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1 CAPITOLO 1

RIFLESSIONE E RIFRAZIONE DELLE ONDE ELETTROMAGNETICHE

1.1 Richiami sulle onde elettromagnetiche1 Consideriamo un dielettrico perfetto, isotropo, illimitato, dove siano nulle le cariche localizzate (=0) e le correnti (J=0). Sappiamo che in esso il campo elettromagnetico (e.m.) descritto dalle equazioni di Maxwell
(I) " # E = 0 (II) " # B = 0 (III) " $ E = (IV) " $ B = &

%B %t %E %t

dove E e B sono i vettori campo elettrico e campo magnetico e e sono la funzione dielettrica e la permeabilit assolute del mezzo. Da esse vogliamo trarre unequazione ! che descriva la propagazione dellonda e.m. Se prendiamo il rotore del secondo membro della (III), teniamo conto della (I) e ricordiamo lidentit
" # (" # E ) = -" 2E + "(" $ E )

otteniamo, essendo "(" # E ) = 0 ,


!

" 2E = -" #

$B $t

$ (" # B ) $t

= %

$ 2E $t 2

Operando in modo parallelo per il vettore B, si ottengono infine le equazioni delle onde e.m., che descrivono la propagazione dei due campi !

" E # $ " 2B # $

% 2E %t 2 % 2B %t 2

=0
(1.1)

=0

dove =1/v2, con v=velocit dellonda nel mezzo. In forma compatta

!
1

Testo consigliato: Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. da IV.3 a IV.6.

2 E = 0 dove = " 2 # $ B = 0

%2 %t 2

%2 %x 2

%2 %y 2

%2 %z 2

1 %2

v 2 %t 2

loperatore dalembertiano. Fissando ! lattenzione sul campo elettrico, ricordiamo che la soluzione dellequazione unonda viaggiante di carattere periodico che pu essere espressa in forma esponenziale con esponente complesso

E = E 0exp i( k " r # $t + %)

(1.2)

dove il vettore donda k, avente modulo 2/, orientato come la direzione di propagazione dellonda, la pulsazione eguale a 2=2/T, e dove la frequenza ! espressa in Hz, T il periodo in secondi e la fase iniziale. La velocit dellonda data da

v=

" T

# k

c $r r

(1.3)

con c=velocit dellonda nel vuoto e r, r rispettivamente funzione dielettrica e permeabilit magnetica relative del mezzo rispetto al vuoto. Nel caso comune in cui ! r1, dalla definizione di n come rapporto c/v tra la velocit della luce nel vuoto e nel mezzo, si deduce n(r)1/2. Ricordiamo inoltre che campo elettrico e magnetico vibrano in un piano perpendicolare alla direzione di propagazione, essendo sempre tra loro perpendicolari, e che il rapporto dei loro moduli

E /B =v
mentre quello tra E e il campo magnetizzante H
!

(1.4)

E / H = E / B = " = Z
(dove

detta

impedenza

caratteristica

del

materiale;

per

il

vuoto

Z 0 = 0 "0 = 377 # ! ).

1.1.2 Onde e.m. piane e sferiche. Se una sorgente posta allinfinito, il fronte donda, ossia il luogo dei punti in cui l'argomento della funzione costante a un dato tempo, si presenta piano. Se non c assorbimento dellonda, lampiezza E0 nella (1.2) si

3 mantiene costante al variare della distanza dalla sorgente. Per propagazione lungo x, le derivate parziali seconde rispetto a y e z sono nulle e lequazione delle onde si riduce allequazione di DAlembert

" 2E "x 2

= #

" 2E "t 2

(1.5)

Se invece la sorgente al finito ed puntiforme o a simmetria sferica e il mezzo omogeneo e isotropo, il fronte donda sferico. Nel laplaciano che compare nelle (1.1), ! riscritto in coordinate sferiche, lunico termine non nullo quello relativo alla derivata rispetto a r, per cui lequazione donda diventa

1 " # 2 "E & " 2E %r ( = ) % ( r 2 "r $ "r ' "t 2


Si verifica facilmente che lequazione si trasforma nella

! 2 (rE ) !r 2

= "

! 2 (rE ) !t 2

(1.6)

il che comporta che londa viaggiante che la soddisfa abbia unampiezza inversamente proporzionale alla distanza percorsa a partire dalla sorgente.

1.1.3 Stati di polarizzazione della luce.2 Il vettore E scomponibile in ogni istante in due componenti tra loro ortogonali. Se la differenza di fase tra esse varia in modo casuale nel tempo e nello spazio, il vettore campo elettrico cambia orientazione da istante a istante (e cos il vettore B, sempre perpendicolare a E) e la luce detta non polarizzata. Se invece la differenza di fase si mantiene costante, la luce polarizzata: per una differenza di fase pari a 0 o , il vettore elettrico mantiene sempre la stessa orientazione nello spazio e si parla di polarizzazione lineare. Nel caso di unonda piana che si propaga lungo z con differenza di fase nulla tra le due componenti, il campo pu essere rappresentato parametricamente dalle equazioni
E 1 = 01cos(kz - !t + " ) iE E 2 = 02cos(kz - !t + " ) jE
(1.7)

e rappresentato come in Fig. 1.1 (a) nel caso z=0. E oscilla da un massimo positivo E0 a un massimo negativo -E0 con pulsazione . Se invece la differenza di fase mantiene nel tempo il valore costante /2, le equazioni diventano
2

Testo consigliato: Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. da X.5.

E 1 = 01cos(kz - !t ) iE E 2 = 02cos(kz - !t + " / 2) = 02sin(kz - !t ) jE jE

(1.8)

e la rappresentazione quella di Fig. 1.1 (b), sempre per z=0. Si ha cio una polarizzazione ellittica, con il vettore campo elettrico che ruota attorno allorigine degli assi con velocit angolare . Nel caso particolare in cui E01=E02, la polarizzazione ellittica diventa circolare. Si pu avere polarizzazione ellittica per valori dello sfasamento diversi da /2, con ampiezze E01 e E02 (ossia le proiezioni di E lungo gli assi coordinati) che possono essere anche eguali. Ritroveremo questi concetti quando parleremo delle lamine mezzonda e quarto donda (Par. 8.2.1). Una trattazione matematica della polarizzazione verr fatta nel Cap. 5.
y E02
0

y E0 E01
arctg(E02/E01)

E02
0

E0 t E01 x

(a)

(b)

Fig. 1.1. (a) Polarizzazione lineare: componenti del campo in fase tra loro; (b) polarizzazione ellittica: componenti del campo con sfasamento generico.

In generale, linterazione della luce con la materia d luogo a una serie di fenomeni che dipendono essenzialmente dalla frequenza della radiazione considerata e dalle propriet fisiche del mezzo. Lintervallo delle frequenze delle onde elettromagnetiche molto ampio e va dalle onde cosidette a radiofrequenza (~102 Hz) ai raggi (~1018 Hz). Per una comprensione completa della interazione della luce con la materia si deve ricorrere a una rappresentazione quantomeccanica del campo elettromagnetico, la cui struttura descrivibile in termini di particelle elementari di massa nulla dette fotoni. Come si dir meglio nel Par. 7.1, a un fotone associata una frequenza (quella del campo elettromagnetico oscillante considerato), un'energia E=h (dove h=6.6310-34 Js la costante di Planck) e una quantit di moto p=h/c. Qui accenniamo soltanto ad alcuni importanti fenomeni che riguardano le onde elettromagnetiche in relazione alla loro frequenza, lasciando una trattazione completa a testi e corsi pi avanzati. comunque opportuno ricordare che, sebbene unonda elettromagnetica possa variare la sua velocit (e quindi la lunghezza donda ) allinterno di un mezzo, la frequenza dellonda, dipendente solo dalla sorgente, a determinare il tipo di interazione con la materia.

Radiofrequenze: 3106 0.3 m 102 109 Hz 410-13 E 410-6 eV A questo intervallo delle onde elettromagnetiche generalmente associata la trasmissione di segnali radio (da 500 kHz a 100 MHz), televisivi (100 MHz), e della telefonia mobile (900 MHz e 1800 MHz). A causa della bassa energia associata ai fotoni in questa banda di frequenze la loro interazione con la materia generalmente trascurabile. Microonde: 0.310-3 m 10931011 Hz 410-6E1.210-3 eV Vengono usate nelle telecomunicazioni e nei radar e sono di interesse nella radioastronomia. Sono inoltre in grado di eccitare il moto rotazionale di molecole in possesso di un momento di dipolo permanente come ad esempio lacqua (che ha una frequenza di risonanza del proprio moto rotazionale a 2.45 GHz). Vale la pena di menzionare che la radiazione di fondo cosmico dellUniverso cade nella regione delle microonde. Infrarosso: 10-3 0.7910-6 m 31011 3.81014 Hz 1.210-3E 1.6 eV Linterazione della radiazione infrarossa con la materia provoca essenzialmente il moto vibrazionale delle molecole nei gas e nella materia condensata. Incidentalmente, lo spettro di emissione di un corpo a 37 C si trova centrato intorno a 10 m e quello di un corpo a 3000 K a 1 m. Visibile: 0.7910-6 0.3810-6 m 3.81014 7.91014 Hz 1.6E 3.3 eV Linterazione della luce visibile con la materia riguarda soprattutto leccitazione quantomeccanica degli elettroni di valenza degli atomi in livelli di energia superiore, detti stati eccitati. Il Sole, la cui superficie si trova a circa 6000 K, presenta uno spettro di emissione centrato nellintervallo spettrale del visibile. Ultravioletto: 0.3810-6610-10 m 7.9101451017 Hz 3.3E2103 eV Tale radiazione interagisce con molte sostanze provocando negli atomi leccitazione degli elettroni pi interni. Per fotoni di energia che si avvicina allestremo

6 dellintervallo ultravioletto si possono avere fenomeni di ionizzazione degli atomi e delle molecole, che consistono nel definitivo allontanamento di uno o pi elettroni dallatomo o molecola considerati.

Raggi X: 610-10610-12 m 5101751019 Hz 2103E 2105 eV I raggi X provocano la ionizzazione degli elettroni dagli atomi e dalle molecole anche dai livelli pi profondi (ovvero vicini al nucleo) negli atomi pi pesanti. Raggi : <610-12 m >51019 Hz E>2105 eV Vengono prodotti nelle reazioni nucleari e data la loro elevata energia producono effetti di ionizzazione secondaria legati ai prodotti della loro interazione con i nuclei degli atomi.
1.2 Passaggio di unonda e.m. da un mezzo a un altro3 Si abbia unonda elettromagnetica che passa da un mezzo ad un altro. Le condizioni di continuit, in ogni punto della superficie di separazione, sono

E 1t " E 2t = 0

D1n " D2n = #

dove E1t, E2t sono le componenti del vettore campo elettrico tangenti alla superficie, rispettivamente nel primo e nel secondo mezzo, D1n, D2n sono quelle del vettore ! ! spostamento normali alla superficie, e la densit superficiale di carica elettrica. Per il campo magnetico invece si ha

H 1t " H 2t = J s

B1n " B2n = 0

dove H il vettore campo magnetizzante, B il vettore intensit di induzione magnetica, Js la densit di corrente superficiale. Se non vi sono n cariche n ! ! correnti, si ritrova la conservazione al confine tra i due mezzi delle componenti tangenti di E e H e di quelle normali di D e B. 1.3 Riflessione e rifrazione Consideriamo unonda che incida in un punto della superficie di separazione di due mezzi trasparenti, omogenei e isotropi, aventi indice di rifrazione n1 e n2, con direzione di propagazione formante un angolo i con la normale alla superficie. Si chiama piano di incidenza il piano formato dalla direzione di propagazione dellonda e da detta normale. Sperimentalmente si sa che parte dellonda viene riflessa e parte viene rifratta, cio penetra nel secondo mezzo. Sia i langolo di riflessione e r quello di rifrazione (Fig. 1.2). Lespressione per il campo elettrico dellonda incidente

Testo consigliato: Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. X.1 e X.2.1.

1
Piano di incidenza

z i i x

r
Fig. 1.2. Caso n1< n2.

E i = E 0i exp i (ki " r # $t)

(1.9a)

dove ki il vettore donda, r il raggio vettore, la pulsazione, o anche ! $ !n ' E i = E 0i exp &i ( k i " r # !t ) ) & ) % c (

(1.9b)

se si tiene conto della relazione k=/v=n/c. Si suppone per il momento che lavanzamento dellonda nel mezzo avvenga senza attenuazione. Quanto al campo B, la sua espressione ottenibile dalla relazione E=Bxv. Al confine tra i due mezzi il campo elettrico si divide in onda riflessa
% ( E' = E'0i exp'i (k' " r # $t)* i i & )

(1.10a)

e onda rifratta
!

E r = E 0r exp i (kr " r # $t)

(1.10b)

Nelle equazioni scritte, affinch possano essere soddisfatte le condizioni di eguaglianza dei campi ! confine, per Ei, Er ed Ei si considerata la stessa pulsazione al e si esclusa la possibilit di mutui sfasamenti. La continuit dei campi richiede inoltre che, per qualsiasi istante t, siano eguali gli argomenti nelle funzioni esponenziali, ossia

ki " r = k' " r = kr " r i


Si noti che, essendo la lunghezza donda data da

(1.11)

"=

2#v

(1.12)

8 si ha
' "i = "i

mentre

"r =

n2

n1

"i

conveniente scegliere come piano di incidenza il piano (x,z), con lorigine dellasse z ! nel punto di incidenza. In tal caso z! e kiy=0, quindi, proiettando sugli assi =0 lequazione (1.11), si ha

k ix x = k' x + k' y = k rx x + k ry y ix iy
condizione che verificata per qualsiasi punto di incidenza (x,y) soltanto se sono nulli i termini in y, ossia !

k' y = k ry y = 0 iy
ci che porta a scrivere
! e a concludere che i tre vettori donda ki, ki e kr giacciono tutti nello stesso piano (z,x). Allora, esprimendo i! in termini delle lunghezze donda (k=2/), si ha k
2" sin $i = 2" sin $' = i 2" sin $r

k ix x = k' x = k rx x ix

#i

#i

#r

dove si tenuto conto del fatto che i=i, trattandosi di uno stesso mezzo. Perci
!

"i = "' i
sin "i =

(1.13a)

sin "r

n2 n1

(1.13b)

essendo "r / n 1 = "i / n 2 . La (1.13a) afferma che langolo di incidenza e langolo di riflessione sono eguali. La (1.13b), detta legge di Cartesio-Snell o legge dei seni, indica ! che il raggio rifratto si avvicina alla normale se il secondo mezzo pi rifrangente del primo e viceversa. Se si fa riferimento allindice di rifrazione relativo del primo mezzo ! rispetto al secondo, n12=n1/n2, la legge dei seni si pu trovare espressa come n 12 sin "i = sin "r . 1.4 Angolo limite e riflessione totale interna Se il raggio passa dal mezzo pi rifrangente a quello meno rifrangente caso dunque in cui n1 > n2 quando langolo di incidenza abbastanza grande da far s che langolo di rifrazione raggiunga il valore /2, poich sinr non pu superare il valore 1, il raggio non pu pi penetrare nel secondo mezzo ma viene interamente riflesso allinterno del

9 primo con angolo eguale a quello di incidenza. Si parla allora di riflessione totale interna (si veda il raggio C in Fig. 1.3). La soglia per tale effetto detta angolo limite e si trova ponendo sin r=1 nella seconda delle (1.13): sin "i # n 2 n 1 . grazie alla

riflessione totale interna che possibile realizzare la trasmissione di un fascio di luce allinterno di una fibra ottica. Altro effetto rilevante: un osservatore posto nel mezzo pi rifrangente (ad esempio acqua) pu vedere!nellaltro mezzo (ad esempio aria) soltanto quegli oggetti che stanno allinterno di un cono con asse normale alla superficie di separazione e passante per il suo occhio, il cui angolo al vertice eguale al doppio dellangolo limite. Allesterno del cono la superficie di separazione gli appare riflettente come uno specchio. 1

z i

Angolo limite

x r
B A

2
Fig. 1.3. Caso n1> n2.

1.4.1 Esempi e applicazioni. Caso aria (n1=1) e acqua (n2=1,33): sini,lim=1/1,33, da cui i,lim=48,7. Caso aria (n1=1) e vetro (n2=1,50): sini,lim=1/1,50, da cui i,lim=41,8. Quindi un angolo di incidenza di 45 in questo secondo caso maggiore dellangolo limite. Ci permette di realizzare deviatori e riflettori di raggio luminoso nei modi illustrati in Fig. 1.4.

Fig. 1.4. Modi di utilizzazione delleffetto di riflessione totale interna.

1.4.2 Onda evanescente.4 Bench nel passare da un mezzo pi rifrangente a un mezzo meno rifrangente sia possibile avere, al confine, riflessione totale interna, nella zona oltre il confine comunque presente un campo elettrico oscillante, che decade

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 2.9.

10 rapidamente. Tale campo detto onda evanescente. Consideriamo lespressione (1.10b) scritta in precedenza per il campo trasmesso

E r = E 0r exp i (kr " r # $t)


Con riferimento alla Fig. 1.3, possiamo scrivere
!

(1.10b)

kr " r = k r xsin#r $ k r zcos#r = k r xsin#r + ik r z n 2sin2#i $ 1


dove si utilizzata la legge dei seni (1.13b), con aria come mezzo meno denso e indice n per quello pi denso, e si fatta la sostituzione (in condizioni di riflessione totale ! essendo sempre n2sin2i > sinr = 1),
cos"r = 1 # sin2"r = 1 # n 2sin2"i = # i n 2sin2"i # 1

Lequazione scritta indica che langolo di rifrazione immaginario. Allora la funzione donda (1.10b) del campo trasmesso pu essere cos riscritta !

E r = E 0r exp "# | z | exp i (k r xsin$r " %t)


avendo introdotto un coefficiente di estinzione
!

] [

(1.14)

" = k r n 2sin2#i $ 1

Il primo esponenziale nella (1.14) mostra che il campo elettrico, allesterno del mezzo pi denso, si estingue rapidamente su una distanza dellordine della lunghezza donda ! della luce (come facile rendersi conto utilizzando ad esempio per i langolo limite per il sistema aria-vetro, riportato in Par. 1.4.1). Il secondo esponenziale indica invece che il campo evanescente unonda che viaggia parallelamente al confine, con velocit data da n/krsini. La presenza dellonda evanescente pu essere verificata sperimentalmente in diversi modi, sui quali non ci soffermiamo. 1.5 Principio di Fermat e rifrazione Il principio di Fermat afferma che la luce, nel propagarsi da un punto a un altro, percorre il cammino che richiede il tempo pi breve. Mostriamo che, applicando tale principio, si ritrova la legge di Cartesio-Snell della rifrazione. Siano A e B i due punti, con A origine delle ascisse, e si esprima il cammino percorso dal raggio scegliendo un punto x generico di transito sulla superficie di separazione; baster cercare per quale valore di x il tempo di percorrenza minimo (Fig. 1.5).

11 A n1 n2

d1
0

i x r

d d2
B

Fig. 1.5. La legge dei seni dedotta con il principio di Fermat.

Il tempo impiegato dalla luce per andare da A a B dato da


" 2 %1 / 2 d 1 + x 2' $ # & " 2 %1 / 2 d 2 + (d ( x )2 ' $ # &

tp =

AP v1

PB v2

c /n1

c /n2

Facendo la derivata dtp/dx ed eguagliandola a 0 si trova nuovamente


!
sin "i

sin "r

n2 n1

Lo stesso procedimento pu essere utilizzato per confermare la legge della riflessione speculare. Una terza dimostrazione delle leggi di riflessione e rifrazione verr ! proposta in seguito Par. 4.1.1 - come applicazione del principio di Huygens. 1.6 Relazioni di Fresnel per la riflettanza e la trasmittanza5 Utilizzando le due relazioni di continuit, avendo tenuto conto che r=n2 (se r1),

E 1t = E 2t

2 2 D1n = D2n = n 1 E 1n = n 2E 2n

valide per mezzi trasparenti in assenza di cariche e di correnti, possiamo ricavare delle espressioni per i coefficienti di riflessione e di trasmissione dellampiezza del ! ! campo elettrico oscillante dellonda (le stesse relazioni valgono anche per lampiezza del campo magnetico). Si abbia un fascio di raggi paralleli incidenti con angolo i. Conviene ragionare separatamente sulle ampiezze delle due componenti vettoriali del campo Ep, Es, ottenute rispettivamente proiettando il vettore E nel piano di incidenza e sulla normale ad esso.

1 caso, componente di E nel piano di incidenza (p). Facendo riferimento alla Fig. 1.6 [con le definizioni date da (1.9a), (1.10a) e (1.10b)] e considerando la componente dei campi polarizzata nel piano di incidenza si ottiene dalle relazioni di continuit:
5

Testo consigliato: Mazzoldi-Nigro-Voci, Fisica, Vol. II, Par. 14.4.

12

E 0ip cos "i # E'0ip cos "i = E 0rp cos "r


2 2 2 n 1 E 0ip sin "i + n 1 E'0ip sin "i = n 2E 0rp sin "r

1 !

Ei

Ei

Eis Bip

Eis

i i

i i

Bip

r Er
2
Fig. 1.6

Brp

Ers

2
Fig. 1.7

2 2 Utilizzando la relazione n 1 / n 2 = (sin "r /sin "i )2 e svolgendo alcuni passaggi, alla fine si perviene alle relazioni di Fresnel per le ampiezze delle componenti del campo elettrico parallelo al piano di incidenza

rp =

E'0ip E 0ip

tg("i # "r ) tg("i + "r )


2sin "r cos "i

(1.15a)

tp =

E 0rp E 0ip

sin("i + "r ) cos("i # "r )

(1.15b)

2 caso, componente di E normale al piano di incidenza (s): La derivazione delle formule analoghe alle (1.15) in questo caso la si ottiene utilizzando ! le relazioni di continuit per il campo di induzione magnetica B
B1n = B2n
1

B1t =

B2t

e ragionando sulle proiezioni di B come mostrato in Fig. 1.7 ! ! 1 1 1 " B 01p cos #i + B'0ip cos #i = " B 01p cos #r 1 1 2

B 01p sin "i + B'0ip sin "i = B 01 p sin "r


!

13

Essendo Es=vBp=cBp/n e 1~2 si ha per i campi elettrici

"

1 1 1 E 0is cos #i + E'0is cos #i = " E 0rs cos #r v1 v1 v2


1

! da cui si ottiene
!

v1

E 0is sin "i +

v1

E'0is sin "i =

v2

E 0rs sin "r

rs =

E'0is E 0is

="

sin(#i + #r )

sin(#i " #r )

(1.16a)

ts =

E 0rs E 0is

2sin "r cos "i sin("i + "r )

(1.16b)

Nota. In molti testi la componente parallela p viene contrassegnata dalla lettera greca o dal segno //,! cos come la componente normale s viene indicata con o con |. La componente s si pu trovare anche indicata come TE, da Transverse Electric (ossia vettore E trasversale rispetto al piano di incidenza), la componente p come TM, da Transverse Magnetic (ossia campo B trasversale rispetto al piano di incidenza, quindi E a 90). Ci che si misura in laboratorio lenergia ottica trasportata dal raggio luminoso nellunit di tempo, ossia la potenza luminosa W. Ricordiamo che lintensit luminosa legata alla potenza luminosa e al campo elettrico da

I=

W S

"

2Z

2 E0

(J/s)/m2

(1.17)

! dove S la sezione del fascio luminoso, Z = " ~ (1 n ) 0 "0 = Z 0 / n limpedenza


ottica del mezzo, Z0 quella del vuoto, e nella (1.3) si assunto che la r del mezzo valga circa 1, per cui n = "r .

Riflettanza. il rapporto tra la potenza ottica riflessa e quella incidente !


R= Wi' Wi
=

E'0i

2 E 0i

(1.18a)

14

Trasmittanza. il rapporto tra la potenza ottica rifratta e quella incidente


T= Wr Wi I rS r I iS i
2 n 2E 0r cos "r 2 n 1E 0i cos "i

(1.18b)

dove i coseni sono indice della variazione nella sezione del fascio luminoso (Fig. 1.8).
!

Si i Sr r
Fig. 1.8. Nella rifrazione, la sezione del fascio cambia, quindi il rapporto delle potenze incidente e rifratta diverso da quello delle corrispondenti intensit.

Sostituendo le (1.15) e (1.16) nelle (1.18), scritte per le due componenti parallele (p) e perpendicolari (s) al piano di incidenza, si trova

Rp =
2 E 0rp 2 E 0ip

E'0ip

2 E 0ip

tg2 ("i # "r ) tg2 ("i + "r )


= sin 2"i sin2"r

(1.19a)

Tp =

n 2 cos "r

n 1 cos "i sin2 ("i + "r ) cos2 ("i # "r ) !


2

4 sin2 "r cos2 "i

sin2 ("i + "r ) cos2 ("i # "r )

(1. 19b)

Rs =
2 E 0rs

E'0is

2 E 0is

sin2 ("i # "r ) sin ("i + "r ) = sin2"i sin2"r sin2 ("i + "r )
2

(1.20a)

Ts =

E2 ! 0is

n 2 cos "r 4 sin2 "r cos2 "i n 1 cos "i


sin2 ("i + "r )

(1.20b)

Le espressioni ottenute sono rappresentate nelle Figg. 1.9(a) e 1.9(b).


!

