Sei sulla pagina 1di 126

 

 
Principi fisici dei 
trasduttori 
Anno accademico 
 
2009‐2010 
Principi fisici dei trasduttori 2

 
 
 
 
I dispositivi che adempiono a compiti di rivelazione e misurazione di grandezze fisiche sono i 
trasduttori ed i sensori. 
 
In un passato neanche molto lontano le misure, dirette od indirette, venivano eseguite in modo da 
sfruttare soprattutto il senso della vista: una lunghezza, una forza ed anche una pressione venivano 
"lette". Gli strumenti di misura erano dei dispositivi che convertivano il valore di una grandezza fisica in 
uno spostamento od in una rotazione. 
Lo strumento costruito da Galileo per misurare con precisione gli intervalli di tempo nel famoso 
esperimento  sul  piano  inclinato  può  essere  visto  come  un  primo  esempio  di  trasduttore  di 
grandezze fisiche. Nella clessidra di Galileo il trasduttore provvedeva a trasformare la grandezza 
“tempo” in grandezza “peso” (della quantità d’acqua uscita da un vaso nell’intervallo di tempo 
considerato). Si trattava quindi, secondo l’odierna classificazione di un trasduttore meccanico. 
 
Galileo descrive così il suo l’esperimento.  
“In un regolo, o voglian dir corrente, di legno, lungo circa 12 braccia, e largo per un verso mezo 
braccio e per l'altro tre dita, si era in questa minor larghezza incavato un caneletto, poco più 
largo d'un dito; tiratolo dritissimo, e, per averlo ben pulito e liscio, incollatovi dentro una carta 
pecora zannata e lustrata al possibile, se faceva in esso scendere una palla dì bronzo durissimo, 
ben rotondata e pulita; 
Costituito che si era il detto regolo pendente, elevando sopra il piano orizontale una delle sue 
estremità un braccio o due ad arbitrio, si lasciava (come dico) scendere per il detto canale la 
palla,  notando,  nel  modo  che  appresso  dirò,  il  tempo  che  consumava  nello  scorrerlo  tutto, 
replicando  il  medissimo  atto  molte  volte  per  assicurarsi  bene  della  quantità  del  tempo,  nel 
quale non si trovava mai differenza né anco della decima parte d'una battuta di polso. Fatta e 
stabilita precisamente tale operazione, facemmo scender la medesima palla solamente per la 
quarta  parte  della  lunghezza  di  esso  canale  e  misurato  il  tempo  della  sua  scesa,  si  trovava 
sempre puntualissimamente  esser la metà dell'altro:  e facendo poi l'esperienze di altre parti, 
esaminando ora il tempo di tutta la lunghezza col tempo della metà, o con quello delli duo terzi 
o de i tre quarti, o in conclusione con qualunque altra divisione, per esperienze ben cento volte 
replicate  sempre  s'incontrava  gli  spazii  passati  esser  tra  di  loro  come  i  quadrati  e  i  tempi,  e 
questo  in  tutte  le  inclinazioni  del  piano,  cioè  del  canale  nel  quale  si  faceva  scender  la  palla; 
Dove osservammo ancora, i tempi delle scese per diverse inclinazioni mantenere squisitamente 
tra  di  loro  quella  proporzione  che  più  a  basso  troveremo  essergli  assegnata  e  dimostrata 
dall'Autore.  Quanto  poi  alla  misura  del  tempo  si  teneva  una  gran  secchia  piena  d'acqua, 
attaccata  in  alto,  la  quale  per  un  sottil  cannellino,  saldatogli  nel  fondo,  versava  un  sottil  filo 
d'acqua, che s'andava ricevendo con un piccol bicchiero per tutto ’l tempo che la palla scendeva 
nel  canale  e  nelle  sue  parti:  le  particelle  poi  dell'acqua,  in  tal  guisa  raccolte,  s'andavano  di 
volta in volta con esatissima bilancia pesando, dandoci le differenze e proporzioni de i pesi loro, 
le  differenze  e  proporzioni  de  i  tempi;  e  questo  con  tal  giustezza,  che,  come  ho  detto,  tali 
operazioni, molte volte replicate, già mai non differivano d'un notabil momento.” 
 
 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 3

TRASDUTTORI e SENSORI 
 
Il  compito  di  eseguire  la  misura  di  una  grandezza  fisica  è  oggi  sempre  di  più  delegato  alle 
apparecchiature  elettroniche  e  i  dispositivi  di  misura  sono  progettati  in  modo  da    associare  al 
risultato  della  misura  un  segnale  elettrico  analogico  o  digitale  in  modo  da  consentirne  la 
trasmissione remota a sistemi di acquisizione ed elaborazione dei segnali.  
 
Il termine sensore viene spesso usato come sinonimo di trasduttore ma in realtà non esiste una 
differenza netta e universalmente accettata. In molti casi si parla di trasduttore come del primo 
dispositivo immediatamente a contatto della grandezza fisica da misurare riservando al termine 
di sensore il significato di comprendere anche l’insieme di tutte le parti accessorie che servono 
per  la  corretta  conversione  del  segnale:  l’alimentazione,  i  circuiti  di  condizionamento,  di 
amplificazione, di codifica, di trasmissione etc. 
 
Trasduttore: dal latino “trasducere=condurre attraverso 
dispositivo fisico progettato per trasformare grandezze appartenenti ad un sistema energetico in 
grandezze equivalenti appartenenti ad uno stesso o ad un diverso sistema energetico 
 

 
 
 

 
 
 
Sensore: dispositivo che riceve una informazione mediante un segnale di ingresso, costituito da 
una determinata grandezza fisica, e la restituisce mediante un segnale di uscita di tipo elettrico 
idonea alle successive elaborazioni. 
 

 
 
Principi fisici dei trasduttori 4

 
 
 
L’obiettivo fondamentale di un trasduttore/sensore è quindi quello di rivelare la grandezza fisica 
in  ingresso  e  convertire  la  grandezza  fisica  in  uscita  in  un’altra  grandezza  fisica  più  facile  da 
manipolare.  
 
Una semplice catena di misura la si può schematizzare nel modo seguente: 

 
 
 
 
Sul  mercato  sono  disponibili  tantissimi  dispositivi  utilizzati  in  ambiente  domestico,  nelle 
industrie,  in  agricoltura,  in  medicina,  nella  robotica,  nelle  telecomunicazioni,  negli  apparati 
militari,  nei  trasporti,  nelle  missioni  spaziali,  nelle  misure  scientifiche,  nei  giochi  elettronici. 
Questi  dispositivi  sono  trasduttori/sensori  semplici  o  sofisticati  basati  su  molteplici  principi  di 
funzionamento  ed  in  grado  di  convertire  in  segnali  elettrici  la  maggior  parte  delle  grandezze 
fisiche  rilevate  (spostamento,  forza,  pressione,  portata,  velocità,  accelerazione,  temperatura, 
umidità, concentrazione di sostanze chimiche, radiazione elettromagnetica, etc).  
 
 
I trasduttori sono spesso classificati come:  
 
Trasduttori attivi: sono quelli che per loro natura trasformano direttamente una data grandezza fisica 
(per esempio una pressione) in una corrispondente grandezza generalmente di tipo elettrico senza 
essere alimentati. 
A  questo  tipo  di  trasduttori  appartengono  quelli  costruiti  sfruttando  l’effetto  piezoelettrico, 
fotoelettrico, termoelettrico. 
 
Principi fisici dei trasduttori 5

                    
 
 
Trasduttori passivi: sono quelli che richiedono una alimentazione esterna per poter funzionare. A 
questo tipo di trasduttori appartengono quelli costruiti sfruttando l’effetto Hall, piezoresistivo, 
fotoconduttivo, termoresistivo. 
 

                  
 
 
Esiste una ulteriore sotto‐classificazione dei sensori legata alle forme di energia esistenti in natura 
e alla grandezza fisica da misurare ad essa associata.  
 
• E.  Meccanica:  spostamento, velocità, forza, pressione, accelerazione. 
 
• E.  Termica: temperatura, calore, flusso di calore. 
 
• E.  Radiante: intensità della onda elettromagnetica, fase, lunghezza d’onda, polarizzazione. 
 
• E.  Magnetica: magnetizzazione, 
intensità del campo magnetico, flusso. 
 
• E.  Elettrica: tensione, corrente, carica. 
 
• E.  Chimica: rapporto di reazione, composizione, concentrazione. 
 
Talvolta  i  sensori  sono  classificati  in  base  alla  grandezza  fisica  da  misurare  (lunghezza, 
temperatura, pressione, velocità, accelerazione, forza, momento della forza, vibrazione etc.) 
oppure a seconda del settore di destinazione (agricoltura, chimica, robotica, manifatturiero). 
Un sensore è uno strumento di misura e come tale le sue prestazioni dipendono dalla grandezza 
fisica da trasdurre, dal principio fisico sfruttato, dai parametri costruttivi. 
Le    prestazioni  di  ogni  sensore  sono  definite  da  alcuni  parametri  che  ne  definiscono  le 
caratteristiche.  
 
I parametri più importanti sono: 
 
FUNZIONE DI TRASFERIMENTO 
Relazione teorica tra la grandezza fisica in uscita e quella di ingresso:    S=f(s)  dove S è il 
segnale in uscita qualunque sia la sua natura ed s è l’eccitazione (grandezza fisica in ingresso).  
Principi fisici dei trasduttori 6

 
Ad esempio in un estensimetro la variazione di lunghezza (∆l=∆s) si traduce in una variazione di 
resistenza (∆R=∆S). 
 
La funzione di trasferimento può essere di tipo lineare, logaritmico, esponenziale, di potenza. 
Se la funzione di trasferimento non è rappresentata da alcuna delle precedenti funzioni va usata 
una approssimazione polinomiale.  
 
S = a + bs lineare

a è l'intercetta ovvero il segnale in uscita quando quello


in ingresso è zero, b è la pendenza detta "sensibilità".  

S = a + b ln s logaritm ica
S = a eKs espon enziale
S = a0 + a1sKs funzione di potenza
 
Quando la funzione di trasferimento è non lineare la sensibilità b va definita punto per punto per 
dS(s 0 )
ogni valore s0 di ingresso come:   b =  ovvero la sensibilità coincide con il valore della 
ds
derivata del punto in esame. L’ unità di misura della sensibilità è espressa come rapporto delle 
unità di misura della grandezza fisica in ingresso e quella di uscita.  
 
La funzione di trasferimento può anche essere funzione di due o più grandezze fisiche come nel 
caso di un sensore a raggi infrarossi in cui dipende dalla temperature assoluta del misurando e 
dalla temperatura assoluta alla superficie del sensore. 
 
V = G (T 4 -Ts4 ) in ta l ca so la se n sib ilità è e sp re ssa d a
b  
u n a d e riv a ta p a rzia le b = ∂ V
∂T
b
 
Spesso i costruttori forniscono la rappresentazione grafica sia della funzione di trasferimento che 
della sensibilità ovvero della derivata prima della funzione di trasferimento. 
 
A titolo di esempio si riporta una semplice rappresentazione grafica, su scala logaritmica, della funzione 
di trasferimento di una fotoresistenza. 
Principi fisici dei trasduttori 7

             
 
Una  funzione  di  trasferimento  può  essere  non  lineare  intrinsecamente,  oppure  per  derive 
temporali delle caratteristiche, imprecisioni di lavorazione, materiali difettosi.  
 
La  non  linearità  è  una  peculiarità  del  mondo  fisico  ma  ai  fini  applicativi  difficile  da  trattare  e 
spesso  fonte  di  imprecisioni  per  cui  una  funzione  di  trasferimento  non  lineare,  spesso  è 
approssimata, in intervalli più o meno ampi, da un funzione lineare.  
Il  costruttore  o  il  progettista  indicano  il  grado  di  precisione  con  cui  la  linearità  è  verificata 
elaborando con metodi vari, per esempio quello dei minimi quadrati, i risultati sperimentali della 
taratura.  
 
La non linearità può anche essere compensata circuitalmente o con opportuni algoritmi.  
 
La  linearità  è  la  massima  deviazione  della  funzione  di  trasferimento  reale  dalla  linea  retta  cui 
viene approssimata ed è quotata come il massimo spostamento, espresso in % di fondo scala tra 
la curva di calibrazione e la retta di riferimento. 
 
Qui di seguito sono rappresentate: 
 

 
 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 8

Una funzione di trasferimento lineare ideale 

                               
 
 
 
 

Una  funzione  di  trasferimento  sistematicamente 


non  lineare  dovuta  a  principi  realizzativi  o 
costruttivi 

    
 

Una  funzione  di  trasferimento  non  lineare  per 


imprecisioni di lavorazione e derive temporali delle 
caratteristiche  (sempre  presenti  in  ogni 
dispositivo) 

 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 9

 
 
Se la funzione di trasferimento è continua, ovvero assume valori continui al variare della grandezza in 
ingresso, si parla di trasduttore analogico (il termometro, il cristallo piezoelettrico); altrimenti si dovrà 
parlare di trasduttore digitale (la fotocellula). 
 
Infine un sensore opera in regime stazionario se il segnale di ingresso varia molto lentamente, in caso 
contrario opera in regime dinamico. 
  
Le caratteristiche dinamiche sono espresse in termini di idonei parametri specifici del tipo di sensore 
usato che a seconda dei casi sono il tempo di riscaldamento, la risposta in frequenza, la frequenza di 
taglio, la naturale frequenza di risonanza o altro. 
 
 
RANGE DI FUNZIONAMENTO 
 
L’intervallo di funzionamento è stabilito dal costruttore o dal progettista e definisce il massimo 
valore dell’eccitazione di ingresso che può essere applicata al sensore (limite superiore o  “spam” 
o  “input  full  scale”).  Un  segnale  in  ingresso  superiore  al  valore  massimo  previsto  non  da 
corrispondenti    significativi  valori  della  grandezza  in  uscita,  è  fonte  di  inaccettabili  errori,  può 
danneggiare o saturare il dispositivo.  Il range di funzionamento definisce anche il minimo valore 
dell’eccitazione in ingresso necessario a dare in uscita una risposta significativa.  
 

 
Principi fisici dei trasduttori 10

 
ECCITAZIONE 
E’ il minimo valore del segnale elettrico necessario ad attivare il sensore, può o non può essere 
continuo, di tensione o di corrente ed eventualmente ad una specifica frequenza. 
 
RISOLUZIONE 
 
Il  concetto  di  risoluzione  è  spesso  confuso  con  il  concetto  di  sensibilità.  La  risoluzione  è  definita 
come quella  minima  parte  della scala all'interno della quale non si  deve  presumere  di  valutare 
variazioni di valore quindi è la minima variazione del valore della grandezza d'ingresso capace di 
causare  una  variazione  percettibile,  o  rilevabile,  del  valore  della  grandezza  d'uscita. 
Numericamente, la risoluzione è data dal rapporto percentuale tra la minima "tacca" e il fondo 
scala, cioè il  valore  massimo  della  grandezza  d'uscita. Un  trasduttore con risoluzione del 2% 
non  può  misurare  variazioni  inferiori  al  2  per  cento  del  valore  massimo.  Nel  microscopio,  la 
risoluzione è la minima distanza tra due punti del campione, cui corrispondono nell’occhio umano 
due punti distinti. Consideriamo un   sensore   di   s p o s t a m e n t o  c h e   genera 1 mV per 1 mm 
(sensibilità  s  =  1mV/mm)  e  supponiamo  c h e   pe r   una   m is u r a   di   spostamento  di  10mm,  
m i s u r a t o  con   un   a l t r o  dispositivo,   si  abbia  una  uscita  V=10,5  mV.  R iconvertendo  V  all’ 
ingresso,  si  ottiene  uno  sposta mento  d  =  V/s  =  10,5  mm  per  cui  in  un  range  di  10mm  l’ 
accuratezza assoluta è 0,5mm.  
 
T E M P O DI  R I S P O S T A 
 
Il “tempo di risposta” è l’intervallo di tempo necessario affinché il valore della grandezza 
d'uscita si stabilizzi attorno al  corrispondente al valore della grandezza d'ingresso.  

      
 
ISTERESI 
E’  un  fenomeno  analogo  a  quello  conosciuto  in 
elettromagnetismo  che  riguarda  il 
comportamento  di  materiali  ferromagnetici 
sottoposti  all'azione  di  un  campo  di  induzione 
magnetica. Corrisponde alla massima differenza tra 
due  cammini  di  andata  e  ritorno  dell’uscita  di  un 
trasduttore durante  

    
il ciclo di calibrazione ed è espressa in % di fondo scala. In figura una funzione di trasferimento che 
presenta il fenomeno dell’isteresi e che può essere dovuta a molteplici cause come deformazione 
del  materiale  o  attriti.  L’isteresi  comporta  un  errore  sistematico  in  genere  non  costante  su  tutto 
l’intervallo di misura. 
Principi fisici dei trasduttori 11

Per esempio un sensore di spostamento può avere in uscita un segnale di 20mV quando l’oggetto si 
muove da destra a sinistra e di 10mV se si sposta da sinistra a destra. Se la sensibilità del sensore è 
di 10mV/mm l’errore di isteresi sullo spostamento misurato è di 2mm. 
  
ACCURATEZZA 
 
Conformità dei valori misurati ad un determinato standard di riferimento. 
 
RIPETIBILITA’ 
 
Detta anche precisione è l’attitudine del trasduttore a fornire valori della grandezza in uscita tra 
loro uguali a parità di segnale di ingresso nelle stesse condizioni di lavoro ed in tempi diversi ed è 
generalmente espressa in % di FS. 

 
 
Non sempre coesistono precisione ed accuratezza. Infatti: 

 
  
STABILITA’ 
Capacità di mantenere inalterate nel tempo le proprie caratteristiche. 
 
 
IMPEDENZA DI USCITA 
Principi fisici dei trasduttori 12

Il  valore  dell’impedenza  di  uscita,  generalmente  espressa  in  forma  complessa,  è  un  parametro 
necessario  alla  scelta  del  circuito  di  interfacciamento  che  deve  essere  progettato  in  modo 
idoneo. 
 
BANDA MORTA 
 
Rappresenta  l’insensibilità  del  sensore  entro  determinati  intervalli  del  segnale  di  ingresso.  In 
questi  intervalli  l’uscita  è  non  significativa  in  presenza  di  significative  variazioni  del  segnale  in 
ingresso.  
 

 
 
TARATURA 
 
La  taratura  (calibrazione)  consiste  nel  misurare  il  valore  della  grandezza  in  uscita  in 
corrispondenza di valori altrimenti noti della grandezza in ingresso. In genere la taratura consiste 
in un ciclo di prove che coprono tutto il campo di misura del trasduttore per valori crescenti e per 
valori  decrescenti  del  segnale  in  ingresso,  ma può  essere anche  fatta su  un  singolo  punto  o  su 
due  o  tre  punti.  L’errore  di  calibrazione  viene quotato  dal  costruttore  e  a  seconda  del  metodo 
usato o delle caratteristiche intrinseche del sistema può essere o non essere uniforme su tutto il 
range di funzionamento. L’errore di calibrazione è un errore sistematico. In ogni nazione esiste 
un  centro  di  metrologia  (per  l’Italia  istituto  Colonnetti  di  Torino)  che  provvede  a  fornire 
strumenti o campioni tarati.  
 
CONDIZIONAMENTO DEL SEGNALE DI USCITA 
 
Il  segnale  di  uscita  è  condizionato  a  seconda  delle  necessità  di  elaborazione.  Nelle 
rappresentazioni grafiche che seguono sono riportati alcuni esempi. 
 

 
Principi fisici dei trasduttori 13

 
 

 
 
 
PROPRIETA’ SPECIALI 
Sono  proprietà  tipiche  di  specifici  sensori  che  si  aggiungono  a  quelle  generali.  Ad  esempio  la 
banda  di  lunghezza  d’onda  di  emissione  di  un  lead,  quella  di  sensibilità  di  un  fototransistor,  le 
condizioni  ambientali  di  funzionamento  in  termini  di  variazione  di  temperatura  e  pressione,  la 
risposta a stress di tipo meccanico o chimico.  
 
Per  dispositivi  di  media  e  buona  qualità  questi  parametri,  insieme  ad  una  descrizione  generale 
delle  caratteristiche  più  importanti  del  prodotto,  sono  forniti  dalla  ditta  costruttrice  (“data 
sheet”). 
Principi fisici dei trasduttori 14

 
SENSORI DI FORZE 
 
Generalità 
 
I trasduttori di forza sfruttano leggi fisiche sia di tipo meccanico che elettromagneto. I trasduttori sono 
realizzati  sfruttando  quel  principio  fisico  che  risulta  più  idoneo  alle  caratteristiche  della  forza  da 
misurare:  intensità,  variabilità  temporale,  localizzazione.  Vengono  realizzati  sensori  a  equilibrio  delle 
forze o dei momenti delle forze, come le bilance, o sensori di forza che sfruttano le proprietà elastiche 
dei materiali o, nel caso di forze intense, sensori in cui la forza è tradotta in una pressione che è a sua 
volta misurata.  
Spesso sensori di forza, di spostamento, di accelerazione e alcuni tipi di sensori di pressione si basano 
sullo stesso principio fisico 
 
Di uso comune sono i trasduttori di forza che sfruttano le proprietà elastiche dei materiali. Infatti i corpi 
solidi di norma hanno una forma e un volume non facilmente modificabili; da questo fatto deriva per 
astrazione la nozione di corpo ideale indeformabile o corpo rigido.  
In realtà tutti i corpi solidi si deformano sotto l'azione di sollecitazioni meccaniche e dalla misura della 
deformazione si può risalire all’intensità della forza applicata. In dipendenza delle modalità con cui 
vengono  applicate  le  sollecitazioni  al  corpo,  le  deformazioni  risultanti  possono  essere  anche 
molto  complesse  come  nel  caso  di  torsioni  e  flessioni.  Inoltre  sorgono  problematiche 
complesse  relative  alla  deformazione  di scorrimento, alla deformazione plastica, ai problemi 
di  isteresi  alla  dipendenza  più  o  meno  pronunciata  di  tutti  i  suddetti  fenomeni  dalla 
temperatura.  
Ma i dispositivi di traduzione che vedremo saranno elementari con deformazioni uniassiali e 
perfettamente elastiche.  
 
L’analisi  della  deformazione  viene  quindi  fatta  in prima approssimazione, supponendo il processo  
isotermo  ed  elastico,  ovvero  che  avvenga  a  temperatura  costante  e  che  al  cessare  della 
sollecitazione il corpo ritorni nella configurazione originaria. Si suppone altresì che la deformazione 
sia  riconducibile  ad  una  combinazione  delle  deformazioni  elementari  per  trazione  o 
compressione e volumica. 
 a) deformazione per trazione o compressione. 
La proporzionalità tra deformazione e carico costituisce la legge di Hooke già nota dallo studio 
di  una  molla.  Uno  studio  della  deformazione  elastica  di  un  corpo  solido  può  essere  realizzato 
utilizzando    una  sbarra  solida  omogenea  alle  cui  estremità    sono  applicate  due  forze  che 
pongono la sbarra in trazione o in compressione. La situazione di equilibrio è raggiunta quando la 
reazione elastica della sbarra eguaglia la forza applicata.  
 

 
                         
Si definisce come carico  specifico  o unitario σ  il rapporto tra la forza applicata ortogonalmente a 
una  superficie  e  la  superficie  stessa,  ovvero  la  forza  applicata  ortogonalmente  all'unità  di 
superficie.  
Principi fisici dei trasduttori 15

F
σ=

Se presente, la componente della forza che giace nel piano della sezione della sbarra dà luogo a 
fenomeni di scorrimento più o meno rilevanti. 
 
Si  definisce  deformazione  specifica  o  unitaria  ε,  detta  anche  allungamento  lineare  unitario,  il 
rapporto tra l’allungamento subito da un materiale di lunghezza unitaria e lunghezza unitaria.  
∆l
ε =  
l
Sperimentalmente  si  rileva  che  per  piccoli  valori  di  carico,  carico  specifico  ed 
allungamento  unitario  sono  tra  loro  proporzionali  ed  il  loro  rapporto  è  definito 
come modulo di Young o modulo di elasticità.  
σ σ
E= e ε= ma
ε E
F F ∆l  
σ= e quindi ε = =
S ES l
Per  effetto  della  trazione  una  sbarra  non  solo  si  allunga,  ma  subisce  anche  una 
variazione  di  sezione  in  quanto  il  volume  deve  ovviamente  rimanere  costante. 
Questo effetto va sotto il nome di:  
 
b) deformazione volumica 
Per  una  sbarra  di  forma  cilindrica  di  lunghezza  l  e  diametro  d,  la  variazione  relativa  del 
diametro segue la legge empirica di Poisson: 
∆d ∆l δ
= −δ = −δε = − σ  
d l E
dove  δ  è  il  coefficiente  di  Poisson,  dimensionale  e  misurabile  sperimentalmente  mentre, 
come  già  visto,  ε è  la deformazione specifica o unitaria, σ è il carico specifico o unitario ed E il 
modulo di Yuong.  
 
Nelle tabelle seguenti sono riportati i valori  del  coefficiente  di  Poisson  e  del  modulo  di 
Young per alcuni materiali.    
Principi fisici dei trasduttori 16

 
Infine va sottolineato che per uno stesso tipo di materiale il modulo di Young non 
è  costante  è  funzione  della  temperatura,  diminuisce  al  crescere  di  essa  fino  a 
quando non si verifica una trasformazione di fase.  
 
La  misura  della  deformazione  (allungamento  in  caso  di  una  sollecitazione  a  trazione)  viene 
effettuata  con  strumenti  di  varia  natura  che  vanno  sotto  il  nome  generico  di  estensimetri. 
Alcuni  estensimetri  misurano  l'allungamento  assoluto  ∆l  del  corpo  (tali  dispositivi  in  genere 
amplificano la deformazione mediante leve di tipo meccanico o ottico), altri estensimetri, 
quali quelli a resistenza, misurano invece l'allungamento specifico o relativo (∆l /l). 
 
Estensimetri meccanici 
 
La  deformazioni  è  di  norma  molto  piccola  per  cui  è  necessario  usare  dispositivi  di 
amplificazione  che  sono  sostanzialmente  di  due  tipi:  amplificazione  mediante  vite 
micrometrica ed amplificazione mediante leve meccaniche ed ottico meccaniche. L’uso di tali 
dispositivi  è in pratica riservato ai laboratori per scopi di ricerca o per scopi di calibrazione. A 
titolo  di  esempio  vediamo  un  estensimetro  a  vite  micrometrica  usato  per  la  misura 
dell’allungamento di un filo sottile. 
Principi fisici dei trasduttori 17

 
In figura il provino di cui si vuole misurare l’allungamento per effetto della forza F di trazione è 
indicato con A. Una livella, che funge da strumento di zero, poggia da un lato su un coltello e 
dall'altro lato sulla punta del micrometro. Quando il filo A non è sollecitato, agendo sulla vite 
micrometrica si pone in bolla la livella e si legge sul micrometro la quota iniziale. Quando si 
applica  la  sollecitazione  il  filo  A  subisce  un  allungamento  che  viene  rilevato  da  uno 
spostamento  della  bolla.  Riportando  in  bolla  la  livella  mediante  il  micrometro  si  ottiene 
l'allungamento  subito  dal  filo  A  come  differenza  tra  la  nuova  quota,  letta  sul  micrometro,  e 
quella precedentemente registrata. 
Il  micrometro  fissato  ad  una  struttura  collegata  mediante  il  filo  B  al  sostegno  S  di  tutto 
l'apparato  offre  il  vantaggio  di  poter  effettuare  una  misura  non  influenzata  da  eventuali 
deformazioni  o  spostamenti  del  sostegno  stesso.  Questo  tipo  di  estensimetro  presenta  una 
discreta sensibilità per quanto riguarda gli allungamenti (∆lmin = 0,01 mm corrispondente ad 
un  valore  di  ε  =  100  µm/m nell'ipotesi che l0 = 100 mm)  ma una  bassa sensibilità per  quanto 
riguarda  la  misura  degli  sforzi  (∆σmin  =  20  N/mm2  nel  caso  di  un  provino  di  acciaio).  Gli 
estensimetri  a  leva  meccanica  o  ottico  meccanica  hanno  una  sensibilità  notevolmente 
superiore a quelli a vite micrometrica. 
 
 
Estensimetri elettrici a resistenza 
 
Gli  estensimetri  sono  basati  su  un    fenomeno,  noto  come  effetto  piezoresistivo  osservato  nella 
seconda metà del 1800 da Wheatstone e Thomson: la resistenza di un filo conduttore varia se il 
filo è sollecitato meccanicamente. La deformazione (strain) è quindi sfruttata per la trasduzione 
di una forza in una variazione di resistenza.  
 
Esistono sostanzialmente due tipi di estensimetri, quelli a semiconduttore e quelli metallici (a filo 
o a film). 
 
Principi fisici dei trasduttori 18

 
 
Gli  estensimetri  a  semiconduttore  possono  essere  realizzati  di  dimensioni  piccolissime,  hanno 
una  grande  sensibilità,  ma  presentano  una  caratteristica  non  lineare.  Gli  estensimetri  a 
semiconduttore  misurano  deformazioni  sia  statiche  che  dinamiche  ma  la  loro  resistenza  è 
fortemente  dipendente  dalla  temperatura.  Ma,  per  l'elevato  costo  e  la  relativa  difficoltà  di 
manipolazione, essi sono solitamente utilizzati direttamente solo in applicazioni dove lo spazio a 
disposizione o il livello di deformazione è molto ridotto. Sono invece usati frequentemente per la 
realizzazione di sensori di pressione integrati ed anche di sensori di accelerazione. 
 
L’  estensimetro  metallico,  di  uso  comune,  disponibile  a  basso  costo,  ha  dimensioni  molto 
contenute e risente in modo limitato delle variazioni di temperatura cui si contrappone però una 
scarsa sensibilità.  
 
Per un estensimetro si definisce come “Gage Factor” indicato con la lettera G o GF la quantità: 
∆R ∆R
GF = R = R
                    ∆l ε  
l
con ε deformazione lineare unitaria. 
 
Per gli estensimetri a semiconduttore 
GF > 100 e resistenza nominale: 30 ÷ 3000 Ω. 
Per gli estensimetri metallici GF = 2 (valore di riferimento) 
Resistenza nominale: 30 ÷ 3000 Ω  
con valori standard di 120 e 350 Ω. 
                          
La  relazione  che  lega  gli  allungamenti  specifici  dell'estensimetro  (∆l/l)  alle  variazioni  di 
resistenza  elettrica  ovvero  all’errore  relativo  nella  misura  di  R(∆R/R)  può  essere 
ricavata  differenziando  la  seconda  legge  di  Ohm  scritta  per  un  conduttore  filiforme  di 
lunghezza l, sezione S e resistività  ρ : 
l l
R=ρ =ρ 2
                            S πd      

4
con d si è indicato il diametro del filo di forma cilindrica.  
 
Principi fisici dei trasduttori 19

La  resistenza  R  è  funzione  del  prodotto  di  più  funzioni  e  quindi  l’errore  relativo 
sarà  dato  dalla  radice  quadrata  della  somma  dei  quadrati  degli  errori  relativi  di 
ogni  funzione  ma  in  ogni  caso  non  è  mai  più  grande  della  loro  semplice  somma. 
Per cui differenziando R otteniamo:  
∆R ∆ρ ∆l ∆d
= + − 2
                      
R ρ l d  
Per ricavare una legge che esprima la variazione specifica di resistenza in funzione della variazione 
specifica di lunghezza è sufficiente dividere tutti i termini della equazione precedente per ∆l/l. Si 
ottiene: 
∆R ∆ρ ∆d
R = ρ +1− 2 d
                             ∆l ∆l ∆l  
l l l
Il termine 
∆d
δ =− d
                                ∆l  
l
è  il  coefficiente  di  Poisson  relativo  al  materiale  di  cui  è  costituito  il  filo 
estensiometrico pertanto: 
 
∆R ∆ρ
R = ρ + 1 + 2δ
                             
∆l ∆l  

l l
 
Se  la  temperatura  è  costante  o  non  ci  sono  significative  variazione  di  resistività  con  la 
temperatura il primo termine dell'espressione precedente, che dipende dalla resistività 
del  materiale,  è  in  genere  trascurabile  rispetto  agli  altri  due  termini.  In  prima 
approssimazione si può quindi scrivere: 
 
∆R ∆l
= (1 + 2δ ) = (1 + 2δ )ε  
R l
 
dove  ε  è  la  deformazione  lineare  unitaria  e  il termine k=1+2δ si definisce coefficiente 
di  taratura  il  cui  valore  è  noto  se  è  noto  il  valore  del  coefficiente  di  Poisson  del  materiale 
della  piezoresistenza.  Tipicamente  δ  varia  tra  0,28  e  0,35  per  i  materiali  metallici  e 
pertanto  il  valore  teorico  k  varia  tra  1,56  e  1,70.  In  realtà  il  valore  misurato  di  k  è 
sempre superiore al valore teorico principalmente perché per fili molto sottili il coefficiente 
di Poisson risulta superiore a quello misurato in provini di dimensioni maggiori. 
 
Poiché  la  variazione  di  resistenza  è  estremamente  ridotta,  per  la  sua  misura  si  ricorre 
Principi fisici dei trasduttori 20

all'inserimento  dell'  estensimetro  in  un  circuito  elettrico  in  grado  di  amplificare  la  variazioni  di 
corrente o tensione conseguente alla variazione di resistenza.  
 
Un circuito comunemente usato per la sua semplicità e in grado di amplificare fisicamente questa 
variazione è il "ponte di Wheatstone". 
 
A  titolo  di  esempio  analizziamo  il  caso  della  misura  di  una  resistenza  incognita  inserita 
in  un  solo  ramo  del  ponte  Wheatstone  anche  se  di  questo  circuito  elettrico  si  utilizzano 
configurazioni  diverse,  a  ponte  intero,  con  quattro  estensimetri  applicati  all’elemento  da 
sottoporre  a  misura  ("attivi"),  a  mezzo  ponte,  con  due  estensimetri  "attivi"  e  due  "passivi"  o  di 
riscontro (in genere a bordo dell'apparecchiatura di misura), e quella a un quarto di ponte, con un 
solo estensimetro "attivo" e tre "passivi". 

 
L’estensimetro  è  incollato  con  tecniche  adeguate  sul  provino  soggetto  alla 
deformazione mentre un voltmetro misura la d.d.p. tra i punti A e B della figura da cui 
si risale al valore della variazione incognita di resistenza.               
 
