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DALLE TEORIE ATOMICHE ALLA SCOPERTA DELLE PARTICELLE ELEMENTARI

La materia pu essere continua o discontinua. Gi nellantica Grecia, alcuni filosofi pensavano che dividendo un corpo in parti sempre pi piccole il processo sarebbe continuato allinfinito,(Aristotele) mentre altri ritenevano che ad un certo punto si sarebbe incontrato un frammento di dimensioni minime non pi divisibile(Democrito). John Dalton dimostr lesistenza degli atomi dopo aver considerato le prime leggi ponderali della chimica, cio quella di Antoine Lavoisier sulla conservazione della massa (1785), quella di Joseph-Louis Proust sulle proporzioni definite (1801) e soprattutto la sua sulle proporzioni multiple (1807), concluse che quelle leggi si potevano spiegare solo ammettendo che gli elementi fossero fatti di atomi. solo se la materia fosse di natura atomistica, la legge delle proporzioni definite e costanti troverebbe giustificazione coerente. La sua idea fu ulteriormente rafforzata dalla scoperta, da lui stesso effettuata, che due elementi erano in grado di combinarsi secondo pi proporzioni.

Accettato quindi come oggetto esistente, i chimici, tuttavia, si resero subito conto che l'atomo non poteva essere, come immaginava Dalton una semplice pallina di materia omogenea e indivisibile. Questo modello non permetteva di spiegare come gli atomi potessero stare uniti insieme e formare aggregati, e quali fossero le forze e i meccanismi in grado di determinare la formazione di alcuni legami e la rottura di altri. Bisognava inoltre spiegare il fenomeno dell'elettricit, una forma di energia la cui origine e natura doveva risiedere necessariamente negli atomi, visto che un corpo materiale poteva venire elettrizzato anche per semplice strofinio.

Le prime indicazioni che l'atomo non poteva essere una particella omogenea, vennero dall'analisi dei fenomeni di elettrolisi. Con questo termine si indicano quei fenomeni che si osservano quando, in certi liquidi, si immergono due sbarrette metalliche, dette elettrodi, collegate ad un generatore di corrente continua. Durante il passaggio della corrente elettrica nella cella elettrolitica, si ha sempre comparsa o scomparsa di materia agli elettrodi . Michael Faraday, nel 1834, riassunse gli aspetti quantitativi di questo fenomeno in due leggi: I legge di Faraday. La massa della sostanza che compare o scompare ad ogni elettrodo di una cella elettrolitica proporzionale alla quantit di elettricit che passa attraverso il liquido. II legge di Faraday. La quantit di carica elettrica che deve fluire in una cella per far comparire o scomparire una mole di sostanza a ciascun elettrodo di 96.487 coulomb, oppure un multiplo intero e piccolo di tale quantit

i dati sperimentali mettevano in luce che un numero determinato di particelle, ad esempio quelle presenti in una mole (6,0221023), trasportava una quantit determinata di elettricit, 96.487 coulomb George Johstone Stoney, nel 1874, suppose che fossero i singoli atomi o le singole molecole a trasportare un ben preciso frammento di carica elettrica e a queste supposte particelle cariche di elettricit vennero chiamate ioni. Le cariche elettriche possono essere positive o negative: gli ioni con carica positiva sono detti cationi, perch durante lelettrolisi si dirigono verso il catodo, quelli con carica negativa anioni, perch sono attratti dallanodo. 96.487 coulomb / n di Avogadro = 1,610-19 coulomb. un atomo (o un gruppo di atomi uniti insieme) trasporterebbe in soluzione la quantit di carica elettrica indicata sopra, o un suo multiplo. il chimico svedese Arrhenius (1859-1927), analizzando a fondo i dati sperimentali, intu che essi potevano anche essere interpretati immaginando che in soluzione, indipendentemente dal passaggio della corrente, fossero gi presenti frammenti di materia carichi positivamente e negativamente. Con Arrhenius si faceva quindi strada l'idea che gli atomi non fossero entit indivisibili, ma strutture complesse, scindibili in frammenti pi piccoli carichi di elettricit. La teoria di Arrhenius prese il nome di "dissociazione elettrolitica" e rappresent, per cos dire, l'aspetto chimico dell'ipotesi della natura complessa dell'atomo. I risultati determinanti sarebbero venuti per dal lavoro dei fisici.