15

1 Trasmittanza componente parallela piano incidenza 0,8

1 Trasmittanza componente 0,8 normale piano incidenza

Rp, Tp

1/2 0,4 Angolo di Brewster 0,2 Riflettanza componente parallela piano incidenza 0 0 20 40 60 Angolo di incidenza 80

Rs, Ts

0,6

0,6 1/2 0,4

0,2 Riflettanza componente normale piano incidenza 0 0 20 40 60 Angolo di incidenza 80

(a)

(b)

Fig. 1.9(a,b). Riflettanza e trasmittanza della potenza ottica associata alle componenti parallela (a) e normale (b) al piano di incidenza in funzione dellangolo di incidenza i. I calcoli sono fatti per il caso in cui il primo mezzo laria e il secondo il vetro, ossia per un rapporto n2/n1=1.5.

Per ciascuna componente del campo, la somma dei due coefficienti vale sempre 1, garantendo la conservazione dellenergia. Si noti che per i/2, ossia per incidenza radente, i coefficienti di riflessione tendono a 1 e quelli di trasmittanza 0, vale a dire che la luce interamente riflessa, come da uno specchio perfetto. Nel caso in cui londa incide da un mezzo pi rifrangente a uno meno rifrangente valgono le stesse relazioni che portano ai grafici di Figg. 1.9 (a) e (b), salvo che occorre tener conto della presenza dellangolo limite. In Figg. 1.9 (c) e (d) sono raffigurate le relazioni di Fresnel nel caso n1=1.5 e n2=1.
1.0 0.8 0.6 0.4 0.2 n1=1.5 n2=1

Tp
Intensity

1.0 0.8 0.6 0.4 0.2

Ts

Intensity

n1=1.5 n2=1

Rp
0.0 0 20 40 0.0

Rs
0 20 40

!i ()

60

80

!i ()

60

80

(c)

(d)

Fig. 1.9(c,d). Riflettanza e trasmittanza della potenza ottica associata alle componenti parallela (c) e normale (d) al piano di incidenza in funzione dellangolo di incidenza i. I calcoli sono fatti per il caso in cui il primo mezzo il vetro e il secondo laria, ossia per un rapporto n2/n1=0.67.

16

Se la luce incidente non polarizzata, si pu ragionare come se essa in ogni istante risultasse dalla combinazione di due componenti, una polarizzata p e laltra s, ciascuna di potenza ottica pari al 50% di quella totale. La riflettanza e la trasmittanza sarebbero allora date da

R=

1 2

(Rs + Rp )

T=

1 2

(Ts + Tp )

con R+T =1

e avrebbero landamento illustrato in Figg. 1.10(a,b).

1.0

T
0.8

Intensity

0.6

n1=1.5 n2=1

0.4

0.2

R
0.0 0 20 40

!i ()

60

80

(a)

(b)

Fig. 1.10. Trasmittanza e riflettanza di luce non polarizzata in funzione dellangolo di incidenza: (a) per n2/n1=1.5 e (b) per n2/n1=0.67.

1.6.1 Incidenza normale. Per incidenza normale, il campo elettrico giace nella superficie di separazione dei due mezzi. La condizione al confine allora E1=E2, ossia
E 0i = E'0i + E 0r
2 mentre la conservazione dellenergia, essendo I = nE 0 2Z 0 , permette di scrivere !

2 2 n 1E 0i = n 1E'0i + n 2E 0r !

(si noti che la sezione del fascio ora eguale nei due mezzi). Il sistema a due incognite E0i, E0r ha come soluzioni: !

E'0i =

n1 + n2

n1 " n2

E 0i

E 0r =

n1 + n2

2n 1

E 0i

17 ovvero

r=
da cui
!

n1 + n2

n1 " n2

t=

n1 + n2

2n 1

R=

(n 1 " n 2 )2 (n 1 + n 2 )

T=

n2 n1

t2 =

4n 1n 2 (n 1 + n 2 )

(1.21)

dove il termine n2/n1 proviene dal rapporto Z1/Z2 delle impedenze dei due mezzi e si verifica nuovamente che R+T=1. ! ! 1.7 Angolo di Brewster Il coefficiente di riflessione Rp dato dalla (1.19a) diventa 0 allorch i+r=/2, o ci che lo stesso quando i+r=/2 (il raggio riflesso esce formando un angolo retto con il raggio rifratto). Langolo di incidenza per cui questo si verifica si chiama angolo di Brewster (pronuncia circa bruster). Possiamo trovare una relazione tra detto angolo (che contrassegniamo con il pedice B) e gli indici di rifrazione dei due mezzi:
sin "iB sin "iB sin "iB = tg"iB

sin "rB

sin(# /2 $ "iB )

cos "iB

ma poich vale la (1.13b), si conclude


!

"iB = arctg(n 2 n 1)

(1.22)

Una determinazione dellangolo di Brewster consente una misura dellindice di rifrazione relativo dei due! mezzi.

1.7.1 Esempi aria/vetro e aria/acqua. Nel caso del vetro (n2=1.5), langolo di Brewster vale
"iB = arctg(1.5 1) = 56
e la riflettanza a incidenza normale
!

R=

(n 1 + n 2 )2

(n 1 " n 2 )2

= 0.04

(4%)

Nel caso dellacqua (n2=1.33), si ha rispettivamente


!

"iB = arctg(1.33 1) = 53

R=0.02

18

1.7.2 Mezzo assorbente. Consideriamo il caso di incidenza normale su un mezzo non perfettamente trasparente. Mostreremo nel prossimo capitolo che in tal caso il campo nel mezzo assorbente dovr essere espresso tramite un vettore donda complesso e k dunque un indice di rifrazione complesso =n+i. Tralasciando i passaggi, si pu mostrare che la riflettanza a incidenza normale, esprimibile come
R=
2 (n 1 " n 2 )2 + # 2

2 (n 1 + n 2 )2 + # 2

(1.23)

Se 2>>n1, com il caso dei metalli nel visibile e nellinfrarosso a causa del forte assorbimento della radiazione da parte degli elettroni liberi, R1. Inoltre, si ! introduce uno sfasamento tra i raggi incidente e riflesso che funzione di n2 e 2. La misura di tale sfasamento, operata in aggiunta a quella della riflettanza, fornisce una seconda equazione per la determinazione dellindice di rifrazione complesso del secondo mezzo (questa procedura prende il nome di ellissometria).

1.7.3 Polarizzazione delle onde rifratta e riflessa. Le equazioni (1.19) e (1.20) e le corrispondenti Figg. 1.7 (a) e (b) mostrano che se la luce incidente non polarizzata, i raggi rifratti e riflessi sono almeno parzialmente polarizzati. Il raggio riflesso lo del tutto allorch lincidenza avviene allangolo di Brewster. In tal caso, essendo Rp=0, il campo elettrico dellonda riflessa vibra interamente in direzione perpendicolare al piano di incidenza (direzione detta asse del polarizzatore), mentre quello del raggio rifratto rimane solo parzialmente polarizzato perch, sebbene Tp valga 1, Ts rimane alquanto elevato. Tale circostanza permette di ricavare unonda polarizzata per riflessione facendola incidere con langolo di Brewster su una lamina di materiale trasparente [si veda lo schema in Fig. 1.11(a)]. Nelle vicinanze dellangolo di Brewster il raggio riflesso rimane comunque fortemente polarizzato. Il suo grado di polarizzazione , illustrato in Fig. 1.11(b), si definisce nel modo seguente

"R = (Rs # Rp ) /(Rs + Rp )


1
50% E s 50% E p
1

(1.24)

Grado di polarizzazione

! iB iB

Solo Es
0,8 Rs - Rp Rs + Rp

0,6

Sia E s che E p con Ep > Es

0,4

rB

0,2

0 0

20

40 60 Angolo di incidenza

80

(a) (b) Fig. 1.11. (a) Allangolo di Brewster il raggio riflesso interamente polarizzato in direzione normale al piano di incidenza (cerchietto nero). (b) Grado di polarizzazione del raggio riflesso.

19

1.7.4 Polaroid. Esistono modi pi semplici di ottenere luce interamente polarizzata. Tra questi i polaroid, lamine di plastica trasparente sulle quali stato depositato un sottile strato di gelatina costituita da macromolecole organiche in forma di lunghe catene parallele. Queste molecole hanno la propriet di trasmettere la componente del campo elettrico che oscilla normalmente alla direzione delle catene (direzione che rappresenta quindi lasse del polarizzatore), mentre laltra viene interamente assorbita (Fig. 1.12). I polaroid vengono in particolare utilizzati come dispositivi antiriflesso, purch siano opportunamente orientati in modo da lasciar passare solo la componente Rp dei raggi riflessi da una superficie (ossia quella che si annulla allangolo di Brewster), risultando tanto pi efficaci quanto pi il raggio emerge con angolo prossimo a quello di Brewster.
Catene molecolari Fascio di luce non polarizzato Fascio di luce polarizzato normalmente alla direzione delle catene

Fig. 1.12. Polarizzazione della luce tramite polaroid.

Per scopi di ricerca in laboratorio si preferisce produrre luce polarizzata per mezzo di prismi polarizzatori, che esamineremo nel Par. 8.2.2. 1.8 Legge di Malus Se la luce emergente da un dispositivo polarizzante sia esso un polaroid, un Nicol, o un riflettore posto allangolo di Brewster viene fatta passare attraverso un secondo polarizzatore (lanalizzatore), si osserva che la sua intensit dipende dallangolo formato dagli assi dei due polarizzatori. Precisamente, per una rotazione di 2, lintensit varia con continuit passando due volte per lo zero e altrettante per un valore massimo che in condizioni ideali (cio in assenza di perdite) la met dellintensit del raggio non polarizzato a monte del primo polarizzatore. Se I1 lintensit del fascio prima dellanalizzatore, lintensit emergente I2 descritta dalla legge di Malus:

I 2 = I 1 cos2 "

(1.25)

immediato rendersi conto di tale dipendenza considerando che il campo elettrico trasmesso dato dalla proiezione del campo emergente dal primo polarizzatore ! sullasse permissivo dellanalizzatore, quindi E2=E1cos e che le intensit sono proporzionali ai quadrati dei campi.

20 CAPITOLO 2

LA DISPERSIONE DELLA LUCE

2.1 Rifrazione da parte di un prisma6 Lindice di rifrazione di un mezzo non una costante, bens dipende dalla lunghezza donda della radiazione. Sperimentalmente si osserva infatti che se un fascio di luce bianca incide sulla superficie di separazione tra due mezzi, gli angoli di rifrazione sono diversi per le varie componenti cromatiche, come illustrano le Figg. 2.1 (a) e (b). La legge dei seni deve dunque riscriversi

n 1 ( "1 ) sin #i = n 2 ( "2 ) sin #r


1

! z

i i x

n()

Violetto

Rosso

Rosso

Violetto

(a)

(b)

Fig. 2.1. (a) Langolo di rifrazione risulta tanto pi piccolo quanto pi elevata la frequenza dellonda, indicando (b) che n, nella regione di trasparenza del materiale, cresce con .

2.1.1. Angolo di deviazione minima. Un modo per studiare sperimentalmente landamento di Fig. 2.1 (b) quello di utilizzare un prisma e cercare langolo di deviazione minima di raggi di diversa lunghezza donda (conosciuta). Si procede come illustrato in Fig. 2.2 (a). Sia i il comune angolo di incidenza sulla prima faccia del prisma e sia rr, diverso per ogni della luce, langolo di uscita dalla seconda faccia, dopo che i raggi hanno subito due rifrazioni. Sia langolo di deviazione totale di ciascun raggio monocromatico rispetto al raggio incidente. Se si ruota il prisma in modo da far variare i, si osserva che tale deviazione presenta un valore minimo min, e che ci si verifica allorch i=rr. min diverso per ogni e pu essere posto in diretta relazione con il particolare valore di n che le compete. La dimostrazione la seguente. Per maggiore chiarezza ridisegniamo la figura ingrandita per un unico raggio

Testo consigliato Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. IX.6.

21
A

rr
i
D

i-r r

r
C

rr

Fig. 2.2. Condizioni sperimentali per la misura dellangolo di deviazione minima.

(monocromatico). Notiamo anzitutto che

=r+r
e che, dal triangolo DEB, si ha

dr=-dr

(2.1)

per cui

= (i r) + (rr r) = (i + rr) (r + r) i+rr = +


(2.2)

Derivando rispetto allangolo dincidenza ed eguagliando a 0, si ha


d" d#i =1+ d#rr d#i =0 d"rr d"i

= #1

Dalla legge della rifrazione applicata alle due facce del prisma
! sin i = n sin r sin rr = n sin r che, differenziate, danno per la (2.1) !

cosi di = n cos r dr cosrr drr = n cos r dr = -n cos r dr Facendo il rapporto delle ultime due equazioni si ricava, dopo aver nuovamente tenuto conto della (2.1),
cos(" # $r ) cos $i =1

che appunto soddisfatta se

cos $r

cos $rr

rr=i e ! r=r

da cui r=/2

(e anche r=r)

22

Sostituendo nella (2.2) si ha

"rr = "i =
da cui la relazione cercata

#min + $
2

n ( ") =

sin#r

sin#i

sin ($min + %)/2 sin(%/2)

2.2 Trattazione classica della dispersione della luce Troviamo adesso una relazione teorica che lega lindice di rifrazione alla lunghezza ! donda della radiazione. relativamente ovvio che quando un campo elettrico oscillante si propaga in un dielettrico, la polarizzabilit degli atomi non pu essere eguale a quella prodotta da un campo statico, per il fatto che le cariche elettriche elettroni e nuclei presentano uninerzia dovuta alla loro massa, la quale gioca un ruolo tanto pi critico quanto pi alta la frequenza di oscillazione. In una grossolana approssimazione, ma che comunque porta a una buona stima alla dipendenza di n da osservata sperimentalmente, tratteremo il problema come se gli elettroni allinterno degli atomi fossero degli oscillatori classici, con frequenze proprie di oscillazione corrispondenti ai possibili salti di energia E tra le orbite quantizzate dellatomo di Bohr (quindi frequenze =E/h, dove h=6.626176 " 10-34 Js la costante di Planck). Partiamo dal caso in cui tutti gli Z elettroni dellatomo si comportino allo stesso modo e fissiamo lattenzione su una transizione che corrisponde a una pulsazione ! risonante 0=20=2 E/h. Lequazione di Newton, supponendo che il campo elettrico locale sia essenzialmente eguale al campo associato allonda allesterno del materiale, ossia Eloc=E0exp[i(t-kx)], per una data posizione x che possiamo prendere come origine, si scrive

mr "" + m#r " + kr = ZeE 0 exp(i$t)

(2.3)

dove m la massa dellelettrone un coefficiente di dissipazione dellenergia espresso in s-1, ossia come che corrisponde a un attrito proporzionale alla velocit ! della particella, e k una costante di richiamo di tipo elastico. La forza in gioco naturalmente di tipo coulombiano, ossia proporzionale a 1/r2, ma come si sa gi dalla meccanica per piccole oscillazioni attorno alla posizione di equilibrio lapprossimazione elastica giustificata (Fr=-kr). Lequazione dinamica ha come soluzione, a regime, una soluzione particolare della corrispondente equazione omogenea:

con

r(t)=r0 exp(it) r(t)=ir(t) r(t)=-2r(t)

(2.4) (2.5)

23

Sostituendo le (2.4) e (2.5) nella (2.3), si trova che lequazione soddisfatta se

r0 =

ZeE 0 m

" 2 # " 2 # i"$ 0

dove 0=k/m, come nel caso delloscillatore armonico elastico. Il momento elettrico indotto =Ze risulta quindi complesso, e lo stesso vale per la polarizzabilit del p r mezzo: !

% !=

p E

Zer0 exp(i"t ) E 0 exp(i"t )

Z 2e2 m

" 2 # " 2 # i"$ 0

(2.6)

Scriviamo nella forma


% ! = | ! | exp(i" )

dove
% %% | ! | = | !! *| =

Z 2e2 m (" 2 # " 2 )2 + $ 2" 2 0

tg" =

#$ $2 % $2 0

e rappresenta il ritardo di fase tra il dipolo indotto p e il campo E. Si noti che per ! =0, la polarizzabilit si riduce a quella reale =Z2e2/m02 gi nota per il campo elettrostatico.

2.2.1 Indice di rifrazione complesso. Il fatto che la polarizzabilit sia complessa si riflette sulla funzione dielettrica e sullindice di rifrazione, che sono ora complessi, oltre che dipendenti da . Le loro espressioni si ricavano passando attraverso la suscettivit elettrica complessa =N /0, dove N il numero di atomi nellunit di volume del materiale. Sempre nellapprossimazione di campo locale eguale a quello esterno altrimenti si dovrebbe ricorrere alla relazione di Clausius-Mossotti, nota dallelettrostatica - si ha subito
% % % !r (" ) = 1 + # = 1 + N $ / ! 0

(2.7a) (2.7b)

% % n(! ) = "r (! ) = n + i#

Mostriamo adesso che la parte reale n responsabile degli effetti di dispersione che abbiamo descritto con luso del prisma, e che la parte immaginaria interviene nei processi dissipativi, ossia nellassorbimento dellonda. Introduciamo nellespressione

24 del campo elettrico viaggiante, ricordando che il vettore donda k dato da /v e osservando che la velocit =c/ ora complessa v

$ x ' $ ' x &i" ( # t)) = E 0 exp&i" (n + i*) # i"t)) = E = E 0 exp & v ) & ) c % ( % ( $ ' x x = E 0 exp&i" (n # t)) exp(#"* ) & ) c c % ( !

(2.8)

Il campo E dato dal prodotto di unonda viaggiante con velocit c/n (reale), dove n=n(), e di una funzione smorzata in funzione della distanza x percorsa nel mezzo, ! avente fattore di decadimento =/c, di nuovo con =(). Se lampiezza si smorza secondo un coefficiente , lenergia trasportata dallonda, proporzionale a E2, decade con un coefficiente di assorbimento = 2 = 2/c= 4/. Ci porta, per lintensit luminosa, alla legge di Lambert:

I (x ) = I 0 exp("#x )

(2.9)

Vogliamo ora ricavare delle espressioni per le due parti reale n() e coefficiente dellimmaginaria () dellindice di rifrazione. Riprendiamo la (2.7b) e facciamo ! lapprossimazione
1 % % % n(! ) = "r (! ) # 1 + "r (! ) 2

che relativamente buona per N piccolo, ossia per mezzi poco densi. Razionalizzando si trova

% n(! ) = Re(n) = 1 +

NZ 2e2

!2 # !2 0

2m" 0 (! 2 # ! 2 )2 + $ 2! 2 0

(2.10a)

% ! (" ) = Im(n) =

NZ 2e2

$"

2m# 0 (" 2 % " 2 )2 + $ 2" 2 0

(2.10b)

utile rappresentare nella Fig. 2.3 le equazioni scritte per meglio coglierne il significato fisico. Si osserva che lassorbimento massimo e lindice di rifrazione vale 1 alla pulsazione di risonanza 0. Lindice di assorbimento va a zero su ambo i lati del massimo. La semilarghezza della campana, come sappiamo dalla meccanica, si presenta tanto maggiore quanto pi elevato il termine di dissipazione . Per =0, caso per soltanto ideale, la campana diventa una funzione delta di area nulla, dunque non si

25 ha dissipazione e il mezzo trasparente. Lindice di rifrazione reale n tende al valore 1 per frequenze elevate perch linerzia impedisce alle cariche di seguire loscillazione del campo, dunque il comportamento del mezzo non differisce da quello del vuoto. Per basse frequenze, invece, n si mantiene sempre al di sopra del valore 1 per il contributo

Fig. 2.3. Parte reale e parte immaginaria dellindice di rifrazione di un mezzo assorbente.

della polarizzazione statica degli atomi, sempre possibile. Nella zona di frequenze corrispondenti alla radiazione visibile la derivata dn/d positiva, come indicato dallevidenza sperimentale (Fig. 2.1b). Tra il massimo e il minimo di n si osserva una regione di dispersione anomala che conduce a un indice di rifrazione minore di 1. Tale regione tipicamente quella della radiazione X. Nella realt, le transizioni elettroniche possibili allinterno di un atomo sono numerose e si avranno perci diverse possibili risonanze. Inoltre si possono avere oscillazioni risonanti di particelle con massa assai maggiore, quali gli atomi stessi e le molecole. La polarizzabilit complessiva sar data dalla somma delle polarizzabilit che provengono da ciascuna risonanza:

% % ! = " !i =
i

q2 i mi &(# 2i $ # 2 ) $ i% i# ) ( + ' 0 *

(2.11)

e procedendo come nel caso di una sola risonanza si ricavano delle espressioni per la parte reale n e immaginaria . Ci limitiamo a dare la prima, importante perch nella regione di trasparenza (come mostra la Fig. 2.4 dove tali espressioni sono rappresentate nel caso di un dielettrico con tre risonanze ben separate), lindice di rifrazione risente del contributo di tutte le transizioni possibili, anche alquanto elevate in energia, ci che non si verifica per lindice di assorbimento:

26
2 fi (! 0i " ! 2 ) 2 (! 0i " ! 2 )2 + # i2! 2

n = 1+ $
i

(2.12)

dove le varie costanti che competono a ciascun tipo di oscillatore sono state compendiate nel prefattore fi, detto forza dell'oscillatore. Per quanto concerne , si vedono delle bande di assorbimento chiaramente risolte. Riguardo a n, si nota che, per tendente allinfinito, per le ragioni sopra dette esso

Fig. 2.4. Parte reale e parte immaginaria dellindice di rifrazione di un mezzo assorbente con tre risonanze.

tende a 1, presentando un minimo al disotto di 1 nella regione degli X. Scendendo in frequenza, n mostra crescenti contributi positivi al valore 1 perch vengono ad aggiungersi uno dopo laltro i contributi delle diverse risonanze pi basse. In genere, le risonanze sopra il visibile corrispondono a transizioni elettroniche allinterno degli atomi, quelle pi basse tipicamente nellinfrarosso - a oscillazioni di particelle pi pesanti, quali le molecole. Al limite in cui tende a zero - caso statico - tutte le risonanze portano un contributo alla parte reale dellindice di rifrazione per il fatto che linerzia non pi in gioco.

2.2.2 Esempio: comportamento dellacqua. Lo spettro di assorbimento dellacqua nella regione che va dal medio infrarosso allultravioletto illustrato schematicamente in Fig. 2.5. Nellinfrarosso, ma anche nella zona delle microonde, lassorbimento dovuto alla risonanza con vari tipi di vibrazioni interne alla molecola H2O, molecola dotata di un dipolo elettrico. Le oscillazioni molecolari pi importanti sono illustrate in Fig. 2.6. grazie allassorbimento nellinfrarosso che le piante traggono energia dalla luce solare; ed grazie a risonanze nelle microonde che si realizza la cottura dei cibi

27

UV

IR Visibile
0.4 0.8

= 2c/ (in m)

Fig. 2.5. Spettro di principio dellindice di estinzione dellacqua in funzione della lunghezza donda della radiazione e.m.

negli appositi forni. Lassorbimento nellultravioletto ha luogo invece grazie alle transizioni elettroniche che si hanno allinterno degli atomi di ossigeno e di idrogeno. Nella zona del visibile lacqua a tutti gli effetti trasparente. Si pu misurarne allora lindice di rifrazione che, al centro della zona visibile, risulta valere attorno a 1.33. Il quadrato di n d allora un valore per la funzione dielettrica relativa, alla frequenza del campo e.m., r=1.77, assai pi piccolo del valore statico di r che 81. Tale differenza dovuta al fatto che, per frequenza tendente a zero, tutte le possibili oscillazioni, elettroniche e molecolari, vengono attivate dal campo, mentre a frequenze elevate solo le prime continuano a dare un contributo alla polarizzazione, le seconde rimanendo inattive per la maggiore inerzia associata alla massa degli atomi. H O
105

H
BENDING STRETCHING SIMMETRICO STRETCHING ASIMMETRICO

Fig. 2.6. Alcuni modi di vibrazione della molecola dacqua.

2.2.3 Approssimazione delloscillatore medio. Lindice di rifrazione nella regione di trasparenza di un materiale quindi determinato esclusivamente dalle transizioni elettroniche. In effetti, per confronto con lesperienza, si pu verificare che il suo andamento in funzione della lunghezza donda pu essere descritto in buona
approssimazione da un unico oscillatore caratterizzato da un opportuno " 0 medio alquanto pi elevato della soglia di assorbimento sul lato delle alte frequenze. Inoltre, poich nella regione di trasparenza n presenta un andamento alquanto disperso [si veda Fig. 2.1(b)], linclusione del termine di attrito nella (2.10a) risulta poco ! influente. Tale approssimazione porta a descrivere lindice di rifrazione (reale) di un qualsiasi materiale nella zona trasparente tramite lespressione semplificata:

28

n "1+

#2 $ %2 0

(2.13)

dove la costante C e la pulsazione media " 0 vanno determinati cercando il miglior ! adattamento ai dati sperimentali.

2.2.4 Dispersione e assorbimento da parte di elettroni liberi nei metalli.7 ! Riprendiamo lespressione (2.7a) per la complessa e introduciamovi la (2.6), ponendo inoltre 0=0 giacch, se gli elettroni che assorbono la radiazione non sono legati, non si hanno risonanze:
NZ 2e2
1

% !r (" ) = 1 #

! 0m " 2 + i"$

=1#

"2 p " 2 + i"$

(2.14)

dove si introdotta la cosiddetta frequenza di plasma

"p =

Ne 2Z 2 #0m

(2.15)

che risulta tanto pi elevata quanto pi alta la densit elettronica N, che come dire la conducibilit elettrica del metallo. Ricordando che !
% !r (" ) = (n + i# )2

(2.16)

ed eguagliando le parti reale e immaginaria delle due espressioni (2.14) e (2.16)

n "# =1"

$2 p $2 + % 2

(2.17a)

2n" =

2 #p 2 2

# +$ #

(2.17b)

Dalle (2.17), note la frequenza di plasma e il termine di attrito (che dato dal reciproco del tempo medio!tra due collisioni da parte degli elettroni, o tempo di rilassamento ), si possono ottenere i valori di n e in funzione della frequenza. Il
7

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 6.5.