La differenza di potenziale tra i punti A e B la si ottiene dalle leggi di Kirchhoff: 
1 1 1 (R1 + R2 )(Re + R3 )
= + e Re q =
Re q (R1 + R2 ) (Re + R3 ) (R1 + R2 + Re + R3 )
V0 V0  
ne l n odo D i = i1 + i 2 i1 = e i2 =
(Re + R3 ) (R1 + R2 )
Principi fisici dei trasduttori 21

V0 Re V0 R1
e VC − VA = Re i1 = VC − VB = R1 i 2 =
(Re + R3 ) (R1 + R2 )
per cui cambiando di segno la seconda equazione e
sommando le due equazioni membro a membro otteniamo;
 
⎛ Re R1 ⎞ Re R2 − R1 R3
VAB =VB − VA = V0 ⎜ − ⎟ = V0
⎝ (Re + R3 ) (R1 + R2 ) ⎠ (Re + R3 ) − (R1 + R2 )
 
dove R e è la resistenza dell'estensimetro ed Rl, R2, R3 sono resistenze campioni che devono 
possedere, per ragioni di precisione di misura, un coefficiente di temperatura uguale o molto 
prossimo  a  quello  della  resistenza  dell'estensimetro.  Il  ponte  è  in  equilibrio  (V AB   =  0) 
quando è verificata la condizione: 
ReR2 = R1R3 
 
Si  supponga  che  la  resistenza  Re  venga  incrementata  della  quantità  ∆R,  in  seguito 
all'applicazione  sul  provino  di  una  sollecitazione  meccanica  di  trazione.  Poiché  nelle 
applicazioni  normali  (∆Re/Re)  vale  al  massimo  qualche  percento,  si  può  ottenere  la 
corrispondente  differenza  di  potenziale  tra  gli  estremi  A  e  B  del  ponte  differenziando 
l’equazione precedente:  
 
∆ V AB R3
= V0
                   
∆ Re (R e + R 3 )2     

∆ Re (R e + R 3 )2 ∆ V AB
            
e =  
Re (R e R 3 ) V0
 
Cioè la variazione relativa della resistenza viene misurata attraverso la variazione 
di tensione tra A e B. Nel caso particolare in cui R1=R2=R3=Re si ottiene: 
∆ Re ∆ V AB
= 4  
Re V0
Negli  estensimetri  ad  elemento  metallico  valgono  in  prima  approssimazione  le 
seguenti relazioni per l’allungamento unitario ed il carico specifico: 
1 ∆ Re 4 ∆ V AB
ε = ( ) = ( )
1 + 2δ Re 1 + 2δ V0
∆ Re
4E ∆ V AB Re  
σ = εE = ( ) e G=
1 + 2δ V0 ε
per deformazioni più grandi bisogna tener conto che le relazioni tra  
Principi fisici dei trasduttori 22

 
∆ Re ∆ V AB
e n o n s o n o p iù lin e a ri.  
Re V0
 
L’ estensimetro metallico è costituito da due componenti: 
‐  supporto  sul  quale  è  incollato,  con  opportuni  adesivi,  l'elemento  resistivo  sagomato  a 
forma di griglia. Il supporto, ha il compito di trasmettere alla griglia le deformazioni subite dal 
provino o dalla struttura su cui l'estensimetro è applicato. 
‐  griglia  in  pratica  la  parte  sensibile  alle  variazioni  di  resistenza  elettrica  prodotte  dalle 
deformazioni trasmesse dal supporto. La griglia è costituita da più spire ripiegate dette “strain 
gauges”,  geometria  adottata  per  amplificare  la  deformazione  relativa  in  quanto  essa  è  molto 
piccola come pure lo è la variazione di dimensione dell'oggetto su cui l'estensimetro è collegato. 
 
In figura sono riportate esempi di forma di griglie estensimetriche . 
 

 
 
 
In alcuni estensimetri la griglia è costituita da fili metallici con diametri dell'ordine di 0,01 mm, 
in altri la griglia è costituita da un foglio metallico di piccolo spessore (da 0,003mm a 0,005mm). 
Questi ultimi, molto fragili, per il particolare modo di produzione (fotoincisione) possono avere 
una griglia di foggia e dimensioni molto variabili.  
 
 
 
 
 
La sensibilità S del conduttore di cui è fatta la griglia è definita come la variazione di resistenza 
per unità di resistenza, rapportata alla deformazione applicata: 
∆R 1
S =( )  
R ε
S varia fra 2 e 4 per le leghe più comunemente impiegate.  
Per metalli puri come nichel e platino è rispettivamente pari a 12,1 e 6,1.  
 
Altri tipi di leghe utilizzate nella realizzazione degli estensimetri sono: 
 
Principi fisici dei trasduttori 23

Costantana  (45Ni,  55Cu)  caratterizzata  da:  S=2,1  che  è  lineare  in  un  ampio  campo  di 
deformazione  ha  isteresi  trascurabile  e  buona  stabilità  termica.  E’  utilizzata  per  temperature 
comprese fra 0 e 204 °C 
Karma  (74  Ni,  20  Cr,  3  Al,  3  Fe):  S=2.0,  ha  un  buon  comportamento  a  fatica  e  ridotte 
deformazioni  apparenti  per  effetto  della  temperatura.  Tuttavia  la  lega  presenta  problemi  di 
saldatura dei cavi di collegamento ai terminali. 
Materiali isoelastici (36 Ni, 8 Cr, 0.5 Mo, 55.5 Fe): S=3,6, dotati di elevata sensibilità e di elevata 
resistenza  a  fatica  e  quindi  utili  in  contesti  in  cui  è  vantaggioso  lavorare  con  deformazioni 
amplificate per una precisa registrazione del dato sperimentale. Sono però sensibili alle variazioni 
di temperatura infatti per variazioni di 1°C si origina una deformazione apparente di 300 – 400 
µm.  
 
Nell'utilizzo  di  estensimetri  occorre  prestare  molta  attenzione  alla  compatibilità  meccanica  e 
termica  fra  il  supporto  e  il  materiale  su  cui  esso  viene  incollato  e  il  tipo  di  collante  utilizzato. 
Esistono  estensimetri  appositamente  realizzati  per  garantire  buona  corrispondenza  con 
determinati  materiali  garantendo  che,  in  un  limitato  “range”  di  temperatura,  le  deformazioni 
indotte  dalla  temperatura  sul  materiale  siano  compensate  dagli  equivalenti  effetti  termici 
sull'estensimetro.  
 
 
Inoltre  l’energia  dissipata  per  effetto  Joule  nello  stesso  estensimetro  dà  luogo  a  variazioni  di 
temperatura e genera deformazioni che non sono facilmente separabili dalle deformazioni sotto 
carico. 
 
Infine  nella  realizzazione  del  circuito  di  misura  occorre  fare  attenzione  ad  alcuni  particolari 
realizzativi: 
‐  le resistenze nei tre rami inattivi devono mantenere inalterato il loro valore in presenza di 
deformazione.  Per  compensare  le  variazioni  di  resistenza  con  la  temperatura  dell'estensimetro 
spesso si usano altri tre estensimetri in sostituzione delle tre resistenze di compensazione.  
‐  Il  generatore  deve  avere  una  elevata  stabilità,  il  circuito  di  amplificazione  una  elevata 
impedenza per non caricare il ponte, i collegamenti e le schermature devono essere curati per 
evitare che disturbi elettromagnetici si accoppino ai segnali di solito assai piccoli. 
 
Di uso comune è l’utilizzo degli estensimetri nei sistemi di pesatura. In questo caso il dispositivo 
meccanico  di  base  su  cui  alloggiano  gli  estensimetri  si  chiama  cella  di  carico.  In  figura  è 
rappresentata  una  cella  di  carico  con  l’elemento  elastico  sottoposto  a  deformazione 
longitudinale. In primo piano, si riconoscono gli estensimetri (1) e (2) applicati con le griglie l’una 
ortogonale all’altra mentre nella parte posteriore sono alloggiati gli estensimetri (3) e (4). Tutti e 
quattro  gli  estensimetri  sono  inseriti  come  elementi  attivi  in  un  ponte  di  Wheatstone  con  il 
risultato di una maggiore sensibilità e stabilità per fluttuazioni di temperatura in quanto tutti e 
quattro gli estensimetri sono alla stessa temperatura.  
Principi fisici dei trasduttori 24

 
 
 
Quando  le  forze  da  misurare  sono  veramente  grandi,  si  preferisce  utilizzare  celle  di  carico 
idrauliche  o  pneumatiche  che  effettuano  la  misura  della  forza  in  modo  indiretto,  passando 
attraverso la misura della pressione di un fluido. Queste celle di carico, sono tutte basate sulla 
definizione di pressione: P=F/A, e conoscendo l’area “A” della superficie che comprime il fluido si 
ricava la forza F. Una sezione di cella idraulica è riportata, a titolo d’esempio, nella figura. 

 
 
 
 
 
Trasduttori induttivi di forza e di posizione. 
 
Sensori Induttivi di Forze 
 
I  sensori  induttivi  permettono  misure  di  forze  e  spostamenti  e  sono  molto  utilizzati  nel  campo 
industriale per la loro compattezza e robustezza. 
Principi fisici dei trasduttori 25

In  figura  è  mostrato  uno  schema  elementare  per  misure  di  forza.  La  forza  incognita 
comprime una molla di costante elastica nota e collegata all’equipaggio mobile del sensore 
induttivo.  La  deformazione  x  della  molla,  proporzionale  alla  forza  applicata,  o  più  in 
generale lo spostamento meccanico viene tradotto in un segnale elettrico. 

 
I sensori induttivi sono raggruppati in tre classi fondamentali: 
sensori  a  induttanza  semplice,  a  rapporto  di  induttanza,  a  riluttanza  variabile,    trasformatore 
differenziale.  
 
 
 
In  figura  è  mostrato  lo  schema  di  un  sensore  a 
induttanza  semplice  costituito  da  una  bobina  di 
materiale conduttore al cui interno può scorrere un 
nucleo di materiale ferroso vincolato a un supporto 
di materiale isolante. 

   
L’  autoinduttanza  della  bobina  varia  con  la  posizione  del  nucleo  di  materiale  ferroso  al  suo 
interno così come mostrato in figura. Dalla misura della variazione di autoinduttanza si ricava il 
valore dello spostamento del nucleo. 
 
 
In un dispositivo analogo al precedente l’induttore   
ha  una  presa  in  posizione  centrale.  Lo 
spostamento del nucleo modifica l'autoinduttanza 
delle due bobine in senso inverso. 

 
Il  dispositivo  prende  il  nome  di  sensore  a  rapporto  d'induttanze  in  quanto  le  due  bobine  sono 
inserite in un circuito a ponte, nel quale il segnale in uscita è proporzionale al rapporto fra i valori 
delle due induttanze. 
 
Principi fisici dei trasduttori 26

  I  sensori  a  variazione  di  riluttanza  hanno  una 


alimentazione  costituita  da  d.d.p.  costante.  In 
figura  un  esempio  costruttivo  costituito  da  un 
circuito  magnetico  in  cui  è  presente  un  magnete 
permanente e sul quale è avvolta una bobina. 

 
Lo spostamento del supporto mobile fa variare la quantità di materiale del traferro e quindi varia 
il flusso concatenato con la bobina. 
Se il fenomeno è dinamico, ovvero si hanno variazioni continue del traferro, legate a vibrazioni 
dell'elemento sensibile allo spostamento dell'oggetto mobile, nella bobina si indurrà una f.e.m. 
funzione dello spostamento. 
Viceversa  se  il  fenomeno  è  discontinuo  sarà  necessario  prevedere  la  misura  delle  variazioni  di 
induttanza della bobina. 
Notevole importanza assume l'entità del traferro. Con piccoli traferri si ha maggiore sensibilità, 
ma minore linearità, a causa dei fenomeni di saturazione magnetica del materiale. 
 
 
 
 
II  trasformatore  differenziale,  noto  con  la  sigla  LVDT  “linear  variable  differential 
trasformer”,  è  uno  dei  dispositivi  induttivi  più  utilizzati  ed  è  usato  sia  per  misure  statiche 
che per misure dinamiche.  
II trasformatore differenziale, il cui principio di funzionamento è quello di un trasformatore, 
si basa sulla mutua induzione, cioè l'induzione di una f.e.m. in un circuito ad opera di una corren‐
te variabile che percorre un altro circuito.  
Il  fenomeno  della  mutua  induzione  a  volte  può  costituire  un  problema  come  quando,    ad 
esempio,  f.e.m.  indesiderate  sono  indotte  in  un  sensibile  circuito  elettronico  da  altri  circuiti 
vicini,  in  moltissimi  altri  casi  è  una  risorsa    sfruttata  a  scopi  pratici.  Alcuni  stimolatori 
cardiaci funzionano grazie a una f.e.m. indotta da una corrente variabile che circola in un circuito 
esterno al corpo del paziente.  
A titolo di promemoria ricordiamo il funzionamento di un semplice trasformatore costituito da due 
bobine  avvolte  sullo  stesso  nucleo  di  ferro.  Il  campo  magnetico  generato  dalle  correnti  che 
circolano  negli  avvolgimenti  è  in  gran  parte  concentrato  nel  ferro  per  cui    il  campo  magnetico 
concatenato con ciascuna spira di entrambi gli avvolgimenti è praticamente lo stesso. 
 
Principi fisici dei trasduttori 27

 
 
Se il flusso di B varia, in ciascuna spira sarà indotta la stessa f.e.m. 
dΦB
ε =−
dt
per cui

V s = N sε = − N s d dΦtB
è la te n s io n e in d o tta n e l s e c o n d a rio c o n N s s p ire e
  V = N ε = −N
dΦB  
p p p
dt
è la te n s io n e in d o tta n e l p rim a rio c o n N p s p ire e
e p re n d e n d o il ra p p o rto tra le te n s io n i s i h a
Vs Ns
=
Vp Np
Uno  dei  due  avvolgimenti  del  trasformatore  viene  chiamato  primario  con  Np  spire  e  l'altro 
avvolgimento  è  detto  secondario  con  Ns,  spire.  Spesso  si  considera  il  primario  come 
l'avvolgimento  di  ingresso  del  trasformatore  e  il  secondario  come  avvolgimento  di  uscita; 
tuttavia ma non sempre la distinzione tra ingresso e uscita è utile. 
Nella ipotesi semplificativa che sia trascurabile l’energia dissipata per effetto Joule nei conduttori 
e nel nucleo di ferro (che è laminato per diminuire l’intensità delle correnti parassite che 
portano  a  surriscaldamenti  e  quindi  perdite  di  potenza),  il  trasformatore  trasferisce 
integralmente energia dal circuito primario al circuito secondario senza perdite.  
 
La  potenza  fornita  al  primario  è  Pp=  ipVp  dove  ip  è  la  corrente  che  percorre  il  primario. 
Analogamente Ps= isVs è la potenza fornita al secondario dove fluisce la corrente is per cui nel caso 
ideale otteniamo che isVs =ipVp ossia is/ip=Vp/Vs. 
Se  il  rapporto  tra  le  intensità  di  corrente  in  funzione  del  numero  di  spire  dei  due  avvolgimenti 
is Np
otteniamo: 
=  
ip Ns
Quindi in un trasformatore il rapporto tra le tensioni ed il rapporto tra le intensità di corrente si 
comportano in modo inverso. 
 
Principi fisici dei trasduttori 28

In  figura  è  riportato  lo  schema  di  un  trasformatore  differenziale  che  è  costituito  da  un 
avvolgimento primario, di due avvolgimenti secondari e di un nucleo mobile, di materiale 
ferromagnetico.  
 

 
L'accoppiamento magnetico tra primario e secondari avviene in parte attraverso l'aria ed in parte 
attraverso l'equipaggio mobile di materiale ferromagnetico collegato al sistema su cui va fatta la 
misura.  Il  primario  è  alimentato  da  un  generatore  sinusoidale  per cui nel  traferro c’è  un  flusso 
variabile  nel  tempo  e  una  f.e.m.  indotta  nei  due  secondari.  Una  molla  provvede  a  mantenere 
l'equipaggio  mobile  nella  posizione  di  riposo  che  corrispondente  alla  perfetta  simmetria  tra 
primario  ed  entrambi  i  secondari.  Ne  consegue  che  in  condizione  di  riposo,  ovvero  a 
spostamento nullo, le tensioni indotte sui due secondari sono perfettamente identiche e la loro 
differenza risulta nulla. Se l'equipaggio mobile si sposta  in una direzione, ad esempio a sinistra 
della  figura,  i  due  circuiti  magnetici  diventano  diversi  perchè  in  uno  è  presente  più  ferro  e 
nell'altro  è  presente  più  aria.  Ne  consegue  che  le  ampiezze  delle  tensioni  di  uscita  dei  due 
secondari  sono  diverse.  La  tensione  di  uscita  di  un  secondario  viene  sottratta  alla 
tensione  dell’altro  secondario.  La  differenza  dei  segnali  di  uscita  dei  secondari  ha  una 
ampiezza  che  dipende  dalla  entità  dello  spostamento  del  nucleo  mobile  dallo  zero 
centrale,  ha  pulsazione  pari  a  quella  del  segnale  applicato  al  circuito  primario,  fase  0  o  π  a 
seconda del verso dello spostamento dell’equipaggio mobile.  
La rappresentazione grafica della differenza della tensione di uscita ideale dei due secondari 
in  funzione  dello  spostamento  consiste  di  due  curve  con  tratto  iniziale  rettilineo, 
simmetriche  rispetto  all'asse  verticale  ed  intersecantesi  nella  origine  che  è  il  punto  della 
inversione di fase. 
Principi fisici dei trasduttori 29

 
Il  trasformatore  differenziale  ideale  è  caratterizzato  da  un  accoppiamento  puramente 
induttivo  fra  l'avvolgimento  primario  ed  i  secondari  e  se  così  fosse  anche  per  i 
trasformatori differenziali reali, esisterebbe una posizione del nucleo nella quale la tensione di 
uscita sarebbe rigorosamente nulla. Nella pratica anche quando il nucleo è in posizione tale da 
produrre, per pura induzione, nei due secondari tensioni uguali ed opposte,  gli  accoppiamenti 
capacitivi tra il primario ed i secondari sono tali che la tensione di uscita non è rigorosamente 
nulla.  
La  curva  di  uscita  di  un  trasformatore  differenziale  reale,  devia  dalla  linea  retta,  entro  il 
campo di misura prestabilito ∆xmax, di un valore proporzionale al suo grado di linearità. 
I modelli di uso comune hanno le seguenti caratteristiche. 
Risoluzione di 2 ÷ 20 µm,   
Sensibilità: 50÷100 mVout/(mmVvin) 
Linearità: 0.1÷ 0.5% 
Ampiezza del campo di misura: 1 ÷ 10 cm 
Frequenza di eccitazione: 1 ÷ 50 Khz 
 
I modelli a più elevata risoluzione sono realizzati per misurare spostamenti più contenuti.  
Con gli stessi principi vengono realizzati trasformatori differenziali rotativi. 
 
Principi fisici dei trasduttori 30

 
Sensori Piezoelettrici 
 
Per  la  misura  di  forze  variabili  sono  di  frequente  usati  i  trasduttori  che  sfruttano  l’effetto 
piezoelettrico. 
 
Pierre  e  Jacques  Curie  nel  1880  scoprirono  la  proprietà  di  alcuni  materiali  isolanti,  di  produrre 
cariche  elettriche  se  soggetti  ad  un  pressione.  A  tale  fenomeno  fu  dato  il  nome  di    “effetto 
piezoelettrico” che deriva da un termine greco che significa “schiacciare”. Tale scoperta all'inizio 
ebbe  il  ruolo  di  curiosità  scientifica  perché  le  cariche    elettriche  prodotte,  dell’ordine  dei 
picoCoulomb,  erano  molto  piccole  e  non  utili  ai  fini  delle  applicazioni  pratiche  che  invece 
cominciarono a svilupparsi alla comparsa, negli anni 40, dei primi amplificatori ad alta impedenza 
d'ingresso. L’ effetto piezoelettrico si manifesta solo in quei cristalli che non hanno un centro di 
simmetria. L’anisotropia cristallina propria dei cristalli piezoelettrici fa si che un campo elettrico 
induce una polarizzazione P che in genere non è parallela ad E. La relazione vettoriale tra E, P ed 
il vettore D induzione dielettrica, non ha la forma semplice  D=ε0E+P come nei materiali isotropi. 
E’  necessario  scrivere  delle  equazioni  che  specificano  le  relazioni  tra  le  componenti  dei  vettori 
D,E,P  lungo  i  tre  assi  cristallografici  convenzionalmente  indicati  con  x,  y,  e  z.  La  suscettività 
elettrica  e  la  costante  dielettrica  relativa  sono  anche  esse  funzioni  delle  direzioni  e  vanno 
determinate  sperimentalmente.  Di  qui  la  necessità  di  tagliare  le  lamine  di  cristallo  in  modo 
opportuno rispetto alle direzioni di orientamento degli assi cristallografici e spesso il taglio stesso 
è oggetto di brevetti a causa della sua importanza.  
La  forma  del  cristallo,  le  sue  dimensioni  ed  il  taglio  al  quale  è  stato  sottoposto  dipendono 
dall'applicazione specifica e dalle caratteristiche richieste al dispositivo. 
Un semplice modello interpretativo dell’effetto  piezoelettrico è quello secondo cui, per effetto 
della forza applicata il centro delle cariche positive si separa da quello delle cariche negative, si 
formano  dei  momenti  di  dipolo  elettrico  la  cui  manifestazione  macroscopica  è  l’apparire  sulle 
due facce del cristallo di un eccesso di cariche di segno opposto.  

 
In  figura  è  mostrato  come  per  l’azione  di  una  forza  applicata  nel    quarzo  gli  ioni  di  ossigeno  e 
quelli di silicio si ridistribuiscono nel reticolo accumulandosi sulle facce opposte del cristallo.  
 
Principi fisici dei trasduttori 31

 
 
 
La figura precedente mostra vari modi di deformazione di un cristallo piezoelettrico. 
Quando  una  forza  F  è  applicata  secondo  opportune  direzioni  appaiono  delle  cariche  di 
polarizzazione ed il vettore polarizzazione P può essere scritto in forma semplificata come: 
                                                              

P= Pxx+ Pyy+ Pzz

      
 
Le componenti del vettore polarizzazione secondo i tre assi cristallagrofici x y z dipendono da dei 
coefficienti  piezoelettrici  dmn  secondo  direzioni  perpendicolari  al  taglio  del  cristallo  misurati  in 
C/N (carica per unità di forza),  e dipendono dal carico assiale σii. 
I coefficienti dnm dipendono  dalla temperatura. 
 
Pxx=d11σxx+ d12σyy+ d13σzz 
Pyy=d21σxx+ d22σyy+ d23σzz 
Pzz=d31σxx+ d32σyy+ d33σzz 
 
I  cristalli  piezoelettrici  convertono  energia  meccanica  in  energia  elettrica  e  l’efficienza  della 
conversione è data dal coefficiente di accoppiamento Kmn così definito: 
 
Kmn= (dmn ⋅hmn)1/2 
 
Principi fisici dei trasduttori 32

Nella  equazione  precedente  il  coefficiente  h  è  ottenuto  moltiplicando  il  coefficiente 


gmn=dmn/(ε0εmn)  per  il  modulo  di  Young.  Il  coefficiente  gmn  è  un  gradiente  di  differenza  di 
potenziale per unità di pressione applicata misurato in (V/m)/(N/m2), ε0  è la costante dielettrica 
del vuoto, εmn è la costante dielettrica relativa.  
 
 
 
Il  coefficiente  Kmn  è  di  fondamentale  importanza  in  tutte  quelle  applicazioni  in  cui  la 
trasformazione di energia meccanica in energia elettrica deve avere efficienza elevata come nei 
dispositivi di tipo acustico e nelle apparecchiature ad ultrasuoni. 
 
Poiché  il  doppio  strato  di  cariche  è  separato  da  un  dielettrico,  costituito  dal  cristallo  stesso,  si 
può affermare che il materiale piezoelettrico sotto carico si comporta come un condensatore la 
cui carica è Q = CV.  
Le armature del condensatore sono sottilissimi elettrodi metallici posti sulle facce del cristallo. Il 
circuito equivalente è mostrato in figura. 

            
 
La carica generata dal cristallo piezoelettrico è proporzionale alla intensità della forza applicata 
  
Qx d 11
Q x = d 1 1 FX V= = FX  
C C
La capacità è a sua volta  
A
C =εε 0  
l
con A area delle armature del condensatore e l distanza tra di esse. La tensione di uscita è quindi: 
 
Qx d 11 d 11l
V= = FX = FX
C C εε 0 A  

 
L’ effetto della forza esterna sull’ orientamento dei dipoli elettrici è di breve durata a causa della 
resistenza  ohmica  di  perdita  nello  stesso  cristallo  per  cui  l’  effetto  piezoelettrico  è  utilizzabile 
solo per rilevare variazioni di forza.  
Principi fisici dei trasduttori 33

 
L’effetto piezoelettrico è reversibile: applicando una differenza di potenziale agli elettrodi posti 
sulle facce  di una  sottile lamina di cristallo tagliata in modo opportuno si osserva una variazione 
dello  spessore  della  lamina  e  se  la  tensione  applicata  è  alternata  lo  spessore  del  cristallo 
alternativamente diminuisce o aumenta e se la tensione applicata è della frequenza opportuna 
viene indotta nel cristallo una risonanza meccanica.  
 
Il  quarzo,  sia  nella  sua  forma  naturale,  sia  dopo  aver  subito  trattamenti  particolari,  costituisce 
uno  dei  materiali  piezoelettrici  naturali  più  utilizzati  in  quanto  ha  una  elevata  resistenza  allo 
stress meccanico, alta linearità, isteresi trascurabile, bassa conducibilità, sensibilità costante per 
un ampio range di temperatura. 
 
In  commercio  sono  disponibili  molti  tipi  di  materiali  piezoelettrici  di  tipo  ceramico  o  plastico  e 
che, a differenza  del quarzo reperibile in natura, sono realizzati artificialmente con procedimenti 
che mirano a rendere polari o ad orientare i dipoli di materiali che nello stato naturale sono non 
polari o hanno i momenti di dipolo orientati casualmente. 
 
Una tecnica diffusa è quella detta di poling utilizzata per materiali i cui momenti di dipolo sono 
orientati in modo casuale e non, come per il quarzo, secondo le direzioni degli assi cristallografici. 
Un  campo  elettrico  è  applicato  al  materiale  la  cui  temperatura  è  stata  precedentemente 
lentamente  elevata  fino  al  punto  di  Curie.  Le  forze  elettriche  orientano  i  momenti  di  dipolo 
elettrico  secondo  le  linee  del  campo  applicato  e  l’orientamento  è  favorito  dall’elevato  stato  di 
agitazione termica. Successivamente il materiale è lentamente raffreddato mantenendo costante 
il campo elettrico applicato.  
 
 
 
Le proprietà piezoelettriche acquistate dal materiale così trattato rimangono inalterate  se esso è 
usato a temperature al di sotto del punto di Curie e se è sottoposto a campi elettrici d’intensità 
inferiore al valore di poling.  

 
 
 
Una seconda tecnica consiste tecnica nel miscelare, in adeguate proporzioni, finissime polveri di 
ossidi di metallo quali rame, zirconato di titanio; la miscela è riscaldata fino ad essere calcinata, 
mescolata a collanti di tipo organico e quindi sagomata nella forma desiderata.  
 
Ed  ancora  sottilissimi  film  polimerici  sono  polarizzati  mediante  un  procedimento  di  stiramento 
meccanico;  il  sensore  piezoelettrico  è  realizzato  incollando,  in  più  strati  sovrapposti,  i  film 
polimerici stirati. 
 
Principi fisici dei trasduttori 34

Rispetto al quarzo il segnale elettrico in uscita prodotto dai materiali ceramici è più elevato. Tale 
effetto,  a  parità  di  output,  favorisce  la  realizzazione  di  sensori  più  piccoli,  più  leggeri,  più 
economici  e  in  grado  di  eseguire  misure  a  livelli  di  vibrazione  più  bassi  e  con  frequenze  più 
elevate. 
Quando  la  ceramica  piezoelettrica  o  i  film  polimerici  sono  pronti  gli  elettrodi  conduttori  sono 
costruiti  sulle  facce  o  banalmente  ponendo  a  contatto  delle  strisce  di  metallo  o  depositando  il 
materiale conduttore per evaporazione o per sputtering. Il materiale usato per gli elettrodi varia 
a seconda delle applicazioni e può essere rame, oro platino. 
 
I  materiali  piezoelettrici,  grazie  alla  loro  robustezza,  ingombro  contenuto,  ampi  campi  di 
frequenza  di  lavoro,  basso  costo,  sono  ampiamente  utilizzati  in  moltissime  apparecchiature  ad 
esempio ecografi a ultrasuoni, nei dispositivi di assistenza cardiaca, negli accendini, nelle puntine 
dei giradischi, nei microfoni,  nei sismografi, negli orologi, nelle celle di carico…..…etc..  
 
 
E’ utile precisare con un esempio di tipo meccanico e non entrando nel dettaglio della soluzione 
delle equazioni differenziali quali sono i problemi connessi alla misura di forze variabili. 
E  quindi,  prima  di  esaminare  un  esempio  di  uso  dei  sensori  piezoelettrici  per  la  misura  di  una 
forza  variabile,  vediamo  il  funzionamento  di  due  semplici  dispositivi  meccanici  per  la  misura  di 
forze o spostamenti o accelerazioni sia costanti che variabili.  
 
Esempio di realizzazione di un sistema per la misura di una forza costante. 

 
 
Una massa m è posta nel sistema di cui si vuole misurare l’accelerazione ed è collegata ad una 
molla  di  costante  elastica  K  ed  ad  uno  smorzatore  fluidodinamico  che  produce  una  forza  di 
attrito viscoso.  
Lo  spostamento  della  massa  può  essere  misurato  in  vario  modo  tramite  leve  meccaniche, 
potenziometri  resistivi,    sistemi  che  sfruttano  la  variazione  di  capacità  di  un  condensatore  in 
quanto  per  effetto  dello  spostamento  cambia  la  sua  geometria  e  quindi  la  capacità  oppure 
utilizzando un LVDT per la misura degli spostamenti.  
 
Esaminiamo il comportamento del sistema rappresentato in figura nell’ipotesi che l’accelerazione 
di trascinamento sia unidirezionale e costante. 
Nel sistema di riferimento non inerziale le forze agenti sul blocco sono la forza elastica, la forza di 
attrito  viscoso,  la  forza  fittizia.  Nella  posizione  di  equilibrio  la  risultante  delle  forze  è  zero.  In 
assenza  dello  smorzatore  fluido‐dinamico  e  quindi  della  forza  di  attrito  viscoso  il  moto  della 
massa  m  sarebbe  di  tipo  armonico.  L’indice  sulla  scala  graduata  oscillerebbe  indefinitamente 
intorno alla posizione corrispondente all’equilibrio delle forze e qualsiasi tipo di trasduzione dello 
spostamento e di tipo meccanico e di tipo elettronico sarebbe di difficile lettura.  
In  presenza della  forza di  attrito  viscoso  la  massa  m compie  delle  oscillazioni  smorzate  intorno 
alla  posizione  di  equilibrio  e  se  si  introduce  un  fattore  di  attrito  viscoso  regolabile  in  modo  da 
ottenere la condizione di smorzamento critico, il sistema raggiunge, nel minor tempo possibile, la 
Principi fisici dei trasduttori 35

posizione  di  equilibrio  dove  si  ferma.  Sono  invece  da  ridurre  al  minimo  gli  attriti  costanti  che 
falsano la posizione di arresto. 
 
L’equazione del moto, nel sistema di riferimento inerziale è: 

Fe + Fv = ma  
avendo indicato con Fe e Fv rispettivamente la forza elastica e quella di attrito viscoso opposta e 
proporzionale alla velocità.  
 
m a = − kx − λ v  
 
d 2x λ dx k
+ + x = 0
d 2t m dt m  
 
Dalla soluzione della equazione differenziale si ricava x e quindi l’accelerazione a. 
Si definiscono coefficiente di smorzamento e pulsazione propria rispettivamente 

λ k
γ = ; ω0 =  
2m m
 
 e l’equazione del moto può essere riscritta come: 
 
d 2x dx
2
+ 2 γ + ω 0 x = 0  
2

dt dt
 
L’equazione  differenziale  dell’oscillatore  armonico  smorzato  è  una  equazione  differenziale 
lineare del 2° ordine a coefficienti costanti, omogenea. La soluzione x=x(t) è proporzionale ad eαt 
con α costante da determinare in funzione dei parametri fisici del sistema. Lo smorzamento che 
ne  deriva  può  essere  forte,  critico,  debole.  Tramite  lo  studio  della  equazione  differenziale  si 
dimostra  che  nelle  condizioni  di  smorzamento  forte  o  critico  non  c'è  mai  oscillazione,  mentre 
nelle condizioni di smorzamento debole il sistema compie oscillazioni di pulsazione 

 
e  pseudoperiodo  T=2π/ω.  L’ampiezza  è  esponenzialmente  smorzata,  il  moto  si  inverte  ad 
intervalli  regolari  T/2  ma  non  è  periodico  perché  il  punto  non  passa  sempre  per  le  stesse 
posizioni.  In  un  pseudoperiodo  l’ampiezza  si  riduce  di  un  fattore  e‐γT  e  il  sistema  si  ferma 
definitivamente in x=0. 
Principi fisici dei trasduttori 36

 
Riassumendo  se  si  sposta  il  punto  dalla  posizione  di  equilibrio  esso  tende  a  ritornarci  sotto 
l'azione  della  forza  elastica.  Se  non  c'è  attrito  si  ha  un'oscillazione  indefinita;  se  c'è  attrito, 
costante o viscoso, si ha un'oscillazione smorzata che si esaurisce in un certo tempo (fenomeno 
transitorio). Siccome c'è sempre attrito, l'oscillazione libera è sempre smorzata. 
 
 
Sismografo piezoelettrico 
 
Vediamo un semplice schema di un accelerometro piezoelettrico per misure sismiche.  
 
Molla di precarico

Cassa
Massa sismica

++ + + + + + + ++ + + + + + + ++
Amplificatore di carica
Cristallo
pie zoelettrico 1 Polo positivo
-- - - - - -- - - - - -- - - - - -- - - - - -
∆V
-- - - - - -- - - - - -- - - - - -- - - - - -
Cristallo Polo negativo
pie zoelettrico 2
++ + + + + + + ++ + + + + + + ++
Alime ntazione
 
Il  sismografo  è  costituto  da  una  scatola  metallica  al  cui  interno  si  trova  la  massa  sismica,  di 
materiale  conduttore,  e  da  due  cristalli  piezoelettrici  sulle  cui  facce  sono  stati  depositati  per 
evaporazione  gli  elettrodi  di  contatto  in  genere  d’oro.  I  cristalli  sono  disposti  a  polarità 
contrapposte.  Questo  ‘pacchetto’  viene  tenuto  compresso  da  una  molla  detta  di  precarico 
anch’essa  in  materiale  conduttore.  Se  il  sistema  è  disposto  verticalmente  come  in  figura  si 
potranno misurare le accelerazioni dei movimenti sismici in direzione verticale. Infatti, in assenza 
di movimenti tellurici  i cristalli sono in equilibrio sotto l’azione del proprio peso, diretto verso il 
basso, della forza esercitata dalla massa sismica e dalla  molla entrambe dirette verso il basso, e 
della  reazione  vincolare  del  piano  di  appoggio,  diretta  verso  l’alto.  In  presenza  di  movimenti 
tellurici nel sistema di riferimento non inerziale all’interno della cassa, oltre alle forze vere di cui 
sopra,  agirà  anche  una  forza  fittizia  o  di  inerzia  diretta  in  verso  opposto  all’accelerazione  della 
Principi fisici dei trasduttori 37

scatola  e  il  cui  effetto  sarà  quello  di  deformare  elasticamente  i  cristalli  piezoelettrici  sulle  cui 
facce  apparirà  una  carica  proporzionale  all’entità  della  accelerazione  dovuta  al  movimento 
tellurico. 
 