Lo studio del passaggio dell'elettricit in gas rarefatti inizi verso la met dell'800. Le osservazioni vennero effettuate in tubi di vetro pieni d'aria o di altri gas, con due piastre metalliche (elettrodi) fissate all'interno e collegate ad un generatore di corrente continua ad alta tensione. Quando il tubo pieno d'aria, anche applicando agli elettrodi una differenza di potenziale molto elevata (ad es. 10.000 volt) non si osserva alcun fenomeno in quanto l'aria (e pi in generale i gas) a pressione normale, non conduce l'elettricit. Se per si estrae l'aria dal tubo, per mezzo di una pompa aspirante, fino a ridurre la pressione a pochi millimetri di mercurio, si nota il passaggio della corrente elettrica, prima sotto forma di una scintilla che procede a zigzag, poi sotto forma di una luminosit diffusa che riempie il tubo fino a fargli assumere l'aspetto familiare di quelli al neon. Il colore della luce dipende dal gas con il quale stato riempito il tubo: rosso per il neon, blu per l'azoto, rosa per l'idrogeno, e cos via. Sottraendo ancora aria dall'interno del tubo, fino a raggiungere pressioni dell'ordine del decimo di millimetro di mercurio, la luminosit scompare del tutto, mentre diventa fluorescente la parete di vetro dirimpetto al catodo. Interpretazione del fenomeno: qualcosa che si sprigiona dal catodo eccitando prima i gas e poi la zona del tubo posta di fronte ad esso. Nel 1876, il fisico tedesco Eugen Goldstein, pensando ad una qualche forma di energia, dette, alla radiazione che emanava dal catodo, il nome di "raggi catodici".

Alcuni anni pi tardi, il fisico inglese William Crookes, per indagare sulla natura della radiazione catodica, apport alcune modifiche ai tubi di scarica. Spostando lateralmente l'anodo, egli osserv che la radiazione continuava a procedere in linea retta dal catodo verso la parete di fronte (anticatodo). Se nel tubo veniva introdotto un leggerissimo mulinello, scorrevole su un binario, si osservava che esso, sotto l'effetto della radiazione, rotolava, dalla zona del catodo, verso quella opposta. Inoltre, inserendo un ostacolo si osservava sulla parete di vetro posta di fronte, unombra netta. Gli esperimenti mettevano in evidenza che la radiazione che usciva dal catodo non poteva essere della stessa natura della luce, perch una forma di energia immateriale non sarebbe stata in grado di spingere un mulinello a pale; essa inoltre, incontrando un ostacolo, avrebbe dovuto generare, oltre all'ombra, un alone di penombra molto ben visibile. Le evidenze sperimentali suggerivano che doveva trattarsi di uno sciame di corpuscoli. In seguito, Johann Wilhelm Hittorf (1824-1914) dimostr che i raggi catodici venivano deviati sia da un campo magnetico, sia da un campo elettrico, e concluse che doveva trattarsi di particelle dotate di carica elettrica, la quale, tenuto conto del senso della deviazione, doveva essere di segno negativo. Fu infine deciso di riservare a queste particelle, e non alle cariche elettriche, come si era fatto in precedenza, il nome di elettroni.

In seguito, Johann Wilhelm Hittorf (1824-1914) dimostr che i raggi catodici venivano deviati sia da un campo magnetico, sia da un campo elettrico, e concluse che non solo doveva trattarsi di particelle, ma che queste dovevano possedere anche una carica elettrica, la quale, tenuto conto del senso della deviazione, doveva essere di segno negativo. Fu infine deciso di riservare a queste particelle, e non alle cariche elettriche, come si era fatto in precedenza, il nome di elettroni.