29 tempo di rilassamento, ottenibile da misure di conducibilit, vale per i metalli attorno ai 10-13 s, corrispondenti a una frequenza situata nellinfrarosso. La frequenza di plasma p cade invece attorno ai 1015 s-1, che corrisponde alla parte alta del visibile o al vicino ultravioletto. Tenendo presenti tali valori, per n e si ottengono gli andamenti rappresentati tipicamente in Fig. 2.7. A basse frequenze, vale a dire nellinfrarosso e visibile inferiore molto elevato e ci si traduce in un valore della riflettivit prossimo a 1, come gi si detto in relazione alla (1.23). Al di sopra della frequenza di plasma lassorbimento tende a 0 e lindice di rifrazione si mantiene al disotto del valore unitario (naturalmente per quanto attiene al solo processo di assorbimento da parte di elettroni liberi).

n
1

IR

Visibile

UV

Frequenza di plasma

Regione assorbente e riflettente

Regione di trasparenza

Fig. 2.7. Tipici andamenti degli indici di rifrazione n e di estinzione in un metallo nella regione dellinfrarosso e visibile inferiore, dove domina lassorbimento da elettroni liberi.

In Fig. 2.8 sono mostrate indicativamente le riflettanze a incidenza normale di alcuni tra i principali metalli in funzione della lunghezza donda. Quelli che in tutto il visibile presentano un'elevata parte immaginaria di , quindi aventi grande potere assorbente - si veda la (1.23) - non presentano colorazione e sono praticamente

R
1
Al Au

Cu
R=

(n " 1)2 + # 2 (n + 1)2 + # 2

Ag

VISIBILE

0 0.2

0.4

0.8

(m)

Fig. 2.8. Andamenti indicativi della riflettanza di vari metalli attorno alla regione del visibile.

riflettenti al 100% in tutta la gamma da 0.4 a 0.8 m. Nelloro e nel rame, assume valori alquanto diversi lungo la gamma del visibile: per questo motivo, visti in riflessione, presentano una colorazione rispettivamente gialla e rossastra.

30 CAPITOLO 3

COERENZA DELLA LUCE E FENOMENI DI INTERFERENZA

3.1 Premessa: funzioni di intercorrelazione e di autocorrelazione8 Date due funzioni f(t) e h(t), il prodotto

f (t) h * (t + " )
mediato su un lungo intervallo di tempo informa su quanto due funzioni sono correlate (o, se vogliamo, simili), ossia in che misura la seconda funzione riproduce connotati ! della prima. Si ha una correlazione totale se la funzione h(t) si mantiene nel tempo identica alla f(t) quanto a frequenza, fase e ampiezza. Mostreremo che il grado di mutua correlazione tra due onde collegato al loro essere pi o meno coerenti. Si chiama funzione di intercorrelazione media - o mutua correlazione o crosscorrelation media quella data dalla seguente espressione

'1 * Cfh (" ) = limT #$ ) &TT f (t) h * (t + " )dt, % )T , (2 +

(3.1)

simbolicamente rappresentata come f (t) " h (t) . Si chiama invece funzione di autocorrelazione media quella in cui la h(t) coincide con la f(t) stessa (che ! naturalmente in un intervallo di tempo pu mutare):

'1 * T Cff (" ) = limT #$ ) f (t) f * (t + " )dt, &%T )2 , (T +

(3.1)

Essa d il grado di sovrapposizione di una funzione f(t) con se stessa se traslata sullasse dei tempi. Le funzioni di autocorrelazione sono di particolare utilit per ! individuare una segnale che risulti sepolto sotto un rumore di fondo a carattere casuale. La trasformata di Fourier si fonda sulla correlazione mutua tra il segnale misurato e le varie funzioni sinusoidali pure che costituiscono le diverse armoniche. Alcuni esempi di auto- e mutua correlazione per tre funzioni oscillanti tra -1 e 1 con andamento rispettivamente di onda quadra, onda sinusoidale e variazione casuale sono dati in Fig. 3.1.

Testo consigliato E. Hecht, Optics, Par. 11.3.4.

31

Fig. 3.1. Esempi di funzioni di autocorrelazione e intercorrelazione, e loro valori medi valutati sulla durata del segnale raffigurato.

3.2 Coerenza parziale e interferenza9 Nello studio dellinterferenza tra onde elettromagnetiche si suppone di norma che le due onde interferenti siano monocromatiche con eguale frequenza e costanti nel tempo in fase e ampiezza, come dire perfettamente coerenti. La luce naturale generata per emissione occasionale di singoli fotoni (ovvero pacchetti donda) da parte di un insieme di atomi i quali agiscono indipendentemente luno dallaltro: la radiazione complessivamente prodotta ha allora unampiezza e una fase - cos come una direzione di polarizzazione - che variano nel tempo in modo del tutto casuale. Inoltre, la luce emessa non , di norma, monocromatica, in primo luogo perch essa pu essere costituita dalla sovrapposizione di pi tipi di transizioni tra stati atomici. Questo il motivo per cui non possibile osservare fenomeni di interferenza tra raggi luminosi provenienti da sorgenti diverse. tuttavia possibile avere una coerenza parziale, vale a dire limitata a brevi intervalli di tempo. Se esprimiamo il campo elettrico come funzione complessa, lintensit della luce varia da istante a istante, quindi la si valuta come media nel tempo del prodotto EE*, dove E il campo risultante dalla sovrapposizione dei due campi E1 ed E2 che supporremo polarizzati allo stesso modo (quindi sommabili scalarmente):
* * * I =< EE * >=< (E 1 + E 2 )(E 1 + E 2 ) >=<| E 1 |2 + | E 2 |2 + 2Re(E 1E 2 ) >=

* = I 1 + I 2 + < 2Re(E 1E 2 ) >

! Supponiamo che sia il campo E2 a pervenire con un ritardo rispetto a E1, per esempio a causa di un percorso! lungo dalla sorgente. Chiamiamo funzione di mutua coerenza pi la funzione di intercorrelazione
9

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, Par. da 3.4 a 3.7.

32

* "12 (# ) =< E 1 (t)E 2 (t + # ) >

notando che, per =0, le funzioni di autocorrelazione

!
per i due campi valgono:

"ii (# ) =< E i (t)E i* (t + # ) >

* "11 (0) =< E 1 (t)E 1 (t) >= I 1 * "22 (0) =< E 2 (t)E 2 (t) >= I 2

! Introduciamo una funzione di intercorrelazione normalizzata, detta grado di coerenza parziale !

" 12 (# ) =

$12 (# ) $11 (0)$22 (0)

$12 (# ) I 1I 2

(3.1)

la quale esprime quanta correlazione esiste tra i due campi in tempi che differiscono per (oppure in punti diversi). 12 varia tra -1 e +1 e nel caso in cui I1=I2=I0 vale ! semplicemente 12/I0. Per lintensit globale I delle due onde in sovrapposizione si arriva infine a

I = I 1 + I 2 + 2 I 1 I 2 Re " (# )

[ ]

dove abbiamo lasciato cadere i pedici di . Lespressione per I pu scriversi, in alternativa, nel modo seguente: !

I = I 1 + I 2 + 2 I 1 I 2 | " (# ) | cos $%

(3.2)

dove lo sfasamento tra i due campi. Si vede che, in caso di perfetta coerenza al tempo , ||=1 e ! formula ricade in quella gi nota per sorgenti coerenti: si ha la interferenza massimamente distruttiva allorch cos =-1, massimamente costruttiva per cos =1. Per 1>||>0 si possono avere effetti di parziale interferenza, laddove per ||=0 si ha totale incoerenza e non possibile avere alcun tipo di interferenza (lintensit globale allora semplicemente data dalla somma I1+I2).

3.2.1 Visibilit delle frange. Quando la coerenza parziale, si pone il problema della visibilit delle frange di interferenza. Convenzionalmente, si definisce un parametro, detto appunto visibilit delle frange, nel modo seguente

33

V =

I max + I min

I max " I min

2 I 1 I 2 | # ($ ) |

I1 + I2

(3.3a)

che per un fascio sdoppiato tale quindi che I1=I2 - diventa

V = | " (# ) |

(3.3b)

Il contrasto massimo quando V=1 e invece scompare quando V=0. Si pu valutare un tempo di coerenza tra due onde, cercando per quale ritardo la visibilit delle frange ! scende dal suo valore massimo ad altro pi piccolo, da stabilire convenzionalmente (tipicamente si pu fare riferimento al suo dimezzamento). 3.3 Tempo e lunghezza di coerenza Consideriamo una situazione schematica, obiettivamente poco realistica, che tuttavia utile a dare unidea del significato fisico dei termini tempo e lunghezza e della loro dipendenza dalle caratteristiche della sorgente. Prendiamo una sorgente monocromatica e supponiamo che emetta unonda la cui fase resta costante per un tempo tc (tempo di coerenza), dopodich varia in modo del tutto casuale nellintervallo tra 0 e 2. Il campo elettrico pu essere rappresentato da

E (t) = E 0 exp(i"t) exp(i# (t))


dove (t) una funzione step del genere esemplificato in Fig. 3.2. Ogni salto di fase
! (t)

tc

2tc

3tc

4tc

Fig. 3.2. Andamento schematico a salti della fase di unonda.

associato a qualche effetto perturbativo, ad esempio a uninterazione dellonda e.m. con un atomo che comporti emissione di un fotone. Dividiamo il raggio in due parti di eguale ampiezza, indi ricomponiamolo (utilizzando per esempio lottica di un interferometro di Michelson, mostrata in Fig. 4.26). Valutiamo il grado di mutua coerenza in funzione del ritardo tra le due onde

34

" (# ) =
= limT "# 1
T

< E (t)E * (t + # ) > | E |2

& 0 [exp(i$t)exp(i% (t))][exp('i$ (t + ( ))exp('i% (t + ( ))]dt =


!

= limT "#

exp(i$% )

(T exp i & (t) ' & (t + % ) dt 0

{[

]}

(3.4)

con la scomparsa, per effetto dellintegrazione, dei termini periodici. Studiamo ora la funzione (t)(t + ), rappresentandola nel grafico di Fig. 3.3. ! 2

(t+)

(t)

tc
2tc 3tc 4tc

(t + ) (t) t

Fig. 3.3. La funzione (t+)-(t) diversa da zero solo negli intervalli di tempo ntc<t < ntc+ (con n=1, 2, 3), dove assume valori casuali.

Si pu osservare che, in ogni intervallo tc, per < t < tc, =0, mentre per 0<t<, 0 con valore casuale tra 0 er 2. Lintegrale in (3.4), effettuato nel primo intervallo tc vale:
1 %tc exp i " (t) # " (t + $ ) dt = 0

tc

{[

]}

1' $ * tc ) % 0 exp(i&")dt + %$ exp(0)dt, = + t (


c

= ! !

" tc

exp(i#$) +

tc % " tc

35 dove assume, al variare di t, valori del tutto casuali, mentre il termine (tc-)/tc eguale per tutti gli intervalli tc. Mediando su un gran numero di intervalli, ossia integrando e normalizzando su un T>>tc, il primo addendo nell'ultima equazione scritta va quindi a zero e il secondo mantiene il suo (unico) valore(tc - )/tc. Allora il grado di coerenza parziale, vale a dire la visibilit delle frange, esprimibile come
| " (# ) |= (1 $ # tc )

per < tc per > tc

| " (# ) |= 0

con landamento illustrato dalla retta in Fig. 3.4. Come intuibile, la visibilit va a zero ! quando il ritardo ! diventa eguale al tempo tc in cui la fase resta costante. Quindi, in termine di differenza dei cammini ottici dei due raggi interferenti, per la visibilit occorre che essa sia minore della lunghezza di coerenza, definita come Lc=ctc, la distanza, cio, sulla quale il campo elettrico E oscilla in modo almeno parzialmente

V=|()|
1 Modello 0 Sperimentale

tc

Fig. 3.4. Visibilit delle frange nel modello schematico adottato (retta) e in una reale misura sperimentale.

predicibile. Naturalmente, poich lintervallo tra successive emissioni di fotoni varia in maniera casuale, per tc si dovrebbe prendere un opportuno valor medio. Lesperienza mostra che nelle condizioni reali la diminuzione della visibilit con il tempo di coerenza decresce pi lentamente di quanto non predica il semplice modello, come mostrato indicativamente dalla curva tratteggiata in Fig. 3.5. 3.4 Larghezza spettrale La radiazione emessa da una qualsiasi sorgente non mai perfettamente monocromatica. Anche le righe emesse per ricombinazione di elettroni eccitati allinterno di un atomo hanno una loro larghezza di linea spettrale. Le cause di tale allargamento sono svariate. Anzitutto si ha un allargamento dovuto alleffetto Doppler associato alla distribuzione delle velocit degli atomi in un gas, che fa s che la frequenza della radiazione emessa differisca, seppur di poco, da atomo ad atomo. Tale allargamento ha forma di gaussiana, com appunto la distribuzione delle velocit, ossia del tipo exp[-()2/a2]. Lallargamento relativo si pu stimare dalla velocit media degli atomi <v>=(3kT/m)1/2, dove m la massa degli atomi; a met altezza del picco di emissione (situato alla frequenza ) esso vale

36
"# 8ln2 kT

Una seconda fonte di allargamento sono le collisioni tra atomi nei gas o le loro interazioni quando si trovano a distanze ravvicinate, come nei liquidi, nei solidi o nei ! gas sotto pressione. Le collisioni possono essere di tipo elastico o anelastico, a seconda che comportino un semplice salto di fase nellonda elettromagnetica o che determinino perdite di energia che possono essere considerate come dovute a fenomeni di attrito. Come tali portano a un allargamento lorentziano, ossia del tipo [()2+2]-1. A questo si aggiunge lallargamento cosiddetto naturale, anchesso di tipo lorentziano, essenzialmente legato alla durata finita di uno stato eccitato, e pu quindi essere riferita al principio di indeterminazione di Heisenberg. Salvo in rari casi il contributo dovuto all allargamento naturale sempre coperto dai contributi dovuti all effetto Doppler e alle collisioni. Infine, ma questo un effetto strumentale, la forma spettrale pu venire ulteriormente allargata anche qui in maniera gaussiana - a causa delle fenditure di ingresso e di uscita dei monocromatori, che di necessit debbono avere unapertura non nulla. In Fig. 3.5 sono mostrati i due tipi di allargamento gaussiano e lorentziano. In genere essi sono presenti simultaneamente, per cui la forma di linea spettrale corrisponde di norma a una convoluzione delle due funzioni gaussiana e lorentziana.

Fig. 3.5. Allargamento di riga gaussiano (Doppler e strumentale) e allargamento lorentziano (collisioni anelastiche e tempo di vita dello stato eccitato).

3.5 Coerenza spaziale Con coerenza spaziale si intende quella che riguarda unonda proveniente da una data sorgente, quando essa sia riferita a due diversi punti dello spazio. La coerenza longitudinale, cui si gi fatto cenno, riguarda due punti allineali sulla medesima direzione di propagazione (Fig. 3.6). Siano P1 e P2 tali punti e sia t12=(r2- r1)/c il tempo che londa impiega per passare dal primo al secondo. Affinch si abbia una coerenza elevata occorre che sia t12<<tc. Quanto alla coerenza trasversale, essa riguarda due punti situati su direzioni diverse di provenienza dalla sorgente, situati a eguale distanza da essa. Tale coerenza dipende ovviamente dallestensione della sorgente.

37

|r3|=|r1| S

P3

r1
P1

r2
P2

Fig. 3.6. La coerenza longitudinale si valuta con riferimento ai punti P1 e P2, quella laterale ai punti P1 e P3.

3.7 Pacchetti donda Coerenza e larghezza spettrale Sappiamo che, dato un segnale elettromagnetico di durata finita t ossia un pacchetto donda - il suo campo elettrico esprimibile tramite lintegrale di Fourier
# E (t) = $ 0 a (") cos "td"

(3.5)

il quale altro non che lestensione dello sviluppo in serie nelle armoniche di Fourier 1, 21, 31 per una ! funzione periodica il cui periodo di ripetizione si supponga allungato allinfinito. Nella (3.5) i coefficienti a(), che danno i pesi delle varie nel pacchetto, sono espressi da

a (") =

% &$% E 0 cos " 0t cos "tdt

(3.6)

essendo E(t)=E0cost e 0 la frequenza centrale del pacchetto donda (unico valore presente se t ). Le E(t) e a() sono dette trasformate di Fourier luna dellaltra. ! La distribuzione spettrale della potenza elettromagnetica descritta evidentemente dal quadrato di a(). Non essendovi segnale al di fuori dellintervallo t, gli estremi dellintegrale possono essere sostituiti da t/2 e t/2. Si pu dimostrare che, nellapprossimazione in cui t>>2/0, lintegrale (3.6) assume il valore
sin(

a (") # $

E 0%t
2&

2 "0 $ " 2

"0 $ "

%t)

(3.7)

%t

e a2(), riconducbile allintensit, ha landamento illustrato in Fig. 3.7. !

38

Fig. 3.7. Il coefficiente a() in (3.6) apprezzabilmente diverso da 0 solo in un intervallo di frequenze 2/t attorno alla frequenza centrale del pacchetto 0.

Si vede che il pacchetto donde contiene una gamma continua di frequenze attorno alla frequenza nominale emessa (0) - le singole frequenze nel pacchetto donda sono dette fasi - e che tale gamma tanto pi ampia quanto pi breve la durata del segnale:

"#"t = 2$

"#"t = 1

"E"t = h

(3.8)

che, se vogliamo, costituisce un principio di indeterminazione analogo a quello che ! viene introdotto in meccanica quantistica per le particelle elementari.10 ! !

3.7.1 Propagazione del pacchetto Velocit di fase e di gruppo.11 Occorre chiedersi come si propaga il pacchetto, vale a dire lenergia luminosa, visto che in un mezzo dispersivo le singole fasi viaggiano con velocit differenti. Riscriviamo lintegrale di Fourier per unonda viaggiante:
E (x , t) = % #$" a (") exp &i ("t & kx ) d"
con <<0. Moltiplichiamo e dividiamo per exp[-i(0t-k0x)], ottenendo
! E (x , t) = exp "i (# 0t " k 0x ) & $%# a (#) exp "i (# " # 0 )t " (k " k 0 )x ) d#

{[

]}

(3.9)

dove lesponenziale che precede lintegrale unonda viaggiante con velocit

!
10 11

Si veda ad esempio G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 7.11. Testo consigliato: Amaldi-Bizzarri-Pizzella, Fisica II, Cap. 16.

39

v0 =

"0 k0

c n (" 0 )

(3.10)

detta velocit di fase, mentre lintegrale stesso rappresenta una funzione inviluppo A(x,t) a forma di campana che d un profilo spazio-temporale allampiezza dellonda ! viaggiante (si veda in Fig. 3.8 la dipendenza spaziale, disegnata a un istante fissato). La velocit del pacchetto nel suo insieme quella con cui avanza A(x,t), detta velocit di gruppo, che evidentemente data da

vg =
ossia
!

" # "0 k # k0

d" dk

1 dk / d"

1 d(n" c) / d"

Fig. 3.8. Profilo spaziale dellonda viaggiante di frequenza 0, con ampiezza controllata dalla funzione inviluppo A(x,t).

# n " dn &)1 c # " dn &)1 c ( = %1 + ( < vg = % + % ( % ( c c d" ' n $ n d" ' n $

(3.10)

purch la dispersione dn/d non sia negativa, cio anomala. Dunque la velocit di fase, nella regione in ! lindice di rifrazione reale vale meno di 1, pu superare il valore c cui che la luce ha nel vuoto. Non cos la velocit di gruppo, che sempre minore di c/n, e che corrisponde alleffettivo moto dellenergia, vale a dire del segnale che effettua un comando o porta dellinformazione. In Fig. 3.9 si mostra schematicamente, considerando tre istanti successivi, come la fase pu correre in avanti rispetto al moto del pacchetto donda complessivo.

40

Fig. 3.9. Moto di un pacchetto donda: la fase avanza pi velocemente del pacchetto nel suo insieme.

Nel caso di un pacchetto donda, si conviene di accettare che londa possa considerarsi essenzialmente monocromatica e che la sua fase sia prevedibile entro un tempo t, vale a dire per la larghezza temporale del pacchetto. Ogni fotone un pacchetto donda con una propria durata caratteristica t e la luce, costituita da fotoni, la sovrapposizione di un grande numero di essi. Ad ogni emissione di un ulteriore fotone, la fase complessiva del fascio luminoso cambia, il che avviene mediamente con un intervallo di tempo <t>. Allora la larghezza di banda media in frequenza data da =/2=<t>-1. Invertiamo ora il ragionamento, partendo da una riga di emissione luminosa avente una larghezza nota : si pu stimare che il tempo di coerenza per il quale prevedibile la fase dellonda valga qualcosa come

tc =< "t ># 1/ "$


In questa luce, il tempo di coerenza rappresenta una misura della purezza spettrale della sorgente. Possibili esempi sono: (a) un laser di elevata qualit, per il quale la ! larghezza di riga vale 104 Hz, e che si caratterizza quindi con una lunghezza di coerenza Lc=ctc=c/ 30 km; (b) un tubo a scarica per il quale Lc 2.5 mm, e infine (c) la luce solare, la cui lunghezza di coerenza scende di un ulteriore fattore 1000.

41 CAPITOLO 4

DIFFRAZIONE E INTERFERENZA

4.1 Il principio di Huygens-Fresnel12 Il principio di Huygens-Fresnel permette di tracciare i fronti donda successivi a un dato fronte, che sia noto indipedentemente dalla natura e dalle caratteristiche della sorgente. Secondo tale principio, che si riveler di fondamentale importanza nello studio di almeno due fenomeni, la diffrazione e la birifrangenza, si enuncia nel seguente modo: tutti i punti del fronte donda di partenza possono riguardarsi come sorgenti elementari di onde sferiche e la loro superficie inviluppo, tracciata dalla parte dellavanzamento dellonda dopo un periodo T della stessa, costituisce il fronte donda successivo. Tale costruzione mostrata in Fig. 4.1 per tre tipi di fronte donda, rispettivamente generico, sferico e piano. Si pu dimostrare che se si applica la stessa procedura nel verso opposto a quello di avanzamento dellonda, i fronti donda elementari interferiscono distruttivamente e non danno perci luogo a un fronte donda regressivo.
Nuovo fronte donda Fronte donda primitivo Fronti donda Sferici elementari Primitivo Primitivo Nuovo

Nuovo

Fig. 4.1. Costruzione di successivi fronti donda da uno conosciuto tramite la costruzione di Huygens.

4.1.1 Esempio: legge della rifrazione la costruzione di Huygens.13 Il principio di Huygens-Fresnel si presta a dimostrare in una terza maniera la legge della rifrazione. Si abbia la situazione illustrata in Fig. 4.2: un raggio con fronte donda piano incide sulla superficie di separazione (piana) di due mezzi omogenei, formando un angolo i rispetto alla normale. Sia la frequenza del campo e.m. Il fronte donda, che normale al foglio, forma un angolo i con la superficie. Quando il fronte donda tocca il piano di separazione (punto A), si potr individuare un altro punto B che dista 1 da esso, essendo 1=c/n1 la lunghezza d'onda nel mezzo 1. Facciamo trascorrere un
12 13

Testo consigliato Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. X.7. Testo consigliato Mazzoldi-Nigro-Voci, Fisica, Vol. II, Nota in Esempio 14.2.

42 periodo T=1/ dellonda: dopo tale tempo, il punto B sar avanzato esattamente in B, al confine dei due mezzi. Se si suppone che il secondo mezzo sia pi denso, vale a dire n2>n1 e v1>v2, nel contempo il punto A avr generato unonda secondaria sferica alla Huygens, il cui raggio sar 2=c/n2, pi piccolo di 1. Lomogeneit del secondo mezzo ci assicura che raggio incidente e raggio rifratto giacciono nello stesso piano e che il fronte donda sar piano e perpendicolare al foglio, come nel primo mezzo. Baster allora individuare due suoi punti per poterlo tracciare. Un punto ovvio B, un
Fronte donda incidente

B
1

i i 2

D
r
Fronte donda rifratto

A
r

Fig. 4.2. Dimostrazione della legge di CartesioSnell tramite la costruzione di Huygens.

secondo , per il principio di Huygens, il punto di tangenza del fronte donda con il fronte elementare generato da A, punto che indicheremo con A. Si potrebbero tracciare fronti donda elementari da qualsiasi altro punto del segmento AB ed essi risulterebbero ovviamente tangenti allo stesso piano (si veda come esempio il fronte donda in tratteggio generato in D). Quanto alla direzione del raggio nel secondo mezzo, essa data dalla congiungente di A con A, visto che A il punto dove A si spostato nel tempo T=1/. Si tratta infine di dimostrare che r e i sono legati dalla legge dei seni (1.13b). Consideriamo i due triangoli rettangoli ABB e AAB aventi lipotenusa AB in comune. I loro cateti 1 e 2 sono proporzionali ai seni degli angoli opposti, dunque

"2 "1

sin#r sin#i

n2

n1

che di nuovo la relazione di Cartesio-Snell. importante aver capito a fondo questa procedura perch verr in seguito utilizzata sistematicamente nello studio della ! rifrazione da parte dei mezzi anisotropi. Lasciamo al lettore di verificare in proprio che lapplicazione del principio di Huygens alla riflessione porta al risultato gi acquisito che langolo di incidenza e langolo di riflessione sono eguali.

