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Onda su onda – CAMPO ELETTRICO E CAMPO MAGNETICO 1

CAMPO ELETTRICO E CAMPO MAGNETICO

1. Premessa: il concetto di vettore e di campo vettoriale


Lo scopo di queste brevi note è quello di fornire una breve e sintetica descrizione della natura e
delle principali proprietà del campo elettrico e del campo magnetico. Tuttavia, prima di procede-
re, si ritiene utile introdurre, in modo elementare, il concetto di vettore e di campo vettoriale.
Esistono in natura molte grandezze che per essere completamente definite richiedono un unico
parametro. Ad esempio, per definire completamente il volume di un serbatoio, sarà sufficiente dire
che esso è di un certo numero di m3. Ma se pensiamo allo spostamento di un corpo non basterà dire
che esso è di dieci metri. Infatti, per avere le idee chiare su tale spostamento, occorrerà sapere anche
in quale direzione esso si è sviluppato e, lungo quella direzione, in quale verso. Se, ad esempio, lo
spostamento è quello di un’automobile che si è mossa lungo un’autostrada, dovremo sapere:
1. se si è verificato sulla Bologna-Padova o su altre tratte (la direzione);
2. se è avvenuto da Bologna verso Padova o viceversa (il verso di percorrenza);
3. la lunghezza del tratto percorso (l’entità, o valore, dello spostamento effettuato).
Analogamente, potremmo prendere in considerazione la velocità di quell’automobile (o di un
qualunque altro corpo in moto). Ebbene, per essere completamente definita, anche quella velocità
richiede la conoscenza di tre parametri: la direzione, il verso ed il valore (Km all’ora, ecc.).
Un altro esempio di grandezza di questo tipo è dato da una forza: fino a che non avremo chiarito
lungo quale direzione, in quale verso e con quanta “intensità” (il suo valore) una certa forza agisce
su di un corpo libero di muoversi, non avremo le idee chiare sull’effettivo moto di quel corpo.
Ebbene, nella fisica ogni grandezza di questo tipo è un vettore, termine generico con cui si indi-
ca una qualunque grandezza che per essere definita richiede, come si è detto, la conoscenza dei
tre parametri: direzione, verso e valore.
Il simbolo grafico di un vettore è costituito da una freccia orientata (figura 1-a). La lunghez-
za della freccia rappresenta, in una certa scala, il “valore” (comunemente noto come modulo) del
vettore; la retta su cui giace la freccia rappresenta la direzione, mentre il verso è indicato dalla pun-
ta della freccia. Quando un vettore deve essere citato nella completezza dei suoi tre parametri, si usa
una lettera soprasegnata (ad esempio, V ), mentre quando si intende indicare solo il suo modulo si
utilizza la stessa lettera non soprasegnata (nel nostro esempio, V).
Se in un punto P sono applicati 2 vettori V 1 e V 2 , l’effetto complessivo è pari a quello di un u-
nico vettore risultante V r (sempre applicato in P) ottenuto come somma vettoriale di V 1 e V 2 ,
ossia tracciando la diagonale del parallelogramma tracciato come indicato in fig. 1-b.

P: punto di
applicazione V2 Vr
Verso
del vettore P V P V1

Modulo Costruzione del


Direzione vettore risultante

a) b)

Fig. 1 – a): simbolo grafico di un vettore – b): somma vettoriale di due vettori.

Se ad ogni punto di una certa regione dello spazio è possibile associare un vettore, si dice che
quel punto è il punto di applicazione del vettore e che quella regione dello spazio è sede di un
campo vettoriale.

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Come esempio di campo vettoriale, si può fare riferimento allo spazio che circonda la terra: ad
ogni punto di tale spazio è possibile associare il vettore “forza di attrazione” che la terra esercita su
un qualunque corpo (più familiarmente, il peso).
Il campo elettrico ed il campo magnetico, come vedremo nei prossimi paragrafi, sono grandez-
ze vettoriali (o, più semplicemente, dei vettori) e trovano la loro sede nei rispettivi campi vetto-
riali che circondano le sorgenti fisiche che li hanno generati (cariche elettriche e correnti elettriche).