I primi esperimenti condotti sui tubi dei raggi catodici dettero allinizio solo informazioni di carattere qualitativo. Nel 1897, l'inglese Joseph John Thomson (1856-1940) modific opportunamente le apparecchiature allo scopo di effettuare la misurazione del percorso seguito dai raggi stessi sotto l'effetto dei campi elettrico e magnetico. Nel dispositivo usato da Thomson gli elettroni prodotti dal catodo, vengono costretti a passare attraverso un piccolo foro praticato nell'anodo. L'apparecchio viene quindi inserito fra le espansioni di una calamita e, contemporaneamente, fra una coppia di piastre metalliche collegate ad un generatore di elettricit. In assenza di campo magnetico e di campo elettrico, il pennello di elettroni che proviene dal catodo procede in linea retta fino ad incontrare il vetro del tubo nel punto 1 della figura. Quando in azione il magnete (ma non le piastre elettriche), gli elettroni vengono deviati verso il basso . Disinserendo il magnete, e inserendo le piastre elettriche, si osserva che il pennello di elettroni devia verso la piastra carica di elettricit positiva . un corpo carico di elettricit, in movimento all'interno di un campo magnetico, descrive una circonferenza la cui ampiezza dipende dalla carica elettrica, dalla massa e dalla velocit posseduta dal corpo, oltre che dall'intensit del campo magnetico in cui si muove. massa e velocit di un corpo carico di elettricit sono direttamente proporzionali all'ampiezza della traiettoria percorsa dal corpo stesso. Infatti, quanto pi un oggetto pesante, e quanto pi velocemente procede, tanto pi difficilmente potr essere deviato dalla sua traiettoria ad opera di una forza esterna e pertanto pi grande sar il raggio della circonferenza da esso percorsa. La carica elettrica posseduta dal corpo in movimento e l'intensit del campo magnetico sono invece inversamente proporzionali all'ampiezza della traiettoria: la curva percorsa dal corpo sar infatti tanto pi stretta quanto maggiore sar la sua carica elettrica e quanto pi intenso il campo magnetico che agisce su di esso.

La misura precisa venne ottenuta nel 1909 dal fisico americano Robert Millikan, il valore della carica elettrica era di 1,6010-19 coulomb. Una volta misurata la carica, fu possibile determinare la massa dell'elettrone. Infatti, poich era noto che il rapporto e/m valeva 1,67108 coulomb/g, sostituendo ad e il valore di 1,6010-19 coulomb, si ottenne: 1,6010-19 coulomb m= = 9,111028 grammi. 1,76108 coulomb/g L'elettrone diventava cos la pi piccola particella di materia mai conosciuta. Esso pesa 1836 volte di meno del peso dell'atomo di idrogeno, il pi leggero che esista in natura.