43 4.2 Diffrazione Nel caso in cui alla propagazione libera dellonda si frappone un ostacolo, quale pu essere un bordo o uno schermo opaco con unapertura, il fronte donda muta aspetto: in Fig. 4.3 illustrato lesempio di una fenditura, con la stessa disposta perpendicolarmente alla pagina. Mentre il fronte donda incidente piano, il fronte donda emergente grosso modo cilindrico, avendo soltanto una limitata zona centrale, larga quanto la fenditura, dove si mantiene piano. A grande distanza, il fronte diventa a tutti gli effetti pratici cilindrico e lo perfettamente nel limite in cui la larghezza della fenditura tende a zero; se poi anche la dimensione longitudinale della fenditura si riduce a tutti gli effetti a zero vale a dire se si ha a che fare con un foro pressoch puntiforme - i fronti donda emergenti si presentano sferici. Effetti del genere hanno luogo con ogni tipo di onda, ad esempio con quelle superficiali di un liquido, come facile verificare per mezzo di un endoscopio (visto in meccanica).

Fronti donda entranti

Fronti donda uscenti

Direzione di propagazione dei raggi

Fig. 4.3. Una fenditura lunga e sottile (qui vista da sopra) trasforma fronti donda piani in fronti donda grosso modo cilindrici, aventi per asse la fenditura stessa.

4.3 Interferenza da diffrazione: singola fenditura14 Prima di entrare in una trattazione pi approfondita delle figure di interferenza prodotte dalla diffrazione causata da unapertura, proponiamo una deduzione semplificata (che tuttavia ha un chiaro significato fisico), nelle condizioni di lavoro sperimentale dette alla Fraunhofer. Questa modalit consiste nellosservare linterferenza dovuta ai vari raggi uscenti dalla fenditura ponendosi a distanza infinita da essa, in modo da poter limitare la considerazione ai soli raggi che escono tra loro paralleli (la modalit sperimentale in cui ci si pone non lontano dalla fenditura detta alla Fresnel). In laboratorio, linterferenza-diffrazione alla Fraunhofer pu essere
14

Testi consigliati Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. X.10.1-X.10.4, G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 5.4.

44 osservata ponendosi ad alcuni metri di distanza dalla fenditura, oppure utilizzando una lente L che focalizzi i raggi su uno schermo S posto nel fuoco della lente, che ha cio leffetto di portare linfinito al finito (Fig. 4.4). Sia x la coordinata del generico punto nella fenditura: x varia quindi tra 0 e d, la larghezza della fenditura. Sia inoltre langolo formato dalla direzione dei raggi incidenti e dei particolari raggi emergenti su cui intendiamo fissare lattenzione.

S
xsin

d x
0 P

Fenditura

Fig. 4.4. Assetto sperimentale di Fraunhofer per losservazione dellinterferenza associata alla diffrazione da singola fenditura.

Per calcolare in un generico punto P il campo complessivo dovuto alla sovrapposizione degli infiniti raggi uscenti sotto langolo , basta integrare su tutti i contributi per 0< x<d, osservando che al livello della fenditura le onde sono tutte in fase perch appartengono allo stesso fronte donda, e che quindi per valutare il loro effetto dinterferenza basta considerare soltanto lo sfasamento kxsin che ciascuno di essi accumula rispetto al raggio uscente da 0 per il fatto di dover percorrere un cammino pi lungo. Esprimendo i campi con una funzione cosinusoidale, il campo risultante dunque
d E (P , t) = a % 0 cos(kx sin " # $t)dx

(4.1)

dove a una costante. Merita sottolineare la semplicit del metodo di Fraunhofer, che evita di dover ! considerare gli effetti di interferenza dovuti a raggi con diverso angolo di uscita, permettendo di eseguire un semplice integrale su x, essendo , una volta scelto il punto P, un parametro fisso. Poniamo

kx sin " = y
usiamo la relazione trigonometrica

kd sin " = #

(4.2)

cos(y " #t) = cos y cos #t + sin y sin #t

45

e notiamo che per le (4.1) dx=dy/ksin =(d/)dy ci che porta rapidamente a scrivere per il campo risultante

E (P , t ) =
dove

ad "

(A cos #t + B sin #t )
B=

A=

# 0 cos ydy = sin "

"

# 0 sin ydy = 1 $ cos "

"

! Lintensit si calcola dal valor medio temporale del quadrato di E. Notando che

! < cos "t >=< sin2 "t >= 1/2


2

< sin "t cos "t >= 0


! si trova per lintensit media

I (P ) =

! a d A2 + B 2
2 2

"2
=

a 2d 2 $ 2 ' &sin " + 1 + cos2 " # 2cos " ) = = % ( 2" 2

a 2d 2 "2

!
Poniamo adesso

(1 # cos ") =

a 2d 2 "2

2sin2

"
2

!
che conduce infine a

"=

#
2

kd sin $
2

%d &

sin $

(4.3)

I (P ) =

# & a 2d 2 % sin2 " ( 2 % "2 ( $ '

(4.4)

la nota formula che d la figura di interferenza osservata sullo schermo S in Fig. 4.4. La sua rappresentazione grafica data in Fig. 4.5. Nellesperimento con fenditura ! si osservano delle strisce luminose parallele alternate a strisce buie. Quella centrale corrispondente a =0, ossia sin=0 - presenta un elevato livello di intensit; i massimi laterali sono molto pi deboli e si verificano per =(3/2), (5/2), (7/2); gli zeri si incontrano allorch =n, vale a dire per

sin " = n

# d

$"

(4.5)

46

dove giustificato porre sin, perch si ha a che fare con angoli piccoli. Il massimo

Fig. 4.5. Figura di diffrazione alla Fraunhofer da parte di una singola fenditura.

centrale, compreso tra i due primi zeri, ha larghezza angolare, come vista dalla fenditura, 2=2/d. Dalla (4.5) si evince che se d cresce, ossia se la fenditura si allarga, i massimi della figura di diffrazione si restringono: al limite in cui d, 0, cio la luce emergente si propaga in linea retta (i fronti donda restano piani) e leffetto di diffrazione sparisce; invece per d0, si ha il massimo sparpagliamento della luce e i fronti donda uscenti sono perfettamente cilindrici.

4.3.1 Potere risolutivo spaziale (o potere separatore). La presenza di diffrazione si ha ogni qualvolta la luce deve passare attraverso lapertura di uno strumento ottico, com per un cannocchiale, un telescopio, un microscopio. Ci rende la visione meno nitida e in particolare impedisce di vedere separati due oggetti troppo vicini. Nel caso di un telescopio, supponiamo di voler osservare due stelle alquanto vicine. Lasse dello strumento verr posto in modo da passare per la posizione intermedia tra le due stelle, cosicch sullo schermo di osservazione i rispettivi massimi di interferenza cadranno fuori asse da parti opposte (Fig. 4.6). Convenzionalmente, per la separabilit delle immagini delle due stelle
Apertura telescopio Asse ottico

Fig. 4.6. Parziale sovrapposizione dellimmagine di due stelle causata dalla diffrazione da parte dellapertura del telescopio.

47

osservate si adotta il criterio di Rayleigh: due oggetti appaiono distinti fino al punto in cui il massimo principale delluno va a sovrapporsi al primo zero dellaltro, situazione mostrata in Fig. 4.7. Ci conduce alla seguente definizione di potere risolutivo spaziale (avendo al solito approssimato sin):

"#fendit = min

$ d

(4.6)

Fig. 4.7. Condizioni limite per la separabilit di due stelle viste al telescopio (criterio di Rayleigh).

Nel caso di unapertura circolare (foro), le zone luminose e scure hanno forma di cerchi concentrici e il potere separatore va corretto con un fattore 1.22, come dimostreremo nel seguito:

"#foro min

circ

= 1.22

$ d

(4.7)

4.3.2 Principio di Babinet. Abbiamo fin qui discusso solamente la diffrazione prodotta da uno schermo ! sul quale sono praticate fenditure (o fori). Un problema interessante, e a prima vista molto pi difficile, quello delle sfocature delle ombre causate dalla diffrazione. Se abbiamo un oggetto piccolo o sottile, ad esempio un capello e ci interessa la figura di diffrazione a grandi distanze, dobbiamo calcolare l'ampiezza, prodotta dalla diffrazione, A(). La maniera ovvia sarebbe immaginare uno schermo che ha una sola singola apertura molto grande, che si estende ovunque eccetto dove c' l'oggetto. Dovremmo quindi sommare le onde sferiche aventi origine da tutta l'apertura dello schermo, esclusa la piccola zona occupata dall'oggetto. Non tuttavia necessario risolvere questo problema piuttosto complesso, poich si pu giovarsi di un principio, detto di Babinet, che stabilisce: se si hanno due schermi complementari A e B tali che, dove lo schermo A ha un'apertura praticata su un fondo assorbente, lo schermo B non abbia apertura e sia invece trasparente altrove, la

48 figura di diffrazione I() prodotta dai due schermi sar identica ad eccezione, esattamente, per langolo = 0. 4.4 Diffrazione da fenditura doppia15 Si abbiano ora due fenditure vicine e parallele. In questo caso si ha un doppio effetto di interferenza: primo quello individuale di ciascuna fenditura; secondo quello incrociato tra i raggi delluna e dellaltra fenditura (Fig. 4.8). Poniamoci ancora nelle condizioni di Fraunhofer. Supponendo d<<D, la prima dar una struttura inviluppo a passo lungo, la seconda una struttura fine. Linterferenza tra raggi omologhi ossia con la stessa x - provenienti dalluna e dallaltra delle due fenditure dipende dalla differenza di cammino ottico r=r2r1=Dsin, per cui la loro differenza di fase vale

"# = 2$

%r &

2$D sin '

&

r= Dsin d D d

Fig.4.8. Diffrazione da doppia fenditura.

e lintensit

I = I 1 + I 2 + 2 I 1 I 2 cos "# = 2I (P )(1 + cos "#)


dove si presa la stessa intensit - I(P) - per le due fenditure. Lespressione per I(P) data dalla! (4.4) che, sostituita nellultima espressione scritta, porta infine a

I (P ) =

a 2d 2 sin2 ("d sin # $)


("d sin # $)
2

[1 + cos(2"D sin # / $)]

(4.8)

!
15

Testo consigliato Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. X.10.3.

49 La (4.8) rappresentata in Fig. 4.9: il secondo fattore - linterferenza incrociata presenta frange con andamento sinusoidale di periodo breve, tanto pi breve quanto

Fig. 4.9. Figura di interferenza dovuta alla diffrazione da parte di due fenditure affiancate.

maggiore la separazione D delle fenditure; il primo fattore modula lampiezza del secondo con un andamento tipo fenditura singola, con passo tanto pi lungo quanto minore la larghezza d delle fenditure. 4.5 Reticolo di diffrazione16 Se il numero delle fenditure parallelamente affiancate diventa elevato, si ha un reticolo di diffrazione, il quale pu agire per riflessione o per trasmissione. Sia ora D il passo del reticolo, come illustrato in Fig. 4.10, d la larghezza delle fenditure e infine N il numero totale dei passi. Evitando di entrare nei dettagli matematici, diremo

d D

Fig. 4.10. Un reticolo di diffrazione per trasmissione.

16

Testo consigliato Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. X.10.4 o anche G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 5.4.

50 che lespressione dellintensit osservata al variare dellangolo di emergenza sempre nellassetto di Fraunhofer data adesso da

I = cos t " d 2
dove

sin2 # sin2 N$

#
! " = #d sin $ %

sin $

(4.9)

"=

# b $N

sin % =

#D sin % $

(4.10)

Detta intensit rappresentata in Fig. 4.11. Si rileva che i picchi pi intensi dellinterferenza incrociata plurima sono contenuti nellinviluppo formato dal massimo ! ! principale della figura di diffrazione di singola fenditura. Accanto a massimi secondari di piccola intensit, che tendono a sparire tanto pi quante pi sono le fenditure, si hanno massimi principali, il pi intenso essendo quello detto di ordine 0 (luce emergente con angolo nullo), gli altri pi deboli in ragione del loro numero dordine. I massimi principali divengono sempre pi stretti allaumentare del numero delle fenditure e inoltre il rapporto tra la loro intensit e quella dei massimi secondari aumenta come N2. Nei reticoli di uso in laboratorio, N pu valere 1000 e oltre: a tali livelli, i massimi principali sono delle righe strettissime e i secondari svaniscono.

Fig. 4.11. Massimi principali e massimi secondari di un reticolo di diffrazione con luce incidente normalmente ad esso.

utile annotare che i massimi principali si incontrano quando vale

sin " = n

# D

con n=0, 1, 2

(4.11)

dove n rappresenta il loro numero dordine, gli zeri per

51

sin " = m
e i massimi secondari per

# ND

con nm=1, 2, 3

(4.12)

! sin " = n ,

# d

con n=1, 2, 3

4.5.1 Semilarghezza dei massimi principali. Dalla (4.11), lennesimo massimo principale (lato positivo) si ha per !
sin " = n

# D

mentre dalla (4.12) lo 0 pi prossimo ad esso si ha per

!
sin" ! = m

# ND

con

n N

=n +

m = nN + 1

Poich di poco superiore a , possiamo scrivere +, e quindi ! ! sin" ! # sin" + cos "$" = n% / D da cui per la semilarghezza dei massimi principali si ottiene

!" #

sin" $ % sin" cos "

(nN + 1) & / D % n& / D cos "

&

ND cos "

(4.13)

il che conferma che i massimi tendono a prendere la forma di righe molto strette per N sufficientemente grande. Dalla (4.11) si nota che i massimi principali di qualsiasi ordine n si osservano per un particolare valore di per ogni particolare lunghezza donda . Il reticolo di diffrazione permette quindi la separazione delle varie componenti cromatiche in un fascio di luce composita e inoltre fornisce un modo per determinare . Esso pu dunque essere usato in luogo del prisma con il vantaggio di offrire una corrispondenza lineare tra e sin, e approssimativamente con stesso.

4.5.2 Dispersione angolare e potere risolutivo del reticolo. Viene detta dispersione angolare la derivata d/d. Se piccolo pu essere confuso con il diffrenziale d, e cos pure con d. Differenziando la (4.11) lato positivo si ha
cos"d" = nd# / D

52 da cui

"# "$

n D cos #

(4.14)

dove si osserva che se n cresce o D diminuisce la dispersione d/d aumenta, che come dire che la risoluzione spettrale migliora se lordine elevato oppure se il passo ! del reticolo piccolo. Allordine 0 non si ha dispersione e tutte le righe si trovano sovrapposte. Lesempio schematico in Fig. 4.12 aiuta a comprendere la situazione sperimentale quando la luce incidente sul reticolo costituita, ad esempio, da due righe di lunghezza donda 1 (verde) e 2 (rossa). Secondo il criterio di Rayleigh gi introdotto in Par. 4.3.1 la separazione minima nella (4.14) - a cui due righe possono vedersi ancora separate corrisponde alla loro semilarghezza (4.13). Allora

"#min = "$min

n D cos #

ed anche

"#min =

N D cos #

!
n=0

!
n=1 n=2

Fig. 4.12. Righe dei vari ordini di luce costituita da due componenti cromatiche (verde sovrapposto a rosso d giallo).

da cui infine

"#min =
e un potere risolutivo

# Nn

R=

" #"min

= nN

(4.15)

Il potere risolutivo cresce quindi linearmente sia con lordine del massimo principale sia con il numero totale delle fenditure. Per un buon reticolo R vale attorno a 105. ! I monocromatori moderni usati in esperimenti di natura spettroscopica sono costituiti da reticoli, o eventualmente da doppi reticoli, nel caso sia necessario, oltre a un buon potere risolutivo, ridurre al minimo la presenza di eventuale luce diffusa che produca un nocivo fondo policromatico. La luce da esaminare viene fatta passare attraverso una sottile fenditura posta allingresso del monocromatore, viene poi dispersa dal reticolo di diffrazione e infine analizzata da una fenditura duscita. Le varie lunghezze donda emergono in successione quando si fa ruotare il reticolo

53 attorno al proprio asse. Unopportuna ghiera graduata ne fornisce direttamente la lettura per ogni posizione angolare del reticolo (Fig. 4.13).
Reticolo ruotabile

Fenditura

Fenditura

Schermo

Fig. 4.13. Monocromatore a reticolo in trasmissione. Una sola componente cromatica pu emergere dalla fenditura di uscita, naturalmente con una data larghezza di linea che dipende precipuamente dalla larghezza delle fenditure.

4.6 Trattazione fondamentale della diffrazione17 Vogliamo ora affrontare il fenomeno della diffrazione in modo pi formale, partendo dal teorema di Kirchhoff, per giungere a descrivere i risultati nel caso di aperture aventi forma del tutto generica, anche diversa dalla semplice fenditura.

4.6.1 Formula integrale di Kirchhoff-Fresnel. Sia P un punto posto nellorigine degli assi (r=0), nel quale confluisce unonda sferica e sia S una superficie generica che lo contiene (Fig. 4.14). Data una funzione donda scalare E, il teorema di Kirchhoff pone

n
r
P

S S

Fig. 4.14. Condizioni geometriche per lapplicazione del teorema di Kirchhoff.

in correlazione il valore che londa ha in P con quelli che essa assume sulla superficie S:

* exp(ikr ) $ exp(ikr ) ' , EP = ("E ) n # E " & 0S ) / dS , 4! + r r % (n / . 1

(4.16)

dove (")n la componente normale a S delloperatore gradiente. Applichiamo ora il teorema al problema della diffrazione. Si abbia una sorgente s che emette unonda
17

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, Par. da 5.1 a 5.4.

54 sferica monocromatica, Fig. 4.15, la quale incontra sul proprio libero cammino un ostacolo in forma di apertura in uno schermo opaco (Fig. 4.3). Ci chiediamo che perturbazione ottica arriva in P, preso di nuovo come origine. Cominciamo con

n
r s

r
P

Fig. 4.15. Effetto di uno schermo dotato di apertura sulla libera propagazione del segnale luminoso emesso da s.

losservare che, per la presenza dellostacolo, E diverso da zero solo sullapertura. Il valore di E sullapertura (supposta piccola rispetto alla distanza r dalla sorgente s) dato da

E =

E0 r
,

exp(ikr, " i#t)

(4.17)

per cui, applicando il teorema (4.16), in P si ha


!

EP =

E 0 exp("i#t)
4$

, & , ) , & ) / . exp(ikr) (% exp(ikr ) + " exp(ikr ) ( % exp(ikr) + 1 d2 (4.18) 32 ( + 1 . ( + r r ' *n 0 r, r, ' *n -

dove l integrazione stata limitata alla sola area relativa allapertura.


!

" exp(ikr , ) % ) ( exp(ikr , ) , . cos(n, r ,) = ! =+ $ ' , , $ ' + . r (r # &n * -

) ik exp(ikr ,) exp(ikr ,) , + . cos(n, r ,) / , ,2 + . r r * -

" exp(ikr ) % ) ( exp(ikr ) , . cos(n, r ) = $! ' =+ r (r . # &n + * -

) ik exp(ikr ) exp(ikr ) , / + . cos(n, r ) 2 r + . r * -

Essendo k=2/, k/r>>1/r2, k/r>>1/r2, <<r, <<r, lintegrale (4.18) si riduce a

55

EP = !

ikE 0exp(!i"t )
4#

$ exp ik (r + r , ) & +* & rr , & %

) '))
) (

$cos(n, r ) ! cos(n, r ,) ' d* & ) % (

(4.19)

(notare il cambiamento di segno davanti allespressione scritta, che prende il nome di formula integrale di Fresnel-Kirchhoff). Il termine che contiene la differenza dei coseni si chiama fattore di obliquit e fa dipendere lintensit del raggio diffratto dalla sua inclinazione rispetto al raggio incidente. Applichiamo ora la formula di Fresnel-Kirchhoff a unapertura in forma di foro circolare.

4.6.2 Applicazione al foro circolare. Diamo alla superficie che riguarda lapertura nello schermo la forma dettata dal fronte donda proveniente da s, quindi di calotta sferica (se lincidenza pu ritenersi essenzialmente normale). Allora, come illustra la Fig. 4.16, r parallelo al vettore n e discorde con esso, e inoltre cos(^, r)=-1. Il n campo elettrico nel punto P a distanza r dallapertura prende allora la forma
% E exp i (kr ! $t ) ' # EP = ! +# ' 4" r ' &

ik

) (*

%cos(n, r ) + 1 ( d# ) * & * )

(4.20)

n ^

r
P

Fig. 4.16. Condizioni per diffrazione da parte di unapertura circolare investita da luce con incidenza normale.

dove si posta come ampiezza E=E0exp(-ikr). E lampiezza (complessa) che perviene al foro da s. Quindi come se da ogni elemento d della superficie dellapertura partisse unonda sferica secondaria (elementare) descritta da

dE " =

E " exp i (kr # $t)

) d"

e in P avesse luogo la sovrapposizione di tutti questi contributi elementari. Possiamo allora concludere che la (4.19) non altro che la formulazione matematica del principio ! di Huygens-Fresnel.

56 Consideriamo adesso in maggior dettaglio il fattore di obliquit nella (4.20), ossia cos(^, r)+1: n A. Propagazione indeviata n ^ parallelo a r' cos(^, r)=1 fattore di obliquit=2 ampiezza massima n ---------B. Propagazione allindietro n ^ antiparallelo a r' cos(^, r)=-1 fattore di obliquit=0 ampiezza nulla n (nel principio di Huygens, enunciato originale, questa conclusione non era esplicita) ---------C. Per propagazione con un angolo generico di deviazione, lintensit diversa da zero, ma va decrescendo man mano che ci si sposta dalla condizione A alla condizione B. La presenza del fattore i davanti allintegrale (4.20) indica che le onde elementari diffratte, in partenza da , sono sfasate di /2 rispetto allonda primaria (se si esprimesse il campo incidente con legge sinusoidale, i campi diffratti sarebbero dei coseni). Anche questo risultato non era predicibile sulla base del semplice principio di Huygens.

4.6.3 Esempio: fenditura alla Fraunhofer dalla formula di Kirchhoff-Fresnel. Allo stesso risultato raggiunto in Par. 4.3 per la singola fenditura nellassetto sperimentale di Fraunhofer, si pu pervenire dalla formula (4.20). Sono da ritenersi valide le seguenti approssimazioni: (1) piccoli angoli di diffrazione, quindi fattore di obliquit essenzialmente costante ed eguale a 2; (2) onda piana, quindi E e 1/r eguali in tutti i punti dellapertura. Allora, anticipando che per giungere allintensit si medier sul tempo, possiamo tralasciare la dipendenza temporale e scrivere per il campo in P:
E P = C "" exp(ikr)d#
(4.21)

con d=Ldy (L=lunghezza della fenditura) e r=r0+ysin (si veda la Fig. 4.17). Si ha allora
!
d exp(ikr0 ) $#d//22 exp(iky sin ")Ldy

EP = C

= CL exp(ikr0 )

sin( 1 kd sin ")


1 kd sin " 2 2

=D

sin %

dove C e D sono delle costanti, e = 1 kd sin " . Quadrando,


!
2

I =| E P |2 = I 0

sin2 "

"2

57 come gi precedentemente ricavato con procedura ad hoc.

d/2
0 -d/2

y y sin

Fig. 4.17. Geometria per lesecuzione dellintegrale (4.21) nella diffrazione alla Fraunhofer da fenditura singola.

4.6.4 Esempio: apertura rettangolare alla Fraunhofer. Siano a e b i lati del rettangolo: si tratta ora di eseguire un integrale simile a quello della fenditura singola, ma in due dimensioni. Si ottiene come risultato il prodotto delle due funzioni di distribuzione della luce diffratta relative a due fenditure, larghe rispettivamente a e b, tra loro perpendicolari:
# sin " &2 # sin ) &2 ( % ( I = I 0% % ( % ( $ " ' $ ) '
dove

(4.22)

" = 1 ka sin #
!
!
2

" = 1 kb sin #
2

La figura di diffrazione schematicamente illustrata in Fig. 4.18.


!


Fig. 4.18. Schema della figura di diffrazione alla Fraunhofer da parte di una finestra rettangolare.

4.6.5 Esempio: apertura circolare alla Fraunhofer. Se R il raggio dellapertura, lelemento di area d dato da (si veda la geometria in Fig. 4.19)
d" = 2 R 2 # y 2 d y

58

(R2-y2)1/2

y
dy

Fig. 4.19. Geometria per lesecuzione dellintegrale (4.21) nella diffrazione alla Fraunhofer da finestra circolare.

per cui lintegrale (4.21) diventa


R E P = C exp(ikr0 ) $#R exp(iky sin ")2 R 2 # y 2 dy

Posto si ha
!

u=y/R

=kRsin

(4.23)

1 E P = C exp(ikr0 ) $#1 exp(i"u) 1 # u 2 du

Si tratta di un integrale standard eguale a J1()/, dove J1 la funzione di Bessel del primo tipo di ordine 1. Allora lintensit diffratta !

# 2J ( ") &2 I = I 0% 1 ( % ( $ " '

(4.24)

con simmetria circolare, per cui le frange di interferenza sono cerchi del tipo tracciato in Fig. 4.20. Landamento dellintensit in (4.24) praticamente eguale a ! quello della fenditura singola mostrata in Fig. 4.5, con in ascissa al posto di sin. Il primo zero nella funzione di Bessel, a fianco del massimo centrale, si ha
Disco di Airy

Fig. 4.20. Schema delle frange di interferenza per diffrazione prodotta da unapertura circolare.

