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5/3/2018

Argomenti del corso:


I colonizzazione greca e in particolare euboica (napoli), argomenti storici su napoli
dalla fondazione di neapolis, rifondazione sannitica e poi augustea(ripresa
immaginario augusteo)
II uso dell'ideale di neapolis

Fedone di Platone – Socrate discute con Simmia sull'universo e sul luogo in cui
vivono gli uomini; Socrate chiarisce la dimensione dell'ecumene e afferma che gli
uomini vivono in una piccola parte del mondo, "come formiche o rane intorno a uno
stagno", con allusione al mar mediterraneo: immagine usata per descrivere il tipo di
insediamento del mondo greco e lo spazio geografico greco.
Parliamo di storia greca e non di storia dei Greci perché le vicende di storia greca
vanno oltre la storia del popolo. L'immagine platonica dello stagno descrive
l'espansione greca, spesso intesa dal punto di vista meramente insediativo e impiegata
per descrivere il fenomeno della colonizzazione; ma si tratta un'immagine riduttiva e
tarda (Platone IV sec posteriore al fenomeno coloniale), nonché statica, in quanto
cristalizza in un fotogramma un processo svoltosi durante un lungo arco temporale.

In alternativa Nicholas Purcell propone un altro passo, la vicenda di Arione


(inventore del ditirambo/tragedia, citarodo) narrata in Erodoto , una personalità che
oscilla tra storia e legenda.
Lettura Erodoto I, 23-24 – l'occasione è quella della biografia di Periandro di
Corinto a cui accadde un fatto meraviglioso (tauma). Diverse le località suggerite:
Metimna come origine di Arione (e Mitilene, importanti poleis lesbiche), Corinto,
Tenaro,Taranto, la Sicilia e l'Italìa (Italia meridionale).
Arione tra i pirati cantò il "nomos orthrios" legato ad Apollo e poi si gettò in mare,
venne raccolto dal delfino (animale sacro a Poseidone ma anche legato ad Apollo).
Periandro non credeva che il poeta fosse stato salvato dal delfino, i pirati ne diedero
poi conferma.
Purcell insiste su questa immagine: Periandro 6/7 sec ac; emerge una realtà variegata.
I musicisti erano percepiti come gli artigiani e Arione vende la sua arte, ma non si
limita a farlo né nella sua polis di origine né da quella di accoglienza (Corinto), ma
viene preso dal desiderio di andare verso altri lidi occidentali. Tocca con la sua
peregrinazione diverse tappe in Italia meridionale e Sicilia vendendo la sua arte.
Altri protagonisti sono Periandro e i commercianti corinzi, abituati a fare da spola tra
Corinto e Taranto per soldi.
L'immagine che emerge è quella di una realtà arcaica fatta di mobilità.
Purcell compare in una raccolta di Oswin Murray, con l'articolo Mobility and the
polis (in The greek city. From Homer to Alexander). La migliore ripresa del suo
articolo in italiano è di Giangiulio in I Greci Einaudi.
Un'altra corrente storiografica suggerisce invece una limitata immagine della mobilità
arcaica, di tipo apecistico, concentrata cioè solo sulla colonizzazione di territori
oltremare che costituisce in realtà solo una fase di maturità del processo della
mobilità greca.
Per Purcell la colonizzazione si verifica in una fase già avanzata dei processi di
mobilità relativa a merci e genti che in ultima analisi risale già ad un periodo
compreso tra i secoli X-XI ac.
Perchè? I- Purcell riprende una concezione del tempo che è stata già di Fernand
Braudel (direttore della Ecole des etudes antiques di Parigi, sede di una generazione
di storici francesi che si concentrano sulla storia evenemenziale e sulla microstoria,
sul dato quotidiano), storico dell'età moderna, professore negli anni Trenta del
Novecento, fatto prigioniero dai nazisti per cinque anni ('40-'45); nei cinque anni di
prigionia riflette sui suoi studi precedenti ed elabora una sua teoria, mette a fuoco
un'immagine storica del mar mediterraneo (fondo, metà, superficie: fenomeni storici).
Concepisce il tempo come scandito da 3 tipi di avvenimenti: episodico, singolo
avvenimento; fenomeni di lunga durata; fenomeni di durata lunghissima (oggetto poi
di studi antropologici).
Il modello di Purcell è quello secondo cui il mediterraneo è caratterizzato
dall'affacciarsi di piccole ecologie (aree abitate, realtà) che rompono l'isolamento e si
legano tra loro mediante il mare.
Malkin perfeziona questo modello e utilizzando il lessico di internet parla di reti e
nodi, per cui il mediterraneo è caratterizzato da reti di comunicazione che laddove si
intrecciano danno luogo a nodi di scambio (non è necessario ipotizzare collegamenti
di diretti tra due realtà).
Tutto ciò serve a descrivere fenomeni tra età arcaica e età oscura.
Gli antichi avevano attitudine a una navigazione un po' ambigua; è banale considerare
l'Odissea poema della navigazione.
Od. IX 120-150 - brano dei Ciclopi (opposto della civiltà): il primo elemento di
questa società emersa dalle Dark Ages è una cultua che rifiuta la caccia come
primaria fonte di alimentazione a favore dell'agricoltura (coltura cerealicola) e con
l'allevamento posto in secondo piano; si sottolinea che i Ciclopi non erano avvezzi
alla navigazione e non erano forniti di navi o artigiani che ne costruissero, circostanza
che evidenzia l'importanza di artigianato e navigazione per la civiltà greca in quella
fase storica; ulteriore dato negativo attribuito ai Ciclopi era l'assenza di leggi.
I Greci esaltano la navigazione nonostante conoscano i rischi ad essa connessi,
ricordiamo Esiodo quando da consigli al fratello. Esiodo parla di navigazione
disagevole e pericolosa, va praticata solo in un certo periodo dell'anno e la finalità è
quella del guadagno; la navigazione deve essere un di più rispetto all'agricoltura e va
concepita solo in funzione del commercio di un surplus di produzione agricola, non
come attività principale. Sentimento ambiguo dei Greci per la navigazione.

Esistono diversi tipi di commercio. Il modello della mobilità sottolinea che il


commercio è una delle spinte fondamentali per la mobilità arcaica, a sua volta
costituita da più fenomeni: ci sono i commercianti, i mercenari, i pirati, i coloni.
Secondo gli studiosi recenti i Greci convivono nei mari con altre popolazioni, ad es. I
Fenici (i commercianti di schiavi) che tessono la rete di tale mobilità (di cui
analizziamo la cronologia).
Se per molti studiosi la mobilità è un fenomeno di VIII ac, per Purcell e altri risale ad
un'epoca antecedente. Gli spostamenti di VIII sec ac sono esiti di un processo di
lunga durata.
Alcuni tendono a rimuovere le cesure storiche con l'età palaziale, a vedere un
continuum della presenza greca nei mari prima e dopo i palazzi. Ci sono aree del
mondo greco che indubbiamente subiscono meno il crollo dei palazzi e quindi
subiscono meno il tracollo sociale post palaziale. Un tracollo comunque da non
sottovalutare perchè viene meno l'organizzazione stessa della vita materiale, come
testimonia ad esempio la scomparsa della scrittura, elemento fondamentale di
organizzazione della gestione palaziale. Ovviamente l'impatto di tale cambio epocale
muta l'intensità in base alla "miceneizzazione" dei centri di volta in volta analizzati.
La visione di continuità storica va respinta: il crollo dei palazzi è un fenomeno
decisivo; alcune realtà mantengono comunque una forma di dinamismo che
trasmetteranno lungo tutto il periodo a seguire, nello specifico Atene e l'Eubea.
In particolare nel X sec soprattutto l'Eubea dimostra di avere contatti col mondo
mediterraneo, ad es. A Lefkandi vengono ritrovati oggetti provenienti dall'area
cipriota nei corredi funerari. Questi contatti proseguono nel IXsec e risulta che i
fenici si spostano anche su lunga distanza: presenza fenicia è rilevata anche in
Spagna, a Vuelva, e i contatti sono di tipo commerciale e non coloniale. I Fenici
aprono le rotte commerciali sulle quali si inseriranno gli abitanti dell'Eubea. In
Sardegna sono state rinvenute ceramiche euboiche di IX-VIII sec.
Rilevante è il sito di Almina in Siria, scavato negli anni '80 dall'archeologo Wally, la
cui caratteristica peculiare è il rinvenimento di resti fenici e greci in quantità paritaria:
si discute se questo sito sia frequentato più da Greci o Fenici. Almina dimostra
comunque una presenza significativa euboica nell'Oriente mediterraneo e un contatto
tra Greci e Fenici, testimonia una convivenza. E' proprio dai Fenici che la cultura
greca apprende la scrittura.
Perché i Fenici iniziano con tale audacia a spostarsi sui mari con tutti i rischi del
caso? Per Purcell l'imput è l'espansione dell'impero assiro (terza fase), novità del
periodo. Gli Assiri arrivano a occupare le coste della attuale Siria e alcune città di
cultura fenicia vengono incluse nell'impero assiro, che chiede tributi esercitando
pressioni sulle popolazioni fenicie; da questa circostanza secondo Purcell
scaturirebbe la mobilità fenicia nel Mediterraneo. Scrittura, metodologie di
navigazione e rotte vengono assimilate dai Greci.
I Greci probabilmente iniziano a navigare per ragioni commerciali, dunque si
presuppone un surplus di prodotti da vendere. In questa fase il commercio non
prevede moneta, consiste nel baratto.
Il. 467-475 – Omero parla del commercio di vino. Da Lemno un aristocratico porta
vino, una parte spetta ai capi per diritto senza baratto, un'altra viene barattata (oinizo-
termine tecnico per lo scambio di vino, non c'è il termine per indicare genericamente
commercio). Quando Ulisse approda da Alcinoo si parla della figura del
commerciante di professione, che non è l'aristocratico che in prima persona produce
surplus e si imbarca per venderlo (ciò che è lecito); il commercio di professione è
disdicevole.
I due tipi di commercio: Commercio prexis – commercio emporìe (da evitare, comm.
Di professione). Sia Omero che Esiodo conoscono il commercio.
In età arcaica abbiamo l'intensificarsi dei commerci. A Corinto si costruiscono navi
differenti in base alla destinazione d'uso, se per la guerra o per il carico.
L'emporion è un approdo dove si possono incrociare domanda e offerta, snodo
fondamentale per la prosperità dei commerci. La forza di Atene nel Vsec secondo le
fonti era proprio la costante abbondanza di merci da caricare al porto del Pireo.
Esempi di empori famosi sono Naucràti in Egitto e Gradisca in Toscana; quello di
Naucrati è favorito dal faraone Amasi e viene descritto da Erodoto II 178-179: il
faraone per simpatia verso i Greci concede l'organizzazione di questo emporion,
l'unico porto che gli concede e i Greci di ogni provenienza vi si insediano.
Stessa cosa accade in Toscana, dove gli Etruschi costituiscono l'emporion di
Gradisca.
La fonte a riguardo è in Dionigi di Alicarnasso quando parla di Demarato: Demarato
porta i suoi averi in Etruria e vi mette radici; Demarato è un commerciante
professionale.
Tra VII-VI sec si intensificano i traffici, si commerciavano merci di uso quotidiano
(ce lo dicono le testimonianze archeologiche): questo smentisce l'idea che il
commercio fosse un'attività rivolta alle esigenze delle aristocrazie. I prodotti erano di
uso comune, erano dunque trasportati con una certa frequenza.
La pirateria è un altro elemento della mobilità arcaica, praticata dai tempi antichi,
come testimoniato da Omero relativamente ai Cretesi. I Focei furono noti pirati e
molto pericolosi (si ricorda l'azione di debellamento operata dagli Etruschi).
L'ultimo elemento di mobilità arcaica è il mercenariato, uomini che commerciano la
propria forza bellica, tendenza questa anche aristocratica (es. Fratelli di Saffo). Il
fenomeno fu molto diffuso. I flussi di mercenari trovano ampia richiesta soprattutto
in Egitto (la Grecia fino al IVsec ac non ricorre al mercenariato, osteggiato da
Demostene). Il mercenariato coinvolge i Greci soprattutto durante la dinastia di
Psammetico I e II nel VIIsec circa.
Erodoto II 152 – l'Egitto è spaccato in 12 regni, un oracolo dice che chi dei re avesse
bevuto da una coppa di bronzo sarebbe diventato faraone; al santuario tutti i re
bevono da una coppa, Psammetico non ha coppa e beve dall'elmo e viene allontanato.
Il re vede approdare opliti greci vestiti di bronzo e capisce che quelli sarebbero stati il
suo cavallo di battaglia.
La presenza greca in Egitto è continua per tutto il VII sec. Ad Abu Simbel sono
ritrovate iscrizioni di mercenari di varia provenienza, tra questi anche mercenari greci
(se sapevano scrivere erano di ceto nobiliare, di solito aristocratici espulsi dalle
comunità in seguito a scontri- fratello Alceo).

La scelta della meta per le colonie dipendeva dal grado di informazione dei coloni:
paradossalmente le colonie più antiche sono anche le più lontane.

6/3/2018 (manca prima mezz'ora)

Il modello della colonia greca come colonia agricola è un modello errato; ad esempio
le colonie focee nascevano in territori poveri come quelli della madrepatria (dal
profilo agricolo). I Corinzi fondavano colonie in territori strategici come
Còrcira/Corfù, località che consentiva di fare rifornimenti prima di giungere in
Occidente (la navigazione antica tende a percorrere rotte vicine alle coste, date le
limitate capacità delle imbarcazioni). L'esplosione della ceramica corinzia col
colonialismo lascia supporre il carattere commerciale di determinate correnti
coloniali.
In realtà le colonie di VIII-VII sec ac vengono fondate per diversi scopi e sulla spinta
di diversi stimoli, non riconducibili solo alla carenza di terreno o ragioni
commerciali. Talvolta i coloni erano esuli dalla madrepatria. Il periodo trattato è una
fase di definizione per la politica greca (vd. Giangiulio Alla ricerca della polis). Il
tipo classico di polis veicolato nei manuali è uno standard di V-IV sec che durante
l'arcaismo non si è ancora costituito, la comunità che aveva accesso alle istituzioni
cittadine varia nel corso dei secoli (il nonno di Alceo conosceva già le istituzioni del
Consiglio e dell'Assemblea, ma lo stesso Alceo testimonia la possibile esclusione
dalla comunità). I criteri di partecipazione alla comunità vengono fissati con
chiarezza a partire dal V sec ac.
Dunque il modello coloniale greco viene identificato dagli altri come apecistico: una
madrepatria che produce una apoikia, esiste una polis o un'entità di tipo etnica
organizza una nuova fondazione, sceglie cioè l'ecista e determina la composizione
della comunità coloniale. A differenza delle colonie romane e latine (o quelle
moderne) le colonie greche erano politicamente indipendenti dalla madrepatria, anche
se alcuni mettono in discussione questa tesi. L'indiscusso legame tra madrepatria e
apoikia è di tipo culturale, che tuttavia può affievolirsi nel tempo qualora la colonia
accolga nuovi flussi coloniali allogeni.
Già in Omero passano alcune memorie coloniali, ma il grosso della memoria storica
su tali fondazioni viene trasmesso da altri autori, in particolare Antioco, Eforo ed
Erodoto. Le fonti dicono che a capo della spedizione c'era un ecista, solitamente un
outsider, un nobile emarginato dal nucleo di provenienza (solitamente per ragioni
politiche); l'ecista godeva di uno status privilegiato all'interno della colonia e veniva
fatto oggetto di un culto eroico post mortem, dunque un riscatto personale.
In tutte le tradizioni sulla colonizzazione è presente la tappa obbligata all'oracolo di
Delfi prima di partire con la spedizione. I partecipanti erano solo maschi, almeno così
emerge dalle fonti. Come si fa a trovare un sito idoneo da colonizzare? Ne parla
Omero: un luogo vicino al mare, facilmente difendibile e fornito di una fonte d'acqua
potabile. L'ecista si occupa della suddivisione degli spazi della nuova polis.
Fino ad alcuni anni fa si pensava che la chora coloniale venisse divisa in maniera
egualitaria, fattore questo che sarebbe stato estremamente motivante per i coloni. Il
fatto che Diodoro Siculo/Eforo sottolinei la spartizione egualitaria dei lotti di terreno
nella colonia di ...?.... non fa che evidenziare l'eccezionalità dell'evento.
Queste tradizioni sono complesse, soprattutto perché stratificate: in una prima fase va
ipotizzata la composizione orale della tradizione, poi c'è la registrazione di circa VI
sec ac in forma scritta, poi vanno valutate le successive rifunzionalizzazioni dei
racconti. Lavoreremo molto con i testi del geografo Strabone, la cui opera consiste in
una storia per luoghi e una ricostruzione elaborata sulla base di diverse fonti di
diverse epoche. C' è una serie di problematiche legate alla decodificazione della
provenienza delle fonti nell'approcciarci alle fonti (sostenere di leggere Antioco
tramite Strabone è un'idea falsa).
Strabone, La fondazione di Taranto – riporta entrambe le tradizioni sulla
fondazione, quella di Antioco e di Eforo, e include un po' tutte le caratteristiche
tipiche del modello apecistico. Antioco di Siracusa (fine Vsec ac., fonte privilegiata
di Tucidide, specie per le fondazioni in Sicilia) dice che gli Iloti sono Spartani che
non parteciparono alla guerra con i Messeni; i loro figli (Parteni) avrebbero cospirato
contro Sparta in quanto emarginati; non appena Faranto (pharantòs è il calvo – gli
Spartani avevano i capelli lunghi) avesse indossato il cappello di cuoio (kynè -tipico
degli schiavi) i congiurati avrebbero dato il via alla rivolta, se non fossero stati
scoperti e fermati; Faranto fu inviato a consultare l'oracolo per andare a fondare
altrove una colonia; i terreni pugliesi erano fertilissimi (tanto grano) ma i Greci se ne
tenevano lontani perché le popolazioni balcane che vi abitavano erano allora
politicamente e militarmente più avanzate, tuttavia l'oracolo invia questi coloni a
Taranto ("per essere flagello degli Iapigi", che già presagisce i conflitti a cui andranno
incontro i coloni). Dopo la versione di Antioco viene riportata quella di Eforo (IV ac),
intrinsecamente contraddittoria: le donne spartane temono di restare senza uomini in
patria e di non potersi riprodurre (la paura dell'oligandrìa è un fatto di Vsec ac a
Sparta); si spiega che i Parteni sono figli di giovani che non hanno prestato
giuramento e di donne non sposate (Antioco invece non chiarisce), su ordine di ...?...;
successivamente si crea un'alleanza tra Iloti e Parteni che vengono emarginati dagli
Spartiati (per Antioco i Parteni sono figli di Iloti, invece per Eforo sono figli di
Spartani e gli Iloti semplici alleati; Eforo migliora lo status originario dei fondatori di
Taranto rispetto ad Antioco); gli Spartiati arretrano, i Parteni non scappano nella
versione di Eforo e alla fine la ribellione viene risolta con una conciliazione operata
tra i padri degli esponenti dei due schieramenti (padri della stessa
provenienza/estrazione) e quindi la soluzione apecistica: l'autore regolarizza così
l'evento della fondazione di Taranto, che nel IV sec ac è il baluardo dei Greci in Italia
(rilettura delle tradizioni precedenti).

7/3/2018

Il periodo in esame è quello delle Dark Ages, oscuro appunto per l'assenza di fonti
letterarie, pertanto utilizzeremo dati archeologici.
La fondazione di Taranto nella tradizione storiografica – gli elementi cardine del
modello apecistico costituito negli ultimi decenni: esistenza di una madrepatria, ecista
capo della spedizione (aristocratico) che reperisce informazioni all'oracolo prima
della partenza, cittadini maschi che partecipano (le donne in alcuni casi arrivavano
dopo, la fondazione poteva incontrare difficoltà nella prima fase insediativa: es. In
Puglia gli indigeni rappresentarono un forte ostacolo).
Antioco, tra gli storici che trattano la fondazione di Taranto, è l'unico occidentale
(Erodoto tuttavia vive per un periodo nella colonia di Turi/Sibari).

Il passo di Strabone contempla due tradizioni, antiochea ed erodotea.


Il mito della fondazione di Taranto prevede la presenza di Faranto, un emarginato
figlio di Parteni; si cita l'oracolo prima della partenza, una costruzione di Vsec ac
quando Taranto si trova a scontrarsi con gli Iapigi: forti elementi classici influenzano
questa tradizione. La fondazione della colonia di Taranto non è aliena al contesto
spartano di VIII ac, quando la polis non era chiusa come sarà in età classica, bensì
aveva intessuto una rete di collegamenti con l'esterno. Gli Iloti erano schiavi collettivi
(non privati come altrove): immagine ultimamente contestata da alcuni studiosi come
Luraghi, la sua ricostruzione tende a ridurre ad una sola le guerre messeniche (della
seconda non ci sarebbero testimonianze, si tratterebbe solo di conflitti dovuti a
difficoltà di controllo da parte di Sparta); gli Iloti sarebbero un insieme di figure di
diversa provenienza(cittadini esclusi dalla cittadinanza, parteni, schiavi privati messi
in comune...) organizzati successivamente, dal VI ac, in una categoria.