La materia, in condizioni normali, si presenta elettricamente neutra. Se erano presenti corpuscoli carichi di elettricit negativa, gli elettroni dovevano essere presenti residui carichi positivamente. Era naturale attendersi che tali frammenti di materia avrebbero dovuto seguire, nell'interno del tubo di scarica, un percorso in senso contrario a quello degli elettroni. Venne pertanto praticato un foro nel catodo in modo che le particelle, provenienti dalla zona anodica, potessero attraversarlo. Fu cos possibile rendere evidente una radiazione, a cui fu assegnato, da Eugen Goldstein (1850-1930), il nome provvisorio di "raggi canale". Anche questa radiazione, sottoposta all'azione del campo magnetico, deviava dalla sua traiettoria, ma in direzione opposta a quella dei raggi catodici. Si trattava perci di particelle cariche di elettricit positiva, per le quali fu possibile determinare il valore del rapporto carica/massa, utilizzando tecniche analoghe a quelle adottate per l'elettrone. Diversamente dai raggi catodici, per, il rapporto carica/massa dei raggi canale, variava al variare del tipo di gas impiegato per riempire il tubo; inoltre, tale rapporto, risultava sempre migliaia di volte pi piccolo di quello ricavato per gli elettroni. Quando fu possibile misurare la carica elettrica di questi nuovi corpuscoli, che risult essere dello stesso valore di quella trovata per l'elettrone (anche se di segno opposto), fu possibile conoscere la massa di tali particelle: gli ioni positivi. Se per riempire il tubo veniva impiegato l'idrogeno, la massa delle particelle positive risultava la pi piccola di tutte, si pens quindi che lo ione idrogeno potesse essere una particella fondamentale. A questa particella fu assegnato pertanto il nome di protone. Negli stessi anni in cui venivano compiuti gli studi sui raggi catodici e sui raggi canale, Wilhelm Rntgen (1845-1923) scopr un altro tipo di radiazione. Egli aveva osservato che i raggi catodici, urtando contro le pareti di vetro del tubo di scarica, o contro un qualsiasi altro ostacolo posto di fronte al catodo (anticatodo), rendevano quella zona fluorescente. Contemporaneamente, da quello stesso punto, usciva una radiazione che rendeva a sua volta fluorescenti alcuni cristalli di platino-cianuro di bario (un minerale di colore bianco) posti all'esterno. Rntgen chiam, questa nuova misteriosa radiazione, raggi X. I raggi X non sono di natura corpuscolare ma, anche se invisibili, hanno le stesse caratteristiche della luce. Essi possiedono infatti, fra l'altro, la propriet di impressionare una lastra fotografica avvolta con carta nera. Oggi conosciamo il motivo per il quale gli elettroni, quando vanno ad urtare contro un ostacolo emettono radiazioni. Gli elettroni veloci hanno una grande energia cinetica e, quando colpiscono una parete che ne rallenta fortemente la corsa, perdono buona parte della loro energia. Questa energia, per, non va dispersa nel nulla ma semplicemente tramutata in un'altra forma. Nel caso del bombardamento elettronico contro l'anticatodo, l'energia riappare sotto forma di raggi X.

Lo studio delle radiazioni prodotte nei tubi di scarica riserv, un'altra sorpresa. Era convinzione che ogni singolo elemento fosse costituito di atomi tutti identici. Pertanto, qualora si fosse riempito il tubo di scarica di un gas di una determinata specie chimica, era da aspettarsi che si formasse, sotto l'azione del campo magnetico, un'unica traccia dei raggi. J.J. Thomson not invece, durante un esperimento condotto nel 1912, che riempiendo il tubo di neon, il campo magnetico separava tre tracce distinte, corrispondenti a tre diversi valori del rapporto carica/massa delle particelle del gas in esame. Due di questi valori avrebbero potuto essere attribuiti a particelle di massa identica, ma con carica l'una il doppio dell'altra; il terzo valore era invece quasi sicuramente dovuto alla presenza di particelle di massa diversa. Thomson aveva quindi scoperto che il gas neon non doveva essere costituito di particelle tutte della stessa massa. Lo strumento usato da Thomson venne successivamente perfezionato e prese il nome di spettrografo di massa. Si tratta essenzialmente di un generatore di ioni positivi sistemato all'interno di un campo magnetico uniforme. Il campo magnetico, come sappiamo, crea l'effetto di far percorrere agli ioni una traiettoria circolare tale che, dopo un percorso di un arco di 180, gli ioni stessi vadano a cadere su una lastra fotografica, impressionandola. Usando lo spettrografo di massa si scopr che praticamente tutti gli elementi chimici sono formati dall'insieme di pi specie atomiche di massa diversa. Gli atomi diversi dello stesso elemento chimico vennero chiamati isotopi. Il neon, ad esempio, costituito di tre isotopi aventi massa atomica rispettivamente 20, 21 e 22, mentre il peso dell'elemento risulta di 20,183. Questo peso medio dipende dalle proporzioni con cui sono mescolati, in natura, i tre tipi di atomi diversi. Anche l'idrogeno risulta costituito da una pleiade di tre tipi diversi di atomi: il pi leggero, di massa unitaria, prende il nome di protio (o prozio), quello di massa doppia si chiama deuterio e il terzo, di massa tripla, tritio (o trizio). Il peso atomico dell'elemento idrogeno 1,008.