59

per =3.832, che per la seconda delle (4.23) fornisce il relativo sin:

sin " =

3.832# 2$r

= 1.22

# d

dove d=2R il diametro del foro. Ne consegue che il potere separatore, equazione (4.7), un po inferiore a quello di una fenditura della stessa larghezza d, equazione ! (4.6). 4.7 Sistemi interferenziali18 Torniamo brevemente sul fenomeno dellinterferenza per illustrare alcuni sistemi con cui possibile produrre figure di interferenza e realizzare particolari condizioni di impiego, come cavit per laser, o esperimenti di interferometria di varia natura. Si detto che condizione essenziale per linterferenza di due onde che esse siano almeno parzialmente coerenti e abbiano eguale stato di polarizzazione. Il modo pi ovvio per avere due sorgenti coerenti di scindere in due il raggio proveniente da una singola sorgente, caso in cui il requisito di eguale polarizzazione diventa addirittura superfluo.

4.7.1 Esperienza di Young. Un classico modo di studiare le frange di interferenza partendo da ununica sorgente quello noto come esperienza di Young. Non ci dilunghiamo su di esso perch si tratta n pi n meno di quanto discusso a proposito della doppia fenditura. Thomas Young, di professione medico, utilizz due forellini praticati in un cartone e investiti da un fronte donda piano. Leffetto della diffrazione gli permise di creare una zona sopra uno schermo, nelle condizioni di Fraunhofer, dove i raggi provenienti dai due forellini agenti come sorgenti coerenti
si sovrapponevano. Lo sfasamento tra due raggi uscenti dai due fori con un angolo dato da =2/, dove la differenza di cammino ottico. Young stabil che quando lo sfasamento tra i raggi =2n, con n intero, si ha un massimo di intensit luminosa, una frangia oscura invece allorch =(n+1/2), che in termini di angolo

corrispondono a
sin " =

n# D

per i massimi

sin " = (n + 1/2)

# D

per i minimi

dove naturalmente se lordine n cresce lintensit nei massimi diminuisce per via del ! ! fattore di obliquit.
18

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, da Par. 3.1 a Par 3.3; da Par. 4.1 a 4.4.

60

4.7.2 Interferometro di Fabry-Perot Linterferometro di Fabry-Perot fu introdotto nel 1899 e ha trovato molti impieghi anche prima dellavvento del laser, del quale costituisce la cavit. Esso permette ad esempio di realizzare dei filtri relativamente monocromatici e, se la posizione di uno specchio pu essere variata con una vite micrometrica si veda la disposizione mostrata in Fig. 4.21 - permette di misurare con estrema precisione la lunghezza donda di una radiazione o di risolvere molto bene la struttura fina di una riga atomica. In altre parole, linterferometro di Fabry-Perot costituisce uno spettrometro ad elevata risoluzione. Per tale impiego, occorre naturalmente che gli specchi siano rigorosamente paralleli e lavorati in modo che la loro superficie sia quanto pi possibile piana (per usi grossolani, possono essere piani entro 1/4 della lunghezza donda della luce da analizzare, per impieghi pi raffinati occorrono planarit prossime a 1/50 di lunghezza donda).
x
Sensore Amplificatore ottico Sorgente Lente di collimazione Lente di focalizzazione

Specchio mobile

Fig. 4.21. Interferometro a scansione di Fabry-Perot utilizzato per evidenziare strutture fine.

4.7.3 Specchi di Fresnel. Fresnel us lingegnoso approccio di sdoppiare il raggio di fatto creando, da ununica sorgente s, due sorgenti coerenti virtuali s1 e s2 - per mezzo di due specchi diversamente inclinati [Fig. 4.22(a): si raccomanda di esercitarsi a costruirla correttamente, rispettando la legge della riflessione, illustrata in Fig. 4.22(b)]. Sullo schermo S si osservano delle linee che corrispondono a massimi di s1 s2
Specchio 2

Specchio 1

(a)

(b)

Schermo S di osservazione

P
Zona di sovrapposizione

Fig. 4.22 (a). Interferenza prodotta con gli specchi di Fresnel; (b) Costruzione dellimmagine virtuale s di un oggetto s formata da uno specchio piano.

61

intensit se la differenza di cammino ottico dei raggi un multiplo intero di lunghezze donda, quindi sfasamenti =2n, con n intero, e a condizioni di buio se invece =(n+1/2) (condizioni ovviamente eguali a quelle di Young). Per il punto P passa la linea luminosa centrale, simmetrica rispetto alle due sorgenti virtuali, la quale corrisponde a cammini ottici eguali e si presenta rettilinea (Fig. 4.23). Le successive frange luminose sono invece delle iperboli che deviano sempre pi da una retta man mano che lordine n dellinterferenza costruttiva cresce. Se si sposta lo schermo in altra posizione, si vedono qualitativamente le stesse cose, ci che indica come le frange non sono localizzate su un piano, ma si estendono sulle tre dimensioni. Di fatto, lo schermo rappresenta un piano che va a intersecare figure tridimensionali, e precisamente degli iperboloidi di rotazione che hanno come asse una retta parallela alla congiungente delle due sorgenti virtuali.
Luoghi dei punti dove c.o.=n

s1

s2

Fig. 4.23. Le superfici di massima interferenza costruttiva sono iperboloidi di rotazione: la figura osservata lintersezione con essi del piano dello schermo.

4.7.4 Interferenza da film sottili. il tipico effetto di iridescenza che si osserva sulle pellicole sottili, come un film sottile di benzina su acqua, unala di libellula, un film di ossido trasparente su metallo. Trattiamo il caso semplice di un fascio con fronte donda piano che incida su tale strato sottile, immerso in aria e con indice di rifrazione eguale a n. Si avranno riflessioni multiple e trasmissioni multiple, come illustrato in Fig. 4.24, e di conseguenza effetti di interferenza da raggi paralleli sia sulla luce
r A d
B
i

Fig. 4.24. Geometria dellinterferenza da riflessioni multiple in film sottili.

62 riflessa che su quella rifratta. Si deve calcolare la differenza di cammino ottico tra ciascun raggio e quello contiguo, che evidentemente sempre la stessa. Se d lo spessore del film, tale differenza di cammino
"c.o. = 2ABn # AC

con
! 2ABn = 2nd / cos "r

AC = 2dtg"r sin "i = 2nd sin2 "r / cos "r


per cui
!

"c.o. = 2nd cos #r

(4.27)

Questa differenza di percorso comporta un ritardo di fase pari a


!
"# = 4$

%0

nd cos &r =

4$

d cos &r

(4.28)

dipendente quindi sia da d che da =0/n (0=lunghezza donda nel vuoto). Ci comporta una particolare colorazione del film, se questo investito da luce bianca, al variare ! dellangolo di incidenza (e di osservazione). Se ad esempio per il rosso si ha un massimo, per il violetto si alquanto prossimi a un minimo. Questo spiega liridescenza delle varie zone osservate. Di particolare interesse la considerazione dei successivi raggi, perch porta a descrivere la particolare forma dei massimi di interferenza in funzione del valore della riflettanza R. Consideriamo la somma di tutte le ampiezze dei raggi trasmessi, ricordando che ognuno sfasato rispetto al successivo secondo la (4.28). Siano t e r rispettivamente i coefficienti di trasmissione e di riflessione dellampiezza allinterfaccia; supponendo il mezzo del tutto trasparente, si ha

E = E 0t 2 + E 0t 2r 2 exp(i"#) + E 0t 2r 4 exp(i 2"#) +


serie geometrica di ragione r2exp(i) la cui somma pertanto

E =E0

t2
1 " r 2 exp(i#$)

da cui

I = I0

| t |4 |1 " r 2 exp(i#$) |2

(4.29)

Poich nella riflessione si pu avere un cambiamento di fase nellonda e.m., r va inteso come un numero complesso, dunque si ha |r|2=rr*=R e anche |t|2=tt*=T, dove R e T ! ! sono i coefficienti relativi alla potenza ottica riflessa e rifratta (Par. 1.6). La (4.29) diventa allora

63

I = I0

T2
|1 " R exp(i#$) |2

dove il nuovo sfasamento tiene conto sia del ritardo di fase tra raggi contigui che dello sfasamento dovuto alla riflessione (ossia dal mezzo meno a quello pi ! rifrangente, 0 nel caso opposto). Sviluppiamo il termine a denominatore, ricordando che cos=1-2sin2/2:

|1 " R exp(i#$) |2 = 1 " R exp(i#$) 1 " R exp("i#$) = 1 + R 2 " R exp(i#$) + exp("i#$ =

][

% ( 4R 2 #$ * = 1 + R " 2R cos #$ = (1 " R) 1 + sin ' (1 " R)2 2 * & )


2 2'

da cui si ha per I
!

I = I0

T2
2

1
2 #$

(1 " R) 1 + F sin

= I0

1 1 + F sin
2 #$

(4.30)

essendosi posto
!

F=

4R (1 " R)2

(4.31)

che detto coefficiente di finezza per il fatto che d una misura della strettezza delle frange luminose di interferenza. La seconda frazione che compare nellequazione ! (4.30) detta funzione di Airy, rappresentata in Fig. 4.25. Essa indica chiaramente

Fig. 4.25. Landamento della funzione di Airy [ 1 /(1 + F sin2 "# /2) ], al variare di R , indice della distribuzione dellintensit nellinterferenza a raggi multipli.

come, se la riflettanza tende a 1, si hanno picchi luminosi molto stretti, laddove per R tendente a zero il contrasto luce-buio tende a svanire. In Fig. 4.28 i picchi valgono 1

64 (I=I0, ossia riflessione totale) perch si supposto il mezzo trasparente, altrimenti i massimi di riflessione resterebbero al di sotto dellunit.

4.7.5 Film multistrato. Strati sottili multipli ottenuti per evaporazione su substrati di vetro o di quarzo - sono largamente usati nella ricerca e nella tecnologia perch permettono di realizzare rivestimenti caratterizzati da una vasta gamma controllabile di valori della riflessione e della trasmissione della luce. Ben noti sono i rivestimenti antiriflesso impiegati negli obiettivi fotografici, i filtri ottici interferenziali tipo Fabry-Perot a banda stretta, gli specchi dielettrici ad elevata riflessione utilizzati nelle cavit laser. Evitando di entrare in dettagli che sono largamente tecnologici e invitando gli interessati a consultare testi specifici,19 ci limitiamo a mostrare in Fig. 4.26 (a) e (b) due schemi indicativi di spettri: elevata riflessione di uno specchio dielettrico multistrato per uso nelle cavit laser e trasmissione selettiva da parte di un filtro interferenziale Fabry-Perot multistrato.
1.0 20 strati 4 strati 1.0

R
0.5 0 0.4

T
0.5

(a)
0.5 0.6 0.7 Lunghezza donda in nm

(b)

0 0.50 0.45 0.55 Lunghezza donda in nm

Fig. 4.26. (a) Riflessione R di uno specchio dielettrico multistrato; (b) Trasmissione T di un filtro interferenziale multistrato tipo Fabry-Perot.

4.7.6 Interferometro di Michelson. unapparecchiatura di estrema sensibilit e versatilit che fu espressamente progettata nel 1880 da Michelson per la misura del vento di etere. Lo schema mostrato in Fig. 4.27. Un fascio collimato prodotto dalla m1 A m2

Mobile su scala micrometrica

Schermo
Fig. 4.27. Interferometro di Michelson.
19

Una trattazione in termini di ottica matriciale reperibile ad esempio in G.R. Fowles, Modern Optics , Par. 4.4.

65

sorgente s viene suddiviso in due parti di eguale intensit da uno specchio semitrasparente A, posto a 45. Dopo riflessione sugli specchi m1 e m2, i due raggi si ricompongono in un solo fascio che, incidendo sullo schermo S, mostra frange di interferenza. Se il fascio perfettamente collimato caso di un laser - e i due specchi sono rigorosamente normali ad esso, le frange hanno geometria circolare, del tipo visto in Fig. 4.20. Altrimenti appaiono come strisce pi o meno parallele. Si hanno frange luminose l dove la differenza dei due cammini ottici pari a un multiplo intero di lunghezze donda, frange oscure se essi differiscono per mezza . Se con una vite micrometrica si allontana gradualmente uno dei due specchi, si osserva che, una dopo laltra, le frange oscure prendono il posto di quelle luminose e viceversa. Una delle applicazioni pi comune dellinterferometro di Michelson la misura dellindice di rifrazione dei gas. Si inserisce una cella di lunghezza nota L su uno dei cammini ottici, indi la si riempie con il gas. Ci fa s che le frange luminose si spostino nel campo di osservazione, per il fatto che la presenza di un n1 su un tratto L del cammino ottico ha leffetto di allungarlo. Il numero di frange che scorre rispetto alla condizione senza gas (oppure lo spostamento che occorre dare al relativo specchio per riprodurre le condizioni di partenza) dice di quanto stato tale allungamento e permette di risalire al valore di n.

66 CAPITOLO 5

TRATTAZIONE MATEMATICA DELLA POLARIZZAZIONE

5.1 Polarizzazione lineare, circolare ed ellittica20 Nel Paragrafo 1.1.3 abbiamo gi parlato della polarizzazione della luce e definito il concetto di luce completamente polarizzata, di tipo lineare, circolare o ellittica, o di luce completamente non polarizzata o naturale. La condizione intermedia rappresentata dal caso della luce parzialmente polarizzata, data da una mistura di luce polarizzata e non polarizzata. utile introdurre il concetto di grado di polarizzazione V (0 V 1), che riprenderemo in seguito

V =

I pol + Iunpol

I pol

dove I pol e Iunpol sono le intensit relative al contributo polarizzato e non polarizzato. Consideriamo ora il caso generale di due onde monocromatiche polarizzate lungo le direzioni x e y, di ampiezze E 0x e E 0 y , mutuamente coerenti, cio con fase relativa costante. Londa risultante data dalla loro sovrapposizione , come sappiamo, polarizzata ellitticamente. Il campo elettrico descrive cio unellisse data dall espressione
2 Ex

2 E 0x

2 Ey 2 E 0y

"2

E xE y E 0xE 0y

cos # " sin2 # = 0

(5.1)

Detti a e b gli assi maggiore e minore dellellisse, la sua eccentricit e langolo di inclinazione dellasse maggiore possibile dimostrare che E0 x, E0y e sono legate tra ! loro nel modo seguente:
2 2 a 2 + b 2 = E 0x + E 0y

ab = E 0xE 0y sin" tg 2# = sin 2% =

( ) ( )

2E 0xE 0y
2 2 E 0x $ E 0y

cos " sin"

(5.2)

2E 0xE 0y
2 E 0x 2 + E 0y

20

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 2.5.

67

Dalla Fig. 5.1 si vede che linclinazione = arctg (E0y/E0x), 0 < , e leccentricit = arctg (E0y/E0x), angolo definito tra /4 e +/4. Il segno di determina il senso di rotazione del vettore campo elettrico nel descrivere lellisse.

E0y
b

E a

E0x
Fig. 5.1. Parametri dellellisse.

Nel caso in cui E0x = E0y = E0 e = /2 la luce polarizzata circolarmente, destra (D) o sinistra (S) a seconda del segno. Essa rappresentata in Fig. 5.2 per un dato valore di z. La sua rappresentazione reale la seguente:

E = 0cos(kz -!t ) 0sin(kz -!t ) iE jE


y

(5.3)

Ey

E0 t Ex x

Fig. 5.2. Rappresentazione reale del campo e.m. polarizzato circolarmente.

5.2 Polarizzazione in rappresentazione di ampiezza vettoriale complessa Passiamo ora alla notazione complessa della polarizzazione circolare

E = 0exp "i (kz -!t ) $ 0exp "i (kz -!t & 2) $ iE jE # % # %


Essendo valide le identit exp(i/2)=i, exp(-i/2)=-i, si ha

68 (5.4) E = E 0 ( i)exp "i (kz -!t ) $ i j # % dove la parte reale altro non che la (5.3) a parte lo scambio dei segni per polarizzazione D e S. Passiamo ora alla polarizzazione ellittica, che si ha ad esempio se E0x E0y. Se introduciamo unampiezza vettoriale complessa

E 0 = 0x + 0y iE jE
La funzione donda

E = E 0 exp[ (kz - !t )] i
rappresenta qualsiasi tipo di polarizzazione, con i seguenti casi particolari: E0 reale polarizzazione lineare E0 complesso polarizzazione ellittica (circolare nel caso speciale in cui E0x=E0y).

(5.5)

5.3 Rappresentazione matriciale della polarizzazione - Vettori di Jones Pi in generale, gli stessi E0x, E0y possono essere complessi (ci permette ad esempio di tener conto di possibili differenze di fase, caso della polarizzazione ellittica). In tale evenienza, essi possono essere cos rappresentati

E 0x =| E 0x | exp(i"x )
Si dice vettore di Jones la matrice

E 0y =| E 0y | exp(i"y )

"E % "| E | exp(i( )% x ' $ 0x ' = $ 0x $E 0y ' $| E 0y | exp(i(y ) ' # & # &

(5.6)

che pu essere convenientemente normalizzata dividendo per (|E0x|2+|E0y|2)1/2. Si arriva cos a rappresentare le varie polarizzazioni nel modo seguente: !
"1 % $ ' rappresenta unonda polarizzata linearmente secondo x $ ' # 0& " 0% $ ' rappresenta unonda polarizzata linearmente secondo y $ ' #1 & "1% $ ' rappresenta unonda polarizzata linearmente a /4 da x $1' #& "1% $ ' rappresenta unonda polarizzata circolarmente sinistrorsa $i ' #& #1& % ( rappresenta unonda polarizzata circolarmente destrorsa % ( $"i ' "2% $ ' rappresenta unonda polarizzata ellitticamente sinistrorsa (asse x doppio di y) $ ' #i &

(5.7)

! ! ! ! ! !

69

5.3.1 Uso delle matrici. Come applicazione si consiglia di provare a sommare due o pi onde aventi determinate polarizzazioni. Per esempio, due onde di eguale ampiezza polarizzate circolarmente in versi opposti:
# 1 & #1& # 1 + 1 & #2 & # 1 & % (+% ( = % ( = % ( = 2% ( %"i ( %i ( %"i + i ( % 0( % 0( $ ' $' $ ' $ ' $ '

che unonda polarizzata linearmente secondo x con ampiezza doppia rispetto alle ! primitive. Unaltra utile applicazione la previsione delleffetto prodotto dallinserimento di un elemento ottico polarizzatore, lamina di ritardo nel raggio luminoso. Gli elementi ottici sono rappresentabili come matrici 2x2 (matrici di Jones) nei modi qui sotto indicati (per brevit omettiamo la dimostrazione):
" 1 0% $ ' Polarizzatore lineare orizzontale (5.8) $ 0 0' # & " 0 0% $ ' Polarizzatore lineare verticale $ ' #0 1 & " 1 1% 1 $ ' Polarizzatore lineare a /4 $ ' 2 #1 1 & " 1 0% $ ' Lamina quarto donda (/4) (sfasa di /2 le componenti x e y) con asse ottico orizzontale $0 i ' # & #1 0& % ( Lamina /4 con asse ottico verticale % 0 "i ( $ ' #1 0 & % ( Lamina /2 (sfasa di le componenti x e y) con asse ottico verticale oppure orizzontale % ( $ 0 "1' # 1 i& 1 % ( Induce una polarizzazione circolare destrorsa % ( 2 $"i 1' #1 "i & 1 % ( Induce una polarizzazione circolare sinistrorsa 2 %i 1 ( $ ' "A% "A/ % Sia $ ' il vettore che rappresenta la luce in ingresso, $ / ' quello in uscita dallelemento $B ' # & $B ' # &

! ! ! ! ! ! ! !

ottico, il quale ultimo rappresentato da T = $


!

% " % " % " di pi elementi in serie $a b ' = $an bn ' $a 2 b2 ' $c d ' $cn d n ' $c 2 d 2 ' # & # & # & !

"a b % ', eventualmente prodotto risultante $c d ' # & ! "a b % " % " % " /% $ 1 1 ' . Deve allora valere $a b ' $A' = $A ' . $c1 d 1' $c d ' $B ' $B / ' # & # & # & # &

Esemplifichiamo con il caso di una polarizzazione lineare a /4 che attraversa una lamina /4, facendo riferimento alla Fig. 5.3. Utilizzando le competenti polarizzazioni
! " % "% "% e matrici date in (5.7) e (5.8) si ha $1 0' $1' = $1' , ossia una polarizzazione in uscita che
$0 i ' $1' $i ' # & #& #&

70 circolare sinistrorsa.
Raggio emergente

E x E
/4

Raggio incidente

Asse ottico lamina /4

Fig. 5.3. Una lamina quarto donda trasforma una polarizzazione lineare in circolare se il suo asse ottico inclinato di /4 rispetto alla direzione di polarizzazione del raggio incidente.

Un secondo esempio pu essere come si trasformano per rotazione di un angolo


"a b % '. le matrici di Jones relative ai vari elementi ottici espressi dalle (5.8), del tipo $ $c d ' # & #x & In una data base (x,y) sia % ( un vettore di Jones J; in unaltra base (x,y), ruotata di % ( $"y ' ! # ,& % x ( . La matrice di rotazione R(), con rispetto alla precedente, sia esso %"y , ( $ ' ! $ cos " sin" ' ) , per cui il vettore nella nuova base sar J=R()J. Le matrici di R()= & & ) %# sin" cos " ( !

Jones T si trasformano per rotazione nel modo seguente


!

T / = R(")TR(-") T = R(")T / R(-")

(5.9)

Nel passare attraverso lelemento ottico un vettore J1 si trasforma in J2=TJ1 che per rotazione di diventa J2=!()J2=R()TJ1. Ma la trasformazione inversa d J1=R(-) R J1, dunque si ha

vale a dire

J2=R()TR(-)J1 J2=TJ1
(5.10)

Consideriamo come applicazione il caso di una lamina /2 ruotata di un angolo rispetto alla direzione della polarizzazione, per esempio orizzontale, del campo in ingresso (si veda Fig. 5.4).

71
Raggio emergente

y
Raggio incidente Asse ottico lamina /2

Fig. 5.4. Una lamina mezz'onda ruota la polarizzazione di un raggio incidente di un angolo 2 se il suo asse ottico inclinato rispetto a questa di un angolo .

Applicando la trasformazione secondo la rotazione R() alla matrice T() della lamina data dall'Eq. (5.8) otteniamo T()= &
$ cos2" #sin2" ' ) , che corrisponde alla rotazione di &#sin2" #cos2" ) % (

un angolo 2 della polarizzazione del raggio emergente dalla lamina.

5.4 Parametri di Stokes21 ! La rappresentazione matriciale della polarizzazione fatta attraverso il formalismo di Jones si applica solo al caso di luce completamente polarizzata, ma non a quello di luce parzialmente polarizzata o non polarizzata. I parametri di Stokes, introdotti per descrivere lo stato di polarizzazione di un campo e.m. oscillante, permettono di rappresentare quantitativamente qualsiasi stato di polarizzazione. Possiamo definire i parametri di Stokes attraverso il procedimento adottato per misurarli. Si abbiano tre filtri, uno che polarizza linearmente la luce in senso orizzontale, un secondo che la polarizza linearmente a /4 dallorizzontale, e un terzo che la polarizza circolarmente in senso sinistrorso (antiorario). Se la luce da caratterizzare non polarizzata, ciascuno dei tre filtri ne trasmette al pi il 50%. Possiamo quindi definire i parametri di Stokes sulla base delle intensit misurate:

S0 = I0 S 1 = 2I 1 " I 0 S 2 = 2I 2 " I 0 S 3 = 2I 3 " I 0

(5.11)

!
21

Testo consigliato E. Hecht, Optics, Par. 8.13.

72 Si nota che se S1>0, nella luce esaminata c tendenza a una polarizzazione orizzontale, se S1<0 a una polarizzazione verticale (con limite S1=I0 rispettivamente nei due casi), mentre per S1=0 la luce pu solo essere non polarizzata o polarizzata circolarmente. Il discorso si ripete eguale per S2, dove la tendenza riguarda ora la direzione a /4 dallorizzontale. Quanto a S3, esso rivela una tendenza alla polarizzazione destrorsa quando <0, sinistrorsa se >0, o nessuna delle due quando vale zero. Esprimiamo il campo in modo parametrico (propagazione secondo z, asse orizzontale secondo x) e consideriamo il caso generale di unonda quasi monocromatica

E x = E 0x cos kz " #t + $x (t) E y = E 0y


y

[ ] cos[kz " #t + $ (t)]

Le intensit trasmesse da ciascuno dei tre filtri sono:


!
2 I 1 = E 0x

1" 2 2 $ E 0x + E 0y 2# 1" 2 2 I 3 = $ E 0x + E 0y 2#

I2 =

% ' + E 0xE 0y cos () (t) & % ' + E 0xE 0y sin () (t) &

[ [

] ]

(5.12)

dove si omesso nei secondi membri il fattore 0c/2 in vista di una successiva normalizzazione dei fattori di Stokes. Si noti che, se la luce perfettamente ! monocromatica e coerente, si ha che costante nel tempo. Si vede subito che i parametri di Stokes diventano:
2 2 S 0 = E 0x + E 0y 2 2 2 2 2 S 1 = 2 E 0x " E 0x " E 0y = E 0x " E 0y

S 2 = 2E 0xE 0y cos #$ S 3 = 2E 0xE 0y sin #$


immediato verificare che, nel caso di luce completamente polarizzata.
!
2 2 2 2 S 0 = S1 + S2 + S3

(5.13)

Per chiarire ulteriormente, esaminiamo alcuni casi banali.