Una  taratura  idonea  della  molla  di  precarico  e  della  massa  sui  cristalli  determina  una 
sollecitazione specifica sull’elemento sensibile creando un segnale proporzionale all’intensità del 
segnale  in  uscita.  Tale  configurazione  è  la  migliore  dal  punto  di  vista  del  rapporto 
massa/sensibilità,  ma  è  anche  quella  maggiormente  suscettibile  al  rumore  sia  acustico,  sia 
termico derivante dalla deformazione della superficie di montaggio. 
 
La carica elettrica prodotta è molto piccola,  dell’ordine dei pC/(m/s2), per cui viene amplificata. 
A valle dell’amplificatore di carica può essere posto un qualsiasi strumento di misura; voltmetro, 
oscilloscopio,  analizzatore  di  spettro,  scheda  di  acquisizione  ect…  Dall’elaborazione  dei  dati 
acquisiti si  risale all’accelerazione note che siano le masse in giuoco.  
 
Ovviamente  il  sistema  non  può  misurare  forze  statiche  o  quasi  statiche  in  quanto,  come  gia 
detto,  le  cariche  di  polarizzazione  tendono  a  scomparire  dopo  il  transitorio  per  effetto  della 
resistenza interna dello stesso cristallo piezoelettrico. 
  
La  configurazione  descritta  non  prevede  nessun  tipo  di  smorzamento  fluidodinamico  (viscoso) 
sempre  presente  nei  sismografi  di  tipo  meccanico.  Infatti  un  sismografo  piezoelettrico  non 
necessita di uno smorzamento viscoso per l’elevata frequenza di risonanza del cristallo e l’unica 
forma di dissipazione energetica è quella determinata dall’isteresi del cristallo stesso. 
 
 
Negli accelerometri piezometrici la risposta alle basse frequenze è determinata dalla costante di 
tempo τ del cristallo, mentre quella alle alte frequenze è determinata dalla risonanza meccanica. 
 
Nelle realizzazioni più accurate si possono raggiungere rilevazioni di qualche centesimo di Hz.  I 
sistemi progettati per l’acquisizione a bassa frequenza (al di sotto di 1 Hz) possono generare degli 
errori  in  presenza  di  transienti  termici  a  causa  dell’effetto  piroelettrico  tipico  dei  materiali 
piezoelettrici.  

 
L’effetto piroelettrico consiste nel fatto che il materiale produce una carica elettrica per effetto 
di una variazione di temperatura e quindi un transiente termico determina in uscita una carica 
anomala  indistinguibile  da  quella  dovuta  alla  deformazione  applicata.  Per  i  sensori  in  cui  è 
trascurabile  la  risposta  alle  basse  frequenze  questi  segnali  indotti  dalla  temperatura  sono 
Principi fisici dei trasduttori 38

irrilevanti,  mentre  per  accelerometri  con  costanti  di  tempo  elevate  l’errore  può  essere 
significativo  per  cui  in  fase  di  progettazione  devono  essere  minimizzati  gli  effetti  termici;  da 
sottolineare che l’ effetto piroelettrico, indesiderato in questo contesto viene sfruttato  in alcuni 
tipi di trasduttori di temperatura.  
 
Un  ulteriore  elemento  da  considerare  quando  si  impiega  tale  tipo  di  sensore  è  costituito 
dall’effetto che la rigidità del cristallo (100 GPa) può ingenerare. Una sua deformazione minima è 
in grado di provocare un segnale di uscita elevato.  
 
Su  questo  principio  vengono  costruiti  anche  gli  accelerometri  industriali  piezoelettrici  che  si 
differenziano tra loro in base al modo in cui la forza d’inerzia della massa accelerata agisce sul 
cristallino;  le  configurazioni  principali  sono  costituite  da  sensori  piezoelettrici  che  lavorano  in 
compressione,  come  già  visto,  ma  anche  in  flessione  e  a  taglio.  Esistono  in  commercio 
accelerometri  progettati  in  modo  da  compensare  gli  effetti  dovuti  ai  transienti  termici  ed  al 
rumore acustico come pure esistono accelerometri più complessi in grado di  rivelare oscillazioni 
sia in direzione verticale che orizzontale  e anche movimenti di tipo rotazionale. 
Gli  accelerometri  industriali  sono  di  uso  comune  per  il  monitoraggio  delle  vibrazioni,  tecnica 
questa ampiamente diffusa per il controllo dello stato di salute delle macchine e il controllo delle 
grandi strutture industriali e civili. L’esame dell’andamento delle vibrazioni di una macchina nel 
tempo consente di prevedere l’insorgere di deterioramenti e di intervenire prima che un’avaria 
blocchi la produzione o generi situazioni pericolose. 
Questi  sensori  sono  estremamente  robusti  possiedono  un’elevata  risposta  dinamica  e  sono 
disponibili in un’ampia varietà di configurazioni per adattarsi ad ogni requisito di installazione in 
ambienti  ostili,  in  presenza  di  olio,  sporco,  alta  temperatura,  immersione,  temperature 
criogeniche e rumore elettromagnetico. 
Gli accelerometri industriali sono prodotti in tre diverse configurazioni: a flessione, compressione 
e  taglio.  Tutte  le  configurazioni  includono  i  componenti  base  del  sensore,  cioè  l’elemento 
piezoelettrico, la massa sismica, la base e la custodia. 
 
Nel  modo  a  flessione,  le  due  masse  sismiche  sono 
posizionate a sbalzo rispetto a una trave poggiante su un 
fulcro centrale, connesso con la base. Questo sistema ha 
una  bassa  frequenza  di  risonanza  ed  è  generalmente 
poco usato per applicazioni di monitoraggio macchina. 

 
Per  via  della  sua  elevatissima  sensibilità  (fino  a  100V/g),  il  disegno  a  flessione  eccelle  in 
applicazioni  sismiche,  dove  ci  sono  basse  frequenze  e  bassi  livelli  di  accelerazione.  Dato  che 
l’elemento piezoelettrico è generalmente fissato con adesivo epossidico, il suo uso è sconsigliato 
in presenza di elevati urti e alti livelli di vibrazione.  
Principi fisici dei trasduttori 39

     
La  configurazione  a  compressione  è  la  più  semplice:  il 
cristallo, quarzo o ceramica, è assemblato a sandwich fra 
la  massa  sismica  e  la  base  con  una  vite  di  precarico 
elastica. Il moto (vibrazione) della base crea uno sforzo sul 
cristallo piezoelettrico generando un segnale di uscita. 

 
Il  modo  a  compressione  è  idoneo 
per le applicazioni industriali di monitoraggio delle macchine per via della più elevata risonanza e 
della  maggior  robustezza  costruttiva.  Gli  accelerometri  a  compressione  hanno  in  generale  una 
base  molto  spessa  e  devono  essere  usati  su  strutture  massicce  e  rigide  per  via  della  loro 
sensibilità alla deformazione della base e ai transienti termici.  

La configurazione al taglio  sottopone l’elemento sensibile 
a  sforzi  di  taglio.  Il  cristallo  e  la  massa  sismica  sono 
mantenuti insieme tramite un anello di precarico e fissati 
su  un  perno  centrale  solidale  con  la  base.  Questa 
configurazione  rende  la  struttura  rigida  con  una  buona 
risposta in frequenza e una grande solidità meccanica. 

 
 
 
Siccome l’asse sensibile non è allineato con la superficie di montaggio, le condizioni ambientali 
avverse come la deformazione della base e i transienti termici non inducono falsi segnali. 
Gli accelerometri usati in applicazioni industriali sono in genere amplificati internamente tramite 
un circuito integrato. 
 
Le caratteristiche salienti di un accelerometro industriale sono: 
 
Ampiezza di vibrazione ovvero campo di misura che con una sensibilità di 100 mV/g può essere 
dell’ordine di 50 g. 
La  risposta  in  frequenza  nel  quale  il  sensore  fornisce  una  risposta  lineare.  Il  limite  superiore 
dell’intervallo di frequenza è stabilito dalla rigidità meccanica e dalla quantità di massa sismica 
dell’accelerometro,mentre  il  limite  inferiore  è  controllato  dalla  frequenza  di  taglio 
dell’amplificatore e dalla costante di tempo.  
La massima frequenza di risposta è determinata dalla formula ν=(k/m)1/2 dove ν è la frequenza di 
risonanza  k è la rigidezza della struttura sensibile e m è riferita alla quantità di massa sismica. 
Infine i materiali costruttivi devono essere idonei alle condizioni ambientali in cui il sensore deve 
operare. 
 
Sostituendo  i  cristalli  piezoelettrici  con  ‘strain  gauge’  si  realizzano  accelerometri  che  possono 
misurare  anche  forze  e  quindi  accelerazioni  costanti.  In  questi  dispositivi  sono  però  presenti 
sistemi meccanici di smorzamento viscoso. 
Principi fisici dei trasduttori 40

 
E le m e n to
d e fo r m a b i le

M as s a s is m ic a

S tra i n
G a ug e
∆ε

P o n te d i
W h e a ts to n e  
 
 
Principi fisici dei trasduttori 41

 
 
Trasduttori potenziometrici 
 
 I trasduttori di tipo potenziometrico sono di uso comune come trasduttori di forza, posizione, 
livello e spesso sono parte integrante di trasduttori più complessi.  
 
Nell’esempio che segue è analizzato un trasduttore posizione‐tensione di tipo potenziometrico. 
Il cursore del potenziometro è collegato al sistema di cui si vuol misurare lo spostamento. Se 
il trasduttore di posizione è usato come accelerometro la corrente o la tensione in uscita sono 
proporzionali alla forza e quindi all’accelerazione da misurare.  
 

 
La resistenza Rx ha un valore proporzionale alla posizione del cursore: 
x L
Rx = ρ RL = ρ
S S
V0 V x
i = V = 0  
L L
ρ
S
 
Dove p è la resistività.  
Nel  caso  ideale  la  tensione  V  prelevata  lungo  il  potenziometro  varia  linearmente    con  x  e  la 
sensibilità è s = V0/L ovvero la derivata di V rispetto a x.  
 
Nella pratica bisogna tener conto che la resistenza per unità di lunghezza potrebbe non essere 
costante, che il cursore ha una sua resistenza ed assorbe corrente, che il valore della resistenza 
del potenziometro potrebbe variare per fattori ambientali o per autoriscaldamento. Inoltre per 
piccoli  valori  della  resistenza  R  del  potenziometro  diventa  significativo  il  coefficiente  di 
autoinduzione  e  per  valori  elevati  di  R  diventano  significative  le  capacità  parassite.  La  misura 
può  essere  influenzata  da  problemi  di  tipo  meccanico  in  quanto  la  massa  del  cursore  può 
caricare il sistema di cui si vuol misurare lo spostamento come pure  la presenza di attriti può 
falsare la posizione rivelata.  
 
Per  realizzare  il  trasduttore  si  può  avvolgere  un  filo  conduttore  su  un  cilindro  di  materiale 
isolante  o  depositare  del  carbonio su  un  supporto  isolante  o  usare  film  polimerici  su  cui  sono 
Principi fisici dei trasduttori 42

depositate polveri conduttrici o usare potenziometri liquidi o elettrolitici.  
 
Nel primo caso la lettura è a gradino tra una spira e l’altra negli 
altri casi la lettura è continua.  
 
Nelle figure sono mostrati alcuni esempi di potenziometri a spire conduttrici sia di tipo lineare 
che  angolare  concettualmente  analogo  a  quello  lineare  con  la  sola  differenza  che  la  struttura 
contenente il filamento è piegata a cerchio. 
I potenziometri di questa tipologia possono avere delle corse che variano da un minimo di 10° 
fino ad un massimo di 60 giri. 
 
L’inconveniente presentato dai potenziometri ad avvolgimento di filo è quello della risoluzione in 
quanto  il  cursore  (contatto  mobile)  è  vincolato  a  strisciare  trasversalmente  secondo  una 
traiettoria rettilinea parallela all’asse dell’avvolgimento per cui non sarà possibile ottenere una 
variazione continua di resistenza 
Pertanto la risoluzione è data da Rmax/nspire  ovvero dalla resistenza di una singola spira: 
 
 

         
 
  
E’  possibile  aggirare  l’ostacolo  della  scarsa  risoluzione  tipica 
dei  potenziometri  a  filo,  facendo  ricorso  ai  potenziometri 
continui a strato, nei quali al posto del filo sono utilizzati film 
polimerici  conduttivi  ottenuti  per  deposizione  su  supporti 
rigidi.  
In  figura    un  esempio  costruttivo  basato  sulla 
cortocircuitazione  degli  elettrodi,  a  pettini  incrociati,  con  un 
film scorrevole di materiale polimerico conduttore.   

 
Nei  potenziometri  a  film  la  risoluzione  è  apparentemente  infinita  (in  realtà  è  limitata  dalla 
granularità residua del film e dalle incertezze del contatto); 
Principi fisici dei trasduttori 43

  
Potenziometri per misure di inclinazioni.  
                    
Il  sensore  è  orizzontale  le  tensioni  prelevate  su 
entrambi gli elettrodi sono uguali; quando il sensore è 
inclinato cambia la quantità di liquido a contatto con gli 
elettrodi  per  effetto  della  bolla  di  aria  e  le  tensioni 
misurate  variano  in  modo  proporzionale  al  grado  di 
inclinazione. 

     
    
Potenziometro a forma sferica.  
Un  cuscinetto  a  sfera  di  materiale  conduttore  è  a  contatto  con  la 
sfera  interna  cava  che  costituisce  il  reostato.  Quando  l’asta 
collegata  alla  sfera  centrale  è  in  posizione  verticale  il  valore  della 
resistenza  è  ripartito  in  parti  uguali  nelle  due  semisfere.  Se  invece 
l’asta si inclina rispetto alla direzione verticale il valore della 

 
 
resistenza non è più ripartito in parti uguali ma in modo proporzionale al grado di inclinazione in 
quanto il cuscinetto a sfera si riposiziona sempre nella parte più bassa della concavità sferica.  
 
La resistenza del trasduttore, in caso di utilizzo di potenziometri, può variare tra 1.000 e 10.000   
che corrispondono a una risoluzione di 0,45% o di 0,25% dell’intera scala, mentre la temperatura 
di  utilizzo  può  oscillare  tra  ‐65°  °C  e  165  °C.  La  sensibilità  alle  accelerazioni  ortogonali  alla 
direzione di misura è pari a ±1% della sensibilità lungo l’asse di misura. Per misurare frequenze 
maggiori la soluzione consiste nell’impiego di strain‐gauge disposti all’incastro di elementi elastici 
a mensola che sorreggono la massa. Con sensori di questo tipo si ottengono misure accurate fino 
a frequenze dell’ordine 15.000 Hz.  
il range di misura delle accelerazioni misurabili può essere compreso tra ± 1 g e ± 50 g e la loro 
frequenza naturale può oscillare tra 12 e 86 Hz con uno smorzamento di 0,5/0,8. 
   
Principi fisici dei trasduttori 44

  
 
Sensori capacitivi  
 
I  sensori  capacitivi  sono  ampiamente  diffusi  ed  usati  nei  trasduttori  di  forza,  di  posizione  sia 
lineare che rotazionale,  nelle misure di pressione, negli accelerometri, nei sensori di prossimità, 
nei sensori di temperatura, etc..  
 
Un  condensatore  è  fatto  di  due  armature  conduttrici  di  dimensioni  e  forma  varia,  tra  loro 
separate dal vuoto o da un materiale dielettrico. Il valore della capacità dipende dalla geometria 
delle  armature  e  dal  tipo  di  dielettrico  interposto.  Per  esempio  un  condensatore  formato  da  n 
piastre tra loro parallele con interposto un materiale dielettrico con costante dielettrica relativa 
ε 0ε r A
εr ha una capacità   C ≅ (n − 1)  
d
Quindi se un qualche misurando produce una variazione di d, εr o A ne risulta una variazione di 
capacità che può essere adeguatamente rivelata.  
 
Per  variare  l’area  è  sufficiente  mantenere  una  armatura  fissa,  rendere  l’altra  solidale  con  il 
sistema di cui si vuol rilevare lo spostamento ma in modo tale che con il movimento una delle 
due  armature  slitti  rispetto  all’altra  per  cui  l’area  affacciata  delle  due  armature  varia  con  lo 
spostamento. Per variare la distanza tra le armature basta tenerne una fissa e l’altra solidale con 
il  sistema  mobile  in  modo  che  allo  spostamento  corrisponda  una  variazione  di  distanza  tra  le 
armature.  Infine  le  armature  sono  tenute  fisse,  mentre  il  dielettrico  inserito  tra  di  esse  è  reso 
solidale  con  il  sistema  mobile;  il  condensatore  si  suddivide  in  due  condensatori  tra  loro  in 
parallelo  uno  con  dielettrico  e  l’altro  senza  e  la  variazione  della  capacità  equivalente  è  legata 
all’entità dello spostamento. 
 
La figura mostra alcune geometrie comuni di sensori capacitivi. 
Principi fisici dei trasduttori 45

 
 
I sensori capacitivi possono essere lineari e non lineari a seconda del parametro che fa variare la 
capacità  ed  infatti  il  sensore  capacitivo  è  lineare  se  varia  ε  o  A  ed  è  non  lineare  se  varia  la 
distanza tra le armature.  
La capacità di un condensatore è: 
ε A
 C = dove ε = ε rε 0  
d
La scelta dell’una o dell’altra configurazione è di solito determinata da considerazioni relative alla 
sensibilità e al campo di misura.  
Nel caso in cui il movimento da rilevare abbia effetti sulla distanza tra le armature, la dipendenza 
della capacità dallo spostamento è di tipo iperbolico, quindi non lineare e pertanto caratterizzato 
da sensibilità non costante sull’intero campo di valori.  
Nel caso in cui invece è l’area delle armature del condensatore a dipendere dallo spostamento da 
rilevare, la relazione capacità‐spostamento è lineare, con una sensibilità indipendente dal valore 
dello spostamento stesso.  
Il  campo  di  misura  è  all’incirca  nel  primo  caso  dell’ordine  di  grandezza  della  distanza  e  nel 
secondo dell’ordine della sovrapposizione delle armature. 
Per rilevare la variazione di capacità, si utilizzano generalmente circuiti che la trasformano in un 
opportuno segnale elettrico (tensione o corrente), le cui caratteristiche, ad esempio l’ampiezza, 
sono legate alla capacità oggetto della misura. 
Un  metodo  molto  semplice  per  convertire  la  capacità  in  un  segnale  elettrico  consiste  nel 
sottoporla a tensione sinusoidale di ampiezza e frequenza note. Dalla misura dell’ampiezza della 
corrente sarà possibile risalire alla capacità e quindi allo spostamento da rilevare essendovi una 
relazione lineare. 
 
Principi fisici dei trasduttori 46

Qui di seguito un esempio di un sensore di tipo capacitivo costituito da due condensatori in serie 
aventi  in  comune  l’armatura  centrale  mobile.  Pur  variando  la  distanza  tra  le  armature  questo 
sensore è di tipo lineare e consiste di due condensatori variabili tra loro in serie. Tra i due piani 
metallici  è  inserito  un  diaframma  che,  sotto  l’azione  di  accelerazioni  o  vibrazioni,  si  sposta 
svolgendo  il  ruolo  che  nei  trasduttori  meccanici  era  assunto  della  massa.  Lo  spostamento  del 
diaframma genera la variazione della capacità dei due condensatori solidali al diaframma. 
 

                  
 
La carica q sulle armature di entrambi i condensatori in serie è: 
q = VC
1 1 = VC
2 2 = VC
r eq  
e la caduta di tensione ai capi di ogni condensatore è: 

 
 
Sostituendo alle capacità i loro rispettivi valori si ottiene: 

  
e quindi ricaviamo, con una sottrazione membro a membro, la differenza di potenziale tra i due 
condensatori che varia linearmente con lo spostamento: 
 

 
 
Principi fisici dei trasduttori 47

Se  lo  spostamento  da  rilevare  è  costante  la  forma  d’onda  in  uscita  risulterà  sinusoidale  di 
ampiezza costante. 
Se invece lo spostamento non è costante, come avviene per esempio nel caso in cui si debbano 
rilevare le vibrazioni di un organo meccanico, la forma d’onda risulterà modulata in ampiezza da 
una segnale proporzionale allo spostamento stesso. 
 
Alternativamente la capacità variabile può essere misurata  inserendola in un circuito in serie con 
una  resistenza  e  un  generatore  di  tensione  continua.  Il  dispositivo  di  cui  si  vuol  rilevare  lo 
spostamento è collegato a una delle armature del condensatore. Lo spostamento  produce una 
variazione di capacità cui corrisponde nel circuito un transitorio durante il quale circola corrente. 
Infatti  essendo  cambiata  la  capacità  e  non  la  differenza  di  potenziale  applicata,  la  carica  sul 
condensatore  ha  valori  diversi  tra  prima  e  dopo  lo  spostamento.  La  misura  di  questa  corrente 
permette di valutarne lo spostamento. 
 
Trasduttori  capacitivi  di  questo  tipo  permettono  anche  la  misura  di  vibrazioni  nelle  macchine 
utensili. Uno degli elettrodi della capacità è costituito dal corpo della macchina, mentre l’altro si 
trova  solidale  con  un  oggetto  fisso  come  il  pavimento  o  una  parete  sufficientemente  rigida  e 
ferma. Altro impiego è quello per la misura dell’usura di parti meccaniche: in questa applicazione 
uno degli elettrodi è ancora una volta costituito proprio dal pezzo del quale è necessario rilevare 
l’usura,  mentre  l’altro  elettrodo  si  trova  su  una  parte  fissa  del  sistema.  L’usura  della  superficie 
determina un allontanamento delle armature e di conseguenza una diminuzione della capacità.  
 
Di  tipo  capacitivo  sono  anche  alcuni  sensori  di  presenza  che  si  basano  sul  concetto  della 
induzione elettrostatica non completa.  
 
La  capacità  di  un  conduttore  isolato  è  definita  come  C=q/V  dove  il  potenziale  V  dipende  dalla 
quantità di carica sul conduttore e dalla sua geometria. Se a questo conduttore, che chiamiamo 
C1 e su cui si trova la carica Q1 avviciniamo un altro conduttore C2 scarico, sulla parte di C2 più 
vicina a C1 compare una carica ‐ q' e sulla parte più lontana la carica +q’ per effetto dell'induzione 
elettrostatica, che in questo caso diciamo incompleta, in quanto non tutte le linee di forza che 
partono da C1 su C2. 
 

  
Il potenziale di C1 si porta al valore V1 < V'1  in quanto esso viene diminuito dalla presenza della 
carica  negativa  ‐  q'  più  di  quanto  venga  aumentato  da  q',  che  è  più  lontana.  Come  risultato 
aumenta la capacità di C1, rapporto tra carica e potenziale. 
 
Questo  caso  è  un  aspetto  particolare  del  caso  più  generale,  costituito  da  un  sistema  di  n 
conduttori fissi racchiusi entro un conduttore, il cui potenziale viene assunto come riferimento e 
posto eguale a zero; questo conduttore può anche mancare e allora il riferimento è il potenziale 
nullo all'infinito. Tra i potenziali e le cariche dei conduttori sussistono le relazioni: 
Principi fisici dei trasduttori 48

 
Dati i potenziali e nota la matrice (simmetrica) dei coefficienti aij le cariche sui conduttori sono 
univocamente determinate dalla soluzione del precedente sistema di equazioni lineari. 
Il  sistema  di  equazioni  lineari  può  essere  invertito  esprimendo  le  cariche  in  funzione  dei 
potenziali: 
 

 
 
Le grandezze cij, determinate in funzione delle aij, sono chiamate coefficienti di induzione se i≠j e 
coefficienti di capacità se i=j. Valgono le seguenti relazioni: Cij=Cji;  : Cij<0;   Cji>0;  
La conoscenza dei coefficienti aij o dei coefficienti Cij consente di risolvere qualsiasi problema di 
elettrostatica che riguardi un sistema di n conduttori perché questi coefficienti non dipendono 
dalla carica ma solo dalla geometria del sistema. 
 
Il  corpo  umano  è  un  mezzo  conduttore  con  un  elevato  valore  di  costante  dielettrica,  con  dei 
coefficienti  di  accoppiamento  di  tipo  capacitivo  con  ciò  che  lo  circonda  che  dipendono  dalle 
dimensioni  del  corpo,  dal  tipo  di  materiali  circostanti  e  dalla  loro  vicinanza.  I  coefficienti 
capacitivi cambiano quando una persona si muove per cui è possibile discriminare tra persone in 
quiete e persone in movimento. In figura è mostrato uno schema di principio di un rivelatore di 
presenza di tipo capacitivo. 
Principi fisici dei trasduttori 49

 
Usando  dielettrici  che  assorbono  o  espellono  l’acqua  senza  isteresi  si  realizzano  sensori  di 
umidità la cui capacità varia linearmente con la quantità di acqua assorbita. 
 
Un  sensore  capacitivo  può  essere  usato  anche  per  misure  di  temperatura  perché  la  costante 
dielettrica  per  alcuni  materiali  ferroelettrici  a  temperature  al  di  sotto  del  punto  di  Curie  è 
proporzionale all’inverso della temperatura secondo la relazione 
k
εr =  
T − Tc
con k costante che dipende dal tipo di materiale usato. 
 
Un sensore capacitivo può essere altresì usato per misurare il livello di un liquido isolante. Due 
elettrodi,  tra  loro  affacciati,  vengono  immersi  nel  liquido  in  modo  che,  quando  il  livello  della 
superficie libera si sposta, la diversa costante elettrica del fluido εr   e del suo vapore (o dell’aria) 
(≈εo), provoca una variazione di capacità. 

 
 

Alternativamente  il  livello  di  un  liquido 


conduttore può altresì essere misurato con un 
potenziometro. 
La figura mostra un sensore di livello fatto con 
un  potenziometro  che  è  immerso  nel  liquido 
conduttore  il  cui  livello  determina  la  frazione 
di resistenza non cortocircuitata. 
Principi fisici dei trasduttori 50

    
 
 
 
L’uso di un sensore di tipo capacitivo ha diverse limitazioni tra cui: 
 
→  Gli  effetti  di  bordo  usualmente  trascurati  nel  calcolo  delle  capacità  in  quanto  si  suppone  il 
condensatore sia ideale ovvero, nel caso di un condensatore piano, si suppone che la distanza tra 
le  armature  sia  molto  più  piccola  delle  sue  dimensioni  lineari.  Poiché questa  ipotesi  non  è  mai 
strettamente  verificata  vengono  usati  degli  anelli  di  guardia  per  confinare  il  campo  elettrico 
costante entro il volume desiderato. 
 
→  Le  armature  del  condensatore  devono  essere  ben  isolate  elettricamente  tra  di  loro;  per 
esempio l’ umidità può introdurre una resistenza di perdita in parallelo con il condensatore e di 
conseguenza  si  avrebbe  una  variazione  di  impedenza  non  attribuibile  ad  una  variazione  di 
capacità. 
 
→ I cavi di collegamento vanno isolati elettricamente per evitare interferenze di tipo capacitivo. 
L’isolamento aggiunge una capacità in parallelo, la sensibilità del sensore diminuisce in quanto ad 
una  variazione  della  grandezza  da  misurare  corrisponde  una  variazione  parziale  della  capacità 
complessiva in quanto resta costante quella dovuta all’isolamento elettrico. 
 
I  sensori  capacitivi  hanno  come  vantaggio  quello  di  essere  poco  costosi,  robusti,  compatti, 
presentano  una  buona  linearità  (in  genere  compresa  tra  lo  0,1%  e  lo  0,001%)  cui  però  fanno 
riscontro  svantaggi  come  influenza  condizioni  ambientali  capacità  parassite,  vibrazioni 
meccaniche, campi elettrici parassiti. 
 
 
 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 51

Sensori ad effetto Hall  
 
L’effetto  Hall  fu  scoperto  casualmente  da  Dr.  Edwin  Hall  nel  1879  quando  era  ancora  un 
dottorando alla Johns Hopkins University in Baltimore e cercava di verificare sperimentalmente 
la teoria classica della conduzione nei metalli proposta da lord Kelvin 30 anni prima.  
All’epoca  gli esperimenti di Hall ebbero un ampio riconoscimento accademico nell’ambito della 
fisica  teorica  ma  le  prime  applicazioni  pratiche  si  ebbero  circa  70  anni  dopo,  quando  con 
l’avvento dei materiali semiconduttori, nel 1950 Everett Vorthmann e  Joe Maupin della “MICRO 
SWITCH Sensing and Control” idearono un pratico sensore Hall a semiconduttore e a basso costo.  
 
Attualmente i sensori Hall sono usati nei dispositivi più svariati, nei computer, nelle automobili, 
nella robotica, nelle apparecchiature mediche, nelle industrie.  

 
 
Quando  una  sottilissima  piastrina,  di  materiale  conduttore  o  semiconduttore,  attraversata  da 
una  corrente  i  è  sottoposta  ad  un  campo  magnetico  B  si  viene  a  creare  una  differenza  di 
potenziale VH.  
La  corrente  i,  secondo  il  modello  classico  è  esprimibile  come  i=qnvdS,  con  S  area  della  sezione 
della  piastrina,  n  numero  dei  portatori  di  carica  per  unità  di  volume,  vd  velocità  di  deriva,  e  q 
carica dei portatori. 
I  portatori  di  carica  risentono  di  una  forza  magnetica  Fm = qvd ∧ B   il  cui  effetto  è  quello  di 
separare le cariche negative da quelle positive. Nella piastrina, perpendicolarmente alla direzione 
della  corrente  compare  un  campo  elettrico  EH  e  quindi  una  forza  elettrica  FE = qE H   che 
ricombina  le  cariche  di  segno  opposto  separate  dalla  forza  magnetica.  Dopo  un  transitorio  si 
stabilisce  nella  piastrina  una  condizione  di  equilibrio  caratterizzata  da: 
Fm + FE = 0; qvd ∧ B + qE H = 0  e VH=EHd con d larghezza della piastrina.  
In definitiva la d.d.p. Hall, che può essere prelevata con opportuni elettrodi, è VH=RHBsinφ con RH 
fattore che dipende dal tipo di materiale, dalla geometria della piastrina, da B campo magnetico 
e φ angolo tra B e la normale alla superficie della piastrina. Il valore della d.d.p. misurata dipende 
essenzialmente  dal  valore  dell’intensità  di  B  è  dell’ordine  dei  microvolts  nei  conduttori,  può 
essere notevolmente più alta nei semiconduttori. Infatti un dispositivo commerciale che utilizza 
arseniuro di indio ha una corrente di controllo di 0,1 A e presenta una tensione di Hall pari a 0,15 
V per un campo di induzione magnetica di 1 Tesla.  
La massima sensibilità di una sonda Hall la si ottiene per piccoli spessori dell’ordine dei micron.  
 
Le sonde Hall sono usate per misure di:  
segno  dei  portatori  di  carica,  numero  di  portatori  di  carica  per  unità  di  volume,  misure  di 
corrente, oppure misure dell’ angolo φ (sensore di posizione angolare senza contatto), intensità 
di B, dispersione del flusso di B.  
 
Principi fisici dei trasduttori 52

Una  sonda  ad  effetto  Hall  può  misurare  con  una  precisione  del  5%  circa  il  campo  magnetico 
terrestre nonché rivelarne direzione e verso. Infatti la direzione la si ottiene orientando la sonda 
in  modo  da  massimizzare  la  VH  e  in  tal  caso  il  campo  è  diretto  perpendicolarmente  alla  sonda 
mentre il verso lo si deduce dalla polarità della VH .  
 
I  sensori  ad  effetto  Hall  non  sono  molto  lineari  rispetto  all’intensità  del  campo  B  e  quindi,  per 
misure di precisione di B, richiedono una calibrazione.  
 
Per  misure  di  posizione  e  di  spostamento  devono  essere  forniti  con  una  sorgente  di  campo 
magnetico ed una interfaccia elettronica.  
 
 
I sensori ad effetto Hall sono a basso costo, hanno una elevata frequenza di lavoro (oltre 25 Kz), 
buona  percezione  di  piccole  aree,  elevata  linearità  nei  confronti  di  variazioni  di  temperatura  e 
tensione  di  alimentazione  ma  hanno  una  scarsa  robustezza  meccanica  per  cui  devono  essere 
incapsulati.  
 
 
 
Sensori di Prossimità ad effetto Hall  
I sensori di prossimità o di presenza per applicazioni industriali sono molto spesso realizzati per 
fornire  informazioni  di  tipo  logico,  utilizzate  per  il  controllo  e  la  supervisione  delle  sequenze 
operative  e  delle  condizioni  di  funzionamento  del  sistema  produttivo.  Lo  schema  di 
funzionamento tipico dei sensori logici di prossimità è il seguente: 
 

 
 
Il rivelatore di soglia è solitamente caratterizzato da una certa isteresi, per migliorare la stabilità 
dell’uscita nell’intorno del punto di commutazione. Il valore dell’isteresi, insieme a quello della 
massima frequenza di commutazione dell’uscita, sono sempre caratteristiche fondamentali per la 
valutazione di un sensore logico, oltre, naturalmente, alle dimensioni del campo d’azione. 
 
Quando  un  sensore  ad  effetto  Hall,  alimentato  con  una  corrente  costante  e  nota,  entra  nella 
regione in cui è presente il campo magnetico B in genere non costante, si genera una tensione 
per  effetto  di  Hall  che  dipende  dall’intensità  del  campo  magnetico  concatenato  alla  sonda. 
L’intensità del campo magnetico cala (secondo una relazione non lineare) con l’aumentare della 
distanza del magnete dal sensore Hall, e conseguentemente diminuisce la tensione generata. Se 
tale tensione pilota un rivelatore di soglia per esempio un trigger di  Schmitt, avremo un’uscita 
alta se il magnete si avvicina oltre la distanza di azionamento, altrimenti bassa. 
Le  configurazioni  realizzative  di  un  sensore  di  prossimità  ad  effetto  Hall  si  distinguono 
prevalentemente  per  le  modalità  di  variazione  della  posizione  relativa  tra  l’elemento  sensibile 
vero e proprio e il magnete. Alcuni esempi sono rappresentati nelle figure 
Principi fisici dei trasduttori 53

 
 

 
 
 
Nella seconda configurazione la caratteristica è con buona approssimazione lineare in un intorno 
dell’origine.  Se  il  guadagno  in  tale  regione  lineare  non  è  troppo  elevato  (poli  magnetici 
maggiormente  distanziati),  si  possono  realizzare  sensori  analogici  di  posizione,  sebbene  con 
campo di misura molto limitato. 
 