Subito dopo la scoperta degli elettroni, quando ancora non si aveva un'idea precisa di come fosse distribuita la carica positiva, vennero formulati i primi modelli di atomo. Il pi noto di questi fu proposto, nel 1904, da Joseph John Thomson. Secondo lo scienziato inglese l'atomo doveva essere costituito da una sfera omogenea di elettricit positiva, ma senza peso, nella quale si trovavano disseminati gli elettroni. La situazione di equilibrio, all'interno dell'atomo, si realizzava, secondo Thomson, perch le forze di repulsione degli elettroni con carica negativa venivano bilanciate dall'attrazione esercitata dalla carica positiva, diffusa all'interno dell'atomo, sugli elettroni stessi. Quando l'atomo veniva eccitato, cio quando riceveva energia dall'esterno, gli elettroni entravano in oscillazione ed emettevano radiazioni di varia natura. Se l'eccitazione era molto intensa, poteva accadere che qualche elettrone venisse espulso, trasformando l'atomo in ione. Un atomo privato di alcuni elettroni conserva praticamente la stessa massa, ma assume carica positiva.

Nel 1898 il fisico francese Henry Becquerel (1852-1908),studiando il fenomeno della fluorescenza, osserv che alcuni minerali di uranio, sotto l'azione della luce ordinaria, diventavano fluorescenti. Poich si sapeva, che le pareti di vetro dei tubi di scarica, rese fluorescenti dai raggi catodici, generavano a loro volta raggi X, Becquerel pens che anche i minerali di uranio, dopo essere stati esposti alla luce, potessero emettere raggi X, o qualche altra radiazione simile. Egli pertanto, dopo aver esposto al Sole i minerali di uranio, li poneva su lastre fotografiche avvolte con carta nera, notando che le stesse rimanevano impressionate. Una fortuita circostanza volle che in una giornata di cattivo tempo, i minerali di uranio finissero riposti in un cassetto sopra alcune lastre fotografiche ancora avvolte nel loro involucro protettivo, in attesa del ritorno del Sole per poter riprendere gli esperimenti. Quando in seguito Becquerel utilizz quelle lastre fotografiche not, con sorpresa, che esse presentavano delle macchie nere, come se fossero gi state usate. Egli aveva scoperto, quasi per caso, che le radiazioni capaci di impressionare le lastre fotografiche venivano emesse indipendentemente dall'esposizione dei minerali di uranio alla luce del Sole, e che quindi la propriet di irradiare era insita nella sostanza stessa, e non dipendeva da fattori esterni. Successivamente i coniugi Curie (Pierre e Mary) dedicarono tutta la loro vita allo studio di questo fenomeno, che da loro venne chiamato "radioattivit". Fu osservato, fra l'altro, che queste radiazioni ionizzano l'aria e l'aria ionizzata conduttrice di elettricit . I Curie riuscirono ad estrarre da alcune tonnellate di pechblenda (minerale di uranio) pochi decigrammi di due elementi altamente radioattivi, a cui essi stessi dettero il nome di polonio e di radio, sostanza 400 volte pi radioattiva dell'uranio. Lo studio sulla natura di queste radiazioni venne condotto soprattutto dal fisico inglese Ernest Rutherford. Egli pose un pezzetto di una sostanza radioattiva in una cavit ricavata all'interno di un blocchetto di piombo, che aveva la funzione di trattenere la radiazione, ma che presentava un canalino attraverso il quale la radiazione stessa poteva uscire. All'esterno venivano poste due piastre elettriche in modo che la radiazione venisse sottoposta all'azione di un campo elettrico. Si poteva cos osservare che la radiazione proveniente dalla sostanza radioattiva si divideva in tre parti: la prima subiva una forte deviazione verso il polo positivo del campo elettrico, la seconda risultava deviata dalla parte opposta, ma in minor misura; la terza, infine, procedeva in linea retta senza risentire dell'effetto del campo. Successivamente si chiar che le radiazioni deviate dal campo elettrico erano di natura corpuscolare e possedevano carica elettrica, mentre quella che procedeva senza risentire della presenza del campo elettrico era una radiazione simile ai raggi X. La prima radiazione venne chiamata "raggi ", ed identificata pi tardi con un flusso di elettroni; la seconda venne chiamata "raggi ", e riconosciuta in seguito come un flusso di ioni elio (cio atomi di elio privati dei due elettroni periferici); la terza venne chiamata "raggi " (raggi gamma). Il fenomeno della radioattivit metteva in luce, fra l'altro, che l'atomo, oltre ad espellere elettroni, emetteva anche particelle positive. In questo modo la struttura uniforme del modello atomico di Thomson veniva ulteriormente messa in dubbio e il termine di "atomo" (nel senso di struttura indivisibile) andava perdendo, con sempre maggiore evidenza, il suo significato primitivo.