73 Luce non polarizzata


2 S 0 = 2 E 0x 2 2 giacch E 0x = E 0y

S 1 = 0 giacch 2I 1 = I 0 S 2 = S 3 = 0 per mediazione di funzioni periodiche


Luce polarizzata linearmente sullorizzontale
!
2 S 0 = 2 E 0x 2 S 1 = 2 E 0x

S2 = S3 = 0
Considerando il caso generale di una polarizzazione ellittica, possiamo esprimere i parametri di Stokes in funzione dei parametri dellellisse di Fig. 5.1: !

S 1 = S 0 cos 2" cos 2# S2 S3


0

( ) ( ) = S cos(2")sen(2# ) = S sen(2")
0

(5.14)

In questo modo possiamo associare in modo univoco un qualsiasi stato di polarizzazione a un punto S di coordinate S1, S2, S3 che individuano una sfera, detta sfera di ! Poincar, di raggio S0 (vedi paragrafo 5.5.2). Si noti che la longitudine e la latitudine del punto S sono date rispettivamente dagli angoli 2 e 2.

5.4.1 Normalizzazione dei parametri di Stokes.Si suole normalizzare i parametri di Stokes dividendoli per I0. Essi assumono allora i valori
S0 = 1
S1 =
2I 1 " I 0

I0

S2 =

2I 2 " I 0

I0

S3 =

2I 3 " I 0

I0

(5.15)

e permettono di introdurre i vettori di Stokes nel modo seguente: ! "1 % ! ! !


Luce non polarizzata (1,0,0,0) oppure $0' $0'
$ ' $0' # & "1 % $ ' $1 ' $0' $ ' $0' # & $ '

Luce polarizzata linearmente orizzontale (1,1,0,0) oppure !

74
#1 & % ( %"1( %0( % ( % ( $0'

Luce polarizzata linearmente verticale (1,-1,0,0) oppure

Luce polarizzata

Luce polarizzata

Luce polarizzata

"1 % $ ' linearmente a /4 (1,0,1,0) oppure $0' ! $1 ' $ ' $0' # & #1 & % ( linearmente a -/4 (1,0,-1,0) oppure % 0 ( %"1( ! % ( % ( $0' "1 % $ ' circolarmente sinistrorsa $0' ! $ ' $0' $ ' #1 & #1 & % ( %0( % ( %0( %"1( $ '

Luce polarizzata circolarmente destrorsa !

A questo punto possiamo dare una definizione operativa del grado di ! polarizzazione della luce V introdotto in precedenza
2 2 2 V = S1 + S2 + S3

(5.16)

dove gli S sono i valori normalizzati.


! 5.4.2 Sfera di Poincar. La sfera di Poincar, a cui abbiamo fatto accenno nel paragrafo 5.4, offre una rappresentazione geometrica dei parametri di Stokes normalizzati, e quindi dei vari stati di polarizzazione della luce. Facciamo corrispondere ai tre assi rispettivamente le polarizzazioni lineare orizzontale e verticale (x), lineare inclinata a /4 e /4 (y), e circolare sinistrorsa e destrorsa (z), e tracciamo la sfera in Fig. 5.5. Al centro della sfera, punto O, si ha S1=S2=S3=0, corrispondente alla luce non polarizzata. I punti interni alla sfera V < 1 sono stati di polarizzazione parziale. Ciascun punto sulla superficie, individuato dalle coordinate polari , (cfr. Eq. 5.12), corrisponde invece a luce completamente polarizzata in uno o pi modi, con i punti principali di polarizzazione pura espressamente evidenziati (H=orizzontale, V=verticale, S=sinistrorsa, D=destrorsa, ecc.). Ad esempio, il punto P rappresenta uno stato di polarizzazione mista, con componenti px, py, pz relative ai tre stati principali. Perci possiamo anche dire che i parametri di Stokes normalizzati sono semplicemente le coordinate cartesiane dello stato di polarizzazione.

75
z
S P
(1,0,-1,0) (1,-1,0,0) (1,0,0,1)

pz py px

-/4

/4
O (1,0,0,0)

(1,0,1,0)

(1,1,0,0)

D
(1,0,0,-1)

Fig. 5.5. Sfera di Poincar.

5.5 Attivit ottica22 Con attivit ottica da parte di un dato materiale si intende la sua capacit di ruotare il piano di polarizzazione della luce. Ci pu avvenire se si considera che unonda polarizzata linearmente pu essere considerata come risultante dalla sovrapposizione di due onde polarizzate circolarmente, aventi eguale ampiezza e fase, e sensi di girazione opposti. Se lindice di rifrazione della sostanza differente per le rotazioni sinistrorsa (S) e destrorsa (D), una delle due avanza pi lentamente rispetto allaltra ed emerge con un ritardo di fase. Londa complessiva in uscita allora risulta ancora polarizzata linearmente, ma in una direzione ruotata rispetto allonda primitiva. Se nD e nS sono i due indici e d lo spessore del materiale, lo sfasamento in uscita

"=
per cui la rotazione risulta essere

2# (n D - n S )d

" =#/ 2=

$ (n D - n S )d %

= Ckd

(5.17)

dove C la concentrazione, nel caso si tratti di una sostanza disciolta in un solvente ad esempio zucchero ! acqua e k detto potere rotatorio. Poich C e d sono noti, e in si misura, la (5.12) permette di ricavare k e anche la differenza n nei due indici nD e nS

"n =

#$ %d

(5.18)

5.5.1 Discussione in termini del metodo di Jones. Nel materiale, le due onde
!
22

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 6.9; anche E. Hecht, Optics, Par. 8.10.

76 circolarmente polarizzate destrorsa e sinistrorsa sono rispettivamente

'1 $ i %i " exp[ (kS z - !t )] & #

#1 & % ( exp i (k D z - )t) %"i ( $ '

dove kD=nD/c e kS=nS/c. Assumendo che inizialmente la polarizzazione sia orizzontale, il suo vettore di Jones !

"1 % 1 "1 % 1 "1% $ '= $ '+ $ ' $ ' $ ' $' #0& 2 #(i & 2 #i &
Lampiezza complessa dellonda alla fine del percorso d, assumendo lorigine dei tempi a questo istante, data da!
1 #1 & 1 #1& % ( exp(ik D d ) + % ( exp(ik Sd ) = 2 %"i ( 2 %i ( $ ' $'

1 2

exp(i !

kD + kS
2

)# & #1& +1 kD " kS kD " kS + d )*% ( exp(i d ) + % ( exp(-i d ). = %i ( 2 2 +%"i ( + $ ' $' , /

+ $ ' / -1 1 1 $1' = exp(i"), & ) exp(i*) + & ) exp(-i*)0 & ) &) 2 %i ( - 2 %#i ( . 1

avendo posto
!

"=

kD + kS
2

"=

kD # kS
2

Lampiezza complessa allora

! % 1 exp(i#) + exp(-i#) ( * = exp(i") exp(i") ' 2 ' 1 i exp(i#) $ exp(-i#) * &2 )

( (

) )

%cos#( ' * 'sin# * & )

(5.19)

e rappresenta unonda polarizzata linearmente con rotazione di rispetto a quella incidente. ! Unapplicazione del potere rotatorio si ha nel prisma di Fresnel, costituito da due parti di quarzo unite insieme, di cui una sinistrorsa e laltra destrorsa. Se si parte da una radiazione non polarizzata, la diversa rifrazione operata dal sistema sulle due componenti circolari opposte rende possibile la loro separazione, come illustrato in Fig. 5.6. Il prisma serve anche a determinare il senso di girazione di una luce che sia

77 gi in origine polarizzata circolarmente.


1. Quarzo destrorso Non polarizzata Circ. S (n2/n1<1) Circ. D (n2/n1>1) 2. Quarzo sinistrorso Fig. 5.6. Grazie al potere rotatorio del quarzo, il prisma di Fresnel permette di avere luce polarizzata circolarmente nelluno e nellaltro dei versi.

5.6 Modulatori di luce23 La modulazione della luce di fondamentale importanza per trasporre le informazioni nelle comunicazioni su veicolo ottico.

5.6.1 Effetto Faraday. Vi sono materiali capaci di indurre la rotazione della direzione di polarizzazione della luce allorch si trovano immersi in un campo magnetico. La configurazione sperimentale illustrata in Fig. 5.7. Al materiale perviene un raggio di luce polarizzata ad esempio verticalmente e propagantesi parallelamente al campo B applicato. Alluscita la polarizzazione si presenta ruotata di un angolo , dato da
" = VBL
dove L la lunghezza del tragitto nel materiale e V detta costante di Verdet.
!
L E E z

(5.20)

B // z
Fig. 5.7. Configurazione per la rotazione di Faraday del vettore campo elettrico di unonda polarizzata.

Se alluscita si pone un polaroid analizzatore avente lasse ottico parallelo alla direzione di polarizzazione della luce entrante e il campo B viene modulato tra 0 e un valore opportuno, si ottiene che lintensit della luce venga modulata.

23

Testo consigliato G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 6.10 e 6.11; anche E. Hecht, Optics, Par. 8.11.

78 Trattiamo il problema nello stesso modo classico con cui, nel Par. 2.2, si arrivati a una formulazione teorica della dispersione della luce. In presenza di un campo magnetico B (statico o quasi-statico) e del campo elettrico E della luce, lequazione di moto degli elettroni negli atomi [confrontare con lEq. (2.3)]

mr "" + kr + eE 0 exp(i#t) + er " $ B = 0

(5.21)

dove e la carica dellelettrone e il termine di attrito stato trascurato. Cerchiamo una soluzione per r del tipo r0exp(it) e introduciamola nellEq. (5.15): !

"m# 2r0 + kr0 + eE 0 +i#er0 $ B = 0


che, moltiplicando per -Ne, diventa unequazione nella polarizzazione P

("m# 2 + k )P " Ne 2 E 0 +i#eP $ B = 0

Risolvendo le equazioni nelle componenti di P e ricordando che P=0E si trova per un tensore suscettivit elettrica con tre componenti diverse da zero: !

" 11

& ) Ne 2 ( $2 % $2 0 + = ( ($ 2 % $ 2 )2 % $ 2$ 2 + m#0 ' *


0

" 12

& ) Ne 2 ( $$c + = ( ($ 2 % $ 2 )2 % $ 2$ 2 + m#0 ' *


0

& ) Ne 2 ( 1 + " 33 = ($ 2 % $ 2 + m#0 ' *


0

dove 02=k/m e c=eB/m la frequenza ciclotronica. In generale, se la suscettivit elettrica data da un tensore anzich uno scalare, e ! ha elementi coniugati non se ! diagonali immaginari, il mezzo presenta attivit ottica. Si pu dimostrare, ma tralasciamo la derivazione, che il potere rotatorio specifico dato da

"=

# 12$ n 0%

e sostituendo lespressione sopra scritta per 12 (dove supporremo di trovarci nelle condizioni in cui c << |02- 2! |)
( + + 3 ( #Ne 2 * &&c &B - = #Ne * $mn 0%0 *(& 2 ' & 2 )2 - $m2n 0%0 * (& 2 ' & 2 )2 ) 0 , ) 0 ,

"=

(5.22)

ossia una dipendenza lineare di da B. ! 5.6.2 Effetto Kerr elettro-ottico. Si tratta di un effetto di birifrangenza artificiale dovuta allapplicazione di un campo elettrico capace di sviluppare un asse

79 ottico in un mezzo altrimenti isotropo. Tale fenomeno dovuto allorientamento di dipoli molecolari, con una birifrangenza artificiale proporzionale al quadrato del campo E (per campi non troppo elevati, altrimenti tende a una saturazione)

n parall " n perp = KE 2 #

(5.23)

dove la lunghezza donda definita nel vuoto e K detta costante di Kerr. Le condizioni sperimentali per realizzare un modulatore di luce tramite leffetto Kerr ! sono illustrate in Fig. 5.8. Si polarizza la luce con un polaroid o con un prisma di Nicol, poi la si invia a una cella di Kerr riempita ad esempio di nitrobenzene, che ha un K elevato - in cui la direzione del campo elettrico applicato, e quindi dellasse ottico artificiale, sia a /4 rispetto alla direzione di polarizzazione. Infine la luce viene fatta passare attraverso un analizzatore incrociato rispetto al polarizzatore. In assenza di campo applicato si ha estinzione, ma se agli elettrodi della cella viene applicata una d.d.p., si ha parziale o totale trasmissione. Sia V la tensione modulante applicata tra gli elettrodi: la trasmissione in funzione di V rappresentata schematicamente in Fig. 5.9, dove viene posta a confronto con lanalogo andamento di una cella di Pockels.
Campo el. della luce Campo el. applicato

E
/4

Prisma di Nicol polarizzatore

Cella di Kerr con elettrodi

Prisma di Nicol analizzatore

Fig. 5.8. Modulazione dellintensit di un fascio luminoso mediante una cella di Kerr.

La regione di lavoro si sceglie circa a met strada tra lo zero e la saturazione, dove la curva presenta un comportamento relativamente lineare.

5.6.3 Effetto Pockels elettro-ottico. Leffetto Pockels, a differenza delleffetto Kerr, lineare con il campo elettrico applicato. Esso tipico di cristalli fortemente ionici e facilmente polarizzabili, per esempio quelli della famiglia delle perovskiti ferroelettriche, come il titanato di bario BaTiO3 o di stronzio SrTiO3, oppure il tantalato di potassio KTaO3. La struttura cristallina mostrata in Fig. 5.10.

80

T
Pockels Kerr
Zona di lavoro

Fig. 5.9. Tipiche curve di trasmissione in celle di Kerr e di Pockels in funzione della d.d.p. applicata.

In presenza di una d.d.p. ai capi del cristallo, applicata ad esempio parallelamente allo spigolo della cella cristallina, si produce un marcato spostamento dello ione Ti+ in senso contrario agli ioni O-, e ci comporta linsorgere di un intenso dipolo elettrico e di un asse ottico artificiale. Quanto allutilizzo, si procede come per la cella di Kerr.
Ossigeno Stronzio o Bario + Titanio +

Fig. 5.10. Struttura della cella cristallina delle perovskiti.

81 CAPITOLO 6

OTTICA GEOMETRICA E MATRICIALE

6.1. Approssimazione del raggio.24 Nel trattare le leggi della rifrazione e della riflessione si fatta lapprossimazione del raggio luminoso, ignorando quindi effetti fisici pi complessi, quali la diffrazione. Detta approssimazione si rende particolarmente utile nella descrizione del comportamento di lenti, specchi, sistemi e strumenti ottici. Prima di addentrarci nellargomento, occorre precisare il significato di alcuni termini. Intanto diremo che un sistema stigmatico se esistono due punti A e A tali che il primo il centro dei raggi diretti al sistema ottico (oggetto) e il secondo il centro degli stessi raggi in uscita dal sistema (immagine); in tal caso A e A sono detti punti coniugati. Un punto oggetto o immagine pu essere reale o virtuale: nel primo caso esso centro di raggi, nel secondo centro di prolungamenti geometrici di raggi. Un punto coniugato a un punto posto allinfinito detto fuoco. Si chiama diottro un sistema ottico costituito da due mezzi diversi separati da una superficie. Il caso pi comune il diottro sferico, illustrato in Fig. 6.1 con i vari punti e grandezze di interesse. Vi sono delle
Mezzo 1
p
(oggetto)

Mezzo 2
q

R
C A

(vertice)

Asse ottico (centro di (immagine) curvatura)

Fig. 6.1. Il diottro sferico.

convenzioni che occorre applicare sistematicamente nello scrivere le equazioni che collegano tra loro i punti coniugati e gli altri parametri di un dato sistema ottico, pena risultati privi di senso. 1) Lascissa p di A, misurata dal vertice V, va presa positiva se cade a sinistra di V, altrimenti negativa; 2) lascissa q di A, misurata dal vertice V, va presa positiva se cade a destra di V; 3) il raggio di curvatura R ha segno positivo se il centro C cade a destra di V. 6.2 Diottro sferico Nellapprossimazione di raggi parassiali, ossia raggi di piccola vergenza (detta approssimazione di Gauss), lequazione dei punti coniugati del diottro sferico la seguente (la derivazione lasciata al lettore come esercizio25):

24 25

Testo consigliato Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Cap. XI. Reperibile in Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, E.XI.4.

82

n p

n, q

n, " n R

(6.1)

dove n e n sono gli indici di rifrazione rispettivamente del primo e del secondo mezzo. Se sono noti p e q, la (6.1) fornisce una relazione per il raggio di curvatura R: !

R=

(n , " n)pq nq + n ,p

(6.2)

La costruzione del punto immagine A si fa come illustrato in Fig. 6.2 (a) per il diottro convesso (R > 0 e p > 0, quindi q > 0, A cade a destra di V) e Fig. 6.2 (b) per quello ! concavo (R < 0 e p > 0, quindi q < 0, A cade a sinistra di V). A corrisponde allintersezione del raggio rifratto nel secondo mezzo con lasse ottico, il quale anche un raggio indeviato (la scelta del primo raggio indifferente se questo di piccola vergenza: raggi non parassiali darebbero luogo a punti nellintorno di A, producendo quindi unimmagine allargata, effetto di astigmatismo). In Fig. 6.2 (a) limmagine reale, in (b) virtuale in quanto per trovare lintersezione A con lasse ottico necessario utilizzare il prolungamento raggio rifratto.
i r
q

(a)

r
V

(b)

C
p q

Fig. 6.2. Costruzione del punto immagine A del punto oggetto A nel diottro sferico: (a) convesso, (b) concavo.

Per individuare lascissa f2 del fuoco nel secondo mezzo basta cercare il punto dove convergono i raggi paralleli provenienti dallinfinito nel primo mezzo. Il caso convesso mostrato in Fig. 6.3. Analiticamente, basta porre p nellequazione (6.1) ottenendo

83

n, f2

n, " n R

f2 =

Rn , n "n
,

(6.3a)

e analogamente per q si ricava lascissa f1 del fuoco nel primo mezzo

f1 =
Dalle (6.3) si deduce

Rn n, " n

(6.3b)

! f1 = n f2 n ,
e infine
!

f2 " f1 = R

f1 p

f2 q

=1

(6.4)

che un modo alternativo di scrivere lequazione del diottro sferico. Costruiamo ora in Fig. 6.3 limmagine, prodotta da un diottro sferico convesso, ! di un segmento AB lungo y disposto trasversalmente allasse ottico. Il punto B
B
y /2

F2 C

A
Y

A
p

F1

B
q

Fig. 6.3. Costruzione dellimmagine di un segmento AB prodotta da un diottro sferico.

ottenuto dallintersezione di due raggi principali, ad esempio quello che passa per C (indeviato) e quello che passa per F2 (parallelo allasse ottico). Un terzo raggio potrebbe essere quello che passa per F1. La lunghezza y del segmento immagine diversa da quella del segmento oggetto. Si definisce ingrandimento lineare trasversale il rapporto delle y/y. Usando la relazione (6.2) e osservando dai triangoli simili ABC e ABC in Fig. 6.3 che y/y=(q-R)/(p+R) si trova per tale ingrandimento:

A/B / AB

y/ y

nq n /p

(6.5)

Si noti che se q>0 e p>0, si ha I>0 e limmagine capovolta, come indicato dalla Fig. 6.3, mentre per I<0 limmagine diritta. !

84

6.2.1 Specchio sferico. Un modo per giungere rapidamente allequazione dello specchio sferico quello di trattarlo come un diottro salvo laccorgimento di prendere n=-n, in quanto il secondo mezzo in realt ancora il primo, salvo il ribaltamento rispetto a V. Allora la (6.1) diventa
n p
"

n q

"n " n

="

2n

"

="

(6.6)

dove |p|=p, |q|=-q perch q negativo, |R|=-R perch C a sinistra di V. Quanto ai fuochi cercando i limiti per p e q si trova rispettivamente ! ! (<0, ossia a sinistra di V) f2 = R / 2 (>0), ossia a sinistra di V) f1 = "R / 2 = "f2 il che ci permette di riscrivere la (6.6) nella forma !
!
1 1 1

"

="

(6.7)

dove f=-f1=f2=R/2 negativo. Essendo p positivo, il q risultante sempre negativo, come ovvio dato che limmagine pu solo cadere dalla stessa parte delloggetto. A ! titolo dimostrativo costruiamo in Fig. 6.4 limmagine A di un punto A prodotta da uno specchio concavo, facendo notare una volta di pi che il fuoco cade a met strada tra il centro e il vertice.

F1=F2

Fig. 6.4. Immagine del punto A prodotta da uno specchio sferico concavo.

Nel caso di uno specchio convesso valgono le stesse formule, salvo che R > 0 perch C cade a destra del vertice. Di conseguenza, pur avendosi di nuovo che F1 e F2 sono coincidenti, essi sono a destra del vertice, come facile rendersi conto con una banale costruzione geometrica. Anche nel caso dello specchio sferico si definisce un ingrandimento lineare giovandosi della (6.5) ove si ponga n=-n

85

y/ y

="

q p

(6.8)

In Fig. 6.5 sono mostrati a titolo di esempio tre casi: (a) loggetto AB dista dal vertice pi del punto focale e!del centro di curvatura (immagine reale, capovolta e rimpicciolita); (b) loggetto si trova tra il centro e il fuoco (immagine reale e capovolta); (c) loggetto pi vicino al vertice sia del centro che del fuoco (immagine virtuale, diritta, ingrandita). Per verificare i risultati descritti, basta specchiarsi in una conca metallica lucida pi o meno sferica, come potrebbe essere un ramaiolo o una zuppiera.
B B B B

A F1=F2 C B

A C A

F1=F2

F1=F2

(a)

(b)

(c)

Fig. 6.5. Costruzione dellimmagine AB delloggetto AB da parte di uno specchio sferico in tre situazioni tipiche.

6.3 Sistemi diottrici centrati Si chiama cos una successione di diottri coassiali, costituiti da materiali diversi, del tipo mostrato in Fig. 6.6. F e F sono i fuochi principali del sistema: su ciascun lato, essi rappresentano i punti dove vanno a convergere i raggi che pervengono dallaltro lato del sistema parallelamente allasse. In queste circostanze, per trovare il punto

Fig. 6.6. Un sistema diottrico centrato.

immagine A di un punto oggetto A si pu applicare a ripetizione la formula (6.1) del diottro o la (6.4), ma il metodo pi rapido si basa sullintroduzione del concetto di piani principali e . Per individuarli si procede nel seguente modo (Fig. 6.7). Il raggio 1 proveniente da sinistra e parallelo allasse ottico emerge a destra del sistema con linclinazione necessaria per intercettare F (segmento 1). Un discorso simmetrico vale

86 per il raggio 2 proveniente da destra alla stessa distanza dallasse ottico, il quale deve emergere con linclinazione del raggio 2 onde passare per F. Lintersezione delle rette
1

P
2

P V

2 1

Fig. 6.7. Individuazione dei piani principali in un sistema diottrico centrato.

1 e 2 definisce il punto principale P e il corrispondente piano , normale allasse, che lo contiene. Lo stesso vale per i raggi 1 e 2 che individuano P e il piano . Se ora si misurano le distanze focali e le ascisse dei punti oggetto e immagine dai rispettivi vertici V e V, evidente che possiamo applicare direttamente lequazione (6.4) del diottro semplice:

f p
con un ingrandimento lineare

f/ q

=1

(6.9)

I=

nq n /p

(6.10)

dove intervengono esclusivamente gli indici di rifrazione del primo e dellultimo mezzo. Circa il segno di I e la disposizione diritta o capovolta dellimmagine valgono le stesse ! considerazioni fatte dopo la (6.5) per il diottro semplice. La lenti spesse possono essere trattate come una successione di due diottri, dove il primo e il terzo mezzo hanno lo stesso n. Se la lente in aria, con la nomenclatura illustrata in Fig. 6.8, il sistema di equazioni da risolvere

p1

n
, q1

n "1 R1
1 = 1"n

con R1 > 0 con R2 < 0

(6.11a) (6.11b)

n
! !

, L " q1

q2

R2

87
n=1 p1
A V

R1

R2

n=1 q2
A

q1

n L

L-q1

Fig. 6.8. La lente spessa trattata come due diottri sferici in serie.

6.4 Lenti sottili Lequazione della lente sottile biconvessa in aria pu essere dedotta partendo dal sistema di equazioni (6.11) valido per la lente spessa e ponendo L0, quindi portando a coincidere i vertici V e V. Semplifichiamo il sistema scrivendo p1=p, q1=q e q2=q
1

n q/
+

= 1

n "1 R1 n "1 R2

n
"q /

="

equazioni che sommate portano a


!

#1 1 & ( = (n " 1)% " % ( q R1 R2 ' $ 1

(6.12)

sempre con R1 > 0 e R2 < 0. Introducendo i fuochi f e f si ha

! #1 1 & 1 (= = (n " 1)% " % ( f $ R1 R2 ' f / 1


(6.13)

dunque la distanza focale la stessa nello spazio oggetto e nello spazio immagine ! (anche se |R1| |R2|). Se poi |R1|=|R2|=|R|, si ha
1 1 = (n " 1) 2 |R| 1

(6.14)

Se la distanza focale f misurata in metri, il suo reciproco 1/f espresso in diottrie. Circa lingrandimento della lente sottile, immediato rendersi conto che esso ha la ! stessa espressione (6.5) del diottro, salvo che n=n, quindi

88

y/ y

q p

(6.15)

A titolo dimostrativo proponiamo in Fig. 6.9 (a) e (b) la costruzione dellimmagine di un oggetto trasversale AB prodotta da una stessa lente sottile ! rispettivamente nei due casi in cui limmagine reale (il che avviene se p>f) oppure virtuale (p<f). Basta usare, al solito, due raggi principali, il terzo (tratteggiato) servendo come verifica. Rimane infine da precisare che si possono avere lenti pianoconvesse, piano-concave, biconcave, eccetera, con risultati ottici differenti, ad esempio che la lente pu risultare convergente o divergente. In Fig. 6.10 mostrato il caso di una lente biconcava divergente. Nel caso esaminato R1 < 0, R2 < 0, f < 0 e I=q/p < 0.
(a) AB reale capovolta A A F F A F B (b) AB virtuale diritta

y
A F

Y
B

Fig. 6.9. Lente sottile biconvessa: (a) costruzione di unimmagine reale; (b) immagine virtuale.