2. Le cariche elettriche
Secondo il modello di Bohr, gli atomi di cui è costituita la materia sono formati da un nucleo
attorno al quale ruota, seguendo opportune orbite, un certo
Elettrone
numero di particelle elementari: gli elettroni. Il nucleo, a
sua volta, è formato da altre particelle elementari note come
protoni, accompagnate, in alcuni casi, da un terzo tipo di
particelle dette neutroni.
Nucleo
Oltre ad una propria massa, sia gli elettroni sia i protoni
possiedono una particolare proprietà che prende il nome di
carica elettrica. I neutroni, invece, non possiedono questa
proprietà (non sono dotati, cioè, di carica elettrica) e per
Orbita più questa ragione si dice che sono neutri (da qui il loro nome).
interna
Dagli studi effettuati sui fenomeni elettrici è emerso che
Altre orbite
intermedie alcune particelle dotate di carica elettrica (o, più semplice-
Orbita più mente, cariche) si attraggono, mentre altre si respingono; si
esterna o è quindi giunti alla conclusione (come verrà spiegato in se-
di valenza guito) che in natura esistono due tipi “complementari” di
Fig. 2 – L’atomo secondo Bohr. cariche, convenzionalmente denominate cariche positive
(quelle possedute dai protoni) e cariche negative (quelle
degli elettroni). Più precisamente, cariche di “segno” opposto sono soggette ad una forza di attra-
zione reciproca, mentre cariche dello stesso “segno” si respingono.
Questi fenomeni furono scoperti per la prima volta (anche se non spiegati) da Talete, filosofo e
matematico greco di Mileto, vissuto attorno al 600 a.C.. Egli, infatti, osservò che strofinando con
una pelle di gatto una barretta di ambra (in greco, elektron) era possibile attrarre, con quella resina
fossile, piccoli frammenti di foglie secche, piume e pilucchi di lana.
Il fenomeno fu considerato per millenni poco più che una curiosità e per averne una interpreta-
zione scientifica si dovette giungere fino alla seconda metà del ‘700 quando, grazie alla legge di
Coulomb illustrata nel prossimo paragrafo, furono chiarite e misurate le interazioni fra le cariche
elettriche. In onore del grande fisico francese, all’unità di misura della carica elettrica è stato dato il
nome di Coulomb [C].
La tabella che segue riporta la massa e la carica di protoni, elettroni e neutroni. Si noti che elet-
troni e protoni possiedono la stessa quantità di carica, benché di segno opposto, mentre, come si è
detto, i neutroni sono neutri. Gli elettroni, inoltre, possiedono una massa molto più piccola di quella
dei protoni e dei neutroni che hanno, invece, masse praticamente uguali.

Particella Carica Segno Massa


-19
Protone 1,60206⋅10 C + 1,67252⋅10-27 kg
Elettrone 1,60206⋅10-19 C - 9,1091⋅10-31 kg
Neutrone 0 Nessuno 1,67482⋅10-27 kg

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Concluderemo questo paragrafo segnalando che la quantità di carica elettrica che, attraverso op-
portune modalità, è possibile trasferire ad un corpo può essere solo un multiplo intero della carica
dell’elettrone (o del protone, se positiva). Questo principio si enuncia dicendo che la carica elettri-
ca è quantizzata.

3. La legge di Coulomb ed il vettore campo elettrico


Nel 1785 Coulomb (1736-1806) scoprì che fra due cariche si
esercita una forza direttamente proporzionale al prodotto delle
cariche stesse ed inversamente proporzionale al quadrato della
loro distanza.
Indicando con F l’intensità della forza reciprocamente eserci-
tata da due cariche Q e q poste a distanza d, la legge di Coulomb
assume la seguente forma:

k0 Q ⋅ q
F= 1)
εr d 2

dove εr è la costante dielettrica relativa del mezzo in cui si tro-


vano le cariche e k0 è un coefficiente di proporzionalità che di-
Charles Augustin de Coulomb pende dal sistema di unità di misura; nel Sistema Internazionale
(SI) si ha k0 = 1/4πε0, dove ε0 è la costante dielettrica assoluta
del vuoto1.
Forza coulombiana
esercitata da Q su q F In base alla legge di Coulomb, se in un punto P dello spazio
Una forza identica, non q P’ si pone una certa carica Q, nello spazio circostante si crea un
indicata in figura, viene
esercitata da q su Q Carica esploratrice campo vettoriale di forze (più semplicemente, un campo elet-
d
puntiforme
trico) in grado di agire su altre cariche elettriche, cosicché una
Carica generatrice
carica puntiforme2 q (carica esploratrice o carica di prova) po-
P Q del campo elettrico sta in un punto P’ distante d da P (fig. 3), risulta sottoposta ad
una forza F causata da Q e valutabile con la 1). Q viene detta ca-
Fig. 3 - La forza coulombiana. rica generatrice del campo. Si può anche dire che una certa zo-
na dello spazio è sede di un campo elettrico se si constata che
una carica esploratrice q, situata in un punto P’ di quella zona, è soggetta ad una forza F.
Il campo elettrico è dato dal rapporto fra la forza F che agisce sulla carica q e la carica stessa:

E=F q ⇒ F = q⋅E 2)

Tenendo conto della 1) e ricordando che nel SI si ha k0 = 1/4πε0, si ottiene:

k0 Q ⋅ q
F εr d 2 Q Q
E= = = =
q q 4 πε 0 ε r d 2
4πεd 2

1
La costante dielettrica relativa εr di un mezzo è data dal rapporto fra la costante dielettrica assoluta ε di quel mez-
zo e la costante dielettrica assoluta ε0 del vuoto. Ne consegue che la costante dielettrica relativa del vuoto vale 1.
2
Poiché anche la carica esploratrice q genera un proprio campo elettrico, occorre ipotizzare che essa sia puntiforme,
ovvero tanto piccola da far sì che in ogni punto dello spazio siano possibili l’osservazione e la misura del campo elettri-
co generato da Q senza che quest’ultimo risulti alterato in modo significativo da quello generato da q.

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Se le cariche sono poste nel vuoto (ε = ε0 ovvero εr = 1), il modulo del campo elettrico diventa:

Q
E= 3)
4πε 0 d 2

Si noti che E non dipende dalla carica di prova, ma solo dalla carica Q da cui trae origine.
Se il campo nasce da più cariche, ad esempio Q1 e Q2, la forza F che agisce su q è uguale alla
somma vettoriale delle forze F1 ed F 2 esercitate separatamente da Q1 e Q2 su q, ovvero:

F = F1 + F 2

Si ottiene, allora:

F F1 + F 2 F1 F 2
E= = = + = E1 + E 2 4)
q q q q

Poiché entrambi i campi E1 ed E 2 sono indipendenti dal valore di q, anche il campo risultante
E dipenderà solo dal punto in cui viene misurato e dalle varie cariche che lo generano.
Impiegando una carica esploratrice unitaria, le intensità di E e di F assumono lo stesso valore
e quindi si può dire che l’intensità del campo elettrico in un punto è uguale alla forza che si e-
sercita sull’unità di carica posta in quel punto.
q: carica esploratrice
Dato che F = q ⋅ E (eq. 2), la direzione
F positiva
-q di F è la stessa di E , mentre il suo verso
E
q E F dipende dal segno di q: in particolare, fissa-
Linee di forza to il segno (supposto positivo) di Q, se q è
a) del campo elettrico b)
positiva (fig. 4-a) F ha lo stesso verso di
Cariche di ugual segno Cariche di segno opposto
+Q si respingono +Q si attraggono E , altrimenti vale il contrario (fig. 4-b).
Ciò spiega quanto si è già detto in pre-
cedenza, ossia che cariche di segno oppo-
Fig. 4 - Forze di repulsione e di attrazione sto si attraggono, mentre cariche di ugual
. tra cariche elettriche. segno si respingono.

4. Linee di forza del campo elettrico


Le traiettorie descritte da una o più cariche libere di muoversi in un campo elettrico, prendono il
nome di linee di forza.
La figura 4 riporta alcune delle linee di forza radiali dei campi generati da una carica positiva Q
(fig. 4-a) e da una carica negativa –Q (fig. 4-b)3.
In generale, però, le linee di forza di un campo elettrico avranno un andamento più complesso e
allora si può generalizzare il concetto di linee di forza dicendo che esse sono linee ideali tangenti
alla forza che il campo esercita in ogni punto su una carica di prova q, ovvero che tale carica, posta
in un punto a distanza d dall’origine di un campo elettrico, si muove seguendo le sue linee di forza.

3
Si noti che, per convenzione, le linee di forza di un campo elettrico divergono da cariche positive e convergono su
quelle negative.