Rutherford, nel 1911, in uno dei suoi tanti esperimenti dimostr che l'atomo non poteva avere una struttura omogenea, come l'immaginava Thomson, ma doveva possedere un nucleo di dimensioni molto piccole e di carica elettrica positiva, nel quale era concentrata praticamente tutta la sua massa. L'esperimento di Rutherford, nelle sue linee essenziali, consistette nel lanciare, contro una sottilissima fogliolina d'oro, le particelle emesse spontaneamente dalle sostanze radioattive ed osservare la loro deviazione (il cosiddetto scattering). Egli cos pot notare che la quasi totalit di queste particelle passava indisturbata attraverso la lamina d'oro, ma che una piccola percentuale di esse subiva delle deviazioni. Si trattava normalmente di deviazioni di minima entit ma, cosa sorprendente ed imprevista, alcune particelle deflettevano notevolmente e a volte venivano addirittura respinte all'indietro. "Era l'evento pi incredibile che mi fosse mai capitato di vedere; comment successivamente lo stesso Rutherford - era come sparare un proiettile contro un foglio di carta velina e vederselo tornare indietro, a colpire chi l'aveva sparato". Questa osservazione non poteva che avere ununica spiegazione: l'atomo, nel suo complesso, era un edificio vuoto, con tutta la massa concentrata in un nucleo centrale carico positivamente, molto piccolo e di conseguenza anche molto denso. Gli elettroni, necessariamente, dovevano muoversi su ampie orbite, intorno al nucleo, come i pianeti ruotano intorno al Sole. Per questo motivo, il modello atomico di Rutherford, venne anche detto modello planetario. Il modello atomico di Rutherford aveva il difetto di essere assolutamente incompatibile con le leggi della meccanica e dell'elettrodinamica. Secondo queste leggi infatti, un corpo carico di elettricit che si muova con moto che non sia rettilineo ed uniforme, irradia energia a scapito della propria. L'elettrone pertanto, nel suo moto circolare intorno al nucleo, poich soggetto ad una continua accelerazione centripeta, e cambia quindi velocit ad ogni istante, dovrebbe irradiare e subire una progressiva diminuzione della propria energia. Ci lo porterebbe a cadere, seguendo una traiettoria a spirale, sul nucleo. E' stato calcolato che l'atomo, se fosse costruito secondo il modello proposto da Rutherford, sarebbe destinato a disintegrarsi in una frazione di secondo.