 
 
Esistono  inoltre  realizzazioni  nelle  quali  i  magneti  sono  disposti  su  un  elemento  in  rotazione, 
come descritto dalla figura. 
Principi fisici dei trasduttori 54

 Con  questa  configurazione,  è  possibile  ottenere,  oltre  a  sensori  di  prossimità  anche  sensori  di 
posizione  incrementali  (encoder  magnetici),  sensori  di  velocità  (misura  frequenza  segnale 
periodico),  dispositivi  per  il  controllo  della  commutazione  delle  fasi  nei  motori  “brushless  a 
campo trapezoidale” (sincroni, a magneti permanenti), nei quali occorre rilevare il passaggio del 
magnete di rotore per le posizioni di commutazione. 
 
 
 
Sensore di corrente ad effetto Hall 
 
Il modo più semplice di eseguire la misura di corrente è il metodo volt‐amperometrico, in cui si 
misura la caduta di tensione su di una resistenza di misura percorsa dalla corrente incognita. 
Questo  metodo  molto  semplice  risulta  però  inefficace  per  misurare  correnti  molto  elevate 
tipiche dei circuiti di controllo dei motori elettrici che possono raggiungere anche le centinaia di 
Ampere.  In  tal  caso  si  utilizzano  sensori  di  tipo  isolato  come  per esempio  una  sonda  con  cui  si 
effettua una misura della tensione prodotta per effetto Hall dalla corrente incognita. 
 
Lo schema base di un sensore di corrente ad effetto di Hall a misura diretta del campo è illustrato 
in figura 

 
 
In tale schema il circuito magnetico è costituito da un nucleo toroidale aperto di ferrite o di altro 
materiale  ferromagnetico.  Il  nucleo  toroidale  è  concentrico  con  il  filo  percorso  dalla  corrente 
elettrica incognita Im. Il sensore Hall è alloggiato nell’ apertura del toroide ed è attraversato da 
un  campo  che  dipende  dalla  corrente  incognita,  dal  coefficiente  di  permeabilità  magnetica  del 
toroide  e  dalla  geometria  del  sistema.  Il  sensore  Hall  è  a  sua  volta  percorso  da  una  piccola 
corrente di riferimento Iref. La tensione Vout generata per effetto Hall è proporzionale a B e quindi 
alla corrente Im. 
Principi fisici dei trasduttori 55

I  sensori  ad  effetto  Hall  sono  spesso  usati  nella  robotica  e  in  figura  è  riportata  la  mano  di  un 
robot in cui la posizione delle dita è rivelata da sensori Hall. 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Principi di funzionamento di alcuni trasduttori che sfruttano le proprietà delle onde meccaniche 
e delle onde elettromagnetiche  
 
Principi fisici dei trasduttori 56

 
Richiami qualitativi sulle onde 
 
Le onde costituiscono un insieme di fenomeni importanti, sia dal punto di vista fisico che per 
la loro rilevanza pratica. Esempi di onde sono il suono, la luce, le onde radio. Grazie alle onde 
sonore possiamo parlare e ascoltare, e quindi comunicare a distanza. La luce che i nostri occhi 
percepiscono ci permette di vedere. L'energia proveniente dal Sole che investe la terra si pro‐
paga  attraverso  onde.  Le  onde  radio  consentono  la  trasmissione  a  distanza  della  voce  e 
dell'immagine, nonché dell'informazione. 
 
Tutte le onde sono originate dalla perturbazione di una qualche proprietà fisica che è originata 
localmente  da una sorgente in una definita regione dello  spazio. La perturbazione generata da 
una  sorgente  localizzata  si  propaga  nello  spazio  con  una  velocità  finita  che  dipende  dalle 
proprietà meccaniche o elettromagnetiche del mezzo di propagazione.  
Le  onde  sono  di  due  tipi  onde  meccaniche  ed  onde  elettromagnetiche.  Le  prime,  alle  quali 
appartengono il suono e le vibrazioni delle corde di strumenti musicali, consistono in oscillazioni 
di  porzioni  del  mezzo  nel  quale  si  propagano  e  non  possono  propagarsi  nel  vuoto.  Le  seconde 
(onde radio, infrarosso, luce, radiazione ultravioletta, raggi X, raggi gamma) sono oscillazioni 
del  campo  elettromagnetico  e  possono propagarsi nel vuoto.  Tutti  i  tipi  di  onde  trasportano 
energia e quantità di moto senza che ci sia trasporto di materia.  
Le onde si distinguono in onde trasversali e onde longitudinali: sono t r a s v e r s a l i   quelle onde in 
cui l'oscillazione (del mezzo o del campo elettromagnetico) avviene in direzione perpendicolare 
a quella in cui l'onda si propaga; sono l o n g i t u d i n a l i   quelle in cui oscillazione del mezzo e la 
direzione di propagazione sono fra loro parallele. Ad esempio se una corda elastica tesa fra i 
suoi  estremi  viene  perturbata,  le  oscillazioni  sono  dirette  perpendicolarmente  alla  direzione 
della corda, lungo la quale si propaga l'onda, che è quindi trasversale. Sono traversali anche 
le  onde  elettromagnetiche  perché  i  campi  elettrici  e  magnetici  vibrano  in  direzioni  tra  loro 
perpendicolari e perpendicolari alla direzione di propagazione. Un'onda sonora, prodotta per 
esempio  percuotendo  la  membrana  di  un  tamburo,  produce  nel  mezzo  oscillazioni  che 
consistono in compressioni e rarefazioni nella stessa direzione in cui si propaga l'onda;  l’onda 
in tal caso è longitudinale.  
 

 
 
Nei liquidi e nei gas si possono propagare solo onde longitudinali, in quanto mancano effetti di 
coesione capaci di richiamare il mezzo verso la posizione di equilibrio, come invece avviene, per 
esempio,  nel  caso  di  una  corda.  Nei  solidi  si  possono  propagare  sia  onde  trasversali  che 
longitudinali. 
In realtà esistono onde che non sono né trasversali né longitudinali ma una combinazione di 
Principi fisici dei trasduttori 57

queste. Infatti un sasso lasciato cadere nell’acqua produce una serie visibile di cerchi concentrici 
e le particelle del mezzo descrivono traiettorie ellittiche e non rettilinee.  
Le onde meccaniche e le onde elettromagnetiche  pur essendo di natura diversa hanno tutte 
in  comune  la  stessa  equazione  differenziale.  L’onda  viene  descritta  come  la  perturbazione, 
rispetto alla configurazione di equilibrio, di un campo opportuno; il campo può avere carattere 
scalare  (ad  es.  campo  di  pressione  per  le  onde  sonore),  o  vettoriale  (p.es.  campo 
elettromagnetico per le onde elettromagnetiche). La perturbazione del campo è descritta da una 
funzione  delle  coordinate  spaziali  x,  y,  z,  e  del  tempo  t.  Sono  di  particolare  rilievo  le  onde 
monocromatiche,  per  le  quali  vengono  definiti  il  numero  d'onda  e  la  frequenza.  La 
proprietà delle onde, sia meccaniche che elettromagnetiche, di potersi sovrapporre dà luogo 
a fenomeni di distribuzione non uniforme della loro energia nello spazio come l’interferenza, 
la diffrazione, i battimenti, le onde stazionarie. 
 
Storicamente  la  conoscenza  e  lo  studio  delle  onde  meccaniche  ha  preceduto  quello  delle 
onde  elettromagnetiche,  influenzando  notevolmente  anche  lo  sviluppo  della  teoria 
ondulatoria della luce. In particolare, poiché per le onde meccaniche è necessario un mezzo 
di propagazione, il binomio onda‐mezzo  apparve imprescindibile ai fisici del XIX secolo, che si 
posero quindi alla ricerca del mezzo di propagazione delle onde luminose. La ricerca fu vana 
perché  la  luce,  come  tutte  le  onde  elettromagnetiche,  non  richiede  alcun  mezzo  di 
propagazione.  Non  trovandolo  si  finì  con  l'inventarlo,  l’etere,  cui  furono  attribuite  proprietà 
incredibili.  Infatti,  la  velocità  delle  onde  elastiche  su  una  corda  aumenta  col  crescere  della 
tensione e al diminuire della densità per cui dovendo giustificare l'elevata velocità della luce 
(circa 300000000 m/s), e ragionando per analogia, si suppose che questo fantomatico etere 
avesse  due  proprietà  fra  loro difficilmente conciliabili: una densità estremamente bassa e nel 
contempo rigidità superiore a quella dell'acciaio. Il concetto di etere sopravvisse, sotto altra 
forma,  anche  quando  fu  chiara  la  natura  elettromagnetica  della  luce.  Solo  con  lo  sviluppo 
della teoria della relatività se ne dimostrò la completa inutilità. 
Parleremo solo delle caratteristiche salienti delle onde utili ai fini della comprensione del 
principio fisico su cui si basano i dispositivi ad ultrasuoni, ad effetto Doppler i microfoni 
e, nel caso delle onde elettromagnetiche, le fibre ottiche. 
 
Consideriamo  una  corda  tesa  fra  i  suoi  estremi,  ed  inizialmente  non  perturbata.  Scegliamo 
l'asse  x  coincidente  con  la  corda  e  l'asse  y  a  essa  perpendicolare,  in  modo  che  la  corda 
perturbata  giaccia  nel  piano  xy;  inizialmente  tutti  i  punti  del  sistema  sono  caratterizzati 
dall'equazione  y  =  0.  Se  ad  un  determinato  istante  spostiamo  la  corda  dalla  sua  posizione  di 
equilibrio, la deformazione potrà essere descritta da una funzione y=y(x,t).  
In  istanti  successivi a  quello iniziale, la corda  assumerà altre configurazioni comunque descritte 
da  una  funzione  del  tipo  y  =  y(x,t).  La  presenza  di  due  variabili  indipendenti  per  un'onda 
monodimensionale  (quattro  x,y,z,t  per  onde  tridimensionali)  lascia  intuire  che  l'equazione  di 
un'onda  debba  contenere  sia  la  derivata  temporale  che  quella  spaziale  della  funzione  y  = 
y(x, t). 
         
 
La  corda  localmente  oscilla  in 
direzione perpendicolare a quella in 
cui si propaga l’impulso 
Principi fisici dei trasduttori 58

        
In  effetti  l'equazione  differenziale  delle  onde  monodimensionali,  che  si  propagano  cioè 
lungo la direzione x  è: 

 
Dove f rappresenta la grandezza fisica localmente perturbata.  
 
Le  equazioni  differenziali  delle  onde  meccaniche  sono  ricavate  applicando  la  2a  legge  di 
Newton. 
Nel caso di una corda tesa, indicando con s(x,t) lo spostamento della corda dalla sua posizione 
di equilibrio, l’equazione differenziale assume la forma: 

 
Nel caso di un’onda sonora indicando con p(x,t) la pressione del mezzo di propagazione: 

 
Con β modulo di compressibilità isotermo o adiabatico e ρ0 densità del mezzo non perturbato. 
L’equazione differenziale delle onde elettromagnetiche viene ricavata a partire dalle equazioni 
di Maxwell nel vuoto ed in assenza di correnti: 

 
 
 
Nel caso di onde piane la forma assunta dalle equazioni  
differenziali in termini E di B è: 
 

 
Principi fisici dei trasduttori 59

 
Quindi  sia  per  le  onde  meccaniche  che  per  le  onde  elettromagnetiche  si  ottiene  una 
equazione  differenziale  alle  derivate  parziali,  lineare,  del  secondo  ordine,  le  cui  soluzioni 
rappresentano onde che si propagano nel mezzo considerato e possono essere scritte nella 
forma: 

 
dove  la  struttura  della  funzione  f  dipende  dal  modo  in  cui  il  mezzo  è  stato  perturbato  ed  è 
relativamente semplice dimostrare che la funzione f è soluzione della equazione differenziale 
precedente.  
Se l’onda è tridimensionale l’equazione differenziale ha la forma: 

 
 
La cui soluzione è del tipo: 
1
f(r-v t)  
r
che  rappresenta  un'onda  sferica;  r  è  la  distanza  dalla  sorgente  (puntiforme)  che  genera  la 
perturbazione.  
 
Consideriamo un'onda del tipo f(x ± vt) e analizziamo la differenza, dal punto di vista fisico, tra le 
soluzioni. In un caso, la funzione f assume lo stesso valore per tutte le coppie x e t che soddisfano 
la relazione x ‐ vt = cost; nell'altro caso, la stessa situazione si verifica se x + vt = cost. Le due 
soluzioni f(x ‐ vt)  e  f(x + vt) descrivono rispettivamente un'onda che si propaga, con velocità 
costante v, nel verso positivo dell'asse x e nel verso negativo dell'asse x.  
Un caso particolare, ma  di  rilevante  interesse,  è  quello  in  cui  la  sorgente che genera l'onda 
oscilla  di  moto  armonico,  con  una  fissata  pulsazione  ω.  In  tal  caso  l'onda,  che  ha  la  stessa 
pulsazione, è monocromatica e viene detta armonica. Onde di questo tipo si possono ottenere, 
per esempio, perturbando la superficie di un liquido con una punta vibrante. L'argomento della 
funzione  d'onda  deve  quindi  contenere,  oltre  a  x  e  t,  anche  la  pulsazione  ω;  considerazioni 
dimensionali suggeriscono di esprimere la funzione nella forma: 

 
nelle quali l'argomento delle funzioni trigonometriche viene chiamato fase ed A è l’ampiezza 
dell’onda.  E’  facile  verificare  che entrambe  queste  funzioni  sono  soluzione    purché  sussista  la 
relazione K=± ω/v. Il parametro K è chiamato numero d'onda. 
 
Spesso  è  utile  considerare  le  equazioni  precedenti  come  parti  reale  e  immaginaria  della 
funzione complessa: 
 

 
Principi fisici dei trasduttori 60

 
Possiamo scrivere nelle forme equivalenti 
 

 
 
Queste ultime permettono di cogliere facilmente il significato fisico delle due grandezze λ e T. 
Infatti,  fissato  il  valore  di  t,  se  la  variabile  spaziale  x  aumenta  o  diminuisce  di  λ  la  funzione  f 
riassume  lo  stesso  valore;  lo  stesso  accade,  fissato  il  valore  di  x,  variando  il  tempo  t  di  una 
quantità  T:  λ e  T rappresentano rispettivamente il periodo spaziale detto lunghezza d’onda e 
quello temporale dell'onda. 
Sono facilmente verificabili le seguenti relazioni: 

 
La frequenza ν di un'onda è uguale a quella della sorgente, mentre la velocità di propagazione 
dipende  dalle  proprietà  del  mezzo,  concordemente  con  l'osservazione  sperimentale  che, 
quando un'onda si propaga in mezzi diversi, fra loro contigui, la frequenza (e dunque anche la 
pulsazione) non cambia, mentre variano sia v che λ.  
La velocità di propagazione di un’onda meccanica è: 

E
v= in una sbarra metallica (E modulo di Young e ρ densità)
 
ρ
T
v= in una corda sottile (T tensione della corda e λm densità lineare della corda)
λm
β
v= in un gas (β coefficiente di compressibilità adiabatico o isotermo
ρ0
e ρ densità)
 
1
per un'onda e.m. c= nel vuoto;
ε 0 µ0

1 1 1 c c
v= = = =
εµ ε r µr ε 0 µ0 ε r µr n  

nei mezzi materiali; n è l'indice di rifrazione del mezzo.


 
Sovrapposizione di onde 
Il carattere rigorosamente monocromatico di un'onda del tipo: 
 
Principi fisici dei trasduttori 61

 
rappresenta una situazione eccezionale,  che richiede una perturbazione di durata infinita e 
perfettamente sinusoidale. In realtà tali limitazioni sono solo apparenti, in quanto, in virtù di due 
importanti  proprietà  matematiche,  è  sempre  possibile  esprimere  un'onda  di  forma  qualsiasi 
come  sovrapposizione  di  onde  monocromatiche  di  ampiezza  e  frequenza  opportuna.  Infatti, 
poiché l'equazione è lineare, la somma di più soluzioni è ancora soluzione dell'equazione: vale 
dunque il principio di sovrapposizione, per il quale, sommando più funzioni del tipo: 
 

 
con differenti valori di A, ω e k, si possono ottenere funzioni non più sinusoidali.  
Inoltre  il  teorema  di  Fourier  asserisce  che  una  funzione  limitata,  monotona  a  tratti  e 
periodica  può  esser  approssimata  con  una  opportuna  somma  di  funzioni  trigonometriche 
periodiche. 
 
 
 
Onde sonore 
Le  onde  sonore,  sono  onde  longitudinali,  si  possono  propagare  sia  nei  gas  che  nei  solidi  e  nei 
liquidi.  Si  definiscono  sonore  le  onde  percepibili  dall'orecchio  umano,  con  una  frequenza 
compresa fra 20 Hz e 20.000 Hz ma tali limiti hanno valore soltanto indicativo perché, fra l'altro, 
dipendono dal singolo individuo ma la frequenza della voce umana varia tra 500 e 2.000 Hz. 
In  figura  sono  riportate,  in  funzione  della  frequenza  dell'onda  incidente,  due  curve  che 
rappresentano le caratteristiche dell'orecchio umano. La curva inferiore rappresenta la soglia 
di udibilità, quella superiore la soglia del dolore. 

 
 
La  massima  sensibilità  dell'orecchio  si  verifica  attorno  ai  3000  Hz  ove  esso  è  in  grado  di 
percepire suoni dell'intensità di 10‐12 Wm‐2. 
L’intensità  è  definita  come  l’energia  che  attraversa  nell’unità  di  tempo  una  superficie  unitaria 
posta  perpendicolarmente  alla  direzione  di  propagazione,  è  proporzionale  al  quadrato 
dell’ampiezza dell’onda. Indicata tale intensità con Io, si utilizza normalmente come misura della 
intensità sonora il decibel (dB); il valore dell'intensità in decibel va calcolato con la relazione:  
I
1 0 lo g  
I0
Sull'asse verticale della figura l'intensità delle onde sonore è riportata anche in decibel. Si osservi 
l'enorme estensione di sensibilità dell'orecchio umano: oltre undici ordini di grandezza, a 3000 
Hz! L'esposizione, anche di breve durata, a livelli di 140 dB può causare danni, talvolta anche 
Principi fisici dei trasduttori 62

permanenti. Un'esposizione prolungata, durante un'intera vita lavorativa, a intensità sonore di 
90 dB, provoca una sordità precoce; un'intensità sonora di 165 dB può provocare la combustione 
dei capelli! 
Nella tabella sono riportate alcune sorgenti di rumore e le corrispondenti intensità in dB. 

 
Abbiamo visto che la velocità delle onde dipende dal mezzo; in tabella la velocità delle onde 
sonore in alcuni mezzi.  

 
 
Al di sotto dei 20 Hz le onde vengono dette infrasuoni e al di sopra dei 20.000 Hz ultrasuoni. Alle 
v
frequenze  degli  ultrasuoni  corrispondono  lunghezze  d’onda  piuttosto  piccole:  infatti  λ= ; 
f
per es. in aria λ < 1,7 cm, mentre in acqua (v = 1500 m/s) λ < 7,5 cm. Ciò consente di formare 
fasci ultrasonori sottili e ben collimati, utili in numerose applicazioni tecniche, per es. per studi di 
Principi fisici dei trasduttori 63

difetti in materiali metallici e polimerici, per trattamenti di pulizia delle superfici di materiali, per 
la misura di distanze in condizioni di non visibilità (sonar), per indagini diagnostiche (ecografie), 
per la produzione di ceramiche strutturali, di dispositivi elettronici di potenza, per il controllo di 
opere d'arte.   
 
Vediamo  alcuni  dei  più  importanti  fenomeni  legati  alla  propagazione  delle  onde  e  su  cui  si 
basano diversi tipi di trasduttori.   
 
 
 
Riflessione e trasmissione delle onde. 
Quando  un'onda  incontra  la  superficie  di  separazione  fra  due  mezzi  fra  loro  diversi, 
generalmente nascono sulla superficie di discontinuità due onde, una che si riflette propagandosi 
nel  mezzo  da  cui  proviene  l'onda  incidente,  e  l'altra  che  si  propaga  nel  secondo  mezzo. 
Ipotizziamo che la superficie di discontinuità tra due mezzi sia piana e con una estensione grande 
rispetto alla lunghezza d'onda dell'onda incidente. 
 
Il  valore  medio  dell’  energia  che  per  unità  di  tempo  attraversa  una  superficie  unitaria  posta 
perpendicolarmente alla direzione di propagazione prende il nome di intensità. 
A2 2
 I = dove Z = in u n g a s
Z ρ ω 2v  

L’intensità  è  direttamente  proporzionale  al  quadrato  dell’ampiezza  ed  inversamente 


proporzionale  a  Z,  detta  impedenza,  funzione  della  densità  del  mezzo,  della  velocità  di 
propagazione, e della pulsazione della sorgente. 
Vediamo il caso semplice in cui la direzione di propagazione è perpendicolare alla superficie che 
separa  i  due  mezzi,  indicando  con  gli  indici  1  e  2  i  due  mezzi,  con  A1,  Ar  e  At  le  ampiezze 
rispettivamente  dell'onda  incidente,  di  quella  riflessa  e  di  quella  trasmessa.  In  assenza  di 
fenomeni  di assorbimento di energia  da  parte del mezzo,  la  potenza deve essere costante, 
per cui: 

 
Equazione che non è sufficiente a risolvere il problema, perché contiene le due grandezze 
incognite  Ar  e  At.  Può  essere  scritta  una  seconda  relazione  imponendo  la  continuità 
dell'onda sulla superficie di separazione, cioè che l'ampiezza nel primo mezzo Ai + Ar sia 
uguale a quella A t nel secondo mezzo: 

 
Le due equazioni  permettono di esprimere sia Ar che At in funzione di Ai e delle impedenze 
Z1e Z2 dei due mezzi. Infatti, riscrivendo la prima equazione come 

 
 
e dividendo membro a membro si ottiene 
Principi fisici dei trasduttori 64

 
Infine, risolvendo il sistema lineare si ha: 

 
Da  cui  è  possibile  calcolare  le  ampiezze  dell'onda  riflessa  e  di  quella  trasmessa.  Si  osservi 
che l’ampiezza dell’onda riflessa, come discusso nel caso b) che segue, può dar luogo a valori 
negativi di Ar.  
 
Analizziamo i tre seguenti casi particolari: 
 
a) Z 1 = Z2 (oppure Z1 ≅ Z2) 
 
L'onda  è  totalmente  trasmessa,  non  esiste  un'onda  riflessa.  Ne  segue  che,  per  trasferire 
integralmente un'onda da un mezzo all'altro, occorre accordare le impedenze dei due mezzi. Ciò 
avviene  negli  strumenti  musicali  a  fiato,  dove  la  forma  della  tromba  serve  per  passare 
gradualmente dall'impedenza del tubo in cui si genera il suono a quella dell'aria. Un altro importante 
esempio di questa situazione è dato dai raggi X, la cui impedenza è praticamente indipendente 
dal  mezzo  (aria  o  tessuto  vivente),  per  cui  tali  radiazioni  si  trasmettono  senza  riflessione  e 
vengono  rivelate  ponendo  la  lastra  radiografica  dopo  il  paziente,  il  cui  interno  viene  osservato 
grazie  al  diverso  assorbimento  della  radiazione  da  parte  dei  vari  tipi  di  tessuto  (osseo  o  molle). 
Viceversa, installando un apparecchio televisivo si deve aver cura che l'impedenza dell'antenna, 
del cavo che porta il segnale nell'abitazione e dell'apparecchio ricevente abbiano lo stesso valore, 
onde evitare riflessioni multiple che si tradurrebbero in una serie di immagini fra loro sfalsate. 
 
b) Z1» Z2 
In  questo  caso  l'onda  trasmessa  ha  ampiezza  trascurabile  e  risulta    Ar  ≅  ‐Ai.  Il  segno  negativo 
indica  che esiste  un  cambio di fase (pari a π) dell'onda riflessa rispetto a quella incidente. Tale 
situazione  si  verifica  nel  caso  degli  ultrasuoni  utilizzati  per  ecografia.  L'onda  sonora  è  in  gran 
parte riflessa e il rivelatore si trova dalla stessa parte della sorgente rispetto al paziente. 
 
c) Z1« Z2 
In  questa  situazione  l'onda  trasmessa  ha  un'ampiezza  pressoché  doppia  di  quella  dell'onda 
incidente, mentre l'onda  riflessa  ha  un'ampiezza  confrontabile  con  quella  dell'onda  incidente. 
Non c'è sfasamento fra onda incidente e onda riflessa. 
 
Principi fisici dei trasduttori 65

Inoltre valgono le seguenti  3 leggi della riflessione e rifrazione: 
 
 

 
 
- la direzione di propagazione dell’onda riflessa e dell’onda rifratta giacciono nel piano di 
incidenza  individuato  dalla  direzione  di  propagazione  dell’onda  incidente  e  dalla  normale  alla 
superficie di separazione  nel punto di incidenza. 
‐  L’angolo di riflessione è uguale all’angolo di incidenza. 
‐  Il rapporto tra il seno dell’angolo di incidenza e il seno dell’angolo di rifrazione è costante 
e pari al rapporto tra le velocità di propagazione, (legge di Snell) o è pari all’inverso del rapporto 
tra gli indici di rifrazione n1senθ1= n2senθ2.  
La riflessione totale è il fenomeno sfruttato per la trasmissione di una o.m.e. in una guida di luce 
e avviene nel passaggio da un mezzo otticamente più denso ad uno meno denso.  
Infatti  se  una  sorgente  puntiforme  è  immersa  nel  mezzo  otticamente  più  denso,  ovvero  con 
indice  di  rifrazione  n1>n2,  la  direzione  di  propagazione  dell’onda  trasmessa  si  allontana  dalla 
normale alla superficie di separazione dei due mezzi. Al crescere dell’angolo di incidenza, l’angolo 
di trasmissione raggiunge il valore di π/2; l’angolo di incidenza per cui ciò avviene è detto angolo 
limite 
e il suo valore è senθL= n2/n1.  
Le fibre ottiche sono guide di luce, fatte di materiale plastico, sono flessibili e di forma cilindrica 
con diametri dell’ordine di qualche decina di microni. La luce che penetra nella fibra attraverso 
una  base  incide  sulle  superfici laterali  interne con  un  angolo  superiore  all’angolo limite e  viene 
ripetutamente riflessa fino ad uscire dall’altra base senza apprezzabili perdite.  
 

                         
 
 
Principi fisici dei trasduttori 66

Interferenza 
 
Due onde della stessa natura, con differenza di fase costante, che si sovrappongono nella stessa 
regione  spaziale  danno  luogo  al  fenomeno  dell’interferenza  che  consiste  in  una  ridistribuzione 
spaziale  dell'energia.  Ciò  si  verifica  sia  con  onde  longitudinali  che  con  onde  trasversali  che 
oscillino nella medesima direzione (onde di ugual polarizzazione). Consideriamo, in particolare e 
per semplicità, due onde della stessa frequenza, che si propagano entrambe nel verso positivo 
dell'asse x: 
f1 = A1 sin(kx ‐  t) 
f2 = A2 sin(kx ‐  t + ϕ) 
 
dove  ϕ  è  la  differenza  di  fase.  La  loro  sovrapposizione  dà  origine  all'onda  f  =  f1  +  f2  .  Per 
determinare  il  risultato,  supponiamo  che  A1  sia  maggiore  di  A2.  Poiché  le  due  funzioni  da 
sommare  sono  entrambe  la  parte  immaginaria  di  due  numeri  complessi,  possiamo  eseguire  la 
somma dei numeri complessi e, successivamente, utilizzare come risultato la parte immaginaria 
della somma.  
In  figura  sono  riportati  i  vettori  che  rappresentano  i 
due  numeri  complessi  (a1  e  a2);  essi  hanno  moduli 
(rispettivi)  A1  e  A2  e  formano  con  l'asse  reale 
(orizzontale) angoli pari a  
(kx ‐  t) e (kx ‐  t + ϕ). 

Ovviamente, al variare sia di x sia  di t, i due  vettori assumono altre  posizioni  nel piano, ma  la 


loro  configurazione  relativa  (l'angolo  ϕ)  non  muta.  La  lunghezza  del  vettore  somma  OP  può 
essere trovata facilmente: 

 
I due angoli β e α sono legati alle ampiezze A1 e A2, e all'angolo ϕ dalle due relazioni: 

 
La  parte  immaginaria  del  numero  complesso  che  ha  come  vettore  rappresentativo  OP  può 
essere ottenuta moltiplicando il modulo di OP per il seno dell'angolo che tale vettore forma con 
l'asse orizzontale: 

 
Dalla  figura  è  immediato  dedurre  che  al  variare  dell'angolo  ϕ  fra  le  due  onde  componenti, 
l'ampiezza dell'onda risultante varia fra i valori: 
Principi fisici dei trasduttori 67

 
dove n è un numero intero. 
Nel caso particolare in cui A1 = A2, si può ottenere che α = β = ϕ/2 e che: 

 
L'onda risultante è allora: 

 
Si  dicono  coerenti  due  onde  con  la  stessa  ampiezza,  lo  stesso  numero  d’onda  K,  la  stessa 
pulsazione , lo stesso piano di  
vibrazione, differenza di fase costante.  
 
L’ampiezza  risultante  al  cambiare  di    ϕ  può 
variare  dal  valore  A  =  0  fino  al  doppio  di 
quella di ciascuna delle onde componenti, A = 
2A1 così come mostrato in figura. 
 

     
Poiché si dimostra che la densità di energia trasportata da un'onda è proporzionale al quadrato 
della  ampiezza  (proprietà  del  tutto  generale  e  indipendente  dalla  natura  delle  onde),  dalla 
trattazione  fatta  appare  che  sovrapponendo  due  onde  della  stessa  ampiezza  fra  loro  in  fase 
l'energia  trasportata  si  quadruplichi;  oppure,  sovrapponendo  due  onde  in  opposizione  di  fase 
l'energia trasportata sia nulla. Tali previsioni, sono in contrasto con il principio di conservazione 
dell'energia e derivano dalla schematizzazione ideale delle due onde considerate. Nella realtà le 
due  onde  non  si  muovono  in  direzioni  tra  loro  perfettamente  parallele,  si  ha  una  differenza  di 
cammino  da  cui  deriva  non  una  variazione  dell'entità  complessiva  dell'  energia,  ma 
semplicemente  una  sua  ridistribuzione  spaziale  nel  senso  che  se  in  alcune  posizioni  l’energia 
totale è maggiore della somma della energia di ogni singola onda, in altre posizioni è minore e 
l’energia totale è strettamente conservata. 
 
Diffrazione 
 
Tratteremo  la  diffrazione  in  maniera  assai  qualitativa,  limitandoci  a  illustrare  il  fenomeno.  Una 
sorgente  posta  in  un  mezzo  emette  onde  in  tutte  le  direzioni  e  per  selezionare  un'onda  che  si 
propaghi in una sola direzione, a prima vista può apparire che il modo più semplice sia quello di 
introdurre nel mezzo uno schermo forato: esso dovrebbe limitare il fronte d'onda che si propaga 
Principi fisici dei trasduttori 68

e,  tanto  minori  sono  le  dimensioni  della  fenditura,  tanto  maggiore  dovrebbe  essere  la 
collimazione  ottenuta.  In  realtà  accade  esattamente  il  contrario.  Oltre  l'ostacolo,  secondo  il 
principio di Huygens, l'onda che si propaga è originata dalla sovrapposizioni di onde provenienti 
da un gran numero di sorgenti secondarie puntiformi che appartengono alla porzione di fronte 
d’onda intercettato dalla fenditura. La porzione di fronte intercettata dallo schermo è cancellata 
e non dà contributi all’onda che si propaga oltre lo schermo. Anche in questo caso il risultato è 
dovuto  a  un  fenomeno  d'interferenza  di  onde  provenienti  da  un  numero  molto  grande  di 
sorgenti. 
Si  ha  un  fenomeno  analogo  anche  quando  la  superficie  interposta  sul  percorso  dell’onda 
presenta una cavità di dimensioni piccole rispetto alla lunghezza d'onda. Tale cavità si comporta 
come  una  sorgente  puntiforme  di  onde  sferiche  secondarie  e  l’onda  si  diffonde  oltre  la  cavità, 
dando luogo alla diffrazione. Ad esempio un reticolo di diffrazione è un sistema di n solchi incisi 
su  una  lamina  di  vetro  equidistanti  tra  di  loro  e  di  larghezza  dell’ordine  di  qualche  decimo  di 
micrometro. 
Se  la  cavità  ha  dimensioni  maggiori  della  lunghezza  d'onda,  si  ha  invece  la  generazione  di  un 
fascio di raggi sufficientemente collimato.  
 

 
 
Se il secondo mezzo è di dimensioni confrontabili o inferiori alla lunghezza d'onda, oppure se la 
superficie  di  separazione  presenta  asperità  di  dimensioni  paragonabili  alla  lunghezza  d'onda, 
l’onda incidente viene riflessa all’indietro in tutte le direzioni e si ha il fenomeno dello scattering. 
In particolare, se la dimensione d dell'oggetto risulta molto minore della lunghezza d'onda, d<<λ 
si ha scattering di Rayleigh, mentre nel caso di dimensioni confrontabili con la lunghezza d'onda, 
d ≈ λ, si ha lo scattering di Tyndall. 
 
In figura è schematizzato il fenomeno dello scattering. 
 

 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 69

Assorbimento 
 
I fenomeni di diffrazione e di scattering ridirigono l'energia associata all'onda in direzioni diverse 
da  quella  originaria,  il  fenomeno  dell'assorbimento,  invece,  causa  una  dissipazione  di  tale 
energia.  Infatti  quando  un'onda  incide  su  una  superficie  di  un  dato  mezzo,  esso  assorbe  una 
parte dell'energia dell'onda, che viene convertita e dissipata sotto forma di calore. 
 
Tale  effetto  dissipativo  varia  in  funzione  di  alcuni  parametri  caratteristici  dell'onda  e  del 
materiale  in  cui  essa  si  propaga  e  precisamente:velocità  con  la  quale  le  molecole  perturbate 
riacquistano  la  posizione  originaria  (tempo  di  rilassamento),  viscosità  del  materiale,  frequenza 
dell’onda.  
 
Un tempo di rilassamento lungo fa sì che, all'arrivo della nuova perturbazione, le molecole siano 
ancora  in  procinto  di  occupare  la  posizione  originaria,  di  conseguenza  occorre  una  maggiore 
energia per invertire il moto e riportare le molecole alla posizione di eccitazione.  
Una alta viscosità tende ad offrire una resistenza maggiore al movimento delle molecole.   
Una  frequenza  alta  comporta  movimenti  più  veloci,  ostacolati  dalla  viscosità  e  dal  tempo  di 
rilassamento. 
La  compresenza  di  tali  effetti  comporta,  come  si  può  facilmente  intuire,  elevate  e  crescenti 
dissipazioni e dunque un assorbimento maggiore. 
 