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5. Energia potenziale e differenza di potenziale


La presenza della forza data dalla legge di Coulomb denuncia il fatto che ogni punto di un cam-
po elettrico è sede di una energia potenziale U che si annulla all’infinito dove si annulla campo E4.
Ponendo la carica di prova q in punti a distanza sempre maggiore dall’origine del campo,
quest’ultimo risulta sempre più affievolito (equazione 2) e la carica viene sottoposta a forze di mi-
nore intensità (eq. 1); si può dire, allora, che ogni punto di un campo elettrico è sede di una certa
energia potenziale la quale viene trasferita a cariche di prova poste in quel punto. Cariche positive
non sottoposte ad alcun vincolo (ossia, libere di muoversi) si spostano da punti ad energia più alta
verso punti ad energia più bassa, mentre per quelle negative accade il contrario (fig. 4).
Poiché la forza con cui si manifesta l’energia potenziale dipende anche da q, per fissare un pa-
rametro che fornisca una valutazione energetica del campo svincolata dal valore della carica di pro-
va, si introduce il concetto di potenziale V, inteso come energia potenziale che assume una carica
di valore unitario posta in un dato punto del campo elettrico.
Due punti P e P’ a diversa distanza dalla sorgente del campo saranno allora caratterizzati da due
diversi valori di potenziale e tra di essi esisterà la differenza di potenziale

U P − U P'
∆V = VP − VP' = 5)
q

che è il presupposto per il movimento di cariche, ovvero per la nascita di una corrente elettrica.

6. Il concetto di campo magnetico


E’ noto che in natura esistono materiali in grado di attrarne altri; questa proprietà può anche es-
sere indotta artificialmente, come si può constatare ponendo una barretta di acciaio a contatto con
un pezzo di magnetite: la barretta si magnetizza diventando
un magnete artificiale (una calamita) ai cui estremi, come
accade in ogni materiale magnetizzato, si dà lo stesso nome
N S dei poli terrestri: polo Nord e polo Sud (fig. 5). Poli magnetici
omonimi si respingono, mentre poli eteronomi si attraggono,
proprio come accade alle cariche elettriche. Tra i più noti ma-
teriali magnetizzabili artificialmente, troviamo il ferro,
Fig. 5 – Un dipolo magnetico. l’acciaio, il cobalto ed il nichel. Essi sono chiamati materiali
ferromagnetici e la loro principale caratteristica è quella di po-
ter raggiungere anche elevati gradi di magnetizzazione che sono spesso in grado di conservare (to-
talmente o in parte, a seconda dei tipi) al cessare della causa magnetizzante (magneti permanenti).
Le più comuni forme di questi materiali sono: barrette rettilinee, ferri a U ed aghi magnetici;
questi ultimi, impiegati nelle bussole, sono costituiti da una
Sud Nord sottile lamina di acciaio avente la possibilità di ruotare attorno
ad un perno verticale (fig. 6).
Se si avvicina una calamita rettilinea ad un ago magnetico, si
Fig. 6 - Ago magnetico di prova. nota che quest’ultimo è soggetto a forze che la prima esercita
sul secondo mettendolo in rotazione. Si può dire, allora, che la
calamita genera nello spazio circostante un campo di forze magnetiche o, più comunemente, un
campo magnetico la cui direzione va dal Nord al Sud dell’ago magnetico, mentre il verso va da
Sud a Nord.

4
Si ricordi che E risulta inversamente proporzionale al quadrato della distanza d dalla sorgente (equazione 3).

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La presenza di forze di natura magnetica rivela la natura vettoriale dei campi magnetici. Vo-
lendo risalire sperimentalmente alle linee di forza, si può porre un ago magnetico di prova (fig. 6)
in loro prossimità e valutare, ad equilibrio raggiunto, la
direzione ed il verso assunti dall’ago. Spostando di un breve
tratto ∆s il centro di gravità dell’ago, questo raggiungerà una
nuova posizione di equilibrio caratterizzata da una nuova dire-
zione ed un nuovo verso.
Ripetendo l’operazione si può costruire una poligonale a-
Fig. 7 – Le tipiche linee di forza vente tutti i lati di lunghezza ∆s; se i valori di ∆s sono molto
. . di un campo magnetico. piccoli, si può ottenere una linea continua orientata che rappre-
senta una delle linee di forza del campo magnetico (fig. 7).