La luce una forma di energia, la cui origine deve risiedere nell'atomo, visto che corpi eccitati termicamente o elettricamente emettono luce . Newton, verso la met del '600, aveva osservato e descritto che un raggio di luce solare quando attraversa un prisma di vetro, si scompone in una fascia continua di colori diversi, alla quale si dato il nome di "spettro. Il fenomeno prende il nome di dispersione della luce, e i colori presenti nello spettro sono quelli dell'arcobaleno: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e viola. La luce bianca pertanto una mescolanza di luce di diversi colori. Nel 1814 il fisico tedesco Joseph Fraunhofer, osservando attentamente lo spettro solare, ottenuto facendo passare la luce attraverso una sottile fessura posta davanti al prisma, not che era solcato da numerose righe scure, delle quali per non seppe dare una giustificazione. Gli spettri possono essere continui o discontinui. I primi sono emessi da corpi solidi o liquidi resi incandescenti, mentre i secondi sono prodotti da gas portati ad alta temperatura o eccitati da scariche elettriche. Pi precisamente, gli spettri discontinui possono essere a bande o a righe; se i gas sono allo stato molecolare, gli spettri sono a bande, mentre se sono allo stato atomico, gli spettri sono a righe. Ogni elemento chimico produce un proprio spettro di righe, caratteristico per colore e per posizione delle righe stesse, e non si verifica mai che due elementi di natura diversa diano origine a righe coincidenti. Uno spettro a righe luminose detto spettro di emissione. Viceversa, detto spettro di assorbimento lo spettro che si forma quando un gas freddo viene attraversato da un fascio di luce bianca: al di l del prisma si vedr apparire uno spettro luminoso continuo (cio comprendente tutti i colori) solcato da alcune righe nere.
Per uno stesso gas si osserva che le righe nere dello spettro di assorbimento corrispondono esattamente alle righe luminose dello spettro di emissione. Tutte le sostanze assorbono infatti le stesse radiazioni che sono in grado di emettere

Fino a tutto il XIX secolo i fenomeni luminosi erano descritti da due teorie fra loro antitetiche: quella di Isaac Newton (1642-1727) e quella di Christiaan Huygens (1629-1695). Secondo l'idea di Newton la luce era costituita di corpuscoli di vari colori, mentre, secondo Huygens, la luce si propagava per onde. Alcuni fenomeni luminosi come quello della riflessione, della rifrazione e della stessa dispersione potrebbero essere spiegati con la teoria corpuscolare di Newton, immaginando uno sciame di corpuscoli che, emessi dalla sorgente luminosa, rimbalza e devia per gli ostacoli interposti finendo poi per colpire il nostro occhio. Altri fenomeni, per, come la diffrazione e l'interferenza trovano spiegazione coerente solamente se inquadrati all'interno della teoria ondulatoria. Diffrazione e interferenza sono due fenomeni per i quali, quando la luce passa attraverso forellini molto piccoli o attraverso fessure molto strette, l'immagine che si raccoglie su uno schermo appare formata da una serie di anelli o di fasce chiare e scure che sfumano gradualmente verso l'esterno. Poich la diffrazione e l'interferenza potevano essere spiegate solo immaginando la luce come un fenomeno ondulatorio, mentre tutti i fenomeni giustificabili con la teoria corpuscolare di Newton, potevano, con altrettanta coerenza essere interpretati con la teoria ondulatoria, quest'ultima fin per prevalere sull'altra.