Attenuazione 
Lo  scattering  e  l'assorbimento  generano  un'attenuazione  dell'onda,  ovvero  una  diminuzione 
dell'ampiezza tanto più evidente quanto più la penetrazione nel mezzo è profonda. 
La  diminuzione  dell'ampiezza  dovuta  all'attenuazione  è  mostrata  in  figura.    L’intensità, 
proporzionale al quadrato dell’ampiezza,  diminuirà parimenti con legge esponenziale.  

 
 
L’attenuazione dipende dalla frequenza: K ≅ ν2 
 
Principi fisici dei trasduttori 70

 
Esempi di trasduttori basati su fenomeni ondulatori di tipo meccanico.  
 
Sensori Piezoelettrici ad Ultrasuoni 
 
Un'importante fascia di utilizzo dei materiali piezoelettrici è per i sensori ad ultrasuoni utilizzati 
per un’ampia gamma di misure a distanza. Il fascio d'onde ultrasonore, ovvero il segnale, viene 
generato  sfruttando  le  proprietà  piezoelettriche  di  alcuni  cristalli  di  quarzo,  ceramiche  quali 
titanio al bario e titanio allo zinco, o plastiche quali difluorite, cioè la loro capacità di contrarsi ed 
espandersi  sotto  l'azione  d'un  campo  elettrico.  Le  vibrazioni  del  cristallo  producono  onde 
elastiche di frequenza ultrasonora, purché il campo eccitante possegga l'adatta frequenza.  
Un sistema alternativo di produzione ultrasonora consiste nell'usare trasduttori elettromagnetici 
acustici  EMAT  (electromagnetic  acoustic  transducer)  nei  quali  il  materiale  viene  eccitato 
utilizzando  opportuni  campi  magnetici  variabili.  Durante  questo  processo  le  onde  ultrasonore 
sono  prodotte  come  risultato  di  un  disordine  meccanico  nel  metallo  dovuto  a  grandi  correnti 
indotte.  Gli  EMAT  sono  utilizzabili  a  temperature  superiori  ai  1000°C  mentre  i  trasduttori 
piezoelettrici operano efficientemente al di sotto dei 450°C .  
Le  onde  ultrasonore  generate  possono  essere  di  tipo  trasversale  o  di  tipo  longitudinale,  si 
propagano  con  la  stessa  frequenza  del  generatore  hanno  una  capacità  di  penetrazione  nel 
materiale  inversamente  proporzionale  alla  loro  frequenza  e  alle  caratteristiche  intrinseche  del 
materiale che deve essere attraversato. 
A seconda delle funzioni alle quali i sensori sono adibiti, delle caratteristiche e delle prestazioni 
attese,  le  frequenze  di  funzionamento  vanno  dai  25  kHz,  40  kHz  o  200  kHz.  Queste  frequenze 
sono  al  di  sopra  di  quelle  udibili  dall’orecchio  umano  ma  sono  percepite  abbastanza  bene  da 
piccoli animali come cani, gatti, roditori ed insetti; i delfini e le balene usano gli ultrasuoni come 
sensori di posizione. 
 
 
I sensori ad ultrasuoni sfruttano la capacità di un qualunque (o quasi) materiale di trasmettere e 
riflettere  un’  onda  meccanica.    Infatti  come  già  visto,  quando  un’onda  incide  su  di  un  oggetto 
viene parzialmente riflessa e poiché in genere la superficie incidente non è perfettamente liscia, 
l’onda riflessa è diffusa all’indietro in tutte le direzioni indipendentemente dalla direzione della 
luce incidente. Inoltre se l’oggetto riflettente è in movimento la frequenza dell’onda incidente è 
diversa  da  quella  dell’onda  riflessa  e  così  come  è  dimostrato  dall’effetto  n  la  variazione  di 
frequenza dipende dal moto relativo tra sorgente e rivelatore. 
Infatti  l'ispezione  mediante  ultrasuoni  è  un  metodo  non  distruttivo  per  l’analisi  di  difetti 
superficiali o interni di un manufatto, per misurare la distanza e la dimensione delle difettosità,  
per  misurare  lo  spessore  dei  materiali.  Attualmente  tutti  gli  strumenti  rivelatori  d'ultrasuoni  si 
compongono  di  due  parti  principali:  il  generatore  del  segnale  da  inviare  al  materiale  da 
esaminare  e  un  sistema  di  rivelazione  che  in  genere  include  un  oscilloscopio,  che  riceve, 
amplifica, filtra e visualizza i segnali che ritornano alla sonda dopo la propagazione. In tal modo è 
possibile rivelare gli echi riflessi da eventuali difetti interni o gli echi di fondo (o della parete di 
confine del pezzo esaminato) o il tempo che intercorre tra l’eco di partenza e l’eco riflesso più o 
meno attenuati in funzione dei difetti presenti. 
 
 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 71

 
 
 
Mediamente si distinguono due tipologie di sonde a ultrasuoni: 
 

Trasmettitori(T) ‐ Ricevitori(R):  
tali  sensori  funzionano  in  coppia  sia  in 
modalità  continua  che  attraverso  burst  di 
impulsi. 

   
 
 
Funzionamento  impulsivo  (P):  tali 
sensori svolgono il ruolo di trasmettitore 
in  un  certo  istante  e  successivamente 
fungono  da  ricevitori  per  l'impulso 
emesso in precedenza. 

 
La  distanza  di  un  oggetto  viene  determinata  inviando  un  treno  di  impulsi  acustici  ad  alta 
frequenza ed misurando il tempo di ritardo nella ricezione degli impulsi riflessi dall’oggetto (eco). 
Nota la velocità di propagazione delle onde acustiche vc nel mezzo e l’angolo θ tra la direzione di 
propagazione e la perpendicolare alla superficie riflettente (angolo di incidenza), la relazione che 
lega la distanza al tempo di ritardo tr la seguente: 
1
L0 = v c t r cos θ  
2
Se l’oggetto è sufficientemente distante dalla coppia emettitore/ricevitore l’angolo di incidenza è 
prossimo allo zero (cos θ ≈ 1). 
In ogni caso quando il fascio di ultrasuoni  riflesso od emesso dall'ostacolo ritorna alla sonda che 
l'ha generato, darà un segnale elettrico che, opportunamente amplificato e filtrato, potrà essere 
visualizzato sul quadrante dell'oscilloscopio.  

 
Principi fisici dei trasduttori 72

 
In  altre  parole  l’eco  di  partenza  e  l’eco  di  fondo  vengono  visualizzati  sullo  schermo  dello 
strumento  con  dei  picchi,  la  cui  distanza  risulta  proporzionale  al  tempo  che  gli  ultrasuoni 
impiegano  per  percorrere  il  viaggio  di  andata  e  di  ritorno  dalla  sonda  alla  superficie  riflettente 
presente all'interno del materiale. 
Il  fascio  ultrasonoro  in  uscita  dal  trasduttore  è  caratterizzato  dalla  sua  forma  geometrica 
(dimensioni  e  campo)  mentre  il  segnale  ultrasonoro  in  ricezione  (riflesso  o  trasmesso)  è 
caratterizzato da due parametri fondamentali: 
‐ampiezza "A" ovvero il valore di picco dell'impulso mostrato sullo schermo dello strumento 
‐tempo  di  volo  "t"   ovvero  il  tempo  intercorso  tra  l'impulso  trasmesso  e  quello  ricevuto;  sullo 
schermo dell'apparecchio tale tempo è indicato dalla distanza tra i due impulsi. Il tempo di volo 
fornisce la misura indiretta del percorso effettuato dall'onda ultrasonora nel mezzo. 
 
La  localizzazione  ed  il  dimensionamento  dei  difetti  avviene  quindi  attraverso  un  processo  di 
valutazione delle caratteristiche del fascio ultrasonoro proveniente dal materiale in esame, delle 
caratteristiche fisiche e geometriche del materiale e dei parametri ampiezza e tempo di volo. 
 
Il rilevamento di discontinuità all’interno dei materiali può essere effettuato con varie tecniche. 
 
Nella  tecnica  per  trasparenza  sono  impiegati  due  trasduttori,  posizionati  uno  di  fronte  all'altro 
sulle due superfici opposte del pezzo da esaminare: uno dei due trasduttori funge da emettitore, 
l'altro da ricevitore. 

 
Se  il  fascio  ultrasonoro  generato  dal  primo  trasduttore  incontra  una  discontinuità  sul  suo 
percorso viene parzialmente riflesso e il fascio trasmesso risulta indebolito; il segnale ricevuto dal 
secondo  trasduttore  si  presenta  quindi  ridotto  in  ampiezza  rispetto  al  caso  di  assenza  di 
discontinuità. La riduzione del segnale, rilevata dalla sonda ricevente, rappresenta l'indicazione di 
discontinuità;  dal  valore  di  tale  riduzione è  possibile  risalire  al  diametro  equivalente  della 
discontinuità,  ma  non  viene  individuata  né  la  profondità  né  la  forma  del  nucleo  difettoso 
riflettente. 
  
Il metodo a riflessione è simile al precedente con la differenza che le due sonde sono posizionate 
sulla stessa superficie del pezzo. 
La  tecnica  per  riflessione  consiste  nell'individuazione  della  presenza  di  una  eco  dovuta  alla 
riflessione del fascio su un riflettore, eco che è evidentemente assente se il pezzo esaminato è 
integro.  L'impiego  di  questa  tecnica  può  avvenire  con  il  metodo  per  risonanza  in  eccitazione 
continua oppure con il metodo per riflessione classica a impulsi.  
Principi fisici dei trasduttori 73

 
Nella tecnica per riflessione classica ad impulsi  i segnali captati dalla sonda vengono presentati 
sullo schermo di un oscilloscopio. 
La rappresentazione in figura rispecchia una delle condizioni più usuali del controllo ultrasonoro 
effettuato con il metodo a contatto usando una sonda a fascio normale su un pezzo con superfici 
piane e parallele. 

 
La  prima  eco  rappresenta  l'impulso  di  eccitazione  inviato  dal  trasduttore;  la  seconda  eco 
corrisponde al ritorno su trasduttore del segnale riflesso dal fondo. Se nel percorso ultrasonoro 
all'interno  del  pezzo  vengono  incontrate  delle  piccole  discontinuità,  le  loro  riflessioni  verranno 
via  rappresentate  sullo  schermo  con  l'apparizione  di  echi  posizionati  all'interno  dei  primi  due, 
con conseguente riduzioni dell'altezza dell'eco di fondo. Nella tecnica per riflessione classica ad 
impulsi,  oltre  a  considerare  la  riduzione  dell'ampiezza  dell'eco  di  fondo  si  considera  anche 
l'ampiezza dell'eco delle discontinuità, la sua posizione sulla base tempi e la sua forma. Tali dati 
forniscono informazioni rispettivamente su diametro equivalente, sulla profondità e sulla forma 
delle discontinuità 
 
Metodo a conduzione: si applica a particolari di geometria complessa e di piccolo spessore, dove 
risulta impossibile determinare il percorso esatto del fascio in quanto esso subisce numerose e 
imprevedibili  riflessioni.  Si  posizionano  allora  le  due  sonde  in  maniera  arbitraria  e  la  sonda 
ricevente  raccoglie  il  segnale  del  campo  ultrasonoro  diffusosi  fino  a  quel  punto.  Questa  è  una 
tecnica  applicabile  solo  su  serie  di  campioni  uguali  in  quanto  l'esame  viene  effettuato  per 
confronto tra il segnale ottenuto su un campione ritenuto sano e gli altri. Qualsiasi variazione del 
segnale  ricevuto  (rispetto  al  segnale  del  pezzo  campione)  costituisce  la  prova  che  il  fascio  ha 
incontrato una discontinuità sul suo percorso. 
Principi fisici dei trasduttori 74

                                  
 
Metodo per risonanza ad eccitazione continua si sfruttano le condizioni di risonanza all'interno 
del pezzo quando il suo spessore corrisponde a metà lunghezza d'onda o a suoi multipli. 
Queste condizioni vengono individuate determinando a quale frequenza fr corrisponde il valore 
di risonanza con la formula: 
Vl
fr =  
2d
Vl  è la velocità longitudinale degli ultrasuoni nel materiale d è lo spessore del materiale. 
Nel caso che il valore di frequenza sia molto diverso da quello del trasduttore occorre utilizzare 
valori multipli di frequenza, ma occorre fare attenzione poiché, se esiste un difetto ad una certa 
profondità, si ha risonanza anche quando la semilunghezza d'onda è un sottomultiplo di questa 
profondità.  
 
 
Misura dello spessore di una parete:  
la figura mostra ad esempio il principio di misura dello spessore di una parete.  

 
Il  primo  impulso  è  generato  dalla  sorgente,  il  secondo  è  quello  che  viene  trasmesso  al 
componente  da  esaminare  dopo  che  l’onda  ha  attraversato  il  mezzo  di  accoppiamento.  I 
successivi impulsi si trovano alla stessa distanza l’uno dal successivo. Il segnale più volte riflesso 
attraversa infatti lo stesso percorso. 
A  questo  punto,  sfruttando  semplicemente  la  relazione  s = v ⋅ t   si  risale  allo  spessore  della 
parete. 
V può essere determinato da apposite tabelle o attraverso una prova su distanza nota. 
 
I sensori ad ultrasuoni hanno un ovvio vantaggio rispetto a quelli dello stesso tipo a microonde in 
quanto  la  velocità  del  suono  è  molto  più  piccola  di  quella  di  un’onda  elettromagnetica  di  un 
fattore dell’ordine di 106  per cui i tempi di ritardo sono misurabili più facilmente e con maggior 
precisione. 
Principi fisici dei trasduttori 75

 
Ovviamente il metodo di controllo con gli ultrasuoni può essere usato con materiali il cui strato 
superficiale consenta, o non ostacoli eccessivamente, il passaggio degli ultrasuoni.  
Per esempio una superficie lappata può essere considerata ottimale, mentre la superficie grezza 
che presenti scaglie calamitate di rilevante spessore ed anche poco aderenti, può costituire una 
barriera insormontabile per il fascio d'ultrasuoni.  
Gli ultrasuoni vengono trasferiti al materiale da controllare grazie al contatto, o più propriamente 
al  semplice  accostamento  della  sonda  alla  superficie  del  pezzo,  purché  esista  un  materiale 
adeguato tra le due interfacce, cioè capace di trasferire il suono senza eccessivo assorbimento.  
Talvolta  non  è  possibile  valutare  l'integrità  di  semilavorati  grezzi  operando  direttamente  sulle 
superfici del semilavorato. In tal caso, per migliorare la propagazione degli ultrasuoni, gli esami 
sono eseguiti sui semilavorati totalmente immersi in acqua.  

Monitoraggio di macchine e materiali tramite l’analisi della emissione acustica  

Il  monitoraggio  dell'emissione  acustica  (acoustic  emission,  AE)  consiste  nell’analisi  dei  suoni 
prodotti da materiali, strutture o macchine. Tali suoni possono derivare da numerose cause quali 
l'attrito, una rottura improvvisa, il cambiamento nella composizione del materiale. Questi e altri 
processi  di  usura  o  danneggiamento  generano  un’onda  acustica,  in  genere  non  percepibile 
dall'orecchio  umano,  che  si  propaga  attraverso  il  materiale  e  viene  rivelata  con  una  o  più  con 
sonde  piezoelettriche  posizionate  sulla  superficie  esterna  dell'oggetto  in  esame.  La  sonda 
traduce  il  suono  in  un  segnale  elettrico  dalla  cui  analisi,  eseguita  con  sistemi  computerizzati,  è 
possibile risalire alla natura del difetto.  

Un  grosso  problema  di  tale  tecnica  risiede  nel  fatto  che  i  segnali  originali  sono  molto  deboli  e 
richiedono  una  forte  amplificazione  (104  ‐  105  volte).  A  tali  livelli  di  amplificazione  il  rumore 
proveniente  dall’ambiente  e  dalla  stessa  strumentazione  non  è  trascurabile  ed  è  spesso  dello 
stesso  ordine  di  grandezza  del  segnale  che  si  vuol  misurare.  L’operazione  di  filtraggio  risulta 
quindi fondamentale e molto delicata. 
I principali campi di utilizzo del test non distruttivo di analisi acustica sono il settore industriale, 
in  cui  si  valutano  macchinari,  saldature,  strutture  composite  come  fibra  di  vetro,  plastiche 
rinforzate e materiali aerospaziali avanzati; il settore petrolchimico, per il controllo di impianti, 
tubature e cisterne; il settore civile‐strutturale, per l'analisi di strutture di ponti, grattacieli, etc;  
‐ I vantaggi della tecnica AE sono :  
un'intera  struttura  può  essere  monitorata  da  più  posizioni;  il  componente  può  essere  testato 
mentre  è  in  uso  ed  in  modo  continuo;  possono  essere  rilevati  cambiamenti  microscopici  nella 
struttura; possibilità di utilizzo in zone inaccessibili o rischiose.  
‐ Gli svantaggi sono : 
vengono rilevati solo difetti in stato di avanzamento mentre quelli stabili non vengono rilevati; 
l’attività acustica dipende dalla temperatura e dal comportamento duttile o fragile del materiale.  
 
 
Microfoni 
 
Il  microfono  è  un  trasduttore  meccanico‐elettrico:  trasforma  l’energia  meccanica  trasportata 
dalle onde sonore in energia elettrica. Un altoparlante ha caratteristiche costruttive  molto simili 
a quelle di un microfono. Un microfono può essere considerato l’inverso di un altoparlante che in 
Principi fisici dei trasduttori 76

casi  particolari  fa  le  funzioni  di  microfono  come  ad  esempio  nei  walkie‐talkie  economici.  I 
microfoni si differenziano fra di loro per il diverso modo in cui generano da un’onda sonora un 
segnale audio analogico.  
Prevalentemente  usati  nello  spettacolo  sono  i  microfoni  dinamici  e  quelli  a  condensatore.  Vi 
sono poi microfoni a carbone, piezoelettrici e a nastro.  
 
Microfoni dinamici (o a bobina mobile) 
Sono composti da un  magnete  permanente, dotato 
di  una  feritoia  circolare,  nella  quale  può  muoversi 
una  bobina  mobile  a  cui  è  solidale  un  diaframma 
elastico. Il flusso di B concatenato alla bobina varia in 
modo  proporzionale  alla  pressione  dell’onda  sonora 
sul  diaframma  e  nella    bobina  compare,  secondo  la 
legge  di  Faraday‐Lenz,  una  f.e.m.  indotta  che  è 
proporzionale  alla  pressione  delle  onde  sonore 
incidenti.  
Il  microfono  dinamico  ha  buone  prestazioni,  è 
sufficientemente  robusto  ed  economico.  È 
particolarmente  adatto  a  captare  suoni  di  forte  schema di un microfono dinamico
intensità. 
Il  principale  limite  dei  microfoni  dinamici  è  rappresentato  dalla  massa  relativamente  notevole 
dell’equipaggiamento mobile (membrana e bobina mobile), che è causa di una certa inerzia. 
 
Microfoni a condensatore 
In  questo  tipo  di  microfono  il  diaframma  sensibile  alle  onde 
sonore  è  una  sottilissima  lamina  metallica;  questa  è  sospesa 
parallelamente  e  a  distanza  ravvicinata  con  una  piastra  rigida 
metallica.  Questi  due  elementi  costituiscono  le  armature  di  un 
condensatore piano avente l’aria come dielettrico. 
La  lamina  metallica  sollecitata  dalle  onde  sonore,  si  flette 
facendo  così  variare  la  distanza  fra  le  armature  e,  in 
proporzione, la capacità del condensatore. Per fare in modo che 
tale variazione di capacità determini una variazione di tensione, 
e  quindi  un  segnale  audio  analogico,  occorre  polarizzare  le 
armature  del  condensatore,  ossia  applicare  ad  esse  una  tensione  continua.  Questo  può  essere 
fatto  mediante  una  o  più  pile  inserite  nel  corpo  del  microfono,  oppure  tramite  una  apposita 
alimentazione. Il microfono a condensatore, grazie alla limitata massa del suo equipaggiamento 
mobile risulta particolarmente indicato per suoni di debole intensità, riprese a distanza, e per i 
suoni di alta frequenza e ricchi di armoniche. Questo tipo di microfono può essere messo in crisi 
da  suoni  di  elevata  intensità,  in  quanto  può  verificarsi  che,  per  un  eccessivo  spostamento,  le 
armatura  vengano  in  contatto.  Per  questo  motivo  per  i  suoni  di  alta  intensità  o  di  bassa 
frequenza  si  usano  i  microfoni  dinamici.  Un  buon  microfono  a  condensatore  è  generalmente 
molto  più  costoso  di  un  microfono  dinamico,  tuttavia  i  microfoni  a  condensatore  si  stanno 
diffondendo in misura sempre maggiore in quanto le casi produttrici tendono ad offrire prodotti 
a  prezzi  sempre  più  accessibili.  Un  tipo  particolare  di  microfono  a  condensatore  è  quello 
denominato electret, o a polarizzazione permanente. Mediante l’uso di particolari materiali e di 
particolari  tecniche  costruttive  si  riesce  a  realizzare  un  microfono  molto  economico  e  molto 
piccolo, che trova vaste applicazioni ove non sia richiesta un’alta qualità di ripresa (ad esempio 
nei telefoni cellulari). 
Principi fisici dei trasduttori 77

 
Microfono a carbone 
È costituito da una scatoletta cilindrica riempita con granuli di carbone, dotata di un coperchio 
superiore a lamina cedevole e di un fondo di metallo rigido. Il suono colpisce la lamina superiore, 
trasmettendo  una  pressione  variabile,  che  comprime  i  granuli  di  carbone  sottostanti,  i  quali 
fanno variare a loro volta la resistenza elettrica del microfono. 
Il  microfono  quindi  non  è  in  grado  di  generare  autonomamente  un  segnale  audio,  ma  si 
comporta  come  un  elemento  a  resistenza  elettrica  variabile.  Per  questo  motivo  deve  essere 
inserito  in  un  circuito  a  corrente  continua.  Questo  tipo  di  microfono  viene  utilizzato 
esclusivamente negli apparecchi telefonici domestici e nei citofoni. La qualità audio è piuttosto 
scarsa. 
 
Microfono piezoelettrico  
In  questo  microfono  viene  sfruttato  l’effetto  piezoelettrico.  In  pratica  la  membrana  posta  in 
vibrazione dalle onde sonore agisce meccanicamente sul cristallo, il quale genera una tensione 
proporzionale alla sollecitazione ricevuta. 
Questo  tipo  di  microfono  produce  un  segnale  audio  di  grande  ampiezza,  ma  con  una  qualità 
molto bassa.  
 
Microfono a nastro 
In questi microfoni una sottile e leggera striscia metallica 
(nastro),  sensibile  alle  onde  sonore,  è  sospesa  fra  le 
espansioni polari di un magnete permanente. Al vibrare 
di  questa  lamina,  si  genera,  per  induzione 
elettromagnetica,  ai  suoi  estremi,  una  differenza  di 
potenziale  di  intensità  proporzionale  alla  pressione 
esercitata  dall’onda  e  variabile  con  essa.  I  microfoni  a 
nastro  hanno  un’ottima  qualità,  ma  a  causa  della 
complessità della costruzione sono molto costosi e sono 
estremamente fragili.  
 
 
Principi fisici dei trasduttori 78

SENSORI LASER 
 
Alla  fine  degli  anni  `40  e  nei  primi  anni  `60  la  fisica  quantistica  fornì  due  enormi contributi  alla 
tecnologia,  il  transistor,  che  stimolò  la  crescita  della  microelettronica,  e  in  definitiva  degli 
elaboratori  elettronici,  e  il  laser.  La  luce  laser,  così  come  quella  irraggiata  da  una  normale 
lampadina,  viene  emessa  quando  gli  atomi  passano  da  uno  stato  quantico  ad  altro  stato 
quantico  di  minor  energia.  Nel  laser  gli  atomi  sono  forzati  a  produrre  luce  con  particolari 
caratteristiche alcune delle quali sono di seguito descritte. 

La luce laser è estremamente monocromatica ovvero è composta da onde e.m. aventi tutte 
la  stessa  frequenza.  La  luce  di  un  filamento  a  tungsteno,  dispersa  su  uno  spettro  continuo  di 
lunghezze  d’onda,  non  è  monocromatica.  La  luce  ricavata  da  righe  spettrali,  selezionate  in  un 
tubo  a  scarica  invece  è  monocromatica  e  può  avere  lunghezze  d'onde  nella  regione  del  visibile 
definite  fino  a  1  parte  per  milione.  La  definizione  netta  di  una  luce  laser  può  raggiungere  un 
risultato molto migliore, circa 1 parte su 1015. 

La  luce  laser  è  notevolmente  coerente.  I  treni  d'onda  dei  raggi  laser  possono  essere  lunghi 
parecchie  centinaia  di  chilometri.  Si  possono  produrre  frange  d'interferenza  combinando  due 
fasci  che  hanno  seguito  cammini  la  cui  differenza  di  lunghezza  può  raggiungere    i  valori 
sopraindicati. La corrispondente lunghezza dei treni d'onda, valida ai fini della coerenza, per una 
luce a filamento di tungsteno o a scarica in gas è di norma molto meno di 1 metro. 

La luce laser è fortemente direzionale. Un fascio laser si discosta dallo stretto parallelismo solo 
per  via  degli  effetti  di  diffrazione  determinati,  in  base  alla  lunghezza  d' onda, dal  diametro  del 
foro di uscita. Per esempio un impulso laser impiegato per misurare la distanza della Luna dalla 
Terra  produce  una  macchia  sulla  superficie  lunare  con  un  diametro  di  alcuni  metri.  La  luce  di 
altre  sorgenti  può  essere  collimata  in  un  fascio  approssimativamente  parallelo  solo  grazie 
all'ausilio di uno specchio o di una lente, ma la divergenza effettiva del fascio resta in ogni modo 
molto maggiore di quella della luce laser.  

La luce laser può essere focalizzata in modo nettissimo. Tra due fasci di luce che trasportano la 
stessa energia quello focalizzabile su una superficie più piccola vi produrrà un'intensità maggiore. 
Si possono ottenere facilmente intensità di luce laser focalizzata dell'ordine di 1017  W/cm 2. Una 
fiamma ossiacetilenica, per confronto, ha un'intensità di 103 W/cm 2. 

Il nome laser è un acronimo dell'inglese light amplification  by stimulated emission of radiation 
(amplificazione di luce per emissione stimolata di radiazione) ed il fenomeno fisico sul quale si 
base il suo funzionamento è quello dell'emissione stimolata, enunciato da A. Einstein nel 1917 e 
preso in considerazione, a livello applicativo, negli anni '50 nell'ambito della ricerca sugli orologi 
atomici, che portò alla realizzazione del primo MASER ( Microwave  Amplification  by Stimulated 
Emission  of Radiation) ad ammoniaca. 
 
Consideriamo  un  singolo  atomo  isolato  che  può  sussistere  in  due  stati,  di  energie  E 0   (stato 
fondamentale) ed Ex (stato eccitato) e   
analizziamo  i  tre  modi  in  cui  l'atomo  descritto  può  essere  indotto  a  passare  da  uno  stato 
all'altro o viceversa. 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 79

Assorbimento  

 
 
In  figura  (a)  è  rappresentato  un  atomo  che  si  trova  inizialmente  nello  stato  di  energia 
fondamentale  E0.  Immaginiamo  anche  che  sia  immerso  in  un  campo  elettromagnetico  che 
oscilla  con  frequenza  ν.  L'atomo  può  assorbire  una  quantità  di  energia  hν  da  questo  campo 
radiante e saltare allo stato di energia più elevata.  
Per il principio di conservazione dell'energia si ha:    hν=E x – E0. 
Questo processo molto comune è detto assorbimento. 
 
Emissione spontanea  

 
Nella figura (b) l'atomo giace nello stato di energia maggiore (stato eccitato) e questa volta non 
è presente alcuna radiazione esterna. Dopo un certo tempo I'atomo passa spontaneamente allo 
stato di energia più bassa, emettendo nel processo un fotone di energia hv. Questo processo, 
pure  usuale,  è  chiamato  emissione  spontanea,  perché  non  è  innescato  da  alcuna  influenza 
esterna.  La  luce  emessa  dal  filamento  incandescente  di  una  lampadina  ordinaria  è  prodotta  in 
questo modo. 
Normalmente  la  vita  media  di  un  atomo  eccitato  prima  che  avvenga  l'emissione  spontanea  è 
attorno a 10‐8 s. Esistono però alcuni stati eccitati per i quali questa vita media è  molto più 
lunga dell’ordine di 10‐3 s. Questi stati sono detti metastabili e rivestono particolare importanza 
nel funzionamento dei laser. 
 
 
Emissione stimolata  

 
Nella  figura  (c)  l'atomo  si  trova  ancora  al  livello  superiore,  ma  questa  volta  è  sottoposto  a  una 
radiazione,  la  cui  frequenza  è  hν=E x –  E0.  Come  nell'assorbimento,  un  fotone  di  energia  hν 
interagisce  con  l'atomo  stimolandolo  a  scendere  allo  stato  fondamentale,  transizione  che 
provoca  l'emissione  di  un  altro  fotone  di  energia  hv.  Questo  processo  è  detto  di  emissione 
stimolata,  perché è innescata da un fotone  esterno.  Il  fotone  emesso  nel  caso  della  figura  è  in 
tutto  e  per  tutto  identico  al  fotone  stimolante  infatti  ha  la  sua  stessa  energia,  la  stessa 
polarizzazione, la stessa fase e la stessa direzione di propagazione. 
Normalmente però è presente una grande moltitudine di atomi, e, dato un gran numero di essi in 
equilibrio a una certa temperatura T, un certo numero N0  si troverà al livello fondamentale E0 
e  una  certa  quantità  Nx  si  troverà  al  livello  eccitato  Ex.  Ludwig  Boltzmann  dimostrò  che  il 
numero Nx di atomi presenti nello stato di energia E. x è dato da  
Principi fisici dei trasduttori 80

-(Ex -E0)/KT
eq(a): Nx =N0e  
in cui k è la costante di Boltzmann. La quantità kT rappresenta l'energia media di agitazione 
termica di un atomo a temperatura T. Quanto più alta è la temperatura, tanti più atomi, in 
media, si troveranno a dover saltare per agitazione termica (cioè  per collisioni atomiche) 
al livello E x .  Inoltre dato che Ex > E0, la  eq(a) richiede che Nx < No. Ciò significa che nello stato 
eccitato  vi  saranno  comunque  meno  elettroni  che  nello  stato  fondamentale  ed  è  ciò  che  ci 
aspettiamo  se  le  popolazioni  N0  e  Nx  dei  due  livelli  sono  determinate  solo  dall'agitazione 
termica. 
 
(a) Distribuzione al normale equilibrio 
termico di atomi tra gli stati fondamentale 
ed eccitato, dovuta all'agitazione termica.  
(b) Inversione di popolazione, ottenuta con 
tecniche speciali. Quest'inversione è 
  essenziale per l'effetto laser. 
 
Investendo  ora  gli  atomi  della  figura  con  fotoni  di  energia  Ex  ‐  EO,  alcuni  fotoni 
scompariranno per effetto dell'assorbimento da parte di atomi allo stato fondamentale mentre 
altri  fotoni  verranno  generati  per  effetto  dell'emissione  stimolata  degli  atomi  allo  stato 
eccitato.  Einstein  ha  dimostrato  che,  per  ogni  atomo,  le  probabilità  di  questi  due  processi 
sono  identiche.  Quindi,  considerato  che  lo  stato  fondamentale  è  maggiormente  popolato, 
l'effetto netto sarà l'assorbimento dei fotoni. 
Per ottenere un fascio laser utile dobbiamo emettere fotoni, più che assorbirli. Dobbiamo quindi 
creare una situazione in cui l'emissione stimolata prevale. Il solo modo di ottenerlo è avere più 
atomi  nel  livello  eccitato  di  quanti  ve  ne  siano  al  livello  fondamentale,  cioè  la  situazione  di 
figura b. Un'inversione di popolazione quale sarebbe richiesta, non è compatibile con il semplice 
equilibrio  termico,  e  quindi  dobbiamo  ricorrere  ad  accorgimenti  speciali  per  ottenerla  e 
mantenerla. 
 
Il laser a gas elio‐neon 

 
In  figura  è  illustrato  un  tipo  di  laser  comunemente  usato  nei  laboratori  didattici  e  che  fu 
sviluppato  nel  1961  da  Ali  Javan  e  dai  suoi  collaboratori.  Il  tubo  a  scarica  di  vetro  è 
riempito  con  una  miscela  di  gas  nobili  neon  ed  elio  nella  proporzione  del  20  %  e  80  % 
rispettivamente. Il neon costituisce l'emettitore laser. 
Il diagramma dei livelli energetici delle due sostanze in versione semplificata è la seguente.  
Si induce una scarica elettrica nella miscela di 
gas  elio‐neon.  Alcuni  elettroni  e  ioni  durante 
Principi fisici dei trasduttori 81

la  scarica  collidono  con  gli  atomi  di  elio, 


elevandoli  al  livello  eccitato  E3,  che  è 
metastabile.   
Il  livello  E3  dell'elio  (20.61  eV)  è  molto 
prossimo  al  livello  E2  del  neon  (20.66eV),  di 
modo che, quando un atomo di elio al  livello 
metastabile E3 collide con  

 
un  atomo  di  neon  al  livello  fondamentale  Eo,  l'energia  di  eccitazione  dell'atomo  di  elio  viene 
trasferita all'atomo di neon che è quindi in grado di saltare al suo livello eccitato E2. In questo 
modo il livello E2 del neon può diventare più popolato del livello E1. 
L'inversione  di  popolazione  si  mantiene    (1)  perché  inizialmente  non  vi  sono  in  pratica 
atomi  di  neon  allo  stato  E 1 ,  (2)  la  metastabilità  del  livello  E3  dell'elio  assicura  un  pronto 
ricambio  di  atomi  di  neon  al  livello  E2  e  (3)  gli  atomi  del  livello  E 1 ,  decadono  rapidamente 
(attraverso stati intermedi non indicati) allo stato fondamentale del neon E0. 
Si supponga ora che al passaggio di un atomo di neon dallo stato E2 allo stato E1 venga emesso 
spontaneamente un singolo fotone. Questo può innescare un evento di emissione stimolata, che 
a sua volta, può provocare altri eventi di emissione stimolata. Attraverso una catena di reazioni 
può quindi instaurarsi un fascio coerente di luce  laser rossa, in  moto  lungo  l'asse  del  tubo. 
Questa  luce,  di  lunghezza  d'onda  pari  a  632,8  nm,  si  può  muoversi  avanti  e  indietro  nel 
tubo  per  successive  riflessioni  tra  gli  specchi  M1  e  M2  (accumulando  altre  emissioni 
stimolate ad ogni passaggio. Lo specchio M1 è totalmente riflettente per la lunghezza d'onda 
della  luce  laser,  specchio  M2 è semiriflettente ovvero rivestito in modo tale da lasciar passare 
una piccola frazione della luce laser, che a ogni riflessione può così sfuggire e formare il fascio 
utile. 
Questi  specchi  costituiscono  una  cavità  risonante  ottica  poiché  la  loro  distanza  deve  essere  un 
multiplo intero di mezza lunghezza d'onda della radiazione LASER.  