La tradizione di Eforo trasmessa da Strabone si collega allo stesso orizzonte


cronologico ma propone l'eziologia dei Parteni, figli di donne "intatte"; fa riferimento
poi al timore dell'oligandrìa, ciò che ci fa connettere tale tradizione alle influenze
della situazione politica della Sparta di V-IV ac prostrata dal protrarsi delle guerre del
Peloponneso (particolarmente critico il momento che seguì la sconfitta del 371 ac); i
Parteni in Eforo sono fortemente legati agli Spartiati, sono Spartiati di minore rango e
non dei figli di Iloti a fondare la colonia di Taranto.

Le due tradizioni risalgono a orizzonti cronologici diversi, Antioco si concentra


sull'alterità dei fondatori rispetto agli Spartani e sul conflitto con gli Iapigi; Eforo
connette i Parteni al tessuto sociale spartano. Le tradizioni coloniali sono prodotto
dell'epoca in cui vengono redatte, tuttavia esistono elementi costanti che gli autori
hann difficoltà a maneggiare (es Parteni; Faranto di condizione servile che in Eforo
non c'è perchè si vuole normalizzare la fondazione di Taranto e nel IV ac la colonia è
governata da una democrazia pitagorica che spodestò la precedente aristocrazia dei
Farantidi: Eforo voleva avvicinare Taranto a Sparta e sottolinearne la democraticità;
l'avvicinamento a Sparta è funzionale a sopperire alla difficoltà che la polis ha a
reperire forza militare, dunque Eforo raccoglie una versione tarantina).
La tradizione sui Parteni è varia: per alcuni sarebbero figli di Spartani che hanno
rifiutato di partecipare alla guerra, pertanto non veri uomini, pertanto la loro prole
sarebbe considerata quasi come frutto di un parto virginale; per altri sarebbero figli di
donne che hanno generato senza sposarsi regolarmente.
Un lavoro molto provocatorio è stato pubblicato da Robin Osbourne nel 1998 che
contesta alcuni aspetti della colonizzazione, per lui tutte le tradizioni sono posteriori e
non fededegne, il modello sarebbe quello della colonizzazione ateniese di V ac e
quello che manca a queste tradizioni è che a quei tempi c'era l'assenza di uno Stato in
grado di organizzare le spedizioni, l'apoikia per lui sarebbe prodotto di esperienze
private e non statali, a prova di questo sarebbe il rapporto che si instaura tra coloni e
indigeni, talvolta di mescolanza che testimonia la mancanza di uno Stato. Se prima si
riteneva che la fondazione di colonie favorisse lo sviluppo della polis, Osbourne
sostiene che una polis ancora non si era costituita (proprio perché la colonia
contemplava mescolanze etniche). L'articolo di Osbourne ha scatenato critiche
acerrime. Punti forti di Osbourne: nel VIII ac parlare di comunità ben definita come
la polis non è propriamente corretto; ..?...
Tuttavia lo studioso dimentica che la tradizione relativa al modello coloniale viene
raccolta nel V ac ma abbiamo testimonianze molto più alte nel tempo, come ad
esempio in Omero Odissea VII 10 quando Nausitoo colonizza Scherìa e costruisce le
mura, ripartisce gli spazi umani e divini: un'organizzazione difficile da concepire per
l'età buia. Dunque nel V sec non si costituisce il modello, si raggruppano le varie
tradizioni sulle singole poleis.
Osbourne, che utilizza fonti epigrafiche tarde, non chiarisce poi quale sarebbe il
modello ateniese riflesso nelle colonizzazioni arcaiche, per molti versi differenti dalle
colonie di V sec.
L'apoikia è dunque frutto di una polis, uno Stato, una collettività oppure è prodotto di
iniziative individuali? Premesso che la polis è frutto di un lungo processo di
formazione, la fondazione della colonia presuppone una certa organizzazione statale.
Lo scavo di Megara Iblea (dagli anni '60 con Valles) ha dato modo di dimostrare che
quando arrivano i coloni organizzano lo spazio in maniera razionale, il territorio è
suddiviso con una serie di assi ortogonali calcolati già dal momento della fondazione
che creavano cinque zone; i coloni non erano sprovveduti.
Tucidide testimonia questa precoce forma di organizzazione del territorio da parte dei
coloni, racconta di quando Nicia vuole distogliere gli Ateniesi dalla spedizione in
Sicilia ("ricordo che andiamo a fondare una città tra genti di stirpe diversa e ostili e
che a chi fa ciò conviene occupare subito la terra o viene sconfitto"); lo storico ha ben
presente le difficoltà dei coloni a contatto con indigeni ostili.
E' chiaro che l'apoikia non è una polis, perchè si installa in territori abitati già da altri
popoli, ma l'avanzata e superiore cultura greca..?..
Il modello apecistico è un utile strumento ermeneutico, aiuta a comprendere la realtà
ma non rappresenta la totalità dell'universo coloniale greco. (Lepore e Mele sono i
maggiori ricostruttori italiani di teorie storiche sulla colonizzazione).

I naviganti portano con sé manufatti ma anche la loro cultura. A indurci a riflettere


sull'immaginario dei navigatori è la tradizione antica; oltre ai racconti sulle
fondazioni abbiamo testimonianze di antiche tradizioni greche sulla mobilità.
In Esiodo nella Teogonia si fa riferimento agli Etruschi, Esiodo dice che i Tirreni
erano figli di Ulisse e Circe. Già in età arcaica i Greci rappresentavano il mondo
occidentale come un mondo in cui avevano vissuto i loro antichi eroi.
Definire cos'è un mito è complicato, ma la ricerca antropologica da qualche punto
fisso, in particolare grazie alla scuola francese. Strauss dimostra come il mito non si
oppone alla ragione ma costituisce un modo di ragionare funzionale
all'interpretazione della realtà. Ulteriori conferme vengono anche dalla psicologia.
Il mito è un modo di pensare astorico per decodificare la realtà (es. Medea che uccide
i figli; Elettra che ama il padre; Edipo che giace con la madre e uccide il padre).
Nel caso dei miti Greci, specie quelli oltremare, la riflessione di Mele ci porta a
concludere che il mito non solo è un elemento di conoscenza della realtà ma è anche
parte integrante della cultura greca. Il mito come struttura fondante della società,
sempre presente pur nella sua continua evoluzione, una lettura della realtà soggetta a
variazioni. (Tuttora il mito è parte della nostra cultura)
Quando parliamo di miti greci oltremare parliamo di miti di eroi, in contrapposizione
alle vicende degli dei; gli eroi sono già parte del mondo degli uomini (eccetto Eracle),
fanno parte di una storia più recente per i Greci.
Come sono state interpretate nel tempo queste narrazioni? Come va inteso il fatto che
i Greci tendono a raccontare una presenza greca anteriore all'età coloniale nei luoghi
in cui poi sorgeranno colonie? Prima che lo studio della storia greca assumesse
caratteristiche scientifiche lo studioso Rochette ('700) sosteneva la completa
veridicità di tali racconti. La prima tradizione filologica invece liquida come
invenzione la tradizione dei miti greci oltremare (es. Il positivista Beloch), non
c'erano valide prove documentarie a riguardo. Anche Pais si occupò di tali miti e
incluse nella storia d'Italia le fondazioni greche coloniali, ritenendo i miti oltremare
narrazioni inventate dai coloni d'Italia elaborate al momento dell'arrivo sulla penisola
(mentre prima in assoluto venivano considerati invenzioni non degne di nota).
Jean Berard inizia la sua opera sulla Magna Grecia e la Sicilia criticando Pais, il suo
atteggiamento sarebbe troppo critico verso i miti; la sua opera conosce due edizioni,
una nel '41, l'altra del '57 (il padre era studioso di antichità fenicie e voleva Ulisse un
navigatore fenicio); nella prima edizione sviluppa la critica a Pais, per Berard era
possibile che nei miti oltremare ci fosse la memoria di avvenimenti antichi
trasfigurati nel mito. Gli eroi erano uomini e non divinità, elemento questo a sostegno
della sua ipotesi. Cerca di ricostruire anche una cronologia delle migrazioni: i primi
migranti sarebbero gli Arcadi 17 generazioni prima della guerra di Troia, mentre dopo
la guerra sarebbero stati eroi individuali. Successivamente Furumark stabilisce la
cronologia della ceramica micenea, Ventris decifra la lineare, iniziano scavi
archeologici intensivi che portano al ritrovamento di reperti micenei in Occidente: le
fonti archeologiche vanno a suffragare le tesi di Berard sulla storicità dei miti greci
oltremare nella seconda edizione della sua opera (da evemerismo a combinatorismo,
leggere una fonte sulla base di un'altra eterogenea). La fonte testimonia dal punto di
vista archeologico la presenza di micenei, da quello letterale ..?..
Berard diventa punto di riferimento per gli studi sui miti oltremare, nonostante
notevoli incongruenze cronologiche nelle sue ricostruzioni: era stata data storicità al
mito che è un elemento astorico, una sovrapposizione non corretta.
A Napoli Pugliese Carratelli ritiene che i miti oltremare siano testimonianza di
presenza micenea in Italia (continuismo); poi la scuola di Lepore e Malkin sostiene
che se il mito è un elemento astorico va scisso dal dato archeologico, il mito è
interpretazione. Interpretazione di cosa? Mito charter: i coloni elaborano il mito per
appropriarsi di territori che vanno ad occupare per legittimare la propria presenza.
Come si giustificano i miti greci anche dove colonie greche non c'erano? Giangiulio
giunge alla conclusione che il mito è lo strumento con cui i naviganti greci
interpretavano le realtà nuove con cui si confrontavano, utilizzavano il bagaglio
mitico a loro noto per inquadrare l'ignoto.
Giangiulio -si interpreta l'altro con ciò che già sappiamo, ci si orienta in base a
coordinate preesistenti

12/3/2018

Musti affronta le Dark Ages solo dal punto di vista letterale, ma è limitativo perché in
tale periodo la cultura è veicolata principalmente per via orale, a noi serve valutare il
dato archeologico.
Ricostruire brevemente la storia della definizione del periodo delle Dark Ages (il
"medioevo ellenico").
La memoria storica orale viene successivamente trasmessa alla scrittura; studi del
'900 dimostrano che la memoria storica orale non copre solitamente più di tre
generazioni, tradizioni più alte sono frutto di modifiche successive: in tal senso il
dato archeologico offre elementi di ricostruzione storica più certi relativamente a
periodi caratterizzati da una cultura orale.
Lefkandì – sito archeologico fondamentale per gettare luce sulla storia delle Dark
Ages. Ogni nazione ha le sue concessioni di scavo nei vari siti archeologici, è utile
ricordarlo qualora si ricerchino le fonti (pubblicazioni di scavi) per un periodo
storico. Lefkandì inizia a venire scavato agli inizi degli anni '60 dalla British school e
dalla soprintendenza locale; non sappiamo il sito antico come si chiamasse (il nome
che usiamo è moderno); nel 1996 viene pubblicato lo scavo di Tomba (Lefkandi 2);
2006 terza pubblicazione (Lefkandi 3). Quando Musti scrive il manuale manca la
pubblicazione di Toumba, si limitava quindi a ricordare il sito senza poterne
sottolineare l'importanza.
Xeropolis è un centro che descrive peculiarmente la transizione dall'età del bronzo a
quella del ferro (XIII-XII ac), il crollo dei palazzi micenei; vi si trova un sito molto
antico, proto-medio elladiche, che ha le sue origini in pieno II millennio (1600ac); è
alle dipendenze di un palazzo di Tebe (i palazzi micenei controllavano vaste aree, a
differenza dei minoici), come si evince dalle tavolette; il sito ha un momento di
fioritura nel tardo elladico IIIb e IIIc (1200.1100 ca;cronologie relative basate su
tipologie di materiali) e si ha l'impressione che tale fioritura sia connesso con la
caduta del palazzo di Tebe, da dove probabilmente è giunto un flusso di esuli.
Fino a pochi anni fa si pensava che questa esperienza (Xeropolis) avesse subito
un'interruzione insediativa, quindi un collasso sincronico rispetto ai centri principali
[la voce Lefkandi Treccani del '96 riporta ancora questa ipotesi di interruzione]; ciò
non è vero, cambiarono le forme insediative.
Le necropoli di Lefkandi sono 5, la più antica è Skoubris ma il più significativo è
Toumba. Una necropoli che mostra continuità d'uso tra XI e fine IX ac, che sono
esattamente i periodi più oscuri del "medioevo".
Toumba si presenta come una collina (tumulo) ai cui piedi sorge una fitta necropoli;
inizialmente viene scavata la necropoli, successivamente si scava la collina che
restituisce l'heroon di Toumba: 10mt x 47mt, termina con un abside, ha una base in
pietra che poggia sulla roccia livellata, un ingresso e un lungo corridoio (vd. La
descrizione su qualche testo). Vengono rinvenute due fosse: in una ci sono 4 cavalli
sepolti con ancora il morso; in una fossa ci sono resti di una donna sepolta distesa con
un coltello vicino alla gola, ricchi ornamenti, un vaso di bronzo cipriota contenenti
resti di stoffa combusta e altri oggetti, in particolare la spada che caratterizza un
individuo maschile guerriero, si tratta dunque di una coppia. L'edificio viene distrutto
sulla sepoltura di questi individui, un edificio di dimensioni anomale per quel periodo
e altrettanto anomala è la distruzione di un edificio costato tanto sacrificio. Si ipotizza
che sia stato distrutto alla morte del re in quanto sua dimora, o ritrovo del suo circolo
aristocratico; c'è chi pensa a un edificio sorto con specifica funzione funeraria, data
anche la collocazione negli immediati paraggi di una necropoli, per Lemos tutto ciò
che troviamo a Toumba è ostentazione di ricchezza secondo una concezione arcaica e
aristocratica (spreco di beni): oggetti di lusso smodato, provenienza esotica di alcuni
di essi, cavalli simbolo di una aristocrazia equestre. Il coltello vicino alla gola della
donna e la stessa sepoltura adiacente fa pensare ad un suicidio rituale (come il sati
indiano) o all'omicidio contestualmente alla morte del signore.
Il sito di Xeropolis continua a essere usato in questo periodo, si è ipotizzato che il
signore fosse di Xeropolis e avesse edificato la sua residenza fuori dal centro, a
Toumba verso Lefkandi, e che dopo la sua morte l'edificio fosse stato distrutto e nei
paraggi costituita la successiva necropoli.
Il corredo funerario maschile: vaso cipriota di XIII-XII sec ac, ha già 200 anni al
momento della sepoltura (Kalligas ingiustificatamente pensa che il guerriero stesso lo
avesse preso a Cipro), dipinto con scene di caccia.
Corredo femminile: placche auree sul petto; orecchini; una collana con pendente
babilonese del 2000 ac di 1000 anni più antica rispetto alla sepoltura che è di 1050
ac; oltre al materiale e alla lavorazione, fa specie la provenienza orientale di molti
oggetti del corredo.
Si tratta probabilmente dei capostipiti di una aristocrazia. La cosa straordinaria di
questa sepoltura è che testimonia, in un periodo considerato finora di regresso
culturale e interruzione dei contatti internazionali, una continuità di scambi col
mondo orientale e una consistente ricchezza materiale. Tali usi funerari vengono
riprodotti anche nelle altre tombe dei parenti dei due soggetti principali in cui si
trovano elementi riconducibili alla sfera della guerra e del commercio (es una tomba
di IX sec ac).
Boardman ha ipotizzato che questa aristocrazia euboica fosse frutto di una
immigrazione cipriota in Eubea (ben oltre l'ipotesi di Kalligas del viaggio a Cipro del
signore) – ipotesi estrema.
Si parla di heroon e eroicizzazione del defunto perché la necropoli sorge ai piedi della
sepoltura del signore.
Anche a livello archeologico si denota una avanzata abilità tecnologica relativa
all'impiego del ferro in Eubea.
Degno di nota è il rinvenimento nelle sepolture 1 e 3, una coppia, di un centauro di
terracotta spezzato in due e sepolto metà in una fossa metà nell'altra; il centauro ha
una tacca sulla zampa incisa e decorata a indicare una ferita.
Prima si pensava che la figura del centauro fosse un prodotto di VIII ac, mentre
questo rinvenimento alzerebbe la cronologia della creazione di questa figura. E' un
centauro o Tifone? La ferita alla zampa fa pensare addirittura a Chirone, il centauro
che educa Achille, ciò sarebbe testimonianza della presenza delle saghe mitiche già
nell'Eubea di fine II millennio.

Koinè euboica – la rete di relazioni che gli Eubei costitiuiscono a partire dal XI sec ac
e durante il X e IX nell'Egeo, Sciro Temno Nasso, mantengono contatti tra Eubea e
continente, specie la Focide. Questa teoria si basa su rinvenimenti vascolari: abbiamo
cercamica euboica o d'imitazione in tutti questi luoghi. Tale teoria è stata contestata
dall'archeologo Papalopoulos: non si può parlare di koinè solo sulla base dei
ritrovamenti vascolari, non testimoniano contatti veri e propri – la replica viene da un
archeologo che sta scavando nel nord della grecia .?. secondo cui non abbiamo
spiegazioni per la presenza di tali vasi in quelle località, dal punto di vista
architettonico è possibile rilevare un'imitazione dello stile architettonico euboico
proprio nei luoghi dove sono stati ritrovati i vasi e alcune conferme verrebbero anche
da fonti letterarie (questione paretimologica Calcide-Calcidica).
Oggi si torna comunque a parlare di koinè euboica per quanto riguarda l'Egeo
settentrionale (in Egeo meridionale si riscontra maggiore influenza ateniese).
Dopo il crollo dei palazzi va evidenziato dunque il ruolo dell'aristocrazia euboica nel
ripristino dei contatti esteri: dapprima si spostano nei paraggi, nell'Egeo;
successivamente arrivano a Cipro, ad Almina, a Tiro, come testimonia il dato
archeologico. Questo ci porta a concludere che il mondo euboico è il primo a venire
fuori dalla crisi dei palazzi, a riprendere la navigazione dell'Egeo e del Mediterraneo,
sono i primi a lavorare il ferro, i primi a entrare in contatto con i Fenici da cui
apprendono la scrittura: testimonianza anche nelle fonti successive, Erodoto V 57-58
, assassinio di Ipparco ucciso dalla famiglia degli Gefirei che sostenevano di
discendere da Eretria, ma dalle ricerche di Erodoto emergeva una loro provenienza
fenicia (trad. Familiare Eretria – trad. Storica Fenici giunti con Cadmo passati prima
per la Beozia e poi ad Atene). I Greci affermavano che l'invenzione della scrittura
fosse autoctona ma Erodoto non è l'unica voce fuori dal coro a sostenerne la
derivazione fenicia. In Erodoto comunque confluiscono entrambe le tradizioni
riguardo Eubea e Fenicia.
Le iscrizioni più antiche che abbiamo sono euboiche.
La koinè euboica ha una crisi, archeologicamente databile al VIII sec ac, quando si fa
risalire la guerra lelantina. Tucidide I 15,3 – a proposito dello sviluppo navale della
Grecia, spiega come si arriva allo scontro tra Atene e Sparta; la maggior parte dei
conflitti antichi terrestri erano tra vicini, ricorda una guerra molto antica in cui per la
prima volta si contrappongono Calcide ed Eretria in un conflitto che per la prima
volta coinvolge più comunità che si alleano con una o l'altra città.
Strabone... - la guerra sarebbe scoppiata per il possesso della piana di Lelanto; ci
sarebbe stato un accordo su come affrontarse il combattimento, un'epigrafe vietava
l'uso di armi da lancio (combattimento di stampo o omerico o prima guerra oplitica?);
Strabone prosegue in maniera poco chiara il racconto, gli Eubei sarebbero stati abili
nel conflitto corpo a corpo e nello scagliare lance: probabilmente l'autore non
inquadra il cambiamento della pratica del combattimento di VIII ac.

La prima fondazione coloniale è fenicia, Cartagine, fondata secondo Timeo di


Tauromenio nel 814 ac.

