatto vero che, se non le troppo filo-persiane di Sardi, anche una pace puramente negoziata fra Greci sarebbe risultata del tutto svantaggiosa per i sostenitori politici di Agesilao: sarebbe venuto meno, per, un principio a cui il re rimase legato per tutta la vita, cio ricorda la Luppino Manes che la guerra era per lui strumento di amicizia e di solidariet, la pace strumento di discordia,13 con particolare riferimento al danno che la Persia procurava ai Greci negoziando la pace al fine di mettere discordia fra tutti loro;14 inoltre, lo stesso Plutarco non manca di ricordare che la guerra accresceva lonore di Agesilao e lo rendeva pi famoso e pi potente.15 Del resto, non va trascurato di ricordare come quella congiuntura politicomilitare non potesse che apparire piuttosto favorevole ad un sovrano dalle capacit e dalle esperienze strategiche di Agesilao, dopo le proprie azioni vittoriose a Cheronea, a Corinto contro gli Argivi e in sintonia con le scorrerie per mare del fratellastro Teleuta. Appunto per questo, non escluso che nel re lacedemone prevalesse oltre alla naturale ambizione personale di primeggiare quella superiore dedizione al bene dello Stato, a cui fanno riferimento gran parte delle fonti: certo cos per Plutarco, che usa tale argomento per fare di Agesilao un modello patriottico (in questo ritengo di essere in sintonia con il recente studio di Cinzia Bearzot),16 nonch senzaltro per Senofonte, le cui Elleniche e il cui Agesilao (in specie il cap. 7) sono costellati di prove a sostegno del servizio alla patria offerto dal sovrano, definito appunto e, mi pare ovvio, ; persino Cornelio Nepote, circa tre secoli dopo, ribadir che non minus eius pietas suscipienda est quam virtus bellica e, non molto oltre, numquam Agesilaus destitit, quibuscumque rebus posset, patriam iuvare.17 Limmagine che dunque traspare dalle fonti favorevoli al re spartano, in particolare va aggiunto il contributo altamente elogiativo di Xen. Ages. 2, 20-21, devessere quella del sovrano che si oppose alla pace con gli altri Greci nellesclusivo interesse della
Cfr. Musti, Storia greca, 520. Devoto, Agesilaus, Antalcidas, cit., 195. 13 E. Luppino Manes, LAgesilao di Senofonte tra encomio e commiato, in Miscellanea greca e romana XVI (1991), 152. 14 Xen. Ages. 7, 7: . 15 Plut. Ages. 23, 3: . 16 Bearzot, Philotimia, tradizione e innovazione, cit., 40-49. 17 Nep. Ages. 4, 2: non era in lui inferiore lamor di patria al valore guerresco; Ages. 7, 1: Agesilao non cess mai di giovare alla patria con qualunque mezzo potesse.
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salvezza della sua patria, Sparta (in questo concordo pienamente con quanto esposto, in vari interventi, da E. Luppino Manes): a tale immagine, ma lo dico solo en passant, concorre proprio linsistere delle fonti, in merito alla physis di Agesilao, sul suo odio innato contro i Tebani,18 sul naturale desiderio di guerra del re di Sparta19 e sulla bellezza del suo odio verso la Persia non solo per i danni da essa inflitti ai Greci in passato ma, in special modo, per la corruzione che diffondeva nel presente.20 Daltronde, nota linequivocabile celebrazione che Isocrate, nella sua lettera ad Archidamo, fa di Agesilao, solo qualche anno dopo la morte, definendolo lunico, fra quanti conosciamo, che desider ogni giorno di riuscire a liberare i Greci e di portare guerra contro i barbari.21 Andando, per, pi in profondit nellanalisi degli eventi riferiti dalle fonti, si individua una ratio ben maggiore nellapproccio di re Agesilao (e del suo entourage) alle opzioni della guerra e della diplomazia, viste continuamente nella prospettiva di un disegno politico determinato al controllo dello Stato spartano: a tal proposito, ritengo non condivisibile quanto sostenuto da Smith sulle ragioni del silenzio di Senofonte in merito ai negoziati di Sparta del 392/1, cio che il loro fallimento costitu unumiliazione tanto grande per il re (il quale li avrebbe sostenuti per prestigio personale) da minare la sua reputazione gi instabile, estromettendolo dai passaggi politici successivi;22 latteggiamento di Agesilao dinanzi a questi negoziati (su cui siamo informati lo ricordo quasi esclusivamente da Andocide nellorazione Sulla Pace) potrebbe essere stato, invece, a mio avviso, molto pi ambiguo. Agesilao e i suoi sostenitori, vero, avrebbero avuto qualcosa da ricavare da una pace, purch interna ai Greci e, magari, fatta in modo da sancire lautonomia dei Beoti da Tebe o altre garanzie per Sparta: tale comportamento, per, non sembra coerente con quella suddetta immagine che il re voleva dare di s in pubblico e che appositamente trasmessa dalle fonti a lui favorevoli; questeventuale incoerenza, comunque, parrebbe tuttal pi coperta dal suo ammiratore Senofonte con il silenzio su un tale gioco politico-diplomatico che, peraltro, fu fallimentare e come direbbe Guido Schepens peu flatteur per Agesilao. Fa bene, del resto, Devoto, che pure accomuna il re lacedemone ad Antalcida nella fallita diplomazia del 392 e del 391 a.C., a non rimarcare, come invece fa Smith, un presunto change di rotta politica a Sparta con una conseguente emarginazione di Agesilao dai passaggi politici successivi (n, daltra parte, questo si potrebbe senzaltro dire di Antalcida), in quanto, a mio giudizio, non sussistono affatto n luno n laltra.23 Agesilao, infatti, appare protagonista dellopzione militare susseguente alla ripresa delle ostilit, con riuscite, anche se non decisive operazioni nella zona dellIstmo,

Oltre al suddetto accenno (negativo) di Diod. (teste Eforo) XV 19, 4, cfr. Xen. Hell. V 1, 33 e Plut. Ages. 22, 2. 19 Plut. Ages. 35, 5. 20 Cfr. Xen. Ages. 7, 7. 21 Isocr. Ep. ad Archid. 11:
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Su questo contributo di Isocrate, scritto quasi certamente nel 356, cio circa quattro anni dopo la morte di Agesilao, cfr. Cawkwell, Agesilaus and Sparta, cit., 69. 22 Smith, The opposition, cit., 278-279. 23 Devoto, Agesilaus, Antalcidas, cit., 200-202.

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del golfo Saronico, della Gerana e, in seguito (389/88), persino contro gli Acarnani, a sostegno degli Achei suoi alleati, costringendo quelli ad accordi di pace.24 Daltronde, egli mi pare avere un ruolo di primo e non di secondo piano nel contesto politico in cui matura la Koin eirne del 386, comunemente ma forse troppo sbrigativamente denominata Pace di Antalcida o del Re, che sembrerebbe veder prevalere la Realpolitik del navarco spartano in accordo con le abili strategie del satrapo Tiribazo, sacrificando lautonomia delle poleis greche dAsia: non manca, invece, di Realpolitik neppure la condotta del re lacedemone e ritengo che abbia ragione il Musti a non vedere nessun sostanziale conflitto tra la linea politica di Agesilao e quella di Antalcida, anche se, per, non mi sento di condividere che il primo in definitiva solo il braccio armato della politica di Antalcida.25 Concordando con J. Devoto, preferisco ipotizzare che Agesilao began to resume control of policy with Antalcidas failure in Sardis, ma che the events would force Agesilaus to lay aside his differences with Antalcidas: quali eventi, dunque, conducono il re a rendersi conto della unhappy truth, that Spartan interests demanded peace in Europe, even at the expense of the Asian Greeks autonomy?26 Il corso della guerra aveva subito, a mio avviso, un ribaltamento nellanalisi politica del sovrano lacedemone: da una situazione intorno al 392 a.C. (trattative di Sardi), in cui le vicende belliche sono in fase di stallo in Asia (e non per colpa di Agesilao) mentre registrano successi spartani, seppur non determinanti, in Grecia (e per merito suo), ad una situazione, nel 388/7 a.C., di promettente fluidit nellEgeo e in Asia, soprattutto dopo il controllo di Abido (ma non per merito di Agesilao), e di stallo preoccupante in Grecia, dove le scaramucce pur vittoriose di Agesilao non poterono certo bilanciare il trauma del massacro della mora lacedemone degli Amicli presso Corinto nel 390, ad opera del generale ateniese Ificrate e dei suoi peltasti.27 Questo fatto darme costituisce, a mio avviso, un punto di svolta per i disegni politico-strategici di Agesilao, il quale dovette ammettere che le condizioni di evidente vantaggio, almeno in Grecia, per Sparta erano venute meno e che non cerano pi i presupposti per osteggiare, pi o meno visibilmente, i negoziati di pace: certamente edificante pensare, ancora una volta, ad una prevalenza della ragion di Stato, cio delle preoccupazioni per legemonia e il prestigio lacedemoni, dal momento che pi direttamente, in territorio ellenico, il conflitto si faceva incerto, lasciando un maggior vantaggio agli Ateniesi, con ripetuti successi (e persino una fonte positiva per Agesilao, come Senofonte, ammette che, dallo scontro di Corinto, Ificrate conobbe un successo dopo laltro).28 Cos il sovrano avrebbe, ancora una volta, anteposto il bene di Sparta alle proprie ambizioni personali, dimostrando la sua totale sottomissione alle sacre leggi della patria lacedemone,29 anche se poi, apertamente, dichiarer, comunque, tutta la sua contrariet alla pace che sar stabilita nel 386 almeno finch, come narra lencomio

24 Plut. Ages. 22, 10: Xen. Hell. IV 7, 1 aggiunge che gli Acarnani si allearono con gli Spartani: ; cfr. anche Xen. Ages. II 20. 25 Musti, Storia greca, cit., 528. 26 Devoto, Agesilaus, Antalcidas, cit., 202. 27 Il molto dettagliato brano senofonteo Hell. IV 5, 7-18 (Plut. Ages. 22, 3-8 assai pi sbrigativo) riferisce di ben 250 opliti lacedemoni caduti. 28 Xen. Hell. IV 5, 19: 29 Cfr. Xen. Ages. I 36; VI 4; VII 2.

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senofonteo (II 21) per evidenziarne laltruismo, non riusc ad imporre il ritorno nelle loro rispettive poleis degli esuli filo-spartani di Corinto e Tebe.30 In realt, il resoconto delle Elleniche, meno soggetto ad encomiastiche approssimazioni, rivela che Agesilao si oppose alla Koin eirne per ottenere non la protezione degli esuli tebani e corinzi amici di Sparta, ma leliminazione del controllo militare tebano sulla Beozia e di quello argivo su Corinto (solo in questo caso si parla di rimpatrio degli esuli):31 i fini del sovrano spartano appaiono, pertanto, ben pi pragmatici che ideali, ben pi particolaristici che altruistici, in perfetta continuit con la linea politica egemonica e di protezione degli interessi laconici che egli aveva tradizionalmente mantenuto. In questo modo, per, egli conserv abilmente, al tempo stesso, il prestigio interno come difensore dellinfluenza di Sparta sul suolo continentale greco e il ruolo di interlocutore imprescindibile nelle trattative internazionali, nella qualit di interprete unanimemente riconosciuto, anche nel momento della pace, degli interessi panellenici.32 Ma come stanno, insomma, le cose? Come va intesa quella pace del 386 che la fonte di Plutarco, evidentemente favorevole ad Agesilao, liquida quale uninfamia ( ), in cui il sovrano non volle avere parte addossando ogni responsabilit sul suo acerrimo nemico politico, cio Antalcida, che (a tutti i costi) per esclusiva invidia verso i successi bellici di Agesilao, senza esitare ad abbandonare al loro destino i Greci dAsia, per cui il sovrano spartano era, invece, orgoglioso di essersi sempre battuto?33 La contraddittoria koin eirne del 386, a cui secondo lo sbrigativo assunto eforeo in Diod. XIV 110, 2 i Lacedemoni giunsero per stanchezza ( ),34 sarebbe invece avvenuta concordo con J.G. Devoto when the Persian court and Agesilaus partisans acknowledged a coalescence of interests35 e, dunque, in accordo con la politica diplomatica gi da tempo sostenuta da Antalcida, ma con il re Agesilao per come attore protagonista e non comprimario:36 in buona sostanza, il sovrano lacedemone avrebbe accettato obtorto collo di trattare con il Gran Re e di far applicare le
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Xen. Ages. II 21:

Xen. Hell. V 1, 32; V 1, 34. La discrepanza notata in C. Elliott Sorum, The authorship of Agesilaus, PP XXXIX (1984), 267. 32 Cfr. S. Perlman, Panhellenism, the Polis and Imperialism, Historia XXV (1976), 18-19. Anche in Cawkwell, Agesilaus and Sparta, cit., 84, si giunge alla conclusione che la politica di Agesilao non fa eccezione rispetto alla tradizione egemonica spartana e allossequio alle leggi patrie: ci considerato un suo limite ma anche il fondamento della lunghissima durata del suo regno. 33 Cfr. Plut. Ages. 23, 2-3:
31 34 Pi che volutamente inconsistente, come si sostiene in Westlake, Agesilaus in Diodorus, cit., 263, riterrei la sintesi diodorea su alcuni passaggi della vita politica di Agesilao artatamente approssimativa, in dipendenza ovviamente dalla sua fonte, cio Eforo, che su questa visione sintetica basa la sua capacit di tratteggiare il personaggio di Agesilao in una luce pi positiva di tutti gli altri. 35 Devoto, Agesilaus, Antalcidas, cit., 202. 36 Ribadisco quanto gi affermato, riprendendo in parte una riflessione del Musti (cfr. supra, n. 25) sulla pragmatica intesa fra i due nemici politici in merito alla pace del 386, non scorgendovi (come, invece, fa p.e. Cawkwell, Agesilaus and Sparta, cit., 68-69) conflittualit. Sui motivi che condussero alla Koin eirne del 386 cfr. in particolare E. Aucello, La genesi della pace di Antalcida, Helikon V (1965), 355 ss.; R.J. Seager, The Kings Peace and the Balance of Power in Greece, Athenaeum LII (1974), 36-63; M.M.A.H. ElAbbadi, The Greek Attitude Towards the Kings Peace of 386 b.C., ABSA XLIII (1975), 7 ss. Sul concetto di pace comune cfr. T.T.B. Ryder, Koin Eirne, Oxford 1965, 84-86.

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condizioni di pace con tutti i mezzi37 perch, oltre a un superiore vantaggio per lo Stato, avrebbe individuato nel negoziato un percorso utile per mantenere forte linfluenza spartana laddove contava di pi, cio in Grecia, a danno delle altre poleis tradizionalmente rivali, in primis specie in quel periodo la Tebe a cui Agesilao tanto ostile, probabilmente (ma non questa la sede per entrare nel merito) per una precisa e profetica intuizione sullascesa politico-militare che i Tebani stavano intraprendendo, pi che per quellodio presentato dalle fonti come innato, quasi unossessione antitebana del re spartano.38 Si comprende agevolmente come tale percorso politico garantisse, in special modo, il prestigio personale di Agesilao, per cui Plutarco dice significativamente che il re accett la pace con il primario obiettivo di indebolire i Tebani,39 sacrificando il suo disegno politico, basato sulla guerra ad oltranza alla Persia e sulla protezione dellautonomia dei Greci dAsia, per una Realpolitik ancorata allambito pi prettamente ellenico e al consolidamento del sempre traballante fronte politico interno; peraltro, si poteva egli sempre ben distinguere da Antalcida, essendo ben noti i precedenti politicodiplomatici di questi, pi arrendevoli nei confronti del Persiano, facendo ricadere su di lui i tratti meno edificanti di un accordo che piuttosto palesemente avvantaggiava la Persia nello scacchiere egeo. A ci contribu senzaltro unabile strategia propagandistica fatta di dicerie e aneddoti su Agesilao finalizzati a mantenerne integra la tradizionale immagine del re e , della quale fanno parte sia la sua arguta risposta, a chi gli contestava limprovviso simpatizzare dei Lacedemoni per i Medi ( ), che piuttosto erano i Medi a simpatizzare per i Lacedemoni ( ), sia il pi serio racconto che una volta conclusa la pace il re di Persia gli mand una lettera invitandolo a vincoli di ospitalit e amicizia, ma Agesilao rifiut, dicendo che bastava lamicizia fra i loro popoli e, mantenendosi quella, non cera bisogno di nessun rapporto personale.40 In Agesilao, per quanto si detto, le azioni di guerra sono utili a forzare la politica e la diplomazia mantenendo alta, spesso pi nella propaganda che nella realt, la tradizionale vocazione spartana alla prassi dellarte della guerra come naturale esercizio di relazione fra le genti; non mancavano, per, le spinte a lasciar spazio, quanto meno per opportunismo, allazione negoziale allo scopo di garantirsi da guai peggiori nello scacchiere internazionale. E Agesilao cerc dinterpretare anche quelle spinte. Labile e ambiguo uso di opzioni belliche e diplomatiche condusse, dunque, diversamente a quanto si ritiene da parte di alcuni, a un ritorno di Agesilao al pieno controllo sulla politica spartana, anche se ad un caro prezzo, foriero di sviluppi a medio termine tuttaltro che di successo per Sparta:41 Agesilao lironico commento finale
Plut. Ages. 23, 5: Sulle ragioni del di Agesilao per i Tebani si veda (con qualche cautela) C.D. Hamilton, Thebes and Sparta in the fourth century: Agesilaus Theban obsession, Ktema XIX (1994), 239-258. 39 Plut. Ages. 23, 5: 40 Per i due aneddoti cfr. Plut. Ages. 23, 4; 23, 10. 41 Lo stesso Isocrate, che elogia Agesilao nel modo suddetto (cfr. supra, n. 21), non risparmia al re spartano di aver commesso il grave errore di voler conciliare linconciliabile: la difesa degli interessi particolaristici dei degli Spartani con il sogno di un Panellenismo aggressivo e vincente nei confronti del secolare avversario persiano. Cfr. Isocr. Ep. ad Archid. 12-14. Questa necessit di una preventiva riconciliazione fra gli Elleni per chi intende guidare il sogno panellenico della sconfitta del Persiano ribadita, in termini quasi identici, in Isocr. Philip. 86-88. Sul panellenismo trattato dagli oratori attici in relazione alle vicende politico-militari susseguenti a quelle che ebbero come protagonista Agesilao cfr. Perlman, Panhellenism, the Polis and Imperialism, cit., 19-29.
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anche di J.G. Devoto came to preside over Spartas rise to the zenith of her power in the ancient world only by cooperation with his most persistent rival and by retreat from his most cherished ideal.42 Di tale sviluppo lacedemone fino allo zenit della sua potenza Agesilao fu, insomma, certamente un indiscutibile artefice, ma , daltro canto, proprio nelle contorte radici di tale sviluppo come possiamo tutti comprendere che vanno individuate le cause, paradossalmente, della davvero non molto lenta decadenza dellegemonia di Sparta sulla Grecia.
Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo tonyfranco@libero.it on line dal 23.05.2010

Antonio Franco

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Devoto, Agesilaus, Antalcidas, cit., 202.

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CINZIA BEARZOT

Lambasceria ateniese a Susa (367 a.C.)

Nel 367 gli Spartani inviarono Euticle a Susa per ottenere dalla Persia il sostegno finanziario necessario a fronteggiare la crisi intervenuta dopo la sconfitta di Leuttra e le invasioni del Peloponneso da parte dei Tebani. Questi ultimi reagirono inviando, a loro volta, Pelopida,1 con lintento di sottrarre a Sparta liniziativa del rapporto con la Persia e di ottenere il riconoscimento di Tebe come garante della koin eirene. Allambasceria si unirono gli alleati di Tebe, gli Arcadi (che inviarono Antioco) e gli Elei (che inviarono Archidamo e Argeo). Gli Ateniesi, avuta notizia dellambasceria, inviarono a loro volta Timagora e Leone (che, come di consueto, esprimevano orientamenti politici diversi). Le nostre informazioni sulle trattative derivano per lo pi da Senofonte (Hell. VII 1, 33-38) e da Plutarco (Pelop. 30-31, 1; Artox. 22, 8-12), mentre Diodoro non ne parla affatto.2 Il racconto delle nostre fonti mostra unimpostazione molto diversa. A mio parere Senofonte, bench tendenzioso, il solo a consentirci di ricostruire la vicenda dellambasceria ateniese in una prospettiva politica e non esclusivamente moralistica: cercher ora di documentare questa mia impressione. 1) Senofonte Elleniche VII 1, 33-38
33. I Tebani, le cui mire erano sempre volte alla conquista dellegemonia in Grecia, ritennero che, inviando unambasceria al Re di Persia, ne avrebbero ottenuto in qualche modo lappoggio ( ). In considerazione della presenza alla corte del Re anche dello spartano Euticle, convocarono immediatamente gli alleati e per conto dei Tebani part Pelopida, per gli Arcadi il lottatore di pancrazio Antioco e per gli Elei Archidamo; li accompagnava anche Argeo. Alla notizia di questa ambasceria gli Ateniesi inviarono a loro volta Timagora e Leone. 34. Arrivati a destinazione, rispetto agli altri Pelopida si trov in notevole vantaggio ( ) presso il Persiano, perch poteva affermare che i Tebani erano stati gli unici in tutta la Grecia a combattere a fianco del Re a Platea e a non schierarsi mai contro di lui neppure in seguito, mentre gli Spartani avevano mosso loro guerra, perch non avevano voluto partecipare alla spedizione di Agesilao contro il Re, non permettendogli neppure di compiere sacrifici in Aulide, proprio nel luogo in cui
1 Ed Ismenia, figlio del pi celebre Ismenia messo a morte da Leontiade e dagli Spartani: cfr. Plut. Artox. 22, 8. 2 Diod. XV 81, 3; cfr. Nep. Pelop. 4, 3. Diod. XV 76, 3 parla di una koin eirene nel 366/5, di cui Senofonte non parla: per il dibattito in merito cfr. M. Jehne, Koine Eirene. Untersuchungen zu den Befriedungsund Stabilisierungsbemhungen in der griechischen Poliswelt des 4. Jahrhunderts v. Chr., Hermes Einzelschriften 63, Stuttgart 1994, 86 ss. (che si mostra possibilista).

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ISSN 2036-587X

Cinzia Bearzot, Lambasceria ateniese a Susa (367 a.C.)

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li aveva compiuti Agamennone salpando per lAsia alla conquista di Troia. 35. Contribuiva poi ad aumentare la stima per Pelopida, oltre alla vittoria dei Tebani nella battaglia di Leuttra, anche il fatto che fossero riusciti a saccheggiare il territorio di Sparta. E Pelopida fece notare che anche gli Argivi e gli Arcadi, senza laiuto tebano, erano stati sconfitti dagli Spartani. Le sue affermazioni furono confermate dalla testimonianza dellateniese Timagora, secondo dopo Pelopida nella stima del Re ( ). 36. Questi chiese quindi a Pelopida quali condizioni a lui favorevoli voleva fossero inserite nel trattato ed egli rispose: Lautonomia di Messene da Sparta e il disarmo della flotta di Atene; limpegno a compiere una spedizione contro di esse in caso di rifiuto delle presenti condizioni e a marciare innanzitutto contro qualunque citt non volesse partecipare sotto la guida di Tebe. 37. Dopo la redazione e la lettura di queste condizioni agli ambasciatori, Leone esclam in presenza del Re: Per Zeus, Ateniesi, a quanto pare ormai tempo per voi di cercare un altro amico al posto del Re. Quando il segretario gli rifer le parole dellAteniese, il Re fece aggiungere questa clausola: Se gli Ateniesi sono a conoscenza di condizioni pi giuste di queste, vengano a renderle note al Re. 38. dopo che gli ambasciatori tornarono nelle rispettive citt, gli Ateniesi misero a morte Timagora, accusato da Leone di non aver voluto stare3 con lui e di essersi consigliato su ogni punto del trattato con Pelopida ( ). Quanto agli altri ambasciatori, leleo Archidamo ebbe parole di approvazione per ci che aveva deliberato il Re, perch si era mostrato pi favorevole agli Elei che agli Arcadi, mentre Antioco, vedendo che la potenza arcadica era stata tenuta in poco conto, non accett neppure i doni e rifer ai Diecimila che il re aveva uninfinit di fornai, cuochi, coppieri e valletti, ma uomini in grado di combattere con i Greci, pur avendo cercato tanto, non era riuscito proprio a vederne. Disse anche che tutte quelle immense ricchezze a lui parevano solo una spacconeria, dal momento che anche il famoso platano doro non era in grado di far om bra neppure a una cicala.4

La ricostruzione di Senofonte (che parla qui di Pelopida per la prima volta)5 si segnala per la sua tendenza antitebana, come mostrano diversi aspetti del racconto. a) Lobiettivo dei Tebani di ottenere legemonia della Grecia; viene usato due volte ( 33 e 34) il verbo pleonektein (= pretendere di avere di pi senza vero diritto) per esprimere le conseguenze dellappoggio del Re a Tebe. questa, fin da Tucidide, la terminologia dellimperialismo, non dellegemonia spontaneamente riconosciuta e quindi legittima.6 b) Pelopida trova udienza presso il Re a motivo del tradizionale medismo di Tebe, espressosi in particolare in occasione della battaglia di Platea del 479 e nel divieto fatto ad Agesilao di sacrificare ad Aulide prima della partenza per lAsia nel 396; si noti,

Pi precisamente: condividere la tenda, gli alloggiamenti. Traduzione di M. Ceva, in Senofonte, Elleniche, Milano 1996. 5 Chr. Tuplin, The Failings of Empire. A Reading of Xenophon Hellenica 2.3.11-7.5.27, Historia Einzelschriften 76, Stuttgart 1993, 154: la presentazione di Pelopida (che si umilia fino a vantarsi del medismo tebano per non ottenere nulla in cambio dal Re) appare come a deliberate response to the creation of heroes by the pro-Theban tradition. 6 Tuplin, The Failings of Empire, cit., 152, nota come la pleonexia sia respinta nei discorsi di Autocle e di Callistrato al congresso di Sparta del 371.
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inoltre, che lo stesso Pelopida a farsi un vanto presso il Re del medismo beotico.7 Solo secondariamente viene ricordata, come motivo della stima del Re, la fama di Tebe come avversario vittorioso di Sparta (e dunque come aspirante alla legittima egemonia della Grecia). Viene qui ripreso, e con particolare velenosit, uno dei temi principali della propaganda antitebana di IV secolo (espressasi anche nel giuramento di Platea e nella ripresa del tema della decima delfica al congresso di Sparta del 371, cfr. Xen. Hell. VI 3, 20). c) Senofonte nota, alquanto malignamente, lemergere di tensioni tra Tebe e gli alleati peloponnesiaci (gli Argivi e in particolare gli Arcadi, di cui Pelopida sottolinea pubblicamente la dipendenza dallaiuto tebano e le cui pretese vengono negate a favore degli Elei). questo un aspetto che altre fonti tacciono, ma che nelle Elleniche emerge anche altrove: in VII 1, 22-26, a proposito della rivendicazione dellegemonia peloponnesiaca da parte degli Arcadi, e in VII 39-40, a proposito del rifiuto degli alleati di sottoscrivere la pace di Susa. La fronda animata da Licomede di Mantinea,8 ma il malcontento serpeggia anche presso altri alleati, finendo per compromettere, secondo Senofonte, le ambizioni egemoniche dei Tebani. d) Quanto alle clausole della pace, la selezione di Senofonte molto indicativa: Pelopida avrebbe chiesto il disarmo della flotta ateniese,9 lindipendenza di Messene e limpegno a seguire Tebe contro chi non rispettasse le condizioni di pace.10 In almeno due casi su tre, le richieste riflettono interessi esclusivamente tebani; solo lindipendenza di Messene pu essere considerata di interesse panellenico. Unaltra caratteristica della versione senofontea linteresse prevalente per Atene (che gi si riscontra in altri resoconti diplomatici, come il racconto del congresso di pace del 371).11 Senofonte non solo, come si detto, lunico a ricordare la richiesta di disarmo della flotta ateniese da parte tebana, ma anche la fonte che parla con maggiore ampiezza e maggior sensibilit politica del ruolo degli ambasciatori ateniesi, Timagora e Leone.12 Il trattamento di Timagora interessante perch la sua figura ritorna in altre fonti, ma con diversa caratterizzazione. In Senofonte Timagora, secondo dopo Pelopida nella stima del Re, viene presentato come sostenitore del Tebano, che ne conferma puntualmente le parole e si consiglia con lui su ogni punto del trattato; egli esprime apertamente il suo dissenso dal collega Leone rifiutandosi addirittura di alloggiare con la delegazione ateniese. Leone, invece, appare un leale sostenitore degli interessi ateniesi: egli reagisce duramente alla richiesta del disarmo della flotta, minaccia
J. Buckler, The Theban Hegemony, 371-362 B.C., Cambridge, Mass. & London 1980, 153-154. Su Licomede, che pu essere forse considerato un nazionalista del genere del tebano Ismenia, cfr. S. Duani, The Arcadian League of the Fourth Century, Beograd 1970, 292 ss.; Buckler, The Theban Hegemony, cit., 105-106; 158-159; 185 ss.; H. Beck, Polis und Koinon. Untersuchungen zur Geschichte und Struktur der griechischen Bundesstaaten im 4. Jahrhundert v. Chr., Historia Einzelschriften 114, Stuttgart 1997, 74 e nota 48, 222 ss.; cfr. inoltre Tuplin, The Failings of Empire, cit., 151 ss. 9 Secondo T.T.B. Ryder, Koine Eirene. General Peace and Local Independence in Ancient Greece, LondonNew York-Toronto 1965, 80 (cfr. anche Buckler, The Theban Hegemony, cit., 155), si trattava in realt di una clausola di smobilitazione generale, di cui Senofonte sottolineerebbe la conseguenza pi significativa; cfr. Jehne, Koine Eirene, cit., 83. 10 Ci costituiva un passo indietro rispetto alla pace di Atene del 371/70, che prevedeva la volontariet degli interventi militari: in caso di aggressione contro una delle citt che hanno aderito al presente giuramento, andr in suo aiuto con tutte le mie forze (Hell. VI, 5, 1-3). 11 C. Bearzot, Federalismo e autonomia nelle Elleniche di Senofonte, Milano 2004, 93 ss. 12 Su Timagora cfr. Kirchner, PA 13595; su Leone, Kirchner, PA 9101; Traill, PAA 605450.
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il Re di indurre gli Ateniesi a cercare altre amicizie13 e ottiene infine da lui linserimento di una clausola favorevole ad Atene; infine egli accusa il collega, dopo il rientro, di aver sostenuto gli interessi tebani, ottenendone la condanna a morte.14 Il contrasto fra i due ambasciatori ateniesi in Senofonte strettamente politico15 e getta luce sulle tensioni interne ad Atene tra fazione filotebana e fazione filospartana. notevole che manchi in Senofonte ogni forma di moralismo sul rapporto di Timagora con il Re, pure presente in altre fonti, anche ateniesi, che parlano di corruzione. Demostene, per esempio, ricorda lesempio di Timagora nellorazione XIX Sullambasceria, nellambito di una lista di prodidontes, parapresbeuontes e dorodokountes ( 191):16 egli avrebbe ottenuto dal Re quaranta talenti in cambio di non meglio precisate promesse ( 137), e per questo sarebbe stato messo sotto accusa da Leone ( 191)17 e condannato a morte dal popolo ( 31). Senofonte, pur ricordando il rapporto privilegiato fra il Re e Timagora, non accenna alla corruzione: la colpa di Timagora , semmai, di non aver collaborato con Leone e di aver sostenuto in ogni cosa Pelopida. Infine, merita qualche rilievo linteresse di Senofonte per lambasciatore arcade Antioco. In primo luogo, il rifiuto dei doni da parte di Antioco intende certamente esprimere insoddisfazione per lesito dellambasceria.18 Inoltre, le parole di Antioco sul valore degli Arcadi e sulla mollezza dei Persiani esprimono consapevolezza dellunit dellArkadikon e della sua forza militare, e costituiscono una conferma della crescita di autocoscienza determinata presso gli Arcadi dallintervento di Licomede sopra ricordato.19 Infine, il racconto senofonteo evidenzia la formazione, al termine dellambasceria, di due assi contrapposti: Tebani/Elei e Ateniesi/Arcadi. Le informazioni che Senofonte offre per il campo arcadico potrebbero risalire, oltre che alla relazione di Leone (il comportamento sdegnoso di Antioco verso il Re), proprio agli intensi rapporti avviati da Licomede con Atene contestualmente alla rottura con i Tebani e interrotti dal suo assassinio nel 366 (i contenuti della relazione di Antioco ai Diecimila).20 2) Plutarco Pelopida 30:21
1. I Tebani, informati che messi Spartani e Ateniesi salivano al Gran Re per sollecitare un trattato di alleanza, mandarono anchessi Pelopida, con una decisione molto buona, considerata la fama di cui godeva. 2. Innanzi tutto egli passava attraverso le province del Re preceduto da fama e rispetto, poich la
Tuplin, The Failings of Empire, cit., 153 (cfr. Buckler, The Theban Hegemony, cit., 157), suggerisce che la minaccia di Leone possa riferirsi ad un eventuale appoggio di Atene alla grande rivolta dei satrapi. 14 Il processo (367) fu uneisanghelia allassemblea, secondo Hansen per prodosia e dorodokia (M.H. Hansen, Eisangelia. The Sovereignty of the Peoples Court in Athens in the Fourth Century B.C. and the Impeachment of Generals and Politicians, Odense 1975, nr. 82). 15 S. Perlman, On Bribing Athenian Ambassadors, GRBS XVII (1976), 223-233, 229; Tuplin, The Failings of Empire, cit., 153. 16 D.P. Orsi, in Plutarco, Le vite di Arato e di Artaserse, Milano 1987, 296. 17 Leone accus Timagora, ed era stato suo collega dambasceria per quattro anni. Il particolare dei quattro anni discusso da D.J. Mosley, Leon and Timagoras: Co-Envoys for Four Years?, GRBS IX (1968), 157-160, che lo considera unesagerazione retorica privo di vero fondamento. 18 Perlman, On Bribing Athenian Ambassadors, cit., 228. 19 Bearzot, Federalismo e autonomia, cit., 127 ss. 20 Sulla morte di Licomede cfr. H. Beck, Das Attentat auf Lykomedes von Mantineia, Tekmeria III (1997), 1-6. 21 Sul passo cfr. il commento di A. Georgiadou, Plutarchs Pelopidas. A Historical and Philological Commentary, Stuttgart-Leipzig 1997, 205 ss.
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voce delle sue imprese contro gli Spartani non si era diffusa per lAsia a poco a poco o entro ambiti limitati; la prima notizia giunta riguardava la battaglia di Leuttra, e ogni volta che si annunciava qualche nuova vittoria, la sua fama era andata crescendo ed era giunta alle regioni pi lontane. 3. Poi, quando lo videro satrapi, dignitari di corte e generali, egli fu al centro di ammirazione e di esclamazioni: Questi colui che ha cacciato gli Spartani dalla terra e dal mare. E ha costretto entro il Taigeto e lEurota la Sparta che poco prima aveva con Agesilao intrapreso la guerra contro il grande Re e i Persiani per il possesso di Ecbatana e Susa. 4. Di questo si compiaceva Artaserse, e ancor pi ammirava Pelopida per la sua fama e lo colmava di onori, volendo che apparisse che egli era riverito ed esaltato dai personaggi di maggiore spicco. 5. Ma quando lo ebbe sotto gli occhi e ne sent i discorsi, pi sostanziosi di quelli degli Attici, pi semplici di quelli degli Spartani, lo prese ancor di pi in buona parte, e con la franchezza propria del Re non nascose la stima che provava per lui, n sfugg agli altri ambasciatori che egli faceva di lui il massimo conto. 6. Eppure sembra che tra i Greci egli abbia onorato soprattutto Antalcida, cui mand, durante il banchetto, la corona che aveva in capo, dopo averla intinta nel profumo. 7. Con Pelopida non giunse a simili segni di attenzione, ma gli mand i doni pi ricchi e fastosi, e soddisfece tutte le sue richieste: che i Greci fossero autonomi, che Messene fosse ripopolata, che i Tebani fossero considerati amici tradizionali del Re.22 8. Ottenute tali risposte, dopo aver accettato soltanto i doni che erano segno di buona grazia e benevolenza, torn in patria, e questo soprattutto mise in cattiva luce gli altri ambasciatori. 9. Quindi gli Ateniesi processarono Timagora e lo mandarono a morte, giustamente e a ragion veduta se lo fecero per il numero dei doni che quello aveva accettato; 10. infatti egli non prese soltanto argento e oro, ma anche un fastoso divano e servi che glielo preparassero, con la giustificazione che i Greci non lo sapevano fare, e poi ottanta vacche con i vaccai, con il pretesto che aveva bisogno di latte vaccino per motivi di salute; 11. inoltre era sceso al mare su una lettiga i cui portatori avevano ricevuto dal re quattro talenti. 12. Sembra comunque che gli Ateniesi non si siano irritati in particolare per la corruzione ( ); quando infatti Epicrate il barbuto, che non negava di aver ricevuto doni dal Re, afferm che avrebbe proposto per decreto di eleggere ogni anno, al posto dei nove arconti, nove personaggi scelti dalla massa dei poveri da mandare al Re affinch con i doni potessero arricchirsi, il popolo ne rise.23 13. In realt gli Ateniesi erano irritati perch tutto era andato bene ai Tebani ( ), e non consideravano quanto la fama di Pelopida fosse superiore ai discorsi retorici per un uomo che venerava chi nella guerra riusciva sempre vincitore.24

Nel successo di Pelopida laspetto personale, sottolineato dalle fonti (cfr. anche Xen. Hell. VII 1, 34-35), sembra avere un ruolo significativo, accanto alla percezione dellisolamento di Sparta in Grecia (Jehne, Koine Eirene, cit., 82). 23 Laneddoto ricordato da Egesandro di Delfi [F 7, FHG IV, 414] in Ateneo (cfr. VI 58 [251 b]) nello stesso contesto in cui si parla anche di Timagora, condannato a morte per aver fatto la proskynesis al Re durante lambasceria: cfr. Georgiadou, Plutarchs Pelopidas, cit., 210-211. Sul caso di Epicrate cfr. Perlman, On Bribing Athenian Ambassadors, cit., 230-231. 24 La spiegazione superficiale e non tiene conto del sostegno ricevuto da Timagora (Georgiadou, Plutarchs Pelopidas, cit., 211). La traduzione di P. Fabrini, in Plutarco, Pelopida. Marcello, Milano 1998.
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La ricostruzione di Plutarco nella Vita di Pelopida di segno diverso rispetto a quella senofontea e mostra una tendenza decisamente filotebana. a) Diversa la versione dellorigine dellambasceria: in Plutarco Tebe reagisce alliniziativa di Sparta e Atene, mentre in Senofonte reagisce solo a quella spartana, e Atene lultima ad accodarsi. La cosa non irrilevante: Senofonte sottolinea la reazione difensiva di Atene, che non cerca di sua iniziativa il contatto con la Persia; Plutarco riflette una tradizione tebana che vede Atene e Sparta, alleate, agire unitariamente per isolare Tebe. b) Pelopida, preceduto in Asia dalla notizia delle sue imprese contro gli Spartani, presentato con tono estremamente elogiativo. La grande ammirazione del Re non legata in questo caso al medismo di Tebe, di cui non si parla affatto in questo contesto, ma esclusivamente alle vittorie militari di Pelopida; nellammirazione dei Persiani va in realt riconosciuta, con ogni probabilit, la propaganda tebana, che esagerava il ruolo di Tebe (non si poteva certo dire che essa avesse cacciato Sparta dal mare) e gonfiava gli obiettivi della spedizione di Agesilao (mirante alla liberazione dellAsia Minore, non alla conquista di Ecbatana e Susa). Quanto allaccettazione di doni da parte di Pelopida, essa non presentata come segno di corruzione; accettando i doni che sono segno di buona grazia e di benevolenza ( ), egli manifesta soddisfazione per il buon esito dellambasceria (proprio allopposto di Antioco, che in Senofonte li rifiuta non tanto perch onesto, ma perch insoddisfatto). c) Le richieste di Pelopida sulle clausole dellaccordo sono molto diverse: dal Re egli ottiene lautonomia dei Greci, il ripopolamento di Messene, lamicizia tra Tebe e la Persia. In due casi su tre, si tratta di richieste di interesse panellenico; solo lamicizia patrik tra Tebani e Persiani (lunica allusione in tutto il racconto al medismo tebano, ma volto in positivo) pu essere considerata di esclusivo interesse tebano. Sono omesse invece le questioni pi delicate ricordate da Senofonte, cio il disarmo della flotta ateniese e lobbligo di seguire Tebe. Quanto al ruolo degli altri ambasciatori, Plutarco ricorda solo Timagora, cui ostile, ma la sua colpa non qui, ovviamente, quella di essere filotebano, bens quella di essere molto sensibile alle ricchezze persiane. La sua condanna a morte, tuttavia, sarebbe dovuta non tanto alla corruzione (dorodokia) per i doni ricevuti (peraltro ricordati con molta insistenza), quanto al fatto che tutto era andato bene ai Tebani nel corso dellambasceria. Pur insistendo sullaspetto della corruzione, la fonte di Plutarco finisce per ammettere, con Senofonte, che il vero problema era stata lintesa con Pelopida.25 Secondo la Georgiadou, Plutarco conosce due versioni, quella di Senofonte e unaltra, forse risalente a Callistene (in questo senso sembrano portare lintonazione panellenica e lesaltazione di Pelopida),26 ma sceglie quella che gli consente di
Perlman, On Bribing Athenian Ambassadors, cit., 229. Georgiadou, Plutarchs Pelopidas, cit., 15 ss.: la ricostruzione comunque integrata con materiale aneddotico (ibidem, 27). Per la presenza di Callistene in Plutarco, nella Vita di Pelopida (in cui citato a 17, 4), cfr. H.D. Westlake, The Sources of Plutarchs Pelopidas, CQ XXXIII (1939), 11-22, 18 ss.; S. Fuscagni, Callistene di Olinto e la Vita di Pelopida di Plutarco, in M. Sordi (a cura di), Storiografia e propaganda, CISA III, Milano 1975, 31-55, 31-55 (con le osservazioni di L. Prandi, Callistene. Uno storico tra Aristotele e i re macedoni, Milano 1985, 51, n. 29); J. Buckler, Plutarch on Leuktra, SO LV (1981), 75-93, 75-93; Prandi, Callistene, cit., 70 ss. Ulteriori rilievi in Buckler, The Theban Hegemony, cit., 263 ss.; M. Sordi, Pelopida da Tegira e Leuttra, in Scritti di storia greca, Milano 2002, 477-487 (= H. Beister et alii [Hgg.], Boiotika. Vortrge vom 5. Internationalen Botien-Kolloquium zu Ehren von Professor Dr. Siegfried Lauffer [Mnchen, 13.-17. Juni 1986], Mnchen 1989, 123-130); Ead., Tendenze storiografiche e realt storica nella liberazione della Cadmea in Plut. Pel. 5-13, in Scritti di storia greca, Milano 2002, 539-548 (= Teoria e prassi politica nelle opere di Plutarco [Atti
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contrapporre meglio Pelopida e Timagora in merito al comportamento nei confronti del Re, facendo risaltare la nobilt del Tebano.27 Se dietro Plutarco c, come sembra, uninformazione di parte tebana, limpressione che questa tradizione voglia prendere le distanze da Timagora, sminuendone la figura e collegandolo con il Re pi che con Tebe (peraltro con particolari aneddotici cui la tradizione ateniese pare, nel complesso, abbastanza disinteressata); ma in realt Plutarco finisce poi per confermare che la motivazione dellirritazione ateniese, e quindi della condanna, fu politica, non morale, e riguardava i rapporti con Tebe, non con la Persia.28 3) Plutarco Artaserse 22, 8-12:
Anche Ismenia di Tebe e Pelopida, che gi aveva vinto la battaglia di Leuttra, si recarono dal Re. Pelopida non fece niente di cui dovesse vergognarsi; Ismenia, invitato a prosternarsi davanti al Re, gett a terra dinanzi a s lanello, poi si chin e lo raccolse, dando a credere che si prosternava. 9. LAteniese Timagora mand al Re, per mezzo del suo segretario Beluride, un messaggio segreto; Artaserse, contento, gli don diecimila darici e lo fece seguire da ottanta vacche da mungere, perch Timagora, ammalato, aveva bisogno di latte di vacca. 10. Inoltre gli mand un letto, delle coperte e dei servi per stenderle, pensando che i Greci non sapessero farlo, e dei portatori che lo trasportarono fino al mare, poich era malato. 11. Quando Timagora era a corte, gli venivano inviati pranzi magnifici, sicch Ostane, fratello del re, gli disse: Timagora, ricordati di questa tavola, poich non per nulla che ti viene cos splendidamente imbandita. 12. Ci significava insultarlo per il suo tradimento ( ), pi che invitarlo a ricordarsi dei favori ottenuti. Gli Ateniesi, dunque, condannarono a morte Timagora perch si era fatto corrompere ( ).29

Il racconto della Vita di Artaserse mostra una tendenza simile a quella della Vita di Pelopida, ma con selezione diversa delle notizie. Lorientamento certamente filotebano: si sottolinea infatti il comportamento onorevole di Pelopida e del suo collega Ismenia davanti al Re. Si noti che Ismenia fa in modo di evitare la proskynesis, mentre di averla fatta era espressamente accusato Timagora (cfr. Athen. II 31 [48 e], che dipende da Eraclide di Cuma [FGrHist 689 F 5]; VI 58 [251 b], che dipende da Egesandro di Delfi [F 7, FHG IV, 414).30 Lateniese Timagora (di cui si ricorda un messaggio segreto, grammatidion aporreton, al Re) accetta doni che lo fanno sospettare di tradimento (prodosia)

del V convegno plutarcheo e II congresso internazionale della International Plutarch Society, Certosa di Pontignano, 7-9 giugno 1993], Napoli 1995, 415-422). 27 Georgiadou, Plutarchs Pelopidas, cit., 209-210. 28 Georgiadou, Plutarchs Pelopidas, cit., 209, insiste esclusivamente sulla corruzione da parte del Re, sottolineando laffinit della tradizione presente in Plutarco con quella rifluita in Ateneo. In realt, Ateneo parla solo del fatto che Timagora era stato onorato dal Re (II 31 [48 e]) e aveva fatto la proskynesis, che considera causa della sua condanna (VI 58 [251 b]; Plutarco, se nella Vita di Artaserse parla di condanna a morte per prodosia a favore della Persia e per dorodokia, nella Vita di Pelopida afferma che sembra comunque che gli Ateniesi non si siano irritati in particolare per la corruzione in realt gli Ateniesi erano irritati perch tutto era andato bene ai Tebani. 29 La traduzione di V. Antelami, in Plutarco, Le vite di Arato e di Artaserse, cit. Su questo passo cfr. il commento di Orsi, in Plutarco, Le vite di Arato e di Artaserse, cit., 293 ss. 30 Per il dibattito su questo discusso passo di Ateneo cfr. G. Zecchini, Entimo di Gortina (Athen. II 48 d-f9 e le relazioni greco-persiane durante la pentecontetia, AncSoc XX (1989), 5-13; A. Ruberto, Entimo di Gortina e Artaserse II: un problema cronologico, AFLB XLIX (2006),147-152; Ead., Entimo di Gortina alla corte di Artaserse II, Ktema XXXI (2006), 341-344.

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e condannare a morte per corruzione (dorodokia): egli qui del tutto sganciato da Tebe, e il suo tradimento a favore del Re, non dei Tebani. Resta quindi confermato che la tradizione filotebana evitava di sottolineare lintesa fra Timagora e Pelopida sottolineando anzi i loro diversi comportamenti alla corte del Re e preferiva parlare di un accordo fra Timagora e il Re. Il rapporto Timagora/Tebe, ben chiaro in Senofonte e emergente in fondo anche nella Vita di Pelopida, forse in base allo stesso racconto di Senofonte (Pelop. 30, 12-13: Sembra comunque che gli Ateniesi non si siano irritati in particolare per la corruzione ... in realt gli Ateniesi erano irritati perch tutto era andato bene ai Tebani), qui completamente oscurato. La ricostruzione delle nostre fonti principali, Senofonte e Plutarco, mette in evidenza una notevole differenza di interessi e di tendenza, che tradisce una diversa origine dellinformazione. Linteresse di Senofonte sembra concentrato sulle pretese egemoniche (illegittime) di Tebe, sui suoi rapporti difficili con gli alleati, sullo scontro con Atene; a Susa, Tebe agisce in chiave personalistica, antiellenica e filopersiana. Linformazione, che rivela una prospettiva ateniese, potrebbe provenire da Leone, protagonista della vicenda; Timagora appare come un agente dei Tebani. In Plutarco invece Tebe agisce in senso esclusivamente antispartano e panellenico, senza cedimenti al Persiano; di tensioni con Atene e gli alleati del Peloponneso non c traccia; il ruolo di Atene non viene enfatizzato e Timagora, pi che un traditore filotebano, appare semplicemente un corrotto, sensibile ai fasti dellOriente. Linformazione plutarchea sembra di parte tebana: essa mostra peraltro la conoscenza di una serie di elementi aneddotici su Timagora, sganciato da Tebe e visto come un agente della Persia, che non trovano riscontro n in Senofonte (che si limita a dire che Timagora era secondo solo a Pelopida nella stima del Re) n in Demostene (che ammette la corruzione di Timagora, ma dice anche che egli non fece in tempo a ricambiare i doni del Re).31 Diversa appare anche la qualit dellinformazione offerta dai due autori: a livello storiografico, infatti, le due versioni, sebbene entrambe interessanti, non possono essere considerate equivalenti. La qualit dellinformazione di Senofonte, nonostante la sua evidente tendenziosit, appare complessivamente superiore. Egli offre un racconto particolareggiato, impostato sullaspetto politico e sul tema delle relazioni interelleniche, senza cedimenti aneddotici o moralistici. La sua ricostruzione coglie, peraltro, alcune linee portanti della politica egemonica tebana, come il sostegno allindipendenza di Messene, che isolava Sparta; la richiesta di disarmare la flotta, che mirava a mettere fuori gioco Atene;32 la richiesta al Re di esprimersi in favore degli Elei contro gli Arcadi sul caso della Trifilia, che intendeva mettere in difficolt gli Arcadi, che stavano rivendicando legemonia del Peloponneso.33 Quando gli ambasciatori rientrarono, Sparta si oppose allindipendenza di Messene, mentre Atene rifiut il disarmo della flotta: la
Demostene aggiunge che, come conseguenza, Artaserse fece restituire Anfipoli agli Ateniesi, ma in seguito evit di dare denaro a chicchessia. Secondo Buckler, The Theban Hegemony, cit., 153-154, la questione di Anfipoli era lobiettivo dellambasceria ateniese; da Timagora, Artaserse si attendeva, da una parte, di dividere il fronte ateniese, dallaltra, di ottenere ladesione di Atene alla pace. 32 Tale richiesta mostra la crescita, da parte tebana, dellattenzione per il problema navale; una volta isolata Sparta sulla terraferma, e una volta sottrattole il favore del Re, ci si poteva porre il problema ateniese e quello dellegemonia navale; possibile che il Re abbia proposto a Tebe il sostegno finanziario per la costruzione di una flotta, e che il suo interesse in merito fosse di controllare lEgeo, minacciato dalla ribellione di Ariobarzane. Cfr. Buckler, The Theban Hegemony, cit., 155. 33 Buckler, The Theban Hegemony, cit., 156-157.
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messa a morte di Timagora, su denuncia di Leone, fu anche un modo per notificare la propria indisponibilit a sottoscrivere la pace.34 Ma soprattutto, i Tebani non riuscirono ad ottenere la ratifica degli altri Greci, convocati a questo scopo a Tebe (molto forte fu, in questa occasione, il contrasto con Licomede di Mantinea, che abbandon con tutti gli Arcadi le trattative) e le pretese egemoniche di Pelopida e dei Tebani, per il momento, finirono nel nulla (Xen. Hell. VII 1, 39-40). Il fallimento delle trattative con i Greci appare, in Senofonte, come la conseguenza inevitabile dellevidente incapacit dei Tebani di salvaguardare gli interessi comuni. Plutarco, per parte sua, omette di menzionare il fallimento delle ambizioni egemoniche dei Tebani, poich la mancata ratifica della pace da parte greca in realt incompatibile con lintonazione panellenica e trionfalistica che anima la sua ricostruzione delle trattative; egli anzi ricorda (31, 1) che lambasceria concili non poco il favore popolare a Pelopida al suo ritorno, perch aveva ottenuto tanto che Messene fosse ripopolata quanto che i Greci divenissero autonomi, sottolineando esclusivamente, tra i contenuti delle trattative, quelli di interesse panellenico. Ora, la questione di Messene fu certamente un grande successo di Pelopida; ma dallambasceria a Susa non sort un pi stabile equilibrio in Grecia. La visione sembra quella, favorevole a Pelopida e di intonazione panellenica, di Callistene. Infine, Senofonte lunico a fornirci notizie dettagliate e significative sul comportamento degli ambasciatori ateniesi. Lo storico propone una ricostruzione tutta a favore di Leone, pressoch assente nel resto della tradizione (oltre a Senofonte, lo ricorda solo Demostene, come accusatore di Timagora): linserimento nel trattato di una clausola che lasciava aperto un canale di trattativa tra gli Ateniesi e il Re, nonostante il ruolo privilegiato dato ai Tebani, viene presentato come un successo, dovuto allo spirito combattivo di Leone. Questo atteggiamento di Senofonte non pu spiegarsi in base ad una generica tendenza filoateniese. probabile, piuttosto, che Leone fosse la principale fonte di informazione dello storico; ma forse si pu avanzare lipotesi che fosse anche sostenitore di una linea politica affine alla sua, e non solo perch ostile a Tebe, ma anche e soprattutto perch interessato a garantire, attraverso un progetto di divisione delle sfere dinfluenza, le relazioni Atene/Sparta; tali relazioni si erano normalizzate dopo Leuttra con un trattato di alleanza che costituiva, per Senofonte, la realizzazione della sua visione politica, la stessa espressa da Callistrato nel discorso per il congresso di Sparta del 371.35 Lipotesi di una consonanza politica tra Leone e Senofonte suggerita da un lemma della Suda (s.v. ), forse non sufficientemente valorizzato:

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Buckler, The Theban Hegemony, cit., 157-158. G. Schepens, Three Voices on the History of a Difficult Relationship. Xenophons Evaluation of Athenian and Spartan Identities in Hellenica VI 3, in A. Barzan - F. Landucci - L. Prandi - G. Zecchini (a cura di), Identit e valori: fattori di aggregazione e fattori di crisi nellesperienza politica antica, Atti del Convegno (BergamoBrescia, 16-18 dicembre 1998), Roma 2001, 81-96. 36 Su questo errore cfr. Georgiadou, Plutarchs Pelopidas, cit., 210.
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Dopo aver riportato le solite notizie sulla corruzione di Timagora e sulla sua condanna a morte (corrispondenti a quelle presenti nella plutarchea Vita di Pelopida), condanna collegata in chiusura con il gesto della proskynesis (come in Athen. II 31 [48 e] e VI, 58 [251 b]) e con la dorodokia, il lemma riporta una notizia di grande interesse, che non trova riscontro nel resto della tradizione a noi conservata: Alcuni dicono che aveva promesso ( ) di distruggere lamicizia esistente fra Spartani e Ateniesi. Secondo questa notizia, che risale a fonte imprecisata ma che difficilmente pu essere inventata, Timagora era dunque un esponente del partito filotebano e antispartano, che si proponeva, fra laltro, di porre fine allalleanza tra Sparta e Atene conclusa nel 369 (le posizioni di questo partito sono ben illuminate dal discorso di Autocle al congresso di Sparta del 371).37 Che il Re avesse interesse, nel contesto politico del 367, a sostenere Tebe e a indebolire lasse Atene/Sparta, appare ben comprensibile.38 Si comprende allora meglio il gioco svolto da Timagora fra Atene, Tebe e il Re, e pi chiara risulta lallusione demostenica alle promesse fatte dallambasciatore ad Artaserse e non mantenute (XIX 137: ): di esse faceva parte, con ogni probabilit, quella di distruggere lamicizia esistente fra Spartani e Ateniesi, ricordata dalla Suda. Laccusa di Leone riceve cos nuova luce dal retroscena politico noto alla Suda. Lazione di Timagora, in un momento in cui Atene faceva dipendere la propria fortuna politica dalle rinnovate relazioni di amicizia e di alleanza con Sparta, ben giustifica il processo, la condanna e linserimento tra i colpevoli di prodosia, parapresbeia, dorodokia, che ritroviamo, quasi venticinque anni dopo i fatti, in Demostene. Egli venne dunque accusato e condannato per un motivo prettamente politico, cio per aver condotto lambasceria in modo da favorire Tebe e spezzare lalleanza tra Atene e Sparta; le accuse di corruzione da parte del Re, originate forse dal comune interesse a sostenere Tebe, e che peraltro trovano scarso sviluppo nella tradizione ateniese, furono funzionali ad aggravare la sua posizione con argomenti moralistici cui lopinione pubblica era molto sensibile39. Nella vicenda di Timagora la prodosia, in realt, prevaleva largamente sulla dorodokia: ma il medismo era un argomento assai utile, soprattutto contro i Tebani e i collaboratori dei Tebani (si ricordi che era gi stato usato con profitto nel processo di Ismenia del 382: Xen. Hell. V 2, 35-36). Il favore di Senofonte verso Leone, la convergenza delle loro idee politiche e la ricostruzione in chiave non moralistica del caso di Timagora depongono, come gi si detto, per lidentificazione della fonte di informazione di Senofonte con lo stesso Leone, forse amico, certo appartenente alla stessa fazione dello storico. Proprio la disponibilit di unottima fonte di informazione (un testimone oculare, protagonista della vicenda e perfettamente informato sui suoi diversi risvolti) ha consentito a Senofonte di evitare banalizzazioni moralistiche, come quelle legate alla lettura del comportamento di Timagora in chiave di semplice corruzione. Va tuttavia osservato che la notizia della Suda non proviene da Senofonte: altri canali della tradizione, per noi non pi ricostruibili, avevano dunque conservato tracce di una ricostruzione squisitamente politica della vicenda dellambasceria ateniese del 367. Non escluderei che la seconda fonte di Plutarco, accanto a quella filotebana (Callistene?), fosse non tanto Senofonte, quanto lo storico (un autore di Elleniche?) cui risale la notizia di intonazione politica
Bearzot, Federalismo e autonomia, cit., 85 ss. Buckler, The Theban Hegemony, cit., 155. 39 Perlman, On Bribing Athenian Ambassadors, cit., 229: si tratt di una additional accusation, pi tarda rispetto al processo intentato da Leone (il primo che la ricorda Demostene).
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rifluita nella Suda, che aggiunge un tassello non insignificante al mosaico delle nostre fonti di informazione.
Dipartimento di Scienze storiche Universit Cattolica del Sacro Cuore, Largo Gemelli 1 20123 Milano cinzia.bearzot@unicatt.it on line dal 23.05.2010

Cinzia Bearzot

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ROBERTO SAMMARTANO

Magnesia sul Meandro e la diplomazia della parentela

Nella seconda met del III sec. a.C. lattivit diplomatica delle citt greche conobbe un rinnovato impulso a causa del progressivo incremento delle feste religiose a carattere panellenico, che prevedevano, oltre alle solenni processioni sacre, anche competizioni in svariate discipline agonistiche (gare ginniche, ippiche, musicali etc.).1 Com noto, gli annunci di tali iniziative da parte degli ambasciatori (theoroi) inviati in ogni angolo del mondo ellenistico erano spesso accompagnati dalla richiesta dellinviolabilit, o asylia, finalizzata a preservare limmunit della citt organizzatrice dalle rappresaglie degli eserciti impegnati nelle continue e logoranti guerre combattute, ai vertici, dai sovrani di turno delle grandi potenze ellenistiche.2 Si comprende dunque come, dietro le motivazioni culturali e religiose di facciata esibite dai theoroi, questa intensa e capillare attivit diplomatica rispondesse in realt al desiderio delle citt promotrici di creare una vasta rete di rapporti diretti e biunivoci con i partecipanti alle cerimonie religiose, per sopperire alle difficolt interne determinate dalla condizione di marginalit in cui versavano ormai le poleis greche rispetto alla grande politique internazionale. Al fine di caldeggiare gli inviti, le citt organizzatrici facevano appello sia alle pregresse relazioni di amicizia, collaborazione e mutua assistenza, sia agli obblighi morali
Elenco delle abbreviazioni: I Magnesia = O. Kern, Die Inschriften von Magnesia am Maeander, Berlin 1900. Asylia = K.J. Rigsby, Asylia. Territorial Inviolability in the Hellenistic World, Berkeley - Los Angeles - New York 1996. Eoli ed Eolide = A. Mele - M.L. Napolitano - A. Visconti (a cura di), Eoli ed Eolide tra madrepatria e colonie, Napoli 2005. Parents = O. Parents, Les parents lgendaires entre cits grecques. Catalogue raisonn des inscriptions contenant le terme et analyse critique, Genve 1995. 1 Sulle feste panelleniche in et ellenistica vd., da ultimi, A. Chaniotis, Sich selbst feiern? Stdtische Feste des Hellenismus im Spannungsfeld von Religion und Politik, in P. Zanker - M. Wrrle (Hg.), Stadtbild und Brgerbild im Hellenismus, Mnchen 1995, 147-172; F. Dunand, Sincretismi e forme della vita religiosa, in S. Settis (a cura di), I Greci. Storia arte cultura societ, II, 3, Torino 1998, 335-378, sp. 349 ss.; R. Parker, New Panhellenic Festivals in Hellenistic Greece, in R. Schlesier - U. Zellman (Eds.), Mobility and Travel in the Mediterranean from Antiquity to the Middle Ages, Mnster 2004, 9-22, ed ivi ulteriore bibliografia. 2 Vd. soprattutto Asylia; vd. anche, su alcuni aspetti specifici, A. Chaniotis, Conflicting Authorities. Asylia between Secular and Divine Law in the Classical and Hellenistic Poleis, Kernos IX (1996), 65-86.

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ISSN 2036-587X

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derivanti dai presunti vincoli di parentela e/o di familiarit. Nei numerosi documenti epigrafici che contengono i decreti di proposta o di accettazione delle feste panelleniche si ritrova tutta una serie di riferimenti ad una gamma di rapporti pi o meno stretti di consanguineit, fratellanza, familiarit, o simili, che venivano ostentati mediante formule stereotipate desunte dal lessico delle relazioni personali.3 Tra i vari dossier pervenuti, larchivio epigrafico riscoperto durante gli scavi di fine Ottocento presso lagor di Magnesia sul Meandro, concernente listituzione delle feste in onore di Artemide Leukophryene, costituisce un campo dindagine particolarmente fecondo per lanalisi delle formule adottate nella c.d. diplomazia della parentela, giacch fornisce uno spettro ampio e articolato di relazioni distinte a seconda dellidentit etnica dei partecipanti alliniziativa religiosa.4 Di recente, larchivio tornato al centro dellinteresse di diversi studiosi in quanto vi si riscontra un uso sempre pi allargato, e talvolta perfino artificioso, delle nozioni di parentela tra citt e popoli. Secondo quanto sostiene D. Musti, nei decreti con cui le varie comunit del mondo greco accettavano di partecipare al concorso religioso, il concetto di syngheneia viene adoperato con una certa dilatazione semantica, per arrivare a comprendere anche parentele che si possono definire artificiali, nel senso che vengono ricercate in un circuito sempre pi ampio di citt e popoli. Resta fermo, comunque, che tali parentele venivano sempre giustificate sulla base di dati mitologici e storiografici che cercavano di trovare una qualche connessione, di dare un minimo di fondamento mitistorico alla consanguineit, proiettandone le radici in epoche sempre pi remote.5 su questo aspetto particolare dellarchivio epigrafico che intendo sviluppare alcune considerazioni e fare qualche puntualizzazione in merito alluso delle nozioni di parentela e alle tradizioni letterarie utilizzate dai Magnesi in tale circostanza per enfatizzare i vincoli di sangue con alcune delle comunit che risposero favorevolmente allinvito della citt sul Meandro.

3 Sulla diplomazia della parentela, vd. tra gli studi pi recenti di carattere generale: Parents; E. Will, Syngeneia, oikeiots, philia, RPh LXIX, 2 (1995), 299-325 ; O. Curty, La parent lgendaire lpoque hellnistique. Prcisions mthodologiques, Kernos (1999), 167-194; C. Jones, Kinship Diplomacy in the Ancient World, Cambridge (Mass.) - London 1999; S. Lcke, Syngeneia. Epigraphisch-historische Studien zu einem Phnomen der antiken griechischen Diplomatie, Frankfurt am Main 2000; D. Musti, La syngheneia e la oikeiotes: sinonimi o nuances?, in M.G. Angeli Bertinelli - L. Piccirilli (a cura di), Linguaggio e terminologia diplomatica dallantico Oriente allimpero bizantino, Atti del Convegno Nazionale (Genova, 19 novembre 1998), Serta antiqua et mediaevalia IV, Roma 2001, 45-63; A. Erskine, O brother where are thou?, Tales of Kinship and Diplomacy, in O. Ogden, The Hellenistic World: New Perspectives, London 2002, 97-115: A. Erskine, Distant Cousins and International Relations: Syngeneia in the Hellenistic World, in K. Buraselis, K. Zoumboulakis, The Idea of European Community in History, 2, Aspects of Connecting poleis and ethne in Ancient Greece, Athens 2003, 203-216. 4 Larchivio epigrafico di Magnesia stato riesaminato negli ultimi anni da di verse prospettive di studio: vd., soprattutto, F. Dunand, Sens et fonction de la fte dans la Grce hellnistique. Les crmonies en lhonneur dArtmis Leukophryn, DHA IV (1978), 201-218; J. Ebert, Zur Stiftungsurkunde der in Magnesia am Mander, Philologus CXXVI (1982), 216; S. Duani, The , Philip V, and the Panhellenic Leukophryena, Epigraphica XLV (1983), 11-48; Asylia, 179-189; A. Chaniotis, Empfngerformular und Urkundenflschung: Bemerkungen zum Urkundendossier von Magnesia am Mander, in R.F. Khoury (Hg.), Urkunden und Urkundenformulare im Klassischen Altertum und in den orientalischen Kulturen, Heidelberg 1999, 51-69; H.-J. Gehrke, Myth, History, and Collective Identity: Uses of the Past in Ancient Greece and Beyond, in N. Luraghi (Ed.), The Historians Craft in the Age of Herodotus, Oxford 2001, 286-313; W.J. Slater - D. Summa, Crowns at Magnesia, GRBS XLVI (2006), 275-299; P. Thonemann, Magnesia and the Greeks of Asia (I Magnesia 16.16), GBRS XLVII (2007), 151-160. 5 Musti, La syngheneia e la oikeiotes, cit., sp. 48 ss.