I laser possono essere realizzati usando invece del gas altri materiali e a seconda della natura del 
materiale attivo utilizzato vengono classificati in laser a gas, a stato solido, a semiconduttore, a 
liquido e a elettroni liberi.  

Laser a stato solido 

 
Principi fisici dei trasduttori 82

 
I materiali più comuni impiegati nei laser a stato solido sono barrette di cristallo di rubino o di 
vetro drogati con neodimio. Le estremità delle barrette sono costituite da due superfici parallele 
ricoperte con uno strato sottile di materiale non metallico, altamente riflettente. I laser a stato 
solido offrono la più alta potenza d'uscita e solitamente generano sequenze di impulsi luminosi 
molto intensi e di brevissima durata. Il pompaggio si ottiene mediante luce proveniente da tubi 
flash a xeno, lampade ad arco o lampade a vapori di metallo. La gamma di frequenze dei laser a 
stato solido oggi è stata estesa dal caratteristico infrarosso (IR) all'ultravioletto (UV), utilizzando 
cristalli di diidrofosfato di potassio che funzionano da “moltiplicatori” della frequenza luminosa; 
se  i  fotoni  vengono  fatti  interagire  con  un  bersaglio  di  cristalli  di  ittrio  posto  all'interno  della 
cavità  risonante,  la  frequenza  della  luce  laser  in  uscita  può  essere  aumentata  fino  a  quella 
caratteristica dei raggi X.  
 
Laser a semiconduttore 
 
La  cavità  risonante  è  confinata  alla  zona  di 
Di  dimensioni  compatte,  i  laser  a 
semiconduttore sono basati sulle proprietà 
della  giunzione  tra  semiconduttori  con 
diversa conducibilità elettrica.  

giunzione  per  mezzo  di  due  pareti 


riflettenti. Il semiconduttore più usato e più 
efficiente è l'arseniuro di gallio. Questi laser 
sono  pompati  mediante  l'applicazione  diretta  di  corrente  elettrica  alla  giunzione,  e  possono 
operare  in  modalità  a  onda  continua  con  un  rendimento  superiore  al  50%.  I  laser  a 
semiconduttore  vengono  comunemente  impiegati  nei  lettori  di  compact  disc  (CD)  e  nelle 
stampanti laser. 
 
Laser a liquido 
Nei  laser  a  liquido  il  materiale  attivo  è  costituito  generalmente  da  un  colorante  inorganico, 
chiuso  in  un  recipiente  in  vetro.  Sono  pompati  con  potenti  lampade  flash  per  operare  nella 
modalità  a  impulsi  oppure  con  un  laser  a  gas  ausiliario  per  operare  nella  modalità  a  onda 
continua.  La  frequenza  caratteristica  di  questi  laser  può  essere  regolata  utilizzando  un  prisma 
posto all'interno della cavità. 
 
Laser ad elettroni liberi 
Questi laser producono la luce utilizzando gli elettroni liberi di un plasma, i quali si muovono a 
spirale  (e  quindi  emettono  radiazione  perché  accelerati)  seguendo  le  linee  di  un  campo 
magnetico.  Furono  sviluppati  nel  1977  e  oggi  sono  largamente  utilizzati  nella  ricerca.  La  loro 
frequenza  è  regolabile  come  per  i  laser  a  colorante,  ma  può  coprire  l'intera  porzione  dello 
spettro  che  va  dai  raggi  infrarossi  ai  raggi  X.  Si  ritiene  che  in  poco  tempo  saranno  in  grado  di 
generare radiazioni ad alta potenza a costi ragionevoli, mentre per ora la loro applicazione resta 
limitata proprio per motivi economici.  
 
I rischi biologici legati all'uso dei laser 
I rischi connessi all’uso del laser sono sia quelli relativi alle caratteristiche intrinseche del fascio, 
sia quelli derivanti dalle apparecchiature che permettono di creare e mantenere questo tipo di 
radiazione. Un fascio laser che colpisce direttamente gli occhi e la pelle può creare danni anche 
Principi fisici dei trasduttori 83

severi.  L’occhio  è  l’organo  più  vulnerabile  e  a  seconda  della  lunghezza  d’onda  e  dell’intensità 
della  radiazione  incidente  si  possono  avere  danni  a  carico  della  retina,  cateratte, 
fotocheratocongiuntivite, discromie, ustioni corneali. I danni a carico della pelle sono eritemi e 
ustioni  cutanee  talvolta  anche  gravi.  Laser  di  potenza  notevolmente  elevata  possono 
danneggiare seriamente anche gli organi interni. 
 
La grande varietà di lunghezze d’onda, energie e caratteristiche d’impulso dei laser oltre che dei 
sistemi  di  alimentazione  e  assemblaggio  ha  reso  indispensabile,  ai  fini  della  sicurezza,  il  loro 
raggruppamento  in  classi  di  pericolosità  secondo  un  parametro  chiamato  Limite  di  Emissione 
Accettabile  (LEA),  che  descrive  i  livelli  di  radiazione  emergente  da  un  sistema  laser,  la  cui 
valutazione  permette  la  collocazione  dell’apparecchio  nell’opportuna  categoria  di  rischio.  Sono 
state individuate 5 classi: 1, 2, 3A, 3B e 4, con indice di pericolosità crescente con il numero di 
classe e, per un uso appropriato,  per ogni classe sono state stilate idonee norme di sicurezza.  
 
Applicazioni dei Laser 
Tra  i  tanti  impieghi  comuni  e  non  del  laser  citiamo  la  lettura  dei  codici  a  barre,  l'incisione  e  la 
lettura dei compact disc, l'uso chirurgico di vario tipo, la perforazione microscopica dei diamanti 
per trarne fili sottilissimi, il taglio, nell'industria dell'abbigliamento, di centinaia di strati di vestiti 
alla  volta  senza  bordi  sfrangiati,  la  saldatura  delle  carrozzerie  d'automobile,  la  topografia  di 
precisione, raffinate misurazioni di lunghezze e deformazioni per interferometria, precise misure 
di  flusso  in  liquidi  mediante  l'effetto  Doppler,  la  produzione  di  ologrammi  e  accoppiati  a  fibre 
ottiche la misura di deformazioni.  
 
I  laser  più  piccoli,  usati  per  esempio  nelle  comunicazioni  telefoniche  su  fibre  ottiche,  nelle 
fotocopiatrici, nei distanziometri sono a semiconduttore, hanno le dimensioni di una capocchia di 
spillo e possono generare potenze dell'ordine non superiore ai 200 mW.  
I laser più  grandi, impiegati nella ricerca sulla fusione nucleare, o per usi astronomici e militari, 
occupano  spazi  considerevoli  anche  un  intero  edificio.  Essi  generano  impulsi  laser  di  durata 
brevissima  con  una  potenza  che  durante  l'impulso  che  può  raggiungere  i  1014  W.  Questa 
potenza è confrontabile con la potenzialità complessiva di tutte le centrali elettriche del mondo e 
onde evitare un sia pur breve assorbimento di energia elettrica di tali proporzioni, l'energia 
richiesta  per  il  loro  funzionamento  viene  accumulata  lentamente  dall'alimentatore  del 
dispositivo laser in lunghi periodi di tempo tra un impulso e l'altro. 
Quando la luce laser incide su una superficie viene parzialmente riflessa e parzialmente rifratta. 
La  frazione  di  luce  rifratta  ha  caratteristiche  diverse  a  seconda  della  rugosità  del  materiale 
riflettente  e  della  sua  natura.  Infatti,  come  è  ben  noto,  se  un  fascio  luminoso  incide  sulla 
superficie liscia di uno specchio si forma un raggio riflesso ben definito, mentre se arriva su di un 
foglio  di  carta  il  fascio  luminoso  viene  riflesso  più  o  meno  in  tutte  le  direzioni    e  si  ha  una 
riflessione diffusa.  
A titolo di esempio nella tabella seguente viene riportata in percento la frazione di luce riflessa 
per vari tipi di materiali  

 
Principi fisici dei trasduttori 84

 
Sensori laser di distanza 
 
I  sensori  laser  di  distanza  sono  estremamente  diffusi,  hanno  svariati  campi  di  applicazione  e 
mediamente sono a basso costo. 
Il principio di funzionamento dei sensori laser di distanza può essere basato sulla tecnica della 
triangolazione o sulla misura del tempo di volo o sulla misura delle sfasamento. 
 
La  figura  seguente  riporta  un  distanziometro  laser  basato  su  uno  dei  svariati  metodi  di 
triangolazione.  

Un raggio laser colpisce un campione a distanza incognita dal laser. Il campione riflette il raggio 
laser  seguendo  le  leggi  dell’ottica geometrica.  Il  raggio  riflesso  viene  intercettato da  una  lente 
convergente  che  focalizza  il  fascio  riflesso  in  un  punto  del  suo  secondo  piano  focale  dove  in 
genere è presente una matrice di CCD. Un idoneo circuito analizza il segnale dei CCD restituendo 
la posizione dell’immagine sul piano focale della lente misurata rispetto all’asse della lente. 
Il  laser,  la  lente  e  i  CCD  sono  all’interno  del  sensore.  L’angolo  θ2  della  figura  è  misurato 
automaticamente in funzione della direzione di puntamento del laser misurata rispetto al piano 
focale della lente. L’angolo θ1 è calcolabile noti che siano la posizione dell’immagine sui CCD e la 
distanza focale. Applicando la legge dei seni si ricava la distanza incognita.  
Questo o altri metodi di triangolazione sono alla base dei sistemi di scansione tridimensionale di 
oggetti. Il laser fa una scansione dell’ oggetto punto per punto. Opportuni algoritmi permettono 
di  risalire  alla  forma  dell’oggetto  nonché  al  tipo  di  materiale  e  al  suo  colore  mediante  l’uso  di 
CCD a colori e l’analisi quantitativa della intensità della luce laser riflessa.  
 
Il CCD, acronimo di Charge Coupled Device, è un'invenzione  recente (Boyle e Smith nel 1970) 
che ha rivoluzionato il  mondo delle telecamere. Il CCD può essere definito come un rivelatore 
bidimensionale a stato solido e di tipo quantico. Il principio fisico su cui si basa tale dispositivo è 
l'effetto fotoelettrico. La struttura di un CCD è racchiusa in una superficie di dimensioni massime 
Principi fisici dei trasduttori 85

6  x  6  centimetri,  il  cui  costituente  fondamentale  è  il  silicio,  organizzata  in  una  matrice  di 
elementi,  detti  pixel,  ciascuno  costituito  dall'elemento  base  di  un  CCD,  il  condensatore  MOS 
(Metal Oxide Silicon).  
Il principio di funzionamento può essere semplificato nel modo seguente: 
‐  La  luce  che  incide  su  ogni  pixel  produce,  per  effetto  fotoelettrico,  cariche  in  quantità 
proporzionale alla intensità della radiazione incidente.  
‐  Le  cariche  prodotte  sono  raccolte  e  conservate  tramite  la  creazione  di  una  buca  di 
potenziale.  
‐  Successivamente le cariche sono trasferite da pixel a pixel variando in modo opportuno i 
potenziali degli elettrodi dei condensatori MOS e portate al circuito di uscita.  
Un CCD è composto da alcune centinaia di migliaia di pixel ordinati su 
una  precisa  griglia  che  attribuisce  a  ciascuno  una  coordinata  verticale 
ed una orizzontale. 

   
Il circuito di uscita è un processore che ricostruisce l’immagine in funzione della posizione di ogni 
pixel e della quantità di luce che lo ha investito.  
Un immagine a colore la si può ottenere, per esempio, mediante l’uso 3 CCD su ciascuno dei quali 
vengono proiettate le componenti di verde, rosso e blu dell'immagine separate da un prisma. Il 
processore  ricostruisce  l’immagine  in  funzione  sia  dell’intensità  della  luce  che  delle  sue 
componenti cromatiche. 
 
 
 
 
Il principio di funzionamento di uno scanner laser è rappresentato nella figura a destra: una lama 
di luce, emessa dal laser, intersecando l'oggetto in esame, genera un profilo che viene acquisito 
mediante  una  telecamera  a  CCD. 
Dall'acquisizione  di  numerosi  profili  paralleli,  ottenuti  facendo  una  scansione  dell'oggetto,  si 
ricava  l'informazione  necessaria  per  la  realizzazione  del  modello  tridimensionale. 
La posizione spaziale dei punti campionati nel profilo di luce è ottenuta per triangolazione dalla 
conoscenza  dei  parametri  geometrici  di  misura  (posizioni  relative  di  laser,  telecamera  a  CCD  e 
punto oggetto).  

 
 
 
In  commercio  sono  disponibili  distanziometri  laser  il  cui  principio  di  funzionamento  è  basato 
sulla misura del tempo di volo. Questi dispositivi funzionano ad impulsi e misurano il ritardo tra 
gli impulsi trasmessi e quelli riflessi. 
Principi fisici dei trasduttori 86

  
Altri  tipi  di  distanziometri  laser  funzionano  misurando  lo  sfasamento  tra  l’onda  incidente  e 
quella riflessa. Lo sfasamento è funzione del cammino ottico del raggio laser.  
 
Infine  esistono  sensori  laser  in  grado  di  misurare  con  estrema  precisione  l’  altezza  del  liquido 
contenuto in un recipiente. Questi sensori utilizzano le leggi della riflessione e rifrazione di un 
raggio luminoso e registrano la posizione del raggio rifratto utilizzando i CCD. 
Principi fisici dei trasduttori 87

La Temperatura 
 
La  temperatura  e  la  sua  misura  sono  concetti  fisici  propri  della  termodinamica  ed  è  una 
grandezza fisica correlata ad una ben definita grandezza meccanica: lo stato di agitazione termica 
dei costituenti elementari del sistema in esame. La sensazione fisiologica di caldo e di freddo è il 
concetto  comunemente  associato  alla  temperatura.    Per  definire  la  temperatura  è  necessario 
definire le operazioni da effettuare per misurarla. Sperimentalmente si osserva che due corpi a 
temperature diverse messi in contatto tra di loro dopo un po’ di tempo sono ugualmente caldi o 
freddi e diremo che i due corpi sono tra di loro in equilibrio termico. Possiamo dire che le due 
temperature  sono  uguali?  No  perché  l'uguaglianza  gode  della  proprietà  transitiva  e  quindi  per 
poter  dire  che  le  temperature  sono  uguali  dobbiamo  verificare  sperimentalmente  la  proprietà 
transitiva.  Ciò  costituisce  il  principio  zero  della  termodinamica:  se  due  sistemi  A  e  B  sono 
separatamente in equilibrio termico con un terzo sistema C allora  i due sistemi A e B sono in 
equilibrio termico tra di loro.  
Due  corpi  che  inizialmente  sono  a  temperature  diverse  si  portano  in  uno  stato  di  equilibrio 
termico in virtù di uno scambio di energia. Il calore è quella forma di energia che si trasferisce 
dal corpo più caldo a quello più freddo in virtù di una differenza di temperatura. 
 
Trasmissione del Calore 
Il calore è una forma di energia che passa da un corpo ad un altro per effetto di fenomeni che 
avvengono a livello microscopico quando due corpi sono a temperature diverse. I meccanismi di 
propagazione del calore sono: convenzione, conduzione, irraggiamento e spesso coesistono. 
 
Convenzione:  
Il  trasporto  di  calore  per  convenzione  implica  la  presenza di  un  fluido,  come  ad  esempio  aria  o 
acqua. Se si riscalda una parte di un fluido la sua densità diminuisce; la parte più calda non è più 
in equilibrio, risente della spinta Archimede esercitata dagli elementi di fluido circostanti per cui 
tende a spostarsi verso l’alto. Il suo posto è occupato da parti più dense e meno calde del fluido al 
cui  interno  si  instaurano  dei  moti  convettivi.  Immaginiamo  di  avere  una  lamina  conduttrice 
immersa  in  un  fluido.  L’energia  trasferita  per  unità  di  tempo  (potenza  termica)  dalla  lamina  al 
fluido tramite moti convettivi è, secondo la legge empirica di Newton, proporzionale al gradiente 
termico dT, tra la superficie metallica ed il fluido, all’area A esposta e al coefficiente convettivo α 
che dipende dal fluido. 

   
 
Irraggiamento: 
E’ l’energia trasportata da onde elettromagnetiche emesse da un sistema e assorbita da un altro 
sistema.  
 
Esistono vari modi per provocare l'emissione di onde elettromagnetiche da parte della materia: 
→Un conduttore elettrico percorso da una corrente ad alta frequenza emette radio‐onde. 
→Un liquido o un solido caldi emettono radiazione termica (che può essere anche visibile). 
→Un  gas  attraverso  cui  si  produca  una  scarica  può  emettere  radiazione  nel  visibile  o 
Principi fisici dei trasduttori 88

nell’ultravioletto. 
→Sotto il bombardamento dì elettroni molto energici una piastra metallica emette raggi X. 
→Una sostanza costituita da atomi radioattivi può emettere raggi γ. 
→Una sostanza che venga esposta a radiazioni  provenienti da una sorgente esterna può 
emettere radiazione di fluorescenza. 
 
Tutte  queste  radiazioni  sono  costituite  da  onde  elettromagnetiche  che  differiscono  solo 
nella lunghezza d'onda.  
L'energia persa per emissione termica può essere compensata in molte maniere per esempio 
con un rifornimento costante di energia elettrica dall'esterno, come nel caso del filamento 
di  una  lampadina  elettrica.  Nel  caso  di  un  corpo  circondato  da  altri  corpi,  l'energia interna 
del corpo rimarrà costante se l'energia emessa per unità di tempo è eguale a quella assorbita. 
Attraverso  il  meccanismo  dell'irraggiamento  il  sole  trasmette  alla  terra  energia  di 
intensità media pari a 1,53•10 3  J/m2s. 
 
Gli  esperimenti  mostrano  che  l'energia  irraggiata  per  unità  di  tempo  (potenza)  da  un  corpo 
dipende dalla sua temperatura T in gradi Kelvin, dall’area A della superficie emittente secondo la 
legge di Stefan: 

P = σ ε A T4  

 
dove  σ  =  5,67•10 ‐8   J/m 2 sK4  ed  è  una  costante  universale,  ε  è  una  grandezza,  detta 
emissività, che può  variare tra  0  e 1, dipendendo dalle proprietà  della superficie. Se ε=1 
la  superficie  è  detta  corpo  nero  e  presenta,  a  parità  di  temperatura,  il  massimo  potere 
emissivo. Esempi di corpo nero sono il buco della serratura di una stanza buia, la finestra di una 
stanza  che,  osservata  dall'esterno  appare  scura,  se  non  vi  sono  lampade  accese  all'interno, 
oppure il mare visto dall'alto, per esempio da bordo di un aereo. In tutti questi casi, la radiazione 
che penetra dall'esterno non fuoriesce e viene assorbita. 
L'energia totale irradiata è associata a onde elettromagnetiche di lunghezze d'onda distribuite 
su  un  ampio  spettro.  La  funzione  di  distribuzione  delle  lunghezze  d’onda  è  riportato  in  figura 
per una temperatura di 6000 K.  La figura mostra l'esistenza di un massimo in corrispondenza a 
una particolare lunghezza d'onda λmax.   

Al  variare  della  temperatura,  la  curva  conserva  la 


propria  struttura,  ma  la  posizione  del  massimo  si 
sposta.  In  particolare,  il  prodotto  di  λmax,  cui 
corrisponde  il  massimo  di  emissione,  per  la 
temperatura  (misurata  in  kelvin),  è  costante  (legge 
di Wien): 
λmax T = costante = 2,898⋅10‐3 m K. 

 
La legge di Wien ha importanti conseguenze: corpi caldi, come ad esempio un carbone ardente, 
Principi fisici dei trasduttori 89

irradiano  nella  regione  di  lunghezze  d'onda  che  corrisponde  allo  spettro  visibile  e  quindi 
appaiono luminosi; corpi a 30 °C irradiano nell'infrarosso e non sono distinguibili in una stanza 
buia perché i nostri occhi non vedono la radiazione infrarossa. Da sottolineare che la capacità di 
emettere  energia per radiazione  non è limitata ai corpi che si trovano  a temperatura elevata 
ma è tipica di ogni corpo. Su questa caratteristica si basa il funzionamento della termografia, 
una  tecnica  diagnostica  non  invasiva  impiegata  in  medicina  che  consiste  nell'osservare  la 
radiazione  infrarossa  emessa  dal  paziente.  In  questo  modo  le  zone  più  calde  della  superficie 
del  corpo,  che  possono  essere  indicatori  della  presenza  di  ascessi  o  di  fenomeni  tumorali, 
vengono  facilmente  individuate.  In  maniera  analoga,  eseguendo  fotografie  all'infrarosso  di 
pareti esterne di edifici, è possibile localizzare i punti più caldi che corrispondono alle zone che 
danno maggiore contributo alle fughe termiche.  
Contemporaneamente  un  corpo  assorbe  parte  dell'energia  elettromagnetica  emessa  da 
altri corpi circostanti; in particolare una superficie nera assorbe tutta l'energia che incide su di 
essa. La potenza assorbita è  P = σ ε A T a m b   
4

Tramite  questi  fenomeni  di  emissione  ed  assorbimento  la  temperatura  di  un  corpo 
aumenta  o  diminuisce  a  seconda  del  bilancio  tra  energia  irradiata  ed  assorbita;  se  il 
bilancio è in parità la temperatura resta costante, il corpo è in equilibrio con l'ambiente 
circostante. La potenza netta scambiata è: 
Pn e t = Pa s s − Pra d = σ ε A (T a4m b − T 4 )  
 
Conduzione:  
La  legge  fenomenologica  che  regola  la conduzione  del calore è  quella di  Fourier  la  cui  forma  in 
condizioni stazionarie è:   

d Q = -k d T d S d t  
dn
Dove k, detta conducibilità o conduttività termica, è tipica del materiale ed è in genere funzione 
della temperatura (le unità di misura sono J/m s K). 
 

         
Il segno negativo indica che il flusso di calore avviene nel senso in cui la temperatura diminuisce, 
cioè nel verso opposto al gradiente di temperatura, dalla  regione  a  temperatura  maggiore  a 
quella a temperatura minore. 
In un corpo l'esistenza di un gradiente di temperatura, ovvero la mancanza di equilibrio termico 
tra punti diversi, indica che, attraverso il corpo, c'è trasmissione di calore regolata dalla legge di 
Fourier.  I  metalli  sono  buoni  conduttori  termici,  i  gas  e  i  dielettrici,  eccetto  il  diamante, 
sono invece cattivi conduttori termici; i liquidi sono in una situazione intermedia. 
La  conducibilità  termica  K  può  variare  anche  in  modo  considerevole  con  la  temperatura:  nei 
metalli, per esempio, si ha un forte aumento di K al diminuire della temperatura (almeno fino a 
pochi kelvin); negli isolanti, invece, si ha l'effetto opposto. 
Principi fisici dei trasduttori 90

Il meccanismo di trasporto di calore per conduzione dipende dalla fase del materiale. Nei metalli 
esso è dovuto sia alle vibrazioni reticolari, sia alla possibilità  di  trasferimento  degli  elettroni  di 
conduzione  da  un  atomo  all’altro.  Se  si  confronta  il  coefficiente  di  conducibilità  termica  con 
quello di conducibilità elettrica per diversi metalli, si vede che i migliori conduttori di elettricità 
sono  anche  i  migliori  conduttori  di  calore:  tale  osservazione  suggerisce  che  il  meccanismo 
prevalente sia associato alla mobilità degli elettroni di conduzione. Essi si comportano come un 
gas per cui possiamo associare a una maggior temperatura una loro più elevata velocità media. 
Ne  segue,  nel  caso  di  una  barretta  metallica  scaldata  a  uno  dei  suoi  estremi,  che  l'estremo 
scaldato  s'impoverisce  di  elettroni,  la  cui  densità  cresce  in  corrispondenza  dell'altro  estremo. 
Ciò  produce  una  differenza  di  potenziale  elettrico,  con  l'estremo  scaldato  elettricamente 
positivo rispetto all' altro. Il fenomeno, che rappresenta un'importante conferma della validità 
del modello, prende il nome di effetto termoelettrico. 
 
Nei    gas  il  trasporto  del  calore  per  conduzione  è  dovuto  al  movimento  degli  atomi  o  delle 
molecole. 
  
La  conducibilità  termica  varia  da  sostanza  a  sostanza  anche  di  diversi  ordini  di  grandezza  così 
come mostrato in tabella dove sono riportate anche le temperature a cui si riferisce il valore di 
k. 

 
 La conducibilità termica K dei gas a pressioni superiori di 100 Pa (~1 mmHg), è indipendente dalla 
pressione del gas, ed è K = ε η cv in cui  ε è un coefficiente compreso tra 1 e 1,25 caratteristico 
del gas, cV è il calore specifico a volume costante e η è il coefficiente di viscosità. 
In  regime  di  flusso  molecolare,  ovvero  quando  la  pressione  dei  gas  è  inferiore  a  100  Pa,  la 
conducibilità termica diminuisce linearmente con la pressione. In queste condizioni Knudsen ha 
ricavato empiricamente la quantità di calore W per unità di superficie che passa per conduzione 
molecolare attraverso un gas a pressione p posto tra due superfici unitarie a temperatura T2 e T1, 
con T2 >T1: 

 
dove γ = cp /cV è il rapporto tra i calori specifici a pressione costante cp ed a volume costante cV 
del gas, R è la costante universale dei gas, M il peso molecolare dei gas ed α  una costante che 
dipende dalla geometria del sistema. 
Temperatura e Capacità Termica 
Principi fisici dei trasduttori 91

Il  dispositivo  utilizzato  per  la  misura  della  temperatura  deve  influire  il  meno  possibile  sulla 
grandezza  da  rilevare.  Questo  significa  che  la  misura  della  temperatura  con  un  sensore  sarà 
accurata  se  la  capacità  termica  (a  volte  detta  massa  termica)  del  sensore  è  di  molto  inferiore 
rispetto alla capacità termica del misurando. 
Consideriamo  un  sistema  che  scambiando  calore  Q  con  l’ambiente  circostante  vari  la  sua 
temperatura  da  T1  a  T2.  Si  definisce  capacità  termica  media  nell’intervallo  ∆T  la  quantità 
Cm=Q/∆T. Da cui con un passaggio al limite si ottiene C=dQ/dT. Il calore specifico è definito come 
c=C/m  e  dipende  dalla  sostanza  che  costituisce  il  sistema.  La  quantità  di  calore  necessaria  per 
variare di ∆T la temperatura di una sostanza è Q=mc∆T 
1 dQ
In modo analogo si definisce il calore specifico molare  c=  
n dT
Il  calore  specifico  molare  dipende,  dalla  sostanza,  dal  tipo  di  trasformazione  attraverso  la 
quale avviene lo scambio di calore, dalla temperatura alla quale avviene lo scambio di calore. 
Le  grandezze  introdotte  riflettono  la  maggiore  o  minore  capacità  di  un  sistema  di  assorbire  o 
cedere  calore  senza  variare  apprezzabilmente  la  sua  temperatura:  un  termostato,  che  nel 
caso ideale è in grado di scambiare calore a piacere senza variare la propria temperatura, è un 
sistema con capacità termica infinita 

 
 
Il  calore  specifico  varia  con  la  temperatura  come  mostrato  in  tabella  per  l’acqua.  Da  tale 
proprietà  segue  la  necessità,  se  si  vuole  misurare  una  quantità  di  calore  attraverso  la 
variazione di temperatura di una data sostanza, di precisare l'intervallo termico di variazione. 
Consideriamo  un  ambiente  adiabatico,  ovvero  termicamente  isolato,  in  cui  sono  posti  due 
corpi a temperature tra loro inizialmente diverse, dopo un po’ di tempo si osserva che i due 
corpi raggiungono la stessa temperatura di equilibrio per effetto di uno scambio reciproco di 
calore.  Utilizzando  il  primo  principio  della  termodinamica  si  ricava  che  la  temperatura  di 
equilibrio dei due corpi è: 
C1T1 + C 2T2
Te =
C1 + C 2  
 
 
Ma come misurare la temperatura? 
 
Sperimentalmente si osserva che alcune proprietà dei sistemi, come volume, densità, resistenza 
variano al variare della temperatura. Ciò che di un sistema varia con la temperatura si chiama 
caratteristica  termometrica  e  la  misura  della  temperatura  viene  fatta  con  i  termometri, 
dispositivi che sfruttando una qualche caratteristica termometrica. 
Consideriamo un termometro tra quelli più comunemente usati. Esso è costituito da un bulbo di 
vetro  contenente  un  liquido,  alcool  o  mercurio.  Il  bulbo  è  collegato  ad  un  tubo  capillare,  più  o 
meno lungo. Si osserva che il liquido si dilata, sale cioè nel capillare, tanto più quanto più è alta la 
Principi fisici dei trasduttori 92

temperatura.  Per  definire  la  scala  termometrica  sono  necessari  sistemi  che  abbiano  una  ben 
definita  temperatura.  Si  osserva  che  una  miscela  di  acqua  e  ghiaccio,  tra  loro  in  equilibrio 
termico,  ha  sempre  la  stessa  temperatura  se  la  pressione  è  la  stessa.  Analogamente  si  osserva 
che  l’acqua  e  il  suo  vapore,  in  equilibrio  tra  loro  a  pressione  definita,  hanno  sempre  la  stessa 
temperatura.  Nella  scala  termometrica  Celsius  si  definisce  come  zero  (0°C)  la  temperatura  di 
equilibrio acqua‐ghiaccio alla pressione di un'atmosfera (1,013 x 105 Pa) e si definiscono i cento 
gradi (100°C) come la temperatura di equilibrio acqua‐vapore a pressione atmosferica. 
Immergiamo  quindi  il  nostro  termometro  nella  miscela  acqua‐ghiaccio  e,  raggiunto  l'equilibrio, 
segniamo una tacca nella posizione raggiunta dal liquido nel capillare e scriviamoci vicino 0; con 
operazione  analoga  segniamo  100.  Ci  manca  ancora  il  grado.  Il  meglio  che  possiamo  fare  è  di 
dividere  il  tratto  tra  le  due  tacche  in  cento  parti  uguali;  per  avere  la  scala  anche  sotto  zero  e 
sopra cento, proseguiamo con passi uguali. 
Nel  dividere  in  parti  uguali  abbiamo  assunto  implicitamente  che  sia  lineare  la  legge  con  cui  il 
volume del liquido nel capillare varia in funzione della temperatura che vogliamo definire. Lo 
è davvero? Possiamo verificarlo: costruiamo diversi termometri con liquidi diversi, con capillari di 
diverso  diametro,  di  diverso  vetro,  ecc.  Tariamo  ognuno  di  questi  come  detto  sopra  e  poi 
misuriamo con ciascuno la temperatura dello stesso corpo (diversa sia da zero sia da cento). Le 
misure  sono  uguali  solo  in  prima  approssimazione,  ma  tra  un  termometro  e  l'altro  ci  sono 
differenze di diversi decimi di grado, se il liquido è lo stesso, anche di parecchi gradi, se i liquidi 
sono diversi. Non è vero quindi che la dilatazione sia proporzionale alla temperatura (l'acqua, al 
di sotto di 4°C addirittura si dilata raffreddandosi!). Non solo, ma le letture dipendono anche dal 
vetro  e,  sia  pure  più  debolmente,  dall'età  del  vetro.  In  conclusione  con  i  termometri  a  liquido, 
semplici e comodi non è possibile fare una misura assoluta di temperatura.  
Per  costruire  una  scala  assoluta  di  temperatura  è  necessario  fissare  lo  zero  della  scala.  La 
temperatura  definita  come  nulla  nella  scala  Celsius  è  puramente  arbitraria  e  non  ha  alcun 
significato fisico particolare. Esiste tuttavia una  temperatura che è fisicamente necessario fissare 
come nulla; si chiama lo zero assoluto. L'evidenza sperimentale più immediata viene dalle leggi 
stabilite  sperimentalmente  da  Gay‐Lussac  sul  comportamento  dei  gas  perfetti.  Una  delle 
conseguenze di queste leggi è che sia la pressione, sia il volume di tutti i gas tendono linearmente 
a zero quando la temperatura tende ad un determinato valore pari a −273,15°C; le stesse leggi 
prevedono che a temperature inferiori sia la pressione sia il volume siano negativi. Dato che ciò 
non ha senso, la temperatura −273,15 °C è lo zero assoluto. La scala assoluta delle temperature 
ha per zero lo zero assoluto. 
Per  determinare  la  scala  assoluta  occorre  quindi  fissare  solo  le  dimensioni  dell’unità,  che  si 
chiama il kelvin (K).  
La  definizione  di  kelvin  la  si  ottiene  fissando  per  definizione  la  temperatura  assoluta  di  un 
determinato punto fisso. Una miscela di ghiaccio acqua e vapore si trova in equilibrio solo ad una 
determinata temperatura ed ad una determinata pressione (punto triplo). Il Kelvin è definito in 
modo  che  il  punto  triplo  dell’acqua  sia  273,16K.  Il  numero  scelto  è  tale  che  un  grado  Celsius  è 
uguale ad un grado Kelvin. 
 
Stabilito  lo  zero  della  scala  bisogna  individuare  un  metodo  che  consenta  di  fare  una  misura  di 
temperatura  indipendentemente  dalle  proprietà  termometriche  della  sostanza  usata. 
Teoricamente lo si potrebbe fare costruendo una macchina ideale di Carnot: misurando il calore 
scambiato, nelle due trasformazioni isoterme con le sorgenti a temperatura T1 e T2 il cui rapporto 
è  uguale  al  rapporto  tra  le  temperature,  si  otterrebbe  una  misura  assoluta  della  temperatura. 
Nella  realtà il  metodo  è  impraticabile  perché  non  è  possibile  costruire una  macchina  di  Carnot. 
Una misura assoluta di temperatura può però essere fatta usando un termometro a gas ideale. 
II termometro gas è uno strumento molto preciso è continuamente perfezionato nei laboratori 
Principi fisici dei trasduttori 93

di  metrologia  perché  è  rispetto  ad  esso  che  vengono  tarati  tutti  gli  altri  termometri..  II 
termometro gas può essere a volume o a pressione costante. Se è a volume costante, è basato 
sulla  misura  della  pressione  esercitata  da  un  gas.  In  figura  un  termometro  a  gas  a  volume 
costante.  