7. Confronto tra fenomeni elettrici e fenomeni magnetici


Il campo magnetico, come quello elettrico, è un campo vettoriale; inoltre, l’esistenza di poli omo-
nimi che si respingono e di poli eteronomi che si attraggono, costituisce un’ulteriore analogia fra i
N N due fenomeni, fra i quali, tuttavia, esistono differenze sostanziali: infatti, mentre ca-
riche positive e negative possono esistere separatamente l’una dall’altra, non è pos-
S
sibile separare i poli magnetici; in sostanza, se si divide in due parti un dipolo ma-
gnetico, si ottengono due nuovi dipoli (fig. 8). Effettuando ulteriori suddivisioni, si
N
ottengono nuove coppie dipoli magnetici, e quindi, mentre un corpo può essere elet-
trizzato in modo tale da presentare una carica di segno positivo o negativo, non è
S S possibile magnetizzare un corpo con polarità solo Nord o solo Sud. Non potendo e-
sistere poli magnetici isolati, le linee di forza di un campo magnetico sono linee
Fig. 8 chiuse5, al contrario di quanto accade per un campo elettrico le cui linee di forza ini-
ziano e terminano in corrispondenza di cariche.

8. Il vettore campo magnetico H

← Sud geografico Nord geografico → ← Sud geografico Nord geografico →


S

S N I
N

+ − + −

a) b)
Hans Christian Oersted
Fig. 9 – Con questo esperimento (vedi foto) Oersted scoprì, nel 1820, i legami fra correnti
. elettriche e campi magnetici. Era nato l’elettromagnetismo!
I legami fra i fenomeni elettrici e magnetici furono scoperti, nel 1820, dal fisico danese Hans
Christian Oersted (1777-1851). In un famoso esperimento, egli pose l’ago magnetico di una bus-
sola in prossimità di un conduttore nel quale fece scorrere una corrente elettrica (vedi foto e fig. 9).

5
Questo fatto si esprime anche dicendo che il campo magnetico ha una natura solenoidale.

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Poiché in assenza di corrente l’ago della bussola si orientava lungo la direzione dei poli geogra-
fici, Oersted orientò lungo la stessa direzione anche il conduttore in modo che, a pila scollegata, ago
e conduttore risultassero allineati (fig. 9-a). Una volta collegata la pila, Oersted notò che l’ago si
portava in posizione perpendicolare al conduttore (fig. 9-b), mentre, riaprendo il circuito, l’ago si
riportava lungo la direzione originaria, riallineandosi al conduttore ed ai poli geografici.
Da questa esperienza Oersted giunse alla conclusione che qualsiasi conduttore percorso da una
corrente elettrica induce, nello spazio circostante o in sostanze e materiali posti in prossimità del
conduttore, proprietà magnetiche la cui origine è dovuta al movimento dei portatori di carica.
Questo esperimento risultò di importanza fondamentale, poiché chiarì che i fenomeni magnetici
traggono sempre origine da una corrente elettrica6 e segnò la nascita dell’elettromagnetismo.
Riassumendo, se in un conduttore si hanno cariche in movimento, allora nell’intorno di quel
conduttore nasce un campo magnetico H. Viceversa, per generare un campo magnetico H oc-
corre produrre una circolazione di cariche elettriche (cioè una corrente elettrica).
Per comprendere meglio il fenomeno sopra esposto, consideriamo un conduttore percorso da
una corrente I. In conseguenza della corrente elettrica, nell’intorno del conduttore nascerà un campo
magnetico le cui linee di forza sono delle linee chiuse concatenate con
la corrente I (fig. 10).
H Dato che la corrente è la responsabile della nascita della forza ma-
l l2 l1 B gnetica che si sviluppa lungo le linee di forza l1, l2, ... l, si dice che tale
H dl corrente possiede intrinsecamente una forza magnetomotrice F e si
A
conviene di identificare l’intensità di tale forza con quella di I.
I
Poiché, in generale, l’effetto magnetomotore di N conduttori per-
corsi dalla stessa corrente è N volte quello di I, si dovrà associare il va-
Fig. 10 lore di F con il prodotto NI, misurando convenzionalmente F in “Am-
perconduttori” o, come si dice di solito, in Amperspire.
Da quanto detto, dunque, F = I [Ampere] o, più in generale:

F = NI [Amperspire] 6)

Ritornando alla figura 10, si consideri una generica linea di forza l. L’azione della forza F si e-
serciterà lungo tutta la linea l, per cui lungo un tratto infinitesimo dl si svilupperà un forza dF.
Per convenzione, il valore del campo magnetico H assume il valore del rapporto dF/dl, ossia:

H = dF/dl ⇒ dF = Hdl

sicché, la forza magnetomotrice (o tensione magnetica) FAB che si sviluppa fra due punti A e B di
una medesima linea di forza, varrà:

B
FAB = ∫ H ⋅ dl
A

Estendendo l’integrale a tutta la linea chiusa l concatenata con I (in generale, NI), si perviene
alla seguente relazione che esprime il teorema della circuitazione di Ampere:

F = NI = ∫ H ⋅ dl 7)
l

6
Lo stesso campo magnetico terrestre è dovuto a correnti elettriche che scorrono nelle profondità del globo.

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Se il campo magnetico H è uniforme, la 7) diventa NI = H⋅l, da cui:

NI ⎡A⎤
H= ⎢⎣ m ⎥⎦ 8)
l

9. Il vettore induzione magnetica B - Relazione fra B ed H


Se è vero che una corrente elettrica è in grado di generare un campo magnetico H, occorre rile-
vare che, a parità di condizioni (intensità della corrente, distanza dal conduttore, ecc.), il livello di
magnetizzazione raggiunto da materiali di diversa natura permeati da H non è quantitativamente lo
stesso.
Ad esempio, sostanze come l’aria, il vetro ed il legno si magnetizzano in modo trascurabile,
mentre tutti i materiali ferromagnetici (ferro, nichel, cobalto, ecc.) assumono un notevole stato di
magnetizzazione.
Da quanto detto si deduce che, mentre la causa della magnetizzazione può essere la stessa (H),
l’effetto dipende quantitativamente dalle proprietà magnetiche del mezzo.
Si può introdurre, allora, il concetto di vettore induzione magnetica B (l’effetto), legato ad H
(la causa) dalla relazione:

B = µ⋅H 9)

dove µ è un parametro che prende il nome di permeabilità magnetica e che tiene conto delle pro-
prietà magnetiche del mezzo in cui si sviluppa l’azione del campo magnetico H .
Poiché µ è uno scalare, il vettore B ha la stessa direzione e lo stesso verso del vettore H 7.
L’unità di misura di B è il Tesla [T].

10. Alcuni campi magnetici caratteristici


10.1. Campo generato da un conduttore rettilineo - Legge di Biot-Savart
Consideriamo un conduttore rettilineo percorso da una corrente co-
stante I.
H Le linee di forza del campo magnetico H generato da I saranno delle
l r circonferenze concentriche giacenti su piani perpendicolari al conduttore
H (fig. 11).
H
Applichiamo ora il teorema della circuitazione ad una generica cir-
I
conferenza l di raggio r, tenendo presente che il campo è costante (uni-
Fig. 11 forme) poiché tale è la corrente I per ipotesi.
Per la 8) si avrà:

I I
H= =
l 2π ⋅ r

relazione che esprime la legge di Biot-Savart.

7
La permeabilità magnetica del vuoto assume il valore µ0 = 4⋅π⋅10-7 Henry/m.

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10.2. Campo magnetico generato da un solenoide rettilineo


Consideriamo un solenoide rettilineo di raggio r e lunghezza l, costituito da N spire (fig. 12). Al
suo interno il verso del campo coincide con quello di avanzamento di una vite destrorsa che ruoti
nello stesso senso della corrente I.
Se i solenoide è sufficientemente allungato e “snello” (cioè se l >> r) le linee di forza al suo in-
terno assumono un andamento praticamente rettilineo ed il campo si può ritenere uniforme.
H

P H
H H α1
α2 r

H l

Fig. 12

Si può dimostrare che il campo magnetico H in un punto P dell’asse del solenoide è dato da:

NI
H= (cosα 1 − cosα 2 )
2⋅l

Se il solenoide è sufficientemente allungato (ossia se r < l/20), si avrà α1 ≈ 0 e α2 ≈ π ed il cam-


po assumerà il valore:

NI
H≈
l

10.3. Campo magnetico generato da un solenoide toroidale


Il campo si può immaginare come generato da un sole-
noide rettilineo il cui asse sia stato curvato a circonferenza
N: numero (fig. 13). Le linee di forza sono praticamente imprigionate
r1 spire
I all’interno del solenoide e si presentano anch’esse come
rx
circonferenze. Considerando una generica linea di forza di
r2
H raggio rx, per il teorema della circuitazione si avrà:

NI = ∫ H ⋅ dl = H ∫ dl = H ⋅ 2π ⋅ rx
Fig. 13
da cui:

NI NI NI NI
H= con H min = ≤H= ≤ H max =
2π ⋅ rx 2π ⋅ r2 2π ⋅ rx 2π ⋅ r1

Se risulta r1 ≈ r2 ≈ r, il campo diventa praticamente costante ed assume il valore:

NI
H=
2π ⋅ r

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