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Le feste in onore di Artemide Leukophryene e lattivit diplomatica dei Magnesi


Prima di affrontare lanalisi delle formule di parentela contenute nel dossier magnesio, opportuno ricordare brevemente la storia dellistituzione delle feste Leukophryeneia, per mettere meglio a fuoco gli obiettivi perseguiti dalla citt sul Meandro alla fine del III sec. a.C. I dettagli sulliniziativa magnesia sono noti grazie al celebre testo epigrafico noto come decreto di fondazione delle Leukophryeneia, pubblicato per la prima volta dal Kern nel 1900 (I Magnesia 16), e riedito con opportune correzioni dallEbert nel 1982.6 Nel 221/0 a.C., un anno prima della centoquarantesima Olimpiade, gli abitanti di Magnesia chiesero un responso oracolare a Delfi in seguito ad una presunta epifania nel loro territorio di Artemide Leukophryene, principale divinit della polis sul Meandro. Sulla scorta dellinterpretazione delloracolo, i Magnesi votarono in un primo tempo listituzione di una festa religiosa annuale con sacrifici, processioni e agoni, con premi in denaro, cui erano ammessi soltanto i Greci dAsia e, in particolare, quanti fino ad allora si erano distinti per la devozione alla divinit archeghetes. I giochi, con ogni probabilit, vennero celebrati puntualmente negli anni successivi, nel giorno 6 del mese di Artemisio. Ma in seguito, a tredici anni di distanza dalla prima consultazione delfica (208/7 a.C.), i Magnesi resero noto il responso oracolare anche a genti non asiatiche, e decretarono listituzione di feste ancora pi sontuose, con gare penteteriche in discipline ginniche, equestri e musicali, elevate al rango dei giochi isopitici. Il premio previsto per i vincitori era una corona del valore di 50 stateri doro, e inoltre per tutta la durata dei giochi veniva concesso il diritto della tregua sacra (ekecheiria), gli scolari venivano dispensati dallo studio e la normale attivit lavorativa degli schiavi veniva sospesa (I. Magnesia 100, ll. 29-31). Al fine di dare ampia risonanza alliniziativa, i Magnesi inviarono ambasciatori presso tutti i sovrani greco-macedoni, tutte le leghe elleniche e numerosissime citt (kata ethne kai poleis), che risposero in maniera corale allappello. Allinvito a partecipare ai giochi, come accennato, venne associata la richiesta di riconoscimento dellasylia della citt e della regione dei Magnesi, motivata sulla base della volont del dio di Delfi, e dei pregressi rapporti di amicizia (philias) e di familiarit (oikeiotetas) intrecciati dai Magnesi pros pantas (evito per il momento di tradurre questa espressione) sin dal tempo degli antenati (ek ton progonon). Il decreto di fondazione delle Leukophryeneia era collocato su una delle pareti perimetrali della grande stoa nellagora di Magnesia, direttamente collegata al monumentale tempio di Artemide progettato dal famoso architetto Hermogene. Se si accetta la datazione alta (fine III - inizi II sec. a.C.) per lattivit di Hermogene,7 si pu supporre che lo stesso tempio, o almeno il grande altare funzionale al culto della dea, sia stato inaugurato proprio in occasione dellistituzione di queste feste, per enfatizzarne il carattere panellenico. Accanto al decreto di fondazione delle feste, lungo le pareti meridionali e occidentali del portico, vennero sistemate negli anni finali del III sec. a.C. tutte le iscrizioni contenenti i decreti emessi dalle citt e dalle leghe elleniche, nonch le
Ebert, Zur Stiftungsurkunde der , cit., 198-216. Seguo nel testo questa edizione, che appare ancora oggi la pi convincente, nonostante alcune recenti proposte di emendazione di diverse parti del testo (vd. Slater - Summa, Crowns at Magnesia, cit., 275-299). 7 Per i termini della questione vd. in part. P.A. Webb, Hellenistic Architectural Sculpture. Figural Motifs in Western Anatolia and the Aegean islands, Madison 1996, 89 s.
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lettere di risposta inviate dai re, con le quali veniva riconosciuta lasylia del territorio di Magnesia e/o venivano accettati i giochi panellenici. Sono pervenuti, in forma pi o meno mutila, una sessantina circa di testi epigrafici redatti a cura delle citt aderenti alla proposta dei Magnesi, ma in alcuni di questi testi si trovano gli elenchi di altre comunit ed etnie (se ne calcolano in tutto pi di cento) che avevano votato nella stessa maniera della citt decretante, e quindi il numero totale delle adesioni doveva essere di gran lunga superiore a quello conosciuto;8 si inoltre supposto che nello spazio restante dei portici dellagor potevano essere esposti in origine altri 30 o pi decreti di risposta. Si tratta dunque, com facile constatare, di uno dei pi ampi e importanti archivi noti del mondo greco, la cui mole appare per inversamente proporzionale al peso avuto fino al 208 a.C. dalla comunit dei Magnesi nella storia dei rapporti interstatali greci. Il culto di Artemide Leukophryene era da sempre al centro della devozione dei Magnesi, rappresentando il fulcro della loro stessa identit civica.9 Listituzione dei giochi venne dunque a rinsaldare sotto forma rituale lidentit della polis sul Meandro, definita non a caso la citt sacra ad Artemide per eccellenza. Tutti gli sforzi compiuti dai Magnesi richiesero certamente un grande dispendio in termini di risorse finanziarie e di energie umane, mirando a trasformare il culto locale della loro dea in una solenne cerimonia collettiva aperta a rappresentanti di tutto il mondo greco, dallOccidente siceliota (Siracusa) alle colonie fondate nel lontano Oriente ellenistico (Antiochia in Perside), dalle regioni adriatiche dellEpiro (Epidamno) a Creta. Tale cerimonia consentiva di spostare ogni quattro anni sulle rive del Meandro il baricentro ideale della Grecit riunita attorno al culto di Artemide, e ci accresceva ancor pi il prestigio conseguito da Magnesia grazie alla protezione assicurata dalla dea. In virt dello statuto isopitico, le Leukophryeneia potevano perfino essere collocate su un piano non inferiore rispetto alle feste panelleniche per antonomasia, dedicate allApollo di Delfi. stato gi evidenziato come il sontuoso allestimento delle feste panelleniche non fosse altro che un pretesto, dietro il quale si celava una sottile manovra politica e diplomatica: Il est bien vident que la fte se rduit alors une pratique politique: cest avant tout une manifestation de prestige, loccasion pour Magnsie de gagner lappui de puissants voisins.10 Non manca peraltro chi ha individuato nellambiziosa operazione imbastita dai Magnesi una finalit essenzialmente propagandistica, volta a supportare, mediante la creazione di unampia rete di alleanze filo-macedoni, la politica anti-romana sostenuta in quegli anni da Filippo V.11 Lipotesi, non priva di qualche forzatura, non ha ricevuto molto seguito tra gli studiosi. Ci nonostante, di recente stato suggerito di rileggere lappello panellenico rivolto dai Magnesi nel 208 a.C., unitamente al grande successo da loro conseguito, alla luce del sentimento anti-barbarico (alias antiromano) serpeggiante in quellepoca nel mondo greco, quale traspare dal famosissimo discorso dellacarnano Licisco riportato da Polibio in IX 37, 4-8.12
Secondo il parere di Gehrke, Myth, History, and Collective Identity, cit., 294, sarebbero state allincirca 150. 9 Gehrke, Myth, History, and Collective Identity, cit., 289 ss. 10 Dunand, Sens et fonction de la fte, cit., 207. Appare per forse troppo limitante la supposizione che tale atto politico si traduceva nella volont des Magntes de faire respecter leur indpendence en manifestant lunit et la puissance de leur communaut (ibidem). Sul contesto politico in cui si colloca loperazione magnesia vd. infra. 11 Duani, The , cit., 11-48. 12 P.S. Derow, A Moment of Panhellenism in the late third Century: Magnesia-on-the-Meander and the First Macedonian War, citato come studio in corso di stampa da Parker, New Panhellenic Festivals in Hellenistic Greece, cit., 17, n. 23.
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Occorre comunque tenere sempre ben presente che i vantaggi di una simile operazione culturale non andavano soltanto in una direzione. La notevole ampiezza dei consensi ottenuti dai theoroi magnesi dimostra senza alcun dubbio che anche i soggetti aderenti alliniziativa vedevano nellesibizione della propria devozione al culto artemisio e nel riconoscimento della asylia di Magnesia unoccasione favorevole per dare alla propria comunit una maggiore visibilit e un maggior prestigio a livello internazionale, oltre a rinsaldare i legami con il centro microasiatico. Anche se non tutti i soggetti interpellati ottemperarono allinsieme delle richieste avanzate dai Magnesi (ad esempio, n Attalo I n Antioco III n il figlio di questultimo vollero riconoscere lasylia di Magnesia, per motivi che sono abbastanza facili da intuire, dato che il territorio di Magnesia era oggetto dellinteresse di entrambi i sovrani), nondimeno ogni partecipante teneva ad ostentare nei propri decreti di risposta le grandi onorificenze e le euerghesiai concesse alla citt e al santuario magnesio, quasi si trattasse di una gara nel mostrarsi il pi devoto tra tutti i Greci nei confronti di Artemide. Non poche comunit offrirono pi di quanto era stato loro richiesto dai Magnesi: due citt dellAsia Minore (I Magnesia 73 b e 80 = Asylia 108 e 125), per es., decretarono di onorare lannuncio della festa magnesia mediante una particolare celebrazione: in quel giorno il tempio doveva essere aperto e gli scolari erano liberi dalle attivit quotidiane. Tralleis (I. Magnesia 85 = Asylia 129) deliber di dedicare ad Artemide un vaso dargento, forgiato per loccasione. Same, nellisola di Cefallenia, invit i Magnesi allagone locale in onore delleroe Kephalos, e inoltre concesse loro un posto donore alle feste dionisie (I Magnesia 35 = Asylia 85).13 Talvolta, infine, venivano offerti espressamente contributi materiali, volti a migliorare lallestimento delle feste artemisie: questo il caso di Attalo I, che presumibilmente ag in tal modo per compensare il rifiuto dellasylia, ma la lacunosit del testo non consente di precisare lentit del suo contributo (con ogni probabilit in denaro).14 Al fine di dare un valido fondamento alle richieste inviate in tutto il mondo di lingua greca, i Magnesi fecero leva sul potere legittimante del passato. Nel decreto di istituzione delle Leukophryeneia, come abbiamo gi visto, essi giustificarono la loro iniziativa sulla base non solo delle prescrizioni divine, ma anche dei legami di amicizia e di familiarit intrecciati con le citt interpellate a partire dallepoca remota degli eroi (intesa dunque come epoca paleo-storica, piuttosto che mitica). I medesimi appelli si trovano ripetuti in termini simili anche nei discorsi pronunciati dai theoroi durante le loro visite ufficiali, che sono il pi delle volte sintetizzati nella prima parte dei decreti pervenuti. Dopo aver esposto le motivazioni di carattere religioso legate alla recente epifania della dea, i theoroi rammentavano i meriti acquisiti dai Magnesi grazie agli atti di evergetismo compiuti dai loro antenati a favore delle singole citt visitate o del mondo greco in generale, e assieme a tali meriti ricordavano i rapporti di amicizia e di parentela esistenti sin dai tempi ancestrali; a convalida delle loro dichiarazioni, fornivano poi una serie di notizie di carattere erudito tratte da altri decreti, da collezioni di oracoli, da estratti di opere poetiche e storiografiche incentrate sulle praxeis dei Magnesi.15 Le comunit che davano il proprio assenso, a loro volta, confermavano solitamente nelle loro delibere quanto era stato riferito dagli ambasciatori, e riconoscevano quasi sempre, con qualche eccezione significativa, lesistenza di quei vincoli di parentela esibiti nei discorsi dei theoroi.
Su tutto ci vd. Chaniotis, Empfngerformular und Urkundenflschung, cit., 60. I. Magnesia 22 = Asylia 68, l. 23, con il commento di Asylia, a p. 195. 15 Vd. ad es. I Magnesia 46, ll. 12-14.
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Com stato dimostrato di recente, le corrispondenze abbastanza fedeli tra alcune frasi dello psephisma redatto dai Magnesi (il suddetto decreto di fondazione delle feste) e i formulari adoperati nei decreti di risposta inducono a pensare che i theoroi magnesi portassero con s nelle localit visitate un testo di riferimento che veniva poi utilizzato in loco come modello di base per la stesura dei decreti di risposta.16 Alla luce di tutto ci si pu presumere che anche la circolazione delle notizie sui rapporti instaurati in precedenza dai Magnesi sia da addebitare in larga misura ad una vasta e accurata operazione storiografica, tesa a suscitare unadesione immediata e spontanea presso i singoli interlocutori.

Lidentit dei Magnesi


Lerudita ricostruzione del passato era imperniata attorno alla storia delle origini della citt microasiatica, la cui versione ufficiale era riportata in un testo epigrafico esposto bene in vista, accanto al decreto di istituzione dei giochi (I Magnesia 17). Data la sua importanza, il racconto sulla fondazione di Magnesia, meglio noto come Magnetum historia sacra, doveva figurare tra i principali documenti portati con s ed esibiti dai theoroi magnesi durante le loro visite ufficiali. Il testo sopravvissuto, mutilo nelle parti iniziale e finale, riproduce la dettagliata narrazione in prosa delle varie tappe dellimpresa coloniale, intervallata dai quattro responsi oracolari in versi che sarebbero stati rilasciati volta per volta dal dio di Delfi: i primi tre vaticini erano indirizzati ai coloni che chiesero istruzioni ad Apollo in merito alla destinazione finale e alla loro guida, il quarto era rivolto invece a Leucippo, indicato dalla Pizia come lheghemon e lo ktistes della nuova apoikia microasiatica. Il racconto sembra tratto da unopera di storiografia locale composta in epoca non lontana dal dossier magnesio, come dimostrerebbero peraltro alcune formule retoriche recenziori che contrastano con lo stile arcaizzante modellato sullepica omerica.17 Non il caso di soffermarsi qui ad analizzare nel dettaglio tutte le notizie contenute nel testo epigrafico, in quanto gi adeguatamente studiate sotto molteplici punti di vista.18 Mi limito solo a mettere in evidenza i dati principali delle memorie ancestrali rispolverate nella circostanza dai Magnesi per giustificare i diversi gradi di parentela esistenti con le comunit invitate alle feste religiose. Larea di provenienza dei coloni magnesi viene indicata nella regione tessala racchiusa tra il monte Pelio e il fiume Peneo, corrispondente al territorio controllato dalle citt di Larisa e Pherae (I Magnesia 17, l. 23). La regione coincide con la madrepatria

Vd. Chaniotis, Empfngerformular und Urkundenflschung, cit., 51-69. H. von Wilamowitz-Moellendorf, Die Herkunft der Magneten am Meander, Hermes XXX (1895), 177-198 = Kleine Schriften, Amsterdam 1971, V, 1, 78-99; F. Pezzoli, La ricostruzione del passato a Magnesia sul Meandro: modelli ideali e realt politica, in Res publica litterarum. Documentos de trabajo del grupo de investigacin Nomos, Suplemento monogrfico Utopa XVIII (2006), 1-9, sp. 6. Poco seguito ha riscosso la tesi di F. Jacoby, che identificava lautore della Magnetum historia sacra con Posside di Magnesia, della cui opera dedicata ai Magnetik possediamo un solo frammento trasmesso da Athen. XII 45, 533de (= FGrHist 480, F 1). Va comunque precisato che lo stesso Jacoby ha poi censito il testo epigrafico nella sua raccolta di storici frammentari sotto lintestazione Anonymus, De Magnesia (FGrHist 482, F 3). Discussione del problema in A. Chaniotis, Historie und Historiker in den griechischen Inschriften, Stuttgart 1988, 34-40. 18 Vd., da ultimi, Chaniotis, Historie und Historiker, cit., 34-40; Gehrke, Myth, History, and Collective Identity, cit., 287-297; Pezzoli, La ricostruzione del passato a Magnesia sul Meandro, cit., 1-9.
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dei Tessali Magneti,19 che stando al Catalogo delle navi parteciparono alla guerra di Troia con il contingente guidato da Protoo (lultimo in ordine di apparizione del Catalogo).20 Il dato di derivazione omerica alla base del racconto riportato nella Magnetum historia sacra, e viene arricchito da diversi particolari sul nostos degli eroi tessali aggiunti in una fase avanzata della tradizione: i Magneti al ritorno da Troia sarebbero stati sospinti da una tempesta sullisola di Creta, stanziandosi in una localit posta tra Gortina e Festos;21 qui vissero ottantanni in perfetta armonia con le genti locali, ma dopo aver assistito allapparizione prodigiosa di alcuni corvi bianchi, uccelli sacri ad Apollo, si recarono a Delfi per chiedere alloracolo se fosse proprio questo il segno tanto atteso per il rientro in patria;22 per tutta risposta, il dio li indusse invece a fondare una nuova citt in Asia
19 Uso sempre nel testo letnonimo Magneti in riferimento alle genti della regione tessala, per distinguerle dagli abitanti della citt sul Meandro, qui indicati col termine Magnesi, ma denominati in greco col medesimo sostantivo . Secondo unopinione diffusa, il dato della provenienza dei Magnesi dalla omonima penisola tessala sarebbe stato costruito artificiosamente proprio sulla base dalla esatta corrispondenza dei due termini geografici: vd., da ultimi, F. Prinz, Grndungsmythen und Sagenchronologie, Mnchen 1979, 111-137; e Gehrke, Myth, History, and Collective Identity, cit., 294. Anche se non possibile stabilire quale sia la zona esatta di partenza dei coloni (talune fonti isolate collegano le origini magnesie a localit precise come Pherae: Hermesian. fr. 5 Powell = Parthen. Narr. am. 5), la provenienza dei coloni magnesi dallarea geografica della Tessaglia comunque generalmente ammessa. Essa sarebbe confermata, peraltro, da uniscrizione di IV/III sec. a.C.: SEG XIV, 459, ll. 6-9; nonch dalla tradizione letteraria raccolta da Strab. XIV 1, 11; e da Plin. N.h. V 31, 114. Non mancano, tuttavia, indicazioni alternative, sulle quali torneremo infra. 20 Hom. Il. II 756-759. Non del tutto omogenea risulta per la saga del nostos di Protoo. Secondo Licofrone (Alex. 899-908) e i relativi scolii (Schol. ad Lykophr. Alex. 899; cfr. anche Tzetz. ad Lykophr. Alex. 902) il condottiero tessalo sarebbe giunto assieme agli eroi Goneo ed Euripilo presso le coste della Libye. Stando invece alla tradizione raccolta da Apollodoro, Protoo sarebbe morto assieme ad altri compagni durante un naufragio vicino il capo Caphereo in Eubea, mentre Guneo ed altri Magneti sarebbero stati gettati sulle coste libiche, presso il fiume Cinifa (Apollod. Epit. 6, 15a = apud Tzetz. ad Lykophr. Alex. 902). Una terza versione, riportata sempre come alternativa da Tzetz. ad Lykophr. Alex. 902, era a conoscenza dellarrivo dei compagni di Protoo a Creta. Soltanto questultima pu essere agganciata alla tradizione confluita del testo epigrafico della Magnetum historia sacra. Su tutto ci vd. soprattutto laccurata analisi di Prinz, Grndungsmythen, cit., 121-126; seguita da Pezzoli, La ricostruzione del passato a Magnesia sul Meandro, cit., 4. 21 Non entro qui nel merito della complessa questione relativa allinterpretazione della sosta degli apoikoi magneti nellisola di Creta. Il coinvolgimento di Creta nel racconto dellimpresa coloniale viene generalmente collegato alla celebre rappresentazione della citt-stato ideale dei Magneti, che viene ubicata da Platone in una zona imprecisata dellinterno dellisola (Plato Leg. IV 704 b; VIII 848 d; IX 860 e, XII 969 a). Tuttavia, non facile stabilire se Platone si riferisse ad una colonia di origine tessala effettivamente esistente, ma della quale non sono note altre testimonianze precedenti, o se invece parlasse di una citt del tutto immaginaria: cfr., di recente, Gehrke, Myth, History, and Collective Identity, cit., 294 e nota 42. Ad uno stanziamento di Magneti a Creta alludono anche le testimonianze mitografiche di Varro apud Prob. in Verg. Ecl. IV 31, ove si fa cenno ad un bello Magnensium che avrebbe costretto Idomeneo a lasciare la sua madrepatria; e di Peisandr. PLG II, p. 24 Bergk (ma in questultimo passo la restituzione testuale del nome Kretes non da tutti ammessa: cfr. I Magnesia, VIII). Prevale comunque tra gli studiosi lopinione, sostenuta da Prinz, Grndungsmythen, cit., 118 ss., secondo cui la pi antica versione sulla nascita di Magnesia non prevedeva alcun riferimento ad una tappa intermedia cretese nella rotta tra la Tessaglia e lAsia Minore. Vd., ora, Pezzoli, La ricostruzione del passato a Magnesia sul Meandro, cit., 7, che interpreta la notizia della fondazione di una Magnesia a Creta come una semplice eziologia della rappresentazione platonica. 22 Secondo la testimonianza riportata da Athen. IV 74, 173e, Aristotele, oppure Teofrasto, avrebbe qualificato i Magnesi come apoikoi di Delfi, a riprova degli strettissimi rapporti esistenti tra i Magneti di Tessaglia e il santuario focidese. Cfr. anche Strab. XIV 1, 40, secondo cui i coloni partiti da Delfi si sarebbero stanziati in un primo tempo in Tessaglia, presso i colli Didymi situati vicino lOssa, al centro della regione occupata dagli Eoli. Tale notizia, tuttavia, da ritenere con ogni probabilit il frutto di un fraintendimento (da parte della fonte intermedia comune ad Ateneo e Strabone?) della tradizione

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Minore, al di l dellalto monte Micale presso la dimora felice di Mandrolito dalle molte ricchezze (ll. 31-32), sotto la guida di un ecista appartenente alla stirpe di Glauco, identificato poi con Leucippo.23 Litinerario coloniale Tessaglia Creta valle del Meandro trova un preciso riscontro in tutte le fonti letterarie pervenute sulle origini di Magnesia. Manca tuttavia un accordo unanime intorno ad una effettiva compartecipazione dei Cretesi alla fondazione della citt microasiatica: mentre Strabone, in sintonia con il dettato della Magnetum historia sacra, parla esplicitamente di una apoikia congiunta di Magneti e di Cretesi,24 Ermesianatte di Colofone (trasmesso da Partenio di Nicea) e Conone affermano invece che i Magneti vennero cacciati con la forza da alcuni abitanti, non meglio specificati, di Creta;25 lo Scoliaste ad Apollonio Rodio, dal canto suo, riferisce sinteticamente che Magnesia fu fondata 26 Si profila cos lesistenza di due contrastanti filoni di tradizione: il primo insisteva sulla presenza di legami ancestrali tra la citt microasiatica e (una zona di) Creta; il secondo filone, invece, tendeva a sottrarre ogni apporto cretese alla nascita di Magnesia, assegnando cos allepisodio della sosta isolana un valore pressoch ininfluente ai fini dellidentit della citt sul Meandro.27 Non privo di significato, dunque, che i Magnesi vollero adottare nella loro versione ufficiale la prima opzione, allo scopo evidente di mettere in risalto gli stretti rapporti di parentela con i nativi del territorio posto tra Gortina e Festos (I Magnesia 17, ll. 7-8: ).28
risalente ad Aristotele (o Teofrasto), ove in realt si doveva parlare semplicemente di una aparche anthropon consacrata al dio di Delfi (cfr. Plut. de Pyth. orac. 16): lo suggerisce la stessa definizione dei coloni magnesi come hieroi tou theou, presente nella citazione testuale riportata da Ateneo (Aristot. fr. 772 Gigon = 588 Rose; Teophr. fr. 587 Fortenbaugh). Sullintera questione vd. Prinz, Grndungsmythen, cit., 112 ss., sp. 113. 23 Sono numerosi i personaggi mitologici aventi il nome parlante di Leucippo (cfr. H.W. Stoll, s.v. Leukippos, in RoscherLex II, 2, Leipzig 1894-1897, rist. Hildesheim 1965, coll. 1996-1999). Per quanto concerne la figura dellecista di Magnesia, appartenente alla stirpe eolica di Glauco, figlio di Sisifo e padre di Bellerofonte, le uniche testimonianze letterarie sono offerte dal poeta di III sec. a.C. Ermesianatte di Colofone (fr. 5 Powell = Parthen. Narr. am. 5), secondo il quale Leucippo era figlio di Xantio, discendente di Bellerofonte, e proveniva da una regione prossima ai Lici (la stessa ove era localizzato il celebre mito di Glauco, nipote di Bellerofonte); e da Schol. ad Apoll. Rhod. I 583-584 b, che qualifica lecista di Magnesia come figlio di Kar (eponimo dei Cari?). Un altro personaggio omonimo legato da una tradizione riportata da Antonino Liberale (Metamorph. 17) alla citt cretese di Festos e al culto di Leto, madre di Artemide; questo Leucippo, per, non sembra identificabile con lecista di Magnesia, in quanto detto figlio del festio Lampros e di Galatea, e non mostra peraltro un preciso legame genetico con la stirpe degli Eoli. Da notare che secondo Steph. Byz. s.v. lecista della citt sul Meandro sarebbe stato non Leucippo, bens leponimo Magnes. 24 Strab. XIV 1, 11. 25 Hermesian. fr. 5 Powell = Parthen. Narr. am. 5; Konon FGrHist 26, F 1, 29 = Phot. Bibl. 186. 26 Schol. ad Apoll. Rhod. I 583-584 b. 27 Il contributo cretese allimpresa coloniale sarebbe ad ogni modo suggerito indirettamente dalla suddetta testimonianza raccolta da Ermesianatte/Partenio, laddove si racconta che Leucippo, non appena giunto sulle sponde asiatiche, avrebbe dato al territorio occupato nella regione Efesia il nome di Kretinaion, allusivo alle medesime genti che in precedenza lo avrebbero respinto (che la localit efesia di nome Kretinas fosse in origine un possesso dei Magnesi lo indicano anche Plut. Praec. ger. reip. 809 b 12; e Zenob., Pseudoplut. proverb. I 57). Per tali ragioni, appare ancora valida lipotesi di von Wilamowitz-Moellendorf, Die Herkunft der Magneten am Meander, cit., 180-185, sp. 185, secondo cui il testo di Ermesianatte/Partenio sarebbe il frutto di una contaminazione tra pi fonti. 28 Secondo Duani, The , cit., 22-23, questultima espressione la spia di unimplicita polemica rivolta contro la tradizione relativa allespulsione violenta dei Magnesi dallisola di Creta. Sulle ragioni sottese allenfatizzazione dei legami con Creta vd. infra.

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Dallindicazione degli 80 anni trascorsi dallepoca dei Troika alla partenza dei Tessali da Creta si deduce che lautore della Magnetum historia sacra assegnava allevento coloniale una notevole profondit cronologica. Limpresa era collocata tra linizio della colonizzazione eolica dellAsia Minore, fissato dalla tradizione canonica riportata da Strabone 60 anni dopo la guerra di Troia,29 e la migrazione degli Ioni in Caria, successiva al Ritorno degli Eraclidi nel Peloponneso, avvenuto, com noto, 80 anni dopo il medesimo evento bellico.30 La precisa datazione del prodigio dei corvi bianchi apparsi ai coloni nellanno della sacerdotessa argiva Themisto e delleponimo delfico Xenillo serviva proprio a inquadrare limpresa ecistica nella generazione precedente la migrazione ionica in Asia Minore.31 Il dato era funzionale a qualificare i Magnesi come gli apripista della colonizzazione dellarea ionica, e a legittimare dunque la loro presenza in un territorio occupato per lo pi dai discendenti dei Neleidi.32 Che la nascita della citt sul Meandro fosse ritenuta un evento a s stante rispetto al fenomeno pi ampio della colonizzazione della Ionia asiatica lo si ricava anche da altre tradizioni, sia pure divergenti su alcuni punti fondamentali rispetto al nostro testo epigrafico. Stando a Velleio Patercolo, Magnesia sarebbe stata dedotta dai Lacedemoni (sic) diversi anni prima dellinizio delle migrazioni sia di Ioni sia di Eoli in Asia Minore e contemporaneamente alloccupazione di Calcide ed Eretria da parte di Atene.33 Un posto isolato viene riservato alla fondazione di Magnesia anche da Eusebio, che per fissa la data di nascita della citt nel 1053 a.C., subito dopo linizio del pi ampio movimento coloniale ionico.34 Per quanto riguarda poi laspetto centrale dellidentit etnica, la volont dei Magnesi di ostentare la loro appartenenza alla stirpe eolica viene espressa chiaramente attraverso la duplice sottolineatura della discendenza di Leucippo dal ghenos eolide di Glauco (I Magnesia 17, l. 38) e dei rapporti di consanguineit intercorsi tra lecista e il contingente coloniale da lui condotto (ll. 41-42: / ; e 46-47: / ). Ci appare tanto pi significativo se si considera che i Magnesi abitavano in piena area ionica e parlavano il dialetto ionico prima della diffusione della koine.35 Essi peraltro respinsero tutte le altre tradizioni che tendevano a fornire differenti rappresentazioni dellidentit etnica magnesia. Come si gi accennato, Velleio Patercolo attribuiva alla citt sul Meandro unorigine lacedemone: la notizia molto
Strab. XIII 1, 3. Thuk. I 12, 3. 31 Stando a Pezzoli, La ricostruzione del passato a Magnesia sul Meandro, cit., 3. 32 Il titolo di primi coloni dellAsia Minore vantato dai Magnesi riportato esplicitamente in una tarda iscrizione: IG II2 1091 (= OGIS 503). Su questo aspetto, cfr. soprattutto Gehrke, Myth, History, and Collective Identity, cit., 292. 33 Vell. Pat. I 4, 1 - 4, 4. 34 Euseb. Chron. (a. Abr. 964), II 60 Schoene. 35 Sulla presenza di forme dialettali ioniche nelle pi antiche iscrizioni magnesie cfr. Duani, The , cit., 30, n. 87. Che Magnesia si trovasse in una situazione anomala dal punto di vista etno-geografico si evince da Erodoto III 90, 1: nellelenco dei popoli tributari di Dario i Magnesi dAsia sono distinti sia dagli Ioni sia dagli Eoli, come un gruppo a s stante, e sono peraltro gli unici citati secondo un criterio kata polin. Ci pu dipendere dal fatto che Magnesia era considerata una vera e propria enclave etnica eolica in una regione abitata da genti parlanti la lingua ionica. Motivazioni analoghe possono essere alla base della suddetta indicazione cronologica offerta da Eusebio (cfr. nota precedente), che isolava la fondazione di Magnesia dagli altri flussi migratori diretti in Asia Minore. Non mi sembra, invece, che si possa ravvisare nel passo erodoteo leco di una tradizione assegnante ai Magnesi unorigine ionica (come ipotizza Duani, The , cit., 30, e n. 88).
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probabilmente risale al tempo della campagna di Tibrone in Asia (inizi del IV sec. a.C.), quando da parte di Sparta si cerc di presentare loccupazione e il successivo trasferimento di Magnesia sul vicino monte Torax come una vera e propria rifondazione di un antico insediamento lacedemone.36 Ma non solo. Secondo unipotesi di Duani, sarebbe possibile intravedere in un frammento delloscuro autore di Magnesiaka, Possis, le tracce di una versione tendente ad assegnare a Magnesia unidentit ionico-attica:37 lo storico locale affermava che Temistocle, mentre ricopriva la carica di stephanephoros a Magnesia, avrebbe introdotto le Panatenee e le Choai nel calendario festivo, basandosi forse su tradizioni che miravano ad assimilare lidentit dei Magnesi a quella degli Ateniesi.38 Qualunque sia linterpretazione da dare a queste dubbie testimonianze, esse restarono ancorate a brevi parentesi della storia della citt, e non riuscirono a mettere in discussione la matrice eolica dellidentit etnica che i Magnesi mostravano con notevole orgoglio in occasione dellistituzione delle Leukophryeneia. Ci va messo senza dubbio in relazione con il notevole prestigio che nelle tradizioni sulla archaiologhia greca era accordato allethnos degli Eoli, considerato come uno dei pi antichi del mondo ellenico, se non addirittura il primo strato in assoluto di popolazione di sangue greco.39

Tra syngheneia e oikeiotes


Per quel che importa maggiormente al nostro discorso, opportuno focalizzare lattenzione sul confronto tra limmagine che i Magnesi accreditavano di se stessi e le nozioni di parentela menzionate nei decreti di risposta emessi dalle citt aderenti alliniziativa. In questi testi compaiono volta per volta, accanto alle indicazioni pi generiche delle relazioni di philia o di eunoia reciproche, alcuni richiami precisi a rapporti di oikeiotes e di syngheneia. Tali nozioni, ad unattenta analisi, sono sempre ben distinte caso per caso e ricoprono quasi sempre un valore semantico pregnante, sebbene lo stato lacunoso del dossier nel suo complesso e delle singole stele impedisca comunque di trarre conclusioni certe. Nella seguente tabella sono riportati tutti i termini e le formule di parentela ricorrenti nei testi pervenuti che restituiscono con certezza, o comunque con altissima probabilit, i nomi delle comunit (o dei re) che hanno emesso i decreti.40
36 Vell. Paterc. I 4, 1. Sulle vicende di Tibrone nella regione del Meandro vd. Xenoph. Hell. IV 8, 17; e Diod. XIV 36, 2-3. La tesi sostenuta da Prinz, Grndungsmythen, cit., 135. Meno convincente appare invece lipotesi secondo cui Sparta viene indicata in realt quale madrepatria indiretta di Magnesia, in quanto metropoli di quei Cretesi, soprattutto di Gortina, che si reputavano apoikoi dei Magnesi (cfr. Duani, The , cit., 31-32). 37 Possis apud Athen. XII 45, 533 d-e = FGrHist 480, F 1. La notizia ritenuta plausibile da L. Piccirilli, in C. Carena - M. Manfredini - L. Piccirilli (a cura di), Plutarco, Le vite di Temistocle e di Camillo, Milano 1983, 279. 38 Duani, The , cit., 30. 39 quanto si pu dedurre in primo luogo dalle pi antiche genealogie eponimiche delle stirpi greche restituite dallo Pseudo Esiodo (Cat. fr. 9 Merkelbach/West) e da Euripide (Ion): per il primo Eolo era fratello di Doro e Xoutho, padre di Ione e Acheo, mentre per il tragediografo ateniese Eolo era precedente di una generazione rispetto a Xoutho e di due generazioni rispetto a Ione, Doro e Acheo. In ogni caso, Eolo sempre considerato pi antico di Ione. Per lanalisi di questi stemmi genealogici si rimanda da ultimo a J. Hall, Ethnic identity in Greek antiquity, Cambridge 1997, 40 ss., ed ivi riferimenti pi precisi e bibliografia. Per lesame completo e approfondito delle tradizioni sugli Eoli vd., da ultimi, A. Mele, Aiolos e gli Aiolidai: tradizioni anatoliche e metropolitane, in Eoli ed Eolide, 15-24; e I. Brancaccio, Aioleis, Aiolos, Aiolidai: ampiezza di una tradizione, in Eoli ed Eolide, 25-54. 40 Dallelenco sono esclusi tutti i decreti di incerta attribuzione. Si tenuto conto, invece, anche dei casi in cui manca qualsiasi attestazione di rapporti di parentela o familiarit: a parte, ovviamente,

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Decreto di istituzione giochi Lega Etolica (221 a.C.) Attalo I Antioco III Antioco figlio di Antioco III Tolemeo IV Lega Beotica Larisa (?) Calydone Lega Etolica Delphi Lega Acarnana Lega Epirota Gonnoi - Phalanna Lega Focese Same (Cefalonia) Itaca Atene Megalopoli e Arcadi Lega Achea (ed Elei) Argo Sicione Corinto Messene Corcira Apollonia Epidamno Calcide Eretria Delo Paros Mitilene (?)

dei

I Magnesia 16; Asylia 66 I Magnesia pp. XIV-XV (copia a Thermos); Asylia 67 I Magnesia 22; Asylia 68 I Magnesia 18; Asylia 69 I Magnesia 19; Asylia 70 I Magnesia 23; Asylia 71 I Magnesia 25; Asylia 73 I Magnesia 26; Asylia 75 I Magnesia 28; Asylia 77 I Magnesia 78 I Magnesia 79 I Magnesia 31; Asylia 81 I Magnesia 32; Asylia 82 I Magnesia 33; Parents Asylia 83 I Magnesia 34; Asylia 84 I Magnesia 35; Parents Asylia 85 I Magnesia 36; Asylia 86 I Magnesia 37; Asylia 87 I Magnesia 38; Parents Asylia 88 I Magnesia 39; Asylia 89 I Magnesia 40; Asylia 90 I Magnesia 41; Asylia 91 I Magnesia 42; Asylia 92 I Magnesia 43; Asylia 93 I Magnesia 44; Asylia 94 I Magnesia 45; Asylia 95 I Magnesia 46; Parents Asylia 96 I Magnesia 47; Parents Asylia 97 I Magnesia 48; Asylia 98 I Magnesia 49; Asylia 99 I Magnesia 50; Asylia 100 I Magnesia 52; Parents Asylia 101 I Magnesia 53; Asylia 102 I Magnesia 54; Asylia 103 I Magnesia 55; Asylia 104 I Magnesia 56; Asylia 105 I Magnesia 57; Asylia 106 I Magnesia 59; Asylia 109

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(
; -----------------------

46e; 46c;

degli

eroi eponimi Magnete e Cefalo 46d;


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?: integr. Kern)

46f; 46h;

con i Macedoni

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46g;
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Clazomene Koinon degli artisti di Dioniso (?) Rodi Cnido Cos Laodicea sul Lico

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lo psephisma del koinn degli artisti di Dioniso, e le lettere di risposta dei re, che parlavano a titolo personale, occorre distinguere i casi in cui lassenza pu essere dovuta allo stato lacunoso delle epigrafi (Calydone; Lega etolica; Paros; Laodicea sul Lico; Tralleis; e le due citt del regno attalide non identificabili) da quelli invece in cui liscrizione integra (Lega achea ed Elei; Rodi). La deliberata omissione di accenni a rapporti di parentela o affinit induce a pensare quindi che fosse operante un ulteriore criterio nellarticolazione dei rapporti instaurati con la citt sul Meandro (vd. infra).

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Antiochia in Perside Citt cretese Siracusa Antiochia in Pisidia

I Magnesia 61; Parents 46a; Asylia 111 I Magnesia 70; Parents 46j; Asylia 118 I Magnesia 72; Parents 46i; Asylia 120 I Magnesia 79+80; Parents 46b; Asylia 125

sufficiente dare un rapido sguardo allelenco per accorgersi come le nozioni di syngheneia e quella di oikeiotes fossero adoperati per lo pi in maniera alternativa (tranne qualche significativa eccezione), a dimostrazione del fatto che la demarcazione tra i rispettivi valori semantici era avvertita in maniera abbastanza precisa. Il concetto di syngheneia, infatti, esprime uno stretto legame tra due o pi comunit politiche che fanno risalire le loro origini al medesimo capostipite o che appartengono allo stesso ceppo etnico, mentre il concetto di oikeiotes rinvia ad una nozione pi generica di affinit o familiarit esistente nellattualit tra varie comunit, a prescindere dalla loro stirpe.41 La categoria della oikeiotes era infatti usata in riferimento a relazioni amichevoli piuttosto salde o a rapporti di reciproca collaborazione stabiliti in tempi relativamente recenti e in maniera trasversale tra realt politiche di varia estrazione etnica, ivi comprese anche comunit consanguinee.42 Si comprende dunque come la nozione della familiarit potesse essere costruita talvolta in maniera artificiale, al fine di dimostrare la presenza di rapporti molto stretti, paragonabili per intensit a rapporti personali di cordiale amicizia e di solida collaborazione reciproca, anche in assenza di quei vincoli di sangue che secondo il modello greco della parentela interpersonale erano comunque considerati come i pi stretti in assoluto. Prova ne sia che il termine stato adoperato di norma per porre i rapporti tra comunit prive di legami di sangue, se non su un piano di sostanziale parit, sul livello pi vicino possibile, dal punto di vista della qualit, a quello dei rapporti esistenti tra comunit consanguinee. quanto si pu evincere appunto dallesame del dossier magnesio, ove i rapporti instaurati nellattualit con comunit di stirpe non eolica sono (quasi sempre) connotati con la prestigiosa qualifica della oikeiotes, mentre le relazioni con citt di conclamata identit eolica sono designate solitamente con la nozione di syngheneia (talvolta rafforzata dalla oikeiotes). Occorre comunque precisare che questa distinzione non operativa nei decreti emessi dai Koina, nei quali si trovano soltanto riferimenti a vincoli di oikeiotes, anche laddove le confederazioni politiche erano composte esclusivamente o prevalentemente da genti di stirpe eolica (vd. tabella). La ragione dellassenza di richiami alla syngheneia va individuata nella diversa percezione dellidentit di ciascun Koinon, che non legata allappartenenza etnica dei membri della Lega o alla loro discendenza da un
Sulla distinzione terminologica delle due nozioni di parentela tra citt si veda soprattutto Musti, La syngheneia e la oikeiotes, cit., 46-63. Sia consentito anche il rinvio ad un mio recente studio sul significato e sulla funzione della categoria della oikeiotes nelle relazioni diplomatiche: R. Sammartano, Sul concetto di oikeiotes nelle relazioni interstatali greche, in G. Daverio Rocchi (a cura di), Tra concordia e pace. Parole e valori della Grecia antica, Quaderni di Acme 92, Milano 2007, 207-235, ed ivi ulteriore bibliografia. 42 A tal proposito, il Musti (La syngheneia e la oikeiotes, cit., 45 ss.) parla di rapporto semantico di distinzione inclusiva e non di opposizione esclusiva tra i due termini, in quanto dal punto di vista della espansione delle parentele il concetto di oikeiotes abbraccia un campo semantico ampio, comprendente anche la syngheneia, mentre dal punto di vista della qualit dei rapporti di parentela la nozione di syngheneia esprime il legame pi stretto, inclusivo anche della oikeiotes che rimanda invece ad una relazione meno densa. Vd. anche Sammartano, Sul concetto di oikeiotes, cit., 207 ss.
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medesimo capostipite mitico o storico, ma semmai il risultato di processi aggregativi pi recenti che nel dossier magnesio vengono considerati sotto il profilo squisitamente politico. Lo dimostra in maniera evidente il caso della Lega beotica, che esibiva la propria relazione di parentela con i Magnesi non in termini di consanguineit, come ci si potrebbe aspettare data lappartenenza di Beoti e Tessali al medesimo ceppo eolico, bens con la singolare espressione ek progonon ukeiotata o uikiotata (I Magnesia 25, ll. 6 e 18 = Asylia n. 73, ll. 8 e 20).43 Lesigenza di specificare che tale legame di familiarit affondava le radici nellepoca degli antenati rivela come il termine oikeiotes, qui usato nella singolare forma dialettale beotica ukeiotata o uikiotata, non includesse di per s unaccezione di carattere genetico;44 anzi, sembra particolarmente illuminante il fatto che gli stessi membri della Lega, pur volendo sottolineare con questa circonlocuzione dialettale il rapporto di antichissima familiarit con i Magnesi, abbiano evitato accuratamente di ricorrere alla nozione genetica di syngheneia. Quel che premeva evidenziare in prima istanza era il vincolo dovuto alle relazioni politiche instaurate in seguito alla costituzione del Koinon beotico, nella fattispecie rafforzato ulteriormente (ma non innescato) dalla discendenza da comuni antenati (ek progonon). In poche parole, la syngheneia viene rievocata in questo caso soltanto in forma allusiva, al fine di corroborare il legame della oikeiotes istituito sul versante della contemporaneit. Alle stesse conclusioni conduce lesame del decreto inviato dagli abitanti di Same, che parlavano anche a nome delle altre tre citt nellisola di Cefalonia, essendo molto probabilmente alla guida di una confederazione politica a carattere autonomo.45 Nel testo dello psephisma il rapporto intercorrente con i Magnesi viene designato con la particolare formula / (I Magnesia 35 = Asylia 85, ll. 13-14): la circostanziata indicazione secondo cui loikeiotes tra le due comunit doveva essere considerata una naturale conseguenza della syngheneia dei rispettivi eroi eponimi Magnete e Cefalo conferma come dal punto di vista concettuale fossero tenuti su due piani differenti, da un lato, la relazione di familiarit intrecciata nel presente dai Magnesi e dagli abitanti delle quattro citt di Cefalonia, e, dallaltro, il rapporto di consanguineit che rimaneva confinato al livello paleostorico delle origini delle rispettive genealogie mitiche. Va notato, a tal proposito, che leroe eponimo Magnete viene menzionato solo in questultimo decreto ma non nella Magnetum historia sacra (almeno nella parte superstite delliscrizione), ove il ruolo di protagonista assoluto delle vicende ecistiche ricoperto da Leucippo.46 Lerudita citazione dei due eponimi Magnete e Cefalo, che nella tradizione canonica riportata da Apollodoro sono ricordati rispettivamente come fratello e figlio di Deione,

Va tenuto presente, comunque, che lepigrafe pervenuta in uno stato gravemente lacunoso. Le forme ukeiotata e uikiotata costituiscono, a quanto mi risulta, un apax. 45 Lipotesi sostenuta dal Curty (Parents, 119 s., n. 87), secondo il quale la leadership di Same nel koinn cefallenio sarebbe suggerita anche dalla capacit di imporre a tutte e quattro le citt dellisola la ricostruzione genealogica che faceva risalire le loro origini ai quattro eroi eponimi figli di Cefalo. Cfr. K. Randsborg (a cura di), Kephallnia. Archaeology and History. The Ancient Greek Cities, Acta Archaeologica 73, 2, Kbenhavn 2002, 330, con riferimento, tuttavia, ad unepoca di poco precedente liscrizione magnesia. 46 Oltre a questa testimonianza epigrafica, delleponimo Magnete accenna solo brevemente Steph. Byz. s.v. .
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figlio di Eolo,47 autorizza a pensare dunque che i Cefalleni volessero nobilitare ad ogni costo le proprie origini, collegandole nella maniera pi stretta possibile a quelle magnesie, per rafforzare i rapporti instaurati di recente. Passando allesame delle singole poleis aderenti alle Leukophryeneia, si pu osservare come i richiami alla syngheneia si riferiscano quasi sempre, tranne qualche interessante eccezione su cui ci soffermeremo pi avanti, a comunit che vantavano unidentit etnica eolica documentata da consolidate tradizioni ecistiche e/o etnografiche. il caso sia di Gonnoi-Phalanna (I Magnesia 33 = Asylia 83, l. 5), il cui nome derivava con ogni probabilit da Goneus, uno dei compagni di Protoo nel nostos dei Magneti da Troia;48 sia di unaltra localit tessala non meglio precisabile, ma generalmente identificata con Larissa (I Magnesia 26 = Asylia 75, l. 25). In questultimo psephisma, infatti, luso del termine assai raro di homogheneian (l. 25), avente unaccezione pi pregnante rispetto alla nozione comune di syngheneia,49 fa presumere a buon diritto che la comunit deliberante corrispondesse esattamente alla madrepatria dei coloni magnesi.50 A legami di tipo coloniale risalenti allepoca protostorica della fondazione magnesia si pu addebitare anche il cenno alla syngheneia contenuto nel decreto di una citt cretese non menzionata nella parte superstite delliscrizione (I Magnesia 70 = Asylia 118, l. 2). Questa pu essere identificata con molta probabilit con la stessa localit dove, secondo la tradizione accolta dalla Magnetum historia sacra, si sarebbero stanziati i coloni magneti prima di raggiungere le coste anatoliche (vd. supra). Da questa isolata testimonianza, tuttavia, non si pu dedurre con certezza che i Magnesi abbiano voluto dimostrare lesistenza di legami di consanguineit con il sostrato etnico dellintera isola preesistente allarrivo dei Dori.51 Il richiamo alle remote vicende apecistiche, infatti,
Apollod. Bibl. I 7, 3; 9, 4. Cfr. anche Paus. I 37, 6; e Strab. X 2, 14. Su altri filoni di tradizione relativi alla figura di Cefalo, vd. A. Coppola, Archaiologha e propaganda. I Greci, Roma e lItalia, Roma 1995, 21 s., 110, 118, 151. 48 Come ha ben messo in evidenza Curty, Parents, 121 s., in questo decreto si riscontra una lieve anomalia difficilmente spiegabile: mentre gli abitanti di Gonnoi definiscono i Magnesi philoi kai syngheneis (l. 5), sulla scorta presumibilmente della tradizione che faceva delleponimo Goneo uno dei compagni di Protoo nel nostos da Troia (vd. supra, nota 20), di contro gli inviati magnesi si limitano a indicare rapporti in termini di philia e oikeiotes (ll. 14-16), senza alcun riferimento dunque alla consanguineit. Tale discrepanza indicativa dello spazio di manovra che comunque potevano avere le comunit interpellate nel rettificare o integrare i dati esibiti dai theoroi magnesi. 49 Il termine homogheneia, usato in senso etnico, ricorre soltanto, per quanto dato conoscere, in Posid. apud Strab. XVI 4, 27. Esso richiama alla mente anche il simile homosyngonon adoperato nella Magnetum historia sacra (I Magnesia 17, l. 47) per designare il gruppo coloniale magnete condotto da Leucippo in Asia Minore. 50 Cfr., da ultimo, Asylia, 202. 51 Secondo la tesi di Duani, The , cit., 19-28, sp. 22, i Magnesi avrebbero voluto dimostrare che la loro syngheneia con tutti i Cretesi era imputabile ad un remoto sostrato etnico comune, di matrice arcade ed argiva; loperazione sarebbe stata finalizzata, in ultima istanza, a giustificare ladesione dei Magnesi allarticolata rete di alleanze filo-macedoni formata da alcune genti cretesi (tra cui i c.d. neoteroi di Gortina e Lyttos), dagli Arcadi di Megalopoli guidati da Filopemene, e forse anche da Argo. Occorre tuttavia ricordare che le tradizioni letterarie sul sostrato arcade non coinvolgono lintera isola, bens sono riferite in particolare alle origini di Gortina (Paus. VIII 53, 4; cfr. Plato Leg. IV 3, 708: vd., da ultimo, G. Marginesu, Gortina di Creta. Prospettive epigrafiche per lo studio della forma urbana, Atene 2005, 21 s.; la tradizione sembra essere ancora vitale nel IV sec. a.C.: cfr., ora, N. Cucuzza, Una rappresentazione arcaica di Pan a Creta? Note su una placchetta litica da Fests, Creta Antica X, 1 (2009), 301319, 315 s., sia pure molto prudente al riguardo). Non va dunque escluso che la comunit ritenuta synghenes
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sembra essere riferito al circoscritto territorio controllato in et storica da Gortina e Festos,52 piuttosto che al mondo cretese in generale. La qualifica di syngheneis assegnata alle citt asiatiche di Antiochia in Pisidia e Antiochia in Perside si giustifica invece con lattivit coloniale svolta da Magnesia in epoche storiche pi recenti. Nello psephisma della lontana Antiochia in Perside viene ricordato esplicitamente il ruolo ricoperto dai Magnesi nella fondazione della citt asiatica (peri apoikias: I Magnesia 61 = Asylia n. 111, ll. 16-17).53 Sulle origini di Antiochia in Pisidia, invece, siamo informati soltanto da una notizia di Strabone, secondo la quale la citt era stata abitata da poco tempo da un gruppo di coloni proveniente da Magnesia (I Magnesia 79+80 = Asylia 125).54 Per quanto concerne gli appelli alla syngheneia con gruppi di poleis (distinti dai Koina) o con ethne, il rinvio alle comuni radici eoliche trasparente nel caso delle poleis dellisola di Lesbo. Queste risposero in coro allappello dei Magnesi, sottoscrivendo il decreto emesso da una citt lesbia di cui non pervenuto il nome, ma che viene concordemente identificata con Mitilene (I Magnesia 52 = Asylia 101, ll. 17 e 24). Gli unici nomi di poleis leggibili con certezza nellepigrafe sono quelli dei Metimnaioi e degli Antissaioi (ll. 41-42), ma altamente probabile che il vincolo di sangue ricordato nel discorso pronunciato dai theoroi coinvolgesse anche gli altri abitanti dellisola, in quanto tutti i Lesbi erano ritenuti discendenti del primo re dellisola, Makar, noto presso un nutrito filone letterario come figlio di Eolo e fratello di Magnete.55 Non altrettanto scontato sembra invece, a prima vista, il caso dei legami di syngheneia con le comunit dellArcadia. Nel decreto inviato dagli abitanti di Megalopoli e sottoscritto da molteplici citt degli Arcadi (se ne contano in tutto 18: I Magnesia 38 = Asylia n. 88), non pi strette intorno ad una lega autonoma in quanto appartenenti alla pi ampia Lega Achea, gli appelli alla comunanza di sangue appaiono formulati con una particolare enfasi. I theoroi magnesi ricordavano laiuto prestato in precedenza ai Megalopolitani, allorquando donarono 300 darici per la costruzione delle mura della citt (anche se non detto esplicitamente, si tratta con ogni probabilit del contributo versato in occasione della fondazione di Megalopoli avvenuta pi di un secolo e mezzo
di Magnesia fosse proprio Gortina, legata peraltro alla citt sul Meandro da rapporti politici abbastanza stretti (vd. nota successiva). 52 Lenfatizzazione dei legami con Creta viene solitamente letta alla luce dellarbitrato condotto dai Magnesi a favore di Gortina e Cnosso, documentato da un decreto incluso del dossier delle Leukophryeneia: I Magnesia 65 a+b = IC IV 176; vd. anche il cenno contenuto nel decreto degli Epidamni alla meritoria azione di dialysis compiuta dai Magnesi in un non meglio specificato emphylios polemos cretese (I Magnesia 46, l. 11 s.), nonch il decreto onorario emesso da Cnosso per due evergeti di Magnesia: I Magnesia 67. Controversa tuttavia la datazione da assegnare allintervento dei Magnesi a Creta: secondo linterpretazione pi diffusa esso andrebbe collocato nel contesto della c.d. guerra di Lyttos (221-218 a.C.: vd., da ultimo, A. Magnetto, Gli arbitrati interstatali greci, II, Pisa 1997, n. 43, 262-271, e n. 53, 329-331, con bibliografia precedente); altri studiosi, invece, lo collegano con la crisi scoppiata in seguito al rientro in patria degli esuli cretesi occupanti il territorio di Miunte, conteso tra Magnesia e Mileto: cfr., da ultimo, A. Chaniotis, Die Vertrge zwischen kretischen Poleis in der hellenistichen Zeit, Stuttgart 1996, 281-285, che data il decreto, sia pur con qualche dubbio, al 184 a.C., ritenendo che esso sia stato inserito nellarchivio dellagora di Magnesia con finalit distinte rispetto al dossier relativo alle feste in onore di Artemide Leukophryene. 53 Non sono pervenute per altre attestazioni su questa fondazione asiatica, la cui esatta ubicazione peraltro incerta: vd. Parents, 119; e Asylia, 259 s. 54 Strab. XII 8, 14. 55 Hymn. Hom. ad Apoll. III 37; Apollod. Bibl. I 7, 3; Paus. VI 21, 11. Per lesame accurato di queste tradizioni vd. ora il contributo di G. Coppola, Makareus tra Eoli e Pelasgi, in Eoli ed Eolide, 73-93.

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prima, nel 368/7 a.C.);56 in quella circostanza gli Arcadi avevano richiesto la collaborazione dei Magnesi proprio in virt della consanguineit (ll. 26-31). Dal testo non si evince quali fossero gli argomenti allora addotti dagli Arcadi, e ripresi poi nel 208/7 a.C. dai Magnesi, per dimostrare le origini della syngheneia tra le due comunit. Se ne pu dedurre che le motivazioni dovevano essere abbastanza evidenti e note a tutti, o almeno che il ricordo dei temi sfruttati al tempo delleuerghesia magnesia fosse ancora attuale. Secondo lipotesi di Curty, la parentela tra Magnesia e gli Arcadi era fondata sulle genealogie risalenti agli eponimi Eolo ed Arkas, ed incentrata in particolare sulla figura di Elateo, figlio di Arkas, che avrebbe un suo corrispettivo nellomonimo eroe tessalo Elateo, appartenente alla stirpe dei Lapiti, da cui discendeva anche leponimo Magnete. Non sembra necessario, tuttavia, ancorare la syngheneia ad un personaggio specifico delle genealogie eroiche che legano la Tessaglia e lArcadia.57 forse pi semplice ammettere che lidentit eolica degli Arcadi si fondasse sulla tradizione, riportata da Strabone, che faceva risalire lintero sostrato etnico del Peloponneso ad unorigine eolica. Afferma infatti il Geografo che tutti i popoli ubicati al di qua dellistmo di Corinto che avevano avuto minori contatti con i Dori guidati dagli Eraclidi, tra i quali vi erano in primo luogo gli Arcadi in quanto, isolati dal resto del Peloponneso per la natura montuosa della regione, furono esclusi dalla spartizione del territorio tra i Dori, conservarono a lungo la loro identit eolica, come proverebbe ladozione del dialetto eolico fino ad epoche recenti.58 La syngheneia tra Magnesia e gli Arcadi sembra dunque fondata sul criterio generale di affinit etnica desumibile dalla notizia straboniana piuttosto che su puntuali filoni genealogici ed eponimici.59 Notevole interesse suscita, infine, il riferimento alla syngheneia tra Magnesi e Macedoni contenuto nella prima parte del decreto dei Calcidesi (I Magnesia 47 = Asylia 97, l. 3). Qui era riportata la sintesi della lettera inviata da Filippo V alla citt euboica, in quel tempo soggetta al regno antigonide, con la quale il re illustrava le argomentazioni addotte per giustificare la propria adesione al concorso delle Leukophryeneia. Gli stessi argomenti vennero utilizzati in seguito dagli ambasciatori magnesi per invitare i Calcidesi, e dunque il riferimento alla syngheneia con i Macedoni doveva essere incluso gi nel discorso rivolto dai theoroi magnesi a Filippo V.60 Il dato appare della massima importanza, in quanto la discendenza delleponimo Macedone da Eolo presente solo in uno dei vari filoni mitografici sulle origini dei Macedoni, accolto da Ellanico e da Eustazio;61 secondo la tradizione riportata da Apollodoro,62 invece, Makednos (con lieve variante onomastica rispetto a Makedonos) era figlio di Licaone, e dunque appartenente al sostrato pelasgico.63 Tutto ci suggerisce in effetti che la parentela eolico-macedone sia
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1997, 97).
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Vd. M. Moggi, I sinecismi interstatali greci, I, Pisa 1976, 316; Parents, 120; Asylia, 219. Cfr. le perplessit avanzate a tal proposito da J. Hall, nella recensione a Parents (CR XLVII,

Strab. VIII 1, 2. In questa stessa direzione sembra muoversi anche Hall, CR XLVII (1997), 97. 60 Vd. Asylia, 234. 61 Hellan. apud Steph. Byz. s.v. = FGrHist 4, F 74 = fr. 150 Ambaglio; Eustath. ad Dion. Per. 427, 11-12. 62 Apollod. Bibl. III 96 ss. 63 Diversamente, secondo il Catalogo dello Pseudo-Esiodo (apud Steph. Byz. s.v. = fr. 7 M./W.), il rapporto di fratellanza tra Magnete e Macedone risaliva non ad Eolo, bens allunione di Zeus e Thya; essi erano comunque legati sin dallorigine al territorio dellOlimpo e della Pieria. Del tutto divergente era invece la versione riportata da Erodoto (I 56; VIII 43), che ascriveva le radici macedoni alla stirpe dorica. Un ulteriore filone, poi, attribuiva ai Macedoni unorigine autoctona, non allineata alla stirpe ellenica: cfr. quanto affermano, tra gli altri, Hdt. V 20; IX 45 (sia pur in contrasto con la suddetta

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stata rispolverata ad arte dai Magnesi per caldeggiare un riavvicinamento diplomatico se non una vera e propria alleanza - con il regno antigonide guidato da Filippo V.64 Riassumendo, in tutti i casi fin qui esaminati gli appelli alla syngheneia appaiono conformi a criteri precisi basati non solo su genealogie mitiche ma anche su precisi filoni etnografici che rinviano allantichissimo sostrato etnico tessalo-acheo, pre-dorico e preionico, e che spesso trovano un puntuale riscontro nelle tradizioni di storia locale confluite nellopera geografica di Strabone.65 Diversamente, i richiami alla oikeiotes sono adottati in maniera sistematica per i restanti casi di identit non eolica e per esprimere i vincoli di fratellanza stretti anche con gli Stati federali.

L anomalia della syngheneia con Siracusa ed Epidamno


Alla luce di queste considerazioni di carattere generale, stupisce non poco di ritrovare tra le comunit ritenute consanguinee dei Magnesi anche Siracusa (I Magnesia 72 = 120 Asylia) ed Epidamno (I Magnesia 46 = 96 Asylia), la cui matrice dorica, e segnatamente corinzia, non viene mai messa in discussione dalle fonti antiche.66 opportuno precisare che nel decreto dei Siracusani il legame di syngheneia si evince solo dallintegrazione della linea 22 proposta dal Kern, , e accolta, sia pure con prudenza, da tutti i commentatori.67 Tale restituzione sembra in
versione); Thuk. II 80, 5 ss.; IV 126, 3; Ps. Skymn. 620. Su tutto ci vd. D. Ambaglio, Lopera storiografica di Ellanico di Lesbo, Pisa 1980, 147; e, da ultimi: J. Hall, Contested Ethnicities: Perceptions of Macedonia within Evolving Definitions of Greek Identity, in I. Malkin (ed. by), Ancient Perceptions of Greek Ethnicity, Cambridge (Mass.) - London 2001, 159-186, sp. 169 ss.; C. Sourvinou-Inwood, Greek Perceptions of Ethnicity and the Ethnicity of the Macedonians, in L. Moscati Castelnuovo (a cura di), Identit e prassi storica nel Mediterraneo greco, Milano 2002, 173-203, sp. 181-183, ed ivi ulteriore bibliografia. 64 lipotesi sostenuta da Duani, The , cit., sp. 36 ss. 65 La menzione di syngheneia nel decreto dei Messeni (I Magnesia 43 = Asylia 93) sembrerebbe fare eccezione, ma a ben vedere essa frutto di unintegrazione di unintera linea (23), che non viene spiegata dalleditore e resta a mio avviso arbitraria. A ragione, infatti, il Curty non prende nemmeno in considerazione questo caso allinterno del suo catalogo. Sulla corrispondenza tra alcune argomentazioni sfruttate dai Magnesi per giustificare le relazioni di syngheneia e le tradizioni di storiografia locale riportate da Strabone vd., ora, L.E. Patterson, Strabo, Local Myth and Kinship Diplomacy, Hermes CXXXVIII, 1 (2010), 109-118. 66 Sulla fondazione di Siracusa ad opera del corinzio Archia, della stirpe degli Eraclidi: Antioch. apud Strab. VI 1, 12 = FGrHist 555, F 10; Thuk. VI 3, 2; Demetr. Skep. apud Athen. IV 167 d = fr. 73 Gde (cfr. anche Archil. fr. 293 West); Ps. Skymn. 278-282; Strab. VI 2, 4; VIII 6, 22; Ps. Plut. Mor. 773 B; Paus. V 7, 3; Clem Alex. Strom. I 131, 8; Choerob. in Theod. p. 242 Hilgard; Iohannes Charax in Theod. p. 431 Hilgard; Steph. Byz. s.v. ; Suda s.vv. ; ; Eustath. ad Dion. Per. 369; Schol. ad Ar. Eq. 1091; Schol. in Pind. Ol. VI 6; Schol. in Pind. Pyth. II 1 a; Schol. in Kallim. Aet. 2, fr. 43, 2830 Pfeiffer. Parlano invece di Siracusa come colonia di Corinto: Theokr. XV 91; XVI 83-84 (entrambi i passi con relativi Scholia); XXVIII 17; Corn. Nep. Tim. 3, 1; Diod. XIV 42, 3; XVI 65, 2; Ov. Met. V 407408 (ove si specifica che i fondatori erano della stirpe dei Bacchiadi); Vell. II 7, 7: Sil. It. XIV 50-52; Dio. Chrys. XXXVII 20, 23; Plut. Alk. 18, 7; Tim. 2, 2; 3, 1; 15, 2; 23,1; Dio 43, 4; Leo Phil. apud Anth. Pal. IX 579, 2; Schol. in Pind. Ol. XIII 158 c. Su Siracusa come fondazione dorica, in generale: Eustath. ad Hom. Od. X 2; Schol. in Pind. Pyth. I 120 b. Sullorigine corcirese di Epidamno: Thuk. I 24, 1 (che ricorda anche il nome dellecista, il corinzio Falio, e la partecipazione allimpresa coloniale di altri Corinzi e Dori in generale); Ps. Skymn. 435-6; Diod. XII 30; Strab. VII 5, 8; Dio Cass. III, p. 18, 20 Dindorf-Stephanus; Aristodem FGrHist 104, F 1, 17; Steph. Byz. s.v. . 67 Vd., ad es., Parents, 123. Liscrizione ha catturato linteresse degli specialisti soprattutto per i riferimenti alle istituzioni vigenti a Siracusa allindomani della conquista romana: vd. per questi aspetti, in particolare, W. Httl, Verfassungsgeschichte von Syrakus, Prag 1929, 71-72, n. 30, 124, n. 35; G. Forni, Intorno alle costituzioni di citt greche in Italia e in Sicilia, Kokalos III (1957), 65-66; F. Ghinati, Synkletoi italiote e siceliote, Kokalos V (1959), 133-135; G. Manganaro, Citt di Sicilia e santuari panellenici nel III-II sec. a.C.,

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effetti la pi probabile in quanto lespressione corrisponde ad una formula stereotipata, presente in altri decreti di Magnesia. Per quanto riguarda lo psephisma degli Epidamni, lintegrazione alla linea 3: appare ancor meno incerta. Questi due casi risultano tanto pi sorprendenti se si considera che nei decreti emanati da Corinto (I Magnesia 42 = Asylia 92) e da Corcira (I Magnesia 44 = Asylia 94), madrepatrie rispettivamente di Siracusa e di Epidamno,68 non si trovano riferimenti a legami di syngheneia con i Magnesi, bens soltanto a rapporti di oikeiotes.69 Anche nel decreto di Apollonia (I Magnesia 45 = Asylia 95), colonia corinzia (o, secondo alcuni autori, corinzio-corcirese) e dunque citt consorella di Siracusa e Epidamno,70 si trova un cenno solo alla familiarit con i Magnesi, ma lo stato estremamente lacunoso delliscrizione non consente di trarne conclusioni definitive. Va tenuto in considerazione, inoltre, che le citt dello Ionio e del Basso Adriatico furono visitate nel corso della medesima ambasceria, come indica la presenza nei decreti di Corcira, Epidamno, Apollonia, Itaca e Same degli stessi nomi di theoroi magnesi, Sosicleos e Aristodamos, figli di Diocle, e Diotimo di Menofilo. Questi ultimi, dunque, dovevano essere a conoscenza di qualche documento o tradizione che distingueva lidentit di Epidamno da quella di Corcira e Apollonia. Uno dei suddetti theoroi, Diotimo di Menofilo, partecip assieme ad altri cinque anche alla spedizione a Siracusa (non sappiamo se questa fu precedente o successiva rispetto allambasceria diretta alle coste ioniche, anche se la seconda opzione appare la pi logica), sicch potrebbe essere proprio lui il latore della notizia tendente ad accomunare i casi di Siracusa e di Epidamno e ad isolarli rispetto a quelli delle altre colonie occidentali di matrice corinzia. Le ipotesi finora avanzate per spiegare leccentricit della syngheneia siracusanomagnesia sono di vario segno, ma nessuna appare ancora risolutiva. Tra i tentativi pi recenti si segnala quello, invero assai suggestivo, del Duani, secondo cui tali rapporti di parentela sarebbero stati costruiti sulla base della genealogia di Sisifo, figlio di Eolo e padre di Glauco, e dunque antenato dellecista di Magnesia Leucippo.71 Sisifo, infatti, noto come il rappresentante mitico della fase pre-dorica di Corinto, essendo il successore di Giasone nel regno di Efira, nome con cui era designata Corinto prima della conquista dorica della regione dellIstmo,72 oppure come il fondatore stesso di
SicGymn XVII (1964), 46, 58; M. Holleaux, tudes dpigraphie et dhistoire grecques, Paris 1968, 327-328; G. De Sensi Sestito, Gerone II: Un monarca ellenistico in Sicilia, Palermo 1977, 174; L. Dubois, Inscriptions grecques dialectales de Sicile, Rome 1989, 100-105; F. Ghinatti, Assemblee greche dOccidente, Torino 1996, 70-74. 68 Ricordiamo comunque che Corinto poteva presentarsi come la madrepatria comune ad entrambe, non solo perch aveva fondato Corcira ma anche perch aveva inviato lecista per la deduzione di Epidamno: Thuk. I 24 ss. 69 Il decreto dei Corinzi pervenuto integro, per cui non vi pu essere alcun dubbio sullassenza di riferimenti ad una syngheneia. Lo stesso si pu affermare, con buon margine di probabilit, per lo psephisma dei Corciresi, mutilo soltanto nella parte finale. 70 Lorigine corinzia attribuita da: Thuk. I 26, 2; Plin. N.h. III 145; Plut. Mor. 552 E; Steph. Byz. s.v. . Parlano invece di compartecipazione corinzio-corcirese: Ps. Skymn. 439-40; Strab. VII 5, 8. 71 Duani, The , cit., 37. 72 Secondo il racconto risalente al poeta bacchiade Eumelo, riportato da Paus. II 3, 11. Sulle origini di Efira vd. Paus. II 1, 1; 3, 10. Che i primi abitanti di Corinto fossero di stirpe eolica affermato esplicitamente da Thuk. IV 42, 2. Sul complesso delle tradizioni eoliche ambientate ad Efira/Corinto vd. soprattutto E. Will, Korinthiaka. Recherches sur lhistoire et la civilisation de Corinthe des origines aux guerres mdiques, Paris 1955, 237 ss.; e, pi recentemente, P. de Fidio, Un modello di mythistore. Asopia ed Efirea nei Korinthiak di Eumelo, in F. Prontera (a cura di), Geografia storica della Grecia antica, Roma - Bari 1991, 233263.