13/3/2018

Timeo è il primo storiografo che si occupa specificamente di questioni occidentali, la


sua tradizione confluisce in Strabone.
I Fenici aprono le rotte occidentali in cui si inseriscono gli Euboici e poi i Corinzi.
Abbiamo visto lo sviluppo dell'Eubea durante le Dark Ages. Abbiamo notizie di uno
stanziamento euboico a Itaca che verrà poi occupata dai Corinzi. La rotta che passa
attraverso il canale d'Otranto viene prima occupata dagli Euboici e poi dai Corinzi.
Restano fenicio-euboiche le rotte meridionali che passa per il canale siciliano
(Tunisia-Sicilia), invece dello stretto di Messina quella che passa per il nord Africa è
più sicura ed è questa la zona in cui si stanziano i Fenici.
Da tradizioni di fine VI inizio V sec sappiamo che in Tunisia c'era una presenza
"ionica", dallo pseudo Scilace scopriamo che tali Ioni erano Eubei.
Si aprono agli Euboici le rotte verso il Tirreno. Importanti ritrovamenti sono stati fatti
anche in Sardegna dove affianco alla presenza fenicia si segnala una forte presenza
euboica. Nelle zone popolate dagli Etruschi ci sono molte risorse minerarie.
Chi vuole occupare un territorio sceglie aree dove non abitano società strutturate,
mentre chi vuole commerciare cerca società già ben organizzate.
La civiltà etrusca si forma sul substrato della civiltà villanoviana, già dal IX ac inizia
ad organizzarsi per gentes (clan familiari attorno a cui si struttura la società), non ha il
tratto dominante nell'aspetto guerriero, l'aristocrazia preferisce rappresentarsi in un
altro modo. L'aristocrazia si caratterizzerà per una attitudine alla convivialità
simposiale ed è proprio in relazione all'immaginario del simposio che la cultura
etrusca si lega a quella greca: si discute su quale delle due civiltà abbia sviluppato
prima questa attitudine al simposio (da alcuni recenti studi si è ipotizzato per la prima
volta nel 2008 che i Greci abbiano importato il simposio).
Gli Etruschi si raffigurano come aristocrazia simposiale. Si beveva vino alla greca, in
una forma ritualizzata, era una modalità di vita sociale normativizzata. A differenza
del simposio greco quello etrusco è aperto alle donne. Le aristocrazie etrusche
iniziano a dialogare con i Greci.
Gli Etruschi conoscono un forte periodo di espansione, giungono ad occupare diverse
zone della Campania come Santa Maria Capua Vetere (i migliori vasi ritrovati sia di
VIII sec che V-IV provengono dall'Italia perchè gli aristocratici etruschi importavano
oggetti di fattura pregiata).
Una delle popolazioni etrusche che giungono in Campania sono gli Opici.
Nell'età del ferro IX-VIII sec ac alcune popolazioni occuparono gli Appennini.
In VIII sec non ci sono ancora i Sanniti, che si formano nel V sec ac; ogni gruppo di
popolazione che si stacca forma un gruppo etnico (es. Sabini, Opici, Sanniti).
Le genti euboiche che giungono in Sardegna entrano in contatto con questo insieme
di popolazioni e iniziano degli scambi; venivano commerciati soprattutto manufatti
vascolari e importati i metalli.
La costa laziale non è interessata dall'occupazione etrusca, ad eccezione di Veio per la
sua collocazione; il canale del Tevere agevolava gli scambi tra Greci ed Etruschi,
pertanto numerosi sono i ritrovamenti di reperti effettuati.
Non c'è un centro unico in Eubea che promuove questi contatti, è lecito pensare che a
monte ci sia disorganizzazione dovuta alla scelta di singoli individui di intraprendere
commerci.
Un salto di qualità in queste relazioni avviene con la fondazione di Pitecusa/Ischia.
Pithekousai al plurale, i Greci intendevano Ischia e Procida (con l'isolotto di Vivara
che era staccato). I primi contatti che riusciamo a individuare dal punto di vista
archeologico risalgono ai primi decenni del VIII sec (780-770), ma il salto qualitativo
si nota a metà secolo quando si organizza il vero e proprio stanziamento (750circa).
L'isola è stata scavata in molti siti importanti ricavandone fondamentali evidenze, es
Monte Vico, Lacco Ameno, scavati da George Buchner e ..?.. Le tombe scavate sono
solo il 10% del totale presente sull'isola di Ischia.
Riusciamo a osservare le forme dell'occupazione.
Le tre fonti principali sono Strabone, Tito Livio e Flegonte di Tralle (età adrianea).
Altri dati d'interesse sulla società sono di tipo epigrafico (es coppa di Nestore).
Strabone nella narrazione sulle coste campane si concentra su Cuma, Neapoli e alla
fine Pitecusa a cui dedica uno spazio scarso e sostiene che Cuma sia la prima colonia
fondata dai Greci. L'importanza data a Neapolis si spiega con lo status della città ai
tempi della composizione dell'opera straboniana (Cuma la più antica e Napoli la più
importante). Procida è detta derivazione di Pitecusa (Procida da pro keino gettare).
Ci fu eutychia, queste popolazioni dopo aver goduto di fertilità e oro (si intende la
lavorazione perchè non ci sono giacimenti) abbandonarono il territorio ischitano a
causa di terremoti e eruzioni vulcaniche. Erano popoli calcidesi, vissero una stasis e
incontrarono problemi legati alla natura geologica dell'isola.
Il teichos non è il muro ma la guarnigione.
Ad un certo punto Ischia diventa un avamposto siracusano nel Tirreno ai tempi di
Ierone e degli scontri con gli Etruschi (battaglia 774), poi il territorio viene
abbandonato per i problemi precedentemente citati e diventa possedimento di
Neapolis.
La tradizione antica mette insieme le località vulcaniche Neapolis, Dicearchia, Lipari,
Etna. Per la fonte straboniana la ricchezza era legata ad agricoltura e lavorazione di
metalli; periodo di crisi con la stasis, Ierone, fenomeni vulcanici.
Cuma non viene citata; la fondazione di Pitecusa è resa in chiave anticumana,
Strabone nel vaglio delle fonti tende a ignorare Cuma: possiamo escludere Eforo di
Cuma come fonte e valutare l'influenza di Timeo di Tauromenio. Timeo pur essendo
siciliano visse un lungo periodo di esilio (a causa di Agatocle) ad Atene dove
conobbe la scuola socratica. Timeo (350-260) è il primo a occuparsi in maniera
approfondita di cronologia; è il primo a occuparsi anche della fondazione di Roma e
alcune vicende di matrice greca legata alla fondazione possono essere fatte risalire a
Timeo.
Il mito che aggiunge Strabone su Tifone serve a spiegare i fenomeni idrogeologici
dell'isola (mito funzionale a decodificare il contesto in cui vanno a insediarsi i Greci).

Tito Livio parla di Pitecusa in riferimento alle vicende che interessano Neapolis
prima della seconda guerra sannitica, fa una breve ricostruzione delle vicende della
zona costiera. La Palepolis sorgeva vicino alla futura Neapolis. Ricorda che Cuma è
fondazione solo calcidese. L'occupazione sarebbe partite prima da Enaria/Procida per
poi passare alla terraferma (tipo di storia regressiva); in Livio c'è priorità di Pitecusa
rispetto a Cuma. Anche in Flegonte si ricorda una precedenza ischitana rispetto a
Cuma, Pitecusani che occupano Cuma.
Le fonti letterarie dicono che Ischia è una colonia (Strabone), che ha la precedenza
rispetto agli altri insediamenti campani e deve la sua ricchezza alle risorse del
territorio.
Le fonti archeologiche – Punta Chiarito, l'insediamento è una fattoria che testimonia
una importante produzione agricola; gli scavi segnalano una monocoltura vinicola e
la centralità della coltura dell'uva a Ischia è confermata dalla centralità di materiali
dedicati a tale produzione. Nel continente greco la caratteristica dei centri di
produzione era la policoltura tesa all'autoconsumo, mentre la monocoltura è
finalizzata alla commercializzazione (per poter acquisire materie prime utili al
sostentamento). Il culto di Aristeo, divinità legata a Dioniso, è diffuso ad Ischia.
Il quadro della produzione ischitana è completato dagli scavi nella zona portuale,
dove è emerso un quartiere destinato alla produzione ceramica. La produzione di
terracotta è confermata dai rinvenimenti vascolari di origine locale nelle necropoli.
Abbiamo rinvenuto sull'acropoli del centro una zona di lavorazione di metalli
(bronzo, ferro , argento, oro). Nel complesso l'isola è occupata in maniera diffusa dai
Greci (in particolare Lacco Ameno). Se consideriamo l'isola come come una chora
greca, la produzione non soddisfa il sostentamento di una popolazione (VIII sec ac).
Una popolazione abbondante che non si dedica ad una agricoltura di sussistenza,
coltivatori e artigiani si specializzano in determinati settori per poter produrre surplus
da commerciare: non è così che funzionava l'autarchia di una comune polis greca.
I commercianti pitecusani importano minerale grezzo dalla costa campana, lo
lavorano e lo usano come merce di scambio.
Gli artigiani di Pitecusa anche nei rinvenimenti della necropoli celebrano
insolitamente con orgoglio il loro ruolo, quando invece l'artigiano in Grecia era
considerato uno status degradante. Il primo vaso autografato che abbiamo è di
Pitecusa; abbiamo tombe dove gli artigiani si fanno seppellire con i propri attrezzi.
Questa borghesia (non aristocrazia) è molto peculiare, è colta e ha una propria
ideologia, una testimonianza è rappresentata dalla coppa di Nestore (Iscrizioni
greche, un'antologia.... molte sono digitalizzate e scaricabili sul sito Università Cà
Foscari). Il testo della coppa di Nestore per alcuni è in prosa, per alti in versi; una
delle prime iscrizioni in lingua greca, dimostra un livello di alfabetismo elevato;
segnala un gruppo sociale (artigiani e fruitori) acculturato; per alcuni c'è una
contrapposizione tra il Nestore omerico che prepara la bevanda per andare a
combattere e il Nestore pitecusano che prepara una sorta di pozione amorosa; c'è chi
ipotizza che non si tratti del Nestore mitico, ma il contesto è omerico e M. West
sostiene che i poemi omerici siano stati consolidati proprio dall'aristocrazia euboica
(contestato da altri); da ogni punto di vista la coppa è fondamentale dal punto di vista
della ricostruzione storica.
Necropoli di San Montano – insieme alle sepolture dei Greci troviamo quelle di
Etruschi, Fenici e altra provenienza. C'è un vaso di proprietà di una certa Ame, nome
etrusco, sepolta nella necropoli.
Archeologicamente le questioni sono: cronologia dell'insediamento e status (cos'era
questo insediamento). C'è una frequentazione precedente ma l'insediamento è di metà
VIII sec ac; a favore di una cronologia alta c'è la provenienza eretriese e calcidese dei
colonizzatori Ischia, esuli dopo la guerra lelantina, ma se poniamo la guerra al VII sec
non ci spieghiamo la fondazione di Ischia nel VIII sec. Calcide inizia la
colonizzazione con Eretria e poi perde gli Eretriesi nelle colonie successive, quindi o
si anticipa la guerra lelantina o si posticipa la fondazione di Ischia (DA CHIARIRE).
Dal punto di vista archeologico abbiamo il problema che Cuma e Pitecusa sembrano
contemporanee, ma la tradizione parla di una precedenza di Pitecusa.
Altro problema è lo status di Pitecusa, colonia, emporion, polis? In passato l'ipotesi
era quella dell'emporion poi divenuto apoikia con l'estensione verso
Cuma(concezione evoluzionistica), ma questo modello non è più accettabile. Dietro
all'emporion c'è un centro che consente i traffici, come ad Almina, cosa che non si
verifica a Pitecusa, luogo di produzione piuttosto che di scambio. Dunque Pitecusa
non nasce come emporion. Ci sono ceramiche che si immagina provenire da Almina e
giungere a Pitecusa, dove arrivano si oggetti dall'estero ma c'è anche una produzione
locale che manca ad Almina, inoltre, mentre ad Almina non è possibile stabilire quale
fosse la presenza etnica prevalente, è indiscussa la prevalenza etnica greca a Pitecusa.
Si tratta di una colonia, negando la notizia straboniana che Cuma fosse la prima
colonia greca occidentale? L'apoikia è fondazione autonoma che parte da una polis, è
guidata da un aristocratico che consulta l'oracolo, sceglie il territorio e lo ripartisce
per la comunità: questo modello a Ischia non trova riscontro. Per Pitecusa non c'è
oracolo di fondazione, non c'è aristocrazia, non c'è ecista, non c'è una lottizzazione
del territorio. Gli studiosi si dividono sulla definizione dello status di Ischia:
D'Agostino sostiene che Pitecusa anticipi il modello coloniale, una protocolonia;
Emanuele Greco parlava di una polis tipica del livello cronologico a cui risale, una
strutturazione ancora immatura di una polis. Un modello non necessariamente deve
coincidere con la realtà. Non esiste un oracolo: non tutte le apoikie presentano oracoli
di fondazione; Pitecusa non è un centro autonomo ed è possibile che non avesse
oracoli di fondazione. Non c'è un ecista: non tutte le apoikie sono guidate da un
ecista. Non c'è un'aristocrazia: non abbiamo scavato la totalità dell'isola, conosciamo
il 10% delle sepolture ischitane; se pure non ci fosse una vera e propria aristocrazia, il
ceto artigiano vi si avvicinava. Alfonso Mele considera Pitecusa una realtà già di tipo
poleico, è una comunità che si organizza su un territorio e con forme di mescolanza
etnica caratteristica di realtà coloniali (non bisogna per forza ricercare adesione totale
ad un modello). In VIII sec ac in Grecia non abbiamo ancora una vera e propria polis,
i colonizzatori partono da un ammasso disorganico di proto-istituzioni che cercano di
organizzarsi. Nella colonia non si è costretti a vivere la divisione tra cittadini e non
cittadini che si verifica in Grecia nel VI sec (es Solone). Tuttavia ad Ischia non
abbiamo tracce di alcuna istituzione comunitaria: la questione dunque resta aperta.

14/3/2018

La vicenda di Aristodemo fa da spartiacque nella storia di Cuma, un'esperienza che


cade tra VI-V sec ac. La vicenda partenopea è legata a doppio filo all'esperienza
cumana, per il rapporto coloniale e per l'intreccio degli avvenimenti. La vicenda di
Aristodemo è narrata da diversi autori, la fonte più estesa è Dionigi di Alicarnasso,
erudito e retore, che oltre ad occuparsi di problemi testuali scrive le Antichità
Romane, opera fondamentale relativa alla storia della Roma monarchica. Dionigi
prova a sistemare le tradizioni sovrapposte sulla nascita di Roma (trad. Greca e
romana), impresa compiuta poi da autori di età augustea. Si concentra anche
sull'ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, vicende che si intrecciano con la
comparsa a Cuma della figura di Aristodemo.
Le altre fonti sono più stringate, Diodoro e Plutarco nei Moralia (punto di vista
parziale, parla della moglie di Aristodemo), mentre il difetto di Dionigi è quello di
raccontare la vicenda di Aristodemo con un filtro di concezioni costituitesi intorno al
fenomeno della tirannide arcaica (tiranni come capi popolari che si legano al ceto
oplitico).
524 ac si ha una massa disorganica di individui, in particolare Etruschi uniti a Dauni
e Umbri, che accrescono la pressione sui confini campani e cumani; la città viene
attaccata da 500000 uomini secondo le fonti (numeri sempre esagerati, volutamente
gonfiati o corrotti nella trasmissione). Cuma si organizza come può, in particolare
legandosi con una fanteria, punto forte della città, e una cavalleria, in cui spicca il
valoroso Aristodemo che uccide il comandante dell'esercito nemico provocandone la
fuga. Al ritorno dallo scontro Aristodemo chiede un riconoscimento sociale per la sua
vittoria, ma il Consiglio cittadino gli preferisce un certo Ippomedonte (euboico?);
ragion per cui Aristodemo si mette a capo del ceto oplitico. Aricia viene assediata da
Porsenna, tramite il figlio Arronte, e chiede aiuto a Cuma; la cittadina campana
decide di inviare un contingente capeggiato da Aristodemo, il quale respinge Arronte
e torna a Cuma a capo del suo esercito. Impone una tirannide, espelle una parte della
cittadinanza (ceto aristocratico), per vedere poi terminare il periodo di comando in
seguito a una congiura. Il momento di Aristodemo è decisivo per la storia cumana.

La fondazione cumana pone alcuni problemi. Lo status – Strabone parla di ktisma,


una fondazione vera e propria, fatto evidente anche prescindendo dalla fonte; si
sviluppa in un arco cronologico di circa 4 secoli e presenta vicende di politica interna
inspiegabili al di fuori di un contesto poleico; a confermarne la natura di polis
abbiamo anche testimonianze materiali di una vera e propria aristocrazia (sepolture
principesche); Cuma ha una chora, fertile anche se non molto estesa. Cronologia – la
cronologia relativa va definendosi nel corso degli studi; Strabone parla di palaiotaton
ktisma, la fondazione più antica sia tra i Siculi che tra gli Italioti: questo costituisce
un problema per la cronologia di Pitecusa. La versione di Strabone è confermata da
fornti più alte, come es Tucidide VI 4-5 (archaiologhia siciliana, Atene che va in
Occidente) dice che Zante fu occupata da pirati calcidesi provenienti da Cuma e poi
colonizzata da Cuma e Calcide; quando viene fondata Zancle Cuma già esiste, e se
combiniamo questa informazione con quella che Nasso fu fondata in Sicilia perchè la
costa siciliana era ritenuta pericolosa dai Calcidesi.
I Calcidesi non vogliono spingersi negli stretti del mar Tirreno perché la parte
meridionale è occupata da Etruschi, quindi tendono ad aggirare gli stretti e a
circumnavigare la Sicilia, arrivano in Italia dalla Sardegna, arrivano a Pitecusa e
Cuma e da li passano ad occupare gli stretti: questo fa si che abbiamo una dinamica
di espansione coloniale calcidese che vede iniziare la colonizzazione calcidese
iniziare prima dal nord per poi scendere. Le più antiche colonie calcidesi in Sicilia si
datano per Tucidide al 734, pertanto la fondazione di Cuma deve essere antecedente.

L'insediamento Pitecusa-Cuma riproduce una tipologia propria della madrepatria in


Eubea, si tratta di una geminazione della modalità insediativa che è quella del
controllo degli stretti.
Per Strabone (V 4, 4-5)la componente coloniale di Cuma è calcidese e di Cuma
eolica, con a capo due ecisti, di cui a uno andava l'apoikia e all'altro l'eponimia.
Doppia componente, un accordo tra ecisti, la caratteristica della fondazione sarebbe
calcidese mentre il nome ricorderebbe la Cuma eolica. La colonia mista non è
anomalia, soprattutto nel contesto calcidese. Alla fine del paragrafo Strabone da
un'altra informazione, "alcuni riferiscono che Cuma prende il nome dalle onde",
prima ci racconta che il nome deriva dalla componente cumana e poi si contraddice
proponendo una falsa etimologia: questa contraddizione è indice di un dibattito sulla
colonia riscontrabile anche in altre fonti. Se eliminiamo l'origine eolica del nome di
Cuma stiamo escludendo tutta la componente eolica della fondazione(altra tendenza
delle fonti). Sulla componente calcidese c'è la concordanza di tutte le fonti (es.
Tucidide, Antioco, Pseudo Scimno..), la questione è se vi sia un'altra componente e
quale essa eventualmente sia. Una tradizione riferita dallo pseudo Scimno, geografo
di cui ci resta un Periplo in versi conferma la doppia etnia (v750 "dopo i Latini c'è la
fondazione di Cuma vicino al lago d'Averno, prima i Calcidesi la fondarono e poi gli
Eoli").
Dionigi di Alicarnasso invece quando parla di Aristodemo dice che gli Etruschi
cacciati dai Celti attaccarono Cuma che Eretriesi e Calcidesi fondarono: mantiene la
doppia componente etnica ma sostituisce gli Eoli con gli Eretriesi, recuperando il
legame con Pitecusa, le cui componenti etniche erano appunto eretriese e calcidese.
Velleio Patercolo, storico latino di età imperiale, riferisce in I 4,1 che" gli Ateniesi
occuparono/fondarono in Eubea Calcide ed Eretria..?..Magnesia...non molto dopo che
i Calcidesi furono impiantati dagli Ateniesi, sotto il comando di Ippocle e Megastene
fondarono in Campania Cuma" e poi racconta l'episodio di fondazione legata al culto
di Demetra. Nella sua tradizione c'è un rapporto tra Atene, Calcide, Eretria e la
fondazione di Cuma.
Abbiamo due filoni di tradizione: Strabone/pseudo Scimno – Calcidesi/Eoli e
Dionigi/Velleio – Calcidesi/Eretriesi.
Stefano di Bisanzio racconta di una Cuma in Eubea, per cui Cuma prenderebbe il
nome da una Cuma euboica che sarebbe poi scomparsa per la scarsa importanza,
portando così alla confusione nella tradizione. Gli archeologi hanno rinvenuto un
centro dei secoli oscuri in Eubea e in base a ricerche di carattere toponomastico
potrebbe essere la Cuma euboica. La Cuma euboica in Stefano di Bisanzio era
collocata in un luogo diverso da quello dei ritrovamenti; la città euboica per
l'archeologia era già scomparsa ai tempi della fondazione della Cuma in Opicia:
scartiamo l'ipotesi di Stefano.
Chi si è occupato maggiormente della presenza eolica è stato A. Mele. In Tucidide si
parla dei pirati cumani che fondano Zancle e si indica il nome dell'ecista, Periere
nome tipicamente eolico; in un brano di Papinio Stazio c'è un riferimento ai culti
neapolitani (Eumelo), portati dagli Abantai (euboici in tradizione omerica); in tali
culti portati dall'oriente a Neapolis per il tramite di Cuma ci sarebbe una forte
presenza eolica.
Per Mele la componente eolica è ragionevole e addirittura si potrebbe inquadrare
nella cosiddetta koinè euboica di tale periodo.
Questo non esaurisce il problema: come mai esistono due tradizioni differenti e
perché una di queste, quella calcidese, sia attestata in una data bassa a Neapolis e non
a Cuma? Secondo Jacoby (curatore più grande raccolta di storici greci in frammenti)
pseudo Scimno e Strabone hanno un'unica fonte all'origine, che è Eforo di Cuma
eolica; ha due osservazioni, una sul ruolo di Cuma eolica nella fondazione di Cuma
opicia, l'altra sulla struttura narrativa. Eforo esalterebbe per patriottismo la
componente eolica.
Differenze pseudo Scimno e Strabone: ps. Sc. Dice che gli Eoli sono epoikoi, rincalzi
coloniali, mentre in Strabone i due flussi sono contemporanei, una colonizzazione in
cui in un primo momento i Calcidesi arrivano a Pitecusa e poi a Cuma col rinforzo
eolico. Strabone per Cuma legge Eforo, per Pitecusa legge Timeo: ciò crea
discordanze. Perché questa tradizione poi cede il passo ad una diversa tradizione?
Il mondo culturale che faceva capo alla prima Cuma è quello che si lega al mondo
aristocratico che subisce un'interruzione con l'esperienza di Aristodemo, il momento
di rottura col passato euboico e aristocratico nella storia di Cuma; Neapolis conserva
culti euboici perchè non ha momenti di rottura col passato.