B
y

B F
Y

Fig. 6.10. Lente sottile biconcava nel caso p>|f|, che genera unimmagine virtuale, rimpicciolita e diritta.

6.4 Telescopio Vi sono due tipi principali di telescopi, quello galileiano e quello kepleriano, che danno immagini rispettivamente diritte (e quindi utili sulla terra, come in marina) e capovolte (e quindi impiegabili nellesplorazione del cielo). Quello di Galileo fu il primo telescopio di qualit professionale della storia. costituito da due lenti, la prima biconvessa

89 (obiettivo), la seconda biconcava (oculare). Le lenti sono disposte in modo che il secondo fuoco dellobiettivo si sovrapponga al primo fuoco delloculare, come mostrato
Obiettivo Oculare Fob= Foc Oggetto A lontano Osservatore

INSERTO Ocul.

Immagine A prodotta dallobiettivo

Obiettivo

Fob=Foc

fob

-foc

Fig. 6.11. Il telescopio galileiano. Linserto giustifica perch limmagine risulta diritta.

in Fig. 6.11. Se loggetto A molto lontano, limmagine A che ne fa la prima lente cade nel suo secondo fuoco (la sua grandezza si trova subito tracciando il raggio indeviato che passa per V). Poich tale immagine anche nel primo fuoco delloculare, il raggio (indeviato) che passa per V definisce langolo sotto cui locchio la vede. Langolo d invece la grandezza angolare delloggetto visto a occhio nudo, il che comporta un ingrandimento visuale

I=

" #

tg" tg#

fob foc

<0

(6.16)

perch foc negativo. I risulta tanto maggiore quanto pi lo , in modulo, il rapporto delle distanze focali. Che limmagine del telescopio risulti diritta si evince anche dalla ! considerazione dellinserto in Fig. 6.10, dove si vede che i raggi estremi non si incrociano. Merita rilevare che il diametro delloculare pu essere tanto pi piccolo di quello dellobiettivo quanto pi alto il guadagno. Il telescopio di Keplero fa uso invece di due lenti biconvesse, come mostrato in Fig. 6.12. Anche in questo caso il secondo fuoco dellobiettivo coincide con il primo
Obiettivo Oculare Fob= Foc Oggetto A lontano Osservatore INSERTO

Ocul. Obiettivo Fob=Foc

fob

foc

Fig. 6.12. Il telescopio kepleriano. Linserto giustifica perch limmagine risulta capovolta.

delloculare. Ragionando come in precedenza, lingrandimento visuale ora dato da

90

I=

" #

fob foc

>0

(6.17)

e il suo segno indica che limmagine capovolta, come conferma linserto in figura, dove evidente linversione alto-basso. Per avere forti ingrandimenti, sia qui che nel ! telescopio galileiano, occorrono grandi diametri per lobiettivo (mentre la dimensione delloculare pu essere assai minore). La realizzazione e la posa in opera di lenti molto grandi, tuttavia, presentano seri problemi tecnologici e fisici, ad esempio aberrazioni cromatiche, per cui oggi si preferisce impiegare telescopi a riflessione, dove la funzione delle lenti svolta da specchi. Un vantaggio del telescopio kepleriano che limmagine A dellobiettivo reale, per cui si pu collocare sul piano che la contiene un reticolo graduato su scala micrometrica, ci che rende possibili accurate misurazioni quantitative. 6.5 Ottica geometrica nel formalismo matriciale Il formalismo che introduciamo in questa sezione valido per raggi parassiali. Consideriamo, come illustrato in Fig. 6.13, un raggio che passi per un dato punto P0 in
y y0
P0 P

y0

s0
Fig. 6.13.

un sistema di riferimento che ha per asse orizzontale lasse ottico e per asse verticale la direzione y trasversale ad esso. Si conviene di caratterizzare il raggio come vettore colonna del tipo

" y (s ) % 0 ' Y(s 0 ) = $ $y'(s 0 )' # &

(6.18)

dove lordinata y(s0)=y0 e la pendenza y(s0) sono le coordinate rappresentative del raggio. Quando il raggio si ! propaga nel vuoto da un punto di ascissa generica s diversa da s0, la pendenza non muta, ossia y(s)=y(s0)=y0, mentre la coordinata y(s)=y0+y0(ss0), quindi

"y + y'(s - s )% 0 ' Y(s ) = $ 0 $ ' y 0' # &

(6.19)

91 Daltronde, se ci si sposta da P0(s0) a un P(s) generico, il nuovo Y(s) pu essere espresso tramite la matrice di traslazione

"m m12 % $ 11 ' Mv = $m21 m22 ' # &


dove lindice v sta per vuoto, quindi

(6.20)

! " y (s ) % "m m12 % ' = $ 11 ' Y(s ) = $ ' $ ' $ #y'(s )& #m21 m22 &

"y % "m y + m y '% 12 0 ' $ 0 ' = $ 11 0 $ ' $ ' #y 0'& #m21y 0 + m22y 0'&

(6.21)

e dal confronto tra la (6.19) e lultimo membro della (6.21) per Mv si ricava
!

"1 s - s % 0' Mv = $ $0 1 ' # &


che una matrice a determinante unitario.

(6.22)

! 6.5.1 Lente sottile in aria. Applichiamo il metodo al caso della lente sottile, mostrata in Fig. 6.14, cercando la relazione tra le coordinate dei raggi prima e dopo
P
y0

y0=y p q

Fig. 6.14. Applicazione alla lente sottile.

della lente. Proveniendo da sinistra e da destra si ha rispettivamente

ptgy 0'" py 0'" y 0


qtgy'" qy'" #y 0
! essendo y<0, da cui !

y 0'" y 0 / p

y'" #y 0 / q

! ! "1 1% y y'-y 0'= -y 0 $ + ' = ( 0 $ ' f #p q&

y'= y 0'"

y0 f

(6.23)

92 avendo utilizzato lequazione (6.14) della lente sottile. Se ML la matrice di trasferimento per la lente sottile, deve essere Y(s)=MLY(s0) e, tenendo conto della (6.23), in luogo della (6.21) si scrive:
" y (s ) % "m m12 % ' = $ 11 ' Y(s ) = $ $y'(s )' $m21 m22 ' & # & # " % "y % "m y + m y '% $ y 0 ' 12 0 ' = $ 0 ' = $ 11 0 y ' $ $y 0'' $m21y 0 + m22y 0'' $y 0'( 0 ' # & # & # f &

e della (6.22):
!

# 1 ML = % %"1 / f $

0& ( 1( '

(6.24)

anchessa una matrice a determinante unitario, che ci permette di esprimere, per ogni pendenza del raggio y0 a sinistra la coniugata y a destra. !

6.5.2 Sistema diottrico centrato. Ad ogni passaggio da un mezzo allaltro si definisce la relativa matrice di trasferimento. Sia Mi la matrice relativa alli-mo elemento:
Y(s 1) = M1 Y(s 0 ) Y(s n ) = Mn Y(s n "1 ) = Mn Mn "1 M2M1 Y(s 0 ) = MY(s 0 ) !

(6.25)

dove Y(sn) il vettore colonna corrispondente allimmagine finale e M=MnMn-1 M2M1 la! matrice complessiva di trasferimento del sistema.

6.5.3 Esempio: lente sottile. Usiamo il formalismo matriciale per costruire limmagine prodotta da una lente sottile di un oggetto lungo y0, posto in s0 e trasversale rispetto allasse ottico. Le equazioni di interesse sono la (6.14) per i punti coniugati e la (6.15) per lingrandimento. Tenendo presente la Fig. 6.15, matricialmente scriviamo:
1. Per lo spazio vuoto a sinistra, Eq. (6.22),

"1 s - s % "1 p % 1 0' = $ ' M1 = $ $ ' $ 1 & #0 1 ' #0 & # 1 M2 = % % $"1 / f 0& ( ( 1'

2. Per la lente sottile, Eq. (6.24),

93

3. Per lo spazio vuoto a destra, Eq. (6.22),


y0 y0 s0 Y1= !2 Y p s1=s2
Lente

"1 s - s % "1 q % 3 2' = $ ' M3 = $ $ ' $ 1 & #0 1' #0 &

s3 y3 y3

Fig. 6.15. Nomenclatura per la lente sottile nella trattazione matriciale.

Ma essendo Y(s 3) = M3M2M1 Y(s 0 ) , si ha


"y % "1 ( q /f $ 3' = $ $y 3'' $ (1/f # & #

p + q (1 ( p /f )% ' 1 ( p /f ' &

"y % $ 0' = M $y 0'' # &

"y % $ 0' $y 0'' # &

e utilizzando la (6.14), per la matrice di trasferimento complessiva si perviene a


!

#"q / f M=% % $"1 / f

0 & ( ( "p / q'

(6.26)

dove che il termine m12 sia nullo una propriet generale dei sistemi ottici stigmatici. Inoltre, y3=m11y0, quindi m11=-q/p=I, dove il segno meno compare perch qui lasse per ! y3 stato preso rovesciato.

94 CAPITOLO 7

FOTONI E MATERIA

7.1. Natura duale della luce: concetto di fotone26 Finora si trattata la radiazione luminosa come una perturbazione ondosa. Tale natura spiega molte propriet della luce, in particolare la rifrazione, la diffrazione e linterferenza. Vi sono diversi altri aspetti dove invece la luce presenta caratteristiche che la rendono assimilabile a un corpuscolo, ed essi sono lo spettro di emissione da parte di un corpo incandescente, leffetto fotoelettrico, la pressione di radiazione, la spettroscopia atomica e leffetto laser. Infatti, se la frequenza dellonda e.m., lenergia da essa trasportata pu presentarsi esclusivamente sotto forma di multipli interi di pacchetti o quanti di energia i fotoni tale energia essendo pari a h, dove h=6.626176x10-27 ergs la gi introdotta costante di Planck. Lintensit luminosa I pu dunque esprimersi, oltre che come grandezza proporzionale al quadrato dellampiezza del campo elettrico, anche come un flusso di fotoni recanti energia:

I = Nvh"

(7.1)

dove N la densit dei fotoni (numero di fotoni contenuti nellunit di volume) e v la velocit della luce nel mezzo. ! Lespressione (7.1) perfettamente analoga a quella che descrive la densit di corrente elettrica J=Nvq dove si ha un moto di particelle con velocit v che trasportano ciascuna una carica q in luogo di unenergia h. La natura duale della luce fa s che a un fotone di frequenza e lunghezza donda si debba associare una quantit di moto

pfot =

h" v

h #

(7.2)

e che quindi esso eserciti una pressione sulla materia con cui scambia quantit di moto, il che avviene nei processi di riflessione o assorbimento. Nel caso di ! assorbimento totale, ad esempio, un fotone (nel vuoto) perde la sua intera quantit di moto h/c; la pressione allora data da h/c per il numero di fotoni che colpiscono in un secondo lunit di superficie del corpo, vale a dire Nv. Tenendo conto della (7.1), la pressione di radiazione Prad allora

Prad =

Nvh" c

I c

(7.3)

26

G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 7.8-10; anche Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. IX.10.

95

Per converso, il principio di de Broglie (pronuncia debrye) assegna una natura duale - corpuscolare e ondosa - anche alle particelle elementari, con una lunghezza donda data da

"part = h / p = h / mv

(7.4)

dove m la massa della particella. La (7.4) chiaramente la relazione (7.2) invertita.

! 7.2 Effetto fotoelettrico27 lesperimento dove pi esplicitamente si porta in evidenza la natura quantica dell energia luminosa. Fu effettuato a fine Ottocento da Lenard, ma le osservazioni non furono capite fino al 1905, quando Einstein ne diede una spiegazione in termini di quanti di energia (fu questo lavoro a fruttargli il premio Nobel). Lapparato sperimentale mostrato in Fig. 7.1. Una radiazione monocromatica di frequenza

h
C

A i
+

Potenziometro Fig. 7.1. Apparato sperimentale per lo studio delleffetto fotoelettrico.

colpisce un elettrodo metallico C (fotocatodo) posto allinterno di unampolla evacuata e mantenuto al potenziale Vc. Purch lenergia dei fotoni h superi un dato valore di soglia h0, e indipendentemente dallintensit della luce - fatto classicamente inspiegabile - la radiazione capace di proiettare elettroni allesterno del metallo. Il meccanismo si chiama emissione fotoelettronica (o fotoelettrica). Un anodo al potenziale VA raccoglie gli elettroni fotoemessi, cosicch nel circuito esterno circola della corrente. In Fig. 7.2 (a) mostrato leffetto di soglia per una dato metallo e un valore fissato della d.d.p. VAVc. Landamento della fotocorrente i in funzione di VAVc mostrato in Fig. 7.2 (b) per due valori del flusso dei fotoni incidenti. Si nota che la corrente presente anche quando lanodo polarizzato negativamente rispetto al fotocatodo, come se gli elettroni fotogenerati fossero in grado di sopraffare un potenziale antagonista, almeno fino a un dato potenziale Varresto dove la corrente cessa. Questa circostanza merita un esame pi approfondito. Esaminiamo in Fig. 7.3,
27

Testo consigliato: Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. XII.3.

96 per un dato flusso fotonico, landamento del potenziale di arresto al variare dellenergia h dei fotoni.
i
Soglia

i 2 > 1 1 h fisso VA Vc

h0

Varresto-Vc

(a)

(b)

Fig. 7.2. (a) Si ha fotocorrente per hh0 (h0 caratteristica del metallo). (b) Fotocorrente per due diversi flussi fotonici.

Varresto-Vc (volt) -3
-2 -1 0 Soglia

Flusso fissato

h0

h (eV)
cresce

Fig. 7.3. Il potenziale di arresto linearmente con lenergia dei fotoni.

Si trova che, a partire dalla soglia (la quale dipende esclusivamente dal metallo usato), il potenziale di arresto cresce linearmente con h, mentre non varia affatto se il flusso fotonico viene modificato. Il potenziale di arresto corrisponde evidentemente alla condizione per cui lenergia potenziale frenante eguaglia lenergia cinetica posseduta dai fotoelettroni al momento delluscita dal catodo:

q (VA - VB) = 1 mev 2


2

(7.5)

La relazione introdotta da Einstein per giustificare il comportamento osservato la seguente !

h" = h" 0 + 1 mev 2


2

(7.6)

Essa afferma che dellenergia del fotone incidente una parte =h0 viene utilizzata per compiere il lavoro di estrazione dellelettrone dal metallo, quella in eccesso ! venendo acquisita dallelettrone in forma di energia cinetica. detta funzione lavoro e corrisponde allenergia necessaria per innalzare un elettrone dal pi alto livello occupato nel metallo noto come livello di Fermi - al livello di vuoto, cio allo stato energetico di un elettrone privo di movimento collocato nel vuoto (e quindi

97 indipendente dal metallo usato). Il discorso meglio chiarito dalla rappresentazione schematica di Fig. 7.4.
Livello di vuoto Energia

x
Livello di Fermi Livelli occupati da elettroni

= h0

Superficie del metallo

Metallo

Vuoto

Fig. 7.4. Schema illustrativo della relazione quantica introdotta da Einstein.

Al crescere del flusso fotonico cresce il numero di elettroni fotoemessi, quindi la fotocorrente, ma non la soglia h0, n lenergia cinetica degli elettroni (e quindi il potenziale di arresto). I valori di h0 si aggirano attorno a qualche eV, con un valore molto basso per il cesio, circa 2 ev (corrispondente a 1,24/2=0.62 nm, ossia nel rosso). Leffetto fotoelettrico base di molteplici applicazioni, sia di laboratorio ad esempio i fotomoltiplicatori sia pratiche ad esempio comandi a distanza su fascio luminoso. In ricerca fondamentale viene oggi largamente usato nella spettroscopia a fotoemissione di elettroni, per lo pi fatta con luce di sincrotrone, che permette la caratterizzazione dei livelli elettronici dei solidi. Leffetto fotovoltaico nelle giunzioni p-n a semiconduttore la sua controparte a stato solido e offre le stesse applicazioni di cui sopra pi quella importante delle celle solari. 7.3 Effetto laser28 Il termine laser sta per Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation, ossia amplificazione di luce tramite emissione stimolata di radiazione. Scoperto negli anni 50 viene a seguire il maser, che opera invece nella regione delle microonde. Diamo unillustrazione del fenomeno dellemissione stimolata. Quando un fotone incide sulla materia e la sua energia coincide con la differenza tra due livelli elettronici, di cui (allequilibrio) quello inferiore Ei occupato e quello superiore Ef vuoto, di norma il fotone viene assorbito e lelettrone viene eccitato al livello superiore, dove resta per un certo tempo tornando poi spontaneamente allo stato di equilibrio. In questo meccanismo di ricombinazione spontanea viene per lo pi rilasciato un fotone di opportuna energia. Se invece il fotone trova il materiale in uno stato gi eccitato, in cui il livello energetico pi alto occupato e quello inferiore vuoto, allora il fotone pu stimolare il ritorno istantaneo dellelettrone allo stato di equilibrio, con la
28

Testo consigliato: Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. XII.8.

98 produzione di un secondo fotone identico e coerente con quello in arrivo, oltre che propagantesi nella stessa direzione. Se c modo di reiterare il fenomeno con un processo a cascata, si ottiene amplificazione dellintensit luminosa. I vari meccanismi discussi sono schematizzati in Fig. 7.5.
Fotone h assorbito Fotone h assorbito Fotone h emesso Due fotoni h emessi

Ef

Elettrone

Ei
(a) (b) (c) Fig. 7.5. (a) Assorbimento di un fotone con eccitazione di un elettrone; (b) emissione di un fotone per ritorno spontaneo dellelettrone allo stato di equilibrio, (c) emissione di un fotone per ricombinazione stimolata dellelettrone. In ogni caso h=EfEi.

Chiamiamo Rif la probabilit che in un secondo un elettrone, per assorbimento di un fotone, passi dallo stato inferiore i a quello superiore f:

Rif = Bif f (" )

con

"=

Ef # E i h

(7.7)

dove f() la densit di energia della radiazione elettromagnetica la stessa ! considerata da Planck nella teoria del corpo nero - e Bif, detto coefficiente di ! Einstein, esprime la probabilit quanto-meccanica della transizione. La probabilit globale di ritorno allequilibrio per un elettrone eccitato, chiamando Afi la probabilit di ricombinazione spontanea - indipendente da f() - allora

Rfi = A + Bfif (" ) fi

(7.8)

dove Bfi il coefficiente di Einstein per la transizione inversa da f a i. Se il sistema si trova in condizioni di regime, chiamate rispettivamente ni e nf le popolazioni ! elettroniche nello stato di equilibrio e in quello eccitato, i numeri dei fotoni emessi e di quelli assorbiti in un secondo devono essere eguali, ossia niRif=nfRfi:

n iBif f (" ) = nf A + Bfif (" ) fi

(7.9)

Tenendo conto del fatto che, come mostrato da Einstein, Bif=Bfi, dalla (7.9) si ricava per la densit dei fotoni !

99

f (" ) =

n iBif # nf Bfi

nf A fi

n i / nf # 1

A / Bfi fi

(7.10)

La statistica di Boltzmann ci d per il rapporto ni/nf delle "popolazioni" allequilibrio termico: !

nf

ni

exp(-Ef /kT )

exp(-E i /kT )

= exp(h"/kT )

che sostituito nella (7.10) porta a


!

f (" ) =

exp(h"/kT ) # 1

A /Bfi fi

(7.11)

Introducendo nellultima relazione scritta lespressione per f() fornita dalla teoria di Planck del corpo nero !

f (" ) =
si ottiene infine

8#h" 3

1 exp(h"/kT ) - 1

c3

(7.12)

Bfi

A fi

8"h# 3

(7.13)

eguaglianza che si dimostra accettabile anche nelle condizioni di sistema perturbato prese in considerazione. Va ! notato che, se la frequenza cresce, il rapporto Afi/Bfi cresce molto rapidamente, vale a dire che lemissione spontanea diventa tanto pi importante quanto pi sale la separazione energetica dei due livelli EfEi. Ci implica che pi facile indurre lemissione stimolata per fotoni di bassa energia.

7.3.1 Inversione di popolazione. Poich i fotoni incidenti danno luogo sia a processi assorbitivi che di emissione stimolata, per avere amplificazione della luce necessario che i secondi prevalgano sui primi, in altre parole occorre che la concentrazione di elettroni eccitati nf superi quella degli elettroni nello stato inferiore ni. Tale condizione di soglia per leffetto laser detta inversione di popolazione. Se chiamiamo Nif=niBiff() il tasso di transizioni dal basso allalto e Nfi=nf[Afi + Bfif()] quello in senso inverso, ricordando sempre che Bif=Bfi, per lamplificazione deve essere
Nfi
=

N if

nf A + Bfif (" ) fi ni Bfif (" )

>1

(7.14)

100

Se il flusso di fotoni elevato, Afi<<Bfif(), lemissione stimolata diventa leffetto dominante e la condizione (7.14) si riduce appunto a quella di inversione di popolazione nf>ni. I problemi che si pongono sono, primo, come ottenere linversione di popolazione, secondo, come ottenere unelevata f(). Vi sono diverse maniere di eccitare il sistema in modo da portarlo allinversione di popolazione, delle quali due sono le pi comuni: il pompaggio ottico, effettuato con un laser ancillare (tipico dei laser a stato solido, quale il laser a rubino), e la scarica elettrica, prodotta direttamente nel mezzo che deve amplificare la luce (tipico dei laser a gas). tuttavia indispensabile sottolineare che in entrambi i casi il sistema non pu funzionare se i livelli a disposizione sono soltanto due: al massimo si ottiene infatti che nf eguagli ni senza mai superarlo, giacch, data leguaglianza tra Bfi e Bfi, dei due processi bassoalto e alto-basso prevale sempre quello in cui la popolazione elettronica risulta maggiore, anche per un solo elettrone. Occorrono dunque almeno tre livelli, dei quali uno agisce da livello di transito momentaneo, come illustrato dalla Fig. 7.6, che autoesplicativa. In taluni casi tale condizione si raggiunge miscelando pi gas: tale la situazione nel comune laser rosso a elio-neon.
Ep
Pompaggio allenergia Ep - Ei Decadimento spontaneo allenergia Ep Ef

Ef
Decadimento stimolato allenergia Ef Ei Fotone stimolatore h= Ef Ei

Ei

Fotoni in uscita h= Ef Ei

Fig. 7.6. Ruolo dei tre livelli nel meccanismo di amplificazione laser.

7.3.2 Laser a elio-neon.29 Per limportanza che ha questo laser sia negli impieghi scientifici che negli usi pratici, opportuno approfondire il meccanismo dei tre livelli. Gli stati energetici di interesse nei due tipi di atomo sono schematicamente mostrati in Fig. 7.7. Il pompaggio avviene per scarica elettrica ai livelli metastabili 23S e 21S dellelio, con grande efficienza perch non si hanno transizioni ottiche permesse a livelli pi bassi. Il livelli 2s e 3s del neon sono praticamente degeneri con i due detti, quindi se un atomo di elio eccitato collide con un atomo di neon, c una buona probabilit che degli elettroni si trasferiscano da un gas allaltro, creando una condizione di inversione di popolazione nei livelli eccitati del neon. Si hanno quindi tre possibilit per linnesco delleffetto laser, rispettivamente alle lunghezze donda 632.8

29

Si veda ad esempio G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 9.7.

101 nm, 1.1523 m e 3.39 m, delle quali la prima, che cade nel rosso, quella pi largamente utilizzata.
20 Energia (eV)
2 1S 2 3S Collisioni atomiche 3s 2s 1.15 m 2p 3.39 m 3p

632.8 nm

1s

15

Elio
Eccitazione di elettroni da livelli inferiori

Neon

Fig. 7.7. Rappresentazione schematica dei livelli attivi nel laser a elio-neon.

7.3.3 Cavit laser e densit di energia ottica. Unelevata densit di energia ottica si ottiene principalmente tramite le modalit costruttive del laser. anzitutto indispensabile che i fotoni emessi si incanalino a formare un sottile pennello in modo da mantenersi allinterno di una zona di alta intensit luminosa (zona attiva). In secondo luogo, importante che i fotoni attraversino pi volte la zona attiva, il che si ottiene utilizzando le vantaggiose condizioni offerte dalla cavit di Fabry-Perot (si veda il Par. 4.7.2). La cavit di Fabry-Perot consente di realizzare anche leffetto di interferenza costruttiva, con la formazione di modi stazionari e il corrispondente incremento di potenza ottica. La fisica di tale cavit del tutto parallela a quella che porta alla formazione di onde stazionarie su una corda vibrante a estremi fissati. Come illustrato in Fig. 7.8, la cavit laser costituita, nella sua forma pi elementare, da una coppia di specchi dielettrici paralleli posti a una certa distanza. Uno specchio perfettamente riflettente, laltro quasi totalmente, onde consentire lutilizzo allesterno della luce generata nella cavit. Nello spazio tra essi compreso posto un
Specchio al 100%

Specchio al 99% Fascio in uscita

Finestre di Brewster

Tubo con gas a bassa pressione

Fascio luminoso

Fig. 7.8. Struttura di un laser. Le finestre del tubo contenente il gas attivo sono inclinate allangolo di Brewster per minimizzare le perdite in riflessione della componente del campo che ha la polarizzazione desiderata.

tubo di quarzo contenente del gas in grado di emettere luce se eccitato ad esempio tramite scarica elettrica. Tale luce sar costituita da almeno una riga spettrale di

102 lunghezza donda , con andamento per lo pi gaussiano e larghezza [Fig. 7.9(a)]. I fotoni emessi nella direzione dellasse del tubo viaggiano a lungo nel mezzo eccitato perch vengono riflessi pi volte avanti e indietro dagli specchi che delimitano la cavit: se lamplificazione della luce possibile essa potr avvenire in maniera cospicua. Occorre tuttavia tenere conto, come per la corda vibrante, che soltanto per alcuni valori della lunghezza donda possono insediarsi onde stazionarie (quelle onde che, dopo riflessione da parte di uno dei due specchi, interferiscono costruttivamente con londa in arrivo su di esso, ogni altra onda spegnendosi per interferenza distruttiva). Se L la distanza tra gli specchi, le onde stazionarie, o modi normali della cavit sono quelle caratterizzate dalla condizione

L = n"n
con n intero non nullo. La riga di emissione allora viene sostituita da una successione di righe pi strette, le cui ampiezze hanno come inviluppo quella originale del gas non ! inserito nella cavit (si veda Fig. 7.9(b)).