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Efira/Corinto.73 Ci si chiede, tuttavia, come mai questo tema mitico sia stato utilizzato dai Magnesi soltanto per Siracusa e non invece per Corinto, che era proprio il centro di diffusione, tramite il poeta bacchiade Eumelo, delle memorie legate al sostrato etnico eolico di Efira. Inoltre, resta un assunto ancora da dimostrare che la genealogia eolide facente capo a Sisifo sia stata sfruttata a Siracusa in chiave etnica, al fine di ancorare le origini dei coloni ad un remoto passato pre-dorico. Lunico dato che potrebbe far pensare ad una qualche strumentalizzazione delle memorie eolidi a Siracusa durante il III sec. a.C. consiste nelladozione della figura di Pegaso in alcune note serie monetali, coniate ancora durante il regno di Ierone II.74 Non chiaro, tuttavia, se vi sia un preciso significato ideologico dietro la ripresa del mito di Pegaso e Bellerofonte nei tipi monetali di questepoca, che rinviano comunque al rapporto con il mondo corinzio in generale e alle sue celebri coniazioni.75 Dal canto suo il Curty avanza il sospetto, sia pure con molta cautela, che la parentela tra Siracusa e Magnesia sia dovuta alla compresenza di genti diverse rispetto ai Corinzi guidati da Archia nellimpresa coloniale diretta allisola di Ortigia. Si tratterebbe, a suo parere, di quel gruppo di Dori che, stando alla nota tradizione riportata da Strabone, si separarono dai fondatori di Megara e Naxos rifugiandosi presso il Capo Zefirio, e si associarono solo in un secondo momento alla spedizione coloniale condotta da Archia:76 questi Dori non sarebbero di origine eraclide bens discenderebbero in linea diretta da Doro, fratello di Eolo, zio di Magnete.77 Tale ipotesi, tuttavia, non sposta i termini della questione, dal momento che, come abbiamo gi visto, la distinzione dellidentit etnica delle singole comunit greche invitate da Magnesia si fondava proprio sulle diverse genealogie mitiche risalenti ai tre capostipiti Doro, Eolo e Xutho. Tra le molteplici notizie sulla fondazione di Siracusa, non mancano comunque riferimenti alla partecipazione di alcune componenti etniche distinte dal ghenos di Archia, e legate, sia pure indirettamente, al mondo eolico. Secondo una tradizione raccolta ancora una volta da Strabone, invero alquanto problematica, la maggior parte dei coloni ( ) unitisi ad Archia nellimpresa siciliana proveniva dal villaggio di Tenea, situato lungo larteria che collegava Corinto a Micene e ad Argo;78 i
Apollod. I 9, 3. Va per precisato che le pi tarde emissioni siracusane con leffigie del pegaso sono legate alla prima fase del regno ieroniano (269-263 a.C.). Il simbolo verr poi ripreso nella zecca di Tauromenio agli inizi del II sec. a.C. Su tutto ci vd., da ultimo, B. Carroccio, Dal basileus Agatocle a Roma. Le monetazioni siciliane det ellenistica (cronologia iconografia metrologia), Messina 2004, sp. 51, 63-64, 75-76, 78-79, 81, 8384, 90-92. 75 La funzione di queste serie monetali, almeno per lepoca agatoclea, legata allesigenza di pagare il soldo ai mercenari al servizio del tiranno: vd. D. Castrizio, La destinazione dei pegasi agatoclei, in M. Caccamo Caltabiano (a cura di), La Sicilia tra lEgitto e Roma. La monetazione siracusana dellet di Ierone II. Atti del Seminario di Studi (Messina, 2-4 dicembre 1993), Atti dellAccademia Peloritana dei Pericolanti, suppl. 1, vol. LXIX (1993), Messina 1995, 295-302. Vd. anche B. Carroccio, intervento, ibidem, 322 e s., che estende la medesima funzione anche ai pegasi di et ieroniana. 76 Strab. VI 2, 4. 77 Parents, 123. Dello stesso avviso ora Patterson, Strabo, Local Myth and Kinship Diplomacy, cit., 116-118. 78 Strab. VIII 6, 22. Sullattendibilit di questa notizia non sono state mosse finora decisive obiezioni. Essa viene solitamente annoverata tra le prove del carattere misto delle pi antiche spedizioni coloniali dirette in Occidente e, nel caso particolare, della eterogeneit dei partecipanti allapoikia siracusana. Il sito di Tenea, identificato con i resti databili a partire dal Medio Geometrico venuti alla luce nei pressi dellodierno villaggio di Chiliomodion, si trova a met strada tra Corinto e Micene, lungo lantica arteria di collegamento con Argo, e, a giudicare dallampiezza dellarea interessata dai frammenti ceramici di superficie, risulta il pi grande insediamento del territorio interno della Corinzia (J. B. Salmon,
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Teneati, aggiunge il Geografo basandosi sullautorit di Aristotele,79 vantavano un legame di syngheneia con le genti di Tenedo, a causa della comune discendenza dalleroe eponimo dellisola eolica Tenes (o Tennes), figlio di Kyknos; la riprova di tale parentela consisterebbe nella stretta somiglianza del culto tributato ad Apollo sia dai Teneati che dai Tenedi: . La connessione tra Tenea e Tenedo, suggerita ovviamente dalla somiglianza dei due nomi, rimanda al complesso di racconti mitici relativi alle origini dellisola della Troade, risalenti allepoca della guerra di Troia.80 Leponimo Tenes infatti noto alla tradizione omerica come uno dei pi strenui difensori delle coste della Troade dagli attacchi degli Achei: solo in seguito alla sua uccisione sacrificale ad opera di Achille lesercito di Agamennone pot conquistare lisola considerata come la porta della Troade e sbarcare dunque sulle rive del regno di Priamo.81 Nella generazione successiva, Tenedo sarebbe stata colonizzata definitivamente dalla Aioleon stratia condotta da Oreste e dallo spartano Pisandro.82 La testimonianza di Strabone viene solitamente letta alla luce di una notizia di Pausania che attribuisce unorigine troiana agli abitanti di Tenea. Cos si esprime il Periegeta a proposito del villaggio posto a met strada tra Corinto e Micene: le genti del luogo dicono dessere Troiani, e affermano che, fatti prigionieri dai Greci a Tenedo,
Wealthy Corinth. A History of the City to 338 BC, Oxford 1984, 24). Secondo D. Asheri (La colonizzazione greca, in E. Gabba G. Vallet (a cura di), Storia della Sicilia, I, 1, Napoli 1979, 116 s.) , la posizione geografica del sito e le notevoli affinit culturali che esso presenta con la confinante regione dellArgolide suggerirebbero che il numeroso contingente coloniale partito da Tenea fosse costituito da genti estranee allaristocrazia dorica di Corinto, e legate piuttosto allarea argiva, o meglio argivo-corinzia, a conferma della tesi formulata a suo tempo da R. Van Compernolle (Syracuse colonie dArgos?, Kokalos XII, 1966, 75-101) sulleffettivo contributo dato da Argo alla nascita di Siracusa. Dal momento che lattivit principale degli abitanti del borgo rurale di Tenea era certamente lagricoltura, la testimonianza straboniana rafforzerebbe lipotesi che la fondazione di Siracusa rispondesse in primo luogo allesigenza di cercare nuove terre in Occidente per assorbire un eccesso della popolazione residente nella regione argolico-corinzia (Will, Korinthiaka, cit., 319; J. Brard, La Magna Grecia. Storia delle colonie greche dellItalia meridionale, Paris 1957, trad. it. Torino 1963, 129; L. Braccesi G. Millino, La Sicilia greca, Roma 2000, 28). Non manca pure chi considera il santuario di Apollo Teneate come la sede di un antico oracolo frequentato dagli abitanti del Peloponneso nord-orientale, attorno al quale si sarebbero radunati tutti i coloni corinzi in cerca di protezione e di legittimazione per la loro impresa volta alla occupazione di nuovi spazi vitali in Occidente (in questa direzione anche C. Morgan, The Evolution of a Sacral Landscape: Isthmia, Perachora, and the Early Corintihian State, in S.E. Alcock - R. Osborne (ed. by), Placing the Gods. Sanctuaries and Sacred Space in Ancient Greece, Oxford 1999, 140). 79 Aristot. fr. 594 Rose. 80 Secondo G. Ragone, Riflessioni sulla documentazione storica su Fidone di Argo, in C. Bearzot F. Landucci (a cura di), Argo. Una democrazia diversa, Milano 2006, 53 s., n. 85, la genesi di questa leggenda ecistica si collocherebbe nel quadro delle relazioni tra il Cipselide Periandro e larea dellEolide asiatica. 81 Stando a Ps. Apollod. Ep. III 26, Tenes era riconosciuto come figlio di Apollo; per Schol. ad Lykophr. Alex. 232, 241, Tenes era a parole figlio di Kyknos, ma nei fatti di Apollo; Plut. Quaest. gr. 28 = Mor. 297 d-f, lo designa come caro ad Apollo. Secondo il racconto di Ps. Apollod. Ep. III 26, Thetis profetizz al figlio che se avesse ucciso Tenes sarebbe perito a sua volta per intercessione di Apollo. Per parte di madre, Tenes viene reputato discendente di Prokleia, figlia di Laomedonte: Ps.-Apollod. Ep. III 24; Schol. in Lykophr. Alex. 232. Isolata appare comunque la definizione di Troikos assegnatagli da Eustath. in Hom. Il. I 37, p. 54. 82 La fonte pi antica sulla colonizzazione eolica di Tenedo costituita da Pind. Nem. XI 43, con il relativo Scolio, che riporta la testimonianza di Hellan. FGrHist 4, F 32 = fr. 124 Ambaglio. Vd. inoltre Lykophr. Alex. 1374-1377; Schol. in Lykophr. Alex. 1374. Secondo quanto afferma Mele, Aiolos e gli Aiolidai, cit., 17, al livello cronologico di Tenes lisola di Tenedo era occupata da popolazioni pelasgiche.

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ebbero da Agamennone il permesso di abitare qui: e per questo, fra tutti gli dei, venerano particolarmente Apollo.83 Tuttavia, al di l degli indubbi punti di contatto, vanno messe in evidenza anche le divergenze tra le tradizioni seguite da Strabone e da Pausania. Questultimo omette il nome di Tenes e parla genericamente di origini troiane dei Tenedii trapiantati a Tenea, mentre il Geografo pone in primo piano la figura delleponimo e non fa alcun cenno sulla presunta identit troiana dei Teneati.84 Il silenzio di Pausania su Tenes dovuto presumibilmente allincertezza che regna nei vari filoni di tradizione sulla genealogia delleroe. N leponimo n il padre Kyknos,85 infatti, sono considerati tout court personaggi di origine troiana.86 Anzi, Tenes appare come una figura assimilata progressivamente al mondo ellenico:87 egli assume infatti i tratti del vero e proprio fondatore mitico delleolica Tenedo, che crea un nuovo kosmos di marca ellenica imponendo ai Tenedii un codice di leggi confrontabile in tutto e per tutto con altre costituzioni greche arcaiche.88 Che Tenes fosse onorato nellisola alla stregua di un nume tutelare se non addirittura come lantenato comune a tutti i Tenedii dimostrato chiaramente dal culto eroico a lui dedicato dalle stesse genti eoliche, noto ancora allepoca di Cicerone.89 Nella versione di Pausania, lidentit dei Teneati viene sganciata dalleponimo tenedio per evitare qualsiasi equivoco sulla presenza di tracce greche nelle radici del villaggio corinzio. Tutta la rappresentazione mira anzi a sottolineare lalterit anellenica di Tenea rispetto alla circostante realt miceneo-corinzia raffigurata da Agamennone.90
83 84

1986, 235.
85

Paus. II 5, 4. D. Musti (- M. Torelli), Pausania, Guida della Grecia. Libro II. La Corinzia e lArgolide, Milano

Kyknos comunemente noto come figlio di Poseidone (Cypr., Arg. 54-55 PEG Bernab; Isocr. Hel. 52; Ov. Met. XII 72; Sen. Ag. 215; Troad. 183; Schol. in Pind. Ol. II 147), ma la madre viene indicata ora come una troiana (chiamata Scamandriodike: Schol. in Lykophr. Alex. 232; Schol. in Pind. Ol. II 147; Schol. in Hom. Il. I 38 b), ora come un Eolide (Kalyke: Hellan. apud Schol. in Theocr. XVI 49 = FGrHist 4, F 148; Hyg. Fab. CLVII; Schol. in Pind. Ol. II 147; cfr. anche Schol. in Hom. Il. I 38 b. Che Kalyke fosse figlia di Eolo e di Enarete attestato da Hes. frr. 10 a 245 M./W.; Apollod. Bibl. I 7, 3 e 5; Schol. in Apoll. Rh. Arg. IV 57-58). 86 Sul complesso di leggende intorno a Tenes vd.: Cyp. p. 41 PEG Bernab; Hekat. FGrHist 1, F 139; Eurip. TGF p. 578 Nauck; Herakl. Lemb. Exc. polit. 22; Konon. FGrHist 26, F 1, 28; Ps. Apollod. Ep. III 23-26; Diod. V 83; Paus. X 14, 2-4; Plut. Quaest. gr. 28 = Mor. 297 d-f; Phot. Bibl. 135 b Bekker; s.v. ; Suda s.v. ; Schol. in Lykophr. Alex. 232, 236, 240, 241; Schol. in Hom. Il. I 38; Eustasth. ad Hom. Il. I 38, p. 33, 20-30. Esame puntuale ed esauriente delle fonti sul personaggio in Polito, I racconti di fondazione su Tenedo, cit., 187 ss.; e Napolitano, Tenedo, Lesbo e la porta della Troade, cit., sp. 233 ss. 87 La tesi, del tutto condivisibile, della caratterizzazione di Tenes nei termini tipici dellecista greco di Polito, I racconti di fondazione su Tenedo, cit., 187 ss.; seguita da Napolitano, Tenedo, Lesbo e la porta della Troade, cit., 245. 88 Sulla duplice prospettiva delle tradizioni sulle origini di Tenedo vd. ancora Polito, I racconti di fondazione su Tenedo, cit., 194 ss. 89 Vd. Cic. de nat. deor. III 39; Id. in Verr. I 1, 49; Diod. V 83, 3-5; Plut. Quaest. gr. 28 = Mor. 297 d-f. 90 Ci va messo in connessione, molto probabilmente, con la notizia, riportata da Strabone (VIII 6, 22; vd. anche Zenob. 3, 96; e Suda s. paroem. , ) sulloracolo rilasciato ad un individuo asiatico intenzionato a trasferirsi a Corinto: lespressione formulata dal dio (presumibilmente Apollo), fortunata Corinto, ma magari io fossi Teneate! , va interpretata infatti come un vanto localistico di Tenea, prospera e tranquilla ..., di contro agli inconvenienti metropolitani e ai guai ... di Corinto (Ragone, Riflessioni sulla documentazione storica su Fidone di Argo, cit., 53, n. 85).

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Secondo lipotesi pi probabile, le genesi della tradizione sulle origini troiane di Tenea va inquadrata allepoca della campagna di Lucio Mummio nel 146 a.C. terminata con la distruzione di Corinto. In questa occasione, lappello alla comune discendenza troiana ebbe certamente un peso determinante nella stipula dellalleanza tra i Teneati e i Romani che permise ai primi di prendere le distanze dalla citt dellIstmo e salvarsi cos da una sicura rovina.91 Dal canto suo, Strabone non tiene in alcun conto il dato sulla presunta identit troiana degli abitanti del villaggio corinzio, pur rimarcando nellexcursus su Tenea la politica filoromana condotta dagli abitanti del villaggio. Nella sua rappresentazione, risalente allautorevole testimonianza aristotelica, sono tagliati fuori dal campo di osservazione tutti i particolari mitologici sul trasferimento dei prigionieri troiani, e anche le prove addotte per dimostrare il legame di syngheneia tra Teneati e Tenedi consistono, pi concretamente, nelle analogie tra le pratiche rituali adottate in epoca contemporanea dalla eolica Tenedo e dai consanguinei Teneati (si noti luso del presente didosi).92 Ci si inserisce in maniera coerente nel quadro dipinto dal Geografo sullintera archaiologhia di Tenedo. Nella sezione del XIII libro dei Geographik dedicata alla descrizione della Troade e dellEolide asiatica non dato trovare alcun riferimento esplicito ad una identit troiana dellisola di Tenedo al livello cronologico di Tenes: Strabone non attribuisce a Kyknos unorigine troiana, bens tracia (dunque pelasgica?);93 non include il nome di Tenedo tra le localit costiere e le isole antistanti la Troade, ivi compresa Lesbo, indicate come soggette ai Troiani sulla base dei dati ricavati dallepica omerica;94 e infine inquadra la storia pi antica di Tenedo in una prospettiva di continuit fino al popolamento eolico, dal momento che non distingue tra la fase precedente a Tenes, quando lisola era denominata Leukophrys, e la fase successiva alla fondazione della comunit tenedia:95 il toponimo Leukophrys, infatti, considerato da Strabone come un semplice sinonimo di Tenedo, usato in maniera alternativa agli altri nomi con cui era conosciuta lisola alla sua epoca.96 Lo stesso toponimo appare peraltro non privo di interesse per il nostro discorso, in quanto rievoca lepiclesi di Artemide Leukophryene, anche se, al di l della suggestione derivante dallomofonia, non possibile stabilire se vi possa essere qualche collegamento diretto fra le origini del culto artemisio della citt sul Meandro ed il pi antico nome assegnato allisola di Tenedo.97
91 E quanto ritiene la maggior parte degli studiosi: vd., ex. gr., R. Baladi, Strabon. Gographie. Tome V (Livre III), Paris 1978, 188; e Ragone, Riflessioni sulla documentazione storica su Fidone di Argo, cit., 53 s., n. 85. 92 Che lisola facesse parte integrante, in et storica, dellarea eolica testimoniato da: Hdt. 151, 1; Thuk. III 2, 3; VII 57, 5; Strab. XIII 1, 46; Schol. ad Dion. Per. 820; Eustath. ad Hom. Il. I 37 s. 93 Strab. XIII 1, 46. 94 Strab. XIII 1, 7. Per unanalisi approfondita dellarchaiologhia straboniana dellEolide asiatica vd. ora M. P. De Fidio, Eforo e le tradizioni sulla migrazione eolica, in Eoli ed Eolide, 423-450, in part. 430 sul rapporto tra testo omerico e descrizione straboniana. 95 Cfr. Hekat. apud Steph. Byz. s.v. = FGrHist 1, F 139; Herakl. Lemb. Exc. polit. 22; Lykophr. Alex. 346; Heghesian. Alex. apud Athen. IX 49 = FGH III 69; Diod. V 83; Plin. N. h. V 140; Paus. X 14, 2-3; Serv. 2, 21; Phot. Bibl. 135 b Bekker; s.v. ; Suda s.v. ; Eustath. ad Hom. Il. I, p. 54, 24; p. 478, 27; IV, p. 952, 22; Eustath. ad Dion. Per. 536; Hesych. s.v. ; Schol. in Hom. Il. I 38; Schol. Tzetz. in Lykophr. Alex. 232, 344, 346. 96 Strab. XIII 1, 46. 97 Esso coincide perfettamente col nome, attestato da Xenoph. Hell. III 2, 19; IV 8, 17, della localit ubicata presso la pianura del Meandro e legata al santuario di Artemide Leukophryene a Magnesia; nonch con il nome della figlia di Mandrolito, di cui si era innamorato Leucippo al momento della fondazione di Magnesia sul Meandro, stando al racconto di Parth. Narrat. V 6. Secondo il parere di E. Ciaceri, La Alessandra di Licofrone. Testo, traduzione e commento, Catania 1901, 182, la tradizione che attribuiva

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Tutto lascia pensare dunque che nellottica di Strabone (e della tradizione aristotelica da lui recepita) la comune discendenza da Tenes non sia definibile in termini di parentela di marca troiana, bens rientri in un orizzonte pienamente ellenico, e pi precisamente eolico, in sintonia sia con lidentit etnica eolica attribuita ai Tenedii di et storica sia con il dato della presenza di un sostrato eolico nella regione corinzia prima dellarrivo dei Dori nel Peloponneso. Lesistenza di un legame diretto tra lisola della Troade ed il sostrato pi antico del Peloponneso comprovata agli occhi di Strabone da unaltra curiosa notizia ascritta al retore Zoilo, attivo nel IV sec. a.C. Questi, nellEncomio dei Tenedi, affermava che il fiume Alfeo proviene proprio da Tenedo, e dopo aver compiuto un percorso sotterraneo attraverso il mar Egeo riemerge nellArcadia, dove venivano comunemente localizzate le sorgenti del fiume.98 Limmagine che se ne ricava di notevole interesse per il discorso da cui abbiamo preso le mosse, in quanto il percorso orientale dellAlfeo riproduce un itinerario analogo e simmetrico rispetto al percorso occidentale che viene attribuito al medesimo fiume nel pi famoso mito relativo alle origini della fonte Aretusa ad Ortigia.99 Secondo la tradizione conosciuta gi da Pindaro, il corso dellAlfeo non terminava alla foce situata nellElide ma attraversava tutto il mare Ionio (o Mar Siculo, comera definito anticamente) per spuntare al termine del suo lungo percorso nella sorgente siracusana di Aretusa.100 LAlfeo, dunque, rappresenta il filo rosso che unisce simbolicamente le memorie ancestrali di Tenedo, le regioni peloponnesiache dellArcadia e dellElide, e Siracusa. La direzione della corrente del fiume ricalca infatti perfettamente i flussi dei coloni che sarebbero migrati da Tenedo al Peloponneso e da qui a Siracusa. Il mito di Alfeo e Aretusa rimanda poi ad ulteriori e pi dirette connessioni con le regioni peloponnesiache non-doriche dellElide e dellArcadia. La leggenda del cacciatore trasformatosi in fiume per amore della ninfa-cacciatrice mutatasi in sorgente si presenta come uno sviluppo letterario del culto di Artemide Alpheioa praticato in Elide, nei pressi della foce dellAlfeo. Il medesimo epiteto di Alpheioa viene attribuito
allisola di Tenedo lantico nome di Leukophrys poteva essere nata dal culto di Artemide Leucofris, molto diffuso sulle coste dellAsia Minore; ma tale ipotesi, per quanto affascinante, resta pur sempre indimostrabile, soprattutto perch sappiamo ben poco sulle origini del culto e sul significato reale dellepiteto Leukophryene assegnato alla dea di Magnesia. Stando a quanto asserisce O. Bingl, Magnesia on the Maeander. An Archaeological Guide: The City of Artemis with the White Eyebrows, Istanbul 2009, 9 ss., il nome Leukophrys deriva dal colore tendente al bianco delle rocce, ricche di silicati di magnesio, che circondano la valle del Meandro nel punto dove sorse Magnesia. Sulla stessa scia, per quanto riguarda Tenedo, linterpretazione di Napolitano, Tenedo, Lesbo e la porta della Troade, cit., 234, secondo cui il toponimo Leukophrys, letteralmente dalle bianche ciglia o cinta di bianco, va spiegato con la caratteristica paesaggistica delle rocce biancheggianti dellisola di Tenedo che, stagliandosi luminose sul mare, costituivano una guida sicura per i naviganti. 98 Strab. VI 2, 4 = FGrHist 71, F 1. 99 Per le fonti sulla leggenda vd. infra. Sulla confluenza delle acque dellAlfeo nella fonte Aretusa vd.: Ibyk. apud Schol. in Theokr. 117 = fr. 323 Page; Pind. Nem. I 1-2; Telesill. fr. 717 Page; Tim. apud Polyb. XII 4 d; Tim. apud Strab. VI 2, 4; Antigon. Hist. mir. 140; Kallim. fr. 407, 12; Strab. VI 2, 4; VIII 3, 12; Sen. Nat. quest. III 26, 5; Schol. in Pind. Pyth. II 12 a-b; Schol. in Pind. Nem. I 1-3. 100 Strab. VI 2, 4, respinge con decisione, attraverso una lunga dieghesis (in cui si trova anche il suddetto frammento di Zoilo) la teoria sostenuta dai pi (tra cui anche Pausania: vd. nota precedente) secondo la quale le correnti dellAlfeo scorrerebbero attraverso il Mar Siculo senza essere mai contaminate dalle acque salmastre; per il Geografo, che crede comunque al nucleo di fondo della leggenda, non vi pu essere dubbio che il corso del fiume sotterraneo, e riemerge volta per volta secondo un andamento carsico.

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dalla scoliastica a Pindaro alla dea venerata ad Ortigia, isola definita dal poeta tebano come sede di Artemide fluviale.101 Tutto lascia pensare che il pi antico tema mitico dellinseguimento di Alfeo avesse per protagonista non Aretusa, bens la sua protettrice Artemide: stando alla versione riferita da alcuni scolii pindarici, la dea vergine, per sfuggire alla violenta passione di Alfeo, avrebbe cercato rifugio nellisola di Ortigia a lei consacrata.102 Questa versione, a sua volta, deriva dalla leggenda elea che spiegava le origini del culto di Artemide Alpheioa, localizzato nei pressi della foce dellAlfeo: la dea si sarebbe sottratta alle brame di Alfeo imbrattandosi il volto di fango durante una festa notturna svoltasi a Letrini, e per questo motivo le giovani vergini prossime al matrimonio ripetevano ritualmente lo stesso mascheramento durante le cerimonie notturne organizzate periodicamente nella localit elea.103 Non facile appurare se dietro la diffusione a Siracusa della leggenda di Alfeo e Aretusa, e del connesso culto di Artemide Alpheioa, si possa scorgere una partecipazione di genti eoliche dellElide nella spedizione coloniale corinzia.104 opinione diffusa che gli autori di tale trasposizione siano stati i membri della stirpe degli Iamidi, una delle famiglie addette alla custodia delloracolo presso il santuario di Zeus ad Olimpia, che vantava origini elee e legami ancestrali con il mondo arcade.105 Un ramo degli Iamidi si era trasferito infatti a Siracusa, come attesta la celebre VI Olimpica di Pindaro, dedicata al mantis Agesia vincitore nella corsa dei carri trainati da mule in unOlimpiade databile tra il 476 e il 468 a.C.: costui, appartenente alla stirpe elea degli Iamidi e nato da una donna arcade, aveva anche la cittadinanza siracusana e godeva di un prestigio non indifferente presso la corte di Ierone.106 Dai versi pindarici non si evince tuttavia con chiarezza a quale epoca risalga larrivo degli Iamidi a Siracusa. Nellincipit dellepinicio Agesia viene apostrofato con lappellativo di synoikister, co-fondatore, di Siracusa (v. 8), ma tale definizione appare di non facile interpretazione, data anche lassenza di precisi riscontri del termine nel lessico coloniale. Gli scolii pindarici spiegavano lepiteto synoikister come unallusione riferita non ad Agesia, bens ai suoi antenati elei che avrebbero partecipato allimpresa coloniale corinzia a fianco di Archia:107 tramite lencomio ad Agesia, il poeta avrebbe inteso dare lustro sia ai progenitori iamidi, per il ruolo preminente da loro svolto a fianco dei Bacchiadi nella fondazione di Siracusa, sia alla stessa colonia di Siracusa, la cui nascita avrebbe avuto cos lavallo prestigioso del santuario di Olimpia. La critica, tuttavia, appare ancora divisa fra coloro i quali prestano fede alla notizia offerta dalla scoliastica, ritenendo verosimile la compresenza del ghenos iamide nella

Pind. Pyth. II 7; e Schol. ad loc. Schol. in Pind. Pyth. II 12 a-b; Schol. in Pind. Nem. I 1-3. 103 Vd. Paus. VI 22, 9-10; con il commento ad loc. di G. Maddoli - M. Nafissi - V. Saladino, Pausania. Guida della Grecia. LElide e Olimpia, Milano 1999, 375. 104 Scettici si mostrano a tal proposito, ad es., T.J. Dunbabin, The Western Greeks, Oxford 1948, 39; e Asheri, La colonizzazione greca, cit., 117. 105 Vd., ex gr., Brard, La Magna Grecia, 130; R. Baladi, Le Ploponnese de Strabon. tude de gographie historique, Paris 1980, 55, n. 60. G. Maddoli - V. Saladino, Pausania. Guida della Grecia. Libro V. LElide e Olimpia, Milano 1995, 213; L. Braccesi - G. Millino, La Sicilia greca, Roma 2000, 28. Come apprendiamo da Pind. Ol. VI 46 ss.; e Schol. in Pind. Ol. VI 46, 48, Iamo era nato presso la corte del re arcade Epito dallunione di Evadne e di Apollo. Sulla genealogia degli Iamidi si veda la puntuale disamina di N. Luraghi, Un mantis eleo nella Siracusa di Ierone, Klio LXXIX (1997), 69-86, sp. 80 ss. 106 La bibliografia su questode vastissima: si rimanda, da ultimo, allampio e accurato commento di G.O. Hutchinson, Greek Lyric Poetry. A Commentary on Selected Larger Pieces, Oxford 2001, 358426, ed ivi bibliografia precedente. Su Agesia: Luraghi, Un mantis eleo, cit., 73 ss. 107 Schol. in Pind. Ol. VI 8 a-b.
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fondazione siracusana,108 e coloro i quali invece la revocano in dubbio, sostenendo che il termine synoikister fosse in realt riferito ad un ruolo di primo piano svolto dallo stesso Agesia in occasione del sinecismo attuato da Gelone a Siracusa con il trasferimento forzato delle masse provenienti dalle citt da lui distrutte o conquistate.109 Comunque sia, ovvio che, anche laddove si ammetta la possibilit di un ruolo attivo di un gruppo (presumibilmente ristretto) di Iamidi nella prima ondata coloniale, il dato non sembra sufficiente per poter attribuire a Siracusa unidentit etnica di stampo eolico, alternativa allidentit originaria di matrice dorica. Ma ci nonostante indubbio che il mito eleo di Alfeo ed Aretusa, con il connesso culto locale di Artemide Alpheioa, svolgeva una funzione primaria in relazione al tema della nascita di Siracusa. Secondo una preziosa testimonianza di Pausania, loracolo delfico ricevuto da Archia prima della partenza verso le coste siciliane offriva precise indicazioni sul sito da colonizzare basate proprio sui dati cultuali relativi alla unione sacra tra la ninfa cara ad Artemide e il cacciatore-fiume Alfeo: C in Ortigia nel mare nebbioso, / sul bordo di Trinacria, dove dellAlfeo la foce sgorga / mescolandosi alle sorgenti di Aretusa dal bel corso. 110 Per tornare dunque alla notizia di Zoilo riportata da Strabone, limmagine del fiume Alfeo che parte da Tenedo, riemerge presso lArcadia, attraversa tutto il Peloponneso fino alle coste ioniche dellElide e infine sfocia, con una sorta di andamento carsico, ad Ortigia viene a saldare significativamente due distinti nuclei di tradizione che miravano a congiungere rispettivamente lisola di Tenedo con il villaggio corinzio di Tenea, accomunati dal medesimo culto dellApollo pre-dorico, e la regione dellElide con lisola Ortigia, accomunate dal medesimo culto eleo di Artemide Alpheioa. In entrambe le tradizioni, il sostrato eolico del Peloponneso a essere valorizzato, quale elemento non secondario del gruppo coloniale che diede i natali a Siracusa. Ritroviamo dunque ancora una volta una significativa concordanza tra le tradizioni sullarchaiologhia eolica trasmesse da Strabone (come nei casi di Creta e dellArcadia pi sopra ricordati) e le argomentazioni addotte dai Magnesi per esibire presunti, ancorch latenti, legami di consanguineit. Non stupirebbe affatto, allora, se la tradizione che individuava nella spedizione coloniale condotta dal corinzio Archia un consistente gruppo di apoikoi di lontana origine pre-dorica e segnatamente eolica, legato
108 Tra gli studi pi recenti: Maddoli - Saladino, Pausania. Guida della Grecia. Libro V, cit., 213; Hutchinson, Greek Lyric Poetry, cit., 379; S. Hornblower, Thucydides and Pindar. Historical Narrative and the World of Epinikian Poetry, Oxford 2004, 182-186. 109 Secondo E.A. Freeman, The History of Sicily from the Earliest Times, II, Oxford 1891, 504, laffermazione degli scholia non sarebbe altro che una meccanica deduzione tratta dallappellativo di synoikister dato dal poeta ad Agesia; per I. Malkin, Religion and Colonization in Ancient Greece, Leiden - New York Kbenhavn - Kln 1987, 93 ss., invece, sarebbe unartificiale proiezione nel passato del ruolo prestigioso ricoperto dallindovino iamide nella compagine civica siracusana. Lipotesi del ruolo preminente ricoperto da Agesia nella rifondazione siracusana di epoca dinomenide, formulata a suo tempo dal Wilamovitz (Pindaros, Berlin 1922, 307) e dal Dunbabin (The Western Greeks, cit., 39, n. 4), ora ripresa e sviluppata con ulteriori argomentazioni da Luraghi, Un mantis eleo, cit., 75-77, che tende a collocare larrivo dello Iamide a Siracusa agli inizi del V sec. a.C. Questa interpretazione, tuttavia, urta contro alcune difficolt. Non certo se loperazione geloniana sia stata equiparata ad una vera e propria rifondazione coloniale della citt, e anche in caso affermativo sembra comunque difficile ammettere che Agesia potesse essere messo sullo stesso piano dellecista Gelone (ricordiamo peraltro che sul personaggio iamide non abbiamo altre notizie allinfuori dellode pindarica e dei relativi scholia). Appare invece pi semplice pensare che lelogio rivolto da Pindaro consista nel trasferire allolimpionico la gloria spettante ai suoi antenati per il ruolo di co-fondatori di Siracusa allepoca di Archia. 110 Paus. V 7, 3. Loracolo dai pi ritenuto autentico e risalente ad epoca vicina a quella della fondazione siracusana: vd. soprattutto Parke - Wormell, I, 66 ss.; Malkin 1987, 41 ss.

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al culto apollineo di Tenea, sia stata rispolverata e valorizzata ad hoc proprio allepoca della fondazione dei Leukophryeneia. Per quanto riguarda Epidamno, ci si muove su un terreno ancora pi incerto giacch le testimonianze sulle origini di questa citt sono davvero esigue e lacunose: esse si limitano sostanzialmente alla celebre presentazione di Tucidide secondo cui Epidamno venne dedotta dai Corciresi, sebbene guidati dal corinzio Falio, della stirpe degli Eraclidi, conformemente allantica usanza di richiedere lavallo della metropoli per la fondazione di sub-colonie;111 allimpresa apecistica avrebbero preso parte attiva, peraltro, alcuni Corinzi, assieme ad altri gruppi sempre di stirpe dorica.112 Non va sottaciuta, per, uninteressante notizia, fornita ancora una volta da Strabone, relativa alla migrazione in massa ad Epidamno (e Apollonia) degli abitanti della citt dellElide Dyspontion, distrutta per motivi ignoti presumibilmente intorno al 570 a.C.113 Questultima si trovava a met strada tra Olimpia e Letrini, la suddetta sede del culto ad Artemide Alpheioa, e pertanto non da escludere che le genti di stirpe eolica di Dyspontion abbiano portato con s nella citt adriatica le stesse pratiche cultuali legate allArtemide fluviale che ritroviamo anche a Siracusa. Non sembra un caso, infatti, che anche ad Epidamno vi fosse un importante centro religioso dedicato alla dea, attestato, almeno per let romana, da uniscrizione,114 e da alcuni cenni di Appiano sul santuario di Artemide ubicato presso le mura di Dyrrachium-Epidamno.115 Recenti indagini archeologiche hanno messo in luce le testimonianze di et greca di questo santuario, la cui entit induce a pensare che il culto ad Artemide fosse certamente tra i principali della citt se non addirittura il pi importante.116 Ma in assenza di dati pi precisi, per il momento non possibile dire di pi.

Conclusioni
Quali che siano le tradizioni, pi o meno recondite, addotte dai theoroi per giustificare i legami di syngheneia tra i Magnesi da una parte e i Siracusani e gli Epidamni dallaltra, fin troppo evidente il carattere artificioso e strumentale di tale operazione. Le ragioni che spinsero i Magnesi a presentare i loro rapporti con le due citt di origine corinzia in termini non di generica e recente oikeiotes, come nel caso delle altre citt doriche, ma di pi stretta e ancestrale syngheneia, si possono cogliere pi facilmente se vengono messe in relazione con la condizione politica in cui versavano le due citt
La paternit corinzia dellecista fu allorigine della ben nota diatriba tra i Corinzi e i Corciresi sul diritto di intervento nella stasis scoppiata ad Epidamno nel 435 a.C.: Thuk. I 4-27. Sulle cause profonde del conflitto corinzio-corcirese intorno a Epidamno, e sui rapporti tra questultima e la metropoli peloponnesiaca vd., ora, M. Giuffrida, Una rifondazione corinzia a Epidamno (Thuc. 1, 24-27), in L. Braccesi M. Luni (a cura di), I Greci in Adriatico, 1. Atti del Convegno Internazionale (Urbino, 21-24 ottobre 1999), Hespera 15, Roma 2002, 83-93. 112 Thuk. I 24, 2. Diod. XII 30, 2, afferma che gli Epidamni erano coloni di Corciresi e Corinzi, mentre nei sintetici versi di Ps-Skymn. 435-6, la paternit della colonia adriatica viene attribuita ai soli Corciresi. Secondo la cronologia di Eusebio (97 b Helm = II 88-9 Schoene) Epidamno fu fondata nel 627 o 625 a.C. 113 Strab. VIII 3, 32. Per la cronologia dellevento vd. J. Ducat, Larchasme la recherche de points de repre chronologiques, BCH LXXXVI (1962), 165-184, 175-176. 114 CIL III, I, 602. 115 App. Bell. civ. II 60; vd. anche II 39. 116 A. Muller - F. Tatari, LArtmision de Dyrrachion: offrandes, identification, topographie, CRAI 2006, 65-88.
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occidentali negli anni finali del III sec. a.C. Al momento dellarrivo dei theoroi da Magnesia, i Siracusani si stavano riprendendo lentamente dalla conquista e dalla parziale distruzione della citt ad opera di Marcello, compiuta appena tre o quattro anni prima. Appare pertanto del tutto comprensibile che i Magnesi si rivolgessero ai circoli siracusani pi tenacemente attaccati alle tradizioni di stampo ellenico per consentire loro, attraverso loccasione delle feste in onore di Artemide Leukophryene, di reinserirsi prontamente nel circuito religioso panellenico e riaffermare cos con forza la loro identit etnica e culturale. Anche Epidamno era entrata nellorbita romana da non molti anni (229 a.C.), perdendo del tutto la libertas, che venne garantita invece alle sue consorelle Apollonia e Corcira, mostratesi pi propense allalleanza coi Romani per lostilit nutrita nei confronti di Filippo V.117 Non stupisce dunque che gli Epidamni vedessero nella proclamazione di syngheneia con i Magnesi il mezzo pi efficace per enfatizzare la propria matrice identitaria di stampo ellenico. Ci non autorizza, tuttavia, a interpretare lintera operazione allestita dai Magnesi come la giustificazione sul piano culturale del tentativo di imbastire una vasta rete di alleanze politiche anti-romane e filomacedoni, secondo la chiave di lettura, schematica, del Duani. Lo dimostra se non altro il fatto che tra gli aderenti alliniziativa magnesia figurano anche la lega etolica (Asylia 78) e Attalo I (I Magnesia 22; Asylia 68), tra i pi accesi nemici in quegli anni della Macedonia antigonide e per questo motivo schierati dalla parte dei Romani. Dato lampio spettro delle comunit con cui i Magnesi vantavano relazioni di amicizia, familiarit e parentela, listituzione delle Leukophryeneia deve essere considerata funzionale non tanto alla legittimazione di scelte di campo contingenti quanto piuttosto alla creazione di un fitto network di solidariet interstatali che comprendesse tutti colori i quali si riconoscevano, sia pure a vario titolo e con le opportune articolazioni interne, nel progetto culturale concepito dalla citt sul Meandro. Attraverso la riesumazione del passato, antico e recente, i Magnesi intendevano sottolineare come la loro citt fosse da sempre, sin dal tempo dei loro antenati di antichissima stirpe eolica, al centro ideale dellHellenikn incardinato nel culto di Artemide. In tal modo si veniva a rinsaldare il senso di identit collettiva del mondo greco che si stringeva attorno al santuario di Artemide Leukophryene, elevato in occasione delle feste penteteriche a baricentro simbolico dellintera Grecit: come afferma opportunamente il Gehrke, nellappello rivolto allesterno collective identity finds particular expressions, with all its complexity. Greekness, that it to say Hellenic identity, forms a natural field of reference ... It is as if one were talking about a large family.118 quanto si evince con chiarezza dallespressione contenuta nelle ultime linee superstiti del decreto di istituzione delle feste (I Magnesia 16, 34-35), laddove i Magnesi chiedono con forza che venga riconosciuta lasylia della loro citt e del loro territorio in virt non solo dellesortazione legittimante del dio di Delfi ma anche dei rapporti di philia e di oikeiotes che li legavano, da epoca ancestrale, a tutti quanti (pros pantas). La nozione di familiarit va riferita a tutte le comunit interpellate dai Magnesi, in quanto abbraccia, come lanalogo concetto latino di familia, sia i consanguinei (syngheneis) sia i parenti acquisiti, o affini, sia gli amici e tutte le persone con cui si instaurata una particolare consuetudine di rapporti. In tal caso, dunque, nel termine oikeiotes si pu ravvisare unaccezione pi dilatata, ma non per questo meno pregnante rispetto a quello usato nei decreti di risposta, nei quali lo stesso termine serve a indicare un tipo di
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Appian. Illyr. 8; Liv. XXIV 40, 7. Gehrke, Myth, History, and Collective Identity, cit., 296.

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rapporto distinto da quello di syngheneia sul piano dellappartenenza etnica, ma non inferiore sul piano delle intenzioni e dellintensit delle relazioni reciproche nellattualit. Ci vale a maggior ragione se si accetta la restituzione di Ebert, ... (I Magnesia 17, ll. 34-35), con inteso quale genitivo partitivo: la formula sta a indicare, infatti, che i Magnesi includevano nella medesima tipologia di rapporti anche quelle comunit che non riconoscevano ufficialmente alcun legame n di parentela n di familiarit con i proponenti, come si pu constatare ad esempio nei casi della Lega etolica, della Lega achea, Argo, Paros etc. (vd. tabella).119 Lintera operazione messa in atto dai Magnesi pu dunque essere paragonata alla costituzione di una sorta di casa comune dei Greci. Operazione che, peraltro, non resta un caso isolato nel mondo ellenistico degli ultimi anni del III sec. a.C. In questo periodo, la tendenza ad allargare sempre pi lo spettro delle parentele tra Greci appare direttamente proporzionale allesigenza delle singole poleis di acquisire maggiore visibilit agli occhi dellintero mondo ellenico a causa del progressivo svuotamento del loro peso politico. Il moltiplicarsi delle feste panelleniche va visto in stretto rapporto con il fenomeno delle richieste di asylia, tendenti a mettere al riparo le citt e i loro rispettivi territori dai saccheggi, dalle scorrerie degli eserciti e dai ricorrenti attacchi di pirateria. E non certo un caso che simili appelli provenissero per lo pi da citt dellAsia Minore sud-occidentale o da isole dellEgeo.120 In questarea, infatti, com noto, vennero a convergere gli interessi di Attalo I, di Antioco III (nonch del cugino Acheo, governatore della provincia cistaurica dellAsia, che tra il 220 e il 214 a.C. si ribell al governo centrale del Seleucide creando un regno indipendente di breve durata), e poi ancora, nello scorcio del secolo, di Filippo V e Tolemeo IV.121 A ci si aggiungano anche i conflitti interpoleici di carattere locale per questioni di competenze territoriali che si intrecciavano con gli interessi politici di pi ampio raggio dei sovrani ellenistici. Uno di questi conflitti locali riguardava proprio Magnesia sul Meandro, che a partire forse dal 228/7 a.C. entr in guerra con la vicina ed eterna rivale Mileto per il controllo del territorio costiero di Miunte. La vicenda si concluse soltanto nel 201 a.C. con lintervento di Filippo V che don tale territorio a Magnesia.122 In questo quadro estremamente complesso e fluido, le citt dellAsia Minore cercarono di sopperire alla loro relativa impotenza sul piano politico con le uniche armi rimaste a loro disposizione, ossia la richiesta dellasylia e linvocazione della solidariet panellenica su base religiosa. Come ha messo in evidenza Rigsby, la titolatura di citt sacra e inviolabile, che rende le localit richiedenti paragonabili per certi versi ai santuari di Olimpia e Delfi, riassume lo spirito di riscatto e di auto-affermazione sul piano culturale che questi centri esibiscono al cospetto dellintero mondo ellenico.123 Ed con questo stesso spirito che i Siracusani reagiscono alla perdita della libert e del loro ruolo di leaders della Grecit siceliota accogliendo volentieri linvito dei
Appare rischiosa linterpretazione secondo cui lespressione va tradotta con familiarit verso tutti gli uomini: cfr. Musti, La syngheneia e la oikeiotes, cit., 49, per il quale questa proclamazione di connessione universale dice che intervenuto un elemento in qualche modo artificiale, perch questo quasi come dire che siamo tutti parenti in Adamo ed Eva. 120 Vd. per tutti Asylia, passim, e sp. 26-27. 121 Per lanalisi esauriente del quadro storico microasiatico di questo periodo vd. da ultimo J. Ma, Antiochos III and the cities of Western Asia Minor, Oxford 1999, sp. 54-82, ed ivi fonti e bibliografia. 122 Polyb. XVI 24. 123 Asylia, 1-29.
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Magnesi a riannodare i fili con il mondo greco, nel nome e sotto legida della dea archegetes Artemide. Roberto Sammartano

Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo robsamm@unipa.it on line dal 23.05.2010

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FRANCESCA MATTALIANO

Guerra e diplomazia tra Atene e Siracusa nel V secolo a.C.


Nel corso del V secolo a. C. si manifesta, lungo il bacino del Mediterraneo, un costante dissidio tra due opposte direttive: da una parte, la proiezione ateniese in Occidente e lelaborato ordito di intese con poleis italiote e siceliote, dallaltra, un tentativo analogo, operato da Siracusa nella medesima area, di consolidamento del proprio prestigio culturale e politico.1 Il programma pericleo di spedizioni e alleanze difensive, attivato nellarea occidentale, sembra orientato verso la costruzione di una solida rete di rapporti volti a rendere Atene interlocutore privilegiato della Grecit occidentale a discapito delle poleis peloponnesiache, prevalentemente Sparta e Corinto. Tappe fondamentali del processo ateniese verso aree occidentali furono, come noto, i trattati di alleanza con Reggio e Leontini,2 la fondazione panellenica di Thuri del 444 a. C.,3 lalleanza con Corcira del 436/54 e lazione diplomatica degli ateniesi Callia, Diotimo e Lampone,5 fautori di politiche di ampio respiro occidentale. Nel periodo precedente linvio delle missioni in Occidente, la pubblicistica del tempo aveva cercato di legittimare gli schieramenti sussistenti attraverso reali o presunti legami di stirpe. La matrice utilitaristica di siffatti episodi appare pi volte segnalata dalla riflessione storica tucididea: laffinit di stirpe con i Leontini, ad esempio, non costituisce altro che una profasis per linvio delle navi in Sicilia, e nel caso dellalleanza

Cfr. G. Colonna, La Sicilia e il Tirreno nel V e IV secolo, Kokalos XXVI-XXVII (1980-1981), 171: Nella seconda met del V secolo, nonostante la probabile permanenza di una base siracusana in Corsica, il momento pi fecondo dei rapporti tra Sicilia e Italia centrale sembra essere ormai passato. Il prestigio culturale e politico di Siracusa lentamente rimpiazzato da Atene, che gi nella Padania era entrata in vivo rapporto con gli Etruschi. 2 IG I 51-52 su cui si veda R. Meiggs - D. Lewis, A Selection of Greek Historical Inscriptions, Oxford 1969, 63-64. 3 Diod. XII 9-11 e 22; Strab. VI 1, 13. Costruita sulle rovine dellantica Sibari distrutta nel 511/510 dai Crotoniati, la citt di Thuri viene rifondata nel 444/443 a. C. come colonia panellenica. Cfr. V. Ehrenberg, Diodorus and the foundation of Thurii, Historia XXII (1973), 155-176; J. Brard, La Magna Grecia, Torino 1963, 152-153. 4 Thuk. I 31, 4 36, soprattutto 36, 2. Per la storia dei rapporti tra Corcira e Atene nel V secolo a. C. si veda M. Intrieri, Guerra e stasis a Corcira fra storia e storiografia, Soveria Mannelli 2002. 5 Laristocratico Callia era stato il proponente dei trattati di alleanza tra Atene e le citt di Reggio e di Leontini; lo stratego Diotimo fu a capo, probabilmente negli anni Trenta del V a. C., di una spedizione che penetr nel Mar Tirreno fino a Neapolis su cui si veda Tzetz., ad Lykophr., Alex., 733; lo stratego Lampone era stato invece a capo di una flotta che, inviata in Sicilia, avrebbe dovuto portare soccorso, secondo la controversa testimonianza di Giustino (IV 3, 4 ss.), ai Catanienses; si vedano G. Maddoli, Il VI e il V secolo a. C., in E. Gabba - G. Vallet (a cura di), La Sicilia antica, II, 1, Napoli 1980, 6773 e S. Cataldi, Prospettive occidentali allo scoppio della Guerra del Peloponneso, Pisa 1990, 96.
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con Corcira il criterio dellutile appare certamente pi vincolante delle consuete coalizioni su base etnica. La costruzione di un elaborato piano di alleanze e trattati da parte ateniese presuppone certo, oltre alla concretizzazione di iniziative diplomatiche attraverso canali ufficiali, anche la divulgazione delle motivazioni stesse per la costruzione di unalleanza. La riflessione storica antica ha certamente mostrato la fortuna di alcuni termini utilizzati per indicare laffinit tra due organismi poleici: la koinonia, lhomonoia, la syngheneia e la oikeiotes, messaggi forti a livello mediatico e miranti a instaurare rapporti duraturi sulla base della rivendicazione di una comune identit. Laddove tuttavia non fosse possibile il riferimento a un comune passato identitario, o a una comunanza di territorio, di lingua o di pratiche cultuali, risultava necessario addurre, o in certi casi creare ex novo, motivazioni altre che rendessero chiare allopinione pubblica le ragioni di unalleanza. Ad esempio il trattato di philia stretto tra Atene e Artas dinasta dei Messapi,6 alleanza resa necessaria dallopportunit per le navi ateniesi di poter contare su un punto dapprodo sicuro sulla costa ionica dellItala, al tempo della missione di Diotimo,7 avr probabilmente trovato fondamento nellantica derivazione cretese delle popolazioni messapiche.8 In tale clima ricco di iniziative diplomatiche possibile che si sia cercato anche, in certa misura, di constatare leventuale disponibilit a instaurare reciproche intese da parte delle due opposte rivali, Atene e Siracusa. Tre testimonianze storiche, in particolare, hanno il merito di sollevare il problema relativo alla presunta contrapposizione totale tra le due poleis greche: lautorit delle prime due stata pi volte rivendicata da Luigi Piccirilli. Il primo passo proviene dal dialogo pseudo-platonico Erissia, dedicato, come noto, allanalisi del rapporto tra virt e ricchezza: proprio allesordio dellopera, Socrate incontra Erasistrato, nipote di Feace di Erasistrato, appena rientrato da un viaggio in Sicilia. Alla domanda del filosofo su quale fosse la situazione in Sicilia, Erasistrato riporta le proprie impressioni:

Mi pare che si comportino con noi come le vespe afferma il nipote di Feace. Anche queste, se uno provocandole un poco le infastidisce diventano indomabili, finch non le si affronti e le si distrugga con tutto lalveare. Cos pure i Siracusani, se non si prepara una spedizione e non si va fin l con una flotta pi che grande, non si potr mai sottomettere la loro citt: piccole spedizioni li irriterebbero di pi, s da renderli estremamente pericolosi. Adesso
Thuk.VII 33, 4. Cfr. S. Cataldi, Atene e lOccidente: trattati e alleanze dal 433 al 424, in E. Greco - E. Lombardo (a cura di), Atene e lOccidente. I grandi temi, Atti del Convegno Internazionale (Atene, 25-27 maggio 2006), Atene 2007, 421-470. 8 Sulla derivazione cretese delle popolazioni messapiche cfr. Hdt. VII 170, 2. Per altre alleanze basate sulla syngheneia si veda Cataldi, Atene e lOccidente, cit., 440, n. 88.
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ci hanno mandato anche degli ambasciatori, come mi sembra, volendo trarre in inganno la citt.9

Lignoto autore, accingendosi alla descrizione del dibattito socratico, riporta un preciso quadro di ambientazione e di collocazione cronologica: lAtene post-periclea negli anni immediatamente precedenti alla spedizione siciliana. Nelle battute iniziali del dialogo, la necessit di una grande spedizione ateniese viene sostenuta con convinzione dal nipote di Feace forse lo stesso Feace che giunse in Sicilia nel 422 a. C. come ambasciatore ateniese per sostenere gli alleati sicelioti contro Siracusa.10 Erasistrato afferma di essere tornato da poco da quei luoghi e di aver avuto limpressione che i Sicelioti risultino, allo stesso modo delle vespe, difficili a domarsi con piccole incursioni: occorre perci una grande flotta che, recandosi fin l distrugga una volta per tutte lalveare.11 Erasistrato si era recato in Sicilia, probabilmente non per ragioni pubbliche dal momento che egli riporta per sentito dire una notizia di una certa rilevanza, ossia dellinvio di portavoce sicelioti ad Atene, mentre se fosse stato un inviato ufficiale disporrebbe presumibilmente di notizie di prima mano.12 Il dato che si ricava da tale ambientazione, lungi dal portare allaffermazione di uneffettiva storicit dellincontro, sembra quello di un clima di indubbia conflittualit da parte ateniese, appena incrinato da deboli tentativi da parte siracusana di comporre i dissidi attraverso iniziative diplomatiche; limmagine delle vespe da eliminare, in effetti, rivela in misura efficace quanto sentitamente fastidiosa dovesse risultare agli occhi dei cittadini di Atene lindomabilit dei Siracusani13 le cui proposte di alleanza sono guardate con sospetto e diffidenza. La seconda testimonianza proviene dallorazione andocidea Sulla pace con i Lacedemoni;14 in essa si fa riferimento ad unambasceria condotta dai Siracusani agli Ateniesi. Il testo del paragrafo dellorazione recita cos:

E quando vennero i Siracusani a chiedere il nostro aiuto, volendo stringere amicizia e non ostilit e pace invece di guerra, mostrando quanto sarebbe stata
Plat. Eryx., 392 b - 393 c. Traduzione di Renato Laurenti. Cfr. Thuk. V 4; Diod. XII 54, 7. 11 Plat. Eryx., 392 c. 12 Cfr. R. Laurenti, Introduzione, in Pseudo Platone. Erissia, 8 ss., Bari 1969. 13 A favore della storicit del quadro delineato dalla cornice del dialogo si schiera L. Piccirilli, Le iniziative diplomatiche fra Atene e Siracusa prima e durante la grande spedizione in Sicilia, Serta Antiqua et Mediaevalia I (1997), 1-7 e Id., La tradizione extratucididea relativa alla spedizione ateniese in Sicilia, in Terze Giornate Internazionali di Studi sullarea elima, (Gibellina-Erice-Contessa Entellina, 23-26 ottobre 1997), Atti, Pisa-Gibellina 2000, II, 823-848. 14 And. III 30, su cui L. Piccirilli, Per una nuova lettura di due passi andocidei, QS XL (1994), 161-165 e Piccirilli, Le iniziative diplomatiche, cit., 1-7.
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pi vantaggiosa unalleanza con loro, nel caso fossimo disposti a concluderla, che non con Segestani e Catanei, anche allora la nostra preferenza si indirizz alla guerra e non alla pace, a Segesta e non a Siracusa, a una guerra in Sicilia e non a unalleanza con Siracusa che ci avrebbe permesso di non allontanarci dalla nostra patria. E cos, dopo aver perso molti e nobili Ateniesi e alleati e perduto molte navi, denaro e forza, vennero rimpatriati con disonore coloro che erano riusciti a scampare.15

In tale passaggio loratore, deplorando la consuetudine degli Ateniesi a preferire alleanze con i pi forti, nel caso specifico la polis siracusana, rispetto a quelle con i pi deboli, ossia Segestani e Catanei, rimpiange la possibilit di una symmachia tra Atene e Siracusa esplicitamente richiesta da ambasciatori siracusani e ignorata invece da parte ateniese. In Tucidide non vi neanche un cenno a tali tentativi diplomatici tra le due poleis cos come, del resto, allalleanza tra Atene e Segesta, attestata epigraficamente, e di cui lorazione costituisce lunica testimonianza letteraria. Piccirilli colloca le trattative in un contesto successivo allinvio della grande spedizione ateniese in Sicilia, dal momento che i Siracusani chiedono il cessate il fuoco e dunque la guerra doveva essere in corso e che lalleanza con Catane si colloca dopo il 415 a. C. Tuttavia, una datazione antecedente a questa data sembra pi plausibile.16 Per quanto riguarda il dato della guerra in corso, infatti, non appare vincolante la datazione del 415 a. C., dal momento che la guerra tra Atene e Siracusa pu dirsi in corso gi a partire dal 427 e che anche nel decennio intercorso tra le due missioni Atene non mostra di aver rinunciato alle pretese espansionistiche nei confronti della Sicilia: nel 422 a. C., infatti, interviene di nuovo nellisola con la missione di Feace nel tentativo di creare una coalizione antisiracusana, e ancora nel 416 invia una missione a Segesta per constatare leffettiva entit delle ricchezze ivi presenti.17 Probabilmente lalleanza con Siracusa, caldeggiata dalle frange pi moderate, venne osteggiata dalle fazioni estremiste, forse le stesse che si fecero promotrici dellalleanza con Segesta. Il fallimento di tali trattative lascia tracce nellorazione andocidea e non in altre opere dipendenti da Tucidide. Luigi Piccirilli ipotizza la matrice siracusana di tale tradizione: secondo la testimonianza dello Ps.-Lisia,18 infatti, loratore ateniese avrebbe dimorato tra il 405 e il 402 presso Dionisio I e, dunque, avrebbe potuto apprendere di persona le informazioni relative allambasceria siracusana, oppure ne potrebbe essere stato messo a parte da uno dei suoi familiari, dal momento che lo zio materno, Epilico, era morto in Sicilia proprio durante la spedizione del 415-413. 19 Unulteriore testimonianza di matrice siceliota, probabilmente risalente a Timeo, proviene dalla Biblioteca Storica di Diodoro Siculo, e anchessa sembra contribuire, in certa misura, alla delineazione di uno scenario coerente con quello prospettato finora. Vi sono tre passaggi allinterno del libro XIII che riportano la notizia di una philia tra Atene e Siracusa. Lanno il 413 a. C. e, a conclusione della spedizione ateniese in Sicilia, sul palco dellassemblea siracusana, si alternano due coppie antilogiche di discorsi in merito al delicato tema del destino degli Ateniesi catturati e supplici dinanzi ai
Traduzione di Simonetta Feraboli. Favorevole ad una collocazione anteriore al 415 anche S. Alessandr, Gli Elimi dalla spedizione del 415 al trattato del 406, in Seconde giornate internazionali di studi sullarea elima (Gibellina, 22-26 ottobre 1994), Atti, Pisa-Gibellina 1997, 9-40, 30-32. 17 Cfr. Thuk. VI 46. 18 Ps.-Lys. VI 6-7. 19 Si veda ancora Piccirilli, Le iniziative, cit., 7.
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vincitori siracusani:20 il democratico radicale Diocle e lo stratego Ermocrate, lanziano siracusano Nicolao e il comandante spartano Gilippo. Sono gli ultimi due logoi, riportati diffusamente dallAgirinense, a contenere tali riferimenti. Lanziano siracusano Nicolao, pronunciando un discorso di grande umanit e filantropia, propone ai Siracusani un atto di clemenza nei confronti degli Ateniesi sconfitti, ma le ragioni da lui stesso addotte vertono anche su criteri utilitaristici:

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Pertanto se voi, com naturale, vorrete por fine alla guerra, quale occasione migliore potrete trovare di quella che oggi vi si offre, per la quale voi potrete far s che questo atto di umanit nei confronti di chi ha subito un insuccesso costituisca il fondamento di rapporti amichevoli?22

In questo caso il riferimento a una eventuale stipula di philia in cui siano i Siracusani stessi a dettare le regole sulla base di un atto di estrema clemenza nei confronti degli inermi prigionieri. Tuttavia il logos di Gilippo, immediatamente successivo a quello di Nicolao, presenta un riferimento pi esplicito a unalleanza di lunga durata.

certamente terribile afferma Gilippo che essi abbiano portato la guerra contro un popolo senza essere stati in precedenza provocati da violenza alcuna: lo hanno fatto e, malgrado fino ad oggi i vostri rapporti siano stati improntati ad amicizia, ( ) allimprovviso e contro ogni vostra aspettativa hanno osato cingere dassedio Siracusa con unarmata tanto poderosa.23

Il comandante spartano, il cui logos caratterizzato da toni molto duri nei confronti degli Ateniesi, asserisce che la vendetta risulta lunica condotta perseguibile. Gli Ateniesi hanno peccato di pleonexia: pur essendo i pi felici tra gli Elleni, non soddisfatti della loro condizione, hanno portato la guerra contro un popolo senza un valido motivo e pur essendo precedentemente amici, improvvisamente e inaspettatamente hanno assediato Siracusa con uningente potenza. E ancora, nel corso della narrazione, Gilippo sottolinea:

Cfr. D. H. Kelly, What happened to the Athenians captured in Sicily?, CR XX (1970), 127-131. Diod. XIII 25, 1. 22 Traduzione di Calogero Miccich, come le successive. 23 Diod. XIII 30, 2.
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Allorch essi saranno rimessi in libert e non sconteranno il fio delle colpe commesse, ricorderanno con parole di rito lamicizia solo per quel tempo che sar loro utile.24

Mentre questultimo passaggio sembra riferirsi, come quello di Nicolao, a una eventuale philia da considerarsi stipulata solo in caso di rilascio dei prigionieri la cui salvezza costituirebbe una prova tangibile della sacralit del vincolo, il precedente riferimento di Gilippo a unalleanza gi stipulata tra Atene e Siracusa risulta lunico in nostro possesso. Sarebbe senzaltro pi semplice rigettare tale testimonianza come priva di garanzia dal momento che il contesto retorico del logos di Gilippo, di probabile derivazione timaica, potrebbe aver enfatizzato lelemento patetico relativo alle condizioni degli Ateniesi catturati. Tuttavia, essa sembrerebbe collimare, in certa misura, con le altre testimonianze citate, quella dellErissia e quella del De pace. Occorre tuttavia effettuare alcune precisazioni: sia lo Ps.-Platone, sia Andocide danno infatti come fallite le trattative di alleanza tra Atene e Siracusa mentre nel logos di Gilippo essa data come gi realizzata. Il termine utilizzato per riferirsi allaccordo bilaterale symmachia nelle prime due testimonianze e philia nel brano diodoreo. Il vocabolo philia, come segnala un recente studio di Maria Intrieri,25 utilizzato per indicare laffinit di intenti e di disposizione tra individui e anche tra due organismi statali: la philia si attua in condizioni di equilibrio delle rispettive forze e comporta la reciprocit materiale e spirituale tra i due estremi del legame. Da questo punto di vista indubbio che semplici legami di philia sussistessero tra Atene e Siracusa, senza che peraltro si esplicitassero in una symmachia, intesa come alleanza a cooperare sul piano militare: scambi culturali,26 artistici ed economici furono certamente fiorenti per tutto il V secolo. La conoscenza del teatro euripideo presso i Siracusani esplicitamente sottolineata da Plutarco in un noto passo della Vita di Nicia (29, 2-3) e le indubbie influenze del teatro di Epicarmo su quello di Aristofane rendono appieno il complesso e articolato quadro dei rapporti culturali tra le due poleis. Leco della scultura e della ceramica attica risuona con vigore in Occidente e anche nella stessa Siracusa: le celebri monete siracusane col tipo di Arethusa presentano indubbie consonanze con i tipi a figure rosse della ceramica attica, ad esempio con quelle della coppa del pittore di Pentesilea per quanto riguarda il 460 a.C. circa e con i visi del Pittore di Pan per il 440 a.C.27 La circolazione di informazioni sulla Sicilia anchessa piuttosto viva; possibile ricavarlo da alcune testimonianze, come il noto passo della Vita di Nicia in cui di dice che i giovinetti ateniesi, in prossimit della spedizione del 415 erano soliti tracciare per terra il perimetro della Sicilia.28 La philia, dunque, pu essere intesa come rapporto non paritario di solidariet di pensiero, di comportamento, che pu29 anche confluire in una collaborazione sul

Diod. XIII 32, 3. M. Intrieri, Philia idiotais, koinonia polesin in Tucidide, in S. Cataldi (a cura di), Salvare le poleis, costruire la concordia, progettare la pace, Atti del Convegno internazionale di Storia greca, (Torino, 5-7 aprile 2006), in c.d.s. 26 Cfr. D. Lanza, Il teatro fra Atene e Siracusa, in Greco - Lombardo (a cura di), Atene e lOccidente, cit., 269-284. 27 Cfr. F. Croissant, Les chos de la sculpture attique en Occident, in Greco - Lombardo (a cura di), Atene e lOccidente, cit., 295-324. 28 Plut. Nik., 12. 29 Corsivo nostro.
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piano dellazione, avere carattere informale, come pure prefigurare ruoli istituzionali.30 A tal proposito opportuno fare riferimento a un noto passaggio del terzo libro delle Storie di Tucidide dove i Mitilenesi, ribelli nei confronti della madrepatria e in cerca del sostegno ateniese, affermano che non vi pu essere alcuna philia tra individui o koinonia tra due citt se esse non sono homoiotropoi.31 Col termine koinonia Tucidide indica la relazione che si instaura tra due Stati, al pari della philia tra individui: non un termine specifico,32 come symmachia, ma viene usato in tale contesto con una valenza pi ampia. La philia alla base di un rapporto di reciprocit che pu attuarsi soltanto se fra i due contraenti vi sia similarit di modi e costituisce una sorta di duttile e ampio contenitore di rapporti che possono avere radici e quindi intensit e durata diverse e dar luogo ad accordi specifici.33 Lo slogan dellhomoiotropia, intesa come similarit di pensiero e azione, legittima unalleanza tra due poleis di ethne differenti, in un caso, dunque, in cui non sia stato possibile ricorrere alla consueta rivendicazione di una comunanza genetica. La costruzione di unidentit etnica certamente questione complessa alla cui definizione concorrono caratteristiche fisiche (come il colore della pelle o dei capelli) e culturali (lingua e religione), valori comuni e temperamento, reali o presunti legami di sangue, e condivisione del medesimo territorio. Letnicit caratterizza cos un gruppo di individui che hanno in comune unidentit collettiva sulle basi di caratteristiche condivise.34 Ad un livello intermedio risulta la similarit dei tropoi, ossia di modi, costumi o pratiche. Ecco che anche la riflessione storica tucididea, a prima vista estranea alla tradizione dei rapporti tra Atene e Siracusa, ne risulta profondamente segnata: per tre volte nel corso delle Storie Atene e Siracusa sono dette homoiotropoi.35 Lo storico ateniese Tucidide potrebbe aver registrato la permanenza di una tradizione nata in seno a tali iniziative diplomatiche e averla utilizzata, allinterno della propria opera, con un significato diverso, utile a veicolare le proprie considerazioni. In tale notazione si rintraccia infatti leco di uno slogan politico, nato forse nel profilarsi dello scontro peloponnesiaco e caldeggiato probabilmente da alcune frange moderate della democrazia ateniese che vedevano in una eventuale alleanza siracusana un vantaggio immediato in funzione antispartana. Laccordo non si concretizz probabilmente perch il canale occidentale aperto dalla politica periclea rese inevitabile lo scontro con gli interessi siracusani, senza peraltro che si giungesse a una vera e propria rottura, dal momento che la circolazione di individui e mezzi appare intensa per tutto il corso del V secolo. Numerosi nellantichit cos come ai nostri giorni gli slogan ideologici affollarono le pagine della pubblicistica contemporanea per esprimere consenso e influenzare pi o meno indirettamente la scena politica. Un esempio della ricorrenza di
G. Daverio Rocchi, Citt-stato e Stati federali della Grecia classica. Lineamenti di storia delle istituzioni politiche, Milano 1993, 187. 31 Thuk. III 10,1. 32 Cfr. Intrieri, Philia idiotais, cit. 33 Ibidem. 34 Questa, sostanzialmente, la traduzione della definizione di etnicit di D. Konstan, To Hellnikon ethnos: Ethnicity and the Construction of Ancient Greek Identity, in Ancient Perceptions of Greek Ethnicity, Cambridge and London 2001, 29-50: ethnicity arises when a collective identity is asserted on the basis of shared characteristics. 35 Per la tematica dellhomoiotropia si rimanda a F. Mattaliano, Atene e Siracusa poleis homoiotropoi, tesi di dottorato 2004-2006, in c.d.s.
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tali messaggi a livello mediatico e dellappartenenza a tale orizzonte rappresentativo del tema dellhomotropia (lidentit di modi), precedente erodoteo della homoiotropia tucididea, possibile cogliere in un passaggio di una commedia aristofanea dove leffeminato Clistene, presentatosi a un pubblico di donne riunite per le feste Tesmoforie presenta una sorta di catalogo dei termini volti a creare affinit tra i due estremi.