             
 
Esso  è  composto  da  un  bulbo  di  vetro  riempito  di  gas,  collegato  con  un  tubo  capillare  a  un 
manometro  a  mercurio.  Innalzando  e  abbassando  il  serbatoio  R,  il  livello  del  mercurio  a 
sinistra può essere sempre portato allo zero della scala del manometro, assicurando così che 
il  volume  del  gas  isolato  rimanga  costante.  La  temperatura  di  qualsiasi  corpo  a  contatto 
termico con il bulbo viene definita come:  
T=Cp                     nella quale p è la pressione esercitata dal gas e C una costante, la pressione 
è calcolata dalla legge di Stevino  
p=p0+ρgh,          con  p 0   pressione  atmosferica,  ρ  densità  volumetrica  del  mercurio  nel 
manometro, e h differenza di livello del mercurio nei due bracci del tubo capillare.  
Con il bulbo del termometro a gas immerso in una cella a punto triplo abbiamo T3=Cp3 con p3 
pressione al punto triplo. Eliminando la costante C dalle 2 equazioni precedenti si ottiene: 
p p
T = T3 = 2 7 3 ,1 6  
p3 p3
L'equazione  precedente  non  è  ancora  la  definizione  finale  di  temperatura  misurata  con  un 
termometro a gas. Non si è detto niente a proposito del tipo di gas o della quantità di gas utiliz‐
zato nel termometro. Se il termometro fosse stato utilizzato per misurare delle temperature, 
come ad esempio il punto di ebollizione dell'acqua, avremmo scoperto che differenti scelte 
avrebbero condotto a misure di temperature leggermente diverse. Tuttavia se per riempire il 
bulbo si utilizzano quantità di gas sempre più piccole, ovvero si diminuisce il numero di moli di 
gas  e  quindi  la  pressione,  le  letture  effettuate  utilizzando  uno  stesso  a  pressioni  diverse 
giacciono  su  una  retta,  e  le  rette  relative  a  gas  diversi  convergono  tutte  a  una  stessa 
temperatura, qualunque sia il tipo di gas impiegato così come mostrato in figura.  
Principi fisici dei trasduttori 94

 
Ne deriva tutti i gas misurerebbero la stessa temperatura a pressione nulla. Per cui: 

 
Una temperatura incognita T può essere misurata nel seguente modo. Si riempie il bulbo con 
una massa m arbitraria di qualsiasi gas, ad esempio azoto, si misura p3 utilizzando una cella a 
punto  triplo  e  p,  determinando  la  pressione  del  gas  alla  temperatura  incognita  mantenendo 
costante  il  volume.  Si  calcola  il  rapporto  p/p 3 .  Si  ripetono  quindi  entrambe  le  misure  con 
quantità  di  gas  inferiori  nel  bulbo,  calcolando  ancora  questo  rapporto.  Si  procede  ancora 
utilizzando  quantità  di  gas  sempre  minori  fino  a  quando  è  possibile  estrapolare  il  rapporto 
p/p 3   che  avremmo  trovato  se  non  avessimo  avuto  quasi  per  niente  gas  nel  bulbo.  Si  calcola 
infine  la  temperatura  sostituendo  il  rapporto  estrapolato  nell'equazione.  La  temperatura 
definita in questo modo è la temperatura assoluta del gas ideale. 
 
Scale di Temperatura 
Il processo di standardizzazione delle scale di temperature è stato lungo e laborioso (1700‐1900). 
Esso ha riguardato la scelta dei punti di calibrazione e la suddivisione delle scale. Oggi le scale più 
comuni  sono  quelle  Celsius,  Kelvin,  Fahrenheit  e  Rankine  anche  se  le  più  utilizzate  sono 
certamente le prime due. 

 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 95

La Scala Internazionale di Temperatura 
 
Il problema della realizzazione di una scala di temperatura univoca è stato affrontato per la prima 
volta a livello internazionale solo nel 1927 (CIPM). In quella occasione fu stabilita la costituzione 
di una scala di temperature internazionale (IPTS ‐ International Practical Temperature Scale). 
 
L’IPST,  definisce  lo  standard  a  cui  i  vari  paesi  devono  riferirsi  per  le  misure  di  temperatura  e 
precisamente  suddivide  l’intero  campo  di  variazione  della  temperatura  in  quattro  range 
predefiniti,  per  ogni  range  di  essi  precisa  i  punti  fissi  di  riferimento  per  la  calibrazione,  le 
equazioni di interpolazione e gli strumenti per la misura: 
• Range I: da 13.8 K (‐259.34 °C) a 273.15 K (0 °C) 
• Range II: da 273.15 K (0 °C) a 903.89 K (630.74 °C) 
• Range III: da 903.89 K (630.74 °C) a 1337.58 K (1064.43°C) 
• Range IV: oltre 1337.58 K (1064.43 °C). 
Gli standard fissati sono periodicamente soggetti a revisione in conseguenza del fatto che con il 
progredire della tecnica si sono ottenuti punti di riferimento sempre più stabili e precisi.  
 
Punti di riferimento per la taratura dei termometri: 
    Tem  Tem   
ELEMENTO  Stato di Equilibrio  peratura  peratura  Pressione  
  K   °C  Pa 
   Rame  Solido/Liquido  1357.77  1084.62  101.325 
Oro   Solido/liquido  1337,58  1064,42  101.325 
Argento   Solido/ Liquido  1235,08  961,93  101.325 
Zinco   Solido /Liquido  692,73  419,58  101.325 
Acqua   Liquido/Vapore  373,15  100  101.325 
Acqua   Solido/Liquido/Vapore  273,16  0,01  101.325 
Ossigeno   Liquido/vapore  90,188  ‐182,902  101.325 
Ossigeno   Solido/Liquido/Vapore  54,361  ‐218,789  101.325 
Neon   Liquido/vapore  27,402  ‐246,048  101.325 
Idrogeno   Liquido/Vapore  20,28  ‐252,87  101.325 
Idrogeno   Liquido/Vapore  17,042  ‐256,108  33.330 
Idrogeno   Solido/Liquido/Vapore  13,81  ‐259,34  101.325 
Elio   Vapore   da 3 a 5  da ‐271,15   varie 
a ‐268,15 
 
 
Sensori di Temperatura 
 
Anche  se  il  primo  sensore  di  temperatura  si  può  far  risalire  a  Galileo  (1600),dovranno  passare 
circa duecento anni per assistere alle grandi scoperte che porteranno alla realizzazione di sensori 
elettrici.  Nel  1821  viene  scoperto  che  due  giunzioni  dissimili  a  diversa  temperatura  possono 
generare  una  corrente  elettrica  (Seebeck);  in  quegli  stessi  anni  si  osserva  che  la  resistenza 
elettrica dei metalli varia con la temperatura (Davy)) e nel 1871 viene realizzato il primo prototipo 
Principi fisici dei trasduttori 96

di termometro al platino (Siemens). Intorno al 1900 si scoprono le proprietà dei semiconduttori e 
più tardi si cominciano a realizzare sensori di temperatura con circuiti integrati.  

 
 
Misura della Temperatura 
 
•  La  misura  di  temperatura  richiede  la  trasmissione  di  una  piccola  quantità  di  energia  termica 
dall’oggetto  al  sensore;  nei  trasduttori  elettrici  l’energia  termica  è  convertita  in  un  segnale 
elettrico (sensori piroelettrici, sensori termoelettrici, sensori ottici, ecc). 
• Ci sono due modi di procedere nella misura della temperatura: per equilibrio e predittivo. Nel 
primo metodo la misura è completata quando non c’è più gradiente termico fra corpo e sensore, 
nel secondo è ricavata attraverso l’andamento della temperatura senza che il punto di equilibrio 
sia mai raggiunto. 
•  I  sensori  possono  risalire  alla  temperatura  per  contatto  o  senza  contatto;  ai  primi,  che 
funzionano per conduzione termica, è richiesto un basso calore specifico ed un’alta conduttività 
termica,  ai  secondi,  che  funzionano  per  radiazione  termica,  sono  richiesti  spessori  ridotti  e 
superfici sensibili elevate. 
Sono  molte  le  cause  che  possono  produrre  errori  nella  misura  di  una  temperatura;  per 
rendersene conto basta tenere presente che la temperatura rilevata: 
• è una media della temperatura del corpo 
• dipende dagli errori dello strumento 
• è legata al tempo di misura 
• dipende dalla lettura dell’operatore 
• è influenzata dalle capacità termiche del sensore e del corpo. 
La temperatura misurata è quella di equilibrio tra sensore e misurando, e solo una comprensione 
completa  delle  tecniche  di  rilevazione  (trasduzione)  può  produrre  una  misura  di  temperatura 
estremamente accurata riducendo gli errori di misura.  
 
Termometri di uso frequente 

a liquido:  
è  il  sensore  di  temperatura  per  antonomasia  e  sfrutta  la  dilatazione 
termica di un liquido in uno stelo; è fragile, lento nella risposta ed ha 
una risoluzione che dipende dalla sua lunghezza. 

   
a colori termosensibili:  
Principi fisici dei trasduttori 97

si  realizza  con  superfici  ricoperte  di  fini  pigmenti  finemente  che  si  oscurano  quando  viene 
raggiunta la loro temperatura di fusione. E’ utilizzato per misure in luoghi pericolosi o difficili da 
raggiungere;  ha  una  bassa  risoluzione  e  produce  un’irreversibile  variazione  di  colore  quando  si 
supera la loro temperatura di soglia. Non è riusabile. 

 
 
Sensore di Temperatura Bimetallico 
Si tratta di un trasduttore meccanico a dilatazione termica che si realizza saldando fra loro due 
metalli  diversi  e  collocando  una  lancetta  ad  una  estremità.  Dato  che  i  due  metalli  esibiscono 
coefficienti  di  espansione  termica  differenti,  una  variazione  di  temperatura  produrrà  una 
curvatura  che  dipenderà  dallo  spessore  tA/B  e  dalle  costanti  di  elasticità  KA/B  delle  lamine  e  dai 
coefficienti di espansione termica αA/B. La sensibilità è definita come:  

 
Questo sensore è economico ma presenta problemi di isteresi ed è poco accurato.                             
 
Pirometro  
Si  tratta  di  un  trasduttore  elettrico  che  si  fonda  sulla  trasmissione  del  calore  per  radiazione 
elettromagnetica e sulla legge di Plank che la regola. 
Teoricamente  questo  sensore  dovrebbero  misurare  la  temperatura  quando  tutta  la  radiazione 
termica emessa dalla sorgente colpisce il dispositivo. 

 
Di  conseguenza,  per  essi  occorre  far  riferimento  alla  legge  di  Stefan‐Boltzmann,  che  è  ottenuta 
dalla legge di Plank per integrazione su tutte le lunghezze d’onda: 

 
 
In  realtà  il  pirometro  non  funziona  per  tutte  le  lunghezze  d’onda  poiché  le  lenti  o  gli  specchi 
utilizzati per focalizzare la radiazione sul sensore costituiscono dei veri e propri filtri ottici. 
Questi  materiali,  infatti,  sono  generalmente  opachi  per  onde  lunghe  e  onde  corte  ma  sono 
trasparenti nel visibile e nel vicino infrarosso per cui la legge di Plank non viene integrata su tutte 
le lunghezze d’onda. 
Il  pirometro  produce  una  risposta  approssimativamente  proporzionale  T4  ed  è  non  lineare.  I 
sensori  pirometrici  sono  usati  sia  a  temperature  criogeniche,  fino  a    ‐  196°C,  che  per  misure  di 
temperature intorno ai 2000°C  dove gli altri sensori hanno vita breve. 
E’  un  sensore  costoso,  stabile,        non  invasivo  e 
Principi fisici dei trasduttori 98

spesso usato per il controllo della temperatura di 
processi  in  cui  è  essenziale  la  mancanza  di 
contatto.  La  temperatura  misurata  è  quella  di 
equilibrio  tra  il  sensore  ed  il  misurando  con  un 
tempo  di  risposta  dell’ordine  di  qualche 
microsecondo. 
In  commercio  esistono  pirometri  in  cui,  per 
trasmettere  la  radiazione  e  misurare  la 
temperatura, sono usate delle fibre ottiche.  

 
Il probe, ovvero la parte sensibile alla temperatura, è formata da un sottile cilindro di zaffiro, con 
diametro  da  0,25  a  2  mm  e  lunghezza  tra  5  e  100cm  alla  cui  estremità  c’è  una  piccola  cavità  a 
forma  semisferica  al  cui  interno  è  depositato,  con  la  tecnica  dello  sputtering,  un  film  sottile  di 
circa  2µm  di  platino  o  iridio  che  funziona  da  corpo  nero  e  costituisce  la  vera  e  propria  parte 
sensibile. 
Quando  il  probe  è  immerso  in  un  gas  caldo,  il  film  di  ossido  si  riscalda  per  conduzione, 
convenzione ed irraggiamento e rapidamente si porta in equilibrio termico con il gas ed emette 
radiazione  elettromagnetica  in  una  banda  di  lunghezze  d’onda  tipiche  della  temperatura  di 
equilibrio. La radiazione emessa è convogliata attraverso un’altra fibra ottica fino ad lente che fa 
convergere  la  radiazione  su  un  fotodiodo.  La  potenza  del  segnale  di  uscita  del  fotodiodo  varia 
linearmente con la potenza della radiazione emessa dal corpo caldo. Mediante idonee tabelle di 
taratura si stabilisce la corrispondenza tra la tensione in uscita e la temperatura. Il range di misura 
di tali dispositivi varia tra 500 e 2000°C. 
In figura è riportato lo schema di principio di un pirometro a fibra ottica. 

 
Principi fisici dei trasduttori 99

 
 
Sensori a Variazione di Resistenza 
Si tratta di un trasduttore elettrico che sfrutta la proprietà dei metalli di variare la conducibilità 
elettrica con la temperatura. I termoresistori o RTD (Resistance Temperature Detectors) usano in 
genere  come  materiale  il  platino,  proprio  per  le  sue  caratteristiche  di  lunga  durata,  stabilità  e 
riproducibilità.  In  generale  la  resistenza  di  un  metallo  è  una  funzione  complessa  della 
temperatura anche se per la maggior parte di essi lo sviluppo in serie di potenze produce buoni 
risultati.  Nel  caso  del  platino  l’equazione  utilizzata  è  quella  di  Callendar‐van  Dusen  (che  viene 
corretta in base all’IPTS‐68): 

          
con A, B e C costanti e dipendenti dalle proprietà del platino utilizzato per realizzare il sensore e 
R0=100  . Per il range di temperature che va da 0 a 630°C, la funzione di trasferimento del platino 
non dipende dalla potenza terza della temperatura ma si riduce all’equazione di Callendar che si 
compone  di  un  termine  lineare e  di  un  termine  quadratico che comincia  a  pesare  solo  oltre  un 
certo valore di temperatura: 

   
Per temperature al di sotto del punto di congelamento dell’acqua e fino a 200 °C occorre portare 
in conto la correzione di Van Dusen e considerare le potenze fino al terzo ordine. 
Gli  RTD  hanno  una  buona  sensibilità  sono  molto  stabili  e  richiedono  un  circuito  di  interfaccia 
semplice. 
Purtroppo  non  sono  lineari  e  presentano  bassi  valori  di  resistenza;  per  ridurre  il  primo 
inconveniente si utilizzano opportune tecniche di compensazione mentre per superare il secondo 
inconveniente  bisogna  fare  molta  attenzione  alla  procedura  di  misura.  La  RTD  al  platino  è  il 
dispositivo  più  accurato  e  stabile  nel  range  di  temperatura  0‐500  °C  anche  se  può  misurare 
temperature fino a 800°C (in genere per valori maggiori di 600°C si usano RTD al Tungsteno).  
 
 
 

Si  tratta  di  un  trasduttore  elettrico  che  sfrutta  le  proprietà  dei 
semiconduttori di variare la conducibilità elettrica con la temperatura.  
I termistori (Thermal Resistor) possono avere coefficienti di temperatura 
Principi fisici dei trasduttori 100

Termistori  (TCR) negativi (termistori NTC) o positivi (termistori PTC). 

      
La  funzione  di  trasferimento  di  un  termistore  NTC  può  essere  approssimata  da  una  funzione 
esponenziale a quattro parametri piuttosto complessa. Spesso si usa un’espressione semplificata 
del tipo: 

 
a due parametri, dove R0 è il valore di resistenza alla temperatura di riferimento di 25 °C mentre il 
coefficiente di temperatura, ovvero il TCR, è dato da:   

 
Dall’espressione di  si deduce che i termistori NTC sono più sensibili alle basse temperature.  
Per  misure  più  precise  si  può  ricorrere  all’equazione  di  Steinhart‐Hart  che  produce  accuratezze 
fino all’ordine di 0,02 °C. 
 
Il  termistore  PTC,  invece,  ha  una  curva  difficilmente  approssimabile  con  un’equazione 
matematica per cui essa è definita dai costruttori mediante un certo numero di punti prestabiliti 
come: 
• resistenza a temperatura ambiente R25 
• temperatura di transizione Tt 
• TCR (coefficiente di temperatura) definito come:  

 
• capacità termica e tensione massima. 
 

I  termistori  PTC  hanno  un  intervallo  di 


funzionamento ristretto e sono usati per la 
protezione  da  sovraccarichi  e  da 
surriscaldamento. 
Per  la  misura  di  temperatura,  invece,  si 
utilizzano quasi sempre i termistori NTC. 

    
I termistori sono molto più sensibili degli RTD (da 103 a 106 volte superiore) e funzionano (gli NTC) 
in  un  range  di  temperature  che  va  da  ‐100  a  500  °C  circa.  Presentano  una  impedenza  molto 
elevata e non richiedono particolari procedure di misura. Purtroppo sono fortemente non lineari. 
Principi fisici dei trasduttori 101

 
 
Sensori Integrati 

Sono  trasduttori  che  utilizzano  le  proprietà  delle  giunzioni  a 


semiconduttore (diodi e transistor) di avere la tensione o la corrente 
fortemente  dipendente  dalla  temperatura;  questa  dipendenza  è  in 
genere lineare. 

     
Nel caso di un diodo la relazione corrente‐tensione porta ad una relazione tensione‐temperatura 
del tipo: 

 
dove Eg è il gap di energia del materiale K è una costante che dipende dal materiale ma è 
indipendente dalla temperatura, q è la carica dell’elettrone e k è la costante di Boltzmann. 
Quando la giunzione è sottoposta ad una corrente costante la tensione è linearmente dipendente 
dalla temperatura e la sensibilità del dispositivo è data da: 

 
Il  discorso  è  equivalente  nel  caso  di  un  transistor  anche  se  per  un  corretto  funzionamento  è 
richiesto un opportuno circuito.  
Partendo da queste semplici configurazioni e sfruttando le proprietà dei semiconduttori vengono 
realizzati sensori di temperatura più complessi (Integrated Circuit Sensor) che contengono al loro 
interno opportuni circuiti integrati. 
Essi utilizzano un certo numero di transistor identici connessi fra loro e sfruttano la relazione fra 
la tensione base‐emettitore e la corrente di collettore di modo che per valori fissati di corrente la 
tensione dipende solo dalla temperatura. 
 
        
Termocoppie: 
Sono  trasduttori  che  utilizzano  le  proprietà  termoelettriche 
derivanti  dall’accoppiamento  di  due  conduttori  dissimili  posti  a 
temperature diverse. Il loro funzionamento è basato sull’effetto 
Seebeck secondo cui la 

   
Principi fisici dei trasduttori 102

tensione al giunto freddo è proporzionale alla differenza di temperatura fra le due giunzioni. 

Purtroppo  la  dipendenza  non  lineare  del 


coefficiente di Seebeck KSAB dalla temperatura 
finisce  per  inficiare  la  relazione  di  “linearità” 
fra temperatura e tensione. 

     
Per un uso adeguato di questi sensori e per una loro connessione corretta è utile fare riferimento 
alle tre leggi fondamentali sulle termocoppie che tornano utili in molte situazioni pratiche: 
Legge dei circuiti omogenei: 
in un circuito omogeneo nessun gradiente di temperatura 
potrà produrre una tensione netta e quindi una corrente 
termoelettrica.  
  
 
Legge dei conduttori intermedi: 
in  un  circuito  composto  da  un  qualsiasi  numero  di 
materiali  dissimili  la  tensione  netta  sarà  nulla  se  tutte  le 
giunzioni sono alla stessa temperatura. 

        
Legge delle temperature successive: 

 
Se V1 è la tensione di Seebeck prodotta da due giunzioni a temperature T1 e T2 e V2 è la tensione 
di Seebeck prodotta da due giunzioni a temperature T2 e T3 allora la tensione di Seebeck prodotta 
da due giunzioni a temperatura T1e T3 sarà pari a 
 
V3= V1 + V2. 
 
La realizzazione e l’uso delle termocoppie presenta nella pratica problemi dovuti ai collegamenti 
elettrici  che  interpongono  ulteriori  giunzioni  e  alla  necessità  durante  la  misura  di  mantenere  la 
temperatura del giunto freddo ad un valore costante e noto. 

Questi problemi possono essere superati: 
1)  ponendo  le  giunzioni  derivanti  dal  collegamento  alla 
stessa  temperatura  (che  per  la  II  legge  non  produrrà 
Principi fisici dei trasduttori 103

nessuna tensione netta); 
2)  misurando  la  temperatura  di  riferimento  senza 
forzarla, tramite un bagno di ghiaccio,  a 0,01 °C; 
3) prima ricavando la tensione incognita Vx come somma 
di  V  e  di  Vref  (per  la  III  legge)  e  poi  convertendo  in 
temperatura: 

    
Le  termocoppie  possono  essere  suddivise  in  due  gruppi  fondamentali:  quelli  a  metallo  nobile  e 
quelle a metallo vile. Le prime sono molto costose e presentano un coefficiente di Seebeck basso 
mentre le seconde hanno un coefficiente più elevato; in entrambi i casi occorre agire con molta 
cautela  poiché  la  presenza  del  rumore  può  inficiare  il  risultato  della  misura  dato  che  l’uscita  in 
tensione è sempre dell’ordine dei  V.  

           
 
A causa dell’andamento non lineare della curva T‐V è necessario ricorrere a opportuni algoritmi di 
interpolazione:  

 
il  cui  ordine  varia  con  il  tipo  di  termocoppia  ed  i  cui  coefficienti  vengono  in  genere  ricavati 
sperimentalmente per via empirica. Nel caso in cui si debba operare in intervalli ristretti il metodo 
più semplice ed utilizzato è quello della linearizzazione della curva. 
L’utilizzo delle termocoppie è indicato per l’ampio range di temperatura misurabile e per la loro 
notevole  resistenza  meccanica.  D’altronde  la  possibilità  di  ricorrere  ad  un  numero  elevato  di 
metalli permette il loro uso in ambienti ostili. 
 
La tabella seguente sintetizza pregi e difetti di vari sensori di temperatura. 
Principi fisici dei trasduttori 104

 
 
 
 
Tipi di sensori e campo di utilizzo 

 
 
Sensori piezoelettrici di temperatura. 
L’effetto piezoelettrico è un fenomeno dipendente dalla temperatura. La frequenza di risonanza 
di un quarzo varia con la temperatura secondo una legge del tipo: 
∆f
= a0 + a1∆T + a2 ∆T2 + a3∆T3  
f0
Dove  f0  è  la  frequenza  di  calibrazione,  ∆f    e  ∆T  sono  rispettivamente  le  variazioni  di  frequenza  e  di 
temperatura.  Sono  sensori  non  lineari  il  cui  range  di  misura  è  tra  ‐80°C  e  +250°C,  una  sensibilità  di 
90ppm/°C e un accuratezza di calibrazione di 0,02 °C. I sensori  piezoelettrici  di  temperatura hanno 
Principi fisici dei trasduttori 105

una risposta più lenta dei termistori ed delle termocoppie e un più difficile accoppiamento termico con il 
sistema in misura. 
 
Sensori piroelettrici di temperatura. 
L’effetto piroelettrico descrive la peculiarità dei materiali piezoelettrici (solfato di litio, tormalina) 
di generare cariche elettriche superficiali quando sono investiti da un flusso di calore; infatti una 
variazione di temperatura produce una variazione della polarizzazione elettrica.  
I  coefficienti  piroelettrici  dei  materiali  sono  dipendenti  dalla  temperatura  (aumentando  con 
essa). 
L’effetto piroelettrico è somma di due contributi: 
•piroelettricità  primaria:  secondo  cui  la  variazione  di  temperatura  causa  sia  un 
allungamento/accorciamento  dei  dipoli  elettrici  sia  un’alterazione  della  casualità  della  loro 
orientazione con conseguente generazione di carica; 
•piroelettricità secondaria: secondo cui la variazione di temperatura provoca una dilatazione del 
cristallo  con  conseguente  generazione  di  tensione  meccanica  e  quindi  di  un  ulteriore  effetto 
piezoelettrico;  

        
 
Se (T2‐T1) è la variazione di temperatura la carica elettrostatica è: 
Q= Kpr A(T2‐T1) 
Q [C]: carica elettrica 
Ti [K]: temperatura 
A [m2]: area superficie 
kpr [C/m2∙K]: coefficiente piroelettrico di carica 
In  figura  è  mostrato  il  circuito  equivalente  dove  C  è  la  capacità  e  Rb  la  resistenza  interna  del 
sensore piezoelettrico. Il segnale di uscita può essere di corrente o di tensione a seconda delle 
applicazioni. Poichè 
C=Q/V=ε0εrA/h       Q=Vε0εrA/h= Kpr A(T2‐T1)      (T2‐T1)=Vε0ε/(h Kpr) 
 

 
 
Principi fisici dei trasduttori 106
Principi fisici dei trasduttori 107

 
SENSORI DI PRESSIONE 
 
Definizione di pressione: 
La pressione è definita come il rapporto tra il modulo della forza esercitata normalmente su una 
superficie  e  la  superficie  stessa;  se  la  forza  esercitata  ha  una  componente  parallela  alla 
superficie, la pressione dipende solo dalla componente normale. 

P=
dF e se la forza è costante su tutta la superficie P = F  
dS S
La pressione è una grandezza fisica scalare misurata nel S.I. in Newton/m2 = Pascal. 
Sono comunemente in uso parecchie altre unità di misura della pressione ad esempio: 
1 atm =1,013⋅105 Pa 
1 atm =760 mmHg =760 torr  
1 bar  =1,000⋅105 Pa 
         
Fluidi:  
Per fluido si intende una sostanza liquida o gassosa. A differenza dei solidi i fluidi non hanno una 
forma propria ma assumono la forma del recipiente che li contiene. 
I  liquidi  hanno  un  volume  definito  e  una  superficie  limite,  mentre  i gas non hanno  un  volume 
proprio e tendono ad occupare tutto il volume a disposizione.  La  densità  dei  liquidi  è  molto 
maggiore  di  quella  dei  gas.  I  liquidi  sono  praticamente  incompressibili  come  i  solidi, 
mentre  i  gas  sono  facilmente  comprimibili.  Tali  differenze  sono  dovute  alla  diversa  forza  dei 
legami tra atomi e molecole nella fase liquida o nella fase gassosa. 
Da  un  punto  di  vista  macroscopico  i  fluidi  sono  sistemi  continui,  composti  cioè  da  un  numero 
infinito  di  elementi,  ciascuno  di  massa  dm  =  pdV.  Una  qualsiasi  parte  di  fluido  può  scorrere 
rispetto ad un'altra adiacente o alla parete del contenitore; allo scorrimento si oppone una forza 
di attrito interno detta viscosità. Tuttavia il fluido non può resistere allo scorrimento, cioè non esiste 
una  forza  di  attrito  statico  che  determini  una  situazione  di  equilibrio  e  quindi  se  un  fluido  è  in 
quiete,  le  forze  tra  gli  elementi  di  fluido  devono  essere  normali  alle  superficie  di  separazione, 
altrimenti i vari elementi inizierebbero a scorrere l'uno rispetto all'altro. 
La pressione in un fluido in equilibrio non ha caratteristiche direzionali: è una funzione scalare 
del punto che si considera all'interno del fluido e non dipende dall'orientazione della superficie su 
cui è misurata. 
L’interpretazione cinetica di pressione e temperatura, secondo il modello classico di gas perfetto, 
dimostra  che  la  pressione  è  dovuta  agli  urti  delle  particelle  sulle  pareti  del  recipiente  e  la 
temperatura è funzione della energia interna di tipo cinetico del sistema di particelle.  
Sulla base del modello cinetico è stata sviluppata, nella seconda metà dell'800, la teoria cinetica 
dei  gas,  che  permette  di  arrivare  a  previsioni  sul  comportamento  dei  gas  sperimentalmente 
verificate.  
Gli  strumenti  che  misurano  la  pressione  sono  detti  manometri.  Essi  possono  distinguersi  in 
strumenti atti a misurare il valore assoluto della pressione, manometri assoluti, o la differenza di 
pressione tra due punti o due ambienti, manometri differenziali. 
I  manometri  assoluti  che  misurano  la  pressione  nell’intorno  di  quella  tipica  dell’atmosfera 
terrestre sono detti barometri. 
 
La  tabella  seguente  mostra  il  campo  di  variabilità  della  pressione  che  copre  più  di  20  ordini  di 
grandezza  e  non  può  essere  coperto  da  un  solo  trasduttore.  Sul  mercato  esistono  molti  tipi  di 
Principi fisici dei trasduttori 108

trasduttori di pressione progettati sfruttando differenti principi fisici e ognuno con un suo campo 
di misura. 

              
 
Barometri 
Una  classe  di  barometri  è  quella  che  sfrutta  la  legge  di  Stevino.  Consideriamo  un  fluido  in 
equilibrio e una sua porzione a forma di piccolo cilindro retto di massa dm e densità ρ. La massa 
dm  è  in  equilibrio  sotto  l’azione  del  suo  peso  e  delle  forze  esercitate  dal  fluido  circostante.  La 
risultante delle forze sul piano orizzontale è zero, come lo è quella in direzione verticale. Per cui  
 
   
-F0 − gdm + F = 0 in direzione verticale
-p0 A − g ρ dV + pA = 0
-p0 A − g ρ Adz + pA = 0
p = p0 + g ρ dz e se la densità è costante
p = p0 + g ρ z
   
Il  barometro  più  semplice  è  mostrato  in  figura.  In  linea  di  principio  è  sufficiente  rovesciare  un 
tubo pieno di liquido in modo che la sua apertura sia immersa nel liquido del contenitore a più 
grande sezione.  
                       
L’altezza  del  liquido  nel  tubo  rovesciato  è  una  misura  della 
pressione  p  esercitata  dal  gas  sulla  superficie  del  contenitore  più 
grande. Infatti, per la legge di Stevino la pressione è proporzionale 
all’altezza h del liquido.  

  
 
Principi fisici dei trasduttori 109

Affinché si possa dedurre p dalla  misura di h, occorre conoscere g e ρ. Queste quantità non sono 
costanti: la prima varia con la latitudine mentre la seconda è funzione della temperatura. Inoltre 
in  linea  di  principio  occorre  correggere  le  misure  per  l’effetto  della  pressione  residua  di  gas 
intrappolato nella parte alta del tubo rovesciato. 
 
Manometri metallici  
sono basati  tutti sulla deformazione di un elemento elastico al quale viene applicata la forza di 
pressione. La geometria e lo spessore dell’elemento elastico possono essere i più vari possibili, 
una serie di esempi dei quali sono riportati qui in figura. 

 
 
Tra  i  manometri  metallici  è  interessante  il  manometro  Bourdon  che,  per  l’intelligenza  della 
realizzazione, ha rappresentato una “pietra miliare” tra i misuratori di pressione. Il “cuore” del 
manometro Bourbon è costituito da un tubicino schiacciato, incurvato o avvolto a spirale dentro 
il quale viene immesso il fluido di cui si vuole misurare la pressione. 
Principi fisici dei trasduttori 110

                 
 
La  sezione  non  circolare  del  tubicino  è  essenziale  ai  fini  del  funzionamento.  Infatti,  con 
riferimento  al  manometro  di  Bourbon  classico,  a  “tubicino  incurvato”,  all’aumentare  della 
pressione del fluido all’interno del tubicino, le forze di pressione agiscono gonfiando il tubicino. 
La sezione del tubicino tende a perdere la forma schiacciata e ad assumere una forma sempre 
più  vicina  a  quella  circolare.  La  parte  di  tubicino  rivolta  verso  il  centro  di  curvatura  tende  ad 
avvicinarsi  ad  esso  e  quindi  le  fibre  del  materiale  sono  compresse.  La  parte  di  tubicino  rivolta 
verso  l’esterno  del  centro  di  curvatura  tende  ad  allontanarsi  da  esso  e  quindi  le  fibre  del 
materiale  manifestano  sono  in  trazione.  Per  compensare  la  tensione  di  trazione  delle  fibre  del 
dorso  e  di  compressione  delle  fibre  della  pancia,  venutosi  il  tubicino  può  fare  solamente  una 
cosa: svolgersi ed aumentare il proprio raggio di curvatura. Il movimento di apertura del tubicino 
è  amplificato  meccanicamente  da una  serie  leve  e  pulegge  collegato ad  un  ago  indicatore,  che 
indica sul quadrante di una scala graduata il valore della pressione interna al tubicino.  
I manometri Bourbon sono molto utilizzati in ragione del loro basso costo. Esistono dei Bourbon 
piccoli, con il diametro della scatola cilindrica esterna dell’ordine di 5 cm, che possono funzionare 
da pressione atmosferica (105 Pa) sino a 10 mbar (103 Pa). Quelli più grandi e più costosi, hanno 
un diametro dell’ordine di 25 cm ed arrivano a coprire sino ad 1 mbar (102 Pa).  
 
Il manometro assoluto meccanico più comune è il barometro aneroide: il principio su cui si basa 
è quello di contrapporre una forza elastica alle forze di pressione.  
ll barometro aneroide di tipo classico, di cui è riportato in figura un esemplare, fu messo a punto 
dal francese Lucien Vidie (1805‐1866) negli anni quaranta del XIX secolo.  

 
Principi fisici dei trasduttori 111

Lo  strumento  va  tarato  mediante  confronto  con  un  barometro  assoluto  a  liquido  di  mercurio, 
ponendo  ambedue  i  barometri  sotto  una  campana  da  vuoto  in  cui  si  varia  la  pressione  con 
l’ausilio  di  una  pompa.  La  sensibilità  può  essere  di  10  Pa  (~  0,1mmHg),  ma  la  precisione  arriva 
raramente  a  100  Pa  (~1  mmHg).  I  barometri  possono  anche  servire  per  misurare  l’altezza  sul 
livello dei mare (altimetri) poiché la pressione atmosferica varia con l’altezza.  
 
In  figura  sono  mostrati  alcuni  trasduttori  di  pressione  basati  sulla  misura  di  deformazioni 
elastiche prodotte dalle forze di pressione. 
Nella versione più semplice si tratta di una scatola d’acciaio sottile in cui è praticato il vuoto. La 
scatola può avere forme diverse ed eventualmente pareti ondulate per aumentare la superficie 
esposta. 