Il passo di Flegonte di Tralle ricorda un'occupazione violenta di Cuma da parte


dell'aristocrazia greca che schiaccia gli Opici (i colonizzatori sono in questo caso una
classe molto diversa dagli aperti artigiani pitecusani). I Greci occupano l'acropoli e
poi tutto il territorio circostante.
Due momenti di colonizzazione eouboica in Campania: primo momento di contatti e
poi occupazione coloniale; due momenti che hanno anche un loro portato di
tradizione storica, nelle fonti relative alla presenza greca a Cuma si raccontano due
tipi di miti: da un lato il mito di Ulisse dall'altro quello dei Giganti.
Strabone – descrizione della zona flegrea; collocazione della discesa agli Inferi tra
Averno e Cuma (in Od. IX non c'è localizzazione specifica). Nella tradizione da lui
trasmessa viene riportato il passaggio di Odisseo nell'area flegrea: i viaggiatori
euboici iniziano a portare le saghe odissiache in Magna Grecia, il mito odissiaco è un
mito di contatto, un contatto che non è conquista, Ulisse non si insedia. Non è un
mito charter.
Accanto al mito di Odisseo c'è in area flegrea il mito di Eracle che si allea a Zeus e
sconfigge i Giganti: questo è un mito charter; Eracle è un eroe/divinità civilizzatrice,
rappresenta occupazione violenta e imposizione culturale; i Giganti sarebbero i
barbari selvaggi (come barbari vengono visti anche gli Etruschi che attaccano Cuma
nel VI sec). Il mito di Eracle serve a stabilire la presenza Greca in terra flegrea.
Una zona flegrea veniva localizzata anche nella Calcidica, altra area in cui i Calcidesi
si trovano a contatto/scontro con popolazioni barbare locali (Traci).
Al contatto dunque Odisseo, all'occupazione invece Eracle. Tali miti di VIII e VI sec
non testimoniano una antica presenza micenea in questi territori, non ci dicono nulla
di miceneo.
Cuma ha una fase di sviluppo di VIII-VII ac in cui prevale l'aristocrazia terriera che
esalta la guerra, a differenza della borghesia pitecusana, e esporta il bagaglio culturale
della madrepatria. L'aristocrazia cumana prova a inserirsi in un circuito di relazioni
politiche internazionali legandosi alla Roma di VI sec, la Roma dei Tarquini che
cresce in potenza (segno di un mondo etrusco che prova ad espandersi). Nel VI sec
c'è il tentativo di "etruschizzazione" dell'Italia, che dopo questo tentativo non vedrà
più gli Etruschi protagonisti di aspirazioni espansionistiche.
Da un punto di vista territoriale quando Aristodemo va ad Aricia nel 504 abbiamo
avuto la spedizione greca coloniale più distante dalla colonia.
Da Cuma si staccano gli insediamenti di Neapolis, Dicearchia/Pozzuoli, Nola (inclusa
nella tradizione calcidese ma non è città greca); tutta la zona del Golfo napoletano è
controllato da Cuma.
A Cuma per la prima volta vediamo un modello che i Calcidesi riproducono altrove,
basato sull'occupazione di un sito che quando possibile prevede due insediamenti
prospicienti (testa di ponte che pone le basi per l'occupazione di un'area antistante) e
la riproduzione di tale strategia insediativa.

19/3/2018

Riepilogo: problemi colonizzazione e categorie di lettura della mobilità coloniale;


contatti che esistono tra le popolazioni mediterranee, specie greche e fenicie; il
modello apecistico e la critica al modello; miti greci oltremare, utilizzo delle
narrazioni mitiche restituite dalla tradizione, con particolare attenzione a quelle che
riguardano l'Italia, vaglio delle varie correnti interpretative; colonizzazione calcidese,
posizione e ruolo dell'Eubea nel rilancio dei contatti transmarini (koinè euboica),
sviluppo di artigianato, costituzione di una aristocrazia; mobilità e colonizzazioni
fenicie; primi contatti tra viaggiatori e indigeni; Pitecusa e Cuma, questioni sulle
fondazioni, cronologie e composizione dei corpus delle spedizioni coloniali;
occupazione della pianura campana tra VI e V sec ac.
Cuma – abbiamo ricordato come a differenza di Pitecusa abbia una sua chora
circostante, la chora cumana conosce un processo di espansione; Cuma si insediava in
un territorio di frontiera dove si incrociavano interessi di vari gruppi etnici: Capua era
un centro di interesse degli Etruschi; altri territori confinanti erano interesse di
popolazioni osco-sabelliche; genti provenienti dagli Appennini tendono nei secoli a
scendere verso le più fertili pianure. Cuma geograficamente è esterna al golfo di
Napoli, è sul litorale nord, e il cosiddetto cratere (Capo Miseno – Sorrento) è un
ambito esterno al golfo cumano, eppure nella visione degli storiografi (es Strabone)
l'area del cratere è stata anticamente area d'interesse per Cuma: la testimonianza ce
l'abbiamo per Strabone nei miti che testimoniano il mito di Odisseo in tale zona.
Il mito di Ulisse viene localizzato in occidente e racconta non di una presenza
militare ma di semplice conoscenza del luogo, Ulisse non si stabilizza; Esiodo è il
primo a localizzare precisamente la discendenza di Ulisse, secondo lui i Latini sono
figli di Ulisse e Circe. In età esiodea esisteva già una tradizione di miti odissiaci in
occidente. Esiodo testimonia questa avvenuta localizzazione che tuttavia non è
presente in Omero, nei poemi non si identificano geograficamente i luoghi dei
racconti; sono i Calcidesi che iniziano a individuare i luoghi e localizzare il passaggio
di Ulisse. Partendo dal Circeo come sede della maga Circe inizia la ricostruzione di
tutto l'itinerario di Ulisse in Occidente; a un giorno di viaggio dal Circeo era
plausibile per gli antichi individuare l'ingresso agli Inferi nell'Averno; un altro luogo
fondamentale è la sede delle Sirene. A sviluppare questo processo sono i naviganti
calcidesi, testimonianza dell'interesse per questa zona.
Strabone quando parla di questi territori costruisce il mito odissiaco (contestualmente
si parla della saga dei Giganti, mito di occupazione per giustificare la presenza greca
in questi territori) nell'area cumana e parla di due centri in particolare: il centro di
Dicearchia/Pozzuoli, un nome interessante "governo di Giustizia" attribuito alla
prima Pozzuoli greca, in relazione a esuli di Samo quando Policrate nel VI ac instaura
la tirannide a Samo e gli esuli migrano a Pozzuoli denominandola Dicearchia in
contrapposizione con la tirannide della madrepatria (della Dicearchia greca non
abbiamo riscontri archeologici, gli scavi sono tutti romani, trovate solo singole
testimonianze di presenza greca; inoltre anche il nome sembra una costruzione a
posteriori, solitamente nelle nomenclature non si cercava tanta enfasi ideologica);
Neapolis, città dei Cumani.
Di Neapolis Strabone parla come epoikia, una rifondazione, un'aggiunta di nuovi
elementi su una base precedente, un rincalzo coloniale di Calcidesi, Cumani e
Ateniesi. Il nome di "nuova città" sarebbe dovuto appunto a tale rifondazione da parte
di più etnie. Ricorda della tomba di una sirena. Dal suo racconto desumiamo che lui
ricorda sostanzialmente un solo stanziamento che ad un certo punto si trasforma dal
punto di vista qualitativo, non collega esplicitamente la presenza della tomba al primo
insediamento: c'è un insediamento che si trasforma e nello stesso luogo c'è uno
mnema di una delle sirene. Questa interpretazione è semplificativa (un solo centro) e
appiattisce una serie di problemi; nella tradizione degli studi questa semplificazione
non regge. Livio a proposito di Neapolis dice che c'è una Palepolis, un centro
precedente che si trova non lontano da Neapolis, ed entrambi sarebbero abitati da
Cumani: nella tradizione liviana dunque si parla di due centri vicini ma distinti e
colloca i due centri su una linea temporale (non sincronici).
Quando gli studiosi ottocenteschi leggono Livio deducono che la Palepolis fosse
Cuma. Ettore Gaborisch è stato uno dei più autorevoli studiosi di mondo preistorico
campano, fine Ottocento-metà Novecento; per lui Palepoli è Cuma, tanto più che non
si hanno testimonianze archeologiche di un ulteriore sito più antico nei paraggi di
Neapolis, accettava Strabone e alla luce di Strabone leggeva Livio, utilizzava
l'assenza di documentazione come prova (argumentum ex silentio):
archeologicamente è molto pericoloso accogliere argumenta ex silentio per
documentare assenza di avvenimenti.
(es Tucidide, autore molto preciso dettagliato e attento alle dinamiche economiche,
tratta molto sommariamente la riorganizzazione fiscale di Atene, documentate poi da
una serie di ritrovamenti; va indagato perché Tucidide evita di parlarne: forse quella
modifica non fu efficace come si voleva, l'autore l'avrebbe omessa e non aveva
simpatia per le persone che l'avevano promossa. Esiste una selezione a monte da
parte degli autori e una selezione storica casuale: non ci si può basare sulle assenze)
Paradossalmente a sfavore dell'esistenza di un precedente sito chiamato Parhenope
depone l'impiego del nome in età imperiale per indicare Neapolis (lapide a San
Basilio chiama Napoli Parthenope); gli studiosi ottocenteschi ipercritici deducevano
che quel nome fosse frutto di una tradizione colta posteriore che aveva influenzato la
lettura della storia del sito.
Lutazio Dafnìde ..- abbiamo Quinto Lutazio Catulo, noto console della seconda metà
del II ac a cui viene attribuita un'opera autobiografica legata al consolato (poi Cic.), e
Lutazio Dafnide. In alcuni autori viene citato genericamente Lutazio, mentre altrove
si specifica il nome completo del console. Si è pensato ad uno schiavo del console,
suo contemporaneo dunque, che si scrive un'opera storiografica. In un commento alle
Georgiche, IV libro dove Virgilio dice di essere stato nutrito da Parthenope, un
grammatico di IV dc a proposito di Parthenope riporta un frammento di Lutazio, il
quale dice che i Cumani, staccatisi dai genitori (o dai luoghi di origine?), fondarono
Parthenope, così chiamata dal nome della Sirena che ivi giace sepolta. La ricchezza e
bellezza dei luoghi favorì una frequentazione del sito più intensa di Cuma, al che i
Cumani pensarono di distruggere la città. Dopo una pestilenza, in base a un responso
oracolare la città venne rifondata col nome di Neapolis sul culto di Parthenope.
In questo racconto preaugusteo è chiaro che si tratta di due centri distinti, la volontà
di distruzione da parte della madrepatria, il legame economico tra il centro e
Parthenope. La versione è molto diversa da quella straboniana, il nome stesso non è
frutto di ricostruzione colta posteriore.
A noi interessa che il nome di Partenope non risalga all'età augustea ma è precedente.
Un'ipotesi degli anni '90 del Novecento si basa su un testo (vd. Materiale didattico)
dell'Alessandra di Licofrone (forse di origine calcidese di età ellenistica, cronologia
non sicura, forse III sec, identificato come Licofrone tragico ma nella sua tradizione
si colloca anche un poema in trimetri, l'Alessandra), un poema in trimetri che parla di
Cassandra (detta anche Alessandra) e della profezia che fa prima di morire. Una
poetica molto complessa tipica dell'età alessandrina. A noi interessa il passo relativo
alla morte delle Sirene; parla di Ulisse e dice "giungerà nel campo tenebroso dove
vagano i morti e cercherà...e quindi l'accoglierà l'isola che ribolle per la
vampa...Tifone (collegato da Strabone a Pitecusa)...e oltre alla tomba del pilota Baio,
oltre alla sede dei Cimmeri...(tratto sulla Gigantomachia collocata in area flegrea)..
(tratto sulle Sirene figlie delle Muse che al passaggio di Ulisse si gettano in mare per
suicidarsi e una di loro sarà accolta dal fiume Clanio-zona flegrea e gli abitanti le
edificheranno una tomba, la prima delle tre sirene è chiamata da Licofrone
Partenope)". Laviola, studioso, utilizza questi versi per collocare lo stanziamento
della prima Parthenope, secondo lui il nome del centro antico sarebbe Falero/tysis
Phalerou, ma si tratta di un genitivo che indica il possesso dell'eroe e non un genitivo
locativo (così secondo l'uso di Licofrone), Falero indica l'eroe e non il luogo: gli scoli
bizantini confermano tale interpretazione, Falero sarebbe il fondatore mitico di
Neapolis.
Vi è un ulteriore problema legato al nome di Partenope, la dicotomia
Palepoli/Partenope: Strabone non parla di Partenope e Livio parla di una Palepolis.
Perché questo centro si chiamava Partenope? Ne siamo abbastanza certi. Dei dubbi in
merito sono stati nutriti da chi rileva che il culto della sirena non è attestato a Cuma,
nel pantheon cumano le sirene non sono attestate e parrebbe strano attribuire al centro
il nome di una divinità che in quel contesto non nutre alcun ruolo; Pugliese Carratelli
sostiene che il culto potrebbe essere precumano, per cui i Greci potrebbero aver
scelto di recuperare un mito locale preesistente. Il culto delle Sirene sarebbe egeo-
anatolico e portato in Occidente da antichi viaggiatori. A questa teoria si è allineato
anche Cassola, ma abbassa la cronologia: il culto è stato portato non dai Greci nel II
millennio ac ma popoli giunti poco prima della fondazione cumana e recupera
un'informazione importante in Strabone: XIV 2,4 racconta che in "Opicia fondarono
Partenope", ma nel V libro quando parla di Neapolis non parla di Partenope, nel XV
successivamente recupera la tradizione su Partenope e la colloca in Opicia.
Il culto delle sirene (donne uccello) è di provenienza rodia e per Cassola la
fondazione di Partenope da parte di Rodii risalirebbe al IX ac, prima di una Partenope
cumana. Una fondazione di Partenope rodia la possiamo ipotizzare solo dal III sec ac,
Strabone dice che i Rodii fondano centri per la "salvezza degli uomini", espressione
che indica operazioni contro la pirateria, fenomeno di III sec, quando è attivo a Rodi
il geografo Timostene che potrebbe essere autore di questo racconto e rappresentare
la fonte di Strabone. Il dato interessante di questa tradizione è che potremmo far
risalire il nome Partenope dal II sec di Lutazio al III di Timostene.
Agli inizi del II sec assistiamo da parte di Roma uno spostamento di interessi da Rodi
a Delo, Rodi allora fonderebbe Partenope come azione di contrasto alla pirateria per
acquisire benemerenze nei confronti dei Romani.
Al di la di tutto partenope è un nome connesso al culto della sirena, un culto che non
ha collocazione esclusivamente neapolitana ma anche a Punta Campanella con
connotazione iniziatica; quando i Calcidesi giungono nel Golfo collocano il mito a
punta Campanella, lo ricorda lo stesso Strabone quando descrive le coste campane a
V 8 dove dice "dopo Pompei c'è Sorrento, città della Campania...che alcuni dicono
promontorio delle Sirene...isolette rocciose che chiamano Sirene". Una di quelle
collocazioni precoci del mito odissiache in occidente. Ai tempi di Strabone c'è un
tempio di Atena, ma lo pseudo Aristotele ricorda che in quel sito c'erano offerte
antiche (anatemata) "dicono che le isole sirenuse giacciono in Italia oltre il
promontorio che è sullo stretto di fronte e che circonda Cuma e separa dal
promontorio di Poseidonia(zona a sud); su questo promontorio giace un tempio loro
(alle sirenuse) che è enormemente venerato dagli abitanti del promontorio e queste
vengono chiamate sirene". Anche in Strabone si ricordano antiche offerte votive alle
Sirene. Abbiamo un vaso di VI sec con una sirena, una delle prime attestazioni
iconografiche; il nome Sirenoussai come Pithekoussai sono nomi col doppio sigma
molto antichi, connesso a un culto antico probabilmente risalente alle prime
frequentazioni calcidesi. Aristotele cita i nomi delle tre sirene connessi ai tre scogli
del golfo: questa è una variante del mito, perchè se prendiamo Od XII 36-54 Circe
colloca le sirene su un prato fiorito e le indica col duale (seirenoin), con allusione
dunque al numero di due e non tre (altrove si usa il plurale, ma la lectio difficilior è
da preferire e il duale restituisce una versione più veritiera del mito). Omero non ne
indica la genealogia. In Esiodo sono figlie di Acheloo e Sterope, in Apollonio Rodio
sono figlie di Tersicore la musa, tradizione a cui si ispira Licofrone. Nella versione
campana del mito le sirene diventano 3, sono figlie delle Muse e di Acheloo secondo
la tradizione esiodea: Partenope che si tuffa dove c'è Castel dell'Ovo, Ligea che
approda a Teria, Licosia... (?nomi da verificare): Ligeia è il bel canto, Leucosia è una
variante di Leucotea, divinità presente a Posidonia "dea bianca", quindi le due sirene
hanno personalità evanescenti, caratteristiche poco marcate; Partenope invece ha la
forte caratteristica della verginità, ciò è interessante perché dal punto di vista
religioso e cultuale greco una divinità per diventare generativa doveva passare alla
maturità, Partenope per diventare una divinità poliade, tutrice di una comunità e
quindi connessa alla fertilità, non poteva restare vergine: col suicidio rituale si
compie un rito di trasizione, con la morte cambia il senso della divinità, si insiste
sulla verginità per poi specificare che la sirena attraverso la morte rinasce come
divinità della fertilità, e infatti il culto di Partenope sarà successivamente legato
proprio all'agricoltura.
Il culto di Partenope non è cumano, è calcidese, è antico, non c'è bisogno di risalire a
contatti precoloniali di II millennio o IX sec ac ma è tutto spiegabile coi primi
contatti coloniali calcidesi con le coste campane. Non ci sono più difficoltà dal punto
di vista letterario a identificare un primo centro legato al culto di Partenope nei pressi
dello scoglio Megaride (?vd nome).

20/3/2018

Ricapitolazione lez precedente – partendo da un'osservazione sull'osservazione delle


fonti da parte di studiosi che negavano l'esistenza di un sito precedente e distinto
dalla Neapolis storica, ipotesi questa smentita. Il problema del nome del primo
insediamento e le sue caratteristiche – si chiamava Parthenope in onore del culto della
sirena; una lettura sbagliata del testo di Licofrone aveva prodotto risultati fuorvianti.
Strabone ipotizzava una precedente fondazione da parte di Rodi, isola alla quale si
lega anche il culto delle sirene; in ultima analisi tale ipotesi non è preferibile a quella
sulla matrice calcidese della fondazione, neppure l'archeologia restituisce prove a
favore della provenienza rodia dei primi coloni. ...

Dopo aver esaminato la tradizione letteraria veniamo all'elemento che smentisce le


tesi di chi sosteneva l'assenza di un centro precedente alla Neapolis storica.
Già quando Gabrici pubblicava c'erano stati dei ritrovamenti archeologici che
minavano la sua tesi. E' stato ritrovato uno scarico, in cui i materiali sono eterogenei,
ma lo scarico Dall'Osso (editore?) è significativo. I materiali erano principalmente
ceramici, inizialmente datati al VII sec ac, successivamente sono stati fatti risalire al
sec VIII. Dall'Osso riteneva che questo scarico fosse di una popolazione non greca
che usava ceramiche greche, che non testimoniassero presenza greca nel sito. Nel
1949 si sono avuti invece degli scavi molto limitati a via Nicotera, dovuti alle
riparazioni per i bombardamenti della seconda guerra mondiale; venne rinvenuta una
porzione di necropoli con poche tombe, da cui emerge un dato di estrema importanza
per la ricostruzione della storia di Neapolis: sepolture greche, datate a partire dal 690
ac al 550 ac. Via Nicotera sormonta piazza del Plebiscito, sul ponte di via Chiaia; è
un'altura che sovrasta via Chetamone: accostando i risultati degli scavi dello scarico e
della necropoli si deduce una presenza di un centro abitato, giacché se lo scarico non
dice quasi nulla su uno stanziamento, una necropoli presuppone una comunità di vivi
(che gettavano i rifiuti dall'altura). L'antico insediamento di Neapolis, cioè Partenope,
sorgeva probabilmente sull'attuale Monte di Dio; tale collocazione sarebbe
compatibile con il racconto di Livio (guerra sannitica..? - accampamento romano tra i
due centri di Partenope e..? ). Via Chiaia che separa questa collina dai Quartieri
Spagnoli doveva essere un tempo più piccola e si prestava ad essere impiegata come
vallone difensivo.
I corredi degli inumati di via Nicotera sono tutti modesti, non emergono i tratti di una
aristocrazia, ma la percentuale della necropoli attualmente scavata è molto limitata.
Un sito di Partenope dunque c'è stato, possiamo localizzarlo in un'area e in un tempo
che da VIII a metà VI sec ac.
Dobbiamo capire perché esistono due tradizioni, di cui una pare voler rimuovere la
presenza di Partenope (es. Strabone) e l'altra testimonia l'esistenza di questo
insediamento e ne restituisce alcune vicende (Lutazio).
Lutazio racconta che i Cumani distrussero Partenope per invidia causata dalla troppa
prosperità del centro, colpiti poi da una pestilenza, sulla base di un dettame oracolare,
ricostruirono il centro, Neapolis.
Strabone sottolinea alcune colpe dei Neapolitani che, divisi in due fazioni, "accolsero
nella colonia alcuni dei Campani e furono obbligati a trattare da amici (lett.
Utilizzarli come più vicini) i nemici perché erano diventati nemici dei propri amici"; i
Campani sono una popolazione generata dall'unione tra Sanniti e genti locali etrusche
(Osci), la stessa Capua è frutto della presa sannita di un centro etrusco. I Campani
dopo essersi costituiti iniziano a spingersi verso la pianura campana, prenderanno
Cuma; Neapolis invece avvedutamente assorbe i Campani anziché andare incontro
alla distruzione.
In Strabone dunque c'è una tradizione filocumana e ostile a Neapolis, in cui i nemici
sono i Campani; in Lutazio la tradizione è ostile ai Cumani e favorevole ai Campani:
le due tradizioni fanno capo a fonti schierate diversamente. La fonte di Strabone sarà
verosimilmente stata Eforo di Cuma, che aveva ottica filocumana, sentendo i Cumani
campani vicini ai propri conterranei (Cuma eolica) e i Campani come nemici.
Partenope rappresentava un problema per Cuma a prescindere dal tradimento
presunto. La storia di Neapolis può aver scisso il proprio percorso da quello di Cuma
già in una fase anteriore alla venuta dei Campani.