Donne care, siamo della stessa razza per i miei gusti. Guardate le mie guance, chiaro che sono uno di voi. Vado pazzo per le donne, sto dalla vostra parte.36

Attraverso lutilizzo di termini specifici della trattazione politica, ma con un significato parodistico che ne ribalta il senso generale, viene proposta una sorta di catalogo dei termini volti a creare affinit tra due poli: Clistene si definisce, infatti, philos, xynghenes, homotropos e proxenos delle donne, sottolineando cos la fortuna che tali messaggi avevano, a livello mediatico, allinterno del sistema comunicativo extrapoleico. Appare complesso, dunque, definire in termini univoci il rapporto che lega Atene e Siracusa, una relazione costante e feconda, caratterizzata da episodi direttamente legati alla guerra, ma anche, come traspare dalle testimonianze citate, alla diplomazia. Lo storico Tucidide, con la lucidit che contraddistingue le sue riflessioni storiche, coglie appieno le somiglianze intrinseche delle due poleis, relative a organizzazione militare, scelte istituzionali e caratteristiche interne, reimpiegando quello che probabilmente doveva essere un semplice motto e che in seguito divenne anche la cifra di una riflessione di portata generale, un messaggio capace di rendere vincitore il modello ateniese al di l delle reali vicende storiche e che guardava oltre la stessa disfatta della flotta ateniese in Sicilia. Guerra e diplomazia appaiono come due aspetti opposti ma complementari delle relazioni intrapoleiche: mentre per della guerra tra Atene e Siracusa sussistono dettagliati resoconti, non altrettanto semplice risulta la ricostruzione di iniziative diplomatiche la cui esistenza sembra sopravvivere soltanto attraverso alcuni frustuli risalenti tutti, in certa misura, alla tradizione storiografica siracusana.
Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo francesca.mattaliano@hotmail.it on line dal 23.05.2010

Francesca Mattaliano

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Aristoph. Thesm. 574-576. Traduzione di Dario del Corno.

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BARTOLINA ORLANDO

Da Gorgia a Feace. Guerra e diplomazia nella Sicilia di fine V secolo a.C.


Il binomio guerra e diplomazia, nel mondo antico come in quello contemporaneo, racchiude due componenti, interrelate, delle dinamiche inerenti ai rapporti interstatali e alle relazioni internazionali: da un lato, la guerra quale irrazionale degenerazione di violenza, dallaltro, la diplomazia quale espressione di una volont politica pi sottile. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di due aspetti che, esplicitando una precariet sottesa al particolarismo delle poleis e alla frammentariet politica che caratterizza la natura ellenica, a volte, si incontrano e si intrecciano nella medesima contingenza storica. In tale fenomeno rientra quello stato di tensione e di ostilit fra la realt dorica e quella calcidese di Sicilia che nella seconda met del V secolo a.C. richiede a pi riprese il coinvolgimento ateniese nellisola. Si tratta di violente sedizioni che, riverberandosi sui delicati rapporti interstatali fra Leontini e Siracusa e, di riflesso, sul precario equilibrio interno alla realt poliade leontinese, compromettono in modo irreversibile lunit dellapoikia calcidese. Latavica e fisiologica contrapposizione si traduce, sullo scorcio del secolo, in unimpasse militare che richiede interventi diplomatici, sicelioti ed ateniesi, improntati alla reciprocit: si pensi soprattutto alla missione del siceliota Gorgia ad Atene e, di converso, a quella dellateniese Feace in Sicilia che, se pur con una diversa finalit, richiamano uno schema chiastico e si lasciano ricondurre da una sorta di fil rouge alla tormentata quaestio leontino-siracusana. Nel tentativo, dunque, di contestualizzare nel loro tempo storico le due ambascerie, riportate rispettivamente da Diodoro1 e da Tucidide,2 ricostruiamo le vicende pi significative di questi anni. La rivalit fra le due anime del mondo siceliota affonda le sue radici, com noto, gi negli anni dei Dinomenidi e di Ducezio,3 secondo un consolidato ed abusato clich:4 da una parte, le citt calcidesi, instancabili nella difesa del loro territorio, dallaltra, Siracusa, interessata ad un rilancio della politica agraria e commerciale attraverso il controllo della fertile piana del Simeto e lapertura di un varco nella zona dello Stretto,

Diod. XII 53. Thuk. V 4-5. 3 Diod. XI 76. Per Ducezio vd. C. Miccich, Ducezio fra Akragas e Siracusa, in Diodoro Siculo e la Sicilia indigena, Atti del Convegno di Studi (Caltanissetta, 21-22 maggio 2005), Caltanissetta 2006, 121-134 ivi ulteriore bibliografia. 4 G. Maddoli, Il VI e il V secolo a.C., in E. Gabba - G. Vallet (a cura di), La Sicilia antica, II, 1, Napoli 1980, 3-102, 61-67; G. Scuccimarra, Sui rapporti fra Atene e Catane fino allinizio della spedizione in Sicilia del 415 a.C., RSA XVI (1986), 17-29.
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crocevia di traffici.5 Alla relativa stasi dellegemonia siracusana negli anni compresi fra il 460 e il 440 a.C., segue, dunque, un revival espansionistico della citt che, tradottosi in una costante pressione territoriale, investe Catania, prima, e Leontini, poi.6 Tuttavia, la volont ateniese di intervenire in difesa delle consanguinee siceliote, lungi dal costituire un semplice atto di filantropia, tradisce un pi concreto interesse territoriale, non immune da velleit commerciali. Il coinvolgimento attico nellaffaire siceliota, a fianco di Catania e soprattutto di Leontini, trova, com noto, una sua ragion dessere nellentente in atto e soprattutto nella stesura del trattato con questultima che, secondo le pi recenti tendenze ribassiste,7 andrebbe datato intorno al 433 a.C.; esso, infatti, rappresentando ufficialmente la fine della politica del disimpegno in Occidente, legittima ogni coinvolgimento ateniese nellisola. In questa chiave va letta, in primis, una controversa testimonianza di TrogoGiustino,8 ascrivibile attraverso la mediazione di Eforo ad ambito siceliota (Antioco? Filisto?),9 secondo cui i Catanesi, stretti dallingerenza siracusana, chiedono ed ottengono il sostegno dello stratega Lampone, notoriamente legato a Pericle e coinvolto nella fondazione di Turi.10 Pur non emergendo con chiarezza dal luogo in esame quali ragioni potessero giustificare lappello di aiuto da parte del centro calcidese ad Atene , comunque, presumibile che fra le due citt intercorressero semplicemente rapporti di phila riconducibili alla syngheneia e alla comune etna. Si tratta ad ogni modo di un intervento che va posto in ordine logico e cronologico con la successiva spedizione di Lachete e di Careade, attestata, se pur con significative divergenze, da Tucidide11 e da Diodoro12 per il 427 a.C. Anche in questo caso motivo pretestuoso del coinvolgimento ateniese nellisola diventano gli appetiti territoriali siracusani a detrimento dei centri calcidesi, legati alla capitale attica da unalleanza ufficiale e soprattutto da un legame di indissolubile solidariet; ma se dalle pieghe del brachilogico dettato tucidideo13 si evince qualche allusione ad una problematica ambasceria degli alleati dei Leontinii, alla quale avrebbe potuto prendere parte anche la componente catanese, il resoconto di Diodoro14 focalizza soprattutto lattenzione del lettore sulla presenza dei soli Leontinii e su Gorgia, loro portavoce.15
Vd. C. Ampolo, La funzione dello Stretto nella vicenda politica fino al termine della guerra del Peloponneso, in Lo stretto crocevia di culture, Atti del XXVI Convegno di Studi sulla Magna Grecia (Taranto-Reggio Calabria, 1986), Napoli 1993, 45-71. 6 Maddoli, Il VI e il V secolo, cit., 71 ss.; Scuccimarra, Sui rapporti, cit., 25. 7 Per il trattato di alleanza stipulato fra Leontini ed Atene nel 433 a.C. vd. S. Cataldi, I prescritti dei trattati ateniesi con Reggio e Leontini, AAT CXXI (1987), 63-72; Id., Prospettive occidentali allo scoppio della guerra del Peloponneso, Pisa 1990, 29-65; P. Anello, Segesta e Atene, in Giornate Internazionali di Studi sullarea elima, Atti del convegno (Gibellina, 19-22 sett. 1991), Pisa-Gibellina 1992, 63-98, 65. Contra F. Raviola, Fra continuit e cambiamento Atene, Reggio e Leontini, in L. Braccesi (a cura di), Hespera 3. Studi sulla grecit dOccidente, Roma 1993, 88-97, 95. 8 Iust. IV 3, 4. 9 Cataldi, Prospettive, cit., 142; L. Burelli Bergese, Catanienses quoque (Iust. IV 3,4-4, 3), in S. Cataldi (a cura di), Ricerche sulla seconda spedizione ateniese in Sicilia, Alessandria 1992, 63-79. 10 Per un profilo di Lampone vd. diffusamente Cataldi, Prospettive, cit., 135 ss. 11 Thuk. III 86. 12 Diod. XII 53-54. 13 Thuk. III 86. 14 Diod. XII 53. 15 Per la presenza di Gorgia ad Atene alla guida della delegazione siceliota vd. soprattutto G. Scuccimarra, Note sulla prima spedizione ateniese in Sicilia (427-424 a.C.), RSA XV (1985), 23-52; S. Cagnazzi, Tendenze politiche ad Atene. Lespansione in Sicilia dal 458 a.C. al 415 a.C., Bari 1990, 44-70. Qualche ragguaglio anche in B. Chiavarino, in Cataldi (a cura di), cit.,
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Secondo il racconto dellAgirinense16 e della sua fonte generalmente individuata in Timeo,17 i Leontinii, oppressi dalla guerra e stretti dai Siracusani, paventano di vedere la loro citt conquistata con la forza dallantagonista dorico ed inviano una richiesta di soccorso ad Atene attraverso una delegazione guidata dal loro concittadino pi illustre. Lintervento diplomatico ad Atene di Gorgia, e dellaccompagnatore Tisia come attestato da Pausania,18 si inserisce in un tessuto politico e sociale composito ed eterogeneo diviso fra unanima moderata e conservatrice, incline al mantenimento dello status quo ed unanima riformista e radicale, aperta a nuove esperienze militari.19 Tuttavia, un semplice appello di aiuto, davanti alle resistenze dellentourage oligarchico afferente a Nicia, notoriamente refrattario allidea di aprire un nuovo teatro militare nellisola,20 finisce con il palesare labilit diplomatica del Siceliota, che incanta con la sua vis dialettica,21 com noto a Diodoro,22 lincredula platea ateniese, notoriamente adusa alle prove oratorie pi disparate. In altri termini si tratta, da parte dello storico, di una scoperta laudatio delle qualit retoriche e delleloquio forbito del retore di Leontini, la cui verve oratoria si presenta estremamente originale e ricercata sia per limpostazione sia per il carattere della costruzione, ricca di metafore e di funambolismi letterari. Labilit dialettica del sofista, che sintetizza lesperienza retorica siceliota, travalica, infatti, ogni finalit meramente giuridica dei primi retori e si connota come tesa ad una dimensione pi alta in cui la parola diviene quasi unarte magica. Attraverso escamotages letterari ed artifizi retorici il Siceliota presenta le sue richieste ed invita gli Ateniesi a sostenere la causa dei Leontinii in nome dellalleanza e di quellaffinit di stirpe che lega indissolubilmente un centro calcidese ad un altro. La reazione dellassemblea, com prevedibile, riflette le contraddizioni latenti nella realt sociale e politica della comunit ateniese, tanto che la Cagnazzi23 non esclude un insanabile dissidio ed un agone oratorio fra i leaders antagonisti, Cleone e Nicia, sia sul piano personale che su quello politico: luno, sedotto dalleloquenza del sofista ed affascinato dalla prospettiva di un nuovo impegno militare in Sicilia che avrebbe ostacolato i traffici commerciali e lapprovvigionamento granario della citt lacedemone, laltro, strenuo difensore dei privilegi di oligarchi e filolacedemoni. Tuttavia, a dispetto di una tradizione storica avara,24 tuttaltro che peregrina, secondo la stessa studiosa,25 lipotesi che la spedizione del 427 a.C., perorata da Gorgia,

81-97, 90-91; I. Moneti, Il presunto processo contro Lachete, CCC XIV (1993), 245-254, spec. 246, n. 5; G. Vanotti, Leontini nel V secolo, citt di profughi, in M. Sordi (a cura di), Coercizione e mobilit umana nel mondo antico, CISA XXI, Milano 1995, 87-106, spec. 96, n. 19. 16 Diod. XII 53. 17 Per lascendenza timaica del luogo qualche ragguaglio in N. Luraghi, Enesidemo di Pateco (per la storia della tirannide in Sicilia), in L. Braccesi (a cura di), Hespera 3, cit., 53-65, 59. 18 Paus. VI 17, 8. 19 Per una dicotomia sociale e politica di Atene allarrivo della delegazione siceliota si pronuncia Cagnazzi, Tendenze, cit., 43 ss. 20 Cagnazzi, Tendenze, cit., 46-47. 21 Per labilit dialettica e per lo stile retorico di Gorgia vd. P. Segal, Gorgias and the Psychology of the Logos, CPh LXVI (1962), 98-155. Importanti considerazioni sulla nascita della retorica in L. Pernot, Le cause dellinvenzione della retorica, AAP LVI (2007), 381-392, spec. 389-392. 22 Diod. XII 53. 23 Cagnazzi, Tendenze, cit., 46 ss. 24 Ci si riferisce soprattutto al silenzio sospetto di Tucidide, poich questi tace, volutamente, ogni coinvolgimento di Gorgia nella vicenda. Secondo F. Grosso, Ermocrate di Siracusa, Kokalos XII (1966),

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abbia incontrato il consenso dellentourage democratico afferente a Cleone, che non rimane impermeabile alle lusinghe del retore e decide di avallare linvio di contingenti militari in Sicilia a sostegno dei Leontinii. In questa chiave sarebbe presumibile, allora, che gli interessi del demagogo e le istanze democratiche del suo gruppo si siano incontrate ed intrecciate con labilit diplomatica e con lattivit culturale del sofista, consacrato quale abile ambasciatore dalla pagina diodorea. lo stesso storico,26 infatti, ad attribuire lesito positivo della missione al fascino travolgente delleloquenza di Gorgia e soprattutto alla volont ateniese di conquistare la fertile terra e i fiorenti mercati dellisola, temi indubbiamente legati alle battaglie politiche e al battage propagandistico dei democratici. Daltra parte, i contorni del soggiorno ateniese di Gorgia appaiono sfumati e confusi, soprattutto se visti alla luce di una controversa notizia di Platone,27 tratta dallIppia Maggiore, secondo cui il retore, in occasione della nota ambasceria del 427 a.C., accanto agli impegni ufficiali per conto dei Leontinii, avrebbe esercitato la sua professione di maestro, se pur con prezzi proibitivi, ai giovani rampolli ateniesi e a quellentourage culturale, di cui presumibilmente, come avremo modo di verificare a breve,28 avrebbe potuto fare parte anche lo stesso Feace. Leggiamo insieme il passo:
Gorgia, il sofista di Leontini, venne qui pubblicamente come ambasciatore della sua patria, perch era il pi capace dei Leontini a occuparsi degli interessi comuni e davanti al popolo ottenne gran fama con i suoi ottimi discorsi e in privato, tenendo conferenze e intrattenendosi con i giovani, guadagn e ricav molti soldi da questa citt. (Trad. G. Cambiano)

Si tratta di un luogo sostanzialmente scevro da indizi cronologici e da indicazioni temporali esplicite che impediscono al moderno studioso di avanzare con certezza una seria ipotesi di datazione per il soggiorno ateniese delloratore rispetto allambasceria del 427 a.C. Pertanto, il confronto con le indicazioni di Diodoro,29 notoriamente avvezzo a contrarre la cronologia, secondo cui, dopo i successi metropolitani, il retore avrebbe fatto immediato ritorno in Sicilia, si profila come inevitabile. Tuttavia, Garnons Williams,30 alla luce di una serie di passi tratti dai frammenti e dalle commedie di Aristofane, sostiene che la permanenza del retore nella citt attica sarebbe riferibile al periodo immediatamente precedente allassenso dellassemblea ateniese alle richieste dei Leontinii e che lentourage di adepti e di accoliti, che aveva attratto attorno a s attraverso

102-143 non era intenzione di Tucidide raccontare per filo e per segno le vicende della prima spedizione ateniese del 427-424 a.C. 25 Cagnazzi, Tendenze, cit., 47. Contra D. Kagan, The Archidamian War, Ithaca-London 1974, 182183. 26 Diod. XII 53, 5; 54, 1: Alla fine persuase gli Ateniesi ad allearsi con i Leontini votarono di inviare forze alleate ai Leontini, adducendo come pretesto la necessit e la richiesta dei loro consanguinei, in realt con la mira di conquistare lisola. (Trad. I. Labriola). 27 Plat. Hipp. mai. 282 b. 28 Vd. infra, n. 51. 29 Diod. XII 53, 5: Cos egli, conquistatasi lammirazione in Atene per la sua arte retorica, fece ritorno a Leontini. (Trad. I. Labriola). 30 B.H. Garnons Williams, The Political Mission of Gorgias to Athens in 427 a.C., CQ XXV (1931), 52-56: Gorgias supplementes his public speeches by giving lessons in sophistry to the young men, and there can be little doubt that he used the influence he gained as a teacher to further the public object of his mission.

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lesercizio della sua attivit, avrebbe avuto un ruolo determinante per lesito positivo della missione diplomatica. A dispetto delle omissioni di Tucidide, il sofista siceliota sembra, quantomeno nella pagina diodorea,31 aver rivestito un ruolo di rilievo nel coinvolgimento ateniese nella quaestio dei Leontinii; daltra parte, presumibile che, dietro al motivo pretestuoso di soccorrere i consanguinei in difficolt, si nasconda la reale volont dei demagoghi democratici di conquistare la Sicilia e di controllare le risorse granarie e gli empori dellisola per imprimere una svolta positiva alle ostilit che da anni opponevano Sparta ed Atene nei teatri di guerra metropolitani. Con questo obiettivo vengono, allora, inviati in Occidente contingenti militari alla guida di Lachete e di Careade, prima, di Pitodoro, Sofocle ed Eurimedonte, poi;32 tuttavia, dal racconto sostanzialmente concorde di Tucidide33 e di Diodoro34 relativo agli scontri in atto si evince in modo inequivocabile che la presenza attica nellisola si risolve nel 424 a.C. in un nulla di fatto, tanto che a Gela, citt simbolo della ritrovata solidariet e della politica pansiceliota di Ermocrate siracusano,35 protagonista indiscusso della pagina tucididea,36 si arenano le velleit di Atene nellisola e si infrange, se pur ancora non in modo definitivo, ogni ambizione di conquista territoriale proprio su richiesta di quei centri calcidesi, Catanesi per Giustino,37 Leontinii per Diodoro,38 che ne avevano invocato lintervento. La componente catanese ancora protagonista, quantomeno nel testo dellepitomatore di Trogo,39 di una folkloristica delegazione ad Atene, dai tratti surreali e dagli accenti drammatici, costituita da ambasciatori sui generis che, vestiti a lutto e trasandati nella barba e nei capelli, commuovono gli Ateniesi raccolti in assemblea e collaborano alla condanna degli strateghi, probabilmente Pitodoro, Sofocle ed Eurimedonte nel 423 a.C., se la lettura e la cronologia della Burelli Bergese si rivelassero attendibili.40 Si tratta di un luogo estremamente controverso che, pur se inserito in una ricostruzione evenemenziale farraginosa, sembra confermare la tendenza alla reciprocit nelle relazioni in atto fra i centri calcidesi dellisola e la capitale attica negli anni precedenti al grande intervento del 415 a.C. A dispetto di una tradizione storica oscura, la notizia di una delegazione catanese ad Atene in questa contingenza storica potrebbe trovare, comunque, una raison dtre proprio nel mutato scenario politico isolano posteriore allallontanamento improvviso degli Ateniesi e nel viaggio di Feace ormai prossimo; tuttavia, la presenza dei Catanesi, laddove sarebbe pi opportuna quella dei

Diod. XII 53. Ancora valide le valutazioni per il primo intervento ateniese nellisola di H.D. Westalke, Athenian Aims in Sicily 427-424 B.C., Historia IX (1960), 385-402. 33 Thuk. III 86 ss. a cui va aggiunto un frammento papiraceo di Filisto (FGrHist. 577 F 2) nel quale si attestano operazioni militari a Catania. Per la lettura del papiro vd. Scuccimarra, Note, cit., 30 ss. 34 Diod. XII 54. 35 Per un resoconto dettagliato e per una disamina particolareggiata sulla figura di Ermocrate vd. soprattutto Grosso, Ermocrate, cit., 102-143; G. Fontana, Alcune considerazioni su Ermocrate siracusano, in Scritti sul mondo antico in memoria di F. Grosso, Roma 1981, 151-163; M. Sordi, Ermocrate di Siracusa: demagogo e tiranno mancato, ibid., 595-600. 36 Thuk. IV 58 ss. riporta larringa pronunciata da Ermocrate davanti al parterre siceliota. Per un profilo di Ermocrate vd. ancora un frammento di Timeo (FGrHist 566 F 22) trasmesso da Polibio. 37 Iust. IV 3, 7. 38 Diod. XII 54, 7. 39 Iust. IV 4, 1. 40 Burelli Bergese, Catanienses, cit., 70.
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,41 finisce con il costituire un interrogativo al quale il moderno studioso difficilmente pu sottrarsi. Daltra parte, al di l di questa isolata attestazione, sufficientemente documentato da Tucidide42 ed in parte da una controversa tradizione diodorea43 che lepilogo del conflitto a vantaggio dellantagonista siracusano se risolve, da un lato, le ostilit in atto fra la realt dorica e quella calcidese dellisola, acuisce, dallaltro, le contraddizioni politiche e sociali interne a Leontini.44 Nellapoikia siceliota, divisa da una sorta di dicotomia sociale fra unanima conservatrice (dynatoi) e una democratica (demos), si avvia, infatti, un processo che punta allestensione della cittadinanza e alla ridistribuzione dei possessi fondiari; la riforma agraria di impronta palesemente democratica suscita lintolleranza dei dynatoi che, attraverso lintervento di Siracusa, chiedono ed ottengono lallontanamento del demos dalla citt. Tuttavia, in seguito alla diaspora dei Leontinii i dynatoi abbandonano il centro, divenuto ormai, attraverso un sinecismo per dirla con Moggi,45 parte dello stato siracusano, e, trasferitisi a Siracusa, ricevono la cittadinanza; dal centro dorico ancora i dynatoi si ritirano a Focee e a Bricinne da dove, riunitisi con il popolo espulso, iniziano la guerra contro i Siracusani. In questa contingenza storica, sembrerebbe affondare, dunque, le sue radici lintervento di Feace,46 almeno secondo quanto attestato da Tucidide47 che ne costituisce lunica fonte; lAteniese, infatti, con lobiettivo dichiarato di salvare i e di ricomporre la frattura interna al centro, che investe ormai i precari equilibri interstatali con il centro dorico, punta soprattutto a ricostituire una coalizione filoateniese ed antisiracusana disgregatasi in seguito alla risoluzione antiateniese e filosiracusana del 424 a.C. Se lindividuazione dellAteniese per il delicato incarico diplomatico in Italia e in Sicilia trova soprattutto una sua ragion dessere nei pregressi legami di ospitalit e di prossenia che lo legavano allOccidente greco, come attestato da Diodoro,48 da un epigramma di Dionigi Calco49 e dallErissia ps-platonico,50 non da escludere che anche
Scuccimarra, Sui rapporti, cit., 26, n. 39. Thuk. V 4-5. 43 Diod. XII 54, 7; 83, 1. 44 Per le contraddizioni sociali e politiche di Leontini vd. A. Passerini, Riforme sociali e divisioni di beni nella Grecia del IV secolo a.C., Athenaeum VIII (1930), 273-298, 277; M. Moggi, I sinecismi interstatali greci, Pisa 1976, 206 ss.; M. Dreher, La dissoluzione della polis di Leontini dopo la pace di Gela (424 a.C.), ASNP s. III, XVI (1986), 637-660 con particolare attenzione ad unanalisi comparata fra la tradizione tucididea e quella diodorea; S. Berger, Great and Small Polis in Sicily: Syracuse and Leontinoi, Historia XL (1991), 129142, spec. 135-137; R. Vattuone, Metoikesis. Trapianti di popolazioni nella Sicilia greca fra il VI e il IV secolo a.C., in M. Sordi (a cura di), Emigrazione e immigrazione nel mondo antico, CISA XX, Milano 1994, 85-95; Vanotti, Leontini, cit., 99-102. 45 Moggi, Sinecismi, cit., 208-209. 46 Per un profilo di Feace vd. soprattutto S. Cataldi, I proponenti del trattato fra Atene e Segesta e le correnti politiche ateniesi, Kokalos XXVIII (1992), 3-31, spec. 7 ss.; G. Vanotti, La carriera politica di Feace, in L. Braccesi (a cura di), Hespera 5. Studi sulla grecit dOccidente, Roma 1995, 121-143; M. Giangiulio, Atene e la Sicilia occidentale dal 424 al 415 a.C., in Seconde Giornate Internazionali di Studi sullArea Elima, Atti del Convegno (Gibellina, 1994), Pisa-Gibellina 1997, 865-887; L. Piccirilli, Feace di Acarne riesaminato, Kokalos XLI (1995), 3-19. 47 Thuk. V 4, 1-4. 48 Diod. XI 25, 3 in cui si attribuisce ad un omonimo Feace, architetto e curatori dei lavori ad Agrigento, la ricostruzione della citt voluta da Terone dopo Imera. 49 Dion. Chalc. fr. 4 Diehl=Athen. XV 669 a. Per lidentificazione fra Feace ed il vecchio amico venuto da lontano vd. Vanotti, La carriera, cit., 127; Cataldi, I proponenti, cit., 8, n. 27; P. Cobetto Ghiggia, Contro Alcibiade, Introduzione, testo critico, traduzione e commento, Pisa 1995, 43, n. 147.
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il suo lignaggio notoriamente aristocratico e la sua forma mentis di matrice rigidamente sofistica, al di l delle riserve relative alle sue capacit dialettiche avanzate da una parte della tradizione, abbiano costituito un requisito imprescindibile per il conseguimento dellimportante incarico. Feace apparteneva, infatti, a quelllite, costituita dai giovani rampolli dellAtene bene, che non lesinava risorse per la propria formazione retorica e letteraria.51 Daltra parte, se la lettura del luogo di Platone condotta in precedenza si rivelasse corretta,52 sarebbe tuttaltro che peregrina la congettura che anche Feace, proprio durante il soggiorno ateniese del retore di Leontini e dellaccompagnatore Tisia, avesse fatto parte del nutrito gruppo di accoliti e di adepti raccoltosi attorno al Siceliota e, in via del tutto ipotetica, che, proprio in funzione di queste buone frequentazioni, venisse individuato qualche anno dopo ad Atene quale arbitro ideale per sanare la frattura interna allapoikia calcidese. In questa chiave presumibile, allora, che il suo eloquio, affinato dalla ricercatezza dei sofisti, unito alla capacit di persuadere e di orchestrare il consenso tipica di ogni ambasciatore, si rivelasse determinante per la gestione della delicata missione siceliota; si tratta, comunque, di una lettura che, in assenza di testimonianze probanti e dirimenti, destinata, almeno per il momento, ad essere relegata nel campo della ricostruzione congetturale. Tuttavia, attraverso il luogo tucidideo in parte succitato,53 cerchiamo di ricostruire le dinamiche del viaggio occidentale di Feace.54 LAteniese, dunque, con due navi e due anonimi accompagnatori, prima della stagione del mare clausum, segue la rotta convenzionale che attraverso lo Ionio collega la Grecia allOccidente greco, e, con una navigazione di cabotaggio, costeggia la Magna Grecia e la parte orientale dellisola. Dopo aver ormeggiato a Catania la nave, la delegazione ateniese procede verso Camarina che, insofferente per sua natura al giogo dorico, accoglie le proposte di Feace ed avalla, ancora una volta dopo il 427 a.C., una coalizione contro Siracusa. Anche Agrigento, raggiunta via mare, segna, probabilmente per pregressi rapporti di ospitalit con Feace, un nuovo traguardo positivo. Tuttavia, la missione si arena davanti alle resistenze di Gela, inducendo lAteniese a sospendere bruscamente loperazione diplomatica e a riprendere la strada del ritorno; il centro rodio, gi sede del congresso del 424 a.C., si mantiene coerente con la precedente svolta filosiracusana respingendo la prospettiva di una coalizione contro la citt dorica. La missione, dunque, si avvia allepilogo. Il percorso di ritorno si svolge per via di terra, attraverso lenclave sicula, da dove Feace, dopo essere passato a rassicurare gli abitanti di Bricinne, raggiunge Catania e probabilmente la sua nave. La delegazione arriva in Magna Grecia dove, come lascia presumere Tucidide,55 lAteniese era gi stato in precedenza; il soggiorno italiota registra, tuttavia, un significativo successo con i Locresi che, notoriamente vicini a Siracusa e gi ostili agli Ateniesi in occasione della pace di Gela, accettano, probabilmente a causa di una

Ps-Plat. Eryx 392 a. in cui si attestano frequentazioni siceliote di Erasistrato, nipote di Feace. Qualche ragguaglio sul contesto sociale di Feace in Giangiulio, Atene, cit., 869, 883 nn. 23-24 ivi ulteriore bibliografia. 52 Vd. supra, n. 27. 53 Thuk. V 4, 5-6; 5, 1-3. 54 Per la missione di Feace vd. S. Settis, Una testa di Medma da Atene a Ginevra, in Nuove ricerche e studi sulla Magna Grecia e la Sicilia antica in onore di P.E. Arias, II, Pisa 1982, 393-403; C. Ampolo, Gli Ateniesi e la Sicilia nel V secolo a.C. Politica e diplomazia, economia e guerra, Opus XI (1992), 2536. 55 Thuk. V 5, 1.
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situazione di ostilit latente e di tensione locale con Messina, Ipponio e Medma,56 le profferte di Feace. Si registrano, dunque, esiti provvisori e precari [Camarina ed Agrigento (Catania?) in Sicilia e Locri in Magna Grecia] che si rivelano incapaci di sortire effetti concreti e durevoli sia sul piano politico che su quello militare; il bilancio dellambasceria , infatti, mediocre poich si tratta di risultati parziali e temporanei, nel solco di quella svolta filosiracusana che gi qualche anno prima aveva indotto gli Ateniesi a lasciare lisola. A questo punto il confronto fra il noto luogo tucidideo e la chiusa della Contro Alcibiade dello ps-Andocide,57 nel caso in cui Feace venga identificato con lanonimo oratore che pronuncia il discorso, si profila, pertanto, quale inevitabile per il moderno studioso. LAteniese, coinvolto in una procedura di ostracismo, pronuncia fittiziamente la sua difesa a detrimento di Alcibiade58 e, nel tentativo di indirizzare verso questultimo lesilio decennale, ripercorre i suoi trascorsi privati e pubblici. In questa chiave va, dunque, letta la chiusa del discorso,59 in cui loratore, richiamando i successi diplomatici maturati durante la sua carriera, allude, se pur en passant, al medesimo accadimento e delinea il profilo dellambasciatore perfetto. Leggiamo insieme il passo:
Voglio ora ricordarvi il mio passato: fui ambasciatore in Tessaglia, in Macedonia, in Molossia, in Tesprozia, in Italia e in Sicilia e l vi riconciliai chi vi era ostile, altri vi resi amici, altri ancora allontanai dai vostri nemici. Se questo fosse stato il comportamento di tutti gli ambasciatori vi rimarrebbero pochi nemici e avreste molti alleati. (Trad. S. Feraboli)

Quanto riportato dalla chiusa,60 pur se riferito anche ai successi diplomatici conseguiti in Tessaglia, Macedonia, Molossia e Tesprozia (dove le frequentazioni di Feace sono, comunque, attestate e sufficientemente documentate) e non solo a quelli maturati in Sicilia e in Magna Grecia, suona come un palese tentativo delloratore di alterare il significato reale della missione e di presentare un traguardo diplomatico mediocre quale risultato di rilievo. La delegazione, infatti, secondo il dettagliato resoconto tucidideo,61 pur approdando a qualche esito parziale e temporaneo, oscurato di fatto dallo scarso successo finale, si connota soprattutto in Sicilia quale mediocre, tanto da indurre Feace, davanti alle resistenze di Gela, ad abbandonare lisola e gli abitanti di Leontini, ormai dispersi, al loro destino. Daltra parte, al di l del fatto che le riflessioni sullabilit di Feace siano relative a tutte le localit menzionate o solo allItalia e alla Sicilia citate per ultime secondo un ordine che probabilmente non riflette quello cronologico, la chiusa dellorazione62 presenta indubbiamente anche la missione occidentale quale frutto di una indiscussa capacit politica e diplomatica e lAteniese quale modello per tutti gli altri ambasciatori. Si tratta, tuttavia, di una requisitoria, ascrivibile con buona probabilit al
Settis, Una testa di Medma, cit., 395 ss. Ps-And. IV 42. 58 Lorazione, accolta nel corpus andocideum, considerata da parte della critica, da una parte, autentica e coeva alle vicende esposte e, dallaltra, fittiziamente ambientata e riconducibile ad un contesto cronologico posteriore; si pronunciano per queste ipotesi rispettivamente F. Gazzano, Contro Alcibiade, Genova 1995 e Cobetto Ghiggia, Contro, cit., con approfondita rassegna bibliografica. 59 Ps-And. IV 42. 60 Ibid. 61 Thuk. V 4-5. 62 Ps-And. IV 42.
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debutto del IV secolo a.C. e fittiziamente ambientata nellambito di una procedura di ostracismo, secondo una linea difensiva tesa, da un lato, ad idealizzare, a dispetto di Alcibiade, la figura delloratore e, dallaltro, a volgerne in positivo tutti i trascorsi personali e politici attraverso una disinvolta rilettura degli accadimenti storici di V secolo a.C. Le parole dell oratore si scontrano, infatti, con la ricostruzione vnementielle di una tradizione storica63 che presenta, in occasione del grande intervento del 415 a.C., citt quali Camarina e Catania in Sicilia, Locri in Magna Grecia, ostili nei confronti degli Ateniesi. L obiettivo antisiracusano di Feace non viene, dunque, pienamente raggiunto e si arresta proprio a Gela nellalveo di quella tendenza che gi nel 424 a.C. aveva vanificato la presenza ateniese nellisola, animosamente caldeggiata da Gorgia. In entrambi i casi, nonostante le indubbie capacit diplomatiche e limpegno profuso dal sofista di Leontini, prima, e da Feace di Acarne, poi, per avallare uninterferenza di Atene nellaffaire siceliota, le velleit metropolitane, mal celate dietro al motivo pretestuoso della syngheneia, si scontrano e si infrangono davanti alla resistenza siracusana, prodromo di una tendenza che, fra qualche anno, si profiler in modo pi chiaro. Daltra parte, con linaspettato epilogo della missione di Feace fallisce anche il tentativo di restituire unidentit civica ai Leontini64 che vengono, da un lato, assorbiti dallo stato siracusano, dallaltro, dispersi in altri centri sicelioti; ci si riferisce, in particolare, agli esuli democratici che, riparati in territorio elimo secondo la Giuffrida,65 prenderanno parte, proprio insieme ai delegati segestani, alle ambascerie del 416 a.C. (418 a.C.?) ad Atene. Tuttavia, il motivo pretestuoso di ristabilire in patria i Leontinii della diaspora, lungi dallesaurirsi con Feace, finisce quantomeno nella propaganda ateniese per diventare uno slogan ricorrente e per costituire il Leitmotiv delle trattative diplomatiche, prima, e delle campagne nellisola, poi,66 come si evince, in modo inequivocabile proprio dalle pieghe del puntuale resoconto tucidideo67 relativo al grande conflitto del 415 a.C.
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Bartolina Orlando

63 Thuk. VI 75 ss. e Diod. XIII 4, 2 attestano che Camarina non si schiera a fianco di Atene ed ancora Thuk. VI 50-51 e Diod. XIII 4, 2 presentano una Catania ostile. 64 Vanotti, Leontini, cit., 101. 65 M. Giuffrida, Leontini, Catane e Nasso dalla seconda spedizione al 415 a.C., in Miscellanea di studi classici in onore di E. Manni, IV, Roma 1980, 1139-1156. 66 Vattuone, Metoikesis, cit., 88; Vanotti, Leontini, cit., 101 ss. 67 Sono gli stessi abitanti di Leontini in Tucidide (VI 19) a perorare presso gli Ateniesi la causa del loro rientro in patria.

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LUCIANO LANDOLFI

Consilium vobis forte piumque dabo (Ov. fast. III 212). Ersilia, le Sabine e le risorse della diplomazia femminile*
Hersiliam cerne: hirsutos cum sperneret olim gens vicina procos, pastori rapta marito intravitque casae culmique e stramine fultum pressit laeta torum et soceros revocavit ab armis. Sil. XIII 812-815 Poi vidi Hersilia con le sue Sabine, schiera, che del suo nome empie ogni libro. F. Petrarca Triumph. Pudic. 152-153

Una tradizione storiografica accreditata da Cic. rep. II 13, da Dion. Hal. ant. II 45 ss., oltre che da Cass. Dio I fr. 5, attesta come, al fine di scongiurare la guerra fra consanguinei, le Sabine, vittime del celebre ratto,1 sarebbero intervenute perch si pacificassero gli animi.2 Un esempio di diplomazia al femminile che, nel rispetto dei luoghi e delle autorit deputate allesercizio della politica estera, riesce a comporre una guerra foriera di lutti atroci. Cicerone, ben consapevole della portata dello scontro, osserva, in breve, che Romolo cum proeliique certamen varium atque anceps fuisset, cum T. Tatio rege Sabinorum foedus icit, matronis ipsis quae raptae erant orantibus. Le suppliche

* Per il completamento delle ricerche bibliografiche mi stato di particolare utilit un recente soggiorno alla Fondation Hardt di Ginevra (8-21settembre 2008), il cui personale qui ringrazio vivamente per la cortese competenza e la disponibilit mostrate. 1 Rievocato in ars I 101-134, cfr. M. Labate, La tecnica e la forza: interpretazioni ovidiane del ratto delle Sabine, in A. Casanova - P. Desideri (a cura di), Evento, racconto, scrittura nellantichit classica, Atti del Convegno Internazionale di studi (Firenze, 25-26 novembre 2002), Firenze 2003, 221-245; L. Landolfi, Archeologia della seduzione: Romolo, i Romani e il ratto delle Sabine (Ov. Ars 1, 101-134), in L. Landolfi - P. Monella (a cura di), Arte perennat amor. Riflessioni sullintertestualit ovidiana. LArs amatoria, Bologna 2005, 97123. 2 Quadro dinsieme in A. La Penna, Me, me, adsum qui feci, in me convertite ferrum! Per la storia di una scena tipica dellepos e della tragedia, Maia XLVI (1994), 123-134; E. Merli, Arma canant alii. Materia epica e narrazione elegiaca nei fasti di Ovidio, Firenze 2000, 189-190. Sarebbe questa, secondo J. Poucet, Recherches sur la lgende sabine des origines de Rome, Louvain 1967, 233, la versione pi antica della leggenda.

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ISSN 2036-587X

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matronali3 giocano un ruolo risolutivo senza che, nella coralit del gesto, sintravveda una risoluzione personale, un intervento protagonistico. Eppure, che qualcuna delle donne presenti a Roma avesse preso liniziativa per evitare il cozzo fra i fronti bellici, non doveva apparire alla storiografia antica ipotesi peregrina, tuttaltro. A prescindere dal fatto che la storia arcaica di Roma non mancava di esempi di soluzioni parentali di conflitti, come nel caso di Veturia, madre di Coriolano, e di Volumnia, sua moglie, ricordato in Liv. II 40; Dion. Hal. ant. VIII 45 ss.; Plut. Fort. Rom. 5 e Coriol. 33 al punto che la sinossi fra i due episodi, guerra con i Sabini e guerra con i Volsci viene sottolineata tanto da Dionigi (ant. VIII 40, 4), quanto dal biografo di Cheronea (Cor. 33, 5) la tendenza allomologazione di episodi bellici e di ruoli di mediazione presso lannalistica romana appare fenomeno non sporadico.4 In tal senso, in Liv. I 11 la comparsa di Ersilia, moglie di Romolo, tesa a mediare fra le parti in lotta, dietro insistenza delle altre donne, testimonia lindicazione di una figura precisa cui ascrivere la pacificazione fra i contendenti. Nondimeno, Hersilie na aucune place dans le rcit livien de lintervention des Sabines; elle est toutefois prsente dans la geste de Romulus, plus prcisment dans laffaire dAntemnes, mais ne sera plus mentionne dans la suite.5 Il resoconto, peraltro, si profila abbastanza laconico (I 11, 3): duplicique victoria ovantem Romulum Hersilia coniunx precibus raptarum fatigata orat ut parentibus earum det veniam et in civitatem accipiat: ita rem coalescere concordia posse. Il consolidamento dello Stato passa attraverso due tempi: il perdono e la concessione del diritto di cittadinanza che, per parte propria, garantisce lisonomia fra Romani e Antemnati, alleati dei Sabini. Tuttavia Ersilia stata letteralmente sfinita dalle preghiere delle rapite: il nesso precibus fatigare, caro a Livio che lo adotta peraltro in Liv. Auct. IX 20, 3; XXIII 36, 7; XXVII 45, 10; XXXV 35, 3, segnala la pressione psicologica esercitata su di lei inducendola a cedere alle richieste ricevute, s da intervenire direttamente presso il marito e persuaderlo a venire ad accordi con i nemici. Nella tradizione storiografica romana lappello di Ersilia conosce per anche un altro destinatario e un altro fondale. Se bisogna accordare fede a Gell. XIII 23, 13-14, il quale riporta una notizia tratta dal terzo libro dellannalista Gneo Gellio, Ersilia6 si sarebbe rivolta addirittura a Tito Tazio, il sovrano sabino, coinvolgendo Neria, sposa di Marte, anchella mediatrice presso il dio della guerra della richiesta di pace: Hersiliam, cum apud T. Tatium verba faceret pacemque oraret, ita precatam esse: Neria Martis, te obsecro, pacem da, te uti liceat nuptiis propriis et prosperis uti, quod de tui coniugis consilio contigit, uti nos itidem integras raperent, unde liberos sibi et suis, posteros patriae pararent.7 Bisogna comunque rileggere il dossier di Dionigi di Alicarnasso per vedere Ersilia alla testa delle rapite dopo il primo, duro scontro privo di un esito decisivo. Stavolta, leroina non sembra subire una spinta
3 Die dramatischen Ereignisse, von denen Livius berichtet, werden in einem angehngten Abl. abs. aufs usserste verkrzt: cos K. Bchner, M. Tullius Cicero. De re publica, Heidelberg 1984, 182. 4 Lo ricorda in pagine eccellenti A. La Penna, Le Sabinae di Ennio e il tema della concordia nella tragedia latina arcaica, in G. Manuwald (Hg.), Identitt und Alteritt in der frhrmischen Tragdie, Wrzburg 2000, 241-254, 250. 5 Parole di Poucet, Recherches sur la lgende sabin, cit., 215. La pi ampia discussione sullepisodio di Ersilia in Livio, collegato al ratto delle Sabine, in G.B. Miles, Livy: reconstructing Rome, Ithaca-London 1995, 179-219. Sempre utile R.M. Ogilvie, A Commentary on Livy Books 1-5, Oxford 1965, 73-74. 6 Su cui vd. W.F. Otto, Hersilia, in RE XV, 1912, 1149; G. Wissowa, Hersilia, in W.H. Roscher, Ausfhrliches Lexikon der griechischen und rmischen Mythologie, 1.2, r.a. Hildesheim 1965, 2591; C. Ampolo - M. Manfredini, Plutarco. Le Vite di Teseo e di Romolo, Milano 1988, 307-308. 7 Cfr. ora il commento ad loc. di H. Beck - U. Walter, Die Frhen Rmischen Historiker. Band I. Von Fabius Pictor bis Cn. Gellius, Darmstadt 2001, 358.

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esterna, prendendo di persona liniziativa diplomatica: (ant. II 45, 2). Il testo dionisiano consente peraltro di appurare le origini sabine del nostro personaggio.8 Ersilia riappare a breve, dopo che lambasceria femminile ha espresso il proprio parere in senato, pronta a prendere la parola secondo quanto ingiunto dal re sabino: (ant. II 45, 6). Le due missioni di pace, in successione, fruttano la soluzione sperata. A differenza dalla narrazione liviana, le Sabine non si frappongono fra le schiere con le chiome scarmigliate e le vesti strappate (Liv. I 13, 1). Il pathos di questo dettaglio pu vantare nobili ascendenze letterarie,9 ma luso che gli storiografi romani ne faranno e la funzione che gli riserveranno riassestano entro precisi assi ideologici e comportamentali lo spunto predetto. Per i limiti e gli obiettivi della presente indagine, tempo comunque di spostare lattenzione sul testo di Ov. fast. III 205-234, fulcro dellanalisi. La comparsa di Ersilia, moglie dellecista di Roma, risagoma un capitolo della storia arcaica dellUrbe10 nelle forme di unaccorta mediazione fra linea agnatizia e linea cognatizia, al di l del palmare anacronismo iniziale, lubicazione dellassemblea al femminile nel tempio di Giunone:11
Conveniunt nuptae dictam Iunonis in aedem, 205 quas inter mea sic est nurus ausa loqui: O pariter raptae, quoniam hoc commune tenemus, non ultra lente possumus esse piae. Stant acies: sed utra di sint pro parte rogandi eligite; hinc coniunx, hinc pater arma tenet. 210 Quaerendum est viduae fieri malitis an orbae. Consilium vobis forte piumque dabo. Consilium dederat: parent, crinesque resolvunt maestaque funerea corpora veste tegunt. Iam steterant acies ferro mortique paratae, 215 iam lituus pugnae signa daturus erat, cum raptae veniunt inter patresque virosque,
8 Origini che, altrove, ne fanno la moglie di Hostilio, come in Dion. Hal. ant. III 1, 2 e Macr. I 6, 16: cfr. Poucet, Recherches sur la lgende sabine, cit., p. 235. Plut. Rom. 14, 8; 18, 6; 35 (6), 2 accoglie ambedue le versioni delle nozze di Ersilia, quella sabina e quella romana. 9 Vesti di lutto o vesti strappate, chiome in disordine o chiome tagliate a zero costituiscono elementi psicagogici atti ad orientare giudizio e comportamento degli astanti. In mbito storiografico, un esempio eloquente in Xen. Hell. I 7, 8 in cui, dopo la vittoria delle Arginuse, Teramene e i suoi sostenitori istruiscono alcuni individui, avvolti in mantelli neri e con il capo rasato, con lintenzione di presentarli in ecclesa come parenti dei morti, sfruttando le consuetudini della festa delle Apaturie che prevedeva, per i giovani in uscita dallet puberale, di abbigliarsi di una clamide nera in ricordo di Teseo orbato del padre al suo ritorno dalluccisione del Minotauro. La prassi liturgica si risolve in asso vincente nel processo contro gli strateghi, capace com di muovere gli animi dei giudici e dei presenti contro gli strateghi accusati del mancato recupero dei corpi dei defunti dopo lo scontro in mare con gli Spartani. 10 R. Heinze, Ovids elegische Erzhlung, in Id., Vom Geist des Rmertums, Stuttgart 1960, 335 evidenzia a buon titolo come il disegno del ratto quale ispirazione di Marte, lassemblea delle donne, il ruolo protagonistico di Ersilia e la presenza dei bambini allincontro con Romani e Sabini non siano invenzioni ovidiane, bens segmenti preesistenti di unarticolata tradizione storiografica variamente attestata. il tipo di combinazione particolare fra questi stessi che si deve ad Ovidio. 11 Notato, ad es., da F. Bmer, P. Ovidius Naso. Die Fasten, B. II, Kommentar, Heidelberg 1958, 157; Merli, Arma canant alii, cit., 110; da vedere inoltre P. Murgatroyd, Mythical and Legendary Narrative in Ovids Fasti, Leiden-Boston 2005, 146.

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inque sinu natos, pignora cara, tenent. Ut medium campi passis12 tetigere capillis, in terram posito procubuere genu; et, quasi sentirent, blando clamore nepotes tendebant ad avos bracchia parva suos. Qui poterat, clamabat avum tum denique visum, et, qui vix poterat, posse coactus erat. Tela viris animique cadunt, gladiisque remotis dant soceri generis accipiuntque manus, laudatasque tenent natas, scutoque nepotem fert avus: hic scuti dulcior usus erat. Inde diem quae prima meas celebrare Kalendas Oebaliae matres non leve munus habent, aut quia committi strictis mucronibus ausae finierant lacrimis Martia bella suis; vel quod erat de me feliciter Ilia mater rite colunt matres sacra diemque meum.

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Se Plutarco ricorder Ersilia nelle vesti di donna sposata nel proprio paese e rapita erroneamente insieme alle vergini (Rom. 14, 7),13 Ovidio ne fa invece la moglie di Romolo e, al contempo, una delle tante Sabine cadute in mano romana, in gravi ambasce a causa della scelta inevitabile fra mariti e padri (v. 210).14 Il testo didascalico insiste in modo ossessivo sullidentit dei destini fra leroina e le altre donne in ostaggio, ribadendo fra i due emistichi dellattacco dellallocuzione (O pariter raptae, quondam hoc commune tenemus v. 207) la parit della condizioni di bottino di guerra e, nei versi seguenti, lesigenza di un atteggiamento pio che rispetti sia i doveri delladfinitas, sia quelli della propinquitas.15 In effetti, tutto lappello di Ersilia poggia sullesigenza di comporre due mondi contrapposti, due sistemi parentali collidenti serbando inviolata la pietas tradizionale. In nome di questultima si apre il rapido sguardo sulla situazione in atto (non ultra lente possumus esse piae v. 208), in nome di questultima viene formulato il consiglio forte e pietoso (consilium vobis forte piumque dabo v. 213) nello spazio speculare di due pentametri. Pietas maritale e pietas filiale verranno riarmonizzate senza che suoceri e generi debbano fronteggiarsi in campo aperto, dato che qualunque scelta renderebbe le donne o orfane o vedove nellattimo in cui scegliessero di pregare gli di a favore delluno o dellaltro affetto. Con rigida simmetria Ovidio allinea tra i vv. 210-211 la prima bina coniunx / viduae e la seconda pater / orbae16 potenziando la tragicit delle due
Ledizione teubneriana di E.H. Alton - D.E.W. Wormell - E. Courtney (Leipzig 19974) qui seguita presenta al v. 219 la variante scissis trasmessa da A laddove U attestano passis: mi discosto dalla scelta compiuta dagli editori in considerazione del nesso contiguo crinibus passis usato da Liv. I 13, 1, motivo su cui vd. infra. In merito a questo ritocco, rimando intanto alle calzanti osservazioni di J. Frazer, P. Ovidi Nasonis Fastorum libri sex, London 1929, I, 128-129. A tale scelta si conforma, di recente, F. Stok, Opere di Publio Ovidio Nasone. Fasti e frammenti, Torino 1999. 13 Il che testimoniato, fra le molte tradizioni concernenti Ersilia, anche da Dion. Hal. ant. II 45, 2. 14 Belle osservazioni in materia, bench cursorie, in C. Santini, I Fasti al femminile: un profilo di Gender, Paideia LX (2005), 273-295, 292. 15 Su cui basti riferirsi a M. Bettini, Antropologia e cultura romana, r.a. Roma 2000, 118 ss. 16 Non altrimenti si comporta Livio in I 13, come osserva J. Heurgon, T. Livi Ab Urbe condita. Liber primus, Paris 1963, 59: La situation des Sabines entre les deux fronts donne lieu dans tout leur discours une srie dantithses exactement poursuivie: patres-uiri, soceri-generi, nepotum-liberum, et au 3: uiris ac parentibus, uiduae aut orbae.
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alternative implicite nelleligere e nel quaerere, lemmi verbali dislocati entrambi in sede privilegiata, ossia ad attacco di verso, ma il vero perno iconico dellappello consiste nel nesso dapertura, Stant acies. Lenergia eidetica della clausola fissa la contrapposizione delle schiere, ossia il momento in cui, per la prima volta nella storia di Roma dopo il fratricidio nellatto della fondazione, si riproponga levenienza di una guerra civile, di una guerra fra consanguinei che, in ogni caso, porter lutti e dolore ad entrambi i fronti. Non so quanto lesempio di Verg. Aen. II 333 (Stat ferri acies) segnalato da Bmer17 calzi allimpasto del nuovo modulo, per il quale il riscontro pi vicino mi sembra il pi tardo Hom. Lat. 252 (Iamque duae stabant acies),18 malgrado la dilatazione espressiva del riecheggiamento. Subito dopo, Ovidio imprime allapostrofe di Ersilia una concisione per lui insolita tale da fissare, in sequenza, tre immagini: gli eserciti contrapposti, i mariti, i padri. Loggetto del contendere sparisce dinanzi al teatro di guerra evocato dalle sue parole:
Stant acies: sed utra di sint pro parte rogandi eligite; hinc coniunx, hinc pater arma tenet. Quaerendum est viduae fieri malitis an orbae19 210

dove alla prosasticit del nesso a ponte utra pro parte (v. 209)20 si oppone lanadiplosi di hinc (v. 210) e la rima interna viduae / orbae del v. 211, accorgimenti retorici raffinati che elevano lallure dellapostrofe stessa. Miratamente il testo non rivela la natura del consiglio porto alle Sabine. Lo si ricava dal resto della narrazione in cui Ovidio riesuma il tropo della frapposizione delle donne fra mariti e padri rivestendo di stilemi aulici lidentico scheletro narrativo rispettato da Liv. I 13, con una variante significativa: nei Fasti non ricorre alcuna richiesta diretta ai due fronti, segno, questo, della diversa funzione rivestita dal discorso di Ersilia la quale, come si deduce dal prosieguo dellepisodio, avr suggerito anche laspetto da ostentare alle due schiere come eloquente segnale di disperazione e di invito ad un ripensamento. Il testo poetico consente di istituire raffronti con il groviglio di dati forniti non soltanto da Livio, ma anche e soprattutto da Dionigi e da Plutarco, rispetto ai quali, per taluni versi, risulta disallineato. A cominciare proprio dallelaborazione dellaspetto luttuoso delle protagoniste, dovuto allobbedienza al parere di Ersilia (parent v. 213), obbedienza21 sottolineata dalla posizione centrale del verbo pareo allinterno dellesametro di appartenenza,22 a contatto con la formula consilium dederat e distanziato dal conclusivo resolvunt, a segnalare, rispettivamente, limmediata esecuzione del consiglio e lo scioglimento dei capelli, un tocco, questo, destinato a ripresentarsi con piccoli riaggiustamenti in Plut. Rom. 19, 2 (
Cfr. Bmer, P. Ovidius Naso. Die Fasten, cit., 157. Lespressione torna, modificata, al v. 215: Iam steterant acies. 19 In piena corrispondenza con le ultime battute dellappello delle Sabine in Liv. I 13, 3-4: vestrum viduae aut orbae, cfr. Miles, Livy: reconstructing, cit., 200, n. 44. 20 Vd. Bmer, P. Ovidius Naso. Die Fasten, cit., 157. 21 Credo che losservazione di Miles, Livy: reconstructing, cit., 200 al cui dire The women assume the appearance of mourning and take to the field of battle, but once there virtually their only act is to assume a posture of submission (Fast. 3.213-220), applichi alle Sabine unintenzione impropria: in realt esse obbediscono al progetto di Ersilia pi che voler mostrare atteggiamento di sottomissione nei rispetti dei loro congiunti. Il testo latino suona chiarissimo: Consilium dederat: parent (v. 213). 22 Subito dopo cesura semiquinaria.
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). Ovidio sfrutta le risorse dellars movendi, facendo dellabbigliamento studiato delle donne un espediente teso a commuovere gli animi delle schiere, lontano da quella tragica immediatezza con cui in Livio esse si lanciano nella mischia, victo malis muliebri pavore (I 13, 1).23 Ersilia, in sostanza, studia un piano e lo comunica alle Sabine perch inscenino una toccante atmosfera di dolore e di lutto. A svanire proprio la tensione tragica del rendiconto liviano, una tensione che riappare, a secoli di distanza, nel concitato fondale disegnato da Cass. Dio I fr. 5, 5 dove si legge: Non so poi quanto sul laboratorio compositivo del Sulmonese, ben esperto di retorica, possa aver pesato il celebre monito di Cicerone secondo il quale laspetto delloratore persuade anche senza che debba parlare (Quint. Inst. II 15, 6):24 certo che nei Fasti le Sabine, con il loro ostinato silenzio, ben diverso dalle iterate richieste delle eroine di Dionigi di Alicarnasso o dallefficace ricordata da Livio, agiscono da retori consumati. Sono s voiceless come sottolinea il Miles,25 ma, al posto della voce, abbigliamento e capigliatura non possono non colpire sposi e genitori: a tali espedienti, di fatto, affidata la persuasione di entrambi. Proprio come si ribadisce negli Ab Urbe condita libri: Movet res cum multitudinem tum duces (I 13, 4). A ci si aggiunga lo spettacolo dellinfanzia, per usare una brillante definizione di G. Moretti,26 ossia lesibizione dei figli, altro strumento principe dellarte oratoria nel produrre la mozione degli affetti, certamente consacrato e largamente sfruttato dalla tradizione storiografica nel ricostruire le fasi conclusive della guerra fra Romani e Sabini. Nellepisodio ovidiano, le chiome sciolte e le vesti luttuose,27 contrassegno delle supplici, sembrano al crocevia fra il testo liviano (crinibus passis I 13, 1)28 e quello dionisiano ( II 45, 5), eppure, maliziosamente, il poeta si riferisce due volte alla capigliatura: dapprima questa viene sciolta (crinesque resolvunt v. 213) come Ersilia ha suggerito di fare, per essere addirittura sparsa sul campo di battaglia in parallelo a Livio (passis capillis v. 219)29 per meglio significare langoscia delle rapite. Unangoscia calcolata? Il sospetto lecito, anche perch Ovidio, nella voluta patetizzazione della scena, anteporr al ritratto delle donne scarmigliate, la loro frapposizione fra padri e mariti e la visione dei figli stretti al seno (vv. 217-218). Capelli in disordine e vesti funebri, dicevamo. La presenza di questi due elementi non pu non
23 La variante disegnata da Liv. I 13, 1, in base alla quale le Sabine si sarebbero interposte fra le schiere dopo linizio dello scontro, crinibus passis scissaque veste, appone un colorito tragico ad un dossier bellico orroroso che, dal canto suo, Plutarco non esita a enfatizzare ulteriormente (Rom. 19, 1), presentando le stesse durante una pausa nello scontro mentre si slanciano ovunque tra le armi e i cadaveri. Una sceneggiatura altamente patetica, questa, dalla quale non prenderanno le distanze n Flor. epit. I 1, n Serv. ad Aen. VIII 635, rispettando le linee essenziali della narrazione suddetta. 24 Su cui si espressa persuasivamente G. Moretti, Suscitare o no le passioni? Il ruolo di Publio Rutilio Rufo, in L. Calboli Montefusco (Ed.), Papers on Rhetoric, IV, Roma 2002, 205-222, a 213 ss. 25 Cos Miles, Livy: reconstructing, cit., 201. 26 Cfr. G. Moretti, Mezzi visuali per le passioni retoriche: le scenografie delloratoria , in G. Petrone (a cura di), Le passioni della retorica, Palermo 2004, 63-96, 69. 27 Linsistenza di Ovidio sullaspetto mesto delle Sabine assicurato dalla duplice aggettivazione apposta ai corpi e alle vesti con un schema del genere AA1BB1: maestaque funerea corpora veste tegunt. Si noti peraltro la rima a fine verso fra il resolvunt del v. 213 e il tegunt del v. 214. 28 Su influsso virgiliano (Aen. I 480; II 403-404), Livio adotta questa clausola in Liv. Auct. VII 40, 12; XXVI 9, 7. Anche Ovidio vi fa ricorso in trist. IV 2, 43; fast. I 645 (in tal caso, allacc.). 29 Stilema tipicamente ovidiano, cfr. her. VI 89; met. III 709; IV 521; V 513; VI 531; VII 257; IX 772; XI 49; fast. II 813; V 453; trist. I 3, 43. Probabile che il modello diretto sia Hor. serm. I 8, 24. Il particolare torna in Flor. epit. I 1, 14 (laceris comis).