     
Nella figura in alto a destra la molla (R) connessa al cilindro ed al diaframma mobile determina lo 
zero della scala corrispondente all’equilibrio delle forze elastiche e di pressione. Una base della 
scatola  è  fissata  al  supporto  dello  strumento(A),  cosi  che  ad  ogni  variazione  della  pressione 
atmosferica la scatola si espande o si contrae. Un sistema di leve (C) amplifica tali variazioni e le 
trasforma in rotazioni di un indice su una scala graduata. 
 
Qui di seguito la descrizione e le specifiche di un barometro aneroide di precisione per la misura 
della pressione atmosferica. 
Il sistema di misura è costituito da 5 capsule di 62 mm di diametro in lega di rame‐berillio, nota 
per  la  sua  indeformabilità,  elasticità  e  resistenza  alla  corrosione.  L’influenza  della  temperatura 
sul  sistema  aneroide  e  sulle  leve  risulta  compensato  
tra ‐40° e +50°C dal bimetallo del meccanismo di trasmissione. L’attrito è ridotto al minimo, per 
la particolare realizzazione della trasmissione e per l’impiego di pietre dure nei punti d’appoggio 
degli  assi.  Il  sistema  aneroide  è  alloggiato  in  una  cassa  di  metallo  leggero.  Ogni  strumento  è 
munito  di  una  tabella  per  la  correzione  dei  valori  per  pressione  in  aumento  o  diminuizione  e 
istruzioni d’uso. 
 
campo di misura dei due modelli  900....1060 hPa e 
680...800 Tor 

divisione   1 hPa e 1 Tor 
precisione   0,5 hPa e 0,5 Tor 

compensazione   ‐40° +50°C 
Principi fisici dei trasduttori 112

altitudine max  600 m s.l.m. 
quadrante   ø 130 mm  

  
In  alternativa  ai  manometri,  si  va  sempre  più 
diffondendo  l’utilizzo  di  trasduttori  di  pressione 
ovvero  di  strumenti  capaci  di  convertire  la 
pressione  in  un  segnale  elettrico,  facilmente 
registrabile (registratori analogici a carta o nastro, 
sistemi  di  acquisizione  dati),  trasmissibile  ed 
elaborabile. 
In genere  le forze di pressione agiscono su di una 
idonea superficie elastica. La variabile misurata è la 
deformazione  dell’  elemento  elastico  da  cui  si 
risale  alla  pressione.  Nell’esempio  riportato  la 
lettura  della  pressione  è  fatta  usando  dei 
trasduttori  elettro‐ottici  del  tipo  mostrato  in 
    figura.    In  entrambi  i  trasduttori  il  sistema  la 
 
trasduzione  elettro‐ottico  è  ottenuta  utilizzando 
un LED e due fotodiodi, uno di riferimento e uno di 
misura.  Un  leggero  schermo,  solidale  all’elemento 
sensibile alle forze di pressione,  va ad oscurare la 
luce  emessa  dal  LED  in  modo  proporzionale  alla 
deformazione della lamina elastica. 

 
 
La presenza del fotodiodo di riferimento rende il sistema  insensibile a problemi di fluttuazione o 
deterioramento del LED perché entrambi i fotodiodi intercettano la stessa intensità come pure 
Principi fisici dei trasduttori 113

ad eventuali derive termiche perché i entrambi i fotodiodi sono incapsulati nello stesso chip. Il 
segnale di uscita dei diodi è posto all’ingresso di un convertitore analogico‐digitale che alimenta 
delle PROM programmate al momento della calibrazione del sensore in modo da rendere lineare 
il segnale di uscita (non lineare) dei diodi e per compensare eventuali altre non linearità.  
Manometri differenziali a tubo ad U. 
Un esempio di manometro differenziale è il manometro ad aria libera. Esso misura la differenza 
di pressione fra un determinato ambiente e l’atmosfera. Si rappresenta schematicamente con un 
tubo  ad  U  riempito  di  un  liquido  di  densità  nota  (ad  es.  mercurio),  i  cui  estremi  sono  uno  in 
comunicazione con l’ambiente a pressione incognita e l’altro con l’aria. La differenza di pressione 
è proporzionale al dislivello h del liquido fra i due rami secondo la legge di Stevino p=p0+ρgh.  
 

Nello  schema  riportato  all’interno  del  tubo  ad  U  è 


inserita  una  resistenza  che  è  parzialmente  immersa 
nel mercurio, ottimo conduttore, e parzialmente è in 
aria.  La  differenza  di  pressione  è  convertita  in  una 
differenza  dei  valori  delle  due  parti  di  resistenze  in 
aria.  Le due resistenze sono collegate ad un circuito, 
per esempio a ponte di Wheatstone. 

 
Da  una  misura  di  d.d.p.  si  risale  alla 
misura  delle  differenze  dei  valori  delle 
resistenza  e  quindi  alle  differenze  di 
pressione.   
 
La  misura  delle  deformazione  dovute  alle  forze  di  pressione  è  altresì  fatta  usando  trasduttori 
estensimetrici,  capacitivi,  induttivi,  a  trasformatore  differenziale,  ad  effetto  piezoelettrico  con 
quarzo o a semiconduttori. L’utilizzo di un metodo rispetto ad un altro influenza sia la precisione 
che l’elettronica necessaria per l’alimentazione ed eventuale amplificazione del segnale e quindi 
il costo del trasduttore. Oggi il mercato di precisione é principalmente dominato dai trasduttori 
estensimetrici  e  quelli  più  economici  sono  quelli  che  utilizzano  estensimetri  a  semiconduttore, 
che non necessitano della fortissima amplificazione necessaria per gli estensimetri metallici. Una 
parte  significativa  del  mercato  dei  trasduttori  di  pressione  é  occupata  dai  trasduttori  capacitivi 
od induttivi, molto comuni nella gestione computerizzata dei motori per autoveicoli. I trasduttori 
piezoelettrici,  ed  in  particolare  quelli  a  quarzo,  sono  insostituibili  per  la  misura  di  pressioni 
dinamiche elevate (ad esempio per la registrazione del diagramma dell’indicatore di un motore, 
o per le oscillazioni di pressione su compressori volumetrici). 
 
Principi fisici dei trasduttori 114

Un  misuratore  di  pressione  che  in  funzione  dei 


parametri costruttivi può anche essere un vacuometro 
è  quello  capacitivo  a  diaframma  basato  sullo  stesso 
principio  del  barometro  aneroide  ma  che  in  aggiunta 
sfrutta  la  variazione  di  capacità  elettrica  di  un 
condensatore  per  misurare  gli  spostamenti  della 
parete sottile della scatola (diaframma) che si deforma 

 
quando la pressione esterna alla scatola a tenuta stagna è diversa da quella interna. In linea di 
principio un sensore capacitivo nella sua forma più semplice è un condensatore a facce piane e 
parallele  di  superficie  A,  poste  tra  loro  a  distanza  d  e  riempite  con  un  dielettrico  di  costante 
dielettrica relativa  εr, La capacità è 

 
εr la costante dielettrica relativa del materiale, ε0 costante dielettrica assoluta nel vuoto. 
 
La variazione di capacità per deformazione delle armature, o per variazioni della distanza tra di 
esse,  o  per  variazioni  della  costante  dielettrica  relativa  (dielettrici  liquidi  o  gassosi),  o  per 
variazioni di temperatura viene misurata con opportuni circuiti che se per esempio in alternata 
traducono la variazione di capacità in una variazione di frequenza. 
 
Con  l’avvento  della  miniaturizzazione  sono  stati  ampiamente  sviluppati  manometri  basati 
sull’uso di materiali piezo‐resistivi. Un sensore integrato di pressione viene di solito realizzato nel 
modo  seguente:  un  piccolo  volume  pressurizzato  a  bassa  pressione  è  chiuso  a  tenuta  da  una 
sottile membrana di silicio su cui è depositato il materiale piezo‐resistivo in modo da formare un 
ponte  di  Wheatstone  di  resistenze.  Le  forze  di  pressione  incognita  del  gas  deformano  la 
membrana  e  ne  consegue  una  variazione  del  valore  delle  quattro  resistenze.  Il  ponte  di 
Wheatstone  si  sbilancia,  fornendo  in  uscita  una  tensione  differenziale  proporzionale  alla 
pressione, e alla tensione di polarizzazione. Il ponte estensimetrico, opportunamente alimentato, 
trasforma la deformazione in una tensione elettrica. Le possibili realizzazioni si differenziano per: 
‐  il materiale usato per la membrana: metallo o silicio 
‐  il tipo di estensimetro: metallico, più spesso a semiconduttore 
‐  il  numero  di  estensimetri:  due  o  quattro    (il  sistema  a  quattro  estensimetri  garantisce 
stabilità termica al sensore). 
‐  la realizzazione meccanica: misura di pressione differenziale o assoluta. 
Principi fisici dei trasduttori 115

                
Le  tecniche  di  costruzione  dei  componenti  elettronici  permettono  di  integrare  in  un  solo  chip 
questo  piccolo  sensore  di  pressione  con  l’elettronica  di  rivelazione,  ottenendo  uno  strumento 
robusto ed a basso costo. Questo è il tipo di sensore contenuto nei dispositivi che si trovano in 
farmacia  per  la  misura  della  pressione  arteriosa,  o  nell’altimetro  utilizzato  da  chi  vola  in 
deltaplano. 
 
 
Misuratori di basse pressioni 
 
Gli strumenti che misurano pressioni inferiori a quella atmosferica, sono denominati vacuometri. 
Per le applicazioni concernenti il vuoto, si tratta di coprire un vastissimo intervallo di pressioni da 
105  Pa  a  10‐9  Pa.  Occorre  allora  concepire  strumenti  di  natura  diversa,  basati  su  differenti 
proprietà  dei  gas  rarefatti,  per  coprire  un  intervallo  di  quattordici  ordini  di  grandezza. 
Generalmente  lo strumento di misura è tanto più complesso quanto più il gas è rarefatto. Ogni 
strumento  è  utilizzato  in  uno  specifico  intervallo  di  pressione  al  di  fuori  del  quale non  fornisce 
valori  significativi.  I  vari  tipi  di  vacuometri  possono  essere  raggruppati  sia  sulla  base 
dell’intervallo di pressione in cui operano, sia secondo il criterio del principio fisico su cui si basa 
lo  strumento.  Esistono  vacuometri  che  come  i  barometri  sono  basati  sulla  misura  diretta  di 
pressione, ed  esistono altri strumenti che determinano la pressione mediante la misura d’alcune 
proprietà  fisiche  dei  gas  residui  nel  recipiente  in  cui  è  praticato  il  vuoto,  come  la  viscosità,  la 
conducibilità  elettrica,  o  mediante  l’applicazione  dell’equazione  caratteristica  dei  gas.  Per 
intervalli di pressione particolarmente bassi, esistono strumenti basati sulla misura delle correnti 
elettriche  associate  al  gas  residuo  ionizzato.  In  tabella  alcuni  tipi  di  vacuometri,  classificati 
secondo il principio fisico alla base del loro funzionamento. 
 

 
 
E nella successiva tabella sono mostrati i “range” di misura. 
Principi fisici dei trasduttori 116

 
 
Vacuometro di McLeod. 
 
E’  un  vacuometro  assoluto  usato  per  misure  di  pressione  al  di  sopra  dei  10‐4  Torr.    Esistono  in 
commercio  moltissime  versioni  del  vacuometro  di  McLeod  di  cui  consideriamo  la  versione 
concettualmente più semplice. 
Il principio di funzionamento consiste nel comprimere il gas di cui si vuol misurare la pressione. Il 
gas  viene  compresso  in  modo  tale  che  la  pressione  finale  sia  leggibile  con  un  semplice 
manometro. 

 
Il gas a pressione incognita occupa inizialmente tutto il volume V mentre del liquido, in genere 
mercurio, occupa la parte inferiore rappresentata in figura con un tratteggio. Quando il pistone 
sulla destra della figura viene spinto verso il basso il gas intrappolato nel capillare chiuso A viene 
compresso.  La  pressione  del  gas    nel  capillare  B  che  è  in  comunicazione  con  il  recipiente 
contenente il gas a pressione incognita resta costante e restano costanti volume e pressione del 
mercurio difficilmente comprimibile.  
Principi fisici dei trasduttori 117

Se il gas viene compresso molto lentamente, la trasformazione è sufficientemente isoterma per 
cui dall’equazione di Boyle: 

 
e dalla legge di Stevino: 

 
dove γ=ρg e h è il dislivello misurato. In definitiva la pressione incognita pi è: 

 
La  pressione  misurata  con  il  vacuometro  di  McLeod    non  è  influenzata  dalla  composizione  del 
gas, ma va opportunamente corretta se  parte del gas compresso condensa e costruttivamente 
vanno inserite delle trappole per evitare che i vapori di mercurio diffondano nel gas.  
Il  vacuometro  di  McLeod    può  essere  utilizzato  a  pressioni  notevolmente  più  basse  laddove  si 
utilizzino tecniche di divisione della pressione. Ad esempio il gas viene fatto passare attraverso 
una serie di orifici costruiti con un’alta precisione meccanica al fine di separare regioni di flusso a 
pressione  più  alta  da  quelle  a  pressione  più  bassa;  infatti  quando  un  fluido  in  regime  di  moto 
stazionario  passa  in  un  condotto  che  presenta  una  strozzatura  in  quel  punto  la  sua  velocità 
aumenta  e  la  pressione  diminuisce.  La  sensibilità  di  questo  tipo  di  vacuometro  è  in  genere 
migliore del 1% ma diminuisce al diminuire della pressione. 
 
Vacuometri a conducibilità termica. 
 
Come si è già detto a proposito dei meccanismi di trasmissione del calore la conducibilità termica 
di un gas in regime di flusso molecolare varia con la pressione. 
Questa  circostanza  permette  di  costruire  vacuometri  in  cui  la  variazione  di  una  grandezza 
misurabile  direttamente,  legata  alla  conducibilità  termica  dei  gas,  può  essere  correlata  alla 
variazione di pressione. 
 
Il  vacuometro  a  conducibilità  termica  è  costituito  da  un  contenitore  progettato  in  modo  che 
possa  essere  collegato  al  sistema  in  cui  si  vuole  misurare  la  pressione.  In  esso  è  posto  un 
filamento di metallo avente un elevato coefficiente di temperatura per la resistenza in quanto la 
resistività  ρ  di  un  metallo  varia  con  la  temperatura  con  una  legge  che  è  approssimativamente 
lineare in intervalli di qualche decina di gradi ρ=ρ20(1+α(t‐t20)). In genere il filamento di metallo è 
di platino o di tungsteno. Il filamento è attraversato da una corrente opportuna e si scalda per 
effetto Joule, ma non è portato all’incandescenza per mantenere trascurabili le perdite di calore 
per irraggiamento. Per questa ragione la temperatura del filamento è mantenuta bassa (~100°C). 
Trascurato  l’irraggiamento,  il  calore  si  può  trasmettere  attraverso  i  conduttori  necessari  al 
collegamento  elettrico  e  per  minimizzarlo  si  utilizzano  conduttori  sottili.  Se  le  perdite  per 
irraggiamento  e  attraverso  i  cavi  di  collegamento  sono  basse,  il  calore  si  trasmette 
prevalentemente attraverso il gas e la temperatura del filamento dipende essenzialmente dalla 
quantità di calore che è scambiata con il gas. La temperatura di regime del filamento e quindi la 
sua  resistenza  elettrica,  dipendono  dalle  perdite  di calore del  filamento  stesso.  La  misura  della 
pressione è ottenibile sia da una misura diretta della temperatura del filamento che dalla misura 
della variazione della sua resistenza elettrica.  
Qui  di  seguito  due  degli  strumenti  concettualmente  più  semplici  basati  sulla  misura  della 
conducibilità termica del gas.  
 
Principi fisici dei trasduttori 118

Vacuometro a Termocoppia.  
 
Un filamento elettrico è posto in un recipiente da vuoto ed in esso è fatta scorrere una corrente 
elettrica mantenuta costante nel tempo. Una termocoppia è saldata in un punto del filamento. 
Non  appena  la  pressione  del  gas  nel  recipiente  varia,  cambia  anche  il  numero  di  molecole  che 
urta contro il filamento e ne consegue un cambiamento di temperatura direttamente misurato 
dalla termocoppia. 
Poiché l’efficienza dello scambio termico tra molecole del gas e filamento dipende dalla natura 
del gas, la risposta di questo tipo di strumento cambia in funzione del tipo di gas considerato. 
In  figura  è  riportato  uno  schema  di  principio  un  vacuometro  a  termocoppia  che  riassume  il 
principio di funzionamento con il relativo circuito di controllo: 

 
Questo vacuometro funziona correttamente nell’intervallo di pressioni che va da 1 mbar sino a 
10 mbar 
 (100 Pa ‐10‐1 Pa). Si tratta di strumenti largamente usati in ambito industriale, per il basso costo, 
le piccole dimensioni e la facilità d’installazione. Il loro limite è rappresentato dal lento tempo di 
risposta del sensore alle variazioni di pressione.  
 
Pirani. 

Il  filamento  è  inserito  in  un  ponte  di 


Wheatstone,  che  può  essere  configurato  in 
vari modi come, ad esempio, facendo passare 
nel  filamento  una  corrente  costante  o 
mantenendo  costante  la  resistenza  del 
filamento. 

 
 
La figura mostra lo schema di montaggio del Pirani nel primo modo come ramo AC di un ponte di 
Wheatstone. Nel ramo adiacente AB viene montata un contenitore identico chiuso in precedenza 
a pressione bassissima (10‐4 Pa). 
Lo  scopo  di  questo  secondo  filamento  è  quello  di  ottenere  a  basse  pressioni  resistenze 
approssimativamente uguali negli altri due rami adiacenti BD e CB in modo che questo lavori in 
condizioni di massima sensibilità. 
Principi fisici dei trasduttori 119

La resistenza variabile nel rami BD e CB serve all’azzeramento del ponte che è effettuato ad un 
valore  di  pressione  di  riferimento  (per  esempio  10‐4  Pa).  Quando  la  pressione  aumenta  la 
resistenza  dei  filamento  diminuisce,  il  ponte  si  sbilancia  ed  il  galvanometro  sul  ramo  centrale 
misura una corrente diversa da zero. 

 
Mediante  la  resistenza  variabile  si  può  agire  in  modo  di  mantenere  costante  la  corrente  che 
circola  nel  ramo  AC  (filamento  del  Pirani).  Allora  la  deviazione  del  galvanometro  risulterà 
univocamente  legata  alla  variazione  di  resistenza  del  filamento  per  effetto  della  variazione  di 
pressione. Si può poi tarare la scala del galvanometro adoperando per confronto un vacuometro 
assoluto. 
Il  vacuometro  Pirani  presenta  alcuni  vantaggi  tra  cui  la  leggerezza  e  la  praticità  d’impiego, 
presenta problemi di ossidazione del filamento e la sua precisione in genere non è superiore al 
5%, va tarato per ogni gas. 
 
Vacuometro a scarica 
 
Un  metodo  molto  approssimativo  per  stimare  la  pressione  di  un  gas  è  quello  di  esaminare  la 
forma ed il colore di una scarica prodotta attraverso il gas nel recipiente in misura nelle vicinanze 
di una parete trasparente. A tale scopo si usa una bobina di Tesla: si tratta di un trasformatore 
avente  un  secondario  formato  da  una  bobina  con  un  numero  notevole  di  spire.  Il  primario  è 
accoppiato  ad  una  bobina  nella  quale  la  corrente  fornita  da  un  generatore  è  ritmicamente 
interrotta. Ai capi della bobina di Tesla si hanno delle tensioni impulsive di valore elevato (10.000 
Volt) e di alta frequenza. Uno dei capi è messo a massa, l’altro è connesso con una punta P che è 
disposta  vicino  alla  parete  non  elettricamente  conduttrice  del  recipiente.  Il  campo  elettrico  nel 
gas  rarefatto  produce  una  scarica  nel  recipiente  con  differenti  tipologie  secondo  il  valore  della 
pressione. Questo è riassunto nella tabella seguente. 
 

 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 120

I vacuometri a ionizzazione 
I vacuometri a ionizzazione sono costruiti basandosi sul fatto che se un gas è opportunamente 
ionizzato, il numero di ioni positivi prodotti nel gas dipende dal numero di molecole presenti e 
quindi dalla pressione del gas considerato. In figura un vecchio tipo di vacuometro a ionizzazione 
il cui funzionamento è di più immediata comprensione.  
 

                
                        
Esso  è  costituito  da  un’ampolla  di  vetro  (la  versione  moderna  prevede  l’uso  di  contenitori 
metallici) che si può collegare opportunamente al recipiente in cui si deve misurare la pressione. 
Nell’ampolla vi sono tre elettrodi: 
un filamento, il collettore di ioni ed il collettore d’elettroni. 
Gli elettroni sono emessi dal filamento incandescente e sono accelerati verso il corrispondente 
elettrodo  collettore  (anodo)  sotto  l’azione  di  una  differenza  di  potenziale  opportuna.  Alcuni 
elettroni urtano le molecole dei gas e, se hanno energia sufficiente, le ionizzano: così è possibile 
raccogliere  gli  ioni  positivi  prodotti  per  ionizzazione  del  gas  sul  collettore  polarizzato 
negativamente.  La  corrente  raccolta  da  quest’ultimo  elettrodo  è  proporzionale  al  numero  di 
molecole presenti per unità di volume, vale a dire alla pressione nel recipiente. 
Ci sono diversi metodi per eseguire la misura della pressione tra cui citiamo quello in cui la griglia 
è resa negativa rispetto al catodo e l’anodo è ad un potenziale positivo.  
La pressione p è data dalla seguente formula empirica: 
p = K c (ig/ia) dove K è una costante che dipende dalla forma dell’ampolla, c è una costante che 
dipende dalla probabilità di ionizzazione del gas ed ig, ia sono la corrente di griglia e la corrente 
anodica  rispettivamente.  L’energia  degli  elettroni  è  regolata  scegliendo  opportunamente  la 
differenza di potenziale fra catodo emettitore ed elettrodo acceleratore. 
Si definisce sensibilità del vacuometro la quantità 
S = (1/p) (ig /ia) dove S ha le dimensioni del reciproco di una pressione. 
I  vacuometri  a  ionizzazione  non  possono  essere  usati  tutte  le  volte  che  i  gas  di  cui  si  vuole 
misurare la pressione, attaccano chimicamente il catodo. L’intervallo normale di funzionamento 
è fra 10‐1 Pa e 10‐4 Pa. A pressioni superiori a 10‐1 Pa, la corrente ionica in sostanza non varia più 
con  la  pressione.  Questo  comportamento  è  dovuto  a  diversi  effetti.  In  particolare  a  pressioni 
elevate  (maggiori  di  10‐1  Pa)  il  numero  degli  elettroni  che  prende  parte  alla  ionizzazione 
aumenta: un elettrone può ionizzare più volte così che la corrente aumenta sensibilmente e non 
è più proporzionale alla pressione. Il limite inferiore d’impiego di un vacuometro a ionizzazione è 
posto  dalle  difficoltà  di  misurare  con  precisione  basse  correnti  ioniche.  Infatti,  per  pressioni 
Principi fisici dei trasduttori 121

inferiori a 10‐4 Pa, la probabilità di collisione atomo del gas ‐ elettrone emesso dal filamento nel 
percorso dal filamento all’anodo è molto bassa e quindi la corrente è sempre più piccola.  
A  pressioni  inferiori  a  10‐6  Pa,  si  nota  una  corrente  residua  al  collettore  degli  ioni  che  è 
completamente  indipendente  dalla  pressione.  Questa  corrente  è  causata  dall’emissione  di 
fotoelettroni estratti dal collettore degli ioni. 
Questi  fotoelettroni  sono  emessi  per  effetto  dell’arrivo  di  raggi  X  molli,  prodotti  a  loro  volta 
nell’urto degli elettroni del catodo che colpiscono l’anodo. 
La corrente prodotta dall’emissione dei fotoelettroni dal collettore degli ioni ha lo stesso segno di 
quella  prodotta  dalla  raccolta  degli  ioni  positivi  e  quindi  non  è  distinguibile.  Essa  determina  il 
limite  inferiore  di  sensibilità  dello  strumento  che  può  essere  abbassato  usando  opportuni 
accorgimenti costruttivi. 
 
 
 
Vacuometro Penning 
Il vacuometro più diffuso per misure di pressione nell’ intervallo 10‐3 Pa – 10‐6 Pa è senza dubbio 
il  Penning,  detto  anche  vacuometro  a  catodo  freddo  (cold‐cathode  gauge).  Esso  è  molto  più 
semplice  rispetto  ai  vacuometri  a  ionizzazione  già  descritti  e  non  presenta  gli  inconvenienti 
dovuti  alle  eventuali  reazioni  dei  gas  col  filamento  incandescente.  Il  vacuometro  Penning  va 
tarato con un vacuometro assoluto per esempio il Mc Leod.  
Di  nuovo  per  semplicità  nella  presentazione,  riportiamo  in  figura  lo  schema  di  un  Penning  ad 
ampolla  di  vetro  ormai  desueto.  Il  principio  di  funzionamento  dei  Penning  moderni,  è  però 
assolutamente identico. 
 

                  
Nell’ampolla  sono  sistemati  due  elettrodi  (anodo  e  catodo)  di  materiale  a  basso  potenziale 
d’estrazione (zirconio, torio, etc...) alimentati con una differenza di potenziale d’alcune migliaia 
di volt. Il catodo è costituito da due piastre connesse elettricamente, mentre l’anodo è costituito 
da un piccolo telaio opportunamente sagomato. L'ampolla è collegata al recipiente sotto vuoto. 
Se  il  vuoto  è  tale  che  il  libero  cammino  medio  delle  molecole  del  gas  è  uguale  all'incirca  alle 
dimensioni  lineari  dell'ampolla,  gli  ioni  presenti  in  esso  (prodotti  ad  esempio  dall’azione 
ionizzante  dei  raggi  cosmici,  di  radiazioni  elettromagnetiche  od  altri  agenti  ionizzanti  naturali) 
migrano  verso  gli  elettrodi  ed  ivi  strappano  degli  elettroni,  che,  accelerati  dal  campo,  possono 
produrre  altri  ioni  e  quindi  determinare  una  corrente  circa  proporzionale  al  numero  delle 
molecole presenti nel vacuometro. 
Tale  corrente  è  misurata  mediante  un  microamperometro  inserito  nel  circuito.  Per  aumentare 
l’intensità  di  corrente  in  modo  che  la  misura  possa  essere  eseguita  più  facilmente  e  con  più 
elevata sensibilità, si utilizza un magnete permanente che produce un campo d’alcune centinaia 
di Gauss (1G =10‐4T) e le cui espansioni polari sono mostrate in figura. In virtù della particolare 
configurazione  degli  elettrodi  e  della  disposizione  del  magnete,  il  campo  elettrico  ha  in  ogni 
Principi fisici dei trasduttori 122

punto  una  componente  ortogonale  al  campo  magnetico.  In  pratica  le  linee  di  forza  del  campo 
elettrico  e  di  quello  magnetico  s’intersecano  e  quindi  le  forze  di  natura  elettrica  e  magnetica 
applicate agli elettroni determinano la traiettoria a forma di una spirale degli elettroni. 
Il percorso che essi compiono, aumenta di un centinaio di volte rispetto a ciò che avverrebbe in 
assenza  di  campo  magnetico  (come  nel  caso  del  vacuometro  a  filamento  incandescente). 
Aumenta così la probabilità di collisione tra gli elettroni e le molecole del gas ed è prodotto un 
numero maggiore di ioni a parità di pressione. 
I  grandi  vantaggi  del  Penning  sono  una  maggiore  robustezza  rispetto  agli  strumenti  a  “catodo 
caldo”, giacché questo tipo di vacuometri può sopportare le brusche variazioni di pressione che 
al  contrario  provocano  la  rottura  dei  filamenti  prossimi  all’incandescenza  degli  altri  tipi  di 
vacuometri.  
 
 
In figura lo schema di un Penning moderno detto a magnetron inverso, in cui gli elettrodi sono a 
simmetria cilindrica circondati da un magnete toriodale . 

 
Infine la foto di un moderno sensore dell’ALCATEL: nello stesso contenitore metallico sono stati 
integrati un Pirani ed un Penning a magnetron inverso. 
 

 
 
 
 
Principi fisici dei trasduttori 123

Altri tipi di sensori 
 
Chemielettrici 
Descrivono  la  proprietà  di  alcuni  elementi  o  composti  di  variare  le  proprie  caratteristiche 
elettriche quando sono interessati da particolari reazioni chimiche. In genere questi effetti sono 
utilizzati per rilevare la presenza e la concentrazione di specifiche sostanze. 
Tipi 
•  a semiconduttore  
La d.d.p. prodotta è proporzionale alla concentrazione chimica e a fattori geometrici. 

 
• elettrochimici 
sfruttano  l’assorbimento  della  grandezza  da  misurare  (gas  o  vapori)  su  opportuni  film  catalitici 
che ne modificano le caratteristiche elettriche di funzionamento (carica, conducibilità). Sfruttano 
il  potenziale  di  ossido‐riduzione  delle  sostanze  in  soluzione  (legge  di  Nernst)  secondo 
l’equazione: 

                
E [V]: forza elettromotrice generata 
R [J/mol∙K]: costante universale dei gas 
T [K]: temperatura della cella 
n : valenza dello ione 
Mr [mol/m3]: concentrazione di riferimento 
Mm [mol/m3]: concentrazione di misura 
K [V]: costante della cella 
CF [C/mol]: costante di Faraday 
Esempi 
• sensore chemielettrico per pH 
• sensore chemielettrico di concentrazione 
 
Fotoelettrici 
L’effetto fotoelettrico descrive la peculiarità dei materiali o di emettere elettroni o di variare la 
propria conducibilità quando assorbono energia luminosa; esso si basa sull’assunzione che la luce 
(che è un effetto meccanico‐quantistico) viaggia in pacchetti discreti di energia detti “fotoni” di 
valore: 
E= hν dove h è la costante di Plank ν  è la frequenza della luce. 
Principi fisici dei trasduttori 124

In  pratica  quando  un  fotone  colpisce  la  superficie  di  un  materiale  può  aversi  generazione  di 
elettroni  liberi  (effetto  fotoelettrico)  in  quanto  parte  dell’energia  del  fotone  è  utilizzata  per 
estrarre l’elettrone e parte si trasforma in energia cinetica di modo che: 
hν = Ec+ϕ  dove  ϕ   è la funzione lavoro del materiale ed Ec è l’energia cinetica dell’elettrone 
estratto. 
Se il fotone colpisce la superficie del materiale con una energia che non è sufficiente ad estrarre 
l’elettrone (hν <  ϕ) e se questa è superiore al gap di Eg energia del materiale l’elettrone passerà 
nella banda di conduzione generando delle lacune nella banda di valenza; questo processo potrà 
produrre un aumento di conduttività del materiale (effetto fotoconduttivo) o la comparsa di una 
forza elettromotrice (effetto fotovoltaico). 
La variazione del misurando è convertita in variazione di conducibilità o in corrente elettrica 
• effetto fotoelettrico 
Tipi  • effetto fotovoltaico 
• effetto fotoconduttivo 
 
Fotoemissione 
La  fotoemissione  o  effetto  fotoelettrico  esterno  consiste  nella  emissione  di  elettroni  da  un 
materiale  provocata  da  radiazioni  elettromagnetiche;  questo  processo  avviene  come 
conseguenza dell’interazione della superficie con i fotoni che cedono agli elettroni del materiale 
tutta la loro energia senza ritardi temporali. Nel caso di radiazione monocromatica con frequenza 
tale che hν > φl si avrà un numero di fotoni al secondo dato da: n = P/νh. 
n [n/s]: numero di fotoni al secondo 
P [W]: potenza radiazione incidente 
h =10 6.63 h‐34 [J/s]: costante di Plank 
ν [Hz]: frequenza raggio incidente 
 
I materiali più utilizzati per sensori di questo tipo sono quelli con funzione di lavoro più bassa. 
Esempi 
• rivelatori fotoemissivi 
• fotomoltiplicatori 
• effetto fotovoltaico 
L’effetto  fotovoltaico  consiste  nella  generazione  di  corrente/tensione  elettrica  in  materiali 
investiti da radiazioni elettromagnetiche; questo processo è causato dalla produzione di coppie 
lacune‐elettroni  che  muovendosi  possono  fluire  in  un  circuito  esterno.  In  pratica,  quando  la 
radiazione colpisce il materiale con una energia inferiore alla funzione lavoro del materiale ma 
sufficiente per la separazione fisica dei portatori di carica (hν> Eg), si genera un campo elettrico 
con conseguente flusso di cariche. 
In tal caso, la corrente risultante che fluisce nel circuito esterno sarà data da: 
I=(eP)/(hν) 
I [A]: corrente elettrica 
P [W]: potenza radiazione incidente 
h [J  s]: costante di Plank 
ν [Hz]: frequenza raggio incidente 
e: carica dell’elettrone 
Fra materiali più utilizzati per questo tipo di sensori 
ci sono le giunzione a semiconduttore 
 
Esempi 
Principi fisici dei trasduttori 125

• celle solari o fotovoltaiche 
• fotodiodo e fototransistor 
 
Fotoconduzione 
La  fotoconduzione  o  effetto  fotoconduttivo  consiste  in  un  incremento  della  conduttività  in 
materiali  investiti  da  radiazioni  elettromagnetiche;  questo  processo  è  causato  dall’aumento  di 
elettroni liberi che non hanno energia sufficiente per uscire dal materiale (hν < φl). Diversamente 
dall’effetto fotovoltaico gli elettroni che passano nella banda di conduzione (h  ν> Eg)) hanno un 
tempo di vita limitato per cui in condizioni di equilibrio viene prodotto un eccesso di portatori di 
carica e quindi un incremento della conduttività del materiale: 
σ = n e m 
n : numero di elettroni in banda di conduzione 
σ [S/m]: conduttività del materiale 
e: carica dell’elettrone 
m : mobilità dei portatori di carica 
 
Fra materiali utilizzati per questo tipo di sensori ci sono i  semiconduttori, gli alogenuri alcalini ed 
i seleniuri. 
Esempi 
• cellule fotoconduttive 
• relè sensibili alla luce 
• rivelatori di infrarossi 
 
Principi fisici dei trasduttori 126

Riferimenti bibliografici 
 
J. G. Webster:  “The measurement, instrumentation and sensors handbook”, IEEE Press 

R. Pallas‐Areny:  "Sensors and signal conditioning", John Wiley & Son's, New York 

Doebelin:    “Measurement Systems” McGraw‐Hill 
 
J. Fraden:    “Handbook of modern sensors”, AIP PRESS 
 
J.S. Wilson:    “Sensor Tecnology Handbook”, Elsevier 
 
M. Savino:    “Fondamenti di Scienze delle Misure”, La Nuova Italia Scientifica 
 
Gli appunti contengono degli argomenti che si riferiscono a nozioni di base e sono riportati come 
promemoria  (oscillazioni  smorzate,  forzate,  risonanza;  fenomeni  ondulatori;  meccanismi  di 
trasferimento del calore)