Sullo status di Partenope abbiamo informazioni tarde. In Livio la Palepolis/Partenope


è la sede del culto della Poliade di Neapolis, i feziali nel IV (sacerdoti che hanno il
compito specifico di dichiarare formalmente guerra dal punto di vista religioso) vi si
recarono per scagliare la lancia della dichiarazione bellica. Tutta una serie di
dichirazioni ci spingono a pensare che l'abitato circostante l'area di culto non aveva
connotati di un vero e proprio centro; se nella sua fondazione c'è intervento cumano,
sarebbe improbabile che Cuma riproducesse un nuovo centro nella propria chora,
piuttosto poteva avere i caratteri di "cuscinetto" dall'esterno, una postazione di
controllo per i traffici.
Partenope dunque può essere considerata fondazione cumana risalente alla fase di
espansione di Cuma, entrata in crisi nella metà del VI sec, una crisi a cui risponde la
rifondazione di Neapolis che nella Palepolis aveva la sede dei culti cittadini.
Lutazio Dafnide ricorda una tradizione non cumana, una tradizione ostile a Cuma.

Si è sviluppato un dibattito negli anni Duemila sulla fondazione di Neapolis. Fino a


vent'anni fa era riconosciuta tra gli studiosi una data di fondazione intorno al 470 ac,
una datazione fondata su elementi di natura principalmente archeologica e una lettura
delle fonti che ne discendeva. La necropoli più importante scavata a Neapolis è quella
di Castel Capuano, una zona esterna al centro cittadino (la strada che sale verso gli
Incurabili poggia sulle antiche mura dell'Acropoli, tutta la zona fuori dalle mura era
dedicata alle necropoli), scavata già a partire dall'Ottocento con scavi che
documentavano inequivocabilmente una presenza a partire dal 470 ac. Altro elemento
per la datazione della fondazione era la monetazione: una delle prime coniazioni
neapolitana risale al 470 ac (confermata da Alter ?), con l'incisione della sirena e del
nome ionizzante "Nepolis".
Nella storia di Pitecusa si ricordava che, fondata da Eretriesi e Calcidesi e
successivamente abbandonata, venne occupata da genti neapolitane. Strabone
immagina una successione molto rapida nel tempo, Ierone ritira da Ischia la
guarnigione inviata contro Cuma e i Neapolitani avrebbero preso il loro posto
sull'isola, il tutto nell'orizzonte cronologico del 470 ac (lo scontro Cuma-Siracusa
risale al 474 ac).
Due sono stati gli scavi degli anni Novanta che hanno consentito di avanzare ipotesi
differenti circa la fondazione di Neapolis: uno in Vico Sopramuro (sotto Castel
Capuano, una parte delle mura orientali della città, zona Forcella – il "cippo" a
Forcella è un proverbiale pezzo di muro), dove è emerso un pezzo di muro durante
uno scavo di cablaggio; un altro è in zona San Domenico.
Vico Sopramuro è una parte antica delle mura, appartiene alla prima fortificazione e
lo deduciamo dalla tecnica architettonica (più antica delle mura di piazza Bellini);
l'orizzonte in cui si inscrive è l'inizio del V sec ac. Le mura neapolitane erano molto
ben costruite, ragion per cui la città fu difficilmente espugnabile in passato; erano
interrotte da alcuni contrafforti in cui si gettavano vari materiali di risulta per
rafforzare la struttura (si creava una sorta di binario) e tali materiali sono stati passati
al vaglio dell'archeologia. I riempimenti delle mura di Vico Sopramuro confermano la
datazione al V sec (le ceramiche gettate, in quanto rifiuti, sono di qualche tempo
precedente).
Il tratto di Piazza San Domenico ha una caratteristica peculiare, si tratta di un muro
riparato per un probabile danneggiamento; sotto il successivo aggiustamento è stato
ritrovata la base risalente ugualmente al V sec e i materiali di riempimento sono
addirittura di metà VI sec (questi materiali aiutano nella datazione ma non sono validi
di per sé a datare una civiltà come può esserlo una cinta muraria).
Dunque nel V sec abbiamo una comunità che si cinge di mura, uno degli atti che
segna la presa di possesso del territorio (non il primo in assoluto né l'ultimo).
Tutto ciò fa risalire di alcuni decenni la fondazione rispetto all'ipotesi del 470 ac; a
ben vedere la presenza di monetazione per il 470 non è caratteristica degli albori
dell'insediamento bensì di una fase già avanzata: la moneta antica non è solo un
mezzo di scambio, è uno strumento di egemonia culturale e affermazione identitaria
(la moneta in bronzo e quella di piccolo taglio, quella più utile al commercio minuto,
è quella che si diffonde successivamente; la prima moneta è in argento, di grosso
taglio, e oltre al valore intrinseco era fondamentale la provenienza politica del conio).
Della necropoli di Castel Capuano noi conosciamo solo una piccola percentuale,
pertanto non sappiamo se accolga o meno sepolture antecedenti il 470 ac e non
sappiamo se sia la prima necropoli di Neapolis.
La lettura di Strabone testimonia l'espansione neapolitana ma non offre una
cronologia determinante per la fondazione, testimonia soltanto che al 470 ac Neapolis
era in grado di espandersi.
L'idea degli studiosi in passato ritenevano che si incrociassero nel 470 gli interessi di
Ierone e quelli degli Etruschi in Campania e che in questo contesto la fondazione di
Neapolis sarebbe stata favorita da Ierone per contrastare i Cumani e gli Etruschi.
Questa teoria è stata smentita con l'arretramento della data di fondazione dal 470 a
fine VI-inizio V sec.
[Ierone nel 474ac circa manda una guarnigione a Ischia per controllare il golfo, la
guarnigione, verosimilmente intorno al 470, torna successivamente a Siracusa per i
moti geologici dell'isola in cui si sarebbero successivamente insediati i Neapolitani:
se si parla di Neapolitani nel 470 vuol dire che la polis era già stata fondata e
affermata]

21/3/2018

Breve ricapitolazione (lezione con classe di storia romana) rispetto alle tradizioni e
alla data di fondazione di Neapolis. C'è una questione sui due siti su cui si insedia la
città: la tradizione ricorda un centro che precede quello di Neapolis, la critica tendeva
prima a negarlo, l'archeologia invece ne conferma l'esistenza. Il sito antico era detto
Partenope, dal culto eponimo della Sirena Partenope; il nome stesso di Neapolis
indica l'esistenza di una Palepolis, a cui fa appunto riferimento Livio.
Questioni circa lo status di Partenope e Neapolis (?)
Data di fondazione di Neapolis – il problema sulla cronologia vedeva convergere gli
studiosi fino a poco tempo fa sulla data del 470ac, ma scavi più recenti hanno dato
modo di risalire ad un orizzonte cronologico più alto.

Di quanto alzare la data di fondazione? Dai lavori della Gianpaola e D'Agostino si è


concordi con l'idea che la data sia antecedente rispetto al 470 ma non è possibile
archeologicamente determinare una data precisa. Vanno dunque vagliate le fonti e
orientarci in particolare a quelle che trattano gli avvenimenti di fine VI sec inizio V.
Dionigi di Alicarnasso racconta dettagliatamente gli eventi di Cuma di fine VI ac,
quando una serie di Etruschi e forze italiche esercitano una pressione sui confini di
Cuma che sfocia poi in un attacco. Il racconto di Dionigi è filocumano e ingigantisce
i meriti cumani, i Cumani avrebbero respinto l'attacco con un esercito assai più
esiguo del nemico. Protagonista della vittoria sarebbe Aristodemo, che a capo di un
esercito di cavalieri uccide il capo dell'esercito nemico mettendolo in rotta. Non
sappiamo tuttavia quali dinamiche investono il resto del cratere flegreo. Lepore
pensava che l'esercito italico in ritirata potrebbe essere responsabile della distruzione
di Partenope, il cui suolo sarebbe stato invaso.
Lutazio Dafnide di II ac (giunto in frammenti, fondazione Partenope e Neapolis,
fonte privilegiata, relativamente più vicina ai fatti e con accesso a fonti più antiche)
parla della distruzione di Partenope fornendo maggior numero di dettagli rispetto ad
altre fonti. I fondatori di Partenope sarebbero figli di genitori Cumani,
successivamente i Cumani stessi per invidia avrebbero distrutto il sito per invidia
della sua prosperità per poi rifondarla come Neapolis per riparare ad una pestilenza
indicata da un oracolo come punizione divina per la distruzione di Partenope.
La memoria di una distruzione volontaria da parte di Cuma pone problemi; se questa
fonte potrebbe essere attendibile, si potrebbe ipotizzare che il mancato aiuto dei
Cumani contro un'orda di Italici sia alla base della versione di una distruzione
volontaria del piccolo centro di Partenope ad opera dei Cumani.
Tuttavia Lutazio non dice esplicitamente che Partenope fu distrutta, dice "inisse
consilium" (fu presa una decisione), parla di una decisione ma non dice
esplicitamente che fu distrutta, anche se poi chiamando in causa una rifondazione
sottintendiamo una distruzione; ma la connessione distruzione-rifondazione non è
tanto scontata, la rifondazione può essere anche un'operazione ideologica, culturale,
la marca di una riorganizzazione sociale o politica.
Un'altra interpretazione (D'Agostino 1985 in convegno e successivamente): perché
rifondare Partenope e lasciarla intatta? Per conflitti interni di Cuma stessa. Forse a
Partenope si raccoglievano figure ostili al potere centrale di Cuma: chi potevano
essere queste figure marginali? Nel 524 emerge la figura di Aristodemo per meriti
bellici e aspirerebbe al potere, se non che i Cumani gli preferirono un altro candidato;
le fonti ricordano un'azione demagogica di Aristodemo, interprete delle
rivendicazioni che il demo cumano ha nei confronti dell'aristocrazia (fonti sia
Plutarco che Dionigi) – dobbiamo essere attenti quando leggiamo fonti sui
demagoghi in quanto influenzate dal pensiero negativo aristotelico sulle tirannidi
arcaiche, un pensiero filosofico figlio di epoche e contesti storici posteriori all'epoca
delle tirannidi-. Al di la di come si sia posto a capo del demos (topos -in realtà il
tiranno emerge dall'aristocrazia e si serve del popolo),Dionigi racconta che
Aristodemo nel 524 ha un'occasione straordinaria di emergere: gli etruschi di Chiusi
con Arronte, figlio di Porsenna, scendono a sud per prendere Aricia (tentativi di
espansione degli Etruschi in tutta Italia per conquistare egemonia totale); Aricia,
alleata di Roma, chiede aiuto a Cuma, gli aristocratici decidono di mandare
Aristodemo (o vince e ne abbiamo un vantaggio o perde e abbiamo un problema in
meno- ragionamento simile a quello che Tucidide riporta sull'invio del demagogo
Cleone a Sfactèria contro gli Spartiati); Aristodemo torna vincitore in patria a capo di
un esercito cumano e prende militarmente il potere a Cuma. Quando salì al potere
eliminò una parte dei nemici, l'altra parta fu espulsa. Secondo Dionigi Aristodemo
voleva uccidere in un solo giorno anche i figli dei suoi oppositori ma ne ebbe pietà e
decise di cacciarli dalla città ("per trascorrere tempi nei campi", lontani dal centro
cittadino del potere, non verso altre comunità), consigliato in tal senso anche da un
oracolo (intervento divino – la presenza di oracoli all'atto di fondazione di Partenope
non va trascurata). I giovani vengono mandati nella chora, vanno a coltivare la terra
nei villaggi (komai) e un giorno Aristodemo vi si recò con una spedizione per
controllarli perchè li riteneva pericolosi. Da un dettaglio successivo apprendiamo che
gli esodati si dividevano in due fazioni: i giovani mandati nei campi e gli esuli che
erano andati a Capua, città etrusca. Gli esuli di Capua sono i "figli" di Ippomedonte,
antico oppositore di Aristodemo, e intrecciano rapporti con gli Etruschi di Capua in
funzione anticumana.
Alfonso Mele sottolinea che tutto il racconto di Dionigi è improntato a una
concezione antropologica del rito di passaggio: si tratta di ragazzi (figli), per evitare
la loro ribalta al potere Aristodemo li fa vivere in atteggiamenti femminili senza
palestre, dunque inversione sessuale tipica del rito di passaggio verso l'età adulta, così
come l'esclusione dalla comunità civile della polis.
Tuttavia non si può interpretare il racconto come una grande metafora, è probabile
che si parli di dinamiche sociali della Cuma di fine VI ac: una frattura
nell'aristocrazia, il distaccamento di una fazione che va fondare una nuova comunità
e lo fa in un'ottica favorevole ai rapporti con il mondo etrusco, ostile a Cuma: questa
ipotesi troverebbe conferma nella bipartizione del filone di tradizione sulla
fondazione di Partenope e Neapolis (Strabone non parla di Partenope, ma solo del
culto della sirena, e sottolinea le colpe dei coloni di Atene e Calcide di Neapolis nei
confronti di Cuma quando accolgono i loro nemici Campani; Lutazio invece da colpa
ai Cumani per la distruzione di Partenope).
Una fazione di esuli cumani sarebbe ostile ai Campani e una favorevole, le due
fazioni sarebbero comunque riuscite ad unirsi per abbattere la tirannide di
Aristodemo. Quando i Campani prenderanno Cuma e risparmieranno Neapolis
avrebbe comportato il consolidarsi della tradizione.
Tra il 504 e il 480 è verosimilmente collocabile la fondazione di Neapolis.
Neapolis è una colonia cumana, lo dice Strabone e le altre fonti. Si parla anche di
Calcidesi, ma è un approccio arcaicizzante: per Calcidesi si sarà inteso l'insieme di
persone provenienti dai centri limitrofi a Cuma, giacché alla fine del VI ac Calcide
era ormai un centro troppo piccolo per pensare che potesse inviare rincalzi coloniali
in Campania.
C'è la fondazione cumana di Neapolis e poi un rincalzo coloniale di Ateniesi per
rinforzare il nuovo centro. L'epoikia ateniese è fatto certo per la Neapolis delle
origini, è riscontrata in tutte le fonti. La continuità col vecchio centro è data
dall'istituzione del culto poliade della sirena (mentre prima era solo divinità eponima
– promozione di ruolo). La trasformazione del culto è legata fortemente alla presenza
ateniese.
Licofrone IIIac tragico che compone l'Alessandra in trimetri in cui Cassandra
profetizza sui ritorni degli eroi greci e parla delle sirene che si suicidano per non aver
sedotto Ulisse: il primo stadio del culto è un culto tradizionale con sede a Falero
(partenope) che prevede libagioni annuali, culto legato all'esperienza di Partenope;
dopo aver parlato delle altre due sirene si sofferma su Partenope e richiama la
seconda fase del culto di Partenope a Neapolis, ricorda una lampadedromia (corsa
con fiaccole) che richiama un culto ateniese delle Panatenee. Nelle Panatenee delle
fanciulle facevano una gara portando delle fiaccole. Mopsopo, capo della flotta,
istituisce questo secondo culto più strutturato.
Nei commenti bizantini a Licofrone gli scoli riferiscono di una tradizione molto alta
risalente a Timeo: Diotimo, navarco ateniese, giunse a Neapolis, sacrificò a Partenope
e istituì la corsa con le fiaccole. Chi è Diotimo? Si tende a identificarlo col figlio di
Strombico, che fu stratego a Corcìra nel 433; lo testimoniano in maniera concorde sia
Tucidide che un'iscrizione sull'Acropoli di Atene (IG I,3,64). Negli anni precedente
alla guerra del Peloponneso, nello scontro tra Corcira e Corinto, gli Ateniesi inviano
una flotta che spaventa i vincitori e Diotimo prese parte a tale spedizione. Alla stessa
spedizione partecipa il figlio di Cimone.
-nell'iscrizione, precedente alla riforma grafica del 403, le omicrono sono
indistintmente rese con omega; è un resoconto economico "gli Ateniesi spesero
queste cifre per Corcire sotto l'arcontato di... e quando era membro della boule... ed
erano tesorieri delle ricchezze della dea Atena...Cherameos e .. erano
arconti/collaboravano.....diedero agli strateghi che andavano a Corcira per la
spedizione (l'iscrizione usa il patronimico anzichè il demotico, come si doveva
preferire)..Il lacedemonio (Cimone)...il giorno del primo pritane, erano già trascorsi
13 giorni, una cifra di...-
Siamo al 433 mentre noi stiamo vagliando fasi anteriori; Diotimo tuttavia ricopre
cariche anche prima, sarebbe nato intorno al 442, suo padre fu inviato dal re di Persia
nel 476(?) in un'età maggiore dei 30 anni (quando di solito si facevano figli), Diotimo
potrebbe essere stato generato intorno al 480 e giunto a Napoli prima del 433.
L'esperienza corcirese di Diotimo non vincola la cronologia di quella neapolitana al
433 ac (cosa che crea difficoltà ricostruttive). La spedizione a Neapolis di cui parla
Timeo in qualità di navarco (non stratego) può essere ipotizzata nel 450 ac; optando
per una venuta successiva nel tempo porterebbe a dedurre che la Neapolis di cui parla
Timeo non è l'epoikia ateniese delle fonti. Atene nel V sec (boom demografico) aveva
necessità di approvvigionarsi di grano, aveva chora insufficiente a nutrire la polis, da
ciò derivano le spedizioni in Egitto (dispendiosa e fallimentare) e le operazioni in
Sicilia e Campania: è questo il contesto storico in cui si può collocare la presenza
ateniese in Campania.
Da Dionigi Periegeta (versi) emerge un legame di Partenope col grano e questo ci
conferma che l'interesse ateniese per la Campania era caratterizzato appunto dalla
produzione cerealicola locale.
Falero e Eracle sono eroi fondatori in Campania; Falero (personaggio fortemente
attico), figlio di Alcone, figlio di Eretteo primo re dell'Attica, Argonauta e quindi
amico di Eracle, legato a Teseo (combattono insieme i Centauri), eponimo del porto
di Atene e poi Napoli, si spiega solo nel contesto dell'epoikia ateniese a Napoli.
Le fonti numismatiche confermano il quadro cronologico che abbiamo delineato;
fonti problematiche per la datazione ma particolarmente utili per tutta la ricostruzione
. La prima moneta reca sul recto la sirena e sul verso un toro col volto umano,
nell'iconografia è il fiume Acheloo, nel culto calcidese è padre della sirena Partenope:
caratterizzazione cumana partenopea. In un secondo momento dalla moneta scompare
la sirena e compare la civetta, che riporta ad Atena, e la spiga di grano.
Il rapporto cerealicolo lo possiamo tra l'altro motivare solo ipotizzando un rapporto di
Neapolis con i Campani, veri produttori di grano, Napoli era piuttosto il luogo di
scambi e scali commerciali.
L'artefice dell'epoikia ateniese per Mele è il figlio di Cimone (che torna nel 453-52 ad
Atene dopo l'ostracismo); c'è una comune strategia con Diotimo in quegli anni,
Cimone finanzia anche la trilogia sofoclea su Trittolemo – per Saldutti non è
necessario elaborare queste ipotesi per motivare la presenza ateniese in Campania.
26/03/2018