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rinviare al quadro della presa di Mantinea (Pol. II 56, 7-8),30 che, nella storiografia drammatica, rappresenta una sorta di archetipo della disperazione muliebre dinanzi al nemico. Polibio, criticando aspramente Filarco, dichiara che nellintento di provocare la compassione dei lettori e di destare la compartecipazione agli eventi narrati ( II 56, 7) questi non lesin il ritratto degli abbracci delle donne, delle loro chiome sparse e dei seni scoperti, insieme ai pianti e ai lamenti degli uomini e delle donne miste ai loro figli e ai vecchi genitori (ibid.). Ma lo storico non deve colpire il suo pubblico emotivamente ( II 56, 10), n cercare tutte le occasioni per i discorsi ed enumerare tutte le circostanze dellazione alla maniera dei poeti tragici (ibid.), dato che lo scopo della storiografia e quello della tragedia sono opposti (11).31 Insomma, lo storico non pu n deve colpire e persuadere secondo la circostanza specifica ( ), bens istruire e convincere secondo la verit. Il celebre passo di Polibio ci dausilio nel comprendere tanto il sostrato ideologico della pagina liviana sullintervento delle Sabine, dimpronta drammatica, quanto, parallelamente, taluni caratteri della rivisitazione ovidiana. Certo, se, a detta di Liv. XXXIV 5, 8 Catone aveva narrato nelle Origines lintera vicenda del ratto e della soluzione pacifica della guerra fra i due popoli, non impossibile che molti dettagli del pannello ovidiano qui discusso potessero gi essere ospitati nella sua pagina. Senza contare, poi, che nelle Sabinae enniane, particolari siffatti difficilmente potevano esser passati sotto silenzio per la stessa carica emotiva di cui erano provvisti.32 Quale che fosse il tenore della narrazione in Catone o dellazione in Ennio, il resoconto offerto da Ovidio risulta di estremo interesse sul piano tassonomico. Due tocchi bastano per delineare limminenza del conflitto, ossia la visione delle schiere contrapposte pronte allo scontro e alla morte e la presenza del lituo predisposto a dare il segnale di guerra. Lanafora verticale di iam (vv. 215-216) riporta il lettore alla prossimit dellurto fra i due fronti, rafforzato dal successivo costrutto perifrastico attivo che dice come, da un momento allaltro, la tromba bellica annunci linizio delle ostilit (iam lituus pugnae signa d a t u r u s e r a t v. 216). A spezzare la tensione, larrivo inatteso delle donne tradotto da un cum inversum seguito da una diade di presenti in marcata posizione iconica (veniunt // tenent), a fine di primo emistichio dellesametro e di secondo emistichio del pentametro. Le Sabine sfilano fra gli opposti schieramenti, designati tramite lessemi parentali (inter patresque virosque v. 217), e portano, attaccati al seno, i figli, teneramente qualificati come nati, ossia proprio come a Roma nellUmgangssprache e nella Liebessprache

30 Punto di partenza il commento al passo di F.W. Walbank, A Historical Commentary on Polybius I, Oxford 1957, 262. 31 Quanto mai pertinente losservazione di S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II.1, Bari 1973, 149: Per intendere Polibio, bisogna ricordare un punto su cui abbiamo insistito pi volte: egli scriveva nellet tragica della cultura romana, ma presentava le sue Storie come unopera fondamentalmente antitragica. Sullatteggiamento critico di Polibio verso Filarco si vedano, almeno: E. Gabba, Studi su Filarco. Le biografie plutarchee di Agide e di Cleomene, Athenaeum XXXV (1957), 3-55; T.W. Africa, Phylarchus and the Spartan Revolution, Berkeley & Los Angeles 1961, 23-37; P. Pdech, La mthode historique de Polybe, Paris 1964, 394; R. Koerner, Polybios als Kritiker frherer Historiker, Diss. Jena 1957, 91-98; K. Meister, Historische Kritik bei Polybios, Wiesbaden 1975, 94-101; D.P. Orsi, Lalleanza acheo-macedone. Studi su Polibio, Bari 1991, 95-103. 32 Sulla praetexta in oggetto il punto in La Penna, Le Sabinae di Ennio, cit., 241-254.

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si usava rivolgersi alla prole o a definirla.33 Questo passaggio colto con una tecnica al rallentatore che ne potenzia il portato simbolico: Ovidio, infatti, ribatte al nesso temporale cum veniunt del v. 217 mediante un secondo costrutto temporale al v. 219: ut medium campi tetigere. Nellesporsi progressivamente agli sguardi di tutti, le Sabine scelgono il centro del campo di battaglia per il loro coup de thtre: solo quando si troveranno nello spazio intermedio fra le schiere contrapposte34 giocano, con sagacia, la carta della genuflessione35 e, in crescendo, la carta dellostensione dei bambini36 i quali, tramite segni o suoni, chiamano i nonni assecondando, inconsapevolmente, il disegno pacificatorio delle madri silenziose (vv. 219-224):
Ut medium campi passis tetigere capillis, in terram posito procubuere genu; et, quasi sentirent, blando clamore nepotes tendebant ad avos bracchia parva suos. Qui poterat, clamabat avum tum denique visum, et, qui vix poterat, posse coactus erat. 220

I toni epici lasciano il posto alle tinte sentimentali: se il quadro di riferimento pi vicino restava per Ovidio Verg. Georg. II 523 (interea dulces pendent circum oscula nati), ossia la rappresentazione esemplarmente idillica degli affetti familiari, qui il sentimentalismo virgiliano si edulcora ulteriormente spostando lobiettivo sulla tenerezza disarmante che i nipoti suscitano nei nonni. Il linguaggio dellelegia aveva appena tradito un lascito esplicito, segnando linterferenza di un codice espressivo in un altro, grazie alla formula pignora cara del v. 218.37 Ovidio d fondo alle risorse inerenti al serbatoio espressivo elegiaco impiegando il nesso blando clamore (v. 221)38 per alludere al balbettio dei bambini e la clausola bracchia parva (v. 222) per disegnare lo slancio affettivo degli stessi verso gli anziani. Una rimodulazione di unimmagine gi disegnata in met. VI 358-359, l dove Latona scongiura i contadini della Licia di lasciarla dissetare in un laghetto, avendo anche piet dei suoi figli (Hi quoque vos moveant, qui nostro bracchia tendunt / parva sinu), contaminata con un passo di her. XI 86 (quaque suum poterat voce rogabat avum) in cui Canace narra delle reazioni del figlio allordine di Eolo, suo nonno, di ucciderlo. Linguaggio gestuale e linguaggio articolato sono proprio gli strumenti impiegati dai piccoli per carpire lattenzione dei nonni in fast. III 221-224:

Mi limito, in tal senso, a segnalare la concisa notazione di A. Marouzeau, Sur la qualit des mots, RPh XLVII (1923), 65-73, 71; Id., Essai sur la stylistique des mots, REL X (1932), 336-372, 371. 34 Nulla di tutto questo in met. XIV 800-804, dove le spade versano copiosamente sangue sia sabino sia romano e, solo dopo che la terra si ritrova sparsa di cadaveri, si ritiene opportuno sospendere le ostilit, cfr. Merli, Arma canant alii, cit., 191-192; Murgatroyd, Mythical and Legendary Narrative, cit., 257. 35 Cfr. Dion. Hal. ant. II 45, 5 (le Sabine si genuflettono in Senato). Noto il riscontro formale con Ov. fast. II 438. 36 Cfr. Dion. Hal. ant. II 46, 6 (le Sabine si genuflettono insieme ai figli dinanzi a Tito Tazio). In Plut. Rom. 19, 1 non tutte le donne portano con loro i figli sul campo di battaglia. In Cass. Dio I fr. 5, 5 le Sabine corrono insieme ai figli e, in acie instructa, pregano di risparmiare figli e nipoti, avendo compassione di figlie e mogli. Inoltre (7)
33 37 Cfr. Ov. trist. I 3, 60 (ma vd. anche met. III 134: pignora cara, nepotes). Communia pignora sono gi per la Cornelia di Prop. IV 11, 7 i figli avuti dal marito. Viceversa, in fast. II 430 rara pignora sono i pochi figli partoriti dalle Sabine dopo le nozze con i Romani. 38 Su tale nesso e sulluso di blandus / blanditiae in Livio vd. Miles, Livy: reconstructing, cit., 205-206.

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et, quasi sentirent, blando clamore nepotes tendebant ad avos bracchia parva suos. Qui poterat, clamabat avum tum denique visum, et, qui vix poterat, posse coactus erat

senza alcuna possibilit di raffronto con il testo di Livio in cui le protagoniste implorano padri e mariti ne parricidio macularent partus suos, nepotum illi, hi liberum progeniem (I 13, 2-3).39 Anzi, nella complessiva patetizzazione dello sfondo, tanto pi sorprendente se consideriamo che voce narrante Marte, dio della guerra,40 Ovidio insiste sulla costrizione esercitata sui piccoli malcerti nel pronunziare il nome dei nonni. Un cenno di sapore psicologistico che rende ancor pi toccante lintera scena,41 assurta a paradigma delle lotte intestine che nei secoli hanno insanguinato Roma, posto che, come si legge al v. 202: tum primum generis intulit arma socer.42 Dinanzi alla vista dei piccoli lardore guerriero si placa. Un marcato sentimentalismo si spande sullo scenario delineato tramite stilemi epici, provvisti di una certa fortuna nella poesia di soggetto eroico, a cominciare da Tela viris animique cadunt (v. 225), dove la giuntura tela cadunt, pi oltre impiegata da Lucano (III 462; X 479) e da Stazio (Theb. XI 481) interagisce con Ov. met. VII 347 (cecidere illis animique manusque) oltre che con met. XI 537 (animique cadunt) per esprimere la reazione emotiva ai vincoli di sangue, tale da paralizzare armi e coraggio, per continuare con la formula dant accipiuntque manus (v. 226), reimpasto di unimmagine sclerotica, parzialmente usata in met. IV 594-595. Se allinizio del racconto a scatenare le ostilit sono i suoceri (Tum primum generis intulit arma socer v. 202),43 alla fine saranno essi stessi a promuovere la riconciliazione (dant soceri generis accipiuntque manus v. 226), quasi rispettando un copione in cui la parte Sabina risulti motore sia della guerra sia della sua soluzione. Ma lazione pacificatrice si completa con un gesto domaggio, lencomio delle donne, cui peraltro tocca labbraccio dei padri (laudatasque tenent natas v. 227)44 a suggello della riconquistata
39 Notevole la cura con cui, dal versante retorico, Livio costruisce il quadro suddetto, sfruttando un chiasmo conclusivo con rima a cornice nepotum illi, hi liberum (scil. progeniem). Unanalisi succinta del valore politico dellepisodio in G. Petrone, Metafora e tragedia. Immagini culturali e modelli tragici nel mondo romano, Palermo 1996, 36-37. 40 Come giustamente sottolinea Murgatroyd, Mythical and Legendary, cit., 146. Sui limiti delle conoscenze di Marte vd., in special modo, Merli, Arma canant alii, cit., 110 ss. 41 In merito, utilissimi Heinze, Ovids elegische, cit., 336; Murgatroyd, Mythical and Legendary, cit., 146-147. 42 Sul che cfr. St. Hinds, Arma in Ovids Fasti. Part 1: Genre and Mannerism, Arethusa XXV/1 (1991), 81-112, 103-104; Id., Arma in Ovids Fasti. Part 2: Genre, Romulean Rome and Augustan Ideology, Arethusa XXV/2 (1992), 113-153, 136 ss. Il binomio socer generque, riferito emblematicamente alla coppia Cesare-Pompeo, diparte da Catull. 29, 24 per costituire un Leitmotiv della letteratura successiva incentrata sul tema delle guerre intestine (vd. ancora Flor. epit. II 13, 53). Addirittura, in Luc. I 114 ss. la morte prematura di Giulia vista come la causa dello scatenarsi delle ire fra suocero e genero senza possibilit di soluzione, in contrasto con quanto avvenuto grazie allintervento delle Sabine durante i primordi della storia di Roma: quod si tibi fata dedissent / maiores in luce moras, tu sola furentem / inde virum poteras atque hinc retinere parentem / armatasque manus excusso iungere ferro, / ut generos soceris mediae iunxere Sabinae. In Ov. fast. VI 95 il sinecismo fra Romani e Sabini proprio riletto alla luce dei vincoli familiari intercorsi fra di loro: et lare communi soceros generosque receptos. 43 Secondo P. Jal, La guerre civile Rome, Paris 1963, 410, Plus nettement encore (scil. que Tite Live), Ovide, voquant lpisode, fait une allusion directe aux guerres civiles et, en particulier, la parent de Csar et de Pompe, en crivant propos de Sabins. 44 Doppiato limpiego di natae al verso in questione, rispetto ai nati del v. 218 nel dominante colorito affettivo impresso alla scena. Ma tutto lepisodio segnato, intenzionalmente, dal ricorso a lemmi parentali (generis socer v. 202; matrum v. 203; nuptae v. 205; nurus v. 206; coniunx pater v. 210;

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armonia con loro. E, a ribadire lorigine lacedemone della stirpe sabina,45 la citazione degli scudi sui quali i nonni portano i nipoti (vv. 227-228), allusione, questa, alluso delle madri spartane di congedarsi dai figli in procinto di spedizioni belliche, indicando lo scudo con il quale o sul quale sarebbero stati destinati a tornare.46 L seguente (Inde diem quae prima mea est celebrare Kalendas / Oebaliae matres non leve munus habent vv. 229230), inquadra entro precise coordinate liturgiche la ricorrenza delle calende di Marzo, mese sacro al dio eponimo, lasciando al lettore la soluzione del giocoso quesito circa limportanza riconosciuta alla festivit (vv. 231-234):
An quia committi strictis mucronibus ausae, finierant lacrimis Martia bella suis, vel quod erat de me feliciter Ilia mater, rite colunt matres sacra diemque meum?

Lanalisi qui proposta di Ov. fast. III 205-234 credo abbia mostrato come un episodio basilare della storia di Roma arcaica possa venir rielaborato e riproposto sotto una luce diversa, da un lato accentuando taluni dettagli cari alla storiografia drammatica, dallaltro trasformando il pathos prediletto da questultima in occasione preziosa per sottolineare la sagacia della diplomazia femminile. Dinanzi alla grandiosit della rievocazione liviana, dinanzi alla magniloquenza della ritrascrizione plutarchea, dinanzi allesasperata minuziosit della trattazione dionisiana, il racconto ovidiano si sofferma sulleuristica muliebre, sulla ben calcolata cadenza di gesti e di pose che, commuovendo lanimo dei soldati schierati su fronti opposti, faccia breccia sui risentimenti e sullimpeto guerresco s da comporre pacificamente il conflitto. In tal senso, la sottomissione delle donne sabine al piano escogitato da Ersilia traduce una sorta di solidariet di genere, una comune aspirazione a che le armi vengano deposte senza spargimenti di sangue. Ma nel momento stesso in cui da elemento passivo dello scacchiere politico esse si trasformano in elemento attivo, Ovidio enfatizza la teatralit dello scenario, delle posture, dei tempi dellintervento pacificatorio. Lastuzia di Ersilia e lattenta collaborazione delle donne al suo piano offrono al poeta didascalico loccasione per tramutare un capitolo paradigmatico di storiografia tragica in unimperdibile sceneggiatura paradrammatica dove particolari elegiaci e larmoyants mascherano e, al contempo, lasciano trasparire una volta di pi, per parafrasare una nota definizione di M. Dtienne, les ruses de lintelligence fminine. Luciano Landolfi

Universit degli Studi di Palermo Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo luciano.landolfi@unipa.it on line dal 23.05.2010

viduae orbae v. 211; patresque virosque v. 217; natos v. 218; nepotes v. 221; avos v. 222; avum v. 223; soceri generis v. 226; natas nepotem v. 228; avus v. 229). 45 Vd. Ov. fast. I 260, ma la radice della tradizione sta forse in Cato frr. 50-51 Peter (cfr. Beck Walter, Die Frhen Rmischen Historiker, cit., 186). 46 Cfr. M. Fucecchi in L. Canali - M. Fucecchi, Ovidio. I Fasti, Milano 19982, 222, n. 75.

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GIANNA PETRONE

Si dixero mendacium (Pl. Amph. 198). Guerra e diplomazia nellAmphitruo di Plauto

In una riflessione su guerra e diplomazia nel mondo di Roma antica va considerata la testimonianza del resoconto militare di Sosia nellAmphitruo plautino, da prendersi sul serio come documento delle procedure e dei rituali che precedevano una dichiarazione di guerra, delle categorie giuridiche che legittimavano una guerra giusta e pia, per usare la formula che distingueva gli atti bellici inquadrati nellorizzonte umano e religioso del ius e del fas e infine, anche, e pi ampiamente dei modelli culturali entro i quali i Romani concepivano la loro attivit guerriera. Pu apparire strano che un brano di commedia possa servire ad un tale scopo e infatti, nonostante il pezzo sia celebre e ottimamente studiato, 1 rischia di sfuggire allattenzione di storici e giuristi, oscurato dal fatto appunto di trovarsi in un contesto in cui, con leccezione degli addetti ai lavori, non verrebbe in mente a nessuno di andare a cercare risposte a tali interrogativi. Invece questi versi, oltre a costituire la pi antica descrizione di una battaglia della letteratura latina, si configurano insieme come la prima attestazione degli ideali etico-politici che sovrintendono a Roma alla pace e alla guerra e che troveranno formulazione esplicita due secoli dopo, con Cicerone, Sallustio, Virgilio, Livio. Nonostante, come sappiamo, le palliatae plautine, per la loro stessa natura, lambientazione esotica nei luoghi della Grecia ellenistica e la voluta estraneit di trame e personaggi, siano molto poco utilizzabili per informazioni riguardanti una storia evenemenziale degli anni contemporanei a Plauto, lo stesso ovviamente non succede se ce ne serviamo per scoprirvi tracce di modi dessere e di pensare, impronte della cultura romana. In questa direzione al contrario le commedie si rivelano un insostituibile, immenso ed unico archivio della lingua e della mentalit, degli usi e dei costumi. Detto questo certo unaudace stravaganza, e una fortuna per lindagine storica, il carattere assolutamente romano, che, con felice anacronismo, Plauto proietta nella guerra tra Tebani e Teleboi, evento raffigurato sullo sfondo delle vicende che intrigano Alcmena, suo marito Anfitrione e il suo amante divino, Giove, in una serie di
Il canticum di Sosia aveva attirato gi lattenzione di E. Fraenkel, Elementi plautini in Plauto, trad. it., Firenze 1960, 332 ss. Unanalisi di grande spessore ne ha fatto G. Pascucci, La scelta dei mezzi espressivi nel resoconto militare di Sosia (Plauto, Amph. 186-261), in Id., Scritti scelti, II, Firenze 1983, 531-573. Si sofferma sulla funzione drammatica e la tradizione greca R. Oniga, Il canticum di Sosia: forme stilistiche e modelli culturali, MD XIV (1985), 113-208. Dello stesso poi utile il commento in Tito Maccio Plauto Anfitrione, intr. di M. Bettini, Padova 1991.
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ISSN 2036-587X

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comicissimi equivoci. La guerra allorigine del racconto drammatico, in quanto proprio dallassenza di Anfitrione per combattere i nemici trae lo spunto il dio adultero per sostituirglisi con linganno nel talamo nuziale: Giove fa lamore profittando del fatto che Anfitrione fa la guerra, ma il fatto interessante per noi che questa guerra, per come viene descritta, viene a delinearsi come una guerra romana, condotta secondo le procedure romane. Plauto dunque interpreta lelemento del mito alla stregua di un bellum a lui contemporaneo, con a capo un imperator osservante dei riti e delle opportune formalit, oltre che dotato di virtus adeguata e sostenuto da una forte convinzione morale della propria supremazia. Grazie alla risorsa di questa traduzione culturale. 2 di un episodio incluso nel mito in chiave di realt romana e di attualit bellica, assistiamo ad una narrazione di guerra che assomiglia molto ad un rendiconto ufficiale presentato al senato, secondo quelle modalit che ci sono note dalla storiografia, ma soprattutto veniamo a conoscenza di rituali che regolano le ostilit, il cui esercizio deve essere conforme al diritto umano e alle leggi divine. La categoria del ius si trova a siglare tutto lepisodio, in una singolare rispondenza con la verit della storia romana, sicch il successo che arride ai Tebani di Anfitrione viene presentato come leffetto della loro obbedienza agli dei e il prodotto di comportamenti virtuosi improntati a religiosit. Dunque Sosia torna dalla guerra e si prepara a raccontare ad Alcmena la vittoria di Anfitrione e le fasi della battaglia, che hanno visto volgere le sorti a favore dei Tebani; il padrone Anfitrione gli ha affidato il compito ufficiale di portare la notizia dellesito felice e Sosia ubbidisce, provando tra s e s quel che dovr dire ad Alcmena. Questa la cornice dove spicca, come segnale di commedia, e come presa di distanza da un aggelos tragico, la confessione fatta da Sosia che egli non stato effettivamente presente ai fatti che racconter, perch, mentre tutti combattevano, lui era impegnato a fuggire, e dunque il suo racconto frutto del sentito dire. 3 Sosia ammette infatti che pu incorrere in affermazioni menzognere: si dixero mendacium, solens meo more fecero, se dir una bugia far come mia abitudine (v. 198). Torneremo su questo verso, osservando per ora soltanto che attraverso lespediente di questa ammissione di menzogna Sosia ribadisce la sua identit di servo, tuttaltro che eroico com logico, e il testo teatrale riafferma la sua appartenenza alla commedia: sottolineature e rassicurazioni essenziali nel momento in cui sta per aprirsi uno spazio del tutto inusuale, dove il linguaggio cambia totalmente, diventando quello, alto, ufficiale, formale, sacrale che si addice ad un affare di guerra dello stato romano. infatti su questo registro stilistico che avviene il resoconto militare che Sosia si appresta a pronunziare. Anzi a questo punto della sequenza si gi esibito su questo tono, con padronanza e pertinenza linguistica, in una breve premessa, che funziona come
2 Uso qui il termine in senso metaforico, dal momento che non c nessun motivo di supporre che qui Plauto stia effettivamente traducendo un modello. Su tale questione, che tuttavia ineludibile anche per questa commedia, deve fare testo, a mio avviso, la originale e motivata posizione assunta da E. Lefvre, che per lAmphitruo ritiene assente un modello comico e guarda invece alla tragedia; cfr. E. Lefvre, Maccus vortit barbare. Vom tragischen Amphitryon zum tragikomischen Amphitruo, Mainz 1982; LAnfitrione di Plauto e la tragedia, in R. Raffaelli - A.Tontini (a cura di), Lecturae Plautinae Sarsinates I, Amphitruo, Urbino 1998, 13-30. 3 Nella tessitura parodica dellAmphitruo, tragicommedia che tende a fare il verso alle movenze tragiche, questa affermazione mi era gi parsa configurare nellordito testuale un segnale di menzogna, atto a inquadrare la natura comica di un brano in s e per s del tutto plausibile per un altro e pi alto genere letterario; cfr. G. Petrone, Linganno nel teatro antico: finzioni plautine, Palermo 19912, 163 ss.

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anticipazione riassuntiva di quanto poi descriver minuziosamente. In questa ricapitolazione generale notiamo infatti luso di espressioni che appartengono alle formule dei documenti ufficiali. Per esempio, Sosia usa una dizione antica e solenne quando sancisce che la guerra si conclusa, duello exstincto maxumo, dove non soltanto il termine duellum, raro e arcaico conferisce gravit, ma tutta lespressione si rivela essere quella ineccepibilmente formale del documento scritto. Infatti duello magno exstincto recita liscrizione dedicatoria, conservataci da Livio XL 52, 5, con la quale il propretore M. Emilio Regillo prometteva in voto nel 189 un tempio nel frangente della guerra navale contro il re Antioco: come si vede la coloritura storica della frase di Sosia perfetta. Come pure, omettendo altri particolari, un effetto di realt, che storicizza la finzione poetica riguardo Anfitrione e il suo mito, si pu identificare nella ripetuta menzione dellimperium e dellauspicium di Anfitrione, che lo caratterizza quale comandante romano, preoccupato di procurarsi il favore divino e investito di un potere che lo mette in comunicazione con il piano della volont degli dei. Cos, quando Sosia manifesta lincarico ricevuto, e notifica che si appresta a dare ad Alcmena la notizia di come Anfitrione ha condotto la guerra, reggendo le sorti dello stato con il suo comando e il suo auspicio (ut gesserit rem publicam ductu, imperio, auspicio suo, 196), il suo modo desprimersi quello corretto rispetto a una solenne occasione del genere. Sosia ovviamente parla latino e dunque non pu che usare i termini propri della lingua per denotare il potere militare, ma qui ogni parola non potrebbe essere pi connotata culturalmente, a cominciare ovviamente da quella che indica lo stato, res publica, laddove a rigore Anfitrione combatte per difendere un regnum, quello di Tebe. A riprova di una perfetta rispondenza tra le parole di Sosia e quelle che improntavano i documenti ufficiali stato addotto il confronto con uniscrizione, quella di Mummio CIL I 541, ductu auspicio imperioque eius Achaia capta, Corinto deleto Romam redieit triumphans, dove la sequenza iniziale, a parte lo spostamento tra imperium e auspicium, identica. Il testo teatrale dunque, a proposito di un fatto sfuggente, lontano e indistinto, qual questa guerra del mito, adopera, con scrupolosa cura, i concetti e i termini propri dellufficialit dello stato romano: un esercito guidato da un comandante che ha a cuore le sorti dello stato e che prende in carico la condotta di una guerra; questo comandante dotato di un potere solennemente conferitogli, limperium, che lo autorizza ad intraprendere attraverso lauspicium iniziative che favoriscano ladesione divina al progetto bellico. Da queste premesse si sviluppa una allocazione storicamente attendibile del resoconto di Sosia che, sulla scia di una scena dannunzio propria di un messaggero tragico, 4 vira tuttavia immediatamente verso la riproduzione realistica del mondo vero.
4 Elemento tipizzato del dramma greco, la diegesi del nunzio aveva a suo fondamento lautopsia, ovvero il visto con gli occhi da parte del narratore, che riferiva gli eventi cui aveva assistito: sulla scena romana se ne conservano le caratteristiche costruttive, ancora al loro posto nella tarda tragedia senecana; cfr. F. Amoroso, Annunci e scene dannunzio nelle tragedie di Seneca, Dioniso LII (1981), 307-338. Le invarianti di tali parti narrative recitate dalla figura del messaggero, indispensabili allazione drammatica, si possono cogliere anche nel rapporto che si istituisce tra le scene dannunzio e le parti corali; un problema affrontato in F. Amoroso (a cura di), Teatralit dei cori senecani, Palermo 2006. Per Seneca la questione riguarda la drammaturgia e la letteratura, investendo il delicato dibattito sulla drammaticit, eppure non penso si debba escludere dallinsieme un qualche, seppur molto generico, referente reale. Infatti, per come ci palesa il tema di Sosia-messaggero nellAmphitruo, un nunzio offre limmagine, pi o meno vaga, di un personaggio cui affidata unambasceria, in quanto latore di notizie di pubblica utilit allinterno della finzione, oltre che di supporto necessario, sintende, allazione drammatica. Il nunzio deve riferire

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Questa poi la dimensione che inquadra tutta questa parte, fedelmente aderente alla concezione romana della guerra e fortemente credibile in tutti i suoi particolari. Ci racconter Sosia che prima dellindizione della guerra una serie di atti mira a ritardarla se non a scongiurarla, rendendo possibile un ripensamento da parte del nemico attraverso lesercizio di un dialogo diplomatico, svolto da incaricati, che sono delegati a espletare tutte le possibilit di ottenere soddisfazione, senza ricorrere necessariamente ad ostilit. Sappiamo che questo compito a Roma era svolto dal collegio sacerdotale dei feziali, una diplomazia di pace e di guerra, cui toccava di sondare le eventualit di evitare il conflitto attraverso richieste di riparazione e ultimatum ma anche di indire la guerra qualora, scaduto il termine di 33 giorni, il nemico non avesse dato corso ad atti miranti a riparare i danni lamentati. Proprio dei feziali era il res repetere, cio lesigere riparazione, chiedendo indietro i beni e pretendendo la consegna dei colpevoli della sottrazione. Dalla diplomazia dei feziali inizia il rendiconto di Sosia, che esattamente corrisponde a quelle procedure che conosciamo da Livio e Dionigi dAlicarnasso. 5 Per prima cosa, dice Sosia, appena toccata terra, e qui il nesso terram tetigimus quello che indica la presa di contatto fisica con il luogo (cos poteva indicarsi lavvenuto contatto di un magistrato con la regione in cui svolgere la propria magistratura, ne prova Cic. II Verr. I 27 Verres simul ac tetigit provinciam, statim), Anfitrione sceglie tra i primi dei primi i legati da mandare in ambasceria. La presenza in territorio nemico , sappiamo, necessaria per dare inizio alle procedure dei feziali: cos la determinazione plautina trova la sponda di Livio, I 32, 6 Legatus ubi ad fines eorum venit e 8 cum fines suprascandit e ancora di Servio Danielino 9, 53, proficiscebatur ad hostium fines. Pu ampiamente confermarci come, anche in epoca storicamente chiara, luso esigesse lavvio delle procedure allinterno del paese a cui i feziali rivolgevano prima lultimatum e poi la dichiarazione di guerra, per esempio, la narrazione che fa Livio (XXXI 8, 3) in occasione della guerra macedonica, quando vennero consultati dal console Sulpicio i feziali, se volevano che la dichiarazione di guerra a Filippo fosse in ogni caso consegnata a lui personalmente o se era sufficiente annunziargliela nel pi vicino presidio situato allinterno dei confini del suo regno (consultique fetiales ab consule Sulpicio, bellum quod indiceretur regi Philippo, utrum ipsi utique nuntiari iuberent an satis esset in finibus regni quod proximum praesidium esset eo nuntiari). Anfitrione, dice Sosia, Eos legat, si tratta dunque di legati ma legatus appunto il termine usato da Livio per i feziali, diplomatici investiti di una missione interlocutoria in cui devono appunto res repetere. 6 E a questo sono demandati infatti gli incaricati di
messaggi alla comunit cui appartiene, come fa un diplomatico, e dunque non pu non entrare in dialogo con chi, come il coro, in fondo rappresenta, simbolicamente, la comunit. 5 Cfr. Liv. I 32, 6 ss.; Dion. Hal. ant. II 72, 4 ss. Discute ampiamente su questi testi, con ampia bibliografia, nellorizzonte giuridico del bellum iustum A. Calore, Forme giuridiche del bellum iustum, Milano 2003, 43 ss. Il concetto romano sopravviver anche presso i cristiani, cfr. M. Sordi, Bellum iustum ac pium, in Ead., Guerra e diritto nel mondo greco e romano, Milano 2002, 3-11. Nella vastissima serie di studi in proposito, una vasta raccolta di testimonianze in H. Drexler, Iustum bellum, RhM CII (1959), 97 ss. Utile ora anche F. Santangelo, The Fetials and their ius, BICS LVI (2008), 63-93. 6 Ritroviamo questa terminologia in un bellissimo frammento degli Annali di Ennio (trasmessoci da Gell. XX 10, 1 e citato anche da Cicerone in Mur. 12, 26): Pellitur e medio sapientia, vi geritur res, / Spernitur orator bonus, horridus miles amatur, / Haut doctis dictis certantes nec maledictis / Miscent inter sese inimicitiam agitantes, / Non ex iure manum consertum, sed magis ferro / rem repetunt regnumque petunt, vadunt solida vi (268 ss. V2), La saggezza tolta di mezzo, regna la violenza, disprezzato il bravo oratore, si ama lorrido soldato. Non gareggiano pi con dotte parole n con offese si affrontano tra loro come avversari, neanche impongono

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Anfitrione, che devono riferire ai Teleboi la volont del loro comandante: Se essi erano disposti a consegnare, senza opporsi e senza far guerra, le cose rapite e i rapitori, a restituire ci che avevano saccheggiato, egli avrebbe sullistante ricondotto lesercito in patria, e gli Argivi avrebbero lasciato il territorio nemico, avrebbero concesso loro pace e tranquillit; se invece avevano altre intenzioni e non volevano consegnare ci chegli chiedeva, allora egli avrebbe assalito con tutta la forza del suo esercito la loro citt (206210, trad. Scandola). Unallusione linguistica alla formula del res repetere tipica del diritto feziale contenuta nel nesso neque dent quae petat, dove quae corrisponde al generico res e petat scioglie il verbo composto repetere in quello semplice petere, ma tutto linsieme a mettere in campo una scenografia di atti che riproduce la diplomazia dei feziali. Inoltre la formula rapta et raptores tradere corrisponde a quella liviana del giuramento feziale, che recita illos homines illasque res dedier (Liv. I 32, 7), e a quanto ci tramanda una notizia in proposito di Servio, che attesta come nelle dichiarazioni dei feziali riguardo alle offese ricevute si lamentava la mancata restituzione di animali rubati e dei responsabili delloffesa. Si tratta dunque per i Tebani di Anfitrione, come per i veri diplomatici romani, di chiedere indietro cose e persone, rapta et raptores, un modulo espressivo che trova lavallo di un passo di Plinio il Vecchio cum ad hostes clarigatumque mitterentur, id est res raptas clare repetitum (nat. XXII 3, 5). Furto, appropriazione indebita, saccheggio, razzia, questa la sfera del rapere e di chi lo compie; dunque non a caso lusa Plinio, con laria di citare lespressione consuetudinaria. Da qui, possiamo sostenere che il brano plautino ricalca il linguaggio tecnico del rituale latino del res repetere. Cos, se qui sono i legati che devono riportare la sententia, cio il parere concluso, di Anfitrione, nella realt, ci informa Livio, il feziale esordiva dicendo di essere un pubblico ambasciatore, investito di una legittimazione politica e religiosa, ego sum publicus nuntius populi Romani; iuste pieque legatus venio Prima della guerra c dunque una diplomazia affidata alle parole, e in effetti il primo significato di orator appunto quello di ambasciatore: loratore allinizio il portatore di parole altrui, che sono per quelle del potere costituito e hanno una sacrale dignit, tanto che chi le pronunzia intangibile e sacrosanto e non pu essere oggetto di atti di aggressione. Gli ambasciatori si rispettano e non si toccano. Tra il nuntius, il legato feziale e lorator c dunque una strettissima alleanza, come testimonia Varrone, quando afferma che i Romani, prima di dichiarare guerra a quelli da cui sapevano daver ricevuto ingiustizie, mandavano quattro legati feziali ad esigere soddisfazione. Chiamavano costoro oratori priusquam indicerent bellum is a quibus iniurias factas sciebant, fetiales legatos res repetitum mittebant quattuor, quos oratores vocabant (Varro vit. pop. Rom. 2, 75 R. = 31 K.).
la mano secondo le norme di legge, ma piuttosto con le armi reclamano soddisfazione e chiedono di regnare, avanzano con forza violenta. Inosservanza del ius, fine delle garanzie giuridiche e civili dellorator, richieste di risarcimento, res repetere, portate avanti con le armi anzicch con la legge: il contesto enniano in analogia con il brano plautino, ma si riferisce ad una situazione reale della storia romana, in cui la toga aveva ceduto alle armi e prevaleva listinto di soddisfare le proprie pretese con la spada, lambizione di conquistarsi un potere personale e tirannico, lavvio sfrenato allimpiego della forza e delle armi (cfr. G. Pascucci, Lo scoppio delle ostilit nella guerra annibalica secondo il racconto degli Annali di Ennio, in Id., Scritti scelti, cit., II, 599-115). Nella descrizione enniana proprio lespressione ferro rem repetere, allusiva della clarigatio, comporta che si tratti di un bellum iniustum, dal momento che le armi subentrano alla trattativa diplomatica. Su questo frammento cfr. S. Mariotti, Lezioni su Ennio, Pesaro 1951, 112 s. Sullenfasi con cui Cicerone, nella circostanza eccezionale della pro Murena, se ne serve per un confronto degli opposti campi della milizia e del foro, con un rovesciamento complesso della solita gerarchia, cfr. lo studio, di prossima pubblicazione, di M.M. Bianco, Urbana militia. Loratore e il generale.

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Il feziale dunque un legato, un ambasciatore che deve avanzare listanza, per come ci dice il passo dellAmphitruo, di restituzione di rapta e raptores, una sigla generale che comprende il risarcimento dei danni e la consegna degli autori delloffesa. 7 Questi attua tale mandato di grande rilevanza giuridico-religiosa attraverso una richiesta verbale, fatta, per come ce la descrive anche il nostro passo, per mezzo di un discorso chiarificatore, da ci appunto si pu qualificare come orator. Una notizia serviana insiste a pi riprese sul fatto che lambasceria del res repetere veniva fatta clara voce, facendo da ci derivare il termine di clarigatio che designa questa parte della diplomazia feziale, 8 ma non c bisogno di credere allantica etimologia per ritenere che appunto, insieme ad atti e gesti di valenza religiosa, la clarigatio avvenisse mediante la formulazione orale di richieste di riparazione, veicolate da portavoce che erano dunque oratori in senso proprio. Questo valore primario della parola orator quale ambasciatore, pi tardi attenuatosi, lo incontriamo in un passo plautino della commedia intitolata Poenulus, da cui risulta, seppure il contesto quello di una mediazione damore, cosa significasse fare da portavoce. 9 Si pu ben vedere che il portavoce ha un obbligo assoluto di ripetere con integrale fedelt le parole che deve riferire, ma che questobbligo bilanciato dalla garanzia di intangibilit della sua persona. Linnamorato Agorastocle ha chiesto al proprio servo Milfione di addolcirgli con moine e complimenti la ragazza che ama, al momento adirata con lui; il servo prima di adempiere questa ambasceria damore, si assicura allora che il padrone sia ben convinto, bada poi per favore di non prendere a pugni questo ambasciatore (sed vide sis ne tu oratorem hunc pugnis pectas postea, Poen. 358), rivolgendo quindi alla ragazza, secondo istruzioni, vezzeggiativi e parole dolci, corteggiandola con le parole. Ma ecco che Agorastocle, ingelosito, sincattivisce picchiando il malcapitato, che tenta di fermarlo dicendogli: padrone commetti un sacrilegio, colpisci un ambasciatore (impias, ere, te: oratorem verberas, Poen. 383). Milfione un portavoce damore, che viene aggredito da colui che ha rappresentato. Siccome un orator, intoccabile in nome del compito affidatogli, pu accusare di empiet chi lo sta malmenando. Comicamente la missione di questa specie di Cyrano dellantichit, che parla in vece di altri, raffigurata come una legazia politica, al riparo della giustizia religiosa. Su tale antico valore di orator insiste una notizia di Festo 218 L. nunc quidem legati, tunc vero oratores, quod rei publicae mandatas partis agebant. Uneco lontana di questo significato troviamo in un testo teatrale molto posteriore, le Troiane di Seneca, dove di nuovo un nunzio da tragedia interpretato e rivissuto secondo la prospettiva di un ambasciatore, che si fa portatore di un messaggio proveniente dallautorit del popolo: si tratta nientemeno che di Ulisse, che si presenta ad Andromaca per ingiungerle la consegna di Astianatte, da mettere a morte per

Le cerimonie dei feziali e i riti con cui dichiaravano la guerra erano raffigurati nel Bellum Poenicum di Nevio, un cui frammento ne conserva alcuni significativi gesti, quale quello di cogliere erbe, che divenivano per ci stesso sacre. La descrizione di questi ieratici procedimenti scopre lintenzione di far apparire la guerra cantata come un purum piumque duellum; cfr. M. Barchiesi, Nevio epico, Padova 1962, 387. 8 Cfr. Serv. Aen. IX 52: Cum enim volebant bellum indicere, pater patratus, hoc est princeps fetialium, proficiscebatur ad hostium fines, et praefatus quaedam sollemnia, clara voce dicebat se bellum indicere propter certas causas, aut quia socios laeserant, aut quia nec abrepta animalia nec obnoxios redderent. Et haec clarigatio dicebatur a claritate vocis. 9 Cfr. al riguardo lacuta nota di A. Traina, Comoedia. Antologia della Palliata, Padova 20004, 80.
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impedire leventualit di una ripresa della guerra. 10 Ulisse si scarica di responsabilit, di fronte al terribile compito del sacrificio di un bambino innocente, sostenendo dessere solo un portavoce: Esecutore di un crudele oracolo, io ti prego di non credere mie le parole che udrai dalla mia bocca. questa la voce dei Greci, dei loro capi (durae minister sortis, hoc primum peto/ ut, ore quamvis verba dicantur meo, non esse credas nostra: Graiorum omnium/ procerumque vox est, Sen. Tro. 524 ss., Perutelli 79 ss.). Con labilit di un diplomatico esperto, Ulisse esordisce mettendo in risalto, letteralmente, dessere il portatore di una voce altrui: la bocca dalla quale fuoriescono le parole la sua ma la voce proviene da una sede molto pi autorevole perch quella, sovrana, di un popolo intero, di cui egli si limita a riferire la volont. La differenza tanto puntualizzata tra la bocca, os, e la voce, vox, separate in unopposizione polare, sembra quasi fornirci unetimologia dellorator in quanto messaggero: egli ci mette la fisicit della pronunzia, con la sua bocca, ma quel che dice non gli appartiene e il messaggio che avanza altrui, ben diversamente autorevole perch elaborato dal popolo, legittimamente detentore del potere della decisione. Ancora un tratto del mito rivisitato da una prospettiva romana: Seneca mette in scena un Ulisse che rassomiglia ad un legato romano ed un orator, nel senso che abbiamo visto di ambasciatore in tempi di guerra. Ma torniamo ai nostri Teleboi, per esaminare la risposta alla diplomazia feziale dei Tebani di Anfitrione. Questa innanzitutto si svolge secondo la rispettosa osservanza delle condizioni stabilite da Anfitrione, con unelencazione esatta delle richieste, ripetitiva del dettato ricevuto (Haec ubi Telebois ordine iterarunt quos praefecerat, Amph. 211). Il nostro testo precisa infatti il carattere non improvvisato ma al contrario codificato dellintervento: c un potere costituito, dove stata elaborata una linea politica, in nome del quale si riferiscono in sequenza, una dopo laltra (ordine), le condizioni per la conservazione della pace, ripetendo (iterarunt) quanto lo stesso Anfitrione ha ordinato di dire. La risposta dei Teleboi poi li manifesta per nemici da combattere risolutamente, anche se da stimare per le loro qualit di ardito coraggio, una duplicit di sentimenti che impronter tutta la descrizione della battaglia, dove la virtus nemica in primo piano, insieme e contemporameamente allorgogliosa convinzione delle proprie giuste ragioni. Infatti non solo questa battaglia letteraria pensata secondo lo schema del bellum iustum, dove chi vince merita la vittoria, ma rende evidente che far posto al valore nemico un modo per aggiungere ulteriore grandezza al merito dei vincitori. Cosa dicono dunque i Teleboi?: quegli uomini fieri, fidando nel proprio valore e nelle proprie forze, apostrofano i nostri ambasciatori con orgoglio e sfrontatezza, dicendo che sapranno difendere con la guerra se stessi e i loro cari; perci i Tebani ritirino al pi presto lesercito dal loro territorio (magnanimi viri freti virtute et viribus / Superbe nimis ferociter legatos nostros increpant; / respondent bello se et suos tutari posse, proinde uti / Propere de suis finibus exercitus deducerent, Amph. 212 ss.). Nella dicotomia tra la fierezza e la superbia, che qui si scontrano, si gioca quella doppiezza che permette la coesistenza di rispetto per il nemico ma al contempo di determinazione assoluta nel combatterlo. Il destino dei Teleboi appare segnato dal momento in cui essi confidano troppo in se stessi, sopravvalutano le proprie forze e soprattutto reagiscono con superbia e arroganza: questo, nonostante la designazione di magnanimi sottolinei positivamente la loro qualit eroica. Con il nesso superbe nimis ferociter il passo dellAmphitruo ci mette per la prima volta innanzi agli occhi la
10 Sullinserzione di Ulisse, al posto del Taltibio euripideo, e le ambiguit della sua figura nella tragedia senecana cfr. A. Perutelli, Ulisse nella cultura romana, Firenze 2006, 79 ss.

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giustificazione etico-politica dellimperialismo romano, la cui regola ideologica compresa nel celeberrimo parcere subiectis et debellare superbos dellEneide virgiliana. In quanto superbi, i Teleboi vanno sconfitti in guerra ed su questo piano che la vittoria dei Tebani sar giusta e Sosia, potr vantare il ius come diritto dei vincitori. La superbia propria degli avversari in guerra, latteggiamento sbagliato di chi si sente superiore agli altri e disprezza lavversario, fondandosi sulla presunzione delle proprie forze. 11 Un eccesso di confidenza in se stessi che si attira la punizione; freti virtute et viribus sono pensati da Plauto questi suoi immaginari antagonisti, perch questa esattamente la posizione dei nemici superbi. Come, per esempio freti armis saranno definiti nellEneide alcuni personaggi, meritevoli, per la loro alterigia, di una punizione mortale (Verg. Aen. IX 676). A questa superbia del nemico, sua ingiustizia, suo errore di valutazione, sua protervia, corrisponde il diritto di infliggergli il castigo. Da ci la conclusione, nel resoconto di Sosia, che la sconfitta toccata alle armate ingiuste secondo il diritto. Unaffermazione che in parallelo con la tracotanza della risposta. Tanto pi coinvolgente per noi questo diritto di guerra in quanto Sosia lo proclama proprio nel momento in cui nelle sue parole trova posto il cenno alla crudelt sanguinosa con cui le truppe vengono sbaragliate: schiacciano, travolgono le schiere dei nemici, fanno giustizia di quegli ingiusti (Foedant et proterunt hostium copias/ iure ingiusta, Amph. 246 s.). In foedare compreso lo scempio dei corpi dei nemici, raffigurati con profondo riguardo ma senza indulgenza, perch si riconosce che si sono meritati, in ragione della loro ingiustizia, quel trattamento. Dal momento in cui dunque i Teleboi si caratterizzano secondo superbia e protervia si attiva, possiamo dire, il doppio e complementare regime del debellare superbos ma anche, preannunziato dal riconoscimento del coraggio, del parcere subiectis. In effetti, vedremo, che ad incorniciare il finale, come allinizio la diplomazia dei feziali, sar la formale e diplomatica supplica dei vinti a sollecitare la clemenza dei vincitori. Di questo concetto infatti si tratta, molto prima che la parola clementia sia accreditata come slogan, affidato da Cesare alla creativit intellettuale di Cicerone. I capi dei Teleboi dunque, finito il combattimento, chiedono perdono, si arrendono e vengono risparmiati: sia la loro preghiera di venia, orant, ignoscamus peccatum suum (Amph. 237), sia la loro deditio ricalcano il linguaggio riferitoci dagli storici per eventualit reali di questo genere. Ma il riscontro forse pi stimolante quello con un contemporaneo, allincirca, di Plauto, Catone il censore, che nella sua orazione in favore dei Rodii si trova a doverli difendere dallaccusa di essere superbi e a fare appello allopportunit politica dellignoscere. Con notevole anticipo rispetto allEneide virgiliana, osserviamo come la concezione del parcere subiectis et debellare superbos sia al centro del dibattito serio di Catone, in anni non troppo lontani da quelli in cui, a diverso titolo di finzione teatrale, entrata pure nel pezzo di fantasia di Plauto. Non solo, ma allinizio dellorazione catoniana, tramandataci da Gellio, figura la stessa riprovazione di superbia e fiero orgoglio che abbiamo visto stigmatizzata nel comportamento dei Teleboi: scio solere plerisque hominibus rebus secundis superbiam atque
11 Per una definizione del concetto, con considerazione anche del passo dellAmphitruo, cfr. la voce superbia curata da A. Traina in Enc. Virg. IV, Roma 1988, 1072 ss. Per questo, come per gli altri cardini dellorizzonte etico-politico dei Romani, sempre utile J. Hellegouarch, Le vocabulaire latin des relations et des partis politiques sous la rpublique, Paris 1963.

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ferociam augescere (fr. 163 Malc. 4). Se lideologia politica romana della superbia qui si unisce allideale filosofico greco del giusto mezzo, non pu sfuggire come tra il nesso di Catone tra superbia e ferocia e quello plautino, superbe nimis ferociter, ci sia una perfetta analogia, riproduttiva, evidentemente, di un modo di pensare diffuso e consueto nella valutazione politica dei conflitti internazionali. Ma la novit catoniana sta nel fatto di mettere in crisi il modello, di inserire un ostacolo in questa dinamica, impedendo che scatti il consueto schema, che avrebbe portato altrimenti allinevitabile apertura di un fronte bellico. 12 La superbia, come disvalore e tratto tipico del nemico, che rende lecita la sanzione della guerra non solo viene attenuata, in ragione dellopportunit politica della conservazione di una pacifica alleanza (vi si pu passar sopra) ma addirittura viene nullificata da unidea autocritica, 13 che Gellio trovava geniale e certamente sorprendente e fortemente trasgressiva, secondo cui pi superbi di tutti erano proprio i Romani (e dunque non ci si pu scagliare contro un popolo solo a motivo della sua superbia). Secondo Gellio, Catone nel suo discorso chiese che si perdonasse ai Rodi (ignosci postulat), in nome di una ragion di stato che lo richiedeva (egli afferma che il perdono utile nelle umane relazioni, perch se la possibilit del perdono non assicurata, si genera la paura di sommovimenti nello stato; invece con il perdono si afferma la grandezza del popolo romano, Gell. VI 3, 47). Ma lo scandalo, straordinariamente intelligente, sta nella contestazione della superbia come difetto del nemico, mentre andrebbe attribuita, secondo questo conservatore qui nelle vesti di un contestatore, proprio ai Romani stessi: Si dice che i Rodii siano arrogantiLo siano pure. E che cimporta? Dobbiamo adirarci se vi sono dei pi superbi di noi?. Le parole dordine di guerra e di pace, gli stratagemmi della diplomazia, che il rendiconto militare di Sosia ci presenta, possono confrontarsi, a volte parola per parola, con testi che non appartengono allinvenzione letteraria ma alla verit storica. Tralascio poi il racconto vero e proprio della battaglia, dove stata perfettamente dimostrata la presenza di un vocabolario tecnico della strategia militare: fa qui la sua prima comparsa un linguaggio specialistico, che quello poi adoperato da Cesare, da Livio ecc., con i suoi termini appropriati, per es. per lo schieramento o il ritiro delle legioni, e con i suoi radicati eufemismi, per es. quello per cui i morti sono i caduti ecc.. Ci interessa di pi a questo punto ritornare al verso da cui tutto cominciato, laddove Sosia confessa che c da parte sua la possibilit di incorrere in affermazioni false, si dixero mendacium stato giustamente osservato che il ruolo di Sosia qui diverso rispetto a quello consueto ai servi plautini: egli non il solito schiavo triumphans, con manie di grandezza che lo portano ad assimilarsi ad un comandante militare, e neanche un messaggero tragico, ma piuttosto un araldo, una specie di nunzio ufficiale. Quale in effetti lo manifesta il suo modo di parlare, perci chiosato, potremmo aggiungere, da

12 Una ricca analisi dei frammenti, con ampia discussione dei fatti storici e dei risvolti dellazione catoniana nelledizione di G. Calboli, Marci Porci Catonis. Oratio pro Rhodiensibus, Bologna 1978. Interessanti osservazioni in M. Porci Catonis, Orationum reliquiae. Introduzione, testo critico e commento filologico a cura di M.T. Sblendorio Cugusi, Torino 1982, 314 ss. 13 Secondo H. Haffter (Politisches Denken im alten Rom, SIFC XVII (1940), 97-121, anche in Id., Rmische Politik und rmische Politiker. Aufstze und Vortrge, Heidelberg 1967, 38-61), lorazione il primo tentativo di un esame di coscienza da parte romana, di una critica della propria prassi in politica estera (106).

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quellindugio riflessivo, da quel momento di pausa che Sosia si d per provare se capace di adoperare le parole giuste, adeguate allaltezza del mandato. Su questa intuizione si pu avanzare unulteriore proposta. Il lato pubblico di Sosia in certo senso si trova declinato in alcune battute precedenti: al suo arrivo egli teme di essere ricevuto a spese dello stato, nel senso che paventa di venir buttato in carcere, Ita peregre adveniens hospitio puplicitus accipiar (161), Cos giungendo dallestero ricever ospitalit per ordine dello Stato. Plauto fa qui spiritosamente coincidere il carcere che Sosia teme possa toccargli con lhospitium publicum una forma di ospitalit e tutela giuridica concessa dal senato a illustri personaggi stranieri 14 ma anche appannaggio degli ambasciatori, come si ricava da Livio V 2, adductosque in publicum hospitium legatos Plauto dunque doppia la servile audacia di Sosia, a dire dello stesso meritevole del publicum hospitium del carcere, con il diritto extraterritoriale dellambasciatore, che deve essere ricevuto dal publicum hospitium, cio accolto a spese dello stato. In effetti mi sembra che qui il commediografo scherzi, divertendosi a mostrarci un Sosia bifronte, servo degno di frustate, per come egli medesimo ammette, ma anche nunzio investito di un importante incarico e compreso nello svolgerne il ruolo. In una specie di mise en abme, Sosia assomiglia molto a quei legati di cui riferisce lambasceria, infatti cos come Anfitrione ha delegato i suoi messi (quos praefecerat) presso i Teleboi, allo stesso modo ha ufficialmente incaricato Sosia di riferire ad Alcmena quanto avvenuto (Me praemisit ut nuntiem, 195). Insomma Sosia si comporta e soprattutto parla da pubblico ufficiale investito di un rilevante dovere di portavoce. E il suo mimetismo, il suo calarsi nella parte assolutamente riuscito, se non fosse per linconveniente che egli non pu mettere in campo alcuna fides, 15 ma al contrario deve preavvertire di non essere fededegno. Se cos, la sua affermazione si dixero mendacium, da un lato rivelatrice della mistificazione, pu avere un risvolto molto pi sottile, qualora lo si intenda anche in riferimento ai doveri di veridicit che spettavano ai legati seri del mondo reale, che Sosia si atteggia a imitare, confessando tuttavia lusurpazione. Nel passo di Livio che ci riporta il diritto feziale, viene detto come il capo dellambasceria dichiarava la propria identit, la lealt e laffidabilit delle proprie parole, impegnando la sua stessa persona in un giuramento che solennemente sanciva, sotto pena di divenire sacer, la fondatezza e la rispondenza a verit del suo discorso. stato riconosciuto come Livio riporti testualmente il formulario della liturgia feziale; 16 tocca infatti a questi nunzi dirimere questioni di diritto internazionale inerenti sia la guerra che i trattati di pace, discuterne, come si ricava anche da Cicerone leg. II 9, 21 nuntii sunto, bella disceptanto. Lobbligo di regolarsi secondo il valore primario della fides era la base su cui poteva concepirsi la loro funzione. La religiosa rilevanza del giuramento era dunque una condizione pregiudiziale e indispensabile: Si ego iniuste impieque illos homines illasque res dedier mihi exposco la dizione sacrale del ius iurandum feziale: veniva
Come osserva Oniga nel suo commento (191). La fides (per la cui sfera di significato e dazione cfr. G. Freyburger, Fides. tude smantique et religeuse depuis les origines jusqu lpoque augustenne, Paris 1986) fornisce un saldo ancoraggio nelle commedie plautine, se non altro perch ritaglia lopposto campo in cui si realizza la malitia del servo, menzognero per antonomasia (me ne sono occupata in La menzogna nella cultura della Fides, SIFC VIII (1990), 99-106). 16 Sulla questione insiste una vastissima bibliografia; essenziale R.M. Ogilvie, A commentary on Livy, Oxford 1965, 127 ss.
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ipotizzata leventualit di una richiesta fallace soltanto per definirla impossibile e sanzionarla con la pi severa delle pene, lesclusione dalla comunit. A questo punto lipotesi prevista da Sosia, si dixero mendacium, se inserita su questo sfondo, che il contesto suscitato a bella posta per questa scena, non pu non apparirci scopertamente allusiva al giuramento di cui occupa il posto, in un capovolgimento allegro e spregiudicato, che fa del servo un rovescio speculare di un diplomatico serio. Il servo si erge a controfigura burlesca di un araldo pubblico, che, per quanto dissacrante, non fa che riaffermare e rinsaldare la regola. Sosia infatti trover ad attenderlo lhospitium pugneum di Mercurio, lospitalit a pugni, pronta a ricevere un messaggero del suo tipo, vera contropartita di un hospitium publicum, eppure Mercurio sar costretto ad ammettere daltro canto che nel racconto non c stata una sola parola sbagliata. Con questa famosa scena plautina si pu contribuire a dimostrare che lesigenza di una giuridizzazione della guerra, che inserisce un conflitto nelle forme valide a regolare i rapporti civili, 17 molto antica a Roma. Se per il Sosia plautino le schiere nemiche sono sbaragliate iure, con giustizia, in quanto sono esse stesse iniustae (hostium copias iure iniustas), secondo unantinomia che mette in asse gli estremi, i termini di questo orizzonte etico-religioso, che immette la contesa bellica nellopposizione tra due opposti comportamenti, sono gli stessi che compaiono nel passo di Livio dedicato alla diplomazia feziale. I Romani attendono, prima di decidere la guerra, che il nemico non receda dallingiustizia commessa, s da attivare un castigo che faccia di chi lo commina il braccio armato dellordine divino. Nello stesso tempo lideologia, conosciuta dalla propaganda cesariana e dal messaggio dellEneide virgiliana, che giustifica limperialismo romano nellopposta dimensione della superbia nemica e della clementia dei vincitori, fornisce alla scena dellAmphitruo il sostegno di una visione molto netta della guerra e della pace: vi potremmo applicare ancora unespressione di Livio, a parafrasare la performance di Sosia, e cio cum armato hoste infestis animis concurri debere; adversus victos mitissimum quemque animum maximum habere (Liv. XXXIII 12, 9), Si deve attaccare con furore un nemico in armi; nei confronti dei vinti il pi clemente quello che mostra maggiore grandezza. Plauto ha pensato il suo pezzo di bravura in modo legato allattualit bellica del suo tempo, 18 riferendocene le istanze etico-politiche e i tecnicismi strategici, fermandosi solo sulla soglia di un giuramento che non c e che anzi, a sorpresa, allude a quello vero, adottandone in parte lenunciato performativo, per poi comicamente sovvertirlo, a sorpresa, nel suo contrario. Se il giuramento della clarigatio feziale era assertorio, in quanto garantiva la verit della richiesta avanzata dal feziale, Sosia non pu che asserire lopposto, perch uno schiavo di commedia, ma lo fa citando a suo modo la formula
Alla composizione di questo quadro dinsieme ha contribuito un vasto consenso di giuristi: cfr. B. Albanese, Res repetere e bellum indicere nel rito feziale (Liv. 1, 32, 5-14), ASGP XLVI (2000), 5-47. Il confronto operato da Y. Thomas (che ricordo con stima per averlo conosciuto direttamente in occasione di un lontano convegno antropologico e i cui studi sul castigo e sul parricidio sono stati per me fondamentali) tra i termini liviani di res, lites e causae e la tabula iniziale delle leggi delle XII tavole, che li comprende, ha indicato lequivalenza tra la realt processuale e quella descritta dallo storico come attivit del pater patratus (cfr. Y. Thomas, Causa: sens et fonction dun concept dans le language du droit romain, th. doct., Paris 1976, 262 ss.). 18 Echi di guerra sono presenti nel prologo dellAmphitruo, come anche in altri prologhi, dove ci sono battute che potremmo definire piene di Ares: una vicinanza emotiva che non pu per tradursi in precisazioni cronologiche.
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seria, per esautorare il suo rendiconto militare, sin troppo verosimile, e dargli la chance della finzione poetica. Possiamo dunque rintracciare, nel nostro passo, due grandi schemi narrativi, propri a Roma del discorso pubblico, e ossessivamente declinati nei testi seri: riguardo la guerra, il racconto che lautorizza in nome della punizione della superbia ma con il limite della mitezza verso i vinti, riguardo la diplomazia, quella forma di narrazione identitaria che le associa allosservanza della fides. Che Sosia, nonostante tutto, finisca per riferire la verit, prova che, se si messaggero legittimo, si perci stesso affidabile.
Universit degli Studi di Palermo Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo gianna.petrone@unipa.it on line dal 23.05.2010

Gianna Petrone

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ALFREDO CASAMENTO

Guerra giusta e guerra ingiusta nella Pharsalia di Lucano


L, nel deserto della loro Tebaide, gli uomini lavorarono daccordo, con le mani, cos spensero il fuoco tutti insieme. R. Bradbury, Fahrenheit 451

Esiste una guerra giusta? 1 Difficile rispondere in maniera univoca dal momento che su un quesito talmente complesso si sono succedute innumerevoli risposte, nella storia del pensiero antico come in quello moderno, spesso sollecitate da eventi destinati a scuotere nel profondo gli assetti politici. Il caso pi recente quello forse determinato, sulla soglia degli anni 90, dallinvasione del piccolo e indifeso Kuwait da parte del rais iracheno Saddam Hussein. Si ricorder come sulla scia di quel clima si innesc un dibattito molto intenso, che, per limitarci allItalia, vide frequentemente citate posizioni autorevoli come quella di Norberto Bobbio, che, scagliandosi contro quelli che defin pacifisti da strapazzo, giustific la guerra come risposta legittimata da una aggressione e decisa da una deliberazione dellOnu. 2 Ma, in fondo, i termini essenziali della questione erano gi nel pensiero latino, se tra i grandi teorici del diritto che hanno rinnovato in pieno 900 il dibattito sul tema Hans Kelsen, celebre giurista austriaco poi docente a Berkeley, impost i termini del problema partendo dalle norme del diritto romano. Nel suo Teoria generale della legge e dello stato Kelsen infatti fonda la propria teoria sulla guerra giusta, cio originata e consentita dalla norma, alla luce del diritto di guerra latino. Non sar senza ragione dunque che proveremo ad interrogare i testi antichi, 3 focalizzando tuttavia lattenzione su unopera letteraria portatrice di una visione per forza di cose straniata.
Parlare di guerra giusta comporta un problema di semantica storica, di ricostruzione dei percorsi che hanno conferito a certi termini le valenze che sono loro attualmente attribuite. Cos M. Liverani nellIntroduzione a Guerra santa e guerra giusta dal mondo antico alla prima et moderna, StudStor XLIII (2002), 633-638. Tra i contributi presenti nella raccolta si veda in particolare A. Vanoli, Tra Platone e Ibn Khaldn: note sulla guerra giusta, 755-776. 2 Si veda N. Bobbio, Una guerra giusta? Sul conflitto del Golfo, Venezia 1991. 3 Noto uninteressantissima rilettura del motivo del bellum iustum (G. Rosati, Perseo e la guerra giusta nelle Metamorfosi di Ovidio, in P. Arduini et al. (a cura di), Studi offerti ad Alessandro Perutelli, II, Roma 2008, 445-453) a partire da un passo delle Metamorfosi ovidiane riguardanti le vicende del matrimonio tra Perseo e Andromeda; protagonista Fineo, promesso sposo della fanciulla poi sconfitto dalleroico
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ISSN 2036-587X

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Il Bellum civile di Lucano , come noto, un poema epico in dieci libri composto in et neroniana. Conosciuto col nome di Pharsalia da un passo in cui lautore parla della propria opera definendola la nostra Pharsalia (IX 985, con allusione ad un destino comune a Cesare e a Lucano), il poema ha come argomento lo scontro epocale tra Cesare e Pompeo che ha il suo culmine nella battaglia svoltasi sul campo tessalico di Farsalo. Descrivendo con processi di continuo spostamento dei fuochi i differenti stati danimo che accompagnano i due contendenti, i rispettivi eserciti e sostenitori, nonch latteggiamento di quanti scelgono di mantenere un profilo di relativa equidistanza, Lucano decide di porre al centro della riflessione propria e della corte neroniana, cui questa grandiosa saga era destinata, non una battaglia ma una guerra che aveva cambiato unintera epoca. Una guerra, per cos dire, totale che senza mezze misure il poeta definir come funus mundi, 4 funerale del mondo intero. 5 Con rara lucidit, infatti, lautore avverte la portata di un evento che sembra aver mutato inevitabilmente le sorti di Roma, costituendosi come un rigidissimo spartiacque. Tuttavia, il discorso per forza di cose tanto pi complesso dacch deve tenere conto dei rapporti intrattenuti dal poeta con il potere e con Nerone in particolare. Con affermazione paradossale ma scontata, Lucano ammetter lutilit delle guerre civili per una sorta di necessit provvidenziale della storia (Phars. I 33-37):
Quod si non aliam venturo fata Neroni invenere viam magnoque aeterna parantur regna deis caelumque suo servire Tonanti non nisi saevorum potuit post bella gigantum, iam nihil, o superi, querimur, scelera ista nefasque hac mercede placent.