Verso la fine del 1800, molti fisici erano interessati allo studio delle radiazioni emesse da corpi incandescenti. Fra le altre cose, si era osservato che un corpo, reso incandescente, assumeva colori diversi a seconda della temperatura a cui veniva portato. Il filamento di una lampadina, ad esempio, assume colori sempre pi chiari, passando dal rosso cupo, all'arancione, al giallo e al bianco, a mano a mano che aumenta la sua temperatura, per effetto del passaggio della corrente elettrica. Ci che il nostro occhio percepisce una luce che equivale alla sovrapposizione di radiazioni di diverso colore (cio di diversa lunghezza d'onda), emesse dall'oggetto che irradia. L'insieme di queste radiazioni costituisce lo spettro del corpo relativo alla temperatura a cui si trova. Se l'intensit di una di queste radiazioni nettamente superiore alle altre, il nostro occhio percepisce preferibilmente questa particolare radiazione. Il filamento della lampadina, ad esempio, appare rosso attorno ai 500 C, perch a quella temperatura domina, su tutti gli altri, il colore rosso della radiazione; a 2000 C il filamento appare invece bianco perch, a quella temperatura, tutte le componenti della luce visibile si assommano. Un corpo irraggia anche alle basse e alle altissime temperature, solo che in questi casi il nostro occhio non in grado di vedere alcunch perch esso non sensibile alla radiazione infrarossa n a quella ultravioletta. Tutte queste osservazioni servirono di base per un lavoro sistematico condotto, a partire dal 1893, dai fisici tedeschi H. F. Paschen e Wilhelm Wien. Gli esperimenti vennero effettuati sul cosiddetto "corpo nero". Il corpo nero un oggetto teorico capace di assorbire tutte le radiazioni che lo investono: esso quindi non riflette alcuna radiazione. Un corpo siffatto, pertanto, quando viene riscaldato, emette radiazioni che sono solo quelle che esso stesso produce, come conseguenza del riscaldamento cui stato sottoposto.

Un corpo nero, nella pratica, non esiste; tuttavia, con buona approssimazione pu essere considerato tale una cavit, annerita di fuliggine, fatta comunicare con l'esterno attraverso una minuscola finestrella. Riscaldando notevolmente questo corpo, i fisici osservarono che, all'aumentare della temperatura, mentre aumentava l'intensit dell'emissione, diminuiva la lunghezza d'onda della radiazione corrispondente al massimo di energia Si otteneva in pratica un diagramma nel quale si poteva osservare che, a temperature sempre pi elevate, si originano curve a campana sempre pi alte e, contemporaneamente, le sommit di tali curve si spostano verso valori di lunghezza d'onda sempre pi bassi, cio verso radiazioni di colore viola. Quando si tratt di interpretare i risultati relativi all'emissione del corpo nero, ci si rese conto che la teoria ondulatoria della luce era del tutto inadeguata. In altre parole, i fatti sperimentali non potevano essere giustificati ammettendo che la luce si propaghi per onde. Nel 1900, il fisico tedesco Max Planck (1858-1947) propose un artifizio matematico attraverso il quale era possibile elaborare una formula in grado di spiegare i dati sperimentali. L'artifizio era quello di immaginare che l'energia radiante che esce dal corpo riscaldato, non venga emessa in modo continuo, come fosse un fluido, ma per quantit discrete, come si trattasse di corpuscoli energetici che escono, uno per volta, ad intervalli regolari di tempo. In un certo senso Planck riesum la vecchia teoria di Newton dei corpuscoli di luce. Il fisico tedesco dette il nome di quantum (quanto), al minimo pacchetto di energia che pu uscire da un corpo incandescente. L'energia E di un quanto legata alla frequenza () della radiazione dalla relazione seguente: E=h dove h una costante, detta costante di Planck (o quanto d'azione) ed ha il valore di 6,6310-34 joules. Si chiama quanto d'azione perch in effetti si tratta proprio di un'azione, ossia di una grandezza fisica che corrisponde per l'appunto al prodotto di un'energia per un tempo. Usando la grandezza h, lo scienziato tedesco riusc ad elaborare un'equazione matematica che descriveva perfettamente i risultati sperimentali. Ben presto per si accorse che riducendo h ad un valore sempre pi piccolo, in modo da far riassumere alla radiazione l'aspetto continuo che le attribuiva la teoria elettromagnetica, la sua equazione prendeva le sembianze della formula classica