Dopo Turi Atene non ha esperienze coloniali in Magna Grecia, quindi l'esperienza di
Neapolis è rilevante. Nel 326ac Neapolis entra nell'orbita romana in seguito ad un
foedus con Roma; inizia poi la storia della Neapolis greco-romana (IV-I ac) e
indagheremo cosa resta del bagaglio culturale della polis greca.
Analizzeremo le istituzioni politiche, le riletture funzionali delle caratteristiche
greche in tempi non più greci, le istituzioni religiose (quanto dei culti risalga
effettivamente ai tempi greci).
Epoikia metà V sec – Napoli è una polis stabile, ha rotto gli ambigui legami con
Cuma. I primi passi di Neapolis vanno verso una proiezione marinaresca, carattere
peculiare perché l'economia delle poleis è solitamente incentrata sull'agricoltura.
Napoli sfrutterà l'alto livello dell'artigianato pitecusano, occuperà le isole di Ischia e
Capri. L'avanzare di Neapolis rispetto a Cuma è molto rapido, la tensione si
interrompe quando i Campani occupano Cuma.
Dionigi di Alicarnasso quando parla di Campani si riferisce agli abitanti di Capua, ma
la composizione etnica di Capua si modifica nel tempo; era il maggiore centro etrusco
in età arcaica ma la situazione si modifica nel V sec ac quando le genti etrusche si
uniscono a popolazioni sannite: a Capua, etrusca, troviamo l'alfabeto osco a metà
Vsec.
Diodoro XVI 76,4 "in quel tempo i Campani combattendo con forza sconfissero i
Cumani e uccisero gran parte dei nemici..presero la città, distrussero il centro, resero
schiavi i prigionieri e le donne furono date in spose agli occupanti", sappiamo che
una parte dei Cumani riuscì a scappare e salvarsi a Neapolis.
I popoli Sabellici si riproducono e si gemmano scendendo verso sud, il loro centro di
irradiazione è la zona delle Marche, sono tutti popoli di lingua osca (stesso alfabeto,
dialetti leggermente diversi). La gemmazione (Festo, Strabone) avviene tramite una
procedura che loro chiamano Primavera Sacra, una forma particolare di sacrificio in
caso di carestia (secondo le fonti) quando i Sabelli consacravano a Mamerte tutti i
prodotti di quell'anno, compresi gli uomini. Pur non essendo una cultura dedita a
sacrifici umani, i ragazzi divenuti maggiorenni dovevano allontanarsi dalla comunità.
Irpini (irpus lupo)-testimoniata la procedura della primavera sacra; Lucani, si è
ipotizzato da lupus ma è da lucus-bosco... ad ogni modo sono popoli dediti alla
pastorizia, sono abituati alla transumanza. Gli Appennini non erano luogo adatto ad
accogliere una popolazione demograficamente in crescita come quella delle tribù
sannitiche, che erano costrette ad allontanamenti periodici.
Anche i Latini sono un popolo italico molto simile ai Sanniti, lotta per il sale per
conservare le carni prodotte.
I Sanniti iniziano a premere sulla Campania, il primo centro invaso è Capua, dove ci
fu un eccidio e la fuga a Neapolis di alcuni fuggitivi: questa circostanza costò a
Neapolis il biasimo da parte di alcune fonti.
Dionigi XV 6,4 quando ricostruisce la vicenda fa riferimento alla fuga dei Cumani
"due generazioni prima i Campani avendo eliminato i Cumani presero...e i
Neapolitani che avevano accolto i Cumani in patria" creando una certa discrepanza
cronologica con Diodoro. Il criterio cronologico delle generazioni non è preciso come
quello annalistico.
La critica pensa al 420ac come data della resa di Cuma. La maggiore apertura di
Napoli ai Campani è stato motivo di risoluzione non cruenta delle tensioni e porta ad
una commistione etnica. I nomi dei politici (demarchi) rilevano proprio questa storia
di commistione, dapprima solo nomi greci, poi ai nomi greci si uniscono quelli
campani/sanniti (conferma anche da ritrovamenti di pzz Nicola Amore). Se i politici
hanno nomi campani vuol dire che c'è integrazione della nuova etnia all'interno del
corpo civico.
Per Neapolis il venire meno di Cuma fu di gran vantaggio, dalla seconda metà del
Vac i Neapolitani coniavano monete per i Campani, assistiamo in questa fase alla
rielaborazione del mito di Ebalo (teleboi ?) e dell'occupazione (non necessariamente
militare) della pianura alle spalle di Neapoli fino al Sebeto, Nola, Abella (viene
considerata fondazione calcidese). Neapolis da inizialmente un orizzonte schiacciato
verso il mare, mentre dopo il declino di Cuma si volge a tutta la pianura campana
diventando una piccola potenza di carattere regionale.
Tuttavia si stavano formando le potenze di Roma e dei Sanniti con cui doveva
confrontarsi il centro napoletano. Nei secoli a venire c'è la cosiddetta
decolonizzazione delle colonie greche dovuta alla presenza di nuove etnie (es Lucani
e Campani); Neapolis si trova al centro tra i Romani a Nord e i Sanniti a sud e a est.
Napoli è assediata e nel confronto si trova nel versante sannitico; il
Garigliano/Volturno è il confine delle competenze e Napoli capita in territorio
sannitico; Napoli cerca alleanze per non essere assorbita, sappiamo che nel 350 era
napoletano un generale navale della flotta siracusana, ma il suo nome Nypsios è
sannitico: Napoli guarda a Siracusa come garante della grecità magnogreca, ruolo che
tuttavia la città non riesce a svolgere; successivamente si rivolge al più importante
centro di Magna Grecia, alla Taranto di Archita, che sebbene riesca a tenere a bada i
Lucani non può arginare il reale pericolo della metà del secolo, la potenza romana.
E' il periodo in cui Taranto intesse legami con i Sanniti, che vengono legati a Taranto
anche con rinfunzionalizzazioni mitiche (Sanniti discendenti degli Spartani).
327ac confronto con Neapolis.
La guerra del 343 è legata a Capua, anche se alcuni negano la storicità del conflitto.
Dalle fonti emerge che Capua si trovò a chiedere aiuto a Roma contro i Sanniti; si
giunse a trovare un accordo definendo la linea di confine del Garigliano. La politica
espansionistica di Roma consiste nel piazzamento di avamposti (colonie latine) e
intreccio di alleanze: Roma stringe alleanze con i centri campani in funzione anti-
sannita, così per Capua o Acerra. Tali centri entrano nel sistema di alleanze romane
col titolo di civitas sine suffragio, subalterne ma col diritto alla protezione romana.
Neapolis è all'incrocio degli interessi di Sanniti e Romani. Dionigi di Alicarnasso
(excerpta antichità romane) e Livio sono fonti complementari, Livio si concentra
sugli scontri militari mentre Dionigi sulle trattative precedenti lo scontro, entrambe
convergono: un dibattito che emerge a Neapolis che si risolve prima a favore dei
Sanniti e poi dei Romani. Dionigi parla dei Neapolitani che colpivano i Campani
(quelli filo romani) in vario modo; il Senato Romano a causa delle lamentele dei
Campani decide di mandare una ambasceria ai Neapolitani per tutelare i Campani
("dare e ricevere giustizia, risolvere non con le armi ma con accordi"). Sia Livio che
Dionigi leggono fonti annalistiche latine, ne emerge dunque l'immagine della Roma
corretta che cerca la via diplomatica, pacifica e del bellum iustum. Gli ambasciatori
romani propongono di mantenere una pace tra tutte le popolazioni che affacciano sul
tirreno, in ottica di una situazione favorevole agli scambi commerciali, e a non
commettere "atti indegni dei Greci": con questa espressione si fa leva in maniera
elogiativa sulla caratterizzazione greca di Neapolis, non tenendo conto
dell'ibridazione sannita avvenuta; Neapolis è divisa e i Romani volevano staccare i
più potenti della cittadina dalla componente sannita, ciò emerge chiaramente dalla
narrazione tramandata da Dionigi sull'episodio dell'ambasceria. Anche da Taranto
arrivavano a Neapolis delle ambascerie di illustri politici che da lungo tempo avevano
rapporti di prossenia con i neapolitani a distogliere dall'alleanza con gli infidi
Romani. La grecità è tema centrale in questi racconti, per i Romani i Neapolitani
avrebbero infangato la loro grecità combattendo contro i Campani, per i Tarantini
invece sarebbe stato indegno di grecità l'alleanza con Roma e che bisognava
combattere (tuttavia Taranto militarmente era alquanto inutile). Il Consiglio
neapolitano era spaccato, i più importanti erano dalla parte di Roma. I più importanti
dei Sanniti convincono i più importanti dei Neapolitani a delegare al demos la scelta.
I Sanniti cercano il consenso popolare, muovono accuse di infedeltà contro i Romani.
I Romani si rivolgono a chi ha interessi commerciali, i più ricchi della città; i Sanniti
invece offrono a restituzione di Cuma e terra coltivabile, puntando quindi alla
maggior parte della popolazione: la spaccatura non è di tipo etnico ma sociale.
Il Consiglio neapolitano non giunge a nessuna decisione univoca, dunque Roma
dichiara guerra.
Nel racconto dionigiano c'è la volontà di discolpare i Neapolitani dal conflitto (i
Sanniti li hanno costretti).
Livio ugualmente prova a discolpare i Neapolitani, nonostante gli accenti più critici
indirizzati alla componente greca della cittadina (Dionigi era greco, Livio era in
generale critico verso la grecità).
Livio VIII ..?.. attribuisce le responsabilità del conflitto ai Palepolitani
(sostanzialmente Sanniti) per discolpare i Neapolitani, cerca di spiegarsi come Roma
abbia fatto un accordo tanto vantaggioso con la città di Neapolis; profondamente
ostile ai Sanniti, ne esalta la forza in funzione di una esaltazione dei trionfi romani (i
Sanniti restano ostili a Roma con costanza fino allo sterminio sillano). Quella che in
Dionigi era divisione sociale, in Livio assume i connotati di divisione etnica.

27/03/2018

La fase di fioritura di Neapolis conosce una battuta d'arresto in coincidenza con


l'espansione delle popolazioni dell'interno.
Neapolis viene inclusa nell'ambito di competenza sannitico dopo il primo accordo tra
Romani e Sanniti. Taranto (Sparta) si lega ai popoli sannitici, da qui l'idea di una
"spartanità" dei Sanniti.
Nel 326ac Neapolis, pressata dai capi dei Sanniti entra formalmente in guerra aperta
contro Roma, Roma è a sua volta in guerra con i Sanniti. Roma stava espandendo la
propria egemonia, tramite alleanze e colonie, in aree di pertinenza sannita.
La versione di Dionigi mette in evidenza le componenti sociali che intervengono in
Neapolis al momento della decisione sul partito da prendere, mentre Livio traccia
delle demarcazioni di tipo etnico. Le fonti su questi avveninmenti per gli storiografi
antichi era fondamentalmente di tipo annalistico e gli annali avevano stampo
familiare, tendono ad elogiare le gesta di membri della famiglia al potere.
Livio si concentra sul breve scontro tra Roma e Neapolis in VIII cap22-; centralità di
Palepoli, che accoglie una guarnigione di 6000 uomini da Nola e..?..; Publilio si
accampa tra Palepoli e Neapoli per bloccare i collegamenti tra le due; cap25 le azioni
ostili contro i Romani partono da Palepoli, Palepoli accoglie una guarnigione
sannitica e nolana, tale guarnigione diventa per gli ospitanti più dannosa del nemico
vero e proprio; si produce a Palepoli una spaccatura tra i Sanniti/Nolani e i Greci, i
quali sperano in un intervento dei Tarantini non solo per lo scontro con i Romani ma
anche per placare gli alleati Sanniti. I principes civitatum forse erano demarchi, ma ci
sono altre ipotesi plausibili. I due comandanti decidono un ribaltamento degli accordi
e l'alleanza con Roma, uno, il greco, va a trattare coi Romani e l'altro, sannita, a
mediare col popolo. Il comandante cedeva Palepoli ai Romani, Publilio affida 3000
uomini a Carilao (comandante greco) per liberare la parte della città occupata dai
Sanniti. Carilao "entra in città", non è chiaro quale, e ne occupa le alture, riferendosi
o l'acropoli di Neapolis o la Palepoli. Dapprima i Greci non si mossero al segnale di
Carilao. I Sanniti erano fuori per andare a compiere una scorreria contro i Romani.
Livio è a conoscenza più versioni sulla presa di Neapolis.
Problemi racconto di Livio- descrizione della battaglia, tutto sembra concentrato su
Palepoli, ma quando Carilao entra nella città non è chiaro se entri a Palepoli o
Neapoli; abbiamo una civitas divisa in due urbes, ma non capiamo come avviene la
cessione dei due centri ai Romani; forse Livio non definisce la cessione di Neapoli
perché fu ceduta senza difficoltà, dopodiché ci si sarebbe impegnati alla presa e
cessione della rocca assediata della Palepoli; per Mele si parla invece della acropoli
di Neapolis perché al momento della fuga i Sanniti scappano direttamente verso Nola
(se no partendo da Palepoli avrebbero dovuto aggirare prima Neapolis).
L'accordo stretto è chiamato da Livio foedus neapolitanum, per cui era stretto con
Neapolis e la metteva in una posizione privilegiata nei confronti di Roma. Dopo la
guerra latina Roma decide di non fare più accordi equi e bilaterali (iniqui e univoci
dunque), tuttavia l'accordo con Neapolis era particolarmente vantaggioso, l'equità
dell'accordo è data da una possibilità di autonomia interna (non estera). Negli atti
formali si ricorda tuttavia un trionfo di Roma su Palepoli, quindi accordo con Neapoli
e trionfo su Palepoli.
Nella propaganda Neapolis resta una graeca urbs, per più di un secolo è uno dei porti
più importanti per Roma. Fino a metà III sec le dimensioni della flotta di Roma non
erano sufficienti a rapportarsi in modo sicuro con l'esterno(per alcuni non ha avuto
flotta fino allo scontro con Cartagine) e Neapolis colmavano questa carenza.
Napoli resta fedele anche durante la seconda guerrra punica, quando molti degli
alleati dei Romani vengono meno agli accordi, anzi mette a disposizione il proprio
oro per Roma: testimonianza del fatto che il foedus stipulato era stato vantaggioso.
Le cose cambiano con la deduzione nel 199ac della colonia di Puteoli, destinata a
grande splendore e il cui porto soppianterà quello di Napoli.
Le fortune di Neapolis terminano nel Isec ac. Durante la guerra sociale resta dalla
parte di Roma. Nella guerra civile si schiera con Mario, che privilegiava gli interessi
commerciali. Silla punisce duramente Napoli, rompe l'accordo precedente e la rende
municipium romano (per i socii era una posizione ambita quella del municipium
perché voleva dire acquisire la cittadinanza, mentre Neapolis aveva solo da perdere in
termini di autonomia da questa ridefinizione dei rapporti).
Napoli diventerà poi la città degli otia, economicamente addormentata, con poche
attività produttive; la rinascita augustea si connette all'idea della grecità di Napoli.
Istituzioni politiche e sociali di Neapolis.
Abbiamo una documentazione epigrafica, in parte raccolta nel Museo Archeologico
Nazionale (inaugurata recentemente la sezione epigrafica), in parte sparsa per le vie
della città (es. Tribunali, San Biagio dei librai, Spaccanapoli...). Il problema posto
dalle iscrizioni è la loro datazione molto bassa, dal Iac al Idc, tra tarda repubblica e
impero, quando la città era già inserita nel sistema politico romano.
Le iscrizioni aiutano a ricostruire le istituzioni, ma nel caso di Neapolis possiamo
analizzare solo una fase tarda. Non sappiamo se le istituzioni testimoniate, data la
datazione molto tarda, siano effettivamente vigenti o costituissero solo la "veste
greca" mantenuta dalla città. C'è differenza tra il nome dell'istituzione e il suo
contenuto effettivo (es. I Senatori odierni non sono figure sovrapponibili ai Senatori
della Roma repubblicana).
I Demarchi – Strabone leggeva una lista di demarchi, considerati cariche importanti
della città; che tale lista risalisse a un età molto antico ce lo dice il fatto che i nomi
sono inizialmente solo greci, poi greci e italici. Doveva essere una magistratura
suprema, eponima, se no non si spiegherebbe la lista. Ne abbiamo pochissime
attestazioni nel mondo greco; ad Atene erano magistrati locali, agivano al livello dei
demi; non compaiono in altre poleis, tranne a Chio, dove una delle più antiche
iscrizioni (VII-VIac) sulla legge costituzionale elenca i demarchi. Sia la presenza del
demos nel nome che la presenza nell'iscrizione di Chio ha fatto ipotizzare che fossero
una magistratura democratica: Chio non è una democrazia, la presenza di un
consiglio non basta a rendere una comunità democratica; il richiamo al demos nel
nome non indica presenza di democrazia. Demos in questo caso è evidente che non è
la parte popolare della cittadina, ma la cittadinanza nel complesso.
Il demarco aveva sicuramente un ruolo di spicco ed eponimi (anche se l'eponimia non
equivale a importanza, es arconte eponimo ateniese da VI a IV sec).
La demarchia dal V sec permane fino all'età imperiale, quando diventa titolo
onorifico dalle funzioni sacrali (viene concessa ad Adriano).
In Dionigi si parla di una Boulè e di una Ecclesia, oltre che di magistrati (o forse
elementi della Boulè; quelli che trattano coi Romani), di cui non ci da i nomi.
Livio quando parla di Carilao e Ninfio li chiama principes civitatis, impiegando
genericamente una nomenclatura latina per le istituzioni greche. Se i principes
civitatis possono essere tradotti con i demarchi, avremmo conferma del rilievo di tale
magistratura dal V al IV sec. Per alcuni questi principes sarebbero invece gli arconti.
Arconti - in età imperiale sono due, arconte e antarconte.
Abbiamo un'iscrizione che ne registra l'esistenza nel III ac, proviene da Cos ma
riferisce un provvedimento dei Neapolitani. Il decreto è del 292 (242?)
[quando si citano le iscrizioni si citano con alcune raccolte; IG inscriptiones graecae
di Kirkoff, una delle più importanti raccolte, costituita da iniziale apparato latino,
numero di serie dove è conservata, numero di catalogo, descrizione del ritrovamento,
dimensioni, materiale, bibliografia-edizioni del testo, testo trascritto, apparato; le
iscrizioni di Neapolis si trovano in IG14, nell'appendice italica; la IG senza apparati è
online in Packard Humanities...; SEG supplemento epigrafico greco pubblicato da
Brill, aggiornamento bibliografico annuale sulle iscrizioni greche, riporta tutte le
iscrizioni rinvenute anno per anno, testo e un minimo di lettura, da un censimento di
tutte le pubblicazioni scientifiche, il numero accanto alla sigla indica il testo
catalogato, tra parentesi quadre ci sono le eventuali integrazioni aggiunte dall'editore
per rendere leggibile l'iscrizione, le parentesi uncinate sono invece correzioni che
l'editore appunta al lapicida]

28/3/2018

Decreto di Cos e istituzioni neapolitane. Anomalia delle fonti epigrafiche su


Neapolis: tutte molto tarde. Le fonti letterarie non offrono molti elementi per
ricostruire le istituzioni, le traduzioni latine dei nomi delle cariche greche creano
delle difficoltà interpretative. Demarchi o arconti? Questione dei principes civitatis.
A Cos c'era un tempio di Asclepio, vi abbiamo trovato un'iscrizione di metà terzo
secolo. L'iscrizione reca dei decreti di asyla, l'asylìa era una sorta di protezione
garantita ai visitatori di determinati santuari (quelli ai quali le comunità
riconoscevano tale potere, era necessario il riconoscimento). I theoroi erano gli
emissari, ambasciatori del santuario che giravano e interagivano con le varie poleis.
L'iscrizione reca un decreto di Neapolis, alcuni hanno anche messo in discussione che
si trattasse della polis campana. Il decreto giunge a Cos protetto da un sigillo con un
toro dal volto umano(androprosopo), immagine fortemente caratterizzante della
Neapolis campana da V a IIIac. Il documento successivo è emissione del governo
neapolitano. Il testo epigrafico è estremamente chiaro e oggettivo nella descrizione
del funzionamento degli organismi istituzionali, fonte imprescindibile per queste
ricostruzioni.
Nel linguaggio formale il decreto è sempre preceduto da una clausola, è introdotto
infatti da "epeidè"; nell'iscrizione di Cos si specifica che Neapolis ha legami di lunga
data con la grecità orientale e i theoroi chiedono sulla base di questi legami di
concedere l'asylìa al santuario di Asclepio da parte dei Neapolitani. Si invoca spesso
la buona sorte (Tychè); edoxe ricorre spesso per indicare una delibera; a Neapolis
probabilmente a stabilire questo provvedimento sono stati gli arconti(Boulè), i
magistrati, il demos (Ekklesia); si stabilisce di rinnovare l'amicizia con Cos, la
partecipazione agli agoni per Asclepio, la concessione dell'asyleia al santuario, la
cifra di tre mine per il sacrificio alla divinità e la xenìa per i theoroi del santuario.
Era consuetudine incidere sulla stessa lapide più decreti che avevano lo stesso
argomento.
Segue un decreto degli Eleati: evidentemente i sacerdoti di Asclepio stavano girando
l'Italia meridionale in cerca di fondi e consensi per il santuario.
Il lessico epigrafico è molto preciso.
Questo decreto nello specifico ci dice che Neapolis aveva ancora nel III ac gli
organismi di cui parlava Dionigi di Alicarnasso, che quei magistrati di cui si parlava
forse erano arconti...?..
Che tipo di regime politico riusciamo a inviduare dalle fonti?
Parlando dei demarchi, Raviola sosteneva che a Neapolis vigesse una democrazia,
che i fondatori di Neapolis fossero dei democratici cacciati da Cuma dopo un
conflitto con gli oligarchi. Per lui una volta sconfitto Aristodemo il segmento
popolare cumano si sarebbe scorporato per andare a fondare Neapolis. Viceversa c'è
chi ipotizza che la polis sia stata fondata in età tirannica da oligarchi esiliati e che
fosse caratterizzata da un certo conservatorismo; nella guerra sannitica si evince un
ruolo di preminenza nelle delibere da parte della Boulè e non dell'assemblea popolare
(demos come membro di semplice approvazione delle decisioni di una oligarchia
politica). Le informazini sul regime neapolitano sono troppo scarse per raggiungere
certezze, tuttavia dalle parole di Dionigi sarebbe più lecito ipotizzare una oligarchia;
Atene inizia a prediligere rapporti con comunità democratiche solo a partire dalla
guerra archidamica, dunque non farebbe difficoltà accettare l'alleanza tra Atene e una
Neapolis oligarchica.
Continuità delle magistrature – In età avanzata la proposta maggioritaria è che le
figure di cui parliamo, arconti e antarconti, siano sempre affiancate da altri due
magistrati a comporre una sorta di magistratura a 4. Quando Roma istituisce i
municipia questi hanno sempre regimi di quattuorviri. L'idea di alcuni studiosi,
Beloch in particolare, è che questi arconti non siano altro che il nome greco di una
magistratura ormai pienamente romana (per gli oppositori della teoria il numero dei
magistrati non è prova sufficiente): questa coincidenza si abbina a tante altre.
I laocelarchi sono magistrati non attestati in alcuna polis greca e a Napoli sono
attestati in tarda età imperiale (non prima del I ac e della municipalizzazione), è
attribuita a un Seleuco come titolo onorifico. Laos popolo, archo comando, kel- forse
da kelomai chiamare/nominare, osservando il compito che svolge si potrebbe pensare
a una sorta di censore, che potrebbe nominare magistrati.
L'impronta tipicamente romana che si riscontra dietro le cariche neapolitane
contraddice quella corrente di studi che vedeva nella polis una duratura resistenza alla
romanizzazione, interpretazione influenzata semplicemente dal perdurare dell'uso
della lingua greca. Si credeva che Neapolis fosse stata retta dalle stesse istituzioni da
V a I ac, è in particolare De Martino (1952, studioso di istituzioni romane) un
sostenitore della continuità istituzionale, Neapolis vista come città greca che resta
greca. Sartori e Lepore individuano alcuni eventi storici che danno stimolo alla
romanizzazione della polis. Le ipotesi di continuità si fondano in particolare sulla
lettura di un passo di Strabone, che tuttavia non parla di istituzioni ma di cultura (non
va confusa la continuità culturale con quella istituzionale).
L'evidenza è che la nomenclatura delle cariche resti greca ma le funzioni assumano
tratti romani. Neapolis pare una città romana che parla greco.
La romanizzazione è un concetto proprio degli studi di romanistica novecentesco,
inteso come operazione romana di avvicinamento alla propria cultura le comunità
sottomesse. Questo concetto è stato messo in discussione perchè non rende conto
della varietà di assorbimento del dominio romano (alcune comunità sottomesse
mantengono a lungo le proprie peculiarità). Laddove non era necessario interferire
Roma non interferiva, diversamente faceva quando incontrava ostacoli ai propri
interessi. Sul lungo periodo si colgono dei progressivi adattamenti nel senso di una
omologazione dettati da interessi pratici. La lingua greca di Neapolis non creava
difficoltà a Roma, anzi poteva tornare utile: un ruolo di frattura e di ripresa della
cultura neapolitana può essere l'istituzione a Neapolis dei giochi olimpici nel 2 ac,
giochi in onore di Ottaviano (non ancora Augusto) che ricalcassero i giochi greci. La
grecità neapolitana è un mezzo funzionale all'introduzione di ciò che in ultima analisi
si configura come primo tentativo di divinizzazione della persona, cosa che nella
cultura romana sarebbe stato inconcepibile. L'accento e la ripresa della grecità
sarebbe dunque funzionale: non parliamo della continuità individuata da De Martino,
ma di un processo di romanizzazione di Neapolis interrotto volontariamente da Roma
quando ha fatto comodo utilizzare la grecità tradizionale.
Le fràtrie – in ambito greco è poco diffusa come istituzione, ad Atene è legata a
gruppi familiari (stando al nome) ma svolge funzioni poleiche fondamentali come
stabilire la cittadinanza dei soggetti. Prima si pensava che questi organismi fossero
alla base della formazione della polis, oggi invece si tende a considerarli prodotto
della polis (le funzioni che svolgono non hanno senso senza l'esistenza della polis).
Varrone parla della fratria e ne testimonia l'esistenza nella Neapolis dei suoi tempi, il
Iac. Varrone è la fonte più alta che abbiamo sulla fratria e la indica come tipica della
grecità neapolitana. Nel dossier epigrafico neapolitano un decimo (che è tanto) è
dedicato alle fratrie e nessuna delle poleis greche ci ha restituito tanta
documentazione su questo istituto. Prima di Varrone abbiamo due iscrizione di età
ellenistica (III-IIac) ma non sono più leggibili. [La datazione di una epigrafe o è
indicata dal testo stesso, qualora non si distrugga la parte superiore dell'iscrizione
dove c'è la data (la prima a rompersi), o dal carattere del testo. Quando l'epigrafe non
la possiamo vedere ci dobbiamo basare, quando possibile, su descrizioni di studiosi
che vi hanno avuto accesso in passato, col rischio tuttavia di lavorare con dati alterati]
Le fratrie neapolitane sarebbero 12 (/13, due hanno lo stesso nome), hanno nomi
etnici e di divinità (Eumelidai - culto di Eumelo), come è tipico anche in Grecia; i
nomi sembrano arcaici, rinviano all'orizzonte euboico e cumano di IX-VIII ac in cui
affondano gli albori di Neapolis.
17 su 20 delle epigrafi che abbiamo sono in greco, il nome dell'istituzione è greco,
ma vi sono notevoli differenze dall'istituzione della analoga istituzione della Grecia
continentale: i nomi dei partecipanti sono in prevalenza romani (i 3 nomi), non
compaiono sacerdoti (in Grecia ogni fratria indicava il nome del proprio sacerdote,
era fondamentale il connotato sacro dell'istituto), vi partecipano donne (vietato in
Grecia). Queste differenze hanno suggerito a Peters (studioso campania antica) che
invece del relitto delle fratrie antiche questa istituzione fosse una sovrapposizione di
nomenclatura greca a istituzioni romane, in particolare quella dei Collegia (es. tra gli
incarichi assegnati alle fratrie c'era la cura delle famiglie dei membri defunti).
Per la Polito era istituzione greca che subisce trasformazioni con l'andare del tempo.
Un problema specifico delle fratrie è il carattere volutamente arcaizzante
dell'istituzione a fronte di una sostanza di stampo romano. Manca dalle epigrafi la
funzione fondamentale che l'istituzione ha in Grecia, non serve cioè a inquadrare gli
abitanti nella cittadinanza (sarebbe del resto impossibile in età imperiale).
E' probabile che sia esistita in età antica, ma col tempo hanno subito modifiche
profonde, non semplici influenze culturali; è qualcosa che perde del tutto valore e
viene successivamente ripreso in chiave funzionale a contesti nuovi del tutto diversi
(Roma imperiale).

9/4/2018

Oggi parleremo della topografia della Neapolis greco romana, in particolare sulla
struttura urbanistica. Cosa rimane della Neapolis greca oggi: sostanzialmente dal
punto di vista materiale abbiamo alcune mura e l'impianto urbanistico, due aspetti
pertinenti certamente alla fase greca e non romana.
Le mura vengono costruite poco dopo la fondazione della polis nel VI-V (la
discussione relativa alla cronologia parte dall'analisi della struttura architettonica
delle mura, come ad es vico Soprammuro). Rilevante è il muro di vico san Domenico
dove c'è uno strato sottostante risalente a V sec ac.
Mario Napoli nel '59 pubblica un articolo, individua due fasi di costruzione di mura,
la seconda fase asseconda un'espansione della polis; le sue affermazioni si basano su
alcuni ritrovamenti in via del Sole (porta al Policlinico); l'ipotesi è che ci fosse stata
una prima cortina di mura (vd immagine allegata in cui si distinguono le due cortine);
altro problema che evidenziava sono le mura di Mezzocannone, dove ci sono due
tratti murari a breve distanza tra loro, uno che corre attorno alla sede centrale di
Mezzocannone 16 e uno davanti al cinema Astra: alcuni tratti murari sono in tufo
granuloso e altri in tufo compatto, differenza di materiali che indicherebbe due
diverse fasi di costruzione.
Via Longo (sotto la scarpata che porta agli Incurabili, vd in foto)- conservato un
pezzo del tratto delle mura settentrionali, muro anche di contenimento perchè poggia
sulla collina, comprendiamo com'era la tipologia muraria costituita da due cortine con
inserzioni perpendicolari. Era una città che si appoggiava a un declivio, non c'erano
accessi nella parte più alta; l'accesso doveva diventare possibile da porta San Gennaro
con l'addolcirsi del pendio. Tutto il resto del tratto settentrionale dobbiamo
immaginarlo, ipoteticamente , osservando anche l'urbanistica attuale, scendeva per
via Settembrini fino a Castel Capuano.
Foto scavi '95 via Soprammuro (doppia cortina con bande laterali).
Forcella- doveva esserci un altro accesso, testimoniato dal "cippo a Forcella" nei
pressi della pizzeria Michele, sinonimo di qualcosa di molto antico.
La parte meridionale della città è totalmente persa, è una zona interessata da enormi
lavori in epoche in cui non c'era attenzione ai reperti archeologici, è la zona del
risanamento: a fine '800 la città era cresciuta in maniera disorganica e in pessime
condizioni igienico sanitarie, le autorità quindi stabilirono un'operazione di
sbancamento e di bonifica urbanista e sociale.
Foto del muro conservato nella centrale della nostra università (secondo cortile Corso
Umberto / Mezzocannone), il muro saliva da corso Umbero a mezzocannone.
Foto del muro di cinema Astra. Le mura poi salivano a piazza San Domenico per poi
allargarsi al tratto meglio visibile di piazza Bellini.
Foto di alcuni tratti di muro a Capo Napoli.
Problema della doppia cinta muraria – Mario Napoli ipotizza l'allargamento (il
secondo tratto è quello che passa per Bellini). Il primo punto di M. Nap. È debole
perché poggia su dati fotografici di scavi del novecento molto carenti per
testimoniare che all'altezza del policlinico c'era un muro e non un edificio. Il secondo
punto poggia sulle differenze di materiali: osservando il muro di Bellini si notano il
materiale più antico a destra e il più recente a sinistra (in foto) e diverse tecniche
costruttive, la prima a pietra ortostata (verticale) la seconda a pietra "spianata" (in
orizzontale), i massi più recenti hanno i segni della cava (foto). Possiamo dedurre che
il secondo tratto è di rinforzo al primo che era costruito frettolosamente
appoggiandolo alla parete rocciosa; la stessa cosa sarà accaduta a san Domenico.
L'ipotesi dell'allargamento di Mario Napoli va scartata a favore dell'ipotesi di
rinforzo.
Le mura di Mezzocannone- un'ipotesi è che per un tratto di Mezzocannone si
camminasse tra due cinta murarie appoggiate a delle colline (mezzocannone
avvallamento naturale dovuto ad un antico fiume), altra ipotesi è che lungo
Mezzocannone ci fosse un muro e più distante una fortificazione staccata. C'era un
ingresso verso san Domenico.
Struttura urbana- '300 umanisti: "la cronaca di Partenope" testo umanistico sulla
fondazione di Napoli dalle origini al '300(?); un'altra cronaca del '500 di Mario
Giordano ..?
Problema: questa struttura urbanistica può risalire alla fase greca o romana e se
l'impianto descritto da Mario Giordano sia un impianto ippodameo.
Che la struttura ricalchi quella greca è deducibile da alcuni elementi: conserviamo la
disposizione del tempio dei Dioscuri, oggi chiesa di San Paolo Maggiore (fine san
Gregorio Armeno) che conserva ancora colonne corinzie (fino al '500 era intatto il
tempio, poi crollato con terremoto). ...?
Alcuni scavi hanno fatto emergere le antiche strade di Napoli sotto il manto stradale
odierno, dunque l'impianto urbanistico attuale ancora ricalca quello antico e ne
abbiamo conferma dagli scavi. I cardi latini riprendevano la precedente struttura di
tipo greco, la vulgata vuole che questa sia una struttura di tipo ippodameo.
La struttura ippodamea prevede un reticolato, tutti gli assi producono quadrati e non
strisce come ne abbiamo a Napoli; a Napoli i blocchi edilizi sono allungati, impianto
di V sec (proprio quando viene fondata Neapolis) che ritroviamo a Naxos e Imera in
Sicilia (impianto per strigas), al centro agorà e a sud i santuari.
Gli attuali decumani sono ampi circa 6mt mentre i vicoli che tagliano sono 3mt, le
plateiai che si creano sembrano
troppo piccole.
Problema decumano maggiore- attuale strada di 6mt corrisponde al tracciato per il
passaggio dei carri, anticamente era di 13mt e i palazzi successivi hanno occupato il
marciapiedi antico.
Problema agorà che diventerà foro romano- osservando le strutture del foro romano,
il macellum sottostante l'attuale convento di san Domenico Maggiore, si deduce che
insiste su una struttura greca precedente; si può ipotizzare che l'agorà greca, poi foro
romano, sia stata occupata in età medioevale da alcuni edifici; l'impianto romano
rispetta la preesistente struttura greca; poi ci sono i teatri, i teatri romani ricalcavano
quelli greci, la posizione del teatro ci aiuta ad indentificare i luoghi importanti della
polis dove si riunivano le Assemblee (eccetto Atene che aveva un sito dedicato), nelle
poleis greche l'Ecclesìa si riuniva nel teatro. (foto ricostruzione età romana)
L'agorà era davvero molto ampia (1/3 della città), attenzione alla destinazione d'uso
dei luoghi quando si stabilisce l'impianto della polis. Solo 2/3 della polis erano
abitabili- l'idea è che al momento della fondazione si iniziasse a recintare una zona e
poi vi si edificava quanto serviva, quindi c'erano anche aree vuote.
Stipe votiva nel santuario di san Gaudioso (culto molto antico, legato alla Napoli
primitiva) che ora non c'è più e si trovava dove c'è il vecchio Policlinico, il convento
fu distrutto nel ...? si è conservato solo l'ingresso; la stipe fa parte di un ritrovamento
di circa 800 oggetti votivi; si tratta di figure femminili, in argilla locale, stampi molto
simili (Artemide a sinistra, Afrodite a destra). La stipe è importante perché è molto
simile a un modello riscontrato in Sicilia e legato al culto di Demetra e Core, usato da
Dionisio proprio per relazionarsi alle popolazioni indigene (? o italiote); la stipe è
stata resa nota negli anni '50 da Mario Napoli e non ancora pubblicata tutta; ci
consente di collegare il luogo ad un culto che sappiamo attestato .?. (ne parla Stazio,
Ceres stazia), c'erano due Demetre, la Cerere attica (questa di Napoli, legata ai culti
cerealicoli) e la Cerere.?. Qualcuno ha parlato di Acropoli nel luogo dove abbiamo
trovato traccia di questi culti: l'ipotesi è stata contestata da Ioannoski secondo cui
l'acropoli è tipica di poleis di VIII e ha un ruolo militare di difesa... (es l'acropoli di
Cuma affacciava sul mare); l'acropoli di Napoli ricalcava più il modello di Taranto,
destinata ai luoghi di culto, posta in zona liminare e non collocata necessariamente
nel punto più alto dell'abitato, per cui anche il nome di acropoli risulta improprio.
Intorno alla polis- innanzitutto c'è Partenope, riusciamo a localizzarla ma non a
ricostruirne la struttura; abbiamo poi il porto, forse dove c'è piazza Municipio (ipotesi
non scontata, abbiamo perso la linea di costa antica; alcune fonti antiche parlavano
anche di due porti; oggi abbiamo trovato le navi e i pali di legno delle banchine).
Grazie agli scavi della metropolitana ai quattro Palazzi abbiamo ritrovato resti del
tempio di Augusto, l'iscrizione dei Sebastà (giochi per Augusto), e forse dovevano
esserci il ginnasio e lo stadio nei paraggi.
La necropoli- a Castel Capuano lo scavo è molto antico e arriva solo a 20mt (la
metropolitana invece scava fino a 50mt), il piano di calpestio è molto salito; c'è una
tomba di età ellenistica sotto un palazzo (dove?); sempre nella Sanità c'è la tomba dei
Cristallini integra, a camera con i letti sepolcrali, di III ac e si trova in proprietà
privata.

10/4/2018

Alcuni principali culti neapolitani e del golfo di Napoli- non trattiamo di tutti i culti,
dato che ne attestiamo un gran numero ma non per tutti abbiamo sufficiente
documentazione per poterli ricostruire (forse di età imperiale).
Culti connessi alla navigazione, un gruppo di culti legati alla navigazione marina e un
gruppo citato da Stazio, quello degli dei patrii.
Culto legato alla navigazione è quello di Partenope, quello di Afrodite della buona
navigazione, Leucatea e Atena.
Gli dei patrii sono Apollo, Demetra, i Dioscuri, Eumelo (connesso ad Apollo).
La necropoli dei Cristallini, fuori dalle mura cittadine, contiene una tomba a camera
perfettamente conservata e doveva recare un'iscrizione del defunto; il defunto era una
sacerdotessa di Leucatea, suo padre compone l'iscrizione, che tuttavia non ci è
pervenuta ma è stata ricopiata in età moderna. Leucatea ha un teonimo in alfa diverso
da Leucotea(attestata nell'Egeo), è una variante arcaica anche se l'iscrizione non è
tanto arcaica. E' un culto legato ai naviganti attestato nell'Egeo, in particolare in
Tessaglia, Eubea, Beozia (koine euboica di VIII sec ac- conferma dell'antichità del
culto esportato in Campania). Divinità connessa a Ino, legata al katapontismos
ovvero gettarsi in mare e divinizzazione tramite il tuffo in mare, lo stesso
procedimento che avviene con Partenope.
Altro culto legato al mare è quello di Afrodite Euploia, testimoniato in particolare da
un'iscrizione di Iac, tarda età repubblicana, è un culto specifico, cioè della buona
navigazione; è un culto raro, è infrequente trovare la dea connessa alla sfera della
navigazione; culto connesso all'Egeo; la funzione di questa Afrodite è quella di
proteggere i naviganti e salvarli in caso di naufragio.
C'è una leggera differenza tra Leucatea e Afrodite: la dimensione marina di Leucatea
è totale (tramite il katapontismos), mentre Afrodite Euploia fa da ponte tra mare e
terra, lei garantisce l'attraversamento marino per giungere a terra.
Esistono alti culti di Afrodite in ambito etrusco, Minturno e Lavinio in particolare;
l'Afrodite neapolitana e quella etrusca dovevano essere il portato dei naviganti di Ixac
che utilizzano il culto come tramite ai tempi dei loro primi contatti con il mondo
italico (Egeo-Tirreno).
Dobbiamo individuare i culti propriamente greci, quelli portati dai fondatori.
Afrodite Euploia connette Neapolis al mondo etrusco.
Leucatea è attestata a Velia e Massalia in ambiente foceo, dunque connette Neapolis
al contesto foceo.
Altro culto dalla natura marina, non attestato specificamente a Neapolis ma nel
golfo, è Atena. Strabone si sofferma sulla descrizione di Punta Campanella dove
c'erano le Sirenousse, ricorda che c'era stato il culto delle sirene (testimoniato anche
dal vaso..) ma che ai suoi tempi c'era quello di Atena (un atenaion), fondato secondo
lui da Odisseo. Il culto di Atena a Punta Campanella è testimonianto anche da
un'iscrizione su roccia in lingua osca dove si ricordano dei meddices (meddix)
minervae; il meddix di solito ha funzioni politiche, le tribu sannite avevano ciascuna
il suo meddix, il capo e quando scendevano in guerra eleggevano i meddices come
capi guerrieri; in questo caso erano sacerdoti del culto di Atena; l'iscrizione si fa
risalire al IIIac, trovata nel 1984 a Punta Campanella (massa lubrense).
Dunque il culto testimoniato da Strabone si può far risalire al III ac (il vaso con le
sirene era di Viac- passaggio da un culto all'altro nei secoli).
Possiamo connettere a questo culto il materiale votivo molto antico rinvenuto sul sito,
(?)
Atena può essere connessa alle sirene e al mondo marino; Atena è la protettrice di
Odisseo, lo spinge a navigare e lo aiuta a rientrare. Punta Campanella poteva
costituire un punto di riferimento fondamentale per i naviganti (la navigazione era
costiera e quindi erano importanti dei punti visibili per non naufragare, il promontorio
di P C era anche molto bianco quindi visibile).
Ulisse rappresenta un raccordo fondamentale per i culti marini di Neapolis. Atena è
connessa a Odisseo, le sirene anche.
Sono tutti culti risalenti anche se le attestazioni non sono facilmente utilizzabili per
stabilire una cronologia. Le caratteristiche specifiche di tali culti ce li fanno
connettere alla koine euboica e al Tirreno meridionale.
Afrodite è divinità di matrice cipriota: uno dei primi luoghi fuori dall'Egeo a cui
fanno riferimento i naviganti euboici è appunto un luogo di Cipro. Potrebbe trattarsi
di una Afrodite cipriota portata nel tirreno dagli Euboici.
I culti del golfo sono i primi ad essere portati dai naviganti con sè e la navigazione è
l'aspetto centrale.
Perché la sirena caratterizza tanto la città di Neapolis? Eponimo di Partenope e culto
patrio di Neapolis: significativo, di solito non sono oggetto di culto. A capo Peloro in
Sicilia è attestato un altro culto delle sirene. Siamo certi che la diffusione occidentale
di questo culto sia opera degli Euboici che venivano in contatto con le coste italiche.
Leucosia, richiamo al bianco delle rocce che rendeva visibile il promontorio ed era
utile ai naviganti.
Senza il katapontismos la sirena non può avere culto della navigazione, è la
trasformazione necessaria a rendere la sirena benigna (altrimenti erano votate al
naufragio). L'unico culto reale di una sirena doveva essere quello di Partenope-
Neapolis; quello di Leucosia e ... devono essere imitazione del culto di Partenope e
sovrapposizioni a divinità precedenti. Partenope a differenza delle altre due sirene ha
una genealogia, figlia del fiume Acheloo, genealogia rivendicata dai Neapolitani
(sulle monete del Vsec ac si connette la sirena al fiume). Vi è un poeta epico minore,
Asio di Samo, che parla di una Partenope, che non è la sirena (il fatto che le figure
siano differenti non vuol dire che non ci sia connessione), ed è moglie di Apollo.
Asio è di VII ac, un'idea che è stata avanzata da Giangiulio è che Partenope come
divinità generica esiste a Samo dove si caratterizza come moglie di Apollo (ankaios
fondatore di samo), i naviganti euboici la trasformano in sirena; in Omero le sirene
non hanno il nome, gli Euboici assimilano Partenope alle sirene. Il culto ha una sua
vicenda storica, lo abbiamo delineato tramite Licofrone: un primo culto a Partenope,
culto tipico con sacrifici di buoi; rifondazione a Neapolis, il culto diventa più
strutturato, Partenope non è più eponimo ma le si dedica una corsa con le fiaccole
come ad Atene (Timeo faceva risalire la lampadedromia a Diotimo che compie una
corsa per portare la fiaccola all'altare della divinità).
L'altro gruppo di divinità del pantheon neapolitano è quello richiamato da Papinio
Stazio nelle Silvae; Stazio è poeta di origini napoletane, dato non scontato, è una
scoperta d'età umanistica (prima lo si confondeva con un altro Stazio) grazie anche
alla scoperta delle Silvae; visse per molto tempo a Roma ma fa riferimenti numerosi a
Napoli, una Napoli d'età imperiale; Stazio tuttavia è un poeta doctus, simile ad
Ovidio per certi aspetti, e la sua poesia richiama dati che sono frutto di attenti studi,
ciò fa sì che l'orizzonte cronologico della sua opera non sia vincolante per le
informazioni fornite: la citazione dei culti patrii non è schiacciamento di culti
contemporanei in una vesta antica, c'è dietro tutto uno studio sulla religiosità del
passato. Stazio dice chiaramente che le divinità patrie erano quelle portate dalla flotta
euboica sui lidi ausoni, le collega dunque ai colonizzatori di Neapolis. Fa un elenco
di tali divinità: Apollo (il suo culto non riusciamo a localizzarlo topograficamente),
colui che ha condotto il popolo che viaggiava da lontano, ha un ruolo fondante per la
nuova colonia e nell'immagine di Stazio ha un uccello sulla spalla verso cui rivolge lo
sguardo Eumelo (altra figura del pantheon neapolitano, figura connessa all'orizzonte
tessalo-euboico- es. Ad Alcesti- sappiamo di alcuni seguaci di Eumelo), immagine
che richiama forse una statua che c'era a Parthenope; Apollo è connesso anche alla
Sicilia, dove c'era il culto euboico dell'Apollo Archegete (fondatore).
Il secondo culto testimoniato da Stazio è quello della Actea Ceres, Cerere Attica; poi
fa riferimento al culto ..?..(la fiaccola della dea veniva agitata- quassamus verbo
problematico- dai myste, i devoti). Il riferimento alla Cerere attica si connette alla
rifondazione ateniese; il culto di Demetra deve risalire almeno al Vac; il riferimento
alle fiaccole potrebbe richiamare un culto simile a quello eleusino, ma c'è un
problema: qualcuno ha operato una sovrapposizione con la lampadedromia per
Partenope. Il culto per Partenope e quello per Demetra possono essere sovrapposti e
così le due figure? Per alcuni il tempo presente del quassamus usato da Stazio farebbe
intendere che..?
Cicerone nella pro Balbo, orazione in cui parla spesso di Neapolis, ricorda come i
Neapolitani si fossero opposti alla riduzione a municipium romano perdendo il foedus
romano del 326ac; nel cap 24 e 25 ricorda che i sacerdoti e le sacerdotesse di
Demetra a Roma fossero convocati da Neapolis.
In Velleio Patercolo, quando si parla della fondazione da parte dei Calcidesi(in
riferimento al culto cerealicolo di Napoli), si dice che i fondatori della città giunsero
guidati da un suono; analogia con la storia degli Gefirei che spostandosi dall'Eubea
all'Attica erano guidati dal suono dei timpani, famiglia connessa al culto beotico di..?
La Demetra attica è rinforzata da ulteriori elementi che la collegano ad Atene (stesso
suono che aveva condotto gli Gefirei ad Atene), mondo euboico-attico-partenopeo.
Anche dal punto di vista archeologico il culto è inserito in un contesto di Vsec
(stipe ..); il culto si connette anche alla Sicilia e ciò si sposa con i legami testimoniati
tra Neapolis e la Sicilia. Il culto di Demetra Core in Sicilia serviva a mantenere i
legami con l'entroterra, è un culto molto legato alla terra e serviva ai sovrani per
incontrarsi con le genti indigene: analogamente i Neapolitani potevano usarlo per
rapportarsi all'entroterra campano. La Demetra Attea è in contrasto con la Demetra
tesmoforos (la natura ctonia ed eleusina sembra però confermata dalle fonti letterarie
e archeologiche, dunque una Demetra attica e non beotica come la tesmoforos)
I culti marini sono molto risalenti e legati alle fasi dei primi approcci greci con
l'Italia; successivamente sembra affermarsi una religiosità di carattere ctonio, dei culti
che servono ad agganciarsi con l'entroterra in concomitanza con la mutata situazione
politica di Neapolis in Campania.
L'ultimo culto di cui parla Stazio è quello dei Tindaridi, i Dioscuri; su di loro
sappiamo poco, il tempio venne ricostruito in età tiberiana (poi crollerà) e sorgeva
nell'Agorà, una posizione particolarmente importante; è un culto inserito tra quelli più
antichi, un culto dorico e non euboico, poteva essere stato impiantato in relazione al
concetto dell'ippotrofia (l'aristocrazia cumana era legata all'allevamento dei cavalli)
oppure successivamente nel IV in seguito ai rapporti stretti con la Taranto dorica.
Vi sono culti assorbiti successivamente, ad esempio quello di Mitra sicuramente
tardo, o il culto di Dioniso (chiamato Ebon in una iscrizione).
I culti testimoniano una fase partenopea marina e una fase neapolitana ctonia.

11/4/2018

Osservazioni su Napoli medioevale e moderna e sintesi del corso.


Presentando il quadro della documentazione letteraria su Partenope abbiamo
ricordato come Lutazio Dafnide relativamente alla fondazione di Partenope sia stato
tramandato da un commento alla quarta Georgica di Virgilio e lo spunto sono stati
proprio gli ultimi versi della Georgica. Con falsa umiltà il poeta valuta il proprio
operato inferiore rispetto all'impegno politico (di Augusto); poeticamente riprende
l'antico nome del centro di Neapolis, cioè Partenope; alcuni hanno dubitato che
Partenope fosse mai esistita. Virgilio in pochi versi collega il suo nome a Partenope-
Neapolis e agli ozii che sono la caratteristica principale della città in età augustea,
ricovero di studiosi e in particolare di maestri di retorica greca, una città dalla fama di
centro culturale. Nell'Alto Medioevo la città subisce un notevole ridimensionamento.
Durante il Medioevo la città che sopravvive inizia a costruire un racconto del suo
passato, non tanto sulla tradizione greca (che scompare) quanto su quella "virgiliana",
si tende a evidenziare la connotazione dotta del centro d'età augustea. Con
l'approfondirsi degli studi virgiliani si va costituendo anche il personaggio del
Virgilio mago. Le rovine storiche di Neapolis vengono associate alla presenza di
questa figura, richiamata in causa poi in concomitanza con il primo rinascimento
neapolitano in età sveva. Noi tendiamo a immaginare che Napoli abbia sempre avuto
una certa centralità nel mezzogiorno italico, ma non è così, in particolare nel
Medioevo dopo le guerre gotiche la città fu un centro di secondaria importanza che
tiene in vita la memoria storica dei fasti del passato. Quando Federico II decide di
spostare la capitale d'Europa dal nord al sud Italia penserà non a Napoli ma a
Palermo; pensa a Napoli tuttavia nel 1224 quando decide la fondazione
dell'università. Federico vuole costituire un apparato statale articolato e gestito da
individui formati; c'era già altri enti di formazione privati, ma l'università è la prima
istituzione voluta e organizzata dall'unità statale. La prima università pubblica
organizzata dallo stato è quella di Napoli: la città viene eletta in virtù del suo passato
di città dotta, la città di Virgilio. La presenza dell'università caratterizza la città e ne
alimenta lo stesso mito, ciò favorisce l'afflusso di studiosi e la ripresa del centro
cittadino, la riattivazione della vita culturale. L'attività preferita all'epoca era quella
dei florilegia (in parte si copiavano anche i testi antichi ma era attività secondaria);
l'idea di preservare in maniera filologica il passato letterario non è medioevale, bensì
umanistica, quando si tende alla conservazione dei manoscritti antichi e non alla
ricopiatura. In età prima angioina e poi aragonese abbiamo una ulteriore
rivitalizzazione della lettura del passato storico di Napoli. In età angioina si opera il
recupero e il reimpiego del maggior numero possibile di reperti antichi (i materiali
romani vengono asportati e reimpiegati, come ad es la chiesa di via Medina; il
reimpiego non è un'operazione di comodo ma culturale) (es il campanile attuale di
Avellino è tutto fatto di reimpieghi medioevali di materiali della Abelinnum romana
che sorgeva nella zona di Atripalda a 7km di distanza). Il reimpiego sfascia l'assetto
storico dei reperti, costituisce comunque una parziale opera di distruzione, così come
sul piano letterario la pratica degli excerpta comporta la perdita di alcuni segmenti
della tradizione. I re aragonesi si fanno promotori del recupero in un diverso quadro
culturale del passato di Neapolis greco romana, una forma di possesso di una città che
avevano molto conteso (scontro con gli Angioini). [gli Aragonesi si insediano prima
in Sicilia e contendono agli Angioini il regno delle Sicilie; li cacceranno dopo una
contesa di due secoli; gli Aragonesi si fanno promotori dell'umanesimo napoletano
che raccoglie personaggi di spicco nello scenario culturale del tempo]
Il recupero aragonese è fatto in maniera molto più sistematica rispetto all'epoca
medioevale e angioina; Stazio è il poeta locale la cui figura viene ora ricostruita e
definita, grazie anche alla scoperta delle Silvae (prima si conosceva solo la Tebaide),
e il legame con Napoli viene rimarcato. L'accademia pontaniana rafforza ed esalta il
passato greco romano di Napoli. Con le guerre d'Italia e il dominio spagnolo viene
meno questo legame della città col suo passato (fa eccezione qualche studioso) e
l'enfatizzazione aragonese.
Una riscoperta della Napoli greco romana si ha a partire dalla metà dell'Ottocento
quando l'università inizia ad avere un settore sviluppato di studi antichistici; opera a
Napoli Ruggiero Bonghi; il rinvenimento di Pompei e Ercolano, e la realizzazione del
museo, contribuiscono a questa riscoperta e al riposizionamento della città al centro
degli interessi degli studiosi di antichità del meridione. Il riassetto urbanistico della
città fa emergere numerosi reperti grazie ai numerosi scavi effettuati -Gabrici-
(Capasso? Prima immagine topografica della cità antica). Si decide di allestire una
sezione specificamente dedicata alla Neapolis greco romana all'interno del Museo
Archeologico Nazionale, che prima raggruppava essenzialmente reperti pompeiani ed
ercolanesi. Negli anni più recenti si avrà la monografia di Mario Napoli nel 1959, il
quale ebbe il vantaggio di scavare la Napoli post bombardamento (es la necropoli di
Pizzo Falcone), la sua monografia ha impronta archeologica. Pugliese Carratelli
promuove una monografia (rivista) nel '52 alla Neapolis greco romana che ospita
interventi di una serie di intellettuali che iniziano a interessarsi alla città; fondatore
dei convegni di Taranto che proseguono ancora oggi; nel '78 il convegno è dedicato
alla presenza euboica in Occidente e in Campania, perchè sono in opera gli scavi di
Buchner e Richway (?); nel '86 il convegno di Taranto specificamente su Neapolis,
che segue e si ispira a una mostra sulla Neapolis greco romana presso il museo
archeologico. Negli anni '90 e 2000 si ricorda l'opera sulle iscrizioni greco romana
(nella raccolta sulle epigrafi italiane – 90 95 quelle su napoli); scavi della Gianpaoli
pubblicati nel 2005; interesse verso la realtà euboica in generale, in particolare per gli
scavi cumani dell'Orientale e della Federico II che si sono concretizzati nella
pubblicazione di Santo (?) Jean Berard.

Riepilogo

Concezione di mobilità arcaica – Purcell- fine Dark Ages e arcaismo, quali sono i
soggetti che si spostano: mercanti, mercenari, pirati, coloni d'occidente che si
inseriscono nelle rotte – ci siamo concentrati sulla figura del colonizzatore e abbiamo
provato una descrizione del modello apecistico (situazioni politiche di partenza,
figura dell'ecista, ruolo di Delfi, organizzazione del territorio, rapporto con gli
indigeni- tesi di Osbourne)
Miti precoloniali in occidente; il problema di come si sia formata nel tempo una
prima osservazione del mito, come si evolve la concezione di mito, dibattito sui miti
precoloniali Jean Berard, Giangiulio, Mele, Federico: idea di miti che non sono
memoria di presenza precoloniale ma forma di interpretazione di realtà sconosciute
con cui si veniva a contatto, lettura fondata sul proprio bagaglio culturale- diverso il
caso dei miti legittimanti con cui i Greci si autorizzano a occupare un territorio, come
il mito odissiaco in Campania legato alla prima frequentazione delle coste e il mito
della Gigantomachia in area flegrea e il mito di Ercole che caccia i Giganti (Cumani
che scacciano gli Opici)
Cos'è l'Eubea prima e dopo la fase coloniale – scavi di Xeropolis e Lefkandi- L'Eubea
si lega a Tebe, ma ha anche una sua autonomia; dinamismo dell'Eubea durante le dark
ages- contatti con l'esterno, l'emporio di Al Mina, artigianato euboico, la koinè
euboica e il dominio culturale e commerciale dalla Calcidica alle isole dell'Egeo
centrale, relazioni con l'Oriente e in particolare il mondo fenicio (Al Mina emporio
misto greco fenicio) – i Fenici sono i primi a spostarsi verso occidente e ad aprire le
rotte verso il Mediterraneo; si spinsero fino in Spagna; 814 primo stanziamento
stabile coloniale di una realtà mediterranea ad opera dei Fenici, apre rotte
mediterranee su cui si inseriranno gli Euboici che trovavano più facile aggirare la
Sicilia passando per il nord Africa- Colonizzazione di Pithecusa
Testimonianza letteraria su Pithecusa, priorità rispetto a Cuma, testimonianza
archeologica – grazie agli scavi della necropoli emerge che Pitecusa rispetto agli
empori precedenti pare caratterizzata da un'occupazione del suolo sistematica, vero e
proprio stanziamento (artigianato e colture vinicole); il dato critico per Pitecusa è la
presenza di una aristocrazia: emporio o colonia? Centro peculiare che nasce quando
nel continente ancora non esiste il modello di polis, ma la necessità di fondare una
comunità fa sì che il centro si collochi in una posizione d'articolazione politica anche
più avanzata rispetto alla madrepatria.
Rapporti con Cuma- Pitecusa precede di qualche anno Cuma in Opicia, fondata negli
anni successivi ma con modalità diverse, Cuma è frutto di una vera e propria
conquista e letta col mito della gigantomachia
Fondazione di Cuma e esistenza di tradizioni favorevoli o ostili: problemi sulla
composizione del gruppo coloniale, perchè il nome Cuma se è fondazione calcidese?
Rapporti dei Calcidesi con l'Oriente e la Cuma eolica, presenza minoritaria dei
cumani eolici nella fondazione di cuma opicia testimoniata dalla tradizione letteraria.
Questione di Partenope, esistenza o meno del sito: discussa fino ad anni recenti
quando le indicazioni di alcuni storici, Lutazio Dafnide in particolare, vengono
confermate da ritrovamenti archeologici (in part Pizzo Falcone); tradizione liviana
che chiama Palepolis il centro è scartata perché presuppone esistenza già di Neapolis;
approdo nel golfo di Napoli legato a Cuma
La fondazione di Neapolis, rialzata rispetto a quanto si pensava prima, non il 470 ac
ma data anteriore di alcuni decenni (fine VI ac) grazie agli scavi della Gianpaola;
tirannide di Aristodemo e spaccatura sociale di Cuma, fuga di cittadini forse alla base
della fondazione di Partenope; il culto eponimo di Partenope diventa culto poliade di
Neapolis, la cui vicenda storica è legata fortemente ai rincalzi coloniali giunti da
Atene, lo testimonia l'Alessandra di Licofrone e gli scoli- giunge Diotimo da Atene,
istituisce la pratica della lampadedromia- in questa fase si hanno le caratteristiche
peculiari della cittadina Neapolitana, con la Palepolis nella zona di Pizzo Falcone,
con elementi ateniesi su sostrato fortemente cumano; centro orientato ai traffici
commerciali, testimoniato a livello cultuale dai culti marini; Napoli ha la possibilità
di espandersi nella chora con la crisi di Cuma (Opici), Cuma viene distrutta dai
Campani mentre Napoli preferisce mantenere buoni rapporti con loro, forse per
legami con Capua risalenti alla sua fondazione; nelle cariche politiche, demarchi,
ravvisiamo presenza italica nel contesto greco
Come si è costituito il corpo civico a Neapolis, spaccatura tra aristocrazia e demo,
componente greca vs romana; 326 trattato che consente lo sviluppo di Napoli e avvia
l'assorbimento da parte di Roma che si conclude con il conferimento di municipium
romano dopo le guerre sociali
Partendo dalle istituzioni questo suo rientrare nell'orbita romana non comporta la
perdita della grecità della città: lo si nota dalle istituzioni (tuttavia il passato greco si
conserva nella forma più che nella sostanza)- le iscrizioni d'età imperiale mettono in
luce come i Neapolitani e Augusto stesso volessero mettere in risalto la grecità della
città, così come la ripresa delle fratrie (ripresa formale che dietro la nomenclatura
greca celava la sostanza di un collegium romano)
I culti neapolitani si possono dividere in due gruppi: 1)navigazione, legati alla prima
fase di colonizzazione Afrodite, Atena, Partenope... legati alla koinè euboica e
possono essere fatti risalire all'età arcaica e ai primi contatti dei Greci con le coste
campane; il santuario delle sirene è in posizione utile per i naviganti; 2) culti patrii,
fatti risalire da Stazio alla fondazione della città e legati alla coltivazione della terra,
in particolare Demetra, legati tuttavia alla fase ateniese
Topografia- cosa è rimasto della città greca, fondamentalmente tratti della cinta
muraria; questione allargamento ipotesi da scartare; impianto urbanistico non di tipo
ippodameo ma per strigas; 1/3 della città dedicato all'Agorà, oggi chiesa san Paolo e
vecchio tempio Dioscuri; Capo Napoli stipe di san Gaudioso, ci dovevano essere altre
zone religiose; fuori dalla città doveva trovarsi il porto di Napoli: Partenope nucleo a
sè stante ma parte integrante della città, due urbes unica civitas; zona orientale
necropoli; la topografia è parte della memoria storica della città; continuità e
reimpiego di materiali antichi; la memoria della Napoli antica è fondamentalmente
quella della città romana imperiale, quella memoria a cui si richiama Federico II
quando sceglie la città come sede dell'università; ripresa del prestigio dopo gli scavi
di Pompei e Ercolano.

Programma d'esame:
Magna Grecia di Raviola e Braccesi
Articoli forniti dal prof che non esauriscono tutta la materia del corso
Giangiulio sulla mobilità
Stefania... colonizzazione euboica
2 articoli su fondazione di Neapolis (anche cuma) e uno sulla storia di Neapolis di
Mele
giangiulio sui culti
Emanuele Greco sulla topografia
De Nardis sulle istituzioni
memoria storica di N. Antica scegliere tra due lavori: Delle Donne su Neapolis sveva,
Abbamonte sulla ripresa della Neapolis greca
Fonti da definire dal prof
Giangiulio sulla polis è un extra consigliato non obbligatorio