Le guerre civili vengono rubricate come una tappa obbligata della storia disegnata dagli dei perch giungesse il regno di Nerone. Questo il senso di un discorso dettato dalla necessit encomiastica che dunque per tale ragione apparso paradossale a commentatori antichi e moderni, determinando unannosa querelle sul tono ed il reale intento da attribuire alla laus Neronis ospitata nel primo libro. 6 Tuttavia, laffermazione

uccisore della Gorgone, che, pentitosi della guerra ingaggiata al rivale, parla appunto di un iniustum bellum (paenitet iniusti tum denique Phinea belli). 4 Si tratta di un amaro commento del poeta (VII 617) suscitato dalla descrizione della morte eroica di Domizio, valente soldato pompeiano. 5 Allinterno del colloquio tra Bruto e Catone si parler invece di una mundi ruina (II 253), in cui ognuno agisce seguendo interessi personali (quemque suae rapiunt scelerata in proelia causae:/ hos polluta domus legesque in pace timendae, / hos ferro fugienda fames mundique ruinae / permiscenda fides, 251-254). Pi in generale, sulle immagini di dissoluzione universale che campeggiano ossessivamente nella Pharsalia, si veda C. Salemme, Lucano: la storia verso la rovina, Napoli 2002, in special modo 9 ss. tornato di recente a discutere delle problematiche connesse al dialogo tra Bruto e Catone F. Stok, Le passioni di Catone, in L. Landolfi - P. Monella (a cura di), Doctus Lucanus. Aspetti dellerudizione nella Pharsalia di Lucano, Bologna 2007, 151-167. 6 La bibliografia sullargomento per forza di cose vastissima. Rinvio dunque alla sintesi offerta da E. Narducci, Lucano. Unepica contro limpero, Roma-Bari 2002, 22 ss., cui andr proficuamente aggiunto F. Brena, Lelogio di Nerone nella Pharsalia: moduli ufficiali e riflessione politica, MD XX-XXI (1988), 133-145.

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giunge a chiusura di un ragionamento avviato fin dai primi versi dellopera e su questi converr dunque tornare. 7
Quis furor o cives quae tanta licentia ferri gentibus invisis Latium praebere cruorem!

Questo, secondo gli scoliasti, sarebbe stato il reale inizio del poema preceduto da un argumentum di sette versi composto da Seneca, insoddisfatto dallesordio troppo brusco del giovane nipote. 8 Al di l delle questioni di attribuzione, converr in prima battuta segnalare la forte allocuzione con cui Lucano si rivolge direttamente ai concittadini, tono certamente poco adatto al codice epico, ma che richiama da vicino lenfasi con cui il protagonista del settimo epodo oraziano si rivolge ad unassemblea di cives. Alla dura contestazione rivolta alloperato dei concittadini segue una motivazione che attrae il nostro sguardo: indegno del popolo latino offrire lo spettacolo del proprio sangue ai nemici (gentibus invisis). Come noto limmagine del versar sangue di quelle intorno a cui si raggruma una serie pressoch infinita di significati, ma fra tutti emerge naturalmente lidea del coraggio speso in battaglia profuso insieme al sangue. Se dunque nei versi in questione viene richiamato lo stereotipo del popolo bellicista, militarista ad oltranza, tuttavia nellespressione offrire sangue latino sembra di poter scorgere qualcosa di diverso: pare infatti campeggiare lidea di uno spettacolo inutile mentre ben altre battaglie andrebbero combattute. 9 E qui il discorso interno alla meditazione lucanea tocca un aspetto significativo dellideologia latina. 10 Nel pensiero del poeta neroniano la vacuit della guerra civile esasperata dal confronto con le vere guerre che andrebbero combattute. 11 Di qui il senso della dura allocuzione che ricorre ad un lemma certamente non neutro quale furor: come pensare ad una guerra civile quando altri fronti reclamano le attenzioni belliche dei romani? 12 Esiste una guerra giusta, sembra affermare Lucano e questa, non altra, andrebbe combattuta. Ma cosa doveva essere per Lucano una guerra giusta? Non vi alcun dubbio che uninterpretazione rigorosa del nesso bellum iustum rinviava, ancora in piena fase repubblicana, alle mitiche origini di Roma, ad uno dei tanti atti fondativi di riti e tradizioni smarriti nel labile confine tra mito e leggenda. La guerra
Nel convincimento, peraltro, che una loro attenta rilettura contribuisca a confermare lidea di un tono per nulla ironico e canzonatario da attribuire allelogio medesimo. Per uninterpretazione complessiva dei versi iniziali del poema rinvio a Narducci, Lucano, cit., 18 con ampia disamina delle fonti. 8 La questione stata definitivamente risolta da G.B. Conte rilevando non soltanto la coerenza dei primi sette versi con i successivi, ma, soprattutto, la ripresa di moduli presenti nellincipit dellIliade (G.B. Conte, La guerra civile di Lucano. Studi e prove di commento, Urbino 1988, 11-23). 9 Il tema della visione e dello spettacolo appare ricorrentemente nel poema lucaneo come testimonia M. Leigh, Lucan. Spectacle and engagement, Oxford 1997. 10 Per uno sguardo generale sulla guerra civile a Roma e sulla sua considerazione nel pensiero degli autori latini utile ancora P. Jal, La guerre civile Roma, Paris 1963. 11 Dinamica su cui riflette limitatamente al periodo compreso tra quarto e primo secolo a.C. I. Ramelli, La dialettica tra guerra esterna e guerra civile da Siracusa a Roma, in M. Sordi (a cura di), Il pensiero sulla guerra nel mondo antico, Milano 2001, 45-63. 12 Si noter pi oltre come in questa circostanza la voce di Lucano si levi alta per smentire le affermazioni virgiliane. NellEneide, infatti, Giove aveva predetto un futuro di perenne espansione della citt nascente (totum sub leges mitteret orbem, Aen. IV 231) bloccato invece dalle guerre civili. Tale aspetto appare ben colto da Narducci, Lucano, cit., 28 ss.
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definita giusta era quella articolata secondo la sequenza scandita dallantico rito dei feziali. 13 Istituito almeno secondo Cicerone (rep. II 17) e Livio (I 32, 6-14) 14 da Tullo Ostilio, questo rito prevedeva un rigido protocollo fondato sulla necessit di rendere legittimo ogni aspetto riguardante, in particolar maniera, lindizione del conflitto. Numerose testimonianze confermano la vitalit dello ius fetiale nel pensiero giuridico e nella prassi militare, bench, com facile aspettarsi, sia possibile rinvenire molti contesti bellici in cui esso viene disatteso. 15 Significativi soprattutto alcuni passi ciceroniani, che confermano fra laltro come esso fosse ancora nel primo secolo percepito quale istituto vivo e da rispettare. In rep. II 17, ad esempio, parlando dei primi provvedimenti di Tullo Ostilio, Cicerone ricorda:
Constituit ius, quo bella indicerentur, quod per se iustissime inventum sanxit fetiali religione, ut omne bellum, quod denuntiatum indictumque non esset, id iniustum esse atque impium iudicaretur.

Discorso ripreso poi allinterno di un ragionamento pi ampio nel terzo libro del de legibus dove, prescrivendo una serie di norme per i magistrati, afferma (III 3):
Imperia, potestates, legationes, cum senatus creverit populusve iusserit ex urbe exeunto, duella iusta iuste gerunto, sociis parcunto, se et suos continentes, populi sui gloriam gerunto, domum cum laude redeunto.

Bench in questo secondo passo non si faccia esplicito riferimento allo ius fetiale, appare fin troppo evidente come il nodo centrale del ragionamento ciceroniano poggi sulla considerazione del bellum iustum. Il prezioso duellum 16 adoperato in un contesto preciso (significativo il poliptoto iusta iuste) per indicare la guerra che viene condotta secondo regole consolidate.

13 Contributi specifici sullargomento sono: G. Dumzil, La religion romaine archaque, Paris 19742, 106 ss.; J. Scheid, La religion des Romains, Paris 1998, 90 ss.; L. Loreto, Il bellum iustum e i suoi equivoci, Napoli 2001; M. Sordi, Bellum iustum ac pium, in Ead. (a cura di), Guerra e diritto nel mondo greco e romano, Milano 2002, 3-11; A. Calore, Forme giuridiche del bellum iustum, Milano 2003, F. Zuccotti, Bellum iustum o del buon uso del diritto romano, RDR IV (2004), 1-63; Id. (a cura di), Guerra giusta? Le metamorfosi di un concetto antico, Milano 2003. Ampia trattazione adesso in F. Santangelo, The Fetials and their ius, BICS LVI (2008), 63-93. 14 Sul passo liviano si veda almeno B. Albanese, Res repetere e bellum indicere nel rito feziale (Liv. 1,32,5-14), ASGP XLVI (2000), 26 ss. In realt, sulla antichit della fondazione del sacerdozio le fonti sono in notevole disaccordo: sullargomento utile Sordi, Bellum iustum, cit., 4 ss. 15 Si veda a titolo desempio un passo di Livio (XLII 47) riguardante un episodio della terza guerra macedonica, di cui sono protagonisti alcuni legati romani che, di ritorno dalla Macedonia, dichiararono di avere ingannato il re proponendogli una falsa tregua grazie alla quale lesercito romano avrebbe avuto il tempo di riorganizzare lesercito in vista dello scontro (decepto per indutias et spe pacis rege). Da notare in proposito il giudizio pesantemente moralistico di Livio, il quale disapprova il compiacimento complessivo del senato per la saggia decisione, segnalando le voci dissonanti di alcuni tra i membri pi vecchi memori degli antichi costumi (vicit tamen ea pars senatus cui potior utilis quam honesti cura erat) e attribuendo tale abbrivio alla astuzie dei cartaginesi e dei greci, per i quali fallere hostem quam vi superare gloriosius fuerit. Del passo, come caso esemplare di mancato rispetto dello ius fetiale, si occupata M. Sordi, Bellum iustum, cit. 16 Che per Isidoro il termine originale da cui sarebbe poi derivato il pi comune bellum: bellum antea duellum vocatum eo quod duae sint partes dimicantium, vel quod alterum faciat victorem, alterum victum. Postea mutata et detracta littera dictum est bellum (Isid. orig. XVIII 1, 9).

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Quello che Cicerone non dice, non certo per reticenza quanto, piuttosto, per una evidenza fattuale, che la guerra deve essere una guerra vera, di offesa o di difesa ma sempre contro un nemico esterno. Nel ricco campionario di possibilit belliche che Roma aveva conosciuto e contemplato la guerra civile dunque rigettata fuori dai confini del possibile o, semplicemente, del teorizzabile. Significativo a tal proposito un ulteriore passaggio ciceroniano contenuto nuovamente nel de republica. In un passo frammentario del terzo libro, categoricamente Cicerone ammonisce (III 35):
Illa iniusta bella sunt, quae sine causa suscepta. Nam extra ulciscendi aut propulsandorum hostium causam bellum geri iustum nullum potest. Nullum bellum iustum habetur nisi denuntiatum, nisi indictum, nisi de repetitis rebus.

Se le affermazioni ciceroniane appaiono nette e senza possibilit di contemplare soluzioni alternative, risulta non del tutto peregrino recuperare il contesto in cui la citazione ci giunta. Si tratta di un passo di notevole estensione delle etymologiae di Isidoro da Siviglia, che ha per tema de bellis. 17 Introducendo ad un certo punto della riflessione il passo del de republica Isidoro cos commenta (XVIII 1, 2): 18
Quattuor autem sunt genera bellorum: id est iustum, iniustum, civile, et plus quam civile. Iustum bellum est quod ex praedicto geritur de rebus repetitis aut propulsandorum hostium causa. Iniustum bellum est quod de furore, non de legitima ratione initur.

Classificando la diversa natura dei conflitti che la cultura latina aveva in qualche misura elaborato, lo studioso, ancor prima di contestualizzare la definizione ciceroniana sulla guerra giusta, opera una a suo parere doverosa distinzione tra guerra giusta, ingiusta, civile e pi che civile. Ora, se appare evidente come le quattro differenti tipologie siano disposte in una sorta di climax ascendente che va dal per cos dire praticabile allimpraticabile, pare opportuno segnalare come il criterio distintivo della correttezza delle procedure belliche non consenta nessuna giustificazione del bellum civile. Isidoro, che poco oltre operer una ancor pi minuta differenziazione tra le varie tipologie di guerra, distinguendo ulteriormente tra interna, externa, servilia, socialia, piratica, elimina del tutto il bellum civile. Il conflitto civile, infatti, fuori da ogni forma di comprensione, e, nella forma di un male assoluto, non pare potersi porre sotto lo scudo di una qualche giustificazione umana oltre che giuridica. Nondimeno, anche per questi vertici in negativo Isidoro tenta una distinzione (XVIII 1, 3-4):
Civile bellum est inter cives orta seditio et concitati tumultus, sicut inter Syllam et Marium, qui bellum civile invicem in una gente gesserunt. Plus quam civile bellum est ubi non solum cives certant, sed et cognati; quale actum est inter Caesarem et Pompeium, quando gener et socer invicem dimicaverunt.
17 Note essenziali nella nuova edizione a cura di J. Cant Llorca, Isidorus Hispalensis, Etymologiae XVIII, Paris 2007, 49 ss. 18 Sul passo in relazione alla citazione ciceroniana e, in particolar modo, alla sua estensione molto problematica si vedano L. Loreto, Il bellum iustum e i suoi equivoci: Cicerone ed una componente della rappresentazione romana del Vlkrrecht antico, Napoli 2001, 27-33 e M. Morandini, Tra Angelo Mai e Isidoro di Siviglia, il bellum iustum nel De re publica di Cicerone, in A. Valvo - G. Manzoni (a cura di), Analecta Brixiana, Milano 2004, 155-170. Utilissime per le considerazioni riportate le pagine, dedicate alla presenza di Cicerone in Isidoro, di F. Gasti, Cicerone in Isidoro: a margine di etym. 11, 1, 39, VChr L (1996), 387-400.

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Non penso sussistano dubbi sul fatto che dietro questa definizione vi sia una considerazione attenta del poema lucaneo. 19 Significativo in questo senso risulta laccenno allespressione plus quam civile, 20 nesso che rinvia inequivocabilmente al primo verso della Pharsalia. Peraltro, il riferimento in successione ai conflitti tra Mario e Silla e tra Cesare e Pompeo sembra recuperare quella concatenatio tra i vari episodi del conflitto civile che Lucano aveva messo in evidenza, fino a farne una chiave interpretativa dellintero poema. 21 La guerra civile una guerra che nasce tra cittadini, mentre la guerra plus quam civile quella che identifica il nemico in un congiunto. Rimane sotteso al discorso di Isidoro quello che Cicerone aveva gi espresso chiaramente, che cio tale tipo di conflitto non pu in alcun modo trovare forme di comprensione. Ma proprio la citazione isidoriana, quel suo ricorrere ad un nesso, cos, verrebbe da dire, lettarariamente connotato, ha il pregio di ricondurre il dibattito sulle vere guerre, meritevoli di essere combattute, allinterno del poema lucaneo, esattamente, anzi, da dove avevamo preso le mosse. Andiamo con ordine. Lucano denuncia intanto tutto il proprio sdegno per la guerra plus quam civile, che considera come un male universale, talmente grande lo si gi detto da sconvolgere il mondo intero, il suo ordine cosmico (certatum totis concussi viribus orbis / in commune nefas, I 5-6). E forse, verrebbe da pensare, la natura profonda di quellessere plus quam, fuori cio da ogni termine di confronto e paragone poggia anche su questo, sulla sua pervasivit totalizzante. Nessun territorio, nessun popolo, nulla pu dirsi esente dalla contaminazione infestante che questo bellum plus quam civile ha recato. Tuttavia, le motivazioni lucanee si spingono oltre, mostrando anche sul piano del diritto linutilit, la nullit anzi del conflitto. La guerra civile non avrebbe dovuto esistere e non solo perch essa ha comportato lassunzione di un modello rovinoso come il delitto del proprio congiunto, valido e proficuo per una tragedia ma non certo per una pagina della storia romana dalle lunghe ricadute, ma perch altre guerre avrebbero meritato desser condotte. Laffermazione potr sembrare a prima vista ingenua, oltre che autocontraddittoria. Nondimeno, andr notato come dietro di essa vi sia un pensiero dal

19 Questo sguardo allopera del nipote di Seneca sembra il frutto di un interesse determinato. La Pharsalia, infatti, pur nella sua dimensione di poema epico pare avere assunto a pieno titolo lo status di trattazione storica autorevole del conflitto tra Cesare e Pompeo e della degenerazione della politica di Roma sullo scorcio della repubblica. A proposito della presenza autorevole di Lucano nellopera di Isidoro baster considerare il numero elevatissimo di citazioni che risultano pi di quaranta. 20 La conferma dellimportanza del nesso si ha anche da un passo di Floro, dove, a proposito del conflitto nascente tra genero e suocero, cos si dice: Caesaris furor atque Pompei urbem Italiam, gentes nationes, totum denique qua patebat imperium quodam quasi diluvio et inflammatione corripuit, adeo ut non recte tantum civile dicatur, ac ne sociale quidem, sed nec externum, sed potius commune quoddam ex omnibus et plus quam bellum (Flor. epit. II 139). 21 Daltra parte nella stessa sezione de bellis compaiono ben due citazioni tratte dalla Pharsalia (II 151 e II 150) che confermano la netta influenza di Lucano sul pensiero di Isidoro. Andr tuttavia precisato che la presenza di Lucano potrebbe essere filtrata fino ad Isidoro attraverso la mediazione di altri pensatori, come, ad esempio, Agostino, la cui opera de civitate Dei dovette costituire per i temi trattati soprattutto nel quarto libro un sicuro punto di riferimento. Delle concatenationes della storia mi sono occupato in La parola e la guerra. Rappresentazioni del bellum civile nella Pharsalia di Lucano, Bologna 2005, centrando lattenzione sulla tessitura della trama del poema che degna di una singolare considerazione le guerre civili che Roma conobbe e le loro connessioni strutturali.

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sicuro radicamento in una matura riflessione non soltanto storiografica. 22 Probabile infatti che tra le fonti di Lucano, lopera perduta del nonno Seneca il Vecchio in primis, tale idea avesse avuto pi di un cenno, 23 come pure il settimo epodo oraziano conferma. Nel testo di Orazio veniva infatti denunziato lo spettacolo ignobile del sangue latino versato a fiotti non gi per abbattere definitivamente le rocche dellinvidiosa Cartagine (non ut superbas invidae Carthaginis / Romanus arces ureret, 5-6) o perch i Britanni, finalmente domati, percorressero incatenati la via Sacra (intactus aut Britannus ut descenderet / Sacra catenatus via, 7-8), ma perch si compisse il desiderio dei Parti di vedere i Romani morire per loro stessa mano (sed ut secundum vota Parthorum sua / urbs haec periret dextera, 910). 24 Forte di queste riflessioni, Lucano prende dunque rigidamente posizione. Meglio sarebbe stato volgersi ad Oriente, dove il cadavere di Crasso rimasto insepolto gridava vendetta (vv. 10-12):
Cumque superba foret Babylon spolianda trophaeis Ausoniis umbraque erraret Crassus inulta, bella geri placuit nullos habitura triumphos?

Quella sarebbe stata una guerra da preferire ad episodi destinati a rimanere senza trionfi (bella geri placuit nullos habitura triumphos, 12), dal momento che triumphus de bellis civilibus non refertur. 25 Non mancavano in alternativa altri fronti da perseguire (vv. 13-20):
Heu, quantum terrae potuit pelagique parari hoc quem civiles hauserunt sanguine dextrae, unde venit Titan et nox ubi sidera condit quaque dies medius flagrantibus aestuat horis et qua bruma rigens ac nescia vere remitti astringit Scythico glacialem frigore pontum! Sub iuga iam Seres, iam barbarus isset Araxes et gens si qua iacet nascenti conscia Nilo.

Andr ad esempio ricordato come il tema dellallargamento delle frontiere trovi nuove sollecitazioni in et augustea, quando alla riflessione sulla conquista di nuovi spazi fino ai confini estremi del mondo si affiancher quella della qualificazione di queste nuove parti allinterno di un tessuto unitario. Su tali problematiche offre una lettura imprescindibile C. Nicolet, Linventario del mondo. Geografia e politica alle origini dellimpero romano, tr. it., Roma-Bari 1989. 23 Sia pur in mancanza di testimonianze dirette si pu tuttavia ipotizzare che anche Livio accreditasse una lettura di tal genere. Una conferma viene da unanalisi recente di Emanuele Narducci (Osservazioni sui rapporti tra Lucano e le sue fonti storiche, in A. Casanova - P. Desideri (a cura di), Evento, racconto, scrittura nellantichit classica, Firenze 2003, 165-180), che con il consueto acume ripercorre i versi proemiali della Pharsalia dimostrando con argomenti probanti come dietro alcune scelte stilistico-formali (su tutte limpiego ricorrente del poliptoto) e contenutistiche sia ragionevolmente ipotizzabile la presenza dellopera liviana. Tra le prove addotte dallo studioso vi un passo della Vita di Pompeo di Plutarco (Pomp. 70, 2) straordinariamente sintonico con le affermazioni proemiali. E non impensabile che, pur in un rapporto di dipendenza di Plutarco dallopera di Asinio Pollione, in questo caso lo scrittore di Cheronea si sia servito, bench non in maniera esclusiva, di Livio, come peraltro accertato per la Vita di Cesare. 24 Sullepodo si veda laccuratissimo commento di A. Cavarzere, Orazio. Il libro degli epodi, Venezia 1992, 162-167. 25 Cos le Adnotationes super Lucanum ad loc. (cfr. I. Endt, Leipzig 1909, 6); ma vedi anche i Commenta Bernensia (H. Usener, Leipzig 1869, 11): ex civibus parta victoria triumphos habere non potuit. Bellum aut gloriae causa fit aut necessitate. In effetti, gi Gellio (V 6, 21) ammonisce: ovandi ac non triumphandi causa est, cum aut bella non rite indicta neque cum iusto hoste gesta sunt.
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Singolari questi versi che, mentre appaiono contraddistinti da erudizione geografica, sembrano proporre in un contesto per forza di cose straniato una geografia delle conquiste. 26 Dove nasce il sole e dove la notte copre le stelle, dove ribolle il mezzogiorno e dove infine linverno pi rigido stringe in una morsa ghiacciata il mare della Scizia, ogni luogo, da est ad ovest, da sud a nord costituiva per i Romani terra di conquista. Ed ancora i Seri, da identificare con i Cinesi, 27 gli Armeni, il cui suolo solcato dal fiume Arasse, gli abitanti del Nilo: tutti territori verso cui si sarebbe potuta volgere proficuamente una voglia di conquista, imperiosa s, ma sana. E legittima. Tutto al contrario di quanto invece scelto, guerre, cio, senza trionfo e di cui, di conseguenza, dolersi dal momento che quel sangue versato avrebbe potuto essere efficacemente speso per nuove conquiste (dolendum est de vobis et merito cum per hanc sanguinis effusionem infinitum terre posset adquiri). 28 Le due sequenze appena riportate sembrano costituire un esempio perfetto di quanto Cicerone prima, Isidoro dopo teorizzano. In entrambi i casi si tratta infatti di guerre giuste, perch i nemici stessi sono nemici giusti. Il primo esempio la guerra contro i Parti appare infatti quello che Cicerone e Isidoro contemplerebbero come legittima guerra di vendetta (extra ulciscendi causam bellum geri iustum nullum potest). La dolorosa e plateale morte di Crasso, la conseguente perdita delle insegne rientrerebbe anzi in un palese esempio di ci che Isidoro definiva de rebus repetitis (dove si pu forse scorgere unallusione alla pratica della clarigatio). Nondimeno, un discorso analogo si pu fare per il secondo scenario prospettato, quello, cio, di un ampio panorama di popoli su cui riversare unaltrettanto legittima voglia di guerra. Sciti, Seri, Egizi sarebbero solo alcuni dei popoli che meriterebbero lattenzione bellica dei Romani. Si potrebbe peraltro affermare che, trattandosi almeno in alcuni casi di nazioni per cos dire liminari, la necessit di respingere minacce incombenti giustificherebbe ancor di pi le ragioni della guerra. Credo che appaia dunque chiaro come quella lucanea sia una ricostruzione attendibile fondata su uninterpretazione della storia tutta interna al pensiero latino. Un modo dallinterno per segnalare quanto di sbagliato vi fosse nella deriva che la politica tardo repubblicana aveva preso. Daltra parte, una tradizione di pensiero ormai inveterata sembrava sollecitare verso questa interpretazione. Si pensi in particolare alla fortuna rivestita dal motivo della guerra contro i Parti, motivo assolutamente rituale nella topica tardo repubblicana e del primo impero, 29 che aveva ricevuto come un sigillo nellEneide di Virgilio, il poema che come noto offre a Lucano la possibilit di costruire per antifrasi la sua personale interpretazione della storia. 30 Nella chiusa del settimo libro Giunone decide di forzare gli eventi di guerra spalancando le porte del tempio di Giano; spiegando che questa abitudine romana era
Cosa che sembra aver intuito Arnolfo di Orlans, il quale cos commenta nelle sue Glosule super Lucanum (edid. B.M. Marti, Roma 1958): SUB IUGA IAM SERES probata de istis partibus quod possent adquiri. 27 Anche se Lucano non sa bene dove essi vivano (cfr. X 292 in cui i Seri sono posti tra i popoli toccati dal Nilo. Il passo del decimo libro ottimamente commentato da E. Berti, M. Annaei Lucani. Pharsalia liber X, Firenze 2000, 228). 28 Cos Arnolfo ad loc. 29 Argomento studiato da A. Barzan, Roma e i Parti tra pace e guerra fredda nel I secolo dellimpero, in Sordi (a cura di), La pace nel mondo antico, cit., 211-222. 30 Rinvio alle considerazioni di Narducci, La provvidenza crudele. Lucano e la distruzione dei miti augustei, Pisa 1979.
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gi propria dei popoli latini Virgilio enumera una serie di scenari di guerra, tra i quali spiccano i Parti, nemico storico dei romani (VII 601-606):
Mos erat Hesperio in Latio, quem protinus urbes Albanae coluere sacrum, nunc maxima rerum Roma colit, cum prima mouent in proelia Martem, siue Getis inferre manu lacrimabile bellum Hyrcanisue Arabisue parant, seu tendere ad Indos Auroramque sequi P a r t h o s q u e r e p o s c e r e s i g n a .

Appare evidente che nel contesto di una ricostruzione delle origini le allusioni a fatti molto pi tardi si giustificano come un atto di omaggio ad Augusto, omaggio che anticipa la consacrazione presente nella descrizione delle scene effigiate nello scudo di Enea tra le quali, in posizione centrale, campeggia appunto Augusto trionfatore (VIII 671 ss.). Su questa strada possiamo dunque avviarci a concludere. Virgilio (e sulla sua scia successivamente Livio) esprime il sentimento collettivo dei Romani ritenendo che dopo le guerre civili Roma sembra nascere ad una nuova grandezza. 31 Avallando lidea di eternit della citt fondata dagli esuli Troiani e della sua missione civilizzatrice egli, pur a denti stretti, fornisce una giustificazione delle guerre civili percepite come un momento di passaggio doloroso ma necessario. Nei versi di Lucano emerge invece un tono cupamente pessimistico. Lunica guerra che poteva essere considerata parte di una missione civilizzatrice era una guerra giusta. Non c missione civilizzatrice, non c progresso, invece, nelle guerre civili. La guerra, la guerra giusta, rientra su un piano di costruzione di senso, fa parte di un progetto. Non cos la guerra civile. Affermazione che conduce al discorso paradossale di pervenire al bellum civile come ultima risorsa solo dopo avere piegato ogni angolo del mondo alle leggi di Roma (vv. 20-23):
Tum, si tantus amor belli tibi, Roma, nefandi, totum sub Latias leges cum miseris orbem, in te verte manus, nondum tibi defuit hostis.

Di qui lidea che i versi di Lucano manifestino al di l di ogni dubbio o convenzione di genere un pensiero politico, magari non del tutto maturo ma tuttavia significativo. Con lo spostamento dei fuochi che si realizzato scegliendo di passare da un nemico esterno ad uno interno si compiuto un evidente segno dellimminente crollo di Roma: la citt eterna avrebbe dovuto continuare a conquistare il mondo espandendo civilt e invece crolla su se stessa, combattendo guerre destinate a restare senza trionfi. Bene ha fatto allora Catone, scegliendo la via della repubblica, tentando di mantenere le proprie mani pure dalle contaminazioni del bellum civile. 32
Cfr. J. Brisset, Les ides politiques de Lucain, Paris 1964, 29. Cfr. ad es. quanto affermato da Seneca in prov. II 10 a proposito della spada di Catone: ferrum istud, etiam civili bello purum et innoxium, bonas tandem ac nobiles edet operas. Sul mito del personaggio Catone nella letteratura della prima et imperiale utile tuttora P. Pecchiura, La figura di Catone Uticense nella letteratura latina, Torino 1965; si veda anche R. Goar, The legend of Cato Uticensis from the first century B.C. to the fifth century A.D., Bruxelles 1987. Sul passo del de providentia, molto analizzato dalla critica, tornata di recente R. DeglInnocenti Pierini, Dedalo, Catone e uneco ovidiana (met. 8, 185 s.) in Seneca (prov. 2, 10), Maia
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Alfredo Casamento, Guerra giusta e guerra ingiusta nella Pharsalia di Lucano

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Per gli altri, per il poeta in particolare, ci che rimane il lamento accorato, destinato a restare senza ascolto.
Universit degli Studi di Palermo Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo alfredo.casamento@virgilio.it on line dal 23.05.2010

Alfredo Casamento

LIV (2002), 19-26 ora in Ead., Il parto dellorsa. Studi su Virgilio, Ovidio, Seneca, Bologna 2008, 131-138, scorgendovi interessanti allusioni alla versione della storia di Dedalo narrata da Ovidio.

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MARCO VINCI

Il decreto di Eleutherna e la datazione dei documenti teii di asylia


1. Introduzione
Nella prima edizione della Ancient Cambridge History W.W. Tarn, trattando dei mutamenti sociali dellet ellenistica, enumerava tutta una serie di misure adottate dalle comunit greche nellottica di [] un accresciuto senso di umanit cui faceva riscontro laccresciuta avversione per la guerra e le sue leggi, sentimento naturale dopo le grandi lotte dei Diadochi.1 Tale idilliaca interpretazione suscit la reazione di M. Rostovtzeff per il quale la guerra rimaneva crudele e spietata come era sempre stata.2 I nuovi provvedimenti in questione contemplavano creazione di leghe, ampio uso dellarbitrato e, primi fra tutti, trattati interstatali di nuova concezione in base ai quali citt e santuari venivano riconosciuti sacri ed immuni dal saccheggio ( , ). La pratica, che assunse la denominazione di , si configur originariamente come garanzia di inviolabilit delle propriet allestero opponendosi cos al diritto comunemente riconosciuto ai cittadini di uno stato di depredare in caso di guerra gli appartenenti a comunit straniere rivali. La nozione si applic sin dallinizio agli ambasciatori, agli atleti che transitavano in un territorio straniero per recarsi ai giochi o a quanti per ragioni personali o di pubblica utilit godevano di simile immunit. Di qui il concetto si svilupp fino a venire applicato a luoghi, e in particolare a templi ma anche a intere citt o stati, accompagnandosi spesso alla concessione dellimmunit personale ( ). I rapporti interstatali di asylia ci sono testimoniati soprattutto per via epigrafica tanto che si sentita lesigenza, sin dai primi decenni del secolo scorso, di approntare studi e repertori sistematici sullargomento, ripreso e approfondito anche in anni pi recenti.3
Devo la realizzazione di questo studio alla cortesia e generosit di Charles Crowther (Oxford University) e di tienne Famerie (Universit de Lige) i quali mi hanno dispensato utili consigli e suggerimenti nonch fotografie del materiale epigrafico. Naturalmente la responsabilit delle tesi esposte interamente mia. Per sillogi e corpora epigrafici si adottano le abbreviazioni del Diccionario Griego-Espaol (DGE), anche on line: <http://www.filol.csic.es/dge/lst/2lst3.htm>. 1 W.W. Tarn, Macedonia and Greece, in CAH, VII, Cambridge 1928, 197-223, 211 (trad. it. Storia del mondo antico, V, Torino 1975, 625). 2 M. Rostovtzeff, The Social and Economic History of the Hellenistic World, Oxford 1941, 1360 (trad. it. Storia economica e sociale del mondo ellenistico, I-III, Firenze 1966, I, 197). 3 Linteresse degli studiosi nei riguardi dellasylia era emerso gi durante il XIX sec. come dimostrano alcuni pioneristici lavori, ma il primo vero studio organico fu approntato da E. Schlesinger, Die griechische Asylie, Gieen 1933, 53-68 che ammette una sostanziale differenza tra asylia territoriale e asylia personale. Lopera pi aggiornata sullargomento senza dubbio lottimo libro di K.J. Rigsby, Asylia.

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ISSN 2036-587X

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Fra i documenti epigrafici pi interessanti di epoca ellenistica figura sicuramente la serie di iscrizioni rinvenute a Teos attestanti la concessione di asylia da parte di diverse comunit elleniche.4 Il gruppo pi numeroso e noto, anche perch tuttoggi in parte conservato, riguarda la fitta rete di relazioni diplomatiche che intercorse tra la citt anatolica ed alcune poleis di Creta, note nellantichit per essere particolarmente dedite alla pratica della pirateria.5 I decreti cretesi finora rinvenuti sono in tutto ventisei; essi vengono distinti in base alla cronologia invero ancora oggi motivo di disaccordo tra gli studiosi in due serie, comprendenti rispettivamente diciassette e nove documenti. Ai rescritti cretesi si devono aggiungere quattro iscrizioni relative ad alcune popolazioni della Grecia centrale (Asylia 132-135) un decreto probabilmente di Cnido (Asylia 158) e uno che riguarda la concessione di inviolabilit da parte di Roma (Asylia 153).

2. Storia editoriale e recupero materiale


Ai fini archivistici le iscrizioni vennero incise sulle pareti del tempio di Dioniso che nella citt godeva di un culto particolarmente sentito anche in forza della progressiva affermazione, tra III e II sec. a.C., della potente corporazione artistica dei dionisiaci, che elessero Teos come loro residenza ufficiale.6 Nel corso dei secoli il santuario and in rovina e i blocchi murari vennero sparsi e riutilizzati per la costruzione di edifici e monumenti nei vari villaggi circostanti, soprattutto Sigaik, lantico porto di Teos.7 La preservazione dalloblio di tali importanti reperti fu dovuta allo zelo di alcuni viaggiatori che tra il XVIII e il XIX secolo ne realizzarono delle trascrizioni, primo fra tutti il botanico W. Sherard, console britannico a Smirne tra il 1703 e il 1716.8 Le copie di Sherard furono pubblicate nel 1728 da E. Chishull9 e nel 1843 costituirono la base del Corpus di A. Boeckh (CIG II, 3045-3058). Le trascrizioni di Sherard-Chishull risulteranno per imprecise pare che Sherard avesse problemi alla vista, soprattutto dopo il tramonto tanto che si sent lesigenza di una nuova edizione curata nel 1870 da W.H. Waddington sulla base delle trascrizioni e dei calchi che Ph. Le
Territorial Inviolability in the Hellenistic World, Berkeley-Los Angeles-London 1996, 19-20 che segue la distinzione di Schlesinger ma contempla tuttavia documenti che combinano insieme asylia territoriale e personale. Molto ricco di spunti anche il lungo articolo di B. Bravo, Slan. Reprsailles et justice prive contre des trangers dans les cits grecques. tude du vocabulaire et des institutions, ASNP X, 3 (1980), 675-987. 4 Da qui in poi ci si riferir alle iscrizioni seguendo la numerazione adottata da Rigsby, Asylia, cit., 280-325, nrr. 132-161. 5 Ph. Gauthier, Symbola: les trangers et la justice dans les cits grecques, Nancy 1972 e P. Brul, La piraterie crtoise hellnistique, Paris 1978 vedevano nella pirateria lesclusiva motivazione delle richieste di asylia da parte dei Teii. Oggi gli studiosi non sono cos certi di ci e adducono altre cause; per una discussione cfr. Rigsby, Asylia, cit., 22-25 e K. Kvist, Cretan Grants of Asylia: Violence and Protection as Interstate Relations, C&M LIV (2003), 185-222, 198-207. 6 Sui rapporti tra i Technitai e la citt di Teos cfr. S. Aneziri, Die Vereine der dionysischen Techniten im Kontext der hellenistischen Gesellschaft. Untersuchungen zur Geschichte, Organisation und Wirkung der hellenistischen Technitenvereine, Stuttgart 2003, 90-96; anche J.R. Strang, The City of Dionysos: a Social and Historical Study of the Ionian City of Teos, (A dissertation submitted to the Faculty of the Graduate School of the State University of New York at Buffalo in partial fulfillment of the requirements for the degree of Doctor of Philosophy), 2007, 247-305. 7 Cfr. Strang, The City of Dionysos, cit., 51. 8 Sulla figura di W. Sherard cfr. . Famerie, Papiers de Sherard, copies de Hochepied, schedae de Duker: contribution lhistoire des copies manuscrites des inscriptions de Tos, Chiron XXXVII (2007), 65-88, 68, n. 14. 9 In Antiquitates Asiaticae Christianam aeram antecedentes, ex primariis monumentis Graecis descriptae, Latine versae, notisque & commentariis illustrata, Londini 1728, 102-138.

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Bas, nel frattempo prematuramente scomparso, aveva realizzato durante il suo viaggio in Asia Minore nel biennio 1843-1844 (LW 60-85).10 Il recupero materiale delle pietre contenenti parte dei decreti di Teos fu dovuto invece alla cura di Frederick Temple Hamilton-Temple-Blackwood, primo marchese di Dufferin e Ava il quale nel corso di una crociera nel Mediterraneo durante il 1859 aveva letteralmente fatto incetta di iscrizioni da lui poi custodite nellala ovest di Clandeboye House (Contea di Down), sua residenza irlandese, dove tuttoggi si trovano (fig. 1).11 La collezione fu vista nel marzo del 1897 da J.P. Mahaffy il quale, sperando di trovare qualche testo inedito, fu deluso nelle aspettative trattandosi di testi gi pubblicati. Lo studioso irlandese appur che le iscrizioni raccolte si dividevano in due gruppi principali: il primo era costituito da cinque lastre di marmo grigio-azzurro in ottimo stato di conservazione (fig. 2), contenenti ben quindici decreti teii concernenti la concessione di asylia da parte di alcune citt cretesi (Asylia 136-140; 147-157);12 il secondo constava di unalta stele che elencava i donativi di privati cittadini per il teatro di Iasos (LW 252-268; 270-272).13 A Mahaffy non rimase altro da fare che rendere nota la nuova ubicazione delle iscrizioni sia per evitare che esse venissero invano ricercate nei luoghi dorigine sia per fugare qualsiasi dubbio di lettura ed interpretazione.14 Cinque anni pi tardi J. Ward, in un libro dedicato a Lord Dufferin, descrisse in poche righe le circostanze in cui le pietre di Teos furono da costui recuperate: pare che diverse lastre fossero state impiegate come sedili nellhamam di Sigaik tanto che il diplomatico britannico, secondo un accordo con i capi del villaggio, dovette rimpiazzarle con nuovi blocchi suscitando per le rimostranze delle donne del luogo che attribuivano alle antiche pietre speciali virt.15 Tuttavia nonostante i buoni propositi di Mahaffy e le successive visite di epigrafisti, anche in anni pi recenti, a Clandeboye House 16 lesistenza materiale di circa met dei decreti teii visti e copiati nei secoli scorsi sembra un dato non ancora del
Per la storia editoriale dei decreti cfr. i pochi accenni in Rigsby, Asylia, cit., 292, n. 43 e pi estesamente Famerie, Papiers, cit., 68-71; sullattivit di Ph. Le Bas in Asia Minore cfr. J.E. Sandys, A History of Classical Scholarship, I-III, Cambridge, 1903-1908, III (1908), 264-265. 11 Ch. Crowther, Lord Dufferins grand tour and the collection of Greek inscriptions at Clandeboye, JAC IX (1994), 14-32, 16-18. Le date e le notizie riportate da Crowther in merito alla spedizione di Lord Dufferin si ricavano dal diario di viaggio di questultimo. 12 Da questelenco va escluso Asylia 153, ovvero il decreto dei Romani. 13 J.P. Mahaffy, Greek Inscriptions at Clandeboye, in The Athenaeum, 3630 (22 May 1897) 688-689; ripubblicato in AJA I, 4-5 (1897), 417-418. 14 Ibid., 689 (AJA, 418): Though the pleasure of publishing these texts has been forestalled by Le Bas, it is yet a matter of great interest that their present home should be known. New travellers may otherwise waste their time in searching for them at Teos or Iasos, and, in any case, any new edition of the Corpus ought to contain a note as to the whereabouts of the originals, by which any doubts regarding Le Bass readings may be settled by an appeal to the present most courteous owner. 15 J. Ward, Greek Coins and their Parent Cities, London 1902, 323-325; 348-349; la localizzazione di Ward che parla di Turkish bath concorda perfettamente con quella di Le Bas che vide molte iscrizioni Dans le bain de Sghedjik e prima ancora con la descrizione di J.K. Bailie, Fasciculus inscriptionum, graecarum potissimum, Dublinii-Londinii 1846, 128-129 che vide la lastra contenente alcuni decreti (Asylia 136-139) in apodyterio juxta parietem jacente in vico Turcico Siyadjek e considerevolmente deturpata in quanto adattata ad usus balnearios. 16 La collezione di Lord Dufferin fu visionata nellestate del 1984 da W. Blmel interessato per solamente alle iscrizioni di Iasos che di l a poco avrebbe pubblicato (Die Inschriften von Iasos, Bonn 1985); Ch. Crowther realizz fotografie e calchi, come egli stesso ammette (vd. Lord Dufferins grand tour, cit. 24, n. 34).
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tutto acquisito dalla critica passata e odierna.17 Oltre ai blocchi custoditi in Irlanda del Nord si devono segnalare come superstiti altre iscrizioni: due sono state recuperate dalla missione archeologica francese a Teos nel 1924 (Asylia 160-161);18 un terzo blocco, oggi custodito nel museo di Smirne, comprende la seconda parte del decreto 140 e i decreti 141-143.19

3. I decreti delle citt cretesi: peculiarit


Proprio uno dei decreti salvati da Lord Dufferin costituisce loggetto del presente contributo (fig. 3). Si tratta della lettera inviata dagli abitanti di Eleutherna (Asylia 149), citt situata nella parte centro-settentrionale di Creta. Il testo delliscrizione il seguente:
vacat vacat [ [ [ [ ] ] ] ]

Alcuni studiosi tacciono al riguardo o addirittura credono che i blocchi siano quasi del tutto andati perduti; ad es. gi a suo tempo F. Blass (GDI 5165): Jetzt sind die Steine zerstreut und zum Theil wohl noch erst zu entdecken; Rigsby, Asylia, cit., 290, n. 42 quando accenna ad un confronto paleografico si rif agli apografi di Le Bas piuttosto che agli originali dei quali, come egli stesso mi ha confermato, non aveva conoscenza; Kvist, Cretan Grants of Asylia, cit., 190 sostiene di aver visto diversi blocchi inscritti inseriti nella cinta muraria di Sigaik pur se Quite a large number of the blocks seen and copied by scholars of the eighteenth and the nineteenth century are now lost; anche . Famerie mi ha rivelato che prima della mia segnalazione non sapeva dellesistenza di Clandeboye House. 18 A. Laumonier - Y. Bquignon, Fouilles de Tos (1924), BCH XLIX, 1 (1925), 281-321, 299305, tavv. X-XI. Gli scavi dellcole Franaise dAthnes diedero vita alla prima vera e propria esplorazione sistematica del sito dopo anni di indagini puramente superficiali. 19 Questo blocco venne gi visto al museo di Smirne da A. Wilhelm, Recensione a C. Michel, Recueil dinscriptions grecques, GGA CLX (1898), 201-235, 216-217; cfr. L. Robert, Hellenica: Recueil dpigraphie, de numismatique et dantiquits grecques, I-XIII, Amsterdam-Paris, 1940-1965, I (1940), 118, n. 4; devo la segnalazione bibliografica a . Famerie mentre per la fotografia del decreto ringrazio Ch. Crowther.

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(Decreto) degli Eleuternii / Poich i Teii, essendo per mezzo dei (loro) antenati (nostri) amici e parenti, / hanno inviato presso di noi un decreto / e degli ambasciatori, Apollodoto e Colote, i quali, / giunti innanzi alla (nostra) assemblea, / pronunciarono belle e memorabili parole / sia sullamicizia e la parentela esistente / con loro sia su altre cose riguardanti / il dio e la consacrazione della citt e della regione, / avendo essi dato un resoconto conformemente / alle disposizioni registrate nel decreto / di custodire lamicizia e la benevolenza e / di essere complici di un qualche bene e di accrescere / ancor di pi le cose suddette, nello stesso senso ci esort / il rodio Agesandro figlio di Eucrate ambasciatore / inviato da parte del re Antioco per la composizione / del conflitto, per nulla e in alcun modo privo di zelo / e di sollecitudine. Parimenti (fece) anche / Perdicca il quale fu inviato dal re Filippo. / Decretino i cosmeti e la citt degli Eleutherni / di rispondere ai Teii (nostri) amici e congiunti / che noi onoriamo ci che concerne Dioniso e / accogliamo con affetto e lodiamo il vostro popolo / perch essi si sono comportati bene, sacralmente e / gloriosamente nei confronti del dio / non solo osservando / ci che dai loro antenati avevano ricevuto ma anche accrescendolo molto di pi. / Per tali cose anche da parte nostra / si accordano privilegi e onori al dio e ai Teii / e dichiariamo sacri e inviolabili la loro citt / e il loro territorio e tenteremo di assisterli nella loro crescita.20

Liscrizione rientra nel gruppo della prima serie, cio la pi antica, e presenta uno schema che segue un periodare standardizzato simile per quasi tutti i trattati. Dopo la formula di saluto (ll. 2-4) gli Eleutherni rammentano le richieste da parte dei Teii i quali precedentemente avevano inviato presso di loro un decreto e due ambasciatori, Apollodoto e Colote (presenti in tutti i decreti della prima serie), attraverso cui hanno sancito i rapporti di e tra le due citt;21 viene altres menzionata la consacrazione di Teos e della sua regione a Dioniso, patrono della citt.22 A perorare la causa della polis ionica erano intervenuti anche due ambasciatori esterni, il rodio Agesandro e il macedone Perdicca, ripettivamente a nome di Antioco III e di Filippo V (ll. 5-19). bene sin da ora evidenziare che questa lunica iscrizione fra quelle pervenute che menziona congiuntamente i nomi dei due diplomatici esterni che invece singolarmente considerati appaiono in altri decreti: oltre ad Eleutherna Perdicca

Traduzioni in francese di quasi tutti i decreti teii si trovano in E. Egger, tudes historiques sur les traits publics chez les Grecs et chez les Romains, Paris 1866, 260-282 (per Eleutherna in particolare, 271); lo stesso Lord Dufferin esegu le traduzioni in inglese dei decreti di Eleutherna e Polyrrhenia (Asylia 137) pubblicate in Ward, Greek Coins, cit., 448-449; traduzioni parziali in francese di tutte le iscrizioni anche in O. Curty, Les parents lgendaires entre cits grecques, Genve 1995, 89-102. 21 Per le occorrenze nei decreti cretesi del termine , a cui talvolta si alterna , cfr. Curty, Les parents, cit., 103-106. 22 Dato che la comunit internazionale degli artisti di Dioniso aveva sede a Teos (vd. supra, n. 6) probabile che la richiesta di asylia riguardasse anchessi e non soltanto Teos e i suoi abitanti, cfr. Rigsby, Asylia, cit., 280-281; Kvist, Cretan Grants, cit., 193.

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nominato in sette iscrizioni,23 Agesandro in due24 ma solo nel nostro decreto specificata la sua missione, ovvero la cessazione del conflitto (ll. 14-16). Segue quindi la risposta degli Eleutherni che assicurano i buoni rapporti con i Teii, il rispetto del culto di Dioniso nonch la concessione di sacralit e inviolabilit (ll. 19-29).25 In progressione di tempo i Teii reiterarono le loro richieste di asylia e inviarono verso le citt cretesi altri due ambasciatori, Erodoto e Menecle, senza lappoggio di inviati esterni; nel dossier di seconda serie troviamo citt che pur rinnovando la concessione fatta in precedenza non compaiono tra i decreti della prima serie, segno che questi dovevano essere pi numerosi dei 17 superstiti.26 La cronologia delle due spedizioni stata da sempre oggetto di dibattito, soprattutto per quanto riguarda la prima per la quale stato possibile proporre una contestualizzazione storica pi puntuale dovuta al coinvolgimento indiretto di Antioco III e Filippo V. Per la seconda ambasceria non possibile rifarsi ad alcun criterio interno tanto che si proposta una datazione oscillante tra il 170 e il 150 a.C., dovendosi presupporre una generazione almeno di distacco dalla prima missione diplomatica.27

4. La cronologia dei decreti di prima serie: una questione ancora irrisolta


Come si gi detto laspetto ancora insoluto di questi decreti costituito dalla datazione. Il contenuto di quelli della prima serie rimanda ad un contesto storico ben preciso, cio gli ultimi decenni del III e gli inizi del II secolo a.C. Un arco cronologico di massima fornito dalla presenza dei due ambasciatori stranieri che operano luno per conto di Antioco III il Grande (223-187 a.C.), laltro in nome di Filippo V di Macedonia (221-179 a.C.). I documenti sarebbero pertanto collocabili in teoria tra il 221 (inizio del regno di Filippo V) e il 187 (fine del regno di Antioco III).28 Il primo ad esperire una proposta di datazione fu A. Boeckh il quale assunse come termine di paragone la lettera che il pretor peregrinus M. Valerio Messalla aveva

Axos, Sybrita, Lato (Asylia 140-142), Istron (Asylia 148), Arkades, Allaria, Lato pros Kamara (Asylia 150-152). 24 Rhaukos (Asylia 138) e Lappa (Asylia 143). 25 Ci che manca nel decreto di Eleutherna una clausola finale che contemplava il permesso accordato ai Teii di recuperare i beni e i concittadini portati via dai Cretesi, condizione che riguarda pi nello specifico lasylia personale (vd. supra n. 3). Gli studiosi in base alla presenza o meno di questa clausola hanno distinto fra decreti a risposta lunga (Asylia 136, 139, 141-142, 144-148, 150-152) e decreti a risposta breve (Asylia 137-138, 140, 143, 149). Da una iscrizione della prima met del III sec. a.C. sappiamo che i Teii pagarono un forte riscatto a dei pirati non altrimenti specificati per liberare i loro concittadini presi in ostaggio, cfr. S. ahin, Piratenberfall auf Teos, EA XXIII (1994), 1-40; SEG XLIV (1997), 949; S. Bussi, Attacco di pirati a Teos ellenistica, in B. Virgilio (a cura di), Studi ellenistici XII, Pisa-Roma 1999, 159-171; Kvist, Cretan Grants, cit., 195-198. 26 Eranna, Malla (Asylia 155, 157), Hyrtakina, Citt sconosciuta (Asylia 160-161), Priansos. Questultimo decreto non contemplato da Rigsby in quanto non menziona lasylia, ma facile evincere ugualmente le relazioni amichevoli instaurate con i Teii. 27 H. Waddington (LW, 29) avanz per primo di dover presupporre au moins une gnration et probablement plus stando alle espressioni utilizzate in alcuni decreti come ad esempio ; (Asylia 154, 156-157, 159); M. Guarducci (ICr. I 28) opt per gli anni 170-150 a.C., seguita anche da Rigsby, Asylia, cit., 289, n. 38; B. Barth, De Graecorum Asylis, Argentorati 1888, 52, 56 si espresse per la met del II sec. a.C. e precisamente per gli anni 152-133 a.C. 28 Ward, Greek Coins, cit., 324.

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indirizzato ai Teii e attraverso cui concedeva ad essi immunit ed asylia (Asylia 153).29 Il documento datato con certezza al 193 a.C. sia perch allinizio dellanno in questione a Messalla fu data la pretura peregrina30 sia perch in esso menzionato Menippo inviato da Antioco in qualit di intercessore presso i Romani a nome dei Teii il quale sempre allinizio di quellanno si era recato a Roma per stringere un patto di amicizia e di alleanza tra Antioco e i Romani.31 Da qui Boeckh dedusse che tutti i decreti di asylia di Teos, compresi quelli delle citt cretesi, fossero da riferire al 193.32 La proposta delleditore del CIG venne accolta e corroborata dal Waddington il quale vide una strettissima affinit paleografica tra la lettera di Messalla e i rescritti cretesi.33 Invero largomentazione del Waddington fu giudicata debole gi da M. Holleaux per il quale lidentit di scrittura non dimostrava nulla essendo redazione e trascrizione due cose distinte.34 I primi dubbi sulla datazione onnicomprensiva del Boeckh iniziarono ad affacciarsi nel 1898, quando laustriaco A. Wilhelm ascrisse con un certo margine di sicurezza i decreti teii di asylia riguardanti le comunit della Grecia centrale ovvero Atamani, Delfii, Etoli e Anfizionia delfica (Asylia 132-135) al periodo 205-201 a.C., incrociando larcontato del delfico Megarta (Asylia 134) con la prima strategia delletolo Alessandro di Calidone (Asylia 132),35 cronologia pi o meno confermata e ulteriormente circoscritta da studi successivi.36 Pur se nei decreti degli Atamani (Asylia 135)37 e degli Anfizionii (Asylia 133) non si riscontrano criteri interni di datazione, essi
Liscrizione presa in esame in parecchi lavori oltre alle sillogi citate da Rigsby: A.C. Johnson P.R. Coleman-Norton - F.C. Bourne, Ancient Roman Statutes, Austin 1961, 20; R.K. Sherk, Roman Documents from the Greek East, Baltimore 1969, 34; Id., Rome and the Greek East to the Death of Augustus, Cambridge 1984, 8-9; R.M Errington, Rom, Antiochos der Grosse und die Asylie von Teos, ZPE XXXIX (1980), 279-284; J.M. Bertrand, Inscriptions historiques grecques, Paris 1992, 120; K. Brodersen - W. Gnther - H.H. Schmitt, Historische Griechische Inschriften in bersetzung, Darmstadt 1999, III, 461; J. Ma, Antiochos III and the Cities of Western Asia Minor, Oxford 2000, 38; R.S. Bagnall - P. Derow, The Hellenistic Period. Historical Sources in Translation, London, 2004, 39. 30 Liv. XXXIV 55, 6 sotto i consoli L. Cornelius e Q. Minucius. 31 Diod. XXVIII 15, 2: . 32 CIG 3046. 33 LW, 60: toutes les inscriptions [crtoises] de la premire srie (61 74) ont t graves la fois, en colonnes consecutives et en caractres exactement semblables ceux du n 60 [lettera di Messalla]. Altri studiosi che nel corso del XIX secolo seguirono la datazione del 193 a.C. furono S.A. Naber, Zeven onuitgegeven Cretensische inscripties, Mnemosyne I (1852), 105-125, 119; K. Sheffler, De rebus Teiorum, Leipzig 1882, 80; P. Cauer, Delectus inscriptionum Graecarum propter dialectum memorabilium, Lipsiae 18832, 80; Barth, De Graecorum asylis, cit., 50-55. 34 M. Holleaux, Remarques sur les dcrets des villes de Crte relatifs l de Tos, in Id., tudes dpigraphie et dhistoire grecques, I-VI, Paris 1938-1969, IV (1952), 178-203, 181, gi pubblicato in Klio XIII (1913), 137-159. 35 A. Wilhelm, Rec. a C. Michel, cit., 216-220 che nel 1891 vide i decreti 134 e 135 al museo di Smirne. Dei decreti in questione ci sono giunte le copie realizzate sia a Teos che a Delfi: queste ultime, scoperte nel 1893, furono incise sui blocchi poi utilizzati per la costruzione del tesoro degli Ateniesi; del decreto degli Anfizionii (Asylia 133) pervenuto solamente lesemplare redatto a Delfi. Per ulteriore bibliografia cfr. Holleaux, Remarques, cit., 179, nn. 2-3. 36 SIG 563-566; pi recentemente F. Lefvre, La chronologie du IIIe sicle Delphes, daprs les actes amphictioniques (280-200), BCH CIX, 1 (1995) 161-208, 204-205, n. 166; Rigsby, Asylia, cit., 294. 37 La popolazione degli Atamani si era stanziata in Epiro nella valle superiore dellAcheloo e nella regione a est del fiume, verso la Tessaglia. Per le integrazioni delle linee mutile 15-20 di Asylia 135 nonch per nuove ipotesi prosopografiche cfr. F. Piejko, The Athamanian Recognition of the Asylia of Teos, Epigraphica L (1988), 41-46.
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appartengono quasi certamente allo stesso lasso temporale in virt della presenza degli ambasciatori fratelli Pitagora e Clito i cui nomi compaiono in tutta la serie. Per quanto riguarda pi nello specifico i decreti delle citt cretesi, con linizio del XX secolo apparvero nuove proposte di datazione: sia B. Niese che R. Herzog suggerirono gli anni 204-197, il primo senza una motivazione plausibile,38 il secondo perch mise i documenti in relazione con la cosiddetta guerra cretese che a suo avviso andava posta appunto al 204-197 e probabilmente identificabile con il conflitto cui fa riferimento il decreto di Eleutherna;39 altri invece, come F. Blass e G. Cardinali, rimasero ancorati alla cronologia bassa del Boeckh e si espressero favorevolmente per lanno 193.40 Nel 1913 M. Holleaux accolse e fuse insieme le ipotesi dei suoi predecessori. Infatti da un lato rifacendosi allo studio del Wilhelm propose la data circoscritta del 201 a.C., dallaltro svilupp la proposta gi cautamente avanzata dallHerzog di porre i decreti in relazione con la guerra cretese in cui era da ravvisare, senza dubbio alcuno, il menzionato nel decreto di Eleutherna.41 Il conflitto in questione, che le fonti contemporanee definirono , si configur dapprima come un insieme di azioni piratesche perpetrate dalle citt cretesi contro le isole delle Cicladi, del Dodecanneso, specialmente Rodi e Kalymna, e le citt costiere dellAsia Minore.42 Dietro le quinte dello scontro vi era Filippo V il quale gi dal 204 cominciava a gettare il seme della guerra dei Cretesi contro i Rodii43 e gi verso il 216 era divenuto dellIsola.44 Tale contesto storico forniva dunque ad Holleaux il destro per spiegare la presenza o meno di Perdicca, ambasciatore di Filippo, nei decreti cretesi: le otto citt
B. Niese, Geschichte der griechischen und makedonischen Staaten seit der Schlacht bei Chaeronea, I-III, Gotha, 1893-1903, II (1899), 571, n. 4: Diese Dekrete mgen zwischen 204 und 197 v. Chr. abgefat sein. 39 R. Herzog, , Klio II (1902), 316-333, spec. 329, n. 4: Philipp unterhlt in dieser Zeit einen stndigen Gesandten, Perdikkas, in Kreta; 332, n. 1. Sulla guerra cretese vd. infra, n. 42. 40 F. Blass (GDI 5165): Zweimal haben die Teier eine Gesandtschaft in dieser Sache nach Kreta geschickt, das erste Mal im Jahr 193, aus dem auch ein einschlgiges rmisches Dekret (Le Bas no. 60) datirt, das andre Mal Generationen spter; G. Cardinali, Creta nel tramonto dellellenismo, RFIC XXXV (1907), 1-32, 13, n. 2: Ma noi teniamo fermo al 193 perch, sebbene sia vero che i decreti dei Delfii, degli Atamani e degli Etoli relativi a questa stessa asilia di Teo vanno posti non nel 193, ma alla fine del III sec. [] resta daltra parte assai probabile, che quelli Cretesi della prima serie, sieno contemporanei alla lettera di M. Valerio Messalla. 41 Holleaux, Remarques, cit., 188. Altri studiosi si mostreranno favorevoli alla tesi della identificazione del conflitto in questione con la guerra cretese, cfr. ad es. M. Van der Mijnsbrugge, The Cretan Koinon, Louvain-New York 1931, 67 e M. Guarducci, ICr. II, 162. 42 Un fugace accenno al si trova in Diod. XXVII 3 unica fonte, insieme a una decina di iscrizioni, per questi eventi. Abbiamo conoscenza di un altro relativamente agli anni 155-153 a.C. (Pol. XXXIII 4; 13-17; Diod. XXXI 37-38; 45); per questo motivo i moderni preferiscono parlare di prima e seconda guerra cretese. Le pi recenti ed esaustive trattazioni sulla prima guerra cretese, si trovano in P. Brul, La piraterie, cit., 29-56; in A. Chaniotis, Die Vertrge zwischen kretischen Poleis in der hellenistischen Zeit, Stuttgart 1996, 38-41 (con tutta la bibliografia precedente); Id., War in the Hellenistic World. A Social and Cultural History, Oxford 2005, 10 e in H.U. Wiemer, Krieg, Handel und Piraterie: Untersuchungen zur Geschichte des hellenistischen Rhodos, Berlin 2002, 143-176. 43 Cardinali, Creta, cit. 5. 44 Pol. VII 11, 9: ; VII 14, 4: .
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che annoveravano costui nei loro rescritti si sarebbero alleate con Filippo, al contrario quelle che concessero lasylia a Teos senza lintervento del dignitario antigonide avrebbero costituito la fazione antimacedone dellisola (fig. 4).45 Inoltre Holleaux al fine di giustificare lintervento macedone a favore di Teos addusse levenienza che la citt dovesse figurare tra le poleis costiere assoggettate da Filippo nel corso della sua spedizione in Asia Minore del 201: Perdicca, cittadino macedone, sarebbe quindi partito direttamente da Teos insieme ad Apollodoto e Colote con lesclusiva missione di intercedere a favore della citt che ora ricadeva nellorbita macedone.46 Per quanto riguarda invece Agesandro, agente di Antioco III, poich il nome di costui compare solamente in tre decreti,47 Holleaux pens giustamente che la sua presenza a Creta fosse dovuta a motivazioni differenti dalla concessione di asylia o che comunque il suo beneplacito in merito sarebbe stato del tutto casuale. Infatti la vera missione di Agesandro sarebbe stata quella di porre termine al conflitto che opponeva le citt cretesi e Rodi, cos come appunto enunciato dal decreto di Eleutherna (ll. 14-16).48 La ricostruzione storica di Holleaux venne sotto alcuni aspetti intaccata dallapporto di nuovi reperti epigrafici provenienti da Teos e pubblicati nel 1967 da P. Herrmann con un ottimo commentario.49 Si tratta di tre decreti onorari per Antioco III e di quattro lettere del sovrano indirizzate ai Teii.50 Herrmann dat i decreti al 204/3 a.C. ponendoli in connessione con una spedizione condotta in Asia Minore, e non altrimenti conosciuta, che Antioco avrebbe effettuato al ritorno della grande campagna di riconquista dellOriente;51 pose invece le lettere tra il 196 e il 190.52 Limportanza di
Holleaux, Remarques, cit., 189-190, seguito da Brul, La Piraterie, cit. 48. Holleaux, Remarques, cit., 183-187; Id., Rome and Macedon: the Romans against Philip, in CAH, VIII, Cambridge 1930, 138-197, 153 in cui lo studioso ribadisce lipotesi che Filippo avesse imposto il suo protettorato su Teos. Holleaux, ibid., 182 addusse motivazioni di ordine onomastico per avvalorare la tesi di unorigine macedone di Perdicca; pertanto espressioni come [scil. ] (Asylia 148, ll. 24-25; Asylia 150, ll. 25-26) oppure [ ] (Asylia 141, ll. 10-11) sarebbero semmai indizi di una permanenza a Teos di costui durante la quale gli sarebbe stata concessa la cittadinanza onoraria per i servigi da lui resi alla citt; vd. contra J.L. ONeil, The Ethnic Origins of the Friends of the Antigonid Kings of Macedon, CQ LIII, 2 (2003), 510-522, 518: but any such vote would have taken place before the passing of the Cretan decrees in honour of Teios, so it seems probable that he was a Teian citizen at the outset; E. Olshausen, Prosopographie der hellenistischen Knigsgesandten, Lovanii, 1974, 130-133, nr. 99 non si pronuncia sulla questione. 47 Eleutherna, Rhaukos e Lappa, vd. supra, n. 24. 48 Holleaux, Remarques, cit., 191-194 seguito in ci da Rigsby, Asylia, cit., 289. Mi sembra troppo pretenzioso affermare con R.M. Berthold, Rhodes in the Hellenistic Age, Ithaca and London 1984, 108 che la vera missione di Agesandro fosse to detach a number of cities from the Macedonian group. Alcuni studiosi (da ultimo Wiemer, Krieg, Handel und Piraterie, cit., 172, n. 20) identificano Agesandro con lomonimo personaggio il cui padre Eucrate, verso il 194 a.C., era sacerdote di Atena Lindia, come attesta Lindos 157, iscrizione non citata da Olshausen, Prosopographie, cit., 190-191, nr. 135. Daltro canto lalta incidenza a Rodi degli antroponimi Agesandro ed Eucrate scongiurerebbe, a mio avviso, tale identificazione. 49 P. Herrmann, Antiochos der Grosse und Teos, Anatolia IX (1965) [1967], 22-160; BE (1969), 495-499; SEG XLI (1994), 1003; 1004-1005. 50 Dei decreti uno praticamente inservibile in quanto consta di sei linee assai mutile; due delle lettere contemplano anche il nome della regina Laodice. 51 Su questa presunta campagna militare cfr. H.H. Schmitt, Untersuchungen zur Geschichte Antiochos des Grossen und seiner Zeit, Wiesbaden 1964, 245 sgg. 52 Herrmann, Antiochos, cit., 93-97. La datazione proposta da Herrmann accolta in diversi studi (cito qui i pi rappresentativi): Errington, Rom, Antiochos der Grosse, cit., 280; Id., Rome against Philip and Antiochus, in CAH, VIII2, Cambridge 1989, 244-289, 250; R.E. Allen, The Attalid Kingdom. A Constitutional
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questi ritrovamenti fu duplice: da un lato essi corroboravano la tesi di quanti avevano gi in precedenza sostenuto che Teos, passata nel 218 sotto Attalo I, si trovasse negli ultimi anni del III secolo sotto la giurisdizione seleucide;53 dallaltro costituivano il terminus post quem delle richieste di asylia da parte dei Teii databili cos al 204/3 o tuttal pi al 202 a.C., cronologia quasi universalmente accolta.54 Da questa analisi risulta perci alquanto improbabile che la citt ionica sarebbe stata attalide dopo il 218, seleucide nel 204/3, antigonide nel 201 (cos come proposto da Holleaux) per poi divenire nuovamente seleucide nel 196-190.55 Tuttavia il nesso tra la concessione di inviolabilit da parte di Antioco a Teos e il conseguente invio delle ambascerie non appare cos indissolubile. Nel primo dei decreti emanati da Antioco il dato pi interessante ai fini della nostra ricerca fornito dalle ll. 17-20 in cui si legge: [...] scil. [ ] [ ] Il sovrano rendeva la citt, compreso il suo territorio, sacra, inviolabile ed esente da quel tributo che in precedenza aveva corrisposto ad Attalo I. Ben si comprende limportanza di tali concessioni, ma ciononostante in nessun decreto del dossier a noi pervenuto tranne in quello dei Romani che, come detto, si data al 193 (Asylia 153) si fa menzione della persona di Antioco, evenienza questa alquanto strana, soprattutto se si prendono a modello casi analoghi e nella fattispecie connessi alla dinastia seleucide. Ad esempio in due decreti di Delfi che accolse la richiesta di asylia da parte di Smirne sotto Seleuco II (Asylia 7) e da parte di Antiochia/Alabanda sotto lo stesso Antioco III (Asylia 163), lintervento regale ben evidenziato: nella prima iscrizione Seleuco chiede ai Delfii di rendere Smirne sacra e inviolabile ( ), privilegio che egli stesso aveva in precedenza accordato oltre alla libert e alle esenzioni fiscali (ll. 5-8); nella seconda lambasciatore inviato a Delfi loda il re Antioco, benefattore degli Antiocheni, ringraziandolo per la democrazia e la pace (ll. 19-21). Altrettanto non si pu dire invece dellomologo decreto per Teos (Asylia 134) che tace qualsiasi eventuale

History, Oxford 1983, 47-52; A. Mastrocinque, Manipolazione della storia in et ellenistica. I Seleucidi e Roma, Roma 1983, 65; L. Boffo, I re ellenistici e i centri religiosi dellAsia Minore, Firenze 1985, 185 sgg.; Rigsby, Asylia, cit., 285; B. Virgilio, Basileus. Il re e la regalit ellenistica, in S. Settis (a cura di), I Greci. Storia, Cultura, Arte, Societ, II 3, Torino 1998, 106-176, 150; Id., Epigrafia e culti dei re Seleucidi, Studi epigrafici e linguistici sul Vicino Oriente antico XX (2003), 39-50, 41; Aneziri, Die Vereine der dionysischen Techniten, cit., 93. 53 Pol. V 77, 5 riferisce che nel 218 Teos passa spontaneamente dalle mani di Acheo ad Attalo. W. Ruge, Teos, in RE, Va, I (1934), 549 seguito da D. Magie, Rome and the City-States of Western Asia Minor from 200 to 133 B.C., in W.M. Calder (Ed.), Anatolian Studies Presented to William H. Buckler, Aberdeen 1939, 161-186, 168, n. 3 e da E.V. Hansen, The Attalids of Pergamon, Ithaca 1947, 67 argu che la presenza di Agesandro nelle iscrizioni Cretesi comprovasse il dominio di Antioco su Teos a partire dal 205/3, cronologia a cui si dovevano conseguentemente ascrivere i decreti della prima serie. 54 Ci si riferisce con maggiore evidenza ai decreti cretesi; Herrmann, Antiochos, cit., 136 seguito da R.M. Errington, Philopoemen, Oxford 1969, 38-40; Id., Rom, Antiochos der Grosse, cit., 280; Gauthier, Symbola, cit., 275; Brul, La piraterie, cit. 48; Rigsby, Asylia, cit., 284-286; Ma, Antiochos III and the Cities, cit. 264-265; Kvist, Cretan Grants, cit., 190, n. 13. 55 P. Brul, La piraterie, cit. 48: Contrairement ce que pensait M. Holleaux, ce nest pas parce que Philippe tient Tos ce moment; S. Dimitriev, Three Notes on Attalid History, Klio LXXXI, 2 (1999) 397-411, 403, n. 55.

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riferimento al sovrano, silenzio che ha in verit determinato limbarazzo di qualche studioso.56 In forza di tali motivazioni la tesi di Herrmann stata riveduta sotto vari aspetti da alcuni studiosi. Ad esempio L.M. Gluskina ha supposto che lasylia fosse stata accordata gi in precedenza dalla corona attalide e che pertanto Antioco si fosse limitato a riconfermarla;57 A. Giovannini ha avanzato lipotesi, sulla base di considerazioni testuali, che Antioco III non avesse preso possesso di Teos ma si fosse limitato a intervenire presso Attalo I affinch questultimo alleggerisse le imposte che esigeva dalla citt, rimasta perci allinterno della sfera Attalide.58 F. Piejko si spinto oltre, cassando la datazione di Herrmann e dei commentatori successivi e ponendo (o meglio riproponendo) la venuta di Antioco a Teos al 197/6 a.C., cronologia tradizionale sotto cui si soleva porre linizio del dominio seleucide a Teos in forza dellattestazione certa da parte delle fonti di una spedizione del sovrano in Asia Minore.59 Per Piejko la richiesta di asylia, almeno relativamente ai decreti della prima serie, fu uniniziativa dei Teii e non il risultato di una concessione regale: Antioco semmai avrebbe riconosciuto e favorito il processo.60 Nonostante la proposta di datazione bassa non abbia incontrato ampi consensi, le argomentazioni addotte per confutarla non si sono, a mio avviso, dimostrate poi cos determinanti ma anzi hanno tradito una certa titubanza.61

5. Una proposta di datazione alternativa


Questo lo stato degli studi in merito ai decreti Teii di asylia la cui datazione indipendentemente dalla venuta a Teos di Antioco sarebbe da porsi mediamente verso il 202 a.C. Nulla tuttavia obbliga a porre tutti i decreti nel medesimo torno di anni e non improbabile che essi vadano diluiti in un lasso di tempo pi lungo. Un tentativo in tal senso venne avanzato pi di un secolo fa da P. Deiters il quale pubblic due nuove iscrizioni rispettivamente di Gortyna e Cnossos trovate a Magnesia, ascritte al quadriennio 220-216 a.C. Allinterno del medesimo quadro storico il Deiters incluse anche i decreti teii di asylia di prima serie delle citt cretesi: lo studioso infatti asser, invero in maniera molto cursoria, che il contesto dellasylia fosse costituito non dalla guerra cretese bens dallattivit diplomatica di Filippo V a Creta, da porre appunto tra il 220 e il 216, che culmin con la concessione della .62 Pur se questa teoria ricevette duri attacchi,63 diversi elementi inducono, a mio avviso, a rivalutare lipotesi
Ma, Antiochos III and the Cities, cit. 263: It also difficult to explain the absence of any reference to Antiochos III in the documents from Central Greece, especially in the Delphian decree. 57 L.M. Gluskina, Asylia in Hellenistic Cities and the Policy of Delphi, VDI CXXXIX (1977), 82-94, 94. 58 A. Giovannini, Tos, Antiochos III et Attale Ier, MH XL (1983), 178-184, 179; vd. contra L. Robert in BE (1984), 365. 59 Liv. XXXIII 38 sotto i consoli L. Furius Purpurio e M. Claudius Marcellus (196 a.C.). 60 F. Piejko, Antiochus III and Teos Reconsidered, Belleten LV (1991), 13-69, 14-27 seguito da S. ahin, Piratenberfall, cit., 2 sgg. 61 Ma, Antiochos III and the Cities, cit. 261: I favour a high dating, but only new documentation will establish the chronological context; lo stesso Herrmann nel ripubblicare le iscrizioni, SEG XLI (1994), 1003-1005, pone la datazione di Piejko come legittimamente alternativa. 62 P. Deiters, Zwei kretische Inschriften aus Magnesia, RhM LIX (1904), 565-579, 577-579. 63 Cardinali, Creta, cit., 13, n. 2: Ad ogni modo allidea del Deiters noi potremmo prestar fede, solamente quando egli ci dimostrasse che nel periodo 220-216 possibile credere che Antioco si interessasse dellasilia di Teo e di cose cretesi; Holleaux, Remarques, cit., 180.
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pioneristica del Deiters e nel contempo a rivedere ulteriormente le argomentazioni di Holleaux, rimaste tranne, come si visto, per alcuni aspetti a fondamento degli studi successivi. Partiamo dallipotesi della formazione del partito antimacedone a Creta. Tale suggestione, come si visto, scatur dallevidenza che il nome di Perdicca non figurasse in alcune iscrizioni; al contrario lambasciatore macedone avrebbe operato esclusivamente in quelle citt che ricadevano nella sfera di influenza di Filippo, ovvero in quelle i cui decreti annoverano il suo nome e cio Allaria, Arkades, Axos, Istron, Lato, Lato pros Kamara, Sybrita e chiaramente Eleutherna.64 Nellambito del dossier solo in quattro decreti possibile essere certi dellassenza del diplomatico macedone: si tratta dei rescritti di Polyrrhenia e Cydonia, in cui non nominato alcun ambasciatore esterno, e di Rhaukos e Lappa in cui citato solamente Agesandro;65 i rimanenti decreti sono troppo mutili per poter dedurre alcunch (fig. 4). Pur volendo ammettere con Holleaux che Polibio avesse operato una eccessiva semplificazione quando informa che Filippo verso il 216 a.C. sarebbe divenuto dellisola e che tutte le citt cretesi si fossero a lui assoggettate 66 lassunto del francese non per scevro di alcune aporie. Lo storico di Megalopoli in quello che sembra essere un excursus sulla storia di Creta (IV 53-55), parla di alcuni avvenimenti concernenti lisola posti sotto lOl. 140 ovvero tra il 220 e il 216 a.C. Gran parte del resoconto occupato dalla trattazione di un conflitto interno, di cui Polibio (IV 53, 3-55) rimane unica fonte, che gli studiosi definiscono Guerra di Lyttos dal nome della citt cretese che ne fu protagonista.67 Pare che Cnossos e Gortyna avessero ridotto lintera isola sotto il loro dominio, evento che alcuni studiosi hanno posto in connessione con la nascita del cosiddetto (o ) attestato da una dozzina di iscrizioni.68 Lunica citt a non piegarsi allalleanza fu Lyttos cui Cnossos e Gortyna mossero guerra con il concorso delle altre citt. Ben presto per fra gli alleati sorsero delle rivalit a causa delle quali Polyrrhenia, Cerea, Lappa, Orio e Arcadia, dopo aver rescisso lalleanza con Cnossos, si schierarono dalla parte di Lyttos mentre Gortyna si divise in due fazioni di
Holleaux, Remarques, cit., 187, n. 2; vd. supra n. 23; A queste citt Holleaux, Remarques, cit., 189, n. 2 (seguito poi da Brul, La Piraterie, cit., 48) aveva aggiunto anche Cnossos per il fatto che nel decreto relativo si legge che agli ambasciatori teii Apollodotos e Kolotas fu concessa la , riconoscimento che avrebbe dovuto riguardare anche Perdicca qualora costui fosse stato presente. Questa non mi pare unargomentazione convincente anche perch il decreto di Cnossos, drasticamente mutilo, stato ricostruito sulla base del formulario comune al decreto di Lato pros Kamara (Asylia 152) dove invece Perdicca nominato. Anche Rigsby, Asylia, cit., 288 dellavviso che i decreti in cui non figuri alcun ambasciatore esterno siano solamente due. 66 Vd. supra, n. 44; Holleaux, Remarques, cit., 187, n. 2: Polybe simplifie les choses lexcs. 67 Cfr. G. Cardinali, La guerra di Litto, RFIC XXXIII (1905), 519-551; sempre utile, per quanto superato dal contributo del Cardinali, A. Scrinzi, La Guerra di Lyttos del 220 av.Cr. e i trattati internazionali cretesi, Venezia 1898. 68 Ad es. M. Guarducci, Note sul Koinon cretese, RFIC XXVIII (1950), 142-154, 147 propose la data 217/6 a.C. seguita da Brul, La piraterie, cit., 34, n. 2. Invece M. Muttelsee, Zur Verfassungsgeschichte Kretas im Zeitalter des Hellenismus, Hamburg 1925, 43 sgg. e H. van Effenterre, La Crte et le monde grec de Platon Polybe, Paris 1948, 132-138 si espressero per gli anni 250-225 a.C. mentre Van der Mijnsbrugge, The Cretan Koinon, cit., 58 per il 221 a.C. Per una lista delle iscrizioni che riferiscono del Koinon cretese cfr. van Effenterre, La Crte, cit., 128-129; per una rassegna delle fonti sia epigrafiche che letterarie in cui il termine Koinon non compare direttamente ma sarebbe sostituito da perifrasi cfr. R.F. Willetts, The Cretan Koinon: epigraphy and tradition, Kadmos XIV, 2 (1975), 143-148, 144-145; per una discussione generale sulla questione cfr. Sh.L. Ager, Hellenistic Crete and , JHS CXIV (1994), 1-18, 2, n. 4.
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cui una rest fedele ai Cnossi mentre laltra appoggi la causa dei dissidenti;69 di l a poco comunque Lyttos verr distrutta dai Cnossi e gli abitanti costretti a rifugiarsi a Lappa. Gli scontri a Creta non rimasero per eventi circoscritti a livello locale ma si inserirono in un circuito ben pi ampio e di respiro internazionale nel momento in cui le citt cretesi ricorsero ad aiuti esterni. Infatti al fine di arginare lo strapotere di Cnossos le citt ribelli ovvero Polyrrenia, Lappa e i loro alleati chiesero e ottennero lappoggio di Filippo V che invi un nutrito contingente sullisola: lintervento del macedone guadagn alla causa dei dissidenti anche Eleutherna, Cydonia e Aptera; come contraccambio i Cretesi inviarono cinquecento uomini a Filippo impegnato nella cosiddetta guerra sociale (220-217 a.C.), combattuta dalla Macedonia e dai suoi alleati greci contro gli Etoli con i quali invece si era gi da prima alleata Cnossos.70 Confrontando il resoconto di Polibio con lipotesi di Holleaux ci si accorge che almeno tre citt Polyrrhenia, Cydonia e Lappa che egli vuole antimacedoni nel 201 si erano in precedenza schierate con Filippo. Lassenza del diplomatico macedone in queste poleis era la spia, secondo lo studioso, del declino della supremazia di Filippo sullisola.71 La possibilit che Filippo avesse perso terreno a Creta negli ultimi anni del III secolo a.C. indirettamente fugata da alcune iscrizioni provenienti da Dreros, Eleutherna, Lyttos, Polyrrhenia, Priansos, Rhaukos e Tylisos databili proprio alla fine del III sec. a.C. e attestanti la presenza di mercenari cretesi tra le fila della guarnigione macedone in Tessaglia.72 Levenienza di una frangia antimacedone a Creta viene pertanto a cadere e di conseguenza lassenza del nome di Perdicca in alcuni decreti teii deve essere spiegata altrimenti.73 Al contrario maggiormente probabile che Perdicca avesse visitato solo le citt non ancora schierate con Filippo: la sua missione precipua sarebbe stata pertanto quella di guadagnare alleati alla Macedonia e solo secondariamente perorare le richieste dei Teii che attraverso lappoggio macedone avrebbero avuto maggiori chances di riuscire nel loro intento.74 Laltro punto di forza utilizzato da Holleaux per contestualizzare i decreti cretesi fu, come abbiamo visto, la sostanziale identificazione della guerra cui fa riferimento il decreto di Eleutherna con il . Diverse ragioni inducono a porre in discussione anche questa ipotesi. Appare infatti alquanto singolare che un conflitto che avrebbe coinvolto buona parte delle citt cretesi venga ricordato in un solo decreto fra quelli superstiti.75 Oltre a questa peculiarit vi sono altri elementi che caratterizzano il
Tale generale opposizione a Cnossos venne definita da van Effenterre, La Crte, cit. 126 grand mouvement insurrectionnel de la Crte Sud-occidentale contre lhgmonie cnossienne. 70 Sulla Guerra sociale in generale cfr. J.V.A. Fine, The Background of the Social War of 220-217 B.C., AJPh LXI, 2 (1940), 129-165; F.W. Walbank, Macedonia and the Greek Leagues, in CAH, VII2 1, Cambridge 1984, 446-481, 473-481; sulla guerra di Lyttos come Krieg parallel e al contempo fase del cfr. A. Chaniotis, Die Vertrge, cit. 37; Id., War in the Hellenistic World, cit., 9. 71 Holleaux, Remarques, cit., 187, 190. 72 Per lelenco di queste iscrizioni e la bibliografia connessa cfr. Chaniotis, Die Vertrge, cit. 39, n. 195. 73 Anche Chaniotis (vd. n. prec.), 40 dellavviso che non si possa parlare di antimakedonische Lager. 74 Per Holleaux, Remarques, cit., 184 la missione di Perdicca a Creta aveva un fine diverso da quello degli ambasciatori teii; tuttavia cet objet ne nous a point t rvl. 75 H.W. Waddington (LW, 71) intravide nella guerra in questione [] sans doute quelque querelle entre leutherne et les villes voisines, opinione seguita anche da Barth, De Graecorum asylis, cit., 55; di lotte intestine parla pure Cardinali, Creta, cit., 14, n. 1; inaccettabile laffermazione di H. Van
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decreto di Eleutherna differenziandolo dai rimanenti: solo in esso sono presenti i due inviati esterni; a differenza degli altri due rescritti in cui compare il nome di Agesandro, di costui vengono specificati il patronimico e letnico. Nel gi citato resoconto polibiano Eleutherna menzionata due volte: dapprima la citt passa, come abbiamo visto, dalla parte di Filippo (IV 55, 4); successivamente, verso il 219/8 coinvolta in un conflitto con Rodi che aveva frattanto appoggiato la causa di Cnossos inviando ad essa alcune navi al comando dellammiraglio Polemocle (IV 53, 1-2). Pare che costui, forse per compiacere i Cnossi, avesse fatto uccidere un certo Timarco, abitante di Eleutherna; la citt allora dapprima proclam rappresaglie ( ) contro Rodi, poi le dichiar guerra aperta ( ).76 In tale contesto ben si spiegherebbe lintervento di un ambasciatore rodio definito a chiaro testo che prende parola prima di Perdicca la cui presenza concomitante non finalizzata a portare Eleutherna dalla parte macedone (la citt lo era gi) ma a coadiuvare lazione di Agesandro come daltronde ben chiarisce lespressione (ll. 17-18) in cui oltretutto Perdicca non viene affatto qualificato come ambasciatore, a differenza di quanto avviene negli altri decreti in cui il suo nome sempre accompagnato dallapposizione oppure .77 Per quanto riguarda invece la presenza di Agesandro a Lappa e Rhaukos si potrebbe ipotizzare che tali poleis avrebbero potuto dare man forte ad Eleutherna contro Rodi in qualit di citt gi schierate con Filippo e pi vicine geograficamente ad Eleutherna;78 daltro canto lo stringato resoconto polibiano non accenna affatto ai possibili sviluppi del conflitto. Non fu dunque la concessione di asylia a Teos a suscitare linteresse di Antioco ma lestinzione di una guerra che minava equilibri ed interessi politici e di cui le parti in causa avevano legami pi o meno indiretti col sovrano siriaco. Tra Rodi e la dinastia seleucide esistevano infatti buoni rapporti, soprattutto negli anni in questione: i Rodii avevano combattuto a fianco di Antioco II nel corso della seconda guerra siriaca e alla vigilia della quarta proprio nel 219 erano intervenuti come mediatori tra Tolomeo IV ed Antioco III, nei confronti dei quali addussero la loro amicizia formale, al fine di trovare un accordo e stornare le ambizioni del giovane sovrano di annettere al proprio impero la
Gelder, Geschichte der alten Rhodier, Den Haag 1900, 132 secondo cui Agesandro einen Streit zwischen Teos und Eleutherna schlichtete. 76 Pol. IV 53, 1-2:

. La cronologia di questi eventi, posti un po alla rinfusa da Polibio, frutto della sapiente ricostruzione di G. Cardinali (La guerra di Litto, cit., 522) che antepone tutto IV 55 a IV 53, 1-2. La data della guerra tra Rodi ed Eleutherna, posta al 219/8, accettata in linea di massima da tutti i commentatori; A. Lintott, SulaReprisal by Seizure in Greek Inter-Community Relations, CQ LIV, 2 (2004), 340-353, 347 propone il 220/219; per questi fatti in generale cfr. F.W. Walbank, A Historical Commentary on Polybius, Oxford 1957, 507-511. 77 Per Asylia 141, 148, 150, 151; per Asylia 140, 152. 78 Lappa la sola citt situata al centro dello stretto istmo di Creta (18 km ca.) e il suo territorio, stando a Ps. Skylax 47 si estendeva da costa a costa; lubicazione di Rhaukos coincide invece con il territorio della moderna Agios Myronas; cfr. P. Perlman, Crete, in M.H. Hansen - Th.H. Nielsen (Eds.), An Inventory of Archaic and Classical Poleis, Oxford 2004, 1172; 1185. Perdicca si trova nominato nel decreto degli Arkades che secondo Polibio si erano staccati da Cnossos: possibile che si tratti solo di una parte di questa comunit che viveva , cfr. Walbank, A Historical Commentary, cit., e Perlman, Crete, cit., 1152.

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Celesiria e lEgitto.79 Con Creta invece Antioco intrattenne relazioni sin dai primi anni del suo regno come dimostra limpiego di nella spedizione contro Molone del 221 (Pol. V 53, 3) e di 1.500 Cretesi e 1.000 Neocretesi nella battaglia di Raphia del 217 (Pol. V 79, 10) con la quale si chiuse la quarta guerra siriaca.80 Non appare peregrino pertanto ipotizzare per Antioco il ruolo di pacificatore tra due grandi potenze militari quali erano Rodi e Creta.

6. Un confronto paleografico
Abbiamo visto sopra che pi della met delle concessioni di asylia delle citt cretesi sono giunte superstiti fino a noi, coincidenza favorevole ai fini di un esame paleografico. Per i decreti perduti bisogna rifarsi agli apografi pubblicati da Ph. Le Bas pur se non del tutto soddisfacenti dal punto di vista della restituzione grafica delle lettere.81 Abbiamo gi detto che il Waddington riconobbe nella sostanziale uniformit grafica tra i decreti cretesi e la lettera di Messalla un punto di forza per proporre la datazione unica del 193.82 I decreti presentano infatti la caratteristica comune di possedere lettere con bracci molto svasati; di esse alcune in particolare recano dei connotati assai peculiari: il pi ha i tratti verticali diseguali di cui il pi breve si arcua vistosamente verso lalto; lalpha ha il tratto mediano curvo; il theta alterna al semplice punto centrale una stella a tre punte. Per ad un attento esame si possono riscontrare delle difformit pi o meno rilevanti fra i vari gruppi di iscrizioni: ad esempio i decreti cretesi della prima serie hanno le lettere con il pi alto grado di curvatura (fig. 3) a differenza del decreto di Messalla che, con buona pace del Waddington, possiede un sigma con bracci aperti ma retti (fig. 5);83 differenze, sempre nella resa del sigma, contiene la concessione degli Etoli (fig. 6) mentre i decreti di Atamani e Delfii (incisi sullo stesso blocco) offrono una commistione stilistica tra lettere svasate e rette (figg. 7-8).84 Anche i decreti onorari per Antioco III pubblicati da Herrmann, pur avvicinandosi ai rescritti cretesi, si discostano al contempo da essi in quanto sono redatti seguendo uninterlinea pi ridotta che ha determinato una conseguente riduzione delle svasature, soprattutto di sigma ed epsilon i cui tratti orizzontali si presentano pressoch retti (fig. 9). Partendo dalle datazioni sicure, ovvero il 204/3 per i decreti della Grecia centrale e il 193 per la lettera di Messalla si possono addurre due spiegazioni: o la trascrizione dei rispettivi decreti

Per la questione cfr. Sh.L. Ager, Rhodes: the Rise and Fall of a Neutral Diplomat, Historia XL (1991), 10-41, 14-15. 80 Per lapporto dei contingenti cretesi alle campagne militari di Antioco cfr. S. Spyridakis, Cretans and Neocretans, CJ LXXII, 4 (1977), 299-307, spec. 301-306; sulla battaglia di Raphia cfr. W. Peremans, Notes sur la bataille de Raphia, Aegyptus XXXI (1951), 214-222. 81 Crowther, Lord Dufferins grand tour, cit., 24; ibid. 29: The accuracy of Le Bas readings can again be confirmed, in some cases in preference to the republication of the Cretan texts by M. Guarducci in Inscriptiones Creticae, but the majuscule text is less faithful in representing the letter forms than that of the theatre lists from Iasos. 82 Vd. supra, n. 33. 83 Anche Rigsby, Asylia, cit., 291, n. 42 ha notato questa particolarit. Ci si evince sia dallapografo di Le Bas sia dal calco, pur pessimo, da lui eseguito e oggi conservato al Fond Louis Robert di Parigi. Ringrazio vivamente . Famerie per avermi inviato la foto del calco in questione. 84 Cfr. Holleaux, Remarques, cit., 181, n. 2. Le differenze paleografiche summenzionate andrebbero appurate attraverso la visione dei calchi di Le Bas.

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avvenne uno tempore dopo il 193, il che mi sembra poco probabile,85 oppure si deve ammettere pi verosimilmente che essa sia stata parallela alla stesura o comunque di poco consequenziale. Infatti le pur lievi differenze paleografiche appena evidenziate tra i vari gruppi epigrafici giustificherebbero non solo un intervallo di almeno dieci anni tra un gruppo e laltro ma anche lipotesi di un lapicida unico che nellambito della comunit cittadina avrebbe inciso tutti i decreti nellarco di diversi anni. Alcuni studi specifici al riguardo hanno infatti dimostrato che variazioni grafiche pi o meno marcate tra dossier epigrafici appartenenti ad una medesima realt geo-politica potrebbero essere spiegate non necessariamente presupponendo pi mani di incisori succedutisi nel tempo ma ammettendo come possibile una graduale evoluzione o sperimentazione stilistica da parte di un unico scalpellino la cui attivit poteva protrarsi anche per alcuni decenni.86 Purtroppo anche la datazione del tempio di Dioniso, le cui pareti furono destinate ad accogliere i decreti cittadini e fungere cos da archivio-esposizione,87 oggetto di dibattito tra gli studiosi: ledificio originario che la tradizione attribuisce ad Ermogene88 e sul cui basamento insistono rifacimenti di epoca imperiale risalirebbe al III sec. a.C. secondo alcuni,89 al II a.C. secondo altri.90 In un contesto siffatto, in cui nulla di definitivo pu essere affermato, non impossibile far rimontare i decreti cretesi della prima serie al 219/8 come sopra abbiamo gi proposto su base storica, stando anche alle loro peculiarit paleografiche che li distinguono dagli altri decreti del dossier.
Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo marcovinci22@yahoo.it on line dal 23.05.2010 Anche Rigsby, Asylia, cit., 291 scettico al riguardo di una trascrizione onnicomprensiva dopo il 193: [] possibly the Teans waited at least a decade to inscribe their archive, perhaps on the new temple of Hermocrates. But such a vague assessment of style is dubious, and such a delay seems improbable. 86 S.V. Tracy, Identifying Epigraphical Hands, GRBS XI, 4 (1970), 321-333, 325: The dossiers of inscriptions, spanning as many as twenty-five years for a single mason, do reveal a gradual development and, sometimes, even experimentation in lettering; the overriding impression, however, is one of similarity, with only very gradual, hardly perceptible changes in style. 87 Lespressione si deve a L. Boffo, Ancora una volta sugli archivi nel mondo greco: conservazione e pubblicazione epigrafica, Athenaeum LXXXIII (1995), 91-130, 119. 88 Vitr. III 3, 8. 89 A. Linfert, Kunstzentren hellenistischer Zeit: Studien an weiblichen Gewandfiguren, Wiesbaden 1976, 164, n. 652 data il tempio a prima del 222 a.C. sulla scorta del fregio pedimentale il cui soggetto un tiaso dionisiaco; W. Hahland, Der Fries des Dionysostempels in Teos, JAI XXXVIII (1950), 66-109, 105, propone una data intorno al 200 a.C. basandosi sempre sulla scultura del fregio il cui motivo centrale di Dioniso reclinato sulle rocce sarebbe tipico delliconografia di III secolo. 90 A. Yaylali, Der Fries des Artemisions von Magnesia am Mander, Tbingen 1976, 116-120 d come terminus post quem il 204/3 a.C. sulla base delliscrizione in onore di Antioco ma data ledificio al II sec. a.C. sulla scorta dello stile scultoreo e dellornamentazione architettonica; M. Uz, The temple of Dionysos at Teos, in W. Hoepfner - E.L. Schwandner (Hgg.), Hermogenes und die hochhellenistische Architektur. Internationales Kolloquium in Berlin vom 28. bis 29. Juli 1988 im Rahmen des 13. Internationalen Kongresses fr Klassische Archologie, Mainz 1990, 51-61, riconosce senza dubbio in due capitelli rispettivamente del peristilio e del pronao e in alcuni blocchi dellepistilio elementi di epoca ellenistica, ma classifica i frammenti superstiti del fregio come rifacimenti di et imperiale.
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Fig. 1 - Clandeboye House: la sala dingresso come si presentava agli inizi del XX secolo. Sulla parete destra si possono notare le lastre contenenti le iscrizioni di Teos recuperate da Lord Dufferin (foto tratta da Clandeboye, Ulster Architectural Heritage Society, Belfast 1985).

Fig. 2 - Clandeboye House: dettaglio delle lastre marmoree con i decreti di Teos (foto gentilmente concessa da Ch. Crowther).

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Fig. 3 - Calco del decreto di Eleutherna (Asylia 149) eseguito da Ch. Crowther (foto tratta da <http://www.csad.ox.ac.uk/CSAD/Images/Small/Asylia3.jpg>).

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Fig. 4 - Creta ellenistica allepoca delle ambascerie di Perdicca ed Agesandro.

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Fig. 5 - Apografo di Ph. Le Bas del decreto dei Romani (LW 60 = Asylia 153)

Fig. 6 - Apografo di Ph. Le Bas del decreto degli Etoli (LW 85 = Asylia 132)

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Fig. 7 - Apografo di Ph. Le Bas del decreto degli Atamani (LW 83 = Asylia 135)

Fig. 8 - Apografo di Ph. Le Bas del decreto dei Delfii (LW 84 = Asylia 134)

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Fig. 9 - Dettaglio del blocco D (ll. 18-47) del decreto nr. 2 di Antioco III per Teos, SEG XLI (1994), 1003 (foto tratta da Herrmann 1965).

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CLAUDIO VACANTI

Andare oltre Giano: la terza fronte della diplomazia romana in Grecia e Oriente (II a.C.)
Con la caduta nello stadio di Corinto duno stormo di corvi, colpiti in volo dallimpressionante grido di gioia degli spettatori che assistevano ai giochi istmici nellestate del 196 a.C., Plutarco chiude il decimo paragrafo della vita di Flaminino. 1 Le urla da stadio non erano state provocate dalla performance particolarmente brillante di uno dei numerosi atleti in gara. I poveri volatili non lo seppero mai, ma furono vittime casuali della propaganda romana. Ad entusiasmare gli animi era stato infatti un proclama in cui il proconsole Flaminino annunciava la libert dei Greci. Un quadro politico dettagliato dellevento ce lo fornisce Polibio, che nel paragrafo 46 del XVIII libro delle sue Storie si sofferma sulle opinioni degli uomini pi illustri della Grecia, giunti allo stadio per assistere ai giochi, a proposito delle intenzioni dei Romani nellEllade. 2 Per lo storico di Megalopoli, lopinione pubblica greca era convinta che Roma avrebbe proceduto ad unoccupazione militare, sia pure parziale, delle citt elleniche. La proclamazione della libert dei Greci fu cos inaspettata che dopo il primo annuncio dellaraldo, il pubblico non credeva quasi alle proprie orecchie. 3 Al di l delle possibili esagerazioni nella descrizione di Polibio, o in quella, ancor pi enfatizzata, di Plutarco, il proclama di Flaminino fu senza dubbio un fatto inaspettato per i Greci. 4 Certo, la scelta di non procedere alloccupazione militare del
1 Plut. Flam. 10. Cfr. Val. Max. IV 8, 5. Un episodio analogo accadde, secondo Antipatro (apud Liv. XXIX 25, 3-4), poco prima che Scipione simbarcasse per lAfrica. Su ci cfr. F.W. Walbank, A Historical Commentary on Polybius II. Commentary on Books VII-XVIII, Oxford 1967, 613. 2 Pol. XVIII 46, 2-3: Alcuni affermavano che era impossibile che i Romani se ne andassero da taluni posti e citt, altri invece sostenevano che se ne sarebbero andati da alcune localit ritenute famose, mentre ne avrebbero conservate altre certamente meno illustri, ma in grado di riuscire altrettanto utili ed indicavano subito i nomi di tali localit cos come frullavano loro nella mente, gareggiando tra loro in ingegnosit. Per questo e per gli altri passi dello storico di Megalopoli seguo la traduzione di A. Vimercati in Polibio, Storie I-XL, Milano 1987. Cfr. anche Liv. XXXIII 30-31; App. Mak. IX 3-4; Iust. XXX 4, 17; Zon. IX 16. 3 Pol. XVIII 46, 6-7: Fin dalle prime parole si era subito levato un applauso quanto mai fragoroso, per cui alcuni non erano riusciti a sentire il proclama, altri volevano sentirlo una seconda volta. La gran parte dei presenti non riusciva a credere alle proprie orecchie e pensava di udire quelle parole come in un sogno, tanto era inattesa la cosa. Cfr. Liv. XXXIII 32-33. 4 Pol. XVIII 46, 14: Stupiva infatti che i Romani e il loro genarale Tito avessero tenuto una simile condotta, che li impegnava ad affrontare qualsiasi spesa e qualsiasi rischio in favore della libert dei Greci. Su Flaminino, oltre al classico E. Badian, Titus Quinctius Flamininus, Philhellenism and Realpolitik, Cincinnati 1970, cfr. il recente R. Pfeilschifter, Titus Quinctius Flamininus. Untersuchungen sur rmischen Griechenlandpolitik, Gttingen 2005, con bibliografia.

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ISSN 2036-587X

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territorio greco era dettata da motivi strategici, legati alla volont romana di attuare una vera e propria economia delle proprie forze militari. 5 Per operare una scelta strategica, per, Roma non aveva certo alcun bisogno di informare, tramite un annuncio di questo genere, la popolazione greca. Il tenore del messaggio indirizza verso unoperazione di propaganda in piena regola, finalizzata a costruire una certa immagine di Roma e a diffonderla nella cornice pi idonea, quella dei giochi istmici, dove da quasi tutte le parti del mondo erano convenuti gli uomini pi illustri. 6 Il proconsole, infatti, non si limit a proclamare che Roma non avrebbe occupato militarmente le citt greche. Il senato romano ed il generale proconsole Tito Quinzio annunci laraldo , dopo aver sconfitto il re Filippo e i Macedoni, lasciano liberi, senza guarnigioni, esenti da tributi e con le rispettive patrie leggi i Corinzi, i Focesi, i Locresi, gli Eubei, gli Achei della Ftiotide, i Magnesii, i Tessali e i Perrebbi. 7 Il preciso richiamo alla libert, concetto particolarmente caro ai Greci, 8 acquista maggior rilievo in quanto concessione dei Romani, in tutto simile a quella benevola di un re ai propri sudditi pi che al riconoscimento di un diritto. Nella proclamazione, Flaminino volle delineare limmagine di una Roma benevola e magnanima coi propri alleati, che per non sta trattando da posizioni di parit, non riconosce un giusto diritto, ma semmai concede premi a chi si dimostra leale. Lefficacia dellannuncio dimostrata proprio dalla sorpresa e dallo stupore dei Greci, che avevano ormai accettato come un fatto compiuto legemonia romana. 9 Il proclama non fu il frutto dellidea estemporanea di un proconsole intelligente che conosceva i Greci e i modi con cui attuare presso di loro unefficace propaganda. 10 Nel paragrafo 44 del XVIII libro delle Storie di Polibio, si legge a chiare lettere che la scelta di non occupare militarmente la Grecia e di lasciarne liberi i territori era stata dettata dal senato, che dopo la sconfitta di Filippo V aveva inviato nellEllade dieci commissari. Flaminino intervenne infatti presso gli inviati del senato soltanto per convincerli a non occupare Calcide, Demetriade e Corinto. 11 Il fatto che il senato avesse lasciato piena capacit decisionale ai dieci circa la sorte delle tre localit, che in effetti rimasero sostanzialmente autonome, per quanto si decidesse di installarvi delle guarnigioni romane per timore di una eventuale invasione da parte del sovrano della Siria, dimostra che la libert, almeno formale, delle altre citt greche non era in discussione. Sebbene, perci, il luogo e i modi della proclamazione fossero stati probabilmente scelti da Flaminino, la volont di costruire una precisa immagine di Roma, pronta a concedere con magnanimit la libert ai Greci nonostante le spese e i
Sullargomento cfr. C. Vacanti, Suasione latente e uso della forza nellespansione romana (II se. a.C.), Hormos VIII (2006), 115-122. 6 Pol. XVIII 46, 1. 7 Pol. XVIII 46, 5. 8 La medesima formula, secondo Pol. IV 25, 6-7, era stata utilizzata nel decreto con cui la symmachia ellenica guidata dalla Macedonia aveva dichiarato guerra agli Etoli nel 220. Su ci cfr. Walbank, A Historical Commentary, cit., 612. Circa lipotesi delluso di tale formula in seno alla seconda lega delioattica cfr. J.L. Ferrary, Philhellnisme et imprialisme. Aspects idologiques de la conqute romaine du monde hellnistique, de la seconde guerre de Macdoine la guerre contre Mithridate, Roma 1988, 83-88. 9 Sulla necessit, da parte di Roma, di assumere un ruolo panellenico per poter rendere efficace il tema della libert greca cfr. D. Musti, Formulazioni ideali e prassi politica nellaffermazione della supremazia romana in Grecia in Tra Grecia e Roma. Temi antichi e metodologie moderne, Atti del Convegno di Studi (Roma, 15-16 maggio 1979), Roma 1980, 55-59. 10 Sulla propaganda di Flaminino cfr. il commento alla Epistula ad Chyretienses (IG IX 2, 338) di Ferrary, Philhellnisme, cit., 112-117. 11 Cfr. Pol. XVIII 45. Sulle tre localit cfr. anche Pol. XVIII 11, 4.
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sacrifici compiuti nella guerra contro il sovrano macedone, era gi stata espressa dal senato. 12 Quella di dare di s una precisa rappresentazione sembra una preoccupazione costante dello stato romano. La propaganda, per, non fu utilizzata soltanto nella sfera dei popoli amici e clienti: essa veniva adoperata anche per definire un certo tipo di immagine da utilizzare nei rapporti con gli stati nemici o non ancora sottomessi. Un esempio chiaro ci che avvenne subito dopo lannuncio della libert dei Greci. Ai giochi erano giunti degli ambasciatori del re siriaco Antioco III. 13 I rapporti tra Roma e il sovrano asiatico erano piuttosto tesi. Il senato aveva infatti capito che Antioco aveva intenzione di sfruttare, in qualche modo, la situazione che si era creata in Grecia dopo la sconfitta di Filippo V da parte romana. I Romani sapevano, o meglio erano convinti che il sovrano avesse intenzione di mettere le mani sulla Grecia e stesse aspettando il momento opportuno per sbarcare in Europa. 14 I dieci commissari senatoriali inviati nellEllade si incontrarono quindi con gli ambasciatori di Antioco, ai quali rivolsero parole molto dure, ordinando di tenersi lontano dalle citt dellAsia che erano indipendenti e di non fare guerra ad alcuna di queste e inoltre di ritirarsi da tutte le citt che egli aveva di recente occupato tra quelle soggette a Tolemeo e Filippo. Al tempo stesso gli ingiunsero di non passare in Europa con lesercito, perch nessuno pi dei Greci in quel momento era in guerra con alcuno n era soggetto ad alcuno. Infine comunicarono che alcuni di loro si sarebbero recati da Antioco. 15 Il tono del discorso era perentorio e non sembrava lasciare spazio a compromessi o a margini per una trattativa. 16 Un atteggiamento, quello dei Romani, che pareva stridere in modo netto con quanto era emerso dal proclama di Flaminino pochi giorni prima. Del resto, quello di presentare di se stessi unimmagine bifronte uno degli espedienti strategici pi comuni da parte di una potenza. Per evitare, cio, di proteggere i propri interessi vitali con un uso effettivo e continuato delle proprie forze militari, uno Stato pu tentare di diffondere e mantenere una reputazione violenta e decisa di s che quindi possa dissuadere gli altri da un attacco militare. Daltro canto, per, questo tipo di reputazione non favorisce certo relazioni pacifiche con altri stati e potrebbe anzi
12 Sul cosiddetto periodo dellimperialismo i testi fondamentali sono E. Badian, Roman Imperialism in the Late Republic, Oxford 1968; R. Werner, Das Problem des Imperialismus und die rmische Ostpolitik in zweiten Jahrh. v. Chr., in ANRW, 1,1, 1972, 501-563; P. Veyne, Y a-t-il eu un imperialisme romain?, MEFRA LXXXVIII (1975), 793-855; P.A. Brunt, Laus imperii, in P.D.A. Garnsey and C.R. Whittaker (Eds.), Imperialism in the Ancient World, Cambridge 1978, 159-91; W.V. Harris, War and Imperialism in Republican Rome, 327-70 B.C, Oxford 1979; Id. (Ed.), The imperialism of Mid Republican Rome, PMAAR XXIX (1984); E.S. Gruen, The Hellenistic World and the coming of Rome, Berkeley 1984; A.N. Sherwin-White, Roman Foreign Policy in the East 168 B.C. to A.D. I, London 1984; J.-L. Ferrary, Philhellnisme et imperialism, cit.; E. Gabba, Aspetti culturali dellimperialismo romano, Firenze 1993; B.D. Hoyos, Unplanned Wars. The origin of the First and Second Punic Wars, Berlin 1998; E. Gabba, Limperialismo romano, in A. Giardina - A. Schiavone (a cura di), Storia di Roma, Torino 1999, 203-247; G. Clemente, La politica romana nellet dellimperialismo, in Giardina Schiavone, Storia di Roma, cit., 249-280. Un quadro delle principali vicende dei regni ellenistici in E. Will, Histoire politique du monde hellnistique, Nancy 1967. 13 Pol. XVIII 47. 14 Pol. XVIII 45, 11. Sullargomento cfr. C. Vacanti, Guerra preventiva, equilibrio di potenza e imperialismo romano, Thalassa II (2005), 161-174. 15 Pol. XVIII 47, 1-2. Cfr. anche Liv. XXXIII 34. Sulla spedizione di Antioco in Asia Minore cfr. J. Ma, Antiochos III and the cities of Western Asia Minor, Oxford 1999, 82 ss. 16 Cfr. E. Badian, Studies in Greek and Roman History, Oxford 1964, 126 che parla di un atto di guerra fredda.

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causare tensioni e conflitti. Si tenta quindi, per cos dire, di afferrare entrambi i corni del dilemma presentando, appunto, unimmagine bifronte, che da un lato cio proclama la propria assoluta devozione alla pace cosa che esclude nella percezione altrui ogni possibilit di aggressione , dallaltro, invece, si mostra disposta a battersi con ferocia qualora si venga attaccati. 17 Un esempio abbastanza chiaro di questo bifrontismo strategico proprio quello del sovrano di Siria. Esemplari in tal senso sono le parole pronunciate da Antioco qualche mese dopo il proclama di Corinto, in occasione dellincontro a Lysimachia tra il re e alcuni dei commissari romani. Antioco, di fronte alla reiterazione delle richieste romane di Corinto, ribadisce i propri diritti sulle citt dAsia con notevole sicurezza e non cela il proprio fastidio nei confronti delle pretese romane; 18 ma saffretta, al tempo stesso, a rassicurare i commissari circa i propri progetti, proclamando di non avere alcuna intenzione di attaccare Roma e, anzi, di voler stringere con Tolemeo, di cui aveva occupato alcune citt, non soltanto un patto di amicizia, ma, insieme, anche un legame di parentela. 19 Se per adesso proviamo ad analizzare nuovamente le parole che i dieci commissari rivolsero agli ambasciatori del sovrano a Corinto, possiamo renderci conto del diverso atteggiamento, della diversa immagine di Roma rispetto a quella data dal sovrano siriano. Le parole dei Romani presentano, infatti, a ben guardare, dei caratteri di continuit rispetto a ci che era stato proclamato di fronte agli spettatori dello stadio pochi giorni prima. La motivazione addotta dai Dieci per ordinare ad Antioco di non compiere alcun intervento armato era infatti la libert e lindipendenza delle citt greche, sia dellAsia sia dellEllade. Roma, ancora una volta, faceva leva sul sentimento di libert e di indipendenza dei Greci. Inoltre, i Romani facevano capire a chiare lettere al sovrano siriaco che il garante di quella libert era Roma stessa. Di fatto, lUrbe dichiarava ad Antioco che, dopo aver sconfitto Filippo, essa aveva ereditato la sfera di influenza del sovrano macedone e non ne tollerava la limitazione o la discussione. I Romani volevano fare capire che la proclamazione della libert dei Greci, a cui gli ambasciatori siriaci avevano certamente assistito, doveva essere presa per ci che in effetti era: la dichiarazione di un vero e proprio protettorato romano, che lasciava liberi gli Elleni solo per concessione di Roma, ma che ereditava e custodiva gli interessi ellenici, che di fatto diventavano anche romani. Perci, nel discorso dei Dieci non doveva trasparire alcun dubbio o tentennamento ma, piuttosto, la certezza che i Romani avrebbero difeso coi denti gli interessi dei propri sudditi greci. Non sembra insomma di essere al cospetto di una semplice immagine bifronte. Lambizione di costruire e reggere un impero di tipo egemonico richiedeva una complessit maggiore. E, in effetti, laspetto che Roma cerc di costruirsi nel cosiddetto periodo dellimperialismo non era n monolitico n bifronte: la gamma delle sfumature era pi ampia. Nel rapporto con gli stati che non erano ancora entrati sotto la propria sfera dinfluenza, Roma non utilizzava un atteggiamento protettivo, quasi paternalistico, come invece aveva fatto con le citt greche per mezzo della
17 Per il concetto di immagine bifronte, a proposito delle potenze minori in epoca moderna cfr. E. Luttwak, Strategia. La logica della guerra e della pace, Milano 2001. 18 Pol. XVIII 51, 1: Il re allora replic, dicendo che anzitutto non si sapeva spiegare per quale ragione gli contestassero il possesso delle citt dAsia, in quanto chiunque altro avrebbe avuto il diritto di fare ci meno che i Romani. Cfr. Liv. XXXIII 39. Sul tema Badian, Studies, cit., 120 e Ma, Antiochos III, cit., 98-99. 19 Pol. XVIII 51, 10. Cfr. anche Diod. XXVIII 12 e App. Syr 3.

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proclamazione della loro libert ai giochi istmici. Quando Roma voleva, per i pi svariati motivi, stipulare unalleanza con un altro stato verso il quale non poteva ancora vantare un controllo di qualunque tipo, dava di s una rappresentazione diversa. Nelle modalit seguite nellestate del 190 a. C. per stipulare unalleanza con il re della Bitinia, Prusia, si possono trovare le caratteristiche dellimmagine che i Romani costruivano per ottenere i propri scopi. Il sovrano della Bitinia aveva ricevuto diverse proposte di alleanza da parte di Antioco III, ormai in guerra aperta con Roma. 20 Prusia, del resto, era molto preoccupato per lascesa al potere dei Romani in Asia: era infatti convinto che lUrbe non avrebbe esitato a rovesciare i principi asiatici per imporre il suo dominio. 21 Il suo atteggiamento, per, cambi di colpo quando ricevette una missiva dai due Scipioni, che stavano conducendo le operazioni militari in Asia. 22 La lettera una vera e propria summa dei princpi sui quali si basava la propaganda romana nei rapporti con gli stati di cui Roma sollecitava lalleanza. In essa, i due Scipioni ripercorrevano la storia dellatteggiamento della citt laziale nei confronti dei sovrani stranieri con cui aveva avuto rapporti negli ultimi anni. I due fratelli furono abilissimi nel dipingere il ritratto di una Roma che favoriva in tutti i modi i principi clienti che si erano dimostrati fedeli allalleanza e con i quali non era stata avara di concessioni territoriali e politiche. 23 Gli esempi prodotti dai due Scipioni sono numerosi. Tra questi citavano il caso di Andobale e Colicante in Iberia, di Masinissa in Libia, di Pleurato in Illiria. Tutti costoro, continuavano, essi li avevano resi da principi pressoch anonimi e di poco conto quali erano, dei veri e propri re riconosciuti da tutti. 24 Quella che si delinea nella lettera la raffigurazione di una potenza assolutamente fedele coi propri alleati. Le piccole e medie potenze potevano riporre piena fiducia nei Romani e nelle loro intenzioni. La volont di Roma non era di conquistare, ma di stabilire stretti vincoli di alleanza coi principi stranieri disposti a riconoscerne la supremazia. 25 Quello che conta, poi, che la missiva degli Scipioni non era il risultato di una distorta lettura della storia della politica estera romana, o meglio non era soltanto frutto

Pol. XXI 11, 1. Pol. XXI 11, 2. Sullimmagine che di Roma si ricava da oracoli e profezie di III e II secolo a.C., cfr. il pregevole lavoro di L. Loreto, Limmagine dello Stato romano nellOriente ellenistico nellet delle profezie (III e II sec. a.C.). Oracula Sibyllina III tra Licofrone, Daniele, I Maccabei, Antistene e Istaspe, in I. Chirassi Colombo - T. Seppilli (a cura di), Sibille e linguaggi oracolari. Mito Storia Tradizione, Atti del Convegno Internazionale di studi (Macerata - Norcia, 20-24 settembre 1994), Macerata 1998, 443-486. 22 Pol. XXI 11, 3. Cfr. Liv. XXXVII 25; App. Syr. 23. 23 Pol. XXI 11, 5-6. 24 Pol. XXI 11, 7 25 Sui rapporti tra Roma e gli alleati, il testo classico sullapplicazione del sistema della clientela alla politica estera E. Badian, Foreign clientelae (264- 70 B.C.), Oxford 1958. La sua tesi sostanzialmente seguita da R. M. Errington, The Dawn of Empire: Romes rise to world power, Ithaca 1972 e da J. -L. Ferrary, Philhellnisme, cit., ma respinta da E. S. Gruen, The Hellenistic world, cit., (di cui cfr. la recensione di E. Gabba in Athenaeum, LXXV (1987), 205-10). Critiche anche in J. W. Rich, Patronage and Interstate relations in the Roman Republic, in A. Wallace-Hadrill (Ed.), Patronage in Ancient society, London 1990, 117-135. Al modello di amicitia piuttosto che a quello di clientela pensa J. Burton, Clientela or Amicitia? Modeling Roman International Behavior in the Middle Republic (264-146 B.C.), Klio LXXXV (2003), 333-369. Un approccio innovativo, che utlizza le moderne teorie di relazioni internazionali, quello di A.M. Eckstein, Mediterranean Anarchy, Interstate War and the Rise of Rome, Berkeley 2006.
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di una deformazione propagandistica. 26 Certo, non sempre gli esempi citati dai due fratelli furono puntuali, come nel caso di Andobale. Di sicuro, per, lautenticit negli altri casi era sotto gli occhi di tutti, o quantomeno appariva tale. Unestemporanea dichiarazione dintenti senza un adeguato supporto di un congruo numero di dati reali difficilmente avrebbe convinto un sovrano come Prusia ad unalleanza con Roma. La persuasione romana si basava, invece, su fatti non soltanto concreti ma anche percepiti come tali. Forse gi consapevoli che la propaganda si deteriora inesorabilmente quando ci che stato proclamato il giorno prima ad alta voce viene smentito dalla realt del giorno dopo, i Romani si erano serviti di unimmagine costruita nel tempo: essa era il frutto di un preciso disegno, attuato con costanza, nonostante la diversit degli scenari politici. In Iberia, in Libia e in Illiria (gli esempi citati dai due Scipioni), cos come in Grecia, Roma aveva sempre tentato di autorappresentarsi come una potenza cui poter dare fiducia. A giudicare dalle reazioni di Prusia, che decise di abbandonare Antioco ed abbracciare la causa dei Romani, 27 lUrbe era riuscita nel suo intento. Nella lettera, i due Scipioni facevano riferimento anche al sovrano della Macedonia, Filippo V, e al tiranno di Sparta, Nabide. 28 Dopo aver dato precise garanzie della fedelt romana verso i propri alleati, i due fratelli volevano adesso sottolineare la moderazione che i Romani avevano dimostrato coi propri nemici dopo averli sconfitti. Naturalmente, gli Scipioni non fecero alcun cenno alle vere motivazioni della mancata annessione della Macedonia, riconducibili al concetto di economia di forze. 29 Come ci si aspetta, comunque, da un discorso propagandistico, essi non sottolinearono neppure il grande vantaggio strategico ottenuto dai Romani tramite la restituzione degli ostaggi al sovrano macedone, che garant a Roma, almeno per un certo tempo, la sicurezza sul fronte greco e lappoggio di Filippo V nella guerra contro Antioco. Lo scopo della citazione dellesempio del sovrano macedone era, invece, dare di Roma unimmagine rassicurante anche nel modo di condurre gli eventi post bellum. Roma, insomma, voleva far capire a Prusia e ai propri alleati che essa sapeva evitare gli atteggiamenti ostili e tracotanti nei confronti dei popoli e degli stati sconfitti. Perci, gli alleati non dovevano aspettarsi continue ribellioni nei territori sotto linfluenza romana. La moderazione era larma di cui i Romani si servivano per garantire la pace: gli alleati dovevano averne piena consapevolezza. Roma doveva dimostrare, insomma, di saper ben dosare la propria bellicosit e la propria durezza. Anche un atteggiamento troppo dimesso avrebbe, infatti, potuto causare problemi nei rapporti internazionali. Mostrare debolezza era pericoloso tanto quanto mostrare eccessiva durezza. Abbiamo gi visto che Roma non esit, nei rapporti

26 Su Andobale Pol. III 76, 6; IX 11, 3-4; X 18, 7-15; X 35, 6-38; X 40, 3; X 40, 10; XI 26, 6; XI 29, 3-5; XI 31, 1 e 33, 6. Su Colicante cfr. Pol. XI 20, 3-5. Su Masinissa Pol. IX 25, 4 e XV 18, 5. Su Pleurato Pol. X 41, 4; XVIII 47, 12 e XXI 21, 3. 27 Pol. XXI 11, 12. 28 Pol. XXI 11, 9-10: Uguale era stato il caso di Filippo e Nabide in Grecia. Quanto a Filippo, essi, dopo averlo vinto in guerra e ridotto nella condizione di dover dare ostaggi e pagare tributi, non appena avevano ricevuto da lui una piccola dimostrazione di benevolenza, gli avevano riconsegnato il figlio e, con lui, tutti gli altri giovani che tenevano in ostaggio, lavevano esonerato dal pagamento dei tributi e gli avevano restituito molte delle citt prese durante la guerra. Nel caso di Nabide, poi, pur potendolo essi letteralmente annientare, non lavevano fatto; al contrario, lavevano risparmiato, nonostante fosse un tiranno, dopo aver ricevuto le consuete garanzie di fedelt. Su Filippo Pol. XXI 3. Su Nabide Liv. XXXIV 35, 2-11. 29 Cfr. supra, n. 5.

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con Antioco III, a dare di s unimmagine inflessibile. Tale severit, insieme con atteggiamenti concilianti, venne utilizzata anche coi sovrani di Potenze minori. Esemplare il comportamento romano nei confronti di Moagete, tiranno di Cibira, localit della Frigia. Il console Gneo Manlio Vulsone si trovava nel 189 a.C. nei pressi di Cibira per condurre la campagna contro i Galati. Moagete invi unambasceria, pregando i Romani di non devastare la regione poich egli era amico dei Romani e avrebbe obbedito ad ogni loro ordine. E mentre faceva tale richiesta, offriva una corona di quindici talenti. 30 Vulsone rinfacci agli ambasciatori lavversione che Moagete aveva sempre dimostrato nei confronti dei Romani: meritava perci una severa punizione e non certo amicizia. 31 Gli ambasciatori non tentarono neppure di controbattere alle accuse. 32 Vulsone accett quindi di incontrare il giorno seguente lo stesso Moagete che, vestito in modo dimesso, preg il console di risparmiare le citt su cui esercitava il dominio 33 e gli offr quindici talenti. 34 La reazione di Vulsone fu ancora molto dura. 35 Moagete, allora, cominci una vera e propria trattativa per salvarsi, aumentando poco a poco lentit della somma che avrebbe pagato a Roma, finch convinse Gneo ad accettare cento talenti e diecimila medimni di frumento, nonch a riceverlo come suo alleato. 36 Il tono del console differisce nettamente da quello emerso nella lettera dei due Scipioni a Prusia. Anche i modi duri e minacciosi di Vulsone, per, rientrano nella gamma di sfumature che caratterizzavano limmagine di Roma. Questa doveva garantire la certezza della punizione contro tutti coloro che manifestavano in qualche modo ostilit. Latteggiamento iniziale di Vulsone, caratterizzato da estrema durezza e rigidit, consent a Roma di ottenere una punizione plateale del tiranno il pagamento di una cospicua somma di denaro monito per tutti coloro che pensavano di potersi opporre ai Romani, ma di incassare anche lappoggio dello stesso Moagete di cui Vulsone, alla fine, accett lalleanza. Unalleanza cementata, certo, dal timore di future rappresaglie romane ma anche, allo stesso tempo, dalla relativa mitezza della punizione inflitta alle citt controllate dal tiranno, alle quali, in questo modo, non venivano dati da parte romana motivi di covare sentimenti di vendetta, che invece sarebbero potuti emergere, ad esempio, con la devastazione delle zone limitrofe o con lassedio della citt di Cibira minacciate allinizio dal console. Anche in questo caso, ad emergere limmagine di una potenza capace di utilizzare, alloccorrenza, tutta la severit necessaria per difendere il proprio prestigio, anche nei confronti di potenze minori, che, da sole, non sarebbero state in grado di impensierire, da un punto di vista militare, la supremazia romana; potenze minori che comunque venivano prese in seria considerazione, in vista soprattutto dellesempio che esse potevano costituire per gli altri Stati. Nellepisodio del tiranno Moagete emerge pure la costante preoccupazione di Roma di non oltrepassare, quando possibile, dei
Pol. XXI 34, 3-4. Cfr. anche Liv. XXXVIII 14, 3. Sulla versione liviana cfr. W. Schubert, Die Moagetes-Erzhlung bei Polybios (21,34) und Livius (38,14), in A. Haltenhoff - F. H. Mutschler (Hgg.), Hortus litterarum antiquarum. Festschrift fr Hans Armin Grtner, Heidelberg 2000, 521-535. 31 Pol. XXI 34, 6-8 32 Pol. XXI 34, 8. 33 Cibira, Sileo e la cosiddetta Citta sul Lago (Pol. XXI 34, 11). 34 Pol. XXI 34, 10. 35 Pol. XXI 34, 12 Gneo, allibito per la sua sfrontatezza, non disse altro che questo: che, cio, se non avesse pagato cinquanta talenti (ed era gi un grosso favore) egli non solo avrebbe devastato la regione, ma avrebbe assediato e saccheggiato la citt stessa. 36 Pol. XXI 34, 13.
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limiti di severit, che avrebbero potuto causare, sia nelle citt direttamente interessate sia nelle potenze minori vicine e lontane, risentimenti, desideri di vendetta e preoccupazioni pericolosi per la stabilit delle regioni sotto linfluenza romana. 37 Gli episodi citati sono solo una parte dei numerosi esempi che aiutano a comprendere la molteplicit degli atteggiamenti romani nei confronti di alleati, clienti e nemici. Tra le numerose variabili c per una costante: la continua ricerca romana di un delicato equilibrio, chiave di volta di tutto limpianto dellimmagine mostrata a nemici ed amici. I Romani dovevano mediare tra un atteggiamento troppo bellicoso ed uno troppo pacifico. 38 Questultimo aveva certo il vantaggio di rassicurare le potenze non ancora entrate nella sfera di influenza romana: stati che Roma non voleva vedere coalizzati contro di s, uniti dalleccessiva paura nei suoi confronti. Tale condotta, per, avrebbe causato, se fosse stata troppo esasperata, preoccupazioni notevoli nelle potenze ormai entrate, invece, nellorbita di dominio di Roma. Se cio gli alleati e i clienti avessero notato nel comportamento romano modi troppo concilianti o troppo poco bellicosi coi nemici, avrebbero avuto dubbi sulleffettiva volont di Roma di difendere i comuni interessi anche a costo della guerra. Dubbi simili avrebbero potuto minare lautorit dei Romani e provocare, a lungo andare, laperta ribellione degli alleati e clienti e lo smantellamento della rete di alleanze cos faticosamente costruita. Si trattava, come si pu intuire, di un equilibrio molto delicato. La meticolosa attenzione con cui Roma cerc di mostrarsi magnanima con i clienti, implacabile coi nemici, fedele con le potenze alleate, moderata nellimporre una pace non umiliante, dura con le potenze minori non ancora sottomesse la terza fronte, insomma, della diplomazia romana , dimostra la volont di cercare questequilibrio a tutti i costi. A giudicare dai risultati, questequilibrio, anche se precario per natura, essa riusc a mantenerlo per lungo tempo.
Universit degli Studi di Palermo Dip. di Beni Culturali Viale delle Scienze-Ed.12 Facolt di Lettere e Filosofia 90128 Palermo claudiovacanti@hotmail.com on line dal 23.05.2010

Claudio Vacanti

37 Sugli orientamenti in tale ambito di Catone cfr. G. Zecchini, Il pensiero politico romano, Roma 1997, 27-36. 38 Per la necessit da parte delle grandi potenze moderne di cercare questequilibrio cfr. Luttwak, Strategia, cit.

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MICHAEL SOMMER

La crisi romano-partica del 53-64 d.C.: la prospettiva orientale1


Il conflitto per legemonia in Armenia, 53 a.C. - 51 d.C.
Sotto il regno di Nerone, due grandi avvenimenti sconvolsero le provincie orientali dellImpero Romano: la prima guerra giudaica e la crisi romano-partica, soggetto di questi due interventi. Entrambi erano fondati su premesse che risalivano ad un passato assai remoto: nel caso della Giudea, il settarismo della societ ebraica e levidente incompetenza del personale amministrativo romano; 2 nel caso del conflitto in cui Domizio Corbulone gioc un ruolo decisivo, era invece il regno armeno, il notorio pomo della discordia, contestato fra lImpero Romano e il regno partico fin dal tempo di Marco Crasso, al quale il re armeno Artavaside II aveva offerto unalleanza che Crasso aveva invece rifiutato. Dagli inizi del II sec. a.C., dopo la secessione dal regno seleucide, lArmenia era dominata dagli Artassidi, una dinastia indigena semi-ellenizzata. I sovrani armeni erano diventati reges socii et amici populi Romani dopo la sconfitta di Tigrane il grande nel 66 a.C. Considerato, dunque, dal re Arsacide un combattente romano e abbandonato invece dal comandante romano, Artavaside non pot fare altro che allearsi con i Parti. Dopo la sconfitta di Crasso a Carrhae, la coalizione fu confermata con unalleanza dinastica: la sorella di Artavaside spos Pacoro, il principe ereditario arsacide. 3

1 Sono molto grato a Rosalia Marino per linvito alle giornate di studio del Dipartimento di Beni Culturali Storico-Archeologici, Socio-Antropologici e Geografici dellUniversit degli Studi di Palermo e per lopportunit di avervi presentato queste considerazioni. Il mio amico Davide Salvo mi ha accolto a Palermo con unospitalit eccezionale. Sono inoltre grato alle mie amiche Ilaria Battiloro, Laura Mecella e Annalisa Paradiso per la revisione del testo italiano. 2 Sul procuratore Gessio Floro in modo esemplare Ios. ant. Iud. II 14-17. Cfr. F. Millar, The Roman Near East. 31 BC - AD 337, Cambridge (Mass.) 1993, M. Sartre, The Middle East under Rome, Cambridge (Mass.) 2005, M. Sartre, Le Haut-Empire romain. Les provinces de Mditerrane orientale dAuguste aux Svres, 31 av. J.-C. - 235 apr. J.-C, Paris 1997, J. Maier, Geschichte des Judentums im Altertum, Darmstadt 1989, E.S. Gruen, Roman perspectives on the Jews in the age of the Great Revolt, in A.M. Berlin - J.A. Overman (Eds.), The First Jewish Revolt. Archaeology, history, and ideology, London 2002, 27-42, A.H.M. Jones, Procurators and prefects in the early principate. In Roman government and law, Oxford 1960, 115-125. 3 Plut. Crass. 19-22. Per il contesto D. Timpe, Die Bedeutung der Schlacht von Karrhae, MH XIX (1962), 104-129, D. Timpe, Caesars gallischer Krieg und das Problem des rmischen Imperialismus, Historia XIV (1965), 189-214, J. Malitz, Caesars Partherkrieg, Historia XXXIII (1984), 21-59, J. Bleicken, Geschichte der Rmischen Republik, Mnchen 1999, J. Kromayer, Kleine Forschungen zur Geschichte des Zweiten Triumvirats, IV. Der Partherzug des Antonius, Hermes XXXI (1896), 70-104, K.J. Schippmann, Grundzge der parthischen Geschichte, Darmstadt 1980.

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ISSN 2036-587X

Michael Sommer, La crisi romano-partica del 53-64 d.C.:la prospettiva orientale

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La monarchia armena rimase dipendente dai Parti fino al periodo del Secondo Triumvirato. Quando Antonio si accinse a conquistare il regno partico nel 36, cerc lalleanza di Artavaside. Si dimostr, almeno allinizio, un alleato leale. Quando invece linvasione della Mesopotamia fall completamente e per giunta Ottaviano cerc contatti col re armeno per ingannare Antonio, si verific la secessione del rex amicus: Antonio propose maliziosamente, come afferma Cassio Dione 4 di rinnovare lalleanza, e di confermarla col matrimonio di suo figlio con una principessa armena. Artavaside, per, respinse lofferta. 5 In tal modo forn ad Antonio il pretesto per invadere lArmenia. Antonio la incluse nella sua sfera di potere. La soldatesca romana saccheggi il paese, mentre Antonio cattur il re armeno e, dopo la sconfitta di Azio, lo uccise. Linvasione fu causa di profonde perturbazioni in Armenia: gli armeni, spinti dai Parti, proclamarono re il figlio di Artavaside, Artaxia II, che si ribell allegemonia romana. Sconfitto dalle truppe di Antonio, Artaxia fugg nel regno partico. Scoppiata per la guerra civile fra Antonio e Ottaviano, riconquist il suo regno col sostegno dei Parti. Negli anni successivi, il regno sarebbe rimasto legato a quello partico. 6 Nel 20 a.C., Ottaviano, ormai Augusto, concluse il famoso accordo con i Parti, che restituirono le aquile perse da Crasso nel 53. 7 Intanto Tiberio, alla testa di un esercito, raggiunse lArmenia. Nel suo entourage vi era Tigrane, secondo figlio di Artavaside, cresciuto a Roma. Quando Artaxia cadde vittima di una rivolta nel suo regno, Tiberio insedi Tigrane (III) come nuovo rex amicus: lArmenia torn quindi sotto legemonia romana. 8 Ci rimase fino alla morte di Tigrane, morte che avvi una vera e propria guerra civile nel regno. A Tigrane successe il figlio eponimo insieme con la sorella Erato, senza attendere lapprovazione di Roma. Mentre Tigrane e Erato si mostravano apertamente pro-partici, la corte era divisa. Appoggiandosi alla fazione antipartica, Augusto port sul trono Artavaside IV, probabilmente un altro figlio di Artavaside III, come nuovo re cliente. Poco dopo, nonostante la notevole pressione militare da parte dei Romani, Artavaside fu scacciato, mentre Tigrane e Erato, con lappoggio partico, riconquistarono il trono. Luomo giusto per appianare il conflitto fu Gaio Cesare, il pi anziano dei nipoti di Augusto. Alla fine trionf: Tigrane mor nel corso di una guerra contro trib locali e i Parti accettarono il ritorno allo status quo ante. Gaio Cesare insedi sul trono armeno un certo Ariobarzane, figlio del re di Media Atropatene. Questi rinnov rapidamente lalleanza con lImpero romano. 9 La fazione pro-partica dellaristocrazia armena non si arrese per alla situazione. Lintervento romano quasi istantaneamente provoc una ribellione; nei successivi combattimenti, Gaio Cesare trov la morte, 10 n lArmenia trov pace. Nuove ribellioni
Cass. Dio XLIX 39, 2. C. Schfer, Kleopatra, Darmstadt 2006, convinto che lofferta di Antonio fosse stata sincera. Contra invece W. Huss, gypten in hellenistischer Zeit. 332-30 v. Chr., Mnchen 2001. 6 Cass. Dio LI 16; Ios. ant. Iud. XIII 105. Cfr. M.A. Levi, Augusto e il suo tempo, Milano 1994, K.H. Ziegler, Die Beziehungen zwischen Rom und dem Partherreich. Ein Beitrag zur Geschichte des Vlkerrechts, Wiesbaden 1964, D. Kienast, Augustus. Prinzeps und Monarch, Darmstadt 1982. 7 Mon. Anc. 29. Cfr. K. Krmer, Zur Rckgabe der Feldzeichen im Jahre 20 v. Chr., Historia XXII (1973), 362-363. Sulla rappresentazione visuale sulla statua di Primaporta A. Landskron, Parther und Sasaniden. Das Bild der Orientalen in der rmischen Kaiserzeit, Wien 2005, P. Zanker, Augustus und die Macht der Bilder, Mnchen 1990. 8 Vell. II 94, 4; 122, 1; Suet. Aug. 21, 3; Tib. 9, 1; Cass. Dio LIV 9, 4; Mon. Anc. 27. Cfr. Kienast, Augustus, cit. 9 Tac. ann. II 3-4; Mon. Anc. 27; Cass. Dio LV 10a, 5. 10 Strab. XI 14, 6; Tac. ann. I 3, 3; Vell. II 102, 2; Cass. Dio LV 10a, 6-8.
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sconvolsero il paese dopo la morte di Ariobarzane (2 d.C.). LArmenia sprofond in un lungo periodo di anarchia, finch Germanico, delegato di Tiberio per loriente, attribu il titolo regale ad un certo Zeno, un principe del Ponto legato alla dinastia cappadoce (18 d.C.). 11 Zeno, che assunse il nome di Artaxia III, mor nel 35. Ad Artabano II, sovrano della Partia, la morte del re offr loccasione per un nuovo intervento. Artabano pose suo figlio Arsace come successore e reclam lantico confine fra la Persia e la Macedonia. 12 Tiberio invece nomin re Mitridate, il fratello del re ibero. Questi uccise Arsace e mobilit le trib caucasiche contro i Parti di Artabano che, dopo una breve guerra, si ritirarono. Artabano non pot fare altro che accettare il fait accompli architettato da Tiberio. 13 La crisi successiva si verific quando, nel 37 d.C., Caligola decise di destituire Mitridate, che fu incarcerato a Roma. Latto provoc un nuovo intervento partico, ma Mitridate, liberato da Claudio nel 42 d.C., riusc a riconquistare il proprio regno, mentre quello partico veniva lacerato da conflitti dinastici. Assumendo un atteggiamento apertamente minaccioso, i Romani prevennero una nuova aggressione partica. 14 Mitridate invece domin un paese devastato da guerre civili e dalle continue lotte fra diverse fazioni aristocratiche, finch non perse il regno ad opera di un nipote usurpatore. 15 Questo era lo scenario quando, nel 51 d.C., Vologease I assunse il potere nel regno partico. Nessuno dei due imperi che rivaleggiavano per legemonia nel Vicino Oriente era riuscito ad acquisire un predominio sicuro e durevole sullArmenia, che quindi rimase il pomo della discordia. In questa sede tenteremo (a) di spiegare la politica partica in Armenia durante la crisi romano-partica degli anni 53-64 d.C. e (b) di costruire un modello della periferia dell'impero arsacide. Lipotesi che le reiterate crisi furono frutto di uno storico equivoco fra due formazioni imperiali che funzionavano secondo meccanismi completamente diversi.

Gli attori
NellArmenia del I secolo d.C. operavano due fattori: lantagonismo romanopartico risalente allet di Crasso e la costituzione interna del regno armeno, specialmente della sua aristocrazia. Occorre quindi considerare prima le rispettive formazioni egemoniche, per poi esplorare il ruolo della nobilt armena. Il rapporto tra il centro e la periferia nellImpero Romano ben noto e non richiede pi di un breve riepilogo. 16 Oltre il nucleo pi antico, Roma e lItalia, la maggior parte dell impero era
Tac. ann. II 56, 2-4. Cfr. G. Traina, pisodes de la rencontre avec Rome (IIe sicle av. J.-C. - IIIe sicle ap. J.-C.), Iran & the Caucasus III (1999), 59-78. 12 Ibid. VI 31, 12. 13 Ibid. VI 32-33. Cfr. B.H. Isaac, The limits of empire. The Roman army in the East, Oxford 1992, E. L. Wheeler, The army and the limes in the east, in P. Erdkamp (Ed.), A companion to the Roman army, Oxford 2007, 235-266. 14 Cass. Dio LX 8, 1; Tac. ann. XI 8. 1; 9, 1-2; 10, 1; Ios. ant. Iud. XX 3, 4. 15 Tac. ann. XII 45-47. 16 SullImpero romano come struttura egemonica M. Sommer, Roms orientalische Steppengrenze, Stuttgart 2005, Id., Rmische Geschichte II. Rom und sein Imperium in der Kaiserzeit, Stuttgart 2009, Id., Hatra imperiale und regionale Herrschaft an der Steppengrenze, Klio LXXXV (2003), 384-398. Per lOriente romano cfr. B.H. Isaac, The limits of empire. The Roman army in the East, Oxford 1992, K. Butcher, Roman Syria and the
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costituita dalle provincie, unit di dominio diretto sia dellimperatore, sia del senato e del popolo di Roma. Questo almeno in teoria. Nella prassi, limperatore era il sovrano, dotato di un potere indiviso, in tutte le provincie, mentre lautonomia di civitates e poleis, a livello locale, costituiva un forte elemento di dominio indiretto. 17 Secondo fattore di dominio indiretto erano appunto i reges socii et amici populi Romani, i monarchi clienti che governavano stati autonomi nella periferia imperiale, cio regni come la Commagene, lOsroene, la Cilicia ed il Ponto. 18 Tuttavia, perturbazioni come i tumulti in Giudea, avvenuti dopo la morte di Erode il Grande nel 4 a.C., mostrano la fondamentale inadeguatezza del sistema clientelare nellOriente romano. Il quadro si complica ulteriormente a causa di due fattori radicati nellideologia imperiale: primo, la visione dellImpero Romano come imperium sine fine, in senso sia cronologico che geografico, che non tollerava lesistenza di altre sfere di potere; 19 secondo, il trionfalismo come elemento costitutivo dellimago di ogni imperatore. Spesso gli imperatori, soprattutto quelli che subivano una considerevole pressione interna, cedevano a un facile trionfalismo nei confronti dei re alleati: Caligola ad esempio conquist la Commagene, i Flavi sottrassero lautonomia allo stato tempio di Emesa, Traiano annesse, come Provincia Arabia, il regno dei Nabatei. Nei primi due secoli dopo Cristo, limperialismo romano non era quindi altro che una fusione della componente carismatica del principato con luniversalismo proclamato dalla monarchia. Il regno partico era diverso. In esso, il nucleo dominato direttamente dai sovrani arsacidi era relativamente piccolo, mentre i re dei re esercitavano un controllo indiretto su una periferia enorme, governata da piccoli re e principi. Il sistema di dominio indiretto, con un alto livello di autonomie locali, anzich rappresentare un segno di debolezza era invece perfettamente adeguato ad un paese in cui trib nomadi e seminomadi costituivano un fattore sociale, politico e militare fortissimo. I legami fra il re grande ed i re piccoli avevano il carattere di un corteggio personale, con giuramenti
Near East, London 2003. Sul concetto della frontier in generale F.J. Turner, The frontier in American history, Tucson 1986, I. Geiss, Kontinuitten des Imperialismus, in W. Reinhardt (Hg.), Imperialistische Kontinuitt und nationale Ungeduld im 19. Jahrhundert, Frankfurt am Main 1991, 12-30, I. Geiss, Great powers and empires. Historical mechanisms of their making and breaking, in G. Lundestad (Ed.), The fall of the great powers. Peace, stability and legitimacy, Oslo 1994, 23-43, I. Geiss, Krieg und Macht als historische Universalien, in B. Meiner - O. Schmitt - M. Sommer (Hgg.), Krieg - Gesellschaft - Institutionen. Beitrge zu einer vergleichenden Kriegsgeschichte, Berlin 2005, 19-34. Su imperi e identit in generale cfr. H. Mnkler, Imperien. Die Logik der Weltherrschaft vom Alten Rom bis zu den Vereinigten Staaten, Berlin 2005, J. Osterhammel, Imperien, in H. Breuninger - R. Breuninger (Hgg.), Ablsungen aus Imperien, Symposium vom 14. bis 16. Juni 1991 Titisee, Stuttgart 1992, 33-35, J. Osterhammel, Kolonialismus. Geschichte, Formen, Folgen, Mnchen 1997. 17 F. Millar, Senatorial provinces. An institutionalized ghost, AncW XX (1989), 93-97. ha dimostrato lirrilevanza della divisione fra provincie senatorie e imperiali. Cfr. anche la recensione di T.J. Cornell, Review Fergus Millar: Rome, the Greek world, and the East, vol. 1, JRS XCIII (2003), 351-354. Sullautonomia locale W. Dahlheim, Geschichte der rmischen Kaiserzeit, Mnchen 1989. 18 Sui re clienti M. Pani, Roma e i re dOriente da Augusto a Tiberio. Cappadocia, Armenia, Media Atropatene, Bari 1972, M.R. Cimma, Reges socii et amici populi romani, Milano 1976, D. Braund, Rome and the friendly king. The character of the client kingship, London 1984. SullOsroene: S.K. Ross, Roman Edessa. Politics and culture on the eastern fringes of the Roman Empire. 114-242 CE, London 2001. Commagene: M. Facella, La dinastia degli Orontidi nella Commagene ellenistico-romana, Pisa 2006. Gli stati clienti in occidente sono oggetto dellanalisi di R. Wolters, Rmische Eroberung und Herrschaftsorganisation in Gallien und Germanien. Zur Entstehung und Bedeutung der sogenannten Klientel-Randstaaten, Bochum 1990. 19 Cfr. A. Mehl, Imperium sine fine dedi. Die augusteische Vorstellung von der Grenzlosigkeit des Rmischen Reiches, in E. Olshausen - H. Sonnabend (Hgg.), Stuttgarter Kolloquium zur historischen Geographie des Altertums, Amsterdam 1990, 431-464.

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di fedelt ed una marcata reciprocit simbolica. Lovvia corrispondenza, tipologica se non genetica, si rinviene nel sistema imperiale nel Vicino Oriente del II millennio a.C., in cui coesistevano diversi livelli di centri palaziali, legati attraverso un forte senso di solidariet verticale, un sistema che definirei di patrimonialismo imperiale. Il regno partico non era, quindi, unentit territoriale monolitica, con confini chiaramente delineati, bens una rete di relazioni personali allinterno della quale rapporti familiari e solidariet reciproca fra il re grande ed i re piccoli rivestivano un ruolo fondamentale. Un esempio tipico del patrimonialismo imperiale partico, cio linterazione fra i re dei re arsacidi e i piccoli re della periferia, fornito dal territorio di Hatra, nella Mesopotamia settentrionale. Hatra era governato da una dinastia locale, i signori di Hatra, i quali erano per privi di rango regale. In seguito alla crisi successiva alla vittoria romana nella guerra partica di L. Vero (163-166 d.C.), i signori di Hatra ottennero lo statuto di re. 20 La promozione del rango e del prestigio dei potentati locali fu dunque la risposta del potere centrale arsacide alla trasformazione di Hatra, in seguito alla sconfitta partica, in una regione di confine di formidabile importanza strategica. Espansionismo romano e patrimonialismo imperiale arsacide si intrecciavano con la complicatissima costituzione della nobilt armena. La storiografia romana lunica fonte sulle vicende in Armenia a nostra disposizione ci presenta laristocrazia locale come unlite polarizzata intorno ai due attori imperiali, ma allo stesso tempo radicata nelle tradizioni del paese. La maggioranza degli aristocratici si dimostr sempre leale alla dinastia artaxiade. Il quadro cambi nel momento in cui la dinastia implose e venne sostituita da nuove famiglie reali, giunte dalla Media Atropatene e dalla zona tribale del Caucaso. Agli occhi dei nobili armeni, queste famiglie erano prive di qualsiasi forma di legittimit. Alla luce dei dati presentati, sembra che il crollo della dinastia artaxiade e gli interventi dei grandi poteri siano stati fattori reciproci di crisi. Sia Roma, sia la Partia nutrivano interesse a cancellare anche quel minimo di autorit monarchica di cui gli Artaxiadi erano garanti. Il vuoto di potere lasciato dagli Artaxiadi volle essere riempito; daltra parte, la continua intromissione degli imperi provoc e acceler la parcellizzazione dellaristocrazia locale. Di conseguenza, il paese sprofond nella guerra civile permanente: la regione dove sincrociavano le sfere dinteresse di due formazione imperiali divent il campo di battaglia di proxy wars senza fine.

La politica partica
Nella versione che offre della crisi, Tacito suggerisce due motivi per lintervento partico dellanno 53: lantica legittimit dellegemonia partica sullArmenia e la circostanza che il pretendente Tiridate, il fratello di Vologase, fosse lunico dei principi arsacidi privo di un trono. 21 Il secondo motivo contribuisce poco a comprendere il modo di agire di Vologase: lassunto che il sovrano arsacide intendesse procurare posti di lavoro ai familiari sembra poco verosimile. Mi sembra invece valida linformazione
20 Sommer, Roms orientalische Steppengrenze, cit., Id., Hatra - imperiale und regionale Herrschaft cit., S.R. Hauser, Hatra und das Knigreich der Araber, in J. Wiesehfer (Hg.), Das Partherreich und seine Zeugnisse, Beitrge des internationalen Colloquiums Eutin 1996, Stuttgart 1998, 493-528, S.R. Hauser, Ecological limits and political frontiers. The Kingdom of the Arabs in the eastern Jazira in the Arsacid period. 2: Geography and cultural landscapes, in L. Milano - S. De Martino - F.M. Fales - G.B. Lanfranchi (Eds.), Landscapes, territories, frontiers and horizons in the Ancient Near East, Padova 2000, 187-201, M. Sommer, Hatra. Geschichte und Kultur einer Karawanenstadt im rmisch-parthischen Mesopotamien, Mainz am Rhein 2003. 21 Tac. ann. XII 50.

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secondo la quale Vologease consider il suo diritto sullArmenia un diritto legittimato dalla storia. Ci ben si inserisce nel quadro del patrimonialismo imperiale, fondato sulla mutua solidariet fra re grandi e piccoli. Per Vologease era ovvio che il piccolo re dellArmenia facesse parte di questo sistema. Quando, nel 53, approfitt della crisi dinastica in Armenia, non fece altro che imporre un diritto legittimo. Questo il punto nevralgico in cui il patrimonialismo partico collide con lespansionismo imperiale romano. Quando Antonio e poi Augusto stabilirono un legame di parentela col re dellArmenia, usarono questi successi politici per enfatizzare la propria imago vittoriosa. Il controllo dellArmenia era diventato una questione di prestigio per limpero e per il sovrano. Il principato di Nerone, ancora giovane nel 53, non pot tollerare affatto una sconfitta romana in Armenia. La risposta allintervento di Vologease fu inevitabile: Nerone o piuttosto i suoi consiglieri inviarono in Oriente il generale romano pi abile: Domizio Corbulone. Corbulone non era solo un militare di spicco: brillava anche come diplomatico. Come pare, comprese rapidamente la natura del conflitto e sugger un compromesso nel 55, quando, per la prima volta, i Romani avviarono trattative: il compromesso prevedeva che Tiridate conservasse il trono, ma da vassallo romano. Nel 55 liniziativa fall, e linevitabile conseguenza fu una lunga e sanguinosa guerra. La pace del 64 contempl, per, le medesime condizioni: Tiridate rimase al potere con una secondogenitura arsacide, ma da rex datus che riceveva il diadema dalle mani di Nerone. Questo compromesso storico permise ad entrambe le parti di salvare le apparenze: il re armeno era un membro della dinastia arsacide, ma allo stesso tempo un cliente dellimperatore romano. Imperium sine fine e patrimonialismo imperiale partico venivano cos riconciliati, almeno per il momento. Domizio Corbulone, larchitetto di questa soluzione salomonica, non sopravvisse a lungo alla pace; il compromesso da lui negoziato assicur invece una stabilit fino a quel momento ignota alla frontiera armena. Solo loptimus princeps Traiano avrebbe violato nuovamente la pace.
School of Archaeology, Classics and Egyptology University of Liverpool Abercromby Square (14) Liverpool L69 3BX United Kingdom Michael.Sommer@liverpool.ac.uk on line dal 23.05.2010

Michael Sommer

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DAVIDE SALVO

La crisi romano-partica del 54-63 d.C.: la prospettiva romana nel resoconto di Tacito

Le imprese di Gneo Domizio Corbulone costituiscono un osservatorio interessante per lapprofondimento di aspetti storici e storiografici. Dal punto di vista storico le operazioni del generale segnarono un momento decisivo nellormai secolare scontro tra limpero romano e quello partico, 1 e rappresentarono un motivo propagandistico per Nerone. La spedizione militare ebbe un andamento incerto ed altalenante a causa probabilmente della divergenza di opinioni, tra limperatore e Corbulone, relativa alla conduzione del conflitto. Il resoconto tacitiano della campagna armenica non svela solamente le linee guida della politica estera neroniana, ma probabilmente presenta anche allusioni alle vicende di et traianea e adrianea. Per questo motivo si crede opportuno riflettere sulle motivazioni che portarono Tacito a costruire il personaggio Corbulone ed a riservare ampio spazio alle sue eroiche gesta negli Annales, motivazioni che, a nostro avviso, vanno ricollegate alle scelte operate in politica estera da Traiano e Adriano. Questa chiave interpretativa delle vicende di

Dellampia bibliografia relativa ai rapporti tra Roma e i Parti ci limitiamo a citare alcuni studi pi recenti nei quali sono presenti accurati rimandi bibliografici a opere pi antiche. La politica orientale di Traiano, Marco Aurelio e Settimio Severo stata indagata da M.G. Angeli Bertinelli, I Romani oltre lEufrate nel II secolo d.C. (le province di Assiria, di Mesopotamia e di Osroene), in ANRW II. 9.1, Berlin-New York 1976, 3-45; un arco cronologico pi ampio (dallet augustea fino allavvento dei Sassanidi) invece, stato preso in esame da B. Campbell, War and Diplomacy: Rome and Parthia 31 BC-AD 235, in J. Rich - G. Shipley (Eds.), War and Society in the Roman World, London 1993, 213-240; un excursus sulle relazioni tra i due imperi dal 96 a.C. fino allet dei Severi stato tracciato da E. Gabba, I Parti, in Storia di Roma II. Limpero mediterraneo. 2. I principi e il mondo, Torino 1991, 433-442 con bibliografia a n. 1; E. Dabrowa, La politique de ltat parthe lgard de Rome- dArtaban II Vologse Ier(ca. 11 - ca. 79 de n.e.), Krakau 1983, ha indagato le fasi del difficile rapporto tra le due potenze, a partire dallet augustea e fino ai Flavi, dalla prospettiva dei Parti cos come anche (ma prendendo in considerazione un arco cronologico pi ampio) J. Wolski, Iran und Rom. Versuch einer historischen Wertung der gegenseitigen Beziehungen, in ANRW II. 9.1, cit., 195-218 e G. Widengren, Iran, der groe Gegner Roms: Knigsgewalt, Feudalismus, Militrwesen, ibid., 220-229 e 237-241 (relative al periodo degli Arsacidi). Sul ruolo strategico giocato dallArmenia nella costituzione di un fragile equilibrio (tante volte spezzato) tra i due grandi imperi, invece, si veda M.L. Chaumont, LArmnie entre Rome e lIran I. De lavnement dAuguste a lavnement de Diocltien, in ANRW II. 9.1, cit., 71-194 e J. Wolski, Les rapports romano-parthes et la question de lArmnie (Iersicle av J.C. - Iersicle ap. J.C), Ktma VIII (1983), 269277 e pi recentemente M.L. Chaumont - G. Traina, Les Armniens et le monde grco-romain (Ver sicle av. J.C.vers 300 ap. J-C.), in G. Ddyan (d), Histoire du peuple armnien, Toulose, 2007, 101-162. Si veda inoltre M. Sommer, La crisi romano-partica 53-64 d.C.: la prospettiva orientale, in questo stesso volume.
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ISSN 2036-587X

Davide Salvo, La crisi romano-partica del 53-64 d.C.: la prospettiva romana nel resoconto di Tacito

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Corbulone presuppone che i libri neroniani dellopera storiografica di Tacito siano stati composti intorno al 120 2 d.C., altro aspetto sul quale ci soffermeremo. 3 Gli Annales costituiscono la fonte principale sulla spedizione militare in Armenia, alla quale sono dedicati vari capitoli del tredicesimo, quattordicesimo e del quindicesimo libro; 4 pi breve risulta il resoconto di Cassio Dione, mentre alcuni accenni si trovano in Plinio il Vecchio, in Svetonio, che non menziona mai il generale, e negli Stratagemata di Frontino. Corbulone compare sulla scena politico-militare sotto il regno di Claudio, il quale nel 47 lo invi a combattere contro i Cauci in Germania. 5 Prima di questo evento non sappiamo nulla del generale. Syme ha ricostruito, in un articolo di qualche decennio fa, 6 la genealogia del condottiero dalla quale emerso che egli faceva parte di una potente famiglia e che molti dei suoi congiunti rivestirono importanti cariche pubbliche 7 durante i regni di Caligola e Claudio. Nel 54 Nerone, dopo essere diventato imperatore, gli affid il comando militare della campagna di Armenia, 8 compito delicato dal momento che erano in gioco i rapporti con i Parti: il regno caucasico era ormai da tempo terra di scontro tra i due imperi, i quali indirizzavano e condizionavano la vita politica del piccolo stato, fornendo appoggio ai vari regnanti che alternavano posizioni filoromane ad altre filopartiche. 9 Questo atteggiamento schizofrenico evidenziato da Tacito il quale scrive che Armenii ambigua fide utraque arma invitabant anche se tendevano di pi a sottomettersi ai Parti similitudine morum ed anche perch conubiis permixti. 10 La campagna militare promossa da Nerone, che dal 54 si protrasse fino al 63, 11 si caratterizz per un andamento incerto probabilmente dovuto alla divergenza di opinione, cui si fatto cenno prima, tra Corbulone, che individuava nel dialogo e nella diplomazia la soluzione di un conflitto che gli appariva inutile e pericoloso, e
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10 n. 66.

Tutte le date sono da intendersi d.C. tranne dove diversamente specificato. Sulla datazione degli Annales cfr. R. Syme, Tacitus, I-II, Oxford 1958, 465-480. Cfr. inoltre infra,

Tac. ann. XIII 6-9, 34-41; XIV 23-26; XV 1-17, 24-31. Tac. ann. XI 18-20. Cfr R. Syme, Domitius Corbulo, JRS LX (1970), 38; A. Stein, Domitius 50), in RE Suppl. III, n. 50, 1918, 394-410 e PIR2 d. 142. 6 Syme, Domitius, cit. 27-39. Larticolo stato successivamente ripubblicato in Id., Roman Papers II, Oxford 1979, 805-819. 7 Sorellastra del generale fu Milonia Cesonia, moglie di Caligola, mentre uno dei suoi fratellastri fu Suilio Rufo console nel 43 d.C. La madre Vistilia fu famosa per la sua fecondit e per i suoi numerosi matrimoni. Cfr. B. Gallotta, Cn. Domizio Corbulone, RIL CXII (1978), 307-310 e F.J. Vervaet, A note on Symes chronology of Vistilias children, AncSoc XXX (2000), 95-113. 8 Tac. ann. XIII 8, 1. Sulla natura del mandato di Corbulone cfr. Syme, Domitius, cit., 35-38 e F.J. Vervaet, CIL IX 3426: a New Light on Corbulos Career, with Special Reference to His Official Mandate in the East from AD 55 to AD 63, Latomus LXVIII (1999), 574-599. Sulla carriera militare di Corbulone a partire dalla guerra contro i Cauci durante il regno di Claudio cfr. Stein, Corbulo, cit., e PIR2 d. 142. 9 Chaumont, LArmnie entre Rome e l Iran, cit., 71-151. 10 Tac. ann. XIII 34, 3. Lambiguit degli Armeni si trova anche in II 56, 1-2: maximisque imperiis interiecti et saepius discordes sunt, adversus Romanos odio et in Parthum invidia. 11 La cronologia dei singoli eventi bellici presentata da Tacito in certi casi sembra confusa. La successione delle vicende stata ricostruita da B.W. Henderson, The Chronology of the Wars in Armenia A.D. 51-63, CR XV (1901), 266-274 e pi recentemente da E.L. Wheeler, The Chronology of Corbulo in Armenia, Klio LXXIX (1997), 383-397, F.J. Vervaet, Tacitus, Ann. 15, 25, 3: a Revision of Corbulos imperium maius (AD 63-AD 65?), in C. Deroux (Ed.), Studies in Latin Literature and Roman History, X, Bruxelles 2000, 263267.
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limperatore, che considerava loffensiva armata uno strumento efficace per risolvere la questione armenica. Alla luce di queste considerazioni vanno considerate le continue sospensioni delle operazioni belliche e lassenza di vere e proprie battaglie campali, al posto delle quali vi furono trattative, dialoghi diplomatici, soluzioni ed accordi promossi dal generale in persona. 12 Tacito inizia il resoconto della spedizione militare 13 affermando, in modo piuttosto enfatico, che lunico motivo per rallegrarsi dei preparativi della guerra era costituito dal fatto che Nerone aveva affidato, in virt del suo valore, il governo di Armenia a Domizio Corbulone, il quale condivise con il governatore di Siria, Quadrato Ummidio, il comando degli eserciti dOriente; lo storico prosegue scrivendo che i sovrani alleati, ai quali era stato imposto di obbedire ad uno dei due comandanti, preferirono sottoporsi a Corbulone. 14 Traspare, fin da ora, un sentimento di ammirazione nei confronti del condottiero ben evidente anche nellepisodio degli ostaggi Arsacidi, verificatosi quando Vologese, dopo aver ricevuto messaggeri inviati dai due generali romani che esortavano il re a preferire la pace alla guerra, decise di consegnare ai Romani i pi nobili della famiglia degli Arsacidi, probabilmente perch, a giudizio di Tacito, voleva preparare la guerra con calma o voleva disfarsi di rivali politici. Essi furono ricevuti dal centurione Insteio, inviato da Ummidio, ma quando Corbulone fu a conoscenza del fatto, incaric il prefetto Arrio Varo di farsi consegnare i prigionieri. Poich Insteio si rifiut di soddisfare la richiesta, si convenne di fare decidere agli ostaggi stessi se restare con il centurione di Ummidio o passare sotto la protezione del prefetto di Corbulone, ed essi scelsero la protezione di questultimo, sia per la gloria recentemente acquisita dal generale sia per quella simpatia che pu sussistere anche fra i nemici. 15 Dopo queste vicende, accadute tra la fine del 54 e il 55, la situazione entr in una fase di stallo, fino a quando, nella primavera del 58, il generale romano, dopo aver congedato i veterani e avere reclutato nuove leve in Galazia e Cappadocia, alle quali venne aggiunta una legione proveniente dalla Germania, 16 decise di rispondere militarmente alloccupazione dellArmenia, avvenuta allinizio dellanno, ad opera di Vologese che mirava a restituire il regno al fratello Tiridate. Gli scontri tra i due eserciti furono delle scaramucce e Corbulone, grazie sopratutto agli alleati, mise in difficolt Tiridate il quale mand ambasciatori per chiedere i motivi per cui i Romani volevano spodestarlo dal regno di Armenia: il sovrano si mostrava pi propenso alle trattative che alla guerra, ma minacciava di dare prova della forza dei Parti se si fosse continuato con lo scontro armato. A questa ambasceria ne seguirono altre e alla fine Corbulone e Tiridate decisero di incontrarsi ma, a causa della reciproca diffidenza, non si arriv a nessun abboccamento. 17

Su questo aspetto cfr. A. Momigliano, Corbulone e la politica romana verso i Parti, in Id., Quinto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, I, Roma 1975, 650-651 e Gabba, I Parti, cit. 439. 13 I passi degli Annales relativi al mondo partico, di grande interesse per la ricostruzione della visione che Tacito aveva di questo grande impero, sono stati analizzati da N. Ehrhardt, Parther und parthische Geschichte bei Tacitus, in J. Wiesehfer (Hg.), Das Partherreich und seine Zeugnisse. Beitrge des internationalen Colloquiums, Eutin (27-30 Juni 1996), Stuttgart 1998, 295-307. 14 Tac. ann. XIII 8, 1-2. 15 Tac. ann. XIII 9, 2. 16 Tac. ann. XIII 35, 1-2. 17 Tac. ann. XIII 38.
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A questo punto le operazioni militari divennero pi incisive e culminarono nella distruzione della citt di Artaxata, 18 alla quale segu, nel 60, 19 la presa di Tigranocerta 20 e della fortezza di Legerda. 21 La prima, in particolare, avvenne senza spargimento di sangue: Tacito precisa che gli abitanti della citt aprirono le mura cittadine e poi inviarono ambasciatori con una corona dalloro al generale romano facendogli sapere che attendevano i suoi ordini. 22 Il motivo di questa resa incondizionata viene narrata da Frontino il quale scrive che Corbulone fece decapitare un notabile armeno e con la catapulta fece lanciare la testa mozzata che casualmente and a finire in mezzo ad unassemblea. Questo fatto impression cosi tanto gli assediati che ad deditionem festinaverunt. 23 Queste vittorie militari furono anche possibili perch i Parti erano impegnati a reprimere la rivolta degli Ircani, i quali avevano inviato ambascerie a Nerone per chiedere unalleanza in chiave antipartica. 24 Frattanto il generale romano costrinse alla resa Tiridate, al quale subentr come sovrano dArmenia Tigrane, nipote del re Archelao ed uno dei pi insigni notabili cappadoci, scelto da Nerone in persona. Nel frattempo in Siria Ummidio era morto, lasciando vacante il posto di governatore che venne assegnato a Corbulone. A partire da questo momento ebbe inizio una seconda fase della crisi. Vologese non si rassegn alla sconfitta e allaffronto subito dal fratello e affid a Monese una schiera di cavalieri, ai quali un truppe di Adiabeni, con lo scopo di cacciare Tigrane dallArmenia. Lo stesso monarca si impegnava a raccogliere tutte le sue truppe e a scatenare una guerra contro i Romani, dopo la repressione della rivolta degli Ircani. 25 Dopo aver appreso i piani del sovrano parto, Corbulone chiese a Nerone linvio di un generale con il compito di condurre le operazioni militari in Armenia, mentre lui era impegnato a difendere la provincia di Siria. In realt, come ha acutamente messo in rilievo Momigliano, 26 Corbulone non voleva compromettersi con un conflitto armato, sulla cui riuscita aveva molte perplessit, abbandonando in tal modo la linea diplomatica fin a quel momento da lui seguita. Nel frattempo Monese irruppe in Armenia ed attacc Tigrane a Tigranocerta ma senza successo, mentre Corbulone mand alcune legioni sulle rive dellEufrate e pose presidi ai confini della Siria. A queste operazioni fece seguire unambasceria a Vologese, guidata dal centurione Casperio, per chiedere spiegazioni dellirruzione in Armenia e prospettare una imponente controffensiva romana nel caso in cui il sovrano avesse
Tac. ann. XIII 41, 1-3. La presa della citt avvenne durante uneclisse di sole che dest grande meraviglia nei Romani e che stata identificata con quella menzionata da Plinio nat. II 70, 180, in cui scritto che fu vista prima in Italia e poi da Corbulone in Armenia. Il fenomeno si sarebbe verificato il 30 aprile del 59, mentre Tacito colloca la presa di Artaxata nel 58. Cfr. M. Hammond, Corbulo and Neros eastern policy, HSPh XLV (1934), 89-90. 19 Hammond, Corbulo and Neros, cit., 90-91 ritiene pi probabile che la presa della citt sia avvenuta nellestate del 59. 20 Tac. ann. XIV 23-24. Cfr. inoltre Cass. Dio LXII 20, 1. 21 Tac. ann. XIV 25, 1. 22 Tac. ann. XIV 24, 4. 23 Frontin. strat. II 9, 5. Cfr. inoltre supra, 6. 24 Tac. ann. XIV 25, 2. 25 Tac. ann. XV 2, 4. Cfr. inoltre Cass. Dio LXII 20, 2-3. 26 Momigliano, Corbulone e la politica, cit., giustamente afferma che Corbulone rinunci al comando della spedizione armenica e richiese lintervento di un nuovo generale perch non credeva alleffettuabilit del piano di guerra. Corbulone non era disposto ad assumersi la responsabilit di una guerra a fondo con i Parti, mentre credeva utile accordarsi con loro (653).
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continuato a condurre operazioni belliche in territorio armeno. Il re dei Parti constatando la superiorit militare romana e il fallimento dellassedio di Tigranocerta, rispose che avrebbe mandato ambascerie a Nerone per confermare la pace e chiedere per s lArmenia, e nello stesso tempo ordin a Monese di ritirarsi. Nel frattempo era giunto sul fronte bellico il generale richiesto da Corbulone: si trattava di Cesennio Peto, 27 sostenitore dello scontro armato, che ebbe un rapporto conflittuale con il suo collega. 28 Il suo arrivo nel 62 29 segn il prevalere della volont del governo romano di svolgere unazione militare offensiva, 30 che prontamente il nuovo comandante mise in pratica, dopo il fallimento dellambasceria parta a Roma; Peto invase lArmenia, 31 nonostante si fossero manifestati una serie di presagi sfavorevoli che egli per non tenne in alcun conto, 32 e devast quelle regioni che il suo predecessore aveva lasciato intatte. Tacito sottolinea la diversit di comportamento dei due generali: Corbulone privilegi gli accordi diplomatici e ricorse sporadicamente a operazioni di devastazione e saccheggio, tanto che Peto despiciebat gesta (scil. Corbulonis), nihil caedis aut praedae, usurpatas nomine tenus urbium expugnationes dictitans mentre lui, invece, avrebbe imposto ai vinti tributa ac leges et pro umbra regis Romanum ius. 33 Cesennio Peto riusc a prendere alcuni luoghi fortificati senza conseguire risultati significativi, ma ritenendo di avere compiuto mirabili gesta, credette opportuno informare Nerone delle sue imprese per mezzo di lettere. Frattanto Corbulone, lungo le rive dellEufrate, effettu una serie di operazioni che scoraggiarono uninvasione della Siria da parte di Vologese, il quale prefer in tal modo rivolgersi allArmenia, dove trov Cesennio Peto impreparato ad affrontare lassalto e costretto a chiudersi presso la fortezza di Randeia. 34 A questo punto il generale chiese per ben due volte laiuto del collega, che se alla prima richiesta non intervenne subito perch quanto maggiore fosse stato il pericolo tanto pi grande sarebbe stato il merito del suo aiuto, 35 alla seconda si decise ad andare in soccorso delle legioni in difficolt, ma non arriv in tempo a Randeia: Cesennio, stretto da un assedio, dopo varie ambascerie era sceso a patti con Vologese e fu costretto non solo ad abbandonare lArmenia e a consegnare ai nemici i
27 Su questo personaggio e sulla sua connotazione negativa in Tacito cfr. M. Meulder, L. Caesennius Paetus, un avatar du guerrier impie chez Tacite (Ann. XV 7-8), Latomus LII (1993), 98. 28 Tac. ann. XV 6, 4. 29 La cronologia degli eventi successivi allarrivo di Peto non chiara. In merito cfr. Hammond, Corbulo and Neros, cit., 93-97. 30 Cfr. Momigliano, Corbulone e la politica, cit., 654. 31 Le finalit della missione di Cesennio Peto sono state analizzate da A. Garzetti, L. Cesennio Peto e la rivalutazione flaviana di personaggi neroniani, in R. Chevallier (d.), Mlanges darchologie et dhistoire offerts Andr Piganiol, II, Paris 1966, 788-789. Lo studioso mette in rilievo che i cardini della politica attuata da Cesennio Peto nella campagna neroniana, ossia il tentativo di annessione diretta dellArmenia e il rafforzamento delle basi in Cappadocia, furono accolti e rivalutati da Vespasiano nella sua politica amministrativa. 32 Questo particolare funzionale alla caratterizzazione che Tacito imprime al personaggio, connotato, secondo Meulders, L. Caesennius Paetus, cit., 98-99, come mauvais stratge. Ritorneremo su questo aspetto pi avanti (infra, 12). 33 Tac. ann. XV 6, 4. Il passo riveste un notevole interesse in quanto vi sarebbe unallusione alla politica attuata da Traiano. Secondo Syme, Tacitus, cit., lespressione recalls and perhaps parodies Trajans proclamation when he annexed Armenia (493), proclamazione riportata da Cass. Dio LXVIII 20, 3. 34 Tac. ann. XV 9. Tacito non fornisce il nome della localit dove si trovava la fortezza, che conosciamo grazie al resoconto di Cassio Dione LXII 21, 1. Sulla questione cfr. C. Questa, Studio sulle fonti degli Annales di Tacito, Roma 1960. 35 Tac. ann. XV 10, 4.

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luoghi fortificati, ma anche a costruire un ponte per i Parti quale documentum victoriae 36 e forse anche a passare sotto il giogo. 37 Una resa, dunque, indecorosa. Tacito prosegue il suo resoconto riportando due notizie che dichiara di aver desunto dai cosiddetti Commentarii di Corbulone, e cio che Cesennio Peto, quando fu costretto ad abbandonare Randeia, bruci i granai, che erano pieni, per impedire lapprovvigionamento ai Parti e che il generale sconfitto aveva fatto un giuramento dinnanzi alle insegne alla presenza dei nemici, con il quale dichiarava che nessun romano sarebbe entrato in Armenia fino al momento in cui fosse portata la lettera di Nerone nella quale limperatore acconsentiva alla pace. Tacito molto cauto nellaccogliere queste notizie, palesando lipotesi che si trattasse di voci ut augendae infamiae (scil. Peti) composita. 38 Risulta significativo il riferimento agli scritti di Corbulone, 39 nei quali verosimilmente il comandante aveva presentato se stesso come un grande stratega e uomo darmi ed aveva edulcorato le operazioni militari. 40 In realt le sue doti non furono cosi straordinarie come si pu intuire non solo da una notizia riportata da Giovanni Lido, 41 secondo la quale il generale riusc vincitore sui Parti grazie alla loro fuga, 42 ma anche dallaneddoto di Frontino relativo allassedio di Tigranocerta, espugnata grazie ad una testa mozzata. 43 La citt sarebbe stata, cio, conquistata per un caso fortuito pi che per le qualit militari possedute dal comandante romano, anche se in un altro passo, che trova riscontro negli Annales, 44 Frontino afferma che grazie alla disciplina il condottiero riusc a tenere testa ai Parti con due sole legioni e poche truppe alleate. 45 In realt Corbulone fu un generale come tanti altri, e per tal motivo Svetonio

Tac. ann. XV 13-15. Sul capitolo 15, relativo alla costruzione del ponte, si soffermata B. Scardigli, Corbulone e dintorni (Tac., Ann. XV 15), in M.A. Giua (a cura di), Ripensando Tacito (e Ronald Syme). Storia e storiografia, Atti del Convegno Internazionale (Firenze, 30 novembre - 1 dicembre 2006), Pisa 2007, 153-160. La studiosa mette in evidenza il fatto che il capitolo presenta incongruenze con il resto del racconto e le notizie in esso contenute sembrano provenire da resoconti di testimoni oculari i cui racconti, forse, confluirono nelle Memorie di Corbulone o potrebbero essere stati conosciuti direttamente da Tacito. Cfr. inoltre Cass. Dio LXII 21, 2-4. 37 Suet. Nero 39, 1. Il biografo, parlando di ignominia in Armenia, precisa che due legioni furono fatte passare sotto il giogo, riferendosi forse alla sconfitta di Cesennio Peto a Randeia. La notizia confermata da Eutropio (VII 14), Rufio Festo (20) e Orosio (VII 7, 12), i quali, come Svetonio, presentano il fatto come realmente accaduto. Al contrario Tacito sembra avanzare dubbi sulla sua veridicit sostenendo che si sia trattato di un rumor. In merito alla questione cfr. Scardigli, Corbulone, cit., 157-159. 38 Tac. ann. XV 16, 2. 39 Anche Plinio il Vecchio (cfr. nat. II 180, V 83 e VI 23) aveva consultato questopera. stato ipotizzato che alcune citazioni presenti nella Naturalis Historia desunte da Licinio Muciano, potessero far parte di commentarii che il generale di Vespasiano avrebbe composto durante una sua ipotetica partecipazione alla spedizione di Corbulone. Sullargomento e sulle divergenze delle notizie fornite dai due generali si rimanda a G. Traina, Il mondo di C. Licinio Muciano, Athenaeum n.s. LXV (1987), 383, 386 e n. 40 e 394 e n. 77. 40 Su questo aspetto cfr. G. Traina, Sulla fortuna di Domizio Corbulone, in C. Stella - A. Varvaro (a cura di), Studi in onore di Albino Garzetti, Brescia 1996, 491. 41 Traina, Sulla fortuna, cit., 493. 42 Lyd. mag. III 34. Sulla notizia, che Giovanni Lido afferma di aver trovato presso Cornelio Celso, si rimanda a G. Zecchini, Ricerche di storiografia latina tardoantica, Roma 1993, 159-161 con relativa bibliografia. 43 Cfr. supra, 3. 44 Tac. ann. XIII 35. 45 Frontin. strat. IV 2, 3.
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non lo menziona mai nella biografia di Nerone. 46 Tacito, attingendo notizie dai Commentarii, 47 anche se non in modo incondizionato e acritico come dimostra il giudizio espresso sulle vicende riguardanti Cesennio Peto, rivest il personaggio Corbulone di quei tratti tipici della tradizione romana, quali la severit, la fierezza, il carisma cui si aggiunse, a livello fisico, una statura imponente ingens corpore e una magnifica eloquenza 48 e riserv ampio spazio alle sue gesta nel Caucaso e in Medio Oriente probabilmente per sottolineare limportanza di quellarea che sin dai tempi di Crasso giocava un ruolo chiave nei rapporti con il regno dei Parti. Anche nei libri dedicati a Tiberio lo scrittore si sofferma sul viaggio compiuto da Germanico in Oriente, durante il quale patrocin lincoronazione di un re vassallo, Zenone, in Armenia. 49 Tutto ci potrebbe essere spiegato, come si vedr pi avanti, tenendo in considerazione le vicende di politica estera degli anni in cui furono composti gli Annales. Ritorniamo, per ora, alle operazioni militari nello scacchiere caucasico. Corbulone incontr il collega sconfitto dai Parti sulle rive dellEufrate e dopo averlo biasimato per la conduzione della guerra e averne rifiutato la proposta di invadere lArmenia congiuntamente, ritorn in Siria mentre Peto si ritir in Cappadocia da dove invi a Roma un resoconto positivo delle operazioni. Frattanto Vologese avvi trattative con il generale romano, il quale garant lo smantellamento di tutte le fortificazioni precedentemente costruite al di l dellEufrate riportando in tal modo il confine al fiume, mentre il sovrano parto si impegn a lasciare lArmenia. 50 Tutti questi fatti furono accolti a Roma come una vittoria e furono innalzati trofei e un arco sul Campidoglio. 51 La situazione sub una svolta nella primavera del 63 quando a Roma giunsero gli ambasciatori inviati da Vologese, il quale mandava a dire a Nerone di aver dato ai Romani una prova concreta della sua forza avendo permesso a Peto di uscire dallArmenia incolume con quelle legioni che avrebbe potuto annientare e che solo momentaneamente rinunciava ai suoi diritti sul regno caucasico. Tutto ci contraddiceva il rapporto di Peto che informava che la situazione era immutata; interrogato il messaggero che giungeva per conto del generale romano, si venne a sapere che i Romani erano stati costretti ad abbandonare lArmenia. Nerone allora decise di iniziare una guerra per conquistarla definitivamente e affid il comando delle operazioni militari a
46 Suet. Nero 39, 1 e 40, 2. Nel primo passo, come si visto alla n. 24, il biografo parla in termini generici di ignominia in Armenia e dellumiliazione del giogo, nel secondo passo, invece, sbrigativamente scrive Britannia Armeniaque amissa ac rursus utraque recepta. Traina, Sulla fortuna, cit., mette in rilievo il fatto che gli aneddoti di Frontino presentano un Corbulone come degno comandante militare, ma non necessariamente un eroe (493). Lo studioso giustamente avverte lesigenza di un riesame del giudizio storico su Corbulone espresso da Tacito. 47 Cfr. Questa, Studio sulle fonti, cit. 48 Tac. ann. XIII 8, 3. Cfr. inoltre Cass. Dio LXII 19, 2. Traina, Sulla fortuna, cit., scrive che Tacito fortemente critico verso Claudio e Nerone, aveva buoni motivi per fare di Corbulone un eroe militare e un campione della ragione senatoria, anzich uno dei tanti condottieri che, pubblicando commentarii delle proprie imprese, cercavano di migliorare la propria immagine agli occhi dei Romani (495). Crediamo che a questa motivazione si possa aggiungere che linteresse di Tacito nellenfatizzare la figura di Corbulone sia anche dovuto al fatto che il generale oper in unarea geografica (il Caucaso e il Medio Oriente), al centro della politica estera negli anni della composizione dei libri neroniani, secondo modalit che lo scrittore riteneva valide e vincenti. 49 Tac. ann. II 56 e 58. Inoltre in II 1-4 racconta le vicende dellArmenia e del regno dei Parti avvenuti in et augustea e tiberiana. 50 Tac. ann. XV 17. Cfr. Cass. Dio LXII 22, 2-3. 51 Tac. ann. XV 18, 1.

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Corbulone, conferendogli un imperium paragonabile a quello concesso a Pompeo Magno durante il bellum piraticum. 52 In tal modo si affidava la conduzione della guerra ad un uomo che, esperto conoscitore qualera dei nemici e dello scenario di guerra, oltrech dei soldati, avrebbe evitato gli errori commessi da Peto, il quale sebbene temesse fortemente lira dellimperatore, ritorn a Roma. La Siria fu invece affidata a Gallo Cestio. Il conferimento del comando al generale potrebbe essere interpretato come il riconoscimento da parte del governo centrale della validit della politica suggerita da Corbulone, che individuava nellaccordo con i Parti la soluzione del conflitto. 53 Il generale, infatti, dopo aver sostituito le due legioni che avevano combattuto con Peto in Armenia ed aver aggiunto una terza legione e truppe ausiliarie, e dopo aver marciato dalla Siria verso lArmenia attraverso lo stesso itinerario compiuto da Lucullo, non impieg le forze dispiegate ma prefer mandare ambascerie ai Parti, invitandoli a cercare un accordo con i Romani piuttosto che lo scontro e offr una prova della sua potenza cacciando i notabili armeni schieratisi con i Parti e distruggendo alcune fortificazioni. 54 La fermezza di Corbulone e il dispiegamento di quelle imponenti forze esercitarono un potere deterrente che spinse Vologese a trattare. Tiridate inoltre richiese un incontro con il generale che avvenne a Randeia, durante il quale si decise che lArsacide sarebbe stato incoronato da Nerone a Roma sovrano dArmenia offrendo dunque allimperatore lorgoglio di vedere un sovrano parto supplice ai suoi piedi senza per essere stato sconfitto. La cerimonia dellincoronazione avvenuta nel 66 55 costitu un grande spettacolo propagandistico che contribu ad accrescere il prestigio di Nerone presso il popolo e assecond la sua velleit di essere un monarca universale. Ma gi nel 63, subito dopo laccordo nella pianura di Randeia, si svolse una cerimonia durante la quale Tiridate depose il diadema davanti la statua di Nerone di fronte alla cavalleria parta e alle legioni romane. 56 Questa cerimonia costituisce il suggello dellimpresa armenica. A questo punto possibile riflettere su alcuni aspetti. Lincertezza e landamento altalenante delle operazioni militari, dovuti probabilmente alle visioni contrapposte di Nerone e di Corbulone, evidenziano la mancanza di coordinamento tra le forze sottoposte al generale e quelle che eseguivano gli ordini di Ummidio Quadrato prima e di Cesennio Peto dopo. Questa divergenza emerge soprattutto nel caso di questultimo: sebbene il suo intervento fosse stato richiesto dal generale, il nuovo arrivato port avanti una politica opposta.

52 Tac. ann. XV 25. Il passo stato esaminato da Vervaet, Tacitus Ann. 15, 25, 3, cit., il quale ha precisato la natura e la durata dellimperium maius concesso al generale. Cass. Dio LXII 22, 4 afferma che Nerone aveva deciso di condurre personalmente la spedizione, ma a causa di una caduta fu costretto a rinunciare a tale proposito. 53 La sconfitta di Cesennio Peto aveva mostrato tutti i limiti della linea militarista nella risoluzione della crisi armenica. Giustamente Vervaet, Tacitus Ann. 15, 25, 3, cit., mette in evidenza come la disfatta di Peto had totally destroyed Corbulos tremendous efforts to restore Roman predominance over Armenia and brought the strategic kingdom once again firmly into the hands of Tiridates and the pro-Parthians faction of the Armenian nobility (261). Da qui scaturisce la necessit di ritornare alla politica della diplomazia sperimentata da Corbulone nella prima fase del conflitto. Cfr. Momigliano, Corbulone e la politica, cit., 655. 54 Tac. ann. XV 27. 55 Cass. Dio LXIII 1-6, 6; Suet. Nero 13. Cfr. inoltre F. Cumont, Liniziazione di Nerone da parte di Tiridate dArmenia, RFIC n.s. XI (1993), 145-154. 56 Tac. ann. XV 29, 4-5. Cass. Dio LXII 23, 3.

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opportuno ricordare che le fonti presentano Corbulone come capax imperii 57 e affiancargli un altro comandante con il quale dividere le ingenti forze armate ebbe forse la finalit di scoraggiare eventuali velleitarismi del generale. Nerone temeva la fama del suo sottoposto, attorno al quale probabilmente si coagularono alcune forze di opposizione: 58 sembra infatti che il generale non sia stato estraneo alla congiura viniciana 59 ed probabile che la sua vicinanza agli ambienti di fronda abbia decretato la sua fine, che prefer darsi di propria mano prevenendo i sicari dellimperatore dopo aver esclamato a[xio~, riferendosi, secondo Cassio Dione, al fatto di aver risparmiato il citaredo Nerone 60 ed essersi presentato a lui disarmato. 61 Lo storico niceno in altri passi afferma non solo che Corbulone, se avesse voluto, avrebbe potuto impadronirsi dellimpero 62 ma anche che gli veniva rinfacciato come una colpa il fatto di essere fedele allimperatore. 63 Altri aspetti interessanti riguardano i sotterranei legami che uniscono la campagna armenica di epoca neroniana alle vicende di et traianeo-adrianea e lipotetico filo che lega il personaggio Corbulone a Traiano e Adriano, connessioni che impongono di sfiorare uno dei pi complicati e appassionanti problemi filologici ossia la data di composizione degli Annales. Tra i tanti studi relativi a questa vexata quaestio, riteniamo di grande interesse la monografia su Tacito scritta da Syme, 64 con la quale lo studioso neozelandese ha voluto darci una visione totale di Tacito come uomo, storico, artista. 65 In questa opera si prospetta, a nostro avviso in modo convincente, che gli
57 Su questo aspetto cfr. Syme, Domitius Corbulo, cit., 27 e J. Direz, Capax imperii un fil rouge de Tacite Syme, in Giua (a cura di), Ripensando Tacito, cit., 69-70. 58 F.J. Vervaet, Domitius Corbulo and the Senatorial Opposition to the Reign of Nero, AncSoc XXXII (2002), 147-176. Lo studioso mette in luce i legami tra Corbulone da un lato e Rubellio Plauto e Annio Viniciano dallaltro, entrambi fatti giustiziare da Nerone con laccusa di cospirazione. Inoltre si sofferma sul fatto che molti personaggi vicini al generale furono coinvolti nella congiura pisoniana. Su questi atti eversivi cfr. V. Rudich, Political Dissidence under Nero. The Price of Dissimulation, London-New York 1993. 59 Cfr. L. Cappelletti, Domizio Corbulone e la coniuratio viniciana, RSA XXII-XXXIII (19921993), 69-96 e Vervaet, Domitius Corbulo and the Senatorial Opposition, cit., 161-168. 60 Questa espressione risulta molto interessante. Lasservimento al citaredo presente anche nel discorso di Budicca e Vindice, e si ritrova nelle parole di Tiridate, mentre completamente assente in Tacito. Probabilmente Dione usa una fonte che insisteva su questo aspetto. Cfr. M. Sordi, Introduzione a Cassio Dione. Storia romana (libri LVII-LXIII), VI, Milano 1999, 18-19 la quale individua in Plinio il Vecchio la fonte antineroniana utilizzata da Cassio Dione. 61 Cass. Dio LXIII 17, 6. Cappelletti, Domizio Corbulone, cit., 96, sostiene che con questa esclamazione Corbulone abbia espresso il rammarico per non essere riuscito ad arrivare in tempo per sostenere il genero Annio Viniciano nei suoi piani eversivi. Tale motivazione criticata da Vervaet, Domitius Corbulo and the Senatorial Opposition, cit., 176-177, il quale sostiene che con quella frase Corbulone is simply employing sarcasm to expose Neros grave rudeness towards his loyal servant (177). 62 Ci chiaramente detto in Cass. Dio LXII 23, 5 il quale scrive che al termine della guerra in Armenia Corbulone sebbene disponesse di una grande forza e di una reputazione tuttaltro che trascurabile, posizione grazie alla quale avrebbe potuto diventare imperatore con estrema facilit tuttavia non intraprese alcuna ribellione n venne accusato di aver tentato qualcosa del genere. In LXII 19, 4, invece riferisce che la gente era tanto desiderosa di vederlo imperatore al posto di Nerone da ritenere che la devozione verso limperatore fosse lunico difetto a lui imputabile. Cfr. n. successiva. 63 Cass. Dio LXII 19, 4. Il tema della fedelt a Nerone ritorna anche nelle parole di Tiridate (Cass. Dio LXIII 6, 4), il quale sosteneva che lunico motivo per biasimare Corbulone era costituito dal fatto che egli sopportava un sovrano come Nerone. Cfr. Sordi, Introduzione a Cassio Dione, cit., 18. 64 Syme, Tacitus, cit. 65 C. Questa, Recensione a R. Syme. Tacitus, RCCM I (1960), 403.

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Annales furono scritti in parte dopo la morte di Traiano, e che i libri riguardanti Nerone non furono finiti molto prima del 123. 66 Se si accetta tale ipotesi, possibile che Tacito abbia composto o rivisto alcune parti della sua opera negli anni in cui Adriano aveva dato un preciso indirizzo alla sua politica estera in controtendenza con quella del suo predecessore: dalla Historia Augusta sappiamo, infatti, che subito dopo la sua elezione omnia trans Eufraten ac Tigrim reliquit 67 e che multas provincias a Traiano adquisitas relinquit, provvedimento che videbatur tristior. 68 Questa politica rinunciataria, se da un lato probabilmente dest critiche in quegli ambienti che avevano sostenuto laggressivit militare attuata da Traiano, dallaltro possibile che abbia trovato sostegno in quella parte della classe dirigente, cui ader verosimilmente anche Tacito, il quale aveva assunto una posizione critica nei confronti delle modalit di conduzione della campagna partica dellimperatore spagnolo. Latteggiamento ostile nei confronti del potere da parte dellautore degli Annales non sembra manifestarsi in modo diretto, ma viene espresso per mezzo di allusioni disseminate nel corso della narrazione. Syme ha dimostrato che dietro la narrazione delle vicende dei Giulio-Claudii si potevano trovare analogie con avvenimenti contemporanei; il racconto della morte di Augusto e il ruolo di Livia nella designazione di Tiberio come suo successore, ad esempio, presenta forti analogie con la situazione creatasi alla morte di Traiano, quando le manovre di Plotina garantirono la successione ad Adriano. 69 Un simile procedimento probabilmente fu usato anche per quanto riguarda gli avvenimenti che ebbero come protagonista Corbulone. Le vicende del generale offrivano la possibilit di prendere posizione sulle questioni politiche del suo tempo, in particolar modo su quelle relative agli affari internazionali. Risulta significativo che Tacito riservi molto spazio a determinate aree periferiche come il Medio Oriente e la Britannia, nelle quali Traiano e Adriano si trovarono ad operare. 70 Tralasciamo la Britannia e soffermiamoci brevemente sullArmenia e sul Medio Oriente. Si visto come questarea giocasse un ruolo strategico di rilievo nel
66 Syme, Tacitus, cit., 473-474. Cfr. inoltre D. Potter, The Inscriptions on the Bronze Herakles from Mesene: Vologeses IVs War with Rome and the Date of Tacitus Annales, ZPE LXXXVIII (1991), 277-290, il quale, analizzando alcune iscrizioni rinvenute a Mesene e i dati storiografici relativi alla politica estera di Traiano e Adriano, scrive che Annales were still being written in the early years of Hadrians reign (290) e P. Grimal, Tacito, trad. it., Milano 1991, 89-90, il quale sostiene lipotesi che gli Annales siano stati completati nel 121 d.C. Una proposta di datazione alternativa a quella di Syme state formulata da G.W. Bowersock, The Greek-Nabataean bilingual Inscription at Ruwwfa, Saudi Arabia, in Le mond grec. Hommages Claire Praux, Bruxelles 1975, 518-520, seguito da F.R.D. Goodyear, The Annals of Tacitus, II, Cambridge 1981, 387-393 e R.H. Martin, Tacitus, London 1981, 31, i quali sostengono che la stesura dellopera sia collocabile tra il 106/108 (periodo in cui probabilmente fu terminata la redazione delle Historiae) e il 116/117. Una posizione intermedia tra queste due proposte quella di J. Beaujeu, Le mare rubrum de Tacite et le problme de la chronologie des Annales, REL XXXVIII (1960), 200-235 il quale ritiene che gli Annales siano stati composti nellarco di un decennio specificando che i libri inerenti al principato di Tiberio furono scritti prima del 116 e i restanti furono completati dopo la morte di Traiano. 67 SHA Hadr. 5. Anche Eutropio (VIII 6, 2) e Rufio Festo (14 e 20) riportano la notizia aggiungendo, in modo malevolo, che la ragione per la quale Adriano aveva abbandonato le tre province risiedeva nel fatto che era invidens Traiani gloriae. 68 SHA Hadr. 9. 69 Syme, Tacitus, cit., 481-491. 70 J. Gascou, Tacite et les provinces, in ANRW II. 33.5, Berlin-New York 1991, 3451-3483. Lo studioso rileva che linteresse di Tacito per le singole province est dtermin nor par un choix gratuit, une sympathie (ou une antipathie) particulire, mais par le circonstances historique. Syme, Tacitus, cit., 530 sottolinea la stima che Tacito sembra nutrire per i Parti e mette in evidenza linteresse che le province dellarea caucasica e mediorientale avevano destato nello storico (492-495).

- Ricerche di Storia Antica n.s. 1-2008/2009, 226-239

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mantenimento del balance of power tra impero romano e quello partico. Nella narrazione delle vicende di et neroniana vengono sottolineati lo sforzo e i sacrifici per conquistare questi territori e limportanza del mantenimento della sfera dinfluenza romana sul regno caucasico ottenuto sia con le armi della guerra che con quelle della diplomazia. Tutti gli episodi sono descritti con enfasi; Corbulone diventa un personaggio idealizzato che dispiega le sue doti militari nello scenario caucasico-mediorientale, un generale che assurge ad una sfera eroica sotto un pessimo princeps come Nerone e che riporta alla mente le qualit di un altro grande personaggio tacitiano, Agricola. lecito interrogarsi sulle motivazioni che portarono Tacito ad attuare questo processo di idealizzazione. Alcuni studiosi 71 hanno prospettato lipotesi che lo storico abbia voluto esprimere in modo allusivo il suo dissenso nei confronti della strategia politica caratterizzata, come si gi detto, da aggressivit militare attuata da Traiano nello scacchiere caucasico e medio-orientale, grazie alla quale limpero raggiunse la sua massima estensione 72 e che segnava una svolta rispetto a quella dei suoi predecessori. 73 Fin dai tempi di Augusto, infatti, era stata portata avanti una politica di tolleranza e compromesso, e si era cercato di stabilire rapporti clientelari con i piccoli regni al confine dei due imperi basati pi sullamicitia che sulla supremazia militare. Questa la linea seguita da Augusto, Germanico e Corbulone. 74 In realt gi sotto il principato di Augusto si era registrata lesigenza di un cambiamento della politica nei confronti dellimpero partico verso posizioni pi risolute, 75 che troveranno attuazione nella spedizione di Cesennio Peto e in seguito in quella di Traiano, palesandosi in modo netto, fin da allora, gli orientamenti che caratterizzeranno le relazioni tra i due imperi 76 e che alternativamente indirizzeranno i singoli imperatori e generali protagonisti delle varie spedizioni diplomatiche e militari sul limes orientale e che stimoleranno il dibattito allinterno della classe dirigente e intellettuale. La politica traianea, a differenza di quella augustea, si inserisce nel solco della soluzione militare messa in atto durante la sfortunata spedizione di Cesennio Peto. Risulta interessante laccostamento, proposto da Meulder, 77 di questo generale con Traiano: per lo studioso belga la figura di Peto prefigura Traiano e di conseguenza la caratterizzazione negativa del generale, costruita secondo lo schema del guerriero empio, in realt sarebbe riferibile allimperatore spagnolo. Meulder, inoltre, sostiene che questa tradizione ostile a Traiano, riscontrabile in Tacito, sarebbe presente anche in Frontone,
Questa linea interpretativa stata portata avanti da P. Delpuech, Entre loffensive et la dmission. Corbulon et limprialisme taciten, in Lideologie de limperialisme romain, Colloque organis les 18 et 19 octobre par la section latine de la Facult des Lettres, Paris 1974, 91-107 e ripresa in seguito da F.J. Vervaet, Tacitus, Domitius Corbuo and Traianus Bellum Parthicum, AC LXVIII (1999), 289-297 e Id., Caesennius Sospes, the Neronian wars in Armenia and Tacitus view on the problem of Roman foreign policy in the East: a reassessment, MediterrAnt V (2002), 283-318. 72 Cfr. il resoconto della campagna partica in Cass. Dio LXVIII 18, 2-32. Cfr. inoltre F.A. Lepper, Trajans Parthians War, Oxford 1948 e A. Maricq, La province dAssyrie cr par Trajan. A propos de la guerre parthique de Trajan, Syria XXXVI (1959), 254-263. 73 Cfr. Bertinelli, I Romani oltre lEufrate, cit., 5. 74 Cfr. Sommer, La crisi romano-partica, cit. 75 Tale esigenza presente in autori quali Orazio, Properzio e Ovidio. In merito alla questione cfr. E. Paratore, La Persia nella letteratura latina, in La Persia e il mondo greco-romano, Atti del Convegno (Roma, Accademia nazionale dei Lincei, 11-14 aprile 1965), Roma 1966, 538-543 e Bertinelli, I Romani oltre lEufrate, cit., 5. 76 Momigliano, Corbulone e la politica, cit., 650-656. 77 Meulder, L. Caesennius Paetus, cit.
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