(a)

(b)

Ordine n, n+1, n+2, n+3

Fig. 7.9. (a) Riga di emissione del gas eccitato fuori cavit, (b) rappresentazione schematica delle effettive lunghezze donda emesse dal gas eccitato in cavit (modi normali).

Esempio: sia L=30 cm, n=500 nm, n=30/(5x10-5)=600000, n+1=600001, n+1=499.999 nm, il che comporta modi di ordine molto elevato e assai ravvicinati quanto a lunghezza donda. Nel laser, si attivano per primi i modi di pi alta intensit vale a dire quelli centrali nella distribuzione di Fig. 7.9(b) - perch consentono di raggiungere pi prontamente la soglia per lamplificazione della luce. Infine, per unalta densit ottica, occorre che le perdite siano ridotte al minimo, il che si realizza tipicamente adottando finestre di Brewster agli estremi del tubo contenente il gas, come mostrato appunto in Fig. 7.8, cos che almeno per una direzione di polarizzazione della luce laser la riflessione sia identicamente nulla. Il processo di amplificazione della luce inizia quando, eccitando il gas contenuto nel tubo, i primi fotoni vengono emessi in modo spontaneo. I fotoni emessi con una certa inclinazione rispetto allasse del tubo si perdono senza innescare effetti di amplificazione. Quelli che invece si avviano lungo lasse fanno un lungo percorso nel gas eccitato (mediamente, se lo specchio di estrazione del fascio laser riflette al 99%, il percorso effettivo 100 volte la lunghezza della cavit laser), innalzando la densit

103 ottica f() e rendendo dominanti i processi di emissione stimolata su quelli di assorbimento e sulle perdite di altra natura. Si ha un processo di moltiplicazione a valanga che porta alle condizioni finali di regime laser. Le caratteristiche del fascio uscente sono: (a) grande intensit, bench di molto inferiore a quella interna alla cavit, (b) elevata purezza cromatica, (c) forte collimazione, ovvero debole divergenza, (d) coerenza spaziale e temporale, (e) polarizzazione parallela al piano di incidenza sulle finestre di Brewster (Rp=0). 7.4 Olografia30 Scoperta da Gabor nel 1947, lolografia unapplicazione dellinterferenza che permette di produrre limmagine tridimensionale di un oggetto. I risultati ottimali si hanno con un fascio di luce laser, ma possibile realizzare ologrammi anche con luce bianca incoerente. Fig. 7.10 mostra come si effettua la scrittura dellimmagine su lastra fotografica. Nella lastra vanno a sovrapporsi una parte del fascio luminoso - il fascio di riferimento, proveniente direttamente dalla sorgente - e unaltra parte che invece viene fatta riflettere dalloggetto. Ci determina una complessa figura di
Specchio semitrasparente
Sistema espanditore del fascio laser

Fascio di riferimento Laser

Oggetto Fascio oggetto

Lastra fotografica

Fig. 7.10. Registrazione su lastra fotosensibile dellologramma di un oggetto.

interferenza: nei punti di coincidenza di fase si ha un massimo annerimento del materiale fotosensibile, nessun annerimento nei punti di interferenza distruttiva e tutta una gamma di situazioni intermedie quando la differenza nei cammini ottici cade
30

Testo consigliato, G.R. Fowles, Modern Optics, Par. 5.7.

104 tra questi due estremi. La lastra in certo senso diviene un reticolo di diffrazione sui generis, sagomato secondo la forma e la luminosit delloggetto da olografare. La lettura della lastra si fa con un fascio di illuminazione eguale a quello usato come riferimento in fase di scrittura (Fig. 7.11). Il fascio diffratto una precisa copia tridimensionale del fronte dellonda originalmente riflessa dalloggetto, cosicch questultimo viene ricostruito in 3-D in modo virtuale ( cio possibile, per chi guarda lologramma, variare la prospettiva dellimmagine con spostamenti del capo come avverrebbe per un oggetto reale). Se si utilizza luce bianca, si ricreano anche i colori.

Fascio analizzatore Fascio diffratto Laser di lettura

Osservatore

Immagine virtuale 3-D

Ologramma

Fig. 7.11. Riproduzione dellimmagine olografica.

Discutiamo brevemente la teoria del fenomeno, utilizzando per semplificare unonda piana monocromatica. Sia E(x,y)=a(x,y)exp[i(x,y)] il campo (complesso) riflesso dalloggetto e E0(x,y)=a0(x,y)exp[i(xksin+yksin] quello del fascio di riferimento ( e specificano la direzione dello stesso). Dopo qualche passaggio, lintensit registrata dalla lastra risulta allora essere

I (x , y ) =|E + E 0 |2 = a 2 + a 2 + 2aa 0cos[" (x , y ) - xksin# $ yksin%] 0

(7.15)

che chiaramente descrittiva di una configurazione interferenziale. Allorch si passa alla lettura, londa trasmessa ET(x,y) proporzionale al campo E0 del fascio-sonda ! moltiplicato per la trasmittanza della lastra, a sua volta proporzionale alla I(x,y) in (7.15), che quindi la condiziona a riprodurre le fattezze delloggetto. 7.6. Effetto Compton31

31

Testo consigliato: Mencuccini-Silvestrini, Fisica II, Par. XIV.4.

105 Leffetto Compton un meccanismo di interazione elettrone-fotone pi complesso del semplice effetto fotoelettrico. Si osserva generalmente nella regione dei raggi X e consiste in pratica in una collisione elettrone-fotone nella quale il fotone non viene distrutto, ma si limita a perdere parte della sua energia a vantaggio dellelettrone. Mostriamo che, se la lunghezza donda del fotone incidente, dopo lurto essa diventa maggiore ed data da

" = " + "c (1 - cos#)


/

(7.16)

dove c una costante universale. Anche leffetto Compton inspiegabile dal punto di vista classico e richiede i concetti di quantizzazione h dellenergia luminosa e di ! quantit di moto h/c associata al fotone. Quando un fotone di energia h collide con un elettrone in un atomo, lurto pu essere trattato come un urto meccanico tra particelle libere, per il fatto che lenergia di legame dellelettrone molto piccola rispetto a quella del fotone X. Assumiamo inoltre che lelettrone sia inizialmente fermo, con massa a riposo m0, e pertanto privo di quantit di moto (la direzione e il verso dei vettori quantit di moto caratterizzano i moti delle due particelle prima e dopo lurto). Scriviamo allora le equazioni di conservazione dellenergia (che si dovr
h/c h/c pel h/c h/c pel

Fig. 7.9. Nella collisione col fotone lelettrone acquista la quantit di moto pel.

considerare relativistica) e della quantit di moto, tenendo conto del teorema di Carnot nel triangolo a destra in Fig. 7.9,
2 pel

=(

h" c

) +(

h" , c

) #2

h" h" , c c

cos$

(7.17) (7.18)

h" # h" , = E # E 0
!
2

dove E=m0c lenergia relativistica finale dellelettrone e E0=m0c2 la sua energia a riposo. La quantit di moto iniziale dellelettrone, si detto, nulla, mentre quella ! finale data da pel=m0v. La quantit (pelc, E) un quadrivettore, dunque la sua norma

pel2c2 E2=- E02

(7.19)

un invariante relativistico. Sostituendo nelle equazioni di conservazione (7.17) e (7.18), con qualche passaggio si ricava

106

" # ", =
ed essendo /c=1/
!

h"" , m0c
2

(1 - cos$)

" #"=
che coincide appunto con la (7.16), dove

h m0c

(1 - cos$)

(7.19)

"c =

6.62x 10#27 erg $ s 9x10#28 gx 3x1010 cm$ s#1

= 2.45x 10#10 cm

valore che ben verificato sperimentalmente in modo diretto. Una verifica alternativa si pu fare producendo la collisione in camera di Wilson o camera a nebbia, ! e valutando gli angoli e dalle tracce dellelettrone primario e di un secondo elettrone che interagisca alla Compton con il fotone (Fig. 7.10). Poich langolo una funzione di e di c, possibile risalire di nuovo a questultima grandezza.
Secondo elettrone Fotone Primo elettrone

Fig. 7.10. Le tracce in camera di Wilson permettono di valutare le direzioni di moto degli elettroni Compton dopo lurto con il fotone.

107 CAPITOLO 8

ANISOTROPIA OTTICA E BIRIFRANGENZA

8.1 Cristalli anisotropi32 Vi sono cristalli che, non avendo una struttura reticolare cubica, sono otticamente anisotropi, presentando uno o pi assi di simmetria lungo i quali i parametri ottici, segnatamente lindice di rifrazione, sono diversi da altre direzioni. I pi noti di tali materiali sono il quarzo e la calcite; leffetto pi conosciuto, come illustrato in Fig. 8.1, la birifrangenza, ossia lo sdoppiamento di un raggio che li attraversi in quello che si chiama raggio ordinario, nel senso che obbedisce alla legge usuale della rifrazione, la legge dei seni, e in un raggio straordinario, che invece si rifrange in modo anomalo. Sperimentalmente, leffetto pu essere facilmente verificato poggiando una lastra di materiale birifrangente su una pagina stampata e notando che si ha uno sdoppiamento della scrittura.

Straordinario Ordinario

OTTICA OTTICA

Fig. 8.1. Lamina birifrangente.

Il fatto che il raggio si comporti in modo ordinario o straordinario dipende dal fatto che il suo campo elettrico oscilli in direzione perpendicolare allasse ottico oppure no. Come conseguenza della differenza negli indici di rifrazione ordinario no e straordinario ns, la velocit di propagazione della luce dipende della direzione di avanzamento dellonda nel cristallo, assumendo i valori estremi c/no se il cui campo vibra interamente in direzione normale allasse ottico e c/ns nel caso opposto. Per capire bene gli aspetti dettagliati del fenomeno, e poter valutare la velocit dellonda in una direzione di moto generica, nonch le modalit di separazione in due raggi distinti, conveniente introdurre il cosiddetto ellissoide degli indici.

8.1.1 Ellissoide degli indici. Se il mezzo anisotropo, il fronte donda proveniente da una sorgente s puntiforme non pu ovviamente essere sferico: in presenza di assi di simmetria, esso sar piuttosto un ellissoide, come mostrato in Fig. 8.2 (a). Siano v1, v2, v3 le velocit di propagazione lungo gli assi x, y, z. I corrispondenti indici di
32

Testo consigliato: Mazzoldi-Nigro-Voci, Fisica, Vol. II, Par. 14.6; in alternativa: MencucciniSilvestrini, Fisica II, Cap. XVI.

108 rifrazione - n1=c/v1, n2=c/v2, n3=c/v3 - sono detti indici principali del cristallo. Allellissoide delle velocit corrisponde dunque un ellissoide degli indici, i cui assi sono di lunghezza inversamente proporzionale ai precedenti [Fig. 8.2 (b)].
z z v3 v2 y x
(a) (b)

n3 n1 n2 y

s v1 x

Fig. 8.2. Ellissoidi (a) delle velocit e (b) degli indici.

Lellissoide degli indici descritto dalla seguente equazione

x2
2 n1

y2
2 n2

z2
2 n3

=1

(8.1)

Mostriamo in varie situazioni come si ottengono i valori dellindice di rifrazione a seconda della direzione di! provenienza del raggio luminoso. Cominciamo illustrando in Fig. 8.2 il caso elementare di un raggio non polarizzato, con vettore donda k diretto come uno degli assi, ad esempio antiparallelo allasse z, quindi con fronte donda piano avente giacitura (x,y). Il fronte donda interseca sullellissoide degli indici unellisse
z Ex k n2 Ey
Fronte donda

n1

x
Fig. 8.2. Caso onda piana con k parallelo allasse z.

di assi n1 e n2. Il campo elettrico oscilla quindi in tale piano e pu essere scomposto, al solito, in due componenti di eguale ampiezza dirette lungo i due assi. La componente secondo x viaggia con velocit v1=c/n1, quella secondo y con velocit v2=c/n2. Alluscita

109 dal cristallo le due componenti avranno accumulato una differenza di fase, pur rimanendo sovrapposte. Se per il cristallo uniassico, con lasse ottico diretto lungo z, lellissoide un ellissoide di rotazione attorno a tale asse, quindi nel piano (x, y) c simmetria circolare e n1=n2, v1=v2. Il campo per entrambe le componenti oscilla in direzione normale allasse ottico, e quindi la comune velocit vo=c/no, la velocit del raggio ordinario. Secondo caso particolare: asse ottico diretto secondo z, ma fronte donda piano che avanza nella direzione delle y negative (si veda Fig. 8.3). In questo caso la componente del campo che vibra secondo lasse ottico z ha carattere di raggio straordinario con velocit vs=v3=c/n3, laltra invece di raggio ordinario con velocit vo=v1=c/n1.
z n3 n1 y k Ex

Ez

Fronte donda

Fig. 8.3. Caso onda piana con k perpendicolare allasse ottico (z).

Caso generale: asse ottico sempre diretto secondo z, incidenza in una direzione generica (si veda Fig. 8.4). Gli indici di rifrazione sono dati dagli assi dellellisse
Fronte donda

n n y

x
Fig. 8.4. Incidenza con direzione generica, diversa dagli assi.

intersezione tra il fronte donda piano e lellissoide. I loro valori sono n e n, diversi ovviamente dagli indici principali. utile porre in evidenza il caso particolare in cui lincidenza avviene nel piano (z,y) formando per un angolo rispetto allasse ottico z diverso da zero. Allora una delle componenti del campo elettrico vibra perpendicolarmente allasse ottico, avendo

110 quindi carattere di puro raggio ordinario e velocit vo=c/no. Laltra vibra a 90 dalla prima, nel piano che contiene lasse ottico, non necessariamente in direzione parallela allasse ottico stesso. Concludendo, nel caso dei cristalli isotropi, lellissoide degli indici una sfera e si ha n1=n2=n3; nei cristalli uniassici (quarzo e calcite, ad esempio), si ha n1=n2n3; infine, nei cristalli triassici n1n2n3. Nel caso isotropo lequazione dellellissoide degli indici si riduce a

x 2 + y2 + z2 = n2
mentre nel caso uniassico si ha

x2 + y2
2 no

z2
2 ns

=1

8.1.2 Costruzione del fronte donda. In vista dellapplicazione al fenomeno della doppia rifrazione in un cristallo non isotropo, mostriamo come si costruisce il fronte ! donda nel caso di un cristallo uniassico. Sia s la sorgente puntiforme, posta nellorigine degli assi, e sia lasse ottico diretto come z. Supponiamo ns < no, fatto che si esprime dicendo che il cristallo negativo. Il fronte donda illustrato in Fig. 8.5: esso appare sdoppiato, la sfera rappresentando il fronte donda ordinario e lellissoide quello straordinario. Le due circostanze limite sono quella in cui la propagazione
Asse ottico

x
Fig. 8.5. Sdoppiamento del fronte donda in un cristallo uniassico negativo (ns < no), com la calcite.

avviene lungo lasse ottico e quella in cui essa avviene perpendicolarmente ad esso (ad esempio lungo y). Nel primo caso, entrambe le componenti Ex e Ey del campo oscillante vibrano normalmente allasse ottico, quindi hanno comportamento ordinario e velocit eguali a vo=c/no, giungendo assieme in A, punto dove i due fronti donda vengono a coincidere. Se invece londa viaggia lungo y solo la componente Ex vibra normalmente allasse ottico e raggiunge il punto A della sfera; la componente Ez vibra invece lungo lasse ottico e viaggia quindi alla velocit vs=c/ns>vo, raggiungendo il punto B pi

111 lontano. Il comportamento nei casi intermedi relativamente ovvio dallesame della figura. 8.2 Birifrangenza Siamo ora in grado, utilizzando costruzioni di Huygens del genere introdotto nel Par. 4.1.1, di descrivere accuratamente il fenomeno della doppia rifrazione. Cominciamo con il prendere in considerazione Fig. 8.6 - il caso relativamente generale in cui lasse ottico forma un angolo col piano di separazione dei due mezzi, ma limitando per ora lanalisi al caso di incidenza normale (quindi fronte donda piano e parallelo alla superficie di separazione). Procedendo come fatto in relazione alla Fig. 4.2, dal punto A dovremo ora far partire due fronti donda elementari, quello ordinario sferico e quello straordinario ellissoidale, con lasse maggiore orientato, per quanto detto nel paragrafo precedente, a 90 dallasse ottico e con un punto di coincidenza nella direzione dellasse ottico. La stessa identica operazione si pu fare per qualsiasi altro punto della superficie di separazione. I due fronti donda nel secondo mezzo si trovano ora portando il piano tangente ai fronti donda elementari. Le direzioni di
kincid
Ep Es
Fronte donda incidente

Superficie di separazione Asse ottico

A /2 Fronte donda ordinario A Fronte donda /2 straordinario

/2

ko

ks

Fig. 8.6. Costruzione di Huygens per individuare le direzioni di propagazione dei raggi ordinario e straordinario in un cristallo uniassico negativo (ns < no): incidenza normale e asse ottico inclinato rispetto alla superficie del cristallo.

propagazione si individuano congiungendo il punto A con i punti di tangenza, rispettivamente A e A, in quanto si tratta dei punti dove londa partita da A pervenuta dopo un periodo delloscillazione. Entrambi i raggi sono polarizzati, come indicato in figura. essenziale sottolineare il fatto che, per il raggio straordinario il vettore donda non perpendicolare al fronte donda, quindi non soddisfa la legge dei seni. In due casi particolari il raggio non si sdoppia, e cio quando lasse ottico perpendicolare oppure parallelo alla superficie. Nel primo caso, entrambe le componenti del campo hanno carattere ordinario e il comportamento non si distingue

112 da quello di un cristallo isotropo, nel secondo esse hanno diverse velocit ma viaggiano sovrapposte, come illustrato in Fig. 8.7 (a) e (b).
kincid
Ep Es
A Fronte donda incidente Superficie Asse ottico Fronte donda unico A A Fronte donda ordinario Fronte donda straordinario

kincid kincid
Ep Es
A

Fronte donda incidente Superficie

vo=vs
Asse ottico A=A

|vo|<|vs|

(a)

(b)

Fig. 8.7. Caso di asse ottico (a) normale alla superficie e (b) parallelo alla superficie in un cristallo uniassico negativo (ns< no).

Ora che si sono esaminati i casi pi semplici, passiamo a costruire il doppio raggio rifratto in un caso pi complesso, ossia asse ottico obliquo rispetto alla superficie di separazione dei due mezzi (bench sempre contenuto nel piano di incidenza) e incidenza obliqua. Si tratta in sostanza di fare una costruzione alla Huygens combinando i procedimenti discussi in relazione alle Figg. 4.2 e 8.6. Con un occhio alla Fig. 8.8, rivediamo brevemente i passi da seguire. Nel tempo che B arriva in B nel primo mezzo, da A si propagata unonda elementare, sferica per la componente Es del campo e ellissoidale per la Ep. I nuovi fronti donda si trovano conducendo i piani passanti per B e tangenti ai fronti elementari, mentre le direzioni di propagazione si
kincid
Es Ep

Fronte donda incidente B

Superficie di separazione A A Fronte donda ordinario Fronte donda straordinario A Asse ottico B

Es Ep

ko

ks

Fig. 8.8. Birifrangenza in un caso pi generale: incidenza obliqua e asse ottico in direzione generica nel piano di incidenza.

113 trovano congiungendo A con i punti di tangenza rispettivamente A e A. Si verifica subito, nello stesso modo gi applicato al caso isotropo, che il raggio ordinario soddisfa alla legge di Cartesio-Snell, laddove il raggio straordinario si rifrange con un angolo che nel caso in esame addirittura di segno opposto dellangolo di incidenza. Il fenomeno della doppia rifrazione si presta a diverse applicazioni, di cui diremo nel prossimo paragrafo.

8.2.1 Applicazione: lamine quarto donda e mezzonda. Nella configurazione di Fig. 8.7 (b) i due raggi ordinario e straordinario non si separano, ma uno viaggia pi velocemente dellaltro, quindi alluscita dalla lamina di materiale birifrangente essi presentano uno sfasamento
" = (k s # ko )d =
2$d (n s # no )
(8.2)

dove d lo spessore della lamina e la lunghezza donda nel vuoto. possibile giovarsi di tale effetto per cambiare lo stato di polarizzazione della luce: produrre, ad ! esempio, la rotazione di /2 del vettore campo elettrico di un raggio luminoso polarizzato linearmente. Si abbia la condizione sperimentale illustrata in Fig. 8.9. Si fa incidere un raggio polarizzato linearmente su una lamina birifrangente avente lasse ottico parallelo alla superficie e formante un angolo di 45 con la direzione di polarizzazione della luce. Allora, se si scompone il vettore elettrico in una componente parallela allasse ottico e laltra perpendicolare, tra loro in fase, queste viaggiano rispettivamente con la velocit del raggio straordinario e del raggio ordinario, pur rimanendo sovrapposte. Nella ricombinazione alluscita della lamina in genere non si riotterr la polarizzazione originaria. Vedremo che se lo spessore della lamina tale che = (o un suo multiplo dispari), corrispondente a una differenza di cammino ottico eguale a /2 (o un suo multiplo dispari), il vettore campo risulta ruotato di 90 e la lamina detta lamina mezzonda. Se invece lo sfasamento =/2 (o un suo
/2 E E| E E
Asse ottico

E E// /4
Asse ottico

E// /4

E|

Fig. 8.9. A sinistra: rotazione di 90 della direzione di polarizzazione della luce tramite una lamina mezzonda; a destra: cambiamento della polarizzazione da lineare a circolare tramite una lamina quarto donda.

114 multiplo dispari), la luce emergente risulta polarizzata circolarmente e la lamina detta lamina quarto donda. Ovviamente la lamina pu compiere anche loperazione inversa, ossia di rendere polarizzata linearmente unonda polarizzata circolarmente. Cerchiamo per quale spessore d della lamina quarto donda si ha leffetto desiderato. Sia il cristallo uniassico negativo. Allingresso le due componenti perpendicolare e parallela allasse ottico sono date da

_| _

E //
e in uscita

= E = E 2 sin"t o 2 = E = E 2 sin"t s 2

_| _

E //

= E = E 2 (sin"t + #) o ! 2 = E = E 2 (sin"t + # $ % / 2) = E 2 (cos"t + #) s 2 2

quindi la condizione per d, ponendo =-/2 nella (8.2),


!

d=
e per la lamina mezzonda

"
4

(no # n s )-1

d=

"
2

(no # n s )-1

8.2.2 Applicazione: prisma polarizzatore di Nicol. Consideriamo ora il caso, non ancora esaminato, in cui lasse ottico giaccia nella superficie di separazione e sia ! perpendicolare al piano di incidenza. In tal caso, tracciando i fronti donda elementari di Huygens nel secondo mezzo, si nota che una componente del campo vibra sempre normalmente allasse ottico, laltra sempre parallelamente ad esso, indipendentemente dalla direzione di propagazione. I fronti donda elementari sono allora entrambi sferici, come mostrato in Fig. 8.10, e anche il raggio straordinario obbedisce alla legge dei seni, come si deduce con il ragionamento sui triangoli rettangoli proposto nel Par. 4.1.1. Se un raggio incide sulla superficie dallinterno del materiale, supponendo che il mezzo esterno sia aria con n=1, possibile scegliere una condizione per cui si ha riflessione totale interna per il raggio ordinario ma non per quello straordinario. Il raggio emergente sar interamente polarizzato nella direzione dellasse ottico. Baster che sia
n s < 1 / sin"i < no

115

B Asse ottico

Fronte donda incidente B

Fronti donda rifratti

ko

ks

Fig. 8.10. Condizioni di doppia rifrazione nel prisma polarizzatore di Nicol in cristallo uniassico negativo.

questa la condizione che si utilizza per realizzare prismi polarizzatori. Il principio costruttivo del prisma di Nicol, di interesse soprattutto storico in quanto oggi superato da altri prismi, come quello di Glan, illustrato in Fig. 8.11. Due prismi di calcite sono incollati insieme da un sottile strato di balsamo del Canada, che svolge la funzione di mezzo esterno a basso indice di rifrazione. Il raggio entra non polarizzato e perde la componente ordinaria per riflessione totale interna allinterfaccia con il balsamo.
Ordinario

E| E//
Asse ottico

E|

Straordinario

E//
Strato di balsamo

Fig. 8.11. Prisma di